Google
This is a digitai copy of a book that was prcscrvod for gcncrations on library shclvcs bcforc it was carcfully scannod by Google as pari of a project
to make the world's books discoverablc online.
It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subjcct
to copyright or whose legai copyright terni has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books
are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover.
Marks, notations and other maiginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journcy from the
publisher to a library and finally to you.
Usage guidelines
Google is proud to partner with librarìes to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we have taken steps to
prcvcnt abuse by commercial parties, including placing lechnical restrictions on automated querying.
We also ask that you:
+ Make non-C ommercial use ofthefiles We designed Google Book Search for use by individuals, and we request that you use these files for
personal, non-commerci al purposes.
+ Refrain fivm automated querying Do noi send aulomated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine
translation, optical character recognition or other areas where access to a laige amount of text is helpful, please contact us. We encouragc the
use of public domain materials for these purposes and may be able to help.
+ Maintain attributionTht GoogX'S "watermark" you see on each file is essential for informingpcoplcabout this project and helping them lind
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it.
+ Keep it legai Whatever your use, remember that you are lesponsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other
countiies. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we cani offer guidance on whether any specific use of
any specific book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner
anywhere in the world. Copyright infringement liabili^ can be quite severe.
About Google Book Search
Google's mission is to organize the world's information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps rcaders
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full icxi of this book on the web
at|http: //books. google .com/l
Google
Informazioni su questo libro
Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google
nell'ambito del progetto volto a rendere disponibili online i libri di tutto il mondo.
Ha sopravvissuto abbastanza per non essere piti protetto dai diritti di copyriglit e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è
un libro clie non è mai stato protetto dal copyriglit o i cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico
dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l'anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico,
culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire.
Commenti, note e altre annotazioni a margine presenti nel volume originale compariranno in questo file, come testimonianza del lungo viaggio
percorso dal libro, dall'editore originale alla biblioteca, per giungere fino a te.
Linee guide per l'utilizzo
Google è orgoglioso di essere il partner delle biblioteche per digitalizzare i materiali di pubblico dominio e renderli universalmente disponibili.
I libri di pubblico dominio appartengono al pubblico e noi ne siamo solamente i custodi. Tuttavia questo lavoro è oneroso, pertanto, per poter
continuare ad offrire questo servizio abbiamo preso alcune iniziative per impedire l'utilizzo illecito da parte di soggetti commerciali, compresa
l'imposizione di restrizioni sull'invio di query automatizzate.
Inoltre ti chiediamo di:
+ Non fare un uso commerciale di questi file Abbiamo concepito Googìc Ricerca Liba per l'uso da parte dei singoli utenti privati e ti chiediamo
di utilizzare questi file per uso personale e non a fini commerciali.
+ Non inviare query auiomaiizzaie Non inviare a Google query automatizzate di alcun tipo. Se stai effettuando delle ricerche nel campo della
traduzione automatica, del riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) o in altri campi dove necessiti di utilizzare grandi quantità di testo, ti
invitiamo a contattarci. Incoraggiamo l'uso dei materiali di pubblico dominio per questi scopi e potremmo esserti di aiuto.
+ Conserva la filigrana La "filigrana" (watermark) di Google che compare in ciascun file è essenziale per informare gli utenti su questo progetto
e aiutarli a trovare materiali aggiuntivi tramite Google Ricerca Libri. Non rimuoverla.
+ Fanne un uso legale Indipendentemente dall'udlizzo che ne farai, ricordati che è tua responsabilità accertati di fame un uso l^ale. Non
dare per scontato che, poiché un libro è di pubblico dominio per gli utenti degli Stati Uniti, sia di pubblico dominio anche per gli utenti di
altri paesi. I criteri che stabiliscono se un libro è protetto da copyright variano da Paese a Paese e non possiamo offrire indicazioni se un
determinato uso del libro è consentito. Non dare per scontato che poiché un libro compare in Google Ricerca Libri ciò significhi che può
essere utilizzato in qualsiasi modo e in qualsiasi Paese del mondo. Le sanzioni per le violazioni del copyright possono essere molto severe.
Informazioni su Google Ricerca Libri
La missione di Google è oiganizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e finibili. Google Ricerca Libri aiuta
i lettori a scoprire i libri di tutto il mondo e consente ad autori ed editori di raggiungere un pubblico più ampio. Puoi effettuare una ricerca sul Web
nell'intero testo di questo libro dalhttp: //books. google, comi
(Sn®^&S5IHII WCILaiiHIL
CRONICHE
DI
GIOVANNI, MATTEO E FILIPPO VILLANI
SECONDO LE MIGLIORI STAMPE
B CORREDATE
DI NOTE FILOLOGICHE E STORICHE
TESTO DI LINGUA. .^y. y -^
VÒL. I.
^v
TRIESTE
SEZIONE LBTTERARIO-ARTISTIGA DEL LLOYD AUSTRIACO
i
l^;MgnUU del Uofl Aaifrlgoo
CENNI INTORNO ALLA VITA
DI
GIOVANNI VILLANI.
Nacque Giovanni Villani nella seconda metà del secolo Xm in Firenze di nobilissima
famiglia data al commercio ed a' servigi della patria. L'ozio e l'inerzia non erano ancor
tenuti a virtù, né $al|t^ 9I po^r^ ; pnd' e^ stesso fu a4 un tentpo merc^^ipite, uom di lettere
e magistrato della repubblica.
All'entrare del 1300, preso il bordone da pellegrino, vagava oscuro per le vie di
Roma, tra i cento popoli che, quasi adunati dalla tromba dell'angelo, vi si accalcavano al
giid^neo. Avvenutosi à Dante sulla tomba degli ApostoU, e con lui inspiratosi nel grande
pensiero cattolico, potè meglio far sentire una parola di pace e piangere, forse incontaminato,
le fasioni de' Blandii e de' Neri, che allora tingevano Firenze di sangue firatemo. Nò dal
sangue riposò la sua vista, dopo essere passato in Francia ed in Fian^. IVavagUavansi que'
paesi in guerra feroce: ne vide egli^ne meditò le vicende ad una ad una: fu tratto infine a
monidirae sid campo di Mons-en-Puelle (1304) pocbi giorni dopo la vittoria & Filippo il
BeUo sopra i Fiamminghi.
Negli anni 1316 e 1317 sedendo fira i priori della repubblica volle e, per arte nuova,
ottenne pace con Pisa. UfiSciale della moneta, raccolse a grande studio le memorie della
secca fiorentina; amministratore del pubblico bene, fu, quanto mai altri, oculato e indefesso.
Di nuovo occupando quel supremo grado nel 1321, afforzò di torri e di bastile Firenze,
combattè da forte tmUfo Costruccio signor di Lucca, ma divise co' suoi la vergogna (se non
fl rimorso) d'essersi lasciato fuggire per discordia de' capi sotto Firenze quel terribile nemico,
già messo in volta e quasi preso. Per tre anni quindi provvide e campò dalla fame (1328-30)
i cittadini angustiati da terribile carestia: ma ecco assalirlo l'invidia, accusarlo di usurpato
denaro pubblico; ed egli a uscirne luminosamente giudicato innocente. Ostaggio di guerra
presso Mastino della Scala in Ferrara, non ne fu libero, che per vedere di nuovo la patria
ardere di guerra, darsi da stolta in balia a Gualtiero Duca d'Atene, che troppo le fé' sentire
fatali gli amori collo straniero, e indi levarsi a tumulti, cacciarlo vituperosamente, ma sempre
a pena di sangue, più onorata che possente. Alla fine per fallimento altrui, senza alcuna sua
colpa, chiuso in un carcere, s'ebbe il premio dei grandi, l'ingratitudine del suo popolo^ e fini
tra le prime vittime della peste nel 1348.
In Roma al giubileo, come cento anni innanzi per singolare accidente Ricordano
Halispini, fece disegno di scrivere la storia di Firenze. L' aspetto, egli dice, di que' maestosi
edifid, la lettura delle gloriose imprese de' Romani immortalmente descritte da Sallustio, da
Livio, da Valerio Massimo e da altri maestri di storie, il considerare in fine che la città di
Firenze, figliuola e fattura di Roma, era nel tuo montare, e a seguire grandi cose, siccome
Roma nel suo calare, svegliarono in lui il pensiero di scrivere gli avvenimenti della sua paMa
per dare memoria ed esempio a quelli che sano a f>enire. La cronica in 12 libri discorre le
vicende di Firenze dalla sua fondazione all'anno 1348, e loro aggiunge quelle delle altre
terre d' Italia. In quel che narra dei tempi remoti corre dietro alle tradizioni trasnaturate
daDa barbarie 0 dalla favola, e copia alla lettera, senza citarlo mai. Ricordano Malispini, ma
sobrio e veritiero nei fatti dell' età sua, non ti pare quel desso che per narrare la storia di
tìreìoe si fa dalla torre di Babele. Vero storico, non ci dà una gretta e nuda narrazione di
6
fatti, ma li accompapia deHe proprie osservazioniy tatto esamina, confronta, giudica : come
uomo d* affari, non fa conto che di cose positive, le gravi sentenze degli antichi applica alla
pratica della vita, d'ogni avvenimento indaga le ragioni: inizia tra noi, a dir breve, la crìtica
della storia. Come caldo partigiano de' Guelfi impronta del suo pensare e sentir politico ogni
pagina : talora un disordinato amor paMo gli fa velo al purgato giudizio, ma, nò cieco nò
ingiusto, vede quasi sempre il bene della parte avversa e lo narra. Testimonio della cac-
ciata di Dante, non solo ardisce parlare con affetto e riverenza di lui, ma gridarne ingiusto
r esigilo.
Senza pretendere a letterato, scriveva come gettava la penna, curante de' fatti della
patria , non dì gloria. Se talvolta fallisce la grammatica e fa sentire d'aver vissuto in Francia,
tal altra nel racconto delle patrie glorie s' accende cosi, che dal semplice passa ad un far
pittoresco e sublime. Fatte poche eccezioni, io son col Salvini, che la purUà della lingua in
Giotanni Villani è maraeigliosa olire ogni credere. Ed al giudizio del Salviati egli ha
legatura di t>oei semplice e naiurale; ninna cosa di sovercUOy ninna per ripieno^ mUla di
s fonato^ niente di arUUciaio vi sa scoprire il lettore; non pertanto m quella semplicità si
foede una colai leggiadria e belle%%a, simile a quella che not reggiamo tu foago ma non
lisciato toUo di noòU donna o don%ella.
Blbllogrrafla delle Chponlehe de* ire TUlani.
VILLANI 6I0VANNL I primi 10 libri deUe storie, Veaesia, Zanetti 1537 in fogl. Prima edis. — I Ubri XI e Xn
Firenie, Torrentino 1554 in 8.*~ La Storia, Vene^ Nic. Berflaqna ad istania de' Girati di Fireue 1559
in 4.* — Firense, Giunti 1587 in 4.* Edo. citata dall' Aoeademia deQa Crusca. —
VILLANI MATTEO. Istoria, Venesia, (pei Quem) ad istansa de' Girati, 156S, in 4.* ED. Cb. — La mededma con
V aggiunta di Filippo 9uo figVMo (qnest' aggiunta non t* è). Ed. Cr. —
ISTORIA DI MATTEO VILLANL Li tre oltìmi libri eoe. eoo un'aggirata di Filippo VILUMI suo fidinolo eoe. Fi-
renze, Girati 1577 in 4.* ED. Cr.
VILUkMI GIOVANNI, MATTEO e FILIPPO. Istorie. Milano 17S9 toI.9 in fos^(i volumi X1II,XIV della Raoeolta
Rmm HaL BcripL di Lod. Murai) — Milano, Tlpogr. de' Class, ital. 180S-1808 toI. 8, in 8.*— Firenie
per il Magfaeri 1828 vd. 8, in 8.* con ritratto. — Firense, Sansone Coen 1844, rol. 7, in 4.*— Milano,
Borroni e Seotti 1848.
Questa Edidone fti esemplata sulla Flreotfna del 1844, eoi riseontro delle migliori e pi& antiche ne'
passi dubbt
DOTT. A. BACHELL
CRONICA
DI
GIOVAIVNI VILLANI
LIBRO PRIMO
Questo libro si cliisms U nuova cronica, nel qiiale si tratta di più cose passate, e spezialmente dell'origine e co-
mindaxnento della città di Firenze, poi di tutte le mutazioni ch'ha avute e avrà per gli tempi: cominciato
a compilare negli anni della incarnazione di Gesù Cristo 1300. Comincia il prolago, e il primo libro.
CAPITOLO L
Con dò sia cosa che per gli nostri antichi Fio-
rentini poche e non ordinate memorie si trotino dei
fatti passati nella nostra città di Firenze, o per di-
fetto della loro neglìgenzia, o per cagione che al tempo
che Totile Fia^ellum Dei^ la distrusse si perdessono
scrìtiare; io Giovanni cittadino di Firenze, considerando
la nohiitè e grandezza della nostra città a* nostri pre-
senti tempi, mi pare che si conyegna di raccontare e
fare memoria dell^orìgine e cominciamento di così fa-
mosa città, e delle mutazioni avverse e felièi, e fatti
passati di quella; non perch'io mi senta sofRciente a
tanta opera fare, ma per dare materia a' nostri suc-
cessori di non essere negligenti di fare memorie delle
notevoli cose che avverranno per gli tempi appresso
noi, e per dare esemplo a quelli che saranno delle
mutazioni e delle cose passate, e le cagioni^ e per-
chè; acdocch' eglino si esercitino adoperando le
TÌrtndi e schifando i vizi, e Favversitadi sostegnano
con forte animo a bene e stato della nostra repub-
blica. E però io fedelmente narrerò per questo libro
in piano volgare, acciocché gli laici ^ siccome gli
iUetterati ne possano ritrarre frutto e diletto ; e se
io nolla parte ci avesse difetto, lascio alla corre-
zione de' più savi. E prima diremo onde fh il co-
mìndamento della detta nostra città, conseguendo
' TotOa nel 849 di G. C. pose stretto assedio a Firenze,
non la distrasse. AttOa e non TotUa fo detto HageUmt
Dtij 6 ad Attila pure da parecchi cronisti e dal Boccaccio
fti attribuita la distruzione di Firenze. In Dante altri legge
md cener che di TotOa rinuue, altri di AttOa. H Villani
errò cogli uomini più grandi del suo tempo.
' la»09, que^ che non è iniziato né abile a trattare le
cose sacre: e perchè da un certo tempo addietro lo studio
era per lo più de' soli preti e de' frati, co^ laico valeva
mmMo, idiùta. Al contrario cherici si ehiamaroi)p i dotti.
per gli tempi infinochè Dio ne concederà grazia; e
non senza grande fatica mi travaglierò di ritrarre e
di ritrovare di più antichi e diversi libri, e croniche
e autori, le geste e' fatti de^ Fiorentini compilando
in questo; e prima Torigine dell'antica città di Fie-
sole, per la cui distruzione fu la cagione e 1 co-
minciamento della nostra città di Firenze. E perchè
!*esordio nostro si comind molto di lungi, in rac-
contando in brieve altre antiche storie, al nostro
trattato ne pare di necessità; e fla dilettevole e n-
tile e conforto a^ nostri cittadini che sono e che
saranno, in essere virtudiosi e dì grande operazione,
considerando come sono discesi di nobile progenie
e di virtudiose genti, come furono gli antichi buoni
Troiani, e* valenti e nobili Romani. E acciocché To-
pera nostra sia più laudabile e buona, richeggio
Taiuto del nostro Signore Gesù Cristo, per lo no-
me del quale ogni opera ha buono comindamento,
mezzo, e fine.
CAPITOLO n.
Catne per la confusione della torre di Babel
si cominciò ad abitare U mondo.
Noi troviamo per le storie della Bibbia e per
quelle degli Assirìani, che Nembrot il gigante fu il
primo re, ovvero rettore e ragunatore di congre-
gazione di genti; ch^egli per la sua forza e se-
guito signoreggiò tutte le schiatte de^ figliuoli di
Noè, le quali furono settantadue; ciò furono ven-
tisette quelle che usciron di Sem i! primo figliuolo
di Noè, e trenta quelle di Cam il secondo figliuolo
di Noè, e quindici quelle di Giafet il terzo figliuolo
di Noè. Questo Nembrot fu figlinolo di Cus che fu
figliuolo di Cam il secondo figliuolo di Noè, e per
lo suo orgoglio e forza si credette conlrastare a
8
CROm(»B
Dio, dicendo che Iddio era eifoore del cielo, ed
egli della terra; e acciocché Dio non gli poteeee
più naocere per dilorio d* acqua, come aTca fatto
alla prima etade, si ordinò di fare la marayigliosa
opera della forre di Babel; onde Iddio per con-
fondere il detto orgoglio, subitamente mandò con-
fiisione in tutti i viventi, e che operavano la detta
torre fiure; e dove tatti parlavano una lingua (dò
era Tebrea), si variare in settantadue diversi lin-
guaggi, che Tuno non inlendea T altro. E per ca-
gione di ciò, rimase per necessiti il lavoro della detta
torre, la quale era si grande, che girava ottanta
miglia, e era già alta quattromila passi, e grossa
mille passi, che ogni passo è braccia tre delle no-
stre. E poi quella torre rimase per le mura della
grande città di Babilonia la quale è in Caldea, e
tanto è a dire Babilonia, quanto confusione; e in
quella per lo detto Nembrot e per gli suoi fturono
prima adorati gV idoli di falsi Iddii. E fu cominciata
la detta torre, ovvero mura di Babilonia, settecento
anni appresso che fu il diluvio, e dumila trecento
cinquanta quattro anni dal cominciamento del secolo
infine alla confusione della torre di Babel. E tro-
viamo che si penò a fare anni cento sette : e le
genti viveano in que^ tempi lungamente. E nota che
in lunga vita, aveiydp pih mogli, aveano molti fi-
gliuoli e discendente e multiplicaro in molto po-
polo, tutto ^ fosse disordinato e sansa legge. Della
detta dttà di Babilonia lu primo re che cominciasse
battaglie Rino ftglivolo di Belo, disceso di Assur
figliuolo di Sem, il quale Mino fece la grande città
di Ninive; e poi dopo lui regnò Semiramide sua
moglie in Babilonia, che fii la più crudele e disso-
luta femmina del mondo, e questa fu al tempo di
Abraam.
CAPITOLO m.
Cam^ if pofi^ U numdo i» Ire parU^ e delia
prima detta Ano.
Per cagioi»^ dellfi detta confusione, convenne
di necessità eh' (^* tribi ^ e le schiatte de' viventi
ch'allora erano, si dipartissero e abitassonq diversi
paesi; e la prima generale partigione fu, che in
tre parti si divise il mondo, per le schiatte de'
primi tre figliuoli di Noè. La prima e maggiore
parte m chiamò Asia, Ut quale contiene quasi la
metade e più di tutta la terra ^bitata^ cioè tutta
la parte da levante, cominciando dal mare Oceano,
e Paradiso terrestre: partendosi dalla parte di set-
tentrione dal fiume di Tanai in Soldania che mette
foce in sul mare maggiore detto per la Scrittura
Pontico; e dalla parte di meiaodl si parte e con-
fina al diserto c)^ parte SoHa da Egitto, e per lo
fiume del Nilo ohe fa foce a panciata in Egitto, e
mette capo nel nostro mare. Questa parte d'Asia
contiene pjb pr9TÌi|0« \n si, Gamia, e Indii^ e Cal-
' »rfiocM, qmnUmqué.
3 €h$ i tHbi, cài h tata; da triko usatifsimo per
uni ìfffm49*
dea, e Persia, e Assiria, Mesopotanua, Media, Er-
minia, Georgia, e Turchia, e Seria, e molte altre
province. E questa parte abitare i discendenti di
Sem, il primo figliuolo di Noè.
CAPITOLO IV.
Della seconda parte del maado detta Affrica^
e de" suoi amfkU.
La seconda parte si chiamò Affrica, la quale
da levante conùncia i suoi confini dal sopraddetto
fiume del NOo, dal messogiorno infino nel ponente
allo stretto di Sibilia e di Setta, cinta e circondata
dal mare Oceano, che si chiama il mare di Libia ;
e dal settentrione confina col nostro mare detto
mittaterreno^. Questa parte ha in se Egitto, Numi-
dia, Moriena, e Barberia, e 1 Garbo, e '1 reame di
Setta, e più altre selvatiche province e diserti.
Questa parte fu popolata per gli discendenti di Cam
il secondo figliuolo di Noè.
CAPITOLO V.
Della ter%a parte del mondo detta Europa
e df* fnot c^/bM.
La teru parte del mondo si chiama Europa, la
quale cominda i suoi confini da levante dal fiume
detto Tanai, il quel è in Soldania, ovvero in Cuma-
nia, e mette nel mare della Tana nominato dal detto
fiume, e quel mare si chiama maggiojre; ui sul qual
mare e parte d' Europa si è parte di Cufnania, Ros-
sia, e Bracchia, e Bulgaria, e Abmia, atendendosi
sopra quel mare infine in Costantinopoli; e poi vano
il meuogiorno Saloniche, e l'isole d^Arcipelago |iel
nostro mare di Gracia, e tutta Grecia eooip|ien4e in-
fino in Acaia ov' è la Morea; cf poi si torce verso
settentrione il mara detto seno Adriatico, ^biamato
oggi Golfo di Yinegia, sopra il quale è parie di Ro-
mania verso Durauo, e la Schiavonia, e alcuno capo
d'Ungaria, e stendasi infino ad Istria, e Frioli, e poi
torna alla Marca di Trevigi, e alla città di Yinegia;
e poi verso \ì mezsogiorpo aggirando il paese d'Ita-
lia, Romagna, ^ Ravenna, e la Marca di Ancoim, e
Abruzsi, e Puglia, e vanne infiuo io Calavra allo 'n*^
contro a Messiua, e I'ìboIii di ^cilia ; e poi tornan-
do verso ponente per la riya del nosb'o mare 9 Na-
poli e Gaeta infino a Roma ; e poi la MareaMM e 1
paese nostro di Toscana infino a Pisa e Genova, la-
sciandosi allo 'ncontro l'isola di Corsica e di Sardi-
gna, conseguendo la Proenu, i|ipresso la CatalogMt
e Araona, e l'isola di MaioUca, e Granata, e parte di
Spagna infino allo stretto di Sibilia ove s'affironU
con Affrica in piccolo spasio di mate; e pei folge
a Hwna diritta in sulla riva di fieri del gnmde mare
1
1 MedUemmeo. I testi pia ipitichi lagone mUiflf^rrma,
mtUrterrmo, qaiiai dloes^ jpotto »h n^gso 0 terr^» •
qa«l modo che ^\i fatichi di^ro f^H^^ P^ h¥^ ^
meuo. Di qui ^n fptt» probabilità {( n^e fi «ar pT<'
DI GIOVANNI VILLANI.
9
Oceano, cireondando la Spagna, Castella, Portogallo
e Galizia verso tramontana, e Navarro, e Brettagna, e
Normandia, lasciandosi allo ^ncontro l' bole d' Irlan-
da; e poi conseguendo, Piccardia e Fiandra ed il
reame di Francia, lasciandosi allo ^ncontro verso tra-
montana, in piccolo spazio di partimento di mare,
risola dlnghUterra, che la grande Brettagna Ai anti-
camente chiamata, e Tisola di Scozia con essa. E poi
di Fiandra consegqendo verso levante e tramontana,
Isilanda, e Olanda, e Frisinlanda, Danesmarche, Nor-
vea, e PoUonia, conchindendo in se tutta Alamagna,
e Boemia, e Ungane, e Sassogna; e poi è Gozia e
Svezia, tornando in Bossia e Cnmania al sopraddetto
confine ove cominciammo del fiume di Tanai. Questa
terza parte cosi confinata ha in se molte altre pro-
vince in fra terra che non sono nominate in questo,
ed ò del tanto ^ la più popolata parte del mondo, pe-
rocché tiene al freddo, ed è più temperata. Questa
Europa prima fu abitata da' discendenti di Giafet il
terzo figliuolo di Noè, come faremo menzione appres-
so nel nostro trattato; ed eziandio secondo che rac-
conta Bscodio ^ maestro di storie, Noè in persona
con Giano suo figliuolo, il quale ebbe poiché fu il
Diluvio, pa vennero in questa parte d'Europa nelle
piqrlp 4'l*<di^ e là finì sua vita; e Giano vi rimase,
^ 41 M Pfcirono grandi signori e popoli, e fece
aiiolte cose in Italia,
CAPITOLO VI.
Co$M U re AUalanie nàto di quùUo grado di Già--
fei, figliuolo di Noè, prima tenne in Europa.
In tra gli altri principali, e che prima arrivasse
in questo postro paese d'Italia, partendosT'dalla con-
fo^ione della torre di Bab^l, fu Attalante ovvero At-
talo, il quale fìi figliiiplQ di Tagran, o Targoman che
fa figlinolo di Tirras, il quale fu figliuolo primo di
Giafet. Altri d^ottorì scrissono che questo Attalo fu
de^ discendenti di Cam il secondo figliuolo di Noè,
in questo modo; che Cam ingenerò Cus, e Cus in-
generò Nembrot il gigante, ond' è fatta menzione;
Nfinlli'ot ingenerò Crea, che fu il primo re e abita-
tore deir isola di Creti, che per suo nome così fU
nominata; Crea ingenerò Cielo, e Cielo ingenerò Sa-
turno, e Saturno generò Giove e Attalo. Di questa
niWU>qfi Qifxvio | re di Grecia e de' Latini ; ma non
pp}|rò il 4^^ A(Mil<uite ovvero Attalo; anzi troviamo
€Ì^ 4i Sf^^fv^Q napque Giove, come dice dinanzi^ e
Tajpfffio: ^ qmeUp QiQve re di Greti cacciò Saturno
a^ jHid^ 4^ v^S9f>y e venne bene Saturno in Italia,
e fi^ \f^ t^Hf/k di ^Mtrì detta Saturna, e di lui disce-
soAO poi i re d>9i Latini, come innanzi faremo men-
lì^e. Va i| distto Tantalo fu re in Grecia, e trovia-
190 4'ebbe grande guerra con Troio re di Troia,
i^'o^^ Ganimede figliuolo di Troio. Ma Terrore
> dd tanto vale iti prcpùraiane,
* Intendi Estodio o Metodìo, del quale liartino Polono
nellA sna cronica a pag. 7 (Basilea 1554) cita un passo
che toma a capello colle parole del Villani
* Questo dice k da riferire ad Estodio cronista.
dello scrittore Ai di Tantalo ad Attalo ; ma la vera
progenie fu da Attalo detto Attalante, come dicemmo
dinanzi.
CAPITOLO vn.
Come U re Attalante prima edificò la ciuà di Fiesole.
Questo Attalante ebbe una moglie ch'ebbe nome
Elettra. Questa Elettra moglie d' Attalo fu figliuola d'un
altro Attalante re, il quale fu de' discendenti di Cam
secondo figliuolo di Noè. Quello Attalante abitò in
Africa giù nel ponente, quasi di contro alla Spagna,
e per lui nominiamo prima il grande monte eh' è là,
monte Attalante, che si dice eh* ò sì alto che quasi
pare tocchi il cielo, onde i poeti in loro versi feciono
favole, che quello Attalante sostenea il cielo; e ciò fìi
che fu grande astrolago. E sue sette figliuole si con-
vertirò nelle sette stelle del Tauro che volgarmente
chiamiamo Gallule^. L'una di quelle sette sue figliuole
fu la sopraddetta Elettra moglie d' Attalante re di
Fiesole, il quale Attalante con Elettra sua moglie con
molti che '1 seguirò, per agurio^ e consiglio d' Apol-
lino suo astrolago e maestro, arrivò in Italia nel
paese di Toscana, il quale era tutto disabitato di gente
umana ; e cercando per astronomia tutti i confini di
Europa, per lo più sano e meglio assituato luogo che
eleggere si potesse per lui, sì si. pose in sul monte
di Fiesole, il quale gli parve forte per sito e bene
posto. E in su quello poggio cominciò e edificò la
città di Fiesole, per consiglio del detto Apollino, il
quale trovò per arte di stronomia, che Fiesole era
nel migliore luogo e più sano che fosse nella detta
terza parte del mondo detto Europa. Imperocch' egli
è quasi nel mezzo intra due nari che aeoerehiano
Italia, cioè, il mare di Boma e di Fisa che la scrittura
chiaipa MUtalerrena^ e il mare ovvero seno Adriatico,
che oggi s'appella il Golfo di Vinegia; e, per cagtone
de' detti mari e per le montagne che vi sono intoriio,
vi regnano i migliori venti e più sani ohe in altra
parte, e ancora per le stelle che signoreggiano so-
pra quello luogo. E la detta città fu fondata sotto
ascendente di tale segno e pianeta, che dà allegrezza
e fortezza a tutti gli abitanti più ch'in altra parte
d' Europa; e come più si sale alla sommità del monte,
tanto è più sano e migliore. E nella detta dttade ebbe
uno bagno, il quale era chiamato bagno reale, che
sanava molte infermitadi; e nella detta cittade venia
per meraviglioso condotto delle montagne di sopra a
Fiesole acqu^ di fontane pnissime e san^, onde la
città avea grande abbondai^a. E fece Attalante mu-
rare la detta città di fortissime mura, e di maravi-
gUose pietre e grossezza, e con grandi e forti torri,
e una rocca in su k sommità del monte di grandis-
sima bellezza e fortezza, ove abitava il dette re, sic-
come ancora si mostra e può vedere per le fonda-
* OaXMtj ffoUintUet gaUky nome velgare deUa eostéDa*
zione detta le pleiadi dai Greci.
^ Oggi ciugurioj e il volgo dice anche uria 0 preienH-
mmto. r ho cmi^urUf mi vim cer^ urie odasi spesso nel
contado, ad anche fare, dire a uria ima omo. Onde gli
antichi per augurio dicevan anche apiraf agmia.
10
CRONICHE
menta delle dette miira, e per lo sito forte e sano.
La detta città di Fiesole multiplicò e crebbe d'abitanti
in poco tempo, sicché tutto il paese e molto di lungi
a se signoreggiava. E nota ch'ella fu la prima città
edificala nella detta terza parte del mondo chiamala
Europa, e però fu nominata Fia sola, cioè prima
sanza altra città abitata nella detta parte.
CAPITOLO vin.
Come AtUUante ebbe tre figliuoli.
Italo, e Bardano e Sicano,
Attalante Re di Fiesole, poich'ebbe fatta la detta
città, ebbe d'Elettra sua moglie tre figliuoli; il pri-
mo ebbe nome Italo, e per Io suo nome fu il regno
d' Italia nominato, e ne fu signore e re; il secondo
figliuolo ebbe nome Dardano, il quale fu il primo ca-
valiere che cavalcasse cavallo con sella e freno. Al-
cuni scrissono che Dardano fu figliuolo di Gio>e re
di Creti e figliuolo di Saturno, come addietro è Fatta
menzione; ma non fu vero, perocché Giove rimase
in Grecia, e' suoi discendenti ne furo re e signori, e
sempre nemici de* Troiani, ma Dardano venne d'Ita-
lia, e fu figliuolo d'Aitalo, come la storia farà men-
zione. E Virgilio poeta il conferma nel suo libro del-
l'Eneide, quando li Dei dissero ad Enea che cer-
casse il paese d'Italia, là ond' erano venuti i suoi
anticessori eh' avevano edificata Troia, e così fu vero.
II terzo figliuolo d'Aitalo ebbe nome Sicano, quasi
in nostro volgare sezzaio, il quale ebbe una bellissima
figliuola nomata Candanzia. Questo Sicano n' andò
nell'isola di Cicilia, e funne il primo abitatore, e per
Io 600 nome hi prima l' isola chiamata Sicania, e
per la varietà di volgari degli abitanti é oggi da
loro chiamata Sicilia, e dai Taliani Cicilia. Questo
Sicano edificò in Cicilia la città di Saragosa, e fecela
capo del reame ond' egli fu re e i suoi discendenti
appresso per grandissimo tempo, come fanno men-
zione le storie di Ciciliani, e Virgilio nell' Eneide.
CAPITOLO IX.
Come Italo e Dardano vennero a concordia a cui
dofoesse rimanere la città di Fiesole e il
regno d'Italia,
Morto il re Attalante nella città di Fiesole, ri-
masero appresso di lui signori Italo e Dardano suoi
figlinoli; ed essendo ciascuno di loro signori di grande
coraggio, e che ciascuno per se era degno di signoreg-
giare il regno dltalia, sì vennero tra loro in questa
concordia, che dovessero andare con loro sacrifici a
sacrificare al loro Iddio alto Marte \ il quale adora-
vano; e fatti i sacrifici, il domandarono, quale di loro
dovesse rimanere signore in Fiesole, e quale di loro
dovesse andare a conquistare altri paesi e reami. Dal
quale idolo ebbono risposto ^, o per commissione
divina, o per artificio diabolico, che Dardano dovesse
andare a conquistare altre terre e paesi, e Italo do-
vesse rimanere in Fiesole e nel paese d' Italia. Al
quale comandamento e risponso così assegniro ^ che
Italo rimase nella signoria, e di lui nacquero grandi
signori, che appresso di lui signoreggiaro non sola-
mente la città di Fiesole e la provincia intorno, ma
quasi tutta Italia, e molte città v'edificaro; e la detta
città di Fiesole montò in grande potenzia e signoria,
infìnochè la grande città di Roma non ebbe stato e
signoria. E con tutta la grande potenzia di Roma,
sempre le fu la città di Fiesole nemica e ribella, in-
finoché per gli Romani non fu disfatta, come innanzi
farà menzione la vera storia. Lasceremo di più dire
al presente de' Fiesolani eh' a luogo e tempo tome-
remo alla storia, e seguiremo come Dardano si parti
di Fiesole, e fu il primo edificatore della grande città
di Troia, e l'origine dei re de' Troiani, ed eziandio
de' Romani.
CAPITOLO X.
Come Dardano arritò in Frigia, e edificò la città
di Dardania, che poi fu la grande Troia,
Dardano com'ebbe comandamento dal rispon-
so del loro Iddio, si parti di Fiesole con ApolKno
maestro e astrolago del suo padre, e con Candanzia
sua nipote, e con grande seguito di sua gente, ed
arrivò nelle parti d'Asia nella provincia che si chia-
mava Frigia, per lo nome di Friga dei discendenti di
Giafet che prima ne fu abitatore; la quale provincia
di Frigia si é di là dalla Grecia, passate Tisole d'Ar-
cipelago, in terra ferma, che oggi si signoreggia per
gli Turchi e si dice Turchia. In quello paese il detto
Dardano per consiglio e arte del dello Apollino co-
minciò ad edificare, e fece una città in sulla riva del
detto mare di Grecia, alla quale per lo suo nome
pose nome Dardania, e ciò fu 3200 anni dal comin-
ciamento del secolo. E così fu Dardania chiamata
mentre Dardano vivette, e eziandio i figlinoli.
CAPITOLO XI.
Come Dardano ebbe uno figliuolo eh* ebbe nome
Tritamo che fu padre di Troio, per lo quale la
città di Troia fu così chiamata.
Il quale Dardano ebbe nno figliuolo ch^ebbe no-
me Tritamo: di Tritamo nacqne Troio e Toraio, ma
Troio fu il piik savio e valoroso, e per la sua bontà
fu signore e re della detta città e del paese d'intor-
no, e con Tantalo re di Grecia figliuolo che fu di
Saturno re di Creti, onde fhcemmo menzione, ebbe
grande guerra. E poi dopo la morte del detto Troio,
per la bontà e senno e valenzia che in lui era re-
gnata, sì piacque al figliuolo e agli uomini della sua
città, che per lo suo nome sempre la detta città fosse
chiamata Troia; e alla principale e maestra porta della
città, per la memoria di Dardano, rimanesse il nome
che avea prima la città, cioè Dardania.
' n testo DavansAti legge : saerìfieca'e U loro Dio àUo
Marti Io sto coU'edisione Zanetd e coUe Oiantme.
' fu loro rispoHo,
> .
V>.
I
' M (secondo il) qwde amandammUo eoài etegmrono,
adoperarono.
»
Su
■I
BIBLIOTECA
CLASSICA ITALIANA
i.
SECOLO XIV.
]V#'91.
CRONICHE
DI
GIOVANNI, MATTEO E FILIPPO VILLANI.
19
CRONICHE
CAPITOLO XV.
Cùw^ I Greci che si partirono dair assedio di
Troia^ quasi tutti arrivarono male ^
DisbnlU Troia, i Greci che sì partirò dalF as-
sedio la maggior parte arrìvaro male, cbi per for-
tona di mare, e chi per discordie e guerre tra loro.
Lasceremo ora di ciò, e diremo dei Troiani che scam-
paro di Troia come arrìvaro, acciocché seguiamo
nostra stona, mostrando l'orìgine de** cominciamenti
de^ Romani e poi di noi Fiorentini, come dinanzi
promettemmo di narrare.
CAPITOLO XVI.
Come Eleno figliuolo del re Priamo co* figliuoli
d'Ettore si partì di Troia,
Intra gli altrì che scamparo e si partirò di Troia,
fa Eleno figlinolo del re Prìamo che non era uomo
d'arme, e con Ecoba sua madre, e Cassandra saa se-
rocchia, e con Andromaca moglie che fn d'Ettore,
e con due figlinoli d'Ettore piccoli garzoni, e con
più genti che gli seguirò, arrìvaro in Grecia nel paese
di Macedonia, e quivi rìcevuti da' Greci popolaro il
paese e fecero città; che Pirro figliuolo d'Achille
signore del paese prese per moglie Andromaca mo-
glie che fu d' Ettore di Troia, e di loro uscirò poi
grandi re e signorì.
CAPITOLO XVII.
Come Anti9èoro e Priamo il giotane^ partiti di
Troioj edificaro la città di VinegiOj e quella
di Padova,
Un'altra gente si parti della detta distruzione ;
ciò fu Antinoro che fu uno de' maggiorì signorì di
Troia, e fu fratello di Prìamo, e figliuolo del re Lao-
demonte, il quale fu incolpato molto del tradimento
di Troia, e Enea li sentì, secondo che scrìve Darìo;
ma Virgilio al tutto di ciò lo scolpa. Questo Antinoro
con Prìamo il giovane figliuolo del re Prìamo, ch'era
piccolo fanciullo, scampò della distruzione di Troia
con grande seguito di genti in numero di dodicimila,
e con grande navilio ^ per mare navicando, arrìvaro
nelle contrade ov'è oggi Vinegia grande città, e in
quelle isolette d'intorno si posero, acciocché fossero
franchi e fuorì d' ogni altra giurizione ^ e signorìa
' arrivaréj vale prender la noo, approdare. Usasi «oche
in significato att Dani Int e XVU. 8en verme e arrivò la
tetta e 'l bueto. Dal signif. di approdcure venne quello di
pervenire ad un luogo. F^gor. arrwew bene o male vale ca-
pitar bene o male, uecir a bene, a male, D Haccbiavelli
(commedia senza tìtolo, atto L se. L) disse : egli non fu
giammai femnina peggio arrivata di me,
' naivUio, naviglio, namle, vale moUitudine di Ugni da
ntmgore armati a guerraf oggi fiotta. Dicesi pare, senza
altro, armata.
' giorìsdiaione.
d' altra gente, e di quegli scogli furo gli primi a-
bitatorì; onde crescendo poi, si fece la gra&de città
di Vinegia, che prìma ebbe nome Antinora per lo
detto Antinoro. E poi '1 detto Antinoro si partì di
là e venne ad abitare in terra ferma ov' é oggi Pa-
dova la grande città, ed egli ne fu il primo abita-
tore e edificatore; e Padova le pose nome per^' era
infra paludi, e per lo fiume del Po che vi corre as-«
sai presso, che si chiamava Pado. Il detto Antinoro
mori e rimase in Padova, e infino al presente nostro
tempo si rìtrovò il corpo e la sepoltura sua con let-
tere intagliate, che faceano testimonianza com' era il
corpo d'Anlinoro, e da'Padovani fu rìnnovata sua se«
poltura, e ancora oggi si vede in Padova.
CAPITOLO xvra.
Come Priamo il ter%o fu re in Alamagna e' suoi
discendenti re di Francia.
Prìamo il terzo figliuolo di quello Prìamo che
con Antinoro avea edificata Vinegia, si partì con
grande gente del detto luogo e andonne in Pannonia,
cioè Ungherìa, e nel paese detto Sicambra; e cosi
la nominare e popolaro di loro gente, e per la pro-
dezza e virtù del detto Prìamo ne fu re e signore.
Questa gente erano chiamati Galli, ovvero Gallici per-
ch'erano biondi; e stettono nel detto luogo lungo
tempo, infino alla signorìa dei Romani, quando signo-
reggiavano la Germania, cioè Alamagna, infino al
tempo che regnava Valentiniano imperadore intorno
gli anni di Crìsto 367. Allora il detto imperadore
per cagione eh' e' detti Galli gli ataro ' conqui-
stare una gente eh' avevano nome Alani, i quali s'e-^
rano rubellati dallo ^mperìo di Roma, e per la loro
forza gli sottomisero allo 'mperìo, il detto impera-
dore li fece franchi dieci anni del tributo che do-
veano dare a'Romani, e d'allora innanzi furono chia-
mati Franchi, onde poi derìvò il nome de'Franceschi.
E a quello tempo era loro signore uno ch'avea nome
Prìamo, disceso pel lignaggio del prìmo Priamo che
venne in Sicambra. E morto Valentiniano imperadore,
e compiuti i detti dieci anni, i detti chiamati Franchi
rìfiutaro di dare il tributo allo 'mperìo, e per loro
fierezza si rubellaro da' Ronuini, e feciono loro si-
gnore Marcomene figliuolo del detto Prìamo, e ur
scirono del loro paese di Sicambra, e entrarono io
Alamagna, e in quella conquistaro città e castella
assai tra '1 fiume del Danubio e quello del Reno, le
quali erano alla signorìa de' Romani; e d' allora in-
nanzi li Romani non v'ebbono libera signorìa. E '1
detto Marcomene regnò nella Magna treni* anni, ma
ancora erano pagani. Appresso lui fu re de' Franchi
Ferramonte suo figliuolo, il quale per forza d'arme
entrò nel reame che oggi é chiamato Francia, e tol-
selo a'Romani. E per lo loro nome in latino fp chia-
mata Gallia, e in comune volgare Francia e gli UjO-
mini Franceschi, derivato dal sopraddetto nome dì
Franchi; e ciò fa nelli anni di Crìsto inlorno iì9.
aiatarono.
DI GIOVANNI VILLANI.
13
CAPITOLO XIX.
Cùme ferrtÈmonte fa U primo re di Francia^
e* suoi discendenti appresso,
FeMmotite primo re di Francia regnò quaranta
anni. Appresso Ini regnò Clodius, ovvero Clodoveo il
Capellntd dicioifo anni, e prese la città di Cambragio,
e *I paese d* intorno che teneano li Romani, e cac-
dògli infino al fiume di Somma in Francia. Appresso
lai regnò Heroveo suo figliuolo dieci anni, e molto
•vantò il suo reame. Appresso lui regnò Elderigo
sno figlinolo ventisei anni, ma per lo suo malo reg-
gimento, usando sua vita in lussuria^ fu cacciato dai
taroni, e toltagli la signorìa, e fuggissi nel Reno al
re Bazin, e M dimorò in esilio otto anni; poi fu rap-
pellato da^Francescbi. Ed ebbe uno figliuolo chiamato
OoTis, il quale presso lui regnò trentanni, e fu uo-
mo di grande valore, che conquistò Alamagna, e Co-
togna, e poi in Francia Orleans e Sassona, e tutte le
terre che teneano i Romani. E fu il maggiore e '1
pA possente de'^suoi anticessori^ e fìi il prìmo re di
Francia che fosse cristiano per conforto della sua mo-
gh'e chiamata Crociera, la quale era cristiana. Ed es-
sendo il detto Clovis assembiato ' ad una battaglia
eontm agli Alamanni, si botò^ a Cristo, s'egli avesse
vittoria per lo suo nome, si farebbe egli e sua gente
erisduio; e per virtù di Cristo cosi avvenne, onde si
tottex£ò per mano di santo Remigio arcivescovo a
ReBoia; e nel battesimo dimenticando la cresima, venne
visibilinente dal cielo una colomba che in becco Tad-
dnsae «1 beato Remigio; e ciò fu gli anni di Cristo
SOO. Appresso il detto Clovis detto Clodoveo regnò
Lotiierì sno figliuolo cinque anni, e appresso Lottieri
regnò ChUperìco suo figliuolo ventitre anni. Questi fu
litio uccidere dalla moglie chiamata Fredegonda cru-
detigtima; rimase di lui uno piccolo figliuolo di quat-
tro naesi il quale ebbe nome Lottieri, e regnò qua-
iSBtedae anni. Appresso di lui regnò Godoberto suo
figfinoio quattordici anni : questi fece fare la chiesa
£ sotto Dionigi in Francia. Appresso lui regnò Clovis
S80 figlinolo diciassette anni. Questi fu di mala vita,
e BM>Ito abbassò il reame; ebbe tre figliuoli, Lottieri,
Taderlgo, e Elderigo. Appresso Clovis regnò Lottieri
«oo prìmo llg^nolo tre anni; poi fu re Tederigo suo
fnbeBo un anno, e fti disposto ^ del reame da^ suoi
hmraaà per sna misera vita, e rendèsi monaco a san
Mdii%ì; e fbciono re Elderigo terzo fratello, il quale
regnò anni dodici. E morto Elderigo, fu tratto della
Iftdii di san Dionigi Tederigo monaco, e rifatto re,
e regnò poi dodici anni, con tutto che poco si sa-
pesse intmnettere del reame; anzi il governava uno
graode Barone di Francia suo balio ^ ch^ avea nome
flérfflsre. Ma il primo Pipino il quale era de^ mag>
fforf sfgnori di Francia figliuolo d^ Ancherse, e per
Ito avo podere, veggendo male governare n reame, e
'H a haUagliaf ad ostef ed anche semplice-
4MS»embittr9Ì vale aaaembrani, radunarsi, disporsi,
in orcBne per combattere.
* Lo seambio del v in & tra gli antichi scrittori è co-
« aio.
per essere signore e balio del regno, si combattè col
detto Tederigo re e con Uertaire suo balio, e scon-
fissegli in battaglia, e uccise il detto Uertaire, e Te-
derigo re mise in prigione, e vivette tre anni. E
dopo la sua morte fu fatto re Clovis suo primo fi-
gliuolo, e regnò sotto il governo di Pipino (che di
tutto era balio sovrano) quattro anni. E dopo lui re-
gnò Idelberto fratello del detto Clovis diciotto anni;
e poi regnò Dangoberto suo secondo figliuolo quattro
anni; e poi regnò Lottieri il quarto suo figliuolo due
anni. E tuttora alla signoria deMetti re era Pipino so-
vrano balio e governatore di tutta Francia, e fu mentre
che fa in vita. E poi regnò Chilperico figliuolo del detto
Lottieri cinque anni, e suo general balio fn Carlo
Martello figliuolo del primo Pipino, il quale ebbe
della sua amica scrocchia di Dodone duca d^Equita-
nia. Questo Carlo Martello fu uomo di grande valore
e potenzia, bene avventuroso in battaglia: e conqui-
stò tutta Alamagna, Savoia, e Baviera^ e Frigia, e
Lotteringia, e recolle sotto il reame di Francia. Del
sopraddetto Chilperico fu uno figliuolo chiamato Te-
derigo, il quale regnò quindici anni al governo del
detto Carlo Martello. Appresso lui regnò Elderigo
suo figliuolo nove anni; ma non avea se non il nome,
e Carlo la signoria. E poi, morto Carlo Martello, il
secondo Pipino figliuolo del detto Carlo fìi sovrano
balio del reame come era stato il padre. Elderigo re,
essendo uomo di poco valore, con volontà del papa
Stefano che allora regnava, per molti servigi fatti
per lo detto Pipino a Santa Chiesa, e per Carlo Mar-
tello suo padre, come innanzi farà menzione, e con
volontà di tutti gli baroni di Francia, il detto Elde-
rigo re, siccome nomo disutile al reame, fu disposto
della signoria, e rendèsi monaco, e mori sanza fi-
glinoli, e in lui falli ^ il primo lignaggio de^ re di
Francia della schiatta di Priamo. E disposto il detto
Elderigo re, come detto è di sopra, fu eonsegrato re
di Francia per lo detto papa, e con volontà de^ ba-
roni, il buono Pipino, e fu fatto decreto per lo papa,
che mai non potesse essere re di Francia altri che
di suo lignaggio; e ciò (a gli anni di Cristo 751.
CAPITOLO XX.
Come il secondo P^no padre di Carlo Magno
fa re é^ Francia,
Del sopraddetto re Pipino discese il buono Carlo
Magno suo figliuolo, il quale fìi re di Francia e im-
peradore di Roma; e appresso lui fiirono sei suoi di-
scendenti imperadori di Roma, e piii re di Francia,
come innanzi faremo menzione, ove tratteremo del
detto Carlo Magno e de^ suoi discendenti; ma per la
loro discordia fallì loro lo ^mperio, ed eziandio il
diritto stocco ^ reale di Carlo Magno venne meno
al tempo d' Ugo Ciapetta duca d* Orliens, fl quale
fu poi re di Francia, e sono ancora i suoi discen-
denti. Onde noi in questo in brieve quando fia tem-
po ne tratteremo, imperocché la loro signoria si
mischia molto ne' nostri fatti della città di Firenze,
come innanzi foremo menzione. Lasceremo de^ Frana-
si spense. ^ legoaggio.
14 I
ceeelii, e toneremo addietro alla vera Storia d'Enea
di Troia onde diacesono gli re e pai gì' imperadorì
roBuuti, loniando a nostra meterìa poi della edìBci-
zione dì Fireue falla per li Romani.
CAPITOLO XXI.
t parli di Troia e
in Affrica.
arrivò a Carlagine
Ancora li partì della detta distruzione di Troia
Enea eoo Anchiie sao padre, e con Ascanio sdo fl-
glinolo nato di Creusa flgliaola del grande re Prìi-
ino, eoo seguito di tremila trecento uomini della
migliore gente di Troia, e rìcolsonsi in su ventidae
uvi Qneeto Enea fu della schiatta reale de' Troiani
in questo nodo : che Ansaraco flglioolo di Troio e
fratello d* Ilio, onde al cominciamento è fatta men-
lione, ingenerò Danao, e Damo ingenerò Anchiie, e
AnchisB ingenerò Enea. Questo Enea fu signore dì
grande valore, savio, e di grande prodesza, e bel-
lissimo del corpo. Quando si partì di Troia co' suoi,
con grande pianto, avendo perduta Creuaa sua mo-
glie allo stormo ' dei Greci , st o' andò prima al-
l' isola d'Ortigia , e sacrìflcio fece ad Apollo Iddio
del iole, ovvero Idolo, donandaDdo consiglio e ri-
sponso in quale parte dovesse andare ; dal quale
ebbe rìsponso e comandamento che dovesse andare
nel paese e terra d' Italia, li onde prima erano ve-
nuti a Troia Dardano e' suoi anticessori, e dovesse
entrare in Italia per lo porto ovvero foce del finme
d'Albola; e dissegU per lo detto risponso, che dopo
molte fatiche di mare e battage oells dette terra
d* Italia, avrebbe moglie e grande signorie, e della
sua schiatta earebbono possenti re e imperadori,
quali fisrebbono grandissiaae e notabili cose. Uditi
ciò. Enea tu molto riconfortato per la buona risposta
e promessa: iDCOntanente si mise in mere con
genti e navile, il qnale navicando per più tempo
ebbe di molte fortuoe, e arrivò in molli paesi,
prima nella contrada di Macedonia ov' ereno già 1
leno, e la moglie, e '1 figliuolo di Ettore: e dopo la
dolorosa accoglìenia per le rìcordanu delle mina <l
Troia, si partirò. E navicando per diversi mari, ori
innanzi, e ora addietro, o a traverao, come genti
lÉ gnndi maestri ni
I loro che gli guidas-
la fortuna e' venti del
irisola di Cicilia eh'
ire è oggi la città di
quale luogo Anchise
veccbieua passò di
fu soppellito a loro
B dopo il grande
«ro padre , di là
: e per grande fo
etta conserva ^ delle
l'altra un'altra. E
a la gente profondò
d'Affrica, non aap-
piendo l'una dell'altra, li dove li facea la nobile
città di Cartagine per la possente e bella reina Di-
do venuta là da Sidonia, che oggi si chiama Suri ;
le quale, il detto Enea e Ascanio soo figlinolo, e
latta sua gente delle ventuna navi che e quello por-
to si ritroverò, la dette reina accolse eoa grando
onore, e meggiormenle , perchè la detta reina di
grande amore fu presa d' Enee incontenente che 1
vide , per modo che per lei vi dimorò Enea ptt
tempo in tanto diletto, che non si ricordava del oo>
mandamento degli Dei cbe dovesse andare in IlaUa ;
e per sogno, ovvero visione, per gli detti Dei gli fìt
comandato, che più non dovesse dimorare in Affrica.
Per la qual cosi sobilamente con sua gente e navilio
si parti di CarUgine; e però la detta reina Dido per
lo smaniente emore colla spada del detto Enea ella
medesima se accise. E chi questa storie più piena-
mente vorrà trovare, legga il primo e secondo libro '
dell'Eneide cbe fece il grande poeta Virgilio.
CAPITOLO xxn.
Cowte Enea ormò hi tlatìa.
Partito Enea d'Affrica, ancora capitò in Cicilia
li dove avea soppellito il padre Anchise, e io quello
luogo fece I' annovale * del padre con grandi gino-
rifici, e rìcevettooo grande onore da Aoeata
allora re di Cicilia, per lo antico parentado de*Tro-
ieni discendenti di Sicano di Fiesole. Poi si parti
di Cicilia e arrivò in Italia nel golfo di Baia, cha
oggi si chiama JHore moria , al cepo dì Hiseno
assai presso dov'è oggi Napoli; nelle quel contrada
boschi e selve grandissime, e per quelle andando
Enea, per fatale guida della Sibilla Brittea menalo ta
a vedere l' inferno e le pene che vi sono, e poi fl
limbo; e secondo che racconta Virgilio nel sello li-
bro dell'Eneide, vi trovò e conobbe l'ombre, ovvero
imagini dell'anima del suo padre Anchise, e di Dido,
e di più altre anime passate. B per lo detto suo pa-
dre gli fu mostrato, ovvero per visione notifloato,
tutti i suoi discendenti e loro lignorie, e quelli che
daveano fare la grande città di Roma. E dicesi per
li più, che in quello luogo ove fu per la lavia Si-
billa menalo, fue per le divene caverne di monte
Barbaro il quale è sopra Pouuolo, che ancora al di
d'aggi sono merevigliose e psnrose a riguardare: a
altri avvisano e atimeno, che per virtù divina o per
arte magica ciò fosse mostrato ad Enea in visione dì
spirito, per significargli le grandi cose che doveano
uscire e essere dei suoi discendenti. He quale che sì
fosse, come uscì dello inferno, sì parti; e entrato in
tegnendo le piagge e la foce del Bntne del
Tcvero detto Albola, entrò e arrivò, e disceso in
terra, per agurio e per segni conobbe eh' era arri-
vato nel paese d' Italia, che dagl' Iddìi gii era prò-
con grande festa e sllegreaza fecero fine
elle loro fatiche del navicare, e cominoiaro e Aire
' DsUb morie di Didoue
0 Aincreo, ' disgnonse. abbia latto uiche il quarto.
' inniveriario.
1 saprà punto chi non
DI GIOVANNI VILLANI.
15
loro abitacoli e forteue di fossi e di legname delle
loro navi E quello luogo fu poi la città di Ostia ; e
quella fortezza feciono per tema de' paesani, i quali
per paura di loro, siccome gente straniera e da' loro
costumi salvaggia, e per nimici gli trattavano, e più
battaglie ebbono co^ Troiani per cacciarli del paese,
delle quali i Troiani di tutte furono vincitori.
CAPITOLO XXffl.
Come U re Latino signoreggiava Italia^ e come
Enea ebbe la figliuola per moglie^ e tutto
il suo regno.
Signoreggiava in quello paese il regno (ond'era
principale la città di Laurenzia, cbe era presso dove
è ora la città di Terracina e ancora appare disfatta)
il re Latino, il quale fu de' discendenti del re Sa-
turno cbe venne di Greti, quando fu cacciato da
Giove suo figliuolo, come dinanzi facemmo menzio-
ne. B quello Saturno arrivò nel paese di Roma che
aDora signoreggiava Giano uno dei discendenti di
Noè; ma la gente era allora molto grossa ^ e vi-
veyano, quasi come bestie, di frutta e di ghiande,
e abitando in caverne. Quello Saturno savio di scrit-
tura e di costumi, per suo senno e consiglio addi-
rixsò que' popoli a vivere come gente umana, e fe-
celi lavorare terre « piantare vigne, e edificare case,
e terre e città murare, e della città di Sutri detta
Satnma fu il primo edificatore, e per lui così ebbe
nome, e fu in quella contrada per lo suo studio
prima seminato grano, onde quelli del paese V ave-
vano per uno Iddio ; e Giano medesimo che n' era
signore il si fece compagno, e li diede parte nel re-
gno. Questo Saturno regnò in Italia trentaquattro
anni, e dopo lui regnò Pico suo figliuolo anni tren-
lono; e dopo Pico regnò Fauno suo figliuolo ven-
tÌDOve anni, e fu morto da' suoi : di Fauno rima-
soBO Lavino e Latino. Quello Lavino edificò la città
di Lavina; e poco regnò Lavino; e morto lui rima-
se il regno a Latino, il quale alla città di Lavina
mutò il nome in Laurenzia, perchè in sulla mastra
torre nacque uno grande albore d'alloro. Il detto La-
tino regnò trentadue anni, e fu molto savio, e molto
anmendò la lingua latina. Questo re Latino avea so-
lamente una figliuola bellissima chiamata Lavina, la
quale per la madre era promessa a uno re di To-
scana ch'avea nome Turno della città d'Ardea, oggi
chiamata Cortona. Toscana ebbe nome il paese e pro-
vincia, perocché vi furono i primi sacrificatori agli
Mdii con fummo d'incenso, detto tuscio. Venuto Enea
nel paese, richiese pace al detto re Latino, e che
potesse abitare in esso; dal quale Latino fu ricevuto
graziosaniente, e non solamente datogli licenza d' a-
bìtanri, ma gli promise Lavina sua figliuola per mo-
glie, perocché per fatale comandamento degli Dei
area, che la dovesse maritare a straniero e non a
nomo del paese. Per la qual cagione, e per avere il
retaggio del re Latino, grandi battaglie ebbe' da
e Turno, e que* di Laurenzia per piò tempo ;
il quale Turno uccise in battaglia il grande e forte
gigante Pallas figliuolo di Evandro re dei sette colli
ov' è oggi Roma, il quale era venuto in aiuto a E-
nea; e morinne la vergine Camilla per mano d'E-
nea, ch'era maravigliosa in arme. Alla fine il detto
Enea vincitore dell' ultima battaglia, e morto di sua
mano Turno, Lavina ebbe per moglie, la quale molto
amava Enea, e Enea lei, e ebbe la metà del regno
del re Latino. E dopo la morte del re Latino, che
poco vivette poi. Enea ne fu al tutto signore, il
quale dopo la morte del re Latino regnò tre anni e
morio: il modo non si sa di certo. Queste istorie
Virgilio poeta pienamente fa menzione nell'Eneide; e
nota che in ogni cittade che avesse rinomo ^ o poten-
zia avea uno re, che alla comparazione de* nostri
presenti tempi, era ciascuno re di piccolo essere e
potenzia.
CAPITOLO XXIV.
Come Giulio Ascanio figliuolo d" Enea fu re ap-
presso luin e gli re e signori che tUscesono di
sua progenia.
Morto Enea, Giulio Ascanio suo figliuolo ri-
mase signore del regno de' Latini, e Lavina la mo-
glie d'Enea rimase grossa di lui d'uno figliuolo; la
quale per paura che Ascanio suo figliastro non uc-
cidesse lei e la creatura, si fuggi in selve ad abi-
tare con pastori, tanto ch'ella si diliberò, e fece uno
figliuolo il quale fu chiamato Silvio Postumo: Silvio
perchè nacque in selva: Postumo perchè la madre
rimase incinta di lui morto il padre Enea. Quando
Ascanio seppe ove Lavina sua matrigna era, e come
avea uno figliuolo il quale era suo fratello, mandò
per lei e per lo figliuolo ohe venisse sanza alcuna
dottanza' e lei e '1 suo figlinolo venuti, gli trattò
benignamente, e alla reina Lavina e al suo figliuolo
lasciò la signoria della città di Laurenzia, ed egli
edificò la città di Alba ovvero Albania, al tempo di
Sansone d'Isdraele lo forte; la quale Albania è
presso dov' è oggi Roma; e di quella fece capo del
suo regno e de' Latini uno ^ co' Troiani. B la detta
città fece per agurio, che quando Enea ed egli
arrivaro nel paese, in quello luogo ove edificò la
detta città, trovaro sotto un leccio una troia bianca,
con trenta porcellini bianchi, e però, e per la me-
moria di Troia la edificò, e pose nome Troia Al-
bania per la sopraddetta troia bianca; ma poi gli
abitanti la chiamarono pure Albania, onde più re fu-
rono appresso, come innanzi faremo menzione. B il
detto Ascanio regnò appresso Enea trentotto anni, ed
ebbe dne figlinoli; l'uno fu chiamato Giulio onde nac-
que la progenie de' Giulii, onde poi fhrono i re di
Roma, e Giulio Cesare, e Catellina, e più nobOi Ro-
mani sanatori e consoli furo di quella schiatta; Taltro
ebbe nome Silvio per lo zio figliuolo di Lavina. Que-
sto Silvio s'innamorò d'una nipote di Lavina ; e di
lei ebbe nno figliuolo, nel qual partorendo ella mo-
rio, e però gli fu posto nome Bruto; e crescendo
poi, disavvedutamente in uiia foresta cacciando, uc-
^ il^noraiite* ' vi ebbero tm.
fama. ^ timore, dubbio. ' insismc.
18
CRONICHE
pretori, e censori, e cìlìarche *. E in qaesto lempo
ebbe in Roma più diverse mutazioni e guerre e bat-
taglie Don solamente co^ vicini, ma con tutte le na-
zioni del mondo; i quali Romani per forza d* arme e
virtù e senno di buoni cittadini, quasi tutte le Pro-
vincie e reami e signori del mondo dooiaro, e recaro
sotto loro signorìa, e fedono loro tributarie con gran-
dissime battaglie e uccisioni di molti popoli del mondo,
e di Romani medesimi, in diversi tempi, quasi innu-
merabile a contare. E ancora tra' cittadini medesimi
per invidia della signoria e questioni da'grandi e'po-
polani, e riposando le guerre di fuori, molte bat-
taglie, e tagliamenti per più volte tra cittadini ebbe;
e a giunta a ciò, di tempi in tempi pestilenze incom-
portabili ebbono li Romani : e questo reggimento durò
infino alle grandi battaglie che furo tra Giulio Cesare
e Pompeo, e poi co* figliuoli, il quale vinto da Ce-
sare, il detto Cesare levò Tuficio de'consoli e ditta-
tori, ed egli primo si fece chiamare imperadore. E
appresso lui Ottaviano Augusto, che signoreggiò in
pace dopo molte battaglie tutto F universo mondo,
al tempo che nacque Gesù Cristo, anni 700 dopo la
edificazione di Roma; e così mostra che Roma si
reggesse a signoria di re 25A anni, e di consoli 450
anni, siccome di sopra avemo detto, e ancora più di-
stesamente per Tito Livio, e più altri autori. Ma nota
che la grande potenza de'Romani non era solamente
in loro, se non per tanto cVerano capo, e guidatori:
ma lutti gli Toscani principalmente, e poi tutti gì" I-
taliani seguivano nelle guerre e nelle battaglie loro,
ed erano lutti chiamati Romani. Ma lasceremo omai
l'ordine delle storie de'Romani e degrimperadori, se
non in tanto quanto apparterrà a nostra materia, tor-
nando al nostro proposito della edificazione della città
di Firenze, come promettemmo di dire. E avemo fatto
si lungo esordio perchè ci era di necessità ^ per di-
mostrare come l'origine de' Romani edificatori delia
città di Firenze, siccome appresso sarà menzione, fu
estratto di nobili Troiani; e Torigine e cominciamento
di Troiani nacque e venne da Bardano figliuolo dello
re Attalante della città di Fiesole, siccome brieve-
mente avemo fatta menzione ; e de' discendenti poi
nobili Romani e deTiesolani, per la forza de'Romani
fatto è uno popolo chiamati Fiorentini.
CAPITOLO XXX.
Come in Roma fu fatta la congiurazione
per Caiellina e $uoi $eguacL
Mei tempo ancora che Roma si reggeva alla si-
gnoria di consoli, anni da 680 poiché la detta città
fu fatta, essendo consolo Marco Tullio Cicerone e
Caio Antonio, e Roma in grande e felice stato e si-
gnoria, Catellina nobilissimo cittadino, disceso di sua
' (HUarche o céUarche v. a. capo di mille soldati, di
greca origine, usato pur dai latini: cA^torcAet, diUiarcui,
' Da una colonia di Fiesolani, intorno a' tempi della
caduta della Repubblica romana, originò Firenae. Qaesta
opinione è por seguita dall' iUostre signor Beomont nelle
sue Tavole eronologiéhé e mncrow deWa Storia Fiorentina,
vero tesoro di storica erudiaiona .
progenia della schiatta reale di Tarquinio, essendo
uomo di dissoluta vita, ma prode e ardito in arme,
e bello parlatore, ma poco savio, avendo invidia di
buoni uomini e ricchi e savi che signoreggiavano la
città, non piacendogli la loro signoria, congiurazione
fece con più altri nobili ed altri seguaci disposti a
mal fare, e ordinò d'uccidere gli consoli e parte de'
sanatori, e di disfare loro uficio, e correre, e ruba-
re, e mettere da più parti fuoco nella città, e poi
farsene signore: e sarebbegli venuto fatto, se non che
fu riparato per lo senno e providenza del savio con-
solo Marco Tullio. Cosi si difese la città di tanta pi-
stilenzia, e trovata la detta congiurazione e tradi-
mento, e per la grandezza e potenza del detto Ca-
tellina, e perchè Tullio era nuovo cittadino in Roma,
venuto il padre da Capova ovvero d'un' altra villa di
Campagna, non ardi di fare prendere Catellina né
giustiziare, come al suo misfaUo si convenia; ma per
suo grande senno e bello parlare il fece partire della
città; ma più de'suoi congiurati e compagni, de'mag-
giori cittadini, e tale dell' ordine de' sanatori, che
partito Catellina rimasero in Roma, fece prendere, e
nelle carcere facendoli strangolare morirò, siccome
racconta ordinatamente il grande dottore Sallustio.
CAPITOLO XXXI.
Come CaieUina fece ribeilare la città di Fiesole
alla città di Roma.
Catellina partito di Roma, con parte de' suoi
seguaci se ne venne in Toscana^ ove Manlio uno de'
suoi principali congiurati e capitano, era raunato con
gente nella città antica di Fiesole. E venuto là Ca-
tellina, la detta Città dalla Signoria de' Romani fece
rubellare, raunandovi tutti gli rubelli e sbanditi di
Roma e di più altre province, e gente dissoluta e dis-
posta a guerra e a mal fare, e cominciò aspra guerra
a'Romani. Li Romani sentendo ciò, ordinaro che Caio
Antonio consolo e PubHo Petreio con ulia milizia di
cavalieri e popolo grandissimo venissono in Toscana
ad oste contro alla città di Fiesole, e contro a Ca-
tellina, e mandaro per loro lettere e messaggi a
Quinto Metello che tornava di Francia con grande o-
ste di Romani, che sindgliante fosse colla sua forza
dall'altra parte all'assedio di Fiesole, e per seguire
Catellina e suoi seguaci.
CAPITOLO xxxn.
Come Catellina e suoi seguaci furono sconfitti
da' Romani nel piano di Piceno.
Sentendo Catellina eh' e' Romani venieno per
assediarlo nella città di Fiesole, e già era Antonio e
Petreio con loro oste nel piano di Fiesole in sulla
riva del fiume d'Amo, e aveano novelle come Me-
tello era già in Lombardia coU'oste sua di tre legioni
che venia di Francia, e veggendo che 'l soccorso che
aspettava de' suoi eh' erano rimasi in Roma gli era
fallito, diliberò per suo consiglio di non rìnohiudersi
nella città di Fiesole, ma d'andar in Francia ; e però
DI GIOVANNI VILLANI.
19
di quella città ei partì con sua genie e con uno si-
gnore di Fiesole ch^àvea nome Fiesolano,e fece fer-
rare i suoi cavaffi a ritroso, acciocché partendosi, le
ferrate ' de^ cavalli mostrassono che gente fosse en-
trata in KesoTe e non uscita, per fkr badare i Ro-
mani alla dttl, e poterne andare pih salvamente. B
di notte parato per isdiifare Metello, non tenn'e il
diritto «àmttiiito dell' Alpi, che noi chiamiamo T alpe
di Bolcyi^a, thà M mise per Io piano di eosta alle
moAtlighe, e étmò di 11 ov'è oggi la città di Pistoia
nel Tàdgo detto Campò à Piceno, ciò fìi di sotto ov*è
oggi il castello di Kteccio, per intendimento di va-
licare ]^r ^éllà via TAlpi Appennine, e riuscire Iti
LombàirdiM; ma Sentendo poi stia partita Antonio e Pe-
treio, incontanente il seguirò con loro oste per Id
piano, sicché 11 sopraggiunsero nel detto luogo, e
Metello d^ altra parte fece mettere guardie a*" passi
delle montagne, acciocché non potesse per quelle
passare. Catellina veggendosi così distretto e che nòh
pdtevti schifare la battaglia, si mise alta fortuna del
combMtèrlB egli e" iixoi con grande firanchezzà è ar-
dere, itèllà k|ualè battai^lia ebbe grande tagOamèhto
di AonìàMi d' enth) % e di rubellf, é di FiesòlaM :
allii fine deir aèpra battaglia Catellina fu in quello
Inogt) di Kceno Sconfitto e ihorto con tutta sua gen-
te; e 1 ctmpó Hìna^e a' Romàni con dolorosa vitto-
ria, per ittodo tbte i detti due consoli con veiiU a
cavallo scampati sanza più, per vergogna noil ardirò
tornare in Roma. La qual cosa dai Romani non si po-
tea credere, se prima i sanatori non vi mandaro per
vedere il vero, e quello trovato, grandissimo dolore
n'ebbe in Roma. E chi questa storia più appieno vuole
trovare, legga il libro di Salhistio detto Catellinario.
I tagliati e' fe<Hti^ della gente di Catellina scam-
pati di morte della battaglia, tutto fossono pochi,
81 ridossero ov' é oggi la città di Pistoia, e quivi
eoa vili abitacoli ne furono i primi abitatori per gue-
riffe di loro piaghe^ B poi per lo buòno sito e grasso
I0090 moltiplicando i detti abitanti, i quali poi edifi-
oaro la città di Pistoia, e per la grande mortalità e
piotolema che fii presso a quel luogo e di loro gente
e di Rontairii le posero nome Pbtoia ; e però non é
da tairavigliare se i Pistoiesi sono stati e sobO gente
^ guerpk Aeri e crudeli intra loro e con altrui, es-
sendo stratti del sangue di Catellina e del rimaso di
sua così fotta gente, sconfitta e tagliata in battaglia.
CAPITOLO XXXUl.
Cerne Metello con sue nUlhie fece guerra
a* Fiesolam,
DeiffOìétkè Metello il quale era in Lombardia
presso alle montagne dell' Alpi Appennine nelle con-
trade di Modoaa, udita la sconfitta e morte di Ca-
leiiiDa, tostasMnte venne con sna oste al luogo do-
y'^erB atela la battaglia, e veduti i morti, per istupore
iieilm dnrersa e grande mortalità temette, maraviglian-
doai come di cosa impossibile. Ma poi egli e la tfua
genio igtsalmente spogliò il campo de^ suoi Romani
come quello dc*mmici, rubando ciò che vi trovarono;
e ciò fatto venne verso Fiesole per assediare la cit-
tà. 1 Fiesolani vigorosamente prendendo Tarme, uscirò
della città al piano, combattendo con Metello e con
kua osb, e per fòrza il ripinsòno e cacciaro di là
dal fiuihé d^Arho con grande danno èi sua gente, il
quide co^suoi in su i colli ovvero ripe del fiume, s'ac-
campò; e^PTébolani con loro oste si misero dall'altra
parte del fiume d'Amo verso Resole.
CAPITOLO XXXIV.
'Come ÈeteHo e Fiorino sconfissono i Ftesolani,
Metello la notte vegnente ordinò e comandò,
che parte della sua gente iì lungi dall'oste de' Fie-
solani pàssassono il fiume a'Amo> e sì rìponessono
in aguato tra la città di Fiesole, e l'oste de'Fiesolani,
e di quella gente fece capitano Fiorino nobile citta-
dino di Roma della schiatta de' Fracchi, ov\'ero Fio-
racchi, il quale era suo pretore, eh' é tanto a dire
come mariscalco ^ di sua oste; e Fiorino, come per
10 consolo fue comandato, così fece. La mattina al
fare del giorno, Metello armato con tutta sua gente
passando il fiume d' Arno, cominciò la battaglia a'
Fiesolani, e' Fiesolani difendendo vigorosamente il
passo del fiume, nel fiume d' Arno sosteneano la
battaglia. Fiorino il quale era colla sua gente nelF a-
guato, coihe vide cominciata la battaglia, uscì fran-
camente al di dietro al dosso de' Fiesolani che nel
fiume combatteano con Metello. I t^iesolani sprovve-
duti ^ deir aguato, veggendosi subitamente assaliti
per Fiorino di dietro e da Metello dinanzi, sbigottiti
gittàròno l'armi e fuggirò sconfitti verso la città di
Fiesole, ónde molti di loro furono morti e presi.
CAPITOLO XXXV.
Come i Romani la prima tolta assediaro Fiesole
e come mor\- Fiorino,
Sconfitti e cacciati i Fiesolani della riva d'Arno,
FioriUo pretore coli' oste de' Romani pose campo di
là dal fiume d'Arno verso la città di Fiesole, che v'a-
veva due villette, l' una si chiamava villa Arnina, e
l'altra Camarte, ovvero Campo 0 domus Martis^ ove
i Fiesolani alcuno giorno della semmana^ faceano
mercato di tutte cose con loro ville e terre vicine.
11 consolo fece con Fiorino decreto, che ninno do-
vesse vendere né comperare pane, 0 vino, 0 altre
cose che ad uso di battaglia fossono, se non nel
campo ov' era posto Fiorino. Dopo questo. Quinto
Metello consolo mandò incontanente a Roma che man-
dassero gente d' arme all' assedio della città di Fie-
sole, per la quale cosa i sanatori feciono ordine che
Giulio Cesare, e Cicerone, e Macrino con più legioni
di genti armati dovessero venire all'assedio e distru-
zione di Fiesole, i quali venuti, assediaro la detta
città. Cesare pose suo campo nel colle ohe soprastava
la cittade; Macrino nell'altro colle ovvero monte; e
' fedeli. * feriti.
' marescifJlo. ' inconsapevoli. ** /settimana.
20
CRONICHE
Cicerone dall*aUra parte; e cosi slettono per sei anni
all'assedio della detta città, avendola per lungo as-
sedio e per fame qnasi distrutta. E simigliante que'
dell'oste per lungo dimoro e per più difetti scemati
ed affieboliti^ si partirò dall'assedio, e si ritomaro a
Roma, salvo che Fiorino vi rimase all' assedio con
sua gente nel piano ov'era prima accampato, e chiu-
sesi di fossi e di steccati a modo di battifoUe *, ovvero
bastila, e tenea molto afflitti i Fiesolani, e così gli
guerreggiò lungo tempo ^. Poi assicurandosi troppo,
e avendogli per niente, e i Fiesolani ripresa alcuna
lena, e ricordandosi del male che Fiorino avea loro
fatto e faceva, subitamente, e come disperati, si mi-
sero di notte con iscale e con ingegni ad assalire
il campo, ovvero battifolle di Fiorino, ed egli e la
sua gente con poca guardia, e dormendo, non pren-
dendo guardia de' Fiesolani, furono sorpresi; e Fio-
rino, e la moglie, e' figliuoli morti, e tutta sua oste
in quello luogo furono quasi morti, che pochi ne
scamparono; e il detto castello e battifolle disfatto,
e arso^ e tutto abbattuto per gli Fiesolani.
CAPITOLO XXXVI,
Come per la morie di Fiorino i Romani tomaro
air assedio di Fiesole.
Come la novella fu saputa a Roma, gli consoli
e' sanatori e tutto il comune dolutosi della disav-
ventura avvenuta al buono duca Fiorino, incontanente
ordinaro che di ciò fosse vendetta, e che oste gran-
dissima un* altra volta tornassero a distruggere hi
città di Fiesole, intra' quali furono eletti questi du-
chi: Rainaldo conte, Cicerone, Teberìno, Macrino,
Albino, Gneo Pompeo, Cesare, Camertino Sezio conte
Tudertino, cioè di Todi, il quale era con Giulio Ce-
sare e di sua milizia. Questi pose suo campo presso
a Camarti, quasi ov' è oggi Firenze ; Cesare si pose
a campo in sul monte che soprastava la città, eh' è
oggi chiamato monte Cecero, ma prima ebbe nome
monte Cesaro per lo suo nome, ovvero per lo nome
di Cicerone; ma innanzi^ tengono per Cesare, peroc-
ch'era maggiore signore nell'oste. Rainaldo pose suo
campo in sul monte allo 'ncontro alU città di là dal
Mugnone, e per suo nome infino a oggi è così chia-
mato ; Macrino in sul monte ancora oggi nominato
per lui; Camertino nella contrada che ancora per gli
viventi per lo sno nome è chiamata Camerata. E
tutti gli altri signori di sopra nominati, ciascuno
pose per sé suo campo intomo alla città, chi in
monte e chi in piano ; ma di più non rimase pro-
prio nome che oggi sia memoria. Qu^ti signori con
loro milizie di gente a cavallo e a piede grandissi-
ma, assediando la città, con ordine s' apparecchiaro
di fare maggiori battaglie alla città che la prima
volta; ma per la fortezza della città i Romani invano
* BaUi/olU Tftle bastita, steccato, baitione (ktto per via
di provvisione o sopra una strada o intomo ad un ca*
stello per to^iere il passo a* nemici.
* L' impresa di Fiorino è favolosa : in dò •' accordano
i migliori critici della Storia di Firenie.
* piuttosto.
lavorando, e molti di loro per lo soperchio d'asse-
dio, e soperchio di fatica morti, qne' maggiori si-
gnori e consoli e sanatori quasi tutti si tomaro a
Roma: solo Cesare con sua milizia rimase all'asse-
dio. E in quella stanza comandò a* suoi che doves-
sero andare nella villa di Camarti presso al fiume
d'Amo, e ivi edificassero parlatorio per potere in
quello fare suo parlamento, e una sua memoria la-
sciarlo: questo edificio in nostro vulgare avemo chia-
mato Parlagio. E fu fatto tondo e in volte molto
maraviglioso, con piazza in mezzo, e poi cominciavano
gradi da sedere tutto al tomo; e poi di grado in
grado sopra volte andavano allargandosi inftno alla
fine dell'altezza, ch'era alto più di sessanta braccia;
e avea due porte: e in questo si raunava il popolo
a fare parlamento, e di grado in grado sedeano le
genti, al di sopra i più nobili, e poi digradando
secondo la dignità delle genti; e era per modo, che
tutti quelli del parlamento si vedeano 1' uno i' altro
in viso, e udivasi chiaramente per tutti ciò che uno
parlava: e capeavi ad agio infinita moltitudine di
genti: e '1 diritto nome era parlatorio. Questo fu poi
guasto al tempo di Totile, ma ancora a' nostri dì si
ritrovano i fondamenti, e parte delle volte presso
alla chiesa di San Simone a Firenze, e infino al co-
minciamento della piazza di Santa Croce; e parte de'
palagi de' Pernzzi vi sono su fondati, e ta via ch'è
detta Anguillaia che va a Santa Croce, va quasi per
lo mezzo di quello Parlagio.
CAPITOLO XXXMI.
Come la dita di Fiesole s' arrendè a' Romam
e fu distrutta e guasta.
Stato l'assedio a Fiesole la detta seconda volta,
e consumata e afflitta molto la cittade sì per fame,
e sì perchè a loro furono tolti i condotti dell^aoque
e guasti, s'arrendè ta citta a Cesare e a' Romani in
capo di due anni e quattro mesi e sei dì che yì si
pose l'assedio, a patti, chi ne volesse uscire fosse
salvo. Presa ta terra per li Romani fu spogliata d'o-
gni ricchezza, e per Cesare fu distratta, e tutta in-
fino a' fondamenti abbattuta ; e ciò fo intono anm
settantadue anzi la nativita di Cristo.
CAPITOLO XXXVIU.
Come di primo fu edificata la dita di Fù-enite.
Distratta la citta di Fiesole, Cesare con sua o-
ste discese al piano presso alla riva del fiume d'Ar-
no, là dove Fiorino con sua genta era atato morto
da' Fiesolani, e in quello luogo fece cominciare ad
edificare una citta, acciocché Fiesole mai non si rìfo-
cesse, e rimandò i cavalieri tatini, i quali avea seco,
arricchiti delle ricchezze de' Fiesolani; i quali Latini
Tuderiini erano appellati. Cesare adunque compre-
so ^ l'edificio della citta, e messovi dentro due
ville dette Camarti e villa Arnina, voleva quelta ap-
' disegnato.
DI GIOVANNI VILLANI.
21
pellare per sao nome Cesarla. H senato di Roma
sentendolo, non sofferse che per suo nome Cesare la
nominasse; ma feciono decreto e ordinaro che que-
gli maggiori signori oh^erano stati alla goerra di Fie-
sole e air assedio dovessono andare a fare ediflcare
con Cesare insieme, e popolare la detta città, e qua-
hinqae di loro soprastesse al lavorìo, cioè facesse più
tosto il suo edificio, appellasse la cittade di sao no-
me, 0 come a Ini piacesse. Allora Macrìno, Albi-
no, Gneo Pompeo^ e Marzio apparecchiati di forni-
menti e di maestri, vennero da Roma alla cittade
che Cesare edificava, e inviandosi ^ con Cesare si
divisono r edificare in qnesto modo : che Albino
prese a smaltare tntta la città, che fùe nno nobile
lavoro e bellezza e nettezza della cittade, e ancora
oggi del detto smalto si trova, cavando, massimamente
nel sesto di Santo Piero Scheraggio, e in porte San
Piero, e in porte del Duomo ove mostra fosse V an-
tica città. Macrìno fece fare il condotto dell'acqua in
docce e in arcora \ facendola venire di lungi alla
città per sette miglia, acciocché la città avesse ab-
bondanza di buona acqua da bere, e per lavare la
cittade; e questo condotto si mosse infino dal fiume
detto la Marìna a piò di Montemorello, ricogliendo in
gè tutte quelle fontane sopra Sesto, e Quinto, e Co-
lonnata. E in Firenze faceano capo le dette fontane a
uno grande palagio che si chiamava termine capti/
aquae^ ma poi in nostro vulgare si chiamò Capacela,
e ancora oggi in Terme si vede delP anticaglia. B
nota che gli antichi per santade ^ usavano di bere
acque di fontane menate per condotti, perchè e-
rano più sottili e più sane che quelle de^ pozzi, pe-
rocché pochi, o quasi pochissimi, beveano vino, ma
ì più acqua di condotto, ma non di pozzo; e pochis-
sime vigne erano allora. Gneo Pompeo fece fare le
mure della cittade di mattoni cotti, e sopra i murì
della città edificio torrì rìtonde molto spesse per i-
spazio dall'una torre airaltra di venti cubiti, sicché le
torrì erano di grande bellezza e fortezza. Del com-
preso e giro della città non troviamo cronica che ne
faccia menzione; se non che quando Totile Flagellum
Dei la distrusse, fanno Te storìe menzione ch'elPera
grandissima. Marzio V altro signore romano fece fa-
re il Campidoglio al modo di Roma, cioè palagio,
ovvero la mastra fortezza della cittade, e quello fu
di maravigliosa bellezza ; nel quale Tacque del fiume
d'Arno per gora con cavate fogne venia e sótto vol-
te, e in Amo sotterra si rìtornava; e la cittade per
ciascuna festa dello sgorgamento di quella gora era
lavata. Questo Campidoglio fu ov'è oggi la piazza che
81 chiama Mercato vecchio di sopra alla chiesa che
sì chiama Santa Marìa in Campidoglio: e questo pare
più certo. Alcuni dicono che fu ove og^ si chiama
il Guardingo di costa alla piazza eh' è oggi del po-
polo dal palazzo de' Prìorì, la quale era un'altra for-
tezza. Guardingo fu poi nomato l'anticaglia de'murì e
volte che rìmasono disfatte dopo la distruzione di
Totile, e stavanvi poi le meretrìci. I detti signori per
avanzare l'uno l'edificio dell* altro, con molta solle-
cìtiidine si studiavano, ma in uno medesimo tempo
' accordandosi. ' archi. ' sanità.
per ciascuno fu compiuto ; sicché nullo di loro ebbe
acquistata la grazia di nominare la città a sua volon-
tà, sicché per molti fu al cominciamento chiamata la
piccola Roma. Altri l'appellavano Florìa, perchè Fio-
rino fu ivi morto, che fu il prìmo edificatore di quello
luogo, e fu in opera d'arme e in cavallerìa fiore, e
in quello luogo e campi intorno ove fu la città edifi-
cata sempre nasceano fiorì e gigli. Poi la maggiore
parte degli abitanti furono consenzienti di chiamarla
Florìa, siccome fosse in fiori edificata, cioè con molte
delizie. B dicerto così fu^ perocch'ella fu popolata
della migliore gente di Roma, e de' più sofficienti,
mandati per li sanatori di ciascuno rione di Roma
per rata, come toccò per sorte che Tabitassono; e
accolsono con loro quelli Fìesolàni che vi vollono
dimorare e abitare. Ma poi per lungo uso del volgare
fu nominata Fiorenza : ciò s* interpreta spada fiorita.
B troviamo ch'ella fu edificata anni 682 dopo la edi-
ficazione di Roma, e anni 70 anzi la nativitade del
nostro Signore Gesh Cristo. E nota, perchè i Fio-
rentini sono sempre in guerra e in dissenzione tra
loro, che non è da maravigliare, essendo stratti e
nati di due popoli così contrarìi e nemici e diversi
di costumi, come furono gli nobili Romani virtudiosi,
e' Fiesolani ruddi e asprì di guerra.
CAPITOLO XXXIX.
Come Cesare si partì di Firenze e andonne a Ro-
mOy e fu fatto consolo per andare contro
o' Franceschi,
Dappoiché la città di Firenze fu fatta e popo-
lata, Giulio Cesare irato perchè n' era stato il prìmo
edificatore, e aveva avuta la vittoria della città di Fie-
sole, e non avea potuto nominare la cittade per suo
nome, sì si parti di quella, e tornossi a Roma, e per
suo studio e valore fu eletto consolo, e mandato
contro a' Franceschi, ove dimorò per dieci anni al
conquisto di Francia, e d' Inghilterra, e d'Alamagna :
e lui tornando con vittorìa a Roma, gli fu vietato il
trionfo, perchè avea trapassato il decreto fatto per
Pompeo consolo e' sanatorì per invidia, sotto colore
d' onestà, che nullo * dovesse stare in neuna balia ^
più di cinque anni. Il quel Cesare colle sue milizie
tornando con Oltramontani, Franceschi, e Tedeschi,
Italiani, Pisani, Pirati, Pistoiesi, e ancora con Fioren-
tini suoi cittadini, pedoni, e cavalierì, e rombolatorì^
menò seco a fare cittadinesche battaglie, perchè gli fu
vietato il Jrìonfo; ma più per essere signore di Roma
come lungo tempo avea desiderato, contro a Pompeo e
il senato di Roma combattéo. B dopo la grande bat-
taglia tra Cesare e Pompeo,^ quasi tutti morti furo in
Emathia, cioè Tessaglia in Grecia, come pienamente
si legge per Lucano poeta, chi le storìe vorrà trova-
re. E Cesare avuta la vittorìa di Pompeo e di molti
re e popoli ch'erano in aiuto de'Romani che gli erano
nimici, si tornò a Roma, e sì si fece primo impera-
dore di Roma, che tanto viene a dire come comanda-
tore sopra tutti. E appresso lui fu Ottaviano Augusto
' ninno. ' nessun comando. ' firomboHeri.
22
CRONICHE
suo nipote e igiiaolo adotliro, il qaalo regnava
quando Crìa to nacqne, e dopo molte Tittorìe aigno-
reggiò tatto il mondo in pace ; e d^ allora innansi fu
Roma a signorìa d'imperio, e tenne sotto la soa, giqr
rìzione e dello imperio tatto ToniTerso mondo.
CAPITOLO XL.
Come i Romani e gV imperadori ebhono imegna^
e come da loro rebbe la città di Firenie, e altre
citladi.
Al tempo di Numa Pompilio, per divino mira-
colo cade in Roma da cielo ano scudo vermiglio,
per la quel cosa e-agurio i Romani presono quella
insegna e arme, e poi v^ aggiunsero S. P. Q, R, in
lettere d' oro, cioè, Senato del popolo di ^oma : e
cosi dell'origine della loro insegna diedono a tutte le
città edificate per loro, cioè vermiglia. Cosi a Peru-
gia, e a Firenze, e a Pisa; ma i Fiorentini per lo
nome di Fiorino e della^ città v' aggiunsono per in-
trassegnaMl giglio bianco, e'Perugini talora il, grifone
bianco, e Viterbo il campo rosso, e gli Orbietani l'a-
quila bianca. Bene è vero eh' e* signori romani, con-
soli e dittatori, dappoiché V agnglia ^ per agnrio
apparve sopra Tarpea, cioè sopra la camera del te-
soro di Campidoglio, come Tito Livio fa menzione,
si presono l' arme in loro insegne ad aquila ; e tro-
viamo che 'I consolo Mario nella battaglia de'Cimbri
ebbe le sue insegne coli' aquila d' argento, e simile
insegna portava Catellina quando fu sconfitto da An-
tonio nelle parti di Pistoia, come recita Sallustio.
B '1 grande Pompeo la portò il campo azzurro e l'a-
quila d* argento; e Giulio Cesare la portò i|. campo
vermiglio e l'aquila ad oro, come Ci menzione Luca-
no in versi, dicendo :
Signa pares aquiUUj et pila mi$uuUia pilis.
Ma poi Ottaviano Augusto suo nipote e successore
imperadore, la mutò, e portò il campo ad oro, e
r aquila naturale di colore nero a similitudine della
signoria dello imperio, che come l'aquila è sovra, o-
gni uccello, e vede chiaro piìk ch'altro animale, ^ vola
infino al cielo dell'emisperio del fuoco, così lo 'mpe-
rio dee essere sopra ogni signoria temporalep B ap-
presso Ottaviano tutti gli imperadori de* Romani
r hanno per simile modo portata ; ma Costantino, e
poi gli altri imperadori de'Greci ritennono la insegna
di Giulio Cesare, cioè il campo vermiglio e V aquila
ad oro, ma con due capi. Lasceremo delle insegne del
comune di Roma • degl' imperadori, e torneremo a
nostra materia sopra i fatti della città di Firenze,
CAPITOLO XLL
Come la città di Firenze fu camera de' Romani
e dello imperio.
La città di Firenze in quello tempo era camera
d*imperio, e come figliuola e fattura di Rpnm in tutte
a, luMgna frapposta ad altra nel campo del-
• Usasi dall'A. anche per vmpnmio di mo-
Iq cose, e da* Romani abitata, e però de' propri iatti
di Firenze a quelli tempi non troviasM cronica né
altre storie che ne facciano grande memoria. B di
ciò non è da maravigliare, pmticch' e' Fiorentini e-
reno sudditi e una ^ co' Romani, e per Romani si
trattavano per lo universo mondo, e come i Romani
andavano ne'loro eserciti e nelle iMittaglie. B troviaaM
nelle storie di Giulio Cesare, nei secondo libro di
Lucano, quando Cesare assediò Pompeo nella città di
Brandizio in Puglia, uno de' baroni e signori della
città di Firenze ch'avea nome Lucere, era ih compa-
gnia di Cesare, e fue alla battaglia delle navi alla
bocca del porto di Brandizio, valente uomo d'arme e
virtudioso ; e molti altri Fiorentini forono in quello
esercito e battaglie con Cesare e di sua parte ; pe-
rocché quando fue discordia da Giulio tesare a Pom-
peo e del senato di Roma, quelli della città di Firenze
e d'intorno al fiume d'Amo tennero la parta di Co-
sare. B di ciò fa menzione Lucano nel detto libro
ove dice in versi :
Vulturnusque celer, noctumaeque. editor attrae
SamuSf el umlurosae Lpis. per regna Maricae^
B così dimorarono i Fiorentini mentre eh' e' Romani
ebbono stato e signoija. Rene ai tmova per alcano
scritto, che uno Uberto C<^sare, soprannon^nato per
Qiulio, Cesare, che fu figliuplo. di CateIMna, omaso in
Fiesole piccolo garzone dopo la ana. morti^ egli poi
per Qiulio Cc^i^dre fue &tto grande cittadino di. Fi-
renzi;, ^ ayendo molti figliuoli, egli e poi la sua schiatta
furano signori della tetra, gran tempo, e di loro di-
scende<iU furono grandi signori e grandi schiatte in
Firenze, e che gli Uberti fossero di quella progenie
si dice: questo non troviamo per autentica cronica
che per noi si pruovi,
CAPITOLO XLn.
Come in Firenze fu fatto U tempio di MarH^ il
quale oggi $$ chiama il Duomo di $an GioeamiL
. Dappoi che Cesare, e Pompeo, e Macrino, e Al-
bino, e Marzio principi de* Romani edificatori delia
nuova città di Firenze si tornarono a Roma, compiati
i loro lavori, la città cominciò a crescere e moltipli-
care di Romani e di Fiesolani insieme, che rimasono
all'abitazione di quella; e in poco tempo si foce buo-
na città secondo il tempo d'allora, che gl'imperadorì
e 'I senato di Roma l'avanaavano a loro podere, quasi
come un'altra piccola Roma, I cittadini di quella es-
sendo in buono stato, ordinare di fare nelk delta
cittade un tempio maraviglioso ali* onore dell' Iddio
Marti, per la vittoria cb* e' Romani avieno avuta della
città, di Fiesole, e manderò al senato di Roaui càe
mandasse loro gU migliori e pid sottili maestri che
fossono in Roma, e cosi fu folto. B fedona venire
marmi bianchi e neri, e colonne, da pia parli di lungi
per mare e poi per Arno; fecionp^ condAoere. e nmci-
gni e colonne, da Fiesole, e fonderò e. edificaro il
detto tempio nel luogo che si chiamava Camarli an-
ticamente, e dove i Fiesolani foceaao loro niaroalo.
insieme.
DI GIOVANNI VILLANI.
23
Molto nobile e bello U feciono a otto facce, e qaello
fatto con grande diligenzia, il conaecraro allo Iddio
Marti, il quale era Iddio de' Romani, e fedonlo figu-
rare in intaglio di marmo in forma d' uno cavaliere
armato a cavallo ; il puosono sopra una colonna di
marmo m mezzo di quello tempio, e quello ten-
nero con grande reverensa e adorare per loro Id-
dio mentre che fo il paganesimo in Fireni^. B tro-
viamo che il detto tempio fa cominciato al tempo
che regnava Ottaviano Angusto \ e che fu edificato
sotto ascendente di tà fatta costellazione, che non
verrà meno quasi in eterno: e cosi si truova scrìtto
in certa parte, e intagliato nello spazio del detto
tempio.
CAPITOLO XLni.
Raceania del siio della provincia di ToHona.
Quando per noi a' è detto della prima edifica-
zione della dtkà di Firenze e di quella di Pistoia, si
è oonvenevole e di necessità che si dica dell' altre
città vidne di Toscana quello che n^ avemo trovato
per le croniche di loro principii e cominciamenti
brievemente, per tornare poi a nostra materia. Nar-
reremo in prima del sito della provincia di Toscana.
Toscana cominda dalla parte di levante al fiume del
Tevere, il quale si muove neir alpi di Pennino della
montagna chiamata Palteront, e discende per la con-
trada di Massa Tribara, e dal Borgo san Sepolcro, e poi
sotto la città di Castello, e poi soUo la città di Peru-
gia, e poi appresso di Todi, stendendosi per terra di
Sal»inN e di Roma, e, ricogliendo in so molti fiumi,
entra per la città di Roma infine in mare ove fh foce
di costa alla città di Ostia presso a Roma a venti
miglia; e la parte di qua dal fiume, che si chiama
Trastibero, e il portico di san Pietro di Roma è della
provincia di Toscana. B dalla parte del mezzogiorno
si ha Toscana il mare detto Terreno che colle sue
rive batte la contrada di Maremma, e Piombino, e Pi-
sa, e per lo contado di Lucca e di Luni infino alla
foce del fiume della Magra, che mette in mare alla
punta della montagna del Corbe di là da Luni e di
Serrezzano dalla parte di ponente. B discende il detto
finn» della Magre ddle montagne di Pennino di so-
pra a PontremoU, tre la riviere di Genova e *l conta-
do di Piacenza in Lombardia, nelle terre de'marcheai
Makapina. Il quarto confine di Toscana di verse set-
tentrione sono le dette Alpi Appennine, le qu^ con-
finano e partono la provincia di Toscana da Lombar-
dia e Bologna e parte di Romagna; e gire la detta
provincia di Toscana settecento miglia. Questa pro-
vincia di Toscana ha pia fiumi : intra gli altri reale e
maggiore si è il nostro fiume d'Arno il quale nasce
di quelk medesima montagna di Falterona che nasce
il fiume del Tevere che va a Roma ; e questo fiume
d' Amo corre quasi per lo mezze di Toscana, scen-
dendo per le montagne della Vernia, ove il beato
santo Francesco fece sua penitenzia e romitaggio, e
poi pasn per la contrada di Casentino presso a Bib-
* V. MoMMU^Ui tacreté vHOitatU insignii BapHéterH Fio-
rmimij Pir. 17S6 di Anton FranoMCo Qod.
biena e a pie di Poppi, e poi si rivolge verso levante
vegnendo presso alla città d* Arezzo a tre miglia, e
poi corre per lo nostro Valdarao di sopra, scendendo
per lo nostro piano, e qnasi passa per lo mezzo della
nostra città di Firenze. B poi uscito per corso del
nostro piano, passa tra Monlelupo e Capraia presso
a Empoli per la contrada di Greti e di Valdarao di
sotto a pie di Fuceochio, e poi per lo contado di
Lucca e di Pisa, raccogliendo in sé molti fiumi, pas-
sando poi quasi per mezzo la città di Pisa ove assai
è grosso, sicchò porta galee e grossi legni; e presso
di Pisa a cinque miglia mette in mare, e 'I suo corso
ò di spazio di miglia cento venti. B del detto fiume
d*Arao le antiche storie fianno menzione: Virgilio nel
libro Vn deir Bneide parlando della gente che fh in
aiuto al re Tnrao incontra Bnea di Troia con questi
versi:
Sarrastes populos, et quae rigai aequara Samus:
e Paolo Orosio raccontando in sue storie del fiume
d^Arao, disse, che quando Annibale di Cartagine tor-
nando di Spagna in Italia passò le montagne d^ Ap-
pennino, vegnendo sopra i Romani, ove si combatteo
in sul lago di Perugia col valente consolo Flaminio
da cui fu sconfitto, in quel luogo dice, che passando
Annibale V Alpi Appennine, per la grande freddura
che v^ ebbe, discendendo poi in su i paduli del fiu-
me d'Arno i^ perde tutti gli suoi leofanti \ che non
ne gli rimase se non uno solo, e la maggiore parte
de^ suoi cavalli e bestie vi morirono; ed egli me-
desimo per la detta cagione vi perde uno de^ suoi
occhi del capo. Questo Annibale mostra per nostro
arbitrare, eh' egli scendesse V Alpi tra Modena e Pi-
stoia, e paduli fessone per lo fiume d'Arao da pia
di Firenze infino di là da Signa : e questo si prova,
che anticamente tra Signa e Montelnpo nel mezzo del
coreo del fiume d' Arno ove si ristrigne in piccolo
spazio tra rocce di montagne, aveva una grandissima
pietra che si chiamava e chiama Golfolina, la quale
per sua grandezza e altezza comprendeva tutto il cor-
so del fiume di Arao per modo, che '1 facea riagor-
gare infino assai presso ov'è oggi la città di Firenze,
e per lo detto ringorgamento si spandea V acqua del
fiume d'Arno, e d'Ombrone, e di Bisenzio per lo pia-
no sotto Signa, e di Settimo, e di Prato, e di Mic-
ciole, e di Campi, infine presso appiè de' monti, fa-
cendo paduli. Ma e'si traeva, e per evidente sperienza
d vede, che la detta pietre Golfolina per maestri con
picconi e scarpelli per fona fu tagliata e dibassata
p^ modo, che '1 cono del fiume d' Arao calò e di-
bassò si che i detti paduli sceararo, e rimase terra
guadagnabile. Bene racconta Tito Livio quasi per si-
bmK parole, dicendo, che 'l passo, e dove s* accampò
Annibale, fu tra la città di Fiesole e quella d'Arezzo.
Avvisiamo che passasse l'Alpi Appennine per la con-
trada di Casentino^ e paduli poteano simile essere
tra r Andsa e 'I piano dì Fegghine, e potea essere
0 ndl' uno luogo o nell' altro, perocché anticamente
il fiume d' Arno avea in pìik luogora rattenute^ e pa^
dulì; ma dove che si fosse, assai avemo detto sopra
' elefanti. ^ Raccolte d'acqua che non possono tornare
più in corso.
24
CRONICHE
il nostro fiue d'Amo, per trarre d'ignoraim e fine
avvitati i presenti moderai di nostra dtti, e gli strani
che sono e saranno. LascereaK) di eie, e direaK) ia
brìeve della potensa che anticamente avea la nostra,
provincia di Toscana, che si confà alla nostra ma-
teria.
CAPITOLO XUV.
Della poten%ia e signoria dCanDea la pratineia di
Toscana innanzi che Botna avesse siato.
Dappoiché avemo detto del sito e confini della
nostra provincia di Toscana, A ne pare convenevole
di dire in brìeve dello stato e signorìa che Toscana
avea anzi che Roma avesse podere. La provincia di
Toscana innanii al detto tempo fa di grande poten-
zia e signoria; e non solamente lo re di Toscana
chiamato Poroena, che facea capo del sao reame
nella città di Chiosi, il qusle col re Tarqninio assediò
Roma, era signore della provincia di Toscana, ma le
sae confine, dette colonne, erano infino alla città
d'Adrìa in Romagna in sul golfo del mare di Vine-
gia, per lo cui nome anticamente quello mare è detto
seno Adriatico ; e nelle parti di Lombardia erano i
suoi confini e colonne di Toscana infino di là dal
fiume di Po e del Tesino, infino al tempo di Tar-
qninio Prìsco re de^ Romani, che la gente de^ Galli,
detti oggi Franceschi, e quella de*6ennani, detti oggi
Tedeschi, di prìma passare in Italia per guida e con-
dotto d'un Italiano della città di Chiusi, il quale pas-
sò i monti per ambudadore, per fare commuovere
gli oltramontani contro a' Romani, e portò seco del
vino, il quale dagli' oltramontani non era in oso, né
conosciuto per bere, perocché di là non avea avuto
mai vino nò vigna; il quale vino per li signorì di là
assaggiato, parve loro molto buono; e intra le altre
cagioni, con altre grandi impromesse, quella della
ghiottomia del buono vino gì* indusse a passare i
monti, udendo come Italia era piantadosa di vino *,
e larga d'ogni bene e vittuaglia. E indossegli ancora
il passare di qua, che per lo loro buono stato erano
si cresciuti e multtplicati di gente, che appena vi po-
teano capere. Per la qqal cosa passando i monti in
Italia i Galli e* Gennani, de' prìmi fàrono Rrenno e
Bellino, i quali guastarono gran parte di Lombardia
e del nostro paese di Toscana, e poi assediare la
città di Roma e presonla infino al Campidoglio, con
tutto che innanzi si partissono fbrono sconfitti in To-
scana dal buono Cammillo ribello di Roma, siccome
Tito Livio in sue storìe h menzione. E poi più altrì
signorì Gallici, e Germani, e Goti d^ altre nazioni
barbare passare in Italia di tempi in tempi, facendo
in Lombardia e in Toscana grandi battaglie co* Ro-
mani, come si trovano ordinatamente per le storìe
che scrìsse il detto Tito Livio maestro di storìe. La-
sceremo della detta materìa, e diremo i nomi dalle
città e vescovadi della nostra provincia dì Toscana.
* fra gU. « piantata di vigne.
CAPITOLO XLV.
Qumti sano i vescovadi della duà di Fkenié.
La chiesa e sedia di San Piero di Ronui la
quale é dì qua dal fiume del Tevere in Toscana, il
vescovado di Fiesole, la città di Firenze, la città di
Pisa la quale è arcivescovado per grazia, eomt in
questo fia menzione; la città di Locca, il vescovado
deU' anUca città di Loni, la città di Pistoia, la città
d'Arezzo, la dUà di Perugia, U eiUà di Caatello, U
dttà di Volterra, U dttà dì Nassa, la città di Gros-
setto, il vescovado di Soana ia Marenuna, la dttà
antica dì Chiusi, la dttà d'Orbivieto, il veacovado di
Bagnoregio, la dttà di Viterbo, la dttà di Tosca-
nella, il vescovado di Castri, la città di Nepi, V an-
tichisMHUi dttà di Sntrì, la dttà d'Arti, il vescovado
di Civitatensi. Avendo detto i nomi di venticinque
vescovadi e dttà di Toscana, dkeaso in ispezialità
del comindamento e orìgine d'alqouite di qoelle dttà
famose a' nostrì tempi onde sapremo il vero per an-
tiche storìe e croniche, tornando poi a noatra nui-
terìa.
CAPITOLO XLVI.
Della citià di Perugia.
La dttà di Perugia fu assai antica, e secondo
che raccontano le loro arniche, ella fu da' Romani
edificata in qoesto modo: che tornando ono oale de'
Romani d'Alamagna, perch'avea il loro consolo chia-
mato Persus dimorato al conquisto più tempo che
non diceva il decreto de' Romani, si furono sbanditi
e divietati che non tomassono a Ronui, deche rima-
sono in quello luogo ov'è l'uno corno della dtlà di
Perugia, mccome esiliati e nemici del comone. Poi
gli Romani mandarono sopra loro una oste, i qnali
si puosono di contro a loro in sull' altro corno par
guerreggiarli siccome ribelli del comune di Robm ;
ma ivi stati più tempo, e rìconosduti insieme, si pa-
dficaro l'uno oste e l' altra, e per lo boono sito rì-
masono abitanti in quello luogo. Poi di due luoghi
fedone la dttà di Perugia, e per lo nome del priaM
consolo che ivi si puose, fa co^ nonrìnata. Poi paci-
ficatisi co' Romani, lorono contenti della dttà di Pe-
rugia, e fivoreggiarla usd e diedonle stato, quasi
per tenere sotto loro giurìdizione le dttà di qiiella
contrada. Poi Totfle FlagéUum Dei la distrusse, come
fece Firenze e più altre dttà d' Italia, e fece auoii-
rizzare Santo Ercolano vescovo della detta dttà.
CAPITOLO XLVn.
Della cilià d* Areuo.
La dttà d' Arezzo prìma ebbe nome Aurelia, a
fa grande dttà e nobile, e in Aurelia furono antica-
mente fatti per sottOisdmi maeslrì vad roasi con di-
vern intagli di tutte forme di sottile intaglio, ohe
veggendogli parevano impossibili a essere opera n-
mana, e ancora se ne truovano. E di certo ancora si
dice, che '1 sito e l'arìa d'Arezzo genera sottUiaaimi
DI (ilOVANM VILLANI.
95
aomini. La della città d'Aurdia fa anche distratta
per lo detto Totile, e fecela arare e semiDare di sa-
le, e d' allora innanu fu chiamata Areuo, cioè città
arata.
CAPITOLO XLVin.
DeUa cUià di Pisa,
La città di Pisa fu prima chiamata Alfea. Tro-
viamo mandò aiato ad Enea contro Torno, e ciò dice
Virgilio nel sesto libro dell' Eneide ; ma poi ella fu
porto dello ''mperìo de^ Romani dove s' addnceano
per mare tatti gli trìbnti e censi che li re e tutte le
nazioni e paesi del mondo ch'erano sottoposti a'Ro-
mani, rendeano allo 'mperio di Roma, e là si pesa-
vano, e poi si portavano a Roma ; e perocché il
primo luogo ove si pesava non era sufficiente a tanto
strepito, vi si feciono due luoghi ove si pesava, e
però si declina il nome di Pisa in grammatica : p/fi-
roHier^ nominatinDo hae Pi$ae : e cosi per V uso del
porto e detti pesi, genti vi s'accolsono ad abitare, e
crebbono e edificaro la città di Pisa poi ad assai
tempo dopo V avvenimento di Cristo, con tutto che
prima per lo modo detto era per molte genti abitata,
ma non come città murata.
CAPITOLO XLK,
Della dUà di Lacca.
La città di Lucca ebbe in prima nome Fridia, e
chi dice Aringa ; ma perchè prima si convertì alla
vera fede di Cristo che^ città di Toscana, e prima ri-
cevette vescovo, ciò fu Santo Pridiano, che per mi-
racolo di Dio rivolse il Serchio, fiume presso alla
detta città, e diegli termine, che prima era molto
pericoloso, e guastava la contrada, e per lo detto
Santo priaui fu luce di Fede, sì fu rimosso il primo
nome e chiamata Luce, e oggi per lo corrotto vul-
gare si chiama Lucca. E traovasi che il detto beato
Fridiano vegnendo da Lucca a Pirense in pellegri-
naggio per visitare la chiesa ov' è il corpo di Santo
Miniato a monte, non potendo entrare in Firenze per-
chè ancora erano pagani, e trovando il fiume d'Arno
molto grosso per grandi piove, si mise a passare in
su ma piccola navicella contro al volere del barca-
iuolo, e per miracolo di Dio passò liberamente e
tosto, come V Arno fosse piccolo, e colè dove arri-
vò, fu poi per li cattolici fiorentini fatta la chiesa di
Santo Fridiano per sua devozione.
CAPITOLO L.
Della dita di Luni.
La città di Luni la quale è oggi disfatta, fu
molto antica, e secóndo che troviamo nelle storie di
Troia, della città di Luni v' ebbe navilio e genti al-
r aiuto de' Greci contra gli Troiani : poi fu disfatta
per gente oltramontana per cagione d'una donna mo-
glie d' uno signore, che andando a Roma, in quella
città fu corrotta d'avoltero'; onde toraando il detto
signore con forza la distrusse, e oggi è diserta la
contrada e mal sana. E nota che le marine an-
ticamente erano molto abitate, e quasi infìra terra
poche città avea e pochi abitanti, ma in Maremma
e in Maretima verso Roma alla marina di Campa-
gna avea molte città e molti popoli, che oggi sono
consumati e venuti a niente per conrazione d' aria :
che vi fu la grande città di Populonia, e Soana, e
Talamone, e Grosseto, e Civitaveglia, e Mascona,
e Lansedonia, che furono colla loro forza all'assedio
di Troia; e in Campagna, Raia, Pompeia, Cumina, e
Laurenza, e Albania. E la cagione perchè oggi sono
quelle terre della marina quasi disabitate e inferme,
e eziandio Roma peggiorata, dicono gli grandi mae-
stri di stronomia che ciò è per lo moto dell' ottava
spera del cielo, che in ogni cento anni si muta uno
grado verso il polo di settentrione, cioè tramontana,
e così farà infino a f5 gradi in 1500 anni, e poi
tornerà addietro per simile modo, se fia piacere di
Dio che '1 mondo duri tanto-, e per la detta muta-
zione del cielo è mutata la qualità della terra e del-
l'aria, e dove era abitata e sana, è oggi disabitata e
inferma, ei e converso. Ed oltre a ciò naturalmente
veggiamo che tutte le cose del mondo hanno muta-
zione, ^ vegnono e verranno meno, come Cristo di
sua bocca disse, che neuna cosa ci ha stato fermo.
CAPITOLO LI.
Della città di Viterbo,
La città di Viterbo fu fatta per li Romani, e
anticamente fu chiamata Vegezia, e' cittadini Vegen-
tini. E gli Romani vi mandavano gl'infermi per ca-
gione de' bagni ch'escono del bulicame ^ e però fu
chiamata Vita Erbo, cioè, vita agi' infermi, ovvero
città di vita.
CAPITOLO LD.
Della dttà d: Orbif>ieto,
La città d'Orbivieto si fu simile fatta per li Ro-
mani, e Urbs Veterum ebbe nome, cioè a dire città
de' vecchi;. perchè gli nomini vecchi di Roma v'era-
no mandati a stare per miglior aria eh' a Roma per
mantenere loro santade, e per lo lungo uso e buono
sito ve n^ ristettono assai ad abitarla, e popolarla di
gente.
CAPITOLO LHI.
Della città di Cortona.
La città di Cortona fu antichissima fatta al tem-
po di Giano e de'primi abitanti d'Italia; e Tnrao che
si combattè con Enea per Lavina fu re di quella,
come detto è dinanzi, e per lo suo nome prima ebbe
nome Turna.
' Intendi: che aUra.
* adulterio. ^ bulicame vene d'acque che sorgono bol-
lendo, propriamente i bagni del Pian di Viterbo. Dante,
! Tnf. 12. chiama bulicame la fossa del sangue bollente.
26
CRONICHE
CAPITOLO LIV.
Delia dita H Chiusi.
La città di CbiQfi Binile ta antichìtsima • pò*
tentiasiaia, fetta ne* éetti tampi, a assai prima che
Roma, e fimiie signore e re Foroena^ cIm col re Tar«
(faìmo scacciato di Roma fb ad assediare Roma, co-
me racconta Tito Lìtio.
CAPITOLO LV.
Belia dita di Volterra.
La città di Volterra prima fa chiamata Antonia,
e fa molto antica, fatta per li dMcendeatt d' Italo, e
secondo che si leggono i ramansi, indi fa il buono
Boovo d* Antonia.
CAPITOLO LVl.
Della céUà di Siena,
La città di Siena ò assai nuova città, ch'ella fti
cominciata intonio agli anni di Cristo 670, quando
Carlo Martello* padre del re Pipino di Francia co'
Franceschi andavano nel regno di Paglia in serrigio
di Santa chiesa a contastare una gente che si chia-
mavano i Longobardi, pagani, e eretici, e arrìani,
onde era loro re Grìmaldo di Morona, e facea suo
capo in Benevento, e perseguitava gli Romani e Santa
chiesa. E trovandosi la detta oste dei Franceschi e
altri oltramontani ov* ò oggi Siena, si lasciaro in
quello luogo tutti gli vecchi e quelli che non erano
bene sani, e che non poteano portare arme, per non
menarglisi dietro in PogKa: e quelli rimasi in riposo
nel detto luogo, vi si cominciaro ad abitare, e fe<-
donvi due residii * a modo di castella, ove è oggi
il più alto della città di Siena, per istare più al si-
curo ; e Tuno abitacolo e Taltro era chiamato Sena^
derivando di quelli che v'erano rimasi per vecchiez-
sa. Poi crescendo gli abitanti, si raccomunò V uno
luogo e r altro, e però secondo grammatica si de-
clina in plurali : pluraliier^ nonttnolteo hae Senae,
B dappoi a più tempo crescendo, in Siena ebbe una
grande e ricca albergatrice chiamata madonna Ve-
glia. Albergando in suo albergo uno grande Legato
cardinale che tornava delle parti di Francia alla corte
a Roma, la detta donna gli fece grande onore, e non
gli luciò pagare nulla spensaria^. Il Legato ricevuta
cortesia, la domandò se in corte volesse alcuna gra-
zia. Richieselo la donna divotamento, che per lo suo
amore procurasse che Siena avesse vescovado: pro-
misele di fame suo podere, e consigliolla che facesse
che '1 comune di Siena feoesse ambasoiadori, e man-
dasse' al papa a procurarlo: e cosi fu fatto. Il Legato
soHeeitando, il papa udì la petiiione, e diede vescovo
a' Sanasi, e il primo fa messer Oualteramo. E per
dotare il vescovado, si tolse una pieve al vescovado
d'Arezzo, e una a quello di Perugia, e una a quello
' rlsodlf, rMklèQBe. ' spesa: nuuicii ulU Ornsca.
di Chiosi, e una a quello di Volterra, e una a qatUe
di Grosseto, e una a quello di Massa, e ma a qoeUo
d'Orbivieto, e una a quelle di Firenze, e mut a quelle
di Fiesole ; e così ebbe Siena vescovado, e fa ohia*
mata città : e per lo nome e onore della detta ma-
donna Veglia, per cui fu prima promossa e doman-
data la grazia, si fh sempre sopranaomata Siena k
Veglia.
CAPITOLO LVn.
Toma la storia a' fiUH della dna di Fireiae $
come Santo Mimato et /k martèrimato per Dem
imperadore.
Dappoiché brievemente avemo fotta alcuna men-
zione delle nostre città vicine di Toscana, tomerenu)
a nostra materia a raccontare della noatra città di
Firenze: e siccome innarrammo dinanzi, la detta città
si resse grande tempo a governo e mgaoria deglMn-
peradori di Roma, e spesso venieno gl^ imp«ra^ori a
soggiornare in Firenze quando passarane in Lombar-
dia, e nella Magna, e in Francia al conquisto itolla
provincia. B troviamo che Dodo imperadore T anno
suo primo, ciò fu gli anni di Cristo d70, essendo u
Firenze siccome camera d* imperio, dimorandovi a
suo diletto, ed il detto Decio perseguitando dura-
mente i cristiani dovunque gli sentiva e trovava, udì
dire come il beato santo Miniato ^ eremita abitava
presso a Firenze con suoi discepoli e compagni, in
una selva che si chiamava Arisbotto fiorentina, di
dietro là dove è oggi la sua chiesa sopra la città di
Firenze. Questo beato Mimato fu figliuolo del re d'Er-
minia primogenito, e lasciato il suo reame per la fede
di Cristo per fare penitenza e dilungarsi dal suo re-
gno, passò di qua da mare al perdono a Roma, e pm
si ridusse nella delta selva, la quale allora era salva-
lica e solitarìa, perocché la città di Firenze non si
stendea nò era abitata di là dall'Amo, ma era tatta
di qua, salvo che uno solo ponte v'avea nopra TAr-
no, non però dove sono oggi, ma si dioe per moki
ch'era l'antico ponte de'Fiesolaw, il quale era da CK-
rone a Candegghi: e quella era l'anlioa e diritta atra-
da e oamanno da Roma a Fiesole, e per andare in
Lombardia e di là da* monti. H detto Dedo impera-
dom fece prendere il detto bealo Minialo, come rac-
conta la sua storia : grandi doni e profferte gli foco
fare siccome a Agliaolo di re, acdoeché rinnegasse
Cristo; ed egli costante e feroM nella fede, non
volle suoi doni, ma soflférse diversi martirii: alla
fine il detto Decio gli fece tagliare la tèsta ove è
oggi la chiesa di Santa Candida alU croce al Gor-
go, e più fedeli di Cristo riceveltono martìrio in
quello luogo. E tagliata la testa del beato Miniato,
per miracolo di Cristo colle sue mani la ridusse al
suo imbusto, e co' suoi piedi andò e valicò 1* Amo,
e salì in sai poggio dov' è oggi la cMesa saa, che
allora V* avea uno piccolo oralorìo in nome del beato
Piero Apostolo, dove molti corpi di santi martìri
' Qaello cho l'A. narra di S. Miniato tiene in parte
deUa favola. V. Brocchi, Vita da' SanH e Beati Fiorenti-
ni, Pir. 1742.
DI GIOVANNI VILLANI.
27
fHroM soppelUli : e in qaello kof o SmIo Miniato
TtMle, rendè V anima a Crìslo, e il ano eorpo per
fi crìatiaM naaeoaimenle U ivi soppeUilo: il qsale
laof 0 paf li meriti del beato Santo Miniato, da' Fio-
reatiBi dappoioliò forono divenuti cristiani, fu divo-
tiBienlo venerato, e fattAvi una piccola chiesa al ano
OBore. Ma la grande e nobile chiesa de' marmi che
▼'è Ofg:t a* nostri tempi, troviamo che fu poi fiitta
per lo procaccio del venerabile padre messer AH-
brando vescovo e cittadino di Firenze nelli anni di
Cristo 1013, cominciata a dì Z6 del mese d" aprile
per comandamento ed autorità del cattolico e santo
iaipacadore Ardgo secondo di Baviera, e della sua
■oflia im^atrice santa Cunegonda che in quelli
taaipi regnava, e diedono e dotarono la detta chiesa
di molte ricche possessioni in Firenze e nel contado
per r anime loro, e feciono reparare e reedificare la
detta chiesa, aiccome è ora, di marmi; e feciono
trasktare il corpo del beato Miniato nell" altare il
qiale è sotto le volte della detta chiesa con molta
reverensa e solennità fotta per lo detto vescovo e
ehericato di Firense, con tutto il popolo uomini e
donne della dttà di Firenze ; ma poi per lo comune
di Kfenie ai compiè la detta chiesa, e si feciono le
talee da'flMcigni giù per la costa, e ordinare 'sopra
la detta operandi Santo Miniato i consoli delParte di
Cahmala, e che Tavessono in guardia.
CAPITOLO LVIII.
CesM Sami^ Creici e" suoi compugni furono
mmikwaU nel cot^ado di Firenze.
Ancora ìa quelli tempi di Decio imperadore di-
morando il detto Decìo in Firenie, fece perseguitare
il bealo Cresci con aaoi compagni e discepoli, il quale
In delle parti di Germania gentile uomo, e faceva pe-
aiteasa eoa aaoto Miniato, prima neUa selva Arisbotto
detta di sopra, e poi in qaelle selve di Mugello ov*ò
offi la sua chiesa, cioè san Cresci a Valoava ; e in
quello faiogo egli co' suoi seguaci da' ministri di De-
cie fivono aMrtirìMatL Averne raccontate le storie
di qaesti due santi, acciocché s'abbiano in reverenza
e n aMmorìa a' fiorentini^ siccome per la fede di
Crìale la questa nostra contrada furono martirizzati,
e aono i loro nnti corpi» Bene troviaoM) noi per pie
antiche croniehe, che al tempo di Nerone imperadore
Mtta noslia. città di Firenze e ndla contrada, prima
k recata da Roma la verace fede di Cristo per Fron-
liao e FaolÌB0 discepoli di san Fiero, ma ciò fa ter
fitimente a in. pochi fedeli, per paura de* vicari e
proposti degr imperadori eh' erano idolatri e perse-
faivanc li cristiani dovaaque gli trovavano : e cosi
dimoraro ìntmo al lampo di Costanlino inyeradore e di
Siheslropapa*
* htukdS: Fecero soprastanti aUa détta opera ecc. L'arte
# dnaial» era compoata de* mereatanti di panni. Trae-
viffi «asi da. lontana partl^ sopratntto da FVasda, li ci-
■«Ttno e lustravano per venderli al dpppiq del valore.
^^fiiDiIa h voce greca da xaAoc hdlo e ftaXXó^ dor. per
^lof, lana: ftaXov o fiodX6v pecora. KaXifAfia prendesi in
KVMre per cosa da coprire, come sarebbe veÌO| cfifftUQ ecc.
CAPITOLO UX.
Di Costantino imperodore e de" suoi discendenti, e
le mutazioni che ne furono in Italia.
Troviamo che la nostra città di Firenze si resse
sotto la guardia deUo imperio de' Romani intorno di
350 anni, dappoiché prima fu fondata, tenendo legge
pagana, e coltivando gì* idoli, contuttoché assai v* a-*
vesso de' cristiani per lo modo ch'é dello, ma dimo-
ravano nascosi in diversi romitaggi e ^caveme di fuori
dalla città, e quelli ch'erano dentro non si palesavano
cristiani per la tema delle persecuzioni che grimpe-
radori di Roma, e de' loro vicari e ministri facevano
a' cristiani, infino al tempo del grande Costantino fi-
gliuolo di Costantino imperadore, e d'Elena sua mo«
glie figlinohi del re di Brettagna, il quale fu il primo
imperadore Cristiano, e adotò ' la chiesa di tutto lo'm-
perio di Roma, e diede libertà a* orìstiani al tempo
del beato Silvestro papa, il quale il battezzò e fece
cristiano, mondandolo della lebbra per virtù di Cri-
sto: e ciò fu negli anni di Cristo intomo 330. n
detto Costantino fece fare in Roma molte chiese al-
l'onore di Cristo, e abbattuti tutti gli templi del pa-
ganesimo e degl'idoli, e riformata la Santa chiesa in
sua libertà e signoria: e ripreso il temporale del-
lo'mperio della Chiesa sotto certo censo e ordine^ se
ne andò in Costantinopoli, e per suo nome oo^ la
fece nominare, che prima avea nome Bisanzio, e mi-
sela in grande stalo e signoria : e di là fece sua se-
dia, lasciando di qua nello 'mperio di Roma suoi pa-
trici^, ovvero censori, cioè vicari, che difendeano e
combatteano per Roma, e per lo 'mperio. Dopo il
detto Costantino, che regnò piii di trent' anni tra
neHo 'mperio di Roma e in quello di Costantinopoli,
e' rimasono di lui tre figliuoli Costantino, e Costan-
zo, e Costante, i quali tra loro ebbene guerra e dis-
sensione, e r uno di loro era cristiano, ciò fàe Co-
stantino, e r altro eretico, ciò fue Costanzo, e per-
seguitò i cristiani d'una resia che si cominciò in Co-
stantinopoli per uno chiamato Arno, la quale per lo
suo nome si chiamò Arriana, e molto errore sparte
per tutto il mondo e nella chiesa di Dio. Questi fi-
gliuoli di Costantino per la loro dissensione guasta-
rono molto lo 'mperio di Roma e quasi abbandonare,
e d'allora innanzi sempre parve che andasse al dichi-
no e scenmndo la sua signoria: e oominciaro ad ea-
sere due e tre imperadori a una volta, e chi signo-
reggiava in CostantinopoU, chi lo 'mperio di Roma,
e tale era cristiano, e tale eretico arriano, persegui-
tando i cristiani e la Chiesa: e durò molto tempo, e
tutta Italia ne fu nMcolata. Degli altri imperadori pas*
seti, e di quelli che fnroao poi, non facciamo orébata
oMmoria, se non di cirforo ohe pertengoao a nostra
materie; ma chi per ordine li vorrà trovare, legga la
Cronica martiniana^ e in quella g^' imperadori e gii
papi che furono per gli tempi ^verà ordinatamenle.
< Di questa dotaaione fatta da Costantino alla Ohiesa,
non abbiala docomento che tenga. Vedi Maral. ÀMiith* «•
tal. del Medio Evo, Anche T AUi^ierì corse dietro all'er-
ronea tradizione. Inf. 19. — ' PtUrido, uom nobUe-^ trovast
osato patrizio esiandio per luogotenente di re o d'impera-
tore. ' Cronaca di Martino Polono (Basilea 1564).
28
CRONICHE
CAPITOLO LX.
Come la fede cristiana fu prima nella città
di Firenie.
Nel tempo chel detto grande Costaotino si fe-
ce cristiano, e diede signorìa e libertà alla Chiesa, e
Santo Silvestro papa regnò' nel papato palese in Ro-
ma, si sparse per Toscana e per tutta Italia, e poi
per tutto il mondo la vera fede e credenza di Gesik
Cristo. E nella nostra città di Firenze si cominciò a
coltivare la verace fede, e abbattere il paganesimo al
tempo di che ne fu vescovo in Firenze fatto
par papa Silvestro; e del bello e nobile tempio de'
Fiorentini, onde è fatta menzione addietro, i Fioren-
tini levaro il loro idolo il quale appellavano lo Iddio
Marti, e puosonlo in su un* alta torre presso al fiu-
me d'^Amo, e non vollono rompere nò spezzare, pe-
rocché per loro antiche memorie trovavano, che il
detto idolo di Marti era consegrato sotto ascendente
di tale pianeta, che come fosse rotto e commosso in
vile luogo, la città avrebbe perìcolo e danno^ e gran-
de mutazione. E contuttoché i Fiorentini di nuovo ^
fossono divenuti crìstiani, ancora teneano molti co-
stumi del paganesimo, e tennero gran tempo, e te-
meano forte il loro antico idolo di Marti : si erano
ancora poco perfetti nella santa fede. E ciò fatto, il
detto loro tempio consecraro alPonore d' Iddio e del
beato Santo Giovanni Battista, e chiamarb duomo di
Santo Giovanni : e ordinaro che si celebrasse la festa
il di della sua nativitade con solenni oblazioni, e che
si corresse uno palio di sciamilo ', e sempre per u-
sanza s'^è fatto in quello giorno per gli Fiorentini. E
feciono fare le fonti del battesimo in mezzo del tem-
pio ove si battezzavano le genti e' fanciulli, e fanno
ancora: e 1 giorno di sabato santo che si benedice
nelle dette fonti T acqua del battesimo e fuoco, or-
dinaro che si spandesse il detto fuoco santo per la
città a modo che si faceva in Gerusalemme, che per
ciascuna casa v'^andasse uno con una facellina ad ac-
cendere. E di quella solennità venne la dignità che
hanno la casa de' Pazzi della grande facellina, intor-
no fa di 1 70 anni dal 1 300 addietro, per uno loro
antico nomato Pazzo, forte e grande della persona,
che portava la maggiore facellina che ninno altro, ed
era il primo che prendea il fuoco santo, e poi gli al-
tri da lui. Il detto duomo si crebbe, poiché fùe con-
secrato a Cristo, ov'ò oggi il coro e l'altare del beato
Giovanni; ma al tempo che 'I detto duomo fu tempio
di Marti, non v' era la detta aggiunta, né 1 capan-
nuccio, né la mela di sopra; anzi era aperto di sopra
al modo di Santa Maria Ritonda di Roma, acciocché
il loro idolo Iddìo Marti ch'era in mezzo al tempio
fosse scoperto al cielo. Ma poi dopo la seconda re-
dificazione di Firenze nel 1150, anni di Cristo, si
fece fare il capannuccio di sopra levato in colonne, e
la mela, e la cróce dell'oro ch'é di sopra, per li con-
soli deirarte di Calimala, i quali dal comune di Fi-
renze ebbono in guardia la fabbrica della detta ope-
ra ^ di San Giovanni. E per più genti che hanno cer-
' da poco tempo. ^ drappo. ^ chiesa.
co' del mondo, dicono ch'egli é il più bello tempio,
ovvero duomo, del tanto che si truovl : e a' nostri
tempi si compiè il lavorio delle storie a moiset ' di-
pinte dentro. E troviamo per antiche ricordanze che
la figura del sole intagliata nello souilto, che -dice:
En giro torte sol ciclosy et rotar igne:
fu fatta per astronomia : e quando ti sole entra nel
segno del Cancro, in sul mezzo giorno, in quello
luogo luce per lo aperto di sopra ov* è il capan-
nuccio.
CAPITOLO LXI.
Della tenuta de'' Goti e de* Vandali in ItaUa^ e
come distrussono il paese, e assediare la città di
Firenze al tempo di Santo Zenoìno vescovo di
Fireme,
Dappoiché lo 'mperio de' Romani si traslatò di
Roma in Grecia per Costantino, e quasi fb partito, e
talora abbandonato per li suoi successori, venne molto
scemando. Per la qnal cosa negli anni di Cristo circa
400, regnando nello 'mperio di Roma e di Costan-
tinopoli Arcadio e Onorio figliuoli di Teodosio, una
gente barbara delle parti tra 'I settentrione e levante,
delle province che si chiamano Gozia e Svezia di là
dal fiume del Danubio, scese uno signore ch'ebbe
nome Alberigo re de' Goti, con grande seguito della
gente di quelli paesi, e per loro forza passero in
Affrica, e distrussonla in grande parte: e tornando in
Italia, per forza distrussono grande parte di Roma, e
la provincia d'intorno ardendo, e uccideDdo chiunque
loro si parava innanzi, siccome gente pagana e sanza
alcuna legge, volendo disfare e abbattere lo ^mperio
dei Romani ; e in grande parte II consumerò E poi
negli anni di Cristo 415 intomo, Radagasio re de*
Goti successore del detto Alberigo ancora passò in
Italia con innumerabile esercito di gente, venne per
distruggere la città di Roma, e guastò molto della
provincia di Lombardia e di Toscana. Per la detta ca-
gione gli Romani veggendosi così afflitti, e forte te-
mendo del detto Radagasio che già era In Toscana
e poi si pose all' assedio della loro città di Firenze,
manderò per soccorso in Costantinopoli allo 'mpera-
dore. Per la quel cosa Onorio imperadore venne in
Italia per soccorrere lo 'mperio di Roma, e colKoste
de' Romani venne in Toscana alla città di Firenze
per contastare il detto Radagasio ovvero Rodagoso,
il quale era allo assedio di Firenze con dugento mi-
gliaia di Goti e più ; il quale per la volontà d' Iddio
spaventò, sentendo la venuta dello Imperadore Ono-
rio, e si ritrassono ne' monti di Fiesole e d'Intorno
nelle valli, e ivi ridotti In arìdo luogo e non prov-
veduti di vittuaglia, e usediati d'intorno alle monta-
gne da Onorìo e dall'oste de' Romani, più per mira-
colo divino che per forza umana (imperocché a com-
parazione de'Goti l'oste dello imperadore Onorio era
quasi niente); ma per la fame e sete sofferta per più
giorni per li Goti, s^ arrenderò i Goti presi, dopo
molto grande quantità prìma morti di fame, li quali
come bestie furono tutti venduti per servi, e per uno
* viaggiato. ' a moudco.
DI GIOVANNI VILLANI.
29
danaio diedono Funo, con luUochè per la fame e dis-
agio ch^ aveano avuto, la maggiore parie si morirò
in brieve tempo a danno de^comperatori che li aVeano
a soppeilire ; e Radagasio di nascosto fuggito della
sua oste, da' Romani fu preso e morto, fi così mo-
stra, che ninna signoria né grandessa nbn ha fermo
stato, e che non venga meno: che siccome antica-
mente gli Romani andavano per le universe parti del
mondo conquistandosi e sottomettendosi le province
e** popoli sotto loro giuridizione , cosi per diversi
popoli e nazioni furono afQitti e tribulatì lungo tem-
po, come innanzi sarà menzione; « quelli che Io *m-
perio consumarono, furono alla fine distrutti per le
loro peccata.
Essendo la nostra provincia di Toscana stata in
questa afflizione, e la città di Firenze per la venuta e
assedio de'Goti in grande b^ibolazione» si era in Firen-
ze per vescovo uno santo padre ch'ebbe nome Zeno-
bio. Questi fu cittadino di Firenze, e fue santissimo
uomo, e molti miracoli fece Iddio per lui, e risuscitò
morti, e si crede che per li suoi meriti la città nostra
fosse liberata da' Goti e dopo la sua vita santa molti
miracoli fece. E simile santificò con lui Santo Crescen-
zio e santo Eugenio suo diacono e suddiacono, i quali
sono soppelliti i loro corpi santi nella chiesa di santa
Reparata, la quale prima fu nominata Santo Salvado-
re; ma per la vittoria che Onorio imperadore co'Ro-*
mani e coTiorentini ebbono contra Radagasio re de'
Goti il di di Santa Reparata, fu a sua reverenza ri-
mosso il nome alla grande chiesa di Santo Salvadore
in santa Reparata, e rifatto santo Salvadore in ve-
scovado, com' è a' nostri di. Il detto Santo Zenobio
mori a San Lorenzo fuori della città : e recando il
suo corpo a Santa Reparata, toccò un olmo eh' era
secco nella piazza di Santo Giovanni, e incontanente
tornò verde e fiorio; e per memoria di ciò v'è oggi
una croce in su una colonna in quello luogo.
LIBRO SECONDO
CAPITOLO L
Qui comiucia il secondo libro: come la dita di
Firetuke fu distrutta per Totile Flagellum Dei re
de' GoU e de' Vandali.
Negli anni di Cristo 440, al tempo di Santo
Leo * papa, e di Teodosio e Valentiniano Imperadori,
nelle parti d'aquilone fu uno re de' Vandali e di Goti
che si chiamava Bela, soprannomato Totile. Questi
fti barbaro, e sanza legge, e crudele di costumi e di
tutte cose, nato della provincia di Gozia e di Svezia,
e per la sua crudeltà uccise il fratello, e molte di-
verse nazioni di genti per sua forza e potenzia si
sottopose ; e poi si dispose di distruggere e consu-
mare lo 'mperio de' Romani, e disfare Roma: e cosi
per sua signoria ranno innumerabile gente del suo
paese, e di Svezia, e di Gozia, e poi di Pannonia,
cioè Ungaria, e di Danesmarche, per entrare in Ita-
lia. E volendo passare in Italia, da' Romani, e Bor-
gognoni, e Franceschi fu contrastato, e grande bat-
taglia contra lui fatta nelle contrade di Lunina, cioè
Frioli e Aquilea, colla maggior mortalità di gente che
mai fosse in neuna battaglia dall'una parte e dall'al-
tra: e fu morto il re di Borgogna, e Totile come
sconfitto si tornò in suo paese colla gente che gli
era rimasa. Ma poi volendo seguire suo proponimento
di distruggere lo 'mperio di Roma, si ranno maggior
esercito di gente che prima, e venne in Italia. E
prima si puose ad assedio alla città d' Aquilea e stet-
Leond.
tevi per tre anni, e poi la prese e arse e distrusse
con tutte le genti ; e entrato in Italia, per simile
modo distrusse Vicenza, e Brescia, e Bergamo, e
Milano, e Ticino, e quasi tutte le terre di Lombardia,
salvo Modona per li meriti di Santo Giminiano che
n' era vescovo; che per quella città trapassando con
sua gente, per miracolo di Dio non la vide se non
quando ne fu fuori, e per lo miracolo la lasciò che
non la distrusse: e distrusse Bologna, e fece marti-
rizzare santo Procolo vescovo di Bologna, e cosi
quasi tutte le terre di Romagna distrusse. E poi tra-
passando in Toscana, trovò la città di Firenze po-
derosa e forte. Udendo la nominanza di quella, e
com* era edificata da nobilissimi Romani, e era ca-
mera dello 'mperio e di Roma, e come in quella con-
trada era stato morto Radagasio re de' Goti suo an-
tecessore con cosi grande moltitudine di Goti, come
addietro è fatta menzione, comandò che fosse asse-
diata, e più tempo vi stette invano. E veggendo che
per assedio non la potea avere, imperciocché era
fortissima di torri e di mura e di molta buona gente,
per inganno, e lusinghe, e tradimento s' ingegnò di
averla: che i Fiorentini aveano continuo guerra colla
città di Pistoia: Totile si rimase di guastare intorno
alla città, e mandò a' Fiorentini che volea esser loro
amico, e in loro servigio distruggere la città di Pi-
stoia, promettendo e mostrando a loro grande amo-
re, e di dare loro franchigie con molti larghi patti.
1 Fiorentini malavveduti (e però furono poi sempre
in proverbio chiamati ciechi*) credettono alle sue false
lusinghe e vane promessioni: apenonli le porte, e
misonlo nella città lui e sua gente, e albergò nel
30
CRONICBE
CaapMoftio. Il cradek tiraoBO esfendo nella cicti
con falla su toriM^ e con frisi acmManti noatrara
aaMwe a^ dtladini, nno giorno fece richiedere a ano
consiglio li HMggiori e pia poasenti caporali della
terra in grande qoantilà; e coaM gingnorano in Cam-
pidoglio, passando ad uno ad ano per ano valico di
canMra, gli facera acddere e anunauare, non sen-
tendo Tnno dell'altro, e poi gli Cicea gittere negli
acquidocci del Campidoglio, cioè la gora d'Amo che
andam sotterra per lo Cìnpidoglio, acciocchd ninno
se n* accorgesse. E così ne fece BM>rire in grande
quantità, che niente se ne sentiva nella città di Fi-
reoie, se non che sM' uscita della città ove si seno*
privano i detti acquidocci, ovvero gora, e rientra-
vano in Ano, si vedea tutta V acqua rossa e san-
guinosa. Allora la gente s' accorse dello inganno e
tradimento; ma fe indarno e tardi, perocché Totile
aveva fatto armara tolta sua gente: e come s'avvide
che la sua crudeltà era scoperta, comandò che cor-
ressono la terra uccidendo piccoli e grandi, uomini
e femmine, e così fue fatto sansa riparo, perocché
li cittadini erano sanz' arme e isproweduti: e trovasi
che in quello tempo avea nella città di Firenze ven-
tidue migliaia d' uomini d' arme sanza gli vecchi e'
fenciulli. Ì4i gente della città veggendosi a tal dolora
e distruzione venuti, chi poteo scampare il fece^
fuggendosi in contado, e nascondendosi in fortezze,
e in boschi, e caverne; ma molti e più de' cittadini
ne furono morti, e tagliati, e presi, e la città fue
tutta spogliata d'ogni sostanzia e ricchezza per gli
detti Goti, Vandali, e Ungari. E poiché Totile l'ebbe
cosi consumata di genti e dell'avere, comandò che
fosse distrutta e arsa e guasta, e non vi rimanesse
pietra sopra pietra, e così fu ùitto: se non che dal-
l'occidente rimase una delle torri che Gneo Pompeo
avea edificata, e dal settentrione e dal mezzogiorno
nna delle porte, e infra la città presso alla porta
ca$a^ 9ive domo ^ interpratiamo il duomo di santo
Giovanni^ chiamato prima casa di Marti. E di vero
mai non fiie disfatto, né disfarà in etmno, se non
al die judicio ^ e così si truova scritte nello smalte
del detto duomo. E ancora vi rimasono V alte terri,
ovvero templi segnati per alfabeto, che così gli tro-
viamo in antiche croniche, le quali non sappiamo in-
terpratare; ciò sono S. e casa P. e casa F. Porte
quattro avea la città, e sei postierle^, e terri di ma-
ravigliosa fortezza erano sopra le porte. E l'idolo
dello Iddio Marti eh' e' Fiorentini levarono del tem-
pio e puosono sopra una terra, allora cadde in Ano,
e tanto vi stette quante la città stette disfatta. E così
fu distrutta le nobile città di Firenze dal pessimo
Totile a dì 128 di giugno negli anni di Cristo 450,
e anni 520 della sua edificazione; e nella detta città
fu morto il beato Maurizio vescovo di Firanze a gran
tormento per la gente di Totile, e il suo corpo giace
in santa Reparata,
* Bob parole queste di qualche cronica, a cui ebbe ri-
corso r A
* È Tesso del popolo italianiazare le voci latine: cosi
■' ode dire al volgo fiorentino : andare a porta ii^feri , ve-
nire a placebo^ rtdde rattonef U patemottrOf 11 depr<^ndi ecc.
^ceiuola e ìtàon portkétta da toccorio.
CAPITOLO H.
Come TotUe fece reeéifkmre In dna éi F%$$oU.
Distratta ta città di Fireniet, Totile se n* nudò
in sul monte ov'era stata raolicÉ dtti di Fiesole, •
con sne bon^re, e tende, e Irabacehe quivi s^ae-
campò, e comandò che ta detta città si raediicasse^
e fece hoidira che chmqne volesse tornare ad abi-
lara n quella, fosse sicuro e franco, gioendo a lui
d' essera contra li Romani, e acciocché ta citH di Fi-
renze non si rifacesse nniL Per ta qnnle cosi molli
che anticamente erano stati discesi di Fiesole, vi tor-
narono ad abitara, e de' Fiorentini medesW hihggili,
che non sapeano ove si dovessono abitara né andare;
e cosi in poco tempo fu rtfhtta e reedfficata la cHlà
di Fiesole, e fatta forte di mura e di gente, e poi,
come prima era, fu sempre ribella di Roaui. B per-
chè noi facciamo in questa nostra steria digressione,
lasciando come Firanze rimase diserta e distaila, e
seguendo le storie e' fatti de' Vandali, e de' Goti e de'
Longobardi i quali signoreggiarono lungo tempo Roau
e Toscana e tetta Italia, sì ne para di necessità; che
per ta loro fona e signoria li Fiesolani non lascia-
rono rìfera Firenze infino che d'Italia non farono
cacciati, come innanzi si farà menzione, tornando a
nostra materia.
CAPITOLO m.
Come Totile si partì di Fiesole per andare verso
Roma, e distrusse molte cittadi^ e mori di
moia morte*
Rifatta la ctUà di Fiesole, TotUe si parti di
quella» e andonne per Toscana per guastara lo 'mpe-
rio, e per andare a Roma, e prese e distrusse la città
d' Arcuo, e quella fece arare e Seminare dk sale ; e
Perugia assediò più tempo, e per féme Tebbe e ta
distrusse, e 'l beate Brcolano vescovo di quella foce
strangolare. Simile fece della città di Pisa, e di Lucca,
e di Volterra, e di Luni, Pontremoli, Parma, Reggio,
Bologna, Imola, Faenza, Forlì, Forlimpopolo, e Cese^
na : tutte queste cittadi, e l'altra di Lombale nomi-
nate, e molte altre città di Campagna e dì Terra di
Roma dal nequissimo* Totile ftirono distrutte, e moHi
santi monaci e religiosi da lui e da sua gente fhrono
distratti e martirizzati, e fece grande persecuzione n'
cristiani, rubando e disertando chiese e nméisterì,
e quelle disfacendo ; e poi andando per distruggere
Roma, in Maremma morie di repentina morte. Ma al-
cuno altro dottore scrisse, che il detto To^ per li
prieghi a Dio di santo Leo papa che allora regnava,
si partì d'Italia e cessò la sua pestilenzir, impercioc-
ché per miracolo d'Iddio, al detto Totile apparve più
volte in visione dormendo una ombra con uno viso
terribile e spaventoso, minacciandolo, che s'egli non
facesse il volere del detto santo padre piqu Leone,
il distruggerebbe. Il quale Totile per paura di ciò,
reverenza fece al detto papa, e partissi d*italia sanza
* iniquissimo.
DI GIOVANNI VILLANI.
31
apprefisarei alla dUa dì Roma, e toraossi in Panno-
nia : e là voaato, di repeoUna morte morto; e alcuao
disae, càe mori in Cigole nella Marca. Ma dovecch'e-
gli morifise^ la nolte nederìma eh' egli mori, appar-
ve per visione di sogno a Maruano imperadore, il
quale era in Grecia, che V arco di Totile era rotto :
per la qual cosa intese che Totile era morto, e così
si trovò fihe in quella medesima notte m<Hlo. Questo
Totile Èa il più crudele e potente tiranno che si truovi,
e per la sua iniquìssima crudeltà fu chiamato per so-
prannome FlageUum Dà, E per altri si scrisse che '1
deito soprannome poose santo Benedetto, eh' udendo
Totile la sua sanlità, V andò a vedere a Monte Cas-
sino travisato, per vedere se 1 conoscesse. Il beato
santo non mai vedutolo, per ispirazione divina il co-
nobbe, e disse : Itf sé* pagello di Dio per pulire^
le peccata: cornandogli da sua parte che non i-
spanda più sangue umano, onde poco appresso mo-
rto. E veramente fu flagello di Dio per consumare
la superbia de' Romani e de' Taliani ^ per li loro
peccati, che in quello tempo erano molto corrotti
nello errore deUa resta arriana, e contra alla vera
fede di (Msto, ed idolatri, e di molti altri peccati
spiacenti a Dio erano contaminati: e così la divina
potensia pulì 1 non giusti per lo crudele tiranno non
giusto, giustamente.
CAPITOLO IV.
Come i Goti fimatouo signori d'Italia dopo la
morte di Totile.
Vivendo ancora Totile in Italia, Teodorìco un
altro re de' Goti, si partì di Gesta e distrusse Dane-
smarche, e poi Lotteringia, cioè Brabante e Analdo,
e quasi tutta Francia ; e passò in Ispagna e tutta la
distrusse. E stando in Ispagna udì la morte di Totile,
incontanente ne venne in Italia, e co'Vandali, e Goti,
e Ungarì, e altre diverse nazioni eh' erano stati con
Totile raunò sotto sua signorìa, e lasciò in Ispagna
Elarico, ovvero Elario, suo fratello re de' Goti, il
quale comprese e conquistò non solamente Spagna,
ma il reame di Navarra, e Proenza, e Guascogna in-
flno a' confini di Francia. Ha poi il detto Elarìco' fu
sconfitto e morto con tutta sua gente da Clovis re di
Francia, il quale fu il primo re di Francia che fosse
cristiano ; e la detta battaglia fu presso alla città di
Pettierì a died leghe, Tanno di Cristo 510, e di-
strusse i Goti per modo, che mai non abbono signo-
ria di là da' montL II sopraddetto Teodorìco che
passò in Italia prese Roma, e tutta Toscana, e Italia,
e allegossi con Leone imperadore di Costantinopoli
eretico arriano, il quale Leone passò in Italia, e ven-
ne a Roma, e trasse di Roma tutte le imagini de'cri-
nliani e arse in Costantinopoli, a dispetto del papa e
della Chiesa. E qudlo Leone imperadore, e Teodorìco
re de'. Goti guastaro e consumaro tutta Italia, e le
elùese de' feddi fecero latte abbattere, e lo stato de'
Romani e dello 'mperio molto infieboliro. E poi morto
' punirei coli doTAsi talora Intendtre presso gli antl'
ohi; vedi più sotto pulì % mm giuiH. * italiani.
Leone imperadore, fu Zeno imperadore, e fu contra-
rìo de' costumi e di tutte cose di Leone, e la sua
schiatta annullò e consumò, e ebbe guerra co' Goti
ch'erano in Italia: alla fine s'acconciò con pace con
loro, ma volle per istadico^ Teodorìco il giovane fi-
gliuolo di Teodorìco re de' Goti, eh' era garzone e
piccolo, e tennelo seco in Costantinopoli. E Teodo-
rico re tenne lo 'mperìo di Roma per lo detto Zeno-
ne imperadore, facendonegli omaggio, e dandonegli
trìbuto. In questi tempi, circa gli anni di Cristo 470,
regnando in Costantinopoli Leone imperadore di Ro-
ma, nella grande Brettagna, che ora Inghilterra è
chiamata, nacque Merlino profeta (dissesi d'una ver-
gine con concetto ovvero operazione di demonio) il
quale fece in quel paese molte maraviglie per negro-
manzia, e ordinò la tavola ritonda di cavallierì er-
ranti, al tempo che in Brettagna regnava Uter Pan-
dragone, il quale fu de' discendenti di Bruto nipote
d' Enea primo abitatore di quella, come addietro £t-
cemmo menzione ; e poi rinnovata per lo buono re
Artù suo figliuolo, il quale fu signore di grande po-
tenzia e valore, e sopra tutti i signorì cortese e gra-
zioso, e regnò grande tempo in felice stato, come i
ramanzi di Brettoni fanno menzione, e la cronica
martiniana in alcuna parte in questo tempo.
CAPITOLO V.
Come i Goti furono cacciati la prima «oda ci' /-
talia^ e come ricoteraro la signoria per lo gi09ane
Teodorico loro re.
Nel detto lempo intomo gli mini di Cristo 465,
uu Agustolo (questi fu Teutonico) b* prese e occupò
lo 'mperìo di Roma e d^ Italia quindici mesi. Ma E-
vancier Greco di Rutina, con Ruttai sua gente venne
in Italia, e per forza prese Piacenza e Ticino, e dis-
cacciò della signoria il detto Agustolo, e fecesi
monaco per paura. Evancier colli suoi Rotini venne a
Roma, e ebbe tutta la signoria d' Italia per quattor-
dici anni, e cacciò i Goti. Sentendo ciò Zeno impe-
radore che dimorava in Costantinopoli, mandò contro
il detto Evancier Teodorìco giovane che rìmase del
padre re de'Gott, ch'avea diciassette anni, e per terra
venne per Bolgaria e Ungarìa con assai fatica, e E-
vancier gli si fece allo 'ncontro in Aquilea con iulto
lo sforzo d'Italia; quivi si combatterò insieme, e B-
vancier fu sconfitto e fuggissi con pochi a Roma: ma
il popolo di Roma non lo lasciarono entrare in Roma
nella città. Teodorìco co' Goti, e Greci, e Ungarì
seguendolo a Roma, Evancier si fuggfo da Róma a
Ravenna : ancora il persegui Teodorìco, e ass^ollo
in Ravenna per tre anni, e presa la cittade, l' uccise,
e distrusse sua gente negli anni di Cristo 4ÌB0, e
Teodorìco rimase re e signore in Italia, avendo lega
e amistà con Zeno imperadore di Costantinopoli, e
da* Romani fu ricevuto a grande onore, e pacifica-
mente tenne Roma e Italia grande tempo, e tolse per
moglie la figliuola del re di Francia, che Lottieri fi-
gliuolo di Clovis ebbe nome, ma poi si maculò della
* ostaggio, statico.
34
CRONICHE
tornò al primo soo serrìgio e del suo maestro; col
quale appresso crescendo Maometto in bonti, gli
diede in ipiardia il suo maestro i suoi cammelli, e
guidare sue mercatanzie, le quali bene avventurosa-
mente avanzò. E morto il suo signore e per lo suo
buono servigio, alle donna piacque, e ebbe affina di
lui; e poi morto il marito, il si fece secondo loro co-
stuma^ suo marito, e fecelo signore d^ogni sua su-
stanzia e di molto grande avere. Maometto divenuto
di povertà in ricchezza, si montò in grande orgoglio
e superbia e in alti intendimenti, e pensossi di pote-
re essere signore di tutti gli Arabi, perocch* erano
grossi di senno e di costumi, e non aveano nullo si-
gnore, né re, né legge : e egli era savio, malizioso,
e ricco. E per fornire suo proponimento, prima si
fece profeta, e predicava a quello grosso popolo, i
quali viveano sanza legge. E per avere seguito e pon-
dero, s** accostò con uomini, giovani, poveri e biso->
gnosi, e ch^aveano debito, e con rubatori e disperati,
seguendo con loro ogni peccato, e vivendo con loro
a comune di ruberìa e d^ogni male acquisto, spezial-
mente sopra i Giudei cui molto disamava; e per que-
sto divenne e montò in istati) e signoria, e fu molto
dottato* e temuto nel paese, e quasi come uno loro
re fu temuto per lo podere e senno ch^'avea tra quella
gente barbera e grossa^ e per sua superbia più bat-
taglie ebbe co** signori vicini, e più volte vinse, e fn
sconfitto, e in alcuna battaglia perde de* denti dinan-
zi. E perchè si facea profeta, e nelle dette battaglie
in alcune fu sconfitto, onde per falso profeta fu rim-
procciato, di che si scusava dicendo, che Dio non
volea che combattesse, e però il facea perdere, ma
come suo messaggio voleva predicasse al popolo, e
ammaestrasse. Il quale predicando, dicea, ch^era so-
pra tutti i profeti, e che dieci angioli per comanda-
mento di Dio li guardavano, ed era messo mandato
da Dio per dichiarare la legge a' Giudei e a' cristiani
data da Dio a Moises; e quale contradicesse la sua
^^gg^% fosse morto di spada, e i figliuoli o moglie di
quello cotale fossono suoi servi, e tutta loro sustan-
zia in sua signorìa: questo fu il primo suo comanda-
mento. Maometto fu di sua natura molto lussurìoso,
e in ogni villano atto di lussurìa, grazioso era colle
femmine Dicea che per grazia di Dio e* poteva più
generare che quaranta altrì uomini, e però tenea
quìndici mogli e più altre concubine, ovvero bagasce;
e per gelosia le tenea nascose e velate il viso, per-
chè non fossono vedute e conosciute : e per suo e-
semplo sì reggono ancora i Saracini di loro mogli.
D* altre femmine usava quanto potea o gli piacea, e
più volentierì le marìtate che Taltre; e di ciò essendo
rìpreso, e cominciando a dispregiare la sua dottrina
e predica, si fu cacciato co' suoi seguaci della città
di Lamech; per la qual cosa se n' andò ad abitare in
un' altra città alquanto diserta ove abitavano giudei
e pagani e idolatrì, e dura e selvatica gente, per me-
glio potere usare la sua falsa dottrina e predica, e
commuovergli tutti alla sua legge. E fece fare in
quella terra un tempio ov'egli predicava: e per iscn-
' n discreto lettore vede che uou è da soncrìvere a
tatto che r A. dice di Maometto. * rApntAto.
sarsi della sua disordinala vita d^ avoltarìo, si fece
una legge seguendo la giudaica del vecchio Testa-
mento, che qual femmina fosse trovata in avolterìo
fosse morta, salvo che con lui, perocch' avea per co-
mandamento dall* agnolo Gabbrìeilo eh* usasse le ma-
rìtate per potere generare profeti. Ed essendo Mao-
metto vago d* una moglie d' uno suo servo per sue
bellezze, e toltala e giaciuto con lei, il manto la
cacciò, e Maometto la si rìprese e tenne co1l*altre sae
femmine; e per conservare il suo svolterò, disse, che
ebbe lettera da Dio per F angelo che facesse legge,
che quale uomo caccerà la moglie, o apponendole
avoltero e* non lo provasse, cVun altro la si possa
prendere; e se '1 prìmo manto mai la rìvolesse, non
la possa rìavere. se prìma in sua presenza un altro
uomo non giacesse con lei carnalmente; e allora era
purgato il peccato, e ancora il tengono i Saracini
Ancora fece legge che a ciascuno fosse lecito dis-
verò e usare tante mogli e concubine quante ne po-
tesse fornire, per generar figliuoli e crescere il suo
popolo; e fece legge che ciascuno potesse usare la
sua propria cosa sanza peccato a sua volontà e de^
siderìo, e questo trasse del bestiale paganesimo; e
fece legge che quale ancella, cioè serva, ingrossasse
di Saracino, fosse franca; e così retasse^ il suo fi-
gliuolo come quello della moglie ; e se fosse cri-
stiana, o giudea, o pagana, si potesse partire libera
a sua volontà, lasciando al padre di cui avesse ac-
quistato il suo figliuolo. Queste furono le prime leggi
che fece Maometto da se medesimo. B avea Mao-
metto la malattia di morbo caduco, che spesso cadea
in terra e dibalteasi, e schiumava rolla bocca saaza
sentimento: e quando il male gli era passato, per cO"
prìre il suo difetto, e per fare meglio credere a qo^a
grossa gente il suo errore e falsa dottrina, dicea che
ciò gif awenia quando Iddio volea parlare con lui e
ammaestrarlo delle leggi che desse al popolo, peroc^
che non era possibile di vederlo corporalmente ; sì
il rapia T agnolo GabbrieYlo e portavalo in ispirilo, e
nel rapire lo spirito, avea il corpo suo quella passio-
ne. Stando Maometto nel cominciamento di questa
sua falsa dottrina, avvenne per sodduzione del dia-
volo, volendo corrompere la santa fede cattolica, che
uno monaca cristiano eh* avea nome Chrcsius, ovvero
in volgare Sergio, il quale era grande cherìco in
corte di Boma e scienziato, ma per sue male opere e
falso errore fu scomunicato e condannato per eretico,
il quale per paura del papa si partì di corte : e u-
dendo già la fama di Maometto, pasto oltremare, e
di là si rinnegò la fede di Cristo, e eoo male talento
per vendicarsi del papa e de' veri cristiani, se n'andò
in Arabia, e si accozzò con Maometto, e trovollo al
cominciamento ch^egli predicava la sua falsa dottrina,
ma ancora non gli era data troppa fede; si gli mo-
strò il detto Sergio come la sua legge volea esser
meglio ordinata e fondata, acciocché '1 suo popolo
gli credesse. E accostandosi con uno giudeo, simile
rinnegato di sua legge, famigliare di Maometto, molto
savio e sagace, questi rinnegati proflTerliai per con*-
siglieri di Maometto, gli ricevette allegramente, e
' n^dMse 0 ereditasse.
m GIOVANNI VILLANI.
35
fecegli molto grandi maestri appo lui, e eglino per
loro aatasia feciono grande lui appo il popolo, fac-
cendolo signore e profeta sopra lutti quelli che mai
furono, e messo di Dio. E ordinarono insieme la falsa
dottrina e mala legge delFAlcaram, traendo in parte
quello eh' a loro piacque del vecchio Testamento e
de* dieci comandamenti di Moises, e così del nuovo
e vangelico dì Cristo, della fede de* cristiani, e parte
della legge pagana idolatra; e raccomunandole insie-
me colle leggi fatte io prima e poi per Maometto, ne
feciono una quarta legge, la quale fu ed è errore e
confusione della fede cristiana, e esiandio della giu-
daica e pagana, mescolando il veleno col mele, cioè,
con certe parti del buono delle dette leggi che vi
misono, mescolato molto del falso errore. La qual
falsa legge per lo vizio lascivo e largo della carna-
lità, e per fona d^'arme, corruppe non solamente i
grossi Arabi di quello paese, ma il paese d" Assiria,
Persia, e Media, e Mesopotamia, Soria^ e Turchia, e
molte altre provincie d* oriente , e poi T Egitto , e
rAflftìca tutta inaino in Ispagna, e parte della Proen-
za, e aknna volta si distesono in Italia e nel nostro
paese di Roma e di Toscana, siccome per questa e
altra cronica si potrà trovare. Lasceremo a dire de*
falsi articoli della sua legge, che a questo trattato
non ne pare di necessità, e sono disonesti e abomi-
nevoli a fame io questo memoria; ma chi lo vorrà
sapere legga rAIcaram di Maometto, ove tutte le sue
costituzioni e decreti vi sono per ordine. E quando
Maometto fu nell* aggio di quarant* anni, fu per in-
vidia da* suoi medesimi avvelenato: e veggendosi ve-
nire a morte, comandò che la sua legge fosse osser-
vata, e chi la contradicesse fosse morto rolla spada:
e lasciò che lui morto, noi dovessono soppellire in-
fino a ti e dì, perocché di certo ave» da Dio, ohe in
capo de* tre dì, in anima e in corpo ne sarebbe por-
tato in cielo dagli angeli. I suoi parenti il tennono
dodici dì, tanto che forte putire facea il suo corpo,
e non fu portato in cielo; ma lui poi imbalsimato, il
portarono alla sua città di Lamech onde fu nato, e in
quella nel tempio in un* arca messo, e per magistero
di ferro con forza di calamita, la detta arca col suo
corpo sta sospesa in aria sanza nullo altro lenimento.
Al cui corpo, di Saracini di diversi paesi vi vengono
in pellegrinaggio con grandi oblazioni, e dicono, che
per la sua santità, per miracolo divino sta così sos-
peso in aria. Dopo la morte di Maometto, molti savi
uomini conobbono il falso errore e dottrina di Mao-
metto^ ed essere erronica, e da quella si partirò, e
molto popolo fu scommo'sso e ritratto da quella legge.
Ma i parenti di Maometto i quali per la sua signoria
erano grandi e potenti, per non perdere loro stato,
s^ordinaro uno successore di lui al modo del nostro
papa, il quale tenesse e guardasse la legge di Mao-
metto, e chiamarlo per soprannome calif. Bene ebbe
tra loro al cominciamento, per la invidia della signo-
ria, grandissima quistione, e per gara feciono due
calif, e r uno calif dispoose 1* altro, e feciono addi-
zioni e correzioni alla legge prima delPAlcaram di
Maometto; e per questa cagione nacque tra loro er-
rore, onde si partirono. 1 Saracini del levante rìten-
Bono la propria legge di Maometto, e feciono loro
calif dimorante alla nobile e grande città di Baldaccs,
e quegli d' Egitto e d* AlTHca ne feciono un altro in *
loro paese: e tra loro fu errore con diverse maniere
di legge erroniche Tona dall' altra. Ma nel genero *
la legge delFuno califfo e delPaPro si concordavano
insieme nella larghezza de' diletti carnali . e d* altri
vizi lascivi; per la qual cosa, come detto è dinanzi,
la maggiore parte del mondo ne è contaminata. E
nota che per certe profezie si truova, e per grandi
astrolaghi si afferma, che la detta setta de' Saracini
dee durare circa ad anni 700, e allora de' finire e
venire meno. Non dichiarirò se cominciasse alla na-
tività di Maometto o alla sua morte, o quando egli
die la legge agli Arabi. Lasceremo dello incomincia-
mento della legge de' Saracini, e de' fatti di Mao-
metto loro profeta, eh' assai in brieve n'avemo detto,
e torneremo a nostra matera de' fatti d* Italia, e di-
remo d* un' altra perversa e barbara gente che nella
detta Italia vennono e signoreggiaro un tempo, che
furono chiamati Longobardi, e di loro principio, e di
loro geste, e fine; perocché furono grande cagione
di non lasciare reediflcare la nostra città di Firenze
per lungo tempo.
CAPITOLO IX.
X>e' successori di Roiario re de" Longobardi.
Dopo il detto Rotario re de* Longobardi, onde
addietro facemmo menzione nel capitolo di Narsete
che gli fece di prima venire in Italia, regnò Gisulfo.
Questo Gisulfo fu re di Puglia, e fece suo capo in
Benivento che si chiamava in prima Sannia, e tutta
Puglia disabitò quasi di paesani, e abitò di Longo-
bardi, e feciono la legge che ancora si chiama lon-
gobarda, e tengono ancora i Pugliesi e gli altri Ita-
liani, in quella parte dove danno mondualdo \ ov-
vero in volgare manovaldo, alle donne, quando s'ob-
bligano in alcuno contratto, e fu buona e giusta leg-
ge. Questo Gisulfo assediò Roma e 'I papa, e ebbe
due figliuoli: 1' uno ebbe nome Alberico che fu re in
Lombardia, e V altro ebbe nome Grìmaldo che rimase
re in Benivento, e là morìo per torsi sangue, fati-
cando suo braccio in aprire un arco: e dopo Grimaldo
ne fu re Romoldo suo figliuolo, e molta persecuzione
feciono alla Chiesa. In Lombardia regnò Alberico e
suoi discendenti appresso, e ebbono grande guerra
con quegli della ritta di Ravenna in Romagna, In
quale era la maggiore e la più famosa città d'Italia
appresso Roma. E così per grande tempo signoreg-
giarono Italia i Longobardi, tanto che si convertirono
in paesani e abitanti di tutta Italia. E erano di diverse
sette, con tutto che fossono battezzati : 'chi era cri-
stiano, e chi arrìano e d'attri errori, e chi idolatri e
pagani; e così stette grande tempo Italia maculata dì
errori, e di signoria tirannica per gli Longobardi,
' generalmente.
' Mondualdo o manovaldo vale tutore e difenditore delle
donne dato loro dalla leicfce, e sensa il cui consenso non
possono obbligarei né &r contratto veruno. Oggi osasi per
decreto, col quale il magistrato concede alle donne di pò-
I ter dlnpom» della propria dote.
36
CRONICIIE
e la Chiesa molto abbassata e afDitta. Dopo Alberico
regnò re de' Longobardi Eliprando il quale fo grande
come gigante, e per la grandezza del ano piede si
prese la misura delle terre, e chiamasi ancora a** no-
stri tempi pie d' Eliprando, il quale è poco meno
d' ano braccio alla nostra misura, e così è intagliato
alla sua sepnltura a Pavia. Questo Eliprando fìi cri-
stiano, e mandò in Sardigna a fare rilroTare Tossa
e 1 corpo di santo Agustino, e fecole recare in I-
talia, e per divozione infino a Genova con grande
processione venne incontro, e poi in Pavia le rìpuose
a grande onore e solennità negli anni di Cristo 725
CAPITOLO X.
Come Carlo Martello eenne di Francia in Italia a
richetta della Chiesa coniro a* Longobardi^ e
r origine della città di Siena.
Nel tempo del detto Eliprando, tutto che fosse
cristiano, ma per la sua avarizia, e per volere occu-
pare le ragioni della Chiesa Santa, e per consiglio
dello imperadore di Costantinopoli, cominciò guerra
co' Romani e con papa Gregorio terzo, e con tutto
suo isforzo venne ad assediare il detto papa a Roma,
egli di verso Lombardia, e Grìmaldo re de'Sanniti e
Pugliesi con suo isforzo di Puglia, negli anni di Cri-
sto 735. Per la qual cosa, fatto concìlio in Roma, la
Chiesa co'Romani mandarono in Francia per soccorso
a Carlo Martello, il quale Carlo fu figliuolo di Pipino
grande barone di Francia e de* dodici peri, il quale
governava tutto il reame e lo re medesimo; e si-
mile fece il detto Carlo Martello, che il re che al-
lora era, chiamato Ciperic, avea solamente il nome,
ma Carlo la forza e la signoria: e fu figliuolo della
serocchia di Dodone re d' Equitania, e poi fb padre
del buono re Pipino padre che fu di Carlo Magno; e
Martello avea soprannome, perocché 'I portava in so-
pransegna. E in fatti fu martello, perocché per sua
prodezza percosse tutta Alamagna, Sassogna, Soavia,
Baviera, e Danesmarche infino in Norvea, in Inghil-
terra, Equitania, e Navarra, e Spagna, e Borgogna,
e Proenza, e tutte le mise sotto la sua signoria, e j
gli fece suoi tributari Poi alla richesta del detto
papa, passò in Italia infino in Puglia, e liberò Roma
e la Chiesa deiroccupazioni de'Longobardi.^E dicesi
che in quel tempo, intomo gli anni di Cristo 740,
fu il cominciamento delP abitazione del luogo ov* é
oggi la città di Slena per la gente vecchia e non
sana che passò con Carlo Martello, i quali rimasono
in quello luogo, come addietro é fatta menzione
della edificazione di Siena.
CAPITOLO XI.
Come Braco Longobardo re di Faglia tonto
aW ubbidienui di Santa Chiesa.
Dopo la morte d* Eliprando, succedette Eraco
che regnò in Puglia. Questo Eraco somigliante al
suo anticessore, ricominciò guerra colla Chiesa e
con papa Zaccberia; e vegnendo a Roma negli anni
di Cristo 750 con tutto suo isfono di Puglia e di
Lombardia, per distruggere Roma e '1 paese d'intor-
no, per lo detto papa là predicato per modo, che
Iddio ispirò in lui la sua grazia, e convertissi al-
l' ubbidienza di Santa Chiesa egli e la moglie e' fi-
gliuoli, e passò oltremare contra' Saracini e' pagani.
Per la nostra fede cristiana fece di grandi e notabili
cose con grande vittoria contra Cosdre re di Persia,
e diliberò di pregìone i cristiani di Gerusalem e dì
Soria presi per lo detto Cosdre re ; e racquistò la
santa croce di Cristo che 1 detto re di Persia avea
tolta di Gerusalem per dispetto de' cristiani ; e però
s'ordinò per Santa Chiesa la festa dell'esaltazione
della santa croce. E oltre a dò, tornato d'oltremare,
il detto Eraco per l'amore di Cristo lasciò ogni si-
gnoria mondana, e rendési monaco, e finì in santa
vita. E la statua del metallo eh' é in Barletta in Pu-
glia, fece fare a sua similitudine al tempo che re-
gnava in gloria mondana. E in questi tempi si trovò
di prima lo strumento della campana per uno mae-
stro della città di Nola in Campagna, e però fu
chiamata campana o Campania^ e alcuni la obiamaro
Nola^ e la prima fu recata a Roma e posta nel por-
tico di san Giovanni Luterano di piccola e grossa
forma. Ma poi cresciute e mi^iorate, fae ordinato
per Santa Chiesa si sonasse con quelle, a onore di
Dio, r ore del di e della notte
CAPITOLO xn.
Come Telofre ré de' Longobardi perseguito Santa
Chiesa^ e come il re F^no a richiesta di papa
Stefano venne di Francia e sconfisselo e preselo»
Appresso del re Eraco succedette nel reame di
Lombardia e in quello di Puglia insieme, Aristolfo,
detto in latino Telofre, fratello del detto Braco. Que-
sti fu signore di grande potenzia, e crudele, e nimico
di Santa Chiesa e de' Romani ; e per consiglio di
malvagi e ribelli Romani, prese Toscana e la vaRe
di Spuleto, e distrussele, e toglieva cenai per ogni
capo d'uomo; e fece congiura con Leone e Costan-
tino suo figliuolo imperadori di CostantiDopoIi, e a
sua richiesta passaro a Roma, e presonla con Telofre
insieme, e rubaronla, e arsono le chiese e'aanti lao-
ghi, e portarne in Costantinopoli le ricchezze di
Roma, e tutte le imagini delle chiese di Roma, e
per dispetto del papa e della Chiesa, e vergogna
de' cristiani l' arse tutte in fuoco, e molti fedeli cri-
stiani distrussero e consumaro in Roma e in tutta.
Italia. Per la qual cosa Stefano papa secondo gli sco-
municò, e tolse per ammenda del misfatto alio 'mpe-
rio il regno di Puglia e di Cidlla, e stabili per di-
creto, che sempre fosse di Santa Chiesa. E poi non
potendo riparare alla forza deMetti tiranni ed a tanta
affiizione, in persona n' andò in Francia a Pipino
prencipe e governatore de' Franceschi a richiederlo
e pregare, che venisse in Italia a difèndere Santa
Chiesa contro Telofre re de'Lombardi, e fece al detto
Pipino molti brivilegi e grazie, e fecelo e confermò
re di Francia, e diipuose Ilderigo re cb^ era della
prima schiatta, perocch* era uomo di ninn valore, a
DI GIOVANNI VILLANI.
37
readéii monaco. Il quale Pipilo^ fedele e amatore di
Santa Chiesa, il ricevette con grande onore, e poi
con tutto suo iafolto col detto papa Stefano passò
in Italia negli anni di Cristo 755, e col detto Telo-
*fre re de' Lombardi ebbe grandi battaglie. Alla fine
per fona d* arme e di sua gente, il detto Telofre fu
Tinto e sconfitto dal buono re Pipino, e fece le co-
mandamenta del papa e di Santa Chiesa, e ogni am-
menda, com' egli e' suoi cardinali seppono divisare ;
e lisciò alla Chiesa per patti e brivilegi il reame di
Puglia e di Cicilia, e '1 patrimonio di Santo Piero. E
venato il detto Pipino in Roma col detto papa, fu-
TOiO ricevuti a grande ono*re da^ Romani : e U detto
Pipino fu fatto patriee di Roma, cioè luogotenente
d* imperio, e padre della repubblica de^ Romani. E
rimessa Roma e Santa Chiesa in sua libertà e in buo-
no stato, si tornò in Francia, e fini sua vita a grande
onore; e succedette a lui re di Francia Carlo Magno
sao figUaolo,
CAPITOLO xm.
Carne Dé$iderio figliuoio df Telofre ricominciò guer-
ra a Samia Chiesa, per la guai cosa Carlo Magno
passò in Italia e sconfisselo^ e prese e distrusse
la signoria de* Longobardi,
Partito il re Pipino d'Italia e tornato in Fran-
cia, si riposò in alcuno tranquillo la Chiesa di Roma
e '1 paese d' intorno uno tempo, per V accordo che
Pipino avea fatto con Telofre re di Lombardia, e per
la vittoria avuta contra lui; ma morto Telofre, Desi-
derio ino Ogliuolo succedette a lui, il quale maggior-
mente che il padre fu nemico e persecutore di Santa
Chiesa, e ruppe la pace, e allegossi con Costantino
che fn Ogliuolo di Leone imperadore di Costantino-
poli, a colle sue forze fece cominciare guerra in Pu-
§fis, e Desiderio dall* altra parte in Toscana, troppo
SMggiore che '1 suo padre non avea di prima fatta.
Per la qnal cosa Adriano papa che allora governava
Suta Chiesa, numdò in Francia per Carlo Magno fi-
glinolo di Pipino che venisse in Italia a difendere la
Chiesa dal detto Desiderio e da'suoi seguaci; il quale
Carlo re ài Francia passò in Lombardia negli anni di
Cristo 775, e dopo molte battaglie e vittorie avute
contra Desiderio, si V assediò nella città di Pavia ; e
qieUa per assedio vinta, prese il detto Desiderio, e
la moglie, e* figliuoli, sajvo che '1 maggiore figliuolo
ck'avea nome Algiso si fuggi in Costantinopoli a Co-
itantino imperadore, e sempre guerreggiò. Preso
Deiiderìo e la moglie e' figliuoli, Carlo Magno gli
fece fare la fedeltà a Santa Chiesa, e simile a tutti
gli baroni e città d' Italia ; e poi ciò fatto, il detto
Desiderio e la moglie e' figliuoli mandò in Francia
pngioni, e là morirò tutti in pregione, e così falli
h sigsorìa de' re de' Lombardi, detti prima Longo-
Wrdi, eh* era durata 205 anni in Italia, per la forza
tó Fraaceachi e del buono Carlo Magno, che mai
poi Bos ebbe re ita Lombardia. Rene rimasero le
de* signori e de^ baroni e borghesi^ stratti*
' BoTfgkm^ eittadini, che aveano larghe tenuto nt* bor-
iai • tO]#. D tributo che UUora pagavano al sigoort del
^^ diotvaai horgaggio. ' origSnaiii.
di Longobardi ed in Lombardia e in Puglia; e ancora
oggi ne sono in nostro volgare certi antichi gentili
uomini che noi chiamiamo Cattaui ' lombardi, derivato
da' detti Longobardi che n'erano stati signori d'Ita-
lia. Carlo Magno avuta la detta vittoria venne a Ro-
ma, e dal detto Adriano e da' Romani fu ricevuto a
grande trionfo e onore; e appressandosi Carlo Ma-
gno a Roma, vedendo la santa città di Roma di su
Montemalo, discese da cavallo, e per reverenza ven-
ne a piò inaino a Roma; e là giungendo, le porte
della città e di tutte le chiese basciò, e a ciascuna
chiesa offerse riccamente. E giunto in Roma, fu fatto
patriee di Roma, e gli addirizzò lo stato di Santa
Chiesa e de' Romani e di tutta Italia, e rimise in
loro franchigia e libertade, abbattute in tutte le parti
le forze dello 'mperadore di Costantinopoli, e del re
de' Lombardi, e di loro seguaci, e confermò alla
Chiesa ciò che Pipino suo padre le avea dotato \ e
oltre a ciò dotò la Chiesa del ducato di Spnleto e di
Benivento. E nel regno di Puglia ebbe più battaglie
contro a' Longobardi e ribelli di Santa Chiesa, e as-
sediò e distrusse la città di Ucedonia eh' è in A-
bruzzi tra l'Aquila e Sermone, e assediò e vinse Tu-
livemo il forte castello all'entrare di Terra di Lavo-
ro. E pih altre terre del regno che teneano i ribelli
di Santa Chiesa, e tutti gli sottomise a sua signorìa.
E ciò fatto, lasciando Roma e tutta Italia in pacifico
stato e sotto sua signorìa, bene avventurosamente
intese a perseguitare i Saracini ch*aveano occupato
Proenza, e Navarra, e Spagna, e colla forza de' suoi
dodici baroni e perì di Francia, chiamati paladini,
tutti gli conquise e distrusse, e passò oltremare a
rìchesta dello *mperadore Michele di Costantinopoli e
del patriarca di Gerusalem, e conquistò la Terra
Santa e Gerusalem che Toceupavano i Saracini, e ac-
quistò allo 'mperadore di Costantinopoli tutto lo/m-
perìo di levante, il quale aveano occupato i Saracini
e' Turchi. E tornando in Costantinopoli, tutto^ lo
imperadore Michele gli volle donare molti grandissimi
tesorì, nulla >olle prendere, se non il legno della
santa croce e *1 chiovo di Cristo, lo quale in Fran-
cia ne recò, ed è oggi in Parigi. E tornato in Fran-
cia, aignoreggiò per sua prodezza e virtude non so-
lamente il reame di Francia, ma tutta AJamagna,
Proenza, Navarra, e Spagna, e tutta Italia.
CAPITOLO XIV.
Della progenia di Carlo Magno^ e di suoi
successori,
E imperciocché questo Carlo Magno fìi di grande
affare e fu per sua prodezza e bontà rifatta la nostra
città di Firenze, come innanzi faremo menzione, vo-
lemo brievemente fare memoria de* suoi discendenti
che furono imperadori e, re di Francia, infino che
falli la sua schiatta al tempo d'Ugo Ciapetta duca di
' Coitane era l'ultimo grado di nobiltà nell'ordine fen-
dale, meno di Valvaasoro: castellano, signor di castella.
' dato in dote.
' Nota tutto per tuUoM col modo indicativo.
38
CRONICHE
Orliens. Appresso Carlo Magoo, regnò iroperadore e
re di Francia Loia suo figliuolo venUseì anni; poi fv
LoUìerì suo figliuolo imperadore, come innanzi fa-
remo menzione, e Carlo il Calvo V altro figliuolo di
Luis fu re di Francia anni trentaquattro. Alla fine,
morto Lotderi suo fratello, fu il detto Carlo il Calvo
imperadore due anni, e T altro figliuolo del soprad-
detto Luis, che per lui Luis ebbe nome, fii re di Ba-
viera e d*Alamagna, e di là rimasono re i suoi di-
scendenti. Poi morto Carlo il Calvo, fu re di Francia
Luis il Balbo suo figlinolo due anni. Questi non ebbe
lo 'mperìo, ma fu imperadore Luis figliuolo di Lot-
tierì imperadore, come innanzi faremo menzione. Poi
di questo Luis il Balbo re di Francia rimase la mo-
glie incinta d* uno figliuolo eh* ebbe nome Carlo il
Semplice: di questo Luis il Balbo rimasono ancora
due figliuoli grandi, V uno ebbe nome Luis, e V altro
Carlo Magno ; ma non furono di diritto maritaggio
nati. Questi regnarono cinque anni, e furono morti ;
e dopo la loro morte, gli baroni diedono il reame a
Carlo il Grosso imperadore, che fu figliuolo di Carlo
il Calvo, e regnò, essendo imperadore, cinque anni
re di Francia. Questi fu quello Carlo che pacificò gli
Normandi, e fece parentado con loro, e fecegli di-
ventare cristiani, e diede loro Normandia, come in-
nanzi sarà menzione. Ma poi questo Carlo divenne si
malato, eh* era perduto del corpo e della mente onde
per necessità fu disposto dello 'mperio e del reame,
e per gli baroni dello 'mperio fu eletto uno Arnolfo
imperadore, come innanzi nella storia degli impera-
dori sarà menzione; ma non fu del legnaggio di Car-
lo, né poi non ne fu niuno imperadore Francesco. I
baroni di Francia disposto Carlo il Grosso, di con-
cordia feciono re di Francia Ugo, ovvero Oddo, fi-
gliuolo di Ruberto conte d'Angieri, e regnò nove
anni, e fu buono uomo e dolce, e nudri onorevol-
mente Carlo il Grosso eh' era malato e disposto. Ma
essendo il detto Oddo in Guascogna, i baroni di
Francia feciono re Carlo il Semplice figliuolo adpo-
stumo^che fu di Luis il Balbo della diritta schiatta
reale; onde sappiendo ciò Oddo, crucciato venne di
Guascogna in Francia, e fece grande guerra per cin-
que anni, e poi si mori. Questo Carlo il Semplice
regnò re ventisette anni; ma essendo lui re, parte
de' baroni di Francia feciono re Ruberto fratello del
sopraddetto Oddo d'Angieri, e ebbono grande guerra
nel reame : alla fine il detto Ruberto fu sconfitto e
morto da Carlo. Ma poi il detto Carlo il Semplice fu
preso da Ruberto conte di Vermandos^ eh* era del
legnaggio di Ruberto eh* era stato re, e in pregione
il tenne a Perona tanto che morì. Ma lui preso, k
moglie di Carlo ch'era serocchia del re d'Inghilterra
se n' andò al (rateilo con uno suo figliuolo eh* ebbe
nome Luis. Poi gli baroni di Francia feciono loro re
Ridolfo figliuolo del duca di Borgogna^ e regnò due
anni ; ma lui morto, i baroni mandarono in Inghil-
terra per lo giovane Luis figliuolo di Carlo il Sem-
plice e fecionlo re di Francia. Questo Luis regnò in
Francia ventisette anni. Questi ebbe per moglie la
serocchia del prìmo Otto della Magna imperadore. e
ebbene due figliuoli, Lottieri e Carlo il grande; poi
negli anni 947. fu il detto Luis preso nella città di
Leone sopra Rodano da Ugo il Grande suo nimico.
Ma ciò sappiendo Otto imperadore, venne in Francia,
con innumerabile oste, e prese la città di Leone, e
trasse di pregione il re Luis suo cognato, e poi
puose l'assedio alla città di Parigi ov'era il detto Ugo
il Grande, e rendési egli e la città alla mercè del
detto Otto, e pacificò insieme con Luis re, e rimase
Luis in sua signoria. Ma lui morto, fu fatto re di
Francia Lottieri suo figliuolo, il quale regnò tren-
tun' anno, e ebbe guerra co' Fiamminghi, e vinsegli,
e prese il ducato del Loreno eh* era dello 'mperio.
onde Otto secondo imperadore suo cugino ebbe
guerra con lui, e corse il reame di Francia. Alla
fine feciono pace, e lasciò allo 'mperio il Loreno.
Poi mirto Lottieri, fu fatto re Luis suo figliuolo, ma
non vivette che uno anno, e rimase sanza reda; e
gli baroni di Francia feciono loro re Ugo Ciapetta
duca d'Orlieus gli anni di Cristo 998. Allora falli
la signoria della schiatta di Pipino e di Carlo Magno.
Bene rimase in vita, regnando Ugo Ciapetta, Carlo
il Grande fratello che fu di Lottieri e zio delPultimo
Luis, il quale fece gran guerra a Ugo Ciapetta; ma
alla fine fii il detto Carlo sconfitto e morto, e rimase
il reame paceficamente a Ugo e a sue rede : e cosi
regnò il legnaggio di Pipino re di Francia anni 236.
Avendo detto brievemente il corso e signoria de'
successori e discendenti di Carlo Magno i quali ap-
presso lui furono re di Francia, « tali imperadori di
Roma inftno che fallì il loro lignaggio, sì n' è di
nicessità di dire ancora di quello ch'adoperaro gl'im-
peradori franceschi, perocché si mischia molto alla
nostra materia, per le novità della nostra provincia
d*Italia e della Chiesa di Roma, che furo a' loro
tempi ; e però torneremo addietro, come Carlo Ma-
gno re di Francia fu fatto imperadore di Roma, e
poi degli altri imperadori di suo legnaggio che fu-
rono appresso.
CAPITOLO XV,
Come Carlo Magno re di Francia fu fatto
imperadore di Roma,
Carlo Magno tornalo d'oltremaie in Francia,
come detto avemo, e avendosi sottoposto Alamagna,
Italia, e Spagna, e Proenza, i malvagi Romani co'
possenti Lombardi e Toscani si rubellaro dalla Chie-
sa, e in Roma presono papa Leone terzo, che allora
regnava, andando alla processione delle Letanie^, e
abbecinarongli gli occhi, e tagliaro la lingua, e cac*
ciaronlo di Roma. E come piacque a Dio per mira-
colo divino, e siccome innocente e santo, riebbe U
vista degli occhi e la loquela del parlare, e andon-
ne in Francia a Carlo Magno, pregandolo che ve-
nisse a Roma a rimettere la Chiesa ^n sua libertà:
' liO stessu che apoitumo, oggidì ^oitumo*
' Procession* delle Letanie o delle Letane era detta
quella che si fa nel giorno dì S. Bfarco, 25 aprile. Cbia-
mavaiiBi Letanie e Letane anche le persone che vanno «
processione. Così Dante, Inf. 20 : Al i»«mo, Ohe femno le
Mane t» juetta inondo.
DI GIOVANNI VILLANI.
89
il quale Cirio a richiesia del detto papa Leone, oon
lui iosieme veune a Roma, e rimise il papa e la
Chiesa in suo stato e libertade, e fece grande ven-
detta di tutti i ribelli e nemici di Santa Chiesa per
tutta Italia. Per la qual cosa il detto Leone papa
co* suoi cardinali e concilio generale, e con volontà
de'Romani, per le virtudiose e s >nte operazioni fatte
per lo detto Carlo Magno in istato di Santa Chiesa e
di tutta cristianitade, per dicroto leverò lo 'mperio di
Roma a** Greci, e elessero il detto Carlo Magno im-
peradore de^ Romani, s'ccome dìgnissimo dello 'm-
perio, e per Io detto papa Leone fu consacrato e co-
ronato in Roma gli anni di Cristo 801 con grande
solennità e onore il di di Pasqua. Il quale Carlo bene
avventurosamente imperiò anni quattordici e mesi uno
e di quattro, signoreggiando in tutto lo ^mperio del
ponente, e le province dette di sopra, e eziandio lo*m-
peradore di Costantinopoli era a sua obbedienza: e
fece edificare tante badie quante lettere ha nelP ab-
bicci, cominciando il nome di ciascuna per la sua let-
tera. E coronato Luis suo figliuolo dello 'mperio e
flel reame di Francia, dando tutto suo tesoro a** po-
veri per Dio in questo modo; ch^ egli lasciò il terao
di suo tesoro, il quale era infinito, a tutti i poveri di
cristianità mendicanti, e le due parti lasciò a dispen-
sare a tutti i suoi arcivescovi di suo imperio e di suo
reame, acciocché gli partissono intra gli loro vesco-
vi, e a tutte chiese, e monisteri, e spedali. Questi
sono i nomi degli arcivescovi e vescovi principali cui
fece suoi esecutori: quello di Roma, ciò fu il papa,
Tarcivescovo di Ravenna, e quello di Milano, e '1 pa-
triarca d'Aqnilea, e quello di Grado, e 1 vescovo di
Firenze, in Italia: in Alamagna, all'^arcivescovo di Co-
togna, a quello di Maganza, a quello di Trievi, a
quello di Liegge : a quello di Senso, a quello di Bi-
senzona, a quello di Leone, a quello di Vienna in
Borgogna, a quello di Ruem, a quello di Rema, a
quello del, Tono, a quello di Burgi in Francia, a
quello di Garent, a quello di Riens in Navarra, a
qneUo di Bordello in Guascogna ; e questo troviamo
per le sue croniche. E ciò fatto, santamente rendo
r anima a Cristo nella terra d' Aquisgrana in Alama-
gna, e là fu soppellito a grande reverenza, cioè ad
Asia la Cappella: ciò fu gli anni di Cristo 814, e vi-
vette settantadue anni: e molti segni apparirò innanzi
a sua morte come raccontano le sue croniche de'fatti
di Francia. Questo Carlo accrebbe molto la Santa Chie-
sa e la cristianità a lungi e appresso, e fu uomo di
grande virtà.
CAPITOLO XVL
Come appresso Carlo Magno fu mperadore
Lodovico suo figliuolo.
Dopo la morte di Carlo Magno, succedette allo^m-
pefio di Roma il re di Francia Lodovico suo figliuo-
lo anni venticinque. Questo Lodovico ebbe in prima
grande guerra con due suoi fratelli, ciò furo Carlo e
Pipino; e Tuno gli rubellò Lamagna, e Feltro Spagna;
e poi le rivinse loro per forza, e finirono male. E
ebbe il detto Luis tre figliuoli: il primo LotUeri, e
fecelo signora in Italia e luogotenente dello 'mperìo;
il secondo ch'ebbe nome Pipino fece re d'Eqnitania,
il tereo, detto Luis, fece re di Baviera e d'Alamagna:
e dicesi che quegli della casa di Baviera sono stratti
di quello lignaggio. Poi ebbe Luis d* un' altra moglie
uno figliuolo ch'ebbe nome Carlo il Calvo, e fu poi
re di Francia trentaquattro anni, e alla fine fu impe-
radere due anni, morto Lottieri imperadore suo fra-
tello. Poi tutti gli detti figliuoli di Luis col loro padre
distrussono Brettagna. Poi nacque dissensione grande
tra lui affiglinoli, i quali si rubellaro da Luis, e aRe-
garonsi col papa, il quale papa Gregorio quarto colli
suoi cardinali il dispuosono dello 'mperìo per certe
false accuse fatte contra lui, e rendési monaco in san
Marco in Sassogna; il quale papa, quello anno mede-
simo trovando il vero, si ripentè e rimiselo in sua
dignità, e^ figliuoli medesimi si riconobbono^ e tor-
nerò alla sua obbedienza.
CAPITOLO XVII.
Come i Saracini di Barberia passarono m Italia
e f^ono sconfiiH e MH morti.
Al tempo di questo Luis, ovvero Lodovico, re di
Francia e imperadore, e di Gregorio papa, per alquanti
grandi uomini di Roma e scellerati e fuori d^ogni fe-
de, per loro tirannia vollono guastare lo 'mperio, con
giura ' e ordine di certi grandi Toscani ; manderò al
soldaoo de'Saracini che venisse a Roma e possedesse
Italia; i quali Saracini passarono con grande navilio
in Italia, e fu si grande moltitudine, che copria la
terra come i grilli, e coraero e guasterò Cicilia e Pu-
glia, e assediaro Roma e presono la parte della città
Leonina ov' è la chiesa di San Piero, e di quella fe-
ciono stalla di cavalli, e disfeciono la chiesa di San
Piero e di San Paolo, e più altre di fuori di Roma, e
poi tutta Toscana guasterò. Il detto papa Gregorio
mandò per soccorao in Francia a Lodovico imperado-
re, e in Lombardia al marchese di Monferrato; il quale
Guido marchese co*Lombardi prima venne, e poi Lo-
dovico coTranceschi; e dopo molte battaglie e spar-
gimento di sangue, i Saracini cacciarono d' Italia, e
andandone in AflHca, in alto mare per tempesta tatti
annegaro; e ciò fu negli anni di Cristo 835.
CAPITOLO xvni.
Ancora come i Saracini passarono in Calnera
e Normandia in Francia.
Dopo il detto Lodovico imperiò Lottieri anni
dieci. Questo Lottieri simigliente ' ebbe guerra co*
fratelli per volere il reame di Francia che tenea Carlo
il Calvo, e combattè con loro, e fu sconfitto in Al-
zurro; per la qual cosa lo'mperìo molto abbassò, che
i possenti Lombardi e Italiani non lo ubbidieno, ma
si recarono a tiranno, e signoreggiavano chi più po-
tea. E per questa cagione i Saracini anche a rìchesta
de' tiranni passarono in Italia, in Puglia, e in Cala-
' si ravvidero. ' conglur*. * pure, medesimamente.
40
CROMICHE
vra; e' Normandi, ciò furono Norvechi di Nonrea, per
maro paasaro in Gallia, e distnusono quasi tutta Fran-
cia, e eiò fu negli anni di C^ato 847, onde lo impe-
rio di Roma e *l reame di Francia molto abbassò. Per
la qual cosa Lottieri, per dolore, lo *mperìo e parte
del reame che tenea dal fiume dello Scatto a Reno
lasciò al figliuolo, e fecesi monaco e religioso di santa
vita. A costui tempo Leone papa quarto rifece la Chie-
sa di san Piero e di san Paolo, e tutte le chiese di
Roma disfatte da^ Saracini, e fece le mura della città
detta Leonina intomo a san Piero, e per suo nome
così fu chiamata.
CAPITOLO XIX.
Come^ e in cui fallì lo ^mperio e reame di
Francia alla progenia di Pipino,
Dopo Lottieri imperiò Luis secondo suo figliuolo
ventuno anno. Questi ebbe molte battaglie co* Romani
e co"* Toscani, perchè non ubbidieno lo 'mperio ; e al
suo tempo il reame di Francia ebbe molte avversità
da' Normandi. Dopo costui fu imperadore Carlo se-
condo figliuolo di Luis primo, detto Carlo Calvo. Que-
sti venne a Roma e per podere di sua moneta che
spese ' a* possenti Romani e a papa Giovanni ottavo,
si fece coronare imperadore, e non regnò che ventun
mese ; e in questo tempo Luis di Baviera suo fratello
gli fece guerra, e gli occupò parie dello *mperìo a*
confini di Francia. Questo Carlo rifece tutte le chiese
disfatte da' Saracini in Italia, e cacciogli di Cicilia; e
tornando Carlo Calvo la seconda volta da Roma, Hi
da uno medico giudeo avvelenato, e morì a Vercelli
hi Lombardia, e '1 suo corpo da* suoi fu portato in
Francia a san Dionisio. B dopo il detto Carlo il Calvo
succedette a lui Carlo il terxo, il quale fa chiamato
Carlo il Grosso, e imperiò anni dodici, e degli ultimi
dodiéi anni gli cinque anni fu imperadore e re di
Francia, perocch*era morto Luis il Semplice suo sio
re di Francia, a figliuoli sanu reda^ Ma al fine il
detto Carlo il Grosso ammaloe per modo, che quasi
era perduto, sicché per nicessità da^ baroni fu dispo-
sto dello *mperìo e del reame. Al tempo di costui i
Normandi e quegli di Danesmarche distrussero e gua«
staro gran parte di Francia e d'Alamagna, per la qual
cosa il detto Cario il Grosso innansi che fosse per-
duto della malattia, andò contra le dette genti con
tutto suo isforzo infino in Alamagna. I Normandi veg-
gendo la potenzia dello *mperadore, si pacificaro con
lui, e il loro re tolse per moglie la sua cugina fi-
gliuohi che fu di Luis il Semplice re di Francia, e
per mano del detto Carlo si fece batteixare cristiano,
e tutte sue genti per lui si feciono cristiani; e non
volendo tornare in loro paesi, si diede loro il det-
to Carlo ad abitare la contrada e paese che allora
si chiamava Laida Serena, la quale per loro nome poi
sempre fu chiamata Normandia, e ciò fu negli anni di
Cristo 890, e il primo duca de* Normandi ebbe nome
Ruberto del cui lignaggio discesono valenti signori,
come innanzi faremo menzione.
CAPITOLO XX.
Di quello medesimo, e come regnaro appresso
il lignaggio d'Ugo dapetta.
Appresso che fu disposto dello *mperìo, come
detto avemo, Carlo il Grosso, i baroni elessero impe-
radore Arnolfo, ovvero Arnoldo, uno barone di Fran-
cia, ma non fu del lignaggio di Carlo il Magno. Que-
sti regnò dodici anni, ma poco si travagliò de* fatti
d'Italia, se non in tanto che per sua forza fece fiure
papa Sergio terzo, il quale fece nella Chiesa molte
grandi mutazioni contra i suoi anticessori, come la
cronica martiniana fa menzione. Questo Arnolfo com-
battè in Maganza con Danesmarchi e Normandi, e vin-
segli e cacciogli, che quarant*anni Alamagna e Fran*
eia aveano soggiogata. Questi alla fine per malizia
divenne perduto, e lo 'mperìo de* Romani ch*era ap-
po" Franceschi, al suo tempo falli e venne meno, gli
anni di Cristo 901. B non solamente filD lo *mperio
a" Franceschi, ma eziandio la signorìa d* Alamagna al
suo figliuolo e successore gli anni di Cristo 910, che
Currado primo tedesco ne fu fatto re, e fallì a* Fran-
ceschi k signorìa di Spagna, e di Navarra, e Proen-
za, e non passò anni ottanta, che al tutto fMlì il le«
gnaggio di Carlo Magno, che non furono re di Francia
dal tempo d' Ugo Ciapetta duca d* Orliena, come ad-
dietro facemmo menzione, gii anni di Cristo 900: e
così mostra che sette fossero gì* imperadorì franoe-
schi, che sei furono del lignaggio del buono Pipino.
Durò lo *mperìo appo* Franceschi discendenti di Cario
Magno per cento anni, e per loro discordie finlo in
loro lo *mperìo, e ritornò agi* Italiani ; perocché noa
atavano ' gli Romani dalle ingiurie de* Lombardi e de'
Toscani, né *1 papa, né la Chiesa da* tiranni ehe la
perseguieno; e dove i loro anticessori aveano fatto le
chiese e dotate riccamente, per loro erano distratte
e rubate. Avemo detto sì lungamente delio *mperio e
de* re de* Franceschi, lasciando nostra materia de*fkti
di Firenze, per continuare le novitadi e persecuzioni
che a* loro tempi ebbono gli Ronumi e quasi tutta 1^
talia da*Saracini, e dalle discordie de'Loaibardi di*eb<-
bono colla Chiesa; per la qual cosa la città (fi Firenze
di poco tempo rifatta, per le dette avveraitadi poco
accrebbe o venne in istato. Lasceremo le storie de'
Franceschi e torneremo addietro a nostra materia, per
contare come la città di Firenze fu rifatta e ristorata
al tempo del buono Cario Magno ; ma prima diremo
di suo avverso stato innanzi ch'ella fosse rifatta.
CAPITOLO XXI.
Cdme la eillà di Fkenss steUe guasta e disfatta
350 anni.
' proftise.
^ Modo troppo ricido e doq imitabile. Vale: suo tio f
di Fronda, qwmUì a figliuoli^ aenxa eredi; che è « dire :
fUM Qvta figlimli tredi} 9m li oftri (ki ino Kifi^Ne.
Dopo la distruzione della città di Firenze fatta
per Totile Plagelhm Dei, come addietro è fìitta men-
zione, stette così disfatta e diserta intorno di 350
* diftoderuio. Cosi Dante, Inf. 1: Vedi la bestia, per
cu* io mi vMi dettami 4a ^ fimm ssggio.
DI GIOVAISNI V1LLAT41.
41
anni, per lo male stato di Roma e dello 'mperìo, il
quale prima da' Goti e Vandali, e poi da* Longobardi
e Greci e Saracini e Ungari fue perseguitato e ab-
bassato, come addietro è fatta mensione. Ben v" avea
ov* era stata Firenze alcuno borgo e abitanti intomo
al duomo di santo Giovanni, per cagione chV Fieso-
lani vi facevano mercato un dì della settimana, e chia-
mavasi Campo Marti, per l'antico nome, perocché
prima sempre da' Fiesolani era loro mercato, e così
chiamato anzi che Firenze si facesse. Avvenne per
più volte infra 1 detto tempo che la città era guasta
e disfatta, che qne* cotanti abitanti de' borghi e del
mercato, coir aiuto di certi nobili del contado che
anticamente erano stati stratti de' Fiorentini primi cit-
tadini, e di quelli de' villaggi intorno, vollero più
volte richiudere di fossi e di steccati alcuna parte
della città intomo al duomo; ma per quelli della citta
di Fiesole, e col loro aiuto i conti da Mangone, e di
Hontecareiy, e di Capraia, e da Certaldo ch'erano
tutti d'uno lignaggio co' eonti da Santaflore stralli
di Longobardi, si mettevano a riparo e contaste ^ •
non la lasciavano rifare; ma quello che si focea, per
forza, vegnendo armati e possenti, il faceano abbat-
tere e disfare, sicché per questa cagione, e per
r avversitadi eh' aveano i Romani, siccome addietro é
fatta menzione, e perché i Fiesolani sempre si ten-
nono co' Goti, e poi co' Longobardi e con tutti i ri-
belli e nemici dello 'mperio di Roma e di Santa Chio-
sa, e erano per la loro forza sì possenti e grandi che
non n'aveano contasto da niuna^ loro vicino, non sof-
ferieno che la città di Firenze si rifacesse; e per que-
sto modo stette lungo tempo, infino che Dio pose fine
air avversità della città di Firenze, e recolla a salute
delU sua reparazione, come per noi si tratterà nel
seguente capitolo, e terzo libro.
LIBRO TERZO
CAPITOLO I.
Come la ciiià di Firenze fu redifkaia colla po^
ien»ia di Cario Magno e de* Romatèi, lortMiùio
alquanio addietro.
Avvenne, come piacque a Dio, che al tempo del
buono Carlo Magno imperadore di Roma e re di
Francia, di cui addietro avemo fatta lunga memoria,
dappoich'ebbe abbattuta la tirannica superbia de'Lon-
gobardì e de'Saracini, e degl'infedeli di santa Chiesa,
e messa Roma e lo 'mperio in buono stato e in sua
libertà, siccome addietro ò fatta menzione, certi gen-
tili e nobili del contado di Firenze, che si diceano
che caporali furono i filii Giovanni, i filii Guineldi, e
i filli Ridolfi^ stratti degli antichi nobili cittadini della
prima Firenze, si congregarono insieme con quelli co-
tanti abitanti del luogo ove fu Firenze, ed altri loro
seguaci abitanti nel contado di Firenze, e ordinerò di
mandare a Roma ambasciadori de* migliori di loro a
Carlo imperadore, e a papa Leone, e a' Romani, e
così fu fililo; pregandogli che si dovessono ricordare
della loro figliuola hi città di Firenze, la quale fu gua-
sta e distratta da' Goti e Vandali in dispetto de' Ro-
DMUii, acciocoh'ella si rifacesse, e che a loro piacesse
di dare forza di gente d'arme a riparare i Fiesolani e
loro seguaci nemiei de' Romani, che la città di Firen-^
se Bon lasciavano redificare. I quali ambasciadori da
Carlo imperadore e dal papa e da' Romani onorevol-
' Queste casate s! dicevano anche Figiovanni, Figo!-
n^di, Firìdolfl. Si raccoglie dalle storie fiorentine del Ma-
lispini* Fir. 1816.
mente furono ricevuti, e la loro petizione accettata
benignamente e volentieri ; e incontanente lo' mpera-
dore Carlo Magno vi mandò le sue forze di gente
d'arme a piede e a cavallo in grande quantità, e' Ro-
mani feciono dicreto e ordine, che come i loro anti-
cessorì aveano fatta e popolata prima la città di Fi-
renze, cosi vi andassero a redificare e ad abitare delle
migliori schiatte di Roma e di nobili t di popolo, e
cosi fii fatto. Con quell'oste dell'imperadore Carlo Ma-
gno e de' Romani vi vennono quanti maestri avea in
Roma, e per più tosto murarla e^ afforzarla, e dietro
a loro gli seguì molta gente \ e tutti i contadini^ di
Firenze, e de' fuggiti cittadini dì quella d'ogni parte,
sentendo la novella, si raunaro coli' oste de' Romani
e dello 'mperadore per redificare U città ; e giunti
ov' è oggi la nostra città, in su V anticaglia e calci-
nacci disfatti s' accamparono con trabacche e padi-
glioni. I Fiesolani e loro seguaci veggendo V oste
dello 'mperadore e de' Romani sì grande e possente,
non s'ardirò a combatter con loro, ma tegnendosi aUa
fortezza della loro città di Fiesole e a loro castella
d' intorno, davano quanto sturbo poteano alla detta
redificazione. Ma il loro podere fu niente appo la for-
za de^ Romani, e dell'oste dell'imperadore, e de'rau-
nati discendenti de' Fiorentini ; e cosi cominciaro a
' V. A. contrasto. Bocc. nov. 41-31: Sema edam con-
taato dola loro da UtiUi la ina eco. Dieevasi anche: con'
toiiatrc, contoitatOf contastatore,
^ Intendi: da ninna forza^ od anche da niuna eUtà peata
loro vicino.
* Frammetti per. Le due ó di questo inciso stanno per
«i, e #1, maniera che manca alla Crusca.
^ abitanti del contado.
42
CRONICHB
rifare la città di Firente, non però d^Ua ^randeua
ch^era stata in prima, ma di minore aito, come ap-
presso sarà menuone, acciocché più tosto fosse mu-
rata e afforzata, e fosse riparo come battifoUe della
città di Fiesole; e ciò fa negli anni di Cristo 801 al-
Tentrata del mese d* aprile, E dicesi che gli antichi
aveano oppinione, che di rifarla non s* ebbe podere,
se prima non tu ritrovata e tratta d* Arno V imagine
di marmo, consecrata per li primi edificatori pagani
per nigromaniia a Marti, la quale era stata nel fiume
d*Arno dalla distruzione di Firenze infino a quello
tempo; e, ritrovata, la puosero in su. uno piliere in
su la riva del detto fiume, ov' è oggi il capo del
ponte vecchio. Questo non affermiamo, né crediamo,
perocché ci pare oppinione di pagani e d* aguri, e
non di ragione, ma grande semplicità, ch^una sì fatta
pietra potesse ciò adoperare; ma volgarmente si di-
cea per gli antichi, che mutandola, convenia che la
città avesse grande mutazione. B dissesi ancora per
gli antichi, ch^e* Romani per consiglio de^ savi astro-
lagi, al comùiciamento che rifondaron Firenze, pre-
sono l'ascendente di tre gradi del segno dell' ariete,
essendo il sole nel grado della sua esaltazione, e la
pianeta di Mercurio congiunta a grado col sole, e la
pianeta di Marti in buono aspetto delFascendente, ac-
ciocché la città multiplicasse per potenzia d* arme, e
di cavallerìa, e di popolo sollecito e procacciante in
arti, e ricchezze, e mercatanzie, e germinasse d*assai
figliuoli e grande popolo. E in quegli tempi, secondo
che si dice, li antichi Romani e' tutti i Toscani e
glltalici, tutto fossero cristiani battezzati, ancora te-
neano certe orliquie^a costume di pagani, e seguieno i
loro cominciamenti secondo la costellazione; con tutto
che questo non si affermi per noi, perocché costella-
zione non é di necessità, né può costringere il libe-
ro arbitrio degli uomini né il giudicio di Dio, ma
secondo i meriti e peccati de* popoli. Ma in alcuna
operazione pare che si dimostra U influenza della co-
stellazione detta, che la città di Firenze è sempre in
grandi mutazioni e dissimulazioni' e in guerra, e tal-
ora in vittoria, e talora il contrario, e sono i citta
dini di queUa frequentati ' in mercatanzie e in arti.
Ma la nostra oppinione é che le discordie e muta-
zioni de^ Fiorentini sieno come dicemmo al comin-
damento di questo trattato: la nostra' città fue popo-
lata da due diversi popoli in ogni costume, siccome
ftirono i nobili, e crudi, e aspri Romani e Fiesolani ;
per la qual cosa non é maraviglia, se la nostra città
é sempre in guerra e mutazioni e dissensioni e dis-
simulazioni.
CAPITOLO II.
' V. A. reliquia, rìmssuglio, «vanzAtìccio
' Di$9ÌmvUuicne qui vale in genere /mgione, inganno :
come od libro K diètvimdafrt sta per faltr^icairt: A far
di$9imulart giffàUa moneta. Propriamentei dice il Bati(Inf.
29. 2), <{t0ffHiiHZa«M>iff h negar qoeUo che è vero, tmula-
sÙMM finger vero quello che non è.
' Frequintani o frequtntaire ian una casa vale ixnpiegar-
vÌ8Ì con frequenta, farla spesso; onde il part pass, fre-
^/[Hcntaiv alla lat. nel sign. suddetto.
Della forma e grandeguiy che fa redifeata
la città di Firen^.
La città nuova di Firenze si cominciò a redill-
care per gli Romani, come detto è di sopra, di pic-
colo sito e giro, figurandola al modo di Roma, se^
condo la piccola impresa; e cominciossi dalla paiie
di levante alla porta di S. Piero, la quale fu ove fu-
rono le case di messer Bellincione Berti di Rovigna-
ni, nobile e possente cittadino, tutto che oggi sieno
venuti meno, onde per retaggio della contessa Guai-
drada sua figliuola, e moglie del primo conte Guido,
rimasero a' conti Guidi suoi discendenti, quando si
feciono cittadini di Firenze, e poi le venderono a^
Cerchi Neri, uno casato di Firenze, e dalla detta porta
fu uno borgo infino a san Piero maggiore, al modo
di Roma, e da quella porta segtdrono le mura inver-
so il duomo, come tiene oggi la grande ruga ' che
va a San Giovanni infino al vescovado; e ivi avea
un^altra porta che si chiamò porta del duomo, e chi
la chiamò porta del vescovo ; e di fuori di quelhi
porta fii edificata la chiesa di San Lorenzo, al modo
ch'é in Roma San Lorenzo fuor le mura ; e dentro a
quella porta é San Giovanni, siccome in Roma San
Giovanni Lateraho. E poi conseguendo, come a Ro«
ma, da quella parte fecero Santa Maria Maggiore; a
poi da San Michele Berteldi infino alla terza porta di
San Brancazio, ove sono oggi le caM de* Toma-
qninci, e San Brancazio era fuori della città, e ap-
presso San Paolo, a modo di Roma, dalP altro lato
della città incontra San Piero, come in Roma. B poi
dalla detta porta di San Brancazio conseguendo ov* è
oggi la chiesa di Santa Trinità ch'aera fuori delle mn-*
ra, e ivi presso, ebbe una postierìa chiamata porta
rossa, che ancora a* nostri tempi la ruga ha ritenuto
il nome. E poi si volgieno le mura ove sono oggi le
case delli Scali per la via di 'Ferma inflno In porta
Sante Marie, passato alquanto Mercato nuovo, e qneQa
era la quarta mastra porta, la quale era allo^ncontro
delle case che sono oggi degrinfangati dall^nna par-
te, e di sopra alla detta porta era la chiesa di Santa
Maria chiamata Sopra porta^ the poi quando si dis^
fece la detta porta, cresciuta la città, si trasmutò h
detta chiesa dov^ é oggi E il borgo di Santo apo-
stolo era di fuori della città, e così Santo Stefano al
modo di Roma; e di là da Santo Stefano, in suUm ft-^
ne della ruga masb*a di porta Santa Mann, fecero e
edificarono uno ponte con pile di macigni fondato, in
Amo, che poi fu chiamato il ponte veodiia, ed è
ancora; e fu assai più stretto che non è oni^ e fu il
primo ponte che si facesse in Firenze, B dalla porta
di Santa Maria seguieno le mura inflno al castello AU
tafonte, eh* era in sul corno della città sopra il fiume
d'Amo; seguendo poi dietro alla chiesa di San Piero
Scheraggio, che così si chiamava per ano fossato,
ovvero fogna, che ricoglieva quasi tutta Tacqaa pio-
vana della città eh* andava in Amo, che si cbiamaTa
lo scheraggio; e dietro alla chiesa di San Piero Sche-
' V. A. strada. Vedi anche in Bocc. Amet, 87.
DI GIOVANNI VILLANI.
4S
raggio avea una postierla che si chiamava porta Pe-
ruzza, e di là seguivano le mura per la grande ruga
infino alla via del Garbo, e ivi avea un^altra postier-
la: e poi dietro alla Badia di Firenze ritornavano le
mura alla porta San Piero. E di così piccolo sito si
rifece la nuova Firenze con buone mura e spesse
torri, con quattro porte mastre, ciò sono detta porta
San Piero, porta del Duomo, porta San Brancazio, e
porta Santa Maria, le quali erano quasi in una croce;
e in mezzo della città era Santo Andrea al modo
cornee in Roma, e Santa Maria in Campidoglio; e
quello eh' è oggi Mercato vecchio, era il mercato di
Campidoglio, «1 modo di Roma. E la città era partita
in quartieri, ciò sono le dette quattro porte; ma poi
quando si crebbe la città, si recoe a sei sesti, sic-
come numero perfetto, che si aggiunse il sesto d'Ol-
trarno dapoichè si abitò ; e disfatta la porta di Santa
Maria, si levò il nome, e si divìse come vae la ma
atra strada, e dalf una parte si fece il sesto di San
Piero Scheraggio, e dall'altra parte quello di Borgo;
ed alle tre prime porti ^ rimase il nome di sesti, sic-
come hanno inflno a^ nostri tempi. E fecero capo il
sesto d^Oltrarno, acciocché andasse in oste colla in-
segna del ponte; e poi San Piero Scheraggio colla in-
segna del carroccio, il quale carroccio di marmi fu
recato da Fiesole, ed è nella fronte della detta chiesa
di San Piero ; e poi Borgo colla insegna del becco,
imperciocché in quello sesto stavano tutti i beccarì e
di loro mestiere, ed erano a que*tempi molto innanzi
nella città; San Brancazio appresso colla insegna della
branca di leone, per lo nome; e porta del duomo ap-
presso con la insegna del duomo ; e porta San Piero
da sezzo colla insegna delle chiavi, e dove fu de'prì-
mi sesti abitati in Firenze, fu messo allo andare
deir oste' alla dietroguardia, imperciocché in quello
sesto sempre avea la migliore cavalleria e gente d*ar-
me della città anticamente.
CAPITOLO ffl.
Come Carlo Magno venne in Firenze e britilegiolla,
e fece fare Santo Apostolo.
Rifatta la nuova città di Firenze nel piccolo
spazio e forma, e nel tempo che detto é addietro, i
capitani che v*erano per lo imperadore e per lo co-
mune di Roma, V ordinaro di popolare di gente, e
come anticamente alla prima edificazione di Firenze,
Tordine fu fatto a Roma, che delle migliori schiatte
de* Romani nobili e popolari vi dovessono rimanere
per cittadini in Firenze, cosi fu fatto alla seconda re-
parazione, e fu dato a ciascuno ricca possessione. E
troviamo per le croniche di Francia, che poiché la
città di Firenze fu rifatta per lo modo che detto é,
Cario Magno imperadore e re di Francia, partitosi di
' Porta nel numero del più aveva doppia ascita: portt^
porti. Bocc oov. 79. 30: Non tu troveretH un altro di ^
aUe porti di Parigi. Fior. Ital P. N.: Cht moke volte U
porti del tempio t* aprivano per loro medetimi.
3 Le ediz. citate leggono in otte e forse meglio. Inten-
di: sì pose, t' institoi di andare in oste come cUetrogaar-
dia.
Roma e tornandosi oltramonti, soggiornò in Firenze,
e fece e tenne gran festa e solennità il dì della Pa-
squa della resurrezione, gli anni di Cristo 805, e
fece in Firenze assai cavalieri, e fece fondare la chie-
sa di Santo Apostolo in borgo, e quella dotò ricca-
mente a onore di Dio e de^Santi Apostoli; e alla sua
partita di Firenze brivilegiò la città, e fece fìranco e
libero il comune e' cittadini di Firenze, e tre miglia
d^intomo, sanza pagare ninna taglia^ o spesa, salvo
danari ventisei per focolare ciascuno anno. E per si-
mile modo fece franchi tutti i cittadini d'intorno che
dentro volessono tornare ad abitare, e' forestieri; per
la qual cosa molti vi tornarono ad abitare; e in pic-
colo tempo per lo buono sito e agiato luogo, per lo
fiume, e per lo piano, la detta piccola Firenze fu
bene popolata e forte di mura e dì fossi pieni d^ ac-
qua. E ordinaro che la detta città si reggesse e go-
vernasse al modo di Roma, cioè per due consoli e
per lo consiglio di cento sanatori; e così si resse
gran tempo, come appresso sarà menzione. Bene eb-
bono lungo tempo i detti cittadini di Firenze molto
affanno e guerra, sì per li Fiesolani ch'erano loro
cosi di presso nemici, e sempre s' adastiavano, e
erano in continua guerra insieme, e appresso per la
venuta eh' e^ Saracini feciono in Italia al tempo degli
imperadori franceschi, come addietro è fatta menzione,
che molto affiissono il paese, e poi per le diverse
mutazioni eh* ebbe Roma e tutta Italia, sì per le dis-
cordie de' papi, e si degl' imperadori italiani, i quali
furono in continua guerra colla Chiesa. Per la qual
cosa il nome della città di Firenze e la sua forza
stette per ispazio di dugento anni sanza potersi di-
latare 0 crescere, stando ne' suoi piccoli termini. Ma
con tutta la guerra e fatica, sempre multìplicava in
popolo e in forza, e poco curavano la guerra de' Fie-
solani, od altra avversitade di Toscana; che con tutto
che la sna forza e signoria si stendesse poco di fuori
della città, perocché '1 contado era tutto incastel-
lato^ e occupato da nobili e possenti che non obbe-
dieno la città, e tali erano colla città di Fiesole, pure
la città dentro era unita de'cittadini, e era forte di sito
e di mura e di fossi pieni d'acqua, e dentro alla
detta piccola città ebbe in poco tempo appresso più
di centocinquanta torri di cittadini, d'altezza di cen-
toventi braccia l'una, sanza quelle della città; e per
l'altezza delle molte torri ch'erano allora in Firenze,
si dice, eh' ella si mostrava da lungi e di fuori la più
bella e rigogliosa città del suo piccolo sito che si
trovasse; e in questo spazio di tempo fn molto bene
abitata e piena di palagi e di casamenti e grande po-
polo, secondo il tempo d* allora. Lasceremo ora al-
quanto de* fatti di Firenze, e brievemente racconte-
remo gr imperadori italiani che regnarono in qne^
tempi, appresso la vacazione de* Franceschi, che e* è
di nicessità, imperciocché per la loro signorìa mol-
te mutazioni ebbe in Italia ; tornando poi a nostra
materia.
' imposiiione.
^ pieno di caitelU.
44
CRONICHE
CAPITOLO IV.
Carncy e perchè io ^mperio di Roma tornò
agV ìialiani.
Come noi avemo detto dinanzi, lo *inperio di
Roma durò alla signoria de' Franceschi intorno di
cento anni, nel quale tempo ebbe sette imperadori
Franceschi da Carlo Magno inftno ad Arnolfo, che fu
la fine de' Franceschi : e per cagione delle loro dis-
cordie venne meno la loro potenzia e di Francia e
d' Alamagna , com' è fatta menzione. E perchè non
poteano aiutare la Chiesa e' Romani dalle ingiurie e
forze de' possenti Lombardi, si ordinaro per dicreto
che la degnità dello 'mperio non fosse più de' Fran-
ceschi, ma tornasse agP Italiani. E *1 primo impera-
dorè italiano fìi Luis figliuolo del re di Puglia, nato
per madre della figliuola di Luis secondo imperadore
che fu de' Romani e re di Francia, onde addietro è
fatta menzione. Questi fu coronato nelli anni di Cri-
sto 901, e regnò sei anni Questo Luis ebbe batta-
glie con Berlinghieri che signoreggiava allora in Ita-
lia, e cacciollo di signoria; ma poi il detto Luis fu
preso a Verona e fùe accecato, e '1 detto Berlinghieri
fu rimesso in signoria, e fatto imperadore in Italia,
e regnò quattro anni, e molte battaglie ebbe co' Ro-
mani, e fìi prode in arme. E al suo tempo fu il pri-
mo re de' Romani in Alamagna, appresso la signorìa
de' Franceschi , ch'ebbe nome Currado di Sassogna,
sicché r uno regnava in Italia, e l'altro in Alamagna.
B in questo tempo i Saracini passaro in Italia, e gua-
stare Puglia e Calavra, e sparsonsi guastando per
molte parti d'Italia infino a Roma; ma ivi da' Romani
fìirono contastati e sconfitti, e tornarsi in Puglia. Dopo
il detto Currado regnò in Alamagna Arrìgo suo fi-
gliuolo duca di Sassogna, il quale fu padre del prìmo
Otto, il primo imperadore d' Alamagna che signoreg-
giasse in Italia, e fosse per lo papa consegrato, sic-
come innanzi sarà menzione. Dopo il prìmo Berlinghierì
detto di sopra che fu imperadore itidiano, imperìò il
secondo Berlinghierì suo figliuolo nove anni. In questo
tempo papa Giovanni decimo di Tosigliano con Albe-
rigo marchese suo fratello, andaro in Puglia contro a'
Saracini e con loro ebbono battaglia al fiume del Ga-
rìgliano, e bene avventurosamente gli sconfissone, e
cacciaro di Puglia^ Poi tornati a Roma, discordia nac-
que tra '1 papa e '1 detto marchese, onde il marchese
fu cacciato di Roma, il quale per cruccio mandò suoi
ambasciadori agli Ungari, e feceli passare in Italia; i
quali con grande moltitudine venuti, quasi tutta To-
scana e terra di Roma distrussono e guastarono, uc-
cidendo maschi e femmine, e ogni tesoro portarono
via: ma poi da' Romani furono cacciati, e ogni anno,
per vendetta, per gli Romani s' andava in Ungaria a
guerreggiarìi. E appresso regnò Lottierì in Italia sette
anni, e al suo tempo fu grande discordia e guerra in
Italia, e la città di Genova fu presa e distrutta da'Sa-
racini d'Aflnca, negli annidi Cristo 932 e uccisono e
presono gli nomini, e tutto il loro tesoro e cose ne
portaro in AflfHca. E l'anno dinanzi che i Saracini pas-
sassero, apparve in Genova una fontana che largamente
gittò sangue, il quale fu segno dclU loro futura di-
struzione. Appresso Lottieri regnò imperadore in Ita-
lia il terzo Berlinghieri con Alberto suo figliuolo
undici anni. Questi furono Romani, e signoreggiaro
aspramente Italia : e prese Alunda imperadrìce, mo-
glie che fu di Lottierì imperadore suo anticessore, e
misela in pregione, acciocché non si maritasse a si-
gnore che gli togliesse lo 'mperio e la signorìa per
lo suo eretaggio.
CAPITOLO V.
Co0ie Otto primo di Sassogna passò in Italia
a richesta della Chiesa^ e abbattè la signoria
degV imperadori italici.
Ha Otto re d' Alamagna a richiesta del papa e
della Chiesa, per le discordie del detto Berlinghieri,
e de' Romani, e de' tiranni d' Italia, si mosse d' Ala-
magna passando in Italia con grande potenza, e cac-
ciò dallo 'mperio Berlinghierì, e trasse di pregione
la detta imperadrìce e isposolla a moglie nella città
di Pavia, hi quale donna tue di grandi bellezze, ma
poi il detto Berlinghieri tornò nella grazia d' Otto e
rendégli la signoria di Lombardia, salvo la Marca Trì-
vi^iana, e Verona, e Aquilea che ritenne a sé, e tor-
nossi in Alamagna. E di là ebbe il detto Otto molte
battaglie con gli Ungarì e sconfissegli e vinsegli e
recò a sua signorìa. Ma dimorando lui in Alamagna,
poi il detto Alberto figliuolo di Berlinghierì per soa
forza e signorìa, col seguito de' nobili e possenti
Romani fece fare papa Ottaviano suo figliuolo, che
fu nominato papa Giovanni duodecimo, il quale fìi uo-
mo di mala vita, tegnendo piuvìcamente' le femmine,
e cacciava e uccellava come un uomo laico, e più
cose ree e furìose fece; per la qual cosa i cardinali
e '1 cherìcato di Roma e' prencipi d'Italia, per la ver^
gogna che '1 detto papa Giovanni facea a santa Chie-
sa, e Berlinghierì dall'altra parte facea le ree opere
in Lombardia, mandaro ambasciadorì segretamente per
lo detto Otto re in Alamagna, che passasse ancora in
Italia a correggere la chiesa, e addirìzzàre lo 'mpe-
rio, che Berlinghieri e Alberto guastavano: il quale
Otto con grande potenza venne in Lombardia, e presa
il detto Berlinghierì, e mandollo in pregione in Ba-
viera, e quivi vilmente fini sua vita. E Alberto si fuggi
d' Italia per paura d'Otto, e il suo figliuolo papa Gio-
vanni fu disposto; e nel detto Berlinghierì e Alberto
suo figliuolo finì lo 'mperìo agP Italici, il quale per
sei imperadorì era durato cinquantaqaatiro anni, poi-
ché vacarono ' i Franceschi, e mai poi non (annullo
imperadore d'Italia; e tornò lo 'mperìo agli Alamanni,
come innanzi faremo menzione, e ciò fu negli anni
di Cristo intorno di 955. In quello tempo che re-
gnarono nello 'mperìo i Franceschi, e poi gl'Italiani,
appresso la morte del buono Carlo Magno, aiolte di-
verse mutazioni ebbe nella Chiesa, che talora furono
due papi a un'ora, e talora tre; e eac-eiando Tmio
l'altro, e faccende morire, e talora acciecare, per la
forza eh' aveano l' uno più che V altro , chi dal-
lo'mperadore che regnava, e chi da'possenti Romani e
pabblicAm«nt«. ^ mancarono.
DI ClOVANWr VILLANI.
45
4i^i altri tiriDiii d' Italia, oìide grande lempo f\i in
Irìbolauone e in scisma la Chiesa; e con queste molte
perre, dissensioni e battaglie ebbe per tutta Italia in
diversi tenpi. Per la qual cosa lo stato e signoria de'
Romani venne ogni dì calando e diminuendo, onde la
BOi^ città di Firenze eh* era camera de'romani e
dello 'mperìo, per le sopraddette guerre e afflizioni
non potea spirare ' né mostrare sue forze in tutto il
detto tempo; perocché i Fiesolani nimici di loro così
Tieìm, sempre teneano con gV imperadori e con gli
allri signori e^ tiranni ch'erano mbelli e nimici della
Chiesa e de" Romani ; e' Fiesolani la città di Firenze
ooatùrao ftceano guerreggiare e guerreggiaTano, ac-
docdiè Firenze non potesse né crescere né sopram-
■onttre • loro. Ma come piacque a Dio, con tutta la
gverra óé* Fiesolani, e degK altri imperadori e ribelli
de^Rooaani, la città di Firenze sempre cresceva a
poco a poco e multipHeava, e Fiesole venia calando
e diminuendo, e molta buona genie di Fiesole 1a-
sciaro r abitare della città del poggio, e tomaro al-
l'agio del piano e del fiume ad abitare in Firenze,
imparentandosi co' Fiorentini, e maggiormente quando
cessò la signoria degK imperadori italiani e tornò agli
imperadori d'Alamagna, i quali erano fedeli e divoti
di santa Chiesa, e abbatterò i tiranni di Toscana e
di Lombardia : e in quelli tempi la città di Firenze
crebbe e allargossi assai, e vinse per ingegno di
guerra la città di Fiesole e disfecela, come innanzi si
farà menzione. Lasceremo al presente a parlar di ciò,
infino che tempo sarà, e comìncieremo il quarto libro,
come lo 'mperio di Roma tornò agli Alamanni, e
quelli che regnaro per li tempi, e quello che fecero,
mischiandovi tuttora le storie e' fatti de' Fiorentini,
come incorsono nella loro signoria, che ne fia di ne-
cessità, a volerle dirittamente ritrarre e raccontare.
LIBRO QUARTO
CAPITOLO I.
CoMe reiezione dello *tnperio di Roma aerine agli
Alamanni, e come Otto primo di Sassogna fu
eomegralo imperadore.
Begnando nel papato Giovanni duodecimo fi-
ssele à* Alberto imperadore, come addietro é fatta
■eniove, e guastando la Chiesa per le sue ree o-
pere, Aie per parte de'cardinali rimandato per Otto re
d^Alamagna per levare il detto papa di signoria, e fare
hi imperadore, per la qual c^sa il detto papa, sap-
pieodo dò, a Giovanni suo diacono cardinale ch'avea
ordinalo ciò e trattato fece mozzare il naso, e a un
ijtro ^ovannì suddiacono eh' avea scritto le lettere
fece tagliare la mano. Per la qnal cosa, e per le pes-
sime opere di Berlinghierì e d' Alberto, le quali fa-
eeaio ia Lombardia e in Toscana, Otto con tutta sua
Ibna passò ancora in Italia, e abbatté al tutto la si-
gaorn de' detti Imperadori in Lombardia, come in
ftrit fti detto dinanzi; e poi venne in Toscana, e da'
lacchesi, e da' Fiorentini fu ricevuto onorevolmente,
e sogfiorBÒ assai in Lucca, e alquanto in Firenze:
poi se b' andò a Roma, e da' Romani fii ricevuto a
grande gloria e trionfò; il qnale giunto a Roma, fece
esporre e cacciare del papato il detto papa Giovanni,
i qaile poi morì vilmente e in avolterio, e fece e-
liggere papa Leone ottavo, il qnale per la malvagità
<n>»aMÌ fece decreto, che niuno papa fosse fatto
sttza r ameatimento dello 'mperadore. E veggendo
1 |i^ e tallo il chericato, che la Chiesa non si po-
i^torvii.
tea difendere, né avere sua libertà per la reta ^ de'
malvagi Romani e de' tiranni d' Italia che 1' occupa-
vano, sanza l' aiuto e forza degli Alamanni, e co-
noscendo la bontà e valore e potenzia del detto Otto
re, per dignissimo fue per lo popolo di Roma e per
la Chiesa eletto imperadore, e consegrato e coronato
in Roma dal detto papa Leone a grande gloria, negli
anni di Cristo 955, il quale fece molti doni a Santa
Chiesa. Questo Otto fo di Sassogna, e regnò impe-
radore dodici anni, faccendo grandi e buone opere
in esaltamento della Chiesa e dello 'mperio, e paci-
ficò tutta Italia ; e ciò fatto , si tornò in Alamagna
colla sua moglie Alunda, della quale avea avuto uno
figliuolo, eh' ebbe nome simigliante al padre Otto se-
condo. Ma tornato lui in Alamagna, per gli malvagi
Romani fu disposto papa Leone, e feciono papa Be-
nedetto quinto; della qual cosa, sappiendolo Otto,
molto sdegnato e crocciato tornò a Roma con sua
forza, e assediolta; per la qual cosa i Romani per a-
vere sua pace, gli renderò preso il detto Benedetto
papa, e rimise in sedia Leone, che prima era stato
papa, e tomossi in Alamagna, e menonne il detto
Benedetto il quale morì vilmente. E dopo molte pie-
tose e buone opere, e fatti riechi monasteri, il detto
Otto si morì in Alamagna. Questo Otto ammendo
molto tutta Italia, e mise in pace e buono stato, e
abbatté le forze de' tiranni, e al suo tempo assai de'
suoi baroni rimasono signori in Toscana e in Lom-
bardia. Intra gli altri fu il cominciamento de' conti
Gnidi, il quale il primo ebbe nome Guido, che '1 fece
eonte Palatino, e diegli il contado di Modigliana in
* reità, malraaltà.
46
CROinCBB
Romagna ; e poi i aooì diacendesti forono quasi si-
gnorì di latta Romagna, infino che furono cacciati di
Ravennane tutti morti dal popolo di Ravenna per loro
oltraggia, salvo uno picciolo fanciullo eh* ebbe nome
Guido, soprannomato Sangue, per gli suoi, che fu-
rono tutti in sangue morti, il quale poi per lo 'mpe-
radore Otto quarto fu fatto signore in Casentino, e
questi fu quelli che tolse per moglie in Firenze la
contessa Gualdrada, figliuola che fu del buono mes-
sere Bellincione Berti de* Rovignani onorevole citta-
dino di Firenze. Ancora troviamo, che *1 detto Otto
primo soggiornava in Firenze quando andava e tor-
nava da Roma, e mise amore e piacquegli la citta, e
perch'era stata sempre figliuola della città di Roma e
fedele allo 'mperio, sì la favorò e brivilegiò, e dielle
infino in sei miglia di contado. E quando tornò in
Alamagna, de' suoi baroni vi rimasero e furono cit-
tadini; e intra gli altri fu quelli ch'ebbe nome Uber-
to, onde si dice che nacque la casa e progenia degli
liberti^ e per suo nome così fu nomata; e un altro
barone ch'ebbe nome Lamberto, che si dice che di-
scesono i Lamberti : questo però non affermiamo : e
più altri di sua gente de' migliori baroni, e di quelli
d'Otto secondo, rimasono in Toscana in signoria, onde
poi sono stratti molti lignaggi in Firenze di gentili
uomini, e in molte terre d* Italia. Questo Otto primo
brivilegiò i Lucchesi che potessero battere moneta
d'oro e d'ariento^ e però la loro moneta è impron-
tata del suo nome. Dappoiché mori Otto primo, fu
fatto iraperadore Otto secondo suo figliuolo il quale
regnò quindici anni. Al tempo di quest'Otto uno papa
Giovanni tredecimo che l'avea coronato, fue preso da
Piero prefetto di Roma e messo in castello Santo An-
gelo, e poi si fu cacciato in Campagna; ma il detto
Otto il rimise in sedia, e molti Romani che di ciò
ebbono colpa, fece morire di mala morte, e molti ne
mandò presi in Sassogna. Al tempo di costui i Sa-
racini e' Greci presono Calavra, ond' egli andò loro
incontro con grande oste di Romani, e Tedeschi, e
Lombardi, e Pugliesi; ma per mala condotta, e per-
chè i Romani e' Beneventani sì fuggirò, lue sconfitto
con grande danno de'crìstiani, ed egli preso da'cor-
sali greci; ma per ingegno e promesse si fece me-
nare in Cicilia, e essendovi arrivato con loro, essendo
conosciuto, tutti gli fece morire di mala morte. E poi
il detto Otto assediò Benevento, e prese la terra e
guastolla per lo loro tradimento, e trassene il corpo di
Santo Bartolommeo Apostolo, e recollo a Roma per
portarlo in Sassogna; ma tornato a Roma morìo poco
appresso, e nell' Isola di Roma lasciò il detto corpo
lU Santo Bartolommeo.
CAPITOLO n.
Del iena Otto imperadore^ e del tMrekefe Ugo
che fece la badia di Ftreiue.
Dopo la morte del secondo Otto, fu eletto im-
peradore Otto terzo suo figliuolo, e coronato per pa-
pa Gregorio quinto negli anni di Cristo 979, e re-
gnò quest' Otto ventiquattro anni. Poi che fu incoro-
nato, andoe in Paglia in pellegrinaggio al monte
Santo Angelo, e poi si tornò per la ria di Francia in
Alamagna, lasciando Italia in buono stato e pacifico.
Ma Ini tornato in Alamagna, Crescenio consolo e si-
gnore di Roma cacciò il detto Gregorio del papato,
e misevi uno Greco, ch'era vescovo di Piacenza, molto
savio; ma sentendo ciò Otto imperadore, molto cruc-
ciato, con sua forza tornò in Italia, e assediò in Ro-
ma il detto Crescenzo e 'l suo papa in castello Santo
Angelo, che là entro s'erano fuggiti; il quale per as-
sedio ebbe il detto castello, e Crescenzo fece dicol-
lare, e a papa Giovanni sedicesimo trarre gli occhi e
tagliare le mani, e rimise in sedia il suo papa Gre-
gorio che di nazione ^ era suo parente; e lasciando
Roma e Italia in buono stato, si tornò in suo paese
in Alamagna, e di là mori bene avventurosamente. Col
detto Otto terzo venne in Italia il marchese Ugo :
credo fosse 0 marchese di Brandimborgo, perocché
in Alamagna non ha altro marchesato. A costui piac-
que sì la stanza di Toscana, spezialmente della no-
stra città di Firenze, ch'egli ci fece venire la moglie,
e in Firenze fece suo dimoro, siccome vicario d'Otto
imperadore. Avvenne, come piacque a Dio, che an-
dando lui a una caccia nella contrada di Bonsollazzo,
per lo bosco si smarrì da sua gente, e capitò, alla sua
avvistone^, a una fabbrica dove s'usa di fare il ferro.
Quivi trovando uomini neri e sformati che in luogo
di ferro parca che tormentassono con fuoco e con
martella uomini, domandò che ciò era : fiigli detto
ch'erano anime dannate, e che a simile pena era con-
dannata r anima del marchese Ugo per la sua vita
mondana, se non tornasse a penitenzia: il quale con
grande paura si raccomandò alla Vergine Maria, e
cessata la visione, rimase sì compunto di spirito, che
tornato in Firenze, tutto suo patrimonio d' Alamagna
fece vendere, e ordinò e fece fare sette badie : la
prima fu la badia di Firenze a onore di Santa Maria;
la seconda quella di Bonsollazzo, ove vide la visione;
la terza fece fare ad Arezzo; la quarta a Poggibo-
nizzi; la quinta alla Verruca di Pisa; la sesta al-
la città di Castello; 1' ultima fu quella di Settimo : e
tutte queste badie dotò riccamente, e vivette poi colla
moglie in santa vita, e non ebbe nullo figliuolo, e
morì nella città di Firenze il dì di Santo Tommaso gli
anni di Cristo 1006, e a grande onore fu soppellito
alla badia di Firenze. E vivendo il detto marcheso
Ugo, fece in Firenze molti cavalieri della schiatta de"*
Giandonati, de' Pulci, de' Nerli, de' conti da Ganga-
laudi, e di quelli della Bella, i quali tutti per suo a-
more ritennero e portarono l' arme sua addogata
rossa e bianca con diverse intrassegne.
CAPITOLO in.
De* ielle prencipi d' Alamagna eh' ka9mo a
eleggere lo 'mperadore.
Morto Otto il terzo, per cagione che lo'nperio
era andato per lignaggio in tre Otti, 1' uno figlinolo
* di stirpe.
' Vitùme^ e ipeMo n«l nottro A. awUo, opmiome, Bùtnea
al VocaboUrio.
DI tìlOVANM VlLUNl.
Vt
dell'altro, si parve a Sergio papa quarto, e a^ cardi-
nali, e a' prencipi di Roma che lo 'mperio fosse alla
lezione^ degli Alemanni, imperocch' erano possenti
genti, e grande braccio del cristianesimo; ma che
d* allora innanzi lo 'mperìo andasse per elezione del
più degno, conrermandosi poi per la Chiesa, essendo
approvato degno^ e furono per dicreto ordinati sette
elettori dello 'mperio in Alamagna, e eh' altri non
potesse degnamente essere eletto imperadore, se non
per gli detti prencipi. Ciò furono Parcivescovo di Ma-
gonza cancelliere d'Alamagna, l'arcivescovo di Trievi
cancelliere in Gallia, V arcivescovo di Cotogna can-
celliere in Italia, il marchese di Bradimborgo camer-
Hngo, il duca di Sassogna che gli porta la spada,
e 1 conte Palatino del Reno che oggi succede per re-
taggio al duca di Baviera, e servelo a tavola del
primo messo ^ e 1 re di Boemme che 1 serve della
coppa: e sanza lui consentire non vale la elezione. E
feeesi dicreto, che per cagione che gli Alamanni a-
veano tutta la elezione dello 'mperìo d" Alamagna,
non potasse essere papa o cardinale, per levare le
dissensioni del papato: ma non s'attenne. E imperoc-
ché, dappoi che lo 'mperio venne tutto agli Alaman-
ni, sì seguiremo omai d'imperadore in imperadore, e
simile de'papa, quanto regnò ciascuno, e brievemente
le sue operazioni; imperciocché in questi tempi la
nostra città di Firenze cominciò ad avere stato e po-
tenza per le revolnzioni de' delti imperadorì ; e per
le dissensioni che talora ebbono col papa e colla
Chiesa, molte mutazioni e parti ebbe nella nostra
città dì Firenze, come innanzi per li l«mpi faremo
menzione ordinatamente. E ancora n'é di nicessità di
fare memoria degli re di Francia e di Puglia, impe-
rocché molto si mischia la loro signoria alla nostra
materia per le novità che seguiranno appresso ; e
però in brìeve per lo primo capitolo ne faremo men-
zione.
CAPITOLO IV.
Bella progenia delli re di Francia^ che discesono
<f Ugo Ciapelta,
Ugo Ciapetta \ come addietro facemmo men-
zione, fallito il lignaggio di Carlo Magno, fu re di
Francia nelli anni di Cristo 987. Questo Ugo fu duca
d^Orliens (e per alcuno si scrìve, che fur sempre i
suoi antichi e duchi e di grande lignaggio) figliuolo
d' Ugo il grande, e nato per madre della scrocchia
\l' Otto prìmo della Magna; ma per li più si dice,
che '1 padre fu uno grande e rìcco borghese di Parìgi
stratto di nazione di buccierì^ ovvero mercatante di
bestie ; ma per la sua grande ricchezza e potenza,
vacato il ducato d'Orliens, e rìmasane una donna, sì
l'ebbe per moglie, onde nacque il detto Ugo Ciapetta,
il quale fu molto savio e possente, e '1 reame di
' Elettone; come leggere per eleggerej leUore per eletto-
re. Non ne mancano esempi negli antichi scrittori
^ Durarono gli elettori anche sotto gli Ottoni. E di vero
Ottone Tn non fece che rìstrignere in soli tette prìncipi
il voto elettivo, già spettante a tatti i principi fin dal
tempo Cdioesi) di Carlo Magno.
' portata, servito. ^ Capeto. * beccaio di nascita.
Francia tutto si govemara per luì; e fallito il legnag-
gio di Carlo Magno, come fatta é menzione, si fece
fare re, e regnò venti anni. Questo Ugo Ciapetta e
suo legnaggio sempre portarono il campo azzurro e
fìoredaliso d'oro, e truovasi che Carlo Magno portò
mezza Tarme dello *mperio, cioè, il campo ad oro e
r aguglia nera, e V altra metà fiorìdaliso ; ma in san
Dionigi di Francia si trovarono insegne vecchie reali,
il campo azzurro con ispronelle ad oro '; non si sa se
furono del legnaggio di Carlo, o de' primi re venati
dì Sicambria. Appresso Ugo Ciapetta regnò Uberto
suo figliuolo dodici anni, e fu uno grande cherìco in
iscrittura^, e molto cattolico e santo. Poi regnò Ar-
rigo suo figliuolo trent'anni, e poi regnò Filippo suo
figliuolo quarantanove anni: poi regnò Luis il Grosso
suo figliuolo trentun'anno ; poi regnò Luis il Pietoso
suo figliuolo quarantatre anni, e fa col nome il fatto,
pietoso e buono, e con tutte virtù. Questi ebbe per
moglie la contessa di Ciarte, la quale fa discesa del
legnaggio di Carlo Magno, imperocché fu nata della
casa di Normandia, della qual donna ebbe uno fi-
gliuolo ch'ebbe nome Filippo il Bornio^, il quale regnò
quarantaquattro anni. Questo Filippo fu uomo di
grande valore, e molto accrebbe il reame. Prima il
conte di Fiandra che l'avea levato a' fonti^, con li
più de' baroni di Francia si rubellò: il quale per ano
senno e prodezza tutti gli ridusse a sua signorìa, e
per lo detto fallo tolse al conte di Fiandra Verman-
dosi e Piccardia. Questo Filippo andò al conquisto
d'oltremare col re Riccardo d' Inghilterra e vinse A-
cri in Sorìa; poi ebbe discordia col re Riccardo per
moneta che gli avea prestata al passaggio, onde avea *
pegno la duchea di Normandia per dugento migliaia
di libbre di parìgini; e quando la venne a rìcogliere,
non volle il re di Francia altro che parigini piccioli,
come dicéa la carta, e non potendosi trovare al ter-
mine, si trasattò^ Normandia, e recolla a sua sugge-
zione, onde grande guerra fu poi tra loro, che 'I
detto re Riccardo s' allegò contro il re Filippo con
Ferrante conte di Fiandra, e con Otto quarto re de'
Romani; il quale, in uno medesimo giorno Filippo
re combattè col detto Otto e Ferrante al ponte Ai-
bovino in Fiandra, e sconfissegli, e prese Ferrante: e
Otto si fuggì: e Lais figliuolo del detto re Filippo
ebbe battaglie in Paito contro al re d' Inghilterra e
altri baroni, e sconfissegli, e recò sotto la sua signo-
rìa Paito, Guascogna, Torrena, e Angieri, e Chier-
monte : alla fine lasciò grande tesoro per limosina
alla terra d'oltremare, e morì negli anni di Cristo
1216. Appresso Filippo il Bornio regnò il detto Luis
suo figliuolo tre anni: questo Luis ebbe quattro fi-
gliuoli della reina Biancia figlia del re di Spagna:
il prìmo fu il buono re santo Luis che succedette a
' con ispronelle d'oro: spronella è detta la stella dello
sperone. ^ assai dotto.
* Intendi: Filippo il guercio. Il nostro A. qui non tra-
dusse, ma foggiò all'italiana la voce francese Borgne,
* Solevasi anticamente amministrare il battesimo per
infunonem. Immerso il battesaando nel sacro fonte, era
ufficio del compare o padrino l' estrarlo, onde fii detto le-
vare 0 togliere al o dal eocro fonte^ per Unere al hatUiimo*
* s'appropriò.
4d
CBONICHK
Ini re di Fiuncia; il seeondo Robeiio il primo conte
d' Artese ; il terzo fa Alfarante che fa conte di Pet-
fieri e <li Lanzone; il quarto fu il buono Carlo conte
d' Angiò, e poi di Proenza, e poi per suo valore e
prodezza fa re di Cicilia e di Puglia, come innanzi
farà menzione la storia al trattato di Federigo impe-
radore, e di Manfredi re suo figliuolo. Il detto Santo
re Luis regnò quarantott'anni, e sconfisse il re d'In-
ghiiterra e 1 conte della Marcia, e andò oltremare a
Damiata, e là fu preso alla Mensura con Carlo suo
fratello, e morirvi il conte d* Artese, e ricomperarsi
dal soldano grande tesoro^: e poi fu al passaggio di
Tonisi, e là morì santamente gli anni di Cristo 1270.
Dopo il re Santo Luis regnò Filippo suo figliuolo
quattordici anni, e questi fu quelli che fece il pas-
saggio in Araona, e là morì. Questo re Filippo ebbe
della figliuola del re d' Araona due figliuoli; il primo
Al Filippo il Bello, il quale fu il più bello cristiano
che si trovasse al suo tempo: questi regnò re in
Francia ventotto anni a' nostri tempi; f altro fu Carlo
di Valois, detto Carlo Sanzaterra, che assai muta-
zioni fece alla nostra città di Firenze, come innanzi
al suo tempo farà menzione. Questo re Filippo il
Bello ebbe tre figliuoli; il primo fu Luis re di Na-
varra per retaggio della madre; il secondo Filippo
conte di Pettieri; il tereo Carlo conte della Marcia;
e morto il padre negli anni di Cristo 1315,' furono
tutti e tre re di Francia V uno appresso V altro in
picciolo tempo. Avemo raccontato si per ordine li
re di Francia e di Puglia discesi del legnaggio d'Ugo
Ciapetta, perché contando le nostre storie di Firenze,
e deir altre provincie e terre d' Italia , si possono
meglio intendere. Lasceremo de** Franceschi^ e tor-
neremo a nostra materia degF imperadorì di Roma e
dei fatti di Firenze.
CAPITOLO V.
Come Arrigo prifno fn fatto imperadore.
Dappoiché lìi morto il terzo Otto ìmperadore,
gli elettori della Magna si elessono nello 'mperìo
Arrigo primo duca di Baviera, e questi fu stratto
del legnaggio di Carlo Magno, siccome addietro fa-
cemmo menzione: e ciò fu negli anni di Cristo 1003,
e regnò dodici anni e sei mesi bene avventurosa-
mente in ogni battaglia contro a' suoi nemici in A-
lamagna, e in Buemia, e in Italia; e fece tornare
alla fede di Cristo Stefano re d'Ungheria e tutto
guo reame, e diagli per moglie la serocchia. Questi
fu il primo Arrigo imperadore, ma il secondo fu re
d'Alamagna; e però si scorda la cronica nel nomare
gli Arrighi: ove dice quarto vuole dire terzo; così
' Bioomperftronsi dal soldiuio dandogli grande tesoro.
Così devesi intendere anche al lib. 4. 3: ^ elUsì ricomperb
gran tesoro dal soldano. U verbo ricomperare, come U verbo
pagaref lascia la prepos. per o con innanii al nome de-
notante precffo. Così lo stesso A. lib. 6. 37: E come il re
Luti, e' #«0» Baroni furono ricomperati e pagati la detta
monetOf si ritornarono in ponente, Veggas! Infine 8tor. 8.
Eug. 319: Né fatica veruna ci sarebbe di ricomperarti
tanto oro (con tanto oro) guanto tu pesassi.
Io terzo secondo, quanto allo imperio. Questo Arrigo
e la sua moglie ch^ebbe nome santa Cunegonda,
stettero e conservaro insieme virginitade , ovvero
castìtade, e molti miracoli feciono dopo la loro morte.
Questo imperadore e la detta sua moglie stettero in
Firenze, e feciono reedificare la chiesa di Santo Mi-
niato, siccome addietro facemmo menzione. Lascere-
mo alquanto a raccontare gli imperadorì, e tome-
remo a nostra materia de' fatti di Firenze: come ne*
detti tempi e con volontà del detto imperadore Ar-
rigo, i Fiorentini presono e abbatterono la città di
Fiesole, e crebbesi la città di Firenze.
CAPITOLO VL
Come al tempo del detto Arrigo^
i Fiorenttni presono la città di Fiesole ,
e fecionia disfare.
Ne' detti tempi regnando imperadore Arrigo
primo, quegli della città di Firenze erano molto
cresciuti di gente e di podere secondo il loro pic-
colo sito, e massimamente per lo favore e aiuto di
Otto primo imperadore, e del secondo e terzo Otto
suo figliuolo e nipote, che sempre favoreggiarono la
città di Firenze; e come la città di Firenze cresceva,
la città di Fiesole sempre calava, avendo al conti-
nuo guerra e nimistà insieme; ma per lo forte sito
e fortezza di mura e di torri che avea la città di
Fiesole, invano si travagliavano i Fiorentini di con-
quistarla, contuttoché fossero piii genti, e di mag-
giore amistà e aiuto, anzi erano continuo guer-
reggiati da* Fiesolani. Ma veggendo ciò i Fiorentini,
che per forza non lo poteano acquistare, sì s'*intre-
guàrono ^ cV Fiesolani, e lasciarono il guerreggiare
tra loro; e di triegua in triegua si cominciarono a
dimesticare insieme, e usare V uno cittadino nella
città deir altro, e imparenterai insieme, e picciola
guardia facea V uno dell' altro. I Fiorentini veggendo
che la loro città di Firenze non avea podere di fare
grande montata, avendo sopra capo sì fatta fortezza
com'era la città di Fiesole, provvedutamente e segre-
tamente, una notte misono aguato di loro gente armati
da più parti di Fiesole. I Fiesolani essendo assicurati
da' Fiorentini, e non prendendosi guardia, la mat-
tina della loro festa principale di Santo Romolo a-
perte le porte, essendo disarmati i Fiesolani, i Fio-
rentini entrando nella città sotto titolo di venire
alla festa, quando ve n'^ebbe dentro buona quantità,
gli altri armati eh* erano nell' aguato, presono le porte
della città; e fatto cenno a Firenze, com' era ordi-
nato, tutta V oste e potenza de' Fiorentini vennero •
cavallo e a pie al monte, e entrarono nella città di
Fiesole e corsonla tutta sanza uccidere quasi gente,
o fare altro danno, se non a chi si contendesse. I
Fiesolani veggendosi subitamente e improvviso sor-
presi da' Fiorentini, parte di coloro che poterono si
fuggirono in su la rocca la qnale era fortissima, e
tennersi lungo tempo appresso. La città di sotto
aUa rocca essendo presa e corsa per ti Fiorentini, e
' fecero tregua.
DI CIOVAKM VILLANI.
49
prete le Tortene e le geuti che si coDltodeauo, l'el-
Iro minuto popolo b' arrenderono • palli, che non
foisono morii né rubati di loro cose, raccendo i
Fioreolioi loro voIopIÌ di disrarla, rimanendo il \e-
■covado in *ua giuridiiione. Allora i Fiorcolini pat-
teggiarono cbe chi voleuf uacire della cillà di
Fiesole e venire ad abitare io FireuEe, potesse ve-
nire sano e salvo con lutti i suoi beni e cose, e an-
dare in altra parte che gli piacesse; per la quii cosa
in grande qpaotità ne scesero ad abitare io Firenie,
onde poi Tutodo e sono grandi schiatte in Firenze:
vltrì d'' andarono ed abitare intorno per lo contado,
ove aveano loro villate e possessioni. E ciò fatto, e
la città voU di genti e dì cose, i Fiorentini la Te-
ciono at scovado e
c«rte ali » ancora
• non « negli anni
di Crislo Fiesolanì,
che si fi dignità' e
colonne, isù erano,
e il cari ro Sclie-
raggio in Firenie.
CAPITOLO Vii.
Come molti Ftesoiani liirnarono ad abitare
in Virente e feciomi uno popolo co' Fìorentitù.
Essendo disratta la città di Fiesole, salvo il ca-
stello della rocca, cone detto è di sopra, molti Fie-
solani ne vennero ad abitare in Firenze e feciono
uno popolo co' Fiorentini, e per la loro venuta con-
venne che si crescesse di mura e di giro la ciltii di
Firenze, come innanzi sarà menzione. E acciocch' e'
Fiesolsni vennlì ad abitare in Firenze Tossono con
più fede e amore co* Fiorentini, ai raccomunarono
Tarme de* detti comuni, e feciono allora l'arme di-
nieizsla vermiglia e bianca, come ancora a' no-
stri tempi si porta in su il carroccio e nell'oste de'
Fiorentini. Il vermiglio fu Tanlica arme che i Fio-
rentini ebbono da' Romani, come addietro è fatta
meniione, che soleano usare ìv' entro il giglio bianco;
e 'I bianco fu l'anlice arme de' Fìesoleni, ma avevavi
dentro una luna cilestra : ma nella della arme comune
levarono il giglio bianco e la luna, e fu pur dimez-
zata; e feciono leggi e statuti comuni, vivendo ad
lina signorìa di due consoli cittadini e col consiglio
del senato, ci6 ere di cento uomini, i migliori della
città, com'era rnsanza data da' Romani a' Fiorentini.
E cosi crebbe molto in quelli tempi la città di Firenze
e di popolo e di poteniis per lo disfacimento della
città di Fiesole, e per li Fiesolani che veunono ad
abitare in Firenze, ma però non era di grande popolo
a comparazione ch'ella è a'nostri tempi ; che la città
di Firenze era di piccolo sito, come fallo è menzione,
e ancora si vede al primo giro, e non v'svca shilaali
I lo
pt/rtarniie, o portar via. Huiu allkCrugciL
* rarìlk, coie degne, onuuDcnti. S«r GÌova4iDl nel Peco-
rone g. 9. o. 1: Anta tal eampaniU, il qaaU era il pH hMo,
e il fiU riete, t (a wmgfìor digniti citi awtf Vinegia a
pùl tempo.
il quarto forse eh' è oggi. I Fiesolani crsno mollo
scemali, e alla disfaiione di Fiesole molto si sparsone,
e chi andò in una parie e chi in un'alUv; ma i piii
ne vennono a Firenze, e pur fu grossa città al tempo
d' allora; ma per quello troviamo, con lulti i Fieso-
lsni non furono la metà eh' è oggi a' nostri di. E
nota perchè i Fiorentini sono sempre in scisma, e in
parli, e in divisioni tra loro, che non è da maravi-
gliare: l'una ragione si È perchè la città fu reediH-
ceta, come fu detto al capitolo della sua ree diti cazione,
sotto l( signorìa e ìnfluenEs della pianeta di Marti che
sempre conforta guerre e divisioni; l'altra ragione
piii certa e naturale si è, eh' e' Fiorentini sono oggi
stratli di due popoli cosi diversi dì modi e sempre
per antico erano stati nemici, siccome del popolo
de' Romani e dì quello de' Fiesolani; e ciò potemo
vedere per isperienza vera, e per le diverse mutazioni
e partigiani e sette, cbe dappoi eh' e' detti dne popoli
furono congregati in uno, avvennero in Firenze di
tempi in tempi, come iu questo libro omai più este-
samente sarà n
CAPITOLO VIIL
Come la cUlà di Firente crebbe lo cerchio, prima
■ di fossi e sleccali, poi di mura.
Dappoich'e' Fiesolani tornarono iu grande parte
ad abitare in Firenze, come detto è dinanzi, la città
s' empiè pia di gente e di popolo, a crescendo in
borghi e abituri di fuori della vecchia e piccola citta,
poco tempo appresso convenne di necessità che la
città si crescesse. di cerchio, prima di fossi e di stec-
cali ; e poi al tempo d' Arrigo imperadore si feciono
le mura, acciocché le borgora e accrescimenti di
fuori, per le guerre che apparieno in Toscana per
cagioue del detto Arrigo, non potessono essere presi
né guasti, e la ciLtà più tosto assediala da' nemici.
E però s quel tempo negli snui di Cristo 1076, come
innsnzi, incidendo 'le storie d'Arrigo terzo ss ri men-
zione, cominciarono i Fiorentini le nuove mura, co-
minciando dilla parte del levante alle porla di S. Fiero
maggiore, la quale fu alquanto dietro slls della chiesa,
mettendo il borgp di San Piero maggiore e la chiesa
detta dentro alle nuove mura, e poi rislrìgnendosi
dalla parie di tramontane poco di lungi al detto borgo
fece gomito a una postierla che si chiamò Is porla
Alberlioelli per una schiatta ch'ere in quel luogo,
rhe cosi fu chiamata : poi seguendo ingìoo ella porta
di borgo Ssn Lorenzo mettendo Is delta chiesa dentro
alle mura ; e poi appresso ebbe due poslierie l' una
alla forca di csmpo Corbolini, e l'sltrs ai cbìsmòpoi
la porla del Baschiera, conseguendo poi inaino alla
porli di San Paolo, e sppreGsu seguendo inaino alla
porla alla Carraia alla quale fece line il muro in aul-
r Arno ove poi si cominciò e fece uno ponte che si
chiama il ponte alla Carrai* per lo nome di quello
porta; e poi seguendo le murs non però troppo alle
' fuendo bcldeni* «Ile storie ecc. Inàdert apiegato
dalla emaci, sai' altro, per far diyrmitme, inàdmta, mo-
ttrvribbt ntutro, qniUMlo è attivo qnl a iltroTi,
50
CRONICHE
in sa la rìra d' Arno mellendo dentro ciò eh" eri di
faorì alle mura vecchie, ciò era fl borg^o di 8» Bran-
catio, e qaeH 0 di Fanone, e quello di Santo Apoftolo,
e qoello di porte Sante Varie inaino al Ponte Vecchio;
e poi appresso in sn la riva d^Amo inaino al castello
Altafronte. Di là si partirono alqoanto le mura dalla
riva d^Amo, sicché vi rimase via in nexxo, e due
postierle onde s** andava al finrae : poi fiiceano canto
e volgeano ove è oggi la coscia del ponte Rabaconte,
e ivi alla rivolta avea una porta che si chiamava la
porta de' buoi perchè ivi difaorì si fiicea il mercato
de* booi, che poi fa nomata la porta di messer Rog-
geri da Oaona, perocché i detti da Qoona qaando
vennero ad abitare aDa città si paosono in sa la detta
porta. Poi seguirono le mora dietro a San Iacopo tra
le fosse, perchè era sa" fossi, insino ov'è oggi il capo
della piazza dinanzi alla chiesa de' frati minori detta
Santa Croce; e qaivi avea nna postierla che andava
airisola d'Amo, poi seguendo le dette mura per linea
diritta sanza niuna porta o postierla, ritornando in-
sino a San Piero maggiore ove cominciano. E cosi
ebbe la città nuova di Firenze di qna dairAmo cinque
porte per gli cinque sesti, una porta per sesto, e più
postierle, com' è falta menzione. Oltrarno si avea tre
borghi i quali tutti e tre cominciavano al Polite Vec-
chio di là d*Amo: Tuno si chiamava e chiama ancora
borgo Pidiglioso^, perch'era abitato da vile gente, e
era in capo del detto borgo una porta che si chia*
mava la porta a Roma, ove sono oggi le case de'Bardi
presso a Santa Lucìa de' Hagnoli e passato il Ponte
Vecchio : e per quella via •' andava a Roma per lo
cammino da Fegghine e d'Arezzo: altre mura non
avea al detto borgo se non il dòsso delle case di
costa al poggio. L'altro borgo era quello di Santa
Felicita, detto if borgo di Piazza, che avea una porta
ov'è oggi la piazza di San Felice, onde va il cam-
mino a Siena; e un altro borgo che si chiamava di
San Iacopo, che avea una porta ove sono oggi le
case de' Frescobaldi, che andava il cammino a Pisa.
A'detti tre borghi del sesto d'Oltrarno non avea altre
mura se non le dette porte e dossi delle case di
dietro, che chindeano le borgora con giardini e ortora
di dietro. Ma dappoiché lo 'mperadore Arrigo terzo
venne ad oste a Firenze, i Fiorentini feoiono murare
Oltrarno, cominciando alla detta porta a Roma mon-
tando addietro al borgo alla Costa di sotto a San
Giorgio, e poi riuscfeno dietro a Santa Felicila, rin-
chiudendo il borgo di Piazza e quello di San Iacopo,
e quasi come andavano i detti borghi; ma poi si
feciono le mura d'Oltrarno al poggio più alte come
sono ora, al tempo che di prima i Ghibellini signo-
reggiavano la città di Firenze, come faremo menzione
a luogo e a tempo. Lasceremo alquanto de' fatti di
Firenze, e tratteremo degP imperadorì che furono
appresso il primo Arrigo, che ci sono di necessità a
raccontare per conseguire ^ la nostra storia.
' Dal ìàtàno p9diec9u$. Come aggiunto Volgare e comune
vuol etiere nella Cnuo% alla quale manca pure pedkO'
hre^ aggiunto di morbo aohifoiifflimo.
' proii6fiHr«.
CAPITOLO DL
Carne Cmrado fnrimo fu faUo imperùdare.
Dopo la morte d'Arrigo primo imperadore, fa
•letto e consegrato Currado primo per Benedetto papa
ottavo, negli anni di Cristo 1015. Questi fu di Soavia,
e regnò nello 'mperio venti anni, e quando egli passò
in Italia, non possendo avere la signoria di Hilano,
si l'assediò infino ne'borghi ; ma prendendo la corona
del ferro di fuori di Hilano in nna chiesa, cantando
la messa, si venne uno grande tuono e saetta in qnella
chiesa, e alquanti ne morirono ; e levato l'arcivescovo
che cantava la messa dall'altare, disse a Currado im-
peradore, che visibflmente vide Santo Ambrogio, che
fortemente il minaocinva se non si partisse dall'assedio
di Milano, ed egli per quella ammonizione si levò da
oste, e fece pace co'Milanesi. Questi fu giusto uomo,
e fece molte leggi, e tenne lo 'mperio in pace lungo
tempo. Bene andò in Calavra contro a'Saractni ch'erano
venuti a guastare il paese, e con loro eombatteo, e
con grande spargimento di sangue de' cristiani gli
cacciò e conquise. Questo Currado si dilettò assai
della città di Firenze quando era in Toscana, e molto
l'avanzò, e più cittadini di Firenze si feciono cava-
lieri dì sua mano e furono al suo servigio. E accioc-
ché si sappia chi erano i nobili e possenti cittadini
in quelli tempi nella città di Firenze, brievemente ne
faremo menzione.
CAPITOLO X.
Be' nobiii eh* erano netta cinèdi Firenze attempo
del detto imperadore Currado : prima di quetti
d' intorno al Duomo,
Come addietro è fatta menzione, la prima ree-
dificazione della picciola Firenze era divisa per quar-
tieri, cioè per quattro porte ; e acciocché noi possiamo
meglio dichiarare i nobili legnaggi e case che a'detti
tempi, disfatta Fiesole, erano in Firenze grandi e di
podere, si gli conteremo per gli quartieri ove abita-
vano. E prima quelli della porta del Duomo che fii
il primo ovile e stazzo * della rifatta Firenze, e dove
tutti i nobili cittadini di Firenze la domenica facieno
riparo e usanza* di cittadinanza intomo al Duomo, e
ivi si faceano tutti i matrimoni e paci, e ogni gran-
dezza e solennità di comune: e appresso porta San
Piero, e poi porta San Brancazio, e porta Sante Marie.
E 'n porte del Duomo erano abitanti il legnaggio
de'filii Giovanni, e quelH de'fìlii Gnineldi che furono
i primi che reedificarono la città di Firenze, onde poi
sono discesi molti lignaggi di nobili in Mugello e in
Valdamo e in città assai, che oggi sono popolari e
quasi venuti a fine: furono i Barucci che stavano da
Santa Maria Maggiore, che oggi sono venuti meno ;
bene furono di loro legnaggio gli Scali e'Palermini.
' atasione.
* La Giuntina dice: mmuca ciUadmtiea» Intendi : si ri-
paravano e conversavano. Utant^ ntit Bpe<i9o pratica, con^
r«rtff«»<)»»«, frequenta.
DI GIOVANNI VILLANI.
51
Bruto iDcara nal detto quartiere Arriguccr, e' Siti,
e*Bg1iuoli della Toia : queiti della Toai furono uno
legna^gjo co' BùdoiniDi, e padrooi a difenditori del
vcacavado; ma partissi ano di loro da' suoi di porta
San Piero, e tolse per moglie una donna ehiimata la
Taaa,'che l'ebbe lo retaggio, onde derivò quello nome:
eranvi quelli della Pressa che stavano tra'Chiavaiuoli,
gentili uomini.
CAPITOLO XI.
Delle cote de'nobUi del quartiere di porla San Piero.
Nel quartiere di porta San Piero erano i Bisdo-
mini che, come di sopra è detto, e'sono padroni del
vescovado, e gli Alberigbi, ohe Tu loro la chiesa di
Santa Hi mati, e oggi non
n'i nnlld o grandi, e ahi
lavino h he furono poi le
case de' ij, e di loro per
donna ni come addietro è
falla mei lono messere Bel-
lincione meno lutto quello
legniggio; i GaUigeri, e Chiarmontesi, e Ardinghi
che abitavano io orto San Michele, erano molto an-
tichi; e simile i Giacchi che oggi sono popolani, che
abitavano da Santa Margherita ; Blisei che simile sono
Oggi popolani, che stanno presso a Mercato Vecchio;
e in quella luogo abitavano i Caponsacchi che furono
grandi Fiesolani; i Donali ovvero Cslfucci, che lutti
furono uno legnaggio; ms ì Cslfucci vennono meno ;
t quelli della Bella di San Martino anche divenuti
popolani; e il legnaggio degli Adimarì t quali furono
stralti di casa i Cosi, che oggi abitano in Porta rossa,
e Santa Maria Nipolecosa feciono eglino ; e bene che
sieno oggi il maggiore legnaggio di quello seslo e
di Firenze, non furono però in quelli tempi de' più
antichi.
CAPITOLO xn.
Di queiti dei quartiere di porta San Brancatio.
Nel quartiere della porla di San Brancasio erano
grandissimi e potenti la casa de' Lamberti nati per loro
nntiehi della Magna; gli Ughi furono antichissimi,
qnali edJQoarono Santa Maria Ughi, e tutto il poggio
di Montoghi fn loro, e oggi sono spenti; ì Cstellinì
furono antichissimi, e oggi non n' è ricordo : dicesi
eh* e' figliuoli Tieri per hsstardo nati fossono di loro
legnaggio: i Pigli gentili nomini e grandi in quelli
tempi, Soldanierì, e Vecchietti; molto antichi furono
quelli dell'Area, e oggi sono spenti; e' Migliorelli,
che oggi sono niente; e' TrinciiTelli da Moscinno fu-
rono assai antichi.
CAPITOLO XIII.
Di quelli del grande quartiere di porta Santa Maria
e di San Piero SrAera<igio.
Nel quartiere della porte Santa Maria, cb'ò oggi
nel sesto di San Piero Scheraggio e quello di Borgo,
aven molto possenti e antichi legnaggi. I maggiori
erano gli Ubarli ', nati e venuto il loro antico della
Magna, che abitavano ov'è oggi la piana de* Priori
'1 palagio del popolo; i Fifenli detti Bogolesi ahi-
lavano in sul canto di porte Sante Marie: e' Galli,
Cappiardi, Gnidi, e Filippi che Oggi sono niente, al-
lora erano grandi e possenti, sbitavano in Mercato
Nuovo. Bene eh' e' delti Filippi sia scritto che sieno
Deente, nondimeno n' è ancora Kinieri dsUs Piaus, e
Tano figliuolo di Gaalfrednccio, e hanno ancora le
case loro presso alla pÌBua di Hercalo Nuovo dtrim-
peUo elle case de'Bostichi. Vero è ch'e'delti Rinierì
Tano furono giìi chiamali quelli della Piana, e altri
gli chiamare GuBlfreduct:!, nientemeno elli sono pure
degli orrigini^ Filippi; e Gondt e Slroui 1 quali abi-
tano nel sesto di San Brancasio, sono consorti de' detti
Gualfreducc), ovvero queiti della Piaisa, discesi tutti
da' delti Filippi ; e simile i Greci che fn loro tutto il
borgo de' Greci, oggi sodo finiti e spenti, salvo che
n' ha in Bologna di loro legnaggio ; Ormannl che
abitavano ov'è oggi il detlo palagio del Popolo, e cfais-
mansi og^ Foraboschi. E dietro a San Piero Scherag-
gio ove sono oggi le case de'figtiuoli Petri, furono
qnelli della Pera ovvero Perui», e per loro nome la
postierla che ivi era si chiamava porta Pernua: alcuno
dice eh' e' Ferussi che aono oggi furono stralli di quello
legnag^o, ma non l'affermo. 1 Sacchetti che abitano
nel Garbo furono molto anUchi ; intorno a Mercato
Nuovo ereno grandi i Bostichi, e quelli della SaDoella,
e Giandoneti, e Infangali; in borgo Santo Apostolo
erano grandi Guaiterotti, e Importuni, che oggi sono
popolani; f Bondelmonti erano nobili e aoticbi citta-
dini in contado, e Hontebuoni fu toro castello, e pih
altri in Valdigreve; prima si pnosono Oltrarno, e poi
lamsrono in Borgo. I Pulci, e' conti da Gangalandi,
Cìndbgnì, e Nerli d' Oltrarno, liirono ad un tempo
grandi e possenti con Giandonati, e con quelli della
Bella insieme nomati di sopra; e del marchese Ugo
che fece la badia di Firenie ebbono l'arme e la caval-
leria, imperciocché intorno a lui furono mollo grandi.
CAPITOLO XIV.
Come in quelli tempi era poco abitato Oltrarno.
Avemo nominali i nobili e possenti cittadini
che a' tempi dello 'mperadore Currado primo erano
dì rinomes e di stato in Firanse; altri più legnaggi
v'avea di pih piccolo affare che non se ne fscea rìno-
roea, e oggi sono fstti grandi e possenti, e degli
antichi nomali di sopra sono esisti, e tali^ venuti
meno, che a' nostri di sppens n' ò ricordo se non
per questa nostra cronica. Oltrarno non avea in quelli
tempi gente dì legnaggio né di rinomo, pNVochè,
' 8e gii liberti dùcendeiscro >!> ChIìIìi» o d«rlvsu«ro
di Oennuia t ancori controvano.
' ili orìfine, p»r orìgiae. Kols origint di g«n. muc.
Cos'i eells Vita di 8. Oirolamo, SS : Il mo orifim natce
dal rÌMÌo dtlla fola. Colls doppia arre man» ali* Crnlca,
cha niantooianD ragiiira errigiiiale a orriginalmaiU.
' talmanta. Bore. dot. T3. 16: Io gli darti tal* di qiir-
fto cioctolo ntlU e^cagn». thr rifli ti riixnirrrhhr fori' un
mtf di qatita fata.
52
CBONIOTE
come avemo detto addietro, e' noa era della città
antica, ma borghi abitati di vili e minute g^enti. La-
sceremo ora di raccontare de' fatti di Firenze inflno
che fla tempo e luogo, quando i Fiorentini comin-
ciarono a mostrare loro potensia, e diremo brìeve-
meate degl' imperadori che furono dopo Currado
primo, e della contessa Mattelda, e di Ruberto Gui-
scardo che conquistò in quelli tempi Puglia e Ci-
cilia, che di raccontare di tutti ci è di necessiti,
per le muUiioni che n" avvennero in Italia , e poi
alla nostra città di Firenze.
CAPITOLO XV.
Come fu fuUo imperadore Arrigo secoudo dello
^Wy e le notila che furono al suo tempo.
Dopo la morte del detto Currado, fu eletto im-
peradore Arrigo secondo: e chi disse figUuolo, ma
e fu pure genero del detto Currado imperadore, e
figliuolo del conte Leopoldo Palatino di Baviera ni-
pote del primo Arrigo. Questo Arrigo fu profe-
wto la notte ch'egli nacque in questo modo; che 1
detto Currado essendo egU cacciando arrivato di
Bolle solo in una foresta in povera casa, ove abi-
tava Il padre e la madre del detto Arrigo isfuggiU
e in bando deUo 'mperio per micidio» ove i1 detto
Arrigo nacque; vegnendogU in visione che '1 detto
Mio fanciullo sarebbe suo genero e succederebbe
•uo mpeno, Currado credendo che fosse Hgliuolo
tìi villano, non conoscendo il conte suo "padre, per
disdegno il comandò a uccidere^ nella foresta, e i
SUOI famigliari per volontà di Dio lo lasciarono vivo,
rapportando che V aveano morto. E poi crebbe in
iMmtà e in wiato, sicché nella corta del detto Cur-
"do fu al servigio U detto Arrigo; e ricordandosi
IO mperwiore di lui, e riconoscendolo per certi in-
^ lu'Tf ^ ^"^ " ""^ •"• "^^^ oon let-
»« cne I facesse uccidere incontanente; e per uno
prete con cui albergò in cammino, come piacque a
Iddio, SI levò deUe lettere quelle parole contamente^
5» fatto; e il ^estuio premesso da Dio pure segui
Con tutu , contesti di Currado, questo Arrigo fu
coronato ^ ««i di Cristo 1040, • regnò Las-
sette anni. Onesto Arrigo iinpendore passò in Italia,
e fn coronato a Rom da papa Clemenle secondo, il
q«*le papa fl detto imperadore fece lare, e dispm^e
wrc papi eh' erano in qnestioM, Tono si ekiamò papa
««••detto nono, Taltro papa Silvestro leno, V nitro
papa uregono sesto, e aveano Inno Tidlro dispesto
e caccwto di Roma. Poi ciò 'fatto, il detto Arrigo
si andò nel Regno per guerreggiare in Puglia e n
Campagna tra' signori insieme ; si prese Paadelfo
prencipe di Capova e menoloe in Alamagna, e mise
in signoria un altro Pandolfo conte di Tarentioo, e
poi si tornò nella Magna dimorando poco in Itaha.
Per la qual cosa il paese d'Italia si comnosse molto
in guerra Tuno signore contra V altro, e* Jlomani tra
loro, e rubarono la Chiesa, e le sue possessioni, e
cose, e pellegrini. Ma essendo in quelli tompi tonato
in istato papa Gregorio sesto, di Roma cacciò papa
elemento ch'era uomo di poco valore ; come signore
laico con armata mano difese e racquistò le giuridi-
tioni, possessioni, e cose della Chiesa, e ebbe gneira
e battagUa col detto Arrigo che P avea disposto, e
sopraslatogli ; e tolto fosse per qaesto cagione nomo
di sangue, si fece buona fine e con santo repentimento,
mostrando a'suoi fraU cardinaU, che ciò cb'avea fatto,
era per ricoverare lo stato di Santa Chiesa^ e non
per ninna singulare proprietà di sua avarizia, asse-
gnando per autorità di Santa Scrittora, come i cherici
al bisogno si debbono mettore come muro dinanii
alle battaglie a difensione della fede e di Santo Chiesa.
E Iddio mostrò miracoli per lui; che, bi morto, i car-
dinali e l'altro chericato di Roma non lo voleano
seppellire in San Piero in luogo sagro, ma misonlo
di fuori dalle reggi ', siccome alla sua fine ordinò,
perch'era stato uomo di sangue; che se Iddio mo-
strasse miracolo in Ini, che '1 soppeUissono dentro
alla chiesa. B ciò fatto, e chiuse e serrt^ìe le porte
di San Piero, subitamente venne nno torbo eoa uno
vento sì impetuoso, che per foraa levò te porto della
chiesa, e portolte in coro. Allora conosciuto il mi-
racolo del santo uomo, si '1 soppellinmo nelte diiesa
con grande solennità e reverenzia.
CAPITOLO XVI.
Come Arrigo leno fu fallo mperadorey eU notila
d'Italia che furono al $uo tempo, e xome
la corte di Roma fu in firente.
« oSddfo P^'^ «n«nc« al Vocabolario.
I Domandò the iòne ucciso. Modo latino.
^^ testi leggono mmiawmmtef mm ctmUmemi$ dal Ut
2"^ i r."^."" ^ medesimo. HatUo Villani 10. 69: M
f^^J:;9^^ *^o nipou, empiiamo U Boìcg^ U n«*
qudl'avTcrbio r^T^^ «a J^^l^sJ^TdlS^^
iUammte^ E perù comio vai pare dtttn, tornèo. ìmùn- CòL
i^?^ ^r"*****^ • ^"^ °^*> ^« Il Vocaboterio^
»pi«ta eomtwmemte aolo per ' * ' ^^
Appresso te morto d* Arrigo seeondo fìi eletto
unperadore Arrigo terso, detto quarto quanto ìb dom
di re, ma teno ch'ebbe corona d'imperio, neffU amù
di Cristo 1056, e regnò nelte 'mperio qmantaaove
anni. OaMtl fu Bglinolo dell* altro Arrigo di Baviera.
AJ tempo di costai ebbe molto novità in IttOia e ut
Firenze, come faremo mennotte.Al soo tempo fu hme
6 mortatità per tatto il mondo, e nel cerchio defia
Inna apparve te pianeta di Venere oUara e aperta, e
,,^^^' *"*^- ^' ^'' ^ T^^ M ne' cardimi A*.
9Mé <n, sp^t di ywfla rs^ys mcrm. Da alami scrittori
latmi (Ascon. Pedian. in fro^ pn, Samro — StsI. «
Auy, C. 31 — Vitr. Hb. 5) raccoglicai che rtyia dovette
^rs nna porta, ansi V entrata de' palagi e de* teatri.
Forse, opma fl Branealeoni, m itaL si pn6 dire al sin^.
ryfe e reggia; di che fl Petrara^ col dire Tò9b> dU
gmmto affamoroàm t^ggim, potrebbe aver significato eempli-
cernente oHamarom porta, ÌH (atti esperte non di palagio
^« to^ >n»g»lfieo edificio, ma di tma piecote casa in
DI GIOVANNI VILLANI.
53
mai non si vide in tale aspetto. Questo Arrigo fece
fare per sua fortezza papa Vittorio nato d'Alemagna,
il quale papa nella città di Firenze fece concilio negli
anni di Cristo 1059, e molti vescovi dispuose per
loro peccati di fornicazioni e di simonia. E parten-
dosi la corte di Firenze, e '1 detto papa andando in
Alamanna allo ''mperadore Arrigo, ove graziosamente
fu ricevuto a grande onore, poco appresso si morie.
E dopo lui fu fatto papa nella città di Firenze per li
cardinali papa Stefano nato di Lotteringia in Brabanle:
yivette da dieci mesi, e mori nella detta città di Firenze,
e nella chiesa maggiore di Santa Reparata fu sepulto.
E dopo Ini fa fatto per forza papa Benedetto vescovo
di Velletro, e poi fu in capo de* nove mesi cacciato
del papato e mori; e dopo lui fu fatto papa il vescovo
di Firenze ch*era di Borgogna, essendo la corte nella
città di Siena, e fu chiamato papa Niceolao secondo,
e regnò tre anni e mezzo, e mori in Roma. E dopo
a lui regnò papa Alessandro nato di Milano undici
anni e mezzo, ma al suo tempo i Lombardi feciono
un altro papa chiamato Calduoo vescovo di Parma, e
contra Alessandro venne due volte colla forza de^Lom-
bardi a Roma per avere il papato, ma niente gli valse.
Alla fine papa Alessandro a richiesta d' Arrigo impe-
radore andò a Mantova, e là fece concilio, e chetarsi
le riotte e scisme ch'erano nella Chiesa; e questo
Alessandro rimase papa e tornossi a Roma e là mori ;
e poi fu papa Gregorio settimo. In questi tempi
infino agli anni di Cristo 1078 essendo la città di
Firenze assai aggrandita e montata in istato, per
Tessere della corte di Roma che più tempo vi stette,
e per la guerra che si cominciò al tempo del detto
papa Gregorio tra lo ''mperadore Arrigo e la Chiesa
e la contessa Mattelda, come innanzi faremo menzione,
i Fiorentini feciono il secondo cerchio di mura alla
città ovVano i fossi e steccati, come addietro è fatta
menzione nel capitolo della detta edificazione.
•
CAPITOLO XVII.
Come santificò^ SaiUo Giovanni Gualberti citl€uUno
di Firewiej e padre delfordine di Valembrosa,
Al tempo del detto Arrigo imperadore, fu uno
gentile uomo del contado di Firenze nato di messere
Gualberto cavaliere de' signori da Pelroio di Valdi-
pesa, il quale avea nome Giovanni. Questi essendo
laico e in guerra oo'suoi vicini, i quali avevano morto
uno suo fratello, vegnendo a Firenze con sua com-
pagnia armali a cavallo, trovò il nimico suo che aveva
morto il fratello, assai presso della chiesa di San
Minialo a Monte ; il quale suo nimico veggendosi sor-
preso, si gittò in terra appiedi di Giovanni Gualberti
fiiccendogli croce delle braccia, cfaeggendogli mercè
per Gesù Cristo che fu posto in croce. Il quale Gio-
vanni compunto da Dio, ebbe pietà e misericordia
del nemico suo, e perdonógli, e menoUo a olferere^
nella chiesa di Santo Miniato dinanzi al Crocifisso.
' dJvenDe santo.
^ a fare offerta, a dare a Die.
Della quale misericordia Iddio mostrò aperto miracolo,
che veggente tutti, il Crocifisso si chinò al detto Gio-
vanni Gualberti, e a lui fece grazia di lasciare il
secolo e convertirsi a religione, e fecesi monaco nella
detta chiesa di Santo Miniato. Ma poi trovando Tabate
simoniaco e peccatore, se n'andò come eremita nel-
r alpe di Valembrosa, e quivi gli crebbe la grazia di
Dio e la sua santità, che come piacque a Dio, fu il
primo cominciatore di quella badia e santo ordine,
onde poi molte badie sono scese in Toscana e in
Lombardia, e molti santi monaci. E egli vivendo, e
poi^, fece molti miracoli, come racconta la sua leg-
genda, e fh molto tenuto chiaro di fede e di vita da
papa Stefano ottavo, e poi da papa Gregorio settimo:
e passò di questa vita alla badia di Passignano gli
anni di Cristo 1073, e dal detto papa Gregorio fu
poi con grande divozione ealonizzato'.
CAPITOLO xvm.
Narraùone di più cose che furono a questi tempi.
In questi tempi, gli anni di Cristo 1070, passò
in Italia Ruberto Guiscardo duca de'Normandi, il quale
per sua prodezza e senno fece grandi cose, e operò
in servigio di Santa Chiesa contro ad Arrigo terzo
imperadore che la perseguitava, e contro Alessio im-
peradore e contro a'Vinizìani, come appresso faremo
menzione: per la qual cosa egli fu fatto signore di
Cicilia e di Puglia colla oonfermagione di Santa Chiesa,
e gii suoi discendenti appresso infino al tempo d'Ar-
rigo di Soavia, padre di Federigo secondo, ne furono
re e signori. E simìgliante in questi medesimi tempi
si fu la valente e savia contessa Mattelda, la quale
regnava in Toscana e in Lombardia, e quasi di tutto
fu donna, e molte grandi cose fece al suo tempo per
Santa Chiesa, sicché mi pare ragione e che si con-
vegna dire di loro oominciamento e stato in questo
nostro trattato, imperciocché molto si mischia a'fatti
della nostra città di Firenze per le successioni che
de' loro fatti seguirono in Toscana. B prima diremo
di Ruberto Guiscardo, e poi della contessa Mattelda,
e'ioro principii e le loro operazioni brievemente, tor-
nando poi a nostra materia e fatti della nostra città
di Firenze, la quale per accrescimento e operazioni
de'Fiorentini cominciò a moltiplicare e a istendere la
fama di Firenze per T universo mondo, più che non
era stato per Taddietro; e imperoiò quasi per necessità
ne conviene nel nostro trattato raccontare più uni-
versalmente da quinci innanzi de' papi, e degF impe-
radori e de're, e di più provincie del mondo le novità
e cose state per li tempi, imperciocché molto rife-
riscono alla nostra materia, e perchè il sopradetto
Arrigo terzo imperadore fu cominciatore dello scan-
dalo dalla Chiesa allo 'mperio, e po' i Guelfi e'Ghi-
bellioi onde si cominciarono le parti d'imperio e della
Chiesa in Italia, le quali crebbono tanto che tuUa
Italia u'é maculata e quasi tutu Europa, e molti mali
' e dopo morte. .
' canoDÌsaatOi fatto del numero da' tauti.
54
CRONICHE
e pericoli, e distragg^meiiti e matazioDi ne sono se-
guitate alla nostra città e a tutto V aniverso mondo,
siccome innanzi conseguendo nel nostro trattato per
li tempi faremo menzione. E comincieremo omai al di
sopra d'ogni carta a segnare gli armi DonUm se-
guendo di tempo in tempo ordinatamente, acciocché
più apertamente si possano ritrovare le cose passate.
CAPITOLO XIX.
Di Ruberto Guiscardo e dei suoi discendenti i quali
furono re di Cicilia e di Puglia,
Adunque, come addietro è fatta menzione, nel
tempo di Carlo imperadore che detto è Carlo il
Grosso, che imperiò negli anni Domini 880 inaino
in 892, i Normanni pagani venuti di Norvea, in Ala-
magna e io Francia passarono con guerra strignendo
e tormentando i Galli e' Germani. Carlo con potente
mano contro a' Normanni venne, e fatta la pace e con-
fermata per matrimonio, il re de' Normanni battez-
zato, e del sacro fonte dal detto Carlo ricevuto fu ;
e alla perfine non potendo Carlo i Normanni di Fran-
cia cacciare, concedette loro regioni di là dalla Sec-
cane, chiamata Lada Serena, la qual parte inaino a oggi
è detta Normandia per gli detti Normandi, nella qual
terra infino d* allora il duca per lo re vi sono mutati.
Fu adunque il primo duca Ruberto, a cui succedette
il figliuolo suo Guiglielmo, il qnale generò Ricciardo,
e Ricciardo ingenerò il secondo Ricciardo. Questo
Ricciardo ingenerò Ricciardo e Ruberto Guiscardo, il
quale Ruberto Guiscardo non fu duca di Normandia,
ma fratello del duca Ricciardo. Questi, secondo Tusanza
loro, perocché minore figliuolo era, non ebbe la si-
gnoria del ducalo, e però volendo sperimentare la sua
bontà^ povero e bisognoso in Foglia venne, e era in
quel tempo duca in Puglia Ruberto nato del paese, al
quale Ruberto Guiscardo vegnendo, prima suo scu-
diere, e poi da lui fìi fatto cavaliere. Adunque venuto
Ruberto Guiscardo a questo du^ Ruberto, molte vit-
torie con prodezze contro a* nemici mostrò, il quale
aveva guerra col prenze di Salerno, e goìdardonato
magnificamente tornò in Normandia: le delizie e le
ricchezze di Pugfla recò in fama, ornati i eavalli con
freni d'oro e con ferri d'argento ferrati, in testimo-
nio di ciò siccom'era; per la qual cosa provocali a
se più cavalieri, seguendo questa cosa per cupidigia
di ricchezze e di gloria, tornando in Puglia tostamente,
seco gli menò^ e stette appo il duca di Puglia fedel-
mente contro a Gottifredi duca de' Normanni: e, non
lungo tempo poi, Ruberto duca di Puglia vegnendo
alla morte, di volontà de' suoi baroni nel ducato il
fece successore, e come promesso gli avea, la figlinola
prese a moglie gli anni di Cristo 1078. E poco
tempo passato, Alessio imperadore di Costantinopoli,
che Cicilia e parte di Calavra aveva occupata, e'Vi-
niziani vinse^ e tutto il regno di Puglia e di Cicilia
prese; e avvegnaché contro alla Chiesa romana questo
facesse a cui il regno di Puglia era propria pos-
sessione, e la contessa Mattelda contro a Ruberto
Guiscardo guerra facesse in servigio di Santa Chiesa ;
ma' Roberto riconciliato alla perfine colla Chiesa di
sua volontà, fatto ne fu signore ; e non molto poscia,
Gregorio settimo assediato co' cardinali da Arrigo
quarto imperadore nel castello di Santo Angelo, ve-
gnendo a Roma, e cacciato per forza il detto Arrigo
coir antipapa suo il quale avea fatto per sua forza,
dall'assedio il papa e'cardiaali diliberò, e il papa nel
palagio dì Laterano rimise, puniti gravemente i Ro-
mani che contro a papa Gregorio favore allo 'mpe-
radore Arrigo e al papa per lui fatto aveano dato.
Questo Ruberto Guiscardo duca di Puglia faccendo
una volta caccia, seguitando una bestia al profondo
d'una selva, e ignorando quello che avvenisse di lui
e'compagni, e dov'egli fòsse e che facesse, non po-
tendolo sapere, veggendo adunque Ruberto appressata
la notte, abbandonata la bestia che seguitava, a casa
procacciava reddire; e tornando, trovò nella selva
uno lebbroso che stantemente aiuto gli domandava;
e quando alcuna cosa gli dicesse ', rispose che non
il lebbroso facea a se utile penitenzia, ma egli vor-
rebbe innanzi portare ogni incarico e ogni grava-
mento; e domandando al lebbroso, che volesse, disse:
voglio che dopo voi mi pognate a cavallo; acciocché
forse abbandonalo nella selva, le bestie non lo diro-
rassono. Allora Ruberto dopo se nel cavallo lieta-
mente il ricevette : e come cavalcando procedessero,
a cotal conte così il lebbroso disse: tanfo freddo
agghiaccia le mie mani, che ae nelle tue carni non le
riscaldo, a cavallo non mi potrò tenere. Allora quegli
al lebbroso concedette che sicuramente sotto i inoi
panni le mani ponesse, e le carni sue e le membra
contentasse sanza nulla paura; e terza volta il leb-
broso ancora per misericordia richeggendolo, in sella
il puose, e egli venendo in groppa, il lebbroso ab-
bracciava, e inaino alla sna propria camera il menava,
e nel suo proprio letto il puose ; e acciocché si ripo-
sasse, diligentemente il collocò, non sentendolo alcuno
della sua famiglia. E come la festa della cena fatta
fosse, detto alla moglie che nel letto suo avea allogato
il lebbroso, la moglie incontanente alla camara andò,
a sapere se quello povero infermo volesse cenare; la
camera sanza libamina ^ trovò tanto odorifera, come
se di tutte cose odorifere fosse piena, sì fattamente,
che mai Ruberto né la moglie tanto odore mai non
sentirono, e '1 lebbroso cerco che venuto v*era, non
conobbero, maravigliandosi oltre misura il manto e
la moglie di tanta maraviglia; ma con reverenzia e
con tremore Iddio l'uno e l'altro addimandaro che
debbia loro rivelare che ciò sia. E il seguente dì per
visione appar\'e Cristo a Ruberto dicendo: che se
in forma di lebbroso gli s'era mostrato, acciocché
provasse la sua pietà; e annonziògli che della sua
moglie avrebbe figliuoli de' quali l'uno imperadore,
l'altro re, il terzo duca sarebbe. Di questa promea-
sione confortato Ruberto, abbattati i rubelli di Puglia
' Qai ma vale contuUocib in conrUpondenza con avve-
gnaehi. Medesimamente il Cavalca, mHL cuor. S48 : Ed
awegnacM 'l nimico $i ^form di metterci laidi pemeieri, ma
poiché V uomo non gli ama non te ne dee euretre,
' Quando aHeuna eoea gU dieeete, secondo Im maniera
latina ciim ei aìiquid diceret — dicendogli orciaia cofa.
* profumi.
DI GIOVANNI VILLANI.
55
e di Cicilia, di tatto acquistò la signoria; e ebbe
cinque figliuoli : Guiglielmo che prese per moglie la
figliuola d' Alessio imperadore de** Greci, e f^ del-
lo 'mperio di colui duca e possessore, ma morì sanza
figliuoli: (questi si dice che fu Guiglielmo il quale
fu detto Lungaspada; ma questo Lungaspada molti
dicono che non fu del legnaggio di Ruberto Guiscardo,
ma della schiatta da'* marchesi di Monteferrato) e '1
secondo figliuolo di Ruberto Guiscardo, Boagdinos,
che fu in prima duca di Taranto ; il terzo fu Ruggeri
duca di Puglia^ che dopo la morte del padre fu co-
ronato re di Cicilia da papa Onorio secondo: il quarto
figliuolo di Ruberto Guiscardo fu Arrigo duca de^Nor-
mandi: il quinto figliuolo Ricciardo conte Cicerat,
credo della Cerra. Questo Ruberto Guiscardo dopo
molte e nobili cose in Puglia fatte, per cagione di
divozione dispuose di volere andare in Gerusalem in
peregrinaggio; e detto gli fu in visione che morrebbe
in Gerusalem : dunque accomandato il regno a Rug-
geri suo figlinolo, prese per mare il viaggio verso
Gerusalem, e pervenendo in Grecia al porto che si
chiamò poi per lui porto Guiscardo, cominciò ad
aggravare di malattia; e confidandosi nella rivelazione
che fatta gli fu, in ninno modo temeva di morire.
Era incontro al detto porto una isola alla quale per
cagione di ripigliare forza e riposo si fece portare,
e portatolo là non migliorava, ma quasi forte aggra-
vava. Allora domandò come si chiamava queir isola,
e risposto gli fu per gli marinai: che per l'antica ^
Gerusalem si chiama. La qual cosa udita, incontanente
certificato della sua morte, divotamente tutte le cose
che alla salute deir anima s' appartengono acconciò,
e mori grazioso a Dio negli anni di Cristo 1110, il
quale regnò in Puglia trentatre anni. Queste cose di
Ruberto Guiscardo in alcuna cronica parte se ne leg-
gono, e parte a coloro n'*udii narrare i quali le storie
del regno di Puglia pienamente seppono.
CAPITOLO XX.
De* successori di Ruberto Guiscardo che furono
re di Cicilia e di Puglia.
Appresso, Ruggeri figliuolo del duca Ruberto
Guiscardo generò 1* altro Ruggeri; e questo Ruggeri
dopo la morte del padre fatto re di Cicilia, generò
Gniglielmo e Costanzia sua scrocchia. Questo Gui-
glielmo onoratamente e magnamente il regno di Ci-
cilia possedette, e ebbe per moglie la figliuola del
re di Inghilterra, e di lei non avendone né figliuolo
né figliuola, e con ciò sia cosa che morto Ruggeri
il padre, adempiuta già la signoria del regno di Gni-
glielmo, alcuna profezia divulgata fu, che Costanzia
sua scrocchia in distruzione e ruina reggerebbe il
reame di Cicilia ; onde il re Guiglielmo chiamati gli
amici e savi suoi, addomandò consiglio di quello
chiavasse a fare della scrocchia sua Costanzia; e fu
consigliato dalla maggiore parte di coloro, che se
volesse che la signoria reale fosse sicura, che la fa-
cesse morire. Ma intra gli altri uno eh' avea nome
col nome dell' antica ecc.
Tancredi duca di Taranto, il quale era stato nipote
di Ruberto Guiscardo dalla ^ scrocchia che si crede
che fosse moglie di Bagnamonte principe d' Antio-
chia, questi contradicendo il detto degli altri, umiliò
il re Guiglielmo, che innocentemente non facesse
morire la donna; e cosi fu fatto, che la detta Costan-
zia fosse riservata da morte ; la quale non volonta-
riamente, ma per temenza di morte, quasi come mo-
naca si nutricava in alcuno munistero di monache.
Morto Guiglielmo, Tancredi sopraddetto succedette a
Guiglielmo nel regno, recatolo a sé sanza volontà
della Chiesa di Roma, alla quale la ragione di quello
regno e la proprietà pertenea. Questo Tancredi di
naturai senno ammaestrato, fu molto pieno di scienza,
e ebbe una moglie più bella che la Sibilla, donna
sanza ubera' secondo l'opinione di molti, della quale
generò due figliuoli e tre figliuole: il primo fu chia-
mato Ruggeri, il quale vivendo il padre fu fatto re,
e morissi: il secondo fu Guiglielmo il giovane, il
quale vivendo il padre, fu fatto re, e morto il pa-
dre, alquanto tenne il regno. Intra queste cose vi-
vendo Tancredi e regnando, Costanzia scrocchia del
re Guiglielmo era, già forse d'età di cinquant'anni,
del corpo non della mente monaca nella città di Pa-
lermo. Nata adunque discordia intra '1 re Tancredi e
r arcivescovo di Palermo, forse per questa cagione,
che Tancredi le ragioni della Chiesa occupava, pensò
adunque l'arcivescovo come il regno di Cicilia po-
tesse trasmutare ad altro signore, e trattò segreta-
mente col papa, che Costanzia si maritasse ad Ar-
rigo duca di Soavia figliuolo di Federigo maggiore;
e Arrigo presa per moglie a cui il regno parca che
appartenesse di ragione, imperadore fu coronato da
papa Celestino^. Questo Arrigo, morto Tancredi,
entrò nel regno di Puglia e molti punì di quelli che
con Tancredi s'erano tenuti, e che favore gli aveano
dato, e che alla reina Costanzia aveano portata in-
giuria, e vergogna aveano fatta contro alla nobiltà
del suo onore. Questa Costanzia fu madre di Fede-
rigo secondo, il quale del romano imperio non di-
morò re, ma piuttosto Federigo, che a distruzione
il recò, siccome pienamente ne' suoi fatti apparirà.
Morto adunque Tancredi, il regno rimase al suo fi-
gliuolo Guiglielmo giovane di età e di senno; ma
Arrigo entrato nel regno col suo esercito gli anni di
Cristo 1197, pace non vera col giovane re Guigliel-
mo prese ad avere, e lui frodolentemente pigliando
e occultamente, pochi sentendolo, in Soavia, colla
scrocchia in iscacciamento mandò, e privatolo degli
' dal lato della sorella di Roberto. 11 da in questo senso
manca al Vocabolario ed ha esempio altresì nel Boccaccio.
^ mammelle, da ubero,
* L' età di 59 anni «e la monacazione e il prosciogli-
mento del voto di Costanza son favole corse nella storia
e ricevute poi senza esame da gravi scrittori. Costanza
figlia postuma del re Roggero nacque verso il 1154, e
ranno 1185, o 1186 andò moglie in Milano ad Enrico di
Svevia, che l'aveva giurata, già vivente il padre di lei.
Dell'anno in che nascesse Federico II, nulla di preciso. I
cronisti e storici più sinceri danno tutti tra il 1193 e il
1196. £ posto che Costanza Normanna fosse monaca, un
papa non avrebbelamai sciolta dal voto per ribadire sul-
l'Italia la potenza Sveva.
5G
CBONICIIB
occhi, ivi inUno alla morte il fece sotto guardia
guardare. Con questo Gnìglìelmo figliaolo dì Tancredi
furono prese tre serocchie, cioè, Alberta, Costansia,
e Ernadama. Morto Arrigo imperadore, e GuigUelaio
il giovane castrato e tratti gli occhi morto, Filippo
duca di Soavia queste Ire figliuole di Tancredi re, a
preghiere della moglie che fu figliuola dello *mpe-
radore Manovello di Costantinopoli, liberatele dello
esilio e della carcere, le lasciò andare. E Alberìa
ovvero Acerìa tre mariti ebbe: il primo fu conte Gual-
tieri di Brenna fratello del re Giovanni dal quale nac-
que Gualterano conte dMoperi, t cui il re di Cipri
diede la figliuola per moglie. Morto il conte Gual-
tieri dal conte Tribaldo Tedesco, Alberia si fece a
moglie 'il conte Iacopo di Tricano del quale ebbe il
conte Simone e madonna Adalitta; e costui morto,
papa Onorio Alberia per moglie diede al conte Ti-
grìmo Palatino conte in Toscana, e per dote gli die-
de il contado di Lezia e di monte Scaglioso nel re-
gno di Puglia. Costanzia fu moglie di Marchesono
duca de'VinÌEÌani. La terxa serocchia, che Emadama
ebbe nome, marito non ebbe. Queste fbrono cose de*
successori dì Ruberto Guiscardo nel regno di Cicilia
e di Puglia inftno a Costanzia madre di Federigo im-
peradore figliuolo del re Arrigo; e così mostra^ che
signoreggiassono il regno di Cicilia e di Puglia Ru-
berto Guiscardo e* suoi successori centoventi anni.
Lasceremo de" re di Cicilia e di Puglia; e diremo
chi fn la ralente contessa Mattelda.
CAPITOLO XXI.
Della contessa Mattelda.
La madre della contessa Mattelda è detto che
(a figliuola d'uno che regnò in Costantinopoli impe-
radore, nella cui eorle fa uno Italiano di nobili co-
stumi e di grande legnaggio e liberale, e ammae-
strato nelParmi, destro, e dotato di tutti doni, siccome
quegli in cui il legnaggio chiaramente snoie militare'.
Per tutte queste cose era a tutti amabile, e grazioso in
costumi. Cominciando a guardare la figliuola dello'm-
peradore, occultamente di matrimonio si congiunse,
e prese i gioielli e là pecunia che poterono avere,
e con lui^ in Italia si fuggi. E prima pervennono nel
vescovado di Reggio in Lombardia, e di questa don-
na e del marito nacque la valente contessa Mattelda;
ma il padre della detta donna, cioè lo *mperadore
di Costantinopoli, che non avea altra figliuola, assai
fece cercare come la potesse trovare, e trovata fu
da coloro che la cercavano nel detto luogo: e rì-
' Intendi: sì fece moglie del conte Iacopo di Tricano,
del quale ecc. Forse V art. il sta qal come innanzi a no-
me di casato; ondechè si dovrebbe Interpretare: il fece a
moglie in casa 11 conte Iacopo ecc. denotandosi appresso
col relativo per sua moglie. In questo senso mancherebbe
al Vocabolario.
* ti pare, si vede, si mostra.
* per prova, campeggiare. Manca in questo senso alla
Crusca, la qnale però nota MUma per Ordine capaUen^eo
e per esercizio noòP^, da cavaliere. Dante, Par. I5i Ed ei
mi cin$f della ma mUifia.
* Forse: con Id^ ma non ho voluto dipartirmi da'testi.
chesta da loro che tornasse al padre che la rimari-
terebbe a qualùnque principe volesse, rìspvose. co-
stui sopra tutti avere eletto, e che impossibile sa-
rebbe che abbandonato costui, mai con altro nomo
si congiungesse. E nontiate queste coie allo "mpe-
radore, mandò incontanente lettere e confemuuDento
del matrimonio, e pecunia sansa novero, e comandò
che si comperasse castella e ville per chennqne pre-^
gio si potessono trovare, e nuove edificazioni hxt,
E comperarono nel detto luogo tre castella V cioè,
insieme, molto presso^ per la quale preasesza Reg^
gio quelle Tre castella volgarmente chiama. B non
molto di lungi da' detti tre castelli la donna edificare
fece una rocca nel monte da non potere essere com-
battuta, la qual si chiamava Canossa, ove poi la con-
tessa fondò uno nobile munistero di monache e do-
tollo. Questo ne* monti; ma nel piano fece Guastalla
e Sulzariani, e lungo il fiume del Po comperò, e pìk
munisteri edificò, e piò nobili ponti fece sopra i
Dumi di Lombardia. E anche Garfagnana e la mag-
giore parte del Frignano, e nel vescovado modenese
si dice che furono le sue possessioni, e nel Bolo-
gnese Arzellata e Medicina grandi ville e spaziose di
suo patrimonio furono e molte altre n^ebbe In Lom-
bardia. E in Toscana parimenti castella fece, e la
torre a Polugiana fece fare per suo maniere^ e giar-
dino per avere la caccia e la riviera da falconare,
pertinenti alla sua signoria; e molti nobili nomini lar-
gamente dotò; loro sotto fio vassalli si fece; in di-
versi luoghi molti munisteri edificò; molte clhtese cat-
tedrali e non cattedrali dotò^. E alla perfine morto il
padre e la madre della contessa Mattelda, e ella ri-
masa ereda, si dìliberò di maritare, e inteso la fema
e la persona e Taltre cose d^uno nato di Soavia che
avea nome Gnlfo, solenni messi mandò a Ini e le-
gittimi procuratori, che intra Ini e lei, avvegnaché
non fossono presenti, i patti del matrimonio confer-
massono, e ratificassono il luogo ove si doveano
fare le nozze: ranetlo si diede al castello nobile de'
conti Ginensi, avvegnaché oggi sia distrutto. E ve-
gnendo Gnlfo al detta castello, la contessa Mattelda
con molta cavalleria gli andò incontro, e con molta
letizia ivi sono^ le feste delle nozze fatte. Ma tosto la
trestizia succedette a quella allegrezza, quando il con-
tratto matrimonio non annodalo sì manifestò per lo
mancamento dello ingenerare, il qnale spezialmente
è detto d'essere la volontà del matrimonio; perocché
Gulfo la moglie carnalmente non poteva conoscere
né altra femmina per frigidità naturale, o per altro
impedimento perpetuo impedito; ma impertanto vo*
lendo ricoprire la sua vergogna, diceva alla moglie
che questo gli avveniva per malie che fette gli erano
per alcuno che invidiava gli suoi felici avvenimenti.
' nel territorio eh* è distante drea nove miglia al sud*
est da Reggio. U paese chiamavasl dai Reggiani 7Vv Oa-
9ktta; oggi QtM^ro CatteUa^ essendovesene aggiunto un
qoarto. Le castella sono Montevetro, Hontelacdo, Monte-
zano e Bianello : salvo che Fnltime, ^li altri sono rovine.
* V. A. abituro nobile e Ibrte, per lo pia nelle e«m<
pagne.
' Qui e più sopra U testo Davana. legge <iatò per dotò.
Noi andiamo eolia Giuntina 1587.
* Alla latina per furono*
DI GIOVANNI VILLANI.
57
Ma ta contessa Matlelda piena di fede dinanzi a Dio
e dinanzi dtogl! nomini magnanimi, di questi malelìcii
nulla intendendo, schernita se per lo marito tenendo,
la camera sua e tutti gli ornamenti e letti e vesti-
menta e tutte cose comandò che si votassero', e la
mensa nuda fece apparecchiare, e chiamato Gnlfo suo
marito tntta spogliata di vestimenti, e'crini^ del capo
diligentemente scrinati^, qnesta disse: niune malìe
esser possono, vieni e usa il nostro congiungimento;
e quegli non potendo, allora gli disse la contessa:
alle nostre grandezze tu presamesti di fare inganno ;
per lo nostro onore a te perdonanza concediamo, ma
comandiamti sanza dimoranza che ti debbi parlìre, e
alle tue proprie case ritornare; la qual cosa se di
fare ti starai, sanza pencolo di morte non pòi scam-
pare; ed egli spaventato di paura, confessata la ve-
rità, avacciò"^ il suo ritorno in Soavia. La contessa
adunque tacendo, temendo lo ^nganno, e gli altri in-
carichi del matrimonio avendo in odio, la sua vita
inflno alla morte in castità trasportò, e attendendo
ad opere di pietà, molte chiese e monisteri e spedali
edificò e dotò, e dne volte con grande oste in ser-
vigio della Chiesa e in suo soccorso potentemente
venne, 1' una volta contro a' Normandi che 1 ducato
di Puglia violentemente alla Chiesa aveano tolto, e i
confini di Campagna guastavano, i quali la contessa
Mattelda divota figliuola di San Piero con Gottifredi
duca di Spuleto cacciò infino ad Aquino al tempo di
Alessandro papa secondo di Roma: Taltra volta con-
tn ad Arrigo terzo di Baviera imperadore comhatteo
e vinselo ; e poi altra volta contra ad Arrigo quarto
suo figliuolo combatteo per la Chiesa in Lombardia e
vinilelo, al tempo di papa Callisto secondo. E questa
feee testamento, e tutto il suo patrimonio sopra Tal-
tare di San Piero offerse, e la Chiesa di Roma ne
fece erede; e non molto appresso morì in Dio, e se-
pulta è nella chiesa di Pisa, la quale magnamente a-
vea dotata. Morta la contessa neiranno della Natività
1115. Lasceremo della contessa Mattelda, e tornere-
mo addietro a seguire la storia d'Arrigo terzo di Ba-
viera imperadore.
CAPITOLO XXII.
Anewra come Arrigo terzo di Baviera ricominciò
guerra contra ta Chiesa.
n dello imperadore Arrigo fu molto savio e ma-
linoso. Per meglio signoreggiar Roma, in tutta Italia
m mise parte e dissensione nella Chiesa, tegnendo
Betta contro al papa con certi cardinali e altri che-
rìci; e a sua peUtione uno grande Romano chiama-
to figliuolo di Celso, prese il papa la notte
di Natale quando cantava la prima messa in Santa
Maria Maggiore, e miselo in pregione in una sua
torre; ma il popolo di Roma quella medesima notte
il liberarono, e disfeciono la detta torre, e caccia-
* Uso singolarissimo del verbo votare. Lo cercheresti
invano nella Crusca.
* Per ubbia riteDerasi) che ogni malia cessaist allo
•pogliarsl d«gli adornamenti. * disciolti. * aifirettò.
*
reno di Roma il detto figliuolo di Celso, perocché Ì
detto Gregorio papa era uomo di sauta vita. Per la
qual cosa il detto papa Gregorio settimo in concilio
di centodieci vescovi scomunicò il detto Arrigo im-
peradore che volea rompere Tunione di Santa Chiesa;
ma poi vegnendo il detto imperadore in Lombardia
alla misericordia del detto papa per molti di a piedi
scalzi in sulla neve e in su il ghiaccio, appena gli fa
perdonato, ma però non fu mai amico della Chiesa,
ma sempre la ditraeva ' e occupava, e dava le'nvesti-
tnre delle Chiese contro al volere del papa. Per la
qual cosa stando egli in Italia, gli elettori della Magna
elessono re de' Romani Ridolfo duca di Sassogna, e
per avventura il papa ne fu consenziente, onde Ar-
rigo imperadore richiese il detto papa Gregorio che
scomunicasse i detti elettori per la detta elezione ; il
detto papa noi volle fare, se prima non intendesse a
ragione; per la qual cosa Arrigo isdegnato se n'*andò
in Alamagna, e battaglia fece col detto Ridolfo e vin*
selo, e poi tornò in Lombardia. E nella città di Bre-
scia rannata la sua corte con ventiquattro vescovi e
alti i prelati che il seguivano e erano ribelli del papa,
si fece processo contro al detto papa Gregorio come
a lui piacque, più che con ragione; e per quello pro-
cesso dispuosono il detto papa, e annullò e cassò
tutte le sue operazioni, e fece eleggere un altro papa
che avea nome Silibero arcivescovo di Ravenna, e
fecelo chiamare papa Clemente, e col detto papa
venne a Roma, e là il fece consegrare al vescovo di
Bologna e a quello di Modena e a quello di Cervia,
faccendolo adorare e fare grande reverenzia, e da lui
si fece rìcoronare dello 'mperio; e perciò il primo e
il diritto papa Gregorio co** suoi cardinali, scomuni-
calo daccapo il detto Arrigo e privatolo dello impe-
rio, siccome persecutore della Chiesa, assolvette tutti
i suoi baroni di fio e di saramento^; per la qual cosa
il detto Arrigo assediò il detto papa co' suoi cardi-
nali col favore de' Romani in castello Santo Angelo,
il quale mandato per aoccorso in Puglia al buono
Ruberto Guiscardo, il quale incontanente venne a Ro-
ma con grande oste, e il detto Arrigo col suo papa
per tema di Ruberto si partirono dallo assedio, e gua-
starono per battaglie e arsono la città Leonina, cioè
dal lato di San Piero di qua dal Tevere, e infino in
Campidoglio; e non potendo resistere alla forza del
detto Ruberto Guiscardo e di sua gente, fuggissi col
detto suo papa alla città di Siena; e poi il detto Ru-
berto liberato papa Gregorio e i cardinali, gli mise in
sedia e in signoria nel palazzo di Laterano, e molti
' ne abbassava la fama, ne diceva male : lo stesso che
detrawa. Erra di santa ragione la Crusca spiegando a que-
sto passo il verbo diirarrt per torrey uturpare. Anche al
libro 11. 184. vale lo stessoi chi ben vede. Ciat&un mt-
tadino per una piccola uHliià ditrae e frodai e mette a
non calere ogni gran cosa. Se ditrae qui valesse fa M(o,
usurpa^ a che subito dopo il froda? E perchè usurpare
ogni gran cosa per metterla a non calerei L'antitesi in
questo perìodo sta negli aggiunti pìccola e grande, onde
ditrae meglio per vUiJica, che per uàurpa rispondo al con-
cetto finale.
' Fio valeva pur fendo ed anche tributo di feudo. Oli
antichT usavano earamenio per giuramento, lasciando sa-
cramento alla lingua ecclesiastica.
58
CRONICHE
Romani che furono colpevoli delle delle cose poni
gravemenle in avere e in persona. E poi il dello pa-
pa Gregorio ae n^ andò nel regno col dello Ruberto
Guiscardo, e morì nella cillà di Salerno sanlamenle,
faccendo Iddio assai miracoli per lui. E appresso lui
fu fallo papa Yillorio il quale non vivelle più che
sedici mesi, e fu avvelenalo: e poi fu eletto papa Ur-
bano secondo negli anni di Cristo 1099.
CAPITOLO xxm.
Come il detto Arrigo ùnperadore assediò la città
di Firen%e.
Negli anni di Cristo 1080 tornando il soprad-
detto Arrigo imperadore da Siena per andarsene in
Lombardia, trovando ch'*e* Fiorentini leneano la parie
della Chiesa e del detto papa Gregorio, e non vo-
leano obbedire né aprire le porte al dello imperado-
re per le sue ree opere; sì si puose ad oste alla città
di Firenze dalla parte ove oggi si chiama Cafaggio,
e dov*è oggi la chiesa de'Servi Santae Mariae infino
air Amo, e fece gran guaito alla detta città ; e sta-
tovi più tempo, e date molle battaglie alla terra, e
lutto adoperato invano (imperciocché la città era for-
tissima, e"* cittadini bene in concordia e in comune)
assalilo il suo campo da loro, se ne levò a modo di
sconfitta, e lasciò lutto il suo campo e arnesi, e ciò
fu nel dello anno a di 21 di loglio. E per lo detto
imperadore Arrigo si cominciò a dividere luUa Italia
in parie di Chiesa e d'imperio; e partito il dello Ar-
rigo di Toscana si tornò in Lombardia, e di là ebbe
grande guerra colla contessa Matlelda, la quale era
dirola figliuola di Sanla Chiesa, e ebbe battaglie con
lui e sconfisselo in campo, e poi lui mal capitato, in
Lombardia, se ubando in Alamagna, e poi morì in
progione scomunicalo, ove il mise il figliuolo suo
medesimo chiamalo Arrigo quarto.
CAPITOLO XXIV.
Cofne in questi tempi fu il gran passaggio
oltremare.
Negli anni di Cristo 1089, essendo papa Ur-
bano secando, i Saracini di Soria presono la città di
Gemsalem, e uccisono molti cnsliani, e molli ne me-
narono per ischiavi; per la qual cosa il dello papa
Urbano fatto concilio generale prima a Clueramonte
in Avernia, e poi al Torso in Torena alla sommossa
di Piero romito, santa persona, tornalo lui di Gem-
salem colle dette novelle. E in questo tempo apparve
in cielo la stella cornala, la quale, secondo che di-
cono i savi aslrolagi, significa gran cose e mutazioni
di regni. E cerio così seguì poco appresso, che per
la presura di Gemsalem, quasi tutto il ponente si
sommosse a prendere la croce per andare al passag-
gio d'^oltremare, e andovvi innumerabile popolo a ca-
vallo e a piede più di dugenlo migliaia d*uomini del
reame di Francia, e della Magna, e di Proenza, e di
Spagna, e di Lombardia, e di Toscana, e deNi no-
stra città di FireuEe, e dt Puglia, intra" quali furono
questi signori prìncipi: Goltifredi di Buglione duca del
Loreno, questi fu capitano generale, e fu valente uomo
e di gran senno e valore, Ugo fratello del re Filippo
prìmo di Francia; Baldovino e Guislasso fratelli del
detto Goltifredi di Buglione; Anselmo conte di Ribua-
moale; Ruberto conte di Fiandra; Stefano conte di
Brois: Rinierì conte di San Gilio; Buiamonle dnca di
Puglia, e più altri signori e baroni, e passarono per
mare, ma i più per terra per la via di Costantinopoli
con molto aflanno. E prìma presono la città d^Antio-
chia, e poi più altre in Sorìa, e Gemsalem, e tulle
le città e castella della Terra Santa, e più battaglie
ebbono co" Saracini, delle quali bene awenlorosa-
menle ebbono villorìa i cnsliani. E *1 dello Goltifredi
fu re di Gemsalem, ma per sua umiltà, perchè Cristo
v'ebbe corona di spine, non volle in suo capo corona
d'oro. Ma chi appieno queste storie vorrà sapere,
legga il libro del detto passaggio, ove sono distiole
ordinatamente: e in questo tempo fallo il conquisto
intorno gli anni di Cristo 1120, si cominciarono le
magioni del tempio e dello spedale di Gemsalem.
CAPITOLO XXV.
Come i Fiorentini cominciarono a crescere
il loro contado.
Negli anni di Cristo 1107, essendo la nostra
città di Firenxe mollo montata e cresciuta di popolo,
di genti, e di podere, ordinarono i Fiorentini di dis-
tendere il loro contado di fuori, e allargare la loro
signoria, e qualunque castello o forteua non gli ub-
bidisse, di farli guerra. E nel detto anno prìma pre-
sero per fona Monteorlandi ch'era di sopra da G«a-
galandi e certi Cattaui il leneano, i quali non volen-
do ubbidire alla città di Firenze furono distralli , e il
castello disfatto e abbutlnlo.
CAPITOLO XXVI.
Come i Fiorentini vinsono e disfedono
il castello di Prato.
E nel dello tempo e anno medesimo i Pratesi
si mbellarono contro a' Fiorentini, onde i Fioreatiai
V* andarono ad oste per comune \ e per assedio il
vinsono e disfecionlo. Ma in quelli tempi Prato era
di picciolo silo e podere, che di poco tempo dinanu
s' erano levali d* uno poggio eh' è tra Prato e Pi-
stoia presso a Montemurlo che si chiamava Chiavello,
ove in prìma abitavano com^ uno casale e viUate, e
erano fedeli de' conti Guidi, e per loro danarì si
rìcomperarono, e puosonsi in quello luogo ov'è oggi
la terra di Prato, per esser in luogo franco da' si-
gnorì, e Prato gli puosono nome, perocché dov' è
oggi la terra avea allora uno bello prato fl quale
comperarono, e ivi si puosono ad abitare.
' per decreto del comune. Coti anche » principio del
Capitolo XXXI.
DI GIOVANNI VILLANI.
59
CAPITOLO XXVII.
Come fu eletto imperadore Arrigo quarto di
Baviera, e come perseguitò la Chiesa.
Nel detto anno 1 1 07 Tu eietto per gli prencipi
elettori della Magna in re de' Romani Arrigo quarto
di Baviera figliuolo del sopraddetto Arrigo terzo, e
regnò anni quindici, e se I padre fa nimico di Santa
Chiesa, come detto avemo, sì Fu questo Arrigo mag-
giormente, che negli anni di Cristo 1110 passando
in Italia per venire a Roma per la corona, si mandò
suoi ambasciadori e lettere a papa Pasquale che al-
lora regnava nel papato, e a' suoi cardinali eh' egli
volea essere amico e fedele di Santa Chiesa, e volea
rifiutare' e restituire al papa tutte le 'nvesliture de'
vescovi e abati e altri cherici, le qunli il padre od
altri suoi anticessorì aveano tolte alla Chiesa. Ciò era
che in Alamagna e in Italia in più parti si metteano
• confermavano i vescovadi e gli altri prelati^ cui e
come loro piacea, onde erano nate le discordie tra
grimperadorì e la Chiesa. E queste cose fare, pro-
mettea di confermare per suo saramento e de' suoi
baroni. Per la qual cosa il detto papa Pasquale il
confermò a essere imperadore, e lui vegnendo a
Roma per la via che viene di verso Montemalo, tutto
il chericato col popolo di Roma gli si fece incontro
con grande processione e triunfo, e 'I detto papa
e' suoi cardinali parati Tattendeano in su i gradi di-
nanzi alla chiesa di San Piero: e giunto il detto Ar-
rigo, per reverenzia basciò il pie al papa, e poi il
papa il basciò in bocca in segno di pace e d'amore
in sulla porta detta Argentea, e insieme a mano a
mano entrando in San Piero, e giunti in sulla porta
chiamata Profica, il detto papa domandò al detto Ar-
rigo il saramento, il quale egli avea promesso di
rendere le 'nvestiture de' vescovi e prelati. Onde
fatta il papa la detta richesta, il detto Arrigo con-
sigliatosi alquanto in disparte co' suoi baroni subi-
tamente alla sua gente d'arme fece pigliare il detto
papa e* cardinali, e col favore de' malvagi Romani,
siccome il tradimento era ordinato, gli fece mettere
in pregione. E simigliantemente avea in Alamagna
guerreggiato molto col padre Arrigo terzo, e vin-
tolo in battaglia, e messolo in pregione nella città
di Legge, e ivi fattolo morire ^. Poi stato il detto
papa Pasquale e' suoi cardinali alquanto in pregione,
si fu accordo da lui al detto Arrigo, e trattolo di
pregione, e non potendo fare altro, lasciò ad Arrigo
le investiture, e giurò egli e' suoi cardinali di non
iscomunicarlo per offese ch'avesse loro fatte, e co-
municossi il papa con lui del corpo di Cristo per
più fermezza di pace, e sì '1 coronò imperadore di
fuori della città di Roma. E dappoiché *j detto papa
1 rmonziare.
' prelttare. Bianca al Vocabolario.
' Il Villani qui non va col vero. Enrico IV fu fatto
prigioniero per tradimento del figlinolo nel castello di
Binghen.FaggitoQe|aQdò vagando per la Qermania) chiese
• non aMegu) TiifAcio di lettore o sotto cantore neUa
Chiesa di Spira, e ridottoti infine a Liegi vi morì di mi-
seria.
fu preso, si levarono tre papi contra lui, non degna-
mente , in diversi tempi; V uno ebbe nome Alberto,
Paltro Agnulfo, e l'altro Teodorico, ma ciasenno regnò
poco.» e ebbono pìccolo podere contra il detto papa Pa«
squale. Ma morto Pasquale, fu per gli cardinali eletto
papa Gelasio, ma per cagione che'l detto Arrigo non
sentì ' la detta elezione, né vi fu presente, sì si fece
uno suo papa uno Spagnuolo chiamato Rordino, per
la qual cosa il detto papa Gelasio co' suoi cardinali,
per paura d' Arrigo, si fuggirono a Gaeta ond' egli
era nato, e poi si misono per mare inflno in Proenza,
e andarne in Francia per aiuto al re di Francia; ma
in quello viaggio morio il detto papa alla città di
Amiaco, e lui morto, per gli cardinali fue fatto di
concordia papa Callisto secondo di Borgogna, il quale
papa Callisto iscomunicò il detto Arrigo imperadore
e suoi seguaci, siccome persecutore di Santa Chiesa,
e tornando verso Roma per Proenza e per Lombar-
dia e per Toscana, da tutti fu ricevuto siccome de-
gno papa, e fattogli grande reverenza. Sentendo la
sua venuta Bordino, il papa ch'avea fatto Arrigo im-
peradore, per paura si fuggi di Roma a Sutri; ma
per gli Romani fu in Sutri assediato e preso, e me-
nato a Roma in diligione ' in su uno cammello col
viso volto addietro alla groppa, e legatagli in mano
la coda del cammello, e misonlo in pregione nella
rocca di Fummone in Campagna, e ivi morio.
CAPITOLO XXVIII
Come alla fine il detto Arrigo quarto imperadore
tornò alV ohbedien%a di Santa Chiesa.
Il sopraddetto imperadore Arrigo fatta molta
guerra alla Chiesa, e stato ancora vinto in battaglia
in Lombardia dalfantidetta contessa Mattelda come fu
il padre, si tornò a coscienza, e al detto papa Callisto
rassegnò tutte le 'nvestiture de' vescovi e arcivescovi
e abati per anella e pasturali, e rifiutonne ogni ra-
gione e usanza eh' egli o suoi antichi n'avessero prem
dalla Chiesa, e restitufo il patrimonio di San Piero e
ogni possessione, ch'egli o sua gente aveano prese
0 vendute della Chiesa o delle chiese, per cagione
della guerra avuta colla detta Chiesa, e con papa Pas-
quale, e con gli altri. Onde il detto papa Cidlisto fece
pace con lui e ricomunicoUo ; ma poco vivettono ap-
presso lo 'mperadore e 1 detto papa, e dicesi per le
genti, che per cagione che 'I detto Arrigo s' era
male portato del padre, che per giusto giudicio morio
sanza ninna reda né figliuolo, né maschio né femmina»
gli anni di Cristo 1 1 25 ; e succedette a lui Lottieri
di Sassogna, e in lui finirò gì' imperadori della casa
di Baviera, che quattro Arrighi aveano tenuto lo 'm-
perio l'uno appresso V altro, e suti ^ gli tre molto
contrari a Santa Chiesa. Lasceremo ora alquanto
degl' imperadori e papa, e torneremo a nostra ma-
teria de' fatti di Firenze, ch'assai cominciaro a fare
i Fiorentini delle novità e guerre a' loro vicini per
accrescere loro stato.
' approvò. '^ disprexio. * stati.
60
CRONICHE
CAPITOLO XXIX.
Come i Fioreniini sconfissero il vicario d'Arrigo
quarto imperadore.
Negli anni di Cristo 1113 i Fiorentini feciono
oste a Montecasciolo il quale facea guerra alla cittày
e avealo mbellato messer Ruberto Tedesco, vicario
dello 'mperadore Arrigo in Toscana» e sfava con sue
masnade in Samminiato del Tedesco, e però era Sani-
miniato soprannomato del Tedesco, perocch^ e^ vicari
degr imperadori ch'erano colle loro masnade deTe-
deschi, stavano nella delta terra a guerreggiare le
città e castella di Toscana che non ubbidissero gP im-
peradori; il quale messer Ruberto fu da' Fiorentini
sconfitto e morto, e '1 castello preso e disfatto.
CAPITOLO XXX.
Come nella città di Firenze per due volte s^ apprese
il fuocoy onde arse quasi gran parte della città.
Negli anni di Cristo 1115 del mese di maggio,
8^ apprese il fuoco in borgo Santo Apostolo, e fu sì
grande e impetuoso, che buona parte della città arse
con grande danno de' Fiorentini ^ E in quello anno
medesimo morì la buona contessa Mattelda. E V anno
del 1117 appresso, anche si preseti fuoco in Fi-
renze, e bonamente^ ciò che non fu arso al primo
fuoco, arse al secondo, onde i Fioreniini ebbono
grande pestilenzia, e non sanza cagione e giudicio
di Dio imperciocché la città era malamente corrotta
di resia ^ intra V altre della setta degli epicurei, per
vizio di lussuria e di gola, e era si grande parte,
che intra' cittadini si combatteva per la fede con ar-
mata mano in più parti di Firenze, e durò questa
maladizione in Firenze molto tempo infine alla venula
éeWt sante Religioni di Santo Francesco e di Santo
Domenico, le quali Religioni per gli loro santi frati,
commesso loro l'officio della eretica pravità per lo
papa, molto la stirperò in Firenze, e in Milano, e in
più altre città di Toscana e di Lombardia al tempo
del beato Pietro martire, che da' paterini ^ in Milano
fu martirizzato, e poi per gli altri inquisitori. E per
r arsione de' detti fuochi in Firenze arsono molti li-
bri e croniche che più pienamente facieno memoria
delle cose passate della nostra città di Firenze, sic-
ehè podie ne rimasono; per la qual cosa a noi è
convenuto ritrovarle in altre croniche autentiche di
diverse città e paesi, quelle di che in questo trattato
è fatto menzione in gran parte.
* Ne faroDO distrutte quasi tutte le carte pubbliche e
prìrate con danno inestimabile della storia.
' per certo. ■ eresia.
^ patarini setta d'eretici, che prese il nome dal latino
pati (patire) affermando di patir tutto con pazienza come
inTiati di Dio a consolare gli afflitti. Tal setta insorta nel
sec. XnAi condannata nelConc. gen. lateranense nel 1179
sotto Papa Alessandro m. Chiamavasi in Italia dei con-
iolatorif in Germania dei honH(mim,
CAPITOLO XXXL
Come i Pisani presono Maiolica^ e* Fiorentini
guardarono la città di Pisa,
Negli anni di Cristo 1 1 1 7, i Pisani feciono una
grande armata di galee e di navi, e andarono sopra
risole di Maiolica che la teneano i Saracini. E come
fu partita la detta armata di Pisa e già rannata in-
sieme sopra Vada per foro loro viaggio, i Lucchesi
per comune vennero a oste sopra Pisa per prendere la
terra. I Pisani avendo la novella, per paura ch'e' Luc-
chesi non occupassono la terra, non ardivano d'an-
dare innanzi col loro stuolo, e ritrarresi della impresa
non pareva loro onore al grande spendio e apparec-
chiamento ch'aveano fatto; presono per consiglio di
jnandare loro ambasciadorì a'Fiorentini, a'quali erano
in quegli tempi molto amici, i detti comuni, e pregaro
che piacesse loro di guardare loro la cittade, confi-
dandosi di loro come di loro intimi amici e cari
fratelli. Per la qual cosa i Fiorentini accettarono di
servirgli, e di fare loro guardare la città da'Lacchesi
e da tutta gente ; per la qual cosa il comune di Fi-
renze vi mandò gente d' arme assai a cavallo e a
piede, e puosonsi ad oste di fuori dalla città a due
miglia: e per onestà delle loro donne non vollono
entrare in Pisa, e mandaro bando che nullo non en-
trasse nella città sotto pena della peraona; uno v'entrò,
si fu condannato a impiccare, l Pisani vecchi ch'erano
rimasi in Pisa, pregando i Fiorentini che per loro
amore gli dovessero perdonare, non lo vollono fare,
e i Pisani contradir aero, e pregaro che almeno in su
il loro terreno noi facessono morire; onde segreta-
mente i Fiorentini dell'oste feciono a nome del co-
mune di Firenze comperare uno campo di terra da
uno villano, e in su quello rizzarono le forche, e fe-
ciono la giustizia per mantenere il loro decreto. E
tornala 1' oste de' Pisani dal conquisto di Maiolica,
renderò molte grazie aTiorentini, e domandaro quale
segnale del conquisto volessono, o le porte del me-
tallo, 0 due colonne del profferito ^ ch*avcano recate
e tratte di Maiolica: i Fiorentini chiesono le colonne,
e'Pisani le mandaro in Firenze coperte di scarlatto;
e per alcuno si disse, che innanzi che le mandassero
per invidia le feciono affocare^ e le dette colonne
sono quelle che sono diritte dinanzi a San Giovanni.
CAPITOLO XXXII.
Come i Fiorentini presero e disfecero la rocca
di Fiesole.
Negli anni di Cristo 1125 i Fiorentini puosono
oste alla rocca di Fiesole che ancora era in piede e
molto forte, e teneanla certi gentili uomini Cattaui
stati della città di Fiesole, e dentro vi si riduceano
masnadieri e sbanditi e mala gente, che alcuna volta
faceano danno alle strade e al contado di Firenze, e
' porfido.
^ alterare e logorare al focu.
DI GIOVANNI VILLANI.
61
tanlo vi stettero «irasdedio ehe per dìflhita ^ di yiir-
tuaglia s'arrendéo, che per forza mai non sfarebbe
avuta, e fecionla tutta abbattere e disfare infino alle
fondamenta, e feciono decreto che mai in su Fiesole
non s'osasse rifare ninna fortezza.
CAPITOLO XXXIIL
(he si pigliano le misure delle miglia del contado
di Fireme.
La nusura delle miglia dei contado di Firenze
si prendono ed è loro termine delle cinque sestora
che sono di qua dalPAmo alla chiesa ovvero duomo
di Santo Giovanni; e del contado di là dal fiume
d'^Arno si prendono alla coscia^ del Ponte Vecchio di
qua dair Amò dai piliere dov' è la figura Marti. E
questa fue V antica consuetudine de*" Fiorentini, e il
migliaio si fu mille passini, ehe ogni passino si è
tre braccia alla nostra misura.
CAPITOLO XXXIV.
Come Ruggeri duca di Puglia ebbe guerra colla
Chiesa e poi si riconciliò col papa, e come poi
furono in Roma due papi a uno tempo.
In questi tempi, gli anni di Cristo 1125 re-
gnando papa Onorio secondo, nato di Bologna, i
baroni di Puglia quasi si rubellarono da Ruggeri duca
di Puglia e figliuolo di Ruberto Guiscardo, e con lu-
singhe il detto papa condussono infino ad Aquino per
fare forre il regno a Ruggeri ; ma Ruggeri colle sue
forze sconfisse Foste del papa con grande dannaggio^
di sua gente; e ciò fatto, il detto Ruggeri non ne
montò ui superbia, ma con grande umiltà venne al
papa e gittoglisì a' piedi chiedendogli misericordia ;
e il papa gli pnose il calcio in sul collo e disse il
verso del Saltero che dice: si^er aspidem et basi-
liscum ambuhbiSy et conculcabis leonem et draconem:
e ciò detto, gli perdonò, e fecelo levare, e basciollo
in segno di pace. Il quale Ruggeri mostrò al detto
papa come i suoi baroni falsamente gli apponeano,
e com'egli era fedele di Santa Chiesa com'era stato
il padre; onde il papa lui confermò il regno, e coro-
nollo del reame di Cicilia, e grande vendetta fece
de^suoi ribelli. Poi morto il detto papa Onorio, fu
eletto papa Innocenzio secondo, gli anni di Cristo
1 1 30. Questi fue Romano, e regnò papa tredici anni,
ma alla sua lezione nacque in Roma grande scisma
nella Chiesa, imperciocché nno messere Piero ch'era
cardinale figliuolo di Pietro Leone possente Romano,
per forza si fece fare papa e chiamossi Anacleto, e
con sua forza combattè papa Innocenzio e suoi car-
dinali nelle case degli Infragnipani di Roma. Quello
messer Pietro Leone ispogliò tutte le chiese di Roma
d^ogni tesoro sacro per farne moneta, il quale tesoro
foe infinito, e con quello corruppe molti Romani contro
' maneaiixA.
^ Coscia del ponte à la parte fondata alla riva.
' danno.
Innocenzio papa, il qnale non posseado stare in Roma
per la forza di quello figliuolo di Pietro Leone, isco-
raunicatolo, casso ogni suo ordine , se n' andò in
Francia in su due galee co' suoi cardinali, e da Luis
il Grosso re di Francia furono ricevuti onorevolmente,
e consecrò re il detto Luis, e egli promise d'atare la
Chiesa con tutta sua forza. Ma essendo papa Inno-
cenzio in Francia, fu eletto imperadore Lottieri di
SassognS) il qnale con grande potenzia di gente di
suo paese passò in Italia e menonne seco il detto
papa Innocenzio e' cardinali, e con molti vescovi e
arcivescovi ch^erano stati al concilio, prima a Chie-
ramonte in Avernia e poi al Loreno, e rimise in Roma
in sedia e signoria il detto papa, e per forza cacciò
di Roma Pietro Leoni e tutti i suoi seguaci, e poi
prese la corona dello 'mperio per mano del detto papa
Innocenzio, negli anni di Cristo 1130. Questo Lot-
tieri regnò re de* Romani e imperadore undici anni,
e fu cristianissimo, e fedele di Santa Chiesa, e per
cagione che Ruggeri figliuolo del primo Ruggeri
(eh' era stato figliuolo di Ruberto Guiscardo, essendo
re di Cicilia e di Puglia) avendo tenuta la setta di
figliuolo Pietro Leoni contra il detto papa Innocen-
zio, questo Lottieri imperadore con papa Innocenzio
insieme, e colf armata de'Pisani e de'Genovesi, pas-
saro nel regno di Puglia per mare e per terra sopra
il detto Ruggeri che s'era rubellato dal papa e dalla
Chiesa, e lui colla detta forza cacciarono di Puglia,
e fuggissi in Cicilia: e toltogli il regno, feciono duca
di Puglia il conte Cammone, ma poco regnò, che poi
tornò la signoria al figliuolo di Ruggieri, ciò fu il
buono re Guiglielmo, come innanzi faremo menzione.
E per cagione dell' aiuto eh' e' Genovesi e' Pisani fe-
ciono alla Chiesa sopra il duca di Puglia, in generale
concilio in Roma fu fatto grazia d'arcivescovado alla
città di Genova, dandosi piii vescovadi in sua signoria
della riviera di Genova e di Lombardia; e simile fece
a'Pisani, dandogli sotto lui certi vescovadi di Sardi-
gna, e quello di Massa in Maremma e quello di
Grosseto; e ciò fatto, il detto Lottieri imperadore
bene avventurosamente si tornò in Alamagna, e poco
appresso morì, e fu eletto re de'Romani Currado se-
condo di Sassogna negli anni di Cristo 1138, e
regnò quindici anni, ma non fu coronato a Roma
dello imperio.
CAPITOLO XXXV.
Conta del secondo passaggio (f oltremare.
Nel tempo del sopraddetto Currado re de'Ro-
mani furono tre papi a Roma V uno appresso l'altro :
papa Celestino secondo regnò sette mesi; e poi fu
Lucio primo, che ancora vivette poco; poi fu papa
Eugenio di Pisa, che regnò anni otto e mesi. Al
tempo di questo papa, gli anni di Cristo 1147, Luis
il Pietoso re di Francia, per ammenda d'una guerra
ch'egli a torto avea presa col re di Navarra per torreli
Campagna, si promise d'andare al soccorso della Terra
Santa, e per la sua andata si commosse tutto il suo
reame per andare oltremare, e richiese il detto Cur-
rado re de*Romani ohe gli piacesse d'imprendere con
62
CRONICHe
lui il detto passaggio, e egli T accettò allegramente,
e mandarono pregando il detto papa Eugenio che
passasse in Francia a loro dare la croce, e così fece:
e coronò il detto re Luis; e poi crociati i detti re
Corrado e re Luis tra' confini d'Alamagna e di Fran-
cia per comandamento del detto papa per mano di
Santo Bernardo abate di Ghiaravalle, i Franceschi e
Tedeschi innumerabile gente passarono per mare con
dugento navi, e i più per terra per Ungaria e Pan-
nonia in Grecia, ma con molto affanno per la reta
de'Greci, che per fargli morire o ammalare mischia-
vano la calcina colla farina, onde molti ne morirò \
e poi co'Turchi in Turchia ebbono grande contasto,
e fecero più battaglie. Bene avventurosamente vinsono
contra^Saracini, ma poco vi dimorerò, che Lui» prima
si tornò in Francia, e poi Currado in Alamagna, e
sansa venire a Roma, e di là si mono sanza bene-
dizione imperiale. E '1 papa Eugenio dopo molte
buone opere fatte morie a Roma gli anni di Cristo
1154, e dopo lui succedette papa Anastasio quarto,
ma vivette poco più d*un anno; e poi fu papa Adriano
il quarto, che coronò il primo Federigo imperadore.
Torneremo alle novità che furono in Firenze in questo
tempo che noi avemo intralasciato per seguire nostro
trattato.
CAPITOLO XXX VL
Come i FiarenHm disfeciono il castello di
Montebuono.
Negli anni di Cristo 1135 essendo in pie il
castello di Montebuono il quale era molto forte e
era di que"- della casa de^ Bondelmonti, i quali erano
Cattaui e antichi gentili uomini di contado, e per lo
nome del detto loro castello avea nome la casa Bon-
delmonti; e per la fortezza di quello, e che la strada
vi correa appiè, coglievano pedaggio, per la qual
cosa a'Fiorentini non piacea né voleano si fatta for-
tezza presso alla città, sì v'andarono ad oste nel mese
di giugno ed ebbonlo, a patti che 1 castello si disfa-
cesse, e Taltre possessioni rimanessero addetti cattani,
e tornassero ad abitare in Firenze. E così cominciò
il comune di Firenze a distendersi, e colla forza più
che con ragione, crescendo M contado e sottomet-
tendosi alla giuridizione ogni nobile di contado, e
disfacendo le fortezze.
CAPITOLO XXXVII.
Come t Fiorentini furono sconfitti a Montedicroce
dà* conti Guidi,
Negli anni di Cristo 1147 avendo i Fiorentim
guerra concenti Guidi, imperciocché colle loro ca-
stella erano troppo presso alla città, e Montedicroce
si tenea per loro e facea guerra, per la qual cosa
per arte de* Fiorentini v' andarono ad oste co* loro
soldati, e per troppa sicurtade non faccendo buona
guardia, furono sconfitti dal conte Guido vecchio e
da loro amistà Aretini e altri del mese di giugno. Ma
poi gli anni di Cristo 1154, i Fiorentini tornerò a
oste a Montedicroce e per tradimento f ebbono, e
disfecionlo infino alle fondamenta, e poi le ragioni
che v*aveano i conti Guidi venderono al vescovado
di Firenze, non possendole gioire né averne frutto,
e d' allora innanzi non furono i conti Guidi amici
del comune di Firenze, e simile gli Aretini che gli
aveano favorati.
CAPITOLO XXXVIU.
Come i Pratesi furono sconfitti dà* Pistoiesi
a Carmignano.
Negli anni di Cristo 1154 avendo guerra i Pra-
tesi co' Pistoiesi per lo castello di Carmignano, e
essendovi cavalcati i Pratesi colle masnade e aiuto
de'Fiorentini, sì vi furo sconfitti da' Pistoiesi. Lasce-
remo alquanto de' nostri fotti di Firenze, impercioc-
ché infra sedici anni appresso poche notevoli cose
v' ebbe, e cominceremo il quinto libro, e diremo del
primo Federigo imperadore, il quale egli e le sue
redo feciono di grandi e diverse mutazioni in Italia,
e alla Chiesa di Roma, e alla nostra città di Fireme ;
onde molto ne cresce materia, siccome innanzi fa-
remo per gli tempi menzione.
LIBRO QUINTO
CAPITOLO I.
Qui comincia il quinto libro: come il primo Fe-
derigo detto di Stuffo di Soave fu imperadore di
Roma^ e de"* suoi discendenti^ conseguendo i fatti
di Firenze che furono alloro tempi e di tutta Italia,
Dopo la morte di Currado di Sassogna re de*Ro-
mani, fu eletto imperadore Federigo Barbarossa detto
Federigo Grande, ovvero primo, della casa di Soave,
e chi 'I soprannome di Stuffo K Questi, rimesse le
' Intendi : HohenBtauffen. Si chiamò cMft di Soave o
Svevia, perchè Federico I, uomo di grande consiglio e
prode in arme, isposata Agnese figlia dell'imperatore En-
rico IV, fu crealo Duca di Svevia, e con questo nome
crebbe la sua fituniglia a maravigliosa potenta. Anche in
Dante trovi 8oai>e o Bwma dal latino Suwia per Sverna,
Farad. 3. 119: Che del iecondo wnto di Scotte. E nel Con-
vito: Federico di f^onrt vliim<* imperf^fore ecc.
DI GIOVANNI VILLANI.
63
boci ' degli elettori in lui, si chiamò^ se medesimo,
e poi passò in Italia, e fa coronato a Roma per papa
Adriano quarto gli anni di Cristo 1154, e regnò
anni trentasette che' re de'^Romani e che imperadore.
Questo Federigo fu largo e bontadoso^, facondioso
e gentile, e in tutt^ i suoi fatti glorioso. Alla prima
fu amico di Santa Chiesa al tempo del detto papa
Adriano, e fece rifare Tiboli ch'era disfatto, ma il
dì medesimo che fu coronato, da'" Romani alla sua
gente ebbe grande suiTa e battaglia nel prato di Ne-
rone, ove il detto imperadore era attendato, a grande
danno de^Romani, e dentro nel portico di San Piero,
e quello tutto arse e disfece, cioè la parte di Roma
eh' è intomo a San Piero. Questi poi tornando in
Lombardia il primo anno del suo imperiato \ perchè
la città di Spuleto non Tubbidio, imperciocché era
della Chiesa, vi si pnose ad oste e vinsela, e tutta
la fece disfare; e, per volere occupare le ragioni della
Chiesa, tosto si fece nimico : che dopo la morte
d'Adriano papa gli anni di Cristo 1159 fu fatto papa
Alessandro terzo di Siena, che regnò ventidue anni:
questi, per mantenere la giurìdizione di Santa Chiesa,
ebbe grande guerra col detto Federigo imperadore, e
per più tempo ; il quale imperadore gli fece fare in-
contro quattro antipapi scismatici in diversi tempi,
Tuno appresso T altro, che i tre furono cardinali. Il
primo fu Ottaviano che si fece chiamare Vittorio ; il
secondo Guido di Chermona che si fece chiamare
Pasquale ; il terzo fu Giovanni Strumense che si fece
chiamare Callisto; il quarto ebbe nome Landone il
quale si fece chiamare Innocenzo: onde nella Chiesa
di Dio ebbe grande scisma e afflizione, imperciocché
questi papi colla forza di Federigo imperadore te-
neano tutto il patrimonio di San Piero e '1 ducato,
che '1 detto papa Alessandro non avea nulla signoria.
Ma il detto papa Alessandro contro a tutti valente-
mente pugnò, e gli scomunicò : i quali tutti V uno
appresso Taltro, lui regnando, morirò di mala morte.
Ma regnando eglino colla forza di Federigo, il detto
diritto papa Alessandro, non potendo stare in Roma,
se n'andò colla corte in Francia al re Luis il Pietoso,
il quale il ricevette graziosamente. E dicesi in Fran-
cia, che vegnendo il detto papa Alessandro a Parigi
celatamente con poca compagnia a guisa d' uno pic-
ciolo prelato, incontanente che fu a San Moro presso
di Parigi, non avendo del papa novella ninna, per
divino miracolo si levò una boce: eccoUpapa^ ecco
il papa; e cominciaro a sonare le campane, e lo re
col cherìcato e popolo di Parigi gli si fece incontro.
' voci, voti, sofiragi, coi quali sì rendono i partiti. Bocc
Amei, 89: Con voce irrevocabile per sentenzia doniamo V o-
nore ecc. Sacch. Lett. 280: Colui ha piti vod <f eeaer vero
Papa. Boce per vocCj e ancor più bociare per vociare corre
tuttavia per le bocche del popolo toscano.
' elesse, nominò.
^ Che,,, e che... Intendi : ira re de' romani e imperadore.
Vtàì anche più inumai Ub. 7. 4: Era a guardare i pani
con pia di tremila cavalieri che Teduchi e che Lombardi.
E Boce. HOT. 19: DonoUe che in gioie e che in vaeeUamenH
d^ oro e éP oriento, e che in danari queUo, che valse meglio
(T olire dieamilo dobbre,
* V. A. valoroso y che ha bontà. Trovasi altresì bontà-
dioio. ' imperio.
onde il papa si maravigliò forte, perocché nullo sapea
di sua venuta ; e ringraziò Iddio e palesossi al re e
al popolo, e cominciò a segnare ^ E poi in Francia
fece il detto papa concilio generale alla città del
Torso in Torena, net quale scomunicò il detto Fe-
derigo e dispuose dello 'mperio, e assolvette tutti i
suoi baroni di suo saramento, e dispuose quegli della
casa della Colonna di Roma, che mai né eglino né
loro successori potessono avere dignità di Santa
Chiesa, perocché al tutto si tennero all'aiuto e favore
del detto Federigo contra la Chiesa. E in quello con-
cilio, tutti gli re e signori dt ponente si promisero
e allegarono cou Luis re di Francia all'aiuto del detto
papa Alessandro e di Santa Chiesa, contro a Fede-
rigo detto, e simile molte città di Lombardia si ru-
bellaro al detto Federigo: ciò fu Milano, e Chermona,
e Piagenza, e tennero col papa e colla Chiesa; per
la qual cosa il detto Federigo passando per Lom-
bardia per andare in Francia contra Luis re che rite-
neva papa Alessandro, trovando la città di Milano,
che gli s^era rubellata, si Tassediò, e per lungo as-
sedio Tebbe Tanno di Cristo 1 157 del mese di marzo,
e fecele disfare le mura, e ardere tutta la città, e
arare e seminare di sale : e* corpi de' tre re, ovvero
magi, che vennono ad adorare Cristo per lo segno
della stella, i quali erano nella città di Milano in tre
tombe cavate di profferito, gli fece trarre di Milano
e mandargliue a Cologna, onde tutti i Lombardi fu-
rono molto crucciosi. E poi passando i monti per
distruggere il reame di Francia coir aiuto del re di
Buem e con quello di Dazia, cioè Danesmarche, entrò
in Borgogna; ma lo re Luis di Francia colF aiuto
d*Arrigo re d' Inghilterra suo genero, e con più si-
gnori e baroni furono a contradiarlo \ sicché per la
grazia di Dio non ebbe nullo potere, né v'acquistò
terra, ma per difetto di vittuaglia si tornaro addietro
quegli re in loro paesi, e Federigo in Italia. E fa-
cendo guerreggiare i Romani perchè s'erano tornati
dalla parte della Chiesa e di papa Alessandro, essendo
i detti Romani a oste a Toscolano, per lo cancelliere
del detto Federigo colle sue masnade de' Tedeschi
furono sconfitti nel luogo detto Monte del Porco, e
molti Romani presi e morti sì grande quantità, che
nelle carra tornarono morti a Roma per soppellirli;
e questa sconfitta si dice che fu per tradimento de'Co-
lonnesi; i quali furono sempre collo imperadore e
contro alla Chiesa, onde furono per lo papa privati
d'ogni beneficio temporale : e per la detta sconfitta i
Romani cacciarono di Roma i Colonnesi, e disfeciono
loro una antica e bellissima fortezza che si chiamava
la Gosta, la quale si dice che fece fare Cesare Augusto,
e ciò fu gli anni di Cristo 1167. E ciò fatto lo 'm-
peradore venne all'assedio di Roma per distruggerli,
e aveala molto stretta. I Romani feciono al chericato
di Roma prendere la testa di Santo Piero e quella
di Santo Paolo, e portarle a processione per tutta
Roma; per la qual cosa i Romani si crociaro tutti
' Intendi: a henedirey facendo il segno di croce. Vedi
anche Matteo Villani % 15: Il vetcovo di Firenze..,, eolla
mano segnando lo gente. B Dante, Inf. 20: Dove il Tren-
tino Pastore e guel di Brescia e U Veronese segnar poiria
ecc. • contrariarlo.
64
CRONICnE
cootra lo 'mperadore, e M primo che la preso fa
messere Matteo Rosso il vecchio degli Orsioi, avolo
che fu di papa Niccola terzo, e per vecchiezza avea
lasciate Tarmi e preso abito di peoitenzia; e per
questa cagione lasciò V abito e riprese V armi, onde
molto fu commendato^ e per questa cagione egli
e''suoi vennero in grazia della Chiesa, e aggrandirò
molto. Appresso il detto messer Matteo prese la
croce Gianni Buovo grande cittadino di Roma, e poi
tutti gli altri con grande animo e volontà*, per la
qual cosa, sentendolo lo ^mperadore, o per paura,
ma più per miracolo de*beati Apostoli, subito si parti
dall'assedio di Roma con sua gente, e tornossi a
Viterbo, e la città di Roma fu liberata.
CAPITOLO 11.
Come papa Alessandro tornò di Francia a Vinegia^
e lo ""mperadore venne alle sue comandamenta.
Poi appresso stato il detto papa Alessandro
lungamente in Francia, colla forza del re di Francia
e di quello d'Inghilterra tornò colla corte sua in
Italia per mare, e capitando in Cicilia, dal re Gui-
glielmo, ch'allora n'era re, divotamente fu ricevuto e
favorato, riconoscendosi fedele di Santa Chiesa, e
che risola tenea da lui; per la qual cosa il detto
papa il ne confermò re di Cicilia^ e rendègli Puglia,
onde il detto re Guiglielmo col suo navilio per
mare Taccompagnò infino alla città di Vinegia, nella
quale volle andare il detto papa per più sicurtà di
lui, acciocché Federigo imperadore noi potesse offen-
dere; e per favorare i fedeli di Santa Chiesa di Lom-
bardia, fece sua stanza nella detta città di Vinegia, e
da^Viniziani reverentemente fu ricevuto e onorato;
per lo cui favor» i Milanesi rifeciono la città di Mi-
lano gli anni di Cristo 1168. Poi poco tempo ap-
presso i Milanesi coir aiuto de' Piagentini e de'Cher-
monesi e d^altre città di Lombardia che obbedieno
Santa Chiesa, feciono ana terra in Lombardia quasi
per una bastita e battifolle incontro alla città di Pavia,
che sempre fu contra Milano, e si tenea collo ''mperio,
e quella città fatta, per onore del detto papa Ales-
sandro, e perchè fosse più famosa, la chiamarono
Alessandria; e poi fu soprannomata della Paglia, a
dispregio, per quegli di Pavia; e a priego de' Lom-
bardi le diede il papa vescovo, e dispuose quello di
Pavia e tolsegli la dignità del pallio e della croce,
imperciocché sempre avea tenuto con Federigo im-
peradore contro alla Chiesa.
CAPITOLO m.
Come lo'^mperadore Federigo Barbarossa si ricon^
ciliò colla Chiesa^ e passò oltremare^ e là morto,
Veggendosi lo 'mperadore Federigo molto ab-
bassato di suo stato e signorìa, e molte città di
Lombardia e di Toscana ribellarsi da lui e teneansi
colla Chiesa e col papa Alessandro, il quale era
molto montato in iatato col favore del re di Francia
e di quello d'Inghilterra e di GnigUelno re di Cicilia,
si procacciò di riconciliarsi colla Chiesa e tei papa,
acciocché al tutto non perdesse l'onore dello 'mperio,
e con solenni ambasciadorì mandò a Vinegia a papa
Alessandro a dimaudHre pace, promettendo di fare
ogni ammenda a Santa Chiesa, il quale dal detto papa
fu esaudito benignamente, per la qual cosa il detto
Federigo andò a Vinegia, e gittossi a' pie 4^1 detto
papa a miaericordia. Allora il detto papa gli paose
il piede ritto in sul collo, e disse il verso del Salr
tero che dice: super aspidem et basiliscum ambu"
labiSy et conculcabis leonem et draconem: e lo im-
peradore rispuose : non tibi sed Petro : e 1 papa
rispuose: ego sum vicarius Petri'^ e poi gli perdonò
ogni offesa che avesse fatta a Santa Chiesa, fac-
cendo restituire ciò che tenesse di Santa Chiesa; e
cosi promise e fece con patti, che ciò che si tro-
vasse che la Chiesa in quello di tenesse nel Regno,
a perpetuo fosse di Santa Chiesa ; e trovossi che
Benivento; e questo fu l'origine perché la Chiesa
tiene per sua la città di Benivento. E ciò fatto, il
pacificò co' Romani e con Mannello imperadore di
Costantinopoli e con Guiglielmo re di Cicilia e co'Lom-
bardi, e per ammenda e penitenzia gl'impnose, ed
egli promise, d'andare oltremare al soccorso della
Terra Santa, imperciocché M Saladino soldano di Ba-
bilonia avea ripresa Gerusalem, e più altre terre che
teneano i cristiani; e cosi fece. Poi il detto Federigo,
lui crociato, gli anni di Crìsto 1 1 88 con grandbsima
oste d' Alamagna si partio e andò per terra per Un-
garia in Costantinopoli infino in Erminia ; ma giunto
il detto Federigo in Erminia, essendo di state e grande
caldo, bagnandosi a diletto in uno piccolo fiume chia-
mato il fiume del Ferro, disavventuratamente affogò,
e ciò si crede che fosse per giudicio di Dio per le
molte persecuzioni che fece a Santa Chiesa: e di
lui rimase uno figliuolo il quale ebbe nome Arrigo
che '1 fece eleggere re de' Romani innanzi che pas-
sasse oltremare negli anni di Crìsto 1186; e morto
il detto Federigo, la moglie col figlinolo o colla loro
gente, tutto che molta ne morisse in quello viaggio,
si tornaro di Soria in ponente sanza niuno acquisto
fatto. Torneremo omai alla nostra materia de' fatti di
Firenze e d'altre cose che furono al tempo che regnò
il detto Federigo, ma prìma diremo del re Filippo di
Francia e del re Ricciardo d' Inghilterra eh' andarono
oltremare al soccorso della Terra Santa in qqeato
medesimo tempo.
CAPITOLO IV.
Come il re di Francia e quello if InghiUerra
andarono oltremare al passaggio,
E nel detto passaggio lo^ re Filippo il Bornio
di Francia, e lo re Ricciardo d'Inghilterra con molti
coati e baroni di Francia, d'Inghilterra, e di Proenza,
e d'Italia, orociati, passaro per mare in Soria, e as-
sediaro e presero la cjttà di Tolomaida delta Acri
che la teneano i Saracini, e quella ebbono per asse-
dio ; ma molta di loro buona gente vi morirò di pesti-
ienzia dWermitade, e in questo viaggio ai cobubcìò
grande discordia tra'l detto re Filippo il Donno e^ re
DI 6I0VARNI VULANI.
65
Rieeiardo d* hglifltem. V orni cagione fti perchè il
re Ricciardo Tolea la aignoria d' Acri, siccome il re
FUippo, e assai avea operato al conquisto ; appresso,
perchè il re Filippo gli tolse, tornato lui in Francia,
la ducea di Normandia per forza, per dugento migliaia
di liyre ^ di parigini che gli avea prestati quando andò
oltremare sopra la detta Normandia, e non la lasciò
rìcogliere', come toccammo addietro nel capitolo oie
raccontammo il lignaggio e* discendenti de' presenti
re di Francia. Ma imperciocché gli antichi del re Ric*
ciardo d'Inghilterra e poi gH suoi successori feciono
di grandi cose le quali si mischiano molto alla nostra
nalera^, e ancora perchè sono stati possenti re tra'erì-
stiani, si è convenevole che in questo si racconti di
loro progenia, e come furono distratti^ del lignaggio
de*Normandi, siccome fu il buono Ruberto Guiscardo,
come di lui avemo addietro fatta roendone, in questo
modo : che il primo duca de' Normandi che fu cri-
stiano, fu fatto, per lo *mperadore Carlo il Grosso e
re di Francia, duca, come addietro è fatto menzione,
il quale ebbe nome Ruberto duca di Normandia: del
detto Ruberto nacque Guiglielmo detto Spadalunga;
di Guiglielmo nacque Ruberto e Ricciardo ; di Ric-
ciardo nacque Ricciardo che Ai padre di Ruberto Gui-
scardo re di Puglia; e di Ruberto che rimase duca di
Normandia nacque Ruberto il Bastardo che T acquistò
in questo modo: credendosi giacere con una flgliuola
d'uno suo ricco borgese la quale molto gli piacea, la
madre per iscampare la vergogna della figliuola trovò
una molto bella damigella povera che molto si somi-
gliava colla figlia, e quella in iscambio di lei mise in
camera col detto duca Ruberto, onde nacque il detto
Guiglielmo il Bastardo; e la notte che la madre il ge-
nerò, le venne in visione che di corpo le usciva una
quercia e cresceva tanto, che i suoi rami si stendeano
insmo in Inghilterra: e veramente fu avvisione^ di vera
profezia, come diremo appresso. E perchè bastardo
fosse, non è da tacere di lui, che come fu in etade,
e seppe di sua nazione, incontanente si mise in fatti
d'arme, e fu maraviglioso in prodezza e senno e in
cortesia, e per sua valenzia passò in Inghilterra e
combattè con Raul che allora n' era re istratto di
Spagna, e lui vinse e uccise in battaglia, e fecesi re
dlnghilterra gli anni di Cristo 1066, e regnò ventisei
anni. E dopo lui regnò Guiglielmo suo figliuolo, e
dopo Guiglielmo regnò Arrigo suo figliuolo il quale
ebbe per moglie la figliuola del re Luis il Pietoso re
di Francia; e questo Arrigo fu col detto re Luis e
con papa Alessandro incontro a Federigo primo im-
peradore quando venne in Borgogna, come è fotta
menzione. Questo Arrigo fu quegli che fece uccidere
il beato Tommaso arcivescovo di Conturbiera, per-
ch'egli il riprendea de'anoi vizi, e togliea le decime
della Santa Chiesa, onde Iddio fece grande giudido,
* lixe.
* ricoperare. Bocc dot. 77. 10: Io rieogUerò dàlFutu-
raio la gfmmeUa dèi peno ecc. Vedine altro esempio al
libro 7. 143. di queste Croniche.
' materia.
* originai Corà il testo Davansali. Gli altri testi leg-
gono éitnUH o tttoUHm
' visione.
che poco appresso cavalcando per Parigi col re Luis,
gli si traveraò uno porco tra'^piè del cayaNo e fecelo
cadere, e subitamente delhi caduta morto. Di lui ri-
mase uno figliuolo ch'ebbe nome Stefano; dopo Ste-
fano regnò un altro Arrigo il quale ebbe due figliuoli,
il re Giovane e lo re Ricciardo. Questo re Giovane fu
il piik cortese signore del mondo, e ebbe guerra col
padre per indotta ^ d* alcuno suo barone, ma poco
vivette, e di lui non rimase reda: dopo il re Giovane
regnò il re Ricciardo, quegli onde al cominciamento
facemmo menzione che andò oltremare al passaggio
col re Filippo di Francia, e fu pro^ d* arme e valoroso^
e egli assieme con altri dodici baroni di Francia e
d' Inghilterra tenne il passo al Saladino soldano di Ba-
bilonia con tutto suo esercito. Di Ricciardo nacque
Arrigo suf figliuolo che regnò appresso lui, ma fu
semplice uomo e di buona fé e di poco valore. Del
detto Arrigo nacque il buono re Adoardo che a^nostrì
presenti tempi regna, il fuale fece di gran cose, come
innanzi per gli tempi faremo menzione. Lasceremo le
storie de' detti signori, e torneremo a^ nostri fatti
di Firenze.
CAPITOLO V.
Come i FiorenHm sconfissono gli Aretmi.
Negli anni di Cristo 1170 i Fiorentini fecero
oste sopra gli Aretini, perch* erano stati concenti
Guidi contro al comune di Firenze; e uscendo gli
Aretini loro incontro, da' Fiorentini furono sconfitti
del mese di novembre, e poi feciono accordo coTio-
rentitti con onorevoli patti per lo comune di Firenze,
e promisero di non essere loro incon^ per neuna
cagione, e riebbono i loro pregionL
CAPITOLO VI
Come si coflfttucid la prima guerra da'" FioretUim
a'' Sanesi,
Nel detto tempo si cominciò guerra tra* Fioren-
tini e* Sanesi, per cagione delle castella che confinano
con loro in Chianti, che ciascuno comune si volea
dilatare, e crescere il suo contado, e del cadilo
di Staggia: e per questa cagione i Fiorentini pre-
sono ad aiutare quegli di Montepulciano da' Sanesi
che gli guerreggiavano, e andarono i Fiorentini in-
fino' là per fornirlo ; e tornando da fornirlo, i Sanesi
si fecero loro incontro al fastello d' Asciano, e quivi
si combatterono, e furono sconfitti da' Fiorentini, e
molli de^ Sanesi presi e morti vi fhrono; e ciò fh del
mese di giugno gli anni di Cristo 1174.
CAPITOLO vn.
Come di prima fu edificato il nobile e forte castello
di Poggiboniiwi^ e quello di Colle di Valdelsa.
Nel detto tempo essendo colè ov*è oggi la
terra di Poggibonizzi al piano uno ricco borgo che si
' indncimentOi persuasione.
66
CRONICHE
ohiamava il borgo di Ihrii per cafione che diceaso
chinino stili stnilti di parte de'BMrttrìssatì^ di Ca-
tellina ribelli del popolo di Roma, olie in quello hiof o
s^ erano riaun, acampati della battaglia di Picelo, ot-
Tero di Piteccio, e tomaodo Toste di sa detta dei
FioreoUni dalla vittoria d* Asciano, alcauo gioTane fio-
rentino isforxò nel detto borgo vaa polcella; onde
tutta la terra si commosse a suÌb contra i Fiorentini,
e alquanti te ne rìmasono morti, e assai fediti e ver-
gognati; per la quale offesa qnegli del borgo di Marti
impauriti de'Fiorentini, fectono lega e giura con otto
castella e comuni vicini, e per essere più sicuri e
forti al riparo della potensia de* Fiorentini, si ordi-
narono di concordia di disfare le loro terre, e àà por-
resi in su il bello poggio ove fu poi il detto castello,
in sul quale era una selva d' uno terraasano cV avea
nome Bonizxo, e dal detto il suo nome fu derivato;
e questo in brieve tempo ripnosono e affonaro, pe-
rocché il luogo da sua natura è forte e agiato e bdto,
e partirìo ad abituro in nove contrade, come si léce
di nove terre, e in ciascuna contrada ripuosono la
chiesa principale deUa loro antica terra onde s'erano
levati, e quello di ricche mura e porte e torri di pietre
adomarono, e fu sì forte e bello, e fornito di molti
e ricchi abitanti, ch'eUi curavano poco i Fiorentini o
altri loro vicini; e per contradio deTiorentini s^aìle-
garono co'Sanesi, e poi diedero molta briga a*suoi vi-
cini e a' Fiorentini, come innanii per gli tempi faremo
mensione. E nota, che 1 detto poggio è de' megtio
aosHuati che sia in Italia ed è appunto il bilico ' o 1
measo della provincia di Toscana. Afforaato il detto
aastello, i Fiorentini ne furono oMlto crucciati, e
oon due casteBetta di Valdelsa loro vicini e contredii
de** Poggiboniuesi s"* aecostaro, e recaro a loro lega,
e colle forxe deTiorentini ordinaro e feciono porre' il
castello di Colle di Valdelsa colà dov* è oggi, per fare
battifoUe a Poggiboniui: e di quelle due castelletta
e con altre vflle d'intorno il popokro, e la prioui
pietra che si mise a fondario, la calcina fu intrisa
del sangue che si segnaro ^ delle braccia i sindachi
a ciò mandati per lo comune dì Firenze, a perpetua
memoria e segno d' amicina e firateDansa di queUi di
CoDe al comune di Firenze, e certo per isperìenia
poi sempre è stato quello comune come figlinolo di
quello di Firenze.
CAPITOLO vni.
De^ granài
eke fmnmo néUm eiiiè
I One* che tenner fede a CatUioA, rotti e messi lUe
spade da Petreio. La Crusca citando il testo Davanz. legge
male: <ia OaUXUna nbdle. Ne sarebbe storpiato il senso.
* D centro o la parte di imzso, forse per umhiUeo ri-
scontrando con'AHoaCo, Ori Fmiom> 14. 104: SiàAe Parigi
in una gnm piamtrat NelT wnhUico a Fromeia^ amm nd
cere, U testo Davansati legge: e appuaUo U bilico è m
messo la provincia di TWomi; dove hHieo varrebbe, vetta
o messo del monte, ma 0 senso non toma troppo bene.
Plopriamente bilico è posHiu^ 41 corpo attraversato inon
punto sopra on altro senza dare pia da ima parte che dal-
l'altra.
* fondare, edificare.
^ cba si cavarono. Se^Èore per emtar san^M trovasi pare
nel Crescenzio, Agr. 9^ 5. 6. e nel eapu 19, 9, e md te-
sti a penna del trattato di medicina di maestro Aldobran-
dino da Siena. Ma è maniera che pnte troppo di firao-
cese.
Negli anni di Cristo 1177 a' apprese il fuoco
nella città di Firenze a di 5 d^ agosto, e arse da pie
del ponte Vecchio infino a BMreato Vecchio. E poi
nel detto anno medesimo s"* apprese il fuoco a San
Martino del vescovo, e arse infino a Santa Ihria U-
ghi, e infino al duomo di Santo Giovanni, con gran-
dissimo danno della città, e non sanza giudido di
Dio, impereiocch" e* Fiorentini erano venuti molto
superbi per le vittorie avute sopra i loro vicini, e
tra loro molto ingrati a Dio, e con altri disonesti
peccati. E in questo anno cadde per soperchia piena
del fiume d^Arno il Ponte Vecchio, che ancora fu
segno di future awersitadi alla nostra città.
CAPITOLO IX.
Come in Firenze si eomimciò bavaglia citiadima
tra gU Uberei e la tigmoria éé* eon»oii.
Imperciocché nel detto medesimo anno ai eo-
roinctò in Firenze dissensione e guerra gnmde tra*
cittadini, che arai non era pie stata in Firenze, e ciò
fu per troppa grassezza e riposo mischiato colla su-
perbia e ingratitudine; che quelli della casa degli li-
berti ch'erano i più possentt e maggiori cittadini di
Firenze, co" loro seguati nobili e popolari, comin-
ciaro guerra co' consoli, ch'aerano signori e guidatori
del ooarane a certo tempo e con certi ordini, per la
invidia deOa signoria che non era a loro volere ; e
fu si diversa' e aspra guerra, che quaai ogni A, o
di due dì Tuno, si con^wlteano i cittadini insieaM in
più porti deOa dttà, da vicinanza a ricinanza compe-
rano le parti, e aveano annate le torri, che n' avea
nella città in grande numero, alte cento e centoventi
braccia. E in quegli tempi per la detta guerra assai
torri di nuovo vi si murare per le comunitadi delle
contrade, de' danari comuni delle vicinanze, che si
chiamavano le torri deOe compagnie, e sopra quelle
faceano mangani o manganelle* per gittare l^o d-
r altro, ed era asserragliata la terra in più parti ; e
durò questa pestilenzia più di due anni, onde moltu
gente ne mori, e moUo pericolo e danno ne segid
alla dttà, ma tanto venne poi in uso quello guerreg-
giare tra^ cittadini, che Tuno di si condiatteano, e
r altro mangiavano e beveano ìnsieaM, novellando
delle virtudi e prodezze l'uno dell^allro che si faceano
a quelle battaglie; e quasi per istraccauMuto e rin-
creadmento d rimasono per loro nwdesinu del com-
battere, e si pacificarono e rinuisero i oonsoK in loro
signoria, ma alla fine pur criarono, e poi partorirò
le maladette parti che furono appresso in Firenze,
siccome innand per li tempi fiMremo mennone.
' insolita, strana, smodata. Cosi in Dante, Inf. fé Obt-
bmx>f fiora crudele e diowm,
* V. A. macchine militari antiche asea^br pietra o altra
nelle città assediate.
DI GIOVANNI VILLANL
67
CAPITOLO X.
Come i
pruano U cmUUo di
Monièjiro$soU.
Negli anni di Cristo 1188, rimase le battaglie
cittadine in Firenze, i Fiorentini feciono oste al ca-
stello di Montegrossoli in Chianti e presonlo per
fona. E quell^ anno valse lo staio del grano fiorini
otto, che ftt a quello tenpo grande caro; impercioc-
ché allora correa in Firense una moneta d* argento
che si chiamavano fiorini di danari dodici Tono, che
«ggi varrebbono alla presente piccola moneta per
lega e per peso Y uno danaio tre.
CAPITOLO XI.
Carne i FiarenHm presaao U cwleUo di Po^ma.
' NegU anni dfi Cristo 1184 del mese di giugno,
i Fiorentini assediarono il castello di Pogns perchè
non Yolea obbedire al comune di Firenze, e era molto
forte, e guerreggiava la contrada di Valdelsa infino
aBa Pesa, ed era di gentili nomini Cattaui, die si
chiamavano i signori di Fogna.
CAPITOLO xn.
Come Federigo^ primo imperadore ioUe ti coniado
alla eitià di Fir fuse e a pia olire eU$à
di ToMcana,
Nel detto anno di Cristo 1184, Federigo pri-
mo imperadore andando di Lombardia in Puglia pas-
sò per la nostra città di Firenze a di 31 di laglio
del detto anno, e in quella soggiornato alquanti dì,
e fattagli querimonia per gli nobili del contado, come
il comune di Firenze avea prese per forza e occupate
molte loro castella e fortezze contra Tonore dello'm-
perìo, si tolse al comune di Firenze tutto il contado
o la signorìa, di quello infino alle mura, e per lo con-
tado faceva stare per le villate suoi vicarì che ren-
deano ragione e faceano giustizia; e simile fece a
tette Paltre città di Toscana eh'aveano tenuta la parte
della Chiesa quando egli ebbe la guerra con papa
Alessandro, salvo che non tolse il contado né alla
dttà di Pisa nò a quella di Pistoia che tennero con
lui; e in questo anno il detto Federigo assediò la
città di Siena, ma non Tebbe. E queste novitadi fece
alle dette città di Toscana, imperciocché non erano
state di sua parte, sicché, con tuttoché s' era pacifi-
cato colla Chiesa e venuto alla misericordia del detto
papa, come addietro é fatta menzione, non lasciò di
partorire il suo male volere contro alle città eh' a-
veano ubbidito alla Chiesa ; e così stette la città di
Firenze senza contado quattro anni, infino che *1 detto
Federigo andò al passaggio d^'oltremare ove annegò,
come addietro facemmo menzione.
CAPITOLO xm.
Come i FioreiUini $i croeiairo e andarono oUre-
mare al eonqmtto di Damiata, e però ne Uheraro
U contado loro.
Negli anni di Cristo 1188 essendo commossa
quasi tutta la cristianità per andare al soccorso della
Terra Santa, vegnendo in Firenze Tarcivescovo di Ra-
venna Legato del papa a predicare la croce per lo
detto passaggio, molta buona gente di Firenze pre-
sono la croce dal detto arcivescovo a San Donato
tra le Torri, ovvero a San Donato a Torri di là da
Rifredi, ovvero il munistero delle Donne, perocché *1
detto arcivescovo era dell' ordine di Cestella, e ciò
fu a (fi 2 del mese di febbraio del detto anno ; e fu-
rono si grande quantità i Fiorentini, che feciono o-
ste oltremare per loro^ e furono al conquisto della
città di Damiata e de* primi che presono la terra, e
per insegna ne recarono uno stendale vermiglio, che
ancora é nella chiesa di San Giovanni, e per la detta
devozione e sussidio fatto per gli Fiorentini per Santa
Chiesa e per la cristianità, dal papa Gregorio e dallo
imperadore Federigo detto fu renduta la giuridizione
del contado 'alla città di Firenze, di lungi alla città
di Firenze dieci miglia.
CAPITOLO XIV.
Come i
ehhono U braccio del beato
apoitolo Santo Filippo.
Nel tempo che regnava in Costantinopoli lo*m-
peradore Manuello, cristianissimo e obbediente a
Santa Chiesa, si maritò una sua nipote figliuola del
fratello, la quale avea nome Isabella, al re di Geru-
salem e di Cipri, e dielle intra gli altri doni e gio-
ielli in sua dote la reliquia del beato Filippo apo-
stolo. Avvenne che uno messere monaco di Firenze
era cancelliere del patriarca di Gerusalem, e poi fu
per sua bontà fatto arcivescovo d'Acri, al tempo che
il soldano Saladino prese la città di Gerusalem: ma
poi ripresa la Terra Santa per gli cristiani, il detto
arcivescovo tornò oltremare, e fu fatto per lo papa
patriarca di Gerusalem. E sappiendo come la detta
Isabella reina di Gerusalem avea la detta santa re-
liquia, desiderando d'averla per onorarne la sua città
di Firenze, la domandò alla detta reina, assegnan-
dole'come non era lecito a donna che fosse al se-
colo, sì santa reliquia tenere infra le sue gioie mon-
dane, ma sì convenia che fosse in parte ove fosse
venerata a Dio^; per la qual cosa la detta reina la
donò al detto patriaroa. E ciò sappiendo il vescovo
di Firenze, eh' avea nome messer Piero, ne scrisse
più lettere al detto patriarca cittadino di Firenze,
che gli piacesse di mandare la detta santa reliquia
' senza oollegarsi ad altri, por sé medesimi.
' dìmoBiraodoIs.
' ventrata a gloria di Dio.
68
CROmCHB
in Firenxe. Avvenne che '1 dello pattitrca ammalò a
morte, e commise a uno messere Rimeri di Firenze
priore del Sepolcro e suo cappeUano, ohe *1 dello
braccio mandasse a Firense, ma il capitolo de^calo«>
naci' di Gerosalem noi voleva lasciare portare. Alla
fine il sopraddetto vescovo di Firenze mandò oltre-
mare per lo detto braccio uno messer Gualterotlo
calonaco di Firenze, il quale con molta istanzia e
studio adoperò tanto col detto priore del Sepolcro,
cb' egli ebbe il detto santo braccio, e recollo in
Firenze Tanno di Cristo 1190, essendo rettore di
Firenze il conte Ridolfo da Capraia : al quale per lo
vescovo di Firenze^ con tutto il chericato, e col
detto rettore con tutto il popolo, uomini e feauni-
ne, andarono incontro a processione, e con grande
solennità recato fu in Firenze, e messo nelf altare
di Santo Giovanni Rallista, il quale fece molti e a-
perU miracoli in più cittadini di Firenze, i quali alla
sua venuta ebbono fede e devozione.
CAPITOLO XV.
Come il papa pacificò i Pisani e* Genoveù per
fornire U passaggio éP oliremare.
Nel detto anno 1188, per cagione del detto
passaggio, il detto papa Gregorio essendone molto
sollecito, venne in Pisa; per acconcio del detto pas-
saggio pacificò i Pisani co* Genovesi, eh* aveano a-
vuto gran guerra insieme per V isola di Sardigna, e
in Pisa morì il detto papa in questo anno, e poco
vivette papa; e da papa Alessandro detto addietro,
inaino a questo Gregorio, fu papa Lucio di Toscana,
e sedette papa da quattro anni, ma poco fece al suo
tempo; e poi fu papa Urbano di Lombardia che fu
papa da due anni. E questo Urbano cominciò in Ita-
lia r ordine di questo passaggio, e papa Gregorio il
segui mentre che vivette papa, che fu poco più d'uno
anno. Ma poi papa Clemente di Roma il mise a se-
guizione ^ e partissi il detto passaggio d' Italia del
mese di febbraio 1189. Lasceremo alquanto de" pa-
pa che furono, e de" nostri fatti di Firenze, e di-
remo d'Arrigo di Soavia figliuolo del sopraddetto
Federigo, e le novità che furono al suo tempo.
CAPITOLO XVL
Come Arrigo di Soaieia fa faUo imperaéore per la
Chiesa^ e datogli per moglie Costane
reina di Cicilia.
Arrigo di Soavia figliuolo che fu del grande
Federigo, come dicemmo dinanzi, vìvendo il padre il
fece eleggere re de'Romani, ma tornato Arrigo d'ol-
tremare, e riformalo in Alamagna la sua signoria.
si passò in Italia e vemie a Roma a richiesta del papa
Clemente, e da' Romani fu ricevuto onorevolmente,
imperciocch'egU concedette loro la città di Tosco^
lano e il suo contado, oh' erano stali ribelli de' Ro-
mani, la quale città da' Romani fa tutta disfatta e ab«
battuta, e mai poi non si rifece. E vegnendo a Roma
il dello Arrigo, trovò morto il detto papa Clemente
che per lui aveva mandato, e eletto papa Celealioo,
nato di Roma, per li cardinali, al quale il dello Ar*
rigo si fu alla sua consecrazione, la quale (ii il di dì
Pasqua di Risorresso * d' aprile, gli anni di Cristo
1192: e vivette papa anni sei, e mesi otto, e dì un<*
dici. E fatto papa Celestino, il secondo die della sua
consecrazione coronò il detto Arrigo imperadore. E
in prima che "1 detto Arrigo si partisse della Magna,
avendo la Chiesa discordia con Tancredi re di Cici-
lia e di Puglia, figliuolo che fu dell'altro Tancredi
nipote per femmina di Ruberto Guiscardo, siccome
nel capìtolo ove trattammo del detto Ruberto fa-
cemmo menzione, per cagione ch'egli, siccome do«
vea, fedelmente non rispondea del censo alla Chiesa,
e promulava* vescovi e arcivescovi a sua volontà, in
vergogna del papa e della Chiesa, il detto papa Cle-
mente trattò coir arcivescovo di Palermo di torre il
regno di Cicilia e di Puglia al detto Tancredi, e fece
ordinare al detto arcivescovo, che Costanza seroc*-
chia che fu del re Guiglielmo, e diritta creda del
reame di Cicilia, la quale era monaca in Palermo,
siccome addietro facemmo menzione, e era già d>tà
di più di cinquant* anni, sì la fece uscire del muni-
stero, e dispensò in lei ' eh' ella potesse essere al
secolo e usare matrimonio; e di nascoso, il detto
arcivescovo fattala partire di Cicilia e venire a Roma,
la Chiesa la fece dare per moglie al detto Arrigo
imperadore, onde poco appresso nacque Federigo se-
condo imperadore, che fece tante persecuzioni alla
Chiesa, come innanzi nel suo trattato^ diremo. B non
sansa cagione e giudicio di Dio dovea riuscire sì
fatta creda, essendo nato di monaca sacra, e in età
di lei di più di cinquantadue anni, eh' è quasi im-
possibile a natura di femmina a portare figliuolo;
sicché nacque di due contrarii, allo spirituale, e quasi
centra ragione al temporale. E troviamo quando
la'mperatrice Costanza era grossa di Federigo, s'avea
sospetto in Cicilia e per lutto il reame di Puglia,
che per la sua grande elade potesse esser grossa;
per la quel cosa quando venne a partorire fece ten-
dere uno padiglione in su la piazza di Palermo, e
mandò bando, che qual donna volesse v'andasse a
vederla, e molle ve n' andarono e vidono, e però
cessò il sospetto.
^
' canonioi.
' Questo per yi ridonda; ma tutti 1 eodid e gli •tam-
pati rhaimo, ed h vuudo dall'autore attrove; Vedi lib. S.
cy- 17 : per eHqwmti gnmdi wmim di Bcmm e teeOerati
^ogni fede, per loro tinmnia, voUono guaetare
cuzioae.
* È Q resmrtm della Chiesa &tto a oadensa volgare.
L'introito della messa nel giorno della Pasqua di resur*
Iasione s' apre con queste parole : reetirreìBi a adhue smn
teeiMi ecc.
' permutava.
^ derogando a' canoid le fece lioenia ecc. Coti diceai
(Dante, Par. 5) tUepenwre in una cota, Cj (Bocc. nov. 10)
difpMMTS con tma persona,
* trattandosi, paiìando di hJu
DI CaOVANin VILLAMI.
69
CAPITOLO xvn.
Come h ^mperadore Arrigo conquistò
il regno dà PugUa,
Come il detto Arrigo fu coronato imperadore,
e isposata Costanza imperadrìce, onde ebbe in dota
il reame di Cicilia e di Puglia con consentimento
del papa e della Chiesa, e rendendone il censo n-
sato, e già nato Federigo suo figliuolo , inconta-
nente con sua oste e colla moglie n'andò nel Regno,
e vinse tutto il paese infino alla città di Napoli, ma
que' di Napoli non si voUono arrendere, onde Arrigo
vi puose r assedio, e stettevi tre mesi. E nella detta
oste fu tanta pestilenzia d'infermità e di mortalità,
che "1 detto Arrigo e la moglie v' infermaro, e della
sua gente vi morì la maggior parte; onde per ne-
cessità si levò dal detto assedio con pochi quasi in
isconfitta, e infermo tornò a Roma, e la *mperadrice
Costanza per malattia presa neiroste poco appresso
si morio, e lasciò Federigo suo figliuolo piccolino
in guardia e in tutela di Santa Chiesa. Poi il detto
Arrigo imperadore, fgitta venire nuova gente dalla
Magna e riformato, suo stato, un'altra volta passò
nel Regno con grande oste gli anni di Cristo 1 1 96,
n quale regno di Puglia e reame di Cicilia signo-
reggiava Guiglielmo il giovane, figliuolo ch'era stato
di Tancredi re, e era giovane di tempo e di senno,
il quale ingannato dal detto Arrigo, sotto trattato di
pace, il fece prendere con tre sue serocchie, e man-
doUo in pregione in Alamagna; e 1 detto Guigliel-
mo fece accecare degli occhi e castrare acciocché
mai non potesse generare figliuoli, e in pregione
vilmente finì sua vita; ma le serocchie, morto Ar-
rigo , da Filippo suo fratello furono diliberate di
pregione per lo modo che addietro di loro facem-
mo menzione, nella fine del legnaggio di Ruberto
Guiscardo.
CAPITOLO XVnL
Come Arrigo in^eradore si ribellò dalla Chiesa
e funne persecutore^ e eow! egli morio.
Dappoiché Arrigo fece prendere il detto re
Guiglielmo, il reame ebbe sanza gran contaste, e
lutti quegli che gli erano stati incontro uccise e dis-
perse crudelmente; e quand' elli fu al tutto signore
del reame, sì segui Torme del padre d'essere in-
grato a Santa Chiesa, e non solamente ingrato, ma
persecutore, che pii^ vescovi e arcivescovi e altri
prelati fece nel suo regno morire, occupando le
chiese e mettendovi cui a lui piaceva, e non ri-
spondendo del censo alla Chiesa. Per la qual cosa
papa Innocenzio terzo, il quale fu di Campagna e
succedette a Celestino, scomunicò il detto Arrigo
e^suoi seguaci; e lui regnato nello imperio ott^anni,
morì scomunicato nella città di Palermo gli anni di
Cristo 1200, e di lui rimase Federigo piccolo fan-
dolio come detto é dinanzi, il quale dalla Chiesa,
siccome sua madre e buona tutrice, il detto pupillo
fa guardato, e conservato il suo regno, non guar-
dando al misftitto del padre.
CAPITOLO XIX.
Come OUo quarlo di Sassogna fu eletto
imperadore.
Morto Arrigo imperadore, contasto grande fu
intra gli elettori d' Alamagna d' eleggere re de* Ro-
mani; e partiti tra loro feciono due lezioni, Tuna
parte elesse Filippo duca di Soavia fratello del detto
Arrigo, e T altra parte elessono Otto di Sassogna;
ma Filippo vincea per aiuto e forza de' baroni di
Alamagna a essere re de' Romani; ma il sopraddetto
papa Innocenzio favorava Otto, perché Filippo non
fosse , perch' era stato fratello di Arrigo eh' avea
perseguitata la Chiesa; e in questo contasto, per
frode deU'Antigrado^il detto Filippo fta morto, e fìi
con favore della Chiesa confermato il detto Otto a
re de' Romani, l'anno 1203. B credendo la Chiesa
avere migliorato stato per fare imperadore il detto
Otto, troppo lo peggiorò; che se Arrigo fu centra
la Chiesa reo, questo Otto fu pessimo, siccome in-
nanzi nel tempo che regnò faremo menzione. Lasce-
remo a dire alquanto d' Otto imperadore infino che
sarà tempo, e torneremo a dire de' fatti di Firenze,
e dell'altre novità dell'universo mondo che furono
al tempo d'Arrigo, toccando in brieve di cose no-
tabili: e da qui innanzi ne tratteremo al generale,
imperciocché ci pare di nicessità in gran parte, che
per le diverse parti che nacquono in Italia per le
discordie dalla Chiesa agi' imperadori, quasi tutto il
mondo ne fu poi commosso e contaminato, e l' una
novità risurse del rimbako dell'altra. E perché la
nostra città di Firenze venne crescendo di fama e
d'essere e di potenza, quasi le più delle notabili no-
vità de' cristiani in alcuna parte si riferiscono a* no-
stri fitti di Firenze.
CAPITOLO XX.
Come iscurò Mio il corpo del sole.
Negli anni di Cristo 1192, a di 22 di giugno
iscurò tutto il corpo del sole, e durò d'alquanto dopo
terza infino alla nona; la qual cosa secondo il detto
de* savi astrolagi é segno di grandi novitadi future
tra' cristiani.
CAPITOLO XXL
Come i Samminialesi disfecero la loro terra
per discordia.
Negli anni di Cristo 1197 i terrazzani del ca-'
stello di Samminiato del Tedesco, per loro discor-
die si disfeciono hi detta loro terra, e tornare ad
abitare al piano appiedo di Samminiato nel borgo
detto Sanginiegio e in quello di Santagonda per es-
sere pili all'agio del piano e dell'acqua e presso del
fiume d'Amo e di quello d^Blsa, credendosi ivi fare
una grande citlade, ma il loro intendimento tosto
venne vano.
* Langravio, titolo di signoria in Cfarmania.
70
CRONICHE
CAPITOLO xxn.
Come t Fiorentini comperarono MonUgrouoli
Nel detto anna i Piorentini comperarono il ca-
stello di Montegrossoli in Chianti da certi cattani
cui era, che Inngamente aveano fatta guerra a"* Fio-
rentini, e andatavi pii^ volte Toste de^ Fiorentini, co-
me addietro è fatta menzione. B in questo medesimo
anno fu generale pace in tutta Italia; e allora era
consolo in Firenze Compagno degli Arrìgucci.
CAPITOLO xxm.
Come fa fatto papa Innocen%o ter%o.
Negli anni di Cristo 1198 fu fatto papa Inno-
cenzo terzo nato di Campagna, e regnò papa più di
diciassette anni, e Ai savio e valente uomo in scien-
zia di scrittura, e savio naturale di costumi ; al suo
tempo furono molte cose, come Innanzi farà menzione.
Questi fa quegli che scomunicò lo^mperadore Arrigo,
e fece fare Otto di Sassogna imperadore.
CAPITOLO XXIV.
Come st comincia T ordine de^ frati mmorù
Al tempo del detto papa Innocenzo si cominciò
la santa ordine' de* Arati minori, onde fti comincia-
tore il beato Francesco nato della città d* Ascesi nel
ducato, e per questo papa fu accettata e approvata
la detta ordine con privilegio, imperciocché tutta fti
fondata in nmilità, e carità, e povertà, seguendo in
tutto H Santo Vangelio di Cristo, e schifando ogni
delizia umana. B M detto papa in visione vide Santo
Francesco sostenere sopra i suoi omeri la chiesa di
Laterano, siccome poi per simile modo vide di Santo
Domenico, la quale visione fu fllgnra e profezia come
per loro si dovea sostenere Santa Chiesa e la fede
di Cristo.
CAPITOLO XXV.
Collis jf eomineiò P ordine de'' frati predicatori.
E al tempo ancora del detto papa, similemente
si cominciò Tordine de*(j«ti predicatori, onde fu co-
minciatore il beato Domenico nato di Spagna, ma al
suo tempo non la confermò, con tuttoché in awisione
avvenne al detto papa, che la chiesa di Laterano gli
cadea addosso, e 'I beato Domenico la sostenea in
sulle sue spalle. B per questa visione era disposto di
confermarla, ma soprawennegli la morte, e 1 suo
anccessore appresso papa Onorio la confermò, gli
ami di Cristo 1216. B vere furono le visioni del
ioppraddetto Innocenzo di Santo Francesco e di Santo
Domenico^ che la Chiesa di Dio cadea per molti
errori e per molti dissoluti peccati, non temendo
Iddio ; e *l detlo beato Domenico per la sua santa
NotA ordine in g«n. famm. usatlMÌmo Agli antichi.
scienza e predicazione gli corresse, e fiume n primo
stirpatore degli eretichi ; e *l beato Francesco per la
sua umilità e vita apostolica e di penitenzia corresse
la vita lascibile', e ridusse i cristiani a penitenzia e a
vita di salute. B veramente la Sibilla Brittea, seguendo
questi tempi, profetizzò di queste due sante ordini,
dicendo, che due stelle orirebbono * in alluminando
il mondo.
CAPITOLO XXVL
Come i Fiorentini disfeciono il castello
di Frondigliano,
Negli anni di Cristo 1 199, essendo consob* della
città di Firenze conte Arrigo della Tosa e suoi com-
pagni, i Fiorentini assediaro il castello di Frondigliano,
che s*era mbellato e facea guerra al comune di Fi-
renze, e presonlo e disfecionlo inflno alle fondamenta^
e mai non si rifece. B nel detto anno i Fiorentini
puosono oste a Simifonti, il quale era molto forte, e
non ubbidia alla città.
cAPiT(H.o xxvn.
Conte i Samminiatesi éisfedono SanginiegiOy e
tornarono ad abiùnre al poggio.
Negli anni di Cristo 1200, i Samminiatesi dis-
feciono il borgo a Sanginiegio ch^era nel piano di
Samminiato, ed era molto ricco e bene abitato ; e
per più fortezza si tomaro ad abitare al poggio, e
rifare fl castello di Samminiato il quale aveano disfatto
poco tempo dinanzi, sicché in corto tempo fedono
due follie.
CAPITOLO xxvm.
Come i Franceschi e* VimUani presono
CostanHnopolL
Nel detto anno 1200 molti baroni Franceschi
ch^erano mossi per andare oltremare al soccorso della
Terra Santa, con navOio de^Viniziani e *1 marchese di
Monferrato e più altri baroni d' Italia, ai accordaro,
trovandosi quasi in sul verno infra risole d* Arcipe-
lago in Grecia, di guerreggiare i Greci infino alla
primavera, imperciocché per loro frode e malizie
aveano per più volte fatto grande danno e impedi-
mento a* Latini che per loro paese andavano al pM-
saggio d'oltremare. B così assalirò la nobile città di
Costantinopoli per mare e per terra, e per forza la
presono, e Baldovino conte di Fiandra per universale
accordo di tutti i baroni e de' Viniziani, per la sua
bontà, senno, e valore, ne fu coronato imperadore.
Ifa poco durò il detto imperio, che fu sconfitto e
morto da*Cumani. E chi queste storie vorrà più pie-
namente trovare, legga il libro del conquisto d'oltre-
' rilassata, dissolata.
^ Borgerc^bbero, nascarebbaro; dal latiiio orirù
DI GIOVANNI VILLANI.
ri
mare ', ove sono disteMinenle; e per questo con-
quisto ritengono i Viniziani il titolo di parte del detto
imperio.
CAPITOLO XXIX.
Cowte i Tartari scesano le montagne di Gog e Magog.
Nefli anni di Cristo 1202 [a gente che si chia*
mano i Tartari uscirò delle montagne di Gog e Magog
chiamate in latino Monti di Belgen^ i quali si dice
che furono stratti di quegli tribi d' Isdrael, che il
grande Alessandro re di Grecia che conquistò tutto
il mondo, per loro brutta vita gli rinchiuse in quelle
montagne, acciocché non si mischiassono con altre
nazioni, e ivi per viltà di loro e vano intendimento,
vi stettono rinchiusi da Alessandro infino a questo
tempo, credendosi che Toste d^ Alessandro sempre vi
fosse; imperciocch'egli per maestrevole artificio sopra
i monti ordinò trombe grandissime sì dificatc \ che
ad ogni vento trombavano con grande suono: ma poi
si dice che per gufi che nelle bocche dì quelle trombe
feciono nidio, stopparono i detti artifici! per modo
che rimase il detto suono, e per questa cagione hanno
i gufi in grande reverenzia, e per leggiadria portano
i grandi signori di loro le penne del gufo in capo,
per memoria che stopparo le trombe e artificii detti,
per la qual cosa il detto popolo (il quale come a
guisa di bestie viveano e erano multiplicati in innu-
merabile numero) sì si cominciarono a assicurare, e
certi di loro a passare i detti monti; e trovando come
sopra le montagne non avea gente, se non il vano
inganno delle trombe turate, scesono al piano e al
paese dlndia ch'era fruttifero, e ubertoso, e dolce,
e tornando e rapportando al loro popolo e genti le
dette novelle, aDora si congregaro insieme, e feciono
per divina visione loro imperadore e signore uno
fabbro di povero stato, il quale avea nome Cangius,
il quale in su un povero feltro fu levato imperadore^
e come fa fatto signore, fu chiamato il soprannome
Cane, cioè in loro lingua imperadore. Questi fu molto
valoroso e savio, e per suo senno e valenzia uscì con
tutto quello popolo delle dette montagne, e ordinogli
a decine e a centinaia e a migliaia, con capitani ac-
conci a combattere, e per essere più obbedito, prima
a'maggiori di sua gente fece per suo comandamento
uccidere a ciascuno il suo figliuolo primogenito di
loro mano; e quando si vide così obbedito, e dato
suo ordine alla sua gente, entrò in India e vinse il
' Qtial aia qneAto libro è da sapere ancora. Leggansi
faiTece VUlardoin e Ifficfiaad, Storia delU Crociata ^ e La
rarìba, SUidi nil secolo XIII.
* Praaao gli anttehi odifido raleva fabhrica, vmraglia
faUa con pietre e cidcina, quando invece dificio volea di-
re : macchina eostruiia a grande ingegno. H Moutier nella
■uà ediz. dèi Villani ne ià .le prove. D Petr. parlando di
■n tempio disse: Pènkum a totnmo Vedifimo tanto, e Bru-
netto Latini nel Tesoro: quando la (ma ntagione è compia»
iOj e fornita deUi suoi enfici, E Oio. Vili, stesso, lib. XI:
ogni ed^io e casa che appresso tUTAmo fosse, e qui edi-
ficio vai maraglia. Al contrario Dante, Inf. 34. alladenda
ad un mulino a ventb: Veder mi paanx un lai dificio al-
lotta: e parlando della macchina di un carro, Purg. S2:
TVa^ormato così 7 d^ieio santo. A volerne dare tutti gli
«•empi entretvmno nelTua via une.
Presto Giovanni, e soltomisesi tutto il paese. E ebbe
più figlinoli, che appresso lui feciono di grandi con-
quisti, e quasi di tutta la parte d'^Asia i popoli e li re
si misono sotto loro signoria, e parte d' Europa in-
verso Cumania, e Alania, e Bracchia infino al Da-
nubio. E' discendenti de' figliuoli del detto Cangm
Cane, sono oggi signori intra' Tartari. Questi non
hanno ordinata legge, che chi è stato di loro cristiano,
e chi Saracino, ma i più pagani idolatri. Avemo rac-
contato di loro nascimento e movimento, imperciocchò
in cosi piccolo tempo, mai gente non fece s) gran
conquisto, né nullo popolo né setta non ha tanta si-
gnoria, podere, e ricchezta. E chi delle loro gesto
vorrà meglio sapere, cerchi il libro di frate Aiton
signore del Coleo d'Erminia, il quale fece ad istanza
di papa Clemente quinto ; e ancora il libro detto Mi-
lione, che fece messere Marco Polo di Vinegia, il quale
conta molto di loro podere e signorìa, imperciocché
lungo tempo fìi tra loro. Lasceremo de'Tartari, e tor-
neremo a nostra materia de'fatti di Firenie.
CAPITOLO XXX.
Come i Fiorentini disfecero il castello di Sònifonti
e qtiello di Comhiafa.
Negli anni di Cristo 1202, essendo consolo in
Firenze Aldobrandino Barucci da Santa Maria Mag-
giore, che furono molto antichi uomini, colla sua
compagnia, i Fiorentini ebbono il castello di Simi-
fonti ', e fecionlo disfare, e il poggio appropiare al
comune, perocché lungamente avea fatta guerra a'Flo-
rentini. E ebbonlo i Fiorentini per tradimento per uno
da Sandonato in Foci, il quale diede una torre, e
volle per questa cagione egli e'suoi disc-endenti Tos-
sono franchi in Firenze d'ogni incarico, e cosi fu fatto,
con tuttoché prima nella detta torre, combattendola^
fu morto da'terrazzani il detto traditore. E nel detto
anno i Fiorentini andarono ad oste al castello di
Combiata, ch^era molto forte in sul capo del fiume
della Marina verso il Mdgello, il quale era de'cattani
della contrada che non voleano obbedire il comune
e facevano guerra. E disfatti i detti castelli, feciono
dicreto che mai non si dovessono rifare*
CAPITOLO XXXI.
Disfacimento di Montelupo^ e come i Fiorentini
ebhono Montemurlo.
Negli anni di Cristo 1203, essendo consolo in
Firenze Brunellino Brundli de" Razzanti e suoi com-
pagni, i Fiorentini disfeciono il castello di Hontelupo
perché non volea ubbidire al comune. E in questo
anno medesimo i Pistoiesi tolsono il castello di Mon-
temurlo acconti Guidi; ma poco appresso, il settembre,
v'andarono ad oste i Fiorentini in servigio de^ conti
Guidi e riebberìo, e renderlo acconti Guidi. E poi
* Di questa presa narra un Testo di liiijgn* stasapliito
in Firenze nel 1758: Storia della guerra di Semifonte
scritta da Messer Pace da Cnialdo.
72
CRONICHE
nel 1207 i Fiorentiiu feeiono fare pice Ira^ Pistoiesi
e'conti Guidi, ma poi non possendo bene difendere i
conti daTistolesi Montemurlo, perocch'era loro troppo
vicino, e aveanvi fatto appetto U castello del Montale,
si "ì venderò i conti Giudi al comune dì Firense
libbre cinquemila di fiorini piccioli, che sarebbono
oggi cinquemila fiorini d^oro : e ciò fu gli anni di
Cristo 1209, ma i conti da Porciano mai non voUono
dare parola per la loro parte alla vendita.
CAPITOLO xxxn.
Come i Fi&renUm elessono di prima^ pode$ktde.
Negli anni di Cristo 1207 i Fiorentini ebbono
di prima signoria forestiera, che infino allora s''era
retta la città sotto signoria di consoli cittadini,
de'maggiori e migliori della città, con consiglio del
senato, cioè di cento buoni uomini, e quelli consoli
al modo di Roma tutto guidavano e governavano la
città, e rendeano ragione, e facevano giustisia: e
durava il loro officio uno anno. B erano quattro con-
soli mentre che la città fu a quartieri, per ciascuna
porta uno; e poi furono sei quando la città si partì
a sesti. Ma gli antichi nostri non ficcano meniione
de' nomi di tutti, ma dell'uno di loro di maggiore
stato e fama, dicendo : al tempo di cotale consolo e
de'suoi compagni: ma poi cresciuta la città e di
genti e di visi, e faceansi più malificii, si accordaro
per meglio del comune, acciocché i cittadini non
avessono si fatto incarico di signoria, né per prieghi,
nò per tema, o per diservigio, o per altra cagione
non mancasse la giustiiia: si ordinaro di chiamare
uno gentile uomo d'altra città, che fosse loro podestà
per uno anno, e rendesse le ragioni civili con sudi
collaterali e giudici, e focesse T esecuzione delle con-
dannagioni e giustiiie corporali. E'I primo che fu
podestà in Firenie fu nel detto anno Gualfredotto da
Milano, e abitò al vescovado; imperciocché ancora
non avea in Firenze palaxzo di comune. E però non
rimase la signoria de* consoli, ritegnendo a loro Tam-
ministragione d'ogni altra cosa del comune. E per la
detta signoria si resse la cittade infino al tempo che
si fece il primo popolo in Firenze, come innanzi
faremo menzione, e allora si criò l'officio degli anziani.
CAPITOLO xxxm.
CoiM % FiorenHm sconfUiono i Saneii a MantaUo,
Nel detto anno, alla signoria di Gualfiredotto di
Milano, il primo anno, i Fiorentini ricominciaro guerra
co'Sanesi, perocch'e'Sanesi aveano ricominciata guerra
a Montepulciano e Montalcino contra i patti della pace,
per la qual cosa i Fiorentini andarono a oste in su
quello di Siena al castello di Montalto. I Sanasi per
soccorrera il detto castello combatterò co* Fiorantini,
e furono sconfitti, e molti morti e presi : ne vennero
in Firenze mille trecento Sanasi, e* Fiorentini ebbono
il detto Montalto e disfecionlo«
P«r U priiM volta.
CAPITOLO XXXIV.
CofM % Samesi richiesono di pace i FioremUni
ed Monta.
Appresso, l'anno 1208, il secondo anno della
signoria del detto Gualfiredotto, essendo rifermato, i
Fiorentini feeiono oste sopra i Sanasi, e disfeciono
Rugomagno loro castello, e andarono infino a Rapolano
nel contado di Siena, menandone grande preda, e
molti pregioni; ma poi l'anno nel 1210 i Sanasi
non potendo più durare la guerra co* Fiorentini, e
per riavere i loro pregioni, ricbiesono pace a' Fio*
routini, e quetarono Montepulciano e Montalcino e
tutte le castella eh' e* Fiorentini aveano prese sopra
loro. E in quello tempo era consolo in Firenze mes*
ser Catalano della Tosa e sua compagnia. Lasceremo
alquanto a dire de' fatti di Firenze, e diremo d' Otto
U quarto di Sassogna imperadore, e quello che fece
al suo tempo.
CAPITOLO XXXV.
Come Otio^quarto fa coronato imperadore: e come
$i fece nimico e penecutore di Santa Chiesa.
Otto quarto di Sassogna fu eletto ra de* Romani,
per lo modo detto addietro, quando fu eletto Filippo
di Soavia U quale fu morto. Ma questo Otto, a peti-
zione e studio di papa Innocenzo tono, fu confermato
re de' Romani l'anno di Cristo 1203, ma però non
venne incontanente a Roma per molta guerra ' li surae
in Alamagna, sicché Italia stette sanza imperio da
dodici anni ; ma tratte a fine Otto le guerre d* Ala-
magna, passò in Italia, e dal sopraddetto papa Inno-
cenzo fu coronato l'anno di Cristo 1210. Ma incon-
tanente ch*ebbe la corona dello *mperio, ove la Chiesa
e *1 detto papa si credeano fosse amico e difenditore,
si fece nemico e peraecutorey e a 'Romani incominciò
incontanente guerra, e contra volontà del detto papa
e della Chiesa, passò in Puglia e prese gran parte
del Regno, il quale la Chiesa guardava siccome tutrico
e madre di Federigo il giovane, figliuolo che fu del-
lo 'mperadore Arrigo di Soavia, e di Costanza impe-
radrice. Per la qual cosa il detto papa scomunicò il
detto Otto e dispuose dello *mperio in uno grande
concilio che fece in Roma, e mandò in Alamagna per
lo giovane Federigo, e colla forza della Chiesa rac-
quistò il Regno e Cicilia. B '1 detto Otto si tornò in
Alamagna^ e di là per contradio della Chiesa fece
lega e congiura col conte Ferrante di Fiandra, e
con quello di Bari e di Bologna, e più altri baroni di
Francia, i quali s' erano rubellatì al re Filippo fl Bornio
re di Francia. E essendo il detto re accampato contra
il detto imperadore e gli altri signori, quasi tutti i
suoi baroni il voleano abbandonare; per la qual cosa
fece uno altara nel campo, e trassesi la corona in
presenza de' suoi baroni e puoselavi suso, e disse:
donatela a chi è più degno di me^ e io Vobbedkò
* Frammetti un cà«« CI «wentno altrove in simlU
Qoitrattit
DI GIOVANNI VlLLANL
73
toleniieri. 1 baroni vedendo la sua umilila, si rìvol-
sono e promisoBgU d^ essere leali e fedeli alla bat-
taglia, n quale re FUippo avendo con seco riconciliati
i suoi baroni, col detto Otto imperadore, e Ferrante
conte di Fiandra, e gli altri rubelli, battaglia di campo
fece al ponte a Bovino a** confini di Fiandra, là dove
ebbe molta gente francesca e tedesca morta. Alla fine
il detto buono re Filippo per la grazia di Dio ebbe
vittoria, e perocché si ritenne in una schiera con
cinquecento cavalieri vecchi e indurati in battaglie
e tomeamenti, de' quali parte di loro non intesono
se non a rompere le schiere coMestrieri, sanza fedire
colpi \ e cosi ruppono i Tedeschi ; e prese il detto
conte Ferrante di Fiandra, e tolsegli Artese e Ver-
mandos, e Otto imperadore a gran periglio e vergogna
fuggi con poca di sua gente del campo, e grande
danno ricevette di sua gente: e ciò fu gli anni di Cristo
1214. B il di medesimo essendo il giovane Luis fi-
gliuolo dei detto re Filippo a oste in Paico, battaglia
ebbe col re Arrigo d* Inghilterra e suoi allegati che
d"* altra parte venieno sopra il re di Francia, e lui vinse
e sconfisse : e in quello giorno medesimo essendo il
conte di Barzellona e di Valenza, (onde furono poi
i suoi discendenti re d** Aragona) ad assedio della città
di Carcasciona, che vi cusava ' ragione, la quale tenea
il detto re di Francia e eravi dentro il conte di Mon-
forte con buona gente, il quale uscì fuori vigorosa-
mente e assali improvviso e sconfisse V oste de' Cata-
lani, e fu preso il conte di Barzellona, e per gli
Franceschi tagliatagli la testa; per le quali tre sì
grandi e bene avventurose vittorie, molto sormontò
il re di Francia, e prese Paico e la Boccila e molto
accrebbe suo reame.
CAPITOLO XXXVI.
Come fmendo Otio fu detto imperadore Federigo se-
condo di Soavia a richiesta della Chiesa
di Roma,
Essendo il detto Otto nimico della Chiesa e
disposto per concilio generale dello 'mperio, la Chiesa
ordinò con gli elettori d'Alamagna, ch'elli elessono
a re de' Romani Federigo il giovane re di Cicilia il
quale era in Alamagna, e contra il detto Otto ebbe
grande vittoria, e poi il detto Otto tornato a co-
sciènza, andò al passaggio di Damiata oltremare, e di
là morio, e rimase Federigo colla elezione; e poi al
tempo d* Onorio terzo papa che succedette a Inno-
cenzo detto di sopra, il detto Federigo d' Alamagna
venne a Vinegia, e poi per mare nel suo regno di
' n verbo /«dire oyèrtr^ prende tal fiata significato dal
nome che gli viene appresso : ferir colpi vale darU, ferir
tomeamenti per gioHrare,
^ Cosi legge la Giuntina, fl testo Davanz. ha invece
eotoro, e con esso altri. Cusare parmi sincope di accutaret
onde cuear ragioni varrebbe produrle, tnetterle in campo,
pretendere eu che che eia. E di vero nelle rime antiche
di M. Cino d occorre : 81 eh* io mi cuio già pereona mor-
ta; t nell'ant commento alla Divina Commedia, Inf. 12:
I^ $i cueóe euffieienie in tutte le coee, dove eutare snona
senxa fiUlo oectisare. Ma il eoeaioa del testo Davana. non
ei potrebbe mettara in sospetto il conim* da' francasi?
Puglia e poi a Boma, e dal detto papa Onorio e
da^Bomani fu ricevuto a grande onore, e coronato
imperadore, come innanzi nel suo trattato faremo
menzione. Lasceremo alquanto dello *mperadore, e
diremo de"* fatti de* Fiorentini che furono infino alla
sua coronazione.
CAPITOLO XXXVCI.
Come mori il conte Guido vecchio^ e di sua progenia.
Negli anni di Cristo 1213 mori il conte Guido
vecchio, del quale rimasono cinque figliuoli, ma V uno
morio e lasciò reda della sua parte quelli ch^ ebbono
Poppi, perocché di lui non rimasono figliuoli; poi
de' quattro figliuoli sono discesi tutti i conti Guidi*
Questo conte Guido, la sua progenia si dice che anti-
camente furono d^ Alamagna grandi baroni, i quali
passarono con Otto primo imperadore, il quale diede
loro il contado di Modigliana in Bomagna, e di là rima-
sono ; e poi i loro discendenti per loro podere furono
signori quasi di tutta Bomagna, e faceano loro capo
in Bavenna, ma per soperchi eh' elli usarono a' citta-
dini di loro donne, e d** altre tirannie, a romore di
popolo furono cacciati in uno giorno, corsi e morti
in Bavenna, che nullo ne campò piccolo o grande
se non uno picciolino fanciullo eh' avea nome Guido,
il quale era a Modigliana a balia, il quale fu sopran-
nomato Guido Besangue per lo molesto de'suoi, come
nelle storie d'Otto imperadore addietro facemmo men-
zione. Questo Guido fu padre del detto conte Guido
vecchio, onde poi tutti i conti Guidi sono discesi.
Questo conte Guido vecchio ' prese per moglie la
figliuola di messere Bellincione Berti de' Bovignani,
ch'era il maggiore e '1 più onorato cavaliere di Fi-
renze, e le sue case succedettono poi per retaggio
acconti, le quali furono a porta San Piero in so la
porta vecchia. Quella donna ebbe nome Gnaldrada, e
per bellezza e bello parlare di lei tolse, veggendola
in Santa Beparata coll'altre donne e donzelle di Fi-
renze. Quando lo 'mperadore Otto quarto venne in
Firenze, e veggendo le belle donne della città che
in Santa Beparata per lui erano raunate, questa pul-
cella più piacque allo 'mperadore; e "1 padre di lei
dicendo allo 'mperadore ch'egli avea podere di far-
gliele basciare, la donzella rispose che già' uomo vi-
vente la bascerebbe se non fosse suo marito, per la
quale parola lo 'mperadore molto la commendò; e
il detto conte Guido preso d'amore di lei per la sua
avvenentezza, e per consiglio del detto Otto impe-
radore, la si fece a moglie, non guardando perch'ella
fosse di più basso lignaggio di lui, né guardando a
dote ; onde tutti i conti Guidi sono nati del detto
' Vedi : Aìhero e Storia della famiglia de' Conti Gnidi,
di Scipione Ammirato. Fir. 1640.
^ mai, tmqua come assoluta negasione. U già in questo
senso si desidera ancora nel Vocabolario. In senso quasi
di negazione colla corrispondenza del non, lo trovi in al-
cuni testi de* Oradi di S. Girolamo, 48: San Girolamo
dieee che già la mieerieordia di Dio non potrà avere ehi
mieerieordioeo non è, né già Dio non ttdirà le pngkUfti di
coluif ch$ eoe.
74
CROnCHB
conte e della delta donna in questo modo; che, come
dice di sopra, ne rimasono quattro figliuoli che ne
discesono rede; il primo ebbe nome Guiglielmo di
cui nacque il conte Guido Novello e 1 conte Simone:
questi furono ghibellini, ma per oltraggi che Guido
Novello fece al conte Simone suo fratello per la
parte del suo patrimonio, si fece guelfo e s'allegò
co^guelfi di Firenze, e di questo Simone nacque il
conte Guido da Battifolle: Faltro figliuolo ebbe nome
Ruggeri, onde nacquero il conte Guido Guerra, e 1
conte SaWatico, e questi tennero parte guelfa: Peltro
ebbe nome Guido da Romena onde sono discesi que-
gli da Romena, gli quali sono stati guelfi e ghibel-
lini; Taltro fu il conte Tegrimo onde sono quegli da
Porciano, e sempre furono ghibellini. Il sopraddetto
Otto imperadore privilegiò il detto conte Guido della
signoria di Casentino. Avemo si lungo parlato del
detto conte Guido (benché in altra parte avessimo
trattato del cominciamento di suo lignaggio) peroc-
ché fu valente uomo, e di lui sono tutti i conti Guidi
discesi, e perch''e^8uoi discendenti molto si mischia-
rono poi de7atti di Firenze, come per gli tempi fa-
remo menzione.
CAPITOLO XXXVUl.
Come si cominciò parie guelfa e ghibellina
in Firenze.
Negli anni di Cristo 1215 essendo podestà di
Firenze messer Gherardo Orlandi, avendo uno messer
Bondelmonte de' Bondelmonti nobile cittadino di Fi
renze, promessa a torre per moglie una donzella di
casa gli Amidei, ^onorevoli e nobili cittadini ; e poi
cavalcando per la città il detto messer Bondelmonte,
ch*era molto leggiadro e bello cavaliere, una donna
di casa i Donati il chiamò, biasimandolo della donna
ch^egli avea promessa, come non era bella né soffi-
ciente a lui, e dicendo : io v" avea guardata questa
mia figliuola : la quale gli mostrò, e era bellissima ;
incontanente per subsidio diavoli preso di lei, la
pronuse e isposò a moglie, per la qual cosa i pa-
renti della prima donna promessa raunali insieme, e
dogliendosi di ciò che messer Bondelmonte aveva
loro fatto di vergogna, si presono il maladetto isde-
gno, onde la città di Firenze fu guasta e partita; che
di più casati de* nobili si congiurerò insieme, di fare
vergogna al detto messer Bondelmonte, per vendetta
di quelle ingiurie. E stando tra loro a consiglio in
che mode il dovessero offendere, o di batterlo o di
' fedirlo, il Mosca de' Lamberti disse la mala parola :
cosa fatta, capo ha ; cioè che fosse morto : e così fìi
fhtto; che la mattina di Pasqua di Rìsurresso, si
rannaro in casa gli Amidei da Santo Stefano, e ve-
gnendo d'oltrarno il detto messere Bondelmonte ve-
stito nobilemente di nuovo di roba tutta bianca, e in
su uno palafreno bianco, giugnendo appiè del ponte
Vecchio dal lato di qua, appunto appiè del pilastro
«m la ^nsegna di Marti, il detto messere Bondel-
Uterrato del cavallo per lo Schiatta degli
lo Mosca Lamberti e Lambertuccio degli
e fedito, e per Oderigo FifìMiti gli
furono segate le vene e tratto ■ fine; e ebbevi con
loro uno deVonti da Gangalandi. Per la qual cosa la
città corse ad arme e romore; e questa aorte di
messer Bondelmonte fu la cagione e cominciamento
delle maledette parti guelfa e ghibellina io Firenze,
con tuttoché dinanzi assai erano le sette tra' nobili
cittadini e le dette parti, per cagione delle brighe e
questioni dalla Chiesa allo 'mperio ; ma per la morte
dèi detto messere Bondelmonte, tutti i legnaggi de*no-
bili e altri cittadini di Firenze se ne partirò, e chi
tenne co' Bondelmonti che presono la parte guelfa e
furonne capo, e chi con gli liberti che furono capo
de' ghibellini, onde alla nostra città segui molto di
male e ruina, come innanzi sarà menzione; e mai non
si crede ch'abbia fine, se Iddio noi termina. E bene
mostra che '1 nemico dell'umana generazione per le
peccata de' Fiorentini avesse podere nelP idolo di
Marti, eh* e* Fiorentini pagani anticamente adoravano,
che appiè della sua figura si commise sì fatto micidio,
onde tanto male è seguito alla città di Firenze. I ma-
ledetti nomi di parte guelfa e ghibellina, si dice che
si criarono prima in Alamagna, per cagione che due
grandi baroni di là aveano guerra insieme \ e aveano
ciascuno uno forte castello Tuno incontro all'altro,
che l'uno avea nome Guelfo e T altro GSiibeUino, e
durò tanto la guerra, che tutti gli Alamanni se ne
partirò, e l'uno tenne l'una parte, e l'altro l'altra; e
eziandio infino in corte di Roma ne venne la que-
stione, e tutta la corte ne prese parte, e Tuna parte
si chiamava quella di Guelfo, e l' altra queOa di Ghi-
bellino : e così rimasero in Italia i detti nomi.
CAPITOLO XXXIX.
Delle case e da' nobili che divennero guelfi e
ghibellini in Fìren%e,
Per la detta divisione questi furono i legnaggi
de* nobili che a quello tempo furono e divennero
guelfi in Firenze, contando a sesto a sesto, e simile
i ghibellini. Nel sesto d'Oltrarno furono guelfi i Nerli
gentiluomini tutto fossero prima abitanti in Mercato
vecchio: la casa de'Giacoppi detti Rossi, non però di
grande progenia di antichità, e già cominciavano a
venire possenti: i Frescobaldi, i Bardi, e' Mozzi, ma
di piccolo cominciamento; ghibellini nel sesto dVl-
trarno, de^ nobili, i conti da Gangalandi, Obriachl, e
Mannelli. Nel sesto di San Piero Scheraggio, i nobili
(he fiiroiio guelfi, la casa de' Pulci, i Ghenordini, i
Foraboschi, i Bagnesi, i Gnidalòtti, i Sacchetti, e'Ma-
nieri, e quegli da Quona consorti di quelti da Volo-
gnano, i Lucardesi, i Chiaramontesi, i Compiobbesi,
i Cavalcanti, ma di poco tempo erano stretti di mer-
catanti ; nel dello seiAo furono i ghibellini, la casa
degli liberti, che ne fu capo di parte, i Fifhnti,
gì' Infangati, e Amidei^ e quegli da Volognano, e
' Corrado OnebeUng e Liotario Volf, aaìmom rìruìì ,
dopo la morte di Enrico V seguita nel 1120, si ooiitra*
starono il trono imperiale e a* loro partigiani trasmisero
tutta la pioprìa rabbia. Di qoi l'orbino d«r GKlbelHni e
de' Guelfi. I Papi tennero (te* Guelfi, traplaetando in Italia
que' malad^tti nomi.
DI eiOVANNI VILLANI.
7$
Mal«8pim, 6on tuttoché poi per gli oltraggi degli
liberti loro vicini, eglino e più altri legnaggi di San
Piero Scheraggio si feciono guelfi. Nel sesto di Borgo
furono guelfi la casa de'Bondelmonti, e furonne ciipo;
la casa de^ Giandonati, i Gianflgliazzi, la casa degli
Scali, la casa de^Gaalterotti, e quella degrimportuni;
i ghibellini del detto sesto, la casa degli Scolari che
furono di ceppo consorti de' Bondelmonti, la casa
de'Guidi, quella de^Galli e Cappiardi. Nel sesto di San
Brancaiio furono guelfi i Bosticbi, i Tomaquinci, i
Vecchietti; i ghibelUni del detto sesto furono i Lam-
berti, i Soldanierì, i Ciprìani, i Toschi, e gli Amierì,
e Palermini, e Miglioretti, e Pigli, con tuttoché poi
parte di loro si fecero guelfi. Nel sesto di porte del
Duomo furono in quegli tempi di parte guelfa i To-
singhi, gli Arrigucci, gli Agli, i Sizii; i ghibellini del
detto sesto, i Bamcci, i Cattaui da Castiglione e da
Cersino, gli Agolanti, i Brunelleschi, e poi si feciono
guelfi parte di loro. Nel sesto di porte San Piero
furono de* nobili guelfi gli Adimari, i Visdomini, i
Donati, i Pazzi, que' della Bella, gli Ardinghi, e* Te-
daldi detti que"" della Vitella, e già i Cerchi comin-
ciavano a sdire in istato, tutto fossono mercatanti; i
ghibellini del detto sesto, i Caponsacchi, i Lisci, gli
Abati, i Tedaldini, i Giuochi, i Caligari: e molte altre
•chiatte d^orrevoli cittadini e popolani tennero l'uno
colfuna parte, e Paltro colI*altra, e si mutaro per gli
tempi d^ animo e di parte, che sarebbe troppa lunga
matera a raccontare. E per la detta cagione si co-
minciaro da prima le maledette parti in Firenze, con
tuttoché di prima assai occultamente, pure era parte
traVittadini nobili, che chi amava la signorìa della
Chiesa, e chi quella dello *mperìo, ma però in istato
e bene del comune tutti erano in concordia.
CAPITOLO XL.
Come fu presa la città di Damiata per i cristiani^
e poi perduta,
Neil* anno 1216 papa Innocenzo celebrò gene-
rale concilio a Roma per fare passaggio oltremare al
soccorso della Terra Santa, e più ordini fece, ma
poco appresso morì; e Tanno 1216 fu fatto papa
Onorio terzo nato di Roma, il quale segui poi fl detto
passaggio ove andarono molti Romani, e Italiani, e
Fiorentini, e andowi d* oltramonti Otto imperadore,
e più altri baroni d^Alamagna e di Francia Tanno
1218, e assediaro la città di Damiata in Egitto per
due anni, e dopo grande danno di mortalità di cri-
stiani, che vi morirò il detto Otto e molta di sua
gente, T anno appresso ebbono Damiata per forza, e
la 'nsegna del comune di Firenze, il lampo rosso
e ^1 giglio bianco, fu la prima che si vide in sulle
mura di Damiata, per virtù de'*pellegrini fiorentini che
furono de* primi combattendo a vincere la terra; e
ancora per ricordanza il detto gonfalone si mostra
per le feste nella chiesa di San Giovanni. E vinta
Damiata per gli cristiani, tutti i Saracini vi furono
morti e presi; ma poco la tennero i cristiani, per
dissensione che avvenne tra *1 legato del papa e^si-
gnori franceschi ch*aveano fatto il conquisto, per tale
modo> che Tanno di Cristo 1221 per assedio la ren-
derò i cristiani a* Saracini, riavendo i loro pregionL
CAPITOLO XU.
Come t Fiorentini fecero giurare alla città tutti t
contadini^ e si cominciò U ponte nuovo
dalla Carraia,
Negli anni di Cristo 1218, essendo podestà di
Firenze Otto da Mandella di Milano, i Fiorentini fe-
ciono giurare tutto il contado alla signoria del co-
mune, che prima la maggiore parte si tenea a signoria
de"* conti Guidi, e di quegli di Nangone, e di quegli
di Capraia, e da Certaldo, e di più cattani che 1
s^aveano occupato per privilegi, e tali per forza de-
gTimperadori. E in questo anno si cominciaro a fon-
dare le pile del ponte alla Carraia.
CAPITOLO XUl.
Come i Fiorentini presono Mortennana^ e compiessi
il ponte nuovo detto dalla Carraia,
Negli anni di Cristo 1220 essendo podestà di
Firenze messer Ugo del Grotto di Pisa, i Fiorentini
andarono a oste sopra uno casteOo degli Squarcialupi
che si chiamava Mortennana, il quale era molto forte,
ma per forza e ingegno si vinse; e quegli che per
suo ingegno Tebbe, fu fatto a perpetuo franco d'ogni
gravezza di comune, e egli, e^ suoi discendenti ; e 1
detto castello fu tutto disfatto infino alle fondamenta.
E questo anno medesimo si compiè di fare.il ponte
alla Carraia, il quale si chiamava il ponte nuovo, pe-
rocché allora la città di Firenze non avea che due
ponti, cioè il ponte Vecthio e questo detto Nuovo.
LIBRO SESTO
CAPITOLO I.
Come Federigo secondo fu consecrato e fatto im-
peradore^ e le grandi novitadi che furono,
NegU anni di Cristo 1220 il dì di Santa Cecilia
dì novembre, fn coronato e consecrato a Roma a im-
peradore Federigo secondo re di Cicilia, figlinolo che
fn dello *mpéhidore Arrigo di Soavia, e della impe-
radrice Costanza, per papa Onorio terzo, a grande
onore. Al cominciamento questi fu amico della Chie-
aa, e bene dovea essere, tanti beneficii e grazie avea
dalla Chiesa ricevute: che per la Cirieaa il padre tuo
78
CRONICHE
pero ì semgli, e antraro oe'borgìu della dui, e me-
Mine pren a Fireoie più 4i eutte dogento qobìbI.
In questo anno 1230 i Piorentiaì andarono ad
oste a Capoaelvoli in Valdambra alle confine d'A-
reno, imperciocché facea gnerl^ in Valdamo nel
contado di Firenae colla fona degH Aretini, e si era
della diocesi di Fiesole e del distretto di Firenze, e
presonlo, e disfecionlo.
CAPITOLO VU.
D^uno grande ndracoio ch'a^^etme a Santo Am-
brogio in Firenze del corpo di Cristo,
Nel detto anno 1229 il di di San Firenze di 30
di dicembre, uno prete della Chiesa di Santo Am-
brogio di Firenze ch'ayes nome prete Ugacdone, a-
vendo detta la messa e celebrato il sa^rìflcìe, e per
vecchiezza, non asoivgò bene il ealioe, p^ la goal
cosa il di appresso prendendo il detto calice, tro-
vowi dentro vivo sangne appreso e iacamato, e dò
fn manifesto a tutte le donne di quello mnnistero, é
a tutti i vicini che vi furono presenti, e al Teseovo, e
a tutto 11 cherfcato, e poi si palesò tra tutti i Fioren-
tini, i quali vi trassono a vedere con grande dev0-
tione, e trassesi y detto sangue del calice, e misesi
in una ampolla di cristallo, e ancora si mostra al po-
polo con grande reverenza.
CAPITOLO VnL
Ancora delia guerra da" Fiorentini a" Sanesi,
Negli anni di Cristo 1232 i Sanesi presono
Montepuldano, e disfedono le mura e tutte le for-
tezze della terra, iaH>erdocchè quelli di Montepul-
dano per mantenersi in loro libertade, si erano in
lega e compagnia co' Fiorentini; per la qual cosa i
Fiorentini andaro ad oste sopra i Sanesi, essendo
potesti di Firenze messer Iacopo da Perugia, e gua-
starono molto del loro contado, e puosono oste al
castello di Querciagrossa, presse a Siena a quattro
miglia, il quale era molto forte, e per forza d' edifi-
ca s' arrenderò ; e avuto il castello, il fedone tutto
disfere, e gli uomini' che v'erano dentro menare pre-
gioni a Firenze. E per quella guerra i Fiorentini fe-
done lega col conte Uberto di Maremma, il quale
si fece distrettuale di Firenze, e ogni anno per la
festa di San Giovanni mandava in Firenze una cerbia
coperta di scarlatto; e per suo testamento lasciò reda'
i Fiorentini, onde Portercole in mare, e più castella
che sono in Maremma, per ragione sono del conrane
di Firenze. U quale conte Uberto per tradimento fti
morto da' Sanesi, onde i Fiorentini si tennero forte
gravati, e più si riscaldarono della guerra centra i
Sanesi.
CAPITOLO IX.
Di novità di Fireme,
Nel detto anno s'apprese il feoco in Kreme da
casa i Caponsacchi presso di Mercato Vecchio, onde
arsono molte case, e araono ueauni e feaunine e fen-
dulli ventidue, onde fe grande danno.
CAPITOLO X.
Asècara della gnefrm di Siena.
L^anno appresso 1233 i Fiorentini fedone gran-
de oste sopra la città di Siena, e assediarla daUe tre
parti, e con molti difidi vi gittaro dentat) pietre as-
sai, e per più dispetto e vergogna vi manganarono
anni, e altra bruttura.
■
CAPITOLO XL
Ancora della guerra co" Saaeei.
Appresso, l'anno 1234, i Fiorentini ancora ri-
feciono oste sopra i Sanesi, e mossersi di Firenze a'
di 4 di luglio, essendo podestà di Firenze messer
Giovanni del Giudice di Roma, e stettono in oste sopra
il loro eontado cinquantatre di, e disfedono Asdano
e Orgiale, con quarantatre tra castella e ville e grandi
fortezze, onde i Sanesi rìcevettono gran dammaggio ^.
CAPITOLO XIL
Di notila di Firen^,
Nel detto anno per Pasqua di Natale, s^ apprese
il fuoco in Fvenze nel borgo di piazza oRramo, e quasi
arse tutto con grandissimo danno. E nota quanta
pesUlenzia la nostra città ha ricevuta di feechi ap-
presi, che quasi, tra più volte, il più della città è
stato arso e rifetto.
CAPITOLO XnL
Come fu falla pace da^ Fiorentini a^ Sameti.
Negli anni di Cristo 1235 essendo podestà <fi
Firenze messer Compagnone del Poltrone, apparec-
chiandosi i Fiorentini di fere^opra la dttà ^ Sienn
maggiore oste che per gli anni passali non aveano
fetta, e' Sanesi veggendosi molto guasti del.loro con-
tado, e la loro forza e potenza molto affiebolita^ ni
rìchiesono di pace i Fiorentini, la quale fu esaudita e
ferma con patti, eh' e' Sanesi alle loro spese rìfaces*
sono Montepulciano, e quetassonla d^ogni ragione e
domanda, e alle loro spese, a petizione de' Fiorentini,
fomisiono il castello di Montalcino, il quale era in
lega co' Fiorentini, e riebbono i loro pregioni: la
quale guerra pienamente era durata sei anni, onde i
Fiorentini ebbene grande onore. Lasceremo alquanto
de' fettì di Firenze e dd paese intorno, faceeado in-
cidenzia, tornando addica, per raccontare de* fettì
e dell'opere e guerre dello 'mperadere Federigo alla
Chiesa di Roma, le quali no? itadi furono si grandi,
che bene sono da notare, imperdocchò furono coni*-
* y. A. danno, dal provMii. doimHa$tj a ragiona sepolto
tra le sferre vecchie. '
DI GIOVANNI VILLANI.
11
che in luogo della mercatansia mandasaeiro almeno
altrettante some dì qua! più vile cosa si fosse, ac-
ciocché quella onta non focessono a loro^ e il co-
mune di Firenze de^'suoi danari ristitnirebbe i suoi
cittadini; e se ciò non volessono fare, che protesta-
vano che più non poteano durare P amisti insieme, e
che comincerebbono loro guerra ; e questa rìchesta
dorò per più tempo. I Pisani per loro superbia, pa-
rendo loro essere signori del mare e della terra, rì-
spuosono a^ Fiorentini, che qualunque ora eglino n-
scissono a oste, rammeuerebbono ^ loro la via \ e
così avvenne; che eTiorentini non possendo più sos-
tenere r onta e 1 danno che faceano loro i Pisani,
cominciaro loro guerra. Questo cominciamento e ca-
gione della detta guerra, com' è detto di sopra, sa-
pemmo il vero da antichi nostri cittadini, che i loro
padri furono presenti a queste cose, e ne feciono
loro ricordo e memoria.
CAPITOLO lU.
Come i Pi$am furono sconci da" Fiorentini a
Casteldelbosco,
Avvenne che gli anni di Cristo 1222, i Fio-
rentini s^apparecchiaro d'andare ad oste sopra la
dita di Pisa, » partiti di Firenze del mese di luglio,
i Pisani, come aveano promesso, si feciono loro al-
lo^ncontro al luogo detto Casteldelbosco nel contado
di Pisa. Quivi s** aflrontaro insieme, e fuwi grande
battaglia. Alla fine i Pisani vi furono sconOtti da' Fio-
rentmi a dì 21 di luglio del detto anno, e molti ne
furono morti, e presi ne vennero a Firenze per nu-
mero mille trecento uomini, e de* migliori della città
di Pisa; e così si mostra per giudicio di Dio, eh* e*
Pisani avessono quella disciplina per la loro superbia,
arroganza, e ingratitudine. Avemo si lungamente detto
sopra questa materia da* Fiorentini a' Pisani, perchè
sia notorio a ciascuno il cominciamento di tanta
guerra e dissensione che ne segui appresso, e grandi
avversità e battaglie e pericoli in tutta Italia, e mas-
simamente in Toscana, e alla città di Firenze e di
Pisa; e cominciossi per cosi vii cosa, come fu per
la tenzone^ d* uno piccolo cagniuolo, il quale si può
dire che fosse diavolo in ispezie di catellino, per-
chè tanto male ne seguio, come per innanzi faremo
menzione.
CAPITOLO IV.
Come % Fiorenind andarono ad oste a Fegghàne^
e feciono VAncisa.
Negli anni di Cristo 1224, quegli del castello
di Fegghine in Valdamo, il quale era molto forte e
possente di genti e di ricchezze, si rubellaro, e non
Yollono ubbidire al comune di Firenze; per la qual
cosa nel detto anno, essendo podestà in Firenze mes-
' gì' hicontrerebbono a mezza via.
' Co^ la lezione de' Oinnti. D testo Dsvanaati reca
condNCOy altri Umaa,
ser Gherardo Orlandi, 1 Fiorentini per comune fe-
ciono oste a Fegghine, e guastarla intomo, ma non
Pebbono; e per battifolle, ovvero bastita, tornando
r oste de* Fiorentini a Firenze, si puosono i Fioren-
tini il castello deirAncisa, acciocché al continuo
colle masnade de* Fiorentini fosse guerreggiato il
castello di Fegghine.
CAPITOLO V.
Come % fiorentini fecero oste sopra Pistoia^
e guastarla intomo.
Negli anni di Cristo 1 228, essendo podestà di
Firenze messer Andrea da Perugia, i Fiorentini feciono
oste sopra la città di Pistoia col carroccio, e ciò fu
perchè i Pistoiesi guerreggiavano e trattavano male
quegli di Montemurlo; e guastò la detta oste intomo
alla città infino alle borgora, e disfeciono le torri di
Monteflore eh* erano molto forti, e *1 castello di Car-
mignano s' arrendè al comune di Firenze. E nota, che
in su la rocca di Carmignano avea una torre alta
settanta braccia, e ivi su due braccia di marmo, che
faceano le mani le fiche a Firenze, onde per rim-
proccio usavano gli artefici di Firenze quando era
loro mostrata moneta o altra cosa, diceano: non la
veggo^ perocché m'è dinanii la rocca di Carmignano:
e per questa cagione feciono i Pistoiesi le comanda-
menta de' Fiorentini siccome seppono divisare i Fio-
rentini, e feciono disfare la detta rocca di Car-
mignano.
CAPITOLO VI.
Come i Sanesi ricominciaro la guerra ai
Fiorentini per Montepulciano,
Negli anni di Cristo 1 229, i Sanesi rappono la
pace a' Fiorentini, imperciocché centra i patti della
detta pace, i Sanesi feciono oste sopra Montepulciano
del mese di giugno nel detto anno. Per la qual cosa
il settembre vegnente, essendo podestà di Firenze
messer Giovanni Bottacci, i Fiorentini feciono oste
sopra i Sanesi, e guastarono il loro contado infino
alla pieve a Sciata verso Chianti, e disfeciono Mon-
telisciai, uno loro castello presso a Siena a tre mi-
glia. E poi Tanno appresso, essendo podestà di Fi-
renze Otto da Mandella di Milano, i Fiorentini fecio-
no generale oste sopra Siena a di 31 di maggio
Tanno 1230, e menaro il carroccio, e valicaro la
città di Siena, e andarono a Sanquirico a Rosenna,
e disfeciono il bagno a Vignone; e poi andaro per
la valle d'Orcia infino a Radìcofani, e passare le
Chiane per guastare i Perugini, perchè aveano favo-
rati i Sanesi, domandando ginridizione del lago, per
ragione che avea la badia di Firenze per privilegio
del marchese Ugo. Ma i Peragini richesto Taiuto de*
Romani, i Fiorentini si partirò di sopra il contado di
Peragia, e tornaro in su quello di Siena, e disfeciono
da venti tra castella e gran fortezze, e tagliaro il pi-
no da Monteceleste, e tornando si puosono a Siena
a campo, e per forza combatterò Tantiporte, e mp«
80
CaMMnCHE
a ptMaggìo per la detti diicor&L roi a re Gio- 1 CAPITOLO XVIL
vani tonò a Rona al pqw, doglieodoai bmIIo di
Federigo, e andosseBe in Loaibardia, e da'Lombardi Carne lo ^w^peródore Federigo panò diremmo e fece
pace coi soldamo^ e rìMe Genuaiewty amtrm 90Ùmià
della Chiesa.
tolto fo onorato, e nbbidieno ha più ehe lo ''npe-
radore; onde grande parte e sette si cominciaro in
Lombardia e in Toscana, che molte terre sì teneano
dalla parte delb Chiesa e del re Gioranni e altre
con^ imperadore. Poi lo re CSovanu andò in Francia
e in Inghilterra, e grande lùito ebbe da tatti qne' si-
gnori per lo passaggio, e per mantenere le terre
d^oltremare che si leneano per gli crìstianL
cAPrroLO xvL
Còme la Chiesa ordinò il passaggio oliremare ondfera
capiUmo lo ^mperadore Federigo^ il guale^ wwsso lo
stuolo^ si tornò addietro.
Infira qnesto tempo papa Gregorio con grande
sollecitodine, formò Tapparecchiamento del passaggio
d^oltremare. Per lo detto papa Gregorio si richiese
lo ^mperadore Federigo che attenesse la promessa
e saramento fatto aUa Chiesa d^andare oltremare con
uno legato cardinale, e egli fosse signore dello stuolo
in mare e in terra. Il quale imperadore fece tutto
Fapparecchiamento, e collo stuolo de^crìstiani si partì
di BrandÌ£Ìo in Puglia, gli anni di Cristo 1233: e
come lo stuolo fu alquanto infra mare, e mosso a
piene vele, lo "mperadore Federigo segretamente fece
Tolgere la sua galea, jc tomossi in Puglia, sanza an-
dare oltremare, egli e gran parte di sua gente. Per
la qnal cosa il papa e tutta la Chiesa indegnati del-
l'* opere e falli di Federigo, tegnendo eh* egli avesse
ingannata e tradita la Chiesa e tutta la cristianità, e
messo in grande perìcolo le bisogne e 1 soccorso
della Santa Terra d'oltremare, il detto papa Gregorio
scomunicò da capo il detto imperadore Federigo, gli
anni di Cristo 1233. Questo ritomo che lo "mpera-
dore fece, e non seguire fl passaggio giurato, egli
medesimo e chi lo volle difendere disse, ch^avea sen-
tito, che come fosse oltremare, il papa e la Chiesa
col re Giovanni gli dovea rubellare il regno di Cicilia
e di Puglia: altri dissono che 1 detto imperadore al
continuo s^intendea col soldano di Babilonia per let-
tere e messaggi e grandi presenti^ e eh' egli gli mandò
con patti e fatti e fermi, che s" egli rompesse il detto
grande passaggio, (temendo forte de^ cristiani) che a
sua volontà il metterebbe in signoria e sagina * del
reame di Gerusalem sanza colpo di spada; le quali
di sn dette cagioni e V una e V altra pareano essere
il vero, per le cose eh' avvennero appresso ; imper-
ciocché con tutta la pace e accordo fatto dalla Chiesa
allo "mperadore, sempre di ciascuna parte rimase la
mala volontà, e maggiormente nello^ mperadore, per
la superbia.
*Voea antica • tolta pari pari dalla francese Éoieinef non
■HSti ohe tagire da »amr. Vale godimenU}, po88e$80,
Hidare tra le moflEOe e proacrìtte. Vedi il Da
Poi gli anni di Cristo 1234 lo 'mperadore Fede-
rigo fatta sna armata e grande appareccàiamenlo, ama
richiedere fl papa o la Chiesa, o nallo altro signore
de' cristiani, si mosse di Puglia e andcmne oltrenMra
più per avere la signoria di Gemsalem, come gli area
promessa fl soldano. che per altro boefido di cri-
stianità: e ciò apparve apertaa^nle, che giunto fan ia
Cipri, e numdato in Seria innanai U ano maHscdco '
con parte di sua gente, non intese a gnerreggiare i
Saracini, ma i cristiani; che tornando i peflegrini d^nna
cavalcata fatta sopra i Saradni con grande preda e
molti pregioni, fl detto maliscalco combattè con loro,
e molti n"" uccise, e rubò loro tutta la preda. B qnesto
si disse che fece per lo trattato che lo ^mperadore
tenea col soldano, stando lui in Cipri, che spesso sì
mandavano ambasciadori e ricchi preaenti- B dò btto,
lo 'mperadore n^ andò in Acri, e volle distee fl tempio
d'Acri a' tempieri, e fece torre loro casteOa, e OModò
suoi ambasciadori a papa Gregorio che gli piacesse
di ricomunicarìo, imperdocchè avea fatta sna peni-
tenza e saramento; dal quale papa non fn intesa sna
petizione e richesta , imperciocché al papa e aDn
Chiesa era palese per lettere e per messaggi venuti
di Soria dal legato del papa, e dal patriarca di Ge-
rusalem, e dal mastro del tempio, e da quello dello
spedale, e da più altri signori di là, che lo ^mpera-
dorè non facea in Soria nullo benefido comune deaeri--
stianl, né coi signori eh" erano di là non consi-
gliava' al racquisto della Terra Santa; ma istava in
buttati col soldano e co' Saracini, e al detto trattato
e accordo diede compimento abboccandosi a parla-
mento col soldano, nel quale il soldano gli fece molta
reverenza, dicendogli: tu se' Cesare de" Romani, mag-
giore signore di me. L' accordo fu tra loro in questo
modo, che 1 soldano gli rendè a questo la dttà di
Gerusalem, salvo fl tempio Domimi, che vofle riauh-
nesse alla guardia de' saradni, acdocohè vi si gri-
dasse V asalà^ e chiamasse Maometto, e lo Hnpera-
dorè l'assentì per dispetto e mala volontà eh* uvea
co' Tempieri, e lasciogti il soldano tutto fl reame di
Gerusalem, salvo il castello chiamato fl Craito di
Monreale, e più altre castella fortissime alle firontiere,
e erano la chiave e l'entrata del reame. Alla qual
pace non fu consenziente fl legato del papa cardi-
nale, né 'I patriarca di Gerusalem, né i Tempieri, né
gli Spedalieri, né gli altri signori di Soria, né i ca-
pitani de' pellegrini, imperdocchè a loro parve blsa
pace, e a danno e vergogna de' cristiani, e a scon-
cio del racquisto di Terra Santa. Ma però lo'mpera-
dore Federigo non lasciò, ma co' suoi baroni e col
maestro maggiore della magione degli Alamanni andò
' Questa voce originata dal tedesco proprìameata vaia
eomandoìUe di eavcUleriaf ma qi^di fta recata a significa*
re capo tupremo di tuUo un eterciCa Da essa forse è da
ripetere Fal^ di mareiciaUo oggi osatìasinuu
* prendea consiglio.
DI GIOVANNI VILLANI.
81
In Crerusalem, e fecesi coronare in mezza quaresima,
gli anni dì Cristo 1235. E ciò fatto, sì mandò suoi
ambascladori in ponente a significarlo al papa, e al
re dì Francia, e a piti altri re e signori com' era co-
ronato, e possedea il reame di Genisalem: della qnal
cosa il papa e tntta la Chiesa ne furono cmcciosi a
morte, conoscenda eome ciò era falsa pace, e con
inganno a piacere del soldano, acciocch' e' pellegrini
oh* erano iti al passaggio noi potessono guerreg-
giare. E videsi apertamente, che poco appresso che
Federigo fu tornato in ponente, ì Saracini ripresono
Geruialem, e quasi tutto il paese che 1 soldano gli
avea renduto, a grande danno e vergogna de* cri*
stfant; e rimase la Terra Santa e la Sona in peggiore
stato che non la trovò.
CAPITOLO xvin.
Come io^mperadare tornò d* oUremare porche gii
ora rubeliato il regno , e come ricomnciò la guerra
colla Chiesa,
Come papa Gregorio seppe la falsa pace fatta per
lo *mperadore Federigo col soldano , a vergogna e
daino de* cristiani, incontanente ordinò col re Gio-
vanni, il quale era in Lombardia, che colla forza della
Chiesa entrasse con gente d*arme nel regno di Puglia
a mbeHare il paese a Federigo imperadore, e così
fece, e gran parte del regno ebbe a'suoi comanda-
menti e della Chiesa. Incontanente che Federigo ebbe
oltreoMu^ la novella, senza indugio bì partì e venne
in Ponente, e di là lasciò un suo maliscalco, il quale
non intese ad altro che a guerreggiarsi co*baroni di
Sona per occupare loro città e signoria, eh* e* loro
anticessori con grande affanno e dispendio e spargi-
mento di sangue aveano conquistato sopra i saracini,
e combattessi col re Arrigo di Cipri e coi baroni di
Sona, e sconfissegli a saetta ' ; ma poi fa egli scon-
fitto in Cipri, e perde quasi tutto il reame di Geru-
salem, che in poco tempo *1 ripresone i saracini, per
la discordia eh* era tra 1 detto maliscalco e gli altri
signori cristiani. E chi queste storie vorrà meglio
sapere, le troverà distesamente nel libro del con-
quisto. Lasceremo omai de" fatti d* oltremare, e di-
remo di Federigo , il quale con due galee solamente,
gli anni di Cristo 1236, arrivò al castello d*Astone
in Puglia, la quale fu la prima terra che gli s^ ar-
rendè; e, lui arrivato in Puglia, raunò le sue forze, e
cominciarei le terre a ritornare alla sua signoria; e
mandò in Alamagna per Currado suo figliuolo, e
per Io duca d* Osterich % ì quali con gente grande
vennero in Puglia , e per la loro forza tutto il paese
ehe gli s*era mbellato racquisiaro, e più; che M pa-
trimonio di San Pietro, e il ducato di Spulato , che
sono prqnio retaggio della Chiesa, e la marca d* An-
cona, e la dttà di Benevento, camera della Chiesa^ occu-
pò, menando in loro oste i saracini di Nocera, tutto tol-
sono a Santa Chiesa, e 1 papa Gregorio quasi assediaro
in Roma, e con dispendio di moneta fatto per Federigo
a certi malvagi nobili romani, avrebbe preso il detto
papa Gregorio in Roma , il qualis accorgendosi di ciò,
trasse di Santo Santoro ^ di Laterano la testa dei
beati apostoli Pietro e Paolo, e con essi in mano,
con tutti i cardinali, vescovi, ed arcivescovi, e altri
prelati eh* erano in corte , e col chericato di Roma,
con solenni digiuni e orazioni; andò per tutte le
principali chiese di Roma a processione , per la quale
devozione e per miracolo dei detti santi apostoli, il
popolo di Roma fu tutto rivocato alla dìfensione del
papa e della Chiesa, e quasi tutti si cruciarono^ contra
Federigo , dando il detto papa indulgenza e perdono
di colpa , e di pena. Per la qual cosa Federigo , che
di queto ^ si credeva intrare in Roma e prendere il
detto papa, sentita la detta novitade, temette del
popolo di Roma e si ritrasse in Puglia, e il detto
papa ta liberato , con tuttoché molto fosse afflitto dal
detto imperadore, perocch* egli tenea tutto il Regno
e Cicilia, e avea preso il ducato di Spuleto, e Cam-
pagna, e il patrimonio Santo Piero, e la Marca, e
Benevento , come detto è di sopra , e distruggea in
Toscana e in Lombardia tutti i fedeli di Santa Chiesa.
CAPITOLO XDC.
Come lo*mpera4pre Federigo fece eh* e^ Pisani pre-
sone in mare i prelati della Chiesa che venieno al
concilio.
Papa Gregorio veggendo la Chiesa di Dio così
tempestata da Federigo imperadore, ordinò di fnre
a Roma concilio generale, e mandò in Francia due
legati cardinali : Tuno fu messer Iacopo vescovo di
Pilestrino , e Taltro messer Oddo vescovo di Porto
detto il cardinale Bianco , acciocché richiedessono il
re Luis di Francia e quello d* Inghilterra d* aiuto con-
tra Federigo, e che sommovessono tutti i prelati
d* ollremonti a venire al concilio , per dare sentenzia
contra Federigo. I quali legati sollicitamente fecero
loro legazione , e predicando contro a Federigo, tutto
il ponente scommossono contra lui. E'I cardinale
Bianco ne venne innanzi con molti prelati , arcive-
scovi e vescovi, e abati i quali arrivarono a Nizza in
Proenza , e poco appresso vi venne e arrivò 1* altro
cardinale di Pilestrino , imperciocché per Lombardia
non poterono avere il cammino, che Federigo avea
a sua gente^ fatti prendere i passi e le strade in To-
scana e in Lombardia. Per la qual cosa papa Gregorio
* rapidissimamente, lo stesso che folgorando, 8* aggiun-
ga qaesto modo alia Crusca.
' Austria. Così Dante, Inf. 32: Di verno la Danoia in
Au9imceh,
• * Cosi ohiamavaiin le città più fedeli e fido rìcoveio a
parte di Chiesa. Similmente Camere d impero dioevansi le
città ghibelline, nelle quali meglio confidavano grimpera-
dorì. E l'uno e T altro modo mancano alla Crusca.
' Santuario: è storpiamento di Saneta Sanetorum,
^ si crociarono, alia Ialina. Anche Ricord. Malisp. 132:
E crudosèi per andare oltremare. Quelli che passarono al
conquisto di Terra Santa ebbero nome dalla croce di
panno scarlatto ricucita loro sulla spalla sinistra. Appresso
si chiamarono crociati quanti ebbero presa la croce a di-
fesa del Papa e della Chiesa anche contro a* Principi cristiani.
^ chetamente, sensa contrasto.
* da sua gente: qui Va sta per da segno del sesto ca-
so. Così Bocc. nov. 16: Amenduni li fece pigliare a ire
noi HTvidùrù Si usa però a questo modo quasi sempre
dopo un infinito retto dal verbo /ore, latciare e simili.
6
82
CROMCHB
mandò a^ Genovesi ohe con loro navitio, alle spese
della Chiesa, dovessono levare i detti cardinali e
prelati da Nizza , e conducergli per mare a Roma ;
la quale cosa fu fatta: ch'adii armarono in Genova,
che galee e che uscieri^, e batti, e barcosi in quan-
tità, da sessanta legai, onde fu ammiraglio messer
Guglielmo Ubbriachi di Genova. Lo ''mperadore Fe-
derigo, il quale non dormia a perseguitare Santa Chiesa,
mandò Enzo suo figliuolo bastardo con galee armate
del Regno a Pisa , e mandò a** Pisani che dovessono
armare galee, e intendere^ col detto Enzo a prendere
i detti prelati; i quali armerò quaranta galee di
molta buona gente , onde fu ammiraglio messer Ugo-
lino Buzzaccherìni di Pisa ; e sentendo la venuta de^
legni de" Genovesi, si feciono loro incontro tra Porto
Pisano e Tisola di Corsica. E ciò sentendo i cardi-
nali, e"* prelati, e** signori eh** erano in snlF armata
de* Genovesi, pregarono V ammiraglio che tenesse la
via di fuori dall' isola di Corsica per ischifare V ar-
mata de' Pisani, non essendo la loro armata con
tante galee di corso e da battaglia^, e molti legni
grossi carichi di cavalli e d** arnesi e di chericì e di
gente disutile a battaglia. Messere Guglielmo Ubbriaco,
eh' era di nome e di fatto ^, e nomo di testa^ e di poco
senno, non volle seguire quello consiglio, ma per
sua superbia e disdegno de** Pisani si volle condncere
alla battaglia, la quale fu aspra e dura, ma tosto fu
sconfitta r armata de' Genovesi da* Pisani , onde fh-
rono presi i detti legati cardinali e prelati , e molti
n' annegaro e gittaro in mare sopra lo scoglio , ov-
vero isoletta che si chiama la Meloria, presso a Porto
Pisano , e gli altri ne menarono presi nel Regno , e
più tempo gli tenne lo *mperadore in diverse pregioni ;
e ciò fu gli anni di Cristo 1237. Per la qual cosa la
Chiesa di Dio ricevette grande danno e persecuzione ;
e se non fossono i messaggi del re Luis di Francia,
e le minacce, se non lasciasse i prelati di suo reame,
Federigo non gli avrebbe mai diliberì*; ma per paura
della forza de' Franceschi, quegli eh* erano rimasi in
vita poveramente diliberò di pregione , ma molti ne
morirò innanzi per diverse pregioni , fame , e disagL
Per la detta presura furono scomunicati i Pisani, e
tolto loro ogni beneficio di Santa Chiesa, e comin-
ciossene la prima guerra tra* Genovesi e* Pisani : onde
poi Iddio per lo suo giudido, de* Pisani per la forza
de' Genovesi fece giusta e aspra vendetta, come in-
nanzi farò menzione.
CAPITOLO XX.
Come i MUanen furomo scon/Ufi dallo *mperadore.
Poiché Federigo imperadore si fu partito dal-
Tassedio di Roma , e tornato in Puglia , come addietro
' parte galee e parte nsoierL Uiciere h una specie di
naye da carico: batti e harcon, antichi navi^ da guerra
a remo, i primi traenti alle Baetde, i seoondi più rigonfi
nella carena.
' intendersi, accordarsi.
^ galee da trascorrere e aggirare U nemico, e combat-
terlo.
* Qualche tetto e forse meglio i eh* era eoi nóm$ il fatto.
'^ caparbio, coccinto : dicesi anche e«Mr uomo di 9ua ietta.
• fotti liberi. Più sotto è dUiberò per liberb.
facemmo menzione, ebbe novelle come la città di
Milano, e Parma, e Bologna, e più altre terre di
Lombardia e di Romagna s'erano rubellate dalla saa
signoria, e leneano parte coUa Chiesa. Per la qnal
cosa si parti del Regno, e andonae colle ave forze ia
Lombardia, e là fece molta guerra alle ciitadi che si
teneano colla Chiesa. Alla fine i Milanesi con tutta
loro forza, e del legato del papa, e di tutta la lega
di Lombardia , che teneano colla Chiesa , s* affroa-
taro a battaglia col detto imperadore al luogo detto
Cortenuova, e dopo grandissima battaglia, i Milanesi e
tutta loro oste furono sconfitti, gli anni di Cristo
1237, onde rìcevettono gran danno di auirti e di
presi; e prese il carroccio loro, e il loro podestà
eh' era figliuolo del dogto di Vinegia, e lui e molti
nobili di Milano e di Lombardia ne mandò presi in
Puglia , e il detto podestà fece impiccare a Tram in
Paglia sopra nn*alta t<Hrre alla marina, e gli altri
pregioni, cui fece morire a tormento, e eoi in era-
deli carcere. Per la detta vittoria lo *mperadore rico-
verò la sua signoria , e assediò Brescia oon più di
seimila cavalieri , e furonvi i guelfi e i ghibellini di
Firenze a gara al servigio dello imperadore, e poi
l'ebbe a patti ; e simile tutte le città e terre di Lom-
bardia, salvo Parma e Bologna, e montò in grande
superbia e signoria, e *1 papa e la Chiesa e tatti i
suoi seguaci n* abbasserò molto in tutta Italia. Per la
qual cosa poco tempo appresso papa Gregorio quasi
per dolore infermò , e poi morì a Roma gli anni di
Cristo 1 239 ; e dopo lui fu fatto papa Celestino nato
di Milano, ma non rivetto che diciassette di nel pa-
pato, e vacò la Chiesa senza pastore venti mesi e
mezzo ^, imperciocché era tanta la forza di Federigo,
che non lasciava fare papa, se non fosse a sua vo-
lontà. E di ciò era grande contrasto nella Chiesa,
ch'e* cardinali erano tornati a piccolo numero per le
tribolazioni e awersitadi eh' avea avute la Chiesa
dal detto Federigo , e era si infiebolita la foraa e la
baldanza della Chiesa, che non ardivano gli cardinali
a fare più oh* allo 'mperadore piacesse, ed a fare il
suo volere non s* accordavano e non piaceva loro.
CAPITOLO XXI.
Come Federigo imperadore assediò e prese la ciiià
di Faenza*
Nella detta vacazione, cioè gli anni di Cristo
1240, Federigo imperadore tribolando e perseguendo
tutte le terre e città e signori che si teneano alla
fedeltà e obbedienza di Santa Chiesa, si entrò nella
contea di Romagna, la quale si dicea eh* era di ra-
gione di Santa Chiesa, e quella ribellò e tolse per forzs,
salvo che si tenne la città di Faenza, della quale
stette con sua oste all'assedio sette mesi, e poi Tebbe
a patti , e nel detto assedio ebbe gran diffiilta di vit-
tnaglia e di moneta , e poco vi fosse più dimorato
ali* assedio, era stancato ; ma lo ^mperadore per suo
senno , fallitagli la moneta , e impegnati i anoi gio-
ielli e vaseUamenti, e più moneta non potea rime-
* Testo Dav. in mezxo.
DI GlOVANNt VILLANI.
83
dire * , si ordinò di dare a* suoi cavalieri e a chi
servìa V oste una stampa in cuoio di soa figura, sli-
mandola in luogo di moneta , siccome la valuta d'uno
agostaro d^oro , e quelle stampe permise di fare
buone per la detta valuta a chiunque poi Tarreoasse
al suo tesoriere , e fece bandire che ogni maniera di
gente per tutte vittnaglie le prendesse siccome mo-
neta d* oro, e cosi fu fatto , e in questo modo civan-
lò^ la sua oste. E poi avuta la città di Faenza, a chi-
unque avea delle dette stampe gli cambiò ad ago-
stari ^ d' oro, i quali valea V uno la valuta dì fiorini
nno e quarto, e dall'uno iato delF agostaro impron-
tato era il viso delio 'mperadore a modo di Cesari
antichi, e dall'altro una aguglia, e era grosso, e di
carati venti di fine paragone, e questa moneta ebbe
grande corso al suo tempo e poi. B assai nella detta
oste furono i Fiorentini guelfi e ghibellini in servi-
gio deUo imperadore.
CAPITOLO xxn.
Come lo ^mperadort fece pigliare il re Arrigo suo
figliuolo.
in questi medesimi tempi, con tuttoché assai
prima si cominciasse, Arrigo Sciancato, primogenito
del detto Federigo imperadore, U quale avea fatto eleg-
gere daletlorì d' Alamagna re de' Romani, come ad-
dietro fatta è menuone, veggendo egli che lo 'mpera-
dore suo padre fecea ciò che potea di contrario a
Santa Chiesa, della qual cosa prese coscienua, e pii^
volte riprese il padre, eh* egli faceva male, della qual
cosa lo 'mperadore il si recò a contrario, e non aman-
dolo né trattandolo come figliuolo, fece nascere falsi
accusatori che '1 detto Arrigo gli volea fare rubella-
sione, a petìiione della Chiesa, di suo imperio; per
la qual cosa, o vero o falso che fosse, fece prendere
il detto suo figliuolo re Arrigo, e due suoi figliuoli,
piccoli garzoni , e mandogli in Puglia in diverse car-
cere, e in quelle il fece morire a inopia a grande
tormento : I figlinoli poi fé' morire Manfredi. Poi lo 'm-
peradore mandò in Alamagna , e da capo fece eleg-
gere re de' Romani succedente a lui Currado suo
secondo figliuolo; e ciò fu gli anni di Cristo 1236.
Poi alquanto tempo , lo 'mperadore fece abbacinare ^
il savio uomo maestro Piero dalle Vigne , il buono
' V. A. procacciare, mettere iusieme. Nel Boco. nov.
76, 16: Mi disse che tu avevi quinci su una gtovaneUct^
òhe fu tenevi a tua posta^ e dovile ciò, che tu potevi rime-
dire. Forse questo yerbo & metatesi di redimere, che in
latino fra i molti significati ha qadlo di riscuotere, ncu-
perare,
* provvide. Qualche testo legge: avanzò.
' moneta, di vaiata di mi fiorino e un quarto d'oro, grossa
e di venti carati di paragone. I numismatici T hanno per
aiai^ rara. Vedi il Yaleriani, Bieereke eritiehe ed economiche
deW Agostaro, Bologna 1819. Traeva il nome da Augusto,
avendo da una banda improntata la testa di un impera-
tore, dall'altra un' aquila al modo degli antichi Cesari.
* lo fece accecare facendogli tener gli occhi aperti so-
pra ad un bacino rovente.
dittatore ^, opponendogli ^ tradigione, ma ciò gli fu
fatto per invidia di suo grande slato, per la qual
cosa il detto savio per dolore si lasciò tosto morire
in pregione, e chi disse ch'egli medesimo si tolse
la vita.
CAPITOLO xxm.
Come si cominciò la guerra tra papa Innocenzo
quarto e lo ^mperadore Federigo,
Avvenne poi , come piacque a Dio , che fu eletto
papa messer Ottobuono dal Fiesco, de' conti da La-
vagna di Genova, il quale era cardinale, e fu fatto
papa per lo piii amico e confidente che lo 'mperadore
Federigo avesse in Santa Chiesa, acciocché accordo
avesse dalla Chiesa a lui, e fu chiamato^ papa Inno-
cenzio quarto, e ciò fìi gli anni di Cristo 1241 , e
regnò papa anni undici , e riempiè la Chiesa di molti
cardinali di diversi paesi di cristianità. E come fu
eletto papa , fìi recata la novella allo 'mperadore Fe-
derigo per grande festa , sapendo eh' egli era suo
grande amico e protettore. Ma ciò udito lo'mperadore»
si turbò forte, onde i suoi baroni si maravigliarono
molto, e qne' disse: non vi maravigliate, perocché
di questa eleaione avemo molto disavanzato^ -, eh' egli
ci era amico cardinale, e ora ci fia nimico papa: e
cosi avvenne ; che come il detto papa fu consecrato,
si fece richiedere allo 'mperadore le terre e le giu-
ridisioni che tenea della Chiesa , della quale richiesta
lo 'mperadore il tenne più tempo in trattato d'accordo,
ma tutto era vano e per inganno. Alla fine veggen-
dosi il detto papa menare per ingannevoli parole , a
danno e vergogna di lui e di Santa Chiesa, divenne
piii nimico di Federigo imperadore che non erano
stati i suoi anticessorì *, e veggendo che la forza dello
imperadore era sì grande, che quasi tutta Italia ti-
rannescamente signoreggiava , e' cammini tutti presi,
e per sue guardie guardati, che nullo potea venire
a corte di Roma sanza sua volontà e licenza , e '1
detto papa veggendosi per lo detto modo così asse-
diato , sì ordinò segretamente per gli suoi parenti di
Genova , e fece armare venti galee , e subitamente le
fece venire a Roma , e ivi su montò con tatti i car-
dinali e con tutta la corte, e di presente si fece por-
tare alla sua città di Genova sanza contrasto ninno ;
e soggiornato alquanto in Genova, se n'andò a Leone
sovra Rodano per la via di Proenza ; e ciò fu gli anni
di Cristo 1241.
CAPITOLO XXIV.
Della senleraia che papa Innocenzio diede al con-
dito a Leone sowa Rodatèo^ sopra Federigo im-
peradore.
Come papa Innocenzio fu a Leone , ordinò con-
cilio generale nel detto luogo , e fece richiedere per
' dettatore, scrittore, maestro, segretario. Narrano le cro-
nache che Pietro avendo hella donna, trovato una mattina
a' piedi del letto di lei un guanto dell' imperatore, non
sapesse troppo dissimnlare, e pagasse cogli occhi la colpa di
aver troppo veduto e parlato.
' apponendogli, accusandola di.
' acclamato, eletto, nominato.
^ scapitato, avuto disavanzo, danno.
86
CRONICHE
CAPITOLO XXDL
D'imo grande miraeoh di h-emuaio d^'oeveima tu
Borgogna,
Nel detto almo aweiine ndla Borgogna inpe-
riale, che nella contrada di Coltres, per diteni tre-
muoti certe montagne si dipartirono, e per mina
nelle valli sonunerserOy onde totte le villate di quelle
valli furono sommerse, ove morirono più di cinque-
mila persone.
CAHTOLO XXX.
D'uno grande miracolo che si trovò in Itpagna,
Nel detto tempo e anno avvenne uno miracolo
in Ispagna, il quale è bene da notare, e per ogni
cristiano d'avere in reverenzia, e benché sia in altre
croniche, da recarlo in memoria in questo: che re-
gnando Ferrante re di Castella e di Spagna, nella con-
trada di Toilette, uno giudeo cavando una ripa per
crescere' una sua vigna, sotterra trovò uno grande
sasso, il quale di fàori era tutto saldo e sansa neuna
fessura, e rompendo il detto sasso, il trovò deatro
vacuo, e dentro al vacuo, quasi immarginato^ al sasso,
vi trovò uno libro con fogli sottili» quasi di legno,
ed era di volume quasi com'uno saltero : iscritto era
di tre lingue, greca, ebraica, e latina, e oontenea in
se tre membri del mondo, da Adamo inftno ad Anli-
rristo, le proprietà degli uomini che doveano essere
al mondo ne' detti isvariati tempi. D principio del teno
mondo, ovvero secolo, pose cosi : '^ nel ter%o mondo
nascerà il figliuolo di Dio d'una vergine ch'avrà nome
Maria, il quale patirà morte per salute delV umana
generatone : „ le quali cose leggendo il detto giu-
deo, incontanente con tutta sua famiglia divenne cri-
stiano, e si feciono battezzare. E ancora era scritto
alla fine del detto libro, che nel tempo che Ferrante
re regnerà in Castella si troverebbe il detto libro :
lo quale miracolo veduto per molta gente degni di
fede, fu rapportato al detto re, e fattane memoria, e
grande reverenza. E 'I detto Ubro fu traslatato e is-
posto, e molte grandi profezie, e vere, vi si trovaro;
e di certo si disse, e si dee credere, che ciò fosse
opera fatta per la volontà di Dio. E simile miracolo
si trovò in Costantino Sesto, i quaH nuracoli sono
molto efficaci, e affermativi alla nostra fede ^
CAPITOLO XXXI.
Come fu rifatto, e poi disfatto il borgo Sanginiegio.
Negli anni di Cristo 1 240 fu rifatto il borgo a
Sanginiegio a pie di Samminiato, per quegli della
terra, per lo buono sito e trapasso, il quale era in
sul cammino di Pisa; ma poi Panno 1248, l'ultimo
di giugno, fu disfatto per modo, che mai più non si
rifece.
CAPITOLO xxxn.
Come i Tartari sconfissono t Turchi.
Negli anni di Cristo 1244, Boccata cane im-
peradore de' Tartan mandò Bacho suo secondo fi-
gliuolo contra il soldano d' Aleppo, e contm quello di
Torchia, ch'avea nome Givatadin, con trentamila Tar-
tari a cavallo, e nel luogo chiamato Cosadach fn dora
e aspra battaglia tra'detti Tartari e' Turchi, e certi
cristiani ch'erano al soldo del soldano. Alla fine il
soldano e sua gente furono sconfitti, e più di venti-
mila saracini vi furono tra morti e presi.
CAPITOLO XXXUI.
Come di prima fu cacciata la parte guelfa di Firenze
per gli ghibellini e la for%a di Federigo imperadore,
Ne^ detti tempi, essendo Federigo in Lombardia,
e essendo disposto del titolo dello imperio per papa
Innocenzio, come detto avemo, in quanto poteo si
mise a distruggere in Toscana e in Lombardia i fedeli
di Santa Chiesa in tutte le città ov'ebbe podere. E
prima cominciò a volere stadichi di tutte le città di
Toscana, e tolse de' ghibelUni e de' guelfi, e man-
dogli a Samminiato del Tedesco; ma ciò fatto, fece
lasciare i ghibellini, e ritenere i guelfi, i quali poi
abbandonati, come poveri pregioni, di limoaine in
Samminiato stettono lungo tempo. E imperciocché la
nostra città di Firenze in quelli tempi non era delle
meno notabili e poderose d'Italia, si volle in quella
spandere il suo veleno, e fare partorire le maladette
parti guelfa e ghibellina, che più tempo dinanzi erano
incominciate per la morte di me^ser Bondelmonte,
e prima, siccome addietro facemmo menzione. Ma
beneché poi fossono le dette parti tra'nobili di Firenze,
e spesso si guerreggiassono tra loro di proprie nimi-
stadi, e erano in setta per le dette parti e si teneano
insieme, e quegli che si chiamavano guelfi amavano
lo stato del papa e di Santa Chiesa, e quegli che si
chiamavano ghibellini amavano lo stato dello 'roperio
e favoravano lo 'mperadore e' suoi seguaci, ma però
il popolo e comune di Firenze si manlenea in uni-
tade, a bene, e onore, e stato della repubblica. Ma
il detto imperadore mandando sodducendo ' per suoi
ambasciadori e lettere quegli della casa degli Uberti
ch'erano caporali di sua parte, e loro seguaci che si
chiamavano ghibellini, ch'elli cacciassono della cit-
tade i loro nemici che si chiamavano guelfi, proffe-
rendo loro aiuto de' suoi cavalieri; si fece addetti
cominciare dissensione e battaglia cittadina in Firenze,
onde la città si cominciò a sgominare ^, e a partirsi
i nobili e tutto B popolo, e chi tenea dall' una parte,
e chi dalPaltra; e in più parti della città si com-
batterò più tempo. Intra gli altri luoghi, il 4>rincipal6
era per gli Uberti alle loro case, ch'erano ov'é oggi
;J congiunto, appiccato, n tafto Dav. legge immagituUo coi.
- La Cruaca legge la no$lra fede.
' col venir seducendo.
' a soompigUtrei a disordinanL H testo Davanzatt legge
tcommarMÙ L'edis. de'Giontì: a »eommutr§i, ciò è a divi-
dersi, a guastar il comune. Ha i testi a penna più antichi
e il miglior senso favoriscono la presente lesione.
DI GIOVANNI VIUANI.
87
il gran palagio del popolo : ai raunavano co^ loro se-
guaci, e combatteasi co^ guelfi del sesto di San Piero
Scheraggio, ond'erano capo quegli dal Bagno, detti
Bagnasi, e* Pulci, e* Gnidalolti, e tutti i seguaci di
parte guelfa di quello sesto, e ancora gli guelfi d''01-
tramo su per le pescaie delle mnliua d'Arno pas-
sando, gli venieno a soccorrere quando erano com-
battuti dagli liberti. L' altra puntaglia ^ era in porte
San Piero, ond* erano capo de" ghibellini i Tedatdini,
perch^aveano più forti casamenti di palagi e torri, e
con loro teneano Caponsacchi, Lisci, Giuochi, e Abati,
e Galigari, e erano le battaglie con quegli della casa
de^ Donati, e con Yisdomiui, e Pazii, e Adimari. E
r altra puntaglia era in porte del Duomo alla torre
di messer Lancia de^ Cattaui da Castiglione, e da
Cersino, ond* erano capo de^ ghibellini con Agolanti
e Brunelleschi, e molti popolari di loro parte, contra
i Tosinghi, Agli, Arrigucci e Sizii. E Taltra pugna ^ e
battaglia era in San Brancazio, ond" erano capo per
gli ghibellini i Lamberti, e Toschi, Amieri, Cipriani, e
Megtiorelli, e con molto seguito di popolo, contra i
Tornaqninci, e Vecchietti, e Pigli, tuttoché parte de"
Pigli erano ghibellini. E* ghibellini faceano capo in San
Brancazio alla torre dello Scarafaggio* de" Soldanieri,
e di quella torre venne a messer Rustico Marignolli,
eh'avea la "nsegna de" guelfi, cioè il campo bianco
e *\ giglio yermiglio, uno quadrello nel viso, ond" egli
morio;' e il di eh' e" guelfi furono cacciati, e innanzi
che sì partissono, armati il vennono a soppellire a
san Lorenzo; e partiti i guelfi, i calonaci di san Lo-
renzo tramutaro il corpo, acciocch' e" ghibellini noi
disotterrassono, e facessonne strazio, perocch" era
uno grande caporale di parte guelfa. E Taltra forza
de^ ghibellini era in Borgo, ond" erano capo gli Sco-
lari, e Soldanieri, e Guidi, contro i Bondetmonti,
Giandonati, Bostichi, e Cavalcanti, Scali, e Gianfi-
gliazzi. Oltrarno erano capo gli Ghibellini e gli Ub-
brìachi e" Mannelli (e altri nobili di rinomo non n*avea,
ae non di case di popolari) incontro a* Rossi e" Nerli.
Avvenne che le dette battaglie dnraro*più tempo, com-
battendosi a" serragli, ovvero isbarre, da una vici-
nanza ad altra, e alle torri Tana alPaltra (che molte
b" avea in Firenze in quegli tempi, e alte da cento
braccia in suso) e con manganelle, e altri dificii si
combatteano insieme di dì e di notte. In questo con-
trasto e battaglie, Federigo imperadore mandò a Fi-
renze lo re Federigo suo figliuolo bastardo, con sedici
centinaia di cavalieri di sua gente tedesca. Sentendo i
ghibellini ch'elli erano presso a Firenze, presono vi-
gore, con più forza e ardire pugnando contra i guelfi,
i quali non aveano altro aiuto, né attendeano nullo soc-
cono, perché la Chiesa era a Leone sopra Rodano
oltremonti, e la forza di Federigo era troppo grande
in tutte parti in Italia. E in questo usarono i ghibellini
una maestria di guerra, che a casa gli liberti si rau-
nava il più della forza de" detti ghibellini, e comin-
ciandosi le battaglie ne" sopraddetti luoghi, si anda-
Tano tutti insieme a contastare i guelfi, e per questo
modo gli vinsono quasi in ogni parte della città, salvo
' combattimeiito, contrasto.
' Testo Dav. pimga.
nella loro vicinanza contra il serraglio de* Guidalotti
e Bagnesi, che più sostennono; e in quello luogo si
ridussono i guelfi, e tutta la forza de" ghibellini con-
tra loro. Alla fine veggendosi i guelfi aspramente
menare, e sentendo già la cavalleria di Federigo im-
peradore in Firenze , entrato già lo re Federigo con
SUB gente la domenica mattina, si si tennero i guelfi
infino al mercoledì vegnente. Allora non potendo più
resistere alla forza de" ghibellini, si abbandonarono
la difesa e forza, e partirai dalla città la notte di Santa
Maria Candellara gli anni di Cristo 1 248. Cacciata la
parte guelfa di Firenze, i nobili di quella parte si ri-
dussono parte nel castello di Blontevarchi in Valdamo,
e parte nel castello di Capraia*, e Pelago, eRistonchio,
e Magnale, infino a Cascia per gli guelfi si tenne, e
chiamossi la Lega ; e in quelli ^ faceano guerra alla
cittade, e al contado di Firenze. Altri popolani di
quella parte si ridussero per lo contado a^ loro po-
deri e di loro amici. I ghibellini che rimasono in
Firenze signori colla forza e cavalleria di Federigo
imperadore, si riformaro la cittade a loro guisa, e
feciono disfare da trentasei fortezze de" guelfi, che
palagi e grandi torri, intra le quali fu la più nobile
quella de" Tosinghi in su Mercato vecchio,^ chiamato
il Palazzo, alto novanta braccia, fatto a colonnelli di
marmo; e una torre con esso alta centotrenta braccia.
Ancora mostraro i ghibellini maggiore empiezza : per
cagione che i guelfi faceano di loro molto capo alla
chiesa di San Giovanni, e tutta la buona gente v" u-
sava la domenica mattina, e faceansi i matrimoni,
quando vennero a disfare le torri de" guelfi, intra
1" altre una molto grande e bella, ch"era in sulla
piazza di San Giovanni ali" entrare del corso degli
Adimari, e chiamavasi la torre del guardamorto,
perocché anticamente tutta la buona gente che mo-
ria si soppelliva a San Giovanni, i ghibellini faccendo
tagliare dal pie la detta torre, si la feciono puntel-
lare per modo, che quando si mettesse il fuoco a"
puntelli, cadesse in sulla chiesa di San Giovanni; e
cosi fu fatto. Ma come piacque a Dio, per reverenza
e miracolo del beato Giovanni, la torre eh" era alta
centoventi braccia, parve manifestamente, quando
venne a cadere, eh" ella schifasse la Saota Chiesa, e
rivolsesi, e cadde per lo diritto della piazza, onde
tutti i Fiorentini si maravigliaro, e il popolo ne fu
molto allegro. E nota, che poiché la città di Firenze
fu rifatta, non v" era disfatta casa ninna, e allora si
cominciò la detta maladizione di disfarle per gli ghi-
bellini : e ordinaro, che della gente dello "mperadore
restassero^ milleottocento cavalieri tedeschi al loro
soldo, onde fu capitano il conte Giordano. Avvenne
che infra Tanno medesimo eh' e" guelfi furono cacciati
di Firenze, quelli eh" erano a Montevarchi furono assa-
liti dalle masnade de" Tedeschi che stavano in guar-
nigione nel castello di Gangareta nel Mercatale del
detto Montevarchi, e di poca gente fu aspra battaglia,
infino nelf Arno, dagli usciti guelfi di Firenze a'detti
Tedeschi ; alla fine i Tedeschi furono sconfìtti, e gran
' in que' castelli di Montevarchi, di Capraia e di Cascia.
' certo per errore il T. D. legge ritmnero.
89
CRONlCUe
parte dì loro furono fra morti e presi; e ciò fa
di gU anni di Cristo 1248.
CAPITOLO XXXIY.
Come roste di Federigo imperadore fm sconfUia da'
Parmigiani e dal legato del papa.
In questo tempo Federigo imperadore si puose
ad assedio alla città di Parma in Lombardia^ imper-
ciocclì' erano rubellati dalla sua signorìa e teneano
colla Chiesa, e dentro in Parma era il legato del papa
con gente d'arme a cavallo per la Chiesa in loro
niuto. Federigo con tutte le sue forr^e e quelle de*
Lombardi v*era intorno, e stettevi per più mesi, e
giurato aveva di non partirsi mai, se prima non V a-
vesse; e però avea fatto incontro alla detta città di
Parma una bastita a modo d' un" altra cittade con
fossi e steccati, e torri, e case coperte e morate, alla
quale puose nome Vittoria; e per lo detto assedio
avea molto ristretta la città di Parma, e era sì assot-
tigliata di fornimento di vittuaglia, che poco tempo
si poleano più tenere, e ciò sapea bene io *mperadore
per sue spie; e per la detta cagione, quasi gli tenea
come gente vinta, e poco gli curava. Avvenne, come
piacque a Dio, che uno giorno Io 'mperadore, per
prendere suo diletto, stando in caccia con uccelli e
con cani, con certi suoi baroni e famigliari fuori di
Vittoria, i cittadini di Parma avendo ciò saputo per
loro spie, come gente awolontata, ma più come di-
sperata, uscirono tutti fuori di Parma armati, popolo
e cavalieri a una ora, e vigorosamente da più* parti
assalirò la detta bastita di Vittoria. La gente del-
lo^mperadore improvvisi, e non con ordine, e con poca
guardia, come coloro che non curavano i nemici, veg-
gendosi così subito e aspramente assaliti, e non es-
sendovi il loro signore non ebbono nulla difesa, ansi
si misono in fuga e in isconfltta, e sì erano tre co-
tanti cavalieri e gente a pie che quegli di Parma,
nella quale sconfitta molti ne furono presi e morti,
e lo 'mperadore medesimo sappiendo la novella, con
grave vergogna si fuggio a Chermona ; e' Parmigiani
presono la delta bastila , ove trovarono molto guer-
nimento e vittuaglia, e molte vasellamenta d'argento,
e tutto il tesoro che lo 'mperadore aveva in Lom-
bardia, e la corona del detto imperadore, la quale i
Parmigiani hanno ancora nella sagrestia del loro ve-
scovado, onde furono lutti ricchi; e spogliato il detto
luogo della preda, vi misero fuoco, e tutto V abbat-
terò, acciocchò mai non v" avesse segno di cittade,
nò di bastita. E ciò fu il primo martedì di febbraio, gli
anni di Cristo 1248.
CAPITOLO XXXV.
Come i guelfi usciti di Forense furono presi nel
castello di Capraia,
Poco tempo appresso lo 'mperadore si partì di
Lombardia, e laseiovvi suo vicario generale Emo re
di Sardigna suo figliuolo naturale, con gente usai a
cavallo, sopra la taglia ^ de' Lombardi^ e veaM in
Toscana, e trovò che la parte de' glùlMUim, cke
signoreggiavano la città di Firense, del omm dì
marto s'erano posti ad assedio al castello «li Capraia,
nel quale erano i caporali delle Bu^^ori case de*
nobili guelfi usciti diFirenxe. Lo 'nperadore vegiesdo
in Toicana, non volle entrare nella oillà di Firease,
né mai v'era entrato, ma te ne gnardava, cIm per
suoi agurì, ovvero detto d' aleano deonoaio, ovvero
profoxia, trovava ch'egli dovea morire ia Firoase,
onde forte temea, ma passò ali* oste, e andoaseae a
soggiornare nel castello di Fucecchio, e la aiaggior
parte di sna gente lasciò ali* assedio dì Capraia, il
quale castello per forte assedio e fallimeolo di vit-
tuaglia non possendosi più tenere, fecioao qaegli
d'entro consiglio di patteggiare, e avrebbono avato
ogni largo patto ch'aveaaono voluto; ma uno cal-
zolaio uscito di Firense, ch'era ttato ano grande
anaiano, non essendo richiesto al detto conaigUo, ia-
degnato ai fece alla porta, e gridò a quegli dell'onte,
che la terra non si potea più tenere ; per la qaal co-
sa qaegli dell'oste non voUono intendere a patteg-
giare, onde quegli d' entro, come gente moria, m* ar-
renderò alla mercè dello 'mperadore. E ciò fu del
mese di maggio, gli anni di Cristo 1249. E' capi-
tani de* detti gnelO, era il conte Ridolfo di Capraia,
e mesaér Rinierì Zingaae de* Bondelmonti ; e rappre-
sentati a Fuceechio allo mperadore, tutti ^i ae menò
seco pregioni in Puglia, e poi per lettere e amba-
soiadori mandatigli per gli ghibellini di Firenze, a CutU
quelli delle gran case nobili di Firenze, fece trarre
gli occhi, e poi mauerare in mare, salvo meeser
Rinieri Zingano : perchè *1 trovò savio e magnanimo,
non lo volle fare morire, ma fecelo abbacinare degU
occhi, e poi in sull' isola di Montecrìsto come reli-
gioso finì sua vita. E '1 sopraddetto calzolaio da quegli
di fuori fu guarentito, il qnale, tornati poi i gaelll ia
Firenze, egli vi ritornò, e riconosciuto in parlamento,
a grido di popolo fu lapidato, e vilmente per gli fan-
ciulli strascinato per la terra, e gittato a' fossi.
CAPITOLO XXXVI.
Come il re Luis di FratH'ia fu sconfitto e preso
da'* saracini alla Monsura in Egitto.
Nel detto tempo essendo il buono Luis re di
Francia andato oltremare con grande stuolo e pas-
saggio di navilio, e in sua compagnia Ruberto conte
d'Artese, e Carlo conte d'Angiò suoi Iratelli, con
tutta la baronia di Francia, puosono^ in Egitto con
allegro cominciamento, ma con tristo fine; che nella
loro venuta ebbono di presente la ciUà di Damiate,
e poi volendo andare per forza d'arme al Cairo e
Babilonia d'Egitto, ov'era il soldano e tutto suo po-
tere, come furono al luogo detto la Monsura, avendo
avute più battaglie e assalti da* saracini, e di tutti es-
sendo vincitori i Franceschi, il soldano conoscendo
ch'elli erano in quella parte eh' a lui piaceva, mae-
' la lega. Taglia per lega troverai più famansi al oap LXXX.
^afferrarono, presero terra.
DI GIOVANNI VILLANI.
89
strevolemeote fece rompere in più parli gli argini del
fiame del Calice, eh** esce del fiume del Nilo, i quali
argini sono a modo di quelli che sono sopra il fiume
del Po in Lombardia, e rolti i detti argini, il fiume
che soprasia alle pianure d'Egitto, incontanente al-
lagò tatto il piano dov^ era V oste de' Franceschi per
tale modo, che molti n'annegaro, e non potevano
ftsdare « nenno salvamento, né rìconoseere via o cam-
mino, nò avere mercato, ni vittuaglia, onde gran
parte dell* oste chi mori di fame e chi affogò in ac-
qua, e tutti i loro cavalli e bestiame morirò. Per la
qual cosa, di necessità, quelli che scampali erano s' ar-
renderò pregioni al soldano e a"* saracini, e fu preso
il detto re Luis e Carlo conte d'*Angiò suo fratello
con molti baroni, e morivvi Ruberto conte d*Artese.
Ma come piacque a Dio, avuta i cristiani la delta av-
versità, il detto Luis e* suoi baroni tosto trovarono
pace e redenzione da' saracini, che rendendo la città
dì Damiala, e pagando dugento migliaia di parigini
furono liberi; ma Carlo si fuggi colla guardia chVea
nome Ferzacalta. La detta sconfitta fu a di 27 di
marzo gli anni di Cristo 1250. E come lo re Luis e
gli suoi baroni furono ricomperati, e pagata la detta
moneta, si tornarono in ponente, e per ricordanza
della detta presura, acciocché vendetta ne fosse fatta
o per Luis o per gli suoi, lo re Luis fece fare^ nella
moneta del tornese grosso dal lato della pila le bove
de' prigioni. E nota^ che quando questa novella venne
in Firenze, signoreggiando i ghibellini, ne feciono
festa e falò ^ secondo che si dice. Lasceremo a par-
lare, de' Franceschi, e torneremo a nostra materia a
dire dei fatti di Firenze, e di Federigo imperadore,
e della sua fine.
CAPITOLO XXXVIl.
Come io re Emo figliuolo di Federigo i$nperadore
fu sconfitto e preso da' Bolognesi.
Negli anni di Cristo 1250, del mese di maggio,
lo re Enzo figliuolo ^ di Federigo imperadore, es-
sendo rimase generale vicario e capitano della taglia
in Lombardia, venne ad oste sopra la città di Bo-
logna, i quali si teneano colla Chiesa di Roma, ed
eravi il legato del papa con gente d'arme al soldo
della Chiesa. I Bolognesi uscirono fuori vigorosa-
mente popolo e cavalieri incontra il detto re Enzo,
e combattersi con lai, e soonfisaonlo e presonlo nella
detta battaglia con molta di sua gente, e lui misono
iif Go-oere in una gabbia di ferro, e in quella con
grande misagio ^ fini sua vita a grande dolore.
' La Gftuntliia legge impreiUare. Intendi: fece tmproMetre
le catene nel rove$cio della moneta. Chiamasi pila quella
incndinetta di metallo sulla quale s'intaglia ciò che deve
apparire nel rovescio delle monete, e sta opposta al torsello
4«tto oggi più andantemente bUaneiere. DaUa parte della
pUa significa per t^nto nd rovescio. Dal vocabalo latino
hoyae^ (vedilo in Plauto) significante quel collare di cuoio,
che mettevasi al collo de' condannati , si derivarono le
bove, ritorte o catene in italiano.
^ Foco di paglia o di stipe.
^ Figlinol naturale.
* lo stesso che disagio.
CAPITOLO xxxvra.
Come certi ghibellini di Firenze furono sconfitti
nel borgo di Fegghine dagli usciti guelfi.
Per la partita che lo *mperadore fece di To-
scana, e per la sconfitta eh" ebbe lo re Enzo da'* Bo-
lognesi, come detto avemo, la forza dello "mperio
cominciò alquanto a calare in Toscana e in Lombardia,
e quei che teneano parte guelfa e della Chiesa comin-
ciarono alquanto a prendere forza e vigore. Avvenne
che essendo il vicario dello *niperadore co' Fiorentini
ghibellini ad assedio al castello d' Ostina in Yaldarno,
il quale gli usciti guelfi di Firenze aveano rubellato,
e essendo grande parte della delta oste nel borgo di
Fegghine per guardia, acciocch' e* guelfi eh" erano
con loro amistade in Montevarchi raunati, non potes-
sono venire a soccorrere il detto castello d'Ostina,
i detti guelfi partendo di Montevarchi la notte di Santo
Matteo di settembre gli anni di Cristo 1250, ven-
nero e entrarono ne" detti borghi di Fegghine, e subi-
tamente assalendo |a detta gente, per la notte eh" era,
e subito assalto, ganza nulla difenza * furono sconfitti,
e la maggiore parte morti e presi per le case ; e la
mattina vegnente si levò P oste villanamente da Ostina,
e tornò in Firenze.
CAPITOLO XXXIX.
Come in Firenze si fece il primo popolo con or^
dine e gonfaloni per riparare le forze e le ingiurie
che facieno i ghibellini.
Tornata la detta oste in Firenze, si ebbe infra"
cittadini grande ripetio ^, imperciocchò i ghibellini
che signoreggiavano la terra gravavano il popolo d'in-
comportabili gravezze, libbre e imposte, e con poco
frutto; eh" e" guelfi erano già sparti per lo contado
di Firenze, e teneano molte castella, e faceano guerra
alla cittade, e oltre a ciò quegli della casa degli
liberti, e tutti gli altri nobili ghibellini, tiranneggia-
vano il popolo di gravi torsioni ^ e forze e ingiurie.
Per la qual cosa i buoni uomini di Firenze raunandosi
insieme a romore, e" feciono loro capo^ alla chiesa di
San Firenze, e poi per la forza degli liberti non v'ar-
dirò a stare; si n'andarono a stare alla chiesa de"
frati minori a Santa Croce, e ivi stando armati non
s'ardivano di tornare a loro case, acciocché dagli
Ubarti e gli altri nobili, avendo lasciate Tarme, non
fossono rotti, e dalle signorie condannati. Si n" an-
daro armati alle case degli Ancbioni da San Lorenzo,
eh' erano molto forti, e qui armati durando, con loro
forza feciono trentasei caporali di popolo, e levarono
la signoria alla podestà eh" allora era in Firenze, e
tutti gli uficiali rimossono. E ciò fatto, sanza con-
trasto si ordinarono e feciono*popolo con certi nuovi
ordini e statuti, e elessono capitano di popolo mes-
' difesa; come più su contetiza per contesa.
^ grande altercazione, disputa. Ripetere nell'uso toscano
vai quanto replicare^ contraddire,
' storsioni, estorsioni.
^ posta, ritrovo.
90
CRONICHE
ser Uberto da Locca ; e fa il primo capitano di Fi-
renze ; e feciono dodici ansiani di popolo, due per
ciascuno sesto, i quali gnidayano il popolo e con-
sigliavano il detto capitano, e rìcogliénsi ^ nelle case
della badia sopra la porta che va a Santa Margherita,
e tomavansi alle loro case a mangiare e a dormire:
e ciò fa fatto a dì 20 d' ottobre, gli anni di Cristo
1250. E in quello di si diedono per lo detto capi-
tano venti gonfaloni per lo popolo, a certi caporali
partiti per compagnie d^arme e per vicinante; e a
pi il popoli insieme, acciocché quando bisognasse, cia-
scuno dovesse trarre armato al gonfalone della sua
compagnia, e poi co^ detti gonfaloni trarre al detto
capitano del popolo. E feciono fare una campana la
quale tenea il detto capitano in su la torre del Leone,
e 1 gonfalone principale del popolo ch'avea il capi-
tano, era dimezzato bianco e vermiglio^. Le *nsegne
de"* detti gonfaloni erano queste : nel sesto d' Oltrar-
no^ il primo si era il campo vermiglio e la scala
bianca *, il secondo, il campo bianco con una ferza
nera; il terzo, il campo azzurro iv** entro una piazza
bianca, con nicchi vermigli ; il quarto, il campo rosso
con uno dragone verde. Nel sesto di San Piero Sche-
raggio, il primo, fu il campo azzurro e uno carroccio
giallo, ovvero a oro ; il secondo, il campo giallo con
uno toro nero ; il terzo, il campo bianco con uno leone
rampante nero ; il quarto, era pezza gagliarda, cioè a
liste a traverso bianche e nere : questa era di Santo
Apollinare. Nel sesto di Borgo, il primo era il campo
giallo e una vipera, ovvero serpe \erde; il secondo, il
campo bianco e una aguglia nera \ il terzo, il campo
verde con uno cavallo isfrenato covertalo a bianco e
a croce rossa. Nel sesto di San Brancasio, il primo,
il campo verde con uno leone naturale rampante; il
secondo, il campo bianco con uno leone rampante
rosso ; il terzo, il campo azzurro con uno leone ram-
pante bianco. Nel sesto di porte del Duomo, il pri-
mo, il campo azzurro con uno leone a oro; il se-
condo, il campo giallo con uno drago verde ; il terzo,
il campo bianco con uno leone rampante azzurro
incoronato. Nel sesto di porte San Piero, il primo,
il campo giallo con due chiavi rosse; il secondo,
a ruote accerchiate bianche e nere; il terzo, il di sotto
a vai e di sopra rosso. E come ordinò il detto po-
polo le ^nsegne e gonfaloni in città, così fece in con-
tado a tutti i pivieri ^ il suo, eh* erano novantasei,
e ordinargli a leghe acciocché Puna atasse T altra, e
venissero a città e in oste quando bisognasse. Per
questo modo sbordino il popolo vecchio di Firenze,
e per piii fortezza di popolo, ordinaro e cominciaro
a fore il palagio il quale è di dietro alla badia, e in
sulla piazza di Santo Apollinare, cioè quello eh' é di
pietre conce colla torre : che prima non avea palagio
di comune in Firenze, anzi stava la signoria ora in una
parte della città e ora in altra. E come il popolo ebbe
presa signoria e stato, sì ordinaro per più fortezza
di popolo, che tutte le torri di Firenze, (che ce n" avea
grande quantità alte braccia centoventi) si tagliassono
e tornassono alla mbura di cinquanta braccia e non
piìk, e così fu fatto ; e delle pietre si marò poi la
città oltrarno.
CAPITOLO XL.
Delle imeegne per guerra cki" msaem U
r$tewke%
di
Poich' avemo detto de' gonfaloni e insegne del
popolo, é convenevole che facciamo menzione di
quelle de' cavalieri e della guerra, e comei sesti an-
davano per ordine nelP ostL L* insegna della cavaUerìa
del sesto d'Oltrarno era tutta bianca ; quella di San
Piero Scheraggio a traverso nera e gialla, e ancora
oggi l'usano i cavalieri in loro sopransegne ad ar-
meggiare ; quella di Borgo addogata per lungo bianco
e azzurro; quella di San Brancazio tutta vermiglia;
quella di porte del Duomo era ... ; quella di porta
San Piero era tutto gialla. L'insegne dell' oste erano
le prime del comune dimezzate bianche e vermiglie:
queste aveva la podestà. Quelle della posta dell'oste
e guardia del carroccio erano due. Pana campo
bianco e croce piccola rossa, l'altra per contrario
campo rosso e croce bianca. Quella del mercato e-
ra . . . ; quelle de' balestrieri erano due, P una il campo
bianco, e P altra vermiglio, in ciascuno il balestro;
e per simile modo quelle de' pavesarì \ V uno gon-
falone bianco col pavese vermiglio e *1 giglio bianco,
e P altro rosso col pavese bianco e '1 giglio rosso; e
quegli degli arcadorì, Puno bianco e Paltr rooaso, iv*en-
tro gli archi ; quello della salmerìa ' era bianco col
mulo nero ; e quello de' ribaldi ^ bianco co' ribaldi
dipinti in gualdana e giucando. Queste insegne de* ca-
valieri e dell' oste si davano sempre il dì dì Pente-
coste nella piazza di Mercato Nuovo, e per antico cosi
ordinate ; e davansi a* nobili e popolani possenti per
la podestà. I sesti quando andavano tre insieme, era
ordinato. Oltrarno Borgo, e San Brancazio, e gli altri
tre insieme ; e quando andavano a due sesti insieme,
andava Oltrarno e San Brancazio, San Piero Scheraggio
e Borgo, porte del Duomo e porte San Piero; e questo
ordine fu molto antico. Lasceremo degli ordini di
Firenze, e diremo della morte di Federigo impera -
dorè, che molto fu utile e bisognevole a Santa Chiesa,
e al nostro comune.
CAPITOLO XLl.
Come lo mperaéore Federigo inori a Fwemtmola
tu PugUa.
Nel detto anno 1250, essendo Federigo 1»-
peradore in Puglia nella città di Firenzuola ■H'n-
* ricogUeansi, si radnnaTano.
' La bandiera, detta gonDedone, era partita in due falde,
Tana bianca, 1* altra vermiglia.
' distretti delle pievi, o certo numero di parrocchie
rette da un pievano.
' soldati con pavese, o piccolo scado detto anche (offo
o roteUa,
* carriaggio^ moUHudine di »omé e di carri. D Tasso
svecchiò questa voce; Gerus. 18, 46: QitesU gran talmeria
<f omi e di pini Vedean dal bosco Mser eondoUe aVU oste.
^ soldati accogliticci, vocabolo venato a significato odioso
a cagione forse delle iniquità che si commettevano da ootal
sorte di gente. Per simile fMunaditrs^ ohe valeva imIìU
a prtMzo e per lo più forestiere, cadde a significare ruba-
tore di strada.
DI GIOVANNI VILLANI.
91
scita d'Abruzzi, si ammalò forte, e già del sao agurìo
non si seppe guardare, che trovava che dovea mo-
rire in Firenze, e, come dicemmo addietro, per la
detta cagione mai non volle entrare in Firenze, né
in Faenza ; ma male seppe interpetrare la parola men-
dace del demonio, che gli disse si guardasse che
morrebbe in Firenze, ed egli non si guardò di Fi-
renzuola ^ Avvenne che aggravando della detta ma-
lattia, essendo con lui uno suo Bgliuolo bastardo
eh' avea nome Manfredi, disiderando d' avere il tesoro
di Federigo sao padre, e la signoria del Regno e di
Cicilia, e temendo che Federigo di quella malattia
non iscampasse o facesse testamento, concordandosi
col suo segreto ciamberlano, promettendoli molti doni
e signoria, con uno prìmaccio^ che a Federigo puose
il detto Manfredi in sulla bocca, si TafTogò^ e per
lo detto modo mori il detto Federigo disposto del-
lo 'mperìo e scomunicato da Santa Chiesa, senza peni-
lenza, 0 nullo sagramento di Santa Chiesa ^. E per
questo potemo notare la parola che Cristo disse nel
Yangelio ^ voi morrete nette peccata vostre „ che
cosi avvenne a Federigo, il quale fu cosi nimico di
Santa Chiesa, eh' egli fece morire la moglie e Arrigo
re suo figliuolo, e videsi sconfitto e preso Enzo suo
Qgliuolo, ed egli dal suo figliuolo Manfredi vilmente
morto e sanza penitenza ; e ciò fu il di di Santa Lu-
cia di dicembre gli anni detti 1250. E lui morto,
Manfredi detto prese la guardia del reame, e tutto il
tesoro, e 1 corpo di Federigo fece portare e sop-
pellire nobilemente alla chiesa di Monreale di sopra
alla città di Palermo in Cicilia, e alla sua sepultura
volendo scrìvere molte parole di sua grandezza e
podere e grandi cose fatte per lui, uno cherìco Trot-
tano fece questi brìevi versi, i quali piacquero molto
a Manfredi e agli altri baroni, e fecegli intagliare
nella detta sepultura, gli quali diceano:
Si probitasj sensus^ mriutum graiia^ censuSj
Nobilitas ortif possent resistere mortij
Non forel exHnctus FederìcuSy qui jacet itUus.
E nota, che in quello tempo che lo 'mpemdore Fe-
derigo mono, avea mandato in Toscana per tutti
gli stadichi de' guelfi per fargli morire, e andando in
Puglia, quando furono in Maremma seppono novelle
della morte di Federigo, le guardie per paura gli
lasciarono, i quali ricoverarono in Pugllia^, e di là
tornarono a Firenze e nell'altre terre di Toscana
molto poveri e bisognosi.
' Rosa d« Viterbo aveva preveduto in visione la morto
di Federigo, e mandatogli dir che tornasse a coscienza.
A detta degli astrologi doveva guardarsi da una torra che
si nominava dal fiort'^ sfoggi egli d'entrare in Firenze, ma
non cosi da Fiorentino, villa della Capitanata.
' pimacciOy piumaccio.
'UN. A. ricopiò da Ricordano Malisphit tal favola
intomo alla morto di Federico. Manfredi non si macchiò
di tH atroce delitto, anzi erede della rabbia patema, e capo
de' Ghibellini , continuò la guerra a* papi. L' odio del po-
polo e de' preti trovò ad abbassarlo questa calunnia. In-
nocenzo II alla morto di Federico scrìsse : Esultino i cieli,
la terra si allieti, dappoiché in freschi zeffirì e rugiade
fecondatrici sonosi risoluti il fulmine e la procella che Dio
ci tenea sopra capo. £p. lib. Vili, 1.
* S testo Dav. dxmpiglia.
CAPITOLO XLH.
Cofne U popolo di Fireme rimisono per pace i
guelfi in Fireniie,
La notte medesima che morì Federigo impera-
dore, mori il podestà che p^r lui era in Firenze,
eh' avea nome messer Rinieri di Montemerlo, che
dormendo nel letto suo gli cadde addosso nna volta
eh" era sopra la camera, e ciò fu in casa gli Abati.
E ciò fu bene segnale, che nella città di Firenze
dovea morire la sua signoria, e cosi avvenne assai
tosto ; che essendo levato popolo in Firenze per le
forze e oltraggi de" nobili ghibellini, come abbiamo
detto addietro, e vegnendo in Firenze novelle della
morte del detto Federigo, pochi giorni appresso,
il popolo di Firenze rappellò e rimise in Firenze
la parte dei guelfi che ftiori n'erano cacciati, rac-
cendo loro fare pace co" ghibellini, e ciò fu a dì 7
di gennaio gli anni di Cristo 1250.
CAPITOLO XLin.
Come al tempo del detto popolo i Fiorentini scoit-
fissono i Pistoiesi^ e poi cacciarono certe case di
ghibellini di FirenM.
Molto esultò la parte della Chiesa e parte guelfa
per tutta Italia per la morte dello "mperadore, e la
parte d' imperio e ghibellina abbassò, imperciocché
papa Innocenzio tornò d" oltre i monti colla corte a
Roma, favorando i fedeli della Chiesa. Avvenne che
del mese di luglio gli anni di Cristo 1251, Il popolo
e comune di Firenze feciono oste alla città di Pistoia,
eh" erano loro rubelli, e combatterò co" detti Pistoiesi,
e sconfissongli a monte Robolino con grande danno
de' morti e de" presi de* Pistoiesi. E allora era pode-
stà di Firenze messer Uberto da Mandella di Milano.
E per cagione che alla maggiore parte delle case de"
ghibellini di Firenze non piacea la signoria del po-
polo, perchè parca loro che favorassono pih eh" a
loro non piacea i guelfi, e per lo passato tempo erano
usi di fare le forze*, e tiranneggiare per la baldanza
dello "mperadore, si non vollono seguire il popolo
né "1 comune alla detta oste sopra Pistoia, auzi in detto
e in fatto la contradiaro per animosità di parte; im-
perciocché Pistoia in quelli tempi si reggea a parte
ghibellina ; per la qua! cagione e sospetto, tornata
Toste da Pistoia vittoriosamente, le dette case de"
ghibellini di Firenze furono cacciati e mandati fuori
della città per lo popolo di Firenze, il detto mese dì
luglio 1251. E cacciati i caporali de" ghibellini dì
Firenze, il popolo e gli guelfi che dimorerò alla signo-
ria di Firenze, si mutare Tarme del comune di Fi-
renze; e dove anticamente si portava il campo rosso
e "1 giglio bianco, si feciono per contrario il campo
bianco e "I giglio rosso, e" ghibellini si ritennero la
prima insegna, ma la insegna antica del comune di-
mezzata bianca e rossa, cioè lo stendale eh* andava
nelT oste in sul carroccio, non si mutò mai. Lasceremo
* violenze. Vedi pure questa frasea lib. 8, cap. L
94
CRONICHE
ria di Firenze con certi pedoni eletti, lasciarono Tas-
aedio, e francamente s" addiriuaro contro a"* Pisani
e' Saneai per combattere , non lasciando per le nevi
né per la salita del poggio. Yeggendo ciò i nimici,
sanza attendere i Fiorentini si fuggirò vilmente in
isconfitta con grande danno di loro e di loro arnesi ;
e reggendo ciò quegli del castello, s** arrenderò a
pregioni, i quali tutti ne furono menati legati in Fi-
renze» e '1 castello disfatto e abbattuto : e ciò fu del
detto mese di gennaio, essendo potestà di Firenze
messer Filippo degli Ugoni da Brescia.
CAPITOLO XLIX.
Come i PiorenUm presono Thzano e poi sconfissono
i Fisam al Pontadera^ avendo % Pisani sconfUH i
lAtcchesi.
Nel detto anno 1252, i Fiorentini andaro per
comune ad oste a Pistoia e guastarla intomo, e pno-
sono Tassodio al loro cnstello di Tizzano, ed eb-
bonlo a patti a di 24 di giugno nel detto anno. E
essendo la detta oste de' Fiorentini a Tizzano, eb-
bono novelle come i Pisani colfaiuto de** Sanesi avea-
no sconfitti i Lucchesi a Nontopoli; incontanente
compierò i patti e ebbono il castello, e si levaro da
oste, e passaro in Valdamo per aegnire i Pisani e
loro oste , i quali sopraggiunsono al Pontadera , e
quivi ebbe grande battaglia. Alla fine i Pisani furono
sconfitti, e' Lucchesi, che gli aveano legati pregioni,
legaro e presono i Pisani, e la caccia fu infino alla
badia a Sansavino presso a Pisa a tre miglia, onde
molti ne furono morti de" Pisani e de" Sanesi, e
presi piii di tremila, i quali ne vennero legati a Fi-
renze, senza quegli che ne menarono i Lucchesi, e
fu presa la podestà di Pisa ch^avea nome messer An-
giolo di Roma. E ciò fu al tempo eh" era podestà di
Firenze messer Fih'ppo degli Ugoni di Brescia, il pri-
mo dì del mese di luglio nel detto anno 1252.
CAPITOLO L
Qua$hdo fu fatto il ponte a Santa Trinità.
In questo tempo essendo la città di Firenze per
la signoria del popolo in felice slato, si fece il ponte
sopra TAmo di Santa Trinità a casa i Frescobaldi
oltrarno, e in ciò adoperò molto il procaccio di
Lamberto Frescobaldi, il quale era nel popolo grande
anziano , ed egli e" snoi venuti in grande stato e
ricchezza.
CAPITOLO LI.
Come i Fiorentini presono il castello di Fegghine.
Nel detto tempo, essendo gli usciti ghibellini
di Firenze col conte Guido Novello della casa de*
conti Guidi ritratti nel castello di Fegghine, il quale
era molto forte, e rubellatolo al comune di Firenze,
essendo V oste de* Fiorentini fuori sopra i Pisani,
come detto è di sopra , tornata la detta oste vitto-
riosamente in Firenze, incontanente sanza soggiorno
andarono e puosonsi ad oste a Fegghine, e a quella
dirizzarono dificii, e diedonvi aspre battaglie; aUt
fine s" arrenderò a patti d" andarne sani e salvi il
conte co" forestieri, e" ghibellini usciti di tonare la
Firenze per pace ; e ciò fu, perchè più casati goelfi
eh* erano terrazzani di Fegghine non piacendo loro
la signoria de* ghibellini, cercaro il detto trattato. E
chi disse che quegli della casa de" Francesi, per mo-
neta che ebbono da" Fiorentini, avevano ordinato di
dare loro il castello ; per la qual cosa il conte e gU
usciti di Firenze vennero a* detti patti. E partitone
il conte e sua gente, la terra fu contro a" patti ra*
bata e arsa e abbattuta, e ciò fu alla signorìa del
detto messer Filippo degli Ugoni di Brescia, del nefe
d" agosto gli anni di Cristo 1252.
CAPITOLO Ln.
Come i Sanesi furono sconfitti da'" Fiorentini a Mon^
talcino.
Nel detto tempo, essendo Toste de* Fiorenliu
a Fegghine, i Sanesi andarono ad oste a Montalcino,
il quale era raccomandato del comune di Firenze per
gli patti della pace tra" Fiorentini e" Sanesi, e molto
aveano istretto il castello con battaglie e dificii, e
ciò sentendo i Fiorentini, incontanente v* andarono al
soccorso, e combatterò co" Sanesi e sconfissongli, e
molti ne furono morti e presi, e per gli Fiorentini
fu guemito Montalcino ; ed era podestà di Firenze fl
detto messer Filippo degli Ugoni; ciò fu gli anni di
Cristo 1252 del mese di settembre. E tomaro in
Firenze con grande vittoria di pia battaglie di cam-
po^, vinte e più terre e castella; ma a quello tempo
i Fiorentini erano uniti per lo buono popolo, e an-
davano in persona a cavallo e a pie nelTosti, e eoa
cuore e con franchezza; sicché di tutte parti bene
avventurosamente in questo anno reoarono trionfo e
vittoria in Firenze,
CAPITOLO Lin.
Come di prima si feciono in Firenze i fiorim delToro.
Tornata e riposata Toste de" Fiorentini colle
vittorie dette dinanzi, la cittade montò mollo in istato
e in ricchezze e signoria, e in gran tranquillo: per
la qual cosa i mercatanti di Firenze per onore del
comune, ordinaro col popolo e comune che ni bat-
tesse moneta d"oro in Firenze; e eglino promisono di
fornire la moneta d*oro, che in prima si batlea mo-
neta d' ariento da danari dodici Tuno. E allora ai co-
minciò la buona moneta d"oro fine di ventiquattro
carati, che si chiamano fiorini d"oro, e contavasi
Tuno soldi venti. E ciò fu al tempo del delio mesaer
Filippo degli Ugoni di Brescia, del mene di novem-
bre gli anni di Cristo. 1252. 1 quali fiorini^, gli cito
pesarono una oncia, e dalTuno lato era la ''mpronta
del giglio , e dalT altro il San Giovanni. Per ca^ne
* battaglie campali, giornate.
^ Qualche stampa reflfazzonata legge: de* ^uaU (lorim.
DI GIOVANNI VILLANI.
95
della detta nuova moneta del fiorino d^oro, si ci ac-
cadde una bella novelletta, e da dover notare. Co-
minciati i detti nuovi fiorini a spargersi per Io mon-
do, ne furono portati a Tunisi in Barberìa; e recati
dinanzi al re di Tunisi, ch^era valente e savio signore,
il gli piacquero molto,' e fecene fare saggio ; e trovata
di fine oro, molto la commendò, e fatta interpretare
a' suoi interpetrì la ''mpronta e scritta del fiorino,
trovò dicea: Santo Giovanni Battista, e dal lato del
giglio, Fiorenza. Veggendo era moneta di cristiani,
mandò per gli mercatanti pisani cbe allora erano là
firanchi e molto innanzi al re ^ (e eziandio i Fiorentini
il spacciavano in Tunisi per Pisani), e domandoUi
che città era tra^ cristiani quella Fiorenza che faceva
i detti fiorini. Rispuosono i Pisani dispettosamente per
invidia, dicendo: sono nostri Arabi fra terra; che
tanto viene a dire, come nostri montanari. Rispuose
saviamente il re: non mi pare moneta d^ Arabi; o voi
Pisani, quale moneta d'oro è la vostra ? Allora furono
confusi e non seppono rispondere : domandò se tra
loro era alcuno di Fiorenza; trovowisi uno merca-
tante d'oltrarno ch'avea nome Pera^ Baldncci discreto
6 savio. Lo re lo domandò dello stato e essere di
Firenze, cui ì Pisani faceano loro Arabi ; lo quale
saviamente rispuose, mostrando la potenza e la ma-
gnificenza di Firenze, e come Pisa a comparazione,
non era di podere né di gente la metà di Firenze, e
che non avevano moneta d' oro, e che il fiorino era
guadagnato per gli Fiorentini sopra loro per molte
vittorie. Per la qnal cagione i detti Pisani furono ver-
gognati, e lo re per cagione del fiorino, e per le
parole del nostro savio cittadino, fece franchi i Fio-
rentini, e che avessono per loro fondaco d*abitazio-
ne e chiesa in Tunisi, e privilegiolli come i Pisani.
E questo sapemmo di vero dal detto Pera, uomo de-
gno di fede, che ci trovammo con lui in compagnia
air ufficio del priorato. Tanno di Cristo 1316, es-
sendo egli antico, d' anni 90, in buona prosperità e
senno.
CAPITOLO LIV.
Come i FiorenUm feciono oste a Pistoia ed elh-
tfonhtj e poi la città di Siena^ e presono pie loro
castella.
Negli anni di Cristo 1 253 i Fiorentini feciono oste
sopra la città di Pistoia, che si tenea a parte ghibel-
lina, e guastarla intomo intorno per modo che neuno
potea uscire, e' Pistoiesi veggendosi cosi assediati,
ganza speranza di soccorso o aiuto neuno, si si ar-
renderono, a patti di rimettere i loro usciti guelfi in
Pistoia, e che i Fiorentini vi facessero uno castello
il quale fosse in sulla porta che viene da Firenze, e
quello si facesse guardare per gli Fiorentini ; e così
fu fatto forte e bello, con tutto che assai dispiacesse
a^ Pistoiesi; ma tuttora si tenne per i Fiorentini in-
finochò durò il buono popolo vecchio. Ma dopo la
sconfitta di Montaperti, tornati i ghibellini in Pistoia,
ai disfece il detto castello per gli Pistoiesi. E tornata
I Ihttehi di gravensa e nella grazia del re.
* Qualche stampa: Perla,
la detta felice oste a Firenze, incontanente andarono
sopra la dttà di Siena e diedono il guasto, e anda-
rono infino al castello di Montalcino eh* ò di là da
Siena, e contra la forza de' Sanesi guernirono il
detto castello, impercioccb' era a loro lega e acco-
mandagione, e presono Rapolano e più altre castella
e fortezze de' Sanesi, e tornarono in Firenze con
grande onore; e a quello tempo era podestà di Fi-
renze messer Paolo da Soriano.
CAPITOLO LV.
Come i Fiorentini feciono oste a Siena^ e"* Sanesi
feciono le comandamenta e fu pace tra loro.
Neil' anno seguente 1254, essendo podestà di Fi-
renze messer Guiscardo da Pietrasanta di Milano, 1 Fio-
rentini ^feciono oste per comune sopra la città di Siena
e puosono il campo e assedio al castello di Nontereg-
gioni, e di certo V avrebbono avuto, perocché i Tede-
schi che '1 guardavano, erano in trattato di renderlo per
lire cinquantamila di soldi venti il fiorino d' oro ; e tro-
varo gli anziani in una notte sola venti cittadini che
ciascuno ne proflferse mille, senza quelli delle minori
somme ; si erano allora i cittadini in buona disposi-
zione per lo bene del comune I Ma i Sanesi per non
perdere Montereggioni feciono le comandamenta de^
Fiorentini, e fu fatta pace tra loro e*^ Sanesi, e al
tutto quetaro ^ a' Fiorentini il castello di Montalcino.
CAPITOLO LVI.
Come i Fiorentini ebbono il castello di Poggiboniw^
e quello di Mortennana.
Nel detto anno partitasi la detta bene avven-
turosa oste de' Fiorentini di su il contado di Siena,
si ebbono il castello di Poggibonizzi a patti, e poi
il castello di Mortennana degli Squarcialupi ebbono
per forza e per ingegno, eh' era rubellato da' Fio-
rentini ; e coloro che prima v' entrarono dentro, fu-
rono fatti franchi in perpetuo da' Fiorentini.
CAPITOLO LVU.
Come i Fiorentini sconfissono i Volterrani^ e com^
battendo presono la città di Voltetra,
Come la detta oste si parti da Poggibonizzi,
senza tornare in Firenze, andò sopra la città di Vol-
terra che la teneano i ghibellini, e giugnendo la detta
oste su per le piagge e vigne di Volterra guastando,
per intendimento, che come l' avessono guasta, tor-
narsi a Firenze, con ciò fosse che la città di Vol-
terra fosse delle più forti terre d'Italia, avvenne
come piacque a Dio una bella e improvvisa vittoria
a' Fiorentini : eh' e' Volterrani veggendo l' oste presso
alle porte della loro città, con grande rigoglio e
' rilasciarono , cedettero. Qu^are vale far fine o que-
tanzOf riUuciairt ecc. Vedi al e Xd di questo libro: Qtie-
ioH ogni servigio.
96
CRONiqiE
baldanza latta la buona gente della terra uscirò fuori
alla battaglia sanza niuno buono ordine dì guerra o
capitanerìa, e assalirò i Fiorentini molto aspramente,
e assai gli danneggiaro per lo vantaggio della scesa
del poggio. Na il buono popolo de' Fiorentini molto
vigorosamente sostennero la battaglia, e cominciato
r assalto, la cavallerìa de* Fiorentini pinse al poggio
alPaiuto del popolo che combatteano co' Volterrani,
per modo, che per forza gli misono in volta e in
iseonfitta; e fuggendo i Volterrani per ricoverare nella
città, ch'erano le porte aperte, i Fiorentini mischiati
co' Volterrani, combattendo con loro e cacciando in-
sieme, sanza grande contrasto si misono dentro alle
porte; e quegli ch'erano alla guardia veggendo i
loro cittadini tornare in iseonfitta, si misono alla fuga
per modo che ingrossando la gente de' Fiorentini
presono le porte, e le fortezze di sopra guemirono
di loro gente ; e entrati dentro, incontanente corsono
la città sanza contrasto niuno, anzi vennono loro in-
contro il vescovo con tutto il cherìcato della città
colle croci in mano, e le donne della città scapigliate,
gridando pace e misericordia. Per la qual cosa i Fio-
rentini entrati nella terra, non vi lasciarono fare nulla
ruberìa, né micidio, né altro mallficio, se non che a
loro guisa rìformaro la signoria, e poi ne mandarono
fuorì i caporali de' ghibellini. E questo fu del mese
d'agosto gli anni di Cristo 1254, alla delta signoria
di messer Guiscardo da Pietrasanta.
CAPITOLO LVIU.
Come i Fioreniini andato ad oste sopra Pisa^ e'
Pisani feciono le toro comandamenta.
Come i Fiorentini ebbono riformata la città di
Volterra a loro volontà, sanza tornare in Firenze, la
loro bene avventurosa oste andarono sopra la città
di Pisa. I Pisani avendo intese le villorìe de' Fioren-
tini, e la presa della forte città di Volterra, isbigot-
titi molto, mandarono loro ambasciadori all'oste de'
Fiorentini colle chiavi in mano in segno d'umiltà,
per trattare di pace, e fare il piacere de' Fioreniini ;
la qual pace fu accettata in questo modo : eh' e' Fio-
rentini a perpetuo fossono franchi in Pisa, sanza pa-
gare niente di gabella né di niuno dirìtto di nulla
mercatanzia eh' entrasse o uscisse di Pisa per mare
0 per terra, e che i Pisani terrebbono il peso di Fi-
renze e la misura de' panni, e una lega di moneta, e
di non esser contradii, né fare guerra a' Fiorentini, né
dare aiuto prìvato o palese a' loro nemici; e per
patto domanderò la terra di Piombino o '1 castello di
Ripafratta. E sentendo ciò i Pisani furono molto cruc-
ciosi, spezialmente perché i Fiorentini non prendes-
sero Piombino per cagione del porto> e disdire non
poteano.la rìchiesta de' Fiorentini. Uno Pisano ch'avea
nome Vemagallo disse : se noi vogliamo ingannare i
Fioreniini, mostrianne più teneri di Ripafratta che di
Piombino, e eglino per prendere più tosto quello che
più ci spiaccia, e per più infestamento ' de' Lucchesi
* molestia, importunità, n Testo Davauzati lascia il j>u^.
Noi andiamo colla Crosca.
prenderanno Ripafratta ; e così avvenne^ e Ripaflratti
presono, e poco appresso i Fiorentini la donaro a'Lac-
chesf. E ciò fu poco senno per gli Fiorentini, ch'a-
vendo Piombino, é porto in mare, e la signorìa di
Volterra, troppo n' accrescea la città di Firenze. E
per ciò tenere fermo, diedono i Pisani «'Fiorentini
cinquanta stadichi de' migliorì uomini di Pisa, i quali
ne vennero in Firenze ; ma poco tempo i delti Pisani
attennero la detta pace. E ciò fatto per gli Fioren-
tini, la detta felice e bene avventurosa oste toraò in
Firenze con grande trìonfo e onore ; e ciò fo del
mese di settembre, gli anni di Crìsto 1254, essendo
podestà di Firenze il detto messer Guiscardo da Pie-
trasanta di Milano. E il detto anno fu per gli Fioren-
tini chiamato T anno vittorioso ; ohe ciò che per la
detta oste s'imprese di fare, venne loro bene fatto,
e con grande vittoria e onore. Lasceremo alquanto
de' fatti di Firenze, e diremo d'altre novitadi state
ne' detti tempi in diverse parti brievemente.
CAPITOLO LIX.
Come il grande cane de"" Tarlati $% fece cristiano^
e mandò sua oste col fratello sopra i saracini tu
Sorta.
Negli anni di Cristo 1254, Magno nipote che
fu di Hoccata cane imperadore de' Tartari, a rìchiesta
e ammaestramento del re Aiton d'Erminia si fece
battezzare cristiano, e col detto re d'Erminia mandò
Aloon suo fratello con grandissimo esercito di Tar-
tari a cavallo per conquistare la Terra Santa, e ren-
derla a' crìstiani. E vegnendo per lo reame di Persia,
isconfisse il calif di Baldacca (ciò era il papa de' sa-
racini) e prese il detto calif e la città di Baldacca,
che anticamente fu la grande Babilonia chiamata, e 1
detto calif mise in pregione nella camera del suo
tesoro medesimo, la quale era la più rìcca d'oro e
d* argento e di pietre preziose che fosse al mondo,
e per avarizia non avea soldati, cavalieri e genti a
sua difensione. Per la qual cosa il detto imperadore
de' Tartari gli disse, che del suo tesoro ohe s'avea
serbato convenia che mangiasse, e vivesse sania altra
vivanda; e cosi tra quello tesoro morì di fame: e ciò
fu gli anni Cristo 1256. Appresso il detto Aloon col
re d'Ermi.nia discesono in Sorìa, vegnendo conqui-
stando le province e terre de' saracini, e per forza
presono la città d'Aleppo, e quella di Damasco e
Antiocchia, che teneano i saracini; e il soldano d'Alep-
po fu preso, e tutto suo paese distrutto : e ciò fa gli
anni di Crìsto 1260. Ma ciò fatto, non compiè di rac-
quistare Gerusalem, perch' ebbe novelle che Manzo
cane imperadore suo fratello era morto; e per esser
egli gran cane, cioè in nostra lingua grande impera-
dore, tornò in suo paese, e lasciò il conquisto della
detta Terra Santa.
CAPITOLO LX.
Come si cominciò la prima guerra tra'' Gemacesi
e' ViniwuU,
Negli anni di Crìsto 1256, si cominciò nella città
d* Acrì in Sorìa la guerra tra^ Genovesi e' Vlnisiani,
DI GIOVANNI VILLANI.
67
ptf eagiooe che ciascuoo di loro comuni vi volea es-*
sere il maggiore, e per la possessione di San Giovanni^
<i*Acri, che dascnno la volea ; onde derivò molto di
naie per gli tempi appresso, come di loro fatti fe-
reno menzione. In quella rìotta^ i Yiniziani furono so-
perchiati da' Genovesi, ma ivi a due anni (ciò fu nel
1258) trovandosi in Acri Tamiata de' Genovesi, che'
eraao cinquanta galee e quattro navi, furono sconfitU
dall'armata de' Viniuani, e prese ventiquattro galee,
e Biorti più di millesettecento Genovesi ; e disfedono
i Yifliziani la ruga de' Genovesi, e una loro bella torre
che fi chiamava la Mongioia, e recarne delle pietre
ìoIìao in Vinegta : era loro ammiraglio uno di quegli
da eà Conno.
CAPITOLO LXI.
Come ti coHie Guido Guerra cacciò la parte ghi-
beUma dT Are%%o^ e come i Fiorentini la vi
rimisono.
Negli anni di Cristo 1255, i Fiorentini in ser-
vigio degli Orbietani, i quali aveano guerra co' Vi-
terbesi e eon gli altri loro vicini ghibellini e fedeli
Mìo 'mperìo e di Manfredi, mandarono loro in aiuto
cinquecento cavaUeri, onde feciono capitano il conte
Goido Guerra de' conti Guidi ; e giunto lui in Arezzo
colla detta cavalleria, sanza volontà o mandato del
cornane di Firenze, cacciò d'Arezzo la parte ghibel-
lina, i quali Aretini erano in pace co' Fiorentini. Per
hi qaal cosa il popolo di Firenze adirato contro al
detto conte, v'andarono ad oste ad Arezzo, e tanto
vi ftetlono, ch'elli ebbono la terra a loro comanda-
mento, e rimisonvi i ghibellini, e '1 detto conte se ne
pary ; ma n volle prima dagli Aretini lire dodicimila,
le quali i Fiorentini prestarono al comnne d'Arezzo,
aia non so s' elle si riebbono mai. B in qnesto tempo
■esser AlanmiMio della Torre di Milano era podestà
di Firenze.
CAPITOLO LXU.
Come i Pisani rvppono la pace ; e come i Fioren-
tini gli sconfisMono al ponte al Serchio,
Negli anni di Cristo 1 256, ancora essendo pode-
stà dì Firesse il detto messer Alamanno, i Pisani per cal-
do e sodducimento del re Manfredi, mppono la pace
ch'era tra loro e' Fiorentini e' Lucchesi, e andarono
sopra il contado di Lucca a oste al castello del ponte al
Scrduo : per la qual cosa i Fiorentini andaro ad oste
sopra a Pina dalla parte di Lucca al soccorso del detto
castdio ; e quivi assaliti i Pisani da' Fiorentini e Luc-
chesi furono rotti e sconfitti e molti morti, e presi
pia di tremila, e annegati nel fiume del Serchio in
fraidc qoaJilità. E ciò fatto, i Fiorentini vennero ad
oste a Pisa infino a San Iacopo in Valdiserchio, e
^àn tagliaro ano grande pino, e batterò in sul ceppo
dd dello pino i fiorini d' oro ; e per ricordanza, que-
lli che in qnello luogo furono coniati, ebbono per
cootnssegna Ira' piedi di San Giovanni quasi come uno
Meglio, a guisa d' uno piccolo albero ; e de' nostri
' Testo Dav. Suht, ^ contesa, qaistìone.
dì ne vedemmo noi assai di quelli fiorini. I Pisani ve-
dendosi cosi sconfitti e assediati, feciono pace co'
Fiorentini e co' Lucchesi, con ogni reverenza e pat-
ti eh' e' Fiorentini seppono divisare. Intra gli altri
patti vollono i Fiorentini in servigio de' Lucchesi, e
ancora per avere libera la piaggia del Mutrone per
le loro mercatanzie, che '1 castello del Mutrone, che 'I
teneano i Pisani, fosse a loro comandamento, o
fatto 0 disfatto, come piacesse al popolo di Firenze ;
e ciò si fu promesso per gli Pisani. E essendo so-
pra a ciò tenuto segreto consiglio tra l'uficio degli
anziani del popolo di Firenze, fu preso partito che '1
Mutrone si dovesse disfare per lo migliore, e il
dì appresso si dovea in pubblico parlamento sen-
tenziare. I Pisani temendo eh' e' Fiorentini non giu-
dicassero che rimanesse fatto alla signoria de' Luc-
chesi, si mandarono incontanente in Firenze uno
segreto e discreto cittadino con danari assai, a difen-
dere, e spendere per ciò riparare. E trovando in Fi-
renze il più grande anziano e possente in popolo e
in comune, (era Aldobrandino Ottobuonì, uno franco
popolano da San Firenze) segretamente gli fece par-
lare a uno suo amico, profferendogli di dare quattro-
mila fiorini d'oro, e più, se ne volesse, e egli ado-
perasse che '1 Mutrone si disfacesse. Il buono anziano
Aldobrandino udendo la promessa, non fece come
cupido 0 avaro, ma come leale e virtuoso cittadino ;
e avvisandosi che il consiglio preso il di dinanzi per
lui e per gli altri anziani di disfare il Mutrone, era al
piacere de' Pisani, e potea essere a danno de' Fioren-
tini e de' Lucchesi, si tornò al consiglio sanza sco-
prire la promessa che gli era stata fatta, e consigliò
per belle e utili ragioni il contrario, cioè che '1 Mu-
trone non si disfacesse ; e così fu preso e stanziato.
E nota lettore la virtù di tanto cittadino, che non
essendo troppo ricco d' avere, ebbe in se tanta conti-
nenza e sincerità per lo suo comnne, che più non ebbe
del tanto il buono romano Fabrizio del tesoro a lui
proffertó per gli Sanniti; e però ne pare degna cosa
di fare di lui memoria, per dare buono esemplo a'no-
stri cittadini che sono e che saranno, d' essere leali al
loro comune, e d'amare meglio memoria di fama di
virtù, che la corruttibile pecunia. 11 detto Aldobran-
dino, come piacque a Dio, poco tempo appresso mori
in tanta buona fama per le sue virtudiose opere falle
per lo popolo, e '1 comune per non essere ingrato,
feciono grande onore al suo corpo e alla sua memoria,
che alle spese del comune feciono fare nella chiesa di
Santa Reparata uno monimento di marmo levato più
che ninno altro, e in quello seppellire il suo corpo a
grande onore ; e nel detto sepolcro feciono intagliare
questi versi:
Fons est supremus Aldobnmdinus amoenus
Ottoboni natus, ad bona euncta datus.
E poi dopo la sconfitta da Montaperti, tornati i
ghibellini in Firenze, e rotto il popolo, certi per em-
piezza di parte feciono abbattere la detta sepuitnra,
e trame il corpo morto di tre anni passati, e farlo
strascinare per la città e gittare a* fossi. E però an-
cora nota gli atti della fallace fortuna, a ricevere la sua
memoria indegnamente sì fatta vergogna, dopo tanto
degno onore ricevuto per lui alla sua vita e alla sua
1
98
CRONICHE
morte ; ma faccendo comparauone aUa sua baona fa-
ma e opere di virtù, le quali oon si possono torre per
la fallace ventura, ogni non dovuta vergogna fatta al
suo corpo, fu corona perpetua della sua buona fama,
e obbrobrio e vergogna degP iniqui e malvagi ope-
ranti.
CAPITOLO LXIII.
Come i Fiorentini disfecero la prima tolta il ca^
stello di PoggiboniMi,
Negli anni di Cristo 1257, essendo podestà di
Firenze Matteo da Coreggio di Parma, i Fiorentini
avendo sospetto del castello di Poggibonizzi, perchè
teneano parte ghibellina e d'imperio, ed erano in lega
co^ Sanesi, che allora non erano amici de' Fiorentini,
sì v^ andarono i Fiorentini subitamente, e entrati nel
castello, presono la terra per disfare le mura e for-
tezze. Per la qual cosa i Poggiboniizesi, eh' erano per
loro grande comune^, vennero a Firenze colle coregge
in collo a chiedere mercè al comune di Firenze, che 1
castello non fosse disfatto ; ma invano furono le loro
richeste, che M castello per gli Fiorentini fu abbattuto
e disfatto.
CAPITOLO LXIV.
IncidenMj raccontando uno grande miracolo del
corpo di Cristo eh" aevenne nella città di Parigi,
Nei detti tempi, regnando in Francia il buono re
Luis, avvenne uno grande miracolo del corpo di Cristo;
che celebrando uno prete il sacramento in una cap-
pella di Parigi presso alla sala del re, come piacque a
Dio, apparve in sulle mani del prete alla vista delle
genti, in luogo dell' ostia sacra, uno piccolo fanciullo
molto bello e grazioso, il quale veduto da molti, pre-
garo il prete U sostenesse infino che al re Luis fosse
fatto assapere, e che 1 venisse a vedere; cosi fece,
onde molta quantità di gente entrasse a vedere. E es-
sendo ciò detto al re Luis, e eh' egli v' andasse a ve-
derlo, rispuose : vadalo a vedere chi noi crede, ch^ io
il veggio tutta>ia nel mio cuore. Per ki quale risposta
fu commendato molto il re di grandissimo senno e
di cattolica fede.
CAPITOLO LXV.
Come il popolo di Ftrewte cacciò la prima tolta
i ghibellini di FirenMy e la cagione.
Negli anni jdi Cristo 1258, essendo podestà di
Firenze messer Iacopo Bernardi di Porco, all'uscita
del mese di luglio quegli della casa degli liberti con
loro seguito de' ghibellini, per sodducimento di Han-
firedi, ordinarono di rompere il popolo di Firenze,
perchè parea loro che pendessono in parte guelfa.
Scoperto il detto trattato per lo popolo, e fatti richie-
dere e citare dalla signoria, non vollono comparire
né venire dinanzi, ma la famiglia della podestà da
loro furono duramente fediti e percossi ; per la qual
' Tuttoché fossero per sé stessi, seni' altra forza, no
raggnardevol comune, o stato.
cosa il popolo corse ad arme, e a furore oorsono alle
case degli liberti, ov* è oggi la piazza del palagio del
popolo e de' priori, e nocisonvi Schìtttuazo degli
liberti, e più loro masnadieri e famigliari, e fu preso
Uberto Caini degli liberti, e Mangia degi' Inlangati,
i quali per loro, confessata la congiura in parlaoMito,
in Orto San Michele fu loro tagliata la testa, e gli
altri della casa degli liberti con più altre case de*
ghibellini uscirono di Firenze. I nomi delle case di
rinomo ghibelline eh' uscirono di Firenze, furono
queste : gli liberti, i Fifanti, i Guidi, gli Anddei, i
Lamberti, gli Scolari, e parte degli Abati, Capon-
sacchi, Migliorelli, Soldanieri, Infangati, Ubriachi,
Tedaldini, Caligari, que' della Pressa, Amieri, que'da
Cersino, e' Razzanti, e più altre case e schiatte di
popolari e grandi scaduti, che tutti non si possono
nominare, e altre case de' nobili ài contado, e an-
darne a Siena, la quale si reggea a parte ghibellina,
e erano nemici de' Fiorentini : e furono disfatti i loro
palagi e torri, che n^ aveano assai, e di quelle pietre
si murarono le mura da san Giorgio oltrarno, che '1
popolo di Firenze fece in quelli tempi cominciare
per la guerra de' Sanesi. E poi del mese di settembre
prossimo del detto anno, il popolo di Firenze fece
pigliare l'abate di Valembrosa, il quale era gentile
uomo de' signori di Beccheria di Pavia in Lombardia,
essendoli apposto, che a peti^one de' ghil>ellini u-
sdti di Firenze trattava tradimento, e quello per wm^
tiro gli fecero confessare, e scelleraiaaiente nella
piazza di Santo Apollinare gli feciono a grido di
popolo tagliare il capo, non guardando a sua di*
gnità, uè a ordine sacro; per la qual cosa il co-
mune di Firenze e' Fiorentini dal papa furono sco-
municati; e dal comune di Pavia, ond'era il detto
abate e da* suoi parenti i Fiorentini che passavano
per Lombardia ricevevano molto danno e molestia.
E di vero si disse, che 'i religioso uomo nulla
colpa avea, con tutto che di suo legnaggio fosse
grande ghibellino. Per lo quale peccato, e per molti
altri fatti per lo scellerato popolo si disse per molti
savi, che Iddio per giudicio divino permise ven-
detta sopra il detto popolo alla battaglia e scon-
fitta da Montaperti, come innanzi faremo menzione.
Il detto popolo di Firenze che in quegli tempi res-
se la città, fu molto superbo e d'alte e grandi impre-
se, e in molte cose fu molto trascotato '; bm una
' spensierato, trascareto : la Crusoa non ha che trascu-
tato , tra$cuiaMza e trateutaggine. Questo vocabolo , del
pari ohe tr<tc§tatOf traewtatOf tracutanga deriva da colo,
che vmleva pensiero. Colo in fatti è sincope di coUUo oSoè
cogitato , che , secondo V oso degli antichi di mutare il
participio a sostantivo, vale cogitamento o pensiero. Aven-
do noi il latino cogito e ancora l'halianissimo vocabolo
cogiUufUme^ non è egli ridicolo lambiccarsi a oereame le
orìgini nel proveaaale caUf — TraaUaéo e trattato oltre
la signilicazione di arroganUe, prosuntuoso, dovettero
presso gli antichi aver anche quella di trascotalo o tra»-
curato : si regga quanto sopra l'autorità del Bembo ne
dieserò i deputati alla oorreilone del Dooammm* (Amiot.
pag. 4). Come Iroecttroto nel Boceaodo e nel Saeehetti
vai pure tracotato o insolente (Boec, nov. 74 • S^ecK,
nov. m),' così questo stava talvolta per quel vocabolo. Ha
tracotato nel senso di trascuratOf negUgmte^ mancherebbe
alla Crusca.
DI GIOVANNI VIILANI.
09
cola dibono i rettori di quello, cbe farono molto
leidi e diritti a conraDe; e perchè ntio ch'era an-*
siano fece ricofliere e mandoUo in sua villa uno
cancello ch'era stato della chiusa del leone, e an-
dava per lo fango per la piazza di San Giovanni,
si ne fn condannalo in lire mille, e siccome fro-
datore d^le cose del comune.
CAPITOLO LXVI.
Come gU ÀreUm presono e dUfedano Cortona,
Negli anni di Cristo 1259, essendo podestà
d' Areno messer Stoldo Giacoppi de' Rossi di Fi-
renze, per suo senno e valenza menò gli Aretini,
e di notte con iscale enlraro in Cortona, la quale
era molto fortissima, ma per la mala guardia la per-
derò i Cortonesi, e gli Aretini disfeciono le mura
e le fortezze, e fedongli loro suggetti; onde i Fio-
rentini, i quali erano a loro lega, furono molto cruc-
ciosi, e recarsi che gli Aretini avessono rotta loro
pace.
CAPITOLO LXVIl
Qome • Fiorentini presono e disfeciono il castello
di Gressa,
Per la detta cagione i Fiorentini, il febbraio
vegnente del detto anno, andarono ad oste a uno
castello del vescovo d'Arezzo, cb'avea nome Gres-
la, molto forte con due cinte di mura, in Casen-
tÌDO, e quello per forza e per assedio ebbono, e poi
il feciono disfare. Era podestà di Firenze messer Da-
nese Crevelli di Milano.
CAPITOLO LXVIIL
Cerne il popolo di Firenze prese i castelli di Ver-
iiùi, e di Mangona,
E poi tornata la detta oste, incontanente an-
daro ad oste sopra il castello di Vernia de' conti
Alberti, e quello per assedio ebbono e disfeciono;
e presono il castello di Mangona, e le genti e'fe-
ddi fedoDo giurare alla fedeltà e ubbidienza del
popolo e comune di Firenze, dando ogni anno per
San Giovanni certo censo al comune. La cagione di
ciò fu, che essendo il conte Alessandro (cbe di
ragione o' era signore) piccolo garzone, il conto
NapokoBo suo consorto e ghibellino (imperciocché
egli era alla sua guardia del popolo di Firenze) si
gli tolsoBO le dette castella, e guerreggiavano i Fio-
rentiiii, e per lo popolo di Firenze, per lo modo
detto, fbreno racquistate; per la qual coso rinve-
stironiM poi il eonte Alessandro, quando i guelfi tor-
narono in Firenze: non volendo esser figliuolo d'in-
grt^tndine^ si donò e fece testamento inttrtivo ',
* CorrasSeoe del modo latino tntor i-woty onde T^Mtor^,
^mmt mtennvo^ vidt mettere «Hnd (con testamento o atto
^ doBAàoac) nel poeseeeo d'alcnn nostro bene, in modo
^ non poterlo pia Alienare, quand'anche ce ne riaorbas-
*ino, TircndOy Fosnihitto.
che s' e' due snoi figlinoli Nerone e Alberto morìs-
sono senza rede maschi e legittimi, lasciava i detti
Vernia e Mangona alla massa della parte guelfe di
Firenze, e ciò fu gli anni di Crbto 1273.
CAPITOLO LXIX.
Inciden%a^ de'' fatti che furono in Firenze al tempo
del popolo '.
Al tempo del detto popolo di Firenze, fu al
comune presentato uno bellissimo e forte leone, il
quale era inohiuso nella piazza di San Giovanni.
Avvenne che per mala guardia di quegli ' che 'I
custodiva, uscì il detto leone della sua stia corren-
do per la terra, onde tutta la città fu commossa
di paura. Capitò in Orto San Michele, e quivi prese
uno fanciullo e tenealsi tra le branche: udendolo la
madre che non n' avea più, e questo fanciullo le
rimase in ventre quando, il padre gli fu morto, come
disperata, con grande pianto scapigliata corse con-
tra il leone, e trassegli il fanciullo tra le branche,
e '1 leone nullo male fece né alla donna nò al
fanciullo, se non eh' egli guatò, e ristettesi. Fu
questione qual caso fosse, o la gentilezza della na-
tura del leone, o la fortuna riserbasse la vita del
detto fanciullo perchè poi facesse la vendetta del
padre, com'egli fece, e fu poi chiamato Orlanduc-
cio del leone di Calfette. E nota, che al tempo del
detto popolo, e in prima, e poi a gran tempo, i
cittadini di Firenze viveano sobrii, e di grosse vi-
vande, e con piccole spese, e di molti costumi e
leggiadrìe grossi e ruddi: e di grossi drappi ve-
stieno loro e le loro donne, e molti portavano le
pelli scoperte sanza panno, e colle berrette in capo,
e tutti con gli usatti ' in piede, e le donne fio-
rentine co' calzari sanza omameny, e passavansi le
maggiori d' una gonnella ^ assai stretta di grosso
scarlatto d' Ipro, o di Camo, cinta ivi su d' uno
scaggiale ^ all'antica, e uno mantello foderato di
vaio col tassello ^ sopra, e portavanlo in capo; e
le comuni donne vestite d' uno grosso verde di Cam-
bragio per lo simile modo, e lire cento era comune
dota di moglie, e lire dugento o trecento era a
quegli tempi tenuta isfolgorata ^; e le più delle
pulcelle aveano venti o più anni, anzi eh' andas-
sono a marito. Di sì fatto abito e di grossi co-
stumi erano allora i Fiorentini, ma erano di buona
fé e leali tra loro e al loro comune, e colla loro
* 11 Villani prese qnaei alla lettera dal Malispini questo
capitolo.
' Nota quegli nel secondo caso. Dante lo usa pure nel
caso obliquo (Porg. 3): Piangendo a qim che volentim' per-
ctonti. n Paasavanti: a qutgìi che Vicario di Cristo è nella
Chiesa. D codice Moreni qui legge: di quello che lo stu»
diava,
' calzari di cuoio, oggi edvolL
* si contentavano d'nna gonnella.
^ Cintura di cuoio con fibbia, e dioeai anche echeggiate.
* n taseéUot a somi^^ianaa del cappuccio, era un pezzo
di panno attaccato di fiiora sotto il bavero del mantello;
e portavaai talora in capo; foggia oggidì dlsnuta. Foderato
di raso vale soppcamato,
^ smoderata) disorbitante.
100
CRONICHE
grossa vita e povertà, fecioDO maggiori e più vir-
tadiose cose, che non sono fatte a^ tempi nostri con
più morbidezxa e con più rìcc^eEza.
CAPITOLO LXX.
Come ii Paglialoco ' imperadore de^ Greci iohe
Costantinopoli a" Franceschi e a^ FtiMMont.
Nel detto anno di Cristo 1259 la città di Co-
stantinopoli, là quale fu conquistata per gli France-
schi e per gli Viniziani, cone addietro facemmo men-
zione, essendone imperadore Baldovino nato della
casa di Fiandra, il Paglialoco imperadore de* Greci
colla forza de* Genovesi, i quali con loro galee e na-
vilio r alaro per dispetto de^ Viniziani loro nemici,
fu presa, e cacciatine i Franceschi, e* Viniziani, e tutti
i Latini, e mai poi non n* ebbono signoria, e a* Ge-
novesi donò il Paglialoco molto tesoro, e diede per
loro stanza la terra che si chiama Pera, la quale è
presso di Costantinopoli in sul corno del golfo, non
fidandosi eh* eglino né altri Latini avessono fortezza in
Costantinopoli.
CAPITOLO LXXI.
D* una grandissima battaglia che fu tra gli re
(f Ungheria e queUo di Boemia.
Nell'anno 1260, essendo grande discordia tra*l
re d* Ungheria e quello di Boemia per certe terre
ìnfraMoro confini, il re d" Ungheria entrò nel reame
di Boemia con più di ottantamila uomini a cavallo,
che Ungheri, e Cumani, e Bracchi, e Alani, la mag-
giore parte pagani Lo re di Boemia si fece loro in-
contro con più di centomila uomini a cavallo, ma
nota, che tutti vanno a cavallo in su ogni ronzino
ferrato o isferrato, si nominano per cavalieri, ma in-
fra questi n^ ebbe bene settemila a grandi cavalli co-
verti di maglia di ferro. E cominciata la grande bat-
taglia a* confini de* detti reami, per la moltitudine e
discorso ^ de' cavalli, si levò si grande polvere, che
di mezzodì si fece al oscura Taria, che l'uno non
conosceva V altro. Alla fine essendo il re d* Ungheria
duramente fedito, gli Ungheri si misono in fuga, e
al trapasso d*una riviera più di quattordicimila, si
dice, che n* annegaro. E dopo la detta sconfitta, il re
di Boemia entrato in Ungheria, per solenni amba-
sciadori degli Ungheri fu richiesto di pace, il quale
rannate le terre ond*era il contrasto, si fermò con
matrimonio tra loro.
CAPITOLO LXXn.
Come il grande tiranno ÀMiolino da Romano fu
sconfitto da" Chermonesi^ e morì in pregiane.
Nel detto anno 1260, Azzolino di Romano, cioè,
d*uno castello di Tre^'igiana, dal marchese Pallavi-
' Storpiatura di Paleologo^ cognome d! più imperatori
' oriente. Qui per altro intende dire di Michele Paleologo.
d' oriente. Qui per
* discorrimento.
cino e da* Chermonesi nel contado di Milano, presso
al ponte di Casciano in sul fiume d*Adda, avendo
con seco più di millecinquecento cavalieri, e andava
per torre la città di Milano, ta sconfitto e fedito e
preso; delle quali fedite in pregione mono, e nel
castello d Solcino nobilemente fu soppellito. Egli tro-
vava per sua profezia, eh* egli dovea morire in uno
castello del contado di Padova, ch*avea nome Ba-
sciano, e in quello non entrava; e quando si senti
fedito domandò come si chiamava il luogo : fugli detto,
Casciano ; allora disse : Casciano e Basdano tutto è
uno : e giudicossi morto. Questo Azzoh'no fti il più
crudele e ridottato tiranno che mai fosse fra* cristiani,
e signoreggiò per sua forza e tirannia (essendo di
sua nazione della casa di Romano gentile uomo)
grande tempo tutta la Marca di Trevigi e la città di
Padova e gran parte di Lombardia ; e* cittadini di
Padova molla gran parte consumò, e acceconne, pur
de* migliori e de* più nobili in grande quantità, e to-
gliendo le loro possessioni, e mandogli mendicando
per lo mondo, e molti altri per diversi martini e tor-
menti fece morire, e a un* ora undicimila Padovani
fece ardere, e per la innocenza del loro sangue, per
miracolo, mai poi in quello non nacque erba ninna;
e sotto r ombra di una rudda ' e scellerata giustizia
fece molti mali, e fu uno grande flagello al suo tempo
nella Marca Trevigiana e in Lombardia, per pulire *
il peccato della loro ingratitudine. Alla fine, come
piacque a Dio, vilmente da men possente gente della
sua fu sconfitto e morto, e tutta la sua gente si sper-
se, e la sua signoria venne meno e suo legnaggio.
CAPITOLO LXXIII.
Come furono eletti re de^ Romani il re di Ca^
stello e Ricciardo conte di Comotaglia,
Nel detto anno, essendo d'assai tempo prima
per gli elettori dello ^mperio eletti per discordia due
imperadori, V una parte (ciò furono tre deMettorì}
elessono il re Alfonso di Spagna, e V altra parte
degli elettori elessono Ricciardo conte di Comova-
glia e fratello del re dlnghilterra ; e perchè il reame
di Boemia era in discordia, e due se ne faceano
re, ciascuno diede la sua boce alla sua parte. E
per molti anni era stata la discordia de* due eletti,
ma la Chiesa di Roma più favoreggiava Alfonso di
Spagna, acciocch* egli colle sue forze venisse ad
abbattere la superbia e signoria di Manfredi: per
la qual cagione i guelfi di Firenze gli mandarono
ambasciadorì per sommuoverlo del passare, pro-
mettendogli grande aiuto acciocché favorasse parte
guelfa. E r ambasciadore fu ser Brunetto Latini^
uomo di grande senno e antoritade; ma innanzi
che fosse fornita F ambasciata, i Fiorentini furono
sconfitti a Montaperti, e lo re Manfredi prese grande
vigore e stato in tutta Italia, e 1 podere deUa parie
della Chiesa n'abbassò assai, per la qual cosa Al-
fonso di Spagna lasciò la *mpresa dello *mperio , e
Ricciardo d'Inghilterra non la segulo.
* mda, rude, rozza, ' Vedi la nota a pag. Si, eoi. L
DI GIOVANNI VILLANI.
lOi
CAPITOLO LXXIV.
Come gli uscUi ghibellini tU Firenze mandato in
Puglia al re Manfredi per soccorso.
In questi tempi i ghibellini scacciati di Firenze (ed
erano nella città di Siena, e da^ Sanesi erano male
aiutati centra i Fiorentini, imperciocché non aveano
podere contra la loro potenzia) si ordinarono tra
loro di mandare loro ambasciadori in Puglia al re Man-
fredi per soccorso. 1 quali andati, pure de* migliori e
pili caporali di loro, più tempo seguendo ^ , Manfredi
non gli spacciava, né udiva la loro richiesta, per
molte bisogne ch'*avea a fare. Alla fine volendosi
partire, e prendendo commiato da lui molto male
contenti, Manfredi promise loro di dare cento ca-
valieri tedeschi per loro aiuto. I detti ambasciadori
turbatisi della prima profferta, e traendosi a consiglio
di fare loro risposta, quasi per rifiutare si povero
aiuto, vergognandosi di tornare a Siena, eh* aveano
speranza che desse loro aiuto di più di millecinque-
cento cavalieri, messer Farinata degli liberti disse:
non vi sconfortate, e non rifiutiamo ninno suo aiuto,
e' sia piccolo quanto si vuole ; facciamo che di grazia
mandi con loro la sua insegna, che venuti a Siena,
noi la metteremo in tale luogo, che converrà ch^gli
ce ne mandi anche. E cosi avvenne; e preso il sa-
vio consiglio del cavaliere, accettare la profferta di
Manflredi, graziosamente pregandole, che al capitano
di loro desse la sua insegna, e così fece. E tornati
in Siena con sì piccolo aiuto, grande schema ^ ne
fu fatta da' Sanesi, e grande isbigottimento n* ebbono
gli usciti di Firenze, attendendo troppo maggiore
aiuto e sussidio da Manfredi.
CAPITOLO LXXV.
Come U comune e popolo di Firenze feciono una
grande oste^ infino alle porte di Siena col
carroccio.
Avvenne che gli anni di Cristo 1260, del mese
di maggio, il popolo e 1 comune di Firenze feciono
oste generale sopra la città di Siena, e menarvi il
carroccio. E nota, che 1 carroccio, che menava il
comune e popolo di Firenze, era uno carro in su
quattro ruote tutto dipinto vermiglio, e aveavi su
commesse due grandi antenne vermiglie, in su le
quali stava e ventilava il grande stendale delFarme
del comune, eh* era dimezzato bianco e vermiglio, e
ancora oggi si mostra in San Giovanni, e tiravalo
uno grande paio di buoi coverti di panno vermiglio,
che solamente- erano diputati a ciò, e erano dello
spedale di Pinti, e "1 guidatore era fhmco in comune.
Questo carroccio usavano i nostri antichi per trionfo
e dignità, e quando s* andava in oste, i conti vicini
e" cavalieri il traevano delP opera di San Giovanni, e
conduceanlo in sulla piazza di Mercato Nuovo, e po-
sato per me* ^ uno termine che ancora v' è d' una
' Molto tempo paucuidOf modo da -Avvertirsi nel Voca-
bolario.
* ichemo. ' per mezzo.
pietra intagliata a carroccio, sì V accomandavano al
popolo, e* popolani il guidavano nelP osti, e a quello
erano diputati in guardia i migliori e più forti e
virtudiesi popolani a pie, della cittade, e a quello
s^ ammassava tutta la forza del popolo. E quando
Toste era bandita uno mese dinanzi dove dovesse
andare, si poneva una campana in suirareo di porte
Sante Marie, ch*era in sul capo di Mercato Nuovo, e
quella al continuo era sonata di dì e di notte, e per
grandigia di dare campo al nimico ov* era bandita
Toste, che s^ apparecchiasse. E chi la chiamava Mar-
tinella, e chi la campana degli asini. E quando Toste
de' Fiorentini andava, si sponeva de T arco, e poneasi
in uno castello di legname in su uno carro, e al
suono di quella si guidava Toste. Di queste due
pompe del carroccio e della campana si reggea la
signorevole superbia del popolo vecchio e de' no-
tri antichi nelTosti. Lasceremo di ciò, e torneremo
come i Fiorentini feciono oste sopra I Sanesi, che
presono il castello di Vicchio, e quello di Mezzano,
e Casciole, ch'erano de* Senesi, e puosonsi a oste a
Siena presso all'antiporta al munistero di Santa Pe-
tronella, e fecionvi fare ivi presso, in su uno pog-
getto rilevato che si vedea dalla cittade, una torre,
ove teneano la campana \ e a dispetto de* Sanesi, e
a ricordanza di vittoria, ripiena di terra, vi pianta-
rono suso uno ulivo, il quale infino a* nostri di an-
cora v' era. Avvenne in quelle assedio, che gli u-
sciti di Firenze uno giorno diedono mangiare a' Te-
deschi di Manfredi, efattigK bene avvinazzare, e ineb-
briare, a remore caldamente gli fedone armare e mon-
tare a cavallo per farli assalire Toste de' Fiorentini ;
promettendo loro grandi doni e paga doppia *, e ciò fu
fatto cautamente per gli savi, seguendo il consiglio
di Farinata degli liberti preso infino in Puglia. I Te-
deschi forsennati e caldi di vino uscirono fuori di
Siena, e vigorosamente assalire il campo de* Fio-
rentini, e perch*erano improvvisi e con poca guardia,
avendo la forza de* nemici per niente, con tutto ch'e'
Tedeschi fessone poca gente, in quello assalto
feciono alToste grande danno, e molti del popolo
e della cavalleria in quello subito assalto feciono
mala vista, fuggendo per tema che gli assalitori non
fessone maggiore gente. Ma alla fine ravveggendosi,
presono Tarme, e la difenza centra i Tedeschi, e di
quanti n*nscirono di Siena non ne scampò ninno
vivo, che tutti furono morti e abbattuti, e T insegna
di Manfredi presa e strascinata per Io campo, e re-
cata in Firenze; e ciò fatto, poco appresso si tornò
T oste de* Fiorentini in Firenze.
CAPITOLO LXXVr.
Come i Sanesi e gli usciti ghibellini di Firenze
ebbono dal re Manfredi in loro aiuto il conte Gior-
dano con ottocento Tedeschi,
I Sanesi e gli usciti di Firenze veggendo la
mala prova eh' e' Fiorentini aveano fatta per T assalto
di sì pochi cavalieri tedeschi, avvisare che avendone
maggior quantità, sarebbone vincitori della guerra.
Incontanente si provvidono di moneta, e accattare
103
dalla e«npif>Ii de' StlÌHbwì, ch« lUon eruo ner- i
nUnli, rcMÌBik Ianni d' oro, e pwMOBO loro p^ao
U rocca ■ TealBOBaaa, e più altra caatalla del co-
■BBB, e riaUBdarOBO loro tnlwfciadorì ia Foglia
colla detta «oruta al re Haptredi dicendo, cove la
■Da poca gente di Tedeachi per loro graade vigore
e Taleoiia •'erano aieiai ad laaalire tolta l'oatc de'
Pioreotiai, e gran parte di ^ella nraaa Ja (kga ; ma
M più foHoao atali, aveaao b viitori* : ma per !■
poc< geole eh' eraoo, talli erana rÌHa>i Borii al
c»po, e la aoa inaegia almcùata e vergognata
per lo canpo, e in Firease e intorno. A lìò diaaone
qnelle ragioni che scppoao meglio per iiaiuovere
Manfredi, il quale, inleaa la novella. In craccialo, a
colla moneta de' Saneei, cke pagaro la melade per
Ire neii, e t ano aoldo, mandò in Toacaju il conte
Giordano mo maliacalco con otlooento cavaberi te-
deadu co' detti anbaaeiadori, ■ (piali gìuniono in
Siena aH'udta di loglio, gli arni di Crìsio 1260.
e da' SiB«ai farono ricevuti i graa feala, e eglino e
tolti i gUbeltìiu di Toacnna ne pre»oao grande vigore
e balduu. B giuati in Siena, incontanente i Sancii
bandirono loro oale a<^ra il caitello di Hontalcino,
il qoale era acconudalo ' del cornane di Fireaie, e
mandaro per aiuto a'Piiani e a lutti i ghibellini di
ToKani, sicché co'caTalierì di Siena e cogli Baciti
dì Firense e co' Tedeachi e loro amialade, ai tro-
varono con djciotlo centinai* di cavalieri in Siena,
che la maggior parte erano Tedeachi.
CAmOLO LXXVII.
Carnè gli meili gkjbtltìmi di FinMe ordùtaro iTm-
fiuiare e fare tradérm il ctfanUM e popolo di
Fireiaa,
Gli Baciti di Fireue, per cui trattato « opera
il re Manfredi a*ea mandato il conte Giordano con
Ottoeonto cavalieri ledeachi, u peaaaroBO eh' elli
aveaao fìttto aienle, ae non altraasaono ì Fioreo-
tini fuori a campo, imperciocdié i aopraddetti Te-
deachi non erano pagati per piti di tro meai, e gii
n'era pnuato piii d'uno e netEO colla toro venula,
ni nonela aon aveano d* più condncergli ^, né al-
lendennne da Manfredi; e paaaando il tempo di
loro aoldo, sanu fare alcuna coia si tornavano in
Foglia, con grande perìcolo di loro alato. Regio-
naro che ciò non ai potea fornire sanM maestrìa
e inganno di guerra, le quale indoatrìa fu com-
messa in mesaer Farìnal* degli Ubarti, e messer
inberti. Costoro sottilemenle
rati minon loro messaggi al
I ionanii gli accossaro con
liena, i quali iaflatamenle fé-
frali, cene apiacea loro la
roveniano Salvani, ch'era il
li Siene, e che volentieri da-
lo. Oondttm gtKU o wldott vaia
a qa«l modo che etndurrt una
preudsrli o averi! ■ fitto.
rebboBO la terra a' Fiorendot, avendo diecÌBulalo-
d'oro, e che venìisono con grande oale sotto
cagione di fornire Hontalcino , e aBdasnoiio ibìbo
in sul Sane d' Arbia, e allora colla fona di loro
e di loro aeguici darebbono a' Fiorentini la porta di
Santo Vito, ch'i nella via d' Areiso. I frali nollo qneelo
i> e iradiaMato. vennero a Firea» eoa lel-
saggeDi de' detti, e fecioBO capo agli miaai
del popola, e prolfersono che recavano graa cose
per onore del popolo e cornane di Fironie; ma la
coM era al segreta, che ai volea sotto lanmenlo
Btanifeitare a pochi. Allora gli aauani eleaaono di
loro lo Spedito di porte San Piero, nomo di grande
opera e ardire, ed era de' principali guidatori del
popola, e con lui meaaer Gianni Calcagni di Vac-
chereccia ; e fatto il saraneato ia sul)' altare, i frati
diacopersoBo il dello trattalo, e moatrarone le delle
lettere. I detti due aniiaai, che gli portava pia vo-
lontà che fenneua, diedono fede al trattato, e in-
coataneate si trovaro i detti diecimila Bwtni d'oro,
e si misona in dipoaito, t rtuaaroao canaiglio di
grandi e di popolo, e aùioao innanii ', che di ae-
Maaitì bJKignaM di fare oale a Siena per fornire
MontaleJao, maggiore che non era stala qnella di
maggio passalo a Santa PelroneDa. I nobili delle gnu
case gnetfe di Fireate e '1 conle Goido Guam ch'era
con loro, non upeada il falso Iraltalo, e sapeaao pia
di guerra eh' e' popolani, canoaceodo la anova ma-
laada de' Tedeschi eh' era vennta ia àieaa, e la anls
vista che fece il popolo a Saata Fetroaelia qaaado i
ceato Tedeachi gli assaliroao, bob paiea loro l'ini-
preaa aania grande pericola. E ancora seatondo i
ciltadini variati d'animi, e male dìspoati a fare pit
oste, renderò savio coaaiglio, che per lo migliore,
l'oste non procedesse al presente per le ragioni di
SD dette, e ancora mostrando come per poc« costo
si potea foraire Hontalciao, e prendeanlo a fornire
gli OrbilaBÌ, e assegnando come i delti Tedeachi non
aveano pags per più di tre mesi, e ^à aveano aer-
vito meuo il tempo, e lasciandogli stentare sania
fare oste, tosto «arebbono straccati e loraerobbonai
in Puglia, e' Saaesi e gli usciti di Pireue rimarrdi-
bono ia peggiore stato che di prinu. E 'I dicitore fu
per tulli messer Tegghiaio Aldobrandi degli Adimarì,
cavaliere savio e prode in armi e di grande aulorìtade,
e di largo consigliava il migliare. Il sopraddetto Spedito
aniinno, uomo mollo prosuatBoao, conpiato il ano
consiglio, villanamente il riprese, dicendo, ai oercassa
le brache, >' ave* panra : e messer Tegghiaio gli ri-
spose, che al bisogno non ardirebbe di seguirlo Bella
battaglia coli ov'eglì si metterebbe; e finite te detto
parole, poi ai levò messer Cece de'Ghenrdiai per
din il simigliaate ch'ave* dello mesaer Tegghiaio:
gU aatiani gli com*nd*ro ohe non diceaee, e era pe-
na libbre cento, chi arringasse coaire il coaiaoda-
menlo degli aniisDi. Il cavaliere le voile pagate per
DOntradire le delta indata; non vollono gli aniisBi,
*nti raddoppiarono la pena; ancora volte pagare, e
cosi inflno libbre trecento; e quando sncora volle
dimoitrirona, rappranmUroDO. QuuU monterà mala
si ipiega Del Voc. per [Topom,
DI GIOVANNI VILLANI
103
dire 6 pagfare, fu eomandamentò pena la testa; e così
rìBBse. Ha per lo popolo superbo e tracarato ^ si
viase il peggiore, che la detta oste presentemente e
•ansa indogio procedesse.
CAPITOLO LXXVni.
Cm»e i FiaretUifU feeiono o$te per fornire Montai-
duo, e fwrono sconfUH dal conte Giordano e da^ Sa^
nesi a Montaperti,
Preso il mal consiglio per lo popolo di Firenze
che Toste si facesse, richiesono loro amistadi d*aiuto,
i quali, i Lucchesi vennero per comune popolo e ca-
valieri, e' Bolognesi, e' Pistoiesi, e' Pratesi, e' Vol-
terrani, e' Samminiatesi, e Sangimignano, e Ckilie di
Valddsa oberano in taglia ^ col comune e popolo di
Firénse ; e in Firenze avea ottocento cavallate ^ di
cittadini, e più di cinquecento soldati. E rannata la
detta gente in Firenze, si partì Toste alT uscita d* a-
gosto, e menarono per pompa e grandigia il carroc-
cio, e una campana ch'^essi chiamavano Martinella in
su uno carro con uno castello di legname a ruote, e
andowi quasi tutto il popolo colle insegne delle com-
pagnie, e non rimase casa né famiglia di Firenze,
che non v' andasse, pedone a pie o a cavallo, il meno
UDO per casa, e di tali due, e più, secondo ch'erano
potenti. E quando 9Ì trovarono in sul contado di
Siena al luogo ordinato in sul Gume d'Arbia, nel luo-
go detto Mtttttaperti, con Perugini e Orbitani che là
a" aggtnnsono co^ Fiorentini, si ritroverò più di tre-
mila cavalieri, e più di trentamila pedoni. In questo
appnreechio delT oste de^ Fiorentini , i sopraddetti
oraestrì <M trattato ch*erano in Siena, acciocché pie-
namente venisse fornito, anche mandarono a Firenze
altri firati a trattare tradimento con certi grandi e
popolani ghibellini eh' erano rimasi in Firenze, e do-
veano venire per comune nelToste, che come fosso-
no assembiatt^, si dovessoao da più parti fhggire
dalle schiere, e tornare dalla loro parte, per isbigot-
tire Toste de' Fiorentini, parendo a loro di avere
poca gente a comparazione de' Fiorentini; e cosi fu
fatto. Avvenne eh' essendo la detta oste in su' colli
di Montaperti, i savi anziani guidatori dell'oste e del
trattato, attendeano che per gli traditori d'entro fos-
se loro data la porta promessa. Uno grande popolano
di Firenze di porta San Piero, ch'era ghibellino, e
•vea nome il Razzante, avendo alcuna cosa spirato ^
dell' attendere dell'oste de' Fiorentini, con volontà
de' -ghibellini del campo ch'erano al tradimento, gli
fu commesso eh' entrasse in Siena, ond' egli si fnggi
a cavallo del campo per fare assapere agli usciti di
Firenze, come si dovea tradire la città di Siena, e
come i Fiorentini erano bene in concio, e con molta
' traflcurato, spensierato. Alcune stampe leggono: tracolalo.
' in lega, in confederazione.
^ cavalli, o soldati a cavallo. Nel numero del meno
questo vocabolo è per contrario nome collettivo e vale ea-
valUrÙL Cosi nelle Storie Pistoiesi : parte de' cavaUeri della
cavailcUa di Pistoia.
* assembrati, ordinati a battaglia.
* inteso, avuto sentore, spiato.
potenza di cavalieri e^ di popolo, e per dire a que'
d^ entro ohe non s' awisassono a battaglia. E giunto
in Siena, e scoperte queste cose a' detti messer Fa-
rinata e messer Gherardo trattatori, sì gli dissono :
tu ci uccideresti, se tu ispandessi questa novella per
Siena, imperdocchò ogni uomo faresti impaurire, ma
vogliamo che diohi il contrario; imperciocché, se ora
ch'avemo questi Tedeschi non si combatte, noi sia-
mo morti, e mai non ritorneremo in Firenze, e per
noi farebbe meglio la morte e d'essere sconfitti, che
andare più tapinando per lo mondo : e facea per loro
di mettersi alla fortuna della battaglia. 11 Razzante
assettato da* detti ', intese e promise di cosi dire; e
con una ghirlanda in capo, co' detti a cavallo, mo-
strando grande allegrezza, venne al parlamento al
palagio ov'era tutto il popolo di Siena e' Tedeschi
e altre amistadi, e in quello con lieta faccia disse le
novelle larghe da parte de' ghibellini, e traditori del
campo, e come T oste si reggea male, e erano male
guidati, e peggio in concordia, e che assalendogli
francamente, di certo erano sconfitti. E fatto il falso
rapporto per Razzante, a grido di popolo si mossone
tutti ad arme dicendo : battaglia, battaglia. I Tedeschi
vollono promessa di paga doppia, e cosi fu Ditto ; e
loro schiera misono innanzi all' assalto per la detta
porta di San Vito, che doveva a' Fiorentini esser
data ; e gli altri cavalieri e popolo usdrono appres-
so. Quando quelli delToste eh' attendeano che fosse
loro data la porta, vidono uscire i Tedeschi e T altra
cavalleria e popolo fuori di l$iena inverso loro con
vista di combattere, sì si maravigliarono forte e non
sansa isbigottimento grande, veggendo il subito av-
venimento e assalto non preveduto ; e maggiormente
gli fece sbigottire, che più ghibellini eh' erano nel
campo a cavallo e a pie, veggendo appressare le
schiere de' nemici, com' era ordinato il tradimento,
si fuggirono dall'altra parte; e ciò furono di que'
della Pressa e degli Abati, e più altri. E però non
lasciarono i Fiorentini e l'altra loro amistade di fare
loro schiere , e attendere la battaglia ; e come la
schiera de' Tedeschi rovinosamente percosse la schie-
ra de' cavalieri de* Fiorentini ov'era la 'nsegne della
cavalleria del comune, la quale portava messer Iaco-
po del Nacca della casa de' Pazzi di Firenze, uomo
di grande valore, il traditore di messer Bocca degli
Abati, eh' era in sua schiera e presso di lui, colla
spada fedì il detto messer Iacopo e tagliogli la mano
colla quale tenea la detta insegna, e ivi fu morto di
presente. E ciò fatto, la cavalleria e popolo veggendo
abbattuta T insegna, e cosi traditi da' loro, e da' Te-
deschi s) forte assaliti, in poco d' ora si misono in
iseonfltta. Ila perchè la cavalleria^ di Firenze prima
s'avvidono del tradimento, non ne rimasono che tren-
tasei uomini di nome dì cavallate tra morti e presi.
Ma la grande mortalità e presura fu del popolo di
Firenze a pie, e di Lucchesi, e Orbitani, perocché si
rìnchiusono nel castello di Montaperti, e tutti furono
presi ; ma più di duemilacinquecento ne rimasono al
campo morti, e più di millecinquecento presi pur de'
* indettato da messer Farinata e da messer Gherardo
di quanto aveva a dire e sperare.
104
CRONICHE
migliori del popolo di Firenze di ciasooBa casa, e di
Lucca, e degli altri amici che furono alla detta bat-
taglia. E cosi scadono* la rabbia dell'ingrato eanper-
bo popolo di Fireose ; e ciò fa ano martedì, a di 4
di settembre, gli anni di Cristo 1260; e rìnMseTi il
carroccio , e la campana detta Martinella, con inno-
merabile preda d^amesi de* Fiorentini e di loro
stade. E allora fu rotto e annullato il pùjfoUo
di Firenze, eh* era durato in tante vittorie e grande
signoria e slato per dieci anni.
CAPITOLO LXXIX.
Come i guelfi di Firenze dopo la deità iConfUla ti
partirono di FtreiMe, e andarsene a iMCca.
Venuta in Firenze la novella della sconfitta do-
lorosa, e tornando i miseri fuggiti di qoella, si leve
il pianto d* uomini e di femmine in Firenze si grande,
eh" andava in ftno a cielo, imperdoechè non avea casa
ninna in Firenze piccola o grande, che non vi rima-
nesse uomo morto o preso ; e di Locca e del contado
ve ne rimasono gran quantità, e degli Orbitani. Per
la qual cosa i caporali de* gaelfl nobili e popolari
eh* erano tornati dalla sconfitta, e quegli oh* erano in
Firenze, sbigottiti e impauriti, e temendo degli usciti
che venieno da Siena colle masnade tedesche, e* ghi-
bellini ribelli e confinati eh* erano fàori della cittade,
cominciarono a tornare nella terra, per la qual cosa
i guelfi sanz*altro commiato o cacciamento, colle loro
famiglie piagnendo uscirono di Firenze, e andarsene
a Lucca, giovedì a di 13 di settembre, gli anni di
Cristo 1260. Queste furono le principali case gnelfSs
eh* uscirono di Firenze: del sesto d'Oltrarno, i Rossi,
e* Nerli, e parte de* Mannelli, i Bardi, e*lfozzi,e*Fre-
scobaldi ; gli popolani del detto sesto case notabili,
Canigiani, Magli, e Macchiavelli, BelfredeUi, e Orcio-
lini, Aglioni, Rinucci, Barbadorì, e* Battinoenni, e So-
derini, e Maldurì, e Ammirati. Di San Piero Scherag-
gio, i nobili : Gherardini, Locardesi, Cavalcanti, Ba-
gnesi, Pulci, Guidalotti, Malispini, Foraboschi, Manieri,
quelli da Quona, Sacchetti, Compiobbesi ; i popolani,
Magalotti, Mancini, Bncelli, e quelli dell* Antella. Del
sesto di Borgo, i nobili : i Bondelmonti, Scali, Spini,
Gianfigliazzi, Giandonati, Bostichi, Aociaiuoli, Altoviti,
i Ciampoli, Baldovinetti e altri. Del sesto di San Bran-
cazio, i nobili: Tomaqninci, Vecchietti, e* Pigli parte
di loro, Minerbetti, Becchenugi, e Bordoni e altri Di
porte del Duomo: i Tosinghi, Arrigucd, Agli, Sisii,
Marignollf, e ser Brunetto Latini e* suoi, e più altri.
Di porta San Piero: Adimari, Pazzi, Visdomini, e parte
de* Donati; dal lato degli scolari riausono que* della
Bella, i Card, i Ghiberti, i Guidalotti di BaUa, i Maz-.
zocchi, gli Uccellini, Boccatonde; e oltre a questi
molti confinati grandi e popolani per dascuno sesto.
E ddla detta partita molto furono da riprendere i guelfi,
> fa abbaasata, «bbathita. In qualche edisione si legge
ti dùnh. Dante (Inf. 6.) ubò questo verbo nel proprio
Benso: Noi pauavam sopra V ombre eAe adcna La grave
pioggia eec Gli antichi dissero anche adomre, secondo
attestano i deputati alla oorreiiona del Decameron (Ann.
p. 109).
imperciocché la città di Firenze era moUo forte di mura
e di fossi pieni d* acqua, e da potoria bene difendere
e tenere, ma il giudicio di Dio per punire le peccata,
conviene che facda suo corso sansa ripnro, e a eoi
Iddio vuole male gli toglie il senno e raecorgiaMuto.
B partiti i guelfi il giovedì, la domenica vegnente a
di 16 di settembre, gli nsdtl di Firenze eh* erano
stati alla battaglia di Montaperti, col conte Giordano
e colle sue masnade de* Tedeschi, e con gli ritri sol-
dati de* ghibellini di Toscana , arricchiti delle prede
de* Fiorentini e degli altri guelfi di Toscana, entra-
rono nella dttà di Firenze senza contrasto nonno ; e
incontanente fedono podestà di Firenze per lo re
Manfredi, Guido Novello de* conti Guidi dal di a calen
di gennaio vegnente a dne anni, e tenea ragione nd
palagio vecchio del popolo a Santo Apollinari, ed era
la scala di fuori. E poco tempo a|^resso fece Cure la
porta ghibellina, e aprire quella via di ftaori, ao6Ìoe«
che per quella via che risponde al palagio, potesse
avere entrata e usdta al biaogno, per mettere in Fi-
renze i suoi fedeli di Casentino a guardia di Ini e deUa
terra, e perchè si fece al tempo de* ghibellini, la porta
e la via ebbe soprannome ghibellina. Questo conte
Guido fece giurare a tutti i dttadini che rimasero in
Firenze la fedeltà del re Manfredi, e per patii promesn
a* Senesi, fece disfare dnque cutella dd contado di
Firenze che erano alle loro frontiere, e rimase in Fi-
renze per capitano di guerra, e vicario generale per
lo re Manfiredi, il detto conte Giordano colle masnade
de* Tedeschi al soldo de* Fiorentini i qnali molte per-
segoitarono i godfi in più parti in Toscana, eouM in-
nand faremo menzione ; e tolsono tolti i loro beni, e
disfédono molti palagi e torri de* gaelfl, e nùaono in
comune i loro beni. H detto conte Giordano fu gen-
tile uomo di Piemonte in Lombardia, e parente deUa
madre di Manfiredi, e per la sua prodezza, e peroh^era
molto fedele di Manfredi, e di vita e di costami cosi
mondani com* egli, il fece conte e gli die terra in Pa-
glia, e di piccolo stato il mise in grande sigooria.
CAPITOLO LXXX.
Carne la lUHDella della sconfina de* FiarenUni fk in
corte di papOy e la profeùa che ne disse il cardinal
Bianco.
Come in corte di Roma venne la novella della
sopraddetta sconfitta, il papa e* cardinali oh* amavano
lo stato di Santa Chiesa, n* ebbono grande dolore e
compassione, si per gli Fiorentini, e si perchè di dò
montava lo stato e podere di Manfiredi nimioo della
Chiesa ; ma il cardinal Ottaviano degli UbaMinl eh* era
ghibellino, ne fece gran festa; onde ciò veggendo il
cardinal Bianco^ il qual era grande astrolago e mae-
stro di nigromanua, disse : se 1 cardinale Ottaviano
sapesse il futuro di questa guerra de*Fiorentini, e* non
farebbe questa allegrezza. Il collegio de* cardinali
il pregare che dovesse dichiarare pia in aperto. Il
cardinal Bianco non volea dire, perchè parlare dd
futuro gli pareva illicito alla sua dignità, ma i cardinali
pregarono tanto il papa che gliele comandasse sotto
ubbidienza ch'egli il dicesse. Avuto il detto coman-
DI GIOVANNI VILLANI.
105
damenk), disse in brieve sermoue : i vinti villorìosa-
meiite vineeranno, e in eterno non saranno vìnti. Ciò
s' ioterpelrò eh' e* guelfi vinti e cacciati di FirenM,
vittonosamente tomerebbono in istato, e mai in e-
teriM non perderebbono loro stato e signoria di Fi-
renze.
CAPITOLO LXXXI.
Come i ghibeilini di Tacana ordinarono di disfare
la città di Firen%e^ e come messer Farinata degli U-
berti la difese.
Per lo simile modo eh' nscirono i guelfi di Fi-
rense^ così fedono quegli di Prato, e di Pistoia, e di
Volterra, e di Samminiato, e di Sanginrìgnano e dì
più altre terre e castella di Toscana, le quali torna-
rono tutte a parte ghibellina, se non fu la città di
Lucca, la quale si tenne a parte guelfa uno tempo, e
fu rìfagìo de' guelfi di Firenze, e degli altri usciti di
Toscana ; ì quali guelfi di Firenxe feciono loro stanza
in Lucca in borgo intomo a San Friano, e la loggia
innanzi a San Friano feciono i Fiorentini. E ritrovan-
dosi i Fiorentini in quello luogo, messer Teggbiaio
Aldobrandi veggendo lo Spedito che nel consiglio
gli avea detta villania, e che si cercasse le brache ;
s' alzò e trassesi de' caviglioni ' cinquecento fiorini
d' oro eh' avea, e mostrogli allo Spedito che di Fi-
renze era uscito assai povero : disse per rimproccio :
vedi com'io ho conce le brache? a questo hai tu
condotto te e me, e gli altri per la tua audacia e su-
perbia signorìa. Lo Spedito rispose: e voi perchè
ci credevate? Avemo di queste piccole e vili parole
fatta menzione per esempio, che ninno cittadino, e
massimamente i popolani o di piccolo aflTare, quando
ha signorìa non dee essere troppo ardito o prosun-
taoso. In questo tempo i Pisani, e' Sanesi, e gli Are-
tini col detto conte Giordano, e con gli altri caporali
ghibellini di Toscana,' ordinerò di fare parlamento a
Empoli, per riformare lo stato di parte ghibellina in
Toscana, e fare taglia ; e cos) feciono. E perocché al
conte Giordano convenfa tornare in Puglia al re Man-
fredi, per mandato del detto Manfredi fu ordinato suo
vicario genen^le e capitano di guerra in Toscana il
conte Guido Novello de' conti Guidi di Casentino e di
Modigliana, il quale per parte disertò il conte Simone
suo fratello, e *l conte Guido Guerra suo consorto,
e lutti quegli del suo lato che teneano parte guelfa,
e disposto era al tutto di cacciarne chi guelfo fosse di
Toscana. E nel detto parlamento tutte le città vicine,
e' conti Guidi, e* conti Alberti, e que' da Santafiore,
e gli Ubaldini, e tutti i baroni d'intorno proposono
e furono in concordia per lo migliore di parte ghi-
bellina, di disfare al tutto la città di Firenze, e di
recarìa a borgora, acciocché mai di suo stato non
fosse rinomo, fbma, né podere. Alla quale proposta
ai levò e contradisse il valente e savio cavaliere mes-
ser Farinata degli liberti ^ e nella sua diceria pro-
' tasche, voce usHta dal Mtli^pitii , « qui, con tutta la
materia del capitolo, usurpata dal Villani.
' Così Dante : Inf. 10, 91: Ma fu' io svi, colà, dove
sqf€rto Pk p«r cÌ4Mt€un di torre via Fiorenta , Colia che
la éifeu a vito aperto.
pose gli antichi due grossi proverbi che dicono:
com' asino sape, cosi minuzza rape; e vassi capra
zoppa, se 'I lupo non la 'ntoppa: e questi due pro-
verbi rimesti ^ in uno, dicendo : com' asino sape, si
va capra zoppa; cosi minuzza rape, se 'I lupo non
la *ntoppa; recando poi con savie parole esempio e
comparazioni sopra il grosso proverbio, com'era fol-
lia di ciò parìare, e come gran perìcolo e danno ne
potea avvenire , e s* altri eh' egli non fosse, mentre
ch'egli avesse vita in corpo, colla spada in mano la
difenderebbe. Veggendo ciò il conte Giordano, e l'uo-
mo , e dell' autoritade eh* era messer Farinata , e il
suo gran seguito, e come parte ghibellina se ne po-
tea partire, e avere discordia, sì si rimase, e inleso-
no ad altro; sicché per uno buono uomo cittadino
scampò la nostra città di Firenze da tanta furia, di-
struggimento , mina. Ma poi il detto popolo di Fi-
renze ne fu ingrato, male conoscente contra il detto
messer Farinata, e sua progenia e lignaggio, come
innanzi faremo menzione. Ma per la scoaoscenza
dello ingrato popolo^ nondimeno é da commendare,
e da fare notabile memoria del virtudioso e buono
cittadino, che fece a guisa del buono antico Cam-
mino di Roma, come racconta Valerio, e Tito Livio.
CAPITOLO LXXXII.
Come il conte Guido sicario colla taglia de" ghibel-
lini di Toscana andarono sopra Lucca^ e ebbono
Santa Maria a Monte^ e pitt castella.
Negli anni di Cristo 1261, il conte Guido No-
vello vicario per lo re Manfredi in Firenze, colla ta-
glia di parte ghibellina di Toscana, feciono oste sopra
il contado di Lucca del mese di settembre, e furono
tremila cavalieri tra toscani e tedeschi, e popolo gran-
dissimo, e ebbono Castelfranco, e Santacroce, e puo-
sono assedio a Santa Maria a Monte, e a quello
8t«ttono per tre mesi ; e poi per dilTalta di vittuaglia
s'arrenderò a patti, salvi avere e persone, e poi eb-
bono Montecalvi, e Pozzo; e poi tornarono all'asse-
dio di Fucecchio, che v* erano dentro il fiore di tutti
gli usciti guelfi di Toscana, e a quello stettono al-
l'assedio, gittandovi più diflcii, e con molti ingegni
e assalti, più di trenta di. Alla fine per la buona
gente che dentro v*era, e bene guernita, ma mag-
giormente per grande acquazzone (che *1 terreno d'in-
torno, oh' é forte, per la piova male si può osteg-
giare) convenne si partisse l'oste, e noi poterono
avere ; e si vi fu intorno all' assedio le masnade de'
Tedeschi eh' erano alla taglia de' ghibellini di To-
scana, ch'erano mille cavalieri, onde Guido Novello
era vicario generale per lo re Manfredi, e tutta la
forza de' ghibellini di Firenze, e di Pisa, e di Siena,
e d' Arezzo, e di Pistoia, e di Prato, e dell'altre città
e castella di Toscana; e compiuta la detta oste, si
tornarono a Firenze.
' rimestò, mescolò insieme, confuse. Alcuni testi, fra'
quali quello del Moreni) leggono rinnestb in uno.
106
CRONICHE
CAPITOLO LXXXm
Come gli nscUi guelfi di Firenze mondarono loro
ambaseiadori in Alamagna per sommotere Curradi-
no centra Manfredi,
In questi tempi veggendosi gii usciti di Firenze
guelfi, e delPaltre terre di Toscana, essere così per-
segua dalla forza di Manfredi e de' ghibellini di To-
scana, e reggendo che nullo signore si levava contra
la forza di Manfredi, e eziandio la Chiesa avea pic-
colo podere contra lui, si si pensarono di mandare
loro ambaseiadori nella Magna a sommo vere lo pic-
ciolo Curradino contro a Manfredi suo zio, che fal-
samente gli tenea il regno di Cicilia e di Puglia,
profferendogli grande aiuto e favore; e cosi fu fatto,
c4ie de* maggiori usciti di Firenze v* andarono per
ambaseiadori con quelli del comune di Lucca, e per
gli usdti guelfi di Firenze v*andò messer Bonaccorso
Bellincioni degli Adimari, e messer Simone Donati. E
trovarono Curradino s) piccolo garzone, che la madre
in nulla guisa acconsentlo di lasciarlo partire da se,
con tutto che di volere e d'animo era grande contro
a Manfredi, e avealo per nimico e ribello di Curradi-
no. E tornando i detti ambaseiadori d' Alamagna, per
insegna e arra della venuta di Curradino, si feciono
donare la' sua mantellina foderata di vaio, la quale
recata a Lucca, grande festa ne fu fatta per gli guelfi,
e mostravasi in San Friano di Lucca com' una san-
tuarìa. Ha non sapeano il futuro destino i guelfi
di Toscana, come il detto Curradino dovea essere
loro nemico.
CAPITOLO LXXXIV.
Ckpme gli usciH guelfi di Fireme presono ^Signa,
ma poco la iennono.
L'anno appresso 1262, i guelfi usciti di Firen-
ze, e gK altri usciti di Toscana, essendo P oste e la
taglia de' ghibellini tornati tutti a loro terre, per al-
cuno trattato cb'aveano in Firenze, subitamente par-
titi da Lucca, una notte entrare in Signa e presono
la terra, e quella intendeano afforzare, onde in Fi-
renze ebbe grande romore e scombuglio. Il conte
Guido incontanente mandò a Pisa, e a Siena, e al-
l'altre terre vicine per soccorso di genti, e inconta-
nente vennero con grande cavalleria. Gli usciti guelfi
di Firenze sentendo loro venula, non s' ardirono di
restare in Signa, ma si partirono e tornarono in
Lucca: e ciò fu del mese di febbraio.
CAPITOLO LXXXV.
Còme il conte Quido ticario colla taglia di Tosca-
na e colla for%a de'' Pisani feciono oste sopra Lue-
co, per la qual cosà i Lucchesi s^ accordare a pace^
e cacciarono di Lucca gli usciti guelfi.
La state appresso, il detto conte Guido vicario
co' Fiorentini, co* Pisani, e 1* altre amistà della taglia
de* ghibellini di Toscana, a petizione de' Pisani, feciono
oste sopra la terra e castella de' Lucchesi, ed ebbene
Castiglione, e sconfissonvi i Lucchesi e gli usciti guelfi
di Firenze, e messer Cece de' Bondelmonti vi fv preso,
e miseìsi in groppa messer Farinata degli liberti, ohi
dice per iscamparlo: messer Piero Asino degli Uberlì
gli diede d' una mazza di ferro in testa, e in groppa
del ffìratello l'uccise, onde furono assai ripren. E
dopo la detta sconfitta , il conte Guido co* Pisani e
ghibellini di Firenze ebbono il castello Nozano, e
ponte al Serchio, e Rotaia, e Serrezzano s'arrendè
a loro. I Lucchesi veggendosi cosi assalire e spo-
gliare di loro castella, e per riavere i loro pregioni,
che ancora n'avea in Siena della sconfitta di Monta-
perti grande quantità, e pur de* migliori, e veggendo
che degli usciti guelfi delle terre di Toscana non a-
veano altro che briga e impaccio e danno per la loro
povertà, segretamente feciono trattato col yiearlo di
Manfredi di cacciare gli usciti guelfi di Firenze e del-
l'altre terre di Toscana, di Lucca, e di riavere i4oro
pregioni e le loro castella, e di tenere alla taglia e
prendere vicario, mantenendosi in unitade e pacifico
stato, sanza cacciare di Lucca parte alcuna ; e cosi
fu fatto e fermo l' accordo, e si segreto , che nullo
uscito ne senti nulla, che bene l'avrebbono sturbata E
subitamente fu a tutti comandato che sotto pena del-
l' avere e della persona dovessono sgomberare Lucca
e *1 contado infhi i tre dì ; onde gli sventurati guelfi
usciti di Firenze e dell'altre terre di Toscana, sanz*«l-
tro rimedio e misericordia, convenne loro uscire
di Lucca e del contado colle loro famiglie ; imper-
ciocché di presente furono in Lucca le masnade te-
desche, e fatto capitano per lo vicario messer Goz-
zello da Ghianzuolo, per la qual cosa molte gentili
donne mogli degli usciti di Firenze per necessità in
sull'alpe di San Pellegrino, che sono tra Lucca e
Modona, partorirò loro figliuoli, e con tanto esRio
e miseria se n' andarono alla città di Bologna ; e
ciò fu gli anni di Cristo 1263. Ben si dice per
molti antichi che l'uscita de' guelfi di Firenze, di
Lucca, fu cagione di loro ricchezza; perciocché
molti Fiorentini usciti n'andarono oltremonti in Fran-
cia a guadagnare, che prima non erano mai usati,
onde poi molte ricchezze ne reddiro in Firenze; e
cadeci il proverbio che dice ^bisogno fa prod* no-
mo,,. E partiti i guelfi di Lucca, non rimase città
né castello in Toscana piccolo 0 grande, che non
tornasse a parte ghibellina. In questi tempi essendo
il conte Guido Novello, signore in Firenze, tutta la
camera del comune votò, e trassene tra più volte
assai bellissime balestre e altri guemimenti da oste,
che fu maraviglia, e mandonnegli a Poppi in Casen-
tino suo castello.
CAPITOLO LXXXVI.
Come gli usciti guelfi di Firenze^ e gli altri usciti
di Toscana cacciarono i ghibellini di Modena y e
poi di Reggio.
Venuti nella città di Bologna i miseri guelfi
cacciati di Firenze e di tutte le terre di Toscana,
che ninna se ne tenea a parte guelfa, più tempo
DI GIOVANNI VILLANI.
107
stettoau ÌD Bologna con grande sofTratta' e povertà,
chi a sQldo a pie e chi a cavallo, e chi sansa sol-
do. A> venne in quegli tempi che quegli della città
di Ittodona, la parte guelfa co' ghibellini, vennono
a dissensione e battaglia cittadinesca tra loro, co-
in' è usanza delle terre di Lombardia di raunarsi e
di combattersi in su la piazza del comune: più di
stettono affrontati Funo contra 1* altro sansa sopra-
stare r una parte air altra. Avvenne eh' e* guelfi
mandarono per soccorso a Bologna, e specialmente
agli usciti guelfi di Firenze, i quali incontanente,
come gente bisognosa e che per loro facea guerra,
sì v'andarono a pie e. a cavallo, come meglio cia-
scuno potéo. E giunti a Modona, per gli guelfi Tu
data loro una porta, e messi dentro^ e incontnnente
venuti in su la piazza di Modona, come gente vir-
tudiosa, e disposta ad arme e a guerra, si misono
alla battaglia contro a' ghibellini, i quali poco sos-
tennero, che furono sconfitti, e morti, e cacciati
della terra, e rubate le loro case, e beni; delle
quali prede i detti usciti di Firenze guelfi e del-
l' altra Toscana , molto ingrassaro , e si fornirò di
cavalli e d' arme, che n avesno grande bisogno, e
ciò fu gli anni di Cristo 1263. E stando^ in Mo-
dona, poco tempo appresso per simile modo come
fece Modona, si cominciò battaglia nella città di
Reggio in Lombardia Ira' guelfi e' ghibellini; e man-
dato per i guelfi di Reggio per soccorso agli usciti
guelfi di Firenze eh' erano in Modona, incontanente
v* andarono, e feciono capitano di toro messer Fo-
rese degli Adimari. E entrati in Reggio furono in
suUa. piazza alla battaglia, la quale molto durò, im-
perciocché e' ghibellini di Reggio erano molto pos-
senti, e intra gli altri v'avea uno chiamato il Caca
da Reggio, e ancora per ischerno del nome di lui
ai fa menzione in motti. Questi era grande quasi
com*uno gigante, e di maravigliosa forza, e con una
mazza di ferro in mano, nullo gli s'ardiva ad ap-
pressare che non abbattesse in terra o morto o
guasto, e per lui era ritenuta ^ quasi tutta la batta-
glia. Veggendo ciò i gentiluomini di Firenze usciti,
si elessono tra loro dodici de' più valorosi, e chia-
maronsi gli dodici paladini, i quali colle coltella in
mano si strinsono addosso al detto valente uomo,
il quale, dopo molto grande difesa, e molti de' nemici
abbattuti, sì fu atterrato e morto in sulla piazza ; e
8Ì tosto come i ghibellini vidono atterrato il loro
campione, si misono in fuga e in isconfitta, e fu-
rono cacciati di Reggio; e se gli usciti guelfi di
Firenze e dell' altre terre di Toscana arricchirono
delle prede de' ghibellini di Modona, maggiormente
arricchirono^ di qnelle de' ghibellini di Reggio, e tuUi
s** incavallaro ^, sicché in poco tempo, standosi in
Reggio e in Modona, furono più di quattrocento a
cavallo di buona gente d' arme bène montati, e ven-
nono a grande bisogno e sussidio di Carlo eonte
d'Angiò e di Proenza, quando passò In Puglia con-
* xnancMneuto, bisogno.
' i forosciti guelfi di Firenze. ' sostenuta.
^* Alcune stampe leggono: ai rifornirono.
* a! provvidero di cavallo. hicavaUarsi vale altresì
motUort a cavallo.
tra Manfredi, come innanzi faremo menzione. La-
sceremo alquanto de* fatti di Firenze e degli asciti
guelfi, e torneremo alle novitadi che ne' detti tempi
furono tra la Chiesa dj Roma e Manfredi.
CAPITOLO LXXXVU.
Come Manfredi perseguitò papa Urbano e la Chiesa
co* suoi sar acini di Nocera, e come fu predicata la
croce contro a loro.
Per la sconfitta de' Fiorentini e degli altri guelfi
di Toscana a Montaperti, come detto avemo addie-
tro, lo re Manfredi montò in grande signoria e
stato, e tutta la parte imperiale di Toscana e di
Lombardia molto n'esaltò *, e la Chiesa e' suoi di-
voti e fedeli n' abbassarono molto in tutte parti.
Avvenne che molto poco tempo appresso, nel detto
anno 1260, papa Alessandro passò di questa vita
nella città di Viterbo, e vacò la Chiesa sanza pa-
store cinque mesi per discordia de' cardinali; poi
elessono papa Urbano il quarto della città di Tresi
di Campagna in Francia, il quale fu di vile nazione^
siccome figliuolo d' uno ciabattiere, ma valente uomo
fu, e savio. Ma la sua elezione fu in questo modo :
egli era in corte di Roma povero cherico, e piativa
una sua chiesa, che gli era tolta, di libbre venti
di torneai 1' anno : i cardinali per loro discordia
serrarono con chiavi ov' erano rinchiusi, e feciono tra
loro dicreto segreto, che '1 primo cherico che pic-
chiasse alla porta fosse papa. Come piacque a Dio,
questo Urbano fu il primo, e dove piativa la povera
chiesa di libbre venti di tomesi, ebbe T universale
Chiesa, come dispuose Iddio, al modo della ele-
zione del beato Niccolaio. Perché fu miracolosa la
elezione , n' avemo fatta menzione e memoria ; il
quale fu consecrato gli anni di Cristo 1261. Que-
sti trovando la Chiesa in grande abbassamento per
la forza di Manfredi, il quale occupava quasi tutta
Italia, e l' oste de' suoi saracini di Nocera avea messa
nelle terre del patrimonio di San Piero, si predicò
croce contro a loro; onde molta gente fedeli si
crociaro, e andarono ad oste contra loro. Per la
qual cosa i detti saracini si fuggirono in Puglia,
ma però non lasciava Manfredi di continuo fare
perseguitare il papa e la Chiesa a' suoi fedeli e
masnade, e egli stava quando in Cicilia e quando in
Puglia a grande delizia e in grandi diletti, seguendo
vita mondana e epicurea, ad ogni suo piacere te-
nendo più concubine, vivendo lussuriosamente, e non
parea che curasse né Dio né i Santi. Ma Iddìio giu-
sto signore, il quale per grazia indugia il suo giu-
dicio a' peccatori perché si riconoscano, ma alla
fine non perdona a chi non rjtorna a lui, tosto
mandò la sua maledizione e mina a Manfredi, quando
egli si credea essere in maggiore stato e signoria,
come innanzi faremo menzione.
* crebbe, in potere, fama, filale spiegano altri : «i* esultò;
come in Dante (luf. 4.): Che di vederli in me $t€9$o n* e§ako.
lì contrapposto abboMaronoy che vediam scritto appreso, dà
I il tratto alla nostra interpretaaione.
108
CRONICHE
CAPITOLO LXXXVni.
Come la Chiesa di Roma elesse Carlo di Francia
a essere re di CiciHa e di Puglia.
Essendo il dello papa Urbano e la Chiesa così
abbassata per la potenzia di Hanfì*edi, e gli eletti
duo imperadorì (ciò ' era quello di Spagna e quello
d' Inghilterra) non «veano concordia nò pol^nua di
passare in Italia, e Curradino figlinolo del re Cur-
rado a CUI appartenea per retaggio 0 regno di Ci-
cilia e di Puglia, era si piccolo garione che non
potea ancora venire contro a Manfredi, il detto
papa per infestamento di molti Tedeli della Chiesa,
ì quali per le forze di Manfredi ereno cacciati di
loro terre, e spezialmente per gli usciti guelfi di
Firenze e di Toscana che al continuo erano se-
guendo la corte, compiagnendosi a* piò del papa,
il detto papa Urbano fece uno grande concilio de*
suoi cardinali e di molti prelati, e propuose come
la Chiesa era soggiogata da Manfredi, e come sem-
pre quegli di sua casa e lignaggio erano stati ne-
mici e persecutori di Santa Chiesa, non essendo
grati di molti beneficii ricevuti, che quando a loro
paresse avea pensato di trarre Santa Chiesa di ser-
vaggio, di recarla in suo stato e libertà, e ciò po-
tea essere, chiamando Carlo conte d*Angiò e di
Proenza, figliuolo del re di Francia, e fratello del
buono re Luis, il quale era il pia soffidente prin-
dpe di prodezza d*arme e d^ogni virtù che fosse al
suo tempo, e di s) possente casa come quella di Fran-
cia, e clie fosse campione di Santa Chiesa e re di
Cicilia e di Puglia, racquistandola con sua forza dal
re Manfredi, il quale la tenea per forza illicitamente,
e era scomunicato e dannato, e contro alla volontà
di Santa Chiesa, e come suo ribello ; e che egli si
confidava tanto nella prodezza del detto Carlo e
della baronia di Frauda, che M seguiterebbono ,
eh" egli non dubitava eh* egli non contrastasse Man-
fredi, e gli togliesse la terra e *1 regno tutto in
poco tempo, e mettesse la Chiesa in grande stato.
Al quale consiglio s" accordarono tutti i cardinali
e prelati , e cosi elcssono il detto Carlo a re di
Cidlia e di Puglia, egli, e^ suoi discendenti insino
in quarta di sua generazione appresso lui, e fer-
mata la elezione , gli mandarono il decreto ; e ciò
fu gli anni di Cristo 1263.
CAPITOLO LXXXIX.
Come Carlo conle dl'Angiò e di Proema accettò la
ele%ione fattagli di Puglia e di Cicilia per la Chiesa
di Roma,
•
Come la detta elezione fu portata in Francia
al detto Carlo, per lo cardinale Simone dal Torso
s) n"* ebbe consiglio col re Luis di Francia , e col
conte d'^Artese, e con quello di Lanzone suoi fra-
telli e con gli altri grandi baroni di Francia, e per
' NotA questo ciò nel numero del più. Nel Villani è
usatisairoo.
tutti fu consigliato, che al nome di Dio dovesse
fare la detta impresa in servigio di Santa Chieta,
e per portare onore di corona e di reame. B Io
re Luis di Frauda suo maggiore fratello gK prof-
ferse aiuto di gente e di tesoro, e simigMante, gli
proffersono tutti i baroni di Franda. E la doaaa
sua eh' era figliuola minore del baoao eonla Rai-
mondo Berlinghieri di Proenza, per la quale ebbe
in retaggio la detta contea di Proenza, come seatt
la elezione del conle Carlo suo marito, per esser
reina si impegnò tutti i snoi gioielli, e Ticbieae tallì
i baccellieri d^ arme di Francia e di Proenia\ dia
fossono alla sua bandiera, e a farla reina. B dò
fece maggiormente per nno dispetto e sdegno, che
poco dinanzi le sue tre maggiori sirocchie, che tatto
erano reine, le aveano fatto, di farla sedere obo
grado più bassa di loro, onde eon grande doolo
se ne richiamò a Carlo suo marito, il qade le ri-
spose : ^datti pace, eh* io ti farò tosto BMggiore
reina di loro : ^ per la qual cosa ella procacdò e
ebbe la miglior baronia di Francia al suo servigio,
e quegli che piik adoperarono nella della impresa.
E cosi intese Carlo al suo apparecchiamento con
ogni soUecitodine e podere : e rispose al papa e a*
•cardinali per lo detto legato cardinale, come avoa
accettata la loro elezione, e che sanza gnari d'Inda-
gio passerebbe in Italia con forte bracdo e grande
potenzia alla difensione di Santa Chiesa e contro a
Manfredi per cacciarlo della terra di Cicilia e di
Puglia: della quale novella la Chiesa e lotti i snei
fedeli, e chiunque era di parte gaella, si conforta-
rono assai e presono grande vigore. Coom Man-
fredi senti la novella, si provvide al riparo (fi genie
e di moneta, e colla forza della parte ghibellioa di
Lombardia e di Toscana, ch'erano io sua lega e
compagnia, ordinò taglia e goernimento di più gente
assai che prima non aveano, e fecene venire della
Magna per suo riparo, acciocché 'I detto Carlo né
sua gente di Francia non potessono entrare in Ita-
lia nò passare a Roma; e con moneta e con pro-
messe si rec'ò gran parte de' signóri e delle dita
d'Italia sotto sua signoria, e in Lombardia fecesoo
vicario il marchese Pallavidno di Piemonte suo pa-
rente, che molto il somigliava di persona e di co-
stumi. E simigliante fece apparecchiare grande guar-
dia in mare di galee armate de' sooi Cidliaiii e
Pugliesi, e de' Pisani, eh' erano in lega con loi, e
poco dottava la venata del detto Carlo, il quale
chiamavano per dispetto Carìotto. E imperdocchò a
Manfredi parca essere, e era, signore del mare e
della terra, e la sua parte ghibellina era al di sopra
e signoreggiava Toscana e Lombardia, la sua venota
avea per niente.
CAPITOLO XC.
Inddenta^ raccontando del buono conte Raimomdo
Berlinghieri di Proenna,
Poichò nel capitolo di sopra avemo contato
della valente donna moglie che fu del re Carlo* e
figlinola del buono conle Raimondo Berlinghieri di
5*
k.
DI GIOVANNI VaLANI.
109
Proenia, è ragiooe ch'^alcana cosa in brìeve diciamo
M dello conte, onde il re Carlo rimase reda. Il
coale Raimondo fa gentile signore di legnaggio, e
fn d' ona progenia di qoe* della casa d^Araona, e di
quella del conte di Tolosa. Per retaggio fu saa la
Proensa di qua dal Rodano; signore fusavioetor-
lese, e di nobile stato, e virtuoso, e al suo tempo
fece onorate cose, e in sua corte usarono tutti i
gentili nomini di Proenta, e di Francia, e Catalo-
gna per la sua cortesia e nobile stato, e molte
cobbole ' e cannoni provenzali di gran senten&ie
fece. Arrivò in sua corte uno romeo' che tornava
da San faeopo, e udendo la bontà del conte Rui-
mondo, ristette in sua corte, e fu si savio e va-
loroso, e venne tanto in grazia al conte, che di
lutto il fece maestro e guidatore; il quale sempre
in abito onesto e religioso si mantenne, e in poco
tempo per sua industria e senno raddoppiò la ren-
dita di suo signore in tre doppia mantenendo sem-
pre grande e onorata corte. E avendo guerra col
conte di Tolosa per confini di loro terre (e il conte
di Tolosa era il maggiore conte del mondo, e sotto
se avea quattordici conti), per la cortesia del conte
Raimondo, e per lo senno del buono romeo, e per
lo tesoro ch^egti avea ninnato, ebbe tanti baroni e
cavalieri, di^ egli venne al disopra della guerra, e
con onore. Quattro figliuole avea il conte e nullo
figlinolo maschio. Per lo senno e procaccio del buo-
no romeo, prima gli maritò la maggiore al buono
re L«s di Francia per moneta, dicendo al conte:
^ lasciami fare, e non ti gravi il costo, che se tu
mariti bene la prima, tutte TaHre per lo suo pa-
rentado le mariterai meglio, e con meno costo.„ E
cosi venne fello, che incontanente il re d' Inghilterra
per essere cognato del re di Francia, tolse T altra
per poca moneta: appresso il fratello carnale es-
sendo eletto re de^ Romani, simile tolse la terza;
la quarta rimanendo a maritare, disse il buono ro-
meo: ^di questa voglio che abbi uno valente uo-
mo per figliuolo, che rimanga tua reda:, e così
fece. Trovando Carlo conte d' Angiò, fratello del re
Loia di Francia, disse : ^a costui la da\ eh' è per
essere il migliore uomo del mondo :„ profetando dì lui,
e eosi fa fatto. Avvenne poi per invidia, la quale
guasta ogni bene , eh* e** baroni di Proenza appuo-
801I0 al buono romeo, ch'egli avea male guidato
il tesoro del conte, e feciongli domandare conto;
il valente romeo disse: ^conte, io t* ho servito
gran tempo, e messo ' di picciolo stato in grande, e
di dò per lo falso consiglio di lue genti se* poco
grato : io venni in tua corte povero romeo, e one-
slamenle del tuo sono vivuto, fammi dare il mio
maletto e il bordone e scarsella com^ io ci venni,
e qaeloU ogni servfgio.„ Il conte non volea si par-
' Componimenti lirici e più particolarmonte copie di
Tersi rimatii dal provenaale eoUa piar. eobUu.
* peUegrino. Dante nella 'Vita nnova,^ : In tre modi ii
tkiemumo propriamenU U genti che vanno al Hrvigio del-
r Amaimo : chiomanti palmieri, in qucmto vanno oltremare;
ehiammi9i pellegrini in quanto vanno atta eata di OaUùtia;
ehÌ€È$nan9Ì romei, in quanto vanno a Soma, Per altro la
voce romeo significò in generale anche |>e^«^'iio, come ab-
biamo da questo luogo del Villani.
Usse ; egli per nulla voHe rimanere, e com^ era venuto,
cosi se n' andò, die mai non si seppe onde si fos-
se , né dove s* andasse : avvisossi per molti, che
fosse santa anima la sua.
CAPITOLO XCI.
Come in quegli tempi apparee una grande stella
camata, e le sue significaiiiom.
Negli anni di Cristo 1264, del mese d'ago-
sto, apparve in cielo una stella comata con grandi
raggi e chioma dietro , che levandosi dall' oriente
con grande luce infino eh' era al mezzo il cielo, in-
verso r occidente, la sua chioma risplendea, e durò
tre mesi: ciò fu infino del mese di novembre. R
la detta stella comata significò diverse novitadi in
pili parti del secolo, e molti dissono che aperta-
mente significò la venuta del re Carlo di Francia,
e la mutazione che seguì Tantio appresso del re-
gno di Cicilia e di Puglia, il quale si trasmutò,
per la sconfitta e morte del re Manfredi, della si-
gnoria de' Tedeschi a quella de* Franceschi; e si-
migUante molte mutazioni e traslazioni di parti, che
per cagione di quella del Regno, avvennero a più città
di Toscana e di Lombardia come innanzi faremo
menzione. E come s' approvi, che queste stelle co-
mate significano mutazioni di regni, per gli antichi
autori in loro versi, si mostra per Istazio poeta,
nel primo suo libro di Tebe, ove disse :
BellaquUmspopuUs^quaemuteni regna cometae.
E Lucano nel primo suo libro disse:
Sideris et lerris mutantes regna cómelae.
Ma questa intra V altre significazioni fu evidente e
aperta, che come la delta stella apparve, papa Ur-
bano ammalò d* infermità, e la notte che la detta
cometa venne meno, si passò il detto papa di que-
sta vita nella città di Perugia , e là fu soppellito ;
della cui morte alquanto tardò la venuta di Carlo,
e Manfredi e' suoi seguaci furono molto allegri,
avvisando che morto il detto papa Urbano, ch'era
francesco, s' impedisse la detta impresa di Carlo. E
vacò la Chiesa senza pastore cinque mesi; ma co-
me piacque a Dio, fu fatto papa Clemente quarto
della città di S.«n Gilio in Proenza, il quale fu buo-
no uomo e di santa vita per orazioni e digiuni e
limosine, tutto che prima fosse slato laico, e a-
vesse avuto moglie e figliuoli, cavaliere e grande
awogado in ogni consiglio del re di Francia; ma
morta la moglie, si fece cherico, e fu vescovo del
Poi, e appresso arcivescovo di Nerbona, e poi car-
dinale di Savina, e regnò presso di quattro anni,
e molto fu favorevole alla venuta del detto Carlo,
e rimise Èrnia Chiesa in buono stato. Lasceremo
alquanto del papa e dell'altre novità d* Italia, im-
perciocché tutte seguirò alla venuta del detto Carlo
e de' suoi successori, e le novità che furono quasi
per tutto il mondo '. '
' La Giuntina così chiude : e delle novità cT Italia, e
diremo dello avvenimento del detto Carlo; e cominceremo il
Settimo Libro, ove conteremo deUa tignoria e ttato del re
Carlo, e d^ tuoi mccettori, e le novità che furono qttati per
tutto U mondo.
no
CRONICHE
LIBRO SETTIMO
CAmOLO PRIMO.
Qui eowùncia il libro setHmo, il quale tratta deW oc-
fi€tùmenio del re CarlOy e di molte mutmuimi e nom^
tadi che ne seguirono appresso.
Carlo figliuolo secondo che fu di Luis Piace-
Tole re di Francia, e nipote del buono re Filippo il
Bornio, suo avolo, onde facemmo meniione addietro,
e fratello del buono re Luis di Francia, e di Ruberto
eonte d*Artese, e d'Alfonso conte di Pettieri, tutti e
quattro fratelli, furono nati della reina Bianca figliuo-
la del re Alfonso di Spagna. U detto Carlo conte
d^ Angfò per retaggio del padre, e conte di Proenza
di qua dal Rodano per retaggio della moglie, figliuo-
la del buono conte Raimondo Berlinghieri, siccome
per lo papa e per la Chiesa fu eletto re di Cicilia e
di Puglia, si s' apparecchiò ^ di cavalieri e di baroni
per fornire sua impresa e passare in Italia, come in-
narrammo dinami. Ha acciocché più apertamente si
possa sapere per quelli che sono a venire, come
questo Carlo fu il p. imo origine de* re di Cicilia e
di Puglia stratti della casa di Francia, sì diremo al-
quanto delle sue virtù e condizioni; ed è bene ra-
gione di far memoria di tanto signore, e tanto amico
e protettore e difenditore di Santa Chiesa e della
nostra città di Firenze, siccome innanzi faremo men-
zione. Questo Carlo fu savio, di sano consiglio, e
prode in arme, e aspro, e molto temuto e ridottato ^
da tutti i re del mondo, magnanimo e d'alti inten-
dimenti, in fare ogni grande impresa sicuro, in ogni
avversità fermo, e veritiere d^ogni sua promessa,
poco parlante, e molto adoperante, e quasi non ri-
dea se non poco, onesto com' uno religioso, e cat-
tolico, aspro in giustizia, e di feroce riguardo, grande
di persona e nerboruto, di colore ulivigno, e con
grande naso, e parca bene maestà reale più ch^ altro
signore; molto vegghiava e poco dormiva, e usava
di dire, che dormendo, tanto tempo si perdea ; largo
fu a^ cavalieri d^arme, ma covidioso^ d'acquistare
terra e signoria e moneta d'onde si venisse, per
fornire le sue imprese e guerre; di gente di corte,
minestrìeri^ o giucolarì non si dilettò mai : la sua arme
' si provvide.
^ rìspetUto, dal verbo ridoUure che vale non pur te^
fHertf mft rispettare per timore , e che ha riscontro nel
firmnceM redoutcr, Cos) il verbo dottare de* Trecentisti
rende il dotUer de' francesi, e vale non pure Umnic, ma
acuto in rispetto per paura, V. anche a pag. 34.
* avido, ingordo, cnpido, bramosa Altri tasti leggono
corùloso.'U testo Moreni ha omrokioso; qualche altro: am-
fottofo, dal V. a. francese convoUfur^ che k àn rimandare
fra le brattare.
* minestrelli, baffoni, uomini di corte, dal proveniale
menéftrier, Dioevansi anche vUniHrieri e italianamente ^•
catari o giullari ^ ed eraao uomini, che per fsr ridere,
abitavano la coi1e.
era quella di Francia, cioè il campo auorro e fior-
daliso d' oro, e il sopra uno mlrello ' vermiglio :
tanto Sì divisava da quella del re di Francia. Questo
Carlo quando passò in Italia era d'età di quarantasei
anni, e- regnò re df-Cidfaa e di Puglia, come ftreaM)
menzione innanzi, anni diciannove. Ebbe Mia moglie
due figliuoli, e più figliuole: il primo ebbe aone
Carlo secondo, e fu sciancato alquanto, e fu prenze
di Capova, e appresso del primo Carlo suo padre,
fu re di Cicilia e di Puglia, come innanzi faremo men-
zione: r altro ebbe nome Filippo, il quale per la
moglie fu prenze della Morea, ma mori giovane, e
sanza figliuoli, perocché si guastò^ a tendere ubo ba-
lestro. Lasceremo alquanto della progenie del buono
re Carlo, e seguiremo nostra storia del suo passaggio
in Italia, e d'altre cose conseguenti a quello.
CAPITOLO II.
Come i guelfi usciti di Firenze ebbono Parme di papa
Clemente^ e come seguirono la gente- francesca del
conte Carlo.
In questi tempi i guelfi usciti d! Firenze e del-
l'* altre terre di Toscana, i quali s* erano molto a>'an-
zati per la presura ch'aveano fatta della città di
Modona e di Reggio, come addietro facemmo men-
zione, sentendo come il conte Carlo s' apparecchiava
di passare in Italia, si si misono con tutto loro podere
in arme e in cavalli, isforzandosi ciascuno giusta
sua possa, e feciono più di quattrocento buoni uomini
a cavallo gentili di lignaggio, e provati in arme, e
mandarono loro ambasciadorì a papa Clemente, ac-
ciocché gli raccomandasse al conte Carlo eletto re
di Cicilia, e profferendosi al servigio di Santa Chiesa;
i quali dal dello papa furono rice\*uti graziosamente,
e provveduti di moneta e d'altri beneficii; e volle
il detto papa che per suo amore la parte guelfo di
Firenze portasse sempre la sua arme propria in ban-
diera e in suggello, la quale era, ed è, il campo
bianco con una aguglia vermiglia in su uno serpente
verde, la quale portarono e tennero poi, e fanno
inaino a' nostri presenti tempi ; bene v' hanno poi
aggiunto i guelfi uno giglietto vermiglio sopra il
capo dell* aquila ; e* con quella insegna si partirono
di Lombardia in compagnia de* cavalieri franceschl del
conte Carlo quando passarono a Roma, come ap-
presso faremo menzione; e fu della migliore gente,
e che più adoperarono d* arme, eh' avesse del tanto
il re Carlo alla ballaglia contro a Manfredi. Lasce-
' Legno con mensola « viticcio, dove si posano le arme
in asta.
* D verbo guattart in questo senso manca alla Crusca,
n Davansati, sa ben mi ricorda, disse: #• ruppe di sotto,
e questa maniera si desidera pure nel vocabolario.
DI GIOVANNI VILLANI.
Iti
rèmo alquanto degli usciti guelfi di Firenze, e diremo
della venuta del conte Carlo, e di sua gente.
CAPITOLÒ in.
Come U cotUe Coirlo $iparé% di Frància^ e per mare
$i passò di Proen»a a Roma,
Negli anni di Cristo 1265, Carlo cónte d' Afigiò
e di Proenxa, Tatta sua rannata di baroni e di cava-
lieri di Francia, e- di moneta per fornire suo viaggio,
e fatta siìa mostra, si lasciò il conte Guido di Hon-
forte capitano e guidatore di millecinquecento cava-
lieri franceschi, i quali dovessono venire a Roma per
la via di Lombardia; e fatta la festa della Pasqua della
Resurrexione di Cristo col re Luis di Francia e con
gli altri suoi fratelli e amici, subitamente si parti di
Parìgi, con poca compagnia: sanza soggiorno venne
a Marsili|i in Proenza, là dove avea fatte apparec-
chiare trenta galee armate, in sulle quali si ricolse
co|i alquanti baroni che di Francia avea menati seco,
e con certi de^ suoi baroni e cavalieri provenzali, è
mesi in mare per venire a Roma a grande peri-
colo, perocché '1 re Manfredi colle sue forze avea
fatte am^re in Genova e in Pisa e nel Regno più
di ottanta galee \ le quali stavano in mare alla guar-
dia, acciocché ^1 detto Carlo non potesse passare. Ma*l
detto Carlo, come franco e ardito signore, si mise
a passare non guardando agli aguati de' suoi nemici,
dicendo uno proverbio, ovvero sentenzia di filosofo,
che dice.: buono studio rompe rea fortuna. E ciò av-
venne al detto Carlo bene a bisogno ; che essendo
colle sue galee sopra il mare di Pisa, per fortuna
di jnare si sdarrarono ^, e Carlo con tre delle sue
galee, per forza straccando ^, arrivò a Porto Pisano.
Sentendo ciò il eonte Guido Novello, ch'allora era
in^Pisa vicario del re Manfredi, s'armò colle sue
masnade di Tedeschi per cavalcare a Porto, e pren-
dere il conte Carlo; i Pisani presono loro punto, e
chiusono le porte della città, e furono ad arme, e
«ossono questione al vicario, che rivoleano il cas-
sero^ del Mutrone eh* egli tenea per gli Lucchesi, il
quale *era a loro molto caro e bisognevole, e cosi
convenne che fosse fatto innanzi si potesse partire.
B per lo detto intervallo e dimoro, quando il conte
Guido partito di Pisa e' giunse a Porto, il conte
Carlo, cessata alquanto la fortuna, e con grande sol-
ledtttdine fatte racconciare le sue galee, e messosi
in marc^ di poco dinanzi s' era partito di Porto, e
cessato tanto pericolo e isventura: e così come
piacque tt Dio, passando poi assai di presso del na-
vilio del re Manfredi, prendendo alto mare, arrivò,
colla sua armata, sano e salvo alla foce del Tevero di
Roma, del mese di maggia del detto anno, la cui
venuta h tenuta molto meravigliosa e subita, e dal
re Manfredi e da sua gente appena si potea credere:
Giunto Carlo a Roma, da' Romani fa ricevuto a grande
* La Giuntina legge da oUomta,
' sì dissiparono) si diapersero.
' sforzandosi all'estremo; a voga rovinosa.
* Recinto di mura a modo di castello, che serviva di
(ortesia e di arsenale.
onore, imperciocché non amavano la signoria di
Manfredi, e incontanente fu fatto senatore di Roma,
per volontà del papa e del popolo di Roma. Con tutto
che papa Clemente fosse a Viterbo, gli diede ogni
aiuto e favore contro a Manfredi, spirituale e tem-
porale; ma per cagione che la sua cavallerìa che
venia di Francia per terra, e per molti impedimenti
apparecchiati per le genti di Manfredi in Lombar-
dia, penarono molto a giugnere a Roma, come fa-
remo menzione, sicché al conte Carlo convenne sog-
giornare a Roma, e in Campagna, e a Viterbo tutta
quella state, nel quale soggiorno provvide e ordinò
.come potesse entrare nel Regno con sua oste.
CAPITOLO IV.
Come il conte Guido di Monforte^ colla cavalleria
del conte Carlo passò per Lombardia,
n conte Guido di Monforte colla cavalleria che '1
conte Carlo li lasciò a guidare, e colla contessa
moglie del detto Carlo, e co' suoi cavalierì, si par-
tirono di Francia del mese di giugno del detto anno.
E questi furono i caporali de' baroni col conte di
Monforte : messer Boccardo col cont^ di Vandomo,
e messer Giovanni suo fratello, messer Guido di Bei-
luogo vescovo d' Alsurro, messer Filippo di Monforte,
messer Guglielmo e messer Piero di Belmonte, mes-
ser Ruberto di Bettona prìmogenito del conte di Fian-
dra, il quale era genero del conte Carlo, messer Qi-
lio il Bruno conestabile di Francia, maestro e balio
del detto Ruberto, il maliscalco di Mirapesce, mes-
ser Guglielmo lo Stendardo, messer Gianni dì Bre-
siglia maliscalco del conte Carlo, cortese e valente
cavaliere; e feciono la via di Borgogna e di Sa-
voia, e passarono le montagne di Monsanese ; e ar-
rivati nella contrada di Torino e d'Asti, dal mar-
chese di Monferrato eh* era signore di quel paese,
furono ricevuti onorevolemente, perché '1 dette mar-
chese tenea colla Chiesa, e era contro a Manfredi-;
e per lo suo condotto, e coir aiuto de* Milanesi, si mi-
sono a passare la Lombardia tutti in arme, e cavalcando
schierati, e con molto affanno di e notte, di Piemonte
infino a Parma, perocché *l marchese Pallavicino |)a-
rente di Manfredi, colla forza de' Chermonesi e del-
l' altre città ghibelline di Lombardia eh' eranO' in lega
con Manfredi, era a guardare i passi con più di tre-
mila cavalieri, che Tedeschi e che Lombardi ; alla fine,
come piacque a Dio e veggendosi assai di presso le
dette due osti al luogo detto.... i Franceschi passa-
rono sanza contrasto di battaglia, e arrivarono alla
città di Parma. Bene si disse che uno messer Buoso
della casa di que' da Duera di Chermona, per danari
eh' ebbe dai Franceschi, mise consiglio per mode, che
l'oste di Manfredi non fosse al contrasto al passo,
com' erano ordinati, onde poi il popolo di Chermona
a furore distrussono il detto legnaggio di quegli da
Duera. Giunti i Franceschi alla città di Parma furono
ricevuti graziosamente, e gli usciti guelfi di Firenze
e deir altre città di Toscana con più di quattrocento
cavalierì, onde aveano fatto loro capitano il conte
Guido Guerra de' conti Guidi, andarono loro incontro
112
CRONICHE
bfino a Ihntovt. B qnndo i JFTiincescbì si sconln-
roDO con gli usciti guelfi di Firebse e di Toscana,
parve loro sì bella gente e sì riccamenle a cavalli
e ad arme, che molto si maravigliarono, che usciti di
loro terre, potessono essere così nobilmente addob-
bati, e la loro compagnia ebbono molto cara de* detti
nostri usciti. B poi gli scorsono e condossono per
Lombardia a Bologna, e per Romagna, e per la Marca,
e per lo Ducato, che per Toscana non poterono pas-
sare, perocché tutta era a parte ghibellina e alU
signoria di Manfredi; per la qual cosa niìsono molto
tempo in loro viaggio, sicché prima fu V entrante
del mese di decembre, del detto anno 1265, ohe
giugnessono a Roma ; e, giungi loro alla città di Roma,
il cont« Carlo fu molto allegro, e gli ricevette a
gran festa e onore.
CAPITOLO V.
Come lo re Carlo fu corouaio tn Roma re di Ci--
ct/ta, e come incontanente si parli con sua oste per
andare incontro al re Manfredi.
Come la cavallerìa del conte Carlo fu giunta
a Roma, sì intese a prendere sua corona, e il dì
della Epifania ', gli alini detli 1265 per due card'-
nali legati e mandati dal papa a Roma, fu tonsecrato
e coronato del reame di Cicilia e di Puglia, egli, e
la donna sua a grande onore; e sì tosto come fu
finita la festa della sua coronasione,- sansa alcuno
soggiorno si mise al cammino con sua osle per la via
di Campagna inverso il regno di Puglia, e Caita-
pagna : ^bbe fissai tosto grande parte sansa contrasto
al suo comandamento. Lo re Manfredi sentendo la
loro venuta, del detto Carlo, e poi della sua gente,
compara- passata per diffalta^ della sua grande oste
eh" era in Lombardia, 6t molto cruccioso: inconta-
nente mise tutto suo studio alla guardia de* passi djel
regno, e al passo al ponte a Cepperano mise il conte
Giordano e quello di CaaerJta, i quali erano dell»
casa di quegli da Quoiia, e con gante assai a pie e a
eavallo, e in San Germano mise grande parte di sua
baronia Tedeschi e Pugliesi, « tutti i saradni di No-
cera coir aroora e balestra e con molto saeliamento,
co sfidandosi più in quello riparo che in altro, per
lo forte luogo e per lo sito, che dall'una parte ha
grandi montegne e dalP altra peduli e marosi ^, ed
era fornito di vittuaglia e di tutte cose bisognevoli
per più di dne anni. Avendo fatto il re Manfredi forni»
mente ^ à* passi, come detto avemo, sì mandò suoi
ambasciadorì ti re Carlo, per trattare con lui trìegae,
o pace; ed isposta loro ambasciate, il re Carlo con
sua bocca volle fare la risposte, e disse in sua Hngna
in franceseo : AUe*^ et éUte% pour moi au sultan de
Nocere^ qu* aujowrdhùi je mettrai lui e» enfer^ ou
' I più de' eodici leggono B^nia^ idiotitmo ancora in
uso fra i toscani.
* per colpa, per fyio: in genere vale mancanza.
' mareaei stagno marino, maremma. E voce mal defi-
nita nella Cmsca. Comanemente vale fiotto dì mar-j^ on-
data, €WfaUan€,
* La Giuntina: gvermmtHto.
il metfra moi en paradis: ciò vuol dire: io non
voglio altro che la battaglia, ove, o io nooiderò lai,
0 egli me; e ciò fatte, sansa soggiorno si mise
al cammino. Avvenne che giùnto il re Carlo con sua
oste a Fresolone in Campagna, scendendo verso Cep-
perano, fl detto conte Giordano che a quello passo era
a gurdia, veggendo venire la gente del re per panare,
volle di^ndere il passo; il conte di Caserta disse
eh' era meglio a lasciarne prima alquanti passare, sì
gli avrebbono di li. dal passo sansa colpo di spada, n
conte Giordano quando vide ingrossare la gente,
ancora volle assalirli con battaglia v allora il conte di
Caserta il quale era nel iratteto, diase die la batta-
glia era di gran rischio, imperciocché troppi n* erano
passati. Allora, vedendo il conte Giordano st pos-
sente la gente del re, abbandonarono la terra e il
pontCy chi dice per paura, ma i più dissono per lo
iratUto fatto dal re al conte di Caserta, impercioc-
eh* egli non amava Manfredi, perocché per la sna
disordinate lussuria, per fona avet giacinto colla
moglie del conte 'di Caserta, onde da ini ai tenea
forte ontato, e volle fare questa vendetta mi detto
tradimento. E a questo diamo fede , perocché furono
de' primi egli e' suoi che s'arrenderono al rè Carlo,
e lasciato Cepperano, non tomaro alToste del re
Manfredi a san Germano, masi tennero in toro[cutelUi«
CAI'ITOLO Vi:
*
Come il re Carlo avuto U passo di Cepperano^ Me
per for%a- la terra di San Germano.
Come lo re Carlo e sua oste ebbono preso il
passo di Cepperano, j)resono Aquino sansa contasto,
e per forsa ebbono la rocca d' Acri, ch'é dcUe più
forti tenute di quello paese ; e ciò fatto, si misono
a campo colU oste a San Germano. Quegli della terra
per lo forte luogo, e perch' era bene fornito di genti
e di tette cose, aveanp per niente^ la gente del re
Carlo, nia per dispregio^ a' loro raganxi che mena-
vano i cavalli all'acqua, bceano spregiare, e dire
onte e villania, chiamando: or'é il vostro Carlotto?
Per la qual cosa i ragassi .òé* Franceschi si misono a
badaluccare, e a combattere con quegli d* entro,
per la qual cosa , tetta V oste de' Franceschi si levò
a romore; e temendo che *l campo non fòsse as-
salito, tutti furono ad arme i Franceschi subita-
mente, correndo inverso la terra: quelli d'entro
non prendendosi di. ciò guardia, non furono così
tosto tutti air arme. I Franceschi con grande fu-
rore assalirono la terra, e dando battaglia' da piò
parli; e chi migliore scliermo non polea avere, i-
smontando de* ^vaUi , e levando loro le seUe, e
con esse in capo andavano sotto le mura e torri
della terra. Il conte di Vandomo -con mésser Gianni
suo fratello, e con toro bandiera, i quali f^vono
de' primi che s'armarono, seguirono 1 ifagaui di
que* d^ entro eh' erano usciti al badalucco, e cac«
dandogli, con loro insieme si misono dentro per
una postìerta ch'era aperte per ricoglierll, e ciò
non fu santa grande pericolo, imperciocché la porta
era bene guardala da più gente d'arme, e rima-
DI GIOVANNI VILLANI.
113
soiiTeiie e morti e fediti di quegli che seguivano
il conte di Vandomo e ^1 fratello » ma eglino per
loro grande ardire e virtù , pur vinsono la pugna
alla porta per forta d^ arme, e entrarono dentro, e
incontanente la loro insegna nùsono in sulle mura.
B de^ primi che gli seguirono furono gli usciti guelfi
di Firenie, ond^ era capitano il eonte Guido Guer-
ra, e la ^nsegna portava messere Stoldo Giacoppi
de^ Rossi di Pireite ; i quali guelfi alla presa del detto
San Germano si portarono maravigliosamente, e co-
me buona gente; per la qual cosa quegli di fuori
presono cuore e ardire, e chi meglio potea si met-^
tea dentro alla terra. Quegli d* entro, vedute le in-
segne de* nemici in sulle mura, e presa la porta,
molti ne fuggirono, e pochi ne stettono alla difen-
sione ; per la qual cosa la gelile del re Carlo com-
battendo ebbono la terra di San Germano, a dì 10
di febbraio 1265, e fu tenuta grandissima maravi-
glia, per la forta della terra, e piuttosto fattura di
Dio che Iona umana, perchè dentro v* avea più di
mille oavalierì, e più di cinquemila pedoni, intra^
quali avea motti arcieri saracini di Nocera ; ma per
un» snllk che la notte dinanzi, come a Dio piac-
que, surae tra* cristiani e^ saracini, della quale i
sàradni fàrono soperchiati, il giorno appresso non
furono in fede alla difènsione della terra, e questa
infra r altre fta bène una delle cagioni perchè per-
derono la terra di San Germano. Delle masnade di
Mattft!«di furono assai morti e presi, e la terra tutta
corsa e rubata per gli Franceschi, e ivi soggiornò
lo re e sua oste alquanto per prendere riposo, e
per sapere gli andamenti di Manfredi.
CAPITOLa VII.
Cmne lo re Manfredi andò a Benivenio^ e come
vrdinò tue schiere per combattere col re Carlo,
Lo re Manfredi intesa la novella della perdita
di San Germano, e tornandone la sua gente scon-
filli, fu molto sbigottito, e prese suo consìglio quello
ch^avesse a ftfre, il quale fu consigliato per lo conte
Cahragno, e per lo conte Giordano, e per lo conte
Bartolommeo, e per lo conte Camerlingo, e per
gli altri ano baroni, eh* egli con tutto suo podere
si ritraesse affa città di Benivento per forte luogo^
e per avere la signoria di prandere la battagfiff a
sua posta, e per ritrarei inverao Puglia, se biso-
gnasse, e ancora per contradiare il passo al re
Carlo, imperctoochè per altra via non polca entrare
il Prineipnlo e a Napoli, né passare in PagHa se
non per la via di Senivento; e cosi fte ferito. Lo re
Carlo sentendo T andata di Maiifiredi a Benivento,
incontanente si partì àti San Germano^ per seguirlo
con sua oste, e ifòii tenne il cammino diritto di
Capova, e per Terra di Lafroro, nnpercioecliè al ponte
di Capova non avrdlibe potuto passare, per la for-
teiza eh* è in ani fiume delle torri del ponte, e il
fiume è grosso, ma si mise a passare il fiume del
Volturno presso a Taliverao, ove si può guadare,
e tenae per la contrada d' Aliso, e per aspri cam-
mini deHe montagne di Beniventana, e sansa sog-
giorno, e con grande disagio di moneta e di vittua-
glia, giunse air ora di messogiorno appiè di Beni-
vento, alla valle d* incontro alla città, per ispazio
di lungi di due miglia alla riva del fiume di Calore,
che corre appiè di Benivento. Lo re Manfredi veg-
gendo apparire Toste del re Cario, avuto suo con-
siglio, prese partito del combattere, e d^usdre fuori
a campo con sua cavalleria, per assalire la gente
del re Cario anzi che si riposassono; ma in dò
prese mal partito, che se fosse atteso uno o due
giorni, lo re Carlo e sua oste erano morti e presi
sanza colpo di spada, per diCDsdta di vivanda per
loro e per gli loro cavalli, che 1 giorno dinanzi
che giugnessono appiè di Benivento, per necessità
di vittuaglia, molti di sua oste convenne vivessero
di cavoli, e* loro cavalli di torsi \ sanza altro pane,
0 biada per li cavalli, e la moneta per dispendere
era loro fallita. Àncora era la gente e forza del
re Manfredi molto sparta, che messer Currado d^An-
tiocchia era in Abruzzi con gente, il conte Federigo
era in Calavria, il conte di Ventimiglia era in Ci-
cilia : che se avesse alquanto atteso, crescevano le
sue forze; ma a cui Iddio vuole male, gli toglie
il senno. Manfredi uscito di benivento con sua gen-
te, passò il ponte eh* è sopra il detto fiume di
Calore, nel piano ove si dice Santa Maria della
Grandella, in luogo detto la pietra a Roseto; ivi
fece tre battaglie ovvero schiere, T una fu di Te-
deschi di cui si rifidava molto, e erano bene mille
dugento cavalieri, ond*era capitano il conte Cal-
vagno ; la seconda era di Toscani e Lombardi e an-
che Tedeschi, in numero di mille cavalieri, la quale
guidava il conte Giordano; la terza fu de* Pugliesi
co* saracini di Nocera, fa quale guidava lo re Man-
fredi, la quale era di millequattrocento cavalieri,
sanza i pedoni e gli ardori saradni che erano in
grande quantità.
CAPITOLO VOI.
Come il re Carlo ordinò sue schiere per combai-
iere col re Manfredi,
Lo re Carlo veggendo Manfredi e sua gente ve-
nuti a campo aringati per combattere, ebbe suo con-
siglio di prendere la battaglia il giorno o d'indugiarla.
Gli più de* suoi baroni consigliarono del soggiorno
inflno alfa mattina vegnente, per riposare i cavalli
delfalAinno avuto per lo forte cammino, e messer
Gitio il Bruno conestabile di Francia disse il con-
tradio, e che indugiando, i nimid prenderanno cuo-
re e ardire, e a loro potea al tutto fallire la vi-
vanda , e die se altri delT oste non la volesse la
battaglia, egfi solo col suo signore Ruberto di Fian-
dra e con sua gente, si metterebbe alla ventura
del combattere, avendo fidanza in Dio d'avere la
vittoria contra a* nemici di Santa Chiesa. Veggen-
do dò il re Carlo, s'attenne e prese il suo con-
siglio, e per la grande volontà ch'uvea del com-
' di ciò che rìmMìca d«' cavoli e d' altre frutta sfogliate
e spolpate.
9
114
CRONICHE
battere, disse con alta voce t'iuoi cavalieri: Venu
est le jow que naus atons toni destre \ e fece
sonare le trombe, e comandò ch^ogoi nomo sUr-
masse e apparecchiasse per andare alla battaglia, e
così in poca d*ora fìi fotte. E ordinò, sì come i
suoi nemici, a petto di loro tre schiere principali:
la prima schiera en( de* Franceschi in quantità di
mille cavalieri ond' erano capitani messer Filippo di
Monforte, e 1 maliscalco di Mirapesce: la seconda
lo TO' Carlo col conte Guido di Monforte , e con
molli de"* suoi baroni e cavalieri della reina, e co'
baroni e cavalieri di Proenza, e Romani, e Campa-
gnini, eh* erano intomo di novecento cavalieri, e
le 'nsegne reali portava messer Guglielmo lo Sten-
dardo, uomo di grande valore: della terza fu guida-
tore Ruberto conte di Fiandra col suo maestro Giglio
moliscalco di Francia, con Fiamnùnghi, e Rraman-
zoni, e Annoierì, e PiccardL, in numero di sette-
cento ' cavalieri. E di fuori di queste schiere furono
gli usciti guelfi di Firenze con totti gV Italiani, e
furono più di quattrocento cavalieri, de' quali molti
di loro delle maggiori case di Firenze si feciono
cavalieri per mano del re Carlo in su il cominciare
della battaglia; e di questa gente guelfa di Firenze
e di Toscana era capitano il conte Guido Guerra,
e la 'nsegna di loro portava in quella battaglia
messer Currado da Montemagno di Pistoia. E veg-
gendo il re Manfredi fatte le schiere^ domandò della
schiera quarta che gente erano, i quali comparivano
molto bene in arme e in cavalli e in arredi e so-
pransegne : fugli detto eh' erano la parte guelfa n-*
sciti di Firenze e dell'altre terre di Toscana. Al-
lora si dolse Manfredi dicendo: ov'è l'aiuto ch'io
ho dalla parte ghibellina, eh* io ho cotanto servita,
e messo in loro cotanto tesoro? e disse: quella gente
(cioè la schiera de' guelfi) non possono oggi per-
dere: e ciò venne a dire, che scegli avesse vittoria
sarebbe amico de' guelfi dì Firenze, veggendogli si
fedeli al loro signore e a loro parte, e nemico de'
ghibellini.
CAPITOLO K.
Come la battaglia dal re Carlo ai re Manfredi
fuy e come U re Manfredi fu scon/Uto e morto.
Ordinate le schiere 'de* due re nel piano della
Grandella per lo modo detto «dinanzi , e ciascuno
de' detti signori ammonita la sua gente di ben fore,
e dato il nome per lo re Carlo a' suoi, Mongioia
ca^alieri^ e per lo re Manfredi, Soavia cavalieri \
il vescovo d'Alzurro, siccome legato del papa, as-
solvette e benedisse lutti quelli dell' oste del re.
Carlo, perdonando colpa e pena, perocch'essi com-
batteano io servigio di Santa Chiesa, fi ciò fatto,
si cominciò l' aspra battaglia tra le prime due schiere
de' Tedeschi, e de' Franceschi, e fa si forte l'assalto
de' Tedeschi^ che malamente menavano la schiera
de' Franceschi, e assai gli feciono rinculare addie-
tro, e presono campo. Il buono re Carlo veggendo
La Giuntina, 1587, legge: ottocenti.
i anoi cosi malmenare, non tenne 1* ordine della bat-
taglia di difendersi colla seconda schiera, avvisan-
dosi che se la prima schiera de' Franceschi ove
avea tutta sua fidanza fosse rotta, piccola speranza
di salute attendea dall' altre ; Incontanente colla sua
schiera si mise al soccorso della schiera de' Fran-
ceschi, contro a quella de' Tedeschi, e come gli
usciti di Firenze e loro schiera vidono lo re Carlo
fedire alla battaglia, si misono appresso franca-
mente, e feciono maravigliose cose d' arme il gior-
no, seguendo sempre la persona del re Carlo; e
simile fece il buono Giglio il Bruno conestabile di
Francia con Ruberto di Fiandra con sua schiera, e
dall' altra parte fedi il conte Giordano colla sua
schiera, onde la battaglia fu aspra e dura, e grande
pezza durò che non si sapea chi avesse il miglio-
re; perocché gli Tedeschi per loro virtude e forza
colpendo di loro spade, molto danneggiavano i Fran-
ceschi. Ma subitamente si levò uno grande grido
tra le schiere de* Franceschi, chi che '1 ai comin-
ciasse ^, dicendo : agli stocchij agU stocchi^ a fedire
i cavalli \ e così fu fatto, per la qual cosa in pìc-
cola d* ora i Tedeschi furono molto nalmenati e
molto abbattuti, e quasi in isconfitta volti. Lo re
Manfredi, lo quale con sua schiera de' Pugliesi stava
al soccorso dell'oste, veggendo gii suoi che non
poteano durare la battaglia, sì confortò la saa gente
della sua schiera, che 'I segnissono alla battaglia,
da* quali fu male inteso, perocchò la maggior parte
de' baroni pugliesi, e del Regno, in tra gli altri il
conte Camarlingo, e quello del Cerra^ e quello di
Caserta e altri, o per viltà di cuore, o veggendo a
loro avere il peggiore, e chi disse per tradimento,
eome genti infedeli e vaghi di nuovo signore, si fal-
lirono a Manfredi, abbandonandolo e figgendosi chi
versp Abruzzi e ohi verso la città di Benivento.
Manfredi rimaao con podd, fece come valente si-
gnore, che innanzi volle in battaglia morire re, che
fuggire con vergogna: e mettendosi l'elmo, una a-
qnila d'argento ch'egli avea ivi su per oimiera, gli
cadde in sa l'arcione dinanzi^ e egli ciò veggendo
isbigotU molto, e disse a* baroni, che gli erano dal
Iato, in latino : hoc esi sigmim Dei, perocchò que-
sta cimiera appiccai io colle mie mani in tal modo,
che non dovea potere cadere; ma però non lasciò %
ma come valente signore prese cuore, e incontanente
si mise alla battaglia, non con sopcansegne reali per
non essere conosciuta per lo re, ma eome qb altro
barone y lai fedendo francamente nel mezzo della
battaglia; ma però i suoi poco durerò, che gii e-
rano in volta: incontanente fiirono sconfitti, e lo re
Manfredi morto in mezzo de' nemici: disseai per
uno scodiere fhmoesoo, ma fon si seppe il certo.
In quella battaglia ebbe gran mortalità d'ana parte
e d'altra^ ma troppo più della genie di Maafi^di:.
e fuggendo del eaaipo verso Benivento, cacciati da
quegli deir oste del re Carlo, inftno nella terra (ohe
si facea già notte) gli seguirono, e pregno la cillà
' qualunque fosse chi lo comSociASàe.
* non ittotò il propostlo di voler morire oembattendo.
Questo u«o del v#rbo laHiart dev'es^re «gf^nnto a)U Cnisea.
DI GIOVANNI VILLANI.
115
di BeiuTeiLto, e quegli che foggieno. Molti baroni
caporali del re Manfredi rimaaono presi: intra gli
altri furono presi il conte Giordano, e messer Piero
Asini degli liberti, i quali il re Carlo mandò in pre-
gione in Proenui, e di là d^ aspra morte in carcere
gli fece morire. Gli altri baroni pugliesi e tedeschi
ritenne in pregione in diversi luoghi nel Regno, e
pochi di appresso, la moglie del detto Manfredi e\
figliuoli e la suora, i quali erano in Nocera de* sa-
radni in Puglia, furono renduti presi al re Carlo, i
quali poi morirono in sua pregione. E bene venne
a Manfredi e a sue rede la maladisione d' Iddio, e
assai chiaro si mostrò il giudicio d' Iddio in lui,
perchò era scomuaicato e nimico e persecutore di
Santa Chiesa. Nella sua fine, di Manfredi si cercò
pia di tre giorni, che non si ritrovava, e non si sa-
pea se fosse morto, o preso, o scampato, perchè
non avea avpto alla battaglia in dosso armi reali;
alla fine per uno ribaldo di sua gente fu ricono-
sciuto per più insegne di sua persona in metxo il
campo ove fu Taspra battaglia ; e trovato il suo cor-
po per lo detto ribaldo, il mise traverso in su uno
asino vegnendo gridando : chi accatta Manfredi^
chi accatta Manfredi^ quale ribaldo da uno baro-
ne del re fu battuto ', e recato il corpo di Manfredi
dinanzi al re, feóe venire tutti i baroni ch'erano
presi e domandato ciascuno s^ egli era Manfredi,
tutti timorosamente dissono di sì. Quando venne il
conte Giordano sì si diede delle mani nel volto pia-
gnenda e gridando : omè, omè^ signor mio ; onde
^molto ne fu commendato da' Franceschi, e per al-
quanti de* baroni del re fu pregato che gli facesse
fare onore alla sepoltura. Rispose il re: je te fai^
rois voiontiers^ s' it ne fùt excommvnié; ma im-
perocch* era scomunicato, non volle il re Carlo
che fosse recato in luogo sacro; ma appiè del
ponte di Benivento fu «oppellito, e sopra la sua
fòssa per ciascuno dell' oste gittata una pietra ; on-
de si fece grande mora di sassi ^. Ma per alconi
si disse, che poi per mandato del papa, il vescovo
di Cosensa il trasse di quella sepultura, e mandollo
fuori del Regno eh' era terra di Chiesa, e fn sepolto
lungo, il fiume del Verde a' confini del Regno e di
Campagna : questo però non affermiamo ^. Questa
battaglia e sconfitta fu uno venerdì, il seszaio di
febbraio gli anni di Cristo 1265.
' La Giantma: ÀUora un hanme del re lo haUeo forte
di^un biutone.
* morìecia, monto di sasal Anche Dante: tolta aUa
ffuardia della grave mord^ dice del corpo di re Manfiredi
sepolto sotto una morìccia.
' Nel Porg. 0. 3, lo stesso Manfredi eoa. dice, delle sue
spoglie: Or le hagna la pioggia e move il vento Di fmor
del BeguOf girasi lungo il Verde^ Ov« (Clemente) le trammaò
a liane spento. Ondo parrebbe che fossero qoivi lasciate
Insepolte, pasto a' cani. H Pontefice le fece trarre del Regno
di Napoli, e gettar suUo rive del fiume Verde a lume
spento^ che è a dire: fatti spegnere i lumi innansi al ca-
davere e portare capovolti dal cheriaato fra orrende im-
preeasìoni. Di un simil rito s'era usato la prima volt*
peli' anno 9Q0 al Concilio di Refms allorché si spense
ogni cero all'atto che i vescovi scomunicarono gli «od-
aori deir arcivescovo Folco.
CAPITOLO X.
Como lo re Carlo ebbe la signoria del Regno e
di Cicilia^ e come don Arrigo di Spagna tenne a luù
Come il re Carlo ebbe sconfitto e morto Man-
Credi, la sua gente furono tutti ricebi delle spoglie
del'campo, e maggiormente de^ signoraggi e de^ ba-
ronaggi che teneano i baroni di Manfredi, che in
poco tempo appresso tutte le terre del Regno, di
Puglia e gran parte di quelle deirìsofai di Cicilia
feciono le comandamenta del re Carlo; delle quali
baronie e signoraggi e fii de" cavalieri rinvestì a tutti
coloro cbe V aveano servito, Francescbi, e Provenzali,
e Latini, ciascuno secondo il suo grado. B quando
il re Carlo venne in Napoli, da" Napoletani fa rice-
vuto come signore a grande onore, e ismontò al
castello di Capova il quale avea fatto fare lo "m-
peradore Federigo, nel quale trovò il tesoro di
Manfredi quasi tutto in oro di Tori ^ speszalo , il
quale si fece venire innanzi^ e porre in su" tappeti
ov" era egli e la reina e messer Beltramo del Balzo ;
e fece venire bilance, e disse a messer Beltramo
cbe H partisse. Il magnanimo cavaliere disse : qu* ai
je à faire de belance à departir 90tre tresor ? ma
co" piedi vi sali suso, e co" piedi ne fece tre parti :
1" una parte, disse, sia di monsignor Io re, e Taltra
di madama la reina, e 1" altra sia de' vostri cava-
Mm e così fn fatto. Lo re veggendo la magnani-
mità di messer Beltramo, incontanente gli diede la
contea d* Avellino, e fecenelo eonte* E poco ap-
presso al re non piacque di abitare nel castello di
Capova, peroVera abitato al modo tedesco; e ordinò
cbe si facesse castello nuovo al modo fìrancesee, il
quale è presso a San Piero in Castello dall" altra
parte di NapolL B poco tempo appresso tatti i ba-
roni pugliesi, i quali lo re avea presi alla battaglia,
fece jcapoiare ', e a molti rendo loro terre e re-
taggi, per avere più 1" amore di que" del paese ;
della qual cosa, di gran parte, fece il peggioriD, per
la rea uscita' ohe poco tempo appresso gli feciono
certi de" detti baroni pugliesi, siccome innanzi fare-
mo menzione. Avvenne poco tempo appresso, il se-
guente anno che il re Cario ebbe il reame e signo-
ria di Cicilia e di Puglia, che don Arrigo figliuolo
secondo del re di Spagna cugino del re Carlo, nato
di seroochia e di fratello, il quale era stalo in Africa
a" soldi del re di Tunisi, udendo lo slato del re suo cu-
gino, passò di Tunisi in Puglia con più di ottocento ca-
valieri spagnuoli, molto bella e buona gente ; il quale
don Arrigo dal re Carlo fu ricevuto graziosamente, e
ritenuto a" suoi soldi, e in luogo di lui il fece se-
* Teri o Tari è una moneta napoletana, di cui ò mcn-
sione fin dal 1009. Il Carli di Capodistrìa ne parla :Zfc-
che <r Italia 1. 8. p. 75. L' edis. di Milano e quella do'
Giunti leggono per errore: in oro intero e spezzato. L'e-
spressione in oro di Teri^ ritrae la nevtra tti oro di zecchino.
^ scappare: sema most/are die le» àgio dS faggi re.
' per la mala riuscita, per la mala prava che fecero.
Fare un* uecitOf buona o cattivOj vale anche : dire cosa che
altri non si aspetti , e questo senso non Ai osservato nel^
Vocabolario,
Il« CKOl
Datore dì Romi, e f nardii di tulle le terre di Cem-
pagu e del Patrimonio. Ha il detto ddo Arrigo, il
quale da Tuaiii era torMto ricco di djuut, per bi-
jofBO del re Carlo, ^ prestò, ai dic«, qnaraatamila
doble d'oro, le quali non riebbe mai, oade nacque
poi graode scandalo Ira loro, come ionenii faremo
nmiioBe. B intni l' altre cagioni della diacordia di
doi Arrigo e lo re, fa, cbe don Arrigo procacciava
colla Chiesa di avere Tiaoli di Sardegna, e lo re
Cario la voleva per se, e per la diacordia, non Teé-
be si l'uno ni V altro; e per questo sdegno don
Arrigo ai fecÀ.nimiM, e in parie non ebbe il torto,
the re Carlo ave* bene tanta terra, che iene do-
ve* volere cbe '1 suo cugino avesse quella poca;
Bi* per r svariaia e inridii noi volle a ricino, e don
Arrigo diase ; per lo cor Dio, o et mi matrà, o gè
or* alquanto de' fatti dal re
9 cose cbe furono in quelli
1 malerì* de' fatti dì Firen-
tel re Cario ebbe grandi no-
Conu •' tarécùu di Barberia poMàorono in I^Htgna,
e CMie ei fmro»o tcoitfUti.
Negli anni di Cristo 1266, gtandiasino escr-
eto dì inaerò dì sataeini passtrono d'Aifrìca per
lo stretto di SibiUa per racqnistarfi la Spagna e )'A-
raona, e agghuti co'saracini di Granata, i quali an-
cora abitavano in Ispegua, grsade dsnno ledono
■'cristiani; ma sentendo ciò lo re di Spagna, col re
di Portogallo e con quello d' Anona raunati inaieae,
e con molti altri cristiani di croce segnati per ìndul-
geiu di colpa e pena data per lo papa e per la
CUesa di Bone, co' detti saraciai ebbono grande
battaglia, e dopo Bolte sangue de' crisUanì sparto,
I sartcini furono sconfitti e morti, che quasi di quelli
cbe patiaroao non ne cantpò niuno clw non foise
morto o preso, e simile molti dì quelli di Granata.
B nota, che come i cristiani fanno loro podere di
raeqnislare la Terra Santa per voli, per prOmeaae, e
lasci di monets, o prendere croce, e peliegrin>ggi
per indulgenu ifs" loro peoctti, per simile modo
fanno i sanòni per racquìatare la Spagna, e per man-
tenere la terra di GraMl«, la qnale ancora tengono
di qua da mare ì aancini, ■ grande obbrobrio e
vergogna de' cristiani.
CAPITOLO XU.
CdM« t FiorenlMi sUbeltim autdiaroiio Catìtl-
MMWO in VaUantOt a come s« tu partirono a
modo di leon/UH.
Ne' tempi che il rp Carlo fb coronato a Itom*,
com* i fatts meniione, il vescovo d'Areuo, ch'era
dnglì Ubertini, tutto fosse gUbsllino, perocché non
era d'Hcordo con gli Aretini, ni col conte Guido
NoveUo vicario per Manfredi io Toscana, ferchè
grinftarìavano il vesiovnilo e sue terre, s\ diede in
gurdia le sne castella agli oBciti gu^ di Hrcnte, i
qiali per lo favore della venuta del re Cario, feciono
gran gnerra in Valdanio e'ghibelIiRi cbe trnesno
Firenie, e aveeno preso Caetelnnovo in Vddamo.
Per I* qual cosa le mssoade de' Fiorentini ch'erano
col conte Guido Novello, con gente e pie assai, «
con cferti caporali ghibellini cittadini di Firenie,
v' endarono ad oste, e a qneHo diedooo pib battaglie
per SM>do, che quasi più non si polea tenere, se non
fosse il senno e ssgaciti di guerra eh' usò messer
Uberto Spiovaaalo de' PaxEÌ di Valdamo del lato
godio, ch'era c^pitauo in quello castello, it quale
prese e levò une snggello <ti cera intero d'nna let-
tera ch'egli avevn svnla dal detto vescovo ano dò
d' aKrs materia, e lece hn un'altra lettera, dicendo,
come francamente m dovesse tenere, impercioceht
di presente avrebbOno soccorso di ottocento cava-
lieri fnnccBchì del re Csrio, e rimise il nggello ■
qnella, e mìselasl in borsa di seta con altre lettere
e con danari. E usalo fuori ed uno badslnoco, can-
tamente la borsa sì tagliò -e laadolla ; la quale da'
nemid trovala, ta portala a' capitani, e ietta la detl*
lettera, dìedono fede alla venuta de' Franceschi. In-
contanente presono partito di levaru da~osle, e pa
la fretta n partirò a modo di seonBtta, e con loro
daanoevngogna tornerò io Firente; perla qual cosa
quasi tutte le terre di Veldemo si ribellarono a'
ghibellini. In questi tempi venne in Firanie uno sa*
ncino oh'avea nome Bntiecca, ed era il migUon
maestro di giurare a'scacchi, e in suil palagio dd
popolo diuenti al conte Guido Novello gineò ■ una
ora s tre scocttori co'migtiorì maestri di scacchi
di Firente, giurando con gli doe a mente, e eoll'uno a
veduta, e gli due giuochi vinse, e 1' odo fece tuvol* ':
la qnal cosa la tenuta grande maraviglie.
CAPITOLO xin.
Come m Firente si feeiono i trmUatei, e come si
dieéo ordme e gonfaìotù aWartì.
Come la novella fb io Firenie e per Tososim
della aconfltta di Hanfredì, i ghibellini e i Tedeschi,
cominciarono ad invilira, e avere paura in latte par-
ti ; e' guelfi usdti di Pirenee ch'erano rìbelU, e teli
a' confini, per lo contido, e in piA partì comÌBCiarone
a invigorìra e b prendere more e ardin, e facoen-
doii presso alla dtli, ordinsrono dentro alls lem
noriti e mutauoni, per. tratteli co' loro amici d'en-
tro, che s' iotendéauo con loro, e vennero ìnBno ne'
Seni SanOoo Mariae e fare consiglio, avendo spe-
nnia di loro gente ch'erano stati ells vittoria col
re Cario, i quali atlendeano con gente de' Franee-
seU in loro ainto; onde il popolo dì Firen» ch'era
pih gndh) d'animo ohe ghibellino, per lo danno ri-
conto chi dì padrv, chi dì figlinolo, e chi di fra-
D n Doa abbe (bla** I' kndatt, ma ran» «v«r pfft
eoo d» ooprlrd o llbararai dagli icaetU dell' avvenaria,
fn laaolato trre&te • tanmatato smaa rfpoBO. fbre tscols
t divano di fvrt eUBo, olw i quando il re È fturi di
o, ma non può mnoniri nt lawlar movei altro aaa
DI GIOVANNI VILLANI.
ai
tefli alla scoofiUa di Moulapertt, simile cominciarono
a rinvigorire, e a mormorare, e parlare per la città,
dogliendosi delle speae e inoarìohì diaordintti cbo
riceyeano iiì eonte Guido Novello, e dagli altri che
reggeano la terra; onde quelli che reggeano la città
di Firense a parte gfaièeliina aentendo netta dttà il
detto aobogUo e mormorio, e avendo paura ohe ì
popolo non si mbellass^ tontra a loro per una
cotale meuinità, e per contentare fl pq>olo, elea-
sono due cavalieri frati godenti di Bologna per po^
destadr di Firenze, che V imo ebbe noBM measer Ca-
talano de* Mala vola, e Taltro measer Roderigo dì
Landolo, e Tono era tenuto (Ti parte guelfa, ciò era
BMSser Catalano, e V altro di parte ghibeUina. B nota,
eh' e' irati godenti erano chiamati cavalieri di Santa
Maria, e cavalieri si faceano quando preudeaao quel-
Tabito, che le robe aveano bianche e uno mantello
bigio, e Tarme il campo bianco, e la croce ver-
migtia oon due stelle, e doveano difendere le ve-
dove e' papiUi, e intrametlerai di paci, e altri ordini,
come religiosi, aveano. E il detto messer Roderigo
ae fu cominciatore di quello ordine \ ma poco durò,
che seguirò al nome il fatto, cioè, d* intendere più
a godere che ad altro. Questi dae frati per lo po-
polo di Firenie furono fatti, venire, e misongli nel
palagio del popolo d'incontro alia Badia, credendo
che per V onestà dell'abito tossono comuni S e gnar-
dassono il comune da soperchie speso ^ i quali tut-
toché d'animo di parte fosson divisi, sotto coverta
di falsa ipocrisia furono in concordia più al gua-
dagno loro proprio che al bene comune ; e ordina**
rottO trentasei buoni uomini mercatanti a artefici de'
BMggiori e migliori che fossono nella cittade, i quali
dovessono consigliare le dette dtle potestadi, e prov-
vedrò alle spese del comune; e di questo novero
furono de' guelfi e de'ghibdlini, popolani e grandi
non sospetti, eh' erano rimasi in Firense alla cac-
ciata de^ guelfi. B rannavansi i detti trentasei a con-
sigliare ogni eli B^ lo buono stato comune della
dttà nella bottega e corte de' consoli di Calimala,
eh* era a pie di casa i Cavalcanti in Mercato nuovo:
i quali lecioDO molti buoni prdini e stato comune
deOa terra, intra' quali ordinarono che ciascuna delle
sette arti naggiorì di Firenze avessono consoli e
capitodini, e ciascuna avesse suo gonfalone e in-
segaa, acciocché, ae nella città si levasse ninno con
farsa d'arme, sotto i loro gonfaloni fossono alla di-
lesa del popolo e del comune. B le 'nsegne delle
sette arti maggiori furono queste : i giudici e no-
tari, il campo auurro e una stella grande ad oro :
i ■ercatasti di Calimala, cioè de' panni franceschi,
il caaqK) rosso con una aguglia ad oro in su uno
torsello ' bianco: i cambiatori, il campo vermiglio e
fiorini d'oro iv' entro seminati: l'arte della lana, il
campo verouglio, iv' entro uno montone bianco: i
■e^ e speziali, il campo vermiglio, iv* entro Santa
Maria col figliuolo Cristo in collo: V arte de* setaiuoli
e m^ciari, il campo biajico e una porta rossa iv'eii-
tro per lo titolo di porte Sante Marie : i peilieciiiiy
Paline a vai, e nell'uno capo uno agnu$ Bri m
hcampo assncrOk L' altre cinque seguenti alle magaci
arti s'ordinarono poi quando si criò in Firense Tui-
cio de* priori dell arti, come a tempo piilr ipuiaasa
faremo uenuone; e fu loro ordinato, per simile modo
daUe sette arti, gonialoni e arme: ciò furpao, i bal-
drìgarì (oiò sonò mercatanti di ritaglio di paoni fio*
routini, calzaiuoli, e panailini, e rigattieri) la 'nsegna
bianca e vermiglia: i beccari, il campò giallo e un
becco nero: i calaolvi, attraverso listata bianco e
nero chiamata pezza gagliarda : i maestri di pietra
e di legname, il campo rosso, iv* entro la sega, e la
scure, e msnaia, e piccone : i fabbri e* ferrainoli, il
campo biaoco e tanaghe grande nere iv' eatro.
CAPITOLO %XV.
i.
* imptnUli; fucesaero egualmente giustiiia e\ all' ona
parte ehe all'altra.
' rotolo, balletta, inTolto. Cosi sono chiamate le liste
UiB^e e nere po«te a travario nelle armi di famiglia.
Cowèe in Firem*e si l€tò U secondo popolo, por la
quale cagione il conte Guido Novello co* eaporali
gkiàelHni uscirogèo di Firenze,
Per le dette novitadi fatte in Firenae per le
dette due podeatadi e pei^ gli trentasei, i grandi ghi«
bellini di Firenze, eom* erano Ubarti, e Fifanti, e Lam-
berti, e Scolari, e gii altri delle grandi case ghibel-
lipe, prespno sospetto di parte, pareodo^loro eh' e*
detti trentuni sostepesaono e lavorasaono i gnelfi
popolani ch'erano rimasi in Firenze, e ch'ogni no-
vità fosse contro a parte. Per questa gelosia, e per
la novella della vittoria del re Cario, il conte fluido
Novello mandò per genti a tutte f andata vicine, come
furono Pisani, Senesi^ Aretini, Pistoiesi, e Pratesi, e
Volterrani, Colle, e Sangimlgnano, sicché con sei-
cento Tedeschi ,eh' avea, si trovò in Firenze con mil-
lecini|uecento cavalieri. Avvenne che per pagare le
masnade tedesche eh' erano col conte Guido Novello
capitano della taglia^ il quale volea che si ponesse
una libbra^ di soldi dieci il centinaio, ideiti trenta-
sei cercavano altro modo di trovare danari con meno
gravezza del popolo. Per questa cagione avendo in-
dugiato alquanti di pih che non parca al conte e agli
altri grandi ghibellini di Firenze, per lo sospetto presa
per gli ordini fatti per lo popolo, i detti grandi or-
dinarono di mettere la terra a remore, e disfare To-
ficio de' detti trentasei col favore della grande caval-
leria eh' avea il vicario in Firenze , e armatisi , i
primi che cominciarono furono i Lamberti, che co*loro
masnadieri armati uscirono di loro case in Calimala, di-
cendo: ove sono quesli ladroni dé'trenUnei^ che noi
taglieremo iutH per pezzi: i quali trentasei erano al-
lora al consiglio insieme nella bottega ove i con-
soli di Calimala teneano ragione, sotto casa i Ca-
valcanti in Mercato Nuovo. Sentendo ciò i Irenta-
I sei si partirono dal consiglio, e incontanente si levò
la terra a romore, e serrarsi le botteghe, e ogni
uomo fu all' arme. U popolo si ridusse tutto Oella via
larga di Santa Trinità e messer Gianhi de* Solda-
' lira: qui par aignifioare propriamente impoita, eoii<
tribumcnc'i e ne difetta il Vocid>olario.
\
118
CR0N1CI1£
nkìì m f耫 capo del popolo p«f monlare in i-
tUto, Bon guardando al fino, che do^ca riof dre a
scoàdo di parte ghibettina, e s«o dantnaggìo, che
senpre pare ria avrenoto In Firenze a ehi s' ò fatto
capo di popolo; e cosi amati a pie di cuai Sol-
dain^ s^anunanaarotto i popolani in grandisaimo nn-
mero, e feciono serragli a pie della torre de^ Giro-
lami. U eonte Gnido Novello con hitta la caTallerìa
e co* grandi gWbelUni di Firenie fnrono in arme e
a carallo in av la piaxu di San GioTanni, e mossonri
per andare contro al popolo, e schierarsi alla in-
contra del serraglio in sn i calcinacci delle case
de^ Tom^qninci, e feciono vista e saggio di corti-
battere, e alcuno Tedesco a cavallo si mise infra il
serraglio ; il popolo francamente si tenne difendendo
colle balestra, e gitlando dalle torri e case. Veg-
gendo ciò il conte, che Jion poteano diserrare il po-
polo, volse le 'nsegne, e con tutta la cavallerìa ri-
tornò in sulla piazza di San Giovanni, e poi venne
al palagio neHa piazza di Santo Apollinare, ov^erano le
due podestadi^ messer Catalano e messer Roderigo
frati godenti, e tenea la- cavallerìa da porte San
Piero infino a San Firenze. U conte domandava le
chiavi delle porti della città per partirsi della terra,
e per tema non gli fosse gittate delle cas^ e per
sua sicurtà, si mise il conte dair uno lato Uberto*
de*Ptfcei, e dall* altro Cerchio de' Cerchi, e di die-
tro Guidrngò Savorìgi, ch>rano de^ detti trentasei
e de^maggiorì della terra. I detti due frati gridando
del palagio, e chiamando con grandi grìda i detti
Uberto e Cerchio eh" andassono a loro acciocché pre-
gassono il conte che si tornasse air albergo e non
si dovesse partire, eh* eglino acqueterebbono il po-
polo, e farebbono eh' e' soldati sarebbonq pagati: il
conte entrato in gelosia e in paura del popolo pib
che non gli bisognava, non si volle attendere, ma
volle pur le chiavi delle porti, e ciò mostrò che fosse
più opera di Dio che altra cagione; che quella caval-
lerìa sì grande e possente non combattuti, non cac-
ciati, nò accomiatati, né forza di nimid non era con-
tro a loro ; che perché il popolo fosse armato e ra-
iioato insieme, erano più per paura che per offen-
dere al conte e a sua cavallerìa, e tosto si sareb-
bono acquetati, e tornati a loro case, e disarmati. Ma
quando é presto il giudicio di Dio, é apparecchiata la
cagione. Il conte avute le chiavi, essendo grande
silenzio, fece grìdare se v" erano tutti i Tedeschi : fu
risposto di sì: appresso disse de' Pisani, e simile di
tutte le terre della taglia, e rìsposto di tutti di si,
disse al suo banderaio che si movesse colle 'nsegne,
e cosi fu fatto, e tennero la via larga da San Firenze,
e dietro da Santo^ Piero Scheraggio e da San Romeo
alla porU vecchia de' Buoi, e quella falU aprìre, il
conte con tutta sua cavallerìa h* usci, e tenne su per
li fossi dietro _a San Iacopo, e dalla piazza di Santa
Croce, eh' allora non avea case, e per lo borgo di
Pinti, e in quello fu loro gittate de' sassi ; e volsonsi
per Cafaggio, e la sera se n' andarono in Prato ; e
ciò iù il di di Santo Martino a di 1 1 di novembre,
|U anni di Cristo 1266.
CAPITOLO XV.
Come il popolo rimise i guelfi in Ftrefise, e come
poi ne caeòiarono i ghibelknL
Ginnto in prato 9 eonte'Goido NoveHo con tutta
sua cavallerìa e con molli caporali ghibellini di Fi-
renze, ftirono inwisali^ ch^eHi aveano fatta gran fol-
lia a partìrri della dttà di Firenze, sansa colpo di
spada od esseme cacciati, e parve loro avere a^al fatto,
e presono per consiglio di tornare a Firenze la mat-
tina vegnente, e cosi fedóne ; e ginnsono tutti armati
e schierati in sul!' ora di terza alla porta del ponte
alla Carraia ov' é oggi ij borgo d' Ognissanti, eh' al-
lora non v'avea case, e domandarono che fosse -loro
aperta la porta. Il popolo di Firenze fu ad arme, e
per tema che rìentrando il conte colla sua cavallerìa
in Firenze non volesse fare vendetta, e correre la
terhi, s'accordarono di non aprìre, ma di difendere
la terra, la quale era BMlto forte di mura e di fosn
pieni d' acqua alle cerchie seconde, e volendom slri-
gnere alla porta, fnron saettati e fediti; e dimorativi
infino dopo nona, né per luringhe né per minacce
non poterono tornare dentro. SI tornarono trìsti e
■scornati a Prato, e tornando, per cmcdo diedono
battaglia al oaatello di Capalle, e non V ebbene. B
venuti in Prato, ebbene tra loro 'molti ripitii; ma
dopo cosa male consigliata e peggio fatta, in vano
é il pentere. I Fiorentini rimasi riformarono la terra,
e mandarono fuori le dette due podestadi frati go-
denti dì Bologna, e mandarono ad Orbivieto per aiuto
^ gente, e per podestà e capitano, i quali Orbivie-
tani mandarono cento cavaKeri alla guardia della terra,
e messer Ormanno Monaldeschi fu podestà e un altro
gentile uomo di Orbivieto ne fu capitano del popolo.
B per trattato di pace, il gennaio vegnente il popolo
rimise in Firenze i guelfi e' ghibellini, e fedone
fare tra loro più matrimoni e parentadi, intra li quali
questi furono i maggiorenti; die messer Bonaocorto
Bellindoni degli Adimari diede per moglie a messer
Forese suo figh'uolo la figliuola del conte Guido No-
vello, e messer Binde suo fratello tolse nna degli
Ubaldini, e messer Cavalcante de' Cavalcanti diede per
moglie a Guido suo figliuolo la figlinola di messer
Farinata degli liberti, e messer Simone Donati diede
la figliuola a messer Azzolino. di messer Farinata
degli liberti' ; per gli quali parentadi gli altri guelfi
di Firenze gli ebbene tutti a sospetto e a paite, e per
la detta cagione poco durò la dette pace; che, fornati
i detti guelfi in Firenze, sentendosi poderosi della
baldanza della vittoria eh' aveano avuta col re Carlo
contro a Manfredi, segretamente mandarono in Pu-
glia al detto te Carlo per gente, e per uno capitano
il quale mandò il conte Guido di Monforte con otto-
centp cavalieri franceschi, e giunse in Firenze il di
della Pasqua di Risorresso, gli anni di Cristo 1267.
B sentendo i ghibellini la sua venuta, la notte dinanzi
uscirono di Firenze sansa colpo di spada, e andar-
sene a Siena e chi a Pisa, e per altre castella. I Fio-
* furono fatti aicorti^ avvertiti.
' Di questa pace vedi quello ne dice pino Compagni.
DI GIOVANNI VILLANI
119
rentini guelfi diedono la signorìa della terra al re
Carlo per dieci anni, e mandatagli la elezione libera
e piena con mero e misto imperio ' per solenni am-
basciedori, lo re rispuose, che de' Fiorentini volea
il cuore e la loro buona volontà, e non altra gìurìdl-
zione; ma tuttora^ a priego del comune la* prese sem-
plicemente, al quale reggimento vi mandava d'anno in
anno I suoi Vicari, e dodici buoni uomini cittadini,
cbe col vicario reggeano la cittade. E puossi notare
in questa cacciata de' ghibellini, che fu in quello me-
desimo dì di Pasqua di Risorresso eh' eglino aveano
commesso il micidio di messér Bondelmonte de* Bon-
delmontì, onde si scoprirono le parti in Firenze, e
se ne guastò la città ; e parve che fosse giudicio di
Dio, che mai poi non tornarono in istato. '
CAPITOLO XVI.
Come cacciali i ghibellini di Firenze, si riformò
la ciltà d'ordine e di consigli,
Tornalfi parte guelfa in Firenze, e venuto il
vicario owero podestà per lo re Carlo, che '1 primo
fu messer; — , e fatti dodici buoni uomini a modo
ch'anticamente faceano gli anziani che reggeano la
repubblica, sj riformarono il consiglio di cento
buoni uomini di popolo, sanza là diliberazione de'
quali, nulla grande cosa uè spesa si potea fare;
e- poiché per quello consiglio si vincesse, andava
a partito a pallottole al consiglio delle cipitudini
dell' arti maggiori, e a quello della credenza, ch'er-
rano ottanta. Questi consiglieri, che col generale
erano trecento, erano tutti popolani e guelfi: poi
vinti ^ a' detti consigli, convenia il dì seguente le
medesime proposte rimettere al consiglio della po-
destà, ch'era il primo di novanta uomini grandi e
popolani, e con loro ancora le capitudini dell'arti,
e poi il consiglio generale ch'erano trecento uo-
mini d'ogni condizione; e questi si chiamavano i'
consigli opportuni, e in quegli si davano le ca-
stellanerie ^, dignità, uRci piccoli e grandi; e ciò
ordinato, feciono arbitri, e corressono tutti statuti
e ordinamenti, e ordinarono ogni anho si faces-
sono. In questo modo s'ordinò lo siato e corso
del comune e del popolo di Firenze alla tornata
de' guelfi: e i camerlinghi della pecunia feciono re-
ligiosi della Badia di Settimo t d'Ognissanti di sèi
in sei mesi.
iJAPITOLO xvir.
Come i guelfi di Firenze ordinarono gli ordini di
parie.
In questi tempi, cacciati t ghibellini di Fi-
renze, i guelfi che vi ritornarono, avendo tra loro
'' Mero imperla è la podestà di punire colla piorte i rd :
mièto imperio la podofilà di gastlgare loggermeote per man-
tenere e difendere la propria gioris^looo.
' tnttarolta, tuttavia. Manca In questo senso alla' Crusca.
^ accordatiai, persuasi. Vinctrt assolutamente per vin-
cere il partito, vuoili ancora aggiungere alla Crusca.
* governo de' castelli.
questione per gli beni de' ghibellini ribelli, sì man-
darono loro ambasciadori a corte a papa Urbano,
e al re Carlo, che gli dovessero ordinare, il quale
papa Urbano e il re Carlo per loro stato e pace
gli ordinarono in questo modo : che de' beni fos-
sono, fatte tre parti, funa fosse del comune, l'altra
fu diputata per ammenda de' guelfi ch'erano stati
disfatti e rubelli, V altra fu dlputirta alla parte gnelfin
certo tempo; ma poi tutti i delti beni rimasono
alla parte, onde ne cominciarono a fare mobile *
e ogni dì il crescetno, per avere da dispendere quan-
do bisognasse per la parte guelfa ; del quale mobile,
udendolo il tardinale Ottaviano degli Ubaldini, dis-
se : dappoi eh'' e' guelfi di Firenze fanno mobile^
giammai non vi tornano i ghibellini. E feciono per
mandato del papa e del re i detti guelfi tre ca-
valieri rettori di parte, e chiamarli prima consoli de'
cavalieri, e poi gii chiamarono capitani di parte ^; e
durava il loro uficio due mesi a tre sesti a tre sesti,
e raunarsi a'ioro consigli nella chiesa nuova di Santa Ma-
ria sopra porta, per lo pia comune luogo della città, e
dove ha più case guelfe intomo ; e feciono loro con-
siglio segreto di quattordici, e il maggiore consiglio
di sessanta grandi e popolani, per lo. cui scrutino
s' eleggessono i capitani di parte e gli altri nficiali.
E chiamarono tre grandi e tre popolani pciori di par-
te, i quali sono sopra V ordine e guardia della mo-
neta della ' parte, e nno che tenesse il suggello^ e
uno sindaco accusatore de' ghibellini. B tutte loro
segrete cose dipongono alla chiesa de' Servi Sanclae
Mariae. Per simili ^, ordini e capitani feciono gli u-
sciti ghibellini. Assai avemo detto degli ordini di
parto, e torneremo a' fatti comuni,' e altre cose.
CAPITOLO xvin.
Come il soldatto de*saracini prese Anliocchia.
Ne' detti tempi, gli anni di Cristo 1267, il sol-
dano di Babilonia con suo esercito de'saracini corsie
e guastò quasi tutta l'Erminia, ch'erano e sono cri-
stiani, e poi si pose ad assedio alla città d'Antiocchia
ch'era delle famose terre del mondo, e era de' cri-
stiani, e quella prese per forza del mese di maggio,
e quanti cristiani uomini e femmine e fanciulli v'e-
rano dentro, furono morti e presi e menati «per i-
schiavi, onde per tutta cristianità n'ebbe grande do-
lore, ma per lo peccato, j>er gli cristiani s'intendea
più alle guerre^ tra loro per le maladette parti, eh' al
beneficio comune di fare guerra co'saracini.
' facoltà, ricchezza. Far mobiUf vale far riccJtezza.
^ Soprintendevano alle fortezze , alle nmra e fabbriche
pubblliDbe e disponevano de' beni tolti a' ghibellini. Nel
lecolO' seguente acquistarono grandissima autorità e diven-
nero quasi gli arbitri delle pubbliche cose.
' per simile, slmilmente , per simile modo. Muuca ull.i
Crusca.
* La Giuntina legge: ingiurìe.
CAPITOLO XIX.
Come * g^fffi ^ Piraue freumo il, càilelto di
SaMeilero co» wulU ribetU gktòeUùU,
Nel detto UDO dì Criato 1267, del nese di
gùigiio, essendo di, poco oacdita la parte ghibellÌDa
di Fireiie, ■u gante de' detti ghibellini, pur de'
mifliori e caporali, ai rìachiaHODO con loro nauade
ne} caalello di Suldlero, onde fa loro capitano
BWfaer Filippo da Onona, ovvéro da Volognano,
soaùoci' Illa cilti di FireDie, per la qnal
cose i fi v'andarono ^d oste le
aealora saaliscalco del re Carlo eoo
tutta l ' Frenceachi ch'erano con Ini,
e per no il detto castello, nel quale
avea r ottocenl ke la mag-
giore I irli e te le presi, i
rimaaonvi ai qnegu nella casa i, e de' Fi-
fanti, e Scolari, e di quegli i >, e di pììi
altre ctse ghibelline oscite e loro se-
guaci, onde i ghibellini rìcevettono gran damnug-
gio, e allora perderono anche i ghibellini Campi di
Firacohi, e Greisa; e dicesi che uno giovane degli
liberti, il quale era foggilo in sul campanile, veg-
gendo che non potea actmpare, per non venire
mano de'Bondelmonti snoi nemici, ai gittò di sua
volonti dal campanile in terra, e morì, fi Gerì da
Volognano fu menato preso con altri suoi consorti,
e messo nella terre del palagio ; e però poi aesipre
fa cliiiraatB la Volognana.
CAPITOLO IX. '
Come molte cUlà e lene di TMcana tornanmo a
parte guelfa.
In quegli terop che la cittì dì Firenie tornò a
parte gaelfo. e furonne caeciili i ghibellini, e venuto
in Toscana il msliscalco del re Carlo, coma addietro
avemo fatta mcniione, molte deUe terre di Toscana
tornarono a parte guelfa, e cacciarono i ghibellini,
come fu la cilti di Lucca e di Piatola, e Volterra, e
Prato, e 9angimignano, e Colle, e feciono taglia co'
Fiorentini ond'era capitano il maliscalco del re Carlo
con ottocento cavalierì hrancMohi, e non
parta ghibellina se non la città di Pisa e di Siena,
e cosi in poco di tempo si rivolse lo stato in To-
scana e in molte tene di Lombardia dì tornare i
parte guelfa e della Chiess, cb' erano a parte gbi-
bellina e d'imperio, per la sconBtta del re Man-
fredi, a vittoria del re Carlo. E però non dee
ninno porre fede o sperania in questa signorìa
stati mondani,^ che aaao dati a tempi, aecondo la
disposiiione di Dio, e secondo i menti o peccati
delle genti; e questo vederne per provati esempli,
e in tra gli altri questo fu uno di quelli, che fu
assai visibile; che in pooo di tempo essendo To-
scana quasi tutte dttà e cutella a parta ghibellina, i
simile Lnmbardia, e quasi de' guelfi non n'era ri-
cordo, tornarono a parte guelfa.
Come U malit_ealeo del re Carlo CO* Fiorentim ft-
cùmo otte a Siena, e come il re venme «s fira>ue,
. e prete Foggibomui.
ìiel detto, tempo, dal mese di luglio , gli ani
di Cristo Ì26T, il maliscalco del re Cario con sai
gente e cavallerìa di Firenie rìcominciarono gnena
' Sanasi per l' offesa ricevuta a Hontaperti, e im-
pertàocchè aveano rìtenuti i gbibdiini ascili di R-
reute è favoreggfsvaogli , onde lacaano guena nel
contado di Fìrenie, e andarono a oste sopn Siana.
E stando ad oste sopra quello di Siena, g& asciti
ghibelliui di Firenie con masnade tedesche ch'erano
in Siena e in Piss, per trattato do' ghibelliw e 1^-'
raiuni del castello di Poggiboniui, entrarono nel
detto castello di Poggìboniiti, 0 quale era al pog-
gio molto forte, per la qud cagione il detto mali-
scaloo coir oste si parti dèi contado di Siena, e infra
il tarso di si posa ad osta al dello castello di Pog-
giboDÌtai, e' Fiorentini vi cavalcarono per cornane
in neun loglio, e simigliante vi venne gante di
tutta la terre di Toscana ob* erano a Ioga co' Fio-
rentini a parte guelfa, e istecearìo intorno intono,
cou lorri e dìBcii di legname, accioccU la gente
le v' arano rìnchinai dentro non ne polessono n-
scire nd avere soccorso, e gittandovi dentro con
molti diBcii. Basendo al detto assedio, lo re Cario
essendo fatto per Io papa e per la Chiesa genArale
vicario di Toacana; mentre che l'imperìa vacasie,
si venne di Puglia in Toscana, e il presente mese di
agosto con sua baronia entrò ùi Firanne, il qnde
da' Fiorentini Ita rìcevolo a grande onore cosse loro
signore, andandogli incontro il carroccio a molli
armeggistorì. B in Firenze soggiornò otto d), e me
più gentili nomini di Firense cavalierì, e appresso
in persona con lolla sua cavallerìa volle nndara nal-
r oste a Poggìboniiii, perchè sentiva eh' e' Pisani,
e' Sanasi, e gli ' altri ghibellini faceano grande ran-
nata di geate a cavallo e a pii per aoocatrare la
gente ch'era aasediata in Poggibouui, a al dtAtO
assedio si stette qi^attro mesi AUa ftne per diSalO
di villoaglia il detto castello di Poggiboniisì s'ar-
rendè al re Cario in mezzo dicembre 1267, salvi
r avere e le persone, giurando i forestieri e' teins'
«ani di non essergli mai incontro ; e avnio Ìl castello,
vi soggiornò quindici giorni, e «ìaerì podesti, e fe-
cevi cominciare una fortezu,- ma n<Ri ti eom^è
poi, per mollo aBB|ti. del re e d«l cOnuite di FifeWl^
CAPITOLO xxn.
' il re Carla eo' Fiorentiiti andarono a o$le
topra la citlà di Pita.
Partilo il re Csrio de oste da Poggiboniui co' -
Fiorentini, si cavalcarono aopra li citti di Pisa, e
prese molle ristaila con grande danno da' Pisani, a
ebbe Porto pisano, e feoelo dìsbra, e abbattere la
torri del porto. E poi del mese di febbraio, nel '
deHo BDQo 1267, lo re Cario andò a Lucca, e poi
DI GIOVAI^Ml VULANI.
121
ÌD servigio de' Lucchesi assediò il castello del Mu-
trone eh" era fortìssimo di nrara grossissime, e in-
vano vi farebbe stato assai, se non che fece vista
di cavarlo e di tagliarlo da pie, 'ma in sei mesi
i^on se ne sarebbe venato a fine^ ma per ingegno
e inganno la notte foceano recace calcinacci d'altra
parte , e il di lo faceano gittare fiiòrì, mostrando
che fosse del tagliamento del maro del castello, per
Ja ^oal cpsa quegli d^enlro impauriti s^ arrenderono
salve le persone ; e usciti del castello, e vedute le
cave s'awidono dell'inganno: e avuto il re il detto
castello^ si il dooò a' Luccheai. .
CAPITOLO xxìn.
Come il gumane Curradmo figliuolo del re Cur-
rado^ venne <f Mamagna in Italia, contro al re
Carlo,
Stando lo re Carlo in Toscana, i ghibellini u-
sciti di Firenze co' Pisani e' Sanasi, si feciono lega
e compagnia, e ordinaro con, don Arrigo di Spa-
gna, ìi quale era senatore di Roma, fatto già ne-
mico del ire Carlo suo cugino, e con certi baroni
di Puglia e di Cicilia fece congiurazione e cospira-
lione di rubellargli certe terre di CicUia e' di Pu-
glia, e di mandare in Alamagna, e fare sompiuovere
Curradino figliuolo ohe fu dei re Currado figliuolo
dello 'mperadore Federigo, che passasse in Italia
per torre Cicilia e il Régno al re Carlo; e cosi fu
fatto : che subitamente in Puglia si rubellò Nocera
de' Saìracinl, e Avérsa in Terra di Lavoro, e molte
taire io Calavra, e in Abnuii quasi tutte, se non
lo l'Aquila, e in Cicilia, quasi tutta o gran parte
dell' isola di Cicilia, se non fu Messina e Palermo :
e don Arrigo rubellò Roma e tutta Campagna e 'i
paese d' intomo, e' Pisani e' Sant si e V altre terre
ghibelline gli mandarono di loro danari centomila
fiorini d' oro per sommuovere il detto Curradino, il
qoale mólto giovane, di sedici anni, si mosse d'A-
kmagna a contradio della madre eh' era figliuola
del duca d' Ostorich, che pef la sna giovanezza noi
▼olea lasciare venire. E giunse a Veroaa del mese
di febbraio gli anni di Cristo 1267, con molta ba-
ronia e buona gente d' arme d' Alamagna in sua com-,
pagnia \ e dicesi che^ il seguirò infino a Verona presso
a diecimila uomini ' tra a cavallo e a ronzici, e per
necessità di moneta gran parto si tornò in Alama-
gna, jna de' migliòri 3ì ritenne da tramilacinquecento
cavalieri Tedeschi E di Verona passò per Lombardia,
e per la via di Pavia venne nella Riviera di. Geno-
va, e arrivò di là da Saona alla piaggia di Varagine^
e ivi entrò In mare, e per ta forza de' Genovesi con
loro navìlio di venticinque galee passò per mare a Pisa,
e là gianse di maggio gli anni di Cristo 1268, e
da' Pisani e da tutti i ghibellini d' Italia fu ricevuto
a grande onore, quasi come imperadore. La sua ca-
vallerìa venne per ferra passando le montagne di
Potttremoli, e arrivarono a Serrazzano, che si teUea
per gli Tisani, e poi feciono la via della marina
> La QiantiiM legge: òene diecimila.
con iscorta infino a Pisa. Lo re Carlo sentondo co-
me Curradino era tu^s&to in Italia e sentendo la
rubellazione dèlie sùe^ terre di Cicilia e di Puglia
fatta per gli baroni del Regno traditori, (ì quali i
più avea lasciati ^ di jpregione), e per don Arrigo di
Spagna, si si parti incontanente di Toscana, e a
granai giornate n* andò in Puglia, e in Toscana la-
sciò messer Guglielmo di Belselve suo maliscalco,
e con lui messer GuglielnuK lo Stendardo con ot-
tocento cavalieri franceschi e provenzali, per man-
tonere le. città di Toscana a sua parto, e per con-
trastare Curradino che non potasse passare. E sen-
tondo papa elemento la venuta di Xorradino, si gli
mandò suoi massi e legati comandando sotto pena di
scomunicazione, ch'egli non dovesse passare, né es-
sere cóntra lo re Carlo campione e vicario di Santa
Chiesa, U quale Curradino però non lasciò sua im-
presa, né volle obbedire a* comandamenti del papa,
parendogli avere giusta causa, e che '1 Regno n
Cicilia fosse sua e di suo patrimonio, e però cadde
in sentonzia di scomunicazione d^Ua Chiesa, la quale
ebbe a dispetto , e poco curò \ ma istando lui in
Pisa, ranno moneta e g«nti , e tutti i ghibellini e
chi èra di parte imperiale si riciusse a lui, onde
gli crebbe grandissima forza. E stando in Pisa, Ven-
ne a osto sopra la città di Lucca, la quale si tonea
per la parto di Santa Chiesa, e erari dentro il ma-
liscalco del re Carlo con sua gento, e il legato del
papa e della Chiesa e colla forza de' Fiorentini e
degli altri guelfi di Toscana e di più gente di cro-<
ce segnati, i quali per predicazione e indulgenza e
perdoni dati dal papa e da' suoi legati, erano ve-
nuti contra.Curraidino, e stotto sopra Lucca dieci
di a oste : e abboccarsi insieme per combattore le
detto due osti a Ponterotto a due miglia presso di
Lucca, ma non eombattoro, ma ciascuno schifò la
battaglia, e era in mezzo la Guiscianella, e però si
tornerò chi a Pisa e chi a Lncca.
CAPITOLO XMV,
Come il maU^ealco del re' Carlo fu sconfino al
ponte a Valle per la gente di Curradino.
Poi si parti Curradino con sua gente di Pisa,
e venne a Poggibonizzi, il quale come i terrazzani
sentirono la venuta di Curradino in Pisa si rubel-
larono dal re Carlo e dal comune di Firenze, e gli
mandarono le chiavi infino a Pi^a. E poi di Poggi-
bonizzi n* andò in Sièna, e da' Sanasi ricevuto a
grande onore : e soggiornando in Siena , il mali-
scalco del re Carlo, eh' ave^ nome, come detto a-
vemo, messer Guglielmo. di Belselve, con sua gento
si parti da Firenze il di di Santo Giovanni di giu-
gno per andare ad Arezzo per impedire ^ gli anda-
menti di Curradino, e da'* Fiorentini furono scorti
e accompagnati infino a Montevarchi, e voleangli
accompagnare infino presso ad Arezzo, àentondo il
' lasciati andarei liberati. Ifanca quest* aao del verbQ
loiciare alla Crusca.
^ La Giuntina: impedùneiUirc.
Ì2Z
CnO^ICHE
cammino dul)bioso , e temendo d* agualo per lo
contado > d** Arezzo. Il detto maliscalcp rendendosi di
soperchio sicuro di saa gente, non volle più con-
dotto di Pìorentlni, e innanzi al passare si mise
messer .Guglielmo lo Stendardo con trecento cava-
lieri bene armati' e in concio, e passò sano e sal-
vo. Il maliscalco con cinquecento de* suoi cavalieri
non prendendosi guardia e sanza ^ordine, e i più di
fina gente disarmata, isi mise a passare, e quando
giunse al ponte a Valle, ch^è in suIKArno presso
a Laterino, uscì loro addosso uno agujito della gente
di Curradino,^ i quali sentendo ì^andamentp del detto
maliscalco, erano ' partili di S eira per lo condotto
degli libertini e d altrì ghibellini usciti di Firenze,
e sopraggiunti al detto ponte, i Franceschi non
provveduti e sanza gran difesa furono sconfitti e
morti, e presi la maggior parte, e quegli che fug-
girono Verso il Valdamo nel contado di Firenze,*
furono cosi presi e rubati come da nimici ; e il
detto messer Guglielmo maliscialco, e messer A-
melio di Corbano, e più altri baroni e cavalieri, fu-
rono presi e mtoati in Siena a Curradino ; e ciò fu il
di appresso la festa di San Giovanni a di 25 del
mese di giugno, gli anni di Cristo 1268. Della
quale scoiifiltr e presura, la gente del re Carlo e
tutti quegli ' dì parte guelfa ne sbigottirono mollo,
e Curradino e sua gente ne montarono in grande
superbia e baldanza, e quasi avesno per niente i
Franceschi. È sentendosi ciò nel Regno, si rubel-
larono assai terre al re Carlo. E ne' detti tempi il
re Carlo era ad assedio alla città di Nocera de' sa-
racini in Puglia, la quale s' era mbellata, acciocché
r altre della marina, di Puglia, che tutte erano som-
mosse, non gli si rubellassono.
CAPITOLO XXV.
Come Curradino entrò in Rotncy e poi con sua
oste passò nel regno ài Puglia,
Soggiornato Curradino alquantp in Siena, si
lì* andò a Roma , e d^' Romani e da don Arrigo
senatore fu ricevuto a grande onore a guisa d' im-
peradore, e in Ron^a fece sua. raunala di gente o
di moneta, e spogliò ìÌ tesoro di San Piero e d'al-
tre chiese di Roma per fare danari, e trovossi in
Roma con più di cinquemila cavalieri tra Tedeschi
e Italiani con quegli di don Arrigo senatore, fra-
tello del re di Spagna, ch'avea seco bene otto-
cenlo buoni cavalieri spagnuoU. E sentendo Curra-
dino. che *1 re Carlo era a oste in Puglia alla città
di Nocera, e ntolte delle terre e baroni del Regno
erano rubellati, e dell' altre in sospetto, sì gli parve
tempo accettevole d' entrare nel Regno , e partissi
da Roma a di 10 d'agosto, gli anni di Cristo 1268;
col detto don Af'rigo e con sua compagnia e ba-
ronia, e con molti Romani : o non fece la via di
Campagna, perocché seppe che '1 passo da Ceppe-
rano era guernito e . guardato : si non si volle met-
tere atta, contesa, ma fece la via delle montagne
tra gli Abruzzi e Campagna per Valle di Celle ove
non avea guardie né guemigione, e sanza niuno
contasto passò e arrivò nel piano di San Valentino
nella contrada detta Tagliacozzo.
CAPITOLO XXVI.
Come toste di Curradino e quella del re Carlo
y affrontarono per combattere a Tagliaco%zo.
Lo re Carlo sentendo come Curradino era para-
tilo di Roma con sua gente per entra^rc^ nel Regno,
si levò dà osle da Nocera, e con tutta sua gente a
grandi giornate venne incontro a Curradino, e
alla città dell' Aquila in Abruzzi attese sua gente.
E stando lui nell'Aquila^ e tenendo consiglio con
gli uomini della terra, ammonendo gir fossono fe-
deli e leali, e fornissono Foste, uno savio villano
e antico si levò, e disse : re Catto non tenere più
consigli e non ischifare un poco di/atica, accioc^
che tu ti possa riposare sempre'^ togli ognidùno^
rama^ e va" contra il niff^ico^ e noi lasciare pren^
dere più campo^ e noi ti saremo' leali e fedeli' Lo
re udendosi si saviamente consigliare, sanza nullo
indugio *o più parole di là sì partio per la via tra-
versa delle montagne, e accozzossi assai di presso
alPoste di Curradino nel luogo e piano, di San Va-
lentino, e non avea in mezzo se non il fiume del ...
Lo re Carlo avea di sua gente, tra Franceschi e
Provenzali e Italiani, meno di tremila cavalieri, e
veggendo ehe Curradino avea troppa più gente di lui,
per lo consiglio del buono messer Alardo di Valleri,
ca'valiere francesco di grande senno e prodezza, il
quale di quegli tempi era arrivato in Puglia tornando
d'oltremare dalla Terra Santa, si disse al rè Carlo,
se volesse essere .vincitore gli ^nvenia usare mae-
strìa di guerra più che forza : il re Carlo confidan-
dosi molto nel senno del detto messer Alardo, al
tulio gli commise il reggimento dell* oste e della
battaglia, il quale ordinò della gente del re tre
sèhiere, e dell'una fece capitano messer Arrigo di
Cosance, gr«<nde di persona e buono cavaliere d*ar-
me: questi fu armato colle sopransegne reali in
luogo della persona del re, e guidava Provenzali e
Toscani e Lombardi e Campagnfni. L altra schiera
furono de* F/anceschi, onde furono capitani mesier
Gianni di Crarì, e messer Guglielmo lo Stendardo,
e mise i Provenzali alla guardia del ponte del detto
fiume, acciocché V oste di Curradino fion potesse
passare sanza disavvantaggio della battaglia. Il re
Carìo col fiore della sua cavalleria e baronia, di quan-
tità di ottocento cavalierì, fece riporre un aguato
dopo uno colletto in una vallea, c^ col re Carlo ri-
mase il detto messere Alardo di Valleri con messer
Guglielmo di Villa, e Arduino prenze della Morea,
cavaliere di grande valore. . Curradino dall^ra parte
fece di sua gente tré schiere, l'una de' Tedeschi^
oiìd'egli era capitano col dogi d'Osterich, e con più
conti e baroni; T altra deg:r Italiani, onde fece capi-
tanò il conte Calvagno con alquanti Tedeschi; l'altra
fu di Spegnuoli, ond' era capitano don Arrigo di
Spagna loro signore. In questa stanza, Kuna oste
appetto all'altra, i baroni del Regno ribelli del re
Carlo, fittiziamente, per fare isbigottire lo re Carlo
DI GIOVANNI VaLANI.
123
e sua geulc, fecìonp venire nel campò dì Curradino |
falsi' amba8ciad()rì molto parèli oon chiavi in mano '
e con grandi presenti, dicendo, cVelH erano man-
dati dal comune dell* Aquila per dargli -le chiavi e
signoria della terra, siccome suoi oomiifi e fedeli,
acciocché gli traesse della tirannia del re Carlo. Per
la qual cosa Voste di Curradino e egli medesimo,
stimando fosse véro, feciono grande allegrezza, e
sentito ciò neiroste del re Carlo, n*ebbe grande
isbigottimento, temendo, non fallisse loro la vittua-
glja che veniva loro di quella parte, e F aiuto di
quegli dell'Aquila. Lo re medesimo sentendo ciò,'
n* entrò in tanta gelosia, che di notte tempore si
partì con' pochi dell* oste in sua compagnia, e venne
air Aquila la notte medesima, e facendo domandare
le guardie delle porte per cui si tenea Ja terra, ri-
spuosono, per lo re Carlo : il quale entralo dentro
san2a* ismontare de* cavalli, ammonitigli di buona
guardia, .incontanepte tornò all'oste, e fuvvi la mat*
Una a buona ora: e per T affanno dell'andare e tor-
nare la notte dair Aquila, lo re Carlo si posava e
dormiva.
CAPITOLO XXViL
Come Ckirradinó p sua genie furono sconfUH
dal re Carlo.
Curradiùo e sua oste avendo vana speranza che
r Aquila fosse ribellata al re Carlo, con grande vi-
gore e grida, fatte le sue schiero, si strinse a vali-
care il passo del fiuihe per combattere col re Carlo.
L<^ re Carlo, con tutto si posasse, come detto ave-
mo, sentendo il romore de** nemici, e com* erano in
arme per venire alla baftaglia, incontanente fece ar-.
mare e schierare^ sua gente per V ordine e modo ehe
dinanzi facemmo menzione. E stando la schiera de'
Provenzali (la quale guidava messer Arrigo di Co-
sance) alla guardia del ponte, contrastando a^ don Ar-
rigo di Spagna e a sua gente il |>asso, gli Spagnuoli
si misono a passare il guado della riviera ch'era
assai piccolo, e incominciarono a inchiudere la -schiera
de' Provenzali che difendeano il ponte. Curradino e
r altra aof pste veggendo passati gli Spagnuoli, si
mise a passare il fiume, e con grande furore assa-
lirò-la gente del re Carlo, e in poca d'ora abbono
barattati ^ e sconfitti la schieri 4^' ProxcVzali^ e 'I
detto messer Arrigo di Cosance colle -.J^egfie datare
. Carlo abbattute, e egli morto e taglialo : .^e^piloai
don Arrigo e' Tedeschi avere la persona d^V^^^^i^o,'
perchè vestiva le sopra^segne reali, lutti gli -s' ag-
greggiarono ^ «addosso. E rotta la detta schiera de'
Provenzali, simile feciono di quella de' Franceschi e
degl' Italiani, la quale guidava messer Gian^ di Crarì,
e mèsser Guglielmo lo Stendardo, perocché la gente
di Curri^dino erano per uno due che quegli 'del re
Carlo, e fiera gente e aspra in battaglia: e veggen-
dosi la gente del re Carlo così malmenare, si mi-
' 8barAttatì,jBbiirAgliati.
^ B'afibllaroBO, come appunto faono le greggi alcnne
volte.
sono in fuga e abbandonarono* il campo. I Tedeschi
si credettono avere vinto, che non sapoano dell'a-
gnato del ce Carlo, si cominciarono a spandere per
lo campo, e intendere alla preda e alle spoglie. liO
re Carlo era in sul colletto di sopra alla valle dove
era la sua schiera con messer Alardo di Yalleri, e
col conte Guido di Mon forte per riguardare «la bat-
taglia, e veggendo la sua gente così barattare, prima
ì'una schiera e poi l'altra, e venire in fuga, moria
a dolore, e volea pure fare muovere la sua schiera
per andare a soccorrere i suol* messer Alardo mae-
stro deir oste e' savio di guerra, con grande tempe-
ranza e' con savie parole ritenne ass^iio re, dicendo,
che per Dio si soflTerìsso alquanto, se volesse l'o-
nore della vittoria, perocché conoscea la cupidigia
de' Tedeschi e come sono vaghi delle prede, per la-
sciargli più spartire dalle schiere, e quando gli vide
bene sparpagliati, disse al re: fa'* muovere le 6an-
dieré^ ji^h* ora è tempo : e così fu fatto. E uscendo •
la detta schiera della vaile, Curradino né i suoi non
credeano che fossono' nimici, ma che fossono di sua
gente, cìte tornassero dal cacciare il nemico, e non
se ne prendeano guardia, e vegnendo Io re con
sua gente stretti e serrati, al diritto se ne vennero
ov'era la schiera di Curradino co' maggiori de' suoi
baroni, e quivi si cominciò la battaglia aspra e dura,
con tutto che poco durasse, perocché la gente di
Curradino erano lassi e stanchi per lo combat-
tere, e non erano tanti cavalieri schierati ad assai
quanti quegli del re, e sanza ordine di battaglia,
perocché la ngaggfor parte di sua genie, eh' era cac-
ciando i nemici, e chi isparlito per lo i^mpo per
guadagnare. preda e pregioni, e la schiera di Cur-
radino per lo improvviso assalto de' nemici tuttora
scemava, e quella del re Cario tuttora cresceva, perché
gli primi di stia gente, eh' erano fuggiti della prima
sconfitta, conoscendo le 'nsegne del re si metteano
in slia schiera, sicdié in poca d'ora Curradino e
sua gente furono sconfitti. E quando Curradino s'av-
vide che la fortuna della battaglia gli era incon-
tro, per consiglio de' suoi maggiori baroni si mise
alla fuga egli e' il dogi d' Osterich, e il conte Cal-
vagno, e il conte Gualferano, e 'I conte Gherardo da
Pisa, e più altri. Messer Alardo di Valleri veggendo
fuggire i nemici, con grandi grida dfcea e pregava
lo re e' capitani della achiera non si partissono né
seguissono caccia di nimici né altra preda, temendo
che la gente di CurrAdino non sì rannodasse, o ninno ^
aguato uscisse fuori) ma stessono fermi e schierati
in sul campo ; e così fu fatto. E venne bene a bi-
sogno, che don Arrigo co' suoi Spagnuoli e altri
'tedeschi i quali aveano segnila la caccia de' Pro-
venzali e Italiani, i quali aveano prima sconfitti per
una valle, e non aveano veduta la battaglia del re
Cario e la sconfitta di Curradino, alltf ricolla che
fece di sua gente, e ritornando al campo, veggendo
la schiera del re Cario,* credette che fosse Curradino
e sua gente-, sì scese il colle -dov' era ricollo per
venire a' suoi, e quando si venne appressando co-
nobbe le 'nsegne de' nemici, e com'era ingannato si
La Qiantìna legge: nuovo.
ÌZi
CRONICHB
iemie confoso: ma com' era vaieale iìfiore si ilfiiae
a adderà e serrò coUa soa gente per tale BM>do,
che 1 re Carlo e*siioi> i (|iiaU per Taffuno dèQa
battaglia orano travagUati, non s^ardiroiio di fedire
alla schiera di don Arrigo, e per non recare il
giuoco vinto appartilo', stavano aringati Tona schiera
appetto all^altra. buona peua. D buono messer Alardo
veggendo ciò, disse al re, che bisognava di fargli di-
partire da schiesa per rompergli: lo re glieommise fa-
cesse nsuo senno. Allora priDse de*migUori baroni della
schiera del re da trenta ui quaranta, e uscirono della
schiera bccendo sembianti che per paura si fnggissono,
siccome gli avea ammaestrati Gli Spagnuoli v^ggen-
dogli come con piìk delle bandiere di quegli signori
si metteano in 'volta e in vista di fuggire, con vana
sperauM conunciarono a gridare é*$OHO m fuga: e
cominciarono a dipartirai da schiera e volergli se-
guire. Lo re Cario veggendo schiarire e aprira la
schiera degli Spagnuoli e altri Tedeschi, francamente
si misono a fedira tra loro^ e messer Alardo co'^suoi
saviamente si raccolsono e tornarono alla schiera.
Allora fu la battaglia aspra e dura; magli Spagnuoli
erano bene armati,, per colpi di spade non gli pò-
teano atterrare, e spesso al loro modo si rannoda-
vano insieme. Allora i Franceschi cominciarono con
gridare ad ire, e a prendergli a braccia, e abbatter-
gli de" cavalli a modo de* toraeameuti ; e cosi fu fatto>
per modo, che in poca-d'^ora gli ebbonp rotti e scon-
fitti e messi in fuga, e ii^olti ve ne rimasono morti
Don Arrigo con assai de*s(ioi si fuggi in monte
Cascino, e diceapo.die '1, re Cado era sconfitta L'a-
bate eh* èra signore di quella terra' conobbe don
Arrigo, e assegnali ài loro coni'' erano fuggiti, 'si fece
prendera lui e gran parte di sua gente. Lo re Carlo
con tutta sua gente rimasono in sul campo armati e
a cavallo infino alla notte per rìcogliera i suoi, e
per avera de" nemici piena e sicura vittoria: e questa
sconfitta fh la vilia ^ di Santo Bartplommeo a A 23
d* agosto^ gli anni di Cristo 1268. E in quello luogo
fece poi fare lo ra Carlo una ricca badia per T anime
della sua gente morta -, che si chiama Santa Maria
della VUtoriOy nel piano di Tagliacouo.
CAPITOLO XXYIO.
Della vi$i(mej^''ait^9efme a papa Clemente delia scon^
fitta di (ktrradino.
detU contemplasione disse: correte^ correte alle
Miraie a prendere i mméet iì 5bnla Cima, tàeumo
sconfitH e wterti: e delia delta sconfitta nulla no-
vella né messo era vennlo al (hqia, né polea venire
in cosi corto spasio di tenf^o come una notte, peroc-
ché da Viterbo al luogo ove fh h baflnglia avea pih
di cento miglb;e fu Taltro giorno, innansi ohe «dio
messaggio Jie venisse in cavie; ma di cartoli disse
per gli savi che in corte erano, che Q papa V ebbe
per ispiraùone divina, e egli era nomo di santa fila.
CAPITOLO XXDL *
Come Vurradino con cerHsnoi baromi fitrtmo preH
dal re Carìo^ e fece loro tagliare la festa.
^ •
Awenne^grandeìnarfiviglia, che essendo stata la
detta sconfitta di Curradino la vigilia di Santo Barto-
lommeo, e era gii notte ansi che *1 certo si sapesse
a cui fosse rimaso il campo colla vittoria, per molte
riprese e variasioni eh* ebbe la detta battaglia, la
mattina per tempo vegnente della festa di Santo Bar-
tolonuneo, essendo papa Clemente in Viterbo, e ser-
monava, e vegnendogli subitamente ano pensiero per
lo quale parve al popolo che contemplasse uno buono
posso lasciando la materia del sermone, levata della
' Hamen proverbiale che manca alla Crasoa.
' V. A. vigilia, in ^gnificato del giorno che precedo
Curradino col duca d'Oslerìch eeon pih altri,
i quali del campo erano fuggiti con Hd, d arriva-
rono alta piaggia di Roma in salta aurinn presso a
una terra eh' ha nome Astnri, eh' era degf Inflra-
gnipani ,di Roma, gentili uomini ; e in queOa arrirati,
feciono armare una saettta per passare in CicìUa,
credendo scampare dal re Cariò, e in Cicilia, che era
quasi tutta rubeUèta allo re, ricoverare suo stato e
signoria. Essendo loro* già entrati in mare seonosdoti
nelta detta barca, uno de'delU Infìragnipani chiara 'n
Asturi, veggendo ch'erano gran parte Tedeschi e
belli nomini e di gentae aspetlQ, e sapendo delta
sconfitta, si «'avvisò di guadagnare ed^ essere ricco,
e però i detti signori prese; e saputo di loro essere,
e com'era Ira quelli Curradino, si gli menò al re
Carlo pregioni, per gli quali lo re gli donò terra e
signoreggio alta Pilosa, tra Napoli e Benivente. B
come lo re ebbe Curradino « qne' signori in suahalta,
prese suo^ consiglio quello ch'avesse a fare. Alla fine
prese-partito di fargli morire, e fece per via di giu-
dicio formare inquisiiione contro a lore, come a tra-
ditori delta corona e nemid di Santa Chiesa, e cori
fu fatte ; che a di...^ fu diooltato Curradino, e *1 duca
d' Osterich, e '1 conte Calvagno, e 1 conte Gurife-
rano, e 1 conte Bòrtolommeo e due suoi figliuoli,
e 1 conte Gherardo de' conti da Doneralico di Pisa
in sul marcate di Napoli lungo il ruscello deQ' acqua
che corre di contra alta chiesa de' frali M Carmi-
ne*, e non sofferse fl re che fossono -soppelliti in luo-
go sacro, ma in su il sabbione del mercato, per<^
eh' erano scomunicali. E cosi in Curradino fini 0 le-
gnaggio delta casa di Soave, che fu in cosi grande
potettxia d' imperadori e di re, come addietro é Catta
menzione. Ma di certo si vede per ragione ^ per ispe-
' Alcuno dice che questo loro sia usato in caso retto,
ma falla di santa ragione. È99mdo laro ecc. slS' qui per
r ablativo assoluto de* lattai, ed è regota deP ctasiiol «he
quando il soggetto del gerulidio non ò ta^ggetto àDOora del
verbo principale, si deve mettere in accusativo. Basti qaesto
esempio di Dante, Inf. 8»: lo we» già % eapeUi t» marno
awoUif E iroUo gtiaie ovmpiké^ttna ciocca, UUfBANDO
LUI cogU ocdd tu già rkHdiL
^ 28 ottobre. D famoso legista Guido di Sossara aveva
preso a difenderlo ; quando tra i fendici, turpemente sDan-
siosi, un provensale osò votame la morte, come traditore
della corona e nemico della Chiesa; e bastò egli solo. V.
il Sism. St. Rep. Ital.
DI GIOVANNI VILLANI.
125
riMixa, ohe chiunque 'si leva conlre dante Chiesa ed è
aeonjniiiìMto^ cosvieee che la fipe snaiiìi rea |)er T ani-
ma e per lo corpo v e però è sempre da temere la sen-
tensa della scomantcauone di Santa 'Chiesa^ giusta o
ingiusta, che assai aperti miracoli ne sono stati chi leg^
gè .l'antiche croniche, e per quésta 11 può vedere per
grimperadori e signori passati, che fiirono ribelli. e
piersecutorì di Santa Chiesa. Della detta sentensa lo
re Carlo ne fu molto' tipreso e dal papa e da' suoi
cardinali e da chiunque fu savio, peroceb^ egli avea
preso Curradino e' suol per caso.di battaglia, e non
per'trafoènto, e megUo era « tenerlo pregìone, che
fttflo morire. E chi disse, che 1 papa l'4issentl ; ma
no9 ci diamo fede, perch*era tenuto santo nomo. B
parve che hi ianocenìui di Curradino, eh* era -di così
giovane etade e giudicarlo a morte, Iddio ne mostrasse
miracolo centra lo re Carlo, che non molti mni ap-
presso Iddio gli mandò di grandi awersitadi quando
si credea essere in maggiore stato, siccome innanzi
nelle sue storie faremo menzione. Al giudice che
condannò Curradino^ Ruberto figliuolo del conte di
Fiandra genero del re Carlo, com* ebbe letta la con-
dannagione, gli diede d'uno stocco, dicendo, che a
lui non era lidto'di sentenziare a morte sì grande e
genite uomo ; del qiùile colpo il giudice, presente
lo re, mori, ^ non ne fti parola, perocché Ruberto era
molto grande eppo lo re, e, parve al re e a tntti i ba-
Toni, ch'egli avesse fatto come valente signore» Don
Arrigo di Spagna, il qpale era de'pregioni del re,
perocch* era suo cugino, carnale, e perchè l' abate di
OMNite Cascino che l'avea dato preso al re, per non
essere irregolare ^ per patti l'avea dato che noi fa-
rebbe morire, però noi fece giudicare il re a morte, ma
condannollo a perpetnale carcere, e mandoUo in pre-
gìone iil castello del monte Sanciae Marwe in Pu-
glia^ molti degfi altri baroni di Puglia e d'Abruzzi»
eh' erano stati con^o allo re Carlo e suoi rubelli,
fece morire con diversi tormenti.
CAPITOLO XXX.
Come lo re Carlo racqvùiò iuite le terre di Oì-
cUia e di Puglia che gli s^^ano rubellaie.
Lo re Carlo avuta la vittoria centra Curradi-
no, tutte 4e terre del regno di Puglia ch'erano
mbellate, s'arrenderono td re sanza contrasto | e
molti de* caporali ribeili che l'aveano ribelhite gli
fece morire di mala morfe. B in Cicilia mandò in-
contanente il conte Guido di Monforte, e messer
Filippa suo fratePo, e Messer Guglielmo di Bei-
monte, e messer Guglielmo lo St!endardo suoi^- ba-
roni, con grande armata di galee e con grande,
compagnia di cavalieri fjrancfsjohi e provenzali per
raaqiiatare le terre dell' isola , le quali qnasi tutte
sperano rubellate dal re, salvo che Messina e Pa-
lenno; ed erano capitano uno messer Currado detto
Caputo d'AntioecWa de' discendenti dell' imperadore
' per non cadere in irregolarità| e fiir eontro alla re-
gola dS carità posta al convento; onde non avrebbe po-
tato più amministrare i uacramenti.
Federigo, il quale coq[ suo seguito de'rubelfi maur
tenea le terre rubellate contro al re Carlo, c.facea-
gH grande guerra. Ma come i detti signori furono
in Cicilia, e per la vittoria che 1 re avea avuta
centra Curradino , molte delle terre s' arrenderono
a' detti signori, è assediarono il detto Currado nel
castello di Santorbe il quale per assedio vinsono,
e 'I detto. Currado presono,* e feciongli cavare gli
occhi, e poi ìL feciono impiccare. E, morto il detto
Currado e i più de* caporali rubelli suoi seguaci,
tutte le terre dell' isola furono alf ubbidienza del re
Carto^ E ciò fatto, riformò il reame di Cicilia e di
Puglia In buono e pacifico slato, e guidardonò i s'uof
baroni che l'aveano servito df terre e di signoraggi.
Laseeremo*^ alquanto 4e^ fatti del rè Carili, e toroe-
remo a nostra materiaf de' fatti di Firenze.
CAPITOLO XXXI. '
CofBe t Fiorentini sconfhsono i Senesi a pie di Colle
. di Valdelsa,
Gli anni di Cristo 1269 del mese di giugno,
i Saaesi, ond' era govorn&tore messere. Provenzano
Salvani ài Siena, col conte Guido Novello, colle
masnade de' Tedeschi e dì Spagnubli, e con gli u-
sciti ghibellini di Firenze e dell' altfe terre di To-
scana, e colla forza de' Pisani, i quali erano in.
quantità di millequaltroceató cavalieri & da ottomila
pedoni, si vennono ad oste al castello dì Cplle di
Valdelsa, il quale era alla guardia de* Fiorentini : e
ciò feciono perchè i Fiorentini il maggio dinanzi
erano venuti a oste e a guastare Poggibonizzi. B
postisi a campo alla badia a Spugnole, e venuta in
Firenze la novella il venerdì sera, il sabato mattina
messer Giambertaldo vicario del re Carlo per la ta-
glia di Toscana si parti di Firenze colle sue ma«
snade, il quale allora avea |n Firenze seco da quat-
trocento cavalieri franceschi ^ e sonando la campana,
i guelfi di Firenze seguendolo a cavallo e a piede,
giunsono in Colle la cavalleria la domenica sera, e
trovarai intorno di oùocento cavalieri, o meno, con
poco popolo, perocché cosi tosto, come i cavalieri,
non poterono giugnere a Colle. Avvenne, che il lu-
nedi mattina vegnente, il di di Santo Barnaba di
giugno, sentendo i Sanesi la venuta della cavalleria
di Firenze, si levarono da campo dalla detta badia
per recarai in più salvo luogo. Messer Giambertaldo
veggendogli mutare il campo, sanila attendere più
gente, passò colla cavalleria il ponte, e schierata
sua gente colla cavalleria di Firenze, e quello po-
polo che v'era giunto, e' Colligiani (ma per la su-
bita venuta de' Fiorentini nullo ordine aveàno di
capitani d'oste, nò d* insegna del comune), e pren-
dendo messer Giambertaldo la 'nsegna del comune
di Firenze, e richeggendo i cavalieri di Firenze che
v'erano di tutte le case guelfe, ch'alcuno di loro la
prendesse, e nuUo si movea a prenderla, o per viltà
0 per gara i' uno dell' altro, e Jlato gran pezza alla
contesa, messere Aldobrandino della casa de' Pazzi
francamente si trasse avanti e disse: io la prendo
aW onore di Dio, e di vittoria del nostro comune:
126
CRONICHE
onde fu molto commendalo io AranchetM, e incon-
tanente mosse, e tutta la cavalleria seguendolo, e*
francamente percosse alla schiera de' Sanesi ; e tutto
che non fosse tenuta troppo savia e provveduta ca-
pitaneria di guerra, come ardita e frai^ca gente,
bene iivventurosamente, come piacque a Dio, ruppo-
no e sconfiisono 1 Sanesi e loro amistà, eh' erano
quasi due cotanti ^vaJieri, e popolo grandÌ9SÌmo,
onde molti ne furono morti e presi; e se dalla
parte de' Fiorentini fossono giunti e stali alla bat-
taglia i loro pedoni, non ne campava quasi niuno de'
Sanesi. 11 conte Guido Novello si fuggì, -e messere
Provenzauo Salvani signore e guidatore dell' oste
de'Sanesi fu preso ; e tagliatogli il capo e per tutto il
campo postato fitto in su una lancia. B bene s' a-
dempiè la profezia e revelazione che gli avea fatta
il diavolo per via d' incanteéimo, ma non la intese ;
che avendolo fatto costrìgnere per sapere come'ca-
IHterebbe in quella oste, mendacemente rispno^e, ^
disse: anderai e combatterai, vincerai no^ morrai
alla battàglia, e la tua testai fin la più alta del cam-
po; e egli credendo avere la vittoria. per quelle pa-
role, e credendo rimanere signore sopra tutti, non
fece ir punto ^ alla fallacia, ove dis&eh.yincerai no,
morrai ecc. E però è grande fotlia a ^ credere, a. sì
fatto consiglio come quelfo del diavolo. Questo mes-
sere Erovenzano fu grande uomo in Siena -al suo
tempo dopo la vittoria eh' ebbe a Mont^perti^ eguir
dava tuttaj^-città, e tutta parte, gbibelliofr di Tosca-
na /acca capo di lui, e era moHo presuntuoso di sua
volontà'. In questa battaglia si portò il detto mes-
sere Giambertaldo come valente aigobre in pugnare
contro à' nemici, e simigliantemente la sua gente, e
tutti i guelfi di Firenze, fàcceodo grande uccisione
de^ nemici per vendetta. di loro parenti e amici che
rimasene alla sconfitta a Vonlaperti^ e quasi nullo o
pochi ne menarono a pregioni , ma gli iftispno a
morte e alle spade; onde la città dil^ena, a compa-
razione del suo popolo, ricevette maggiore danno
de' suoi cittadini in questa sconfitta, che non fece
Firenze a quella di Montap<tjrti , e lasciarvi tutto il
loro arnese. Per la qual cosa, poco tempo appresso,
i Fiorentini rimisene in Siena i guelfi vsciti^ e cac-
ciarne i ghibellini, e pacificarsi l'uno «comune col-
l'altro, rimanendo poi sempre amici e compagni. B
in questo modo ebbe fine la gnerra tra' Fiorentini e'
Senesi, che tanto tempo era dbrata.
- CAPITOLO XXXII.
Come t Fiorentim presono il castello d* Ostina tu
Valdamo.
Nel detto anno del unse di settembre, essendo
rubellato il castello d' Ostina in Yaldarno, e entrativi
i ghibellini usciti di Firenze co' Pazzi di Valdamo, i
Fiorentini v' andarono ad oste, e stettonvi infino al-
l'ottobre, e per diOalta di vittuaglia non potendosi
* non poM mento, non si formò pensando. Fin punto",
o il ptmto è modo <U registrare.
» Di cistui pirU l Allighìcri, Pnrp e. XI.
più tenere, e quelli d'entro nseendone una notte^ln-
reno quasi tuttf morti e presi, e' Fiorentini ebboiio
il castello e disfecionlo.
CAPITOLO XXXIII.
Come i Fiorentini in servigio de" Lucchesi onda--
rono^ oste sopra Pisa,
Partita l'oste de^ Fiorentini da Ostino, i Fio-
rentini con messer,Oiambertaldo malisealco del re
Carlo, in servigio de' Lucchesi andarono ad oste a
Castiglione di Valdiserchio, e poi infino alte mura di
Pisa, e presono i) castello d' Asciano per forza; e'
Lucchesi, per ricordanza e vergogna de' Pisani pres-
so, alla città di Pisa feciono battere loro moneta e
tornarono sani e salvi.
, -
CAPITOLO JLXXIV.
Come fu grande diluvio d^acqua^ e rovinarono U
ponte a ^a$Ua Trinità, e quello delia Carraia.
Nel detto anno 1 269^ la notte di calen d'otto-
bre fu si grande diluvio di pioggia d' aÌM|na da cielo
col coD Unno piovere due notti e uno dì, che tutti i
fiumi d'Ualiacrebbonopiùche-ercscessoBO mai; e'I
fiume d'Arno nseì de' suoi. termini ti disordinata-
mente, che gran. parte deUa città d! Firenze allagò,
e ciò fu la cagione per più legnaft^e che '1, fiume me-
Qi(Ya, il quale riatette e s' attraversò al pie del ponte
a .Santa Trinità per modo, che l'acqua del. fiume rin-
gorgdya sì ^iddietro, che si spandea per la eittà^ onde
molte persone annegarono e molte case rovinatono.
Alla fine Ai sì forte l' empito del corao del fiume, ohe
fece rovinare il defto ponte di Santa Trinità, e an-
cora per lo sgorgare di quello, l' empita dell' aequa
e del legname, percosse, e fece rovinare quello 4^1a
Carraia : e come furono rovinati e caduti, l'altezza del
corso del fiume, eh"* era per lo detto rìngorgamento
e rattenuta, abbassò, e cessò la piena dell'acqua,
eh' era sparta per la cittade.
CAPITOLO XXXY.
Come a certi nobili ribelli di Firewke furono
tagliate le tette.'
Negli anni di Cristo 1270, fatto l'accordo e
pace tra '1 comune di Firenze, e quello di Siena, e
rimessivi i guelfi, e cacciatine f ghibellini, uMfwere
Azzolino e Nerac€«zo e Contieino della cas% degli
Ubarti, e messer Biado da' Grifoni da Feggbine ni-
belli di Firenze, con loro compagnia partendosi da
Siena per andarsene in Cuentino, fìirono preti e
menati in Firenze, e scritto in Puglia al re Carlo
quello eh' a. lui piacesse se neCMesse; il quale per
sua lettera mandò a messer Bernardo d' Ariano, po-
destà per lo re in Firenze, che siccome traditori della
corona fossono giudicati: a' quali fu loro tagliate le
teste il dì di San Michele di maggio. E la mattina,
quando s'andavano a giudicare, Neracozzo domandò
DI GIOVANNI VILLANI,
127
messere Auolino : ove andiamo noi ? riapnose il .ca-
valiere : a pagare uno debito che ci lasciarono i no-
stri padri: salvo che^Conticino, il ({naie, perchè era
giovane, fu mandato nel Regno preso, e hiorì in pre-
gione nello torri di Capeva.
CAPITOLO XXXVI.
Come i Fiòrenlini -presono il cdiiello di Pianai-
meMO in ValdarHo e come disfeciono Poggiboniml
Net detto anno del mese di gHigno, i Fforenr
Uni andarono ad a9sedip al castello di Piandimezto,
eh* era de* I^zi di Valdarno, mediato per loro e per
gli ^ usciU di Firenze cohtra il comnne di Firenze, il
quale per assedio s*^ arrendè a patti, salve le persone,
L quali se n* uscirono fuori, e' Fiorentini ebbono il ca-
stello,, e feeionlo abbattere e disfare; e simile.il
castello di Ristruccioli de' Pazzi, ch'era molto fòrte
castella. E ciò. fatto, e tornato Toste de' Fiorentini
in Firenze, i Fiorentini: cavalcaronoi a Pog^ibonizzi,
e feciono abbattere e disfare tutto il castello, e re-
care % bocgo al piano con licenza del re. Carlo; pe-
rocché nulla cent enicoza, che promisono per gli patti
al re Carlo e ' comune di Firenze, non- yoleano i^tte-
nere, e sempre riteneano i ribelli di Firenze, e aveano
lega con le terre ghibelline di Toscana. Questo Pqg-
gibonizzi fu i( piik bello castello, é de' più forti d'I-
taJia, e posto qnui nel bilico di Toscana, e era con
belle mura e torri, e con molte belle chiese, e pieve,
e ricca badili, ^ con beltìssime fontane di marmo, e
accasato e abitato di genti come una buona città;
ma per la loro superbia, perchè si voleano, essere
per loro siccome castello d* imperio, e contrastare il
comnne di Firenze, fu abbattuto e toltogli ógni giu-
ridì^ione^
CAIJTOLO XXXVfl.
"* * * •
dmelo re Lui» di Francia fece il pOisaggio a
Tnmii nel quale morio»
NegU anni di Cristo 1270, il buono Luis re
di Francia, il quale era cristianisaimo e di santa vita
e opere., non tanta quaàto s'appartiene a secohire,
essendo re di si -grande reame e potenzia, ma come
religioso, sempre operando in favore di Santa Chiesa
e della oristianitade, e noaispaventandosi delle grandi
faliGhe e spendio, il quale fece al paesaggio d'ol-
tremare, quando egli e' fratelli furono presi alla Mon-
sura àn'sincini come, addietro facemmo menzione,
come piacque a Dio si pose in cuore d'andare an-
cora sopra i saracini e nemici de' cristiani ; . e cosi
con grande effetto e opera mise a segninone, pren-
dendo la croce, e raunando tesoro, e sommovendo
tutta la baronia^ e cavalieri, e buona gente di suo
reame. E ciò fatto si mosse di Parigi, e andonne in
Proenza, e di là von grande navilio si parti del suo
porto dell' Acqua morta in Proenza con tre suoi fi-
glinoli, Filippo, e Gianni, e Luis, e col re di Na-
varra suo genero, e con tutti i caporali suoi, conti,
e duchi, e baroni del reame di Francia, e fuori del
reame suoi amfci. E per la sua andata il $éguì poi
Adoardo figliuolo del re d'Inghilterra con molti In-
ghilesi. Scotti, e Frosoni, e Alamanni, di più di quin-
dicimila cavalieri, il quale stuolo, e croceria fu quasi
d' innumerabile gente a cavallo e a piede, e stimarsi
dugento migliaia d-' uomini da battaglia. E credendo
prendere il migliore, si diliberarono d^ andare sopra
il regno di Tunisi, avvisandosi che se quello si pren-
dpsi^e per gli' cfistiani, era in parte molto mediata
da potere più leggermente prendere poi il regno d'E-
gitto, e da tagliare, e al tutto impedire la. for^a de'
saracini del reame di Setta, e eziandio quello di Gra-
nata. E passò il detto stuolo sani e salvi con loro
navilio, o arrivarono al porto dell'antica città di Car-^
tagine, eh' è di hingi da Tunisi da quindici miglia, e
quella Cartagine, che alcuna parte n' era rifatta e af-
forzata per li saracini per la guardia del porto, per
gli cristiani Tu assai tosto presa per forza. E volendo
andare la detta oste alla città di Tunisi,' come piac-
que a Dio, per le peccata de'crjstianl si cominciò una
grande corruzione d' aria in quelle marine, e massi-
mamente neir os(e 4e' cristiani non costumati alParia,
e per gli disagi, e per lo. soperchio di gente^ e delle
bestie; per la qual cosa prima vi mori Gianni H--
gelinolo del detto re Luis, e poi il cardinale d* Alba-
no, che v'era per lo papa, e poi infermò e mcn*! il
detto buono re Luis con grandissima qutfnti^ di conti
e di baroni, e infinita. gente di popolo vi morirono.
Onde la cristianità ricevette grandissimo danno, e la
detta oste JFu quasi tutta sciarrata, e venuta quasi al
niente, sanza colpo dei nemici. E cornea il detto re
Luis non bene avventurato fosse nelle dette imprese
sopra i saracini, ma per la sua anima hene avventu-
roso morisse, lo re di Navarra ch'«ra presente, al
cardinale Tosculano per sue lettere lo scrisse, che
nella sua infermità nqn cessava di lodare Iddio, e
spesso dicendo questa orazione: Fa* a itot, Signorey
le coge prosperevoU del mondo avere in odiòy e
ne$$una avversità temere. Ancora orava per lo po-
polo il quale avea menato seco, dicendo : 5tt, Si-
gnore^ deh popolo tua santillcatore e guardiano ; e
l'altre parole che ^ seguitano alla detta orazione. E
alla fine quando venne a morte, levò gli occhi a cie-
lo, e disse: introito in domt^m tuarn^ adorato ad
temphtm sanctum luum^ et confUebor nomini Jtuo :
e dò detto mori in Cristo. E sentendo la sua morte
la sua oste, fu molto turbata, e' saracini molto ralle-
grati ; ina in questo dolore fu fatto Filippo suo fi-
gliuolo re di Francia; e lo re' Carlo fratello del detto
re Luis, il quale egli vivendo avea mandato 4)er lui,
venne di Cicilia, e arrivò a Cartagine con grande na-
vilio e con molta gente e rinfrescamenlo, onde l'o-
ste de' cristiani riprese grande vigore, e'saracini pau-
ra. E con tutto che l' oste de' saracini fosse cresciuta
d' innumerabile gente, che di tutte parti erano venuti
gli Arabi a loro soccorso, e fossono troppi più ch'e'
cristiani, mai non s'ardirono di venire à battaglia af-
frontata' co' cristiani; ma conseguati e ingegni venie-
no,' e faceano loro molto molesto \ Intra gli altri fu
questo l'uno, die la detta contrada è moU9 sabbio-
battaglia campale. ^ molestia.
128
CRONICHE
nosa, e quando è secco fai molla pobrere; onde i sa-
raciiiì qaando traeva yento coiitra V oste de* cristiani,
lo gi^ndissimo numero di lorx> genti sUvano in su'
monti ov' era il detto sabbione., e calpitandolo co'ca-
valli e co' piedi H facevano muòvere, onde face» al-
r oste molta molestia e affanno.; ma piovendo acqua
da cielo cessò la detta pestilenzia, e lo re Carlo c6^
cristiani, appareccbiatT diflcii 'di diverse maniere per
mare e per terra, si strìnse per combattere la città di
Tunisi; e di certo si disse, se avessòno seguito, in
brieve tempo avrebbono avuta la tèrra per foraa, o il
re di Tunisi co' suoi Turcbì e Arabi V avrebbe ab-
bandonata.
CAPhóia xxxvni.
Come il re Carlo patUggiò aùc(trdo eoi re, di Tumit,
e partissi lo stuolo,
lo re di Tunisi CO'suoi saraeini veggpndosi in
mal punto, e temendo di perdere, la città e '1 paese
d' intomo, si fedono cercare pace col re Carlo, e con
gli ritri signori con griindi 'e larghi patti, ^lla quale
pace il ré Carlo intese e diede compimento per lo in-
frascritto modo: prima, che tutti i cristiani ch'era-
no pregioni in Tunisi, o in tutto quello reame, fos-
sono liberi, e che monisteri e chiese per gK cristiam
si potessono edificare, e in quelle Tuffcio sacro si
potesse celebrare ; e che per gli frati minori e pre-
dicatori e per altre persone ecclesiastiche si potesse
liberamente predicare if Vangelo di Cristo; e qual
Saracino si volesse battezzare, e tornare alla fede di
Cristo, liberamente il potesse fare; e tutte le spese
che i detti re avessòno fatte, pienamente fossono loro
rendute; e oltre a ciò il re di Tunisi fosse tributario
di dare ogni anno a Cario te di Cicilia ventimila do-
ble d' oro, e molti altri patti, che sarebbono lunghi
a dire. Di questa pace alenili dissono, che 1 re Carlo
e gli altri signori la faceano per lo migliore, e con-
siderando il lora male stato della corruzione delPa-
ria e mortalità de' cristiani, che il re di Navarra,
morto il re Luis, si parti malato dell' oste e morì in
Cicilia e morì il legato del papa cardinale, e la Chiesa
di Roma in quegli tempi vacav>i di pastore, ch« do-
vea provvedere a tutto, e Filippo novèllo re di Fran-
cia si voleva partire dell' oste e lormire in Frauda
col corpo del padre. Altri dicrono colpa al re Cario,
che 1 .fece per avarizia,- per avere innanzi per la detta
pace sempre a tributario il re di Tunisi in sua spe-
siafità; che se '1 regno d! Tunisi fosse conquistato per
Io stuolo de* cristiani, era poi a parie del re di
Franda, e di quello d'Inghilterra, e dì quello di Na-
varra, e di quello di Cidlìa, e della Chiesa di
Roma, e di più altri signori ch'erano al conquisto.
B potrebbe essere stata l' una cagione e l' altra ; ma
quale si fosse, compiuto il detto accordo , si partì la
detta oste da Tunisi, e arrivati col loro navilio nel
porto di Trapàli in CicHia, come piacque a Dio, b\
grande fortuna avvenne^ essendo il navflio nel detto
porto, che sanza nulla redenzione Ja maggior parte
perirono, e ruppe 1* uno legno V altro, ove tutto l'ar-
nese di quell'oste si perde, ch'era d' innumerabBe
valuta, e molte genti vi perirono. B per molti si dis-
se, die dò avvenne per. gK peccati de' cristiani, e
perchè aveano fatto accordo co'saradnl per cuvidi-
gia di moneta, potendo Vincere e conquistare Tunisi
e '1 paese.
CAPITOLO XXXIX.
Come fu fiuto papa Gregorio decimo a VUerbo^
e come vi fu morto Arrigo figliuolo, del re
d^InghUierra^
Arrivato lo detto stuolo de' èrbtiaBi^ftì <%;8ia,
si vi BOggiomaroiM^ alquanto per guarire i aMM, e
prendere rinfrescanMnlo, e riftire loro m^o; e quelli
re e signori furono assai onorati da Cario re di Ci-
cilia; e poi si partirono di Cieilia, e lo re Cario con
loro ne vennero per lo regno di Puglii^'e per Ca-
lavra a Viterbo, ov'era la córte deBtf Chiesa. in va-
cazione, e a Viterbo soggiornarono i delti re FB^ppo
di Franda, e Carlo di Cidlla, e Adoardo e Afrìgo
suo fratello e' flfliaoH. del re d' bghilterra, per iure,
eh' e' cardinili eh' erano in discordia, eteggeasono
buono pastore per riformare l'apostolica sedia.' B non
potendo avere concordia di Aiuiio di loro oh' erano
presenti, elessouo papa Gregorio decime di Pbeen-
za, il quale era cardinale e legato in Sorìa alla Terra
Santa, e, lui detto, e tornato d'oltremare ffà consecrato
papa, gK amii di Cristo 1272. Basendo i sopradetti
signori in Viterbo, avvenne una laide e abbominevole
cosa dotto la guardia dd r^ Carlo : che essendo Ar-
rigo firatetto d' Adoardo figlinolo ddreRioeiardo dln-
ghilterra in una chiesa alla messa, celebnndosi a
qudl'ora il sacrifldo dd corpo di Cristo, Quìdo conio
di Mooforte, il quale era per lo re Cario vicarie in
Toscana, non guardando reverenza di Die né del re
Cario suo signore, uccise di sua mano con uno flocco
il detto Arrigo per vendetta del conte Simone di Hon-
forte suo padre, morta a sua colpa per lo re d'In-
ghUterra ^ B di dò è bene a fame notevole memoria.
Regnando in Ijigliilterra Arrigo padre dd buono Ade«*
ardo, fu uomo di semplice vita, ncehè ì baroni Tavea-
no per niente, perchè egli mandò per lo detto eonte
Simone suo parente, che gK guidasse il reame, che
Adoardo era giovane. Questi era mollo temali^ e ri-
dottato; e come n vide il reg^^nlo dd repane in ma-
no'^ come fdlone e Orditore: egli oppose blsasMnle
che il re avesse bitte certe iniqie leggi eontie il po-
polo, e mise lui'è Adoardo in pregioBe,-neIla torre di
Deverò, e tenean il reame. La reina... da per madre
d' Adoardo,* per volerlo acampare, sapendo che per
ogni Pasqua il MAite Simone venia a Dovero, e traeva
Adoardo della torre e fieeelo cavalcare aeeo, e come
si partia il boea rimettere n pregione eoa graade e
stretta guardia, eziandio di lettere ^ Ui savi* leina
^ Dì Gaido dì Honforte cosi Dante ÌiaL ^UL: ITotCìtMC»
ttu' omÒra iaUXun canto vàa, Dicendo: colui fesH imgnmbo
a Dio Lo cor che in ni Tamiffi amcor ti cola, B ^ Ar-
rigo ftgUaolo del re d* IngfaUtem ooii dice Vaaodmo com-
meatatoce dì Dente : Bra qmmtù A3nri§& tmta «ver mai
oj^eto, ffiovtmey timpUce^ dolete e mojwiMto e amgdico.
' con divieto eziandio di ricever lettere. Aggiongi al
Voc. guardia per divieto.
DI CIOVANNI VILLANI
129
mandò a Doyero una savia e bella damigella che sapea
operare di gioielli, borse, e carnieri K Adoardo reg-
gendola si prese di lei ^, e tanto adoperò colle guar-
die, che gli menarono la detta damigella, e volendola
toccare, gli disse : io ci sono per altro ; e trasse fuori
lettere gli mandava la reina, avvisandolo del suo scam-
po e salute; e per quelle Tawisò come gli mandava uno
nostro Fiorentino cozzone, ch^avea nome Persona Ful-
berti, con belli destrieri, e uno batto ^ armato con
molti remi, avvisandolo come avesse a fare. Ora co-
mpera'usato per la Pasqua il conte Simone venne a
Dovero, e tratto Adoardo della torre, e provando i
destrieri del detto^ cozzone, Adoardo con licenza del
conte salì in sul migliore menandolo' a grandi rote^;
alla fine prese campo, e dilungossi, e venne al porto,
e trovò apparecchiato il batto. Lasciato il cavallo, su
vi salio, e arrivò in Francia, e poi colP aiuto del re
di Francia, di Fiandra, di Bramante, e della Magna,
con grande stuolo passò in Inghilterra, e combattè
col conte Simone, e sconfisselo, e prese una coppa, e
fecelo tranare ^, e poi impiccare, e diliberò il padre;
e quegli morto, fu Adoardo coronato re d* Inghilterra
a grande onore. Tornando a nostra principale materia,
come per la detta vendetta fu morto il conte Arrigo,
conte di Cornovaglia, fratello del re Adoardo, come
dicemmo dinanzi, la corte si turbò forte dando di ciò
grande riprensione al re Carlo, che ciò non doveS
selTerìre, se V avesse saputo, e se lo non lo sapeva
non lo dovea l'asciare scampare sanza vendetta. Ma il
detto conte Guido provveduto di compagnia di gente
d* arme a cavallo e a pie, non solamente gli bastò
d^ avere fatto il detto omicidio ; perchè uno cavaliere
il domandò, che egli avea fatto: e egli rispose: fai
faii ma tangeance: e quello cavaliero disse: com-
mmU? f>otrepère fut irainé\ incontanente tornò nella
chiesa e prese Arrigo per gli capelli, e così morto il
franò infino fuori della chiesa villanamente; e fatto il
detto sacrilegio, e omicidio, bì partì di Viterbo, e an-
donne uno e salvo in Maremma nelle.terre del conte
Rosso suo suocero. Per la morte del detto Arrigo,
Adoardo suo fratello molto cruccioso e isdegnato
coltro aire Cario si parU di Viterbo, e vennesene con
soa gente.per Toscana, e soggiornò in Firenze, e fece
cavalieri più cittadini, donando loro cavalli, e tutti
arredi di cavalieri molto nobìlemente, e poi se n'andò
in Inghilterra; e 1 cuore der detto suo fratello in una
coppa d^oro fece porre in su una colonna in capo del
ponte di Londra sopra il fiume di Tamigi, per memoria
agl'Inghilesi del detta oltraggio ricevuto. Per la qual
cosa Adoardo poi che fu re, mai non fu amico del re
Carlo, né di sua gente. Per aimile modo si partì Fi-
lippo re di Francia con sua gente, e passò, e albergò
più giorni in Firenze; e giunto in Francia, soppeìfìto
il corpo del buono re Luis suo padre a grand' onore,
e'ii fece coronare con grande solennità a Rem;.
' tasca de' cacciAtori per riponri la preda^ e anche abito
di molte e comode tasche ad oso speciahnente de* cacciatori.
' •' innamora di lei» Prendern di àleuno pjsr hmamo-
ranelle manca alla Cmac*.
' piccola nave a remi.
* fÌM^endolo caracollare, volteggiare.
' trainare, strascinare per terra.
CAPITOLO XL.
Come i Tariari scesono in Turchia^ e come ne
-cacciarono i Saracini,
— «
Nel detto anno 1270, Banduchdarè soldano de*
saracini, dopo la presa eh' egli avea fatta della città
d*Antiocc1iia e di gran parte del reame d'Erminia, passò
con suo esercito in Turchia la quale si teqea per gli
Tartari, e per forza e per tradimento la racquistò,
e' Tartari che Tabitavano ne cacciò ; per la qual cosa
lo re d'Emùnia andò per soccorso alla grande città
del Torigi ad Abagà cane figlinolo che fu d'Aloon
signor de* Tartari, onde addietro facemmo menzione.
E fornita sua ambasciata, il detto Abagà cane, il quale
era molto amico de' cristiani, e nimico de' saracini,
ì{ ricevette onorevolmente, e l' anno appresso venne
con suo esercito di Tartari col detto re d'Erminia in
Turchia. B 'I detto soldano sentendo la venuta de^
Tartari, si parti, e abbandonò la Turchia, per la qual
cosa i Tartari ebbono la signoria della Turchia e
d' Erminia, e volle il detto Abagà cane dare a' cri-
stiani e al re d' Erminia la delta Turchia. Lo re d'Er-
niiilia non sentendosi poderoso, e che la Chiesa e' si-
gnori di ponente per le loro guerre l'aiutavano male,
riprese il suo reame d'Erminia, e lasciò a' Tartari la
Turchia, la quale non molto tempo appresso per di-
fetto de' cristiani o spezialmente de' Greci, che vi
sono vicini, i saracini la ripresono.
CAPITOLO XLI.
Come lo re ^nu) figliuolo dello imperadore Fede^
rigo morì in pregione in Bologna.
L'anno appresso 1271, del mese di marzo, il
re Enzo, figliuolo che fu di Federigo imperadore,
morì nella pregione de' Bolognesi, nella quale era
stato lungo^ tempo, e fa seppellito da^ Bolognesi ono-
revolmente alla chiesa di San Domenico in Bologna,
e in lui finio la progenia dello imperadore Federigo.
Ben si dice, ch'ancora n'era uno figliuolo che fu del
re Manfredi, il quale stette lungamente nella pregione
del re Carlo nel castèllo dell'Uovo a Napoli, e in
quello per vecchiezza e disagio accecato della vista
miseramente finio- sua vita.
CAPITOLO XLII.
Come papa Gregorio colla corte vptne in Firen^^
e fece fare pace ira* guelfi è* ghibellini.
Negli anni 1272, Gregorio decimo da Piacenza,
tornato lui della legagìone d' oltremare, fu consegrato
e coronato papa, e per lo grande afflitto e volontà
eh' egli avea del soccorso della Terra Santa, e che
generale pusaggio si facesse oltremare, incontanente
che fu fatto papa, ordinò concilfo generale a Leone
sopra Rodanain Borgogna, e fece, che per suo man-
dato gli elettori dello 'mperio d'Alamagna elessono
re de* Romani Ridolfo conte di Furimborgo, il quale
era valente uomo d' arme, tutto che fosse di piccola
9
130
OtONICHB
poteua; aa per rat prodeua eoBqiiftò Soaria e
Oslerìcli : e di Off erìdi che Tacava per lo dogio ' che
fa morto eoa Carradiao dal re Carlo, fece dogio Al-
berto suo figlìaolo. D lopraddetto papa TaoDO ap-
preaao la ina coroaasìoae ai parti colla corte da
RoBUi per aadare a Leoae sa Rodano al concilio per
lai ordinato, e entrò in Firenxe co^ aaoi cardinali, e
collo re Carlo, e cpUo iaiperadore BaMovino di Co-,
atanttnopoli, il quale fu del legnaggio della casa pri-
ma di Fiandra. Qneato BaldoTino fa figlinolo d^ Ar-
rigo fratello del primo Baldovino, che conquistò Co-
stantinopoli co^ Viniziani, come addietro Cicemmo
menxione. E col papa e col re Carlo Tennero in Fi-
renze pin altri signori e baroni, a dì 18 di gingno,
gli anpi di Cristo 1273, e da' Fiorentini furono ri-
cevuti onorevolmente. E piacendo al papa la stanza
dì Firenze per Pagio dell'acqua, e per la sana aria, e
che la corte avea ogni agiamento, si ordinò di sog-
giornare e di fare la state in Firenze. E trovando lai,
che sì buona città, com' era Firenze, era guasta per
.cagione delle parti (che n' erano fuori i ghibelliiu)
volle che tomassono in Firenze, e facessono pace
co' guelfi, e così fu fatto ; e a dì 2 di luglio nel detto
anno, il detto papa co' suoi cardinali, e col re Carlo,
e col detto imperadore Baldovino, e con tutta la ba-
ronia e gente della corte, e congregato il popolo di
Firenze nel greto ^ d^Arno a pie del capo del ponte
Rubaconte, fatti in quello luogo grandi pergami di
legname ove stavano i detti signori, in presenza di
tutto il popolo diede sentenzia sotto pena di scomu-
nicazione chi la rompesse, e sopra la differenza ch'era
ira la parte guelfa e la ghibelliua, facendo basdsre in
bocca i sindachi di ciascuna parte, e fare paee, e
dare mallevadori e stadichi ; e tutte le castella eh' e'
ghibellini teneano renderono in mano del re Carlo,
e gli stadichi ghibellini andarono in Maremm» alla
guardia del conte Rosso. La qual pace poco diirò,
siccome appresso faremo menzione. E quello dì il
detto papa fondò la chiesa di. Santo Gregorio, e per
lo suo nome così la titolò, la qual fedono fare quelli
della casa de' Mozzi, i quali enao mercatanti . del
papa e della Chiesa, e in picdolo. tempo venuti in
grande ricchezza e stato, e ne' loro palagi in capo
del ponte Rubaconte di là da Arno abitò il detto
papa, mentre soggiornò in Firenze; e lo re Carlo
abitò al giardino de' Frescobaldi, e lo *mperadore
Baldovino al vescovado. Ma al quarto dì appresso il
papa si partì di Firenze, e andonne a soggiornare in
Mugello col cardinale Ottaviano eh' era della casa
degli Ubaldini, da* quali fu ricevuto, e fatto grande
onore. Alla fine della state si partì il papa, e' suo^
cardinali, e il re Carlo, e andarne oltremonti a Leone
* daea. Di BodoUd d* Habeburgo il N. tuttoché guelfi),
dice gran bene, forse perchè a lui deferivano moUo i pon-
tefici. Nel capo LV esce hi queste parole : e §€ ooctte vo-
ìmto pa§99re tu IteMoj ttmta contratto n' era tignort, accor-
dandosi per eerto modo col gbibellino Dante, cbe dice,
Porg. 7 : Ridolfo imperaior fu che poiea Sanar le piaghe
eh* hanno Italia nunrta, Sì che tardi per altri «i ricrea,
* parte del fondo del fiume scoperto delT acqua.
' Qualche testo a penna legge ena, che è idiotismo to-
scano. Ancora 8*ode dire dal popolo: le robe mioj t fatti
tua ecc.
sopra Rodano in Borgopa. E h cagioM penU fl
papa si parti tosto di Firenze, si fn, che avendo fiitti
venire in Firenze i sindachi della porle ghibeHina,
e fattigli basciare.in bocca pace Ciccendo, oobm detto
avemo, co' sindachi da* guelfi, e rimasi in Firràze per
dare compimento a' contratti ddla pace, e tonando
ad albergo a casa i Tebalducd in Orto Sin Michele,
o vero 0 non vero che fosse, a loro fu detto, chel
nudiscalco . del re Carlo, appetizione de' grandi gnalfi
di Firenze, gli farebbe tagliare per pezzi, se non si
partissono di Firenze. Ali» quale cagione diaaM> fede
per la iniquità delle partii e incontanente si parti-
rono di Firenze, e andarsene, e fii rolla la della
pace; onde il papa si turbò forte, e parlisaL di Fi-
renze lasciando la città interdetta, e andonne, ooaM
detto avemo, in -Mugello; e col re Cario 4»er questa
cagione rimase in grande isdegno.
CAPITOLO XLm.
Cawte papa Gregorio fece canciiio a Leone sopra
Rodamo.
Negli anni di Cristo 1274, papa Gregorio ce-
lebrò concilio a Leone sopra Rodaiio del ÉMse di
maggio infino a dì 4 d^ agosto, nel quale concilio
Faglialoco imperadore de^ Greci e il patrii^rca di Co-
stantinopoli si riconciliarono colla Chiesa di Rohm,
promettendo di correggersi di certi errori che » detti
Greci hanno tenuti, e seguire per innanzi aecondo la
nostra fede e ordini della Santa Chiesa ronuna. Ini-
tochè poi non lo attenessono come pronùnono. B
lutto questo riconciliamenlo fece il papa co* Greci
per acconcio del passaggio d'oltreauire, ordinato per
lui al detto concilio, ond^egli avea grande nflésione
e studio. Ma per lo riconciliamenlo col PagUaloco e
co* Greci, lo re Carlo fu molto contrario e ervccioao,
per amore dello 'mperadore Baldovino, suo geawo
della figliuola, al quale di ragione di conquisto sac«
cedea il detto imperio; e lo re Cario avea già im-
preso ad alargliele racquistare, onde crebbe lo sdegno
Ira lui e '1 papa cominciato in Firenze, come di so*
pra facemmo menzione. Per lo quale rìconciliamealo
de' Greci, il detto papa confermò il detto Faglialoco
imperadore dello 'mperio di Costaatinopoli, e con-
fermò Ridolfo conte di ForindK>rgo eiella re de' Ro-
mani, signore di gran valore, lutto fosse di piccolo
lignaggio, e eh' egli era degno dello 'mperio di Roma,
euicciocch'egli venisse per la corona a RonM, e foaao
capitano e imperadore del passaggio d' oltremare, •
che egli venisse più tosto, il papa gli promise e dis-
pose de* danari della Chieaa appo le coaqMifue di
Firenze e di Pistoia, i quali erano mereataiiti del papa
e della Chiesa, dugento migliaia di fiorini d^oro nella
città di Milano; e '1 detto Ridolfo promise sollo pena
di scomunicazione d^ essere in Milano iafira oerlo tempo;
la quale promessione per sue imprese e fiierre d' Ala-
magna non attenne, e non passò i monti, e aud non
ebbe la coróna, né la benedizione dello 'aaperio, ma
rimase scomunicato; e per avere 'poi san pace col
papa e colla Chiesa, e essere ricomunicalo^ si privi-
DI GIOVANNI VILLANI,
131
legiò^ la contea di Romagna, come potea di ragione,
alia Chiesa di Roma, e da indi innanzi la possedette
la Chiesa per sna. E nel detto concilio il detto papa
ordinò il passaggio generale d' oltremare a ricovero
della Terra Santa, . e che le decime si rìcogliessono
per^ntta la cristianità sei anni in sussidio del detto
passaggio, ^ diede la croce^ e ordinò si desse la
cfoce per tutta cristianità per lo detto passaggio,
perdonando colpa e pena chi la prendesse, o v^an-
dasse ; o mandasse ; e vietò 1* usura, e scomunicò chi
la facesse pubblica^ e vietò tutte V ordini de^firati men-
dicanti, salvo' che V ordine de^ frati niinori e predi-
catori; confermò i romitani, e"* carmellitì si riserva
sospesi. E molte altre costi tuioni e decreti utili per
la Chiesa vi si feciono, e vietò i soperchi ornamenti
delle donne per tutta la cristianità.
CAPITOLO XLIV.
Come la parie ghibellina fu cacciata di Bologna.
Nel detto anno 1274, a di 2 del mese di giugno,
la parte ghibellina di Bologjia, detti Lambertacd per
ano casato che n* era ■ capo cosi chiamato, furono
cacciati di Bologna; e ciò fu per cagione e sospetto,
che la parte ghibellina ertf molto cresciuta in Roma-
gna, e poco innanzi cacciata la parte guelfa da Faen-
za : alla quale «acciaia de' ghibellini di Bologna, i Fio-
rentini vi mandarono in servigio de'guelfl gente d'arme
a Jfìede e a cavallo; mail popolo di Bologna non gli
lasciarono entrare nella terra,^ ma si fecidno loro in-
contra in su il Reno, e fiiwi morto il cavaliere della
podestà di Firenze , eh' era capitano de' detti cava-
lieri, dicendo i Bolognesi, che non voleaào che i
Fiorentini guastassono la loro città, siccom' eglino a-
veano. guasta Firenze. La quale sopraddetta parte
ghibellina di Bologna si ridusse in Faenza : per la
qual cosa i Bolognesi il settembre vegnente anda-
rono a òste alla città di Faenza, e guastaiia intomo,
onde i ghibellini di Romagna con gli usciti di Bolo-
gna feciono loro capitano di guerra Guido conte di
MontefeltrOy savio e sottile d' ingegno di guerra piik
che ninno che fosse al suo tempo.
CAPITOLO XLV.
giudice di Gallura
ciato di
Negli anni di Cristo 1274, Giovanni giudice
df\ giudieato di Gallura, grande e possente cittadino
di Pisa , con suo seguitò d' alquanti guelfi di Pisa,
per oltraggio dì sua signoria, e perchò il popolo di
Pian ii lenea a parte d'imperio, fu cacciato di Pisa.
Per la qual cosa- il detto giudice si legò co' Fiorén-r
tini, e co' Lucchesi, e con gli altri guelfi della taglia
£ Toscana, e con loro insieme del mese d' ottobre
andarono ad oste sopra il castello di Montetopoli, il
quale ebbono a patti, uscendone i forestieri. sani e
salvi, e '1 castello rimaie al detto giudice di Gallara,
il quale poco tempo vivette, perchè '1 maggio se->
gueìite, gli anni di Cristo 1275, morì nel castello
di Samminiato.
CAPITOLO XLVt.
D'tfito grande miracolo cK aevenne in Bafdacca e
Man$ul oltremare.
Negli anni di*Cristo 1275, avvenne ano girando
e bellp miracolo, del quale è bene da fame meimH)-
ne in questa nostra opera, in edificazione* della mo-
stra santa fede. Egli era in que' tempi uno. cà^Fò
de* 9aracini in Baldacca e in Mansul, molto savio e
litterato, e. nimico e persecutore .de' cristiani^ che
in quello paese n'avea assai; e trovando egli per lo
Vangelio di Santo, Matteo, ove Cristo disse a' suoi
discepoli : che chi avesse tanta fede guanto uno gra-
nello di sentj^ej e nel tuo nome comandasse a uno
monte si levasse di suo luogo .e si ponesse altrove^
sì il farebbe essere; trovando qìiesto argomento, per
confondere i cristiani,^ si richiese i véscovi e' caporali
de' cristiani, e mostrò loro il detto Vangelio, e se 'I
volessono approvare, e tutti dissono di sì. AUora^co-
mandò loro : che infra dieci di, eoi comandiate a uno
grande monte, che era in quello luogo, si levasse,
e si riponesse in altra parte, e se ciò non farete,
voi sete sanza fede al eostro Iddio, e falsi éistiani,
e voglio che rinneghiate Cristo e facciatevi sdrad--
ni, e se non, sì vi^ farò tutti morire di tubala morte.
Ricevuto, l'aspro e erodale comandamento,, non sa-
peano che si dire né che si fare, ma con grandi
pianti e dolori, come gente giudicata n morte, ri-
corsono alla misericordia d*^Iddio| e alla penftenzia,
digiuni, è orazioni' di di e di notte. InfVa quegli
giorni^ più volte venne in visione a uno santo ve-
scovo, che uno povero dab'attiere, che aveva pure
uno occhio, gli doveva liberare: manifestollo al po-
polo, e cercossi del ciabattiere, e trovossf; il quale
era uomo di santa vita, e. ciò ch'egli ayanzava di
sua povera arte, fornita miseramente sua vita, dava
per Dio a' poveri, e Toccbiq ch'egli av^va meno
perde, clie calzando una bella cristiana gli venne
tentazione di carnalità, onde si scandalizzò molto, e
ricordandosi del Vangelio di Cristo, ove dÌ89B ; se '/
tuo occhio ti scandaliMa, À il ti trai ; ed egli pren-
dendo il semplice della lèttera \ con una lesina si
punse r occhio, onde il perde. E venuto il termine
del comandamento del calif, furono rannatl tutti i
cristiani, uomini e femmine e fanciulli colle croci
innanzi, nel piano dov'era al di sopra il detto monte,
i quali erano in quantità di più di centomila, co' sa-
racini e Turchi armati intorno a cayallo e a piò per
distraggergli. Riclilesto il ciabattiere di fam il priego
a Dio , si disdlcea come indegno e peccatore ; ma
per la pie^ e pianto del popolo s'inginocchiò, e dis-
se, in piagnendo: Signore Iddio onnipotente, io ti
priego che tu facci grafia "e misericordia a questo
* diede in fendo. .Così neUe storie Pistoiesi: Lo tn^-
radore primlegiò Pietra 8<mia.,. a Mea§» Simimi Filippi toc*
' prendendo il precetto «Uà lettora. Il vocabolo semplice
com*à qui usato, è belliBiima aggiunta da fare alla Crusca,
132
CRONICHE
hio popolo^ e mostri a questi miscredenti la virtù
del tuo figliuolo Gesù Cristo, e dimostn f>isibile mi-
racolo, acciocché sia glorificato il tuo santo nome:
e ciò detto, comandò al monte che per la virtù dì
Cristo 8i dovesse mutare^ , il quale con grandi tre-
muoti, e spaventevole tempo di tuoni e baleni e venti,
si mosse , e si ripuose ove fu comandato ; onde il
detto popolo cristiano con grande letizia furono li-
beri, ringraziando e magnificando Iddio. Per lo quale
visibile miracolo molti de* saracini si feciono cri-
stiani, e 'I califfo medesimo al segreto; h quando
venne a morte gli si trovò la santa croce al collo, e
vivuto dopo il miracolo in santa vita. Lasceremo de'
fatti d'oltremare, e torneremo a quegli d^talia.
. . CAPiTOia XLvn.
Come il conte Ugolino con tutto il rimanente de'*
guelfi fu cacciato di Pisa.
Negli anni di Cristo 1275, il conte Ugolino
della casa de* Gherardeschi di Pisa, col rimanente
de' possenti guelfi di Pisa, fu caccialo di Pisa del
mese di maggio : per la qual cosa s' allegò co' Fio-
rentini e' Lucchesi e V altra taglia de' guelfi di To-
scana, e andarono ad oste sopra ì% città di Pisa del
mese di luglio prossimo, e guastarono Yicopisano, e
ebbono più castella de' Pisani; e la detta oste fu
fatta coAtra il comandamento del papa, per la qual
cosa fece contra loro.scoAinnioazione e interdetto.
CAPITOLO XLVni.
Come i Bolognesi furono sconfitti al ponte a San
Brocolo dal conte da Monte feltro e da' Ròmagnuoli.
Negli anni di Cristo 1275, del mese di giugno,
i Bolognesi per comune andarono ad oste in Roma-
gna sopra la città di ForU e quella di Faenza, per-
chè riteneano i loro usciti ghibellini; e di loro era
capitano messer Malatesta da Rimini ; dalla parte de'
Romagnuoli era capitano il conte Guido da Mon^
feltro, il quale col podiBre de' ghibellini di Romagna,
e con. gli usciti di Bologna, e con gli uveiti ghibel-
IÌDÌ di Firenze, 'ond'era capitano messer buglielmino
de' Pazzi di Yaldamo, si feciono loro incontro al
ponte a San Brocolo abboccandosi a battaglia ; nel
quale abboccamento la cavalleria de' Bolognesi non
resse, ma quasi sanza dare colpo si misono alla fuga,
chi dice per loro viltà, e chi dice perchè il popolo
di Bologna, il quale trattava male i nobili , e furono
contenti i nobili di lasciargli al detto perìcolo : e '1
conte da Panago ch'era co' nobili di Bologna, quando
si parti dal popolo di Bologna, disse per rìmproccio :
i-eggi gli statuti, popolo marcio. Il quale popolo
abbandonato dalla loro Gavalleria, si tennero ammas-
sati in sul campo grande pesia de! giorno,' difen-
dendosi francamente. Alla per finì» il conte da Mon-
* cimWar luogo. Mutare^ senza più, per cambiare di
luogo è buona aggianMi da fare albi Crusca. H Boccaccio
g. 3. n. 4. usa iw/arti, che Ai registrato dal Cesari.
tefeitro fece venire le balestra grosse, le quali il
conte Guido Novello eh' era podestà di Faenza, aveva
tratte delia camera del comune di Firenze quando ne
fu signore, e con quelle balestra saettando alle loro
schiere, le parti e le ruppe e sconfisse , ond& molti
cittadini di Bologna eh' erano a pie in quella oste,
furono morti e prasi.
CAPITOLO XLIX.
• •
Come i Pisani furono sconfitti da' Lucchesi al co-
stello d" Asciano.
Nel detto anno a di 2 di settembre, i Lucchesi
col conte Ugolino, e con gli altri usciti guelfi di Pi-
sa, e con soldati di Firenze, e col vicario del re
Carlo^in Toscana^ andarono ad oste sopra la città di
Pisa contra il comandamento del papa, e sconfissono
i Pisani al castello d'Asciano presso a Pisa tre mi*
glia, onde molti Pisani vi furono morti e presi, e '1
detto castello rimase a' Lucchesi.
CAPITOLO L.
Della morte di papa Gregorio, e di tre altri
papi appresso.
*
Negli anni di Cristo 1275, a dì 18 di dicembre,
papa Gregorio decimo tornando dal concilio da Leo-
ne sopra Rodano, arrivò nel contado di Firenze, e
per cagione che la città di Firenze era interdetta, e
gli uomini di quella scomunicati, perchè non aveano
osservata la sentenzia della pace ch'avea fatta tra'
guelfi e' ghibellini, come elicemmo addietro, si non
volle entrare in Firenze, ma per ingegno fu guidato
di fuori delle vecchie mura, e chi disse che non pò-
teo far altro, perchè '1 fiume d'Arno era per pioggie
si grosso, eh' egli non lo potè guadare, ma per ne-
cessità gli convenne passare per lo ponte Rnb'aconte,
sicché non aweggendosi, e non potendo altro fare,
entrò in Firenze : e mentre pusò per lo ponte e per
lo borgo di San Nicolò, ricomunicò la terra, e andò
segnando la gente, e come ne fu fuori, lasciò lo 'n-
terdetto, e scomunicò da capo la città, con malo ani-
mo dicendo il verso del Saltero, che dice: In cdtno
et fraeno màxUlas eorum consàringe : onde i guelfi
che reggeano Firenze ebbono grande sospetto e pau-
ra. E partitosi il detto papa di Firenze, n'andò ad al-
bergare alla badia a Ripole, e di là sanza soggiorno
se n' andò ad Arezzo ; e giunto lui in Arezzo, cadde
maialo, e come piacque a Dio, passò di questa «^iia,
a di 10 del seguente mese di gennaio, e in Arezzo
fu seppellito a grande onore: della cui morte i guelfi
di Firenze furono molto allegri, per la mala volontà
che '1 detto papa avea contra loro. Merlo il papa,
incontanente i cardinali furono rinchiusi, e a dì 20
del detto mese di gennaio chiamarono papa Innoeen-
zio quinto nato di Borgogna, il quale era^laio frate
predicatore, e allora era cardinale ; e vivette papa in-
fino al giugno vegnente, sicché poco fece, e mori aUn
città di Viterbo, e in quella fu soppelUlò onórerol-
mente. E appresso lui, a dì 1 2 di loglio, fu chiamato
DI GIOVANNI VILLANI.
133
messere Ottobuono cardinale da IFiesco della città di
Genova, il quale non vivette che irentanove di nel
papato, e fa chiamato papa Adriano quinto, e fu sop-
peililo in Roma. E appresso lui del presente mese di
seUenibre fu eletto papa maestro Piero Spagnuolo
cardinale, il quale fu chiamato papa Giovanni vente-
simo primo, e non vivette papa che otto mesi e di;
che dormendo in sua camera in Viterbo gli cadde la
volta di sopra addosso e morio, e fu soppellito in
Viterbo a dì 20 di maggio 1277, e vacò la Chiesa
sei mesi. E nel presente anno fu grandissimo caro di
tutte vittuaglie, e valse lo staio del grano soldi quin-
dici da soldi trenta il fiorino Coro. E nota una grande
e vera visione che avvenne della morte del detto papa
af uno nostro Fiorentino mercatante della compagnia
degli speziali, eh* avea nome Berto Forzetti, della
quale è heue da fare menzione. Il detto mercatante
avea un vizio naturale di diversa fantasia, che sovente
fra sonno dormendo si levava in su il letto a sedere,
è parlava diverse maraviglie ; e più ancora, che es-
sendo da^ desti ch^ erano con lui tlomandato di quello
ch^egK parlava, rìspondea a proposito, e tuttavia' dor-
mia. Avvenne, che la notte che morio il detto papa,
essendo il detto in nave in alto pelago, e andava in
Acri, si levò e gridò : omè^ omè. E" compagni si de-
starono : e domandarlo eh* egli avesse : rispuose : io
veggio un grandissimo uomo nero con una grande
ma%za in mano^ e ruole abhcUtere una colonna^ in
su che è una volta, fi* poco stante rigridò, e disse :
egli V ha abbattuta^ ed è mortQ: fu domandato: chi?
rispuose: il papa, I detti suoi compagni misono in
iscrìtta le parole^ e la notte; e giunti loro in Acri,
poco tempo appresso vi Vennono le novelle della
morte del detto papa, che appunto in quella notte
avvenne. E io scrìttore ebbi di ciò testimonianza da
quelli mercatahti cir erano presenti col detto in su
la detta nave, e udirono il detto Berto; i quali erano
uomini di grande autorità e degni di fede, e la fama
dì ciò fu per tutta la città nostra. Poi fu eletto papa
Niccola terzo di casa gli Orsini di Roma, eh" avea
nome proprio messer Gianni Guatani cardinale, il quale
vivette papa due anni e nove mesi e' mezzo. Avemo
detto de* sopradetti papi perchè in sedici mesi mori-
rono quattro papi. Lasceremo di dire alquanto deMetti
papi, e diremo delle cose che furono a loro tempo-
in Firenze, e per V universo mondo.
CAPITOLO LI.
Come i Fiorentini e* Lucchesi sconfissono i Pisani al
fosso Àmonico.
Negli anni di Cristo 1276, del mese di giugno,
i Fiorentini e' Lucchesi, a sommossa' del conte Ugo-
tino e degli altri usciti guelfi di Pisa, col maliscalco
del re Carlo, in quantità di millecinquecento cava-
lieri, e popolo assai, andarono ad oste sopra Pisa
verso il Pontedera, e i Pisani, per tema de' Fioren-
tini, aveano fatto di nuovo uno grande fosso poco
di là dal Pontedera, presso di Pisa a otto miglia, il
quale era lungo più di dieci miglia, e mettea in Amo,
e chiamavasi il fosso Arnonico; e a quello aveano
fatti ponti e fortezze di steccati e bertesche, e di
là da quello i Pisani stavano con loro oste alla di-
fensione. E giuntavi V oste de' Fiorentini, combattendo
il detto fosso, alcuna parte di loro gente a piò e poi
a cavallo di lungi air oste valicarono per pugna il
detto fosso lungo PArno; I Pisani incontanente che
sentirono eh* e' nemici aveano valicato il fosso, si
misono alla fuga e in isconfitta, onde T oste tutta va-
lido cacciando i Pisani infino a Pisa, onde molti ne
furono morti e in grande quantità presi : per la quale
sconfitta \i Pisani feciono le copnandamenta de* Fio-
rentini capace, e rimisono in Pisa il dettò conte Ugo-
lino e tutti i loro usciti guelfi.
CAPITOLO LU.
Come furono sconfitti i signori della Torre di Milano,
Negli anni di Cristo 1276, a di 20 del mese di
gennaio, furono sconfitti i signori della Torre di Mi-
lano a Cortenuova dal marchese di Monferrato e da' no-
bili Cattaui, e varvassori ^ e dagli altri loro seguaci, e
usciti di Milano, e furono- morti due di quelli della
Torre in quella battaglia, e presi sei, e eglino e tutta
loro parte, i quali teneano a parte guelfa, furono
cacciati di Milano, e tomowi V arcivescovo, eh' era
de' Visconti, e suoi consorti, e gli altri nobili, e ogni
altro uscito ; e fu fatto capitano del popolo di Milano
messer Mafleo Visconti fratello dell' aroivescovo, in
questo modo : che tornati i nobili in Milano, furono e-
letti quattro capitani, i capi delle maggiori case di Mi-
lano ; ciò furo messer Maffeo Visconti, messer Otto da
Mandella figliuolo di messer Rubaconte, uno di quegli
da Postierla, e uno di quegli dq Castiglione, e ciascuno
dovea essere uno anno; ma il primo fu messer Maffeo
per riverenza dell'arcivescovo, ch'era suo fratello.
Poi infra l'anno l'arcivescovo adoperò, che Otto fu fatto
capitano di Piacenza, e l' altro da Postierla, di Pavia,
e quello da Castiglione, di Lodi ; e cosi in capo del
termine rimase signore e capitano messer Maffeo Vi-
sconti colla forza e senno delParcivescovo; e poi durò
molto tempo in signoria, e di fuori quelli della Torre.
E nota eh' è' signori della Torre erano Yb maggiore e
la più possente casa d'avere e di persone che fosse in
Italia o in nulla cittade, e di loro era il patriarca
Ramondo d' Aquilea, il quale regnò ventisei anni
patriarca, e colla sua forza e per loro medesimi met-
teano millecinquecento cavalieri in campo sanava, il
podere del comune di Milano, ond* erano al tutto
signori, e spezialmente del popolo. E cacciatine i no-
bili Cattaui e varvassori, e in quella signoria regnarono
' a iiistiga alone.
' valvassori, così chiamati nel medio evo i Vassalli tm-
diati, forse da valvne e sessores, perchè ne' giorni di ceri-
monia sedevano di guardia ali* porta de' principi o ba-
roni, a cui erano addetti. Il Valvasaoro riconosceva da
questi il dominio delle sue possessioni, chiamate feudi mi-
nori; ma in processo di tempo egli si confuse coi grandi
Vassalli o Vassalli maggiori, e il suo nome ebbe il senso
generico di barone e di magnate. Qualche scrittore antico
in luogo di valvassoro disse harhassoroy voce ora passata a
scherno. Per la voce cattano vedi U nota a p. 87, col. II.
134
CRONICHE
UBO buono tempo, onde prinm fu capitano del po-
polo di Milano meiser Alaìnanno della Torre fi-
glinolo che fìi di messere Martino e Ihitello del pa-
trfaroa, e fu buono uomo e giusto, e amalo da tolti v
poi fu capitano messer Nappo ovreró Napoleone suo
fratetip, e cpnuncii^ a tiranneggiare ; e poi fu capitano
mesaer Francesco loro fratello, )1 quale fb pessimo
in tutte' cose; e per lo suo soperchio e eleggi alla
sua signorìa ^ furono sconfitti e perderono lo stato ,
come detto è di sopra. •
CAPITOLÒ un,
Come ilje Filippo di Francia fece pigliare hUH i
prestatori itafiatU.
Negli anni di Cristo 1277, a di 24 d' aprile,
in uno giorno il re di Frantia fece pigliare tnttT i
pr^tatori italijini di suo reame, e 'eziandio de^'merca-
tanti, sotto colore che usura non s* usasse in suo
paese, accomiatandogli del reame, per lo divieto ch^a-
vea fatto papa Gregorio al concilio di Leone ; ma
ciò mostra che facesse più per covidigia di moneta,
c)ie per altra onestade, perocché gli fece finire per
libbre sessantamila di parigini, di soldi died il fio-
rino d'pro, e poi la maggior parte si rimasono al
paese come di prima a prestare»
CAPITOLO LIV, .
Come fu fatto papa Niccola terto degli Ontni^ e
^llo che fece al suo tempo. ^
•
Nel détui anno, cóme alcuna cosa ricordammo
addietro, fu fatto papa messer Gianni Guatani car-
dinale di casa degli Orsini di Roma» il quale men-
tre fb giovane cherico e poi cardinale fu onestis-
-Simo e <ii buona vita, e dicesi, eh" era di suo corpo
vergine ;. ma poi che fu chiamato papa Niccola terso,
fu magnanimo, e per lo caldo de* suoi consorti im-
prese molte cose per fargli gtandi, e fu de^ primi,
o primo papa, nella cui corte s' usasse palese simo-
nia per gli suoi parenti; per la qual cosa gK ag-
grandì molto di possessioni e di castella e di mo-
neta sópra tutti i Romani, in poco tempo ch^egU
vivette. Questo papa fece sètte cardinali romani, i
pia suoi parenti, intra gli altri, a priego -di messer
Gianni capo della casa della Colonna suo cugino,
fece cardinale iqesser Iacopo della Colonna, accioc-
ché > Cotonnesi non s* apprendessono air aiuto de-
gli Annibaldeschi loro nemici', jna fossono. in loro
aiuto, e fu tenuta gran cosa; perocché la Chiesa à-
vea privati tutti i Cplonnesi e chi di loro progenia
fosse, d" ogni beneficio ecclesiastico infino al tempo di
papa Alessandro terzo, perocch' arcano tenuto collo
imperadore Federigo primo oontra alla Chiesa. Ap-
presso il detta papa fece fare i nobili e grandi- pa-
lai^! papalj a Santo Piero : ancora prese tenza^ col re
Cario per cagione phe*l detto papa fece richiedere
lo re Carlo d' imparentarsi con lui , volendo dare
una sua nipote per moglie a uno nipote del re, il quale
parentado il re Carlo non voUe assentire, dicendo:
Perch* egli abbia il caliamento rosso^ suo lignaggio
non è degno di mischiarsi col nostro^ e sua signoria
non era retaggio 'j per la qual cosa il. papa contro a •
lui sdegfnato, poi non fu suo amico, ma in tutte cose
al segreto ^li fd contrario, e del palese' gli fece ri-
fiutare il senato di Roma e il vicariato dèlio 'mperio
il quale avea dalla Chiesa vacante imperio', e fagli
molto contra in tutte sue imprèae, e per BK^neta che
si disse ch'ebbe dal Paglialoco, acconsenti e diede
aiuto e favore al brattato e rubellazione eh' al re
Cario fu fatto delP isola di Cicilia, come innanzi fa-
remo menzione; e tolse alla Chiesa castello San-
tangiólo, e diello a messer Orso suo nipote. An-
cora il detto papa fecesi privilegiare per la Chiesa
la contea di Romagna, e la città di Bologna a Ridolfo
re do' Romani^ per cacone eh' egli ttk caduto k am-
menda alla Chiesa della promessa, ch'egli avea fatta
a papa Gregorio al concilio di Leone su Rodano quan-
do il confermò, cioè di passare in Italia per for-
nire il passaggio d'oltremare, come addièUt) facemmo
menzione, la qua) cosa non avea fatta per ritre sue
imprese e guerre d' Alamagna. Né questa dazione* di
brivilegiare alla Chièsa il contado di Romagna e la
città di Bologna né potea né dovea fare di ragione;
intra l'altre, perché il detto Ridolfo non era per-
venuto alla benedizione imperiale: ma quello eh' e*
cherici prendono, >ardi sanno rendere. Incontanente
che '1 detto papa ebbe privilegio di Romagna, sì ne
fece conte per la Chiesa messer Bertoldo degli Orsini
suo nipote, e con forza di icavalieri e di gente d' arme
il mandò in Romagna, e con lui per legato messer
frate Latino di Roma cardinale ostiense sno nipote,
figliuolo della suora, nato de' Branoaleoni, ond' era il
cancelliere di Roma per retaggio; e ciò fece per trarre
la signoria di mano al conte Guido di Montefeltro, il
quale tirannescamente la si tenea e signoreggiava;
e cosi fa fatto per modo, che in poco tempo quu i
tutta Romagna fu alla signoria della Chiesa, ma non
senza gperra e grande spendio della Chiesa, come
innanzi diremo a luogo e a tempo.
CAPITOLO LV.
*
Come lo re Ridolfo della Magna sconfUse e uc-
cise il re di Boemia,
Negli anni di Cristo 1277, essendo grande
guerra tra H re Ridolfo della Magna e lo re di Boemia
per cagione che noi volea ubbidire né fare omaggio;
per la qual cosa il re Ridolfo eletto imperadore con
.grandissima oste andò sopra il detto rè di Boemia, il
quale gli si fece incontro con grandissima cavalleria,
e dopo la dura e aspra battaglia che fu .tra così aspre
genti d' arme, come piacque a Dio il detto re di Boe-
* per la asa soperohierìa ed eccessi mentre signoreg^ava.
^ non prendessero ad aiutare gli Aiyiibal4etehi nemld
degli Orsini.
^ tenzone, contesa.
' in palese.
* concessione, larghezMi atto del dare. Trovasi questa
voce presso gli antichi anche per dedùsioiUf tmo.
DI GIOVANNI VILLANI.
135
mia nelli. delta battaglia fa morto, e la sua gente
aconltta, nella quale innnmerabile cavallerìa furono
morti e presi, e quasi lutto il reame di Boemia Ri-
dolfo ebbe a sua signorìa. E ciò fatto, col figliuolo
del detto re- di Hoemia fece pace, faccendolsi prima
▼enire a miserìcordta : e stando H re Ridolfo in «edia
in ano grande fango, e quello di Boemia stava di-
nanzi a lui ginocchione innanzi a tutti i suoi baroni ;
ma poi riconcilialo, il re Ridolfo gli diede la figliuola
per móglie, e rendégli il reame; e ciò fo a di 26
d* agosto del detto anno. Questo ré Ridolfo fo di
grande affare, è magnanimo, e prò* in arme, e bene
avventuroso in battaglie, molto ridottato dagli Ala-
manni .e dagl' Ilaliam^; e se avesse voluto passare in
Italia, sansa contrasto n*era signoros E mandocci suoi
àmbasciadorì P arcivescovo di Trìevi, e fti in Firenze
negli anni di Crìsto 1280, significando sua venata,
onde i FiorentÌRÌ non sapeano che si fare; e se fosse
passato, di certo ravreb})ono ubbidito. E lo re Cario,
eh* era coA jiossente signore, il temette forte; e |()er
essere bene di lai ^ diede a Carlo Martello figliuolo
del iìgliaolo, la figliuola del detto re Ridolfo per
moglie. '
CAPITOLO LVL
•
Come il cardinale Latino per mandato del papa
fece la pace h-a" guelfi e ghibellini di Firen%e^ e
tutte r altre paci della città.
In questi tempi i grandi guelfi di Firenze rìpo-^
sali delle guerre di fuori con vittorìe e onorì, e in-
grassati sopra i beni de' ghibellini usciti, e per altrì
loro procacci, per superbia e invidia cominciarono
a nettare ' Ira loro, onde nacquero in Firenze più
brighe e nimisladl tra* cittadini, mprtaU, e di fedite.
Intra T altre maggiorì era la brìga tra la casa degli
Adimarì daìl* una parte, eh' ef*anò molto grandi e
possenti, e dall' altra parie i Tosinghi, e la casa de'
Donali^ e quella de' Pazzi legati insieme contro agli
Adimarì per modo, che quasi tutta la città n' era par-
lila, e chi lenea coli' una parte e chi coli' altra; onde
b città e parte guelfa n*era in grande perìcolo. Per
la qual eosa, il comune e' capitani della parte guelfa
mandarono loro àmbasciadorì solenni a corte a papa
Niccola, Che mettesse consiglio e *1 suo aiuto a paci-
ficare i guelfi di Firenze insieme; se non, parte guelfa
si dividev, e cacciava l'ano l* altro. E per simile mo-
do gU usciti ghibellini di Firenze mandarono loro
àmbasciadorì al detto papa a pregarlo e richiederlo,
eh' egli mettesse a sèguizione la sentenza della pace
data per papa Gregorìo nono tra loro e' guelfi di Fi-
renze. Per le sopraddette cagioni il detto papa pro-
vide e confermò la delta sentenza, e ordinò paciaro'
^ legato e commise le dette questioni a frate Latino
cardinale ch'era in Romagna per la Chiesa, uòmo di
grande autorìlà e scienza, e gnlnde appo il papa,
il quale per lo mandamento ^ del papa si parti di Ro-
magna, e giunse in Firenze con trecento cavalierì
' per entrargli in grada.
* contendere
' paciere^ mediatore di pace.
^ oomandamento.
dèlia Chiesa, a di 8 del mese d* ottobre, gli anni di
Crìsto 1 278, e da'Fiorentini e dal chericalo fu rìcevuto
a grande onore e processione, andandogli incontro il
carroccio, e molti armeggiatorì, e poi il dello legato il di
di Santo Luca vangelista, nel detto anno e mese, fon-
dò e benedisse la prima pietra della nuova chiesa di
Santa Harìa Novella de' frati predicalorì, ond' egli era
frate ; e in quello luogo de' frati trattò e ordinò ge-
neralmente le paci tra tutti i cittadini guelfi con guelfi,
e poi dà' guelfi a' ghibeliinL E la prìma fu Ira gli
liberti 6f Bondelinonti, (e fu la terza pace) salvo ch'e*
figlinoli di messer Rinierì Zingano de' Bondelmonti
non r assentirò, e furono scomonicatì per lo legalo,
e isbanditi per lo comune. Ma .per loro non bì la-
sciò la pace ; che poi il legato bene avventarosamenle
del mese di febbraio vegnente, congregato il popolo
di Firenze a parìamento nella piazza vecchia della
della chiesa, tnlta coperta di pezze ^, e con grandi
pergami di legname, in su' quali era il detto cardi-
nale, e più vescovi, e prelati, e cherìci, e religiosi, '
e podestà, e capitano, e tutti i consiglierì, e gli or-
dini di Firenze, e in quello per lo detto legato ser-
monalo nobilemente e con grandi e molte belle an-
torìladi, come alla malerìa si convenia^ siccome quegli
ch'era savio é hello predicatore; e ciò fallo, si fece
basciare in bocca i sindachi ordinati per li goelfi e per
\\ ghibellini, pace faceendo con grande allegrezza per
tatti i cittadini; e fìirono centocinquanta per parte.
E in quello luogo presentemente diede sentenzia de'
modi, e de' patti, e conditioni che si dovessono os-
servare intra V una parte e I* altra, fermando la della
pace con solenni e vallate ' carte, e con molli idonei
mallevadorì. E d'allora innanzi poterono tornare e tor-
narono i ghibellini in Firenze e le loro famiglie, e
furono decollati d'ogni bando e condannagione, e
fàrono arsi tutti i librì delle condannagioni e bandi
ch'erano in camera; e' detti ghibellini riebbono i
loro beni e possessioni, salvo che a alquanti de' più
principali fti ordinalo per più sicorlà della terra, che
certo* tempo stessono a' confini. E ciò fallo per lo
legalo cardinale, fece fare le sfngularì- paci de' cit-
tadini; e la prìma fu quella ond'era la maggiore dis-
cordia, cioè Ira gli Adimarì e'Tosinglii, e' Donati e'
Pafti, faccèndo più parentadi insieme ; e per simile
modo si féciono tutte quelle di Firenze e del con-
tado, quali per volontà e quali per la forza del co-
mune, datane sentenzia per lo cardinale con buoni
sodamenli e mallevadorì; delle quali paci il detto
legalo ebbe grande onore, e quasi tutte s'osserva-
rono, e la città di Firenze ne dimorò buono tempo
in paciQco e buono e tranquillo stato. E fece e or-
dinò il detto legato al govemamenlo comune della
città quattordici buoni uomini grandi e popolani, che
gli otto erano guelfi, e sei ghibellini, e durava il
loro uficio di due in due mesi con certo ordine di
loro «lezione ; e rannavansi in su la casa della badia
di Firenze sopra la porta ohe va a Santa Margherìla,
* tappeti, paramenti.
^ identiche: lOa vaiUtré^ che nel senso pr<^rìo significa
circondare di fossi e di ateooati per difesa e eiooresaa.
Qui vàUató è preso in senso metaforico. La Giuntina 1587
legge: hoUaU o coli' impronta de'soggeUi di famiglia.
136
CRONlCUfi
e tomavansi a dormire e a desinare alle lóro case.
E ciò fatto, il detto cardinale Latino cen grande onore
si tornò in Rojnagna alla sua legazione. Lasceremo
alquanto de^ fatti di Firenxe, e diremo d^ altre no-
vità che avvennero in questi tempi, e spezialmente
della rubellazione dell' isola di Cicilia al re Carlo, la
quale fu notabile « grande, onde poi seguì molto
male, e fu quasi cosa maravigliosa e impossibile, e
però la tratteremo più distesamente.
CAPITOLO LVU.
Carne fu il traiiaio e iradmenio, che risola di
deilia fos$e rubéllata al re Carlo. ^
Neretti tempi, cioè negli anni di Cristo 1279, lo
re Carlo re di Gerusalem e di Cicilia era il più possente
re e il piik ridottato in mare e in terra, che nullo re de*
cristiani ; e per lo suo grande statQ e signoria imprese (a
petizione dello imperadore Baldovino suo genero, il
quale era stato scacciato dello 'mperìo di Costanti-
nopoli per Paglialoco imperadore de^ Greci) di fare
uno grande passaggio e maravigÙoso per prendere
e conquistare il detto imperio, con intendimento
ch'avendo lo 'mperio di Costantinopoli, assai gli era
appresso di racquistare di leggeri Gerusalem e la
Terra Santa ; e ordinò e mise in concio d* armare più
di cento galee sottili di corso, e- venti *navi grosse;
e fece fare dugento uscieri da portare cavalli, e più altri
legni passeggeri grande numero. B coir aiuto e mo-
neta della Chiesa di Roma, e col suo tesoro, che T avea
grandissimo, e coir aiuto del redi Francia, invitò alla
detta impresa tutta la^uona gente di Francia e d'Italia,
e' Viniziani col loro isforza vi 4oYeano venire; e
lo re col detto navilio, e con quaranta conti e con
diecimila cavalieri, dovea e s" apparecchiava di fare
il detto passaggio il seguente anno avvenire. £ di
certo gli venia fatto sanza riparo o contrasto ninno,
che '1 Paglialoco non avea podere né in mare uè in
terra di rìsistere alla potenzia e apparecchiamento
del re Carlo, e già grande parte della Grecia era sol-
levata a rubellazione. Avvenne, come piacque a Dio^
che fu sturbata la detta impresa per abbattere la su-
perbia de' Franceschi, ch'era già tanto montata in
Italia per le vittorie del re Carlo, che i Franceschi
teneano i Ciciliani e* Pugliesi per peggio che servi,
"isforzando e villaneggiando le loro donne e figlie.
Per la qual cosa molta di buona gente del Regno e
di Cicilia s' erano partiti e rubellati, intra' quali fu
per la suddetta cagione di sua mogUera e figlia a lui
tolte, e morto il figliuolo che le difendea, uno savio
e ingegnoso cavaliere e signore stato dell* isola di
Procita, il quale si chiamava messer Gianni di Pro-
cita ^. Questi per suo senno e industria si pensò di
sturbare il detto passaggio, e di recare la forza del
' 6io. da ProcidA, par dnqiia feeoU avuto par un aroa
a par libaratora del Bagno, porto a emUo a* Tùnol^om ed a'
BruH^ ora nella Storia sovranamente balla deir Amari è
fAtto non più che un fìirbo ministro del re d'Aragona,
intrigante a maneggione di Stato, senaa virtù dttsdine ;
ansi violatore di -esse tramando pria coi nemici, poi ìfri-
gamdù 9flaeeiaiamoiU$ contro la tacitiana rtvohurionéj- quando
la riH9rò Mhd^o,
re Carlo in basso stato, e in parte gli venne fatto»
eh* egli segretamente andò in Costantinopoli al Pa*"
glialoco imperadore per due volte, e' mostrógli il
pericolo che gli venia addosso per la forza del re
Carlo e dello imperadore Baldovino coli' aiuto della
Chiesa di Roma, e s'egli volesse credere e dispeader*
del suo avere e tesoro, disturberebbe il detto panag*
gio, facendo mbellare l' isola di Cicilia al re Carlo
coir aiuto de' rubelli di Cicilia, e con gli altri signori
dell'isola, i quali non amavano 0 re Carlo né la si-
gnoria de' Franceschi, e coli' aiuto e forza del re
d' Araona ; mostrandogli, ch'egli imprenderebbe la
bisogna per lo retaggio di sua mogliera figliaola ch'era
stata dello re Manfredi. Il Paglialoco, tutto che ciò gli
paresse impossibile, conoscendo la potenza del re
Carlo, e com'era ridottato più eh' altro signore, quasi
come disperata d' ogni salute e soccorso, segni il
consiglio del detto messer Gianni^ e fecegli lettere
come gli ordinò il detto messer Gianni, e mandò con
lui in ponente suoi ambasciadori con molti ricchi gio-
ielli, e di moneta gran tesoro. E arrivando mess^
Gianni con gli ambasciadori del Paglialooo segreta-
mente in Cicilia, scoperse il detto trattato a messere
Alamo da Lentino, e a messere Palmieri Abate, e a
messere Gualtieri di Calatagirona, i maggiori baroni
deU* isola, gli quali non amavano lo re Carlo né sua
signoria ; e da' detti prese lettere allo re d' Araona,
raccomandandosi che per Dio gli traesse di servaggio,
e promettendo di volerlo per loro si|^oi^ B ciò
fatto, il detto messer Gianni venne in corte di Roma
sconosciuto a guisa di frate minore, e tanto adoperò,
eh' egli parlò a papa Niccola terzo degli Orsini al
segreto tt uno suo castello che si chiamava Soriana,
e manifestógli il suo trattato, e da parte del Paglia-
loco, raccomandandolo alla sua signoria ; e' presentò a
Ini e a messer Orso del suo tesoro riccamente, se^
condo che per gli più si disse e si trovò la verità,
commovendolo segretamente colla detta moneta con-
tro al re Carlo. E con questo aggiunse cagione, perché
\o re Carlo non s' era voluto imparentare con lui,
come addietro facemmo menzione ; onde il detto papa
in segreto e in palese sempre adoperò contro al re
Carlo, mentre visse in vul papato, e sturbò quello
anno il detto passaggio di Costantinopoli, non atte-
gnendo al re Carlo V aiuto e promessa di moneta e
d'altro che gli avea fatta la Chiesa. E ciò fatto, il
detto messer Gianni avute le lettere del detto papa
con segreto suggello al re d' Araona, prometten-
dQgli la signoria di Cicilia, vegoendola a conquiltare,
si parti messer Gianni di corte e andonne in Cata-
logna allo re d' Araona, e ciò fu l'anno di Cristo 1280.
E giunto messer Gianni al re Piero d' Araona colle
lettere del papa ove gli promettea il suo aiuto, e le
lettere de* baroni di Cicilia óve prometteano di ru-
bellare l'isola, e le promesse del Paglialoco, si ac-
cettò segretamente di fare la 'mpresa ; e rimandò ad-
dietro messer Gianni e gli altri ambasciadori, che
solleeitassono di dare ordine alle cose, e di fare
venire la moneta per fornire sua armata. Ma in questo
mezzo isturbò molto l' opera la morte di papa Nic-
cola, che mori 1* agosto vegnente, come appresso
faremo menzione.
DI GIOVANNI VILLANI
137
CAPITOLO LVIU. I
Ckme morì papa Niccola degli Orsini^ e fu [aito
papa Martino dai Torso di Francia,
•
Nell^aoDO 1281,^el mese d' agosto, papa Nic-
cola ieno degli Orsini passò di questa vita nella
città di Viterbo, onde lo re Carlo fa molto allegro,
non perch^egli sapesse né avesse iscoperto il tradi-
mento che messer Gianni di Procita avea menato' col
Paglialoco e col detto papa, ma sapea e avvedessi
bene, eh* egli in tutte cose gli era contrario, e gran-
de sturbo avea messo nella sua impresa e passaggio
di Costantinopoli. Per la qual cosa trovandosi in To-
scana ^quando morì il detto papa, incontanente fu a
Viterbo per procacciare d* avere papa che fosse -suo
amico, e trovò il collegio de?cardinali in grande dis-
sensione e partiti ; che T una parte erano i cardinali
Orsini e loro segnaci, e voléano papa a loro volon-
tà ; e tutti gli altri cardinali erano col re Carlo con-
trari; ^ durò la tira ^ e vacazione più di cinque mesi.
Essendo i cardinali . rinchiusi e distretti per gli Vi-
terbesi, alla fine non avendo concordia, i Viterbesi, a
petizione, si disse, del re Carlo, trassono del colle-
gio de\ cardinali messere Matteo Rosso e messere
Giordano cardinali degli Orsini, i quali erano capo
della loro setta, e villanamente furono messi in pre-
gione; per la quale cosa gli altri cardinali s'accor-
darono d'eleggere, e elessono papa messer Simone
dal Torso di Francia cardinale, e fu chiamato papa
Martino quarto; il quale di vile nazione, ma molto fu
magnanimo e di grande cuore ne' fatti della Chiesa,
ma per se proprio e per suoi parenti nulla cuvìdi-
gia ebbe; e quando il fratello il venne a vedere pa-
pa, incontanente il rimandò in Francia con piccoli
doni e colle spese, dicendo, eh' e' beni erano della
Chiesa e non suoi. Questi fu molto amico del re Car-
lo, e sedette papa tre anni, e uno mese, e ventisette
dL Questi come fu fatto papa, fece conte di Romagna
messer Gianni Diepa di Francia per trarne il conte
Bertoldo degli Orsini, e scomunicò *1 Paglialoco im-
peradore di Costantinopoli e tutti i Greci, perchè non
ubbidieno Ja Chiesa di Roma. Questo papa fece fare
la rocca e' grandi palagi di Monteflascone, e là fece
molto sua stanza mentre fu papa : e più altre cose
furono al suo tempo, come innanzi faremo menzione.
Per la sopraddetta presura e villania eh' e' Viterbesi
feoiono a' cardinali degli Orsini, mai ^ la casa degli
Orsini furono loro amici, ma corporali nimici; e ven-
nonvi poi ad oste gli Orsini alle loro spese, ove con-
sumarono molto ^1 tesoro male acquistato per loro
al tempo dì papa Ntccola terzo ; sicché ogni diritto
alla fine Iddio rende per diversi modi. Lasceredio dei
fatti della corte di Roma, è torneremo a nostra ma-
teria sopra il trattato di Cicilia.
' maneggiato, tramato.
^ la diasansione t di ' qai d' è venato U verbo atirae'
chiare nel senso di eamUaréj dUpuUsre e la frase fa/re a
tira a tira^ che vale non conveunTé.
^ nota questo «un negativo. Vedi anche in Bocc. Nov. 17:
AIU »ue femmine .... comandò , cÀe ad aHeuna persona mai
.matùfeHaetfro chi f ossero. Né difettano altri esempi, tutto-
chà non IkcciaDo prova contro il mi|^or oso.
CAPITOLO LIX.
Come il re Piero (T Araona giurò e promise al
PagUalocó e a' CicUiam di venire in ^Cicilia
e prendere là signoria,
. Nel detto anno 1281, il sopraddetto messer
Gianni di Procita con gli ambasciadori di Paglialoco
arrivati in Catalogna la seconda volta, si richiesono
il re Piero d' Araona, eh' egli V allegasse col Paglia-
loco, e prendesse la signoria dell' isola di Cicilia, e
cominciasse la guerra contra lo re Carlo, recandogli
grande quantità di moneta, perchè cominciasse l'ar-
mata e impresa promessa di fare; e appresentategli
nuove lettere del Paglialoco e quelle de' baroni di
Cicilia, i quali aveano promesso, come ordinato era,
di rubellare risola di Cicilia, e di dargli la signoria;
della qual cosa il detto re Piero stette assai, innanzi
che si volesse diliberare di seguire e fare la 'mpresa
promessa che prima avea fatta, dubitando e temendo
della potenza del re Carlo e della Chiesa di Roma,
e maggiormente per la morte di papa Niccola degli
Orsini, del quale vivendo si rendea -molto sicuro, sa-
pendo ch'egli non era amico del re Carlo, e quasi per
la detta cagione era tutto ismosso di fare l'impresa,
la quale avea promessa. Alla fine per le savie parole
e indottive di messer Gianni, rimproverandogli come
quelli della casa di Francia aveano morto il suo avo-
lo, e lo re Carlo il suo suocero re Manfredi, e Cur-
radino nipote del detto Manfredi, e come di ragione
di retaggio gli succedea il reame di Cicilia per la
reina Costanza sua moglie, e reda e figliuola del detto
re Manfredi, e mostrandogli ancora come i Ciciliani il
desideravano a signore, e prometteano di rubellare
l'isola al re Carlo, e veggendo la molta moneta che
gli mandava Paglialoco, il detto re Piero covidoso
d'acquistare signoria e terra, come ardito e franco
signore, giurò da capo, e promise di seguire ladettp
impresa, segretamente nelle mani degli ambasciadori
del Paglialoco, e di messer Gianni di Procita, co-
mandando la credenza', e che tornassono in Qiciìia a
dare ordine alla rubellazione, quando fosse tempo e
luogo e egli avesse in mare la sua armata; e così fu
fatto.
CAPITOLO LX.
Come il dello re Piero d^ Araona s' apparecchiò di
fare sua armala ^ e come il papa gliele mandò
difendendo ^.
Lo re Piero d'Araoni^ com^ebbe fatto ilsara-
mento della sopraddetta impresa, e ricevuta la mo-
neta, la quale fu trentamila once d'oro, sanza mag-
giore quantità che gli promise il Paglialoco, venuto
lui in Cicilia, fece di presente apparecchiare galee e
' il segreto.
^ gliele proibì. li verbo difmdere in questo senso è
osatissimo all' Autore. V. llb. 10, cap. C(iIV. Se ne trovano
esempi nelle Novelle antiche, nel Boccaccio, in Dante,
nell'Ariosto e nel Tasso. Alcuni il notano di francesismo,
ma eontrawertendo il l'oro asserto; perchè noi potremo
invece rinfacciare a' francesi per italianismo 9 ■ Ha ragiona
altri quanto altri.
138
CRONICHE
navìlio, e dando aoldo t* cavalieH e pitrìiiarì larga-
mente, e diede voce e levò stendale d'andare aopra
i aaracini. bivolfata la voce e la bma di ano appa-
recchiamento, il re Filippo di Phuida, il quale avea
avuto per moglie la serocchia del detto re d'Araona,
mandò a Ini suoi ambaaciadorì, per sapere in che
paese e aopra quali saracini andasse, promettendogli
aìuto^di gente e di moneta', il quale re Piero non gli
volle manifestare sua impresa, ma eh** egli di certo
andava sopra i saracini, il laogo e dove non volea
manifestare, ma tosto si saprebbe per tatto il mondo;
ma domandogli aiuto di libbre quarantamila di buoni
torneai, e lo re di Francia gliele mandò incontanente.
E conoscendo il re di Francia, che il re Piero d* A-
raona era ardito e di gran cuore, ma come Catalano,
di natura fellone, e per la coperta risposta, mandò
a dire incontanente^ e per suoi ambasdadorì il fece
aaaapere al suo zio Io re Carlo in Puglia, ch'egli si
prendesse guardia di aue terre. Lp re Carlo incon-
tanente venne a corte a papa Martino, e fecegli as-
sapere della *mpresa del re d'Araona, e quello che
il re Filippo di Francia gli avea mandato a dire; per
la qual còsa il papa incontanente mandò al re d* A-
raona sao ambasdadore uno savio uomo frate Jacopo
de* predicatori, per volere sapere in qual parte so-
pra i saracini andasse, che "1 volea pur sapere, pe-
rocché la Chiesa gli volea dare aiuto e favore, e era
impresa che molto toccava alla Chieaa; e oltre a ciò
HMindogli comandando, che non andaaae aopra ninno
fedele cristiano. Il quale ambasdadore giunto in Ca-
talogàa, e disposta aua ambasciata, lo re riùgraaiò
molto il papa della larga profferta, raccomandandosi
a lui; ma di aapere in qual parte andaaae, al pre-
sente in nulla guisa il potea aapere; e sopra dò
disse uno motto molto sospetto, che se V una delle
sue mani il manifestasse air altra, eh* egli la taglie-
rebbe. Non potendo T ambasdadore del papa avere
altra risposta, si tornò In corte, e dispose al papa e
al re Carlo la rispoìta del re d'Araona, la quale
isplacque assai a papa Martino. Lo re Carlo, eh* era
di sì graftade cuore e tenessi si possente, poco o
niente ne curò, ma per dispetto disse a papa Marti-
no: Non 9i di$$*io^ che Piero d'Araona era un
fettone Mccone? Ma non ai ricordò lo re Carlo del
proverbio del comune popolo, che dice: se tè deito^
iu hai meno il umo, ponviH la mano; anai ai diede
a non calere, e non ai miae a sentire i trattati e
tradimenti che n faceano in Cicilia per messer Gianni
di Procita, e per gli altri baroni dciliani; ma cui
Iddio vuole giudicare, è apparecchiato chi fa toato
r esecuzione.
CAPITOLO LXL
Come e per che modo it ribellò Cisóia di Cicilia
al re Carlo.
' Negli anni di Cristo 1282, U lunedi di Pasqua
di Riaorreaso che fu a di 30 di marzo, aiccome per
messer Gianni di Proetta era ordinato, tutti i baroni
e' caporali che teneano mano al tradimento, furono
nella città di Palermo a paaquare. E andandosi per
gli Palermitani, uomini e femmine, per coa^nne a ca-
vallo e a pie alla festa di Monreale fuori della dttà
per tre miglia (e come v*andavano qìiegli di Palermo,
coai v'andavano i Franceschi, è il capitano del re
Carlo a diletto) avvenne, come a* adoperò per lo ni-
mico (b Dio, che uno Francesco per suo orgoglio
prese una donna di Palermo per farle villania: ella
cominciando a gridare, e la gente era tenera', e già
tutto, il popolo commosso contra i Franceschi, per i
famigliari de'baroni dell'isola si comindò a difendere
la donna, onde nacque grande battaglia tra' France-
achi e'Ciciliaoi, e furonne morti e fediti assai d*una
parte e d'altra; ma il peggiore n*ebbono quegli di
Palermo. Incontanente tutta la gente si ritrassono fug-
gendo alla città, e gli uomini ad armarsi, gridando:
muoiano i Franceschi, Si raunarono in su là piazza,
com'era ordinato per gli caporali del tradimento, e
combattendo al castello il giustiziere ohe v'era per
lo re, e lui preso e ucciso, e quanti. Franceschi fu-
rono trovati nella dttà furono morti per le case e
nelle chiese, senza misericordia niuna. E dò folto, i
detti baroni si partirono di Palermo, e dascuno in
sua terra e contrada fecero il somigliante, d'ucddere
i Franceschi tutti ch'erano nell'isola, salvo che in
Messina s'indugiarono alquanti di a nri>ellarsi: ma per
mandato di quegli di Palermo, contando le loro mi-
aerie per una bella pistola, e ch'eUi doveanò anmre
libertà e fhinchigia e fhitemità con loro, ai ai moa-
sono i Messinesi a rubellaziòne, e poi fedono .quello
e peggio eh' e* Palermitani contra a' FranceachL B
trovarsene morti in Cicilia più di quattromila, e nullo
non potea nallo scampare, tanto ^ fosse amico, co-
nte aauiaae di perdere sua vita; e ae l'avease nascoso,
convenia che *1 rassegnasse o ocddesse^. Questa pe-
stìlenzia andò per tutta l'isola, onde lo re Cario e
sua gente ricevettono grande danunaggio di peraone
e d'avere. Queate contrarie e ree novelle Tardve-
scovo di Monreale incontanente le fece assapere al
papa e al re Cario per auoi messi.
CAPITOLO LXIL
Come lo re Carlo si compiatue alla Chiesa e af re
di Francia e a luWi suoi amici, e faiuto eh" ebbe
da loro.
Nel detto tempo lo re Carlo era iù corte col
papa: com'ebbe la doloroaa novella della mbellazione
di Cidlia, crucdoao molto nell* animo e ne' aembianti,
e* disse: Sire iddio^ dappoi t è piaciuto di farmi
ofwersa la mia fortuna^ piacciali che H mio caèare
sia a peHUi passi^. E incontanente fu a papa Martino
' facile allo sdegno.
' Kon una oonginrs di Baroni, ma sollevasione improv-
visa di popolo .fìi cagione de' Vespri Siciliani. I baroni,
che stavano cospirando, vidersi toA oadota la palla al
balio, e ai firammisero al popolo e furono gridatori di li-
bertà, ma non fecero che togliere la corona di Sicilia agli
Angioini e darla agli Aragonesi Lo stesso Giovanni da
Precida, tenuto sin qui 1' eroe de' Veapri, non t* ebbe a
prindpio alcuna parte. Ciò raccogliesi dalla Stòrie <is* Ve-
ipri Siciliani dell' Amari
^ Contraffa il parlare di Carlo, ch'era francese.
DI GIOVANNI VILLANI
1S9
e t'snoi cardinali/domandando loro fiuto é consiglio,
i quali- 81 dolaono assai con lui insieme, e confor-
tarono lo re, ohe santa indugio intendesse al racqni-
sto, prima per via di pace, se potesse, e se non, per
via dì guerr», promettendogli ogni aiuto che ìa Chiesa
potesse fare, spirìluale e temporale, siccome a fi-
glinolo e campione .di Santa Chiesa. E fece il papa
legato per andare in Cicilia a trattare l'accordo, e
con molte lettere e processi, mesjser Gherardo da Par-
ma cardinale, nomo di gran senno e bontà , il quale
si parti di corte col re Carlo insieme, e andarne in
Puglia. Per simile modo si pianse lo re Carlo per let-
tere e ambasciadorì al re di Francia suo nipote, e
mandò a Carlo suo figlinolo prence di Salerno oh^ra
in Provenza, che incontanente dovesse andare in Fran-
cia al re, e al conte d' Artese, e agli altri baroni a
pregargli che *l dovessono aiutare. Il quale prenze
dal re di Francia fu ricevuto graziosamente, doglien-
dosi lo re con lui della, perdita del re Carlo, dicendo:
Io lento forie^ che questa ribellatone di Cicilia non
sia falla a sommossa del re d'Araoha^ perocché
quand'egli facea sua armala^ e ch^io gli preslai
libbre quarantamila di tomesi^ e mandailo pre-
gando^ mi facesse a{ sapere ot>e e in che parte de-
cesse andare^ noi mi volle dire ne manifestare;
ma non por Ciò mai corona^ scegli avrà falla questa
tradiùone alla casa di Francia^ s'* io non ne fo alta
vendeUa, E ciò attenne bene, chiassai ne fece innan-
zi \ sì ch^egli ne morì con molta di sua baronia, co-
me innanzi a luogo e a tempo ne faremo menzione.
E di presente disse lo ré al prenze, che ne tornasse
in Puglia, e appresso di lui mandò il conte di Lan-
zone della casa di Francia con più altri conti e baroni
e grande cavallerìa alle spese del re di Francia per
aiuto dèi re Carlo.
CAPITOLO LXUI. ^
Come quegli di Palermo e gli altri dciliani man-
darono a papa Martino loro atnbaseiadori.
In questo tempo parendo a quegli di Palermo e
agli altri Ciciliani avere mal fatto, e sentendo Pappa-
recchiamento grande che il re Carlo faceva per venire
sopra loro, si mandarono loro ambasciadorì frati e
religiosi a papa Martino, dimandandogli miserìcordia,
proponendo in loro ambasciata solamente: Agnus
Dei qui iollis peccala mundio misererà nobis; Agnus
Dei qui tollis peccata mundio miserere nobis; Agnus
Dei qui tollis peccata mundio dona nobis pacem. E'I
papa in pieno concistoro fece loro questa rìsposta,
senza altre parole, che questo è scrìtto nel IVissto
Domini: Ave rex ludaeorum^ et dabanl ei alapam.
Ave rex ludaeorum^ etdabant ei. alapam. Ave rex
Judaeorwny ei dabani ei alapam. Onde si partirono
molto sconsolati.
CAPITOLO LXIV.
Delt aiuto che 7 comune di Firen%e mandò al re Carlo,
Il comune di Firenze diandò in aiuto del re
Cario cinquanta cavalieri di corredo, e cinquanta don-
* che ne fece d'avanso.
zolli gentili uomini di tutte le case nobili di Firenze per
farsi cavalieri, e con loro compagnia furono cinque-
cento bene a cavallo e in arme, e loro capitano fu per
lo comune il conte Guido da BattifoUe della casa de'
conti Guidi, e giunsono alla Catone in Calavra, quan-
do lo re V* era con sua oste e stuolo per valicare a
Messina, onde lo re si tenne dal comune di Firenze
riccamente servito , e ricevette la detta . cavalleria
graziosamente; e molti di loro fece cavalieri, e ser-
virlo mentre dimorò a Messina alle spese del detto
comune. E portowi il detto conte e capitano il pa-
diglione grande dèi comune di Firenze, il quale ri-
mase alla partita da Messina, e' Messinesi il misono
per ricordanza nella loro grande chiesa. E per si-
mile modo molte altre città di Lombardia e di To-
scana mandarono aiuto di genti allo re, ciascuno se-
condo suo podere.
CAPITOLO LXV.
Come lo re Carlo si pose a oste a Messina per mare
e per terra.
Lo re Carlo ordinata sua oste a Napoli per an-
dare in Cicilia, tutta sua cavalleria e gente a pie
mandò per terra in Calavra alla Catena incontra a
Messina, e '1 Faro in mezzo, e lo re ubando a Bran-
dìzio ovverà in concio il suo navilio, il quale avea
apparecchiato più tempo dinanzi per passare in Co-
stantinopoli, e furono centotrenta tra galee e uscieri,
e legni grossi, senza gli altri legni di Servigio , che
furono in grande quantitade : e di Brandizio sì parti-
rono col detto naviliò, e giunse incontro a Messina a
dì 6 di luglio, gli anni di Cristo 1282, e posesi a
campo dalla parte di Tavermena a Santa Maria di
Hocca maiore ^ ; e poi ne venne alle Paliare, assai
presso alla città di Messina, e 'I navilio nel Faro in-
contro al porto. E fu lo re con più di cinquemila
uomini a cavallo tra Franceschi, Provenzali e Italiani
e popolo senza numero. E ciò veggendo i Messinesi
impaurirono forte, veggendosi abbandonati d^ogni
salute, e la speranza del soccorso del re d*Araoqa
pareva loro lung^ e vana, e sì mandarono incontanente
loro ambasciadori nel campo al re Carlo, e al lega-
to, pregandogli per Dio, che perdonasse loro il mis-
fatto, e avesse di loro misericordia e mandasse per
la terra. Lo re Carlo insuperbito non gli volle torre
a misericordia, che di certo a quoto avea la terra e
poi tutta risola, perocch^ erano i Messinesi e i Ci-
ciliani isprovveduti , e non ordinati a difensione, né
con nullo capitano, ma fellonescamente gli disfidò lo
re a morte loro e' loro figliuoli ,' siccome traditori
della Chiesa di Roma e della corona : ch^ elli si di-
fendessono, s^avessòno podere, e mai con patti non
li venissono innanzi ; onde lo re fallò troppo appo
Iddio, e in suo danno ; ma a cui Dio vuole male, gli
toglie il senno^ I Messinesi udendo la crudele rispo-
sta del re, non sapeano che si fare, e per quattro di
' Bocca maggiore, alla Siciliana, come disse all' uso de'
Veneaiani ea Carino per caia Cbrino.
^ La Giuntina: fXla è sbrigaUi.
140
CROmCUE ^
stettono in contesa tra loro d* arrendersi o di difen-
dersi con grande paura.
CAPITOLO LXVL
Come la gente del re ebbono MeUiMO^ e come i
Messinesi mandarono per lo legato per trattare ac-
cordo col re Carlo,
Avvenne in qnesta stanza ^, che lo re fece passare
co** suoi uscieri per lo Faro dinanzi a Hessina il conte
di Brenna, e quello di Monforte con ottocento cava-
lieri e più pedoni, dalP altra parte di Messina verso
Melazzo, guastando- il paese d'intorno. Per la qual cosa
certi di quelli di Messina venendo al soccorso di Me-
lazzo, e per non lasciarli prendere terra, con que' di
Melasio insieme furono sconfitti dalla gente del re
Carlo, e fnronne morti presso di mille, tra di Messina
e di Melazzo, chi alla battaglia, e molti trafelando^ e
fuggendo verso Messina ; e fu presa la terra e castello
di Melauo per la gente del re. E come i Messinesi
ebbono la detta novella, incontanente mandarono nel
campo al legato cardinale, che per Dio venisse in
Messina per acconciarli col re Carlo. 11 legato venuto
incontanente, v^'entrò con grande e buono volere per
acconciarli, e appresentò le lettere del papa al co-
mune di Medina, per le quali gli ipandava molto
riprendendo della follia fatta per loro contra allo re
Carlo e sua gente; e questii fg la forma: A* perfidi
e crudeli deW isola di Cicilia^ Martino papa quarto
quella salute di che voi sete degni^ siccome corrompi-
tori di pace e de"" cristiani ucciditori^ e spargitori del
sangue de" nostri fratelli, A voi comandiamo^ che^
vedute le nostre lettere^ dobbiate rendere la terra al
nostro figliuolo e campione Carlo re di Gerusalem e
Cicilia per autorità di Santa Chiesa^ e che dobbiate
lui e noi ubbidire^ come legittimo signore ; e se ciò
non faceste^ mettiamo voi scomunicati e interdetti^ '
secondo la divina ragione^ annunciandovi giustizia
spirituale, E lette !e dette lettere per lo legato cardi-
nale sì comandò, che sotto pena di scomunicazione, e
d' tM^t privati d' ogni beneficio di Santa Chiesa , si
dovessono accordare col re, e rendergli la terra, e
ubbidirlo come laro signore e campione di Santa
Chiesa; e '*l detto legato con savie parole ammonen-
dogli e consigliandogli che ciò dovessono fare per
lo loro migliore ; per la qual cosa i Messinesi eles-
sono U^nta buoni uomini della città a trattare V ac-
cordo col legato, e vennero a volere questi patti;
cioè : che lo re ci perdoni ogni misfatto e noi gli ren-
deremo la terra y dandogli anno per anno quello
dC e" nostri aniichi davano al re Guglielmo, e volemo
signoria latina^ e non Franceschi né Provensudi^ e
saremli obbedienti e buoni fedeli, I quali patti il legato
mandò dicendo al re4>er lo suo camerlingo, pregandolo
per Dio dovesse loro perdonare e prendere i detti patti,
perocché dappoi fossero ^ indurati e messisi alla di-
fensione, o^i di peggiorerebbe patti; ma avendo
egli la terra con volontà de^ cittadini medeiimi, o-
gni di gli potrebbe allargare : ed era sano e buono
consiglio. Come lo re Carlo ebbe la detta risposta
sbadirò forte, e disse fellonescamente: I nostri sud-
diti, che contra noi hanno servita morte\ domandano
patti^ e voglionne torre la signoria^ e voglionmi reci-
dere censo alTuso del re Guglielmo, che quasi non
avea niente ; non ne farei, nulla ; ma dappoi che al
legato piace, io perdonerò loro in questo modo : che
io voglio di loro ottocento stadichi quali io vorrò, e
fame mia volontà, e tenendo da me quella signoria
che a me piacerà, siccome loro signore, pagando
quelle colte e dogane che sono usate ; e se qt^to vo-
gliamo'fare, sì il prendano ; e se non, sì si difenda-
no. La qual risposta fu molto biasimata in* savii;
che se lo re non gli avea voluti prendere a* primi
patti, quando si pose all'assedio, ch>rano per luì
più larghi e onorevoli, a' secondi fece fallo del dop-
pio, e non considerò gli avvenimenti e^ casi fortu-
nosi che agli assedii delle terre possono avvenire, e
che avvennero a lui, come innanzi faremo menzione :
onde fu esemplo e sarà sempre a quelli che saran-
no, di prendere i patti che si .possono avere da* ne-
mici, potendo avere la terra assediata. Ma cui vince
il peccato universale della superbia e dell* ira, in
nullo caso può prendere buono consiglio.
, CAPITOLO LXVU.
Come si ruppe il trattato delC accordo eh" avea «le-
nato il legato del re Carlo a" Messinese
Come ì rettori ài Messina ebbono 1* acerba ri-
sposta dal legato, che lo re avea fatta al suo camer-
lingo, i detti trenta buoni uomini raunarono il po-
polo, e fecionla loro manifesta, onde tutti come di-
sperati gridarono : In prima mangiamo i nostri fi-
gliuoli, che a questi patti ci arrendiamo; che ciascuno
di noi sarebbe di quegli ottocento ch'^'egli domanda :
innanù volemo tutti morire dentro alla città nostra,
colle mogli nostre e co" figliuoli, ch"andare morendo
per" tormenti, e pregioni in istrani paesi. Come il
legato vide i Messinesi cosi male disposti a rendersi
al re Carlo, fu molto cruccioso, e innanzi si partisse
gli pronunziò scomunicati e interdetti, e comandò a
tutti i cherici, che infra '1 terzo di si dovessono par-
tire della terra, e protestò al comune, che infra i
quaranta di dovessono mandare per sufliciente sin-
daco a comparire dinanzi al papa, e ubbidire e udire
sentenzia, e partissr'della terra molto turbato.
CAPITOLO LXVm.
* in qoesto stante, in questo mentre,
rilassandosi e venendo meno per soverchia fMtica. Il
popolo toscano al verbo tra/dare oggi nel parlare anlepoue
«n^» « dice strafOare. «a r t-
•* Testo Dav. mxrmno.
Come Messina fu combattuta dalla gente del re CmHe,
e come si difesono.
Come il cardinale fu tornato neir oste, i più
de* maggiori dell' oste ne furono molto crucciosi.
' meritato morte: è maniera antica. Cosi Matteo Vil-
lani, 11, XX vili: acendo dal Coimme di Firmt€ le paghe
che avea servite.
DI CaOVANNI VILLANI.
143
CAPITOLO LXXV.
Come allo re Carlo convenne per necessità par-
tire dalT assedio di Messina^ e lomossene nel
Regno.
Qatndo il re Carlo adi questo, isbigotti forte,
che mai per perìcolo di battaglia né per altra awer-
lità non avea avuto paura, e sospirando disse: Vo-
lesse Iddio eh* io fossi morto^ dappoi che la fortuna ni" è
cosi contraria^ che ho perduta mia terra avendo tanta
potenma di gente in mare e in terra; e non so perchè
mf è t^Ua da gente eh'* io mai non diservii ; e molto mi
dogliOj eh* io non presi Messina compatti ah io la potei
altere. Ma dacché altro "non pouo^ (con grande
dolore disse) levisi V oste e passiamo ; e chi n'avrà
colpa di questo tradimento^ o cherico o laico^ ne
farò grande vendetta. E il prìmo giorno fece pas-
sare la reina con ogni gente di mestiere^ e con parte
degli arnesi dell' oste ; il secondo di passò il re con
tatta sua gente, salvo che a cautela di guerra la-
sciò in aguato di fuorì da Messina due capitani con
diemila cavalierì, aiBnchò levata 1* oste, se quelli di
Messina uscissono /non per guadagnare della roba
del campo, venissono loro addosso e entrassono nella
terra; e se fatto venisse, ritornerebbe il re con sua
gente incontanente. L'ordine fu bene fatto, e cosi
h bene contrappensato^, eh' e' Messinesi iscopersono
il detto aguato, e comandarono aotto pena della vita
che nullo uscisse fuori della città; e cosi fu fatto.
1 Franceschi eh' erano rimasi in aguato, veggendosi
scoperti procacciarono di passare, e vennerne il terzo
di allo re Carlo in Calavra, e dissono come il suo
avviso era loro fallito; onde al re Carlo raddoppiò
il dolore, perchè alcuna speranza n' avea. E cosi fu
partita tutta l' oste da Messina, e diliberata 1» città
ch'ere in ultima stremità di vivanda, che non avea
che vivere tre giorni, a di 27 di settembre, gli anni
di Cristo 1282. U seguente di giunse l'ammiraglio
del re d* Araona con sua armata su per lo Faro di
MesMsa menando grande gaziurra e trionfo, e prese
ventÌBOve tra galee grosse e trite, intra le quali fu-
rono cinque galee del comune di Fisa, eh' erano al
servigio del re Carlo. E poi vegnendo alla Catona e
* Reggio in Calavra il detto ammiraglio fece mettere
faoco 'e ardere da ottanta uscieri del re Carlo, ch'e-
rano alle piagge disarmati, e questo vide il re Carlo
e sua gente senza poterli soccorrere, onde gli rad-
doppiò il dolore. E avendo il re Carlo una bacchetta
ia mano, com* era sua usanza di portare, per cruccio
la eominciòa rodere, e disse : Ah Dieu^ molt m' aves
ofert à ntrmonter ; je te prie, que V avaler soit
tout beUemeni. E cosi si mostra, che senno umano
■è Ibrza di gente non ha riparo al giudicio .di Dio.
Come lo re Carlo fu passato in Calavra diede com-
Buato a lutti gli suoi baroni e amici, e molto dolo-
roso si ritornò a Napoli. Lo re Piero d* Araona, avuta
h novella defla partita del re Carlo e di sua oste da
Messina, e come il suo ammiraglio avea operato, fu
* baga^oai, vervidonune.
^ antiveduto negli altrui pensamenti.
I molto allegro ; e di presente si partì da Palermo con
I tutti i suoi baroni e cavalieri, e venne a Messina a
di 10 d'ottobre della detta indizione, e da' Messi-
nesi uomini e donne fu ricevuto a grande processione
e festa, siccome loro novello signore, e che gli avea
liberati delle mani del re Carlo e de* suoi Franceschi.
Lasceremo alquanto dello stato in che rimase l'isola
di Cicilia, e lo Regno di qua dal Faro, e diremo della
progenia del detto re d^Araona, perchè seguita ma-
teria grande de' suoi fatti e de' suoi figliuoli.
CAPITOLO LXXVI.
Chi fu il primo re d" Araona cristiano.
Quelli della casa d' Araona non furono antica-
mente di legnaggia reale, ma grandi conti furono,
cioè di Barzeliona e di Valenza; e, come dicemmo
addietro, l'antico loro^ ciò fu il conte Amfus, fu scon-
fitto e morto da' Franceschi all' oste a Carcasciona,
al tempo del re Filippo il Bornio re di Francia. E
dicesi che anticamente quelli d' Araona furono d' uno
legnaggio col conte di Tolosa e del buono conte Ra-
mondo di Proenza ; .ma poi il buono conte Giamo
figliuolo del detto Amfus, e padre che fu dei re Piero
che prese Cicilia, onde tanto avemo parlato, per
sua prodezza e valore prese sopra i saracini di Spa-
gna il reame d' Araona, e uccise il loro re, e del
loro reame sì coronò, e popolò de' suoi Catalani, e
fecelo uno colla Catalogna, e fu egli e sue rede con«
fermato re d' Araona per la Chiesa di Roma. E poi
appresso per simile modo conquistò sopra i saradoi
il reame e l'isola di Maiolica e di Minorica, e per
avere pace co' Franceschi diede la figliuola per moglie
al re Filippo figliuolo che fu del buono re Luis di
Francia, e in dote parte della signoria di Perpiguano
e di Monpelieri. E quando venne a morte, lo 'nfante
Piero suo primo figliuolo fece e lasciò re d* Araona,
e Giamo il secondo figliuolo re di Maiolica, onde poi
sono discesi valenti re e signori, come innanzi fa-
remo menzione. E la loro arme principale è oro e
fiamma, cioè addogata per lungo ad oro e vermiglia,
le bande di fuori ad oro. Lasceremo di quelli d' Araona
e della rubellazione di CiciUa, infino che luogo e
tempo verrà di ciò parlare, e torneremo a nostra
materia de' fatti di Firenze, e raccontando in brleve
dell' altre novità notevoli per 1' universo mondo av-
venute Jn questi tempi.
CAPITOLO LXXVn.
Cotne i Lucchesi arsono e guastarono la terra
di Pescia.
Negli anni di Cristo 1281, i Lucchesi arsono
e guastarono tutto il castello e terra di Poscia in
Valdinievole, perchè teneano parte d' imperio e ghi-
bellina, e non voleano ubbidire uè stare sotto la
signoria della città di Lucca; e alla detta oste vi
furono i Fiorentini molta grossi in servigio de*liuc-
* il loro progenitore; origine.
144
CRONICHE
chesi. E perchè i Fiorentini s* intramisono nella det-
ta oste d^ accordo da^ Lucchesi a qne" di Pescia, quan-
do r oste tornò in Lucca, a^ Fiorentini fu fatta e
detta villania dal popolo di Lucca.
CAPITOLO LXXVHL
Come Ridolfo eletto imperadore mandò ino vicario
in Toscana.
Nel detto anno 1281, Ridolfo re de' Romani
essendo in Alama^a a richiesta e prìego de' ghi-
bellini di Toscana, mandò nella detta Toscana per
auo vicario messer Loddo d' Alamagna con trecento
cavalieri, acciocch* e' Toscani facessono la sua fe-
deltà e comandamenti ; ma non trovò nulla terra che' 1
volesse ubbidire, se non la città di Pisa e Sammi-
niato del Tede9co. E nel detto Samminiato colle sue
masnade, e col favore de'Pisani, cominciò guerra a'Fio-
rentini e a' Lucchesi, e ad altre terre guelfe d' in-
torno ; ma alla line per poco podere e seguito s* ac-
conciò co' Fiorentini e con gli altri guelfi di Toscana,
e tornossi in Alaoiagna.
CAPITOLO LXXIX.
Come di prima si creò Vuficio de* priori in Firen%e.
Negli anni di Cristo 1282, essendo la città di
Firenze al govemamentò dell'ordine de' quattordici
buoni uomini, come avea lasciato il cardinale Latino,
dò erano otto guelfi e sei ghibellini, come addietro
facemmo meniione, parendo a' cittadini il detto uficio
de' quattordici uno grande volume e confusione, ad
accordare tanti divisati animi a uno, e massimamente
perchè a' guelfi non piacea la consorteria nell' uficio
co' ghibellini per le novitadi eh* erano già nate, sic-
come della perdita che '1 re Carlo avea già fatta del-
l' Isola di Cicilia, e della venuta in Toscana del vi-
cario dello 'mperio, e si per guerre cominciate in
Romagna per lo conte di Montefeltro per gli ghi-
bellini, per iscampo e salute della città di Firen-
ze sì annullarono il detto uficio de' quattordici, e
si creò e fece nuovo uficio e signoria al governo della
detta città di Firenze, il quale si chiamarono priori
dell' arti ; il quale nome priori dell' arti, viene a dire
i primi eletti sopra gli altri ; e fu tratto del Santo
Vangelio, ove Cristo disse a' suoi discepoli: Vose-
stis priores, E questo trovato e moviménto si comin-
ciò per gli consoli e consìglio dell' arte di Calimala,
della quale erano i più savi e possenti cittadini di
Firenze, e del maggiore seguito, grandi e popolani,
i quali intendeano a procaccio di mercatanzia spezial-
mente, che i più amavano parte guelfa e di Santa
Chiesa. E' primi priori dell' arti furono tre, i nomi
de' quali furono questi : Bartolo di messer Iacopo
de' Bardi per lo sesto d' Oltrarno e per l' arte di Ca-
limala ; Rosso Bacherelli per lo sesto di San Piero
Scheraggio per l' arte de' cambiatori ; Salvi del Chia-
ro Girolami per lo sesto di San Brancazio e per
l'arte della lana. E cominciarono il loro uficio in
mezzo giugno del detto anno, e durò per due
mesi ìnfino a mezzo agosto, e così doveaoo seguire
di due in due mJBsi per le dette tre maggiori arti
tre priori. E furono rinchiusi per dare andienza, e
a dormire e a mangiare alle spese del comune, nella
casa della Badia, dove anticamente, come avemo
detto addietro, si raunavano gli anziani al tempo
del popolo vecchio, e poi i quattordici. E fu ordinato
a' detti priori sei berrovieri ' e sei messi per richie-
dere i cittadini; e questi priori col capitano del po-
polo aveano a governare le grandi e gravi cose del
comune, e raunare e fare i consigli e le provvisioni.
E stando i detti due mesi, a' cittadini piacque Tufi-
ciò ; e per gli altri due mesi seguenti ne chiamaro-
no sei, uno per sesto, e aggiunsono alle dette tre
maggiori arti l' arte de' medici e speziali, e 1' arte di
portele Sanctae Mariae^ e quella de' vaiai e pellic-
ciai, poi di tempo in tempo vi furono aggiunte tutte
r altre infino alle dodici maggiori arti ; ed eranvi
de' grandi come de' popolani uomini grandi di buona
fama e opere, e che fossono artefici o mercatanti. E
così segui infino che si fece il secondo popolo in
Firenze, siccome innanzi al tempo debito faremo
menzione. D'allora innanzi non vi fu ninno grande;
ma fuvvi arroto' il gonfaloniere della giustizia, e tal-
ora furono dodici priori secondo le mutazioni dello
stato della città e opportuni bisogni che occorres-
sono, e del numero di tutte e ventun' arti, e di quelli
che non erano artefici, essendo stati artefici i loro
anticessori. L'elezione del detto uficio si facea per
gli priori vecchi colle capitudini delle dodici arti mag-
giori, e con certi arroti eh' eleggeano i priori per
ciascuno sesto, andando a squittino segreto, e quale
più voci avea, quegli era fatto priore ; e questa ele-
zione si facea nella chiesa di San Piero Scheraggio,
e '1 capitano del popolo stava allo 'ncontro della
detta chiesa nelle case che furono de' Tizzoni. Avemo
tanto detto del cominciamento di questo uficio de'prio-
ri, perchè molte e grandi mutazioni ne seguirono
alla città di Firenze, come innanzi a luogo e tempo
per gli tempi faremo menzione. Lasceremo di dire al
presente alquanto de' fatti di Firenze, e diremo d' al-
tre novitadi che furono in questi tempi.
CAPITOLO LXXX.
Come papa Martino mandò messer Gianni de Pà
conte in Romagna, e come prese la città di Faenza,
e assediò Forlì "
Nel detto anno 1 282, essendo il conte Guido da
Montefeltro colla forza de'ghibellini entrato in Roma-
gna, e gran parte delle terre fece ribellare alla Chie-
sa, siccome quegli ch*era il più sagace e il più sottile
uomo, di guerra eh' al suo tempo fosse in Italia. Per
la qual cosà papa Martino rimosse messer Bertoldo
Orsini che n'era conte e rettore per la Chiesa, e man-
dowi messer Gianni de Pà gentile uomo di Francia,
e molto provato cavaliere in arme, e tenuto uno dei
migliori battaglieri di Francia; e portava in sue arme
il campo verde e gli aguglinì ad oro. 11 quale messer
Gianni de Pà il detto papa per la Chiesa il fece con-
' birri. ' aggiunto.
bt CIÓVAWNI VILLAÌSI.
Ìi5
te, e con grande cavalleria di soldati per la Chiesa,
Franceschi e Italiani, entrò in Romagna, e' Perugini
vi mandarono al loro soldo cento cavalieri; al quale
fu data per tradimento e moneta la città di Faenza
per TribaldeUo de' Manfredi de' maggiori di quella
terra. Poi il detto messer Gianni de Pà colle masnade
d^lla Chiesa e colPaiuto de'Bolognesi, e con dugento
cavalieri che vi mandò il comuìie di Firenze in servi-
gio della Chiesa, e colla forza de^Malatesti da Rimino
e di quegli da Polenta di Ravenna, assediarono la
città di Forlì, ma non la- poterono avéìre.
CAPITOLO LXXXI.
é
Come messer GiamU de Pà conte di Romagna fu
sconfitto a ForU dal conte dà Montefeitro,
Nel detto tempo, stando il detto messer Crianni
de Pà conte di Romagna in Faenza, e faoea guerra
alla città di Forlì, cercò trattato d' avere per tradi-
mento la detta terra; il quale 'trattato il conte Guido
da Uontafeltro, che n'era signore, fece muovere e
cercare, come quegli che e)ra maestro e di trattati
e di guerra, e* conosceva la follìa de* Franceschi. Alla
fine il dì di calen di maggio, gli anni di Cristo 1282,
il detto messer Gianni con sua gente la mattina per
tempo anzi giorno venne alla città di Forlì credendo-
lasl avere ; e come per .lo conte da Montefeltro era
ordinato, gli fu data V entrata d' una porta, il quale
v^enM con parte di sua gente, e parte ne lasciò di
fuori con ordine, che a ogni bisogno socÈorressono a
que" dentro, e se caso contrario avvenisse, si rammas-
sassono tutta sua gente in uno campo sotto V ombra
d' una grande quercia. 1 Franceschi eh' entrarono in
Forlì corsono la terra sansa contrasto ninno; e 'I conte
da Montefeltro, che sapea tutto il trattato, con sue
genti se n'uscì fuori della terra, e dissesi per agurìo e
consiglio d' uno Guido Bonatti ricopritore di tetti S
che si facea astrolago, ovvero per altra arte, il conte
da Montefeltro si reggea e d^va egli le mosse; e alla
detta impresa gli diede il gonfalone, e disse : In tale
punto Vhai^ che mentre se ne terrà peiw ove il
porterai sarai viUorioso; ma piuttosto credo che. le
sue vittorie fossero, per lo suo senno, e maestria di
guerra : e come avea ordinato, e percosse a' quegli
di fuori eh' erano rimasi all' albero, e miseli in rotta.
Quegli ch'entrarono dentro credendosi avere la terra,
aveano fatta la ruberia e prese le C4ise: come ordinato
fu per lo <:onte da Montefeltro, fu alla maggior parte
di loro tolto i freni e le selle de'ca valli da' cittadini,
e incontanente il detto conte TX)n parte di sua gente
da una delle porte rientrò in Forlì e corse la terra, e
parte di 'sua cavalleria e genti a pie lasciò sotto la
quercia schierati, com'era Tordinè e postura de'Fran*
ceschi. Messer Gianni de Pà e suoi, veggendosi così
guidati, e credendosi avere vinta la terra, si tennero
morti er traditi, e chi poteo ricoverare al suo cavallo
si fuggì della Corra, e andonne all'albero di fuori
credendovi trovare la loro gente ; e là andando, era-
no da' loro nimici o presi o morti^ e simile quelli che
erano rimasi nella terra, onde i Franceschi e la gente
della Chiesa ricevettono grande sconfitta e dammag-
gio, e morirvi moki buoni cavalieri Franceschi e dei
latini caporali, intra gli -altri il oonte Taddeo da Mon-
tefeltro cugino del conte Guido, il quale per qoistioni
de' suoi eretaggi ' tenea coUa Chiesa contro al detto
conte Guido; e morìwi TribaldeUo de' Manfredi che
«vea tradita Faenza, e pia altri ; ma il conte di Ro-
magna messer Gianni de Pà pure scaoipò con eerti
della detta sconfitta, e tomossi in Faenza.
CAPITOLO LXXXn.
Come Forlì smarrendo alla CAteso, e fa accordo
in Romagna.
Come papa Martino seppe la detta sconfitta di
Forlì, sì mandò. al conte di Romagna gènte assai a
cavallo e a pie al soldo dèlia Chiesa, faceendo guerra
a Forlì; e in questa stanza a mezzo marzo vegnente
1282, il detto conte ebbe per tradimento la città di
Cervia in Romagna, per mille seicento fiorini d' oro
che se ne spesono per la Chiesa. Per la qual cosa
per trattato d' accordo quegli di Forlì' s' arrenderono
alla Chiesa del mese di maggio 1283, a patti, salvi
l'avere e le persone, mandandone fuori il eonte da
Montefeltro, e disfaccendosi le fortezze dellr terra ; e
quasi tutta Romagna fu alPubbidlenza della Chiesa. E
poi il detto conte da Montefeltro con sue masnade
partito da Forlì, si ridusse nel castello di Meldola
faceendo grande guerra; perla qual cosa il conte di
Romagna con tutte le masnade della Chiesa v'andò ad
oste del mese di luglio, e stettervi cinque mesi, e non
la poterò avere. In questa stanza dello assedio di Mel-
dola venne fatta a messer Gianni de Pà una presta e
notabile cavallerìa ^ ; eh' egli avea in usanza ogni
giorno in sull'ora di terza, con poca compagnia e quasi
disarmato, d' andare intorno al castello provveggen-
do ; uno valente uomo uscito di "Firenze, il quale era
dentro, eh* avea nome Baldo da Montespertoli, si
pensò^ d' uccidere messer Gianni de Pà, e armossi <li
tutte armi a cavallo, e a corsa colFelmo in capo e
con la lancia abbassata si mosse per fedire messer
Gianni, il quale s' avvide- della venuta del cavaliere,
m^ però non si mosse, ma attese; e come s* appres-
sò, diede del bastone che portava in mano nella lan-
cia del giostratore e levoflasi da dosso, e passando
oltre, il prese a braccia, e levoOo della sella del ca-
vallo in terra, e di sua mano col suo spuntone l'uc-
cise; e così quegli che credea uccidere, da colui me-
desimo fu morto. Lasceremo de' fatti di Romagna, e
' Questo astrologo, contemporaiico del uon meno faiposo
Gherardo da Sabbioncta. fa posto da Dante «eli* Inferno
perchè diede a papa BonliJÈicio il frodolento consiglio :
Jjunga prome*ia cóW cUtendtr corto Ti farà trionfar nel-
V alio itggio. Vedi intomo al Bonatti le copiose ed eradi-
UMime |iotÌ2Ìe raccolte dal sig. Don Baldassare Principe
Boncompagniy Roma, tip. delle Belle Arti» 1831; in 8.*
' eseditaggi: di certe abbreviature U Villani si diletta
quasi imitando il suono delle Tod corrispondenti fi«ncesi:
ttttaggioy postura y temmoiia, mtia rendono troppo dap-
presso héretag$y postvref semame e veUié del gallico idioma.
' bravura in arme^ bella prova da cavaliere.
^ La Giontina: si poH in cuore.
10
146
CRONICHE
diremo d'altre noviladi che fgrono per l'universo
mondo ne' detti tempi, che nel detto anno ne furono
assai.
CAPITOLO LXXXlIi.
Come U re d* Erminia con grande gente di Tartari
fu sconfitto alla Cammella in JSoria dal soldano
d Egitto.
Mei detto anno 1 282, lo re d^ Ermikua essendo
andato al grande cane deTartarì per soccorso e aiuto
contro a'saradni loro nimki, gli diede mio suo ni-
pote, che avea nome Mangodamor, con trentacìnque-
mila Tartari a cavallo, il quale venne in Soria col
detto re d'Erminia, ove a'acooznrono co' cristiani
dinanzi alla città d'Ames detta oggi la Cammella,
ovverà ad assedio il soldano d'Egitto con grandissi-
mo esercito di saracini. E congiunte le dette osti,
grande e pericolosa battaglia fu tra l' una parte e
r altra ; ed avendo alla prima ì cristiani co'Tartari in-
sieme quasi la vittoria sopra i saracini, il detto Man-
godamor corrotto per danari da* saracini, usò tradi-
mento contro a' cristiani in questo modo: che quando
egli vide eh' e' saracini erano messi in isconfttla, Man-
godamor capitano deTartarì ismontò da cavallo, onde
tutti i suoi Tartan, com' è loro usansa, ismontarono
quando vidono smontato loro signore ; per la qual
cosa il soldano, com' era ordinato, raccolse sue genti
e ricoverò il campo, e sconfisse i cristiani con gran-
dissimo danno di loro, e tutte le terre della Soria
eh' avea perdute si riprese. Ma tornando i Tartari che
scamparono di quella sconfitta ad Abagà gran cane,
tutti i caporali fece uccidere, e agli altri comandò
che sempre andassono vestiti come femmine pei* loro
dirìsione, e così feciono a sua vita.
CAPITOLO LXXXIV.
Come si cominciò la guerra de"" Genovesi a'/^ant.
In questi tempi la città di Fisa era in grande e
nobile stato dà grandi e possenti cittadini de' più d* Ita-
lia, e erano in accordo e unità, e manteneano grande
stato, che v'era cittadiiio il giudice di Gallura, il
conte Ugolino, il conte Fuio, il conte Nieri, il conte
Anselmo, il giudice d' Alborea n'era cittadino, e cia-
scuno per se tenea gran corte. E con molti cittadini
€ cavalieri affiati ^ cavalcavano ciascuno per la terra,
e per la loro grandezza erano signori di Sardigna, e
di Corsica, e d' Elba, onde aveano grandis3ime reu-
dite in proprio e per lo comdne; e quasi dominavano
il mare co' loro legni e mercantazie, e oltramare nella
città d'Acri erano molto grandi, e con molti paren-
tadi con grandi borgesi d^Acri. Per la qual cosa
avendo per più tempo dinanzi avuta gara co' loro vi-
cini Genovesi per la signoria di Sardigna, e quasi in
mare gli aveano come per femmine, e in ogni parte gh^
* che pagano /Sp, vocabolo antico che vale tribuUi dd
feudo, e molto più spesso feudo. Dì qui le frati oggi
usatisiime: pagare U Jto^ per pagar le pene^ porre il fio
nd uno per pnnirlo^ tattigarlo ecc.
soperchiavano, e in Acri gli oltraggiarono molto i
Pisani, e colla forza de' loro parenti borghesi d'Acri
disléciono per battagKa. e per fuoco la ruga ^ de' Ge-
novesi d'Acri, e cacciargli della terra; per la qu«l
cosa i Genovesi veggendosi soperchiati, e di loro
natura erano molto orgogliosi, per vendicarsi de'Pi-
sani, feciono un'armata di settanta galee, e dei mese
d'agosto, gli anni di Cristo 1282, vennero sopra
Porto Pisano a due miglia. 1 Pisani con la loro ar-
mata di settantacinque galee uscirono di Porto per
combattere co' Genovesi, i quali veggendo eh* erano
più di loro, e la loro armata era il più di Lombardi e
Piemontani a soldo, non si vollono mettere alla for-
tuna della battaglia, ma si tornarono a Genova. I Pi-
sani ne montarono in superbia, e del mese di set-
tembre vegnente colla detta armata andarono infino
nel porto di Genova per là condotta di messer Natta
Grimaldi rubello di Genova, e saettarono nella città
quadrella d'ariento; poi tornarono a Porto Venero, e
puosonsi all'isola del Tiro, e guastarono intomo 4i
Porto Venero e al golfo della Spezia, e partendosi di
là per tornare a Pisa, essendo^ in alto mare, come
piacque a Dio, si levò una fortuna con vento a gher-
bino^ si forte e impetuoso, che tutta isciarrò la detta
armata, e parte di loro galee, intorno di ventitré,
percosse, e ruppono alla piaggia del Viereggio e
alla foce di Serchio, ma poche genti vi perirono, ma
tornarono in Pisa chi ignudo e chi in camicia a modo
di sconfitta. E per tema che s* ebbe in Pisa della
detta rotta, si commosse tutta la città, e le donne
scapigliate a pianto e dolore, e ciascuna si credea
avere meno chi il marito e chi il padre, o figliuolo
0 fìratellu. E questo fu grande segno del futuro danno
de' Pisani, come innanzi per gli tempi faremo men-
zione. I Genovesi per f oltraggio ricevuto da' Pisani
si dispuosono di vendicarsi, e come valenti uomini
feciono ordine di non navicare in legni grossi né in
navi, se non in galee sottili, e di non armarle di
ninno soldato forestiere, com* erano usati di fare, ma
de' migliori e maggiori cittadini che vi fossono com-
partire per soprassaglienti^ per galee, e studiare alle
balestra e galeotti di loro riviera; e per questo mo-
do divennero prodi e sperli in mare, e ricoverarono
loro stato, e ebbono vittoria sopra i Pisani, come in-
nanzi al tempo faremo menzione. Lasceremo alquanto
della incominciata guerra de' Pisani e Genovesi, e
torneremo alla materia cominciata per lo re d'Araona
al ré Carlo, e parte delle seguenti di quella.
CAPITOLO LXXXV.
Come il prence figliuolo del re Carlo con molta
baronia di Francia e di Proenza passaronQ per Fi-
reme per andare sopra i Ciciliani.
Nel detto anno 1282, del mese d* ottobre, ven-
ne in Firenze Carlo prenze di Salerno e figtiuolo
' strada; voce antica.
^ vento libeccio, detto anche garbino, agherbino o Snd-
Oveat.
^ marinai, che salgono suiralto della nave a ben con-
durla o per combattere.
DI GIOVANNI VILLANI.
U7
prìmogenilo del grande re Carlo eoo seicento cava-
lieri, il quale veniva di Proenza e di Francia per man-
dato del 800 padre per esser all' assedio di Messina,
ma venne tardi, che già s' era partito il re Carlo da
Messina colla sua oste, e venuto a corte di Roma al
papa, siccome addietro facemmo menzione. In Firenze
fu ricevuto il detto prenze a grande onore, e fecevi
tre cavalieri della casa de^ Bondelmonti; e inconta-
nente se n* andò a corte di Roma, ov^ era il re Carlo
con sua baronia. Per simile modo passarono e ven-
nero in Firenze, a dì 24 di novembre, vegnente il
conte di Lanzone fratello del re di Francia con molti
baroni e cavalieri, i quali il re Filippo di Francia
mandava in soccorso al re Carlo. E soggiornati al-
quanti di in Firenze, e da'* Fiorentini veduti onore-
volmente, se n* andaro a corte di Roma al re Carlo.
CAPITOLO LXXXVI.
Come lo re Carlo e lo re Piero éT Araona s* ingag"
giarono di combattere insieme a Bardella in Gua-
scogna per la lenza di Cicilia.
In questi tempi essendo lo re Cario con tutta
la sua baronia a corte di Roma nella città di Roma,
e dinanzi a papa Martino e a tutti i suoi cardinali
avea fatto appello di tradigione contro a Piero re
d* Araona, il quale gli avea tolta risola di Cicilia,
e che il detto re Carlo era apparecchiato di provarlo
per battaglia, il détto re Piero mandati suoi amba-
sciadori alla detta corte a contrastare al detto appello,
e a scusarsi di tradigione, e che ciò eh* avea fatto
era a lui con giusto titolo, e che di ciò era appa-
recchiato di combattere corpo a corpo col re Carlo
in luogo comune ; onde si prese concordia sotto sa-
ramento jn presenza del papa di fare la detta bat-
taglia. Ciascuno de** detti re con cento cavalieri, i
migliori che sapessero scegliere, a Bordella in Gua-
scogna,, sotto la guardia del balio ovvero siniscalco
del rè d" Inghilterra, di cui era la terra ; con patti,
che quale de** detti re vincesse la detta battaglia aves-
se di queto risola di Cicilia con volontà della Chie-
sa, e quegli che fosse vinto sMntendesse per ricre-
duto e traditore per tutti i cristiani, e mai non 8*ap-
palesasse re, disponendosi d* ogni onore. Per ja qual
cosa il detto re Carlo si tenne molto per contento,
desiderando la battaglia, e parendoli avere ragione;
e invitarsi a lui de** migliori cavalieri del mondo d^arme
per essere alla detta battaglia, per parte più di cin-
quecento, e feciono apparecchio, la maggiore parte
Franceschi e Provenzali, e alcuno altro baccelliere
d* arme nominato, d* Alamagna, e d* Italia, e di Fi-
renze se ne proffersono assai. E simile al re Piero
d^ Araona s' invitarono molti cavalieri, i piii di suo
paese, e alquanti SpagnuoU, e alcuno Italiano di parte
ghibellina, e alcuno Tedesco del legnaggio di Soave;
e il Hglfiuolo del re di Marocco Saracino si profferse
al re d^ Araona, e promise, se *I volesse, di farsi cri-
stiano quello giorno. E partissi di Cicilia, e lasciov-
¥i don Giacomo suo secondo figliuolo per re, e egli
n** andò in Catalogna per essere a Bordella alla detta
giornata. E M detto re Carlo lasciò Carlo prenze suo
figliuolo alla guardia del Regno, e partissi di corte
per andare a Bordello, e passò per Firenze a di 14
di marzo nel detto anno 1283, e da'* Fiorentini fu
ricevuto con grande onore, e fece in Firenze otto ca-
valieri tra Fiorentini, Pistoiesi, e Lucchesi. E ciò
fatto, se n'andò a Lucca, e alta piaggia di Mutrone
si ricolse in sedici galee aìrmate venute di Proenza,
e andonne a Marsilia, e di là in Francia per essere
alla detta battaglia ordinata a Bordella. E dissesi, e
fu manifesto, che la maggiore cagione perchè lo re
d' Araona ingaggiò la detta battaglia, fu fatto per
lui con grande senno e con grande sentita di guerra,
per fare partire Io re Cario d'Italia, acciocché non
andasse più con armata e sua oste sopra i Ciciliani ;
e ciò fece per grande sagacità di guerra e per suo
gran senno, perocch* egli era povero di moneta^ e non
poderoso al soccorso e riparo de' Ciciliani nò contro
al re Carlo e alla Chiesa di Romi^ e temea eh' e' Ci-
ciliani non si volgessono o per paura o per altra
cagione, perocché non gli sentiva costanti, e egli e
sua gente Catalana erano ancora con loro salvatichi,
come nuovo signore e nuova gente; e cosi il savio
provvedimento gli venne fatto.
CAPITOLO LXXXVU.
Come lo re Piero d" Araona fallì la giornata prò-
messa a Bordella^ onde per lo papa fu scomu-
nicato e privato.
Come lo re Cario fu in Francia, s' apparecchiò
se e' suoi cavalieri d' arme e di cavalli, come a così
alta e grande impresa si convénia, e partissi di Pa-
rigi, e con lui lo re Filippo di Francia suo nipote
con molta baronia, e bene con tremila cavalieri d'arme,
per andare a Bordella. E quando furono presso a
Bordello a una giornata, lo re di Francia rimase colla
sua gente e baronia, e lo re Carla con suoi cento
cavalieri n'andò a Bordella alla giornata promessa,
la quale fu a di 25 di giugno 1283, e in quello
luogo il detto re Carlo con suoi .cento cavalieri com-
parirono alla giornata armati e a cavallo per fare la
promessa e giurata battaglia, e tutto il giorno dimo-
rarono armati in sul campo, attendendo lo re Piero
d' Araona eo* suoi cavalieri, il quale non vi venne nò
compari. Ben si disse, ohe la sera della giornata al
tardi compari sconosciuto dinanzi al siniscalco del re
d'Inghilterra, per non rompere il saramento, e pro-
testò davanti a lui com' era venuto e apparecchiato di
combattere, quando il re di Francia con sua gente, il
quale v'era presso a una giornata, ond' egli avea tema
e sospettq, si partisse : e ciò fatto, sanza soggiornare
si tornò in Araona, e '1 primo dì che si parti cavalcò
bene novanta miglia. Per la qual cosa lo re Carlo si
tenne fòrte ingannato, e lo re Filippo di Francia
molto adontato, e tornaronsi a Parigi. E saputa la
novella papa Martino della dififalta del re Piero d'A-
raona, col suo collegio di cardinali diede sentenzia
contro al detto Piero d' Araona, siccome a scomu-
nicato e pergiuro, e ribello e occupatore. delle pos-
sessioni di Santa Chiesa, e sì 'I privò e dispuose del
reame d' Araona e d'ogni altro onore, e scomunicò
I4d
CRONICHE
chiunque l' obbedisse o chiamasse re d^ Araona. Ma
il detto re d* Araona per leggiadrìa si fece intitolare
Piero d^ Araona cavaliere, e padre di due re, e si-
gnore del mare. E il detto papa Martino fatto il detto
processo, sì privilegiò del detto reame d^ Araona
Carlo conte di Valos, secondo figliuolo del detto re
Filippo di Francia, e mandò in Francia uno legato
cardinale a confermare il detto Carlo della detta ele-
zione, e predicare croce e indulgenza contro al detto
Fiero d" Araona e sue terre. E lo re Carlo con dis-
pensagione del papa diede per moglie al detto mes-
ser Carlo conte di Valos la sua nipote, figliuola del
prense Carlo suo figliuolo, e in dota la contea d*An*
giò, acciocché egli col padre re di 'Francia fossero più
ferventi alla guerra del re d* Araona. Lasceremo al-
quanto de* fatti del re Carlo e di quello d^ Araona,
e torneremo a quelli di Firenze.
CAPITOLO LXXXVm.
Come in Tir ente fu diluvio d'acque^ e grande caro
di vitluaglia.
Negli anni di Cristo 1282, a di 15 di dicem-
bre, per soperchio pioggie fu grandissimo diluvio
d' acque , e crebbono i fiumi disordinatamente, e in
Firenze crebbe si il fiume d*Amo, che uscito de^suoi
termini, allagò grande parte del sesto di San Piero
Scheraggio, e più altre contrade della città che sono
nella riva d^Amo. E in questo anno fu grande caro
d'^ogni viltuaglia, e valse lo staio del grano alla mi-
sura rasa soldi quattordici di soldi trentatrè il fiorino
d' oro , che, computando la moneta e la misura, fu
grandia^mo caro.
CAPITOLO LXXXIX.
Come nella città di Firenze $i fece una nobile corte
e festa^ vestiti tutti di robe bianche,
Neiranno appresso 1283, del mese di giugno
per la festa di San Giovanni, essendo la città di Fi-
renze in felice e buono stato di riposo, e tranquillo
e pacifico stalo, e utile per li mercatanti e artefici, e
massimamente per gli gudfi che signoreggiavano la
terra, si fece nella contrada di Santa Felicita oltrar-
no, onde furono capo e cominciatorì quegli della ca-
sa de* Rossi con loro vicinanze, una compagnia e
brigate di mille nomini o più, tutti vestiti di robe
bianche con uno signore detto dell'Amore. Per la
qual brigata non s" intendea se non in giuochi e in
sollazzi e in balli di donne e di cavalieri e d'altri
popolani, andando per la terra con trombe e diversi
stormenti in gioia e allegrezza, e stando in conviti
insieme, in desinari e in cene. La quale corte durò
presso a due mesi, e fu la più nobile e nominata che
mai fosse nella città di Firenze o in Toscana; alla quale
vennero di diverse parti e paesi molti gentili uomini
di corte e giocolari, e tutti furono ricevuti e prov-
veduti onorevolmente. E nota, che ne^ detti tempi la
città di Firenze co^sooi cittadini fu nel più felice stato
che mai fosse, e durò insino agli anni 1 284, che si
cominciò la divisione tra "ì popolo e^ grandi, e ap-
presso tra* bianchi e* neri. Ne' detti tempi avea in
Firenze da trecento cavalieri di corredo e molte bri-
gate di cavalieri e di donzelli, che sera e nuttiBa
metteano tavola con molti uomini di corte, donando
per le pasque molte robe vaie, onde di Lombardia e
di tutta. Italia traevano a Firenze i buffoni e bigherai '
e uomini di corte, e erano bene veduti, e non pas-
sava per Firenze niuno forestiere, persona nominata
o d** onore, che a gara non fosse fatto^ invitare dalle
dette brigate, e accompagnati a cavallo per la città
e di fuori, come avesse bisogno.
CAPITOLO XC.
Come i Genovesi fedono gran danno a* Fisam che
tornavano di Sardigna,
Nel detto anno e mese di giugno, vegnendo
deir isola di Sardigna cinque navi grosse e cinque
galee armate de* Pisani , cariche di mercatanzit e
d'argento sardesco, i Genovesi avendone novelle,
armarono venticinque galee, onde fu ammiraglio mes-
sere ... di Genova. E andando incontro tlle dette
navi e galee, le scontrarono sopra capo Corso, e com-
battendo con loro, dopo la fiera battaglia, i Genovesi
gli sconfissono e presono e menarono in Genova,
che v^avea su più di millecinquecento Pisani, che tatti
furono pregioni con altra buona gente, e t«nta mer-
catanzia e argento, che fu stimato di valuta di cen-
tomila libbre di genovini, ch'erano più di centoventi
migliaia di fiorini d'oro, onde i Pisani ricevettono una
grande perdita e sconfitta.
CAPITOLO XCI.
Ancora de' fatti de* Pisani co" Genovesi,
Appresso accrebbe a* Pisani, come piacque a
Dio, giudicio sopra la loro infortuna, che del mese
d'aprile appresso, Tanno 1284, mandando in Sar-
digna il conte Fazio loro grande cittadino con ar-
mata di trenta galee e una nave grossa, i Genovesi
si scontrarono con loro sopra .... eoo trentacinque
galee, ond' era ammiraglio messere .... e combat-
terono con loro in mare, e fu dura e aspra balta-
glia, e molti ne furono morti, e d' una parte e d' al-
tra. Alla fine i Genovesi isconfissono i Pisani, e pre-
sono il detto conte Fazio con molti buoni cilladim' di
Pisa, e presono bene la metà delle delle galee, e
menarsele co' pregioni in Genova , onde i Pisani ri-
cevettono grande perdita e dammaggio.
CAPITOLO XCU.
Come i Genovesi sconfissono i Pisani itila Melario.
Negli anni di Cristo 1284, del mese di loglio,
i Pisani non istanchi delle sconfitte avute da* Geno-
' mimi, giocolatorì così detti fbfM dal bigh«ri che for-
nivano il loro Abito.
' Testo Dav. : a yarc erano fatti.
DI GIOVANNI VILLANI.
149
vesi, come di sopra avemo fatta menzione, fedo no
loro isforzo per vendicarsi delle ingiurie ricevate
da^ Genovesi, e armarono, tra di loro genti e di sol-
dati toscani e altri| da settanta galee, onde fu ammi-
raglio messer Benedetto Buszaccherini, e andarono,
insino nel porto di Genova, e in quello stettero piì!i dì,
e balestrarono, com^altra volta aveano fatto, qnadrella
d' argento, e feciono grande onta e soperchio a* Ge-
novesi, e presono più barche e altri legni, e ruba-
rono e guastarono in più parti della riviera, e con
grande pompa e romore , essendo nel porto di Ge-
nova, richiesono i Genovesi di battaglia. I Genovesi
non ordinati né disposti alla battaglia, perocch^ a-
veano disarmato le loro galee, con leggiadra e signo-
rile risposta feciono loro iscusa, e dissono : che per-
chè eglino combattessono con loro, e vincessongli
nel loro porto e contrada, non avrebbono fatta loro
vendetta né sarebbe loro onore, ma ch'eglino si tor-
nassono al loro porto, e eglino si melterebbono in
concio, e sanza indugio gli verrebbono a vedere, e
sarebbono signori della battaglia. E cosi fu fatto,
eh' e^ Pisani si partirono faecendo grandi grida , di
rimprocci e scheroe de' Genovesi, e tornaronsi in
Pisa. I Genovesi sanza indugio niuno armarono cen-
totrenta Ira galee e legni, e suso vi montarono tutta
la buona gente di Geno>a e della Riviera, onde era
ammiraglio messere Uberto Doris ; e del mese d*" a-
gosto vegnente vennero con la detta armata nel mare
di Pisa. I Pisani sentendo ciò, a grido e a romore
entrarono in galee, chi a Porto Pisano e chi a Pisa,
e la podestà, e il loro ammiraglio , e tutta la buona
gente montarono in galee tra' due ponti di Pisa in
Arno, e levando il loro stendale con grande festa, e
essendo V arcivescovo di Pisa in sul ponte vecchio
parato con tutta la chericia per fare alF armata la sua
benedizione, la mela e la croce ch'era in sull'antenna
dello stendale, cadde; onde per molti savi si recò per
mala agura del futuro danno. Ma però non lascia-
rono, ma con grande orgoglio, gridando battaglia
battaglia^ uscirono della foce d* Arno , e accozzarsi
colle galee del porto, e furono da ottanta tra galee
e legni armati; e' Genovesi colla loro armata aspet-
tando in alto mare, s' affrontarono alla battaglia co'
Pisani all' isoletta ovvero scoglio, il quale è sopra
Porto Pisano, che si chiama la Meloria, e ivi fu gran-
de e aspra battaglia, e moriwi molta buona gente
d' una parte e d' altra di fedite, e d' annegati in mare.
Alla fine, come piacque a Dio, i Genovesi furono
vincitori, e^ Pisani furono sconfltti, e rìcevettono in-
Anito dammaggio di perdita di buone genti, che morti
e che presi, bene sedicimila uomini, e rimasono pre-
se quaranta galee de' Pisani, sanza V altre galee rotte
e profondate in mare; Te quali galee co' pregioni
menarono in Genova, e sanza altra pompa, se non
di fare dire messe e processioni rendendo grazie a
Dio; onde furono molto commendali. In Pisa ebbe
grande dolore e pianto, che non v' ebbe nulle casa né
famiglia che non vi rimanessero più uomini o morti o
presi ; e dall' ora innanzi Pisa non ricoverò mai suo
stato né podere. E nota, come il gindicio di Dio
rende ginsti e debiti meriti e pene, e tutto che tal-
ora s' indugino e siano occulti a noi ; ma in quello
luogo proprio, ove i Pisani sursono e annegarono io
mare i prelati e* cherici che venivano d* oltremonti a
Roma id concilio, come addietro facemmo menzione,
ivi furono sconfitti e morti e gittati in mare i Pisani
da'* Genovesi, come detto avemo. Lasceremo a dire
alquanto de' Pisani, e torneremo a quello che fu ne'
detti tempi della guerra di Cicilia dal re Carlo a
quello d'Araona, ch^ ancora ne snrge materia.
CAPITOLO XCUI.
Come Cario preme di Salerno fu sconfUio e preso
in mare da Buggeri di Loria coW armata de" Ct-
ciliani.
Negli anni di Cristo 1284, a di 5 del mese di
giugno, messere Ruggeri di Loria ammiraglio del re
d' Araona venne di Cicilia con quarantacinque tra ga-
lee e legni armati di Ciciliani e Catalani nelle parti
di Principato, faecendo guerra e grande danno alla
gente del re Carlo; e il sopraddetto di venne nel
porto di Napoli colla detta armata gridando, e dicen-
do grandi spregi del re Carlo e di sue genti, e do-
mandando battaglia, e saettando nella terra. E ciò
facea il detto Ruggeri di Loria per trarre il prenze
e sue genti a battaglia, come quelli eh* era il più sa-
vio ammiraglio di guerra di mare ch'allora fosse al
mondo, e sapea per sue saettie ohe il re Carlo colla
sua grande armata venia di Proenza, e già era nel
mare di Pisa, sicché s' affrettava o di trarreli a
battaglia, o di partirsi e tornare in Cicilia, acciocchò
il re Carlo noi soprapprendesse. Avvenne come piac-
que a Dio che 1 prenze figliuolo del re Carlo chiara
in Napoli con tutta la sua baronia, Franceschi, Pro-
venzali, e del Regno, veggendosi cosi oltraggiare da*
Ciciliani e Catalani, a furia sanza ordine o provve-
dimento montarono in galee, così i cavalieri come le
genti di mare in compagnia del prenze, eziandio
contro al comandamento spresso che il re Carlo a-
vea fatto al figlinolo, che per niuno caso che incor-
resse, si mettesse a battaglia infino alla sua venuta.
E così disubbidiente e male ordinato si mise con
trentacinque galee e più altri legni con tutta la sua
cavalleria alla battaglia fuori del porto sopra Napoli.
Ruggeri di Loria mastro di guerra, percosse colle
sue galee vigorosamente, amihonendo i suoi, che qpn
intendessono a ninna caccia, ma lasciassono fuggire
chi volesse, ma solamente attendessono alla galea
dello stendale, ov'era la persona- del prenze con
molti baroni, e così fu fatto : ehe come le dette ar-
mate galee si percossono insieme, più galee di que-
gli di Principato, e spezialmente quelle di Surrenti,
si diedono la volta e tornaronsi a Surrenti, e per
simile modo feciono grande parte delle galee di
Principato. Il prenze rimaso alla battaglia con la metà
delle sue galee ov^erano i baroni e' cavalieri, che di
battaglia di mare sMntendeano poco, tosto furono
isconfitti e presi con nove delle loro galee ; e il pren-
ze Carlo in persona con molta baronia furono presi
e menati in Cicilia, e furono messi in pregione in
Messina nel castello di Mattagrìfone. E avvenne, co-
me fu fatta la detta sconfitta e preso il prenze, che
150
CRONICHE
quelli di SorreDli nandarono una loro galea eoo loro
ambasciadorì a Raggeli dì Loria con quattro cofani
pi^ni di fichi fiorì, i quali elli chiamavano palombole,
e con dugento agostari d^oro per presentare al detto
ammiraglio ; e giugnendo alia galea di messer Rug-
gerì ove era preso il prense, veggendolo riccamente
armato e con molta gente intorno, credettono che
fosse messer Roggeri di Loria, sì gli s^ inginocchia-
rono a** piedi, e feciongli il detto presente, dicendo:
Messer V ammiraglio j come ii piace^ da parie del tuo
comune da Surrienti^ locali quisst palombola e sH-
pali quissi agostari per uno taglio di cal%e : e pkh-
zesse a Deo com"* hai preso lo figlio avessi lo patre;
è sacci che fuimo li primi che boUaimo. 11 prenze
Carlo con tutto il suo dammaggio cominciò a ridere,
e disse alF ammiraglio : Pour le saint Dieu ces soni
bien leales a monseignew le roi. Questo avemo
messo in nota per la poca fede eh" hanno quegli del
Regno al loro signore.
CAPITOLO XCIV.
Come il re Carlo arrivò a Napoli colla sua ar^
mata, e poi s* apparecchiò per passare in Cicilia,
n giorno ^gnente che fd la detta sconfitta, lo
re Cario arrivò a Gaeta con cinquantacioque galee
armate, e con tre navi grosse cariche di baroni e
cavalli e arnesi ; e come intese la novella della scon-
fitta e presa del prenze suo figlinolo, fu molto cruc-
cioso e disse: Or fui il morty parcequ* il a falli mo-
tre mandemeni. Ma sentendo la poca fede degli uo-
mini del Regno, e come quegli di Napoli già can-
cellavano ^, e certi corsa la terra e' gridavano tnuora
il re Carlo , e viva Buggeri di Loria , incontanente
si parti da Gaeta e giunse a Napoli a di 8 di giu-
gno; e come fu sopra Napoli non volle ismontare al
porto, ma di sopra al Carmino con intendimento di
fare mettere fuoco nella città e arderia, per lo fallo
eh** e' Napolitani aveano fatto di levare a romore la
terra contro al re. Ma messer Gherardo da Parma
legato cardinale con certi buoni uomini di Napoli gli
vennero incontro per domandarli perdono e miseri-
cordia, dicendo : furono folli. Lo re riprese : / savii
come ciò aveano sofferto a* folli ? Ha per gli prie*
ghi del legato , fatta fare giustizia di farne impiccare
pia di centocinquanta, sì perdonò alla cittade, e ri-
formata la terra, si fece lo re compiere di armare
colle galee ch''egli avea menate infino a settanta-
cinque galee, e partissi di Napoli a dì 23 di giugno;
r armata mandò verso Messina, e il re Carlo n* andò
per terra a Brandizio per accozzare Tarmata, ch'avea
fatta apparecchiare in Puglia con quella di Principato
per andare in Cicilia. E di Brandizio si partì lo re
coir altra armata a dì 7 di luglio del detto anno, e
accozzossì coU^ armata di Principato a Cotrone in
Calavra , e furono centodieci tra galee e uscieri ar-
mati, e con cavalieri, con molti altri legni grossi e
sottili di carico. In questa stanzia avea in Cicilia due
legati cardinali , messer Gherardo da Parma e mes-
ser . . . . , i quali aveva mandati il papa a trattare
la pace, e per riavere il prenze Cario ; e stando il
detto stuolo in bistento ^ in attendere novelle de'detti
legati, come avessero adoperato, i quali maestrevol-
mente dal re d'Araona furono tenuti in parole senza
potere fare nullo accordo, acciocché *1 detto stuolo
non ponesse in Cicilia, sì si trovò la detta armata
del re Carlo male provveduta, e con diffalta di vittua-
glia. Per la qual cosa lo re fti consigliato che con-
venia di necessità che tornasse a Brandizio, perocché
s'appressava V autunno, e gli tempi contrarii a sos-
tenere in mare sì grande armata; e ch'egli facesse
disarmare, e riposasse se e. sue genti infino al primo
tempo ; e così fu fatto : onde lo re Carlo si diede
grande dolore sì per la presura del figliuolo, e sì
perché la fortuna gli era fatta così avversa e contra-
ria, ebbe grande dolore, e per gli pivi si disse, che
ciò fu cagione delF avacciamento di sua morte, come
diremo appresso.
CAPITOLO XCV.
Come lo buono re Carlo passò di questa vita alla
città di Foggia im Puglia.
Lo re Carlo tornato con suo stuolo a Brandi-
zio, sì '1 fece disarmare, e tomossi a Napoli per dare
ordine, e fornirsi di moneta e di gente per ritornare
in Cicilia al primo tempo. E come quegli, la cui* sol-
lecita mente non posava, come fn passalo il mezzo
dicembre, ritornò in Puglia, per essere a Brandizio
per fare avacciare il suo naviUo. Com'egli fu a Fog-
gia in Puglia, e come piacque a Dio, ammalò di forte
malattia, e passò di quatta vita il seguente giorno del-
l'Epifania a dì 7 di gennaio, gli anni di Cristo 1284.
Ma innanzi che morisse, con grande contrizione pren-
dendo il corpo di Cristo, disse con grande reveren-
za queste parole : Sire Dieu , comme je crois vrai-
meni que vous étes mon sauveur; ainsije vous prie^
que vous aifez merci de mon ame ; aitui comme je
fis la prise du royaume de Cicile plus pour servir
sainte Eglise que pour mon profU ou auire convoi"
tiscy ainsi voifs me pttrdonniei mes péchés^ ; e passò
poco appresso di questa vita, e fu recato il suo cor-
po a Napoli; e dopo il grande lamento fatto di sua
morte, fu soppellito all'arcivescovado di Napoli con
grande onore. Di questa morte del re Carlo fu gran-
de maraviglia, che il dì medesimo eh' egli passò, fn
pubblicato in Parigi per uno frate Arlotto ministro
de* minori, e per maestro Giardino da Carmignaaola
maestro allo studio, e vegnendo ciò in notizia del re
di Francia, mandò per loro per sapere onde V avea-
no. Dissono che sapeano la sua natività, ch'era sotto
la signoria di Saturno , e per gli suoi effetti erano
procedute le sue esaltazioni e le sue avversità : e al-
cuno disse che '1 sapeano per revelazione di spirito.
* vaoUlayano, erao titubanti; v«rbo oba risponda al
francese ehcmccUr.
' in grande disagio.
• Testo Dav. : efu la tua,*
* L'Amari giudicando pia a senno del guelfo VOkni
dice, ohe cosi tifino oZT uUimo /iato vtffomiò U «tonde o se
ifMfO.
DI GiOYAMNl VILLAM.
ibi
che cìaseuno dì loro erano grandi astrolagi e negro-
manti. Quello Carlo fu il più temuto e ridottalo si-
gnore, e il più valente d^arme e con più alti inten-
dimenti, che niuno re che fosse nella casa di Francia
da Carlo Magno infino a Ini, e quegli che più esaltò
la Chiesa di Roma *, e più avrebbe fatto, se non che
alla fine del suo tempo la fortuna gli tornò contraria.
Venne poi per guardiano e difenditore del regno
Ruberto conte d'Artese cugino del detto re, con
molti cavalieri franceschi, e colla premessa e col fi-
gliuolo del prenze nipote del re Carlo, il quale per
lui ebbe nome Carlo Martello, e era d'età di dodici
in tredici anni. Del re Carlo non rimase altra reda
che Carlo secondo prenze di Salerno, di cui avemo
fatta menzione. E questo Carlo era bello uomo del
corpo, e grazioso e largo, e vivendo il re Carlo suo
padre, e poi, ebbe più figliuoli della prenzessa sua
moglie, figliuola e reda del re d' lingeria. Il primo fu
il detto Carlo Martello, che fu poi re d'Ungaria; il
secondo fu Luis, che si rendè frate minore, e poi fu
vescovo di Tolosa ; il terzo fu Ruberto duca di Cala-
vra; il quarto fu Filippo prenze di Taranto; il quinto
fu Ramondo Berlinghieri conte (dovea essere di Proen-
za) \ il sesto fu messer Gianni prenze della Morea ;
il settimo fu messer Fiero conte d' Eboli.
CAPITOLO XCVI.
Come il prenze figliuolo del re Carlo fu condan-
nato 0 morie da" Cicilianiy e poi per la reina
Costanza mandalo in Catalogna preso.
Nel detto anno partiti i detti cardinali legati di
Cicilia, perchè non aveano potuto fare accordo, forte-
mente aggravarono il reame di Cicilia di scomuniche,
togliendo ogni beneficio e grazie spirituali al re d^Arao-
na e a^ Ciciliani. Per questa cagione e p^r la morte
del re Carlo, que" di Messina si mossono a furore, e
oorsono alle pregioni dov* erano i Franceschi per uc-
ciderli, e elli difendendosi, i Messinesi misono fuoco
nelle pregioni, e a grande dolore e stento gli feciono
morire. E fu bene giudicio di Dio, che V orgoglio e
superbia de' Franceschi usata in Cicilia fosse pulita
per così disordinata e furiosa sentenza de' Ciciliani^
come fu a questa volta, e era suta alla rubellazione,
come addietro facemmo menzione. Dopo questo fatto,
tutte le terre di Cicilia feciono sindaco con ordine,
e congregati insieme di concordia, condannarono a
morte il prenze Carlo, il quale aveano in pregione,
e che gli fosse tagliata la testa, siccome lo re Carlo
suo padre avea fatto a Curradino. Ma come piacque
a Dio, la reina Costanza moglie del re Piero d'Araona,
la quale allora era in Cicilia, considerando il periglio
eh* al suo marito e a' suoi figliuoli poteva avvenire
della morte del prenze Carlo, prese più sano con-
siglio, e disse a' sindachi delle dette terre, che non
era convenevole ohe la loro sentenzia procedesse
sanza la volontà del re Piero loro signore, ma le
parca che '1 prenze si mandasse a lui in Catalogna,
e egli come signore ne facesse a sua volontà : e così
fu preso per partito, e poi fatto. Lasceremo di questa
materia, e torneremo a* fatti di Firenze.
CAPITOLO XCVIL
Come in Firenze fu grande diluvio d* acqua^^ e
rovinò parie del poggio de" MagnoU.
Negli anni di Cristo 1284, il dì di domenica d*u-
livo a dì 2 d' aprile, in Firenze ebbe grandissimo
diluvio d' acque e di piova sì disordinatamente, che '1
fiume d* Amo crebbe tanto e sì diverso che allagò
molta della città presso alle sue rive; e per lo detto
acquazzone, il poggio che si chiamava de*Magnoli di
sotto a San Giorgio, e di sopra a Santa Lucia, si com-
mosse a ruina, e venne rovinando infino in Arno, e
fece cadere e guastare più di cinquanta case oh* erano
sopra il detto poggio, e in su la via di Santa Lucia
lungo l'Arno, e morivvi gente assai.
CAPITOLO XCVUI.
Come i Fiorentini co'' Getèovesi e co^ Toscani /e-
cioHO lega sopra i Fisani^ onde t ghibellini furono
cacciati di Pisa,
Nel detto unno del mese di settembre, i Fioren-
tini feciono lega e compagnia con saramento co' Luc-
chesi, e' Saoesi, e' Pistoiesi, e' Pratesi, e' Volterrani,
e Sangimignano, e Colle, insieme co' Genovesi, sopra
la città di Pisa a fare guerra ; i Fiorentini co* detti
Toscani per terra, e* Genovesi per mare. E' Fiorentini
eh' erano in Pisa, se ne partirono a dì 10 di no-
vembre, per comandamento del comune di Firenze;
e mandarono i Fiorentini dalla parte di Volterra sei-
cento cayalieri a fare guerra a' Pisani, e così man-
darono tutte l'altre terre della lega secondo la loro
taglia. E in Valdera feciono grande guerra, e pre-
sono molte castella di quelle de' Pisani, e ordinarono
d' assediare Pisa alla primavera vegnente per mare e
per terra. Per la quel cagione il conte Ugolino de*
Gherardeschi, ch'era il maggiore cittadinQ di Pisa,
cercò trattato d' accordo co' Fiorentini e' Sanesi e gli
altri Toscani di cacciare i ghibellini di Pisa, e farne
signori i guelfi, acciocché 1* oste ordinata della taglia
detta che si dovea fare sopra Pisa non procedesse,
e così fu fatto. E dissesi in Firenze, che '1 detto
conte Ugolino presentando a certi caporali cittadini
di Firenze vino di vernaccia in certi fiaschi, che vi
mandò dentro col vino fiorini d'oro, acciocché as-
sentissono al detto accordo senza la richiesta de' Ge-
novesi e de* Lucchesi; e ciò ordinato, del mese di
gennaio vegnente il detto conte Ugolino cacciò di
Pisa i ghibellini, e focene signore se co' guelfi. Ma
al detto accordo non furono richiesti i Genovesi, e'
Lucchesi noi vollono assentire; onde i Genovesi e'
Lucchesi si tennero gravati e ingannati da' Fiorentini
e dagli altri Toscani della taglia ; e non lasciarono
però di vem're sopra Pisa, com'era ordinato, i Ge-
novesi per mare con settanta galee armate, e* Luc-
chesi ad oste per terra, e guastarono e disfecero
Porto Pisano ; e' Lucchesi presono dalla loro parte
più castella. E di certo s' e' Fiorentini avessono atte-
nuta la promessa e saramento, la città di Pisa sarebbe
stata presa, e disfatta, e recata a borghi com'era ordi-
152
CROMICHE
nato. Ma i FkNTMitiBi ordinarono eh' e' Saneti man-
daaiono i loro caralierì alla guardia de' guelfi dì Pisa,
e perciò fa difesa ; onde i Fiorentini molto furono
ripresi da' Genovesi e Lncchesi per lo rompere che
feciono di loro promessa e saramento per scampare
Pisa; ma ebbonne il merito e il guiderdone da' Pi-
sani ohe a ciò si convenia, siccome innami per gli
tempi faremo menxione; onde i Fiorentini n'ebbono
poi più volte penUmento per la 'ngratitudine e su-
perbia de' Pisani.
CAWTOLO XCIX.
Come i Fioreniini cominciarono a fondare le porie
per fare le nuoto mura alla ciUade,
Nel detto anno del mese di febbraio, essendo
i Fiorentini in buono e pacifico stato, e la città, cre-
sciuta di popolo e di grandi borghi, sì ordinarono di
crescere il circuito della città, e cominciarsi a fon-
dare le nuove porte, ove poi conseguirono le nuove
mura; cioè quella di Santa Candida di là da Santo
Ambrogio, e quella di San Gallo in sul Mugnone e
quella del Prato d'Ognissanti, e quella d'incontro
alle donne che si dicono di Faenza ancora in sul
Mugnone; il quale fiumicello di Mugnone alquanto
dinansi era addirizsato, che prima correa avvolto per
Cafaggio e presso alle seconde cerchie della ciltà,
[accendo molesto assai alla città quando crescea, e
fecionvi su i ponti dinanzi alle dette porte e rimase
il lavoro di quelle innanzi che fossono all' arcora,
per la Novella che venne in Firenze che '1 prenze
Carlo era stato sconfitto in mare da Buggeri di Lo-
ria e da' Ciciliani. E in questi tempi si fece per lo
comune di Firenze la loggia sopra la piazza d' Orto
San Michele, ove si vende il grano, e lastrìcossi e
ammattonossi intorno, la quale allora fu molto ricca
e bella opera e utile tenuta. E nel detto anno si
cominciò a rinnovare la Badia di Firenze, e fecesi
il coro e le cappelle che vengono in su la via del
Palagio e il tetto, che prima era la Badia pii^ addietro
piccola e disorrevole in sì fatto luogo della oittade.
CAPITOLO C.
Delle grandi tMvitadi che furo tra* Tartari dal
Turigi.
Nel detto anno 1284, Tangodar firatello d'A-
bagà cane signore de' Tartari del Turigi e di Persia,
il quale da giovane fu cristiano battezzato, e chia-
mato Niccola, com' egli ebbe la signoria, si fece Sa-
racino e rinnegato, e fecesi chiamare Maometto, e
grande persecuzione fece a' cristiani in due anni ch^egli
regnò in signoria. Alle fine Argon suo nipote e padre
che fu di Casano, onde innanzi faremo al suo tempo
menzione, si rubellò da lui, e gli tolse il regno e la
vita. Questo Argon fu figliuolo d' Abagà cane, e fu
grande amico de' cristiani e nemico de' saracini, e
fece rifare tutte le chiese de' cristiani, che Maometto
suo zio avea fatte distruggere in suo regno, e gli
cristiani rimise in istato, e gli tempii de' saracini
fece distruggere e abbattere, e tutti i saracini cac-
cine di suo paese, e fa uno savio e valoroso signore
in arme.
CAPITOLO CI.
Come i saradm presono e distrussono Margotto
in Seria,
Negli anni di Cristo 1285 del mese di maggio,
i saracini col soldano d' Egitto vennono ad oste alla
terra di Margatto in Seria, la quale era della ma-
gione dello spedale di San Giovanni, e era molto
fortissima, e quella con cave misono grande parte
in puntelli, e sicurarono i capitani d^ entro che ve-
nissono a vedere com'era puntellato; per la qual
cosa i cristiani che v'erano dentro, veggendo che
non si poteano tenere, s'arrenderono salve le per-
sone; e il castello rimase a' saracini. Lasceremo delle
novità d'oltremare, e torneremo a dire della grande
impresa che lo re di Francia fece sopra lo re d'Araone.
CAPITOLO CU.
Come il re Filippo di Francia andò con grande
esercito sopra lo re (f Araona.
Negli anni di Cristo 1284 a mezza quaresima,
seguente V 85, lo re Filippo di Francia figlinolo di
San Luis, avendo grande animo contro a Piero d'A-
raona per la nimistà presa contro a lui per lo re Car-
lo, e a petizione del papa e della Chiesa di Boma,
avendo faunata grande oste in Tolosana di più di
ventimila cavalieri, e più di ottanta migliaia di pedoni
di croce segnati, che Franceschi, Proenzali, e della
Magna, e altre genti, e raunato infinito tesoro, si partì
di Francia con Filippo e Carlo suoi figliuoli, e con
messer Gè rvuio detto Giancoletto cardinale e legato
del papa, e àndonne a Nerbona per passare in Cata-
logna per prendere il reame d' Araona, onde Carlo
suo secondo figliuolo era privilegiato dalla Chiesa di
Boma, e per mare avea armate in Proenza centoventi
tra galee e altri legni ; e trovossi con Giacomo re di
Maiolica fratello e nimico del re Piero d' Araona, pe-
rocché gli avea fatta torre l'isola di Maiolica ad An-
fus suo figliuolo primogenito, e coronatolne re.' E
del mese di maggio 1285, si partì il detto eser^
cito di Nerbonese, e andarne a Perpignano per le
terre del detto re di Maiolica; e trovando nella con-
tea di Bossiglione la città di lanne, la quale s' era
mbellata al re di Maiolica e teneasi per lo re d* A-
raona, il re di Francia vi puose l'assedio; e per forza
combattendo l' ebbe, e uccisono uomini femmine e
fanciulli, che non ne rimase altro che 'I bastardo di
Bossiglione con pochi, il quale s' arrendè in uno
campanile; e poi che'l re l'ebbe presa, la fece tutta
distruggere; e ciò fatto si partì del paese e andonne
coireste infino a pie delle montagne' dette Pirro al-
tissime molto, le quali sono alle confini della Cata-
logna. Lo re Piero d' Araona sentendosi venire ad-
dosso sì fatto esercito, si provvide di non mettersi
a battaglia campale, perocché la sua forza era niente
appo quella del re di Francia; ma di stare alle dife-
se, e guardare i passi : e aveva fornito e afforzalo il
DI GIOVANNI VILLANI.
t53
passo delle Schiuse, onde si valicavano le dette mon-
tagne, di gente d^arme; e egli in persona v^era alla
guardia a tende e a padiglioni per non lasciare pas-
sare r oste del re di Francia. B a quella contesa stette
Foste de Franceschi più dì, che in nulla guisa po-
leano passare; alla flne il re di Francia per consiglio del
bastardo di Rossiglione fece armare tutta la sua gen-
te, e fece vista di combattere il detto passo, fi una
mattina molto per tempo iMetto re con parte di sua
gente, alla guida del detto bastardo, tennero per al-
tro cammino su per le montagne, lasciando il più di
sua oste e tutti i suoi arnesi incontro al passo delle
Schiuse, e tennero per aspre e diverse vie piene di
spine e di pietre, le quali erano impossibili a potersi
fare per gente umana, e onde Fiero d' Araona non si
prendea guardia; ma alla fine con grande affanno, e
perdendo e guastando molti di loro cavalli, furono di
sopra alla detta montagna. Piero d^ Araona veggendo
che 1 re di Francia gli era al di sopra del passo, abban-
donò la speranza di quello, e partissi con tutta sua
gente, lasciando le tende e gli arnesi, e tornossi ad-
dietro in sue terre, e lasciò il detto passo. Allóra tutta
la gente ch'aera rimasa a pie del passo nel campo del
re di Francia, con loro somieri e arnesi e bestiame
passarono per lo detto passo santa contrario ninno,
e vennero là dov' era il re di Francia, la quale oste
stette in su le montagne con grande diflTalta dì vii-
luaglia tre giorni. Poi lo re con tutta sua oste scese
delle montagne nel piano di Catalogna, e prese e
ebbe al suo comandamento Pietralata, e Fighiera, e
molte terre del contado d' Ampurg ; e 1 navilio e
Tarmata sua, ch'era alPAcquamortain Proenza cart-
elli di vittuaglia e d'arnese da oste, fece venire per
mare al porto di Roses. E lo re con sua oste si puose
ad assedio alla città di Girone, la quale era mollo
forte e ben guemita, e oravi dentro per guardia e
capitano messer Ramondo signore di Cardona con
buona compagnia. E vegnendo Toste de' Franceschi,
misono fuoco nei borghi di fuori, acciocché la terra
fosse più forte, e mollo danneggiavano V oste de'
Franceschi e difendeano la terra. Ma lo re di Francia
giurò di mai non partirsi, ch'egli avrebbe la terra.
Ma stando al detto assedio. Toste del re di Francia
cominciò molto a scemare per cagione del lungo di-
moro del campo in uno luogo fermo ; per la moltn
ordnra ' e carogna di bestie morte, per lo grande
caldo V* appario diversa quantità di mosche e di ta-
fani, i quali pareano avvelenati, e pugnendo, e uomini
e bestie ne morivano ; e crebbe tanto la pestilenzia,
che si corruppe l'aria, e molta gente morieno nel-
r oste, onde al re di Francia, e al suo consiglio, e a
tutta r oste molto era grave, e volentieri vorrebbe lo
re essere sofferto ^ del suo saramento.
CAPITOLO CHI.
Come lo re éT Araona fu sconfitto e fedito da" Fran-
ceschi^ della quale fedita poi morio.
Stando lo re di Francia all'assedio di Girona,
la vittnaglia e fornimento dell' oste gli venia dal suo
lordura. ^ prosciolto, liberato.
navilio dal porlo di Roses presso a quattro miglia*
Lo re Piero d' Araona con sua gente impediva quanto
potea la scorta che conducea la vittuaglia, e conve-
nia che e' Franceschi la guidassono con molta gente
e con grande fatica. Avvenne che la vigilia di Santa
Maria d'agosto, lo re d' Araona 8*era messo in a-
guato con cinquecento de' migliori de' suoi cavalieri,
e con duemila mugaveri^ a pie per impedire la scorta
del re di Francia, e ancora si dicea che in quella
scorta venia la paga della gente del re di Francia, e
però lo re d' Araona in persona si mise nelT aguato:
fu rapportalo per una spia a messer Raul di Rasi e a
messer Gian d'Ericorte conestabile e maliscalco dei-
Toste del re di Francia. I detti ebbero loro consiglio,
e co* migliori cavalieri dell* oste per andare a com-
battere col detto aguato, e ragionando d'andarvi
grossi di gente, erano certi che 'I re d' Araona né
sua gente non uscirebbono a battaglia, com'altre volte
non avea fatto se non a suo vantaggio. Ma disse mes-
ser Raul di Rasi valente cavaliere: Se noi rolemo
essere polenti uotnini^ e trarrelo a battaglia^ a«-
diamti con poca gente^ sì che gli paia atere buono
mercato di noi. E così fu fatto; ch'eglino presono
il conte della Marcia e de'più eletti baroni e baccel-
lieri d' arme che fossono in tutta T oste, infino in
quantità di trecento cavalieri sanza più, e misonsi
contro T aguato. Lo re d' Araona veggendo che non
erano maggior quantità, e egli avea gente troppa più
di loro, lasciando i pedoni s'affrettò di fedire co'suoi
cavalieri, e si mise alla battaglia, la quale fu aspra e
dura, siccome di tanti eletti e provati cavalieri. Alla
fine, come piacque a Dio, i Franceschi sconfissono il
re d' Araona, e egli fu fedito duramente nel viso d'u-
na lancia, e fu ritenuto e preso per le redine di suo
cavallo. Il detto re con tutta la fedita eh' avea, Ai
accorto, e colla spada tagliò le redine al suo cavallo,
e diegli degli sproni, e usci della pressa, e fuggì con
sua gente; alla quale battaglia rimasono morti da
cento buoni cavalieri araooesi e catalani, e molti fe-
diti. Lo re Piero tornato a Villafranca, non avendo
buona cura di sua fedita, e per alcuno si disse, eh' e-
gli giacque carnalmente con una donna, non essendo
salda né guerita la piaga, onde poco appresso ne
morio, a dì 8 del mese di novembre, gli anni di Cri-
sto 1285, e fusoppellitq in Barzellona nobilemente.
Ma innanzi ch'egli morisse racquistò Girona, come
appresso faremo menzione, e fece suo testamento, e
lasciò che T isola di Maiolica fosse renduta al re Gia-
mo suo fratello, e lasciò re d' Araona Anfus suo pri-
mogenito figliuolo, e Giacomo suo secondo figliuolo
re di Cicilia, con tutto che 'I detto Anfus vivette poco,
e succedette il reame al suo fratello re Giamo. Il so-
praddetto Piero re d' Araona fu valente signore e
prò' in arme, e bene avventuroso e savio, e ridottato
da' cristiani e da'saracini altrettanto o più, come nullo
re che regnasse al suo tempo.
' soldati C091 detti da una specie di dardo antico.
154
CRONICHB
CAPITOLO CIV.
Come io re di Francia ebbe la ciiià di Girona^ e
come la sua armata fu sconfitta iu mare,
Cone lo re d*Araona fu sconfitto per lo modo
detto di sopra, il re di Francia ebbe grande alle-
greua, e misesi forte a stringere la città di Girone,
la qoale sentendo come lo re d' Araona loro signore
era stato sconfitto e fedito a mprte, e essendo in
grande stretta di Tittaaglia, che non era loro rimaso
a vivere che per tre giorni, sì s** arrenderono al re di
Francia salve le persone, e ciò che ne potessono
trarre, e cosi fu fatto ; e lo re fece fornire Girone di
viituaglia e di sua gente. In questa stanila lo re di
Francia prese suo consiglio di tornare a vernare in
Tolosana, e parte di suo navilio s'era partito dal porto
di Roses in Catalogna e tornato in Proenza. Avvenne,
che in quegli giorni messer Ruggerì di Loria ammi-
raglio del re d' Araona era venuto di Cicilia in Ca-
talogna con quarantacinque galee armate in aiuto di
suo signore; e sentendo che "ì navilio del re di Fran-
cia era nel porto di Roses, e assai scemato e strac-
cato, si Io assaltò colle sue gelee e colf aiuto di
quegli della terra che si rubellarono al re di Francia
e tennono co' Ciciliani, si furono sconfitti e presi i
Franceschi, e fu arso gran parte del navilio del re di
Francia, e fu preso V ammiraglio ch'avea nome mes-
ser Inghiramo di Baliuolo. E alla detta battaglia nel
porto di Roses venne al soccorso dell'oste del re di
Francia il suo maliscalco con grande gente a piede
e a cavallo; ma poco e niente poterono adoperare
alla difensione del loro navilio eh' era in mare, ma
veggendolo preso, misono fuoco nella terra del porto
di Roses, e si tornarono all' oste del re di Francia.
CAPITOLO CV.
«
Come il re di Francia si partì d" Araona^ e mori
a Perpignano.
Lo re Filippo di Francia veggendosi la fortuna
cosi mutata e contraria, e preso e arso il suo navilio
che gli portava la vittuaglia all' oste, sì si diede molta
maninconia e dolore, per la quale ammalò forte di
febbre e di flusso, onde i'suoi baroni presono per
consiglio di partirsi e tornare in Tolosana, e per ne-
ceaaità il conveniva loro fare per la dififalta della vit-
tuaglia, e del tempo contrario dell* autunno, e per la
malattia del loro re. B così si partirono intomo le
calen d'ottobre recandone lo re nudato inliaraS e con
poca ordine sciamiti, e ohi meglio e più tosto potea
camminare, onde passando il forte passo delle Schiuse
delle grandi montagne di Finis, gli Araonesi e' Cata-
lani eh' erano al passo, voUono impedire la bara dove
il re di Francia era malato. Veggendo ciò i Fran-
ceschi, come disperati si misono alla battaglia con-
tro a quegli eh' erano al passo, e per non lasciare
prendere il corpo del re, e per forza d'arme gli rup-
pono e sconfissono, e cacciarono del passo ; ma molta
lettiga da infermi
gente minuta a pie de* Franceschi furono presi e
morti, e molli sonderi, arnesi, e oavalii straccali e
plesi per gli Catalani e Araonesi. B poco appresso la
partita del re di Francia e di sua oste, il re d' Araona
riebbe Girone a patti. B giunta l' oste del re di Fran-
cia a modo di sconfitta a Perpignano, come piacque
a Dio, il re Filippo di Francia passò di questa vita
a di é* d'ottobre gli anni di Cristo 1285, ed in Per-
pignano la reina di Xorea sua moglie con sua com-
pagnia feciono grande corrotto e dolore. E poi Fi-
lippo e Carlo suoi figliuoli feciono recare il corpo
a Parigi, e fu seppellito a San Diomsio co* suoi an-
ticessori a grande onore. Questa impresa d' Araona
fu colla maggiore perdita di gente, e consumauone
di cavalli e di tesoro, che quasi mai per li tempi
passati avesse avuto il reame di Francia ; che poi lo
re appresso il detto Filippo e gli piit de* baroni
sempre furono in debito e male agiati di moneta. B
appresso la morte del re Filippo di Francia, fn fatto
re di Francia il re Filippo il Bello suo maggiore fi-
gliuolo^ e coronato a re alla città di Reims ooUa
reina Giovanna di Navarra sia moglie, il giorno del-
rEjNfania appresso. E nota, che in uno anno o poco
pili, come piacque a Dio, morirono quattro così
grandi signori de' cristiani, come fu papa Martino, e
'1 buono Cario re di Cicilia e di Puglia, e 'I valente
re Piero d* Araona, e il possente re Filippo di Fran-
cia, di cui avemo fatta menxione. Questo re Filippo
fu signore di gran cuore, e in sua vita fece grandi
imprese! prima quando andò sopra lo re di Spagna,
e poi sopra lo conte di Fusci, e poi sopra il re d'A-
raona, con più potenza che mai suo anliceasore avesse
fatto. Lasceremo a dire de* fatti d'oltrementi, oke
assai ne avemo detto a questa volta, e torneremo a
dire de' fatti della nostra Italia avvenuti ne' detti
tempi.
CAPITOLO evi.
Della morte di papa Martino quarto^ e come fu
fatto papa Onorio de'* SaieiH di Rema.
Negli anni di Cristo passati 1285, a dì 24 di
marzo, morì papa Martino in Perugia, e là fu seppellito
onorevolmente. Questi fu buono uomo e molto livore-
vole per Santa Chiesa, e a quegli della casa di Fran-
cia, perchè era natio dal Torso in Torena di Francia.
E poi la domenica appresso primo d'aprile, gli anni
di Cristo 1286, fu eletto e fatto papa Onorio quarto
della casa de' Savelli gentili uomini di Roma, e vi-
vette nel papato due anni e due dì, e quello ohe fu
al suo papato ne faremo menzione appreaao per gli
tempi.
CAPITOLO cvn.
Come certo naeilio de" Oenotesi furono presi da"
Risani.
Nel detto anno 1285 del mese di novembre,
i Pisani presono cinque navi grosse de* Genovesi e
più altri legni di Ciciliani e Catalani, i quali veoiano
di Romania e di Cicilia, e per fortuna di tempo, per
forza del vento a scilocco, fuggirono in Porto Pi-
DI GlOYAiM^l VlLLAMl.
155
sano, non possendo schifare, e parte ne ruppono,
e* Pisani vi trassono da Pisa a cavallo e a pie, e
presone il detto navilio: onde i Genovesi ricevet-
tono danno di valuta di cinquantamila fiorini d'oro,
e gli uomini rimasono pregioni, e' legni -de' Catalani
e Ciciliani furono mendi ' per gli Pisani»
CAPITOLO cvni.
Co$ne il conte Guido da Moniefeliro signore in
Romagna s'arrendè alia Chiesa di Roma.
Negli anni di Cristo 1286, essendo papa Onorio
quartQ de' Savelli di Roma, il conte Guido da Mon-
tefeltro, il quale più tempo avea tenuta occupata la
provincia di Romagna, siccome tiranno contro alla
Chiesa di Roma in parte ghibellina, ove grandissimo
spargimento di sangue era fatto, come' in parte è
fatta menzione addietro, e innumerabile spoglio di
moneta per la Chiesa di Roma, e per gli Fiorentini
e Bolognesi in servigio della Chiesa, e già perduta
per lo detto conte da Montefeltro la città di Faenza
e quella di Cervia, e rendute alle comandamenta della
Chiesa, il detto conte Guido venne con patti ordinati
a^ comandamenti del detto papa, il quale gli perdonò
e mandollo a' confini in Piemonte, e tenne due suoi
figlinoli per istadichi, e riformò tutta Romagna alla
ubbidienza di Santa Chiesa, e roandovvi il papa per
conte messer Guglielmo Durante di Proenza.
CAPITOLO CIX.
Come papa Onorio muiò Valilo a" frati carmelliti.
Al tempo del detto papa Onorio de' Savelli,
portando i frati del Carmino uno abito, il quale se-
condo i religiosi pareva molto disonesto, ciò era la
cappa di sopra accerchiata con larghe doghe bianche
e bigie, dicendo che quello era V abito di Santo Elia
profeta, il quale stava nel monte Carmelo in Seria,
il detto papa Onorio il fece per più onestà mutare,
e fece la cappa tutta bianca. Per la qual mutazione
si dice, che il spldano de' saracini allora era, il quale
(tutto che quegli frati eremita ch'erano di quell'or-
dine, che slavano nel monte Carmelo, fossono cri-
stiani) gli avea in reverenza per onore di Santo Elia
profeta, eh' era stato capo di quello luogo e di quello
ordine, dappoi che mutarono l'abito, per dispetto
del papa e de' cristiani gli fece cacciare del monte
Carmelo, e abitarlo per saracini.
CAPITOLO ex.
Come il vescoto SArezw fece rubellare il Poggio a
Santa Cicilia nel contado di Siena , e come si rac-
quistò.
Nel detto anno ali* uscita del mese di ottobre,
messer Guglielmino degli libertini di Valdamo ohe
allora era vescovo d'Arezzo, e era più uomo d*arme
' racooncUli, dal verbo mmhre.
che d* onestà di chericia, per suo indudmento man-
dando cinquecento fanti ghibellini del contado di Fi-
renze e d' Arezzo e di Siena, fece rubellare incontro
a* Senesi uno forte castello del contado di Siena, che
si chiamava Poggio Santa Cicilia, per fare guerra a'Sa-
nesi, onde grande turbazione fu a tutta parte guelfa di
Toscana, perocch'era in parte da fare molta guerra.
Per la qual cosa il comune di Siena colla forza de*
Fiorentini, che vi cavalcò molta buona gente cittadini
di Firenze, e la taglia de' guelfi di Toscana, ond'era
capitano il conte Guido di Monforte, v'andarono ad
oste, faccendovi gittare dentro molti dificii, e durov-
vi l'assedio più di cinque mesi. E raunando il detto
vescovo sua oste di tutta parte ghibellina di Toscana
per levare il detto assedio, non ebbe podere, peroc-
ché la parte de* guelfi erano più possenti, per la
qual cosa quelli del castello avendo perduta la spe-
ranza del soccorso, n'uscirono la notte di sabato d'u-
livo del mese d'aprile, e molti ne furono morti e
presi, e quegli che furono menati in Siena, furono
chi impiccato e chi tagliato il capo, e '1 castello fu
tutto disfatto insino alle fondamenta.
CAPITOLO CXL
Come in Italia ebbe grande carestia di vittuaglia.
Neil' anno 1 286 , spezialmente del mese d* a-
prìle e di maggio , fu grande caro di vittuaglia in
tutta Italia, e valse in Firenze lo staio del grano alla
misura rasa soldi diciotto di soldi trentacinque il fio-
rino dell' oro.
CAPITOLO CXU.
Come messer Pre^iivalle dalFiesco venne in Toscana
per vicario «T imperio.
Nel detto anno acconsentio papa Onorio, che
messer Prezzivalle dal Fiesco de' conti da Lavagna
di Genova fosse vicario d* imperio, e andò in Ala-
magna , e fecesi confermare al re Ridolfo , il quale
era eletto re de' Romani, e venne il detto vicario in
Toscana per racquistare le ragioni dello *mperio. Fu
in Firenze in casa i Mozzi, e richiese i Fiorentini, e'
Sanesi, e' Lucchesi, e* Pistoiesi, e V altre terre e ba-
roni di parte guelfa di Toscana che giurassono le
comandamenta dello *mperio, i quali non vollono ub-
bidire uè giurare; per la qual cosa il detto vicario si
parti di Firenze in discordia, e condannò i Fiorentini
in settantamila marchi d'ariento, e conseguente per
rata tutte le terre guelfe che non vollono ubbidire,
e poi n' andò in Arezzo, e fece isbandire i Fiorentini
in avere e in persone', e per simile modo tutte l'altre
terre disubbidienti. Ma istando in Arezzo, e non a-
vendo seguito, perocché i guelfi noi voleano ubbidi-
re per non esultare ^ lo 'mperio, e' ghibellini l'aveano
' confiscar loro ogui bene e cacciarli a pena del capo.
^ Vado colla Giuntina. D testo Dav. e con esso i migliori :
ra8uUar$j quasi rie$uUare. Qui e»ttUare pare lo stesso ohe
cioUare, Ad ogni modo entltare attivo manca al Vocabolario.
156
CRONICHE
a sospetto perch^era di progenia e Dazione stata guelfa,
e però si tornò al re Ridolfo in Alamagna con suo
poco onore.
CAPITOLO CXIU.
Come morto papa Onorio de" Satetli,
Negli anni di Cristo 1287, a dì 3 d'aprile, mo-
no papa Onorio in Roma, e là fu soppellito a grande
onore nella Chiesa di Santa . . .^ Questi sostenne anzi
parte ghibellina che guelfa, e poco aiuto o niente
diede air erede del re Carlo alla guerra di Cicilia,
onde montò mollo lo slato e podere del re Giamo
d''Araona, che se ne avea fatto coronare re, e tutta
parte ghibellina d' Italia , come innanzi faremo men-
zione.
CAPITOLO CXIV.
Come in Firenze ebbe certa novitade in queito tempo.
Nel detto anno, essendo podestà di Firenze
niesser Matteo da Fogliano di Reggio, avendo preso
e condannato nella testa per micidio fallo uno gran-
de guerriere e caporale, eh' avea nome Tolto de'
Mazzinghi da Campi, e andando alla giustizia, messer
Corso de' Donati con suo seguito il volle torre alla
famiglia^ per forza ; per la qual cosa la delta podestà
fece sonare la campana a martello ; onde s'armarono
e trassono al palagio tutta la buona gente di Firen-
ze, chi a cavallo e chi a pie, gridando: giustizia
yiustiua. Per la qual cosa la detta podestà assegni il
suo processo, e dove al detto Totlo dovea essere
tagliata la testa , il fece strascinare per la terra, e
poi impiccare per la gola, e condannò in moneta co-
loro eh' aveano cominciato il romore e impedita la
giustizia.
CAPITOLO CXV.
Come furono cacciati i guelfi d'Arezzo onde si co^
minciò la guerra Ira'' Fiorentini e gli Aretini.
Nel detto anno del mese di giugno, vacante la
Chiesa e la parte ghibellina presa molta baldanza in
Toscana perchè non v* era papa, essendo nella città
d' Arezzo alquanto tempo dinanzi creato popolo \ e
fatto nno caporale che chiamavano il priore del po-
polo, il quale perseguitava molto i grandi e possenti;
per la qual cosa messer Rinaldo de' Bostoli con gli
altri guelfi si legarono con messer Tarlato e con gli
altri grandi ghibellini per abbattere il detto popolo ;
e così feeiono, e presono il detto priore, e feciongli
cavare gli occhi, per la qual cosa rimasono signori i
grandi guelfi e ghibellini ; ma i ghibellini tradirono i
guelfi e gì' ingannarono per rimanere signori, e or*
dinarono col vescovo d' Arezzo, che facesse una ran-
nata di gente ghibellina di fuori d'Arezzo, e così
' di 8. Maria Maggiore, secondo il Platina.
' ai birri, at sergenti o serventi della corte.
' costitaitosi il governo a popolo. Crear popolo è bellis-
simo modo che manca alla Crnsca.
fece col podere di Bonconte da HontefeUro, e de*
Pazzi di Yaldamo^ e Ubertini; e usciti i gfaibdiiiii di
Firenze, una notte vennero ad Arezzo non prendendosi
guardia i guelfi, e per tradimento essendo loro data
una porta d^ Arezzo, entrarono nella città, e caccia-
ronne fuori la parte guelfa, e fecersene fare signore.
Per la quale mutazione e novità, in Firenze n'ebbe
grande paura e gelosia. GK usciti guelfi cacciati d'A-
rezzo, presono il castello di Rondine e il monte San-
savino, e feeiono lega co' Fiorentini e coll'altre terre
guelfe di Toscana, i quali dierono loro i cavalieri
della taglia, eh' erano cinquecento, perchè faceasono
guerra agli Aretini, e per la detta cagione si comin-
ciò la guerra tra' Fiorentini e gli Aretini. E in questo
tempo, com'era ordinato per gli ghibellini, tornò
messere Prezzivalle dal Fiesco vicario dello imperio
d'Alamagna. in Arezzo con alquanta gente che ebbe
dal re Ridolfo, e là fece capo con tutti i ghibellini
di Toscana, faC'Cendo guerra a' Fiorentini e a' Sanesi.
E del mese di febbraio vegnente cavalcò la gente
eh* era in Arezzo, intomo di cinquecento cavalieri e
pedoni assai, in sul contado di Firenze, e intomo a
Montevarchi arsono case e capanne, e levarono pre-
da, né già per loro cavalcata non uscirono le masna-
de de' Fiorentini di Nonlevarchi né di Sansavino, onde
gli Aretini si tomarono in Arezzo sani e salvi; ma
poco appresso faccendo i ghibellini d'Arezzo loro
cavalcata alla città di Chiusi, ne cacciarono la parte
guelfa, e feeiono i Chiusini lega con loro contro a'
Sanesi a Montepulciano.
CAPITOLO CXVI.
D' uno grande fuoco che s" accese in Firenze,
Nel detto anno 1287, di notte s^apprese il fuo-
co in Firenze nel palagio de' Cerretani dalla porta del
vescovo, e arse il detto palagio, e più case d^ intor-
no, con grande danno di loro e dei vicini, e morìwi
una balia con uno fanciullo; che poi eh' ella ne fu
fuori si ricordò di suoi danari ch'avea lasciati in una
cassetta, e per cupidigia vi ritomò, onde rimase nel
fuoco. Di questa vile ricordanza avemo fatta memo-
ria, per esemplo della folle avarizia delle femmine.
Lasceremo de' fatti di Firenze, e torneremo alquanto
a contare della guerra di Cicilia.
CAPITOLO CXVII.
Come r annata di Carlo Martello presono la dtià
SAgosta in Cicilia, e come la loro armata fu sconfiUa
in mare da Buggeri di Loria,
Nel detto anno 1287 a dì 22 d'aprile, si par-
tirono da Napoli cinquanta tra galee e uscieri armate
con cinquecento cavalieri, le quali avea fatte appa-
recchiare il conte d'Artese, il quale era balio e go-
vernatore di Carlo Martello giovane figliuolo di Carlo
secondo, e di tutto il Regno, e di quello fece ammi-
raglio e capitano messere Rinaldo da Velli. E passò
in Cicilia, e prese per forza per lo subito e improv-
viso avvenimento la città d'Agosta, e rimandò il na-
DI GIOVANNI VILLANI.
157
vilio a Brandizio io Puf lia per gueroigione, e quella
Agosta alTorsò mollo per difenderla e tenerla per
r erede del re Carlo^ come valoroso e savio cavaliere.
Come don Giamo d'Araona signore di Cicilia seppe
ciò, si andò con lutto suo sforzo alPassedio delta detta
. città d'Agosta, ribellata, e fece armare al suo ammi-
raglio messer Roggeri di Loria quarantacinque galee,
acciocché guardasse le marine, che vittuaglia non
potesse venire alla guermgione dell' Agosta, e che,
se armata si facesse a Napoli, non si potesse aggiu-
gnere con quella di Brandizio. Come il conte Ar-
tese ebb^ la novella delia presa dell'* Agosta, ordinò
d^armare a Brandizio il navilio e galee ch'erano tor-
nate coM molta vitloaglia e goemigione, e a Napoli
fece poi armare sessanta galee per soccorrere PAgo-
sta, e passare in Cicilia con grande oste, e con molti
baroni e cavalieri franceschi e provenzali e italiani, e
della della anftata era ammiraglio messere Arrighino
da Mare di Genova. Come Buggeri di Loria seppe la
novella, incontanente, come savio ammiraglio e mae-
stro di guerra , si diliberò di venire addosso air ar-
mata di Napoli, per sottrarreli alla battaglia innanzi
che s* accozzassero coir armata di Puglia che dovea
partire da Brandizio; e cosi gli venne fatto, che il
di di Santo Giovanni del mese di giugno del detto
anno, Buggeri di Loria colla sua armata venne insino
nel porto di Napoli^ faccendo saettare nella terra, e
con grida e villane parole a isvergognare il conte
Artese e^ sooì Franceschi, i quali come gente poco
savi di guerra di mare, vedendosi dispregiare a' Ca-
talani e a' Ciciliani, presono isdegno, e con furia e
aanza ordine montarono in galee, e ciò fu il conte
Guido di Nonforte, e il conte di Brenna, e messer
Filippo figliuolo del conte di Fiandra, e più altri ba-
roni e cavalieri, e colle dette sessanta galee armate
di molta buona gente uscirono del porto di Napoli
seguendo Tarmata de* Ciciliani. Buggeri di Loria
ammiraglio de^ Ciciliani avendosi dilungato da Napoli
intorno di sei miglia, veggendo venire la detta ar-
mata isparta ' e non ordinata, come valente ammira-
glio prese suo vantaggio, non guardando perchè fos-
aono più galee che le sue: si fece volgere le sue
galee e fedire alla detta armata, spezialmente alle
galee ov^ erano i signori fraoceschi, i quali conoscea
per mali maestri di mare. La battaglia fu aspra e
dura, che con tutto eh' e' baroni e' cavalieri france-
schi e provenzali non fossono usi di battaglia di ma-
re, pore erano valenti e virtudiosi in arme ; ma alla
fine abbandonali dal loro ammiraglio messere Arri-
ghino da Mare (non piacendogli la battaglia non
volle fedire colle sue galee genovesi) le galee de'
baroni furono sconfitte e prese gran parte, e menati
in Cicilia. Ma poi per danari la maggiore parte de"
baroni e cavalieri si ricomperarono, salvo il conte di
Monforte, che mori in pregione. La detta sconfitta
fa grande abbassamento della parte di Carlo Martello
e del conte d* Artese, che teneano il Begno, e grande
esaltamento de' Ciciliani e de' Catalani ; per la qual
cosa del mese di luglio presente s'arrendè la città
d* Agosta a don Giamo, salve le persone, e fecesi
' ibandRta, senza ordinantfa.
triegua tra le dette parti dal San Michele vegnente a
uno anno. Lasceremo alquanto della detta materia, e
diremo d*altre novitadi di Firenze e di Toscana ne'
detti tempi.
CAPITOLO cxvin.
Come 8* apprese uno grande fuoco in Firenze in casa
Cerchi.
Nel detto anno a dì 9 di febbraio, la notte di
carnasciale, s' apprese il fuoco in Firenze nelle case
e palagi de' Cerchi neri da porte San Piero, e arse
dalla volta ch'era in su l'antica porta insino alla in-
contro di Santa Maria in Campo, i quali erano molto
belli e ricchi palagi e casamenti ; e arsevi molta roba
e ricchi arnesi, ma non v'ebbe danno di persona. Ma
poco tempo appresso i detti Cerchi, eh' erano di
grande ricchezza e podere, le feciono rifare più belle
che prima.
CAPITOLO CXIX.
Della chiamata di papa Niccola quarto dl*Aseoli,
Negli anni di Cristo 1287, in mezzo febbraio,
il dì della cattedra di San Piero, fu eletto papa Nìc-
cola quarto della città d' Ascoli della Marca. Questi
avea nome Girolamo , e fu frate minore, e per sua
bontà e scienza fu fatto ministro generale dell'ordi-
ne, e poi cardinale, e poi papa ; e sedette anni quat-
tro, e mesi uno, e di otto ; e vacò la Chiesa dopo la
sua morte anni due, e mesi tre, e di otto. Quello
che fu fatto per lui, e al suo tempo, faremo men-
zione per gli tempi ordinatamente. Questi favorò
molto parte ghibellina occultamente, e tutta sua fa-
miglia erano ghibellini, e quegli della casa della Co-
lonna aggrandì molto, e fece cardinale messer Piero
della Colonna, non ostante ch'avesse moglie, la quale
dispensò ^ e fece fare monaca ; e per partire gli Or-
sini, » petizione de* Colonnesi fece Cardinale mes-
ser Napoleone degli Orsini di que* del Monte loro
parente, e nemico degli altri ; per la qual cosa molto
montò lo stato de' ghibellini, e abbassò lo stato del
re Carlo e de' guelfi.
CAPITOLO CXX.
D^una grande oste che 7 comune di Firenze fece so-
pra la città (C Arezzo^ e alla partita i Sanesi furono
sconfitti alte pieve al Toppo,
Negli anni di Cristo 1288, i Fiorentini colFal-
tre terre guelfe della taglia di Toscana, veggendo
che '1 vescovo d* Arezzo col suo seguito de' ghibel-
lini di Toscana, e del Ducato, e di Bomagna, e della
Marca aveano fatto capo in Arezzo, e rannata di
gente a cavallo e a pie, e faceano guerra in sul con-
tado di Firenze e in su quello di Siena, i Fiorentini
si dispuosono di contrastare all' orgoglio degli Are-
* la liberò per privilegio da ogni impedimento che le
potesse venire dai canoni.
15B
CRONICHE
tini, e impuosono tra loro oUocento cavallate con
ricchi e grossi cavalli, e bandirono oste sopra Arez-
zo : e date loro insegne a di 23 di maggio del détto
anno, alla signoria di messer Antonio da Posseracco
di Lodi, mandarono le dette bandiere e insegne alla
badia a Ripoli, e là stettono otto giorni spiegate. E
ciò usavano i Fiorentini in quello tempo per gran-
digia e signoria, che voleano che la loro uscita ad
oste fosse palese e nota a^ nemici e a tutta la gente.
Poi si mosse Toste il primo di di giugno, e furono
ventisei centinaia di cavalieri, e dodicimila pedoni ;
che ottocento furono cavallate di propri cittadini di
Firenze grandi e popolani, e trecento soldati propri
de* Fiorentini, e cinquecento della taglia della com-
pagnia de* guelfl di Toscana, e trecento di Lucca, e
centocinquanta di Pistoia, e cinquanta di Prato, e
cinquanta di Volterra, e cinquanta di Samminiato, e
cinquanta di Sangimignano, e trenta di Colle, e da
dngentocinquanta d* altre amistà, e de* conti Guidi
guelfi , Haghinardo da Susinana, messer Iacopo da
Fano, Filippuccio da lesi, e" marchesi Malispini, e *1
giudice di Gallura, e* conti Alberti, e altri baroncelli
di Toscana; e fu la più grande e ricca oste che fa-
cessono i Fiorentini dappoich' e' guelfi tornarono in
Firenze. E stettono a oste in sul contado d* Arezzo
ventìdue dì, e presono il castello di Leona e disfe-
cionlo, e presoao Castiglione degli libertini, e le
Conie, e piili di quaranta altre castella e fortezze
della Yaldambra e del contado d' intomo ad Arezzo.
E paosonsi ad oste al castello di Laterìno, e stet-
lonvi otto dì , ed ebbonlo a patti, che v* era dentro
per capitano Lupo degli liberti, veggendosi chiudere
e steccare d'intorno; onde molto fu biasimato da*
ghibellini, perocché si potèa tenere, e era fornito
per più di tre mesi. Ha Lupo si scusava per motti,
che nuHo lupo non era costumato di stare rinchiuso.
Renduto Laterino a* Fiorentini, guernirlo ; e in que-
sta stanza vi vennero i Sanesi con loro isforzo di
quattrocento cavalieri e di tremila pedoni molto bella
gente, e guastarono tutte le vigne e giardini ifitorno
alle mura d'Arezzo, e tagliarono Tolmo. Ma stando
a campo, la vigilia di San Giovanni Battista* fu maggio-
re turbino di vento e d'acqua che si ricordi, e ab-
batté trabacche e padiglioni, spezialmente nel campo
de* Sanesi, che tutte le stracciò e portò il vento in
aria, e fu segno del loro futuro danno. E poi il di
di San Giovanni Battista vennero i Fiorentini schie-
rati in sul prato d* Arezzo , e in quello dinanzi alla
porta della città feciono correre il palio, siccome per I
loro costuma si facea per la detta festa in Firenze,
e fecionvisi dodici cavalieri di corredo. E ciò fatto,
r oste de* Fiorentini si partì il dì appresso, lasciando
in Laterino in guemigione cento cavalieri per guer-
reggiare Arezzo ; e tornò V oste in Firenze con loro
amistà bene avventurosamente, sanza contrasto o vi-
sta di ninna forza de* nemici. E volFono eh* e* Sa-
nesi per loro sicurtà ne venissono colla loro oste
insieme insino a Montevarchi, e di là se n* andassero
a Siena per la via di Montegrossoli ; onde i Sanesi
tenendosi possenti e leggiadri, {sdegnarono, e non
vollono fare quella via, nò voUono compagnia de*
Fiorentini , e feciono la via diretta per guastare il
castello di Lucìgnano di Valdichiane, salvo che con
loro andò il conte Alessandro da Romena, allora ca-
pitano della taglia, con certi di sua gente. I capitani
di guerra della città d* Arezzo, che ve n*avea assai
e buoni, il caporale Bonconte da Montefeltro e mes-
ser Guglielmino Pazzo, sentendo la partita che do-'
veano fare i Sanesi, misono an aguato con treeento
cavalieri e duemila pedoni al valico della pieve al
Toppo, onde valicavano i Sanesi male ordinati per
troppa baldanza e sprovveduti : e giugnendo al detto
valico, assaliti dagli Aretini, per lo poco loro ordine
e sprovveduto assalto f^irono assai tosto sconfitti, e
fùronne tra morti e presi più di trecento por de*mi-
gliori cittadini di Siena, e de* migliori e gentili uo-
mini di Maremma eh* erano in loro compagnia, in-
tra* quali vi morìo Rinuccio di Pappo di Maremma ',
molto nomato capitano, della quale sconfitta i Sanesi
n*ebbono grande abbassamento, e* Fiorentini e tatti
i guelfi di Toscana ne sbigottiroBo, e gli Aretini ne
montarono in grande orgoglio, come innanzi faremo
menzione.
CAPITOLO CXXI.
Come furono cacciaU di Pisa il giùdice di Gallura
e la parte guelfa^ e presso il conte Ugolino.
Negli anni di Cristo 1288, del mese di luglio,
essendo creata in Pisa grande divisione e sette per
cagione della signorìa, che dell* usa era capo il giu-
dice Nino di Gallura de* Visconti con certi guelfi, e
r altro era il conte Ugolino de* Gherardeichi coli* altra
parte de* guelfi, e V altro era 1* arcivescovo Ruggerì
degli Ubaldini co*Lanfranchi, e Gualandi, e Sismondi,
con altre case ghibelline : il detto conte Ugolino per
esser signore s* accostò coli* arcivescovo e sua parte,
e tradì il giudice Nino, non guardando che fosse
suo nipote figliuolo della figliuola, e ordinarono che
fosse cacciato di Pisa co* suoi seguaci, o preso in
persona. Giudice' Nino sentendo ciò, e non veggen-
dosi forte al riparo, si partì della terra, e andossene
a Calci suo castello, e allègossi co* Fiorentini e* Luc-
chesi per fare guerra a* Pisani. Il conte Ugolino in-
nanzi ohe il giudice Nino si partisse, per eoprire
meglio suo tradimento, ordinata la oee ciata del giu-
dice, se n* andò fuori di Pisa a uno suo maniero ^
che si chiamava Settimo. Come seppe la partita di
giudice Nino, tornò in Pisa con grande allegrezza,
e dà' Pisani fU fatto signore con grande allegrezza e
festa ; ma poco stette in sulla signorìa, che la for-
tuna gli si rivolse al contrario, come piacque a Dio,
per li suoi tradimenti e peccati ; che di vero si disse,
eh* egli fece avvelenare il conte AnseUno da l/apraia
suo nipote, figliuolo della serocchia, per invidia, e
perché era in Pisa grazioso, e temendo non gli to-
gliesse suo stato. E avvenne al conte Ugolino quello
ohe di poco dinanzi gli avea profetato uno savio e
valente uomo di corte, chiamato Marco Lombardo;
' Intendi Binuccio PArnese ; o con esso anche morì certo
gioTÌne sanese detto Lamo, che, veduti in rotta i suoi, si
slanciò nel fitto della pugna, e più tosto amò fiursi ucci-
dere, ohe prendere la foga. V. Dante, Inf. e Xm.
^ palazzo di campagna molto nobile e forte.
DI GIOVANNI VILLANI.
159
che quando il conte fu al tutto chianuilo signore di
PÌM, e quando era in maggiore stato e felicità, fece
per lo giorno di sua natività una ricca festa, o?' ebbe
i figliuoli, e'xttipoti , e tutto suo lignaggio e parenti
nomini e donne, con grande pompa di vestimenti e
d* arredi, e apparecchiamento di ricca festa. Il conte
prese il detto Marco, e vennegli mostrando tutta sua
grandezxa e potenzia, e apparecchiamento della detta
festa; e ciò fatto, il domandò: Marco, che te ne
pare? U savio gli rispuose subito, e disse: Voi
scie meglio apparecchiato a ricevere la mala mec-
ciawta \ che barone d* Italia. E il conte temendo
della parola di Marco, disse: Perchè? E Marco ris-
puose: Perchè non vi falla altro che l'ira d^ Iddio,
E certo Tira di Dio tosto gli sopravvenne, come
piacque a Dio, per gli suoi tradimenti e peccati :
che come era conceputo per V arcivescovo di Pisa e
suoi seguaci di cacciare di Pisa giudice Nino e"* suoi,
col tradimento e trattato del conte Ugolino, scemata
la forta de^ guelfi, T arcivescovo ordinò di tradire il
conte Ugolino, e subitamente a furore di popolo il
fece assalire e combattere al palagio, faccende in-
tendere al popolo eh* egli avea tradito Pisa, e ren-
dute le loro castella a** Fiorentini e a' Lucchesi ; e
sansa nullo riparo ri voi toglisi il popolo addosso, s' ar-
randeo preso, e al detto assalto fu morto uno suo
figlinolo bastardo e uno suo nipote, e preso il eonte
Ugolino, e due suoi figliuoli, e tre nipoti figliuoli
del figliuolo, e misergli in pregione, e cacciarono di
Pisa la sua famiglia e suoi seguaci, e Visconti, e
Ubixinghi, Guatani, e tutte T altre case guelfe. E cosi
fu il traditore dal traditore tradito; onde a parte guelfa
di Toscana fu grande abbassamento, e esaltazione de*
ghibellini per la detta revoluzione di Pisa, e per la
font de* ghibellini d* Areizo, e per la potenzia e
vittorie di don Giamo d* Araona e de* Cioiliani cen-
tra r erede del re Carlo.
CAPITOLO CXXIL
Come i Lucchesi pretono sopra i Pisani il castello
d Asciano,
Nel detto anno del mese d* agosto, i Lucchesi
col giudice di Gallura, e con gli usciti guelfi di Pisa
(e di Firenie v* andarono dodici cavalieri di cor-
redo con ducente cavalieri soldati) andarono ad
oste in sul contado di Pisa, e puosonsi al castello
d* Asciano presso di Pisa a tre miglia, e ebbonlo a
patti, salve le peraone, e tornarono in Lucca sani e
salvi sansa nullo contrasto de* Pisani. E per loro dis-
petto i Lucchesi preso il castello, nella maggiore
torre Cedono mettere più specchi, perchè i Pisani
vi si specchiassono.
CAPITOLO CXXIII.
Come % soldati de' Pisani che eenieno di Campagna
furono sconfitti in Maremma da' soldati de" Fiorentini,
Nel detto anno del mese di settembre, vegnendo
di terra di Roma e di Campagna ducento cavalieri
* ventura, dall' antica voce francese méchance, dlsgi'azia,
o da nna consimile provenzale. La lingua inglese ha pare
misehoHce,
soldati per lo comune di Pisa, i quali guidava il
Conticino da Ilei di Maremma, sentendo la loro ve-
nuta il giudice di Gallura eh* era in Sarominiato, con
ordine de' Fiorentini, mandarono loro incontro tre-
.cento cavalieri di quegli della taglia con certi Fio-
rentini, onde fu capitano messer Guelfo de* Caval-
canti e Berardo da Rieti connestabile, per condotta
di Minuccio da Biserno ; e scontrandosi co* detti
soldati de' Pisani in Maremma, gli ruppono e scon-
Assono, e molti ne furono morti e presi, che pochi
ne scamparono col Conticino da Ilei ; e le loro in-
segne recate in Firenze con grande festa, e *1 detto
Berardo da Rieti connestabile fu fatto cavaliere per
lo comune di Firense, e feciongli ricchi doni e grande
onore.
CAPITOLO CXXIV.
Della cavalcata eh' e^ Fiorentini feciono a Laterino
per andare sopra ad Are%%o.
Nel detto anno a di 15 di settembre, essendo
gli Aretini ad oste sopra uno loro castello rubellato
per gli guelfi, che avea nome Corvano, i Fioren-
tini, per farne levare da oste gli Aretini, cavalcarono
subitamente a Laterino per andare verso Aretzo, e
furono le cavallate di Firense^ e da ducentocinquanta
loro soldati; sicché furono intomo di mille nomini
a cavallo e da quattromila pedoni, e in quella oste e
cavalcata si diede di prima la 'nsegna reale del^
r arme del re Carlo, e ebbela messer Berto Fresco-
baldi, e poi sempre l'usarono i Fiorentini in loro
oste per la mastra insegna. E sentendo gli Aretini
la detta cavalcata, per tema della .terra, di notte si
levarono dal detto castello, quasi a modo di sconfitta,
non aspettando V uno F altro, e tornarono in Arcuo ;
e ciò fatto, per' rinvigorire loro parte mandarono
a' Fiorentini che gli attendessono, che voleano la
battaglia; i quali avuta la novella, allegramente gli
attesone al castello di Laterino : gli Aretini con loto
amistà di Marchigiani, e Romagnuoli, e usciti ghibellini
di Firenze e delle terre di Toscana in quantità di
settecento cavalieri e di ottomila pedoni, vennero
schierati alla ripa di là dalPArno, che si chiama Ca
della Riccia incontro a Laterino; I Fiorentini veg-
gendo i nimici, francamente s* arroaro, e uscirò di
Laterino, e schierarsi in su la riva d* Arno, il quale
fiume d* Arno in quello tempo era molto sottile d* ac-
qua, e agevole a passare a quegli da pie, non che
a quegli da cavallo. E ciò fatto, i Fiorentini richie-
sono gli Aretini che scendessono al piano in sv
r Arno, 0 dessono campo a loro di passare in su '1
loro piano per venire alla battaglia ;* ma gli Are-
tini a ciò non feciono risposta, ma guardavano di
prendere loro vantaggio della battaglia al passare
dell* Amo ; e così stette ciascuna parte alia gara ^
Alla fine gli Aretini schifando la battaglia, si par-
tirono sconciamente e tornaronsi in Arezzo; e"* Fio-
rentini rimasono schierati in su la riva d'Arno in-
fino al vespro, e poi si tornarono in Laterino, e
vegnendone poi verso Firenze, disfeciono Montemar-
' La Giuntina legge: a riguarilo*
160
CRONicne
ciano, e Poggitaszi, e Montefortino, caslelU de' Pazzi
di Valdarao. Ma partili i Fiorentini di Uterino, la
masnada d' Arezzo con certi ghibellini essendo a
Bibbiena in Casentino, per condotta di certi isban-
diti e rnbelli ghibellini di Valdisieve, cavalcarono
infino al Pontassieve presso a Firenze a dieci miglia,
levando preda, e ardendo e guastando per quelle
contrade, e faccendo danno assai, si tomaron sanza
contrasto in Bibbiena; e ciò fu a dì 13 d'ottobre
del detto anno.
CAPITOLO CXXV.
Come ii prenze Carlo uscì della pregione del re
d* Araona.
Nel detto anno del mese di novembre, il prenze
Carlo uscì della pregione del re d'Araona per pro-
caccio del re Adoardo re d' Inghilterra, con patti, che
promise a don Anfiis re d' Araona, che a suo podere
procaccerebbe, che messer Carlo di Valois, fratello
dei re di Francia, rinunzierebbe con volontà del papa
il privilegio del reame d* Araona, che gli avea dato la
Chiesa al tempo di papa Martino, come addietro la*
cemmo menzione; e se ciò non facesse, promise e
giurò di ritornare in sua pregione dal giorno a tre
anpi. E per fermezza delb detta promessa, lasciò per
isttdichi tre suoi figliuoli Ruberto, e Ramondo, e
Giovanni, e cinquanta de' migliori cavalieri di Proen-
za. B costogli il detto accordo trentamila marchi di
tterlinì. E ciò fatto, il detto prenze Carlo n'andò in
Francia al re per fare renunziare a messer Carlo, ma
niente ne potè fare.
CAPITOLO CXXVI.
ffuno grande diluvio S acqua che fu in Fireme,
Nel detto anno a di 5 di dicembre, fu in Fi-
renze e nel contado uno grande diluvio di piova, on-
de il fiume d' Amo crebbe si disordinatamente, e durò
col detto empito fuori d'ogni termine usato dalla
mattina alla sera, e fece rovinare palazzi e case de-
gli Spini e Gianfigliazzi, ch'erano di costa al ponte a
Santa Trinità, e grande danno fece nel contado di
Firenze e in quello di Pisa.
CAPITOLO CXXVIl.
Come gli Arelini tennero guastando per lo con-"
tado di Firenze insino a San Donato in Collina.
Nel detto anno a di 12 del mese di marzo, la
masnada d'Arezzo, intorno di trecento uomini a ca-
vallo e ben tremila a pie, vennero infino a Monte-
varchi, ardendo e guastandolo intorno, e arsono il
borgo del castello, e tutto di combatterono la terra.
E stando Toste degli Aretini a Montevarchi, certi
usciti di Firenze con alquanti scorridori a cavallo e a
pie, corsono insino a San Donato in Collina presso
a Firenze a sette miglia, ardendo e guastando, sicché
i fummi delle case e dell' arsione si vedean dalla città
di Firenze, e cominciarono a tagliare l'olmo da San
Donato per dispetto de'Fiorentinù E dò latto, si tor-
narono nel borgo di Fegghine, e stettonvi ano di e
una notte ; né già per la delta cavalcata non si mosse
uomo di Firenze, anzi ebbe nella terra grande gelo-
sia, temendo che la detta cavalcata non fosse fatta
per tradimento della terra, perchè in Firenze erano
rimasi molti ghibellini popolani e grandi, de* quali,
per quello sospetto, molti ne furono mandati a' con-
fini, e la città rimase sanza sospetto.
CAPITOLO CXXVIII.
Come i Pisani feciono loro capiUmo ii conte da
Monte feltro^ e come feciono morire di fame il
conte Ugolino e" figliuoli e* nipoti.
Nel detto anno 1288 del detto mese dì mano,
riscaldandosi le guerre di Toscana tra^ guelfi e' ghi-
bellini, per la guerra cominciata de' Fiorentini e da-
nesi agli Aretini, e de'Fiorentini e Laccheai a' Pisani,
i Pisani elessono per loro capitano di guerra il conte
Guido di Montefeltro, dandoli grande ginrìdìzione e
signoria; il quale ruppe i confini ch'avea per la Chie-
sa, e partissi di Piemonte, e venne in Pisa; per la
qual cosa egli e' suoi figliuoli e famiglia, e tutto il
comune di Pisa, dalla Chiesa di Roma furono scomo-
nicati, siccome ribelli e nimici di Santa Chiesa. E
giunto il detto conte in Pisa del detto mese di mar-
zo, i Pisani, i quali aveano messo in pregione il
conte Ugolino e due suoi figlinoli, e due figliuoli del
conte Guelfo suo figliuolo, siccome addietro facemmo
menzione, in usa torre in sulla piazza degli anziani,
feciono chiavare la porta della detta torre e le chiavi
gittare in Arno, e vietare a' detti pregioni ogni vi-
vanda, gli quali in pochi giorni vi morirono di fame.
Ma prima domandando con grida il detto oonte |ieni-
tenzia, non gli concedettono frate o prete che ''l con-
fessasse. E tratti tutti e cinque morti insieme della
torre, vilmente furono sotterrati; e d'allora innanzi
la detta carcere fu chiamata la torre della fame, e
sarà sempre. Di questa crudeltà furono i Pisani per
lo universo mondo, ove si seppe, forte biasimati, non
tanto per lo conte, che per gli suoi difetti e tradi-
menti era per avventura degno di sì fatta morte, ma per
gli figliuoli e nipoti, che erano giovani garzoni e in-
nocenti; e questo peocato commesso per gli Pisani
non rimase impunito, siccome per li tempi innansi sì
potrà trovare. Lasceremo alquanto de* fatti di Firenze
e di Toscana, e diremo d'altre novità che addetti
tempi apparirono, e furono per T universo nondo.
CAPITOLO CXXIX.
Come i saracini presono Tripoli di Soria.
•
Negli anni di Cristo 1289 del mese di maggio,
il soldano di Babilonia d'Egitto con grandissisM e-
sercito di saracini a cavallo e a pie venne ia Sona,
epuosesi ad oste alla città di Tripoli, la quale si
tenea per gli cristiani, e quella per dìficii e cave
ebbe per forza, e molti cristiani che v^avea dentro
furono morti, e li giovani garzoni, e le donne e pni-
DI GIOVANNI VILLANI
m
eelle violate Tillanamente da' saracini, e menale in
servaggio ; alquanti ne scamparono in galee e legni
eh* erano nel porto, e fuggirsi ad Acri. E entrativi 1
saracini, la rubarono e spogliarono d' ogni sustanzia,
la quale era piena di molte gioie e mercatanzie e
cose. E ciò fatto, la feciono abbattere e disfare in-
sino alle fondamenta, salvo il castello chiamato No-
lisino, il quale era di fuori alla città ad una bale-
strata, e gnernironlo di saracini alla guardia, perchè
la città di Tripoli non si rifacesse per gli cristiani.
CAPITOLO CXXX.
Delia coranaùone del re Carlo iecondo, e come
passò per Firen^Oy e lasciò messere Amerigo di
Nerbona per capitano di guerra de" Fiorentini.
Nel detto anno a dì 2 di maggio, venne in Fi-
renze il prenze Carlo figliuolo del grande re Carlo,
il quale tornava di Francia poi eh* era uscito di pre-
gione, e andavane a corte a Rieti dov* era il papa, e
da" Fiorentini fu ricevuto con grande festa, e fuglt
fatto grande onore e presenti da* Fiorentini ; e di-
morato tre giorni in Firenze, si partì per fare ^uo
cammino verso Siena. E lui partito, venne in Firenze
novella che le masnade di Arezzo s* apparecchiavano
d* andare in sul contado di Siena per impedire o lare
vergogna al detto prenze Carlo, il quale avea piccola
compagnia di gente d* arme. Incontanente i Fiorentini
feciono cavalcare i cavalieri delle cavallate, ove furono
tutto il fiore della buona gente di Firenze e* soldati
ch'erano in Firenze, e furono in quantità di otto-
cento cavalieri e tremila pedoni per accompagnare il
detto prenze; onde il prenze V ebbe molto per bene
di sì onorato servigio, e subito e non richiesto soc-
corso di tanta buona gente, e con tutto che non fa-
cesse bisogno ; che sentito per gli Aretini la caval-
cata de* Fiorentini, non s* ardirono d" andarvi ; ma pe-
rò i Fiorentini accompagnarono il dello prenze inflno
di là dalla Bricola a* confini del contado di Siena e
d* Orbivieto. E addomandato per lo comune di Firenze
al prenze uno capitano di guerra, e che confermasse
loro di portare in oste la *nsegna reale, dal prenze
fu accettato, e fece cavaliere Amerigo di Nerbona
grande gentile uomo, e prode e savio in guerra, e
diello loro per capitano, il quale messer Amerigo con
sua compagnia, intorno di cento uomini a cavallo,
venne in Firenze colla detta cavallerìa, e il prenze
n^andò a corte, e dal papa Niccola quarto e da* suoi
cardinali onorevolemenle fu ricevuto, e il dì della
Pentecoste vegnente, a dì 29 di maggio 1289, nella
città di Roma fu dal detto papa coronato il detto
Carlo re di Cicilia e di Puglia, con grande onore,
solennità e festa, e dalla Chiesa fattegli molle grazie
e grandi presenti di gioielli e di moneta, e sussidii
di decime per aiuto della guerra di Cicilia. E ciò
fatto, si partì lo re Carlo di corte, e andonne nel Regno.
CAPITOLO CXXXL
Come i Fiorentini sconfissone gli Aretini a Certo-
mondo in Casentino,
Nel detto amo e mese di nuiggio, tornata la
cavalleria di Firenze d* accompagnare il prenze Carlo,
e col loro capitano messer Amerigo di Nerbona, per
soperchi ricevuti dagli Aretini incontanente feciono
bandire oste sopra la città d* Arezzo, e diedono loro
insegne di guerra a dì 13 di maggio, e P insegna
reale ebbe messer Gherardo Ventraia de'Tomaquinci,
e incontanente che furono date le portarono alla ba-
dia a Ripoli, compera usato, e là le lasciarono con
guardia, faccendo vista d^andare per quella via sopra
la città d* Arezzo. E venuta Tamistà e fornita V ordine
deiroste, con segreto consiglio presono Tordine e par-
tito d* andare per la via di Casentino, e subitamente a
dì 2 di giugno, sonate le campane a martello, si mosse
la bene avventurosa oste de* Fiorentini, e le bandie-
re, eh* erano a Ripoli, feciono passare Amo, e ten-
nono la via del Pontassieve, e accamparsi per atten-
dere tutta gente in sul monte al Pruno, e là si tro-
varono da millenovecento cavalieri, e da diecimila pe-
doni, de* quali v*ebbe seicento cittadini con cavallate,
i meglio armali e montati ch*uscis8ono anche di Fi-
renze, e quattrocento soldati colla gente del capitano
messer Amerigo al soldo de* Fiorentini ; e di Lucca
v*ebbe centocinquanta cavalieri; e di Prato quaranta
cavalieri e pedoni ; di Pistoia sessanta cavalieri e pe-
doni ; e di Siena centoventi cavalieri ; e di Volterra
quaranta cavalieri; e di Bologna loro ambasciadori
con loro compagnia ; e di Samminiato, e di Sangimi-
gnano, e di Colle, di ciascuna terra v*ebbe gente t
cavallo e a pie ; e Maghinardo da Susinana buono e
savio capitano di guerra con suoi Romagnuoli. E
rannata la detta oste scesono nel piano di Casentino
guastando le terre del conte Guido Novello eh* era
podestà d* Arezzo. Sentendo ciò il vescovo d'Arez-
zo, con gli altri capitani di parte ghibellina, che as-
sai V* avea de* nominati, presono partito di venire con
tutta loro oste a Bibbiena, perchè non ricevesse il
guasto, e furono ottocento cavalieri e ottomila pe-
doni mollo bella gente, e di molli savi capitani di
guerra eh* avea tra loro, che v*era il fiore de* ghi-
bellini di Toscana, della Marca, e del Ducato, e di
Romagna, e tutta gente costumati in ffme e in guer-
ra, sì richiesono di battaglia i Fiorentini, non temen-
do perchè i Fiorentini fossono due cotanti cavalieri
di loro, ma dispregiandoli, dicendo, che si lisciavano
come donne, e pettinavano le zazzere, e gli aveano a
schifo e per niente. Bene ci fu anche cagione, perchè
gli Aretini si misono a battaglia co* Fiorentini, es-
sendo due cotanti cavalieri di loro, per tema d*uno
trattato che *l vescovo d* Arezzo avea tenuto co*Fio-
rentiai, menalo per messere Marsilio de* Vecchietti,
di dare in guardia a* Fiorentini Bibbiena, Civilella, e
tutte le castella del suo vescovado, avendo ogni anno
a sua vita cinquemila fiorini d*oro, sicuro in su la com-
pagnia de* Cerchi. Il quale trattato messere Gugliel-
mino Pazzo suo nipote isturbò, perchè il vescovo
non fosse morto da* caporali ghibellini; e però avac-
ciarono la battaglia, e menarvi il detto vescovo, ove
egli rimase morto con gli altri insieme; e così fu
pulito del suo tradimento il vescovo, che a una ora
trattava di tradire i Fiorentini e* suoi Aretini. E ri-
cevuto per li Fiorentini allegramente il gaggio ^ della
' sfida, pegno o segno di sfldm. Qaeita voce non è beo
dichiiurata nel Vocabolario.
11
162
CRONICHB
battaglia, di concordia si schierarono e affrontarono
le due osti più ordinatamente per V una parte e per
r altra, che mai s'affrontasse battaglia in Italia, nel
piano a pie di Poppi nella contrada detta Cerlomon-
do, che cosi si chiama il luogo, e una chiesa de* frati
minori cbe v'è presso, e in uno piano che si chiama
Campaldino, e ciò fu un sabato mattina a di 11 del
mese di giugno, il'di di Santo Barnaba apostolo gli anni
di Cristo 1 289. Messer Amerigo e gli altri capitani
deTiorentini si schierarono bene e ordinatamente, rac-
cendo centocinquanta feditorì de** migliori dell' oste,
de' quali furono venti cavalieri novelli, che si fedono
allora; e essendo messer Vieri de' Cerchi de* capitani,
e malato di sua gamba, non lasciò perciò di volere es-
sere de' feditorì; e convenendoli eleggere per lo suo
sesto, nullo volle di ciò gravare più che si volesse di
volontà, ma elesse se e '1 figliuolo e' nipoti; la qnal
cosa gli fu messa in grande pregio, e per suo buono
esemplo e per vergogna molti altrì nobili cittadini si
misono tra' feditorì. E ciò fatto, lasciandogli di costa
da ciascuna ala delU schiera de'pavesari, e balestrìerì,
e ài pedoni a lance lunghe, e la schiera grossa di
dietro a' feditorì ancora fasciata di pedoni, e dietro
tutta la salmerìa rannata per ritenere la schiera gros-
sa, e di fuori dalla detta schiera misono dugento ca-
valierì e pedoni Lucchesi e Pistoiesi e altrì forestierì,
onde fu capitano messer Corso Donati, ch^era allora
podestà de' Pistoiesi, e ordinaro, che se bisognasse,
fedisse per costa sopra i nemici. Gli Aretini dalla
loro parte ordinarono saviamente loro schiere, pe-
rocché v'avea, come detto avemo, buoni capitani di
guerra, e feciono molti feditorì in quantità di tre-
cento, intra' quali avea eletti dodici de' maggiori ca-
porali che si faceano chiamare i dodici paladini. E
dato il nome ciascuna parte alla sua oste, i Fioren-
tini Kerbona cavaliere^ e gli Aretini San Donato ca-
valiere^ i feditorì degli Aretini si mossono con grande
baldanza a sproni battuti a fedire sopra l'oste de'
Fiorentini, e T altra loro schiera conseguente ap-
presso, salvo che '1 conte Guido Novello, eh' era con
una schiera di centocinquanta cavalierì per fedire di
costa, non si ardi di mettere alla battaglia, ma ri-
mase, e pof si fuggi a sue castella. E la mossa e as-
salire che feciono gli Aretini sopra i Fiorentini fu,
stimandosi come valente gente d' arme, che per loro
buona pugna di rompere alla prìma affrontata ì Fio-
rentini e metterli in volta ; e fu si forte là percossa,
che i più de' feditorì de' Fiorentini furono scavallati,
e la schiera grossa rinculò buon peizo del campo,
ma però non si smagarono ' né ruppono, ma costanti
e forti riceveltono t nemici; e coli' ale ordinate da
ciascuna parte de' pedoni rinchiusono tra loro i ne-
mici, combattendo aspramente buona pezia. E messer
Corso Donati, ch'era di parte co' Lucchesi e'Pistolesi,
e avea comandamento di stare fermo, e non fedire
sotto pena della testa, quando vide cominciata la bat-
taglia, disse come valente uomo : Se noi perdiamo^
io voglio morire nella battaglia co* miei ciltadinij e
$e noi vinciamOy chi vuole vegna a noi a Pistoia
per la condannagione; e francamente mosse tua
' non si smarrirono. La Gìtmtina legge: $magUarono,
schiera, e fedi i nemici per costa, e fu grande cagioBe
della loro rotta. E ciò fatto, come piacque a Dio, i
Fiorentini ebbono la vittoria, e gli Aretini furono
rotti e sconfitti, e furono morti più di millesettecento
tra a cavallo e a pie, e presi più di duemila, ondo
molti ne furono trabaldati ' pur de' migliori, chi per
amistà, e chi per ricomperarsi per danari ; ma in Fi-
renze ne vennero legati più di settecentoqnaranta. In-
tra'morti rimase messer Guglielmino degli libertini ve-
scovo d' Arezzo, il quale fu uno grande guerriere, e
messer Guglielmino de' Pazzi di Valdamo e' suoi ni-
poti, il quale fu il migliore e "1 più avvisalo* capitano
di guerra che fosse in IlaHa al suo tempo, e morìvri
Bonconte figliuolo del conte Guido da Montefellro, e
tre degli liberti, e uno degli Abati, e due de'Griffoni
da Fegghine, e più altri usciti di Firenze, e Gnide-
rello d'Alessandro da Orbivieto, nominato capitano,
che portava l'insegna imperiale, e più altri. Dalb
parte de' Fiorentini non vi rimase morto uomo di ri-
nomea, se non messere Guglielmo Berardi balio di
messere Amerigo di Nerbonfi, e messer Bindo del
Baschiera de' Tosinghi, e Ticci de' Visdomini ; ma
molti altri cittadini e forestieri furono fediti. La no-
vella della detta vittoria venne in Firenze il giorno
medesimo, a quella medesima ora eh' ella fu ; che
dopo mangiare essendo i signori priori iti a dormire
e a riposarsi; per la sollecitudine e vegghiare della
notte passata, subitamente fu percosso T uscio della
camera con grida : levate sti50, che gli AreiùU sono
sconfitti: e levati, e aperto, non trovarono persona,
e i loro famigliari di fuori non ne sentirono nulla,
onde fu grande maraviglia e notabile tenuta, che, in-
nanzi che persona venisse dell' oste colla novella, fa
ad ora di vespro. E questo fu il vero, ch'io Tudii e
vidi, e tutti i Fiorentini s' ammiraro onde ciò fosse
venuto, e stavano in sentore '. Ma quando giunsono
coloro che venieno dell' oste, e rapportarono la no-
vella in Firenze, si fece grande festa e allegrezza; e
poteasi fare per ragione, che alla detta sconfitta ri-
masono molti capitani e valenti uomini di parte ghi-
bellina, e nemici del comune di Firenze, e fiume ab-
battuto r orgoglio e superbia non solamente degli
Aretini, ma di tutta parte ghibellina e d' imperio.
CAPITOLO CXXXIL
Come i Fiorentitèi assediarono e guastarono m-
tomo la città d'Amzo.
Avuta la detta vittoria il comune di Firenze
sopra quello d'Arezzo, sonata colle trombe la ri-
tratta della caccia dietro a' fuggenti, si si schierò Toste
de' Fiorentini in su il campo, e ciò fatto, se n^an-
' tralhgati; ed anche si disse tribaldati^ voe. ant da
traholdare o trtbaldaref che forse pritnitlTament» significò :
mandar BottowprOf fcar patèw tottomaiu) aloana oosa.
' accorto, avreduto, dal verbo avvitare Che tra gli altri
significati ha quello di aiccoir$9m. .Luoa, cen. \. nov. 6:
al paperOf € a' capponi t^avvi$ò troppo bene delT animo tuo;
ed anche di appoèiaré coU' ocdUoj rieono9eer« : Dante, Inf.
16 : aiwisando lar preda € lor vantaggio; CarO| Eneide 8 :
Avvisò r armi t wu oonoòòe.
* stavano aspettando con attensione«
DI GIOVANNI VILLANL
163
durono a Bibbiena, e quella ebbono sanza naìlo con-
trasto ; e rubata e spogliata d^ ogni sustanzia e di
molta preda, le fèciono disfare le mura e le case
forti infino alle fondamenta, e più altre castelletta in-
torno, soggiornatovi otto dì. Che se lo seguente dì
fosse Toste de'^Fioreniini cavalcata ad Arezzo, sanza
dubbio s^aYea la terra; ma in quello soggiorno gli
scampati della battaglia vi ritornarono, e de* conta-
dini d'intorno vi fuggirono, e presono ordine al ri-
paro e guardia della terra. L'Aoste de* Fiorentini vi
venne alquanti giorni appresso, e puosono V assedio
nlorno alla città, faccendo il guasto al continuo, e
prendendo le loro castella, che quasi tutte s* ebbono,
quali per forza, e quali s* arrenderono a patti ; e
molte ne feciono i Fiorentini disfare, e ritennero
Castiglione Aretino, e Montecchio, e Rondine, e Ci-
vitella, e Laterina, e 'I Montesansavino. E andarono
in quella oste due de* priori di Firenze a provvedere;
e* Senesi vennero per comune molto isforzatamente
popolo e cavalieri, dopo la sconfitta fatta, per rac-
quistare le loro terre prese per gli Aretini, e ebbono
Lucignano d* Arezzo, e Chiusura di Yaldichiane a
patti. B stando la detta oste de* Fiorentini ad Arezzo,
in sul vescovado vecchio per venti dì, la guastarono
tutta intomo, e fedonvi correre il palio per la festa
di San Giovanni, e rizzarvisi più dificii, e manganar-
visi asini colla mitra in capo, per dispetto e rim-
proceio del loro vescovo, e ordinarvisi molte torri
di legname e altri ingegni per combattere la terra,
e dandovisi aspra battaglia, grande pezza dello stec-
cato, che non v*avea allora altro muro da quella
parte, fu arso e abbattuto ; e se i capitani dell* oste
avessono ben fatto pugnare a* combattitori, per forza
s* avea la terra, ma quando doveano combattere fe-
ciono sonare la ritratta, onde furono abominati, che
«io fu fatto per guadagneria; per la qual cosa il po-
polo e* combattitori ammollati si ritrassono da* bada-
lucchi^ e dalle guardie; onde la notte vegnente que-
gli d* Arezzo uscirono fuori, e misero fuoco in più
torri di legname; e arsonle con molti altri dificii. E
ciò fatto, i Fiorentini perduta la speranza d* avere la
terra per battaglia, per lo migliore si partì Toste,
lasciando fomite le sopraddette castella forti, perchè
guerreggiassono al continuo la terra; e tornò Toste
In Firenze a dì 24 luglio con grande allegrezza e trionfo,
andando loro incontro il chericato a processione, e'
gentili uomini armeggiando, e U popolo colle insegne
e gonfaloni di ciascuna arte con sua compagnia, e
recossi palio di drappo ad oro^ sopra capo di messer
Amerigo di Nerbona, portato sopra bigordi ^ per più
cavalieri, e simile sopra messer Ugolino de* Rossi da
Parma eh* allora era podestà di Firenze. E nota, che
tu^ la spesa della detta oste si fomì per lo nostro
eonrane per una libbra di libbre sèi e soldi cinque il
centinaio, che montò più di trentasei migliaia di fio-
' do] badaluccare^ dalle scaramuccie, e forse meglio : dalle
poste, doDde rompevano improvrisl ai pioooli aflW>nti e te-
nerano a bada il nemico. Mancherebbe in questo secondo
senso aUa Crusca.
^ messo a oro, lavorato ad oro.
^ bagordi, aste, e simili anne colle quali si bagorda,
che è a dire, si fisteggia armeggiando e giostrando.
rini d* oro, sì era allora bene ordinato T estimo della
città e del contado, con altre cose e rendite del co-
mune simiglienti bene ordinate. Bene avvenne, che
tornata la detta oste, i popolani ebbono sospetto de*
grandi, che per orgoglio della detta vittoria non gli
gravassono oltre al modo usato; e per questa ca-
gione le sette arti maggiori si rallegarono con loro
le cinque arti conseguenti, e feciono tra loro imporre
arme, e pavesi, e certe insegne, e fu quasi uno co-
mlndamento di popolo, onde poi si prese la forma
del popolo che si cominciò nel 1292, come innanzi
faremo memoria. Della sopraddetta vittoria la dttà
di Firenze esaltò molto, e venne in buono e felice
stato, il migliore eh* ella avesse avuto infino a quelli
tempi; e crebbe molto di genti e di ricchezze, ch*o-
gnuno guadagnava d^ogni mercatanzia, arte, o me-
stieri; e durò in pacifico e tranquillo stato più anni
appreàso, ogni dì montando. E per allegrezza e buono
stato, ogni anno per calen di maggio si faceano le
brigate e compagnie di gentili gioyini vestiti di nuovo,
e faccendo corti ^ coperte di drappi e zendali, e chiuse
di legname in più parti della città ; e simile di donne
e di pulcelle, andando per la terra ballando con or-
dine, e signore accoppiate, con gli strumenti e colle
ghirìande di fiori in capo, stando in giuochi e in al-
legrezze, e in desinari e cene.
CAHTOLO CXXXIU.
Di una fiera e aspra battaglia la quale fu ira U
duca di Brabante e il conte dt Lufiimborgo.
Nel detto tempo e mese di giiigno, essendo
nata una grande discordia tra *l duca di Brabante e
.il conte di Luzimborgo, per cagione del ducato di
Lamborgo il quale era vacato, e ciascuno de* delti
signori vi cusava ragione; il conte di Luzimborgo,
perch*era stato di genti di suo lignaggio, e con lui
tenea T ardvescovo di Cologna e più altri signori, e 1
duca di Brabante vi cusava ragione per retaggio
di donna. E per questa tenza si nacque tra loro gag-
gio di battaglia, e ciascheduno fece sua raunata,
quale fu per la parte del duca di Brabante di mille-
dnquecento cavalieri de* migliori che fossono in Bra-
bante, in Fiandra, e in Analdo, e di Francia. E d* al-
tra parte il conte di Luzimborgo fu con milletrecento
cavalieri de* migliori, e de* più rinomati di Yaldireno
e d*Alamagna. E raccozzate le due osti tra il fiume
del Reno e quello della Mosa nel luogo detto Avu-
rone, sanza nhino pedone d*arme che a pie fosse,
si cominciò la detta battaglia, e fu si aspra e si cru-
dele, che durò dalla mattina al sole levante infino al
coricare del sole; perocché a modo di torniamento
si ruppono e si rallegarono più volte il giorno, non
possendosi giudicare chi avesse il peggiore. Alla fi-
ne fu sconfitto il conte di Luzimborgo per la buona
cavalleria che messer Gottifredi di Brabante fratello
del duca avea menata di Francia, che vi fu il cone-
stabile, e *l maliscalco e altri grandi baroni di Fran-
' Luoghi, dove si potesser tenere conviti solenni o corti
bandite. Manca in questo senso alla Cnisca.
tu
CRANICHE
CM tolto il Bore de' baecellierì d*arme del reame,
▼'erano venati con lui a priego della reina
loglìe che tu del re Filippo di Francia, e se-
roccUa del detto duca, e di messer Gottifredi di
Brabanle. E rimasono in sul campo morti, che d'una
parte e che d*aUra, cinquecento e più de' migliorì ca-
▼alierì del mondo ; ma i più dalla parte del conte di
Losimborgo; ch'egli con tre suoi fratelli carnali vi
rimasono morti, e *l conte di Gelleri, e quello di Lea,
• più altri baroni del Reno e d' Alamagna, e in grande
quantità presi, che per la ftereuM de' provati e buoni
cavalieri nullo quasi iuggì di campo, onde bene n' è da
fare notevole memoria, perocché appena si traeva di
tanta poca gente, a comparazione, sì aspra battaglia
come fu quella. Perla quale vittoria il duca di Brabante
9 suo paese montò in grande fama di buona cavallerìa
e di grande stato, e conquistò il ducato di Lamborgo
onde era la quistione ; e d' allora innanzi il duca di
Brabante accrebbe la sua arme, e fecola a quartieri;
r uno il campo nera e leone ad oro, cioè V arme della
ducea di Brabante, I* altro il campo ad argento e leo-
ne vermiglio per la ducea di Lamborgo. Ma poi pa-
ce fece con ArHgo giovane fanciullo, e figliuolo ri-
mase del conte di Luzimborgo, per consiglio de' pa-
renti e amici ; ' e per non essere disertato il detto
Arrigo tolse per moglie la figliuola del duca di Bra-
bante. Questo Arrigo crebbe poi in tante virtù e
valore, che fu imperadore di Roma, come innanzi al
suo tempo la nostra cronica farà menzione.
CAPITOLO CXXXIV.
Come don Giamo f>eime di Cicilia im Calapra con
iua amuUàf e riceveiievi alcuno dannOy e poi ti
puose ad assedio a Gaeta.
Nel detto anno e mese di giugno, essendo il
conte d' Artese maliscalco della gente del re Carlo
In Calavra ad oste al castello di Catanzaro ch'era ra-
bellato al re Carlo, e s'era arrenduto a don Giamo
d'Araona, il quale si facea chiemare re di Cicilia, il
detto donneiamo col suo ammiraglio Ruggeri di Lo-
ria, per soccorrere e levare l' assedio dal detto ca-
stello, vennero di Cicilia con loro armata di cinquanta
tra galee e uscieri, e con gente d' arme e cavalli puo-
sono in terrai E messer Ruggeri di Loria scese, e ne
fu capitano di cinquecento cavalieri catalani, ov' ebbe
una battaglia tra' Franceschi e* Catalani, ma per la
buona cavalleria dei Franceschi eh' avea seco il conte
d' Artese ne fu vincitore, e rimasonvi tra morti e
presi intorao di dugento Catalani a cavallo. Messer
Roggeri si ricolse col rimanente a galee. E nota, che 1
detto messer Roggeri non fu vinto mai né prima né
poscia in battaglia di mare o di terra, se non in quella,
ma fu il più bene avventuroso, che ammiraglio che
mai si ricordi, come le sue memorie hanno fatto e
faranno per innanzi menzione. Come don Giamo vide
che non potea niente avanzare in Calavra, ai partì per
mare con sua armata, lasciando Toste e gente del re
Carlo, e sì si avvisò d' assalire e prendere la città di
* plgUarono terra, afferrarono il porto.
Gaeta, e per fare levare l'oste da Catanzvo In Ca-
lavra, e posesi del mese di luglio ad assedio della
detta città di Gaeta in sul monte che v'è d' incontro,
assai forte luogo e sicuro, con seicento cavalieri e
con popolo e balestrieri assai, e rizzowi dlficii\ git-
tandovi dentro. I Gaetanì si tennero francamente, e
mandarono per soccorso al re Carlo, il quale si mos-
se da Napoli con tutto suo podere di gente d' arme a
cavallo e a pie; e il conte d' Artese vi venne di Ca-
lavra colla cavalleria, lasciando form'to l'assedio, e
di Campagna e di Terra di Roma vi venne molta
gente a cavallo e a pie al soldo della Chiesa. Don
Giamo sentendo venire il re Carlo sopra lui con tanta
potenzia, e temendo che per fortuna di mare non
gli fallisse vivanda, fece domandare triegue al re
Cario, promettendo di partirsi da Gaeta ; le quali il
re accettò dal dì inaino alla Tussanti' vegnente a due
anni, salvo che in. Calavra. La quale triegua al conte
d'-Artese e agli altri baroni franceschi non piacque,
perocché per la loro potenzia parca loro avere preso
don Giamo e vinta la guerra ; ma lo re Cario cono-
scendo che non si potea levare l' assedio senza peri-
colo, non avendo armata in mare, prese le triegue, e
però fu cagione di toraarsi in Francia il conte d'Ar-
teae e più baroni. E fatte le dette triegue, don Giamo
con sua armata si ricolsé, e partissi a dì 85 d'agosto
1289, e tornarsi sani • salvi In Cfcilia. E perchò i
Gaetani si portarono all' assedio firancamente, e come
franchi nomini, lo re gli fece franchi d'ogni gra-
vezza dled anni.
CAPITOLO CXXXV.
Come Carlo Martello fu coronato del reame
if Ungheria.
Compiute e ferme le dette triegue, le quali fu-
rono molto utili al regno di Puglia, per dare alquanto
silenzio alla guerra ond' erano molto aggravati. Il
re Cario si tornò a Napoli, e 1 giorao di nostra
Donna di settembre prossimo II detto re fece iu Na-
poli grande corte e festa, e fece cavaliera Carlo Mar-
tello suo primogenito figliuolo, e fecelo coronare del
reame d' Ungheria per^ uno cardinale legato del papa,
e per più arcivescovi e vescovi. E per la detta coro-
nazione e festa più altri cavalieri novelli si fedono
il giorao, Franceschi, e Provenzali, e del Regno, e
spezialmente Napoletani, per lo re e per lo figliuolo ;
e fu grande corte e onorevole, e ciò fece lo re Carlo,
perocché era morto in quello anno il re d'Ungheria,
del quale non rimase ninno figliuolo maschio né altra
rada, che la raina Maria moglie del detto ra Cario,
e madra del detto Cario Martello, a cui succedeva
per ereditaggio il detto reame d'Ungheria. Ma BMNrtò
il detto re d' Ungheria, Andraasso disceso per le-
gnaggio della casa d'Ungheria entrò nel raame, e la
maggiora parte tra per forza e per amore ne con-
quistò, e fecesene fera signora e re. Lasceramo al-
I La GiuntiiiA: traboocandavi dmttró»
* Ttunanti, V. A. solennità deU* Ogaiasantl
* La Giuntina: ad «no eardinmk.
\
DI GIOVANNI VILLANI.
165
quanto de' faUi del regno di Cicilia e di Ungheria, e
loineremo a"* fatti ohe in quo' tempi furono in Toscana.
CAPITOLO CXXXVI.
>
Com4 que' di Chwti furono iconfUH^ e rimkono
i guelfi in Chiuéi,
Nel detto anno a di 16 d'agosto, i ghibellini
ch'erano in Chiusi, ond'era capitano measer Lapo
Farinata degli liberti, uscirono ftiori popolo e cava-
lieri^ e con diflcii e scale per combattere il ponte e
torri di Santa Mosteruola a pie di Chiusi in su le
Chiane, il quale si tenea per gli guelfi usciti di Chinai.
E sentendo la detta ordine, mandarono per soccorso
a Siena e a Montepulciano, onde subitamente vi man-
darono i Saneai messer Berardo da Rieti con cento
cavalieri^ e di Montepulciano vi trasse messer Bonghi
Bondelmonti che n'era podestà, con gente a cavallo
e a pie assai; e trovando la detta oste de' Chiusini, gli
aisalirono francamente e gK misono in isconfitta, e rima-
sonne morti da centoventi, e presi più di dugento; per
la quale sconfitta e per riavere i loro pregioni", quegli
di Chiusi rimìsono il settembre vegnente i guelfi in
Chiusi, e mandarne messer Lapo Farinata, e la ma-
snada de' ghibellini d'Areiso.
CAPITOLO cxxxvn.
Come i LuccheMi colla fòrM dé'Fiorentim feciono
^ otte sopra la città di Fisa,
Nel detto anno 1289 del mese d'agosto, i Luc-
chesi feciono oste sopra la città di Pisa colla forza
de' Fiorentini, che v' andarono quattrocento cavalieri
di cavallate, e duemila pedoni di Firenze, e la taglia
di loro e dell' altre terre di parte guelfa di Toscana, e
andarono inaino alle porte di Fisa, e fecionvi i Luc-
chesi correre il palio per la loro fèsta di San Regolo,
e guastarla intomo in venticinque di che vi stettono
ad oste, e presono il castello di Caprone, e guastarìo,
e tutta la valle di Calci, e quella di Buti, e guastarono
intomo Vicopisano, e dieconvi più battaglie, ma non
l'ebbono, e tomarsi a casa sani e salvi, e di Pisa
non usci persona d'arme a loro contrario.
CAPITOLO cxxxvm.
D^una cavalcata che feciono i Fiorentini^ che
dovea loro essere dato Areno.
Nel detto anno del mese di novembre, essendo
menato uno segreto trattato per gli Fiorentini d* avere
la città d'Arezzo per tradimento, subitamente in su
r ora di Vespro sonando la campana a martello, po-
nendo la candela accesa alla porta, pena grandissima
chi non fosse cavalcato innanzi che ella fosse con-
sumata, i cittadini eh' aveano le cavallate, incontaaente
cavalcare e con loro soldati, e tutta la notte inflno
a Montevarchi, e la mattina a Civitella ; e venia for-
nito il trattato, se non che uno che '1 menava cadde
d'uno sporto S e veggendosi alla morte, in confessione
il manileatò al suo. confessore frate, e quegli il ri-
velò a messer Tarlato, onde prcae di coloro che sen-
tirono il tradimento, e focene giustizia, e fu disco-
perto, onde i Fiorentini, che però erano cavalcati a
Civitella, riposati alquanti di, si tornarono in Firenze.
CAPITOLO CXXXK.
D*uno grande fuoco che 5' apprese in Firenze in
casa i PegolotH.
Negli anni di Cristo 1 290 a di 29 di maggio, s' ap-
prese il fuoco a casa de' Pegolotti oltrarno di là dal
Ponte Vecchio, e araono le loro case e la torre e le
case de' loro vicini d' incontro, e araevi messer Neri
Pegolotti con uno suo figliuolo, e una donna di loro
con tre suoi figliuoli, e' una Ihnte; onde fu allora
una grande pietà e dammag^gio di peraone e d'avere,
che poi fu quasi sdento quello legnaggio, ch'erano
antichi e orrevoli cittadini.
CAPITOLO CXL.
Come i Fiorentini con loro amistà feciono la ter%a
oste sopra la città <r Areno,
Negli anni di Cristo 1290, i Fiorentini usci-
rono fuori il primo di di giugno, e feciono oste so-
pra la città d'Arezzo coli" aiuto della taglia e del-
l'amistà delle terre guelfe di Toscana: furono mille
cinquecento cavalieri, e seimila pedoni. B al dare
dell' insegne della detta oste, si diede di prima il
pennone de' feditori, mezzo l'arme del re, e mezzo
il campo d' argento e giglio rosso, e stettono ad oste
ventinove di, e guastarlo da capo : intomo intomo ad
Arezzo sei miglia non vi rimase né vigna^ nò albero, nò
biada, e corsonvi il palio i) di di Santo Giovanni alle
porte d'Arezzo. B era allora podestà di Firenze mes-
ser Rosso Gabbrielli d'Agobbio, e fu il primo che
fosse per sei mesi, che innanzi erano le podestadi
per uno anno; e per lo meglio del comune si fece al-
lora quello decreto, che poi segui sempre. E tor-
nando la detta oste, feciono la via di Casentino gua-
stando le terre del conte Guido Novello, e disfeciongli
la rocca, e palazzi di Poppi, ch'erano forti e mera-
vigliosi, e castello Santangelo, e quello di Ghlaz-
ZU0IO9 e Cotica, e Montaguto di Valdamo. B in questo
venne T esecuzione della profezia che 1 conte Te-
grimo il vecchio disse al conte Guido Novello dopo
la sconfitta de' Fiorentini a Hontaperti, essendo in
grande stato e prosperità il detto conte Guido, e per
proverbio si dicea in Firenze: Tu stati piik ad agio
che 7 conte in Poppi ; e mostrandogli il cassero di
Poppi, nella cui camera dell' arme avea tutte le buone
balestra, e altri arnesi d' arme e d' oste eh' e' Fio-
rentini aveano perduti alla detta sconfitta, e ancora
quello che trovò in Firenze quando fu vicario; e
domandando il conte Guido il conte Tegrimo che* gliene
' da un tratto di muro ohe sporgeva in fuori della di-
rittura principale.
166
CRONICHE
parea, il detto conte Tegrìmo riipoose improvviso e
subito ai conte Guido uno bello motto e notabile, e
disse: Farmene benej $e non dCio nUendo^ eh* e"
fiorentini sono granik preHaiori ad usura.
CAHTOLO CXLL
Come fu preso e guasto Porto pisano per gli Fùh
rentini^ e Genovesi^ e Lucchesi,
Nel detto anno a dì 2 di settembre, i Fioren-
tini uscirono ad oste sopra la città di Pisa, lasciando
fornito il Valdarno di sopra di trecento cavalieri
tra cittadini è soldati e pedoni assai, aodoccbè gli
Aretini non potessono-per la detta oste correre in
Valdarno; e ciò fatto, con ordine de^ Genovesi, che vi
vennono per mare con quaranta galee armate; e' Luc-
chesi vi furono con tutto loro podere, e presono per forca
Porto Pisano e Livorno, e guastarlo tutto, e guastarono ^
le quattro torri ch'erano in mare alla guardia del porto,
e M fanale della Melone, e fedonle cadere e rove*-
sciare in mare con gli uomini che su v' erano a guar-
dia. E' Genovesi sursono alla bocca e entrata del
porto più legni grossi carichi di pietre, e ruppono
i palati, perchè il detto porto non si potesse usare.
E partita la detta oste di porto i Genovesi si torna-
rono a Genova, e^ Lucchesi a Lucca sani e salvi,
e' Fiorentini tornarono per la Valdera, e presono e
disfeciono più castella, e lasciarono uno capitano in
Valdera. Ma tornati i Fiorentini in Firenze, il conte
Guido da Montefeltro colle masnade di Pisa cavalca-
rono in Valdera, e ripresono il castello di Monte-
foscoli e quello di Montecchio, e presono il capi<!-
tano che v'aveano lasciato i Fiorentini; e ciò sen-
tendosi in Firense, cavalcarono i Fiorentini a Volterra
popolo e cavalieri, e sentendolo i Pisani, si torna-
rono a Pisa.
CAPITOLO CXLIL
Come fu preso il marchese di Monferrato da
quegli (f Alessandria.
Nel detto tempo il marchese di Monferrato il
quale essendo venuto nella città d* Alessandria in Lom-
bardia, eh' agli tenea sotto sua signoria, i cittadini
di quella* a petizione e sommossa degli Astigiani di
cui egli era nimico (e ciò fu per gli molti danari
ch'elli spesono ne' traditori d'Alessandria), per tradi-
mento presono il detto marchese e misonlo in pre-
gione, per Ir cui presura i Milanesi presono. . . .
CAPITOLO CXLIU.
D' uno grande miracolo eh" aevenne in Parigi del
corpo di Cristo.
Nel detto anno essendo in Parigi uno gii^deo
ch'avea prestato ad usura ad una cristiana sopra sua
roba, e quella volendola ricogliere per averla indosso
* La GluAtiiUi: tagliarono.
il di di Pasqua, il giudeo la disse : Se Iti mi rechi
il corpo del vostro Cristo^ io ti renderò i tuoi pan^
ni sansa denari. La semplice fenunina e covidosa
il promise, e la Bettina di Pasqua andandosi a co-
municare, ritenne il sagramento e recollo al giudeo^
il quale messo una padella a fuoco con acqua ho-
gliente, gittò il corpo di Cristo dentro e non lo po-
tea consumare; e dò veggendo, il fedì più volte
col coltello, il quale fece abboadevolemente sangue,
sicchò tutta Tacqua divenne vermiglia ; e di quella il
trasse, e sùselo in acqua fredda, e simile divenne
verauglia. E soprawegnendovi i orìstiani per im-
prontare^ danari, s'accorsero del sacrilegio del giu-
deo, e fl santo corpo per se medesimo saltò in su
una tavola. E ciò sentito^ il giudeo fu preso e arso,
e il santo corpo ricolto per lo prete a grande reve-
reniia, e di quella casa dove avvenne il miracolo si
fece una chiesa, che si chiama il Salvatore del Bo-
gliente.
CAPITOLO CXLIV.-
Come i Ratignani presono il conte di Romagna che
r' era per la Chiesa.
Nel detto anno a di 16 di novembre, i citta-
dini di Ravenna presono messer Stefano da Ginas-
uno di casa i Colonnesi di Roma, il quale era conte
di Romagna per lo papa e per la Chfesa di Roma, e
uccisono e rubarono e prosono tutta sua masnada e
famiglia. Per la quale rubellasione tutte le terre di
Romagna si commossono a guerra e rubellasione,
salvo la città di Forlì; e Maghinardo da Susinana
prese la città di Faenza. Per la quel cosa i Bolognesi
cavalcarono a Imola, e disfeciono gli steccati, erap*
pianarono i fossi d* intomo alla terra. Dopo queste
novità surte in Romagna, il papa Vi orando per conte
messer Bandino de' conti Gnidi da Romena vescovo
d' Areszo , il quale in poco tempo appresso tutte le
terre di Romagna recò per pace e accordo a sua ob-
bedienza, e di Santa Chiesa.
CAPITOLO CXLV.
Come il soldano di Bahiloma tinse per for%a la
città df Acri con grande danno de" cristiani.
Negli anni di Cristo 1291 del mese d'aprile, il
soldano di BabUonia d'Egitto, avendo prima fatto
sua guernigione e fornimento in Sona , si passò il
diserto , e venne nella detta Sona con sua oste , e
puosesi ad assedio alla città d* Acri , la quale anti-
camente la Scrittura chiamava Tolemaida, e oggi in
latino si chiama Aoon, e fii con si grande gente a
pie e a cavallo il soldano, che la sua oste tenea più
di dodici miglia. Ma innanzi che più diciamo della
perdita d' Acri, si diremo la cagione, perchè il son-
dano vi venne ad assedio e la preae, avutane rela*
zaoBo da uomini degni di fede nostri cittadini , . e
* chiedere, prendere in prestito, voee «nticA e da ri-
mandani tutta tutta ai f^raneeai, donde oi venne.
DI GIOVANNI VILLANI.
1-67
mercatanti , che in quegli tempi erano in Acri. Egli
è vero, che perchè i saracini aveano ne^ tempi dinanzi
tolte a'crìstiam la città d^Antiocchia, e quella di Tripoli e
quella di Suri, e più altre terre ch'e cristiani teneano alla
marina, la città d* Acri era molto cresciuta di genti e
di podere , perocché altra terra non si tenea per gli
cristiani in Soria , sicché per lo re di Gemsalem , e
per quello' di Cipri, e '1 prenzed^Antiocchia, e quello
di Suri, e di Tripoli, e la magione del tempio e dello
spedale, e V altre magioni, e' legati del papa, e que-
gli ch'aerano oltremare per lo re di Francia e per
quello d' Inghilterra , tutti faceano capo in Acri , e
aveavi 'diciassette signorìe di sangue, la quale era
una grande confusione. E in quegli tempi triegue e-
rano state prese ^ tra* cristiani e* saracini, e avevavi più
di diciottomila uomini pellegrini crociati ; e'fàlliti i lo-
ro soldi , e non potendoli avere da' signori e comuni
per cui v'erano , parte di loro, uomini dileggiati^ e
senza ragione, si misero a rompere le triegue, e ru-
bare , e uccidere tutti i saracini che v* erano in Atri
sotto la sicurtà della triegua con loro mercatanzie e
vittuaglie ; e corsono per simile modo rubando e uc-
cidendo i saracini di più 'casali d* intorno ad Acri. Per
la qual cosa il soldano tegnendosi molto gravato ,
mandò suoi ambasciadori in Acri a que' signori , ri-
cheggendo V ammenda de* danni dati, e per suo ono-
re e soddisfacimento di sue genti , gli fossono man-
dati presi alquanti de* cominciatori e caporali di quelli
eh* aveano rotte le triegue per farne giustizia : le
quali richiesto gli/brono dinegale. Perla qual cosa vi
venne ad oste, come detto avemo, e per moltitudine
di gente eh* avea , per forza riempiè parte de* fossi,
eh"* erano dalla faccia di terra molto profondi, e pre-
sono il primo giro delle mura , e 1* altro girone con
cave e diflcii feciono in parte cadere; e presono-la
grande torre ohe si chiamava la^ Maladetta , che per
alcuna profezia si dicea, che per quella si dovea
perdere Acri. Ma per tutto questo non si potea per-
dere la città, che perchè i saracfni rompessono le mura
il di^ la notte erano riparate e stoppate o con tavole, o
con sacca di lana e di cotone, e difese il dì appresso
vigorosamente per lo valente e savio nomo fra Gu-
glielmo di Belgiù maestro del tempio, il quale era ca-
pitano generale della guern^^ e della guardia della
terra, e con molta prodezza e prevedenza e sollecitu-
dine avea vigorosamente guardata^ la terra. Ma come
piacque a Dio, e per pulire le peccata degli abitanti
d* Acri , il detto maestro del tempio levando il brac-
cio ritto combattendo^ gli fu per alcuno Saracino saet-
tata una saetta avvelenata, la quale gli entrò nella giun-
tura della corazza, perla quale fedita poco appresso mo-
no; per la cui morte tutta la terra fu iscommossa e im-
paurita, e per la loro confusione delle tante signorie e
capitani, come dicemmo dinanzi, si disordinò, e f^irono
in discordia della guardia e difensione deUa terra ; e
' Prendere tregìM, o tregue^ è maniera tutf ora da re-
gistrare.
' sfrenati, senza legge. L'ediz. de' Giunti porta diU'
giati, voce approvata dai deputati alla correzione del De-
camerone. Bla nel Vocabol. ebbe miglior corso la lesione
del testo Davansati.
' La Giuntina: guarentìta.
ciascuno, chi poteo, infese a sua salvazione, e rico-
glièndosi in navi e altri legni che erano nel porto .
Per la qual cagione i saracini continuando di dì e di
notte le battaglie, entrarono per forza nella terra, e
quella corsono e rubarono tutta, e uccisono chiunque
si parò loro innanzi, e giovani uomini e femmine
menarono in servaggio per ischiavi, i quali furono
tra morti e presi, uomini e femmine e fanciulli, più
di sessantamila; e*l dammaggio d'avere e di preda
fu infinito. E raccolte le prede e* tesori , e tratte le
genti prese della terra si abbatterono le mura e le
fortezze, e misonvi fuoco, e guastarla tutta, onde la
cristianità ricevette uno grandissimo dammaggio, che
per la perdita d*Acri non rimase nella Terra Santa
neuna terra per gli cristiani; e tutte le buone terre
di mercatanzia che sono alle nostre marine e fron-
tiere, mai poi non valsono la metà a profitto di
mercatanzia e d* arti per Io buono sito dov* era la
città e porto d* Acri , perocch* eli* era nella fronte del
nostro mare e in mezzo di Soria, e quasi nel mezzo
del mondo abitato, presso a Gerusalem settanta mi-
glia , e fondaco e porto d*ogni mercatanzia sì del
levante come del ponente; e di tutte le generazioni
delle genti del mondo v* usavano per fare mercatanzia,
e turcimanni ' v* avea di tutte le lingue del mondo, si
eh* ella era quasi com'*uno alimento^ al mondo. E que-
sto pericolo non fu senza grande e giusto giudicio di
Dio , che quella città era piena di più peccatori uomi-
ni e femmine d* ogni dissoluto peccato, che in terra
che fosse tra* cristiani. Venuta la dolorosa novella in
ponente, il papa ordinò grandi indulgenzie e perdoni
a chi facesse aiuto o soccorso alla Terra Santa, man-
dando a tutti i signori de*" cristiani, che volea ordi-
nare passaggio generale, e difese ^ con grandi pro-
cessi e scomuniche quale cristiano, andasse in Ales-
sandria 0 in terra d*Egitto con mercatanzia, o vittuaglia,
0 legname, a ferro, o desse per alcuno modo aiuto
0 favore.
CAPITOLO CXLVI.
Della morie del re Ridolfo d* Alamagna,
Nel detto anno 1291 morio il re Ridolfo d'A-
lamagna, ma non pervenne alla benedizione impe-
riale, perchè sempre intese a crescere suo stato e
signoria in Alamagna, lasciando le *mprese d* Italia
per accrescere terra e podere a* figliuoli, che per
suo procaccio e valore di piccolo conte divenne
imperadore, e acquistò in proprio il ducato d^O-
sterich, e gran parte di quello di Soavia.
* Interpreti.
^ Sterpiatura antica della parola elemento. Eetert un
elemento o il qmnto elemento valeva eeeere eota ntceeeati»'
sima, U Villani intende che Acri era al mondo come un
elemento, a cagione del suo florido commercio , da cui a
tutto il mondo derivavano vantaggi.
' contrastò, combattè, percosse. Nuovo uso del verbo
difendere da aggiungere al Vocabolario.
168
CRONICHE
CAPITOLO CXLVH.
CofM il re FiUppo di Francia fece prendere e ri^
comperare MH gF Italiani.
Nel detto anno la notte di calen di maggio,
il re Filippo il Bello di Francia , per consiglio di
Biccio e Hnsciatto Frantesi, fece prendere tutti gli
Italiani ch'erano in suo reame, sotto pretesto di
prendere i prestatori ; ma, così fece prendere e ri-
medire ^ i buoni mercatanti come i prestatori ; onde
molto fu ripreso e in grande abbomìnazione, e d^ al-
lora innansi il reame di Francia sempre andò abbas-
sando e peggiorando. E nota, che tra la perdita d'Acri
e questa presura di Francia, i mercatanti di Firenze
ricevettono grande danno e ruina di loro avere.
CAPITOLO CXLVllL
Come i Pisani ripresone il castello del Pontadera,
Nel detto anno, la notte di domenica a dì 23
di dicembre, il conte Guido da Nontefeltro signore
in Pisa, sentendo che *1 castello del Pontadera era
male guardato, e molti de"* fanti venutisene a Firenze
a pasquare, e per trattato del conte, con certi ter-
razzani del detto castello del Pontadera, il quale
teneano i Fiorentini, venne con suo isforzo a quello,
il quale era molto forte di mura e di spesse torri,
e con larghi fossi pieni d* acqua, e datagli la salita
d* una delle torri, con navicelle per loro recate pas-
sati i gran fossi, e con iscale di funi salirono in
su le mura, e per diffì^ta di mala guardia, e dis-
sesi per alcuni, per baratteria ' de' castellani che non
vi teneano la gente ondo erano pagati, il detto
castello male difeso fu preso per gli Pisani , e morti
i castellani e tutta loro compagnia, che v' erano da
cinquanta fanti, ohe doveano essere, cento cinquanta.
E* castellani, Tuno era di casa I Rossi, messere
Guido BiglierelU che fu preso, e U Bigontt suo ni-
pote morto, e Nerino de' Tizzoni ; e cosi la loro a-
varizia, se in ciò peccarono, gli fece morire con
vergogna del comune di Firenze, eh' era il più forte
OMtetlo d'Italia che fosse in piano. E in quello tem-
po i Pisani feciono . rubellare t* Samminiatesi il ca-
stello di Vignale in Camporena; onde v'andarono
ad oste le tre sestora de' cavalieri di Firenze con mol-
lo popolo, gittandovi^ dificii. Alla fine non potendosi
più tenere ,- e non avendo soccorso da' Pisani , una
notte eh' era una grande fortuna di tempo, se n' usci-
rono quegli del castello sani e salvi per mezza l' osta
de' Fiorentini, onde a quegli eh' v' erano, fu recato a
grande vergogna. Per la qual cosa s' ordinò in Firenze
generale oste sopra Pisa, e diedonsi le 'nsegne, e
messer Corso Donati ebbe la reale ; ma, qual si fosse
la cagione, non seguì, onde in Firenze n' eh)>e gran-
de rìpitio, dicendosi, che certi grandi n' aveaiio avuti
' Metatesi per redimire.
* Arte del barattiere, propriamente di colai che fa bot-
tega de' pubblici uffici.
' QiUare di/ici o macchine bdUehe, per piantarle, /ab»
hicarUf è bel modo e quoto da corredarne la^Crasca.
danari da' Pisani; per la qual cosa, e soUeeitiidine di
messer Vieri de' Cerchi allora capitano di parte, ti
rifece la detta oste , e aidosai inaino al castello del
Bosco, e là attendati , venne in otto dì continui tan-
ta pioggia , che per necessità si ritornò la detta oste
addietro, e appena si poterono ricogUere e ttendare^
CAPITOLO CXLIX.
Collis la città di Forlì in Romagna fu presa per
Magkinardo da Susinana.
Nel detto anno, essendo tutta la contea. di Ro-
magna air ubHbdienza di Santa Chiesa sotto la guar-
dia del vescovo d' Arezzo , che n' era conte per lo
papa, Maghinardo da Susinana con certi gentili e
grandi uomini di Romagna per furto presono la città
di Forlì , e in quella presono il conte A^hinolfo da
Romena co' figliuoli, il quale, era fratello del detto
conte e vescovo d' Arezzo , e assediò il detto conte
e vescova in Cesena ; onde surse grande guerra in
Romagna. Il detto Maghinardo fu uno grande e savio
tiranno, e della contrada tra Casentino e Romagna
grande castellano , e con molti fedeli ; savio fu di
guerra e bene avventuroso in più battaglie, e al suo
tempo feca grandi cose. Ghibellino era di sua na-
zione a in sua opere, ma 'co' Fiorentini era guelfo e
nimico di tutti i loro nimici, o guelfi o ghibelUoi che
fossono; e in ogni oste e battaglia eh' e' Fiorentini
facessono, mentre fu in vita, fu con sua gente a loro
servigio, e capitano; e ciò fu, che morto il padre,
che Piero Pagano avea nome, grande gentile uomo,
rimanendo il detto Maghinardo picciolo fanciullo è
con molti nimici, conti Guidi, e Ubaldini, e altri
signori di Romagna, il detto suo padre il lasciò alla
guardia e tuteria * del popolo e comune di Firenze ,
lui e le sue terre ; dal qual comune benignamente fu
cresciuto, e guardato, e migliorato suo patrimonio ,
e per questa cagione era grato e fedelissimo al co-
mune di Firenze in ogni sua bisogna.
CAPITOLO CL.
Come i Fiorentini ebbono il castello d^Ampinana.
Nel detto anno essendo rubellato e riposto per
lo conte Manfredi' figliuolo del conte (tuido Novello
il castello d'Ampinana in Mugello, ch'era di loro
giuridizione, e molto forte, per contrario de' Fioren-
tini e del conte da Battifolle che tenea Gattaia, sì vi
si puose l'oste, e per più tempo assediato, gittan-
dovi più dificii, si s'arrendo a patti al comune di
Firenze, avendone il detto conte tremila fiorini d'oro :
e partendosi co' suoi masnadieri, il detto castello per
gli Fiorentini fu fatto disfare inaino a' fondamenti ; e
d* allora innanzi il comune di Firenze cusò ragione
ne' popoli e villate del detto castello, e recò sotto
sua signoria, faccendo loro pagare libbre e fazioni^
I D testo Dav., ma forse per errore, legge: stendere.
^ tutoria, tutela: così leggono i migUori tetti a pemiiL
' imposiaioni e dasi, o angherie.
DI GIOVANNI VILLANI.
169
CAPITOLO CLl.
Come morì papa Niccola (T Ascoli.
Neil* anno 1292 morì papa Niccola d'Ascoli
nella dtià di Roma, e là fa soppellito a Santo . . . .
Questi fu buono nomo e di santa vita , dell* ordine
delirati minori, ma molto favoròi ghibellini. E do-
po la sua morte vncò la Chiesa di papa, per discor-
dia de* cardinali, ventisette mesi, che Tona parte
volea papa a petizione del ré Carlo, ond*era capo
messer Matteo Rosso d^gli Orsini , e Taltra parte il
contrario, ed erane Aesser Iacopo della Colonna
capo.
CAPITOLO CLIL
Siccome arse tuUa h città di Nóione^in Francia,
.Nel detto anno 1292 s>pprese il fuoco nella città
di Noione in Francia, cioè nella terra onde fu il beato
santo Loy di Noione ^ e fu si impetuoso fuoco, che
nop rimase quasi casa né chiesa nella città che ^non
ardesse, e eziandio la mastra chiesa di nostra Doli-
na, ove fu U casa e fabbrica di Santo Loy, e dov! è
fl corpo suo; la qnal città è della grandezza della
terra di Prato o più , nella qAle si ricevette gran-
dissimo dammaggio di case, arnesi, e tesori, e di
persone che vi morirono.
CAPITOLO CLIII.
Come fu eletto Attaplfo a re cUi* Romani,
N«l detto anno 1292, fu eletto per gli prenci-
pi della Magna a re de"* Romani Attaulfo, detto in
latino Andealfo conte d" Anassi della Magna ; ma non
pervenae a dignità imperiale, anzi fu morto per Al-
berto, duca d^Osterìcb, figlinolo del re Ridolfo in
battaglia.
' CAPITOLO CLIV.
Come i FioreniifU feciono oste sopra la città di
Pisa. ^
Nel detto anno del mese di giugno, i Fioren-
tini eoa loro amistà, che furono venticinque centi-
naia di cavalieri e ottomila pedoni, per vendetta della
perdita del Pontadera feciono oste sopra la città di
* La Oiontiiia, lasciando Noione, aggiaoge natio.
Pisa, della quale oste fu capitano messer Gentile
degli Orsini di Róma, che venne, con dugento cava-
lieri tra Romani e Campaj^ini ; e T insegna reale eb-
be messer Gerì Spini, e il pennone de'feditorì mes-
sere Vanni de* Mozzi. Fu una ricca e una magna
oste delle più ch'avesse a que* tempi fatta il comu-
ne di Firenze; e stettonvi ad oste trentatrè dì, e
andarono di là dalla badia a Sansavino, e a quella
badia disfeciono il campanile, e tagliarono uno gran-
dissimo e bello albero di Savina per dispetto de* Pi-
sani, e per la festa di Santo Giovanni feciono cor-
rere il palio presso alle porte di Pisa. E fatto in-
torno a Pisa grande guasto, e arso il borgo dal fosso
Arnonico a Pisa, il quale era nobilemente accasato e
ingiardinato, si tornarono in Firenze sani e salvi,
sanza contrasto o rìparo de* nemici ; e sì era in Pisa
il conte da Montefellro con ottocento cavalieri, e
non s"* ardi a mostrare per la viltà che sentiva ne^
Pisani, e stette pure alla guardia della cittade.
CAPITOLO CLV.
De* miracoli che ^apparirono in FirenM per Santa
Maria d'Orto San Michele,
Nel detto anno a dì 3 del mese di luglio, si
cominciarono a mostrare grandi e aperti miracoli
nella città di Firenze per una figura dipinta di Santa
Maria in uno pilastro della loggia d^ Orto San Mi-
chele, ove si vende il grano, sanando infermi, e riz-
zando attratti, e jsgombrando imperversati visibile-
mente in grande quantità. Ma i frati predicatori e
ancora i minori per invidia o per altra cagione non
vi davamo fede, onde caddono in grande infamia de"*
Fiorentini. In quello luogo d'Orto San Michele si
truova che fu anticamente la chiesa di San Michele in
Orto, la quale era sotto la badia di NOnantola in Lom-
bardia, e fu disfatta per farvi piazza ; ma per usanza
e devozione alla detta figura, ogni sera per laici si
cantavano laude; e crebbe tanto la fama da' detti
miracoli e meriti di nostra Donna, che di tutta To-
scana vi venia la gente in péregrinaggio per le fe-
ste di Santa Maria, recando diverse imagini di cera
per miracoli fatti, onde grande parte della loggia
dinanzi e intorno alla detta figura s' empiè, e crebbe
tanto lo stato di quella compagnia , ov' erano buona
parte della migliore gente di Firenze, che molti be-
neficii e limosine, per bflerere e lasci fatti, ne segui-
rono a* poveri Tanno più di seimila libbre; e seguesi
a' dì nostri , sanza acquistare nulla possessione, con
troppo maggiore entrata, distribuendosi tutta a" poveri.
170
CRONICHE
LIBRO OTTAVO
CAPITOLO PRIMO.
Qui comincia P ottàto libro. Conta come nella città
di FirenM fu fatto il secóndo popolo^ e più grandi
muta%ioni che per cagione di quello furono poi
in FirenMy seguendo deW altre nonitadi uniper^
sali che furono in qué" tempi,
Negli anni di Cristo 1292 in calen di febbraio,
essendo la città di Firenze in grande e possente sta-
to e felice in tutte cose, e' cittadini di qaella gras-
si e ricchi, e per soperchio tranquillo, il quale natu-
ralmente genera superbia e novità, sì erano i citta-
dini tra loro invidiosi e insuperbiti, e molti micidii
e feflite e oltraggi facea V uno cittadino air altro, e
massimamente i nobili detti grandi è possenti, con-
tra i popolani e impotenti, così in contado come
in città, faceano forze e violenze nelle persone e
ne' beni altrui, occupando. Per la, qual cosa certi
buoni uomini artefici e mercatanti di Firenze che
voleano bene vivere, si pensarono di mettere ri-
medio e riparo alla detta pestilenzia, e di ciò fu
de* caporali intra gli altri uno valente uomo, anti-
co e nobile popolano, e ricco e possente, eh* avea
nome Giano della Bella, det popolo di San Mar-
tino, con seguito e consiglio d' altri savi e possen-
ti popolani. E facceodosi in Firenze ordine d'arbi-
trato ^ in correggere gli statuti e le nostre leggi ^
siccome per gli nostri ordini consueto era di fare
per antico, sì ordinarono certe leggi e statuti molto
forti e gravi contro a' grandi e possenti, che faces-
sono forze o violenze contro a' popolani, raddop-
piando le pene comuni diversamente, e che fosse te-
nuto r ano consorto de' grandi per Y altrt) e si po-
tessono provare i malificii per due testimoni di pub-
blica voce e fama, e che si ritrovassono le ragioni
del comune: e quelle leggi chiamarono gli ordina-
menti della giustizia. E acciocché fossono conser-
vati e messi ad esecuzione, sì ordinarono, che oltre
al novero de' sei priori i quali governavano la città,
fosse uno gonfaloniere di giustizia di sesto in sesto,
mutando di due in due mesi come si fanno i priori, e
sonando le campane a martello, e congregandosi il
popolo a dare il gonfalone della giustìzia nella chiesa
di San Piero Scheraggio, che prima non s' usava.
E ordinarono che ninno de' priori potesse essere di
casa de' nobili detti grandi, che prima ve n' avea
sovente de' buoni uomini mercatanti, tutto fosso-
no de' potenti. E la 'nsegna del detto popolo e gon-
falone fu ordinato il campo bianco e la croce ver-
miglia; e furono eletti mille cittadini partiti per sesti
con certi banderai per contrada, con cinquanta pe-
' magistrato dì arbitri, cioè d' nomini rivestiti di pode-
stà legislativa.
doni per bandiera, i quali dovessono essere armali,
e ciascuno con soprasberga e scudo della 'nsegna
della croce, e trarre ad ogni romore e jichiesta del
gonfaloniere a casa o al palazzo de' priori, e per fa-
re esecuzione contro a' grandi : e poi crebbe il nu-
mero de' pedoni eletti in duemila, e poi in quattro-
mila. E simile ordine di gente d' arme . per lo popo-
lo 0 colla detta insegna, s' ordinò in contado e di-
stretto di Firenze, che si chiamavano le leghe del
popolo. E '1 primo de' detti gonfalonieri fu ano Bal-
do de' Ruffbli di porte del Duomo ; e al suo tempo
usci fuori il gonfalone con arme a disfare i beni d'ano
casato detto Galli di porte Sante Marie, per uno mi-
cidio che uno di loro avea fatto nel reame di Franoia
nella persona d' uno popolano di Francia. Questa no-
vità di popolo e mutazione di stato fu molto grande
alla città di Firenze, e ebbe poi molte e diverse se-
quele in male e in bene del nostro comune, come
iìinanzi per gli tempi faremo menzione. E questa no-
vità e cominciamentMi popolo, non sarebbe venata
fatta a' popolani per la potenzia de' grandi, se ìion
fosse che in que' tempi i grandi dt' Firenze non fu-
rono tra loro in tante brighe e discordie, poich'e' guelfi
tornarono in Firenze, com' erano allora eh' egli avea
grande guerra tra gli Adimari e' Tosinghi, e tra i Ros-
si e' Tomaquinci, e tra i Bardi e' Mozzi, e tra i Ghe-
rardini e' Manieri, e tra i Cavalcanti e' Bondelmonti,
e tra certi de' Bondelmonti e' Giandonati, e tra' Vis-
domini e' Falconieri, e tra i Bostichi e' Foraboschi, e
tra' Foraboschi, e' Malispini, e tré' Frescobaldi insie-
me, e tra la casa de' Donati insieme, e più altri casati
nobili. E però non si maravigli il lettore perchè di
questa novità ayemo fatto capo di libro, perocché
grandissime novità sursono di questo cominciamento,
e non solamente alla nostra città di Firenze; ma a tutta
la provincia d'Italia.
*
CAPITOLO II. ^
Come il popolo di Firenze fecioHo pace c(f Pisani,
e molte altre notahili cose,
L' anno seguente 1293, quegli che reggeaaò il
popolo di Firenze per fortificare loro stato di popolo
e affìebolire* il podere de'grandi e de'possenti, i quali
molte volte accrescono e vivono delle guerre, richiesti
da' Pisani di pace, i quali per le guerre erano molto
affleboliti e abbassati, il popolo di Firenze non guar-
dando a ciò, alla detta pace assentirono, mandandone
i Pisani il conte Guido da Ifontefeltro loro capitano, e
disfaccendo il castello del Pontadera, e avendo i Fio-
rentini libera franchigia in Pisa, senza pagare niente
di loro meroatanzie : -e alla detta pace furono i Lucche-
affievolire, indebolire.
DI GIOVANNI VILLANI.
171
si e* Sanesi, e latte le terre della lega di parte guelfa
di Toscana. E nota, che infino a questo tempo, e più
addietro, era tanto il tranquillo stato di Firenx^, che dì
notte non si serravano le porte alla città, né avea ga-
belle in Firenie ; e per bisogno di moneta, per non fa-
re libbra, si venderono mura vecchie, e^ terreni d' en-
tro e di fuori a chi v' era accostato^. E per V ordine
del popolo molte giurìdizioni si racquislarono per lo
comune, chò Poggiboniui si recò tutto air obbedienza
del comune, che avea giurìdizione per se, e Certaldo,
e Gambassi, e Catignano; e tolsesi a' Conti hi giuridi-
ztone di Viesca e del Terraio, e Gangherata, e Mon-
cione, e Barbischio, e "ì castello di Lari, e casa Gaic-
ciardi ; e in Mugello molte possessioni le quali aveano
occupate i Conti e gli Ubaldini, e altri gentili uomini ;
e racquistossi lo spedale di San Sebio eh* era del co-
mune, occupato per grandi uomini. E sopra queste co-
se fu caporale uno valente e leale popolano d^ oltrarno
chiamalo Carniccio del Verre. Sicché nel cominciamento
del popolo si fece molto di bene comune, e a ciascuno
a cui fosse per addietro occupata possessione per gli
potenti, di fatto fu renduta. In questo tempo che '1
popolo di Firenze era fiero e in caldo ^ e signorìa, es-
sendo fatto in Firenze uno eccesso e- mali ficio^, e quel-
lo cotale che '1 fece si fuggi e stava nella terra di Prato;
per lo comune di Firenze fu mandato a quello comune,
che rìmandasse lo sbandito. Eglino per mantenere loro
libertà noi vollono fare ; per la quale cosa il comune
di Prato fu condannato per lo comune di Firenze in
<&edmila libbre, o rendesflfbno il malfattore, mandan-
dovi uno messo solamente con una.lettera. l Pratesi dis-
ubbidienti^, si bandi Toste per guastare Prato; e già
mossa la camera delParme' del comune, e le masnade
a cavallo e a piò, i Pratesi recarono 1 danari, e menaro-
no il malfattore, e pagarono la condannagione : e cosi
di fatto facea le cose V acceso popolo di Firenze.
CAPITOLO III.
I
IT imo grande fuoco che fu in Firenze nella contrada
di Torcicoda,
Nel detto anno del 1293 s' apprese unq grande
faocoin Firenze nella contrada detta Torcicoda, tra San
Piero maggiore e San Simone, e arsonvi più di trenta
case con grande dammaggio, ma non vi mori persona.
E nel detto tempo si fedono intomo a San Giovanni i
pilaslrì de" gheroni di marmi bianchi e neri per T arte
di Calimela, che pdma era di madgni, e levarsi tutti i
monumenti e sepolture e arche di marmo ch'erano intor-
no a San Giovanni, per più bellezza della chiesa*
^' accosto, vldno, confiiumte.
* in prospero stato, in vigore.
* delitto. CliiamAvasi in Firense Tribunal dd Mal^fizio
e sempUoemente Mal^Udo il Tribunal Criminale.
' disobbedendo i Pratesi : nota bellissimo costrntto.
^ i soprintendenti deU'arme, o quelli che diremmo oggi
Ovmitttù di gutnaf onde ci cade qni una bellissima ag-
^imta da iare al Codice della Ungoa.
CAPITOLO IV.
•
Come ss cominciò la guerra intra 7 re^ di Fronda e
quello <r Inghilterra.
Nel detto anno 1293, avendo avuta battaglia e
ruberia in mare tra* Guasconi che erano uomini del re
d'Inghilterra, e* Normandi che sono sotto il re di Fran-
cia, della quale i Normandi abbono il peggiore, e ve-
gnendosi a dolere deir ingiuria e dammaggio ricevuto
da' Guasconi al loro re di Francia, lo re fece rìchiede-
f e il re Adoardo d' Inghilterra (il quale per sorte te-
nea la Guascogna dovendone fare omaggio al re di
Francia) che dovesse far fare rammenda alle sue genti
e .venire personalmente a fare omaggio della detta Gua-
scogna al re di Francia, e se ciò non facesse a certo
termine a lui dato, il re di Francia col suo consiglio de*
dodici peri 'il privava del ducato di Guascogna. Per
la qual cosa il re Adoardo il quale era di grande cuore
e prodezza, e per suo senno e valore fatte di grandi
cose oltremare e di qua, isdegnò di non volere fare
personalmente il detto omaggio, ma mandò in Francia
messer Amondo suo fratello che facesse per lui, e sod-
disfacesse il dammaggio ricevuto per la gente del re di
Francia. Ma per V orgoglio e cupidigia de' Franceschi, il
re Filippo di Francia noi voTle accettare, per avere ca-
gione di torre al re d' Inghilterra 'la Guascogna, lunga-
mente conceputa ^ e desiderata. Perequai cosa si co-
minciò dura e aspra guerra tra'Franceschi e gFInghilesi
in terra e in mare, onde molta gente morirono, e fu-
rono presi e diserti dall'una parte e dall' altra, come
innanzi per gli tempi faremo menzione. E M seguente
anno il re Filippo di Francia mandò in Guascogna
messer Carlo di Valois suo fratello con grande caval-
leria, e prese Bordello e molte terre e castella sopra
il re d'Inghilterra, e in mare mise grande navilio in
corso sopra gì' Inghilesi.
CAPITOLO V.
Come fu eletto e fatto papa Celestino quinto^ e come
rifiutò il papato.
Negli anni di Cristo 1294 del mese di luglio,
essendo stata vacata la Chiesa di Roma dopo la morte
di papa Niccola d* Ascoli più di due anni, per discordia
de' cardinali eh* erano partiti, e ciascuna setta volea
papa uno di loro, essendo i cardinali in Perugia, e
costretti aspramente da* Perugini perchè eleggessono
papa, come piacque a Dio, furono in concordia di non
chiamare ninno di loro collegio, e elessono uno santo
uomo, eh* avea nome frate Piero dal Mormone d* A-
bruzzi. Questi era romito e d'aspra vita e penitenzia,
e per lasciare la vanità ^el mondo, ordinati più santi
monisteri di .suo ordine, si se n' andò a fare peniten-
zia nella montagna del Morrone, la quale è soprìi
Sermone. Questi eletto e fatto venire e coronato pa-
' pari, dignità del regno di Francia. Alcuni testa a
penna leggono padri. La voce peri del Villani rasenta il
pair de' francesi, donde deriva.
' messasi in pensiero. Vi aveva fatto sopra disegno.
Vedemmo nel libro VII cap. cxxi: era concepito ecc. per
era stato fatto disegno*
178
CRONICHE
pa, per riformate la Chiesa fece di settembre ve-
gnente dodici cardinali, grande parte oltramontani, a
petisione e per consiglio del re Carlo re di Cicilia
e di Paglia: ciò fatto n'andò colla corte a Napoli, il
qaale dal re Carlo fu ricevuto graiiosamente e con
grande onore: ma perchò egli era semplice e non
litterato, e delle pompe del mondo non si travaglia-
va volentieri, i cardinali il pregiavano poco, e parea
loro cbe a utile e stato della Chiesa avere fatta mala
elezione. Il detto santo padre aweggendosi di ciò, e
non sentendosi soffìciente al governamento della Chie-
sa, come quegli che più amava di servire a Dio e ru-
tile di sua anima che 1* onore mondano, cercava ogni
via come potesse rinunziare il papato. Intra gli altri
cardinali della corte era uno messer Benedetto Gua-
tani d* Alagna molto savio di scrittura, e delle cose
del mondo molto pratico e sagace, il quale aveva gran-
de volontà di pervenire alla dignità papale, e quello
con ordine avea cercato e procacciato col re Carlo e
co' cardinali, e già aveva da loro la promessa, la quale
poi gli venne fatta. Questi si mise dinanzi al santo
padre, sentendo ch'egli avea voglia di rinunziare il pa-
pato, ch'egli facesse una nuova decretale, che per
utilità della sua anima ciascuno papa potesse il pa-
pato rinunziare, jfnostrandogli l'esemplo di Santo Cle-
mente, che quando Santo Pietro' venne a morte, lasciò
eh' appresso lui fosse papa ; e quegli per utile di sua
anima non volle essere, e fu in luogo di lui in prima
Santo Lino, e poi Santo Cleto papa : e cosi come il
consigliò il detto cardinale, fece papa Celestino il det-
to decreto ; e ciò fatto, il di di Santa Lucia di dicem-
bre vegnente, fatto concestoro di tutti i cardinali,in
loro presenza si trasse la corona e il manto papale,
e rinunziò il papato, e partissi della corte;* e tornos-
si ad essere eremita, e a fare sua penitenzia. E cosi
regnò nel papato cinque mesi e nove dì papa Celesti-
no. Ma poi il suo successore messer Benedetto' Gua-
tani detto di sopra (il quale fu poi papa Bonifazio) si
dice, e fu vero, il fece prendere alla montagna di S^nto
Angiolo in Puglia di sopra a Bastia, ove s' era ridotto
a fate penitenzia, e chi dice ne voleva ire in Schia-
vonia, e privatamente nella rocca di Fnmmone in Cam-
pagna il fece tenere in cortese pregione, acciocché lui
vivendo non si potesse apporre alla sua lezione, pe-
rocché molti cristiani teneano Celestino per diritto e
vero papa, non ostante la sua renunziazione, oppo-
nendo che si fatta dignità, come il papato^ per ninno
decreto non si potea rinunziare, e perehé Santo Cle-
mente rifiutasse la prima volta il papato, i fedeli il pure
teneano per padre, e convenne poi che pur fosse papa
dopo Santo Cleto. Ha ritenuto preso Celestino, come
avemo detto, in Fnmmone, nel detto luogo poco vivette;
e quivi morto, fu soppellilo in una piccola chiesa di
fuori di Fummone dell' ordine de' suoi fritti povera-
mente, e messo sotterra più di dieci- braccia, accioc-
ché '1 suo corpo non si ritrovasse. Ma alla sua vita, e
dopo la sua morte, fece Iddio molti miracoli per lui,
onde molta gente aveano in lui grande devozione : e
poi a certo tempo appresso dalla Chiesa di Roma, e
da papa Giovanni vi^esimosecondo fu canonizzato, e
chiamato Santo Piero di Morrone, come innanzi al det-
to tempo faremo menzione.
CAPITOLO VI.
Come fu eiéiio e faiio papa Bomfomo dkwo.
Nel detto taso 1294, messer Benedetto Goata-
ni cardinale, avendo per ano senno e sagaeità adope-
rato ohe papa Celestino tvea rifiutato il papato, tono
addietro nel passato capitolo avemo fotta menzione,
seguì la sua impresa, e tanto adoperò co' cardinali e
col procaccio del re Cajrlo, il qnale avea l'amistà di
molti cardinali, spezialmente de' dodici novi eletti per
Celestino, e stando in questa cerca, una sera di notte
isconoscinto con poca compagnia andò al re Carlo, e
dissegli: Re, il tuo papa CelesHnofka poluio (d
postuilo servire nella iua guerra di acilia, ma nam
ha saputo; ma se tu adoperi co^ tuoi amici coT"
dimUi che io sia eletto papa^ io saprà j e vorrò j e
potrò ; promettendogli per sua fede e saramento di met-
tervi tutto il podere della Chiesa. Allora lo re fidando-
si di lui, gli proqiise e ordinò co' syoi dodici cardinali
che gli dessero le loro vQoi : ed essendo all' elesione
messer Matteo Rosso e messer Iacopo della Colon-
na, eh' erano capo delle sette de' cardinali, s' aocor-
sono di ciò, e incontanente gli diedono le loro, e il
primo fu messer Matteo Rosso Orsini; e per questo modo
fu eletto papa nella città di Napoli, la vigilia della na-
tività di Cristo del detto anno ; e incontanente che fu
eletto si volle partire di Napoli colla corte, e venne a
Roma, e là si fece coronare con grande solennità e o-
nore in mezzo gennaio. E'ciò fatto, la prima provvi-
sione che fece, sentendo che grande guerra era co-
minciata tra 'I re Filippo di Francia e '1 re Adoardo
d' Inghilterra per la quistione di Guascogna, sì mandò
oltre i monti due legati cardinali, perché gli padfioas*
sono insieme, ma poco v' adoperarono, eh' e' detti
signori rimasono in maggiore guerra che di prima.
Qpesto papa Bonifazio fu della città d' Alagna, assai
gentile uomo di sua terra, figlinolo di messer Lifredi
Guatani, e di sua nazione ghibellino, e mentre fu car-
dinale protettore di loro, spezialmente de' Todini ; ma
poi che fu fatto papa molto si fiece guelfo, e molto
fece. per lo re Carlo nella guerra di Cicilia, con tutto
che per molti savii si disse, eh' egli fa partitore della
parte guelfa^, sotto l'ombra di mostrarsi molto goelfo
come innanzi ne' suoi processi manifestamente si potrà
cojmprendere, per chi fia buono intenditore. Molto fa
magnanimo e signorile, e^volle molto onore, e seppo
bene mantenere e avanzare le ragioni della Chiesa, e
per lo suo savere e podere molto fonidottato e temuto ;
pecunioso fn molto per aggrandiire la Chiesa e' saoi
parenti, non faccendo coscienza di guadagno^ che tolto
dicea gli era licito quello eh' era della Chiesa. E come
fu fatto papa annullò tutte le grazie de'vacanti fatto
per papa Celestino, chi non avesse la possessione; e fece
fare il nipote al re Carlo conte di Caserta, e due figli-
uoli del detto suo nipote, 1* uno conte di Fondi e l' al-
tro conte di Palazzo. Comperò il castello delle milizie
di Roma, che fu il palazzo d' Ottaviano' imperadore, e
quello crescere e reedificare con grande spendio, e
I' Alcune stampe leggono: gfUhéUma,
' La Giuntina ed altre stampe: TVoùmo.
DI GIOVANNI VILLANI.
173
altre forti e belle castella in Campagna e in Maremma
Traiano comperò loro. E sempre la sua stanza fa il
verno in Roma^ e la state e la primavera in Rieti e Or-
bivieto, ma poi il più in Alagna per aggrandire la sua
cittade. Lasceremo alquanto di dire del d^tto papa;
seguendo di tempo ip tempo delle novità deir altre
parti del mondo, e massimamente di quelle di Fi-
renze, onde molto ne cresce materia.
CAPITOLO vn.
Quanda si cominciò a fondare la nuota Chiesa di
Santa Croce di Firenze,
j
Negli anni di Cristo 1294 il di di Santa Croce
di maggio, si fondò la grande Chiesa nuova de^ frati
minori di Fireii^ detta Santa Croce, e alla conse-
grazione della prima pietra che si mise ne^ fonda-
menti, vi furono molti vescovi e prelati e cb^ici e
religiosi, e la podestà e *1 capitano e' priori, e tutta
la buona gente di Firenze uomini e donne coi^gran-
de festa e solennitade. E cominciarsi fondamenti pri-
ma dalla parte di dietro ove sono le cappelle, pe-
rocché prima v^era la chiesa vecchia, e rimase al-
r ufido de' frati infino che furono murate le cappelle
nuove.
*
CAPITOLO vm.
Cwne fu cacciato di Firenze il grande popolare Giano
della Bella.
Nel detto anno 1294 del mese di gennaio, es-
tendo di nuovo entrato in signoria delia podesteria
di Firenze messer Giovanni da Lucino da Como, a-
vendo dinanzi uno processo d'una accusa contra a
messer Corso de^ Donati, nobile e possente cittadino
de^più di Firenze, per cagione che 1 detto messer
Corso doveva avere morto uno popolano, famigliare
di messer Simona Galastrone suo consorto, a una mi-
schia e ferite^ le quali aveano avute insieme, e quello
famigliare era stato morto ; onde messer Corso Do-
nati era andato dinanzi con sicurtà della detta po-
destà, a^ prieghi d' amici e signori, onde il popolo di
Firenze attendea che la detta podestà il condannasse;
e già era tratto fuori il gonfalone della giustizia per
fare T esecuzione, e egli V assolvette; per la qual co-
sa in sul palagio . della podestà letta la detta pro-
sciogligione, e condannato messer limone Galastrone
delle ferite, il popolo minuto gridò: muoia la po~
destò, e uscendo a corsa di palagio^ gridando, a/-
Varme alt arme, e ^ta U popolo^ gran parte del
popolo fu in arme, e ^ezialmente il popolo minuto,
e trassono • casa Giano della Bella loro caporale,
e egli^ si dice, gli mandò col suo fratello al palagio
de^ priori a seguire il gonfaloniere della giustizia;
ma ciò non feciono anzi vennero pure al palagio della
podestà, il quale popolo a furore con arme e balestra
' ferimenti, colpi di ferro ; non già taglio o squarcio
fktto nel corpo, come nell'uso comune: il che appare ben
chiaro dalla fraae ohe quinci si raccoglie : av#r ffUtchia e
firiU con Uno, da registrare.
assalirò il detto palagio, e misono fuoco nelle porte
e arsonle, e entrarono dentro, e presono e rubarono
la detta podestà e sua famiglia vituperosamente. Ma
messer Corso per tema di sua persona si fuggì di pa-
lagio di tetto in tetto, eh' allora non era così murato ;
la quale furia a'priorì eh' erano assai vicini il palagio
della podestà dispiacque, ma per lo isfrenato popolo
noi poterono riparare. Ma racquetato il romore, alquanti
di appresso i grandi uomini che non dormivano in pen-
sare d' abbattere Giano della Bella, imperciocché egli
era stato de** caporali e cominciatorì degli ordini della
giustizia, e oltre a ciò per abbassare i grandi, volle
torre a' capitani di parte guelfa il suggello e "1 mobile
della parte , ch^ era assai, e recarlo in comune^ non
perch' egli non fosse guelfo e di nazione guelfo, ma
per abbassare la potenzia de* grandi, i quali grandi
vedendosi così trattare s"* accostarono ' in setta col
consiglio del collegio de' giudici e de'nolari, i quali
si teneano gravati da lui , come addietro facemmo
menzione, e con altri popolani grassi, amici e pa-
renti de' grandi, che non amavano che Giano della
Bella fosse in comune maggiore di loro, ordinarono
di fare uno gagliardo uficio de' priori, e venne loro
fatto, e trassesi fuori prima che 1 tempo usato. E ciò
fattOy come furono all' uficio. si ordinarono col capi-
tano del popolo, e feciono formare una notificazione
e inquisizione contro al detto Giano della Bella e altri
suoi .consorti e seguaci, e di quegli che furono capo-
rali a mettere fuoco nella porta del palagio, oppo-
nendo oom' eglino aveano messa la terra a romore,
e turbato il pacifico stato, e assalito la podestà con-
tro agli ordini della giustizia ; per la qual cosa il po-
polo minuto molto si conturbò, e andavano ^ casa
Giano della Bella, e proffereangli d' essere con lui in
arme a difenderlo, e di correre la terra, se biso-
gnasse, a combatterla. E il suo fratello trasse in
Orto San Michele uno* gonfalone dell'arme del po-
polo : ma Giano eh' era uno savio uomo, se non che
era alquanto presuntuoso, y^gg^D^losi tradito e in-
gannato da coloro medesimi eh' erano stati con lui a
fare il popolo ', e veggendo che la loro forza con quella
de' grandi era molto possente, e già raunati a casa i
priori armati, non si volle mettere alla ventura della
battaglia cittadinesca^ e per non guastare la terra, e
'per tema di sua persona non volle ire dinanzi, ma
cessossi ', e partì di Firenze a di 5 di marzo, spe-
rando che '1 popolo il rimetterebbe ancora in istato;
onde per la detta accusa ovvero notificagione, fu per
contumace condannato nella persona e isbandito, e in
esilio morì in Francia (eh' aveva a fare di là, ed era
compagno de' Pazzi) e tutti i suoi beni disfatti, e certi
altri popolani accusati con lui ; onde di lui fu grande
danno alla nostra cittade, e massimamente al popolo,
perocch' egli era il più leale e diritto popolano e
amatore del bene comune che uomo di Firenze, e
quegli che mettea in comune e non ne traeva. Era
presuntuoso e volea le sue vendette fare, e focene
alc^a contm gli Abati suoi vicini , col braccio del
comune, e forse per gli detti peccati fu per le sue
* a far levare in capo il popolo, a radunarlo alla rivolta.
' §• ne allontanò.
174
CRONICHE
medesime leggi fatte , • torto e sansa colpa da' non
giastì giadicato. E nota, che. questo è grande esem-
plo a que'H^ttadini che sono a venire, di guardarsi di
non volere essere signori di loro cittadini né troppo
presuntuosi, ma stare contenti alla comune cittadi-
nanza. Che quegli medesimi che Faveano aiutato a
salire \ per invidia il tradiranno e penseranno d^ ab-
battere ; e se n' è veduta isperienza Vera in Firenze
per antico e per novello, che chiunque s* è fatto ca-
porale di popolo 0 d* università è stato abbattuto;
perocché lo ingrato popolo mai non rende altri me-
riti. Di questa novitade ebbe grande turbazione e
mutazione il popolo ' e la cittade di Firenze , e d"* al-
lora innanzi gli artefici e' popolani minuti poco po-
dere ebbono in comune , ma rimase al governo de*
popolani grassi e possenti.-
CAPITOLO IX.
Qwmdo si cominciò a fondare la chiesa maggiore
di Sonia Reparata,
Nel detto anno 1294, essendo la città di Firenze
in assai tranquillo stato, essendo passate. le fortune del
popolo per le novità di Giano della Bella, i cittadini
s^ accordarono di rinnovare la chiesa maggiore di
Firenze, la quale era molto di grossa forma e piccola
a comparazione di sì fatta ciltade, e ordinarojSi cre-
scerla e di trarla addietro, e di farla tutta di marmi e
con figure intagliate, fi fòndossi con grande solen-
nitade il di di Santa Maria di settembre, per lo legato
del papa cardinale e più vescovi, e fuvvi la podestà
e M capitano e* priori, e tutte P ordini delle signorie
di Firenze, e consagrossi ad onore di Dio e di Santa
Maria, nominandola Santa Maria del Fiore, con tutto
che mai non le si mutò il primo nome per V universo
popolo, Santa Reparata. E orJinossi per lo comune
alla fabbrica e lavorio della detta chiesa, una gabella
di danari quattro per libbra di ciò che usciva dalla
camera del comune , e soldi due per capo à" nomo ;
e il detto legato e" vescovi vi lasciarono grandi indul-
genze e perdonanze, a chi vi facesse aiuto e limosina.
CAPITOLO X.
Come messer Gianni di Cehna tenne in Toscana
vicario (f imperio.
Nel detto anno 1294, uno valente e gentile
nomo della casa del conte di Borgógna, che si chia-
mava messer Gianni di Celona, a sommossa della
parte ghibellina di Toscana e col loro favore, impe-
trò da Alberto d' Osterich re de' Romani d' essere
vicario d* imperio in Toscana ; e ciò fatto passò in
Italia con cinquecento Borgognoni e Tedeschi a ca-
vallo ; e arrivò nella città d' Arezzo , e in quella
con gli Aretini e Romagnnoli e ribelli di Firenze,
cominciò a fare guerra a* Fiorentini e* Sanesi, e stette
bene uno anno. Alla fine non piacendo a ghibellini
perch'era di lingua francesca, furono in sospetto di
Cosi la Giuntiua. Il testò Davjmzatl : a furio grande. \
lui : per la qual cosa poi per procaccio di papa Bo-
nifazio, a petizione del comune di Firenze e de* gnelS
di Toscana, per accordo si parU con sua gente, e
tornossi in Borgogna Tanno 1295, ed ebbe dal co-
mune di Firenze trentamila fiorini d'oro, e simile
per rata dall'altre terre guelfe di Toscana per man-
darlo via.
Nel detto anno 1294 mori in Firenze uno va-
lente cittadino il qufiìe ebbe nome ser Brunetto La-
tini, il quale fu gran filosofo, e fu sommo maestro
in rettorica, tanto in bene saper dire come in bene
dittare. E fu quegli che spuose la Rettorica di Tullio,
e fece il buono e utile libro detto Tesoro, e il Te-
soretto, e la chiave del Tesoro, e più altri libri in
filosofia, e de' vizi e di virtù, e fp dittatore del nostro
con^une^ Fu mondano uomo, ma di lui avemo fatta
menzione perocch' eglf fu eominciatore e maestro in
digrossare i Fiorentini, e fargli scorti in bene par-
lare, e in sapere guidare e reggere la nostra repub-
blica secondò la politica.
CAPITOLO XI.
Come fu canonizzalo Sanlo Luis re che fu di Francia.
Nel detto anno 1294, papa Bonifacio co' suoi
frati cardinali nella città d' Orbivielo canonizzò la me-
moria del buono Luis re di Francia, il quale morì per
la cristianitade sopra la città di Tunisi, trovando per
vere testimonianze di lui sante opere alla sua vita e
alla sua fine, e avendo Iddio mostrati di lui aperti
miracoli.
CAPITOLO XII.
Come I grandi di Firenze nUsono la città a romore
per rompere ed abbattere tostato del n^of>o il popolo.
A dì 6 del mese di luglio l'aunp 1295, (grandi e
possenti della città di Firenze veggendosi forte gravati
di nuovi ordini della giustizia fatU per lo popolo, e
massimamente di quello ordine che dice, die l'ano con-
sorto sia tenuto per l'altro, e che la prova della pnW
blica fama fosse per due lestimoni ; e avendo in snl
priorato di loro amici, sì procacciarono di rompere
gli ordini del popolo. E prima sì si pacificarono in->
sieme di grandi nimistà, tra loro, spezialmente tra
gli Adimari e' Tosinghi, e tra' Mozzi e' Bardi ; e dò
fatto, feciono a certo dì ordinato rannata di gente, e
ricbiesono i priori ch'e' detti capitoli fossono corretti,
onde nella città di Firenze fir tutta agente a romore
e air arme ; i grandi per se a cavalli coverti, e con
loro seguito di contadini e d'altri masnadieri a piò
in grande quantità ; e schierarsi parte di loro- nelU
piazza di Santo Giovanni, ónd'^ ebbe la 'nsegna reale
messer Forese degli Adimari*, parte di loro alla piazza
a ponte, ond'ebbe la 'nsegna messer Vanni Mozzi;
e parte in Mercato nuovo, ond' ebbe la *nsegna mes*
ser Geri Spini, per volere correre la terra. I popo-
lani s' armarono tutti co' loro ordini e insegne e ban-
diere, e furono in grande numero, e asserragliarono
le vìe della città in più parti, perchè i cavalieri non
potessono correre la tefra, e raunarsi al palagio della
DI GIOVANNI VILLANI
175
podestà e a casa de^ priori, che stavano, allora nella
casa de' Cerchi dietro a San Brocolo; e trovossi il
popqlo si possente, e ordinati di forza e d' arme
e d^ gente, e diedone compagnia a'-priori^ perch'erano
sospetti, de* maggiori e de' più possenti e «avi e po-
polani di Firenze, uno per sesto. Per la qua! cosa
i grandi non ebbono ninna forza né podere contra
loro, ma il popolo avrebbe potuto vincere i grandi,
ma per lo migliore e per non fare battaglia citta-
dinesca, avendo alcuno mezzo ^ di frati di buona gente
dair una parte all' altra, ciascuna parte si disarmò, e
la cittad» si racqoetò, sanza altra novità, rimagnendo
il popolo in suo stato e signoria, salvo che dove la
prova della pubblica fama era per due testimoni, si
mise fossono per tre, e ciò feciono i priori contra vo-^
lontà de' popolani, ma poco appresso si rìvocò e tornò
al primo stato. Ma pur questa novitate fu la radice
e cominciamento dello sconcio e male stato della
dttà di Firenze che ne seguì appresso, che da indi
innanzi i grandi mai non finarono di cercare modo
d'abbatterei! popolo a loro podere, e* caporali del po-
polo cercarono ogni' via di 'fortific%re il popolo e d'ab-
bassare i grandi, fortificando gli ordini della giqsti-
zia ; & feciono torre a' grandi le loro balestra grosse,
e comperate per lo comune; e molti casati che non
erano tiranni e di non grande federe, trassono del
numerò de* grandi e misono nel popolo, per isce-
mare il podere de' Grandi e crescere quello del po-
polo. B^ quando i detti priori uscirono dello uficio,
fnr loro picchiate le panche dietro con le caviglie ^ e
gittati de' sassi, perch'erano stati consenzienti a favo-
rare* i grandi ; e per questo romore e novitadi si mutò
nuovo stato di popolo in Firenze, onde furono capo
Mancini, e Magalotti, Altoviti, Pemzzi, Acciaioli, e
Cerretani, e più altri.
- )
CAPITOLO XUI.
Come lo re Carlo fece pace col re Giamo (f Araona,
/Negli anni di Cristo 1295 morì il re Alfonso
d' Araona, per la cui morte don Giamo suo fratello,
il quale s' avea fatto coronare e tenea l' isola di
Cicilia, cer^ sua pace colla Chiesa e col re Carlo, e
per mano di papa Bonifazio si fece in questo modo ;
che '1 detto don Giamo togliesse per mogne la figli-
nola del re Carlo, e rifiutasse la signorìa di Cicilia,
e lasciasse gli stadichi che '1 re Carlo ^avea lasciati
in Araona, ciò erano Ruberto e Ramondo e Giovan-
ni suoi figliuoli con altri baroni e cavalieri proven-
zali; e *1 papa col re Carlo promise di fare rinun-
ziare Carlo ài Valois, fratello del re di Francia, il
privilegio che papa Martino quarto gli avea Datto del
reame d' Araona, e perchè a ciò consentisse , gli die
il re Carlo la contea d' Angiò e la figliuola per mo-
' mediazione, ioteqiosiiione. Nota questo nuovo signifi-
cato àfà SUSt tMX90.
^.U testo Davanzati ba semplicemente: picchiaU le ca-
viglie dietro ecc. Picchiar ' le panche dietro ad alamOf è
bella naianiera proverbiale da registrarsi come sorella del*
r altra ionar le taheUe dietro ad alcuno, la quale ba già
preso posto nel Vocabolario*
glie. E per ciò fornire andò il re Carlo in Francia in
persona , e lui tornando coli* accordo fatto e co* suoi
figliuoli, i quali avea diliberì di pregione, si passò
per la città di Firenze, nella quale era già venuto
da Napoli per farglisi incontro Carlo Martello suo
figliuolo re d' Ungherìa, e con sua compagnia ducen-
to cavalieri a sproni d' oro, Franceschi, e Provenzali,
e del Regno, tutti giovani, vestiti col re 4' una par-
tita^ di scarlatto e verde bruno, e tutti con selle d'una
assisa a palafreno^ rilevate d'arìento e d'oro, coU'ar-
me a quartieri a gigli ad oro^ e accerchiata rosso
e d* argento , cioè V arme d' Ungherìa, che parca la
più nobile « ricca compagnia che anche avesse uno
giovane re con seco. E in Firenze , stette più. di venti
dì^ attendendo il re Carlo suo padre e' fratelli, e da'
Fiorentini gli fu fatto grande onore, ed egli mostrò
grande amore a' Fiorentini, ond' ebbe molto la grazia
di tutti. E venuto il re Carlo, e Ruberto, e Ramondo
e Giovanni suoi figliuoli in Firenze cof marchese di
Monferrato (che dovea avere per moglie la figliuola
del re), fatti in Firenze più cavalieri, e ricevuto molto
onore e presenti da' Fiorentini , il re con tutti i fi-
gliuoli si tornò a corte di papa e poi a Napoli. B
ciò fatto, e messo a seguizione per lo papa e per lo
re Carlo tutto il contralto della pace, don Giamo si
partì di Cicilia e andossene in Araona, e , del reame
si fece coronare ; ma di cui si fosse la colpa, -o del
papa 0 di don Giamo, il re Carlo si trovò ingannato,
che dove lo re Carlo si credette riavere l' isola di Ci»
cilia a queto, partitosene don Giamo, Federigo se-
guente suo fratello vi rimase signore, ea'Ciciliani se
ne fece coronare contra volontà della Chiesa dal ve-
scovo di Cefalonia, onde il papa mostrò grande tur-
bazione contro al re d' Araona e Federìgo suo fra-
tello, e fecelo citare a corte, il quale re Giamo vi
venne l'anno appresso, come innanzi faremo menzione.
CAPITOLO XIV.
Come la parte guelfa furono per for%a cacciali di
Genove^,
Nel detto anno si comincia grande guerra tra'
cittadini di Genova tra la parte guelfa, ond'erano capo
i Grimaldi, e la parte ghibellina ond'eran capo gli
Orìi e gli Spinoli ; e ciò parve che si scoprisse per
invidia tra loro, e per la signoria della terra: che la
state medesima aveano fatta la più grande e là più
ricca armata in mare sopra i Veneziani che mai fa-
cesse comune, che più di centosessanta galee furono,
sanza gli altri legni grossi e sottili, che Airono più
di cento, e ciascuna parte e casato armando a gara
l'uno dell'altro si sforzaro; e allora fu Genova e '1
suo podere nel maggiore colmo eh' ella fosse mai,
che poi sempre vennono calando. E parve che in
quello stuolo si cominciasse la discordia, che non
passarono più innanzi che Messina, eh' aveano ordi-
nato d' andare infino r Vinegia ; e tornati a Genova
cominciarono tra loro battaglia cittadinesca, la quale
* dirisa, ipsegna.
' d'una stessa divisa da palafìreuo.
176
CRONICHE
dorò da cinquanta d), saettandosi e éombattendosi di
dì e di notte, onde, molti he morirò d* una. parte e
d^altra, e in più parti della città misono fuoco, e arse
la Riva quasi tutta, e la chiesa maggiore di Santo
Lorenzo, e più case e palazzi. Alla fine quegli di ca-
sa d* Oria, gli Spinoli, e loro seguaci, sotto trattato
di triegua si fornirono di molta gente nuova di Lom-
bardia « della Riviera, e trovarsi sì forti, che per
forza ne cacciarono i Grimaldi e* loro seguaci guelff -,
e ciò fu di gennaio nel 1295.
CAPITO^ XV.
Dtf' ftUU de' Tartari di Persia.
Nel detto anno essendo imperadore de* Tartari
di Persia e del Turigi Baìdo cane, fratello che fu di
Argon cane, onde addietro in alcuna parte facemmo
menzione^ e se Argon amò i cristiani, questo Baìdo
fu cristianiìBsimo e nimico de* saracini \ per la qual
cosa i sarocini di sub paese con certi signori de^ Tar-
tari, feciono con ispendio e grandi promesse, che Cas-
sano suo nipote e figliuolo che fu d' Argon, si rubellò
da lui, e venne in campo con grande oste di Tartari
e saracini contro a lui per cpmbattere. Baido veggen-
dosi da gran parte de' suoi tradito, si mise a fuggire,
il quale da Cassano fu seguito, e sconfitto, e morto.
E '1 detto Cassanq fatto signore colla forza de' saracini,
come detto avemo, incontanente mutò condizione, e
come prima avea amali i saracini e odiati i cristiani, cosi
appresso fu nimfee de'saracinieamico de' cristiani, •
distrusse tutti coloro che V aveano consigliato di fare
male a' cristiani, e appresso fece molto di bene per
la cristianità per racquistare la Terra Santa, come
innanzi al tempo faremo menzione.
CAPITOLO XVL
Come Maghinardo da Susinana sconfisse i Bolognési
e prese la cidà (f Imola,
Negli anni di Cristo 1296 in calen d'aprile,
Maghinardo da Susinana, onde addietro facemmo men-
zione, avendo guerra co' Bolognesi per cagione della
presa di Forlì e d'altre terre di Romagna, ouSq i
Bolognesi aveano la signoria, e fatta lega col mar-
chese Azzo da Ferrara, il quale simigliante avea guer-
ra co' Bolognesi, coli' aiuto di sua gente e de' ghi-
bellini di Romagna, vegnendo con, oste sopra la città
d'Imola ov* erano i Bolognesi con loro forza, com-
battendo con lóro gli sconfisse eoo grande danno
de' presi e de' morti, e prese la d^tta città d' Imola
con molti Bolognesi che v' erano dentro.
CAPITOLO XVII.
Come il popolo di Firenze fece fare la terra di
eastello SangioMnni e Castelfranco in Valdamo.
Nel detto anno essendo il comune .e popolo di
Firenze in assai buono e felice stato, con tutto ehe
i grandi avessono voluto e incominciato a contradire il
popolo, come detto avemo, il popolo per meglio for-
tificarsi in contado^ e scemare la fòrza de' nobili e de*
potenti del contado, e spezialmente quella de' Pazzi di
Valdanro e degli Ubertinì ch'erana ghibellini, si ordi-
nò che nel nostro Valdamo di sopra sifocessono due
grandi terre e castella; l'uno èra tra Fegghine e
Montevarchi e puosesi nome castello Sangiovanni, l'al-
tro in casa liberti allo 'ncontro passato 1* Amo, e
puosohgli nome Castelfranco, e francarono tutti gli
abitanti de' detti castelli per dieei anni d' ogni fazio-
ne^ e spese di comune, onde molti fedeli de' Pazzi e
libertini, e quegli da' Ricfisoli, e de' Conti , ed aliti
nobili, . per esser franchi si feciono terrazzani de* detti
castelli; per la qual cosa in poco tempo crebbono e
multiplicaro assai, e fecionsi buone e grosse terre.
CAPITOLO XVIII.
Come lo re Giamo cT Araona venne a Roma^ e pa^
pa Bonifazio gli privilegiò Pisola di SàftUgna,
Nel detto anno alla richiesta di papa Bonifazio il
re Giamo d' Araona venne a Roma al detto papa, e menò
seco la reina Costanza sua madre e figliuola che fu
del re Manfredi, e messer Ruggerì di Loria suo am-
miraglio, a* quali ii papa fece grande onere, e rico-
municolli ' ; e '1 detto re Giamo si scasò deHa 'm-
presa che dòn Federigo suo Ihitello avea fatta della
signoria di Cicilia, come non era ossuta* di sua sa-
puta nà di suo consentimento, giurando in mano del
papa in presenza del re Carlo,' che a richiesta del re
Carlo e' sarebbe personalmente con sua gente e forza
contro a don Federigo suo fratello, ad aiutare rac-
quistare r isola di Cicilia ; e simile, promessa e sara-
mento fece fare a messer Rnggeri di Loria suo am-
miraglio. Per la qual cosa il papa fece il detto re
Giamo ammiraglio e gonfaloniere della Chiesa in mare,
quaudo si facesse il passaggio d'oltremare, e privile-
^oUo del reame dell'isola di Sardigna, conquistan-
dolo sopra i Pisani o chi v' avesse signorìa ; e fece
il detto papa che '1 re Carlo perdonò ogni ofiÌM«
ricevuta da messer Ruggerì di Loria, e fecelo suo
ammiraglio; la qual cosa «appiendo don Federigo,
gir tolse tutte sue rendite a orfori eh' avea in Cici-
lia, e al nipote, opponendogli tradigione, fece ta-
gliare la testa.
CAPITOLO XIX.
Come il conte di Fiandra e 'quello di Bari si m-
beUarono aire di Fi-ancia,
Nel detto anno il conte fluido di Fiandra e il
conte di Bari genero del re d'Inghilterra, si mbel-
larono dal re di Francia per oltraggi ricevuti dal re
e da sua gente, e allegarsi col re Adoardo d'In-
ghilterra. B intra l' altre prìnoipali oAgionf della ru-
bellaziooe del conte di Fiandra, si fu perch* egli a-
' impoita.
* li usolse dalla scomunica; li ribenedì.
' atata, più comunemente presso gli antichi suio e stUcu
DI GIOVANNI VILLANI.
ITT
rea maritata la figlinola al figliaolo del ra dMnghil-
lerra, ganza consentimento del re di Francia^ onde
non piacendo al re, mandò per lo conte e per la
coDtessa di Fiandra, e poi per la figlinola ; e quando
furono a Parigi, lo re fece ritenere la detttf donna in
cortese pregione, perchè non fosse moglie del sno
nimico, e poco tempo appresso ella mori, e dissesi
che fu fatta morire di yeleno. Il conte vedendo ritenuta
sua figlia, e se dal re in leggere guardia lasciato, si
partì privatamente di Parigi e fuggissi in FianHIra, e
dolendosi affiglinoli e alla sua gente del torto che
gli facea il re di sua figlia, fece le sue terre rubel-
lare al re; e in Lilla nrìse a guardia Ruberto suo
primo figliuolo, e a Doai Guglielmo secondo figliuo-
lo, e a Coltrai messer Gianni di Namurro suo fi-
gliuolo, e il conte rimase alla guardia di Bruggia,
e ""l duca di Brabante suo nipote alla guardia di Gan-
to. Per la qual cosa il re di Francia con grande
oste andò in Fiandra colla maggior parte di sua ba-
ronia, e con più di diecimila cavalieri e popolo in-
numerabile, e puosesi a oste a Lilla, nella quale era
messer Rnherto di Fiandra e M siri di Falcamonte d'A-
lamagna con piik soldati tedeschi, i quali difendeano
la terra francamente. In questa stanza il conte d* Ar-
tese sconfisse i Fiamminghi a Fornes, e lo re d** In-
ghilterra arrivò in Fiandra, come si tratterà nel se-
guente capitolo; per la qual cosa, e ancora' perchè
la villa di Lilla non era bene provveduta né fornita
di vittuaglia, a'arrendèo la terra al re di Francia,
andandone sano e salvo messer Ruberto di Fiandra
con tutti i soldati tedeschi. E avuta il re di -Francia
Lilla, prese la sua gente Bettona e più altre ville di
Fiandra, e fece poi lo re di Francia cavalcare le ter-
re del conte di Bari, e ardere e guastare.
CAPITOLO XX.
Come ti conte d" Attese sconfisse i Fiamminghi a
Fornes^ e come tire (T Inghilterra passò in Fiandra.
Nel seguente anno 1297, essendo cresciuta la
guerra al re di Francia per lo re d'Inghilterra, e per
la tubellazione del conte di Fiandra e di quello di Ba-
ri come detto avemo di sopra, si feciono lega ancora
contro a lui col re Attaulfo d'Alamagna, e mandogli
il re d'Inghilterra trentamila marchi di sterlini, ac-
ciocché venisse con suo iaforzo in Fiandra , per as«
salire il reame di Francia ; e cosi promise e giurò, e
Io re d* Inghilterra promise* di venirvi in persona ; e
vennero alquanti cavalieri tedeschi in Fiandra ai sol-
do de' Fiamminghi, i quali volendo co' Fiamminghi
insieme assalire la contea d' Artese, il conte d' Art«se
con grande cavalleria di Franceschi tornato di Gua-
scogna in Artese per la detta .guerra cominciata per
gli Fiamnunghi, essendo al conte d' Artese gii ren*
duta là villa di Berghe alla marina, si fece loro in-
contro a Fornes in Fiandra , e quivi combatterono in-*
sieme, onde i Fiamminghi e' Tedeschi furono scon-
fitti, e morivvi il conte Guglielmo di tiinlieri, e
Arrigo conte di Belmonte, e 'I sire di Gaura , e più
altri baroni e cavalieri tedeschi e fiamminghi, con più
di tremila tra a pie e a cavallo vi furono morti e
presi. E dopo la detta sconfitta il conte d' Artese
prese Fornes, e feciono le comandAmenla tutte le
terre della marina e la valle di Cassella. In questo
il re Adoardo d'Inghilterra con grande navilio, e
con mille e più buoni cavalieri e con gente d' arme
a pie assai, arrivò in Fiandra al porto dellr Stuna ^ ,
siccome avea promesso per la leva fatta col re d' A«-
lamagna e col conte di Fiandra, e prese la villa di
Bruggia, la quale fu abbandonata da' Franceschi, per-
chè non v" avea fortezza né di muro né di tasi ; e
poi n' andò a Ganto, perocché Bruggia non era forte,
e gli grandi borgesi di Bruggia eran tutti della parte
del re, onde non si fidava «di stare in Bruggia. A
Ganto era il conte di Fiandra per attendere il re d' A-
lamagna, il quale per più moneta (si disse) eh' eb-
be dal re di Francia, non venne, come avea promes-
so e giurato; e chi disse che il detto re d'Alama^
gna rimase, per guerra, che il re di Francia per
suoi danari e promessa di parentado gli fece muo-
vere al duca d* OsleVich ; e a questo diamo più fede.
Onde il re Adoardo veggendosi ingannato e tradito ,
ovvero fallito dal re d' Alamagna, e sentendo il gran-
de podere dèi re di Francia, e com'era già mosso
con tutta sua baronia, avuta Lilla, per venire contro
a lui a Ganto, e già era a Coltrai in Fiandra ; per la
qual cosa il re d'Inghilterra non s' affidò di dimorare
in Fiandra, perocché venuto il re di Francia con sua
oste , il convenia essere sorpreso o assediato in Brug-
gia 0 in Ganto, o venire a battaglia con lui ; e dap-
poiché non era Venuto il re d' Alamagna con sua
gente, non avea podere d' uscire a campo contro al re
di Francia, e però si parli di Fiandra in grande fretta,
e tomossi con .sua gente in Inghilterra , e lasciò il
conte di Fiandra in Ganto in male stato e da lutti
abbandonato. Lo re di Francia perchè t'appressava
il verno, e avea novelle come il re Carlo di Puglia
venia in Francia in servigio del re d' Inghilterra, t
per commessione del papa, per mettere accordo in-
tra lui e '1 re Adoardo, suoi congiunti, parenti, e
amici, si si tornò in Francia con tutta sua oste, la-
sciando grande guemigione di gente d' arme a ca-
vallo e a pie nelle dette terre, e fece fare a Lilla e
a Coltrai forti castelli. E tornato in Francia, il re
Carlo .ordinò dal re di Francia al re Adoardo d' In-
ghilterra e *1 conte di Fiandra triegue per due. anni^
rimanendo al re di Francia per patti Bruggia, e Lil-
la, e Coltrai, e altre ville, le quali terre di Fiandra
erano già all' obbedienza e guadagnate per lo re di
Francia; e per dispensagione del papa il re d* In-
ghilterra prese per moglie la scrocchia del re di"
Francia, e accordogli di pace insieme.
CAPITOLO XXI.
Come papa Bonifacio privò del cardinalato messer
Iacopo e messer Piero della Colonna.
NegK anni di Cristo 1297, a dì 13 del mes«
di maggio, tenendosi papa Bonifazio molto gravato
da'signori Colonnesi di Roma, perchè in più cose Ta-
veano contrastato per isdegno di loro maggioranza,
* La Qianthia e altre stampe: Suina.
IS
Ite
CRONICHB
ma più Bi tenea il papa gravato, perchè messer Iaco-
po e messer Piero della Colonna cardinali gli erano
stati contrari alla sua lesione, mai non si pensò se
non di mettergli al niente. E in questo avvenne, che
Sciarra della Colonna loro nipote, vegnendo al mu-
tare della coHe di Alagna alle some degli arnesi e
tesoro della Chiesa, le rubò e prese, e menolle in
sua terra. Per la qual cagione aggiugnendovi la ma-
la volontade concepntà per addietro, il detto^ papa
contro a loro fece processo in questo modo ; ch^ e^
detti messer Iacopo e messer Piero della Colonna
diaconi cardinali, del cardinalato e di molti altri he-
neficìi ch^ aveano dalla Chiesa, gli dispuose e privò \
e per simile modo condannò e privò tutti quegli del-
la casa de" Colonnesi, cherìci e laici, d'ogni bene-
ficio ecclesiastico e secolare, e scomunicolli che mai
non potessooo uvere beneflcio ; e fece disfare le case
e' palassi loro di Roma, onde parve molto male a* lo-
ro amici romani ; ma non poterono contradire per la
forsa del papa e degli Orsini loro contrari *, per la
qual cosa si rubellarono al tutto dal papa e comin-
ciarono guerra, perocch' eglino erano molto possenti,
e aveano gran seguito in Roma, e era loro la forte
città di Pilestrino, e quella di Nepi, e la Colonna, •
più altre castella. Per la qual cosa il papa diede la
indulgensa di colpa • pene chi prendesse la croce
contro a loro, e fece fare oste sopra la città di Nepi,
e il comune di Fireùse vi mandò in servigio del pa-
pa seicento tra balestrieri e pavesarì o'ociati, coUe
fopransegne del comune di Pirense; e tanto stette
Foste air assedio, che la città s'arrendè al papa a
patti, ma molta gente vi mori e ammalò per corru-
sione d* aria eh* ebbe nella detta oste.
CAPITOLO XXU.
Come Alberto (f Oslerich sconfisse e uccise AUaélfo
re d* Alamagna, e comi* egli fu eletto re de" Romani,
Negli anni di Cristo 1298 del mese di giugno
avendo i prencipi d' Alamagna privato Attaulfo della
eesione dello 'mperio per cagione della sua dislealtà,
n perchè s' era legato col re di Francia per sua mo-
leta, e tradito il re d' Inghilterra e il conte di Fian-
dra, come addietro avemo fatta mensione, e ancora
per procaccio d* Alberto dogio d' Osterich figliuolo
che fu del re Ridolfo, per avere la lesione con or-
dine e trattato del re Adoardo, e con molta sua mo-
neta data al detto Alberto per fare vendetta del tra-
dimento commesso per lo detto Attaulfo re d"* Ala-
magna, e ciò fatto, il dettò dogio Alberto con sua
potensia di gente d'arme, venne contro al .detto
Attaulfo, e in canpo combattè con hu, e sconfisselo
e rimase il detto Attaulfo morto nella detta batta-
glia con molta ài sua gente; e avuta Alberto la detta
vittoria si fece eleggere re de* Romani , e poi con-
fermare a papa Bonifosio.
CAPITOLO xxni.
Come i Colonnesi tennero alla misericordia del pa^
pa, e poi si. rubellarono un* altra tolta.
Nel detto anno del mese di settembre, essen-
do trattato d'accordo da papa Bonilasio a'Colonneaì,
i detti Colonnesi cherìci e laici vennero a Rieti ovve-
rà la corte, e gittarsi a pie del detto papa alla ni-
serìcordia, il quale perdonò loro, e assolvettegli del-
la scomunicasione, e volle gli rendesseno la città di
Pilestrino; e così feciono, promettendo loro di ri-
stituirgli in loro stato e dignità, la qual cosa non at-
tenne loro, ma fece disfare la detta città di PUe-
strtno del poggio e fortessa ov' era, e fecene rifare
una terra al piano, alla* quale puose nome Civita
Papale ;' e tutto questo trattato falso e frodolente fe-
ce il papa per consiglio del conte da Mohtefeltro ,
allóra frate minore, ove gli disse la mala parola:
lunga promessa eoW attender eorto, I detti Colonnesi
trovandosi ingannati di ciò ch'era stato loro promesso
e disfatta sotto il detto inganno la nobile fortesu
di Pilestrìno, innansi che compiesse 1* anno si rubel-
larono dal papa e dalla Chiesa , e 'l papa ^ sco-
municò da capo con aspri processi ; onde per tema di
non essere presi o morti, per la persecusione dd
detto papa, si partirono di terra di Roma, e ispar-
sonsi chi dijoro in Cicilia, e chi in Francia, e in altre
parti, nascondendosi di luogo in luogo per non essere
conosciuti, e per non dare di loro posta^ ferma ^, spe-
sialmente messer Iacopo e messer Piero ch'erano
stati cardinali; e così stettona in esilio mentre vi*
vette il detto papa.
CAPITOLO XXIV .
Come i Genovesi sconfissono i . VinUiani in mare.
Nel detto anno a di 8 di settembre, essendo
grande guerra in mare tra i Genovesi e' Vinisiani ,
ciascuno fece armata, i Genovesi di centodieci galee,
e' Vinisiani di centoventi galee; e' detti Genovesi,
ond' era capitano e ammiraglio messer Lamba d* Oria
passarono la Cicilia e misonsi nel golfo, con inten-
dimento di andare infino alla città di Vinegia, se io
altro luogo non trovassono i Vinisiani e misersi in
guato ; ma come furono in Schiavonia, trovarono Tar-
mata de' detti Vinisiani all'isola della Scolcola, ov'ei)-
be tra' due stuoli aspra e difra battaglia; alla fine fu-
rono sconfitti i Vinisiani, e molti ne furono morti e
presi^ e settanta corpi di loro galee ne furono menate
co' pregioni in Genova,
CAPITOLO XXV.
De" grandi tremuoti che furono in certe città H"
talia.
Nel detto anno furono molti tremuoti in ItaKa,
specialmente nella città di Rieti e in quella di Spo-
leto, e in Toscana nella città di Pistoia, nelle quali
cittadi caddono molte case, e palassi, e torri, e chie-
se, e fu segno del giudicio di Dio, del futuro pe-
ricolo e awersitade che poco appresso si cominciò
in più parti d'Italia, e spesialmente nelle dette no-
minate cittadi, come innansi per gli tempi faremo
mensione.
' per non maniftatare mai no laogo di loro stabile ritrovo.
DI GIOVANNI VILLANI.
iT9
CAPITOLO XXVI.
Quando. si cominciò il pala%M del popolo di Fi-
reme ove abiiano i priori.
Nel detto Muno 1298 si cominciò a fondare il
pallino de^ priori per lo comune e popolo di Piren-
te, per le novità cominciate tra '1 popolo e' grandi ,
che spesso era la terra in gelosia e ih commozione,
alla riformazione del priorato di due in due mesi,
perle sette già cominciate, e i priori che reggeanojl
popolo e tutta la repubblica, non parca loro essere
sicari ove abitavano innanzi, eh* era nella casa de'
Cerchi bianchi dietro alla chiesa di San Brocolo. E
colà dove puosono il detto palazzo , furono antica-
mente le case degli liberti, ribelli di Firenze è ghi-
bellini ; e di que" loro casolari feciono piazza, accio c-
cfaò mai non si rifacessono. E comperarono, altre
case di cittadini, come furono Foraboschi, e fonda-
ronn su il detto palazzo, e la torre de' priori, fon-
data in sa lina torre ch'era alta più di cinquanta
braccia eh' era de' Foraboschi , e chiamavasi torre
della Vacca. B perchè il detto palazzo non si ponesse
in sol terreno de' detti liberti, coloro che l' ebbono
a far fare il puosono musso ' , che fu grande diffalta
a lasciare però di non farlo, quadro, e più disco-
stato dalla chiesa di San Piero Scheraggio.
CAPITOLO XXVII.
Còme /W falla pace Ira '/ comune di Genova è quel-
lo di Vinegia,
Negli anni di Cristo 1299 del mese di maggio,
pace fu tra*^ Genovesi e'Viniziani, e ciascuno riebbe
i suoi pregioni con que' patti che piacquero a' Geno-
vesi Intra gli altri voUono, che infra tredici anni
niono Viniitìano non navicasse nel mare maggiore di
là da Costantinopoli e nella Soria con galee armate,
oade i Genovesi ebbono grfinde onore , e rimasono
in grande potenza e felice stato, e più che comune
0 signore del mondo ridottati in mare.
CAPITOLO xxvni.
Come fu falla pace tra 7 comune di Bologna e '/
marchese da Estie MagìUnardo da Susinana per gli
Fiorenlini,
Nel detto tempo e anno essendo stala lunga e
grande guerra tra '1 comune di Bologna e' suoi usciti,
e col marchese Azzo da Esti, il quale signoreggiava
hi città di Ferrara, e quella di Reggio, e quella di
Modena, e con Maghinardo da Susinana grande si-
gnore in Romagna, i quali erano tutti a una lega
contro a' Bolognesi, per procaccio e indùstria de'Fio-
reattni, amici dell'una parte e dell'altra, pace fu fatta,
.« basctarsi insieme i sindachi delle parti nella città di
Firenze ; e i Fiorentini furono promettitori e malle-
vtdori alla detta pace per V una parte e per V altra,
con solenni carte e promessioni.
CAPITOLO XXIX .
Come il re Giamo (f Araona con Ruggeri di Loria
e coir armata del re Carlo sconfissono i Ciciliani
a capo Orlando,
Nel detto anno avendo lo re Carlo fatta sua
armata ^er andare sopra l' isola di Cicilia di quaranta
gatee, ond' era ammiraglio messer Ruggeri di Loria,
^ richiesto per papa Bonifazio e per lo re Carlo il re
Giamo d' Araona, che asseguisse ^ la promessa per lui
fatta per gli patti della pace, come addietro facemmo
menzione, .venne di Catalogna con trenta gal^ arma-
te, e accozzatosi a Napoli coli' armata del re Carlo,
e con Roggeri di Loria loro ammiraglio , tutti insie-
me n* andarono vèrso Cicilia. Don Federigo co' suol
Ciciliani sentendo l' apparecchiamento, fece suo isfor-
zo, e armò sessanta galee, e col suo ammiraglio mes-
ser Federigo Doris si misono in mare; e a capo Or-
lando in Cicilia s'accozzerò in mare le dette armate
a di 4 del mese di luglio, e dopo la grande e aspra
battaglia l' armata de' Ciciliani fu sconfitta, e tra morti
e presi (iù di seimila uomini, e ventidue corpii di
galee ; per la qual cosa si mostrò palesemente, che 'i
detto re Giamo e Ruggeri di Loria furono fedeli e
leali alla promessa fatta al papa* e al re Carlo. Bene
si disse, che solo re Giamo avesse voluto, don Fede-
rigo suo fratello rimanea preso in quella battaglia,'pe-
rocchè la sua galea fu nelle sue mani, ^ era finita la
guerra di Cicilia *, o che fosse di sua volontà o di
sua gente catalana, il lasciarono fuggire e scampare.
CAPITOLO XXX.
Come fu falla pace tra^ Genovesi e* Pisani.
Nel detto anno del mese d'agosto fu fatta pa-
ce tra' Genovesi e* Pisani, la quale guerra era durata
diciassette anni e più, onde i Pisani molto erano ab-
bassati e venuti a piccolo podere; e quasi come gen-
te ricreduta feciono a' Genovesi ogni patto che sep-
pono demandare, dando loro parte di Sacdigna, e
la terra di Bonifazio in Corsica, e eh' e' Pisani non
dovessono navicare con galee armale infra quindici
anni, e de'pregioni che vennero in Genova de' Pi-
sani, quando furono lasdati, non erano vivi che ap-
pena il decimo.
CAPITOLO XXXI.
Quando di nuovo si cominciarono le nuove mura
della città di Firen%e»
Nel detto anno a di 29 di novembre, si co-
minciarono a fondare le nuove e terze mura della
città di Firenze nel prato d'Ognissanti; e furono a
benedire e fondare la prima pietra il vescovo di Fi-
renze, e quello di Fiesole, e quello di Pistoia, e
tutti i prekti e religiosi, e tutte le signorie e ordi-
' imiiMAto, atorto, noD posto p«r diritto, più Inngo cht
lufOi 0VT«ro oht ha tagliato il canto. '
I flsagaìBse. Oli antichi cambiarono molto apMSO la e in a
ini principio ddle parole.
4
tnoincHE
si 4i FireoM eoo innamerabile popolo. E murarsi
«Oon dilk torre sopra la gora iòfino alla porta del
rnio, la qoale porta era prima cominciata inaino
Tano 1284, colKaltre porte mastre di qua dall' Arno,
insieme, come addietro facemmo menzione; ma per
molte avverse novità che furono appresso, stette
buono tempo che non vi si murò più innanzi, che
quelle mura della fronte del Prato.
CAPITOLO XXXU.
Come il re di Francia ebbe a quelo tutta Fiandra^
e in pregiane U conte e' figliuoli.
Nel detto anno 1299, fallite le triegue dal re
di Francia e "1 conte di Fiandra, lo re mandò in
Fiandra lo re Carlo dl^ Yalois suo fratello con gran-
de oste e cavalleria, il quale giunto a Bruggia co-
minciò guerra al conte eh' era in Ganto, e a tutte le
terre della marina che teneano col conte, e con più
battaglie in più parti vinte perla gente di messer Carlo
contra i Fiamminghi, s'arrenderono a messer Carlo, sal-
vo Ganlo, ove era il conte co*suoi figliuoli messer Ro-
berto e messer Guglielmo, abbandonati dagli amici e
da'signori, e eziandio da'loro borgesi. Per la qual cosa
trattato ebbono con messer Carlo di fare onore al
re e di rendersi a lui, promettendo messer Carlo so-
pra se di guarentirgli e rimettergli in amore del re,
e in loro stato e signoria. E compiuto il trattato ren-
derono Ganfo, che è delle più forti terre del mondo,
e le loro pereone a messer Carlo; il quale entrato
in Ganto, il conte Guido e messer Ruberto e messer
Guglielmo suoi figliuoli tradì, e gli mandò presi a
Parigi, e in Parigi si gittaro appiedi del re alla mi-
sericordia : il qual re per malvagio consiglio non
asseguendo cosa che fosse loro promessa ^ gli fece
mettere in prigione. Per lo qual tradimento e slealtà 1
gran male ne avrenne aUa casa di Francia e a Fran- ]
caschi. La qual cosa per l*~ttniverso mondo fu tenu-
ta grande dislealtà a sì fatto signore. E ciò fatto per
messer Carlo, e avuta tutta a quoto la contea di Fian-
dra, lasciò messer Giacche, fratello del conte di San
Polo al tutto signore in Fiandra per lo' re con gran-
de cavalleria, e messer Carlo si tornò in Francia. E
il detto messer Giacche cominciò in Fiandra aspra
siguorìa, e raddoppiare sopra il popolo assise, e
gabelle, e male tolte \ onde il popolo forte si tenea
gravato. Avvenne, che per la pasqua di Risorresso
vegnente lo re di Francia andò a suo diletto in Fian-
dra per provvedere il suo conquisto e fare festa ; e
giunto in Bruggia gli fu fatto grande onore, e simile
a Ganto, e Ipro, e 1* altre buone terre; e tutti si vesti-
rono di nuovo, ciascuna arte e mestieri d'una assisa^,
faccendo più divorai giuochi e feste , e per lo re e
sua baronia giostre ; e la tavola ritonda ^ si fece a
imm
* compere ad inganno : mancherebbe alla Crusca. Ma tolta
forse è da intendere semplicemonte per gravezzaf accatto,
tassa improvvisa e ad arbitrio: prestito forzoso; edèpnre
da aggìangere al Vocabolario.
' divisa, restilo nniforme.
' Dal costume di un antico ordine di cavalleria fa detta
tavola rotonda quella, ove cavalieri e principi e re, assai
prodi in arme, adunati a feste e a giostro sedevano tutti
aO* pari.
Guidendalla, maniere del conte, onde d'AIàmagna e
d' Inghilterra vi vennono più baroni e cavalieri a gio-
strare. Ma questa festa fu fine di tutte quelle de* Fran-
ceschi a' nostri tempi, che come la for4nna si mo-
strò al re di Francia e a' suoi allegra e felice, così
poco tempo appresso volse sua ruota nel contra-
rio, come innanzi al tempo faremo menzione. E ^1* o-
riginale cagione, oltre al peccato per lo re e suo
consiglio commesso nella presura e morte della in-
nocente damigella di Fiandra, e poi il tradimento
/atto contro al conte Guido e' suoi figlinoli presi, si
fu che al partire che'l re fece di Fiandra, gli arte-
fici e popolo minuto gli domandarono grazia , ehe
fossono alleggiati delle importabili gravezze, che mes-
ser Giacche di San Polo e* suoi faceano loro ^ e ol-
tre a ciò i grandi borgesi delle ville, che tutti gli
mangiavano ; non furono uditi dal re, se non come
il popolo d"* Israel dal re Roboamo, ma maggiormente
tormentati da* borgesi e dagli oficiali del re, onde ap-
presso segui il giudicio di Dio quasi improvviso, co-
me al tempo intenderete.
CAPITOLO xxxm.
Come il re di Francia $* imparentò coi re Alberto
d'AIàmagna,
Nel detto anno 1299, dopo il conquisto che *1
re di Francia fece di Fiandra , Alberto d^Osterich
re de^ Romani fece parentado col re Filippo di Fran-
cia, e diede per moglie al figliuolo primogenito la
figliuola del detto re di Francia; e ciò fu per Tamistà
cominciata', e servigio fatto al re di Francia per lo
re Alberto, contro Attaulfo re de* Romani, come ad-
dietro è fatta menzione.
CAPITOLO XXXIV.
Come il prenze di Taranto fu tcon^to in Cicika.
Nel detto anno in calen di Dicembre, Filippo
prenze di Taranto e figliuolo del re Carlo secondo,
essendo passato in su V isola di Cicilia con seicento
cavalieri e con quaranta galee armate, la maggiore
parte Napoletani e gente del Regno, per guerreggia-
re risola', ed era aiP assedio alla città di Trapali; e
don Federigo d* Araona che tenea Cicih'a era con sua
gente, della quale era capitano don Brasco d* Arao-
na,- e stavano in su M monte di TrapaU, veggendo il
male reggimento 4el detto prenze e di sna gente, a
loro posta scesono del detto monte, e con loro van-
taggio presonò la battaglia, nella quale il detto pran-
zo fu sconfitto, e preso egli e gran parte di sua gente.
CAPITOLO XXXV.
Come Cassano signore de'* Tartari sconfisse U solda^
no de* saracinij e prese la Terra Santa in Soria»
Nel detto anno del mese di gennaio , Cassano
imperadore de* Tartari venne in Soria sopra il soldano
far gravtwe per imporl4 tornerebbe nuovo al Voeabol.
DI CflOVAIfia VILLANI.
181
de^saradiii, e menò Meo duecentomila tra Tartari e
orìatlaM a eayaHo e a pie per condotta del re d' Brmi-
Dìa e di quello di Giorgia, crìstianissimi e nimici de'
faraoiai, per racquistare la Terra Santa. 11 sohlano aen-
tendo loro venuta, venne d' Egitto in Soria con più di
centomila aaracini a «avallo, sanza-T altra sua oste
di Soria eh' era infinita ; e scontrarsi insieme i detti
eserciU, e la battaglia fu grande e terribile. Alla fine
per senno e valensia del detto Cassano, il quale si
tenne a piede con grande parte della sua buona gen-
tet inftnoch'e'saracioi ebbono tanto saettato, ch'elli
ebbono voti i loro turcassi di saette, e acciocch' e'
saracini non potessono risaettare so^ra i suoi le loro
saette, ordinò che tutte quelle di sua gente Tossono
sanu cocca, e le corde de' suoi archi con pallottiera ^
che poteano saettare le loro e quelle de' saracini.
E ciò fatto, con ordine, a certo suo segno fatto mon-
tarono a cavallo, e aspramente assalirono i saracini
per modo, che assai tosto gli mise in isconfitta e in
fioiga; ma molti saracini vi furono morti e presi, e
hudarono tutto il loro campo e arnesi di grande rie-
chesu. E ciò fatto, quasi tutte le terre di Soria e di
Gemsalem si renderono al detto Cassano, e egli divo-
tamente andò a visitare il santo sepolcro ; e ciò fat-
to, non potendo guari dimorare in Soria, convenen-
dogli tornare in Persia al Turigj, per guerra che gli
era cominciata da altri signori de' Tartari, si man-
dò suoi anbasciadori in ponente a papa Bonifazio ot-
Uvo, e al re di Francia, e agli altri re cristiani, che
■andusono de'signorì e gente cristiana, « ritenere
la <jttà e terre di Soria e della Terra Santa che egli
area conquistate; la quale ambasciata fu intesa, ma
male messa a seguizione; perchè per lo papa e per
gli altri signori de' Cristiani s'intendea più alle singu-
lari guerre e quistiòni tra loro, che al bene comune
della cristianità ; che con poca gente e piccola spesa
si racqnintava e tenea per gli cristiani la Terra Santa
conquistata per Cassano, la qoale con grande vergo-
gna, e non senza merito di pena, per gli cristiani
s'abbandonò. Onde partito di Soria il detto Cassano,
poco tempo appresso i Saracini si ripreaono Gem-
salem e l'altre terre di Soria. Il detto Cassano fu fi-
gliuolo d'Argon cane, onde addietro in alcuna parte
facemmo menzione. Questi fu piccolo e sparuto di
sua persona, ma virtudioso fu molto, e savio, ^ prò
di sua persona, avveduto in guerra; cortesissimo e
largo donatore, amico grandissimo de'crìstiani, e egli
e molti di sua buona gente, si fece per la fede di
Cristo battezzare; E la cagione perohò Cassano di-
venne cristiano non è da tacere, ma da fame memo-
ria in qneaiò nostro trattato, a edificazione delFa ao-
•tra fede, per lo bello miracolo ch'avvenne. Quando
Paesano fn fatto imperadore, si fece cereare per avere
■ogKe per la più bdla femmina che si trovasse, non
gaudandosi per tesoro o per altro, e però mandò
Moi ambasdadorì per tutto levante ; e trovandosi la
figlinola del re d'Erminia avanzare tutte le altre di
l^ellezza e di virtù, e quella addimandata, il padre
r accettò, in quanto piacesse alla pulcella. Quella
' BSttgno iMl m«iso delU corda dell'arco o della bale-
stra dorè ■' accomoda la saetU o la palla per tirare.
molto savia rispose, ch^ era contenta al piacere del
padre, salvo ch'ella volea essere libera di potere
adorare e coltivare il nostro signore Gesù Cristo,
benché '1 marito fosse pagano, e cosi fu promesso
e accettato per ^i ambascjadori di Cassano. U re
d'Erminia mandò la figliuola con frate Aiton suo
fratello, e con altri frati e religiosi, e con ricca
compagnia di cavalieri , e donne , e damigelle ; e
venuta a Cassano, molto gli piacque, e fu in sua
grazia e amore, e assai tosto concepette di lui, e
al tempo debito partorio, come piacque a Dio, la
più lorda e orribile creatura che mai fosse veduta,
e quasi per poco nou avea forma umana. Cassano con-
tristato di ciò, tenne consiglio co' suoi savii, per gli
quali fu diliberato che la donna avea commesso avol-
terìo, e fù giudicata ch'ella colla sua creatura fosse
arsa. E apparecchiato il fuoco in presenza di Cas-
sano (a cui molto ne doleva) e di tutto il popolo
della città, la donna chiese grazia di volere sua con-
fessione e comunione, siccome fedele cristiana, e la
creatura battezzare e fare cristiana. Fu conceduta lo
grazia, e come la creatura fu battezzata nel nome del
Padre, e del Figlio, e del Santo Spirito, in presenza
dd padre e di tutto il popolo, incontanente il fan-
ciullo divenne il più bello e grazioso che mai fosse
veduto. Del detto miracolo Cassano fu molto allegro
e con gran festa Ih 'mperadrìce e *1 figliuolo furono
diliberi da morte ; e Cascano e tutto il popolo si bat-
tezzarono e feciono cristiani. E non voglio che (n,
lettore, ti maravigli, perchè scrìviamo ;che Cassano
fosse quasi con duecentomila Tartan a cavallo, che
il vero fu così, e ciò sapemmo da uno nostro Fio-
rentino e vicino di casa i Bastari, nudrìto infino da
piccolo fanciullo in sua corte, e di qua per lui al
papa e a' re de' cristiani venne per ambasdadore con
altri de' Tartari, che ciò testimoniò e a noi disse.
E non è da maravigliare però, perocché quasi tutti
i Tartan vanno a cavallo e non a pie,, e' loro cavalli
sono piccoli, e mai non bisogna loro ferro in pie, né
orzo né altra biada, ma vivono d' erbaggio e di fie-
no, lasciandogli pascere come pecore; e uno de'
Tartari ne mena seco dieci o venti o più de* detti
cavalli , secondo eh' é possenle ; e va 1' uno dietro
all' altro senza altra guida ; e sono con sottili briglie
senza freno, e povera sella d' una bardella con pic-
cole scaglie incamutata K Armati sono di cuoio cotto
e d' archi e saettej e vivonsi di carne cruda o poco
cotta, e di pesce e di sangue di bestie, e burro e latte
con poco pane, e le più vojte senza pane; e quando
hanno sete e non trovassono acqua, segnano ^ l' uno
de' loro cavalli e |beonsi il sangue, e spesso 1' uc-
ddono e '1 si mangiano ; e giacciono e dormono sen-
za lelto, se non il tappeto sopra la terra, e sempre
stanno a campo, e molto sono obbedienti e fedeli al
loro signore, e fieri e crudeli in arme, deche al si-
gnore de' Tartari é più leggiere di menare seco in o-
ste duecento migliaia di Tartari a cavallo, che non
1 trapunta, imbottita, n testo Mi. Davansati (non le sue
stampe) legge; incammurraU, La nostra lezione è quella de'Gion-
ti. Ineamuiato risponde àXVmcamatatu$, che fù in oso presso gì
serittoii del medio evo, e che possiam vedere nel Du-Fresne
^ ' J^a Giuntina legge: «votano.
182
CRONICHE
sarebbe «I re di Francia diecimila. Aveno A luifo^
detto de* costumi de' Tartari, per trarre d'igaoraBia
coloro che di loro fatti noi sanno; ma chi pia. ne
vorrà sapere legga il trattato di frate Aiton d^ Brmi-
nia, e "ì libro del Milione di Yinegia, come in altra
parie di qnestO' libro avemo detto.
CAPITOLO XXXVi
Come papa BomfoMÌo oiia^o die perdano a iuUi t
crisiiam eh" andassono a Roma^ r a$mo dei gmò^
bileo 1300.
Negli anni di Cristo 1306, secondo la nativi-
tede di Cristo, con ciò fosse cosa obe si*dicesse per
molti, che per addietro ogni centesimo d'anni della
natività di Cristo, il papa ch'era in qne* tempi, Iacea
grande indulgenza, papa Bonifaiio ottavo obe allora
era apostolico, nel detto anno a reverensa della na-
tività di Cristo, fece somma e grande indulgen&a in
questo modo \ che qualunque Romano visitasse infra
tutto il detto anno, continuando trenta di, le chiese
de' beati apostoli Santo Pietro e Santo Paolo, e per
quindici -dì l' altra universale genta che non fossono
Romani, a tutti fece pièna e intera perdonansa di tutti
i suoi peccati, essendo ben confesso o ai confessasi
SO) di colpa e di p^na. E per consolasióne de' cri-
stiani pellegrini, ogni venerdì e di solenne di festa,
si mostrava in San Piero la Veronica del sudario di
Cristo. Per la qnal cosa gran parte de' cristiani $he
allora viveano, feciono il detto pellegrinaggio cosi
femmine come uomini, di lontani e diversi paesi, e.
di lungi e d' appresso. E fu la più mirabile cosa che
mai si vedesse, che al continuo in tutto Tanno du-
rante, avea in Roma oltre al popolo romano, duecen-
tomila pellegrini, sansa quegli ch'erano porgli cam-
mini andando e tornando, e tutti erano fomiti e con-
tenti di vittuagUa giustamente, così i eavalli come le
persone, e con molta paxienia, e sanxa romorì o Enf-
fe ; ed io il posso testimoniare, che vi fui presenta e
vidi, fi dell' offerta fatta per gli pellegrini molto ta-
soro ne crebbe alla Chiesa, e' Romani per le loro der-
rata furono tutti ricchi. E trovandomi io in quello
benedetto peUegrinaggio nella santa ci«tà di Roma,
veggendo le grandi e antiche cose di quella, e leg-
gendo le storie e' grandi fatti de' Romani, scrìtti per
VirgiUo, e per SaUosUo, e Lucano, e Tito Uvio, e
Valerio,^ e Paolo Orosio, e altri maestri d' istorie,
li quaU cosi le piccole cose come le grandi, delfe
geaie e fattì de' Romani scrissono, e eziandio de^i
strani deli' universo mondo, per dare memoria e esem-
plo a quelli che sono a venire, presi lo stile e for-
ma da loro, tutto sì come discepolo non fossi degno
a tanta opera fare. Ma considerando che la nostra
città di Firenze, figliuola e fattura di Roma, era nel
suo montare e a seguire grandi cose, siccome Roma
nel suo calare, mi parve convenevole di recare in
questo volume e nuova cronica tutti i fatti e co-
minciamenti della città di Firenze, in quanto m' è sta-
to possìbile a ricogliere e ritrovare, e seguire per
innanzi stasamento i fatti de' Fiorentini, e deU' altre
notabili cose dell' universo in brieve, infine che fla
piacere di Dio, alta cai speranza per ta sia grama
feci ta delta impresa, pie che per ta nùa povera scien-
za; e eoA negÙ anni 1300 tornato da Roau, eoaui-
dai a compilare questo libro, a revennsa di Dio e
del beito Giovanni, e commendazione delta nostra cit-
tà di Firenze.
CAPITOLO xxxvn.
•
Come U eomie Gwido di Fiandra con dme Buoi /l-
gliuoH s'arremdeo al re di Framàa^ e co§ne furono
inganuoH e messi m pregiane.
Nel detto anno del mese di maggio, essendo ad
osta sopra Fiandra messer Cario di Valois, fratello
del re Filippo di Francia, il conte Guido di Fkndra
molto anziano e vecchio, feoe trattato con lui di ve-
nire con due suoi nuggiori figlinoli alla misericordia
del re di Francia, rendendogli pacilcamenta H rinui-
nento della tarra di Fiandra ch'egli tanea» D detto
messer Carlo promise, che se ciò facesse, di fargli
fare grazia, e rendere la pace dal re, e ristttoiflo in
sno stato; il quale conta s^sffidò a lui, e gli rendè
Rmggia e Canto e l'altre tarre di Fiandra, e con
Ruberto e Gugliebno suoi figliuoli vennero col detto
messer Cario a Parigi, e gittarsi alla ausericordia , e
a' pie del re ; il quale re per malvagio consiglio, non
assegnendo eosn che a loro fosse promessa, sansa
nulla grazia gli fece mettare in pregione; per lo qnale
tradimento e dislealtà, grande male ne venne alla ca-
sa di Francia e a' Franceschi, in brieve tempo appres-
so, come innanzi la nostra storia 'de' fatti di Fiandra
farà menzione.
CAPITOLO XXXVHL
parie nera e Irianca prima nella
citlàdi
Come si
In questi tempi essendo ta citta di Pistoia in
felice e grande e buono atato aeeondo il sno essere,
e inthi gli altri cittadini v'avea uno lignaggio di no-
bili e possenti che si chunuvano i Cancellieri, non
però di grande antichiU, nati d' uno ser Cancelliere,
41 quale fu mercatanta e guadagnò moneta assai, e
di due mogli ebbe pia figlinoli, i quali per la loro
ricchezza tatti furono cavalieri, e nomini di valore
e dabbene, e di loco nacquero molti figiiuoli e nipoti,
sicchò in questo tempo erano più di cento uondni
d'arme, ricchi e possenti e di grande affire, sicché
non sòlamenta i maggiori di Pistoia, ma erano de' pia
possenti legnaggi di Toscana. Nacque tra loro per la
soperchta grassezze, e per sussidio' del diavolo, sde-<
gnp e nimista, tra 1 lato di quelli di' erano nati d' una
donna a quelli dell' altra ; e l'una parta *si pnose no-
me i Cancellieri neri, e l'altra i bianchi^; e crebbe
tanto che si fedirono insieme, non però di cosa enor-
■^j-
' iiistigmiion«, suggestione.
* La fkmiglla Canoellierì partivMi In due rami di lon-
tano parentado, diitinti dal soprannome di Bianchi e
Neri. La rissa occorse tra ano de* Cancellierì Bianchi e uno
de' CaoceUieri Neri. SmnottdL
DI GIOVANNI VILLANI.
163
me. E fedito ubo di que" del lato de^ Cancellieri
bianchi, qne* del Iato de' Cancellieri neri per avere
pace e concordia con loro, mandarono quegli ch*a-
Tea fatta 1* offesa alla miserioordia di coloro che ra-
teano ricetnta, che ne prendeuono V ammenda e
vendetta a loro volontà f i quali del lato de' Cancel-
lieri bianchi ingrati e auperbi, non avendo in loro
pietà né carità, la mano dal braccio Pagliaro in su una
mangiatoia di cavalli a quegli ch'era venuto alla mise-
ricordia. Per lo quale cominciamento e peccato, non
solaiAente li divise la casa de* Cancellieri, ma più mi-
cidii ne nacquero tra* loro, e tutta la città di Pisto-
ia se ne divise,, che Tuno tenea coir una parte, e
r altro coli? altra, e chiAmavansi parte- bianca e nera
dimenticata tra loro parte guelfa e ghibellina: è più
battaglie cittadine, con molti perìcoli e micidii ne nac-
quero e furono in Pistoia; e non solamente in Pistoia;
ma poi la città di Firenze e tutta Italia contamina-
ro le dette parti, come innanzi potremo intendere
e sapere ^ I Fiorentini per tema clie per le dette parti
di Pistoia non snrgesse rìbellazione della terra a scon-
cio di parte guelfa, s' intramisono d' acconciargli in-
sieme, e présono la signoria della terra, e Funa par-
te efaltra de'Cancellierìtrusonodi Pistoia, e man-
darono a' confini in Pifenze. La parte de' neri si rì-
dus,sono a casa de' Frescobaldi oltrarno, e la parte
de' bianchi si rìdussono a casa i Cerchi nel Garbo,
per parentadi ch'aveano tra loro. Ma bome l'una pe-
eora malata torrompe V altra e tutta la greggia^ cosi
questo maledetto seme uscito di Pistoia, stando in Fi-
renze cormppono tuttì i Fiorentini e partì* prima tut-
te le schiatte e casate de' nobili, 1* una parte tenea
e lavorava l'una parte, e gli altri 1* altra; e appresso
tutti i popolari. Per la qual cosa e gara cominciata,
non che i Cancellieri per gli Fiorentini si racconcias-
sono insieme, ma i Fiorentini per loro furono di-
visi e partiti, moltiplicando di male in peggio, come
seguirà appresso il nostro trattato.
•
CAPITOLO XXXDC.
Come la citte di Firenze si partì e si scot^ciò per
le dette parti bianca e nera.
Nel detto tempo essendo la nostra città di Fi-
renze nel maggiore stato e più felice, che mai fosse
stata dappoi eh' ella fu rediScata, o prima, sì di gran-
dezza e potenza, e si di numero di genti, che più di
trentamila cittadini avea nella dttade, e più di set-
tanUmila distrittuali d* arme avea in contado, e di
nobiltà di buona cavalleria e di franco popolo e di
ricchezze grandi, signoreggiando quasi tutta Tosca-
na ; il peccato delia ingratitudine, col sussidio del
nimico dell' umana generazione, della detta gras-
sezza fece partorire superbia e corruzione, per la qua-
le furono finite le feste e 1* allegrezza de' Fiorentini,
che infino a que* tempi stavano in molte delizie,
e morbidezze, e tranquillo, e sempre in conviti, e
' Intorùo alla dÌTisione delle parti Nera • Bianca, vedi
una esatta e minata notizia al capo I, delle Storie PialoUèi,
' n testo Day. qui mal Ugge : e partirò, che prima eoe
ogni anno quasi per tutta la città per Io calen di mag-
gio, si faceano le brigate e le compagnie d'uomini e
di donne, di sollazzi e balli. Avvenne che per le invi-
die si cominciarono tra* cittadini le sette; e una princi-
pale e maggiore s'incominciò nel sesto dello scandolo^
di porte San Piero, tra quegli della casa de'Cerchi e
quegli de' Donati, V una parte per invidia, e l' altra
per selvatica ingratitudine. Della casa de' Cerchi era
capo messer Vieri de' Cerchi, e egli e quegli di sua
casa erano di grande affare, ^e possenti, e di grandi
parentadi, e ricchissimi mercatanti, che la loro com-
pagnia era delle maggiori del mondo ; uomini era-
no morbidi' e innocenti, salvatichi e ingrati, siccome
genti venuti di piccolo tempo in grande stato e po-
dere. Della casa de' Donati era capo messer Còrso
Donati , e egli e quegli di sua casa erano gentili uo-
mini e guerrieri, e di non soperchia ricchezza, ma per
motto erano chiamati Malefami, Vicini erano in Fi-
renze e in contado, e per la-conversazione della loro
invidia colla bizzarra selvatichezza, nacque il su-
perbio isdegno tra loro, e maggiormente si raccese
per lo mal seme venuto di Pistoia di parte bianca e
nera, come nel lasciato capitolo facemmo menzione. E*
detti Cerchi furono in Firenze capo della parte bianca, e
con loro tennero della casa degli Adimari quasi tutti,
se non se il lato dè*Cavicciuli; tutta la casa degli Abati,
la quale era allora molto possente, e 'parte di loro
erano guelfi e parte ghibellini ; grande parte de' To-
singhi, spezialmente il lato del fiaschiera; parte di
casa i Bardi, e parte de' Rossi, e cosi de' Frescobal-
di, e parte de*Nerli e de' Mannelli, e tutti i Mozzi,
che allora erano molto possenti di ricchezza e di sta-
to ; tutti quegli della casa degli Scali, e la maggiore
parte de' Gherardini, tatti i Malispini, e gran parte
de' Bostichi e* Giandonati, de' Pigli, e de' Vecchietti e
Arriguccio e quasi tutti i Cayalcanti, ch'erano una
grande e possente casa, e tutti i Falconieri, eh' era-
no una possente casa di popolo. E con loro s' acco-
starono molte case e schiatte di popolani e artefici
minuti, e tutti i grandi e popolani ghibelUni; e per
lo seguito grande ch'aveano i Cerchi, il reggimento
della città era quasi tutto in loro podere^. Della parte
nera, furono tutti quegli della casa de'Pazzi quasi prin-
cipali co' Donati, e tutti i Visdomini, e tutti i Manieri
e' Bagnesi, e tutti i Tomaquinci, e gli Spini, e' Bondel-
monti, e' Gianfigliazzi, Agli, e Brunelleschi, e Cavic-
ciuli, e l'altra parte de'Tosinghi, Foraboschi, e tutto il
rimanente; e parte di tutte le case guelfe nominate
di sopra, che quegli che non furono ca' bianchi, per
contrario furono co' neri. E cosi delle dette due parti
tutta la città di Firenze e '1 contado, ne fu partita e
contaminata. Per la qua! cagione, la parte guelfa per
tema che le dette, partì non tomassono in favore dei
ghibellini, si mandarono a corte a papa Bonifazio,
I Forse è da leggere: dello $eamdolo nel tetto ecc.
' soUacherati dalle delixie, dal)e morbidezze. Nelle Fi-
ttole di Seneca fatte volgari trorasi tnorhich in fona di
sostantivo. Nel presente significato tal voce manca alla Cmsca.
Itmoeenti soggiunto qui appresso varrebbe per avventura
tenua tperietmaf
* Teneano questa parte altresì Dante AUighieri, Dino
Compagni, il padre del Petrarca, e quanti in Firenze prò-
fessavan lettere.
184
CRONICHE
che ci mettesse rimedio. Per la qval cosa il detto
papa mandò per messer Vieri de' Cerchi, e come fu
dinanzi a Ini, si '1 pregò che. facesse pace con mes-
ser Corso Donati e colla saa parte, rimettendo in lui
le diOerenze, e promettendogli di mettere lui e' suoi
in grande e buono stato, e di fargli grazie spirituali
come sapesse domandare. Messer Vieri tutto fosse
nell'altre cose savio cavaliere, in questo fu poco sa-
vio, è troppo duro e bizzarro, che della richesta del
papa nulla volse fare, dicendo che non avea guerra
con niuno ; onde si tornò in Firenze, e '1 papa rimase
molto sdegnato contro a lui e contro a sua parte.
Avvenne poco appresso, che andando a cavallo del-
l' una setta e dell' altra per la città armati e in ri-
guardo, che con parte de' giovani de' Cerchi era Bal-
Jlinaccio degli Adimari, e Baschiera de' Tosinghi, e
^'aldo de' Gherardini , e Giovanni Giacotti Malispini
co' loro seguaci più di trenta a cavallo ; e con gli
giovani de' Donati, erano de' Pazzi, e Spini, e altri
loro masnadieri; la sera di caien di maggio anno
1 300, veggendo uno ballo di donne che si facea nella
piazza di Santa Trinità, V una parte contra V altra si
cominciarono a sdegnare, e a pignere l'uno contro
all' altro i cavalli, onde si cominciò una grande zuffa
e mislea \ ov' ebbe più fedite, e a Ricoverino di mes-
ser Ricovero de' Cerchi per disavventura fu tagliato
il naso dal volto ; e per la detta zuffa la sera tutta la
città fu per gelosia sotto l'arme. Questo /u il comin-
ciamentQ dello scandalo e partimento della nostra
città di Firenze e di parte guelfa, onde molti mali e
pericoli ne seguirono appresso, come per gli tempi
faremo menzione. E però avemo raccontato cosi este-
samente l' origine di questo cominciamento delle ma-
ledette parU bianca e nera, per le grandi e male
sequele che ne seguirò a parte guelfa e a' ghibellini,
e a tutta la città di Firenze, e eziandio a tutta Italia :
e come la morte di messer Bondelmonte il vecchio fu
cominciamento di parte guelfa e ghibellina, così que-
sto fu il cominciamento di grande rovina di parte
guelfa e della nostra città. E nota, che l' anno dinanzi
a queste novitadi erano fatte le case del comune, che
cominciano a pie del ponte vecchio sopra 1' Amo
verso il castello Altafronte, e per ciò fare si fece il
pilastro a piò del ponte, e convenne si rimovesse la
statua di Marte ; e dove guardava prima verso levante,
fu rivolU verso tramontana, onde per l' augurio degli
anUchi fu detto : piaccia a Dio, che la nostra cUlà
non abbia grande mukuione.
CAPITOLO XL.
Come il cardinale d^Acquasparla tenne per legato dèi
papa per racconciare Fireme^ & non lo poteo fare.
Per le sopraddette novitadi e sette di parte bian-
ca e nera, i capiUni della parte guelfa e il loro con-
siglio, temendo che per le dette sette e brighe parte
ghibellina non esaltasse in Firenze, che soUo il titolo
di buono reggimento già ne facea il sembiante, e molti
ghibellini tenuti buoni uopuni, erano cominciati a
' mischia.
mettere io su, gli ufioi, e^neora qne^ che teaea-
no parte nera, per ricoverare loro stato n manda-
rono ambasciatori a corte a papa BoniCaxio a pre-
garlo che per bene della cittade e di parte di Chiesa
vi mettesse consiglio. Per la qual cosa incontanente
il papn fece legato a ciò seguire frate Matteo d'Acqna-
sparta, suo cardinale portuense dell' ordine de' mi-
nori, e mandoUo a Firenze, il quale vi giunse del
seguente mese di giugno del detto anno 1300, e da'
Fiorentini fu ricevuto a grande onore. E Ini riposato
in Firenze, richiese balla al comune di pacificare in-
sieme i Fiore;itini ; e per levare via le dette parti
bianca e nera volle riformare la terra, e raccomunare
gli ufìci, e quegli dell'una parte e dell' altn ch'erano
degni d'esser priori, mettere in sacchetti a sesto a
sesto, e trargli di due in due mesi, come la ventura
venisse; che per le gelosie delle parti e sette inco-
minciate, non si facea lezione de' priori per le capi-
tudini dell* arti, che q^asi la città non si coomovesse
a sobuglio, e talora con grande apparecchiamento
d' arme. Quegli della parte bianca che guidavano la
signoria della terra, per tema di non perdere loro
stato, e d' essere ingannati dal papa e dal legato p.er
la detta riformazione, presono il peggiore consiglio
e non voUono ubbidire ; per la qual cosa il detto le-
gato prese sdegno, e tornossi a corte, e lasciò la
città di Firenze scomunicata e interdetta.
CAPITOLO XU.
Be' mali e de* pericoli che seguirono aUa nostra
città appresso.
.Partito il legato di Firenze, la città rimase in
grande gelosia e in male stato. Avvenne che del mese
di dicembre seguente, andando messer Corso Donati
e suoi seguaci, e que' della casa de' Cerchi e loro se-
guaci armati a una morta di casa i Frescobaldi, sguar-
dandosi insieme l'una parte e l'altra, sì vollono assa-
lire, onde tutta la gente eh' era alla morta si levarono
a romore ; e così fuggendo e tornando ciascuno a
casa sua, tutta la citià fu ad arme, faccendo l' mM
parte e l' altra grande rannata a casa loro ; messer
Gentile de' Cerchi, Guido Cavalcanti, fialdinaccio e
Corso degli Adimari, Baschiera della Tosa, e Naldo
de' Gherardini con loro consorti e seguaci a cavallo
e a pie, corsono a porte San Piero a casa i Donati, e
non trovandogli a porte San Piero, corsono a Saa
Piero maggiore, ov' era messer Corso co' suoi con-
sorti e rannata, da' quali furono riparati, e rincacciati
e fediti con onta e vergogna de'Cetchi e deMoro
seguaci; e di ciò furono condannati l'una parte e
l'altra dal cornane. Poi poco appresso essemlo certi
de* Cerchi in contado a Nepozzano e Pugliano, e in
quelle loro contrade e poderi, volendo tornare a Fi-
renze, que' della casa de' Donati raunata loro amistà
a Remole, contesono il passo, e ebbevi fedite e assalti
d*una parte e d'altra; per la qual cosa l'una parte
e r altra furono accusati e condannati della raunata
e assalti ; e quegli di casa i Donati la maggior parte
per non potere pagare andarono dinanzi, e furono messi
inpregione. Que' de* Cerchi volendo fare a loro esem-
DI GIOVANNI VILLANI.
185
pio, dicendo messer Torrigìano di Cerchio : per que-^
sto non ci vinceranno^ come fecìono i Tedaldini^
che gli consumarono per pagare le condannagioni ;
8Ì fece aBdare gli suoi dÌDaozi, e aoatenati in pre-
gione centra 1 volere di messer Vieri de* Cerchi e
degli altri savii della casa, che conosceano la com-
plessione e morbidezza de* loro giovani ; aweane
che ano maledetto ser Neri degli Ahati soprastante
di quella prégione, mangiando con loro, fece ano
presente d* ano migliaccio avvelenato, del quale man-*
giarono, onde poco appresso in due di morirono due
de' Cérchi bianchi, e due de* neri, e Pigello Porti^
nari, e Ferraino de* Bronci, e di ciò non fu nulla
vendetta.
CAPITOLO XLll.
Di quello medesimo, . -
Essendo la città di Firenze in- tanto bollore e
perìcoli di sette e di nimistà, onde molto sovente la
terra era a remore e ad arme, messer Corso Donati,
Spini, Pazzi, e parte de' Tosinghi e Cavicciuli, e loro
seguaci grandi e popolani di loro setta di parte nera
co* capitani di parte guelfa, che allora ^rano al loro
sénno e volere, si raunarono nella chiesa di Santa
Trinità, e ivi feciono consiglio e congiura di mandare
ambasciadorì a corte a papa Bonifazio, acciocché com-
movesse alcuno signore della casa di Francia, che gli
rimettesse in istato, e abbattesse il popolo e parte
bianca, e in ciò spendere ciò che potessono fare ; e
cosi misono a seguizione ; onde sappiendosi per la
città per , alcuna spirazione, il comune e '1 popolo ai
turbò forte, e fanne fatta inquisizione per la signorìa,
onde measer Corso Donati che n* era capo, fu con-
dannato nell'avere e nella persona, e gli altrì capo-
rali che" furono a ciò, in più di ventimila libbre, e
pagarle. E ciò fatto furono mandati a* confini Sini-
haldo fratello di messer Corso, e de* suoi, e messer
Rosso, e messer Rossellino della tosa, e degli altrì
loro consorti ; e messer. Giacchinotto e messer Paz-
zino de* Pazzi e di loro giovani, e messer Gerì Spini
e de* suoi al castello della Pieve. E per levare ogni
sospetto, a popolo mandò i caporali dell'altra parte
a* confini a Serrezzano : ciò fu messer Gentile e mes-
ser Torrìgiano e Carbone de* Cerchi, e di loro con-
sorti, Baschiera della Tosa e de* suoi, Baldinaccio de-
gli Adimari è de' suoi, Naldo de' Gl^erardini e de'^uoi.
Guido Cavalcanti e de* suoi, e Giovanni Giacotti Ma-
lispitti. Ma questa parte vi. stette meno a' confini, che
furono revocati per lo infermo luogo, e tomonne
malato Guido Cavalcanti, onde morìe, e di lui fu
grande dammaggio, perocché era come filosofo, vir-
ta4iosb uomo in piùxose, se. non ch'era troppo te-
sero e stizzoso '. In questo modo si guidava la nostra
città fortuneggiando.
' Guido, alto ingegno e solitario, ebbe grand' ira in
Corso Donati, fino a tentare d' assasidnarlo (V. Dino Com-
pagni, Croniche.) Dal padre Cavalcante, che come epicoreo
fo dall* Allighierì dannato all' inferno, venn^H taccia che
le sue t^ptcuUmmi (dice il Boccaccio) eremo eolo in cercare
§6 trovar ti potesse che Dio non fosse. Aia (a giudisio
della gente volgare: tanto è vero che Dante noi condan-
nò; Dante, a coi l' amicisia non poneva mai la benda.
CAPITOLO XLin.
Come papa Bonifacio mandò in Francia per messer
Carlo di Valois,
Tornato a corte dì papa il legato frate Matteo
d' Acquasparta, e informato papa Bonifazio del male
stato e dubitoso della città di Firenze, e poi per le
novità seguite dopo la partita del legato, come detto
avemo, e per infestagione e spendio de' capitani di
parte guelfa e de* detti confinati, eh* erano al castello
della Pieve presso alla corte, e di «esser Gerì Spini
(eh* egli e in sua compagnia erano mercatanti di pa-
pa Bonifazio, e del tutto guidatori) con loro pro-
caccio e studio, e di messer Corso Donati che se-
guiva la corte, si prese per consiglio il detto papa
Bonifazio, di mandare per messer Carlo di Valois
fratello del re di Francia, per doppio intendimento;
prìncipalmente per aiuto del re Carlo per la guerra
di Cicilia, danda. intendimento al re di Francia e al
detto messer Carlo di farlo eleggere imperadore de*
Romani, e di confermarlo, o almeno per autorità pa-
pale e di Santa Chiesa di farlo luogo tenente d'im-
perio per la Chiesa, per la ragione che ha la Chiesa
vacante imperìo; e oltre a questo gli die titolo di
paciarìo in Toscana, per recare colla sua forza la città di
Firenze al suo intendimento, fi mandato in Francia per
ledette messer Carlo suo legato il detto messer Cario
con volontà del re suo* fratello, venne, come innaozi
faremo menzione,. colla speranza d'esser imperadore
per le promesse del Papa, come detto avemo.
CAPITOLO XLIV.
Come i Guelfi furono cacciati d'Agobbio^ e poi come
ricoveraro la terra e cacciarne i Ghibellini,
Nel detto anno di maggio, la parte ghibellina
d'Agobbio colia forza degli Aretini, e de' ghibellini
della Marca, per tradimento ordinato nella terra, cac-
ciarono i guelfi d'Agobbio, e uccisonne assai; ma
poi a dì 24 di giugno vegnente, i guelfi usciti d'Agob-
bio colla forza de' Perugini entrarono in Agobbio, e
rìcoverarono loro stato, e cacciarne i ghibellini con
grande danno e uccisione di loro.
CAPITOLO XLV,
Conte la pgrte nera furono cacciati di Pistoia.
Negli anni di Cristo 1301, del mese di maggio,
la parte bianca di Pistoia coli' aiuto e favore de' bian-
chi che governavano la città di Firenze, ne caccia-
rono la parte nera, e disfeciono le loro case, palazzi
e possessioni, e intra l' altre una forte e rìcca posses-
sione di palazzr e toni eh' erano de* Cancellieri nerì,
che si chiamava Damiate.
CAPITOLO XLVL
Come gV Interminelli e loro seguaci furono cacciati
di Lucca.
Nel detto anno, e in quello tempo, essendo la
città di Lucca molto insollita * per la mutazione di
' sollevata, forse Io stcMO che imscUata^ divenuta solla,
tumida per le faxioni.
t86
CRONICHE
Pistoia, e per le parti bianca e nera, la casa degli
interminelli di Lucca co* loro seguaci Mordicastelli, e
que* del Fondo, e altri di loro sette, i quali teneano
parte bianca, e s'accostavano co* ghibellini pisani,
credendo fare così in Lucca come i Cancellieri bian-
cbi in Pistoia, si uccisono messer Obitxo degli Obiui
giudice. Per la qual cosa la città di Lucca corse ad
arme, e trovandosi la parte nera e" guelfi di Lucca
più possenti, si ne cacciarono di Lucca combattendo
gì* Interminelli e loro segnaci, e disfeciono le ioro
possessioni, e misono fuoco nella contrada che si
chiamava il fondo di porla San Cervagio, e arsonvi
più di cento case K B cosi si venne spandendo la ma-
ledetta parte per Toscana.
CAPITOLO XLVn.
Come t guelfi usciti di Genova per pace rt furotM
rimessi.
Nel detto anno i Genovesi feciono pace co*Gri-
maldi e gli altri loro usciti guelfi e col re Carlo, e
rimisongli in Genova, e riehbono il castello di Mona-
co che 'I teneano gli usciti, e colla fona del re Carlo
faceano grande guerra a* Genovesi.
Nel detto anno fu guerra e battaglia tra i Ve-^
ronesi e 7 Vescovo «di Trento, onde i Veronesi eb-
bono il peggiore e fufono sconfini. E nel detto anno
poco appresso, mori messer Alberto della Scala ca-
pitano e signore di Verona, e grande tiranno di Lom-
bardia, e appresso di lui rimasono signori messer
Cane e gli altri figliuoli del detto messer Alberto,
tutto fossono assai di piccola etade ; ma innansi che
morisse fece cavalieri sette tra^suoi figliuoli e nipoti,
cb*avea il maggiore meno di dodici anni.
CAPITOLO XLVIII.
Come apparte in inelo una stella cornata.
Nel detto anno del mese di settembre apparve
in cielo una stella cometa con grandi raggi di fummo
dietro, apparendo la sera di verso il ponente, e durò
infino al gennaio, della quale i savi aslrolagi dissono
grandi significaiioni di futuri pericoli e danni alla
provincia d* Italia, e alla città di Firenze, e massima-
mente perchè la pianeta di Saturno e quella di Marti
in quello anno s* erano congiunte due volte insAme
del mese di gennaio- e di maggio nel segno del Leo-
ne, e la Luna scurata del detto mese di gennaio si-
milemente nel segno del Leone, il quale s* attribui-
sce alla provincia d* Italia. E bene assegni la signifi"-
cazione, come innanzi leggendo potrete comprendere;
ma singnlarmente si disse, che la detta comata si-
gnificò r avvento di messer Carlo di Valois, per fa
cui venuta molte jivollure ebbe la provincia d'Italia
e la nostra città di Firenze.
* Leggi -nelle Storie Pi$toleti ni elle segg. I partico-
lari della cacciata de* Neri
CAPITOLO XLIX.
Come messer C^rlo di Valois di Pramda venme a
papa Bonifaùo^ e poi venne m Firensi» e cacàtime
la parte bianca,
JHel detto anno 1301 del mese di settembre,
giunse nella città d* Alagna in CampagM, ov*era papa
Bonifazio colla sua corte, messer Carlo conte di Va-
lois e fratello del re di Francia con più conti e ba-
roni, e da cinquecento cavalieri franceschi in soa com-
pagnia, avendo fatta la via da Lucca ad Ala^a 'senza
entrare in Firenze, perchè n*era sospetto; il quale
messer Carlo, dal papa e da* suoi cardinali fu rice-
vuto onorevolmente ; e venne ad Alagna lo re Carlo
e* suoi figliuoli a parlamentare con Ini e a onorarlo;
e *1 papa il fece conte di Romagna. E trattato e messo
in assetto col papa e col re Carlo 0 passaggio di
Cicilia alla primavera vegnente, per la principale ca-
gione perch*era mosso di Francia, il papa non di-
menticato Iq sdegno preso contro alla parte bianca
di Firenze, non volle che soggiornasse e vernasse in-
vano, e per infestamento de* guelfi di Firenze, si gli
diede iì titolo di paciaro in Toscana, e ordinò che tor-
nasse alla città di Firenze. E cosi fece, colla sua gente
e con molti altri Fiorentini e Toscani e RomagnnoU,
usciti e confinati di loro terra per parte guelfa e ne-
ra, fi venuto a Siena e poi a Staggia, que* che go-
vernavano la città di Firenze avendo sospetto di sua
venuta^ tennero più consigli di lasciarlo entrare nella
città o no. E mandando gli ambasciatori, e egli con
belle e amichevoli parole rispondendo, come venia
per loro bene e stato, e per mettergli in pace insie-
me; per la qual cosa quegli che reggeano la terra,
tutto fossono a parte bianca, si voce vano' eVoIeansi
tenere guelfi, presono partito di lasciarlo venire. B
cosi il di d* Ognissanti 1301, entrò messer Cario in
Firenze, disarmata sua gente, faccendogli i Fiorentini
grande onore, vegnendogK incontra a processione, e
con molti afmeggiatorì con bandiere, e coverti i ca-
valli di zendadi. E lui riposato e soggiornato in Fi-
renze ^ilquanti di, si richiese il comune di volere la
signorìa e guardia della cittade, e balia di potere pa-
cificare i guelfi insieme. E ciò fu assentito per lo co-
mune, e a di 6 di novembre nella chiesa di Santa
Maria Novella, essendosi raunati potestà, e capitano,
e priori, e tutti i consiglieri, e il vescovo, e tutta k
buona gente di Firenze ; e. della sua domanda fatta,
proposta e diliberata, e rimessa in lui la signoria e
la guardia della città. E messer Carlo dopo la spo-
sizione del suo aguzzetta ^, di sut bocca accettò' e
giurò, e come figliuolo di re promise ài conservare
la città in pacifico e buono stato ; e io scrittore a
queste cose fui presente. Incontanente per lui a
per sua gente. fu fatto il contradio, che per con-
siglio di messer Musciatto Franzesi, il quale infi-
no di Francia era venuto per suo pedotto', siccome
* 8i nominarono.
^ intrinseco di persona potente, preso ordinariamente in
mala , parte per inHigatore , aguzgatore a mai fare, ' Vedi
anche lib. XII; cap. xxxiv.
' BcoTia, gnida; e altrore: piloto.
DI GIOVAMa VILLANI.
187
era ordinato per gli guelfi neri, fece atmare aua gente,
e innanzi che mesaer Carlo fosse tornato a casa, che
albergava in casa ì Prescobaldi oltrarno; onde per
la detti novitade di vedere i cittadini la sua gente a
cavallo armata U città fu tutta in gelosia e sospetto,
e ali* arme grandi e popolani, ciascuno a casa de*suoi
amici secondo suo podere, abbarrandosi la città in
più parti. Ma a casa i priori pochi si raunarono, e
quasi il popolo fir santa capo, veggendosi traditi e
ingannati i priori e coloro che reggeano. il comune.
In questo romore messer Corso de^ Donati, il quale
erajsbandito e mbello, compera ordinato, il dì me-
desimo venne in Pirense da Peretola, ^n alquanto
seguito di certi suoi amici e masnadieri a pie, e sen-
tendo la sua venuta i priori, e' Cerchi suoi nemici,
vegnendo a loro messere Schiatta de* Cancellieri, che
era in Pirense capitano per lo comune di trecento
cavalieri soldati, e volea andare contro al detto mes-
ser Co^o per prenderlo e per offenderlo, messer
Vieri caporale de* Cerchi non acconsentì, dicendo:
lasciatelo vénù-e^ confidandosi nella >ana speranza
del popolo, che M punisse. Per la qual cosa il detto
messer Carlo entrò ne* borghi della cittade, e tro-
vando le porte delle cerchie vecchie serrate, e non
potendo entrare, sì se ne venne alla postierla da* Pinti,
eh* era di costa a San Piero maggiore, tra le sue ca-
se e quelle degli Uccellini, e quella trovando serrata,
cominciò a tagliare, e dentro per gli suoi amici fu
folto il somigliante, sicché sansi contrasto fu messa in
terrai B, lui entrato dentro schierato in su la piaz'zà
di San Piero maggiore, ^11 crebbe genti e seguito di
suoi amici, gridando : tiva messer Corso e ^l barone^
ciò era messer Corso, che così il nomavano ; e egli
veggendosi crescere forza e seguito, la prima cosa che
fece, andò alle carcere del comune, eh* èrano nelle
case de*Bastari nella ruga del palagio, e quelle per
forza «perse e diliberò i pregìoni ; e ciò ftitto, il si-
mile fece. al palazzo della potestà, e poi a* priori,
faccendogli per paura lasciare la signorìa e tornarsi
a loro case. E con tutto questo tracciamento di cit-
tade, messer Carlo di Valois nò sua gente non mise
consiglio né riparo, né attenne saramento o cosa pro-
messa per lui. Per la qual cosa i tiranni e malfattori
e isbanditi eh* erano nella cittade, presa baldanza, e
essendo la città sciolta e senza signorìa, cominciaro-
no a rubare i fondachi e botteghe^ e le case a chi
era di parte bianca, o chi avea poco podere, con
molti micidii, e fedite faccendo nelle persone di più
buon uomini di parte bianca. E durò questa pestilen-
zia in città per cinque dì continui, con grande mina
della terra. E poi seguì in contado, andando le gual-
dane rubando e ardendo le case per più di otto dì,
ónde in grtinde numero di belle e rìcche possessioni
furono guaste e nrse. E cessata la detta mina e in-
cendio, messer Carlo col suo consiglio riformarono
la terra e la signoria del priorato di popolani di parte
nera. E in quello medesimo mese di novembre, venne
in Pirenze il sopraddetto legato del papa messer
Matteo d*Acquasparta' cardinale, per pacificare i cit-
tadini insieme, e fece fare la pace tra que* della casa
de* Cerchi e gli Adimari e loro seguaci di parte bianca
co* Donati e Pazzi e lofosegnaoi di parte nera, ordi-
nando matrimoni tra loro: e volendo raccomunare
gli ufioii, quegli di parte nera colla forza di messer
Carlo non lasciarono, onde il legalo turbato si tornò
« corte, e lasciò interdetta la cittade. E la detta pace
poco durò, che av>'enne il dì di Pasqua di Natale pre-
sente, che andando messer Niccola de* Cerchi bianchi
al suo podere e molina con suoi compagni a cavallo,
passando per la piazza di Santa Croce, che vi si fa-
cce il predicare, Simeone di messer Corso Donati, ni-
pote per madre del detto messer Niccola, sospinto e
coufortato^ di mal fare, con suoi compagni e masna-
dieri seguì a cavallo il detto nxesser Niccola, e gin-
gnendolo al ponte ad Affrico 1* assalì combattendo :
per la qual cosa il detto messer Niccola senza colpa
0 cagione, nò guardandosi di Simeone dal detto suo
ni)>ote fu morto e atterrato da cavallo. Ma come piac-
que a Dio, la pena fu apparec-chiata alla colpa, che
fedito il detto Simeone dal detto messer Niccola per
lo fianco, la notte presente morio, onde (ulto fosse
giusto giudicio, fu tenuto grande danno, che *l detto
Simeone era il più compiuto e virtudioso donzello di
Firenze, e da venire in maggiore pregio e stato, ed era
tutta la speranza del suo padre messer Corso, il quale
della sua allegra tornata e vittoria, ebbe in brieve tempo
doloroso principio di suo futuro abbassamento. In que-
sto tempo poco appresso, non possendo la città di
Firenze posare, essendo pregna dentro del veleno della
setta de* bianchi e neri, convenne che partorisse do-
loroso fine ; onde avvenne che 1* aprile vegnente con
ordine e con trattato fatto per gli neri, uno barone
di messer Carlo, eh* avea nome messer Piero Fer-
rante di Linguadoca, cercò cospirazione co* detti della
casa de* Cerchi, e con Baldinaccio degli Adimari, e
Baschiera de*Tosinghi, e Naido Ghersrdini, e altri
loro seguaci di parte bianca, di volergli con suo se-
guito, e di sua gente rimettere in istato e tradire mes-
ser Carlo, con grandi impromesse di pecunia: onde
lettere e co* loro suggelli furono fatte, ovvero falsi-
ficate, le quali per lo detto messer Piero Ferrante,
com*era ordinato, furono portate a messer Carlo. Per
la qual cosa i detti caporali di parte bianc*, .ciò fu-
rono tutti quegli della casa de' Cerchi bianchi di
porte San Piero, Baldinaccio e Corso degli Adimari
con quasi tutto il lato de* Bellincioni, NaIdo de*
Gberardini col suo lato della casa, Baschiera de* To-
singhi col suo lato della detta casa, alquanti di casa
i Cavalcanti, Giovanni Giacotto Malispini e suoi con-
sorti; questi furono i caporali che furono citati, e
non comparendo, o ^er tema del malificio commesso,
0 per tema di non perdere le persone sotto il detto
inganno, si partirò della città, accompagnati da* loro
avversari ; e chi n* andò a Pisa , e chi ad Arezzo e
Pistoia, accompagnandosi co* ghibellini e nemici de*
Fiorentini. Per la qual cosa furono condannati per
messer Carlo come ribelli , e disfatti i loro palazzi
e beni in città e in contado, e così di molti loro se-
guaci grandi e popolani. E per questo modo fu ab-
battuta e cacciata di Firenze 1* ingrata e superba
parte de* bianchi con seguito di molti ghibellini di
Firenze, per messer Carlo di Valois di Francia per la
' La OinntinA soggi auge: dal diavolo.
188
CROMCHB
Gommisnone di papa Bonifazio, a A 4 d^aprile 1303,
onde alla nostra oittà di Firenie seguirono molte ro-
vine e pericoli, come innanzi per gli tempi pobremo
legando comprendere.
CAPITOLO L.
Come messer Carlo di Vaiois passò in Cicilia per
fare guerra per lo re Carlo^ e fece ontosa pace.
Nel detto anno 1302 del mese d'aprile, messer
Carlo di Vaiois fornito in Firenze quello perchè era
tenuto, cioè sotto brattato di pace cacciata la parte
bianca 4i Firenze, si parti e andonne a corte, e poi
a Napoli ; e là trovato lo stuolo e apparecchiamento
fiitto per lo re Carlo, di più di cento tra galee e u-
scieri e legni grossi sanza i sottili, per passare in
Cicilia, si ài ricolse in mare, e in sua compagnia Ru-
berto duca di Calavra figliuolo del re Carlo, con più
di millecinquecento cavalieri. E apportato' in €icilia,
scese in terra per guerreggiare 1* isola, ma don Fe-
derigo d' Arabna signore di Cicilia, non possendo
resistere né comparire alla forza di messer Carlo in
itiare né in terra, co' suoi Catalani si mise a fare
guerra guerriata ^ a messer Cario, andandogli fug-
gendo innanzi di luogo in luogo, e talora di dietro
a impedirli la vittuaglia, per modo, che in poco
tempo sanza acquistare terra neuna di rinomo, se non
Termole, messer Carlo e sua gente furono per ma-
lattia di loro e de* cavalli, e per diffalta di vittuaglia,
quasi straccati. Per la qual cosa per necessitade con-
venne che si partisse con suo poco onore. E reg-
gendo che altro non potea, messer Carlo sanza saputa
del re Carlo ordinò una dissimulata pace con don
Federigo, cioè ch'egli prendesse per moglie la fi-
gliuola del re Carlo detta Aleonora, e che, quando
la Chiesa e '1 re Carlo gli atassono^ acquistare altro
reame, ch'egli lascerebbe a quoto al re Carlo Pisola
di Cicilia ; e se non, sì la dovesse tenere per dòte
delta moglie tutta sua vita, e appresso la sua morte
i suoi figliuoli lasciare V isola al re Carlo o a suo
rede, dando loro centomila once d'oro. La qualcosa
Citta, e promessa e giurata per le -parti e tornato
messer Carlo coli' armata a Napoli, e mandatogli la
figliuola del re Carlo, si la sposò ; ma poi di pro-
messa fatta nulla s' asseguio : e cosi, per contradio si
disse per motto : messer Carlo venne in Toscana
per paciarOy e lasciò il paese in guerra '^ e andò in
Cicilia per fare guerra^ e reconne vergognosa pace.
Il quale il novembre vegnente si tornò in Francia,
scemata e consumata sua gente e con poco onore.
CAPITOLO LI.
Come si cominciò la compagna * di Romania.
Nel detto anno 1302, partito messer Carlo di
Cicilia e rimasa l' isola in pace, una grande gente di
' La Oinntina: approdato, ^ guerra a scarkinuccie , a
badalucchi senza renire a battaglia campale. ' aiutassono
da atare che per la legge del dittongo mobile devMi dire
in luogo «y aitmre.
* compagnia. Cosi, secondo l'uso di quo* tempi, abbia-
mo aalarOf matera, guarda^ Calavra^ AUisandra per BoLarioy
maUrioy gu«irdia, Oalaivria, AU$»aindria ecc. Vedi Salviati,
Awert lib. IV, part XXL
soldati catalani, genovesi, e altri itaUani stati in Ci-^
cilia alla detta guerra per l'una parte e per l'aUra,
si partirono di Cicilia con Tenti galee e altri legni,
onde feciono loro capitano uno frate Ruggeri dell'or-
dine de' tempieri, uomo dissoluto, e di sangue, e cm-
delcr, e passarono in Romania per conquistare terra, e
puosonsi nei reame di Salonichi e quello .distrussono,
e guastarono la Gre<^ia infino in Costantinopoli, e cre-
scendo il loro podere d' ogni colletta di gente latina,
fuggitivi, dissoluti, e paterini, e d'ogni setta aeac-
ciati, vivendo illibitamente ^ fuori d'ogni legge, si
chiamaro la compagna, stando e vivendo in corsp e
in guerra alla roba d' ogni lomo ; e ciò che acqui-
stavano era comune, distruggendo* e rubando ciò che
trovavapo, aanza ritenere città, o castella, o casale che
prendessono, ma quelle rubate, ardendo e guastan-
do. E cosi durò la detta dissoluta compagna più di
dodici anni, uccidendo più loro signori e rimutando-
gli in poco tempo chi più avea seguito o podere. Alla
fine tornare sopra le terre del dispoto, cioè il reame
di Macedonia, e quelle distrussono ; e poi ne vennero
nel ducato d'Atena, e rubellarsi dal conte di Bren-
na eh' era duca d'Atena , e loro capitano e signore,
e per qnistioni da lui a loro si combatterono insieme,
e sconfissone il duca loro signore, e a lui tagliarono
la testa , e presono le terre sue , e di quelle della
Morea ; e quelli signoreggi tra loro si partirono ; e
disabitarono e distrussono gli antichi fii de' France-
schi, che que' signoreggi teneano, e le loro donne e
figfliuole che a loro piacquero, ritennero e le presono
per mogli, e rimasono abitanti e paesani della terra.
E cosi le delizie de' Latini, acquistate anticamente per
gli Franceschi, i quali erano i più morbidi e meglio-
stanti ^ che in nullo paese del mondo, per cosi dis-
soluta gente furono distrutte e guaste. Lasceremo de*
fatti di Romania e di Cicilia, e torneremo alle novità
che sursono in Firenze e in Toscana, per la cacciata
de' bianchi di Firenze.
CAPITOLO LII.
Come i FiorenUni e' Lucchesi feciono oste sopra la
città di Pistoia^ e come ebbono per auedio il c««
stello di SerravaUe*
Nel detto anno 1302 del mese di maggio, es-
sendo la città di Pistoia ribellata a' Fiorentini e a' Luc-
chesi per la cacciata de' bianchi di Firenze e degl' In-
terminelli di Lucca, e parte di loro detti usciti ridotti
in Pistoia per fare guerra, il comune di Firenze^ e
quello di Lucca di concordia feciono' osto alla città
di Pistoia, e furonvi di Firenze tra cavallate e soldati
mille cavalieri e seimila pedoni, e di Lucca piii di
seicento cavalieri e bene diecimila pedoni ; e la città
di Pistoia guastarono intomo intomo, standovi ad
assedio per ventitre di. Dentro a Pistoia em Riesser
Tolosato degli liberti loro capitano di guerra con tre-
cento cavalieri, e guardò e difese bene la cittade. Alla
fine veggendo i Lucchesi che la stanza di Pistoia era
' a libito, a lor piacere, sfrenatamente.
* Nota questo comparativo di ìmiettmte.
DI fflOVANRl VILLAm.
180
§ptnmn Tina di potere per fona o. per assedio ave-
re la città, s'aeoordaro di ritrarsi addietro con loro
oste, e di porsi air assedio del castello di Serravalle ,
eh' era de* Pistoiesi ed era molto forte ; e cosi fu
. fatto. B al detto assedio rìmasono le due sestora delle
cavallate di Firenze, rimatandosi a tempo a tempo
con parte di loro soldati e gente a pie assai,. tenendo
i Fiorentini il loro campo di Terso Pistoia. B quello
castello combattuto, e con più difioii grossi che get-
tavano dentro macerato \ ma per tutto ciò non s'ar-
readea, perchè dentro v" avea pìh di quattrocento de'
msggiori e de' migliori cittadini di Pistoia, i quali
difendeano il castello, e si continuo assalivano il cam-
po vigorosamente, alla ^e per mala provvisione di
vittuaglia a tanta gente, quanta avea dentro tra Pi-
stoiesi e terraxxani e forestieri, eh' era più di .mille-
duecento uomini, sansa^le femmine e'fsnciulli, falli
loro ; per la qual cosa per necessità di vivanda 8* ar-
renderono pregioni al comune di Lucca, a dì 6 di set-
tembre del detto anno ; onde più di trecento Pisto-
iesi n* andarono legati pregieni^ alla città di Lucca, è
gli altri terrazzani rìmasono fedeli de* Lucchesi, i quali
Lucchesi vi feciono una nuova e forte rocca dalla
parte loro di Valdlnievole, e uno grosso muro dalla
rocca vecchia di qua ov*è la pieve ella Nuova, per
tenere meglio il detto cartello a loro ubbidienza, re-
candogli al loro contado.
CAPITOLO Lin.
Come i fiorentini ehhòno il castello di Piantrevigne
e più altre castella cA' aveano rubellate i bianchi.
Nella stanza del detto assedio di Pistoia si rubellò
a" fiorentini il castello di Piantrevigne in Valdamo, per
Carlino de* Pazzi di Valdamo, e in quello col detto
Carlino si rìnchiusono de* migliori nuovi usciti bian-
chi e ghibellini di Firenze grandi e popolani, e fa-
ceano grande guerra nel Valdamo: la qual cosa fu
cagione di levarsi Toste da Pistoia, lasciando i fioren-
tini il terso della loro gente alFassedio di Serravalle
in servigio de* Lucchesi, come detto avemp, e tutta
r altra oste tornata in Firenze, senza soggiorno n'an-
darono del mese di giugno in Valdamo e al detto
castello di Piano, e a quello stettono e assediarono
per ventinove dh Alla fine per. tradimento del so-
praddetto Carlino, e per moneta che n* ebbe, i Fio-
rentini ebbono il castello. Essendo il detto Carlino
di fuori, fece a' suoi fedeli dare l'entrata del castello,
onde molti vi furono morti e presi pure de' migliori
usciti di Firenze. B ciò fatto, tomati a Firenze con
questa vittoria, senza soggiorno andarono popolo e
cavalieri di Firenze in Mugello sopra i signori U-
baldini, i quali co'bianchr e co' ghibellini s'erano
mbellati al comune di Firenze, e guastarono i loro
beni di qua dalPAlpe e di là. B tornati in Firenze,
la state medesima cavalcarono in Valdigrieve sopra
il castello di Montagliari e di Montagnto, i quali aveano
mbellati que* della casa de' Gherardini, ch'erano di
parte bianca, e quelle due castella s* arrenderono a
patti, salve le persone, al comune di .Firenze, le quali
il comune di Firenze feòe disfare. . B nel d^tto anno
ebbono i fiorentini gran vittoria in ogni loro oste e
cavalcata che fecero, benavventurosamente, persegui-
tando in ogni parte gli usciti bianchi e' ghibellini con
loro distrazione.
CAPITOLO LIV.
Come r isola cf Ischia gittò maratiglioso fuoco.
Nel detto snno 1302, l'isola d* Ischia, la quale
è presso a Napoli, gittò grandissimo fuoco per la sua
solfaneria ^ per modo, che gran parte dell' isola con-
sumò, e guastò infino al girone d'Ischia; e* molte
genti e bestiame e la terra medesima per quelle pe-
stilenza morirono e si guastarono. E molti per is"
campare fuggirono all'isola di Procita e a quella di Csprì,
e a terra ferma a Napoli, e a Baia/e a Pozzuolo, eia
quelle contrade, e durò la detta pestilenza più di due
mesi. Lasceremo alquanto de' nostri fatti di Firenze
e di que'd^ItaUa, e faremo incidenza e digressione
per raccontare grandi e meravigliose novitadì, che
a questo tempo avvennero nel reame di Francia, cioè
nelle parti di Fiandra, le quali sono bene da notare
e da fame ordinata memoria nel nostro trattato.
CAPITOLO LV.
Come il popolo minuto di Bruggia ti rubellò dal
re di Francia^ e uccisono i Franceschi,
Come noi Issciammo addietro nel capitolo, che 'I
re di Francia ebbe al tutto la signoria di Fiandra,
e in sua pregione il Conte e' due suoi figliuoli l'anno
1299, e lasciato guemito di sua gente e di suoi
balii il paese, e che gli artefici minuti di Braggia,
come sono tesserandoli, e folloni di drappi ', e bee-
cari, e calzolai, e altri, fossono uditi a ragione, per
la loro petizione data allo re, e addirizzati ^ di loro
pagamenti per gli loro lavorii, e dell* assise della ter-
ra^ le qusli erano loro ineomportabili; la detta gente
della comune non fu udita uè addirizzati ; ma i balii
del re, a preghiera de' grandi borgesi e per loro
moneta, i caporali de* detti Artefici e popolo minuto, i
quali erano principali Piero le Boy tesserandolo, o
Giambrida beccaio, con più di trenta de* maggiori di
loro mestieri e arti, misono in pregione in Braggia.
B nota che '1 detto Piero le Boy fu il capo e com-
movitore della comune, e per sua franchezza fu sopran-
nominato Piero le Boy, e in Fiammingo Konicheroy,
cioè Piero lo re. Questo Piero era tessitore di panni
povero uomo, ed era piccolo di persona e spsrato,
e cieco dell* uno òcchio, e d' età di più di sessant*anni;
lingua francesca né latina non sapea, ma in spa lin-
gua fiamminga parlava meglio, e più ardito e staglia-
to^ che nullo di Fiandra; e per lo sue parlare com-
' rovinato, ridotto a macerie : bella aggianta da fare
alla Cniaca.
^ Leggi le Storie PitUUsi al e. 19 e s^gfi.
> solfanaria, cava di solfo.
* teeseraadi, teasitori, piùgatorì di drappi.
' aggiustati di loro ecc. : pareggiate le pa^*
* spedito e riciso.
190
CRONICHE
mosse tutto il paese alle grandi cose che poi segairo^
e però è bene ragione di fare di lui memoria. E per
la presa di lui e de* suoi compagni il popolo minato
di Bruggia corsono la terra e combatterono il borgo,
cioè il castello ove stanno gli schiavini e rettori della
terra, e uccisero de* borgesì, e per forza trassono dì
pregione i loro caporali. E ciò fatto, di questa que-
rela si fece trìegua e appello a Parigi dinanzi al re,
e durò bene uno anno la quistione; e alla fine per
moneta spesa per gli grandi borgesi di Fiandra intor-
no alla corte del re, il popolo minuto ebbono la sen-
tenzia incontro ; onde venuta la novella a Bruggia ,
que^ della comune si levarono da capo a rumore e
ad arme; ma per paura delle masnade e de' grandi
borgesi si partirono di Bruggia, e andarne alla terra
del Damo ivi presso a tre miglia, e quella corsono,
« uccisono il balio e' sergenti che v* erano per lo re,
e rubarono^ i grandi borgesi della terra, e ucciseme;
e ^eiò fatto, come gente disperati e in furia, vennero
alla terra d' Andiborgo e feciono il«simigliante; e poi
ne vennero al maniere del conte che si chiama Mala,
presso a Bruggia a tre miglia, che v'era dentro il
balio di Bruggia e da sessanta sergenti del re, e quella
fortezza per forza presono, Sanza misericordia o re-
denzione, quanti Franceschi dentro avea misero a mor-
te. I grandi borgesi di Bruggia veg'gendò cosi adoperare
e crescere la forza al minuto popolo, temettono di loro
e della terra ; incontanente mandarono in Francia per
soccorso : per la qual cosa lo re incontanente vi man-
dò messer Giacomo di San Polo sovrano- balio di tutta
Fiandra, con millecinquecento cavalieri franceschi,
e con sergenti assai; e giunti a Bruggia, presono e
fornirono i palagi delPAlla del comune e tutte le
fortezze della terra, con guernigioni di loro genti
d' arme, stando la terra di Brug'gia in grande sospet-
to e guardia. E crescendo la forza e l'ardire al mi-
auto popolo, come piacque a Dio, per pulire il pec-
-cato della superbia e avarizia de' grandi borgesi e
abbattere V orgoglio 4e' Franceschi, quegli artefici e
popolo minuto eh* erano rimasi in Bruggia, fecio-
no tra loro giura e cospirazione di disperarsi* per uc-
cidere i Franceschi e' grandi borgesi, e mandarono
per gli loro isfuggiti alla terra del Damo e a quella
d' Andiborgo, ond' erano loro capi e maestri Piero
le Boy e Giambrida, che venissono a Bruggia, gli qua-
li cresciuti in baldanza per la vittoria e uecisione per
loro cominciata contro a' Franceschi, a bandiere le-
vate, e le femmine come gli uomini, vennero in Brug-
gia, la notte di... com* era ordinato ; e poteanlo fa-
re, perocché lo re avea fatti abbattere i fossi e porte
di Bruggia. E giunti nella terra, dandosi nome con
quei d' antro, e gridando in loro linguaggio fiammin-
go, che da' Franceschi non erano intesi, vha la
comutiej e alla morte de* Franceschi^ abbarraro le
rughe della terra. Per la qual cosa si cominciò la do-
lorosa perstilenzia e morte de' Franceschi, per modo,
che (fualunque Fiammingo avea in sua casa nullo Fran-
cesco, 0 r uccideva, o 1 menava preso alla piazza
* rnbAodo fpogliò i grandi borghesi eec. Cosi Boccaccio,
Nov. 4S *.. ùmindb a cotteggiar la Barheria rubando da-
icuno, clit fMno poteva di lui.
dell* Alla, ove la comune era rannata e annata, e là
giugnendo i presi, come tonnina in pezzi erano ta^
gliati e morti. Sentendo i Franceschi levato il remore,
e armandosi perraunar^ insieme, si trovavano daMo.o
osti tolti i freni, e le selle de' cavalli nuoose. E pib
ne faceano le femmine che gli nomini, e chi era
montato a cavallo trovava le rughe abbamte, e git*-
tati loro i sassi dalle finestre, e. morti per le vie. E
cosi durò tutto il giorno la detta persecnsione, ove
morirono, che con ferri, e che di sassi, e d' essere
gittati gli uomini dalle finestre delle torri e palai'^
zi' dell' Alla, ov' erano in fortezza, più di -milledue-
cento Franceschi a cavallo, e piìli di duemila sergen-
ti a piede, onde tutte le rughe e piazze di Bruggia
erano piene di corpi* morti, e di sangue e carogna
de' Franceschi, che pii^ di tre di gli -penarono a sot-
terrare, portandoli in carra fuori della terra, e gittan-
dogli in fosse a' campi; e de' grandi borghesi assai vi
furono morti, e tutte loro case rubate. Messer Giac-
che di San Polo con pochi fuggendo scampò, perchè
abitava presso all' useita detti terra ; e questa pesti-
lanzia fu del mese di..« gli anni di Cristo 1301.
CAPITOLO LVI.
Delia gratute e disavventurosa sconfitia dC ehhonò
i Franceschi a Coltrai da" Fiatmninghi.
è
Dopo la detta hibellazione di Bruggia e morte
de' Franceschi, i maestri e capitani della comune di
Bruggia, parendo loro avere fatte e cominciate grandi
imprese, e grande misfatto contro al re di Francia e
sua gente, e considerando di non potere per loro*
medesimi sostenere si gran fascio, essendo jsanza il
loro signore e sanza altro aiuto, si mandarono in
Brabante per lo giovane Guglielmo di Giulieri, fra-
tello dell' altro messer Guglielmo di Giulieri che mori
per la sconfitta di Fornes.ad Arazzo in pragione
del conte d^Artese, come addietro facemmo men-
zione. Questo Guglielmo era nato per madre della
figliuola del vecchio conte Guido di Fiandra, e figliuolo
del conte di Giulieri di Valdireno, ed era gran che-
rico. Si tosto come fu richiesto da que' di Bruggia
per vendicare il suo fratello da* Franceschi, lasciò la
cherìcia e venne in Fiandra, e da que' di Bruggia fa
ricevute a grande onore, e fatto loro signore. In-
contanente fece gridare oste sopra la villa e terra
di Gante, che si tenea per lo ra; ma la terra era
forte delle più del mondo per sito e per mura, fossi,
e riviere, e peduli, sicché il loro assalto fu invano;
onde si partirono e andarono alle terre dèi franco di
Bruggia delle marine di Fiandra, e quelle quasi tutte
con poca fatica recaro in loro signoria, come furono le
Schiuse, Nuovoporto, e Berg, e Fornes, e Gravalin-
gua, e più altre ville ; onde gran popoli^ crabbe a
que' di Bruggia. E ciò sentendo il giovane Guido fi-
gliuolo del conte di Fiandra della seconda donna,
nato della contessa di Namurro, venne in Fiandra, e
accozzossi con Guglielmo di Giulieri suo nipote, e
furono insieme fatti aignori e guidatori del popolo di
Fiandra ribello del re di Francia ; e tornando dalle
terre delle marine, ebbpno a patti Guidendalla, il
DI GIOVANNI VILLANI.
191
ricco miniere del conte, ov*ayea più di cinquecen-
to Franceschi. E ciò fatto , venne messer Guido a
oste sopra Coltrai con quindici migliaia di -Fiam-
minghi a pie, e ebbe la terra,, salvo il castello del re,
eh** era molto- forte e gueruito di Franceschi a ca-
vallo e a piò. Guglielmo di Giulieri andò air assedio
^1 casello di Cassella con parte dell'oste, e in que-
sta stanza quegli della terra d' Ipro e di Camoa di loro
volontà s' arrenderò a messer Guido di Fiandra, onde
crebbe gran podere a'Fiamroinghi,- e ingrossossi Toste
a Coltrai. Quegli del castello che v' erano per lo re,
si difendeano francamente, e con loro ingegni e di-
ficii, disfeciono e arsono gran parte della terra di
Coltrìd ; ma per lo improvviso assedio de* Fiammin-
ghi non erano guemiti di vittuaglia quanto bisognava
loro ; e però mandarono in Francia al re per soccorso
tostano \ onde il re sanza indugio vi mandò il buono
conte d^Artese suo zio e della casa di Frantia,. con
pii^ di settemila cavalieri gentili uomini, conti, e pli-
chi, e castellani, e banderesi ^, onde de* caporali fa-
remo menzione, e con quarantamila sergenti a pie,
de^ quali erano più di diecimila balestrieri. B giunta
sopra il colle il quale è di contro Coltrai, verso la
via dbe va a Tomai, in sn quello s* accamparono»
presso del castello a mezzo miglio. E per fornire le
spese della cominciata guerra di Fiandra, lo re di
Francia per malo consiglio di messer Biccio e Mu-
Bciatto Franzesi nostri contadini, si fece peggiorare
e falsificare la sua moneta, onde traeva grande en-
trata, perocch'ella venne peggiorando di tempo in
tempo, sicché la recò alla valuta del terzo, onde molto
ne fu abominato e maledetto per tutti i cristiani, e
molti mercatanti e prestatori di nostro paese ch^erano
con loro moneta in Francia, ne rimasono diserti. Il
buono e valente giovane messer Guido di Fiandra,
reggendo V esercito de* Franceschi a cavallo e a pie
che gli erano venuti addosso, e conoscendo eh* égli
non potea schiffire la battaglia, e abbandonare la terra
di Coltrai e F assedio del castello, chejasciandolo e
tornando a Bruggia col suo popolo era morto e con-
fuso, si mandò per messer Guglielmo (fi Giulieri ch*era
•ir assedio di Cassella, che lasciasse V assedio, e colla
sua oste venisse a lui, e così fii fallo ; e trovarsi
insieme con ventimila uomini a pie, che nullo v*avea
cavallo per cavalcare se non i signori. E diliberato al
nome di Dio e di messer San Giorgio di prendere la
battaglia, uscirono della terra di Coltrai, e levarono
il loro campo, eh* era di là dal fiume della Liscia, e
passarono in su uno rispianato poco di fuori della terra,
per lo cammino che va* a Ganto, e qui\i si schieraro
incontro a* Franceschi ; ma segacemente presono van-
taggio, che a traverso di quella pianura corre uno fos-
so, che raccoglie V acque della contrada e mette nella
Liscia, il quale è largo il più cinque braccia e pro-
fondo tre, e sanza rilevalo che si paia di lungi, che
prima v* è altri su, che quasi s* accorga che v* abbia
fossato. In su quello fosso dal loro lato si schieraro
» modo d* una luna come andava il fosso , e nullo
' pronto, non ponto firtto aspettare.
' cavalieri che portayan bandt, o girisele di drappo,
Insegna altre volte di cavalleria.
rimase a cavallo, ma ciascuno a pie, cosi i signori e
cavalieri come la comune gente, per difendersi dalla
percossa delle schiere de* cavalli de* Franceschi, e or-
dinarsi uno con lancia (che 1* usano ferrate, tegnen-
dole a guisa che si tiene lo spiedo alia caccia del porco
salvalico) e uno con uno grande bastone noderuto co-
me manico di spiedo, e dal capo grosso ferrato e pun-
iaguto, legato con anello di ferro da ferire e da fo-
rare ; e questa selvaggia e grossa armadurà chiamano
goderSdaCj cioè in nostra lingua, buono giorno, E cosi
aringati ^ uno ad uno, che altre poche armadure aveano
da offendere, o da difendere come genti povere e non
usi in guerra, come disperati di salute, considerando
il grande podere de* loro nimici,. si vòllono innanzi
conducere a morte al campo, che fuggire e essere
presi e per diversi tormenti giudicati : feoiono venire
per tutto il campo uno prete parato col corpo di Cri-
sto, sicché ciascuno il vide, e in luogo di comuni-
carsi, ciascuno prese un poco di terra e miselasi in
bocca. Messer Guido di Fiandra e messer Guglielmo
di Giulieri andavano dinanzi alle schiere confortando-
gli e ammonendo di ben fare, ricordando loro Tòr-
goglio e superbia de' Franceschi, e *Ì torto che face-
vano a* loro signori e a loro, e a quello che verreb-
bono per le cose fatte per loro s* e* Franceschi fos-
sono vincitori : e mostrando loro eh* essi combatteano
per giusta causa, e per iscampare loro vita e di loro
figliuoli, e che francamente dovessero principalmente
intendere, pure a ammazzare e fedire i cavalli. E mes-
ser Guido di sua mano in su '1 campa fece cavaliere
il valente Piero le Roy con più di quaranta della co-
mune, promettendo, se vinoessono, a ciascuno dare
retaggio di cavaliere. Il conte d*Artese capitano e duca
deiroste de* Franceschi, veggendo i Fiamminghi usciti
a campo, fece stendere il campo suo, e scese più al
piano contro a* nemici, e ordinò i suoi in dieci schiere
in questo modo : che della prima fece guidatore mes-
ser Gianni di Barlas con millequattrocento cavalieri
soldati. Provenzali, Guasconi, Navarresi, Spagnuoli, e
Lombardi, molto buona gente : della seconda fece con-
duttore messer Rinaldo d*Itria valente cavaliere con
cinquecento cavalieri : la terza schiera fu di settecento
cavalieri, onde fu capitano messer Bau di Niella, co-
nestabile di Francia : la quarta battaglia fu di ottocento
cavalieri, la quale guidava messer Luis di Chiermonte
della casa di Francia : la quinta il conte d*Artese ge-
nerale capitano con mille cavalieri: la sesta il conte
di San Polo con settecento cavalieri : la settima il conte
d*AIbamala, e il conte di Du, e il ciamberlano di Fran-
cavilla con mille cavalieri: 1* ottava condusse messer
Ferri figliuolo del duca del Loreno, e il conte di Sas-
sona con ottocento cavalieri : la nona battaglia gui-
dava messer Gottifredi fratello del duca di Brabante,
e messer Gianni figliuolo del conte d* Analdo con cin-
quecento cavalieri Brabanzoni e Anoieri : la decima fu
di duecento cavalieri e di diecimila balestrieri, la quale
guidava messer Giacche di San Polo, con messer Si-
meone di Piemonte, e Bonifazio di Mantova, con più
' arringati, sfilati, schierati per combattere. Il sost. ar-
ringo tra gli altri sensi ha quello di battaglia; ed anche
di collocamento in fila; e qnesto manca alla Crusca.
i9a
CRONICHE
d^ altri trentamila serfeati d'anne a pie, Lombardi ,
Franceschi, e Prorenzali, e NaTarresi, detti bidalì^, con
giavellotti. Questa fa la più nobile oste di buona gente
che mài facessa il detto re di Franda, doVera il fiore
della baronia e baccelleria de^ cavalieri del reame di
Francia, di Brabante, d* Analdo, e di Valdireno. Es-
sendo aringate le battaglie' delFnna parte e dell' al-
tra per combattere, messer Gianni di Barlas, e- «es-
ser Simone di Piemonte, e Bonifazio, capitani di sol-
dati e balestrieri forestieri, molto sari e costuma-
ti di gnerra, furono al conestabilè e dissono: 5tr«,
per Dio^ lasciamo vincere questa disperata gente
e popolo é£ Fiasmninghi , sanza volere mettere a
pericolo il fiore della cavalleria del mondo. Noi
conosciamo i costumi de" Fiamminghi: e" sono usciti
di Coltrai come gente disperata <f ogni salute^ o per
combattere o per fuggirsi; essano accampati di
fuori, e lasciati nella terra i loro poveri arnesi e
vivanda. Voi starete schierati colla vostra cavala
/ma, e noi co* nostri soldati che ^on usi di fare as"
salti e correrie, e co" nostri balestrieri e con gli al^
tri pedóni^ che ne avemo due cotanti di loro^ en-
treremo tra loro e la terra di Coltrai^ e gli assali'-
remo da pOt partii e terremgli in badalucchi e scher-'
mugi^ gran parte del di. I Fiamminghi sono di gran
pasto^ e tutto di soit usi di mangiare e di bere, te-
gnendogli noi in bistento e digiuni, si straccheranno
e non potranno durare, perchè non si potranno rin-
frescare ; si partiranno^ dal campo a rotta da loro
schiere, e come voi vedrete ciò, spronate loro ad^
dosso con vostra cavalleria, e avrete la vittoria san-
%a periglio di vostra gente. E di certo cosi veniva
fatto, ma a cui Iddio vuole male gli toglie il senno,
e per le peccata commesse si mostra il gtudicio di Dio:
e intra gli altri peccati, il conte d" Artese avea dispre-
giate le lettere di papa Bonifazio, e con tutte le bolle
gittate nel fuoco. Udito questo consiglio il conesta-
bilè, si gli piacque e parve buono, e venne co^detti-
conestabili al conte d'Artese, e dissegli il consiglio,
e come gli parea il migliore : il conte d'*Artese rispuo-
se t)er rimproccio: plus diable; ces sont des conseil^
les des Lombards, et vous connetable ave* en encO"
re du poil de loup, cioè volle dire eh* e* non fosse
leale al re, perchè la figlinola era moglie di messer
Guglielmo di Fiandra. Allora il conestabilè irato per lo
rimproccio adito, disse al conte: Sire, si vous verre% ou
firai, vous ire* bien avatU: e come disperato, stiman-
dosi d' andftre alla morte, fece muovere sue bandiere,
e brocdd ^ a fedire francamente, non prendendosi
guardia, né sappiendo del fosso a traverso dov^erano
schierati ì Fiamminghi, come addietro facemmo men-
zione.. E giugnendo sopra il delto fosso, i Fiamminghi
ch*erano dall'una parte e dall'altra, cominciarono a fe-
dire di loro bastoni detti godendac, alle teste de'de-
' fanti «rinati aHa leggera.
* le schiere. La Giuntina legge: avvitata la hattagUa,
cioè ditpoita.
* icaramnccie.
* spronò, B'avantò. Parte dal francese hroéheTf ed è
perciò da rimandare oltr'alpe, o da crescerne qna il mon-
dezaalo.
strìeri, e faceangli rivertire ' e ergere addietro *. H
conte d'Artese e T altre schiere e battaglie de* Fran-
ceschi veggendo mosso a fedire il conestabilè con sua
gente, il seguirò Tuno appresso Taltro a sproni battoti,
credendo per forza de* petti deMoro cavalli rompere
e partire la schiera de* Fiamminghi, e a loro avvenne
tutto per contrario, che per lo pingere e urtare, i ca-
valli deir altre schiere per forza pinsono il conesta-
bilè, e 1 conte d'Artese, e sua schiera a traboccare
nel detto fosso V uno aépn Feltro : e 1 polverio era
grande, cbe qne* di dietro non poteano vedere, né per
lo roroore de' colpi e grida intendere il loro fallo, né
la dolorosa sventura di loro feditori ; anzi credendo
ben fare pignevano pure innanzi urtando i loro ca-
valli per modo, ch'eglino medesimi per Tergere e ca-
dere di loro cavalli, T uno sopra T altro s'affollavano,
e faceano affogare e morire gran parte, o i più, sen-
za colpo di ferri,' o di lance, o di spade. I Fiammin-
ghi eh' erano asserrati e forti in su la proda del fiosso^
veggendo traboccare i Franceschi e' loro cavalli, non
intendeano ad altro che a ammazzare i cavalieri, eMoro
cavalli sfondare ^ e sbudellare, sicché in poco d' ora
non solamente fu ripieno il fosso d'uomini e di ca->
valli, ma fatto gran monte di carogna di qnellL E era
sì ftitto giadicio, eh' e' Franceschi non poteano dare
colpo a' loro nimici, ma eglino medesimi affollavano,
e uccideano l'uno l'altro per lo pignere che faceano,
credendo per urtare rompere i FiamminghL Quando
i Franceschi furono quasi tntte le loro schiere rad-
dossati r uno sopra l' altro, e confasi per modo, che
per loro medesimi con venia, o che traboceassono co*
loro cavalli, o fossono sì stretti e annodati a schiera
che. non si poteano reggere, né andare innanzi né
tornare addietro; i Fiamminghi ch'erano freschi, e pò*
co travagliati i capi de' comi della loro schiera, onda
dell' uno era capitano messer Guido di Fiandra, e del-
l' altro messer Guglielmo di Giulieri, i quali in quello
giorno feciono maraviglie d' arme di loro mano ; es-
sendo a pie, passaro il fosso, e richiusone i France-
schi per modo, che ano vHe villano era signore di se-
gare la gola a' più gentili uomini. E per questo modo
furono sconfitti e morti i Franceschi, che di tutta la
sopraddetta nobile cavalleria non iscampò se non mes-
ser Luis di Chiermonte, e il conte di San Polo, e quello
di. Bologna con pochi altri, perché si disse che non
si strinsono al fedire; onde sempre portarono poi
grande onta e rimproccio in Francia: lutti gli altri
duchi e conti e baroni e cavalieri furono marti in su *I
campo, e alquanti fuggendo per le fosse e marnai ^
morti furono ; in somma più di seimila cavalieri, e pe-
doni a pie sanza namero, rimasono morti alla detta
battaglia sanza niename nullo a pregione. E qaesta
dolorosa e sventurata sconfitta de' Franceschi, fu il dì
di Santo Benedetto, a di 21 diniarzo gli anni di Cristo
1302 ; è non sanza grande cagione e giadicio dinne,
perocché fu qnui uno impossibile avvenimento. B be-
ne ci cade la parola che Dio disse al popolo ano
d' Israel, quando la potenzia e moltitudine di loro ni-
* ritornare, dal latino rtveiiL
' rissarsi in pie.
' affondare nel fosso.
^ marosi, stagni marini.
DI GIOVANNI VILLANI.
193
mici teDÌa loro addosso, i quali erano con piccola
forza a loro coipparazione, e>temendo di combaUere,
disse : Combàtiele francamente^ che la for%a della
battaglia 'non è solo nella moltitudine delle gentil
anù è in mia mano^ peroccIC io sono lo iddio Sa^
baoth, cioè^ lo Iddio delV oste. Di questa s(5on(ìtta aì>-
basso molto r onore, e lo slato, e la fama delP antica
nobiltà e prodezza deTranceschi, essendo il fiore, della
cavallerìa del mondo iscon fitta e abbassata' da' loro fe-
deli, e dalla più vile gente che fosse al mondo, tes-
serandoli, e folloni,^ d*altre vili arti e mestieri, e non
mai usi di guerra, che per dispetto e toro viltade, da
tutìie le nazioni del monclo i Fiamminghi erano chia-*
mati conigli pieni di burro ; e per queste vittorìe sa-
lirono in tanta fama e ardire, che uno Fiammingo a
pie con uno godendac in roano, avrebbe attéso ' due
cavalìerì franceschi.
CAPITOLO LVII.
Di quale lignaggio furono i presenti conti e signori
di Fiandra,
Dappoiché abbiamo narrato le grandi novità e
battaglie cominciate tra *1 re di Francia e' il cpnte di
Fiandra e* suoi, e seguiranno appresso per gli tempi,
ne pare convenevole di raccontare delP essere e le-
gtiaggio de** detti conti, perocché feciono grandi cose,
e di loro furono valenti signori. Questi conti non sono
per lignaggio mascolino deHo stocco degU. antichi
conti di Fiandra, onde fu il buono primo imperadore
Baldovino che. conquistò Costantinopoli, e Ì valente
conte Ferrante, il quale si combatté con lo impera-
dore Otto insieme col buono re Filippo il Bornio, co-
me addietro facemmo menzione : e fu suo non sola-
mente Fiandra, ma la contea d'Analdo, e Yermandois,
eTiracia infino presso a Compigno; e quegli primi
conti portarono V arme aggheronata gialla e nera ; ma
questi d* oggi ne nacquero per femmina in questo mo-
do. Quando mori il detto conte Ferrante, di lui non
rimase figlinolo maschio, ma solo una piccola figliuola
femmioa chiamata Margherita \ questa rimase a guardia
« tnterìa d'uno savio cherico, ch'avea nome messer
Gianni d^ Averìes, figliuolo del signore di don Piero
in Borgogna, ovvero Campagna, e persuo senno avea
guidato il conte Ferrante e tutto iì suo paese. Questi
rìtenoe la signorìa per la fanciulla, e quand** ella fu in
età, si giacque con lei, e ebbene uno figliuolo chia-
mato Giahni ; e per coprìrè la vergogna Ai lui e della
damig:ella, hscìò la ehericfa, e sposò la pon tessa Mar-
gherita a moglie^, e poi n'ebbe uno figliuolo, e quésti
ha il presente vafente e buòno Guido conte di Fian-
dra : e poco appressò morìe messer Gianni d*Averies^
e rimase la detta contéssa Margherita co' detti due suoi
ftgUdoli, e non riprese marito ; e guidava molto sa-
viamente sua terra e paese, e quando bisognò, andò
' sfidato, aspettato alla prova. Come tUtendtre uno vale
talora trattarlo corttHmente^ iééorgli corUtit^ cosi In mate-
ria guerresca potrebbe stare per affrontare, oMoZire. La
Cmsea non registrò ancora il verbo attendere In questo
■ignillcato.
* Kolisi qaasto oarioeissimo spoiori a moglie.
in arme com' uno cavaliere, e fu molto savia e ridot-
tata donna, e fece molte buone leggi e costume ' in
Fiandra, che ancora a^osservano. Avvenne (^u^ndp Gian-
ni e Guido suoi figliuoli furono cavalieri, ciascuno
vplea essere conte di Fiandra, onde piatb ne nacque
nella corte del re di Francia , e convenne ne fosse
sentanzia ; e citata la contessa Margherita al Sudicio
innanzi al re, disse che Guido e^a degno d'essere
conte di Fiandra, perocch' egli era nato di matrimo-
nio, e Gianni no; onde crucciato Gianni, ch'era il mag~
giore, innanzi al re di Francia e al suo consiglio, in
presenza della madre disse : Dunque sono io figliuolo
della più ricca puttana del mondo ? La contessa, co-
me savia si gabbò ^ delle parole, e rispuose a Gianni:
Io non ti posso torre Analdo di tuo rel^gio^ ma
io ti voglio tovfi^ che alla tua arme (ch'è il campo
ad oro e il leone nero) al leone tu non facci mai
unghioni né lingua^ perchè la tua è stata villana con-
tro me ; e Guido voglio il porti tt^tto intero, E così fa
giudicato e confermato per lo re di Francia e [Ser gli.
dodici pefi. Onde di messer Gianni sono discesi i conti
d' Analdo, e di messer Guido conte di Fiandra mes-
ser Ruberto di Bettona, e messer Guglielmo e mes-
ser Filippo della sua prima donna avogàda^ di Betto-
na ; e della seconda donna^ figliuola del conte di Lu-
.zimborgo e contessa di Namurro,^ la quale contea
fece comperare per gli figliuoli al conte di Fiandra,
si nacquero messer Gianni conte di Namurro, e il
buono messer Guidone, e messer Arrigo di Fiandra ;
del quale Guidone la nostra stona ha parìato àella
detto sconfitta di Coltrai, e parìerà aùcora in più parli
di loro prodezze e.valenzie, e però ne paiono degni
di loro nazione, avere voluto fare memoria.
CAPITOLO LVIIL
Come lo te di Francia rifece sua oste^ e con tutto
suo podere venne sopra i Fiamminghi^ e tomossi in
Francia con poco onore.
•
Dopo U ^^^^ sconfitta di Coltrai iaeontanente
s' arrenderò a messer Guido di Fiandra quegli di Gen-
io, e que'di Lilla, e Doai, e Cassella, sicché non ri-
mase terra né villa picéola né grande in Fiandra,
che non tornasse alle comandamenta di. messer Guido;
e per la detto vittorìa, la comune d* ogni gente di.
Fiandra presòno ardire e signoria, e cacciarne i loro
grandi borgesi, perché amavano i Franceschi ; e non
tonto in Fiandra, ma simile avvenne in Brabante e in A-
naldOy e in tutte loro circustonzie, per lo favore della
comune di Fiandra, Come in Frjincia fu la dolorosa
qovella della detto s^nfitto, non é da dqmandare se
t' ebbe dolore e lamento, che non v' ebbe villa, ca-
stello, o maniero, o signoreggio, che per gli cavalieri
e scudierì che rimasono morti a Coltrai, non vi avesr
se dame e damigelle vedove* Lo re di Francia, pu-
* costumanze, usanze. Ariosto, Cant. 87, st 90: La ria
co$tuma di $ua terra etpoM.
* ai fece beffe. B Poliziano st IX, lib. 1 : SoUa gah-
borii degli afflitti amanti,
' protettrice, nome di dignità. Manca questo vocabolo in
femniinile alla Crusca.
18
1»4
aOMCBE
Mto il dolore, Uee comò vf lesto iifBOfe, die tme^m^
lenenlo fere besdire otto f eoerale per tetto il reo*
m»i 0 per foroire mo f «erre ft fece bliiieore le «oe
moneto, e lo boooo moocIo del tonie«e frooio, cfc^en
• oodicl ooco e oieito di Eoe, tosto il fece pefgio-
rero, che tornò qaifi • metodo , e eimilo lo mooelo
prime ( e eoel quelle dell* oro, elio di Toolitre e
co ceriti, lo recò o meo di vooti^ fiueoodolo correre
per pib if f il che ooo Yileeoo : ondo il re OTeotora
of ni dt libbre e eimila di parifioi, e pib, ma foaotò
0 dieertò II paee e, che le eoa mooeto non tornò aUe
valuto del torto. B fomite lo re, e appareccluota la
•uà f rande e ricca oete, ai moMO da Parifl, o del
me«e di aettembre preaento del detto enno 1302, fu
ed Aratfto In Artoae con piò di diecimila eavalieri,
0 con pib di feaaantemila pedoni : e in Italia mandò
per meaier Carlo di Valoie euo fratello, che rimoaea
Of ni ragioue doveaie tornare in Francia, e coel fece
poco appreaao. I Fiamminghi aenlendo Pappareceliio
0 venuta del re di Francia^ manderò in Namorro per
lo conte meaaer Gianni figliuolo del conte di Fiandra,
maggiore di meaaer Guido, il quale era molto aa-
graade mortafcfè de^am cavafiL 111 —a dìaoe ìa Fi
do, che latra Toltro cagioai ddh pmfìle dciroelo
dd re, ffl per iogoooe dd re Adoeréo dlagUlem,
il faalo aaMra i Ftammfngy, e per tnocaigti diane
alb moglie, lo qoole era acroccUa dd re di Framcaa,
io aegreto aegacemeate e con frode : /o temo càe U
re di Prameia mom rtcero rergogma e pericolo ém
quettm osie, ck" io semUhcke ti $mrà irméito dÉ certi
iuoi baroni wude$imL La retno preoe o Toro' la pa-
rola, e incontanente k aìgniSeò d re di Francia suo
fratello, ond^egii entrò in aotpotlo e gelosia de^'aaot
barbai, ma non sspea di cai, e partiad per lo modo
che detto aveaM) con onta e yergogna : e potrebbe
OMere alata Tnaa cagione e r altra della aaa partita.
E partita 1* oste dd re, i Fiaauninghi n toraaroao ia
loro terre con grande festa e allegreisa. Avemo d
diateaamenle innarrato qoeaté atorìe di Fiandra, per-
chè furono nnove e mararigliose, e noi d trovaoMio
in quegli tempi pel paese, che con ocalala fede Te-
demmo e aapemmo la verìtade. Luceremo dquaBlo
di qneata materia, ìnfino che verranno i tempi del
termine e fine di questa guerra tra *1 re di
e maggiore di measer ijuldo, ti quale era molto aa- termine e Une di quesu guerra tra i re ai rraneia
vio 0 valente ; e lui venuto, il fedone loro gene- 1 e* fiamminghi, che fu aasd piccolo tempo appresso,
rale capitano dell* oste, e come gente calda, e bal-
danioin della vittoria di Coltrai, a*ippareochiaro di
tende, e padiglioni, e trabacche, con tutto che assai
n* aveano di quello de* Fraoceachi : e dascuna terra e
villa per se si soprissegnaro di soprasberghe* e d'ar-
me, e ciascuno medlere per ae, e rannerai a Doai, e
fàrono più di ottantamila uomini a pie bene armati
e aoprassegnati, e con tanto carreggio che portava
il loro arneae*, ohe oopria tutto il-paeae, e insomma
era a vedere la più bella e ricca oete di gente a pie,
che mai fosse tra* cristiani. Lo re di Francia colla aua
grande e nobile oste usd fuori d'Arauo, per entrare
in Fiandra, e accampoasi a una tiII^ che ai chiama
Vetri, tra Doai e Arano, e era al grande, che tenea
di giro più di dieci miglia. I Fiamminghi come franca
gente, • bene guidali e condotti, non attesero Poste
n Doni, ma uscirono di Doai, e s* alfronlarono incon-
tro air oste dd re^ gridando di e notte , baiiagHay
òalla^lìa, e inanimati di combattere, e aoveote avea-
no insieme scarmugi e badalucchi*, e non v'avea
Fiammingo a pie con ano fodtadne in auino, cbe non
iltondeeae il cevaliera fraacesco, por la bddandk pre-
M aopra loro, e i Francoadii por contradìo inriliti.
K dò f^ dd mono d'ottobre^ ad qnaleeomiadò graadi
piofgio^ 0 il peeoo è pìoao di pedali e di Ibaao, e
aoaipre torrsao tbo ami aoa d paolo oeloggiaro 0
\eiiio;oado il earreffiodd recà'nddacoa la vivala
fin aH' oelo, por gli toadalì cammìai aoa poleaaovo-
airo, aò t cavalìoH eo'Ioro cavalla appoaa ascaro dd
eoaipa, Nrln ^ad ooafimìoao roolo dd re Toaaoia
Inali ddMi, • dì ^Ulaitlia a d'olirò, dm aoa palo-
raaa pie leaero campcK o toavaaaa dm ii attosaiU
0 torneremo e noalra materia a raccontate le norità
d^ Italia e della nostra città di Firenze, che furono ia
quegli tempi, seguendo nostro trattato.
CAPITOLO LIX.
Come Folcieri da CalvoU podestà di Fire$uie face
tagliare la testa a certi cittadini di parte bùmcom
Aiaaio, 0 pai a V^irigi, eoa gmado
Nel detto anno 1302, essendo fatto podestà di
Firenze Folderi da CalvoH di Romagna, uomo feroce
e crudele, a poata de' caporali di parte nera, i quali
viveano in grande gelosia, perchè sentivano molto
poasente in Firense la parto bianca e ghibellint* e
gli oadti scrìveano lutto di, e trattavano con quegli
eh* erano loro amid rimasi in Firense, fl detto Fol-
deri fece subitamente pigliare certi dttadini di parte
bianpa e ghibellini ; dò furono, messer Betto Ghovr-
dini, e Masino de^ Cavalcanti , e Donato e Tegghia
ano fratello de^Finiguerra da Sammartino, e Nucdo
Coderini de^ GaUgai, il qude era quasi uno mentecatto,
e Tignoao de^Macd, e a petiaione di messer Musdal-
lo Franxeu, eh' era de** signori della terra, vollero
essere pred certi caporali di casa gli Abati eooi ai-
add, i qaali aoaleado ciò, d faggtro e partirò di Fi-
roase, e md poi aoa ae laroao dttadiai : e aao ama-
saio deDe Calie fti de' presi, oppoaoadoloro die Inl-
laTsao IndiaMato aella cttlà co'laaacbi asdti, o eol-
pa o aoa oolpa, per saartorìo gUfoce caafossnro dm
doToaao Mdìre la terra, e dare sarto porto a^biaacbi
a gbibelliai: au fl detto Tlgaoso de'Bacd per gra-
vctia di card mmrì ta sa la coUs* Talli gi nRri
nupinidslli pred gi giadiciò» a ieee loro lagMmi te
0 talli ^aefi di caaa gfi Àbali miiliaimr per
e dumea i
di
x«m» A*
e avràmglMw
Tfrart ••^
1
01 GIOVANNI VILLANI
105
ne n^ebbe la eìttà, e poi oe segai noiti mali e acan-
dali K E nel detto anno fu gran caro di vittaaglia, e
valse lo staio del grano in Firenze alla rasa.' soldi
ventidoe lo staio, di soldi cinquantuno il Borino del-
r oro.
CAPITOLO LX.
Come la parte bianda e" ghibellini usciii di F%ren%e
vennero a Puliciano e pariifsene in isconfitla.
Nel detto anno del mese di marzo, i ghibellini
e' bianchi usciti di Firenze colia forza, de' Bolognesi
jche si reggeano a parte bianca, e còli' aiuto de' ghi-
bellini di Romagna e degli Ubaldìnl; vennero in Mu-
gello con ottocento cavalieri e sèimila pedoni, dond'e-
ra capitano Scarpetta degli Ordilaffi da Forlì, e pre-
sono senza contrasto il borgo e poggio di Puliciano,
e -assediarono una fortezza che vi teneano i Fioren-
tini, credendo ivi fare capo grosso, e recare il Mu-
gello sotto loro obbedienza, e poi stendersi jDolla lo-
ro forza alla città di Firenze. Saputa la novella in
Firenze, subitamente cavalcarono in Mugello popolo e
cavalieri con tutta la forza dtUa cittade; e giunti al
borgo, e venuti i Lucchesi e T altra amistà, e di là
uscendo schierati e messi in ordine per andare a' ne-
mici, i cavalieri di Bologna sentendo la subita venuta
de'f iorentini, ^ trovandosi ingannati da' bianchi usciti
di Firenze, eh' aveano loro fatto intendere che i Fio-
rentini per tema decoro amici rimasi dentro non ar-
direbbono d* uscire d^lla terra, si tennono traditi, e
con paura grande -senza ninno ordine si partirò da
Puliciano di Mugello, e andarsene a Bologna, onde
i bianchi e' ghibellini usciti rimasero rotti e sciarrati,
e partirsi una notte Senza colpo di spa^a come scon-
fitti, lasciando tutti i loro arnesi, e più di loro git-
larono l' arme e rindasonvi de' morti e presi de' mi-
gliori, per certi scorridori iti innanzi. Intra gli altri
notabili e orrevoli cittadini e antichi guelfi e fattisi
bianchi, vi fu preso messer Donato Alberti giudice, e
Nanni de'RulToli dalle porte del vescovo. Nanni ve-^
gnendo preso, fu morto da uno de' Tosinghi, e a mes-
ser Donato Alberti tagliato il capo, per quella legge
medesima eh' egli ^yeti fatta e messa in ordine di
giustizia, quando egli regnava ed era priore ^. E col
detto messer Donato Alberti furòho menati presi e
tagliate le teste a due de' Caponsacchi, e a uno degli
Scolari, a Lapo de*Cipriani, a Nerlo degli Adimari,
e ad altri intomo di dieci di piccolo affiire ; per la
quel rotta i bianchi e' ghibellini usciti molto abbassarp.
* ^i eonsàlti a questo ponto U Cron, di Dino Com-
pagni, il qnfiXt narra il come si venissero a scoprire le
segrete mene, che facevano i bianchi.
^ a misura rasa, modo avverbiale.
' t^ me/nato metter Denato vUmtHte tu mi tmnOf^ con
WM goimdletta di un vìUwm, al podetià. Il quale quando
lo ìride, lo domandò: tiete voi metter Donato Alberti f Ri'
apote: io tono Donato. Coti vi fotte innanti Andrea da
Cerreto, e Niccóla Aceiaiuoli, e Baldo à^ Àguglione e Jacopo
'da Certaldo che hanno dittrutta Furente. Allora lo potè alla
colla, e accomandò la colla colV atpo, e coti ve lo latcib
tiare. E ftf aprire la finettra e le porte del palagio, e fece
richiedere moUi cittadiài tatto altre eagùmi, perchè vedet-
aero lo ttratio e la deritione facea di lui. Tanto procurò
U podettà che gli fu conceduto di tagliargli la tetta. Dino
Comp. Croniche,
CAPITOLO LXL
JncideMMLf contando come messer Maffeo Visconti fu
cacciato di MUono,
Nel detto anno 1302 a di 16 di giugno, mes-
ser Maffeo Visconti capitano di Milano fu cacciato
della signorìa : la cagione fu, eh' egli è' figliuoli al
tutto voleano la signorìa di Milano, e a messer Piero
Visconti, e agli altrì suoi consorti, é agli altri Cat-
taui e varvassori non partecipava nullo onore. Per la
qual cosa scandolo nacque in Milano, e' signori della
Torre ooHa forza del patrìarca d' Aquilea, con gran-
de oste vennero sopra Milano, e con loro messer Al-
berto Scotti da Piacenza, e il conte Filippone da Pa-
via, e messer Antonio da Foseraco di Lodi. Messer
Maffeo uscì contro a loro, ma per la quistione eh' a-
vea co' suoi, fu male- seguito, e non avea podere con-
tro a'ilemici; onde messer Alberto Scotti si fece mez-
zano per Aire accordo, e ingannò e tradì messer
Maffeo, che rìmessòsi in lui, gli tolse la signorìa del
capitanato, onde messer Maffeo per onta non volle
tornare in Milano; ma senia battaglia si tornarono
in Milano i signori della Torre, e rìmuono signori
di Milano messer Mosca e messer Guidelto di mes-
ser Nappo della Torre. B^poco appresso morto mes-
ser Mosca, i) detto messer Guidetto si fece fare ca-
pitano di Milano, e menò aspramente la sua aignorìa,
e fu molto temuto e rìdottato, e perseguitò molto il
detto messer Maffeo e' figliuoli, sicchò gli recò quasi a
niente, e conveiìia s'andassono tapinando in diversi
luoghi e paesi, e alla fine per loro sicurtà si rìdus-
^ono a uno piccolo castello in Ferrarese, ch'era de'mar-
chesi da Bsti suoi parenti, che Galeasso suo figUuolo
avea per moglie la scrocchia del marchese. B sap-
piendolo messer Guidetto della Torre, capitano di Mi-,
lano e suo nimico, sì volle sapere novelle di lui e
di suo stato, e disse a uno accorto e savio uomo di
corte': Se tu vogli guadagnare uno palafreno e una
roba taia^ andrai in taf parte^ ove è messer Maffeo
Visconti^ ed ispia di suo stato. B per ischernirlo gli
disse : Quando tuse" per prender corniolo da /ut, /Is-
ragti due qttestioni; la prima, che tu il domandi co-
me gli pare stare^ e^che vita è la sua; la secon~
da, quandi e' crede potere tornare in Milano. Il mi-
nistriere entrò in cammino e venne a messer Maffeo,
•
e trovqllo in assai povero abito secondo suo antico sta-
to, e al dipartirsi da lui, il pregò che gli focesse
guadagnare uno palafireno e una roba vaia ; rispuose,
che volentierì, ma non da lui, che non V avea; disse:
da voi non la voglio to, ma rispondetemi a due
questioni eh* ilo vi farò: e diasele come gli furono
* ginllare, minestrello. Oorte^ oltre il senso ordinario,
significava di qne* tempi festa per cagione di 'nosze, di
nascite e simili allegrezze, od anche magnifiche adunate
di nobili che se ne andavano in conviti, in balli , in doni
e in ogni miniera di cortesia, ond' erano traUennti da
ricco signore. IM qni la parola cortetia e la corte bandita :
e quegli uomini d' umor festevole , che con piacevoli
modi e canti e giuochi ricevevino i convitati chiamavansi
uomini di corte, ì quali talvolta, reputatissimi pel loro in-
gegno, da buffoni divenivano ambasciatori e trattavano af*
furiai »tato.
19(1
CRONICHE
imposte, n savio intese da cui ▼enieno, e rispuose
subito molto saviamente; alla prìma disse: Pormi sfare
bene^ perocck^ io iotitere secondo ii tempo. Alla se-
conda rispuose, -e disse: Dirai al tuo signore^ mes-
ser GuidettOy che quindo i suoi peccati soperchici
ratmo i mieij io tornerà in Milano, Tornato V nomo
di corte a messer Guidetto, e rapportata la risposta,
disse : Bene hai guadagnato 41 palafreno e là roba^
che bene sano parole del savio nomo messer Haffeo.
CAPITOLO LXn.
Come «• cemmckò la quistione e nimistà tra papa
Bonifaùo e ^l re Filippo di Francia,
Nel- detto anno, benché fosse cominciato assai
dinansi la sconfitta di Coltrai lo sdegno del re di
Francia contro a papa Bonifazio, per cagione della
promessa che '1 detto papa avea fatt» al re, e a mes-
ser Carlo di Valoitf suo fratello, di farlo. essere im-
peradore qnando mandò per lui, come addietro fa-
cemmo meniione, la qual cosi( non attenne, quale
che si fosse* la cagione, ami nel detto anno mede-
simo avea confermato a re de* Romani Alberto d' 0-
sterich figliuolo che fu del re Ridolfo, per la qual cosa
il re di Frauda forte si tenne ingannato e tradito da
lui, e 'per suo dispetto, rìtenéa e facea onore a Ste-
lano della Colonna suo nimico, il quale era in Frau-
da sentendo la discordia mossa, e lo re favoraya lui
e* suoi a suo podere. E oltre^a ciò il re fece pigliare
il vescovo di Palma in Carcasoese , opponendogli
eh* era paterino, e d*ogni vescovado vacante del
reame godeva i beni, e voleva fare le investiture.
Onde papa Bonifasio, il quale era superbo e dispet-
toso, e ardito di fare ogni gran cosa, come magna-
nimo e possente eh* egli era e si tenea, veggendosi
fare quegli oltraggi al re, mescolò lo sdegno colla
mala volontà, e fecesi al tutto nimico del re di Fran-
cia. E in prima per giustificare sue ragioni, fece
richiedere tutti i grandi prelati di Francia che doves-
sono venire a corte ; ma il re di Francia contradisse lo-
ro, e non gli lasdò partire, onde il papa maggiormente
s* inanimò ^ contro aire, e trovò per sue ragioni e de-
creti, che *] re di Frauda come gli altri signori cri-
stiani, dovea riconoscere dalla sedia apostolica la
aignorìa del temporale, comf dello spirituale : e per
questo mandò in Francia per suo legato uno eberìco
romano' arddiacono di Nerbona, ohe protestasse e
ammonisse lo re sotto pena di scomunioatione di dò
fare, e di riconoscere da lui, e se ciò non facesse,
lo scomunicasse, e lasciasse interdetto. E il detto le-
gato vegnendo nella città di Parigi,' il re non gli la-
sciò pubblicve le sue lettere e privilegi, anxi gliele
tolse la gente del re, e accomiatarlo del reame. E
venute le dette lettere papali innanzi al re e suoi
baroni al tempio, il conte d*Artese, che allora vivea,
per dispetto le gittò nel fuoco e arsele, onde grande
giudicio glie ne avvenne, e lo re ordinò di fare guar-
dare tutti i passi d! suo reame, che messo o lettere
di papa non entrasse in Franda. Sentendo ciò papa
I t'innMprl, t'tMotrbò. Vtdi ancha Ub. X, cq^ xn.
Boaifaiio,,^comnnicò per sentenzia il detto FiHppo
re di Francia ; e lo re di Franda, per giustificare se,
e per fare suo appello, fece in Parigi uno grande
concilio di cherìd e prelati e di tutt^i suoi baroni,
discusando se, e opponendo a papa Bonifazio più
accuse con più articoli di resia, e simonia, e omid-
dia \ ed altri vilUni peccati, onde di ragione dovea
essere disposto del papato. Mii P abate di Cestella
oon volle consentire allò appello, anzi ^i parti, e
tomossi in Borgogna, male M re di Franda ': e per
cosi fatto modo si -coannciò la discordia da papa Bo-
nifazio al re di Francia, la quale ebbe poi mala fine ;
onde pòi nacque grande discordia tra loro, e segiìnne
molto mafe, come appresso fiu'emo meosione.
- In questi tempi avvenne in Firenze una cpsa
bene notabile, che avendo papa Bonifazio presentato
al comune di Firenze uno giovane e bello leone, ed
essendo nella corte del palagio de* priori legato con
una catena, essendovi venuto uno asino carico di le-
ghe, veggendo il detto leone, oj>er paura che n*a-
yt$8e^ o per lo miracolo, incontanente assalì feroce-
mente il leone, e cpn caki tanto il pereosse , che
r uccise, non valendogli F aiuto di molti nomini chV
rano presenti* Fu tenuto segno di grande mutazione
e cose a venire, che assai n'avvennero in questi tem-
pi alla nostra città. Ma certi alletterati dis8ono,'ch*era
adempiuta la profezia di Sibilla, ove disse: Quando
la bestia mamsueia ucciderà il re delle bestie^ athh-
ra comincierà la ditsoluiione della Chiesa : e tosto
si mostrò in papa Bonifazio medesiiso, come si tro-
verà nel seguente capitolo»
CAPITOLO LXin. -s
Come il re di Francia fece prendere, pa^a Bonifa^
%io in Anagna a Sciarra della Colonna^ 4mde mori,
il détto papa pochi di appreuOm -
Dopo la detta discordia nata tra pap« Bonifazio
e *1 re Filippo di Franda, daseuno di loro procaedò
d'abbattere Tnno Peltro per ogni via e modo che
potesse: il papa d* aggravare il re di Franala di Sco-
muniche e «(tri processi per privario del reame ; e
con questo favprafva i Fiamminghi suoi ribelli, e te-
nea trattato col re Alberto d*Alamagua, studiandolo^
che passasse a Roma per la benedizione imperiale, e
per fiire levare il regno al re Cario suo- consorto, e
al re di Francia fare muovere guerra a* confini dd
suo reame dalla parte d'Alamagna. Lo re di Frauda
dair altra parte non dormia, ma con grande solleci-
tudine, e consiglio di Stefano della Colonna e d* altri
savi Italiani e d! suo reame, mandò uno messere
Guglielmo di Lunghereto di Proenza, savio cherico
e sottile, con messer llusciatto Franzesi in Tosca-
na, forniti di molti danari contanti, a ricevere dalla
compagnia de* Peruzzi (allora suoi mercatanti) quanti
danari bisognasse, non sappiendo egUno perchè. E ar-
rivati al castello di Staggia, eh* era del detto mes->
* omiddU.
* In disgrasia del ecc. Eaer male d'imo vide averne
perduto U faoùre^ Par contrario eenr bmu tFunff, v^U
averne la gratta.
' aedtandolo. La Giuntina ha: sMianda.
i_
DI GIOVANRl VILLAiq.
|»7
sor MasdaUo, vi stettono più iempoy Bandando am-
basciadori, e messi, e lettere, e faccende venire le
genti a loro di segreto, /accendo intendere al palese^
che V* erano per trattare accordo dal papa al re di
Francia, e perciò aveano la detta moneta recata : e
sotto Hioesto colore menarono il trattato segreto
di fare pigliare in Anagna papa Bonifazio, spenden-
done molta moneta, corrompendo i baroni del paese
e' cittadini d'Anagna ; e come fa trattato veline fatto :
che essendo papa* Bonifazio co* suoi cardinali e con
tatto la corte nella- città d' Anagna in Campagna,
qad^era nato e in casa sua, non pensando né sen-
tendo questo trattato, né prendendosi guardia, e se
alcuna cosa ne sentì, per suo grande cuore il mise
a non calere, o forse come piacque a Dio, p^r gli
snoi grandi peccaM, del mese di settembre 1303,
Sciami della Colonna con genti a cavallo in numero
di trecento, e a pie di sua amistà assai, soldata de'
danari del re di Francia, colla forza de' signori da
Ceccaao,' e^da Supino, e d* altri baroni di Campagna,
e de' figliuoli di messcr Mafllo d' Anagna,. e dissesi
eoli* assenso d'alcano de' cardinali che teneano al
trattato, e una mattina per tempo entrò in Anagna
cofle insegne e bandiere del re di Francia, gridando :
muoia papa Bonifaùo^ e titd il re di Francia; e
conono la terra sanza contrasto niyno, anzi quasi
tutto r ingrato popolo d' Anagna seguì le bandiere
e Irrubellazione; e giunti al palazzo papale, sanza
riparo vi salirò e presono il palazzo, perocché il
presente assalto fu improvviso al papa e a' suoi, e
non prendeano guardia. Papa Bonifazio sentendo il
roBore, e reggendosi abbandonato da tutti i cardi-
nali, fuggiti e nascosi per paura o chi da mala parte,
e quasi dappiù de' suoi famigliari, è reggendo cb'e*
snoi nemici aveanó presa la terra e '1 palazzo ov' er|i,*
si cusò morto, ma come magnanimo e valente, disse :
Dacché per tradimento^ come Gesù Cristq voglio es"
ter preio e mi contiene morire^ almeno voglio mo^
rire come papa : e di presente si fece parare dell'am-
naoto di San Piero, e colla corona di Costantino in
capo, e colle chiavi e croce in mano, e in su la se-
dia papale si pose a sedere. B giunto a lui Sciarra
e gli altri snoi nimici, con villane parole lo scher-
nirò, e arrestaron lui e la sua famiglia, che con lui
erano rimasi: intra gli altri lo scherni messer Gu-
^ielmo di Lungbereto, che per lo re di Francia avea
menato il trattato, donde era preso e minacciollo>
dicendo di menarlo legato a' Leone sopra Rodano,
«quivi in generale concilio i] farebbe disporre e con-
dannare. Il magnanimo papa gli rispuose, eh* era con-
tento d'essere condannato e disposto per gli paterini
con' era égli, e *1 padre e la madre arsi per paterini ;
onde me^er Gaglielmo rimase confuso e vergognato.
la poi cóme piacque a Dio, per conservare la santa
dignità papale, niuno ebbe ardire di toccarlo o nop
piacque loro di porgli mano addosso, ma lasciarlo pa-
rato sotto cortese guardia, e intesono a rubare il
tesoro del papa e della Chiesa. In questo dolore,
urgogna e tormento stette il valente papa Bonifazio
preso per gli suoi nimici per tre dì, ma cotne Cristo
>1 terzo, di resuscitò, cosi piacque a lui che papa Bo-
ùlazio fosse dilibero, che sanza priego o altro pro-
caccio, se non per opera- divina, fl popolo d* Anagna
ravveduti del loro errore, e usciti dalla loro cieca
ingratitudine, subitamente si leverò all'arme, gri-
daivdo : viva il papa e sua famiglia^ e muoiano i tra^
dilori ; e correqdo la terra ne cacciarono Sciarra della
Colonna e' suoi seguaci, con danno di loro di presi
e di morti, § liberare il papa « sua famiglia. Papa
Bonifazio veggpndósi libero e cacciati i suoi nimici,
per ciò non si rallegrò niente, perché avea conce-
puto e addurato^ nell'animo il dolore della sua avver-
sità: incontanente si partì d' Anagna con tutta la
corte, venne a Roma a Sante Pietro per fare concilio,
con intendimento di sua offesa e di Santa Chiesa fare
grandissima veu'Vetta centra il re di Francia, e chi
offeso r avea ; ma come piacque a Dio, il dolore im-
petrato nel cuore di papa Bonifazio per la Ingiuria
ricevuta, gli surse, giunteria Roma, diversa malattia,
che tutto si rodea come rabbioso, e in questo stato
passò di questa vita a dì 12 d'ottobre gli anni di
Cristo 1303 e nella chiesa di 'San Piero all'entrare
dèlie porte, in una ricca cappella fattasi fare a sua
vita, Auqrevolmente fu seppellito.
CAPITOLO LXIV.
Ancora diremo de* morali cK ebbe in se papa
Bonifacio, .
* - ■*
Questo papa Bonifazio fu savissime di Scrittura
e ^i senno naturale, e uomo molto avveduto e. pra-
tico, e di grande conoscenza e memoria; molto fa
altiero, e superbo, e crudele contro a' snoi nimici e
av>'ersari, e fh di grande cuore, e molto temuto da
tutta gente,' e alzò e aggrandì molto Io stato e ra-
gioni di Santa Chiesa, e fece^fafe a Guglielmo da
Bergamo e a messer Ricciardo di Siena cardinali, e
a messer Dino Rosoni di Mugello, sommi maestri in
leggo ^.e decretali, e 'egli con loro insieme, eh' era
grande maestro in divinità e in decreto, il sesto li-
Hro delle decretali, il quale é quasi lume di tutte le
leggi e decreti. Magnanimo e largo fu a gente che
gli piacesse, e che fessone valorosi, vago molto della
pompa mondana secondo suo stato, e fu molto pe-
cunioso, non guardando né facceddosi grande né
stretta coscienza d'ogni guadagno, per aggrandire la
Chiesa e' suoi nipoti.v Fece al suo tempo più cardi-
nali suoi amici e confidenti , intra gli altri due suoi
nipoti mplto giovani, e uno suo zio fratello che fa
della madre, e venti tra vescovi e arcivescovi suoi
parenti e amici della piccola città d' Anagna di ricchi
ve^ovudi, e l' altro suo nipote e figlinoli, ch^ erano
conti come addietro facemmo menzione , lasciò loro
quasi infinito tesoro ; e 4opo la morte di papa Boni-
fazio loro zio, furono franchi e valenti in guerra,
faccende vendetta di tutti i loro vicini € nimici, ch'a-
veano traudito e offeso a papa Bonifazio, spendendo
* indurato, fatto abituale e nattura. Poco poi, trovend U
dolore impetrato nel euoref che toma sottosopra allo slesso :
belle maniere, di che non dovrebbe difettare il Disionario.
^ Vada come ecoeziona par quelli cbe danno soomonica
alle maniere dottore in Ugge, prt^emcre in Itgg^ e TOgUoao
i! dica: dottore in leggi eoo.
IM
CROFOCflB
liifiMwle, e lefMtdo il loro fifoprio foUo Ir»-
cento hnotd uràìitri eatalaai, per la ed fona do-
maroM qnaai UiUa CiMpafM e terra dj Roau. E ae
papa Bonifazio virendo, areaae crednto che fòaaono
itati coii prò* d* arme e faloroai in fverra, di certo
gli avrebbe Aittl re o fran aignorì. E nota, die quan-
do papa Bonifatio fa preao , li novelli Ai mnnditi il
re di Prencii per più corrieri In pochi giorni, per
grande illegretu, e oipitindo i primi corrieri ad An-
aiona di là dalla montagna di Briga, il veacovo d*An-
aiona, il quale allora era nomo d^oneataeaantarita,
udendo la novella quaai istupl, atando uno pesso in
ailensio contemplando, per 1* ammiratone che gli
parve della preaura 4el papa ; e tornando in ae, diaae
palef e dinansi a più buone gente : // re di Francia
farà di questa novella grande aUegre**a^ ma f ho
per ispirazione «itewto, cAe per questo peccato n" è
condannato da Dio, e grandi e dècersi pericoli e av-
versità con vergogna di lui e di suo lignaggio gli
avverranno auai tosto^ e egli e" figliuoli rimarran^
HO diredati del reame, B qneato aapemmo poco tem-
po appreaao paasando per Anaiona, da peraone degne
di fede,- che i\irono preaenti a udire. La quale aen-
tenxia i\i profetia in tutte le ane parti, come appreaao
per gli tempi, raodòntando de' fatti del detto re di cominciò àaaai buone coae, e moatrò grìn volere ài
Francia e de' figliuoli, ai potH trovare il vero. B non
è da maravigliare della aentensta di Dio, che con
tatto che papa Bonihiaio foaae più mondano che non
riohiedea aUa aua dignità, e fatte avea aaaat delle
coàe a diaptaoere di Dio, Iddio fece pulire lui per lo
modo che detto avemo, e poi Toffenditore di lui poli,
non tanto per Toffèae della persona di papa BonlEi-
lio, ma per lo peccato commeaao contro alla maeatà
divina, il cui coipetto reppreaentava in terra. Laace»
reaM> di queata materia, oh» ha avuto ano fine, e tor-
neremo alquanto addietro a nccontare de' fitti di
Pirenae e di Toacana, ohr furono ne' detti tempi u-
aai grandi.
CAPITOLO LXY.
C'ome • Fioreniini eòòono U casieUo del Montale, e
rame feciano oste a JHstoia co' Lucchesi insietne.
iomo nMffl a Bologn II atvìo e vriente nomo mai-
aer Diao Roìobì di IngeOo, caro cittadino, il qoile
fn fl auggiore e il più aavio legisln che foaae iidbie
al ano tempo. B in qneato medesimo tempo morì ia
Bologna maoatro Taddeo detto da Bologna, ma era
atito per ano matrimonio nostro dttidino. Il qode
fn aommo ftaisìano aopra tnlti quegli de* criatiam.
CAPITOLO LXVL
Come fa eletto papa ÉenedeUo undécimo.
Dopo la morte di papa Bontfiuio, Il eolico
de' cardinali rannati insieme per eleggere nuovo pa-
pa, come piacque a Dio, in pochi di furono in con-
cordia, e chiamarono papa Benedetto nndecimo, a A
22 d'ottobre nel detto anno 1303. Questi fu di Tre-
vigi di piccola nudone, che quasi non si trovò pa-
rente, e nudrissi in Vinegia quand' era giovine che-
rico, a inaegnare n' fanciulli de' aignort da ca' Conno;
poi là frate predicatore, ' uomo savio e di aanta vitf,
e per la aùa bontà e oneata vita ^er papa Bonifazio
fa fatto cardinale, e poi papa. Ma vivette in su '1 pa-
pato mesi otto e mezxo; ma in questo piccolo tempo
Nell'anno di Cnato 1 303 del meae di auiggio,
i PiorentìMi abbono il caateUo del Montale preaao a
fistola a quattro miglia, cavalcandovi una notte an-
bìtamente^ e fti loro dato per tndiaMnto di certi ter-
raiaani, che n' ebbono tremila fiorini d'oro, per trat-
Uto di messer Paiaino de' Panai, che v' era vicino
per h ava poaseaaione di Paingiano. D quale caalello
era aMlto fòrte di m^lo e di aMun e di torri; e coaM
ì Piorentini l'abbono, il feciono abbattere e disfare
inlno nelle ^|>ndnmentn, e la enmpena di qneOo co-
mene, eh' era mollo bnoM^ la fociono venire in Pireft-
ae, e pvoaeaì in an la torre del palagio deQa podeatà
per campnM de' menai, e chiamoaai la -mi^iìir B
dìaMto a Montile, del dello arnM medeaimo i Pio-
renIÙM daTiM porte e' Lmèeai deTnltra feoìono
oalo atta Cina diPìaloin,e
e
e lemmei a tnan nnnan conlrnnlo nìuMk In
pacificare icriatiani. B prima fece accordo dalla Chie-
aa al re di Prancia, e ricomunicò il detto re, e con-
fermò ciò che papa Bònifasio avea fiitto, e mandò i
Pirense frale Niccolò da Ptato cardinale ostiense per
legato, ^r pacificare i Piorentini co' loro usciti, co*
me innanii faremo menzione.
CAPITOLO nvn.
Come il re Adoardo d' Inghilterra riM^e Guasco-
gna, e sconfisse gli ScotH,
In queato anno Adoardo re d'Inghilterra fece
accordo col re PiKppo di Prancia, e riebbe la Gti-
scogna faccendonegli omaggio, e dò assentì lo re £
Prancia, per la lenza ch'avea colla Chiean per la pre-
sura che fece fare di papa Bonifhzio, e per la gnem
de' Piamminghi, acciocché 1 detto re d* Inghiltem
non gli foaae contro. E in questo anno medesimo 9
detto re Adoardo eaaendo malato, gli Scotti corsoao
in Inghilterra, per la quel cosa il fa si fece portare
in barn, e andò ad oate sopra gli Scotti, e aeoafis-
aegli, e qneati ebbe in ana signoria tutte le terre é
Scotìi, ae non quelle de' marosi e diaspro montagne,
ove rifuggirò i nbelli Scotti col loro re, B quale a-
vea nome Bnberto di Boaco, di piccolo lignaggio hfr
Um re.
CAPITOLO LXYML
del
per valere rivedere le
Mei detto anno 1303 dd mese di Mbrafo, i
PioreaCÌM Ira loro forono in grande «aceidia, per
chea menaerCono DomIì nnn pnran cs-
Toln,egMptfm
DI filOVANNI VILLANI.
199
essere degno ; e gli tltri grandi e popolani possenti
di sua parte nera, ayeano presa piìi signoria in co-
mune che a lui non parca, e già preso isdegno coA
loro, 0 per superbia, o per invidia, o per volere es-
sere signore, si fece di nuovo una sua setta acco-
standosi co* Cavalcanti, che i più di loro erano bian-
chi, dicendo che voleva si rivede'ssqno le ragioni del
comune, da coloro che aveano avuto gli ufici e la
moneta del comune ad amministrare, e feciono capo
di lóro messer Lottieri vescovo di Firenze, ch'era dei
^figliuoli della Tosa del lato bianco, con certi grandi
contra i priori e 1 popolo; e comhattési la città in
più parti e più cU, e armarsi più torri e fortezze della
città al modo antico, per gittarsi e saettarsi insieme;
e in su la torre del vescovado si riz^ò una manga-
nella pittando a' suoi contrari! vicini. I priori s** af-
forzerò di gente e d'arme dì città e di contado, e
difesono francamente il palagio, che più assalti e bat-
taglie furono loro date ; 6 col popolo tennero la ca^a
de'Gherardini con grande seguito di loro amici di
^contado, e la casa de' Pazzi e quella degli Spini, e
messer Tegghia Frescobaldi col suo lato, e furono
uno grande soccorso al popolo, e morinne messer
Lotteringo de' Gherardlni d' uno quadrello a una bat»
taglfa ch'era in porte Sante Marie. Altra casa dei
grandi non tenne col popolo, ma chi era col vescovjo
e con messer Corf o, e chi non gli amava si stava di
mezzo. Per la quale dissensione e battaglia cittadina,
molto male si commise in città e contado di micidii
e d' arsioni e ruberie, siccome in città sciolta e rotta,
sanza niuno ordine di signoria, se non chi 'più potea
far male l'uno all'altro; ed era la città tutta piena
dì sbanditi, e di forestieri, e contadini, ciascuna casa
colla sua rannata; ed era la terra per guastarsi al
tutto, se non fossono ì Lucchesi che vennero. a Fi-
renze a richiesta del comune con grande gente di
popolo e cavalieri, e.vollono in mano la questione e
la guardia della città ; e così fu loro data per neces-
sità balia generale, sicchò sedici di signoreggiarono
liberamente la terra, mandando il bando da loro par-
te. E andando il bando per la città da parte del co-
mune di Lucca,- a molti Fiorentini ne parve male, e
grande oltraggio e soperchio, onde uno Ponciardo
de' Ponci di Yaccherecda, diede d' una spada nel volto
al banditore di Lucca quando bandiva, onde poi non
feciono più bandire da loro parte, ma adoperarono sì,
the alla fine racquetaro il romore, e ciascuna parte
feciono disarmare, e misono in quieto la terra, chia-
mando nuovi priori di concordia, rimanendo il popolo
in suo ^tato e libertade, sanza far nulla punizione de^
misfatti commessi, se non chi ebbe il male s' ebbe il
danno. E per arrota alla detta pestilenzia fu Tanno*
gran fame, e valse lo staio del grano alla rasa più di
soldi ventisei di soldi cinquanta due il fiorino d'oro
in Firenze, e se non che *1 comune^ e que* che go-
vernavano la città si proYviddono dinanzi, e aveano
fatto venire pejr mano de' Genovesi di Cicilia e di
* quell'anno: e questa signifloasione della parola anno
posta ood assolatamente si dealdera ancora nel Vocabo-
lario, tuttoché Vi Sia quella di anno proàtwummU pa$'
§atOf come nel Sacchetti: Nov. 13, Tu tai €hé noi vi an^
wKiwno annOm '
Puglia bene ventisei migliaia di moggia di grano, i
cittadini e' conta<flni non sarebbono scampati di fa*
me: e questo traffico del grano, fu coli' altre una
delle cagioni di volere rivedere li( ragione, del co-
mune, per la molta moneta che vi corse, e certi a
diritto 0 a torto, ne furono calunniati e infamati. E
questa avversità o pericolo della nostra città non fa
sanza giudicio di Dio, per molti peccati commessi per
la superbia e invidia e avarizia de' nostri allora vi-
venti cittadini, che allora guidavano la terra, e così
de' ribelli di quella come di coloro che la governa-
vano, di' assai erano peccatori, e non .ebbe fine a
questo, come innanzi per gli tempi si potrà trovare.
CAPITOLO LXIX.
Come il papa mandò in Firen%e per legato il car-
dinale da Prato per far pace, e come se ne par A
con onta e con vergogna.
Nella detta discordia tra'Fiorentini, papa Bene-
detto con buona, intenzione mandò a Firenze il car-
dinale da Prato per legato per pacificare i Fiorentini
tra loro^ e simile co* loro usciti e tatta la provincia
di Toscana, e venne in Firenze a <li 10 del mese di
marzo 1303', e da' Fiorentini fu ricevuto « grande
onDre e con grande reverenza, come coloro che pa-
rca essere partiti e in male stato; e, coloro ch'aveano
stato e volontà di ben vivere amavano la pace e la
concordia, ed era converso per gli altri. Questo mes-
ser Niccolò cardinale della terra di Prato era frate
predicatore, molto savio di Scrittura e di senno natu-
rale, sottile, e sagace, e avveduto, e grande pratico,
e di progenia de'ghibelliafera nato, emo^trossi poi,
che molto gli favorò, con tutto che alla prima mo-
strò d' avere buona intenzione e comune ^ Come fu in
Firenze, in pubblico sermone e predica nella piazza di
San Giovanni, mostrò i privilegi della sua legazione,
ed ispuose il suo intendimento ch'avea per comanda-
mento del papa, di pacificare i Fiorentini insieme. I
buoni uomini popolani che reggeano la terra, paren-
do loro ^tare male per le novità e romòri e batta-
glie, eh' aveano in que' tempi mosse e fatte i grandi
contro al popolo per abbattere e disfarlo, sì s'acco-
starono col cardinale a volere pace, e per riforma-
gione degli opportuni consigli^ gli iliedono piena e
libera balia di fare pace tra' cittadini d'entro e' loro
usciti di fuori, e di fare i priori e gonfalonieri e si-
gnorie delia terra a sua volontà. £ dò fatto, intese a
procedere e a far fare più pace tra* cittadini, e rinnovò
l'ordine de' diciannove gonfalonieri delle compagnie
al modo dell* antico popolo vecchio, e chiamò i gon-
falonieri, e die' loro i gonfaloni al modo e insegne
che sono oggi, sanza rastrello' deUa 'nsegna del re^
di sopra : per la quale nuova riformagione del car-
I Ciò confronta con quello che se ne dice nella Oonaea
di Dino Compagni e dal Muratori ut' bjxoì AnnaU d: lUiUa,
MoBtrò tP avere ìmofta inientione e comune; ciò è tenea eo*
gudfi e voleva a loro legge il comune. Questo aver comune
hwmo o cattivo, gue^o o ghibellino ecc. à buona aggiunta
da fare al Vocabolario.'
' Ciò è là figura del rastrello ohe il re portava per in-
segna nell'artne.
200
CRONKXB
dinaie, il popolo si riscaldò e rafforzò nolto, e^frandi
n^ abbassaro, e mai non inaro A corcare noviladi e
opporre al cardinale per istnrbare la pace, perchè i
bianchi e* ghibellini non avessono stato né podere di
tornare in Firenze, e per potere godere i beni Ipro
messi in comune ' per ribelli, in città e in contado.
Per. tutto questo* il cardinale non lasciò di procedere
alla pace, per T aiuto e favore eh* avea dal popolo, e
fece Tenire in Firenze dodici sindachi degli usciti,
due per sesto, uno de^maggiori bianchi e uno ghibd-
lino, e fecegli albergare nel borgo di San Niccolò, e *1
legato albergara pe" palazzi de' Mozzi da San Gre^,
gorìo, e sovente gli aveva a consiglio co* caporali
guelfi é neri dì Firenze, per trovare i modi e sicurtà
della pace; è ordinare parentadi tra gli usciti e'gra'ndi
d' entro. In questi grattati, a'possenti guelfi e neri pa-
rca a loro guisa, che M cardinale sostenesse troppo
la parte de^ bianchi e de"* ghibellini, ordinarono sot-
tilmente per scompigliare il trattato, di mandare una
lettera contraffiiita col suggello del cardinale a Bo-
logna e in Romagna agli amici suoi ghibellini e bian-
chi, che rimossa ogni cagione e indugio, dovessouo
venire a Firenze con gente d^arme a cavallo e a piò
in suo aiuto; e chi disse pure che fu vero che "1 car-
dinale vi mandò; onde di quella gente venne inflno a
Trespiano, e di tati in Mugello. Per la qual venuta in
Firenze n^ebbe grande soinbuglio e gelosia, e 'I legato
ne fu molto ripreso e infamato : ed egli o avesse col-
pa 0 ho, ^e ne disdisse al pòpolo. Per questa gelosia,
e ancora per tema eh' abbono d' essere offesi i dodici
sindachi bianchi e ghibellini, si partirono di Firenze
e andarsene ad Arezzo, e la gente che veniva al le-
gato, per suo comandamento si tornarono addietro à
Bologna e in Romagna, e racquetarono alquanto la
. gelosia in Firenze. Coloro che guidavano la terra
consigliarono il cardinale per levare sospetto, ch*egli
se n^ andasse a Prato, e acconciasse i Pratesi insieme
e simile i Pistoiesi, e intanto si piglierebbe modo in
Firenze della generale pace degli uscilf. Il cardinale
non possendo altro, cosi fece, e in buona fe'o no
eh' avesse intenzione, sé n'andò a Prato, e richiese i
Pratesi che si rimeltessono in lui, e che gli voleva
pacificare. I caporali di parte nera e' guelfi di Firenze
veggendo le vestigie del cardinale, ch'egli favorava
molto i ghibellini e^bianchi per rimettergli in Firenze,
e vedeano che con questo il popolo il seguiva, aven-
do sospetto che non tornasse a pericolo di parte
guelfa, ordinarono co'^uazzalotti da Prato, possente
casa e di parte nera e molto guelfi, di fare comin-
ciare in Prato scisma e riotta contro 'I cardinale, e
levare romore nella terra: onde il cardinale veggen-
do i Pratesi male disposti, e temendo di sua persó-
na, si si partì di Prato, e scomunicò i Pratesi, e in-
terdisse la terra, e vennesene a Firenze, e fece ban-
dire oste sopra Prato, e diede perdonanza di colpa e
di pena chi andasse sopra i Pratesi, e molti cittadini
^ se n' apparécchiaro pép andarvi a cavallo e a pie,
gente eh' erano in fede più ghibellini che guelfi, e
^ confiscati, incorporati al pnbbHco, recati al pubblico.
MeUere o2 comune o in comune per ewfiicare è beUa eg-
ffainta da §ut al Codice dalla lingua.
andarono inftno « Campi. In qoeato ordine di^roele,
gente assai si rannero in Firenze di oontadini e fo-
restieri, e cominciò a <irescere il sospetto e gelosìa
a' guelfi, onde molti che afla prima aveano tenuto ed
cardinale, si furono rivolti* per gli sdegni che vedea-
no, e i grandi di parte nera, e aimfle quelli che piag-
giavano col cardinale, si guemirono d'arme e di
gente, e la città f^ tutta scompigliata e per combat-
tersi insieme. Il legato cardinale veggendo che non
potea fornire suo intendimento di fare oste a Prato,
e la città di Firenze disposta a battaglia cittadina tra
loro, e di quelli ch^veano tenuto con lui, fattiti con-*
tradii, prese sospetto e paura, e subitamente si partì
di Firenze a dì 4 di giugno 1 304, dicendo a*Fiorentini:
Dappoiché volete essere in guerra e in maladUùone,
e non volete udire né tibbidire il messo del picario
di Dio, -né avere riposo "né pace tra voi, rimanete
colla maladizione di JHo e con quella di Santa
Chiesa, scomunicando i- cittadini, e lasciando interi-
detta la cittade, onde si tenne, che per quella mata-
dizione, o giusta o ingiusta, ne fosse sentenzia e
gran pericolo della nostra cittade, per le avversità e
pericoli che le awepàero poco appresso, come in-
nanzi faremo menzione.
CAPITOLO LXX.
Come (adde il ponte alla Carraia^ e moriwi molta
genie.
In questo medesimo tempo che 'I cardinale da
Prato era in Firenze, ed era in amore del popolo e
de' cittadini, sperando che^ mettesse buona pace tra
loro, per lo caien à\ maggio 1304, coane al buono
tempo passato del tranquillo e buono stato di Firen-
ze, s'usavano le compagnie e le brigato di sollazzi
per la cittade, per fare allegrezza e festa, si rinno-
varono e fecionsene in più parti della città, a gara
r una contrada dell* altra, ciascuno chi meglio sapea
e potea. Infra T altre, come per antico a>eano per
costume quegli di borgo San Friano di fare più nuovi
e diversi giuochi, sì mandarono an bando, che chiun-
que volesse sapere novelle dell'altro mondo, do-
vesse essere il dì di caIen di maggio in su 1 ponte
alla Carraia, .e dMntorno alPArno; e ordinaroho
in Amo sopra barche e navicelfe palchi, e fecionvi
la simiglianza e figura dello 'nferno con fuochi e al-
tre pene e martorii, con nomini contraffatti a de-
monia orribili a vedere, e altri i quali aveano figure
d* anime ignudo, che pareano persone, e mettevan-
gli in quegli diversi tormenti con grandissime grida,
e strida, e tempesta, la quale parca odiosa e spa-
ventevole a udire e a vedere ; e per lo nuovo giuoco
vi trassono là vedere molti cittadini, e '1 ponte alll
Carraia il quale era allora di legname da pila a pila*,
si caricò ai df gente che rovinò in più parti, e cadde
colla gente che v' óra suso, onde molte genti vi mo-
' «i mataroDO di parere,
? PilMtri su cui poaaT* h intraTatnra o,. altrimenti, la
volta degli archi del ponte: à da modificarne la dedniidone
nel Vocabolario.
DI GIOVANNI VILLANI.
101
rìrooo e annegaroBO, e molti se ne gaastarono le
persone, sìcehè il giuoco da beffe avrenne col vero,
e compera ilo il bando, mbltf per morte n* andarono
a sapere novelle delP altro mondo, con grande pianto
e dolore a tutta la cittade, che ciascuno vi credea
avere perduto il figliuolo o M fratello; è fu questo
segno del futuro danno, cho in corto tempo dovea
venire alla nostra cittade per 16 soperchio delle pec-
cata de* cittadini, siccome appresso faremo mensioné.
CAPITOLO LXXL
Come fu messo fuoco ti»-Fir«ii»e, e arsene una buo-
na parie dèlia ^iliade,
Partito il cardinale da Prato ^i Firenze per lo
modo che detto avemo addietro, la città rimase in
male stato e in gran'de scompìglio, the la setta che
tenea col cardinale, onde erano caporali i Cavalcanti
e* Gherardini, Pulci e' Cerchi bianchi del Garbo, cde
erano mercatanti di papa Benedetto, con seguito di
più case dì popdlo; per ìema ch^ e* grandi non rom-
p'essono il popolo se avessono la signorìa, e ciò fu-
ro;io delle maggiori case e famiglie de" popolani di
Firenze, come erano Magalotti, e Mancini, Pernszi,
Antellesi, e Baroncelli, e Acciainoli, e Alberti, Strozzi,
Ricci, Tolosini e Albizzi, e più altri, ed erano molto
guemiti di fanti e di gente d'arme: I contradii di parte
nera erano i principali, messer Rosso della Tosa col
suo lato de' neri, messer Pazzino de' Pazzi co^ tutti
i suoi, la parte degli Adimari che si chiamano i Ca-
Ticciuoli, e messer Geri Spini e' suoi consorti, e mes-
ser Retto Brunelleschi ; messer Corso Donati si ^tava
di mezzo, perch* era infermo di gotte , e per lo sde-
gno preso con questi caporali di parte néra *, e quasi
lotti gli altri grandi si stavano di mezzo, e' popolani,
salvo i Medici e' Giugni, cb' al tutto erano co' neri.
E cominciossi la battaglia tra' Cerchi bianchi e' Gia-
gni alle loro case del Garbo, e combattevisi di dì e
di notte. Alla fine si difesono i Cerchi coll'aiuto de'
Cavalcanti e Antellesi, e crebbe tanto la forza de' Ca-
valcanti e Gherardini, che co' loro seguaci corsono
la terra infino in Mercato vecchio, e da Orto San Mi-
chèle inflno alla piazza ii San Giovanni sanza contra-
sto o riparo ninno, perocché a loro crescea forza di
città e di contado ; perchè la più gente di popolo gli
seguivano, e* ghibellini s' accostavano a loro ; e ve-
nieno in loro soccorso tpie' da Volognanò con loro
amici con più di mille fanti, e già erano in Bisarnp/,
e di certo in quello giorno eglino avrebbono vinta la
terra, e cacciatone i sopraddétti' caporali di parte nera
e guelfa, ì quali aveano per loro nimici, perchè si
disse eh' aveano fatto tagliare la testa a messer Retto
Gherardini, e a Masino Cavalcanti, e agli altri, come
addietro facemmo menzione. E com'erano in sul fio-
rire e vincere in più parti della terra ove si combat-
teva i loro nimici, awenue, come piacque a Dio, o
per fuggire maggior male, o permise per pulire i pec-
cati de' Fiorentini, che uno ser Neri Abati, cherico e
priore di San Piero Scheraggio, uomo mondano e dis-
sellilo^ e ribello e nimico de' suoi consorti, con fuo-
co temperato *, in prima mise làoco in ^a i snoi
consoni in Orto San Michele, e poi in CaUmala fio-
rentina io casa i Caponsscchi presso alla bocca di
Mercato vecchio. E fu si empito ^ e -furioso il mala-
detto fuoco col conforto del vento a tramontana che
traeva forte, che in quello giorno arse le case degli
Abati e de' Macci; e tutta la loggia d* Orto San Mi-
chele, e casa gli Amieri, e Toschi^ e Cfpriani, e Lam-
berti, e Rachini, é Ruiamonti, e tutta Calimala è le
case de' Cavalcanti,. e tutto intorno a Mercato nuovo
e Santa CicjUa, e tutta la ruga di porte Sante Marie
infino al pónte vecchio , e Vaccher^ ccia, e dietro a
San Piero Scheraggio , e le case de' Gherardini, e
de' Pulci, e Amidei, e Lucardesi , e di tutte le' vici-
nanze dei luoghi noniati quasi inflno ad Arno, e in-
somma arse tutto il midollo e tuorlo ^ e cari luoghi
della città di Firenze, e furono in quantità, tra pa-
lagi e torri e case, più di millesettecento. Il danno
d'arnesi, tesauri, e mercatanzie fu infinito, e peroc-
ché in qne' luoghi era quasi tutta la mercatanzia e
coae c^re di Firenze, e quella che non ardea, isgom-
brandosi , era rubata da' malandrini , combattendosi
tuttora la città in più parti, onde molte compagnie e
schiatte e famiglie fqrono diserte, e vennono in po-
vertade per la detta arsione t ruberia. Questa pisto-
lenza avvenne alla ilostra città di Firenze a dì 10 di
giugno, gli anni di Cristo 1304^ e per questa ca-
gione i Cavalcanti, i quali erano delle più possenti
case e di genti, e* di possessioni, e d'avere di Fi-
renze, e' Gherardini grandissimi in contado, j quali
erano caporali di quella setta , essendo le loro case
e de' loro vicini e aeguaci arse, perdeh) il vigore e
lo statò , e furono cacciati di Firenze come rubelli,
e' loro nemici racquiiitarono lo stato, e furono si-
gnori della terra. E allóra si credette bene che i
grandi rompessono gli ordini della giustizia del po-
polo, e avrebbonlo fatto. Se non che, per le loro sette
erano partiti in discordia insieme, e ciascuna parte
s'abbracciò col popolo per non perdere stato. Con-
viene ancora lasciare alquanto a raccontare dell'altre
novitadi che in questi tempi furono .in più parti, per-
ché' ancora ne cresce*- materia dell' avversa fortuna
della nostra città di Firenze ^.
CAPITOLO LXXn.
Come i bianchi e' ghibellmi vennero alle portfi di
Firèn»e e andarne in isconfiua.
Tornato il cardinale da Prato al papa ch'era a
Perugia coll^ corte, sì si dolse molto di coloro che
reggeano la città di Firenze, e molto gli abbominò
' fìioco M^fisiiito.
' impetiioso.' Come ug^;. manca questa voce alla Crusca.
Di questo incendio Dino Compagni ci dà una splendida
descrizione, calsante ad nn tempo e più oiroostanaiata.
' La parte malore e il centro della città.
* La ^Ghmtina e molte altire :ttampe obiadano contro
senso il capitolo : Convienci la$ciar$ di raccontare di questo;
e ancora diremo delle <Utre notnladi che in queHi (empi fu'
reno in pia pttrti, perchè ancora ne creice materia deU' à^'
verea fortuna della noetra città di FùrénMe. E di rero il
Villani fa II contrario poi di quello che qai à detto, cioè
seguita' a dire di Firense e lascia le altre novitadi.
303
CRONICHE
dinanEi al papa e al collegio de* cardinali di più crì-
mini e diretti, mostrandoli peccatorì nomini, e ninici
di Dio e di Santa Chiesa, e raccontando il disonore e
tradimento ch'aveano fatto a Santa Chiesa, volendogli
porre in buono stato e pacifico ; per la qual cosa il
papa, e' suoi ~ cardinali si turbarono forte contra i
Fiorentini , e per consiglio del detto cardinale da
Prato, fece il papa citare dodici de"* maggiori capo-
rali di parte guelfa e nera che fossono in Firenze, i
qua4 guidavano tutto lo stato della cittade, i nomi
de^ quali furono questi: messer Corso Donati, mes-
ser Rosso della Tosa, messer Passino de" Pazzi, mes-
ser Gerì Spini, messer Batto Brunelleschi, che do-
yessono venire dinanzi a lui sotto pena di scomuni-
cazione e privazione di loro beni; i quaU obbedienti
incontanente v" andarono con grande compagnia di
loro amici e familiari molto onorévolmente, e furono
più di centocinquanta a cavallo, per iscnsarsi al papa
di quello che M cardinale da Prato avea loro mesfo
addosso ^ E in questa richiesta e citazione di tanti ca-
porali di Firenze, il cardinale da Prato sagacemente
si pensò uno grande tradimento contro a' Fiorentini,
che incontanente scrìsse per sue lettere a Pisa, e a
Bologna, e in Romagna, ad Arezzo, a Pistoia, e a
tutti i caporali di parte ghibellina e bianca in To-
scana e di Romagna, che si dovessono congregare
con tute le loro forze e degli amici a pie e a ca-
vallo e in uno di nomato venire con armata mano alla
città di Firenze , e prendere la terra , e cacciarne j
neri e coloro eh' erano stati contro a lui, e che ciò
era di coscienza e volontà del papa (la qual cosa era
grande bugia e falsità, che il papa di ciò non seppe
niente) confortando ciascuno/ che venissono secnra-
mente, perchò la città era fiebole e aperta da più
parti, e che per sua industria n'avea tratti, e fatti
citare a corte tutti i caporali di parte nera, e dentro
avea gran parte che risponderebbono loro, e d^reb-
bono la terra, e che facessono loro ragunata e veniva
segreta, e tosto. I quali avute queste lettere furono
molto allegri, e confortandosi del favore del papa,
ciascuno a suo podere si guemi e mosse a venire
verso i^irenze al'a giornata ordinata. E prima due di
per la grande^ volonlade, i Pisani colle loro masnade
e con tutti i Fiorentini rimasi in Pisa in quantità di
quattrocento uomini da cavallo, onde fu capitano il
conte Fazio, vennero inftno al castello di Marti : tutta
Taltra ragunata de* bianchi e ghibellini vennero ver<^
so Firenze per modo si segreto, che furono alla La-
stra sopra Montughi in. quantità di milleseicento ca-
vatierì e dì novemila pedoni, innanzi che in Firenze
si credesse per la più gente, perocch'elli non lascia-
vano venire a Firenze niuno messro che ciò annun-
ziasse ; e se fossono scesi alla città il di dinanzi, sanza
dubbio aveano la terra, perocché non v' avea nulla
provvedenza, né guernigione d'arme nò difesa. Ma
elli s'arrestarono la notte ad'' albergo alla Lastra e a
Trespiano infino a Fontébnona, per attendere messer
Tolosato degli liberti capitano di Pistoia, il quale
facea la via a traverso dell' Alpe con trecento cavà-
lierì pistoiesi e soldati, e coq molti a piede ; e veg-
I che loro aveva apposto; di che 11 aveva accuflati.
gaado che la mattila non venia, gli uscifi di Firenze
si ToUono studiare di venire alla terra, credendola
avere sanza colpo di spada, e cosi fecioBO, lasciando
i Bolognesi alla Lastra , che per loro viltà, o forse
perchò a' guelfi eh* erano tra loro non piacea U 'm^
presa : vegnendo V altra gente, entraro nel borgo di
San Gallo sanza nullo contrasto, che allora non erano
alla città le cerchie delle mnra nuove, né i fossi, e
le vecchie mura erano schiuse e rotte in più parti. B
entrati dentro a' borghi ruppono uno serraglio di le-
gname con porta fatto nel borg^, il quale fh abbaa-
donato da' nostrì e non difeso, del quale gli Aretini
trassono i| chiavistello della detta porta, e per di-
spetto de' Fiorentini il portarono ad Arezzo, e può-
sonlo nella loro chiesa maggiore di Santo Donato. E
venuti i detti nemici giù per le borgora verso h cit-
tade, si scbieraro in su '1 Cafaggio di costa a' Servi,
e furono più di dodici centinaia di eavatierì e popolo
grandissimo, per molti contadini seguitigli) e di que*
d'entro ghibellini e bianchi usciti à loro aiuto ^ la
quale fu per loro mala capitaneria, come diremo ap-
presso, che si puosono in luogo* sanza acqna ; che se
si fossono schierati in su la piazza di Santa Croce,
aveanq il fiume e l'acqua per loro e per gli cavalli, e
la Città rossa ^ d' intomo fuorì delle* mura vecchie,
eh* era tutta accasata da starvi al sicuro ogni grande
oste, ma a cui Iddio vuole male gli toglie il senno •
r accorgimento. Come la sera dinanzi si seppe la no-
vella, in Firenze ebbe grande tremore e sospetto dì
tradimento, e tutta la notte si guardò la terra; ma
per lo sospetto chi andava qua, e chi là, sanza ordi-
ne niuno, isgdmbrando ciascuno le sae case. E di
vero si disse , che delle maggiorì e mìgliorì case di
Firenze di grandi, e de* popolani, e guelfi seppono
il detto trattato, e promesso aveano di dare la terra;
ma sentendo la gran forza de' ghibellini di Toscana
e nimici del nostro comune, i quali erano venuti co*
nostri usciti, temettono forte di loro medesimi, e d'es-
serne poi cacciati e rubati, si rimossono proposito ^
e inlesono alla difensa con gli altrì insieme. Certi
de' nostri caporali usciti con parte della gente, si par-
tirono di Cafaggio dalla schiera, e vennero alla porta
degli Sp;idarì, e quella combatterò e vinsono, e en-
traro delle loro insegne e di loro infino presso alU
piazza di San Giovanni ; e se la schiera grossa ch'era
io Cafaggio fosse venuta appresso versola terrft,.e
assalita alcuna altra porta , di certo non aveano rì-
paro. Nella piazza di San Gioyanni erano rranati tatti
i valenti uomini e*, guelfi cha int^ndeano alla difen-
sione della città, non però grande quantità (forse
duecento cavalierì e cinquecento pedoni) e oon forza
delle balestra grosse ripinsono i nimici fuorì della
porta, e con danno d' alquanti presi e morti. La no-
vella andò alla Lastra a' Bolognesi per loro spie, a
rapportarono che i loro erano rotti e sconfitti, e in-
contanente sanza saperne il certo, che non era però
vero, si misero in via , chi meglio poteo fuggire ; e
' Quella parte di FireLzo che à da S. Ambrogio fino a
8. Croce.
* Rimuover proponto por mtUor pmuiero potrà MSera
aggiunto al Vocabolario, dove nello stesio significato à i^
gifltrato : rimuover V animo. '
DI GIOVAIWI VILLANI. 203
seontraùdogìi ines$er Tolosato con sua gente in Ma- CAPITOLO LXXIV.
gello, che venia e sapea il vero, gli Tolle ritenere e ^^^^ ^. ^^,^ ,^^^^ ^ f^^^ ^ p^^^^ ^.
nmenare indietro : non ebbe luogo né per pneghi né | ^^^^ tempi
per minacce. Quegli della loro schiera grossa del Ca-
reggio, avuta la novella dalla Lastra, còme i Bolo- - Nel detto anno a dì 5 d' agosto, essendo preso
gnesi 8^ erano partiti in rotta \ come piacque a Dio, nel palagio del comune di Firenze Talano di messer
incontanente impaurirò, e per io disagio di stare In- Boccaccio Caviociuli degli Adimari per malificio com-
flno dopo nona a schiera alla Tersa del sole, e gran messo, onda dovea essere condannato, i suoi con-
' caldo eh* era, e non aveano acqua a sofflcienza per sorti, tornando la podestade con sua famiglia da
loro e per loro cavalli, cominciarono a cancellare e an- casa i priori, V assalirò con arme e fedirono ma-
dare via in fuga, gittando Tarmi sanza assalto o caccia lamehte, e di sua famiglia furono morti e fediti assai ; *
di cittadini, che quasi e^ non uscirono loro dietro, eletti Cavicciuli entrarono in palagio, e per forza
se non certi masnadieri di volontà; onde molti de* ne trassono il detto Talano sanza contrasto niuno,
nemici ne morirono per ferri e per tra'felare, e rubati e di questo malificio non fu giustizia nò punii ione
Tarmi e' cavalli, e certi presi f\irono impiccati nella ninna, in sì corrotto stato era allora la città di Fi-
piazza di San Gallo, e per la via in su gli alberi, renze. E la podestà ch*avea nome messer Giliolo
Ma di certo si disse^ che con tutta la partita de' Bo- Puntagli da Parma, per isdegno si partio, e tornossi
lognesi, se fossono slati fermi insfno alla venuta di a casa sua colla detfa vergogna, e la città rimase
messer Tolosato, che 1 poteano sicuramente fare per sanza rettore; ma per necessità i Fiorentini feciono
lo piccolo podere de' cavalieri difenditori eh' avea in luogo di podestà dodici cittadini, due per sesto,
in Firenjie, ancora avrebbono vinta la terra. Ma parve uno grande e uno popolano, i quali si chjamarono
operai volontà di Dio, che fossono ammaliati^, per- le dodici podestadi, e ressono la cittade iofinoa
che la nostra città di Firenze non fosse al tutto di- tanto che venne la nuova podestade.
serta, rubata, ^ guasta. Questa non preveduta vitto-
ria e scampamento della dita di Firenze, fu il dì CAPITOLÒ LXXV.
di Santa NargheriU a dì 20 del mese di luglio, gli
anni di Cristo 1 304 ^. Avemo fatta sì stesa memoria. Come i Fiorentini feciono oste e presono il castello
perchè a ciò fummo presenti, e per lo grande rì^' delle Stinche e Montecalvi che^l teneano i bianchi.
Schio e perìcolo di che Dio scampò la città di Fi- ! "
renze, e perchè i nostri discendenti ne prendano e- ' Nel detto anno e mese d'agosto , essendo la
semplo e guardia. ^ città di Firenze retta per le dodici podestadi, ordi-
' narono oste per perseguitare i bianchi e' ghibellini,
- CAPITOLO LXXIH. ! j qy^ij aveano rìbellate più fortezze e castella nel
Come gli Aretini ripresono a castello di Lolermo ' ^^"^.f ^ l^^'f '\ ^"°\?.5" "'^^ """ rubellalo il
cheH teneano i Fiorentini. , castello delle Slinche in Valdigneve a petizione de
Cavalcanti, al quale andò la detta oste, e puoservi
Nel detto anno 1304 a di 25 del mese di luglio, Tassedio e combatterlo, e per parti s' arrenderò pre-
essendo la città di Firenze in tante avversitadi e for- gioni, e '1 castello fu disfatto, e' pregioni ne furono
Ione, gli Aretini con gli libertini e* Pazzi di Valdar- menati in Firenze, e messi nella nuova pregione fatta
no vennero con lutto loro podere di gente d' arme a per lo comune in su 'l terreno degli liberti di costa
cavallo e a piede al castello /li Laterino, il quale te- a San Simeone, e per lo nome di que' pregioni venuti
neano i Fiorentini, e aveano tenuto lungo tempo pef dalle Stinche; che furono i primi che vi furono mes-
forza,'e quello colTaiuto dei terrazzani fu loro dato; si, la detta pregione ebbe nome le Stinche. E disfatto
e la rocca la quale aveano fatta fare i Fiorentini, e il castello, e partita la detta oste, ne vennero in Val-
T aveano in guardia messer GualteroUo de* Bardi , dipesa e assedfaro Hontecalvi," il quale aveano rubel-
perch*era venuto a Firenze per le noviladi che v'e- lato i Cavalcanti, e quello assediato e combattuto,
rano state, convenne s'arrendesse pochi di appresso, ' s' arrenderono salve le persone; ma uscendone uno
perocch'era rìmasa mal fornita, e per le novità di figliuolo di messer Banco Cavalcanti, per uno de' fi-
Firenze non aspettavano soccorso. E alcuno disse gliuoli della Tosa fu morto, ond' ebbono grande bia-
che gli libertini suoi parenti il ne tradiro e ingan- | simo, per la sicurtà data per lo comune, e nulla
naro, e chi disse che lo *nganno fu fatto al comune, giustizia per lo comune ne fu. Lasceremo alquanto
Della qoale perdita del castello spiacque molto a' delle nostre avverse novità di Firenze, e faremo in-
Fiorentini, perocch'era molto forte, e in una con- cidenza, tornando alquanto di tempo addietro per
Irada che tenea molto a freno gli Aretini.
' partironsi in disordine, a precipiziO| come fossero
stati sconfitti e cacciati dal nemico. Questo semplice e pri-
mitivo significato della maniera partirsi in rotta manche-
rebbe alla Crusca. •
^ storditi, attoniti, tolta la metafora dagli effetti della
' Dino Compagni data il fatto a* dì 22 luglio, e v' ag-
raccontare la fine della guerra dal re di Francia a"
Fiamminghi, la qqale lasciammo addietro.
CAPITOLO LXXVI.
Incidenza ; tornando alquanto addietro^ a raccontare
delle storie de" f'iammingh^.
Negli anni di Cristo 1303, i Fiamminghi con
gioDge particolari importanti. 1 loro Oste grandissima corsono il paese d' Artese fac-
204
CRONICHE
cendo grande dammaggio, e arsono il borgo d'Ar-
ches fuori di Santo Mieri, e pnoaonai a campo bel
boaco di là dal finnie della Liscia. I Franceacbi che
erano in Santo Mierì più di quattromila nomini a
cavallo e gente a piedi asaai col maliscalco di Fran-
cia, saviamente ingannarono i Fiamminghi, che pvte
di loro al di lungi delP oste si misono in guato ^. una
notte, e T altra cavalleria e gente de'Franceschi assa-
lirono i Fiamminghi dalla parte del borgo d'Arches.
I Fiamminghi vigorosamente tutti si misono alla in-
contra de' Franceschi, e cominciarono la EulTa; gli
altri Franceschi ch'erano nelPaguato uscirono al di
dietro sopra i Fiamminghi; i quali veggendosi im-
provviso assalire, si misono in isconfitta, e rjmason-
ne morti più di tremila, gli altri si fuggirono al pog-
gio di Casella. In questo medesimo anno e tempo
il buon messer Guido di Fiandra, il quale per re-
taggio della madre cusava ragione sopra la contea
d* Olanda e d* Isilanda^ la quale tenea il conte d' A-
naldo suo cugino, prima coir aiuto e forza de' Fiam-
minghi éorse parte della contea d' Analdo, e poi con
grande oste e navilio pass^ in lailanda, e prese la
tèrra di Middelborgo, e quasi tutto il paese é quelle
isolOs d* intomo, salvo la terra di Siligea, la quale era
molto forte e bene giiemila. In questo anno venne
di Puglia in Fiandra messer Filippo figliuolo del conte
Guido di Fiandra, e lasciò e rifiutò al re Carlo di
Puglia il contado di Tieti, di Lanciano, e della Guar-
dia in Abruzzi, il quale egli tisnea in fio dal re e
per dote della moglie, per soccorrere JI padre è'
fratelli e il suo paese di Fiandra, e amò meglio d'es-
sere povero cavaliere senza terra, per aiutare e aoc-
correre la sua patria e avere onore, che. rimanere
in Puglia ricco signore. Incontanente che fu in Fian-
dra, da* Fiamminghi fu fatto signore e capitano di
guerra, il quale, uso in Italia e in Toscana e in Ci-
cilia alle nostre guerre, fu molto sollecito è franco,
perocché alquanto era di testa, e coli' oste de* Fiant-
minghi andò sopra santo ìliim^ e corse è distrusse
gran parte del paese infino alla marina ; e poi as-
sediò la guasta terra dell' antica città di Ternana in
Artese, perocché era senza mura, pur cinta di fosse,
e dentro v' erano in guardia duecento cavalieri lom-
bardi, e millecinquecento pedoni toscani e lombardi
e romagnuoli con lance lunghe e tutti bene armati
alla nostra guisa, onde i paesani di là si maravi-
gliavano molto, e di loro aveano grande spavento \
ì quali avea fatti venire di Lombardia messer Hu-
Bciatto Franzesi e messer Alberto Scotti di Piacenza,
la quale era una buona masnada e valente, e d' on-
dp i Fiamminghi più torneano. E credendogli i Fiam--
minghi avere presi in Ternana, perocché per la mol-
titudine di loro , eh' erano più dì cinquantamila,
aveano preu per forza la porta, e valico il fosso,
i Lombardi e' Toscani faccendo serragli e sbarre
nella ruga della terra, ritegnendo e .combattendo co'
Fiamminghi, si gli resistetiòno tutto il giorno ; ma
crescendo la potenza de' Fiamminghi, per la molti-
liCdine loro compresono tutta la terra d'intorno, sal-
vo dalla parte del fiume, e credendosi avere cir-
' agfOAto.
condati e presi tutti i Lombardi senza riparo; nu
i Lombardi e* Toscani, come savi e maestri di guer-
ra, feciono uno bello e subito argomento al loro
scampo, e a ingannare i Fiamminghi : ciò fu, eh* e-
glino stiparono^ due case Tuna incontro airaltniy
le quali erano in capo del ponto del fiume della Li-
scia che correa di costa alla torre, è vegnendo rì-
tognendo la battaglia manesca^ coi Fiamminghi, la-
sciandosi perdere di serraglio in serraglio al loro .
scampo e ritratta, come . furono prèsso al ponto mi-
sono fuoco nelle detto case stipato, e yaìicaronò il
ponte sani e salvi, e di là M fiume slavano schie-
rati sonando loro s(romenti, e faccendo schfrnie^
de' Fiamminghi, e saettando loro ; e poi ricolti tutti,
se n'andarono alla torre d'Aria in Artose, e poi
alla città di^Tomai. I Fiamminghi, per la forza del
gran fuoco non ebbono podere di seguirgli , . on-
de rimasono con onta o vergogna scornati dello
ipganno de' Lombardi, [e per cruccio misono Xuò-
co, e arsero e guastarono totla la città di Terna-
na; e poi senza soggiorno se n'andarono per Ar-
tese guastando il paese, e pnosonsi ad osto alla forto
e' ricca città di Tornai quasi intomo intomo con loro
grande esercito continuo, e crescendo loro oste. Ma la
città era ben guernita di buona cavalleria e delle ma-
snade de' Lombardi e Toscani, che poco o niento gli
curavano ; ma di continuo le detto masnade uscivano
fuori della terra, e assalivano 1' oste de' Fiamminghi
di di e di notto, dando loro molto aOanno e solleci-
tudine, e faccendo romire ^ la grandissima oste ; e
come erano cacciati da' Fiamminghi, si riduceano in
su' fòssi di fuori sotto la guardia delle torri della
città e de* loro balestrieri ordinati in su le mura ; e
nulla altra gento facea guerra a' Fiamminghi, e di cui
più'temessono ; e per questo modo "sovente gabba-
Vano i Fiamminghi. In questa stanza dell' assedio" di
Tornai, Io re di Francia molto straccato di spendio,
pec trattato del conte di Savoia si presono triegue
per uno anno da lui a' Fiamminghi, e levossi V asse-^
dio di Tornai; e'I conte Guido di Fiandra fu lascia-
to di pregione sotto sicurtà di saramento e di sta-
dichi, e di ritornare in pregione infra certo tempo ;
e andò così vecchio com*era in Fiandra con grande
allegrezza per vedere suo paese libero dalla aigno-
ria de* Franceschi, e fare festa a' suoi discendenti e
buona gento del paese. É ciò fatto, disse, che omai
non curava di morire, quando a Dio piacesse ; e per
lo saramento si tornò in pregione a Compigno, e
poco stante sì mori ; e rendè V anima a Pio in aggio
di più di ottant' anni, come valento e savio uomo, e
buono signore; e, lui morto, il corpo suo fu recato
in Fiandra,^ è seppellito a grande onore.
' circondarono di AtlpA, doé di sterpi seòchi, stoppi* •
legno minato da far ftioco.
* battaglia serrata, da vicino : manca alla Cmsca, doro
paro si cercherebbe invano: battaglia di mano^ per a$§aUo
repentino dato a una piazza forte. Combattere maneseameiUé
vale da vidmOf por qusnto spazio s* arriva colle mani —
Più sotto vedi, un bellissimo modo^ non anche registrato,
laecioirsi perdere.
* scherno, schemi, beffo.
* romoreggiaro.
DI GIOVANNI VILLANI.
205
capìtolo LxrviL
Come fa sconfitto e preso in mare messer Guido di
Fiandra colta sua armata^ datf ammiraglio del re
di Francia,
Falliie le trìeguedal re di Francia a* Fiammin-
ghi 1^ anno appresso 1 304, lo re di Francia fece ano
grande appareochiamentp di molti baroni per andare
in Fiandra, con più di dodicimila buoni cavalieri gen-
tili nomini, e con più di cinquantamila pedoni ; e col
detto esercito e cpn grande fornimento passò in Fian-
dra. In mare fece suo ammiraglio messer Rtni^ri de"*
Grimaldi di Genova, valente e franco uo;no e bene
avventarosò in gnerra di mare, il quale da Ge-
nova venne nel mare di Fiandra con sedici galee
bene armate al soldo del re, 'per guerreggiare per
terra e per mare i Fiamminght, per levare l'as-
sedio della terra di Siligea in Silanda^, alla quale
era il buono e' valente messer Guido di Fiandra con
più di quindicimila Fiamminghi sanzà quellf del paese
di sua parte. E corseggiarono, e fatta gran guerra
alle terre marine di Fiandra, e preso molto ìiavilie
con meroatanzie de** Fiamminghi per lo detto ammi**-
raglio si andò per soccorrere Siligea con veutf navi
armate a Calese, e colle dette sedici galee. Messer
Guido di Fiandra veggendolo venire, lasciò fornito^
in terra air assedio a Siligea con diecimila Fiammin-
ghi, e armò ottanta navi, ovvero cocche, al modo di
qaello mare, fornite con castella per battaglia, e in
ciascuna mise il meno cento uomini Fiamminghi e del
paese, ed egli in persona con molta buona gente,
salì in so la detta armata e navilio, t^vendo il detto
messer Rinieri Grimaldi e' Genovesi per niente, per
lo poco navile eh" avea a comparazione del suo ; ma^
non istimava quello che portavano in -mare le galee
de** Genovesi annate. S) s'affrontaroho insieme, eTas-
salto fu grande e forte e furioso del navilio di mes-
ser Guido per gli Fiamminghi, per lo sopraslare che
le sue navi colle castella armate faceano alle galee
deir ammiraglio. Ma messer Rinieri conoscendo il
modo ^el combattere di quelle navi, e della marea e
ritratta che fa quel mare per lo' fiotto^ sì si ritrasse
addietro a remi colle sue galee, e lasciò le suo navi
per mbbandonat;, le quali erano armate di genti di
quella marina *, onde la maggior parte furono prese
e isbarattate, e credevasi messer Guido e" Fiammin-
ghi avere vittoria de" suoi nemici, e messo V ammira-
' B ttsto jyaitDnaiì: Fiandra^ ma per errore. Vedi più
•otto oap. LUvm e eap. LXXIX.
' fonùmento, appareeeliio" di forse da cpoerra:. manca
In questo senso il sost. fornito alla Cfosca, dove per altro
è recato un passo del lib. X, LXXV: voUe aver cavagli e
/amigtU veetiU, e eavaUerif e donzelle^ e fomiti di arnesi e
aver larga tavola, E quivi si notò die tale è la ledono del
testo Davansati e di allri buoni testi a p«ina, qnantanqne i
deputati -alla corr. del Deeam. coirteggtaio questo luogo
leggendo fomite. Ma come, io dimando, ftiggì d' occhio a'
compilatori questo passo del lib. Vin, col quale confronta ap-<
puntino r ediz. de' Giunti, è dove il fornito ha nuovo e
bellissimo significato?
' La Giuntina: ma non istimava qudlo che porta U
mare. Le galee d^ Genovesi armate^ si s* affrontaroiìÒ in-
eieme ecc.
glio in fuga. Ma il savio ammiraglio attese colle sue
galee tanto che tornò il Dotto colla piena marea, co-
m^è costume di quello mare, e la sua gente rinfìre-
soata venne con forte rema^ delle sue galee come ca-
valli correnti, e con molti balestrieri e moschetti in
su ciascuna galea assalendo e saettando le cocche e
navi deTiamminghi, onde molti furono fediti e mòrti.
I Fiamminghi non costumati di sì fatto assalto e bat-
taglia, e non potendo per forza di vele tornare ad-
dietro né ire innanzi, isbigottiròno molto. I Genovesi
con loro navilio mescolandosi tra 1 navilio deTiam-
minghi, sì si misono quattro galee colf ammiraglio a
combattere la grande cocca dello stendale, ov" era
messer Gnido di Fiandra co" suoi baroni, e quella per
forza di saettamento e per prestezza di gente con le
spade in mano tagliando da pia* parti in su la cocca^,
quella presono con molti fediti e morti da ciascuna
parte^ e messer Guido, tra gli altri eh" erano rimasi,
^arrendeo pregione. E presa la nave di messer Gui-
do, Taltre furono tutto sconfitte e la maggior parte
prese. E per abbondante^ la gente de"Fiamminghi che
erano air assedio a Siligea fìirono assediati eglino, e
per difetto di vittuaglia chi fuggì a pericolo di mor-
te, e chi s^arrendeo pregione; e messer Guido con
molti altri ne fu menato preso in Francia^a Parigi..
Questa pericolosa e grande sconfitta ebbono i Fiam-
minghi air uscita del mese d" agosto gli anni di Cri-
sto 1 304. Ih questo medesimo tempo certi di Baiona
in Guascogna con loro navi, le quali chiamano coc-
che, passarono per lo stretto di Sibilla, e vennero
in questo nostro mare corseggiando^ e feciono danno
assai; e d" allora innanzi i Genovesi e" Viniziani e"Ca^
talani usaro di navicare con le cocche, e lasciarono il
navicare delle navi grosse per più' sicuro navicare, e
perchè sono di meno spesa : e quésto fu in queste
nostre marine grande mutazione di navilio.
CAPITOLO LXXVIII.
Come lo re di Francia sconfisse i Fiamminghi a
' MonsimpeterL
Nella detta slate innanzi la sopraddetta sconfitta
di messer Guido .di Fiandra, i Fiamminghi sentendo
la venuta che ^1 re di Francia facea sopra loro, fe-
ciono grande apparecchiamento d^oste, e furono più
di sesQantamila, e con loro signori e capitani messer
Filippo di Fiandra, e messer Gianni conte di Namnrro,
e messer Arrigo suo fratello, e messer Guglielmo di
Ginlierì, con gli altri baroni di Fiandra e di Namnrro,
e d"Alamagna, e altri lóro amici vennero con Joro
oste a Lilla e «Ila frontiera, per contradiare al re o
a sua gente T entrata in Fiandra. La gente del re ve-
• ' con forte remata: nuòvo e "bel vocabolo da aggiungere
alla 'Cruscai tja Giuntina legge: con forti remi, ma il senso
ne dà « traverso.
^ Le parole qui soTverchiano il senso, ma non & cosa
nuova ne' cronisti antichi Cocca è spooio di naviglio.
' La Giuntina legge per errore : E presa la nave di messer ,
Guido, le altre furono tutte sconfitte, e la maggior parte
prese e per abbandonate. La gente de^ Fiamminghi ecc. Ri-
tenendo la lesione del testo Davansati, per abbondiate è
i bel modo ancora da regiftrare, che vale «opropptU.
2Q6
CBOMICHE
gnendo dalla parie di Tornai, fcciono una grande pun-
ga ' al passo del ponte Agandino in sa la Liscia per
passare il fiume, e fuvvi morto il valente cavaliere
messer Gianni Buttafoco di que^ di Gianville con più
altri cavalieri franceschi, ma alla fine i Franceschi
farono vincitori del passo, e valicò il re con tutta sua
oste, e accampossi tra Lilla e Doagio nella valle del
luogo detto Monsimpeverì. I signori di^iandra con
loro oste scesono di Monsimpeveri ove erano accam-
pati, e stesono loro alberghi e tende, e accamparsi
nella piaggia sanza dirizzare tende o trabacche, con
intenzione di venire alla battaglia incontanente, per
le novelle eh* aveano già della sconfitta d* Isilanda di
messer Guido; e puosonsi^ alla rincontra del re di
Francia e di sua oste, e scesono tutti a pie, chi avea
ctvallo, apparecchiati di combattere; e aveano tanto
carreggio^ che di loro carri per loro fortezza e si-
curtade si chiusono intorno intorno tutta loro .oste,
che girava più di tre miglia, e lasciarono^ al ctfmpo
cinque uscite. Ma intanto feciono mala capitaneria di
guerra, che quando stesono i loro padiglioni e tra^
bacche levandosi dal poggio di Monsimpeveri,- tutto
torciarono^ e caricarono co' loro arnesi e vittuaglia
in su le loro carra, e quasi eglino medesimi s* as-
sediarono e asseccaròno ^; ondej Franceschi assa-
lendogli al continuo iu i]uella giornata con quattor-
dici battaglie, ciò fono schiere, eh' aveano fatte di
loro cavalleria, che di ciascuna era capitano e gui-
datore uno de' maggiori signori di Francia, legnen-
dogli a badalucchi e aggirandogli d' intorno con loro
schiere ordinate, sonando trombe e nacchere al con-
tinuo, molto gli affannavano; e eglino rinchiusi nel
carrino * , poco si poteano aiutare e olTendere i Fran-
ceschi. E oltre a questo, faccendo i Franceschi ve-
nire ì loro pedoni, e spezialmente i bidali, ciò sono
Navarres i, Guasconi, e Proenzali, e. con altri di Lin-
(uadoca, leggieri d'arme, con balestra e con loro
dardi e giavellotti a fusone^, e con pietre pugne-
recce* conce a scarpelli a Tomai, onde il re avea fa^i
venire in su più carra, assalirò il c^irreggio de' Fiam-
minghi, e in più parti lo 'ntorniaro e rubaro, e istan-
do in su' carri de* Fiamminghi saettando e gittan-
do pietre, e dardi alle schiere, onde molto forte
affliggeano il popolo di Fiandra; e massimamente per-
chè '1 tempo era caldissimo, e il fornimento di bere e
di mangiare de' Fiamminghi (rhe poco possono sta-
* pugno. Vada per quali! cho dicono Avere qualche
volta la rima &tto foraa al divino AUighierì : Pttre a nei
converrà vincer la punga. Vedi usata questa voce anche da
Matteo Villani lìb. IV, cap. XXV, dalBocc. neìVAmHo, e dal
Bacchetti nelle Rimej Le metatesi erano frequentissime nel
pinole e negli scrittóri. Cosi d arrerrà di leggere ne* prò-
$aU>ri antichi $Ufrmentii itrvpo, prUtOj grcUa, fràUm» ecc.
per ttromentif itupro, pietra^ gloria^ lagrima,
' legarono, attorsero insieme. Dante Varad. e. IV. dice :
Bé mille volte violenza U torza^ ove torza^ vale torcia scam-
biando air nstfto di que' tempi e . del nostro volgo il et in
s. Il testo Ms. Davanzati legge a sproposito tornarono.
* si consumarono, si ridussero allo sfl'emo. Nel lib.
antec e. LXVin abbiamo asteccargli di vivanda e vincergli: e
al e. LXX aueccheremo lo re Carlo,
* trincea formata di carri, o del carriaggio in genere.^
' in copia grande.
" appuntate, atte a pungere.
re digiuni) era loro malagevole e Bon ordinato da
potere avere, perocch' era in su' earrì, onde molto
furono confusi. E stando in questo tormento infino
presso al vespro, non potendo piùdnrare, quasi co-
me disperati di salute, alquanti di loro co' loro si-
gnori e capitani ordinarono d"^ uscire della baatìta
de' carri, e assalire l'oste de* Franceschi; e il buono
mes3f r Guglielmo di Giulieri con certi eletti di Brag-
gia e del Franco di Bruggia fu una schiera, e messer
Filippo di Fiandra con eerti di quegli di Gante e del
paese un' altra schiera, e m'esser Gianni conte di Na-
murro con certi di quegli d'Ipro e della marina fu-
rono un' altra schiera. E subitamente^ non .prenden-
dosi guàrdia di ciò i Franceschi, uscirono a uno se-
gno e grido del loro campo* da tre parti, con grande
furia e romore assalendo aspramente i Franceschi; efii
si grande e fòrte T assalto de' Fianuninghi, che messer
Cario di Yalois, e '1 conte di San Polo, e più altre
schiere furono rotte; e'misonsi in volta. U buono messer
Guglielmo di Giulieri con que' di Bruggia e del Franco,
se n'andarono diritto alle logge e padiglione del re
di Francia con si gran furia, uccidendo chiunque si
parava loro innanzi, sicché non ebbono quasi nullo
contrasto; sì ' furono al padiglione del re, trovando
gli arrosti e la vivanda della cena de' Franceschi a
fuoco, e quelle tutte rubaro e mangiarono, e andan-
do cercando la persona del re, il trovarono isprov-
veduto e quasi disarmato, a pie, che indosso non a-
vea arme, se non uno ghiazzerino^; e perchè noi tro-
varono coir armi reali indosso, noi conobbono, che di
certo morto lo avrebbono, che n' aveano il podere,
e avrebbono finita la loro guerra, se Iddio l' avesse
assentito ; e pure cosi sconosciuto, ebbe lo re trop-
po a fare a montare a cavallo, e furongli morti «'pie
parecchi grandi borgesi di Parigi, eh' aveano l' uf-
Gcio di metterlo a cavallo. Ma come fu montato, co-
minciò a sgridare i suoi e a dare loro conforto, e
di suo corpo fare maraviglie d'arme, come quegli
eh' era forte, e di fazione ^ di corpo il meglio Tor-
nito che nullo cristiano che al suo tempo vivesse;
sicché in poca d' ora s' ebbe riscosso da' neauci, e
messigli in volta, e ricoverato ^ il campo. E messer
Carlo suo fratello e gli altri baroni che con loro schiere
de* cavalieri fuggiano, sentendo che il re con sua
schiera tenea campo, tornare addietro e ingrossa-
re la battaglia del re,. e fu sì possente^che mise in
rotta e in isconAtta i Fiamminghi. E in quella pugna
rimase morto il buono messer Guglielmo di Giulieri
con più cavalieri e baroni è buoni borgesi ch'erano
con lui, ma non sanza gran dammaggio de' France-
s(;hi, eh» in quello assalto morie il conte d' Alzur-
ro, e '1 conte Sansurre, e messer Gianni figlinolo
del duca di Borgogna, e più altri baroni e cavalieri
in quantità di millecinquecento e più, e de' Fiammin-
ghi vi rimasono morti più di seimila, e luciarono lutto
il loro canino e arnese; e durò P aspra e dura bat^
' infincliè : così Dante In/, 29 : Che nùn guardoèti iu lù^
ri fu partilo.
' armatura di maglia da indossarsi a guisa di corazza.
' forma, struttura.
^ ricuperato, racquietato.
DI GIOVANNI VILLANI.
207
taglia infino alla notte con torchi accesi. E dì certo
per virtù solo della persona del re, i Franceschi vin-
sono e ebbono vittoria della detta battaglia : e mes-
ser Filippo di Fiandra coh gran parie de' Fiammin-
ghi si fuggirò, e ricoverarono la notte, in Lilld : e
messer Gianni di Namurro e messer Arrigo sao fra-
tello fuggirono la notte a Ipro, e rimase lo re coTran-
ceschi vincitori in sa '1 campo. L' altro dì appresso
ordinò eh' e" Franceschi morti fossono soppellìfi, e
così fa fatto in una badia fa qaale è ivi di costa al
piano ove fa la battaglia, e fece decreto e gridare
sotto pena del cuore e d' avere ^, che a nullo ,corpo
de' Fiamminghi fossa data sepoltura, ad esemplo e
perpetuale memòria. E io scrittore ciò posso testi-
moniare di vero, che a pochi dì appresso fui in su'l
campo dove fti la battaglia, e vidi tutti i^ corpi morti
e ancora non intamati^. E la detta battaglia fu al-
l' uscita del mese di settembre, gli anni di Cristo 1304.
CAPITOLO LXXIX.
Come poco appresso la sconfitta di Monsimpeteri^ t
Fiamminghi tornarono per combattete col re di
Francia^ e ebbono buond pace. '
V altro dì appresso ohe'l re di Francia ebbe avuta
la vittoria de' Fiamminghi, sì si parti di quello luogo
ove fu la battaglia, e con tutta sua oste si puose
all'assedio alla terra di Lilla, ov'era rinchiuso e
rimaso messer Filippo di Fiandra con certa -buona
gente d' arme per difendere la terra e quella tut^a
circondata, sì che nullo ne potea uscire nò entrare ;
e girava Toste del ré più di sei miglia, e fece riz-
zare molti dificii e torri di legname per combattere
la terra e '1 castello, il quale era molto forte e Jiiello,
fatto per lo re alla prima guerra ; e di certo sanza
lungo dimoro si credea il re avere la villa e "1 ca-
stello per forza o per fame. In questo stante avvenne
grande maraviglia, e bene da farne nota e ricor-
danza; che' tornato messer Gianni di Namurro a
Bruggia, e richiesti quegU del paese al soccorso di
LiUa, non isbigottiti nò spaventati delle due grandi
sconfitte ricevute così di corto a SiLisea in mare é
a Monsimpeveri, ma con grande ardire e buono vo-
lere tutti quegli del paese lasciando ogni loro arte e
mestiere 's' apparecchiarono di venire all' oste ; e in
tre settimane dopo la sconfitta, ebbono rifatti padi-
glioni e trabacche, e chi non ebbe panno lino, si
le fece di buone bianche^ d'Ipro e di Ganto. E ran-
nato di tutto il paese il Carreggio e tutti i forni-
menti d'oste, armaronsi no^ilemente, e tutti per com-
pagnie d' arti e di mestieri, con soprasberghe nuove
di fini drappi divisata l' una compagnia dall' altra, e
furono bene cinquanta migliaia d'uomini d'arme, e
tutti si giurarono insieme di mai non tornare a loro
' a pena delia vita e de* beni, maniera usatÌBsima negli
statuti antichi.
* non per anche guasti o putrefatti, dal francese tnta-
mi. n testo Davansati legge intaminati , alla latina, per
incorrùtHy ma quel non guasta.
' bianchette o panni di lana bianchi per uso di fode-
rare abiti da inverno.
casa^ ch'eglino avrebbono buona pace dal re, o di
combattersi con lui e con sua gente, perocché me-
glio ambivano di morire alla battaglia cbe vivere in
servaggio. E cosi caldi e disperati ne vennero al
ponte a Guarestona sopra la Liscia presso di Lilla, e
accamparonsi incontro all'oste del re di Francia; e
per loro araldi (ciò sono uomini di corte) feoiono
richiedere lo re di battaglia. Quando lo re vide ve-
nuto così grande esercito di Fiamminghi in così poco
di tempo e così disposti a battaglia, si maravigliò
molto, e temette forte, avendo assaggiato a Monsim-
peveri la loro disperata furia ; e richiese suo consiglio
de' suoi baroni, de' quali non v' ebbe ninno sì ardilo
che non avessd temenza,* dicendo al re di concordia :
Benché Iddio addesso ci desse di loro la vittoria^ non
sarebbe sanza grande pericolo della nostra gente e
cara baronia, perocch'^essi combatteranno come gente
disperata. Per la qual cosa il duea di Brabante, che
era venuto come mezzano nclf oste del re col conte
di Savoia insieme, s'intramisono d'accordo e pace
dal re a' Fiamminghi ; e come piacque a Dio, e per
la tema de' Franceschi, la pace fu fatta e confermata
in questo modo : eh' e" Fiamminghi rimarrebbono in
loro franchigia e libertà per lo modo antico e con-
sueto, e ch'eglino riavrebbono i loro signori liberi
delle carceri del re di Francia, ciò era messer Ro-
berto di Bettona primogenito del conte Guido di Fian-
dra, e che succedea a essere conte, e messer Gu-
glielmo di Fiandra, e messer Guido di Namurro suoi
fratelli, e più altri baroni e cavalieri, e borghesi fiam-
minghi presi; e che il re restituirebbe al conte d'U-
niversa figliuolo del detto messer Roberto conte di
Fiandra la contea d'Universa. e quella di Rastrello,
le quali il re di Francia per la guerra gli avea tolte
e levate. D' altra parte i Fiamminghi per patti della
*pa6e e ammenda al re, lasciavano a queto tutta la
parte di Fiandra dal fiume della Liscia verso Fran-
cia che parlano Piccardo, cioò Lilla, Doai, e Orci, e
Bettona, con più villate ; e oltre a ciò pagare al re
in certi termini libbre duecentomila di buoni parigini.
E così fu giurata e promessa, e messa a scguizione,
e in questo modo ebbe fine la dura e aspra guerra
dal' re di Francia a' Fiamminghi. Lasceremo di que-
sta materia, ch'ha avuto suo fine, e torneremo a
nostra, a dire de' fatti d'Italia e della nostra città di
Firenze, ch'assai novità furono in questi tempi. E
prima della morte di papa Benedetto, e di quegli che
succedette appresso.
CAPITOLO LXXX.
Come mori papa Benedetto^ e della nuota elezione
di papa Clemente quinto.
Negli anni di Cristo- 1304 a dì 27 del mese
di luglio, morì papa Benedetto nella città di Perugia,
e dissesi di veleno; che stando egli a sua mensa a man-
giare, gli venne uno giovane vestito e velato in abito
di femmina come senigiale delle monache di Santa
Petronella di Perugia, con uno bacino d'argento, iv'en-.
tro molti belli fichi fiori, e presentogli al pi\pa da
parte della badessa di quello monastero sua divota.
I lì papa gli ricevette a gran festa, e perchè gli man-
208
CROMICHE
giava ToleDUeri, e sansa tarne fare saggio, perchè era
presentato da femmiiia, ne mangiò assai, onde incon-
tanente cadde malato, e in pochi di morfo, e fn sop-
pellito a grande onore a^ frati predicatori, eh' era di
qaello ordine, in Santo Ercolano di Perugia. Qoesli
fii bnono uomo, e onesto e giusto, e di santa e reli-
giosa vita, e avea yoglìa di fare ogni bene, e per
invidia di certi de' suoi frati cardinali, si disse, il
feciono per lo detto modo morire; onde Iddio nò
rendo loro, se colpa y'^ebbono, in brieve assai giusta
e aperta vendetta, come ai mostrerà appresso. Che
dopo la morte del detto papa nacque scisma, e fu
grande discordia infra "1 collegio de"* cardinali d'eleg-
gere papa, e per lord sette eilino divisi in due parti
quasi uguali; delFuna era capo messer Matteo Rosso
degli Orsini con messer Francesco Guatant nipote che
fu di papa Bonifazio, e delf altra erauo caporali mes-
ser Napoleone degli Orsini dal Monte e 'I cardinale da
Prato, per rimettere i loro parenti' e amici Colonaesi
in istato, ed erano amici del re di Francia, e pendea-
no in animo ghibellino. Ed essendo slati per tempo
di pih di nove mesi rinchiusi, e costretti per gli Per
rugini perchò chiamassono papa, e non poteano avere-
concordia, alla flne trovandosi il cardinale da Prato
con messer Francesco cardinale de' Guatani in se-
greto luogo, disse : Noi facciamo grande miUf e gua~
'Slamento delia Chiesa a non chiamare papa, E mes-
ser Francesco disse : £' noiI rimane per me. Quello
da Prato rìspuose : E s'to ci trovassi buono mez%Oj sa-
resti conlento? Rispuose di si; e cosi ragionando
insieme vennero a questa concordia, per industria e
sagacità del cardinale da Prato, trattando coi detto^
messer Francesco Guatani :' in questo modo gli diede
il partito, che Funo collegio per levare ogni so-
spetto eleggesse tre oltramontani, sofQcienti uomini
al papato, cui a loro piacesse, e P altro collegio in-
fra quaranta di prendesse V uno di ^ue' tre, cui a loro
piacesse, e quegli fosse papa. Per la parte di mes-
ser Francesco Guatani fu preso di fare la lezione, cre-
dendosi prendere il vantaggio, e elesse tre arcive-
scovi oltramontani, fatti e creati per papa Bonifazio
ano zio, molti suoi amici e confidenti, e nemici del
re di Francia loro avversario, confidandosi quale che
r altra parte prendesse, d' avere papa a loro senno e
loro amico. Infra quegli tre, fu T arcivescovo di Bor-
dello il primo più confidente. U savio e provve-
duto cardinale da Prato si pensò che meglio si
potea fornire il loro intendimento a prendere mes-
ser Ramondo del Xiotto arcivescovo di Bordello,
che nullo degli altri, con tutto chQ fosse creatura
del papa Bonifazio, e non amico dèi re di Fran-
cia, per offese fatte a' suoi ìielfa guerra di Guascogna
per messer Carlo di Yalois; mf conoscendolo uomo^
vago d'onore e di signoria, e ch'era Guascone, che
natui'almente sono cupidi, che di leggieri si potea
pacificare col re di Francia ; e cosi presono il partito
segretamente, e per saramento egli e la sua parte del
collegio, e ferme^ dall' uno collegio alfaltro le carte
' fsrtaàte,' approvate, rese valide per coovendon! stabi-
lite in pubblico e rogate. Fermar carte e carie ferme son
modi ohe mancano alla Crusca, o vi stan sottoeeopn^ e
male spiegate.
e cautele delle dette jconvenenze e patti, per eoe lei»
tere proprie e degli altri cardinali di sua parte scrìs-
sono al re di Francia, e inchiùse dentro sotto loro
auggelli i patti e conv^nenze e commissione da loro
all' altra parte del collegio, e per fidati e buoni cor-
rieri ordinati 'per gli loro mercatanti (non sentendone
nulla r altra parte) mandarono da Perugia a Parigi
in undici dì, ammonendo e pregando il re di Francia
per Io tenore delle loro lettere, che s'egli volesse
racquistafe suo stato in Santa Chiesa, e rilevare i suoi
amici Colonnesi, che '1 nimico si facesse ad amico,
ciò era messer Ramondo del Gotto arcivescovo di
Bordello, 1' uno de' tre eletti pie confidenti dell* altra
parte, cercando t- trattando coq lui patti larghi per
se e per gli amici suoi, perocché in sua mano era ri-
messa la lezione dell' nno di que'tre, cui a lui pia-
cesse. Lo re di Francia avute le dette lettere e com-
missioni, fu molto allegro e sollecito alla impresa.
In prima mandate lettere amichevoli permessi in Goa-
scognt a messer Ramondo del Gotto arcivescovo di
Bordello, cfie gli si facesse incontro, che gli volen
parlare; e infra i presenti aei di fu il rè perwnalmente
con poca compagnia e segreta conferito col detto arci-
vescovo di Bordello, in una foresta a una badia nella
contrada di Spn Giovanni Apgiolini ; e udita insieme
la messa, e giurata in su l'altare credenza, lo re parla-
mentò con lui, e con belle parole, di riconciliarlo con
messer Carlo, e poi sì gli disse : Vedi arcivescoto^ s"
ho in mia mano di poterti fare papa s' io voglio, e
perà sono venuto a le: e perciò^ se tu mi promet--
terai'di farmi sei graùe ch^io ti\domanderò, io U
farò questo onore : e acciocché tu sie certo cA' to
n'ho il podere, trasse fuori e mostrogti le lettere
e le commissioni dell'uno collegio de' cardinali e del-
.l'altro. Il Guascone covidoso della dignità papale,
veggendox»sì di subito come nel re era al tutto di
poterlo fare papa, quasi stupefatto dell'allegrezza gli
si glttò a' piedi, e disse : Signore mio, ora conosco
che m' ami più che uomo che sia , e vuoimi reti-
dere bene per male: tu hai ,a comandare e io a
ubbidire, e sempre sarò così disposto. Lo re il ri-
levò suso, e bfisciollo in bocca, e poi gli disse:
Le- sei spewiali graM ch'aio voglio da te sono qu0^
ste. La prima, che tu fni riconciU perfettamente colla
Ckiesa, e faccimi perdonare del misfatto cA' io àon^^
misi della presura di papa Bonifacio. Il secondo,
di ricomunicare me ^è* miei seguaci. Il ter%o arti^
colo, che mi concedi tutte le decime del reame per
cinque anni per aiuto alle mie spese e' ho fatte per
la guerra d^Fiandra. Il quarto, che tu tni prometti
di disfare e annullare la memoria di papa Boni»
fa%io. Il quinto, che tu renda T onore del cardino^
lato a messer Iacopo e • messer Piero della Colone
na, e rimettigli in islato, e facci con loro insieme
eerti miei amici cardi$iali. La sesta grazia e prò-"
messa mi riservo a luogo e a tempo, eh'' è segréta
è grande. L'arcivescovo promise tutto per saramento
in sul Corpus Dominil e oltre ^ ciò gli die* per h^
stadichi il fratello e due suoi nipoti; e lo re gìiirò
a lui e promise di farlo eleggere papa. E ciò fatlo
con grande anoore e festa si partirò, menandone i
detti stadichi sotto coverta d'amore e di riconciliar-
•t
* V
V.
DI GIOVANNI YILLANL
209
gli coD messer Carlo, e tornossi lo re a Parigi; e
iocontaoeDte riscrisse al cardinale da Prato e agli al-
tri di ano collegio, ciò eh' avea fatto, e che sicura-
aente eleggessono papa messer Ramondo del Gotto
arcivescovo di Bordello, siccome confidente e per-
fetto amico. B come piacque a Dio, la bisogna fa si
foUecita, che in treotacinque di fu tornala la risposta
del detto mandtito alla città di Perugia molto segreta.
E avuta il cardinale da Prato la detta risposta, la
manifestò al segreto al suo collegio, e richiede cau-
tanente V altro collegio, che quando a loro piacesse
li congregassono in ano, ch^ eglino voleano"^ osser-
vare i patti, e cosi fu fatto di presente. B rannati
iBiieBie i dfetti collegi, e come fu bisogno a ratifi- '
care e confermare V ordine de' detti patti con yallate
cade e saramenti fu fatto solennemente. B ciò fatto,
fcrlo detto cardinale da Prato proposta saviamente
vaiaotorilà della Santa Scrittura, che a ciò si con-
fkea, e per V autorità a lui commessa per lo modo
detto, elesse papa il sopradetto messer Ramondo del
Gotto arcivescovo di Bordello \ e quivi con grande
allegrezza da. ciascptia parte fu accettato e (inferma-
to, e cantato con grandi voci Te Deum laudamus
tic, oon sappiendo la parte di que' di papa Bonifazio
lo 'aganno e '1 tranello.^ compera andato, anzi si
dtdeano avere per papa quello uomo di cui più si
confidavano : e gittate fuori le polizze della lezione,
gran contrasto e zuffe ebbe ti'a le lofo famiglie, che
dascuDo dicea ch'era amico di sua parte. E ciò. fat-
to, e asciti i cardinali di là ov'erano iochiusi, incon-
tanente ordinerò di mandargli la lezione e decreto
oltre i monti là dov' egli era. Questa lezione fu fatta
idi 5 di giugno gli anni di Cristo 13P5, ed era
itata vacata la sedia apostolica dieci mesi e ventotto
di Avemo fatta sì lunga menzione di questa lezione
^ P*P*9 P^ ^^ sottile e bello inganno come fatta
fi, e per esemplo del futuro, .perocché grandi cose
•e seguirono appresso, come per innanzi Taremo al
^po del suo papato e del successore memoria. E
^teala lezione fu cagione perchè il papato rivenne '
*!& oltramontani e la corte n' andò oltre i monti,
■Kcàè del peccato commesso per gli cardinali ita-
^ della morte di papa Benedetto, se colpa v' eb-
^, e della firodoleoie lezione furono bene castigati
^ finasconi, eome diremo appresso.
CAPITOLO LXXXI.
lUs eùr(ma%ioné di papa Clemente quinto^ e de'*
cardinali che fece.
\ 4
fortata la lesione e '1 decreto all'eletto papa
*òf(acovo di Bordello infino in Guascogna dov* egli
^ tecettò il papato allegramente, e fecesi nominare
n> Clemente quinto, e incontanente mandò per sne
^f^ oKando totti i cardinali, che senza indugio ve-
^^^^ sUb sua coronazione a Leone sopra il Roda-
^^tegogna, e simile richiese il re di Francia,
*^ i'hghilteiTa, e quello d' Araona, e tatti i
i^na0i tranuu
^*iiih tomo Su posstaso.
nominati baroni di là da' monti, che fossoao alla sua
coronazione. Della quale richiesta e citazione, la mag-
giore parte de' cardinali italiani si tennero gravati e
forte ingannati, credendosi, che avuto il decreto, ve-
nisse a Roma a coronarsi : e messer Matteo Rosso
degli Orsini, eh' era il priore de' cardinali e il più at-
tempato, e che più mal volentieri si partiva da Roma,
avvedutosi dello inganno ch'egli e la sua parte avea-
no avuto di questa lezione, disse al cardinale da
Prato: Venuto sé" alla tua di conduceme oltre i
numti^ ma^ tardi ritornerà la Chiesa in Italia^ si
conosco fatti i GwuconL E venuto il papa e' suoi
cardinali a Leone sopra Rodano, fu consecrato e co-
ronato papa il di di Santo Martino a di 11 di no-
vembre, gli anni di Cristo 1305, in presenza del ro
Filippo di Franc^*a, e di messer Carlo di Valois, e di
molti baroni, il quale, come promesso gli avea, il
ricomunicò e restituì in ogni onore e grazia di Santa
Chiesa, la quale gli avea levata papa Bonifazio, e do-
nogli le decime di tutto il suo reame per cinque an-
ni : e a richiesta del detto re per le presenti digiu-
ne ^, a di 22 del mese di dicembre, fece dodici car-
dinali tra Guasconi e Franceschi, amici e uficiali del
re, intra' quali, come promesso avea, fece cardinali
messer Iacopo e messer Piero della Colonna, e ri-
stituigli in ogni grazia eh' avea loro tolta e levata
pa^a' Bonifazio ; e confermò al re Giamo d' Araona il
privilegio che gli avea dato papa Bonifazio del reame
di Sardigna. E ciò fatto, se n'andò co' suoi cardi-
nali e con tutta la corte alla sua città d> Bordello,
ove tutti gl'Italiani, cosi bene i cardinali come gli
altri, furono male veduti e trattati^ secondò il grado
della loro dignità, perocché tutto guidavano i cardi-
nali guasconi e Franceschi. Nel detto verno fu gran-
dissimo freddo per tutto, e spezialmente oltre i monti,
che ghiacciò il Rodano, sicché su vi si potea passare
a pie e a cavallo, e tutti i' grandi fiumi, e il Reno, e
la Mosa, e la Senna, e l' Era, e lo Scelto ad Ap-
guersa; e eziandio ghiacciò il mare di Fiandra, e
alle marine d' Olanda e Isilanda e Danesmarche più
di tre leglfe infra mare, che fu gran maraviglia. La-
sceremo alquanto de' fatti del papa al presente, e tor-
neremo a nostra matèria de' fatti di Firenze.
CAPITOLO LXXXU.
Come i Fiorentini e' Lucchesi assediùrono e eiii-
sono la città di Pistoia,
Negli anni di Cristo 1305, avendo i Fiorentini
avute le mutazioni dette addietro della cacciata de'
bianchi alle porte, e quella parte bianca e ghibel-
lina scacciata e vinta in tutte parti quasi di Toscana,
salvo dèlia città di Tistoia^ la quale si tenea per
parte bianca col favore de' Pisani e degli Aretini,
e eziandio de' Bolognesi, i quali §ì reggeano a parte
bianca, dubitando i Piorentini, che non crescesse la
loro potenza sostegnendo Pistoia, si si prowidono
e chiamarono loro capitano di guerra Roberto duca
di Calavra, figliuolo e primogenito rimase del re
* Le quattro tempora.
li
i^io
CRONICHE
Carlo secondo, il quale venne in Firenze del mese
d'aprile del detto anno con una masnada di trecento
cavalieri araonesi e catalani, e molti magaverì * a
piò, la quale fa molto bella gente, e avea tra loro di
valenti e rinomati uomini di guerra ; il quale da^ Fio-
rentini fu ricevuto a modo di re molto onorevol-
mente. E riposato alquanto in Firense, sbordino Toste
sopra la città di Pistoia per gli Fiorentini e Lucchesi
e gli altri della compagnia di parte guelfa di Tosca-
na : e mossono bene avventurosamente col detto duca
loro capitano a di 20 del presente mese di maggio ;
e' Lucchesi e V altre amistà vennero dalPaltra paHe,
e circondarono la città intorno intorbo colle dette
osti, e guastarla d'intorno; .e. poco tempo appresso
r affossaro e steccaro al di fuori con pia battifoUi,
sicché nullo vi potea entrare né uscire; dentro v*e-
rano' tutti ì Pistoiesi bianchi e ghibellini, e messer
Tolosato degli liberti con masnada di trecento ca-
valieri e pedoni assai, soldati per gli bianchi e ghi-
bellini di Toscana. E stando i Fiorentini nelja detta
oste intorno a Pistoia, si teneano un'altra piccola o-
ste in Yald^rno di sopra ali* assedio del castello d'O-
stina , il quale aveano fatto rubellare i bianchi ; e
quello ebbono a patti i Fiorentini nel presente mese
di giugno, e feciongli disfare le mura e le forteue.
Per la detta oste eh' era sopra la città di Pistoia,
messer Napoleone degli Orsini cardinale, e 'I cardinale
da Prato, a petizione de' bianchi e ghibellini, richie-
sono papa Clemente eh' egli dovesse interporre di
mettere pace tra' Fiorentini e' loro usciti, com' avea
cominciato il suo antecessore papa Benedetto per
bene del pae^e d* Italia, e eh* egli facesse levare
l'oste da Pistoia: opde il detto papa mandò due suoi
legati cherici guasconi, e del mese di settembre fu-
rono in Firenze e nell'oste ; e comandarono al co-
mune, e simUe al duca Ruberto, e a' Lucchesi, e agli
altri capitani dell'oste, che si dovessono levare dal-
l'assedio di Pistoia sotto pena di scomunicazione. Al
quale comandamento i Fiorentini e' Lucchesi furono
disubbidienti e non si partirono dall'assedio di Pi-
stoia ; per la qual cosa i detti legati, scomunicaro i
rettori della cittade e' capitani dell'oste, e puosono
lo interdetto alla città di Firenze e al contado. Il duca
•
Roberto per non disubbidire al papa si parti dell'oste
con sua privata famiglia, e andonne a corte a Bor-
dello, e lasciò nell'Qste il suo raaliscalco messer Dego
della Ratta Catalano, e tutti i cavalieri i quali v'avea
menati al servigio de' Fiorentini e al loro soldo ; e'
Fiorentini e' Lucchesi, ricrescendo loro l' assedio al
continuo, e* convenne che tutti i. cittadini v*andusono
o raandassono come toccava per vicenda, o pagas-
fono una imposta per capo d'uomo com'era tassato,
la quale si chiamò la sega. Nel detto assedio ebbe
molti assalti e badalucchi a cavallo e a pie, ^ dam-
maggio dell' una parte e dell* altra, perocché dentro
avea franche masnade; e bhiunque era preso che n'u-
scisse, all'uomo era tagliato il pié^ e alla femmina il
naso, e rìpinto dentro nella città per uno ser Laudo
d'Agobbio, crudele e dispietato uflciale, il quale per
^li Fiorentini fu soprannomato Longino. E cosi stette
•oleati che portavano mvgaveri, Spedo di dardi.
e durò la detta oste tutu la vernata, non lasciando
per nevi né per piove né per ghiacd. Alla fine rt^
gnendo a que' d^ entro meno la vivanda, e sentendo
che di Bologna era cacciata la parte bianca, avendo
perduta ogni speranza di soccorso, sì s' arrenderò
salve le persone, e tennonsi insino a tanto che nulla
vi rimase a mangiare, avendo mangiati i cavalli, e
pane di saggina e di semola, nero come mora e doro
come ismallo, e quello ancora fallito. E ciò fii a di
1 0 del mese d* aprile , gli anni di Cristo 1 306. E
renduta la terra, se n' uscirono le masnade e' capo-
rali de' bianchi e ghibellini. E avuta la detta vittoria
di Pistoia i Fiorentini e* Lucchesi, fedone tagliare le
mura della citU e gli steccati, e rovinare ne' fossi,
e piii torri e. fortezze fedono disfare, e il contado di
Pistoia partirò per metade, e la parte di verso le-
vante e del monte di sotto* con tutte le cutella, e 1
piano inllno presso alla città ebbono in parta {Fio-
rentini, priviìegiandolsi a perpetuo. E fbdono disfare
la rocca di Carmignano per levarsi dalla vista di Fi-
renze, la quale i Fiorentini aveano comperata di
messer Musciatto Franzesi, che gliel'avea data mes-
ser Carlo di Yalois, quando fu padaro in Toscana. E*
Lucchesi ebbono dalla parte di ponente dalla città ia
là verao Serravalle, e tutta la montagna di sopra, e
la signorìa della dtU di Pistoia rìmase a*Fiorentim e
a* Luccheal, deH*uno podestà, dell* altro capitano. E
per questo modo fu abbattuta la superbia e grandez-
za de* Pistoiesi e puliti de' loro peccati, e recati •
tantp servaggio. E ciò fatto, tornarono i Fiorenliai
in Firenze con grande allegrezza e trionfo ; e a mes-
ser Bino Gabbrìelli d' Agobbio, podesU di Firenze e
capitano dell' oste, entrando in Firenze, gli fu recata
sopra capo il palio di drappo ad oro per gli cati-
iierì di Firenze a piede a modo di re ; e per simile
modo feciono i Lucchesi alla loro ppdesta tornata
a Lucca. Nel detto anno dell' assedio di Pistoia h
grande caro in Toscana, e valse in Firenze lo staio
de! grano alla misura rasa mezzo fiorino d'oro.
CAPITOLO LXXXra.
*
Come U ciiià di Ma/dona e di Reggio si rubeUar^i^
al marchese da EsH^ e come furono cacciati i hic^
chi e* ghibeUini di Bologna.
Nel detto anno 1305 del mese di febbraio, si
mbellaro al marchese Azzo da Esti la dttà diModoia
e quella di Reggio, le quali per lungo tempo V avea
tenuta ó signoreggiate tirannescamente, e ressonsis
comune, e in loro libertade. E nel detto anno in ca-
len di marzo reggendosi la dtta di Bologna a parte
bianca, e avendo compagnia co' bianchi e ghibellini
di Toscana e di Romagna, il popolo di Bologna il
quale naturalmenta é guelfo, non piacendo loro si
fatto reggimento e compagnia co* ghibellini di To-
scana e di Romagna loro antichi nemid, e per con-
forto e soddndmento de* guelfi di Firenze, leverò la
dtta a romore, e con armata mano cacdarono della
dtta e Mei contado i caporali di parte bianca, e i
ghibellini tutti, e usdti di Firenze, e isbandirgli per
rubelli: e ordinaro che neuno bianco o ghibelliùo si
DI GIOVANNI VILLANI.
Ui
ItNUfse trùTare ih Bologna, o nel distretto, 0OUO
pena <dell*aTero e della persona, andandogli cercando
e uccidendo con loro bargello ^ .deputato per lo po-
polo aopra ciò, con grande seguito di masnadieri. E
feciono i Bolognesi incontanente lega e compagnia
co* Fiorentini e co* Lucchesi e con gli altri guelfi
di Toscana.
/ CAPITOLO LXXXIV.
€Qme si lefDÒ in Lombardia un fira Dolcimo con
grande compagnia é* ereHd^ e furono arsi.
Nel detto anno 1305 del contado di Novara
in Lombardia fu uno fiÉte Dolcino,, il quale non era
frate di regola ordinata, ma fraticello sansa ordine,
con errore si levò con grande compagnia^ decretici,
uomini e fémmine di contado e di montagne di pic-
colo aflfare, proponendo e. predicando il detto frate
Dolcino, se essere vero apostolo di Crialo, e che
ogni cosa dovea essere in carità comune, e simile
le femmine essere comuni, e usandole^ non era pec-
cato. E più altri sozzi articoli di resia predicava, e
opponeva che H papa, escardinali, e gli altri Rettori
di Santa Chiesa non osservavano .quello che dovea-
no né la vita vangelica, e eh* egli dovea essere de-
gno papa* Ed era con seguito di più di tremila uo-
mini e femmine, standosi in su le montagne vivendo
a comune ^ a guisa di iiestie ; e quando falliva loro
vittuagUa, prendevano e rubavano dovunque ne tro-
vavano ; e cosi regnò per due anni Alla fine rin-
crescendo a quelli che. seguivano la detta dissoluta
vita, molto scemò sua setta, 9 per difetto di vivanda,
e per le nevi eh' èrano, fu preso per gli Noaresi e
arso con Margherita sua compagna , e con più altri
uomini e femmine che con lui si trovaro in quegli
errori.
CAPITOLO LXXXV.
Come papa Clemente fece legato tu iUUia messer
Napoùone degli Orsini cardinaloy e come fu male
ricevuto.
Netfanno 1306, avendo rapporto papa Clemente
dalle genti ch^egli mandò in Firenze, come i suoi
comandamenti non erano ubbiditi di levare Toste da
Pistoia, sì s* indegnò contro a Fiorentini, e per sod-
dudmento e consiglio del cardinale da Prato, sì fece
'legato e paciaro generale in Italia messer Napoleone
degli Orsini dal H onte, cardinale, e diegli grandi pri-
vilegi e autoritadi : il quale si partì da Leone sopra
Rodano, e passò i monti ; e mandando a* Fiorentini
che volea venire in Firenze per fare pace e eoncor-
' Uffieiftle forestiero in Firepfte, il quale presiedeva agli
ordiBamenti contro i grandi. Più tardi fa coei detto il ca-
pitano de' birri.
' La Giuntina: e tuarle cùnume non ecc.
' senta norma civile, distinzion di Maniglia e di pro-
prietà. Questo è flignifl<$ato naovo non ancora registrato
nel VocabolariOi dove a comunnef bella gionta del Hanuszi,
ha solamente questa s);>iegasÌQne : in 90eieià^ contrario di
.privataminU, seguendo un esempio dell'Adriani, Vclg. Optue.
mor, di Plut. e non accennandosi punto la frase vivere a
coBume,
dia da loro ai loro usciti, quelli che reggeano la
città, per sospetto di lui noi voUono ricevere ; onde
da capo gli scomunicò, e confermò lo interdetto, e
andonne alla città di Bologna del mese di maggio, e
volea simigliantemente pacificare i Bolognesi insieme,
e rimettere in Bologna i loro usciti bianchi e ghibel-
lini Quelli che reggeano la terra avendo preso so-
spetto di lui (perchè pacca che favorasse i bianchi
e' ghibellini), e per sodducimento de*4^iorentini, di
Bologna villanamente T accomiatare, minaccialo per
lo bargello della persona se non votasse la terrai U
quale sansa indugio si parti, e andonne alla città d'I-
mola* in Romagna, che si tenea per gir bianchi e ghi-
bellini; e andandone per lo contado di Bologna, gli
furono rubati e tolti molti de' suoi arnesi e some,
per la qual cosa il detto legato aspramente proce-
dette contro a loro per iscomunica e interdetto della
terra, e privolli dello studio, e scomunicò qualunque
scolaro apdasse allo studio a Bologna.
CAPITOLO LXXXVL
Come i Fiorentini assediaro ed ebbono il forte
castello di Montaccianico e disfeeionlOy e feciono
fare la Scarperia.
• *
Nel detto anno del mese di maggio, i Fiorentini
andarono ad oste eopra '1 castello di Montaccianico
In Mugello, e puosonvi Tassedio; il quale castello era
de* signori Ubaldini , ed era molto bello e ricco, e
fortissimo di sito e di doppie mura, perocché Tavea
loro fatto edificare con grande spendio e diligenzia
il cardinale OttavTano. loro consorto; nel quale ca-
stellQ s' erano ridotti gran parte degli Dbaldini, e
quasi tutti i ribelli bianchi e ghibellini usciti di Fi-
renze, è faceano guerra e soggiogavano tutto il Mu-
gello infino all*UcceUatoio. E al detto castello stette
Toste infino air agosto veniente, gittandovi difioii e
faccendovi cave, ma tutto era invano, se non che gli
Ubaldini tra loro vennero in discordia, e il lato dinnes-
ser Ugolino da senno ii patteggiare co' Fiorentini per
mano di messer Geri Spini loro parente, e diedonlo
per processa di quindidnula fiorini d' oro, onde di
gran parte n' ebbono male pagamento. E quegli che
v'aerano dentro V abbandonare, < e andarne sani e
salvi, e '1 castello fu tutto abbattuto e disfatto per
gli Fiorentini, che non vi rimase casa uè pietra sopra
pietra. E feciono fare i Fiorentini giuso al piano di
Mugello nel luogo detto la Scarperia, una terni per
fare battifolle agli Ubaldini, e torre i loro fedeli , p
fociongli fianchi, acciocché Montaccianico mai non si
potesse riporre. E cominciossi la detta terra a edi-
ficare a di 7 di settembre gli anni di Cristo 1306^
e puosonle nome Santo Barnaba. E ciò fatto, del
mese d'ottobre appresso^ i Fiorentini cavalcarono con
loro oste oltre l'Alpe, e^ guastarono tutte le terre
degli Ubaldini, perch'aveano fatta guerra e ritenuti i
bianchi e' ghibellini.
' Le parole vegnmUe e 'apprmto dopo nome di tempov
per nostra vergogna, nel gergo cosmopolita che ora sf parla
e scrive, sono sostituite da quel proitimo futuro^ che Ikrebbe
spiritare i canL
tlt
caomcHB
CAPITOLO LXXXVn.
«
Come i FiorenHiU roffortificùro il papido^ e fé-
eiono il primo e$ecvtcre degli crdmi della gimtiMia.
Nel detto «mio 1306 del nese di «u«/«w^«.,
.parendo a popolani di Firette die i loro fnadi e
possenti avessero presa forca e baMasaa, per la giaer-
ra fatta e vittorie avdte contra i bianchi e gkibeili-
dì ìoseiti £ Pirenie, ri ToHono riformare il pop<^
di Firenze e diianuirono didannore goniriomeri deUe
conipagnie^e ehe tutti i popolani, per contrade conifera-
no ordinati, quando bttofno fosse Imeasono con ar-
me al loro gonfalone, e air offerta dcMa tota di Santo
Giovanni andassono coMeMi goidaloni; ohe in prinm
sbandava ciasoma deUe ventoii^arti per loroS edotto
fl loro gonfalone della detta arte. B dò * ordinato e
messo in ordine di ginstìsia, e^diedono loro didan-
nore gonfaloni al modo d* insegne dell* antico po-
polo Tccchio, e poi al tempo che^l cardinale da Prato
Tense in Firenxe, erano rinnovellati. Bene erano al
suo tempo venti gonfaloni, che n*era nw} balsano
ia San Piero Scheraggio, che M lasdarò; e dove
al tempo del legato da Prato non avea ne* gonfaloni
nuli* altra insegna* se non ddP arme delle compagnie
e del popolo, si vi s* aggiunse sopra dascnno gonfa-
lone fl rastrello dell* arme dd re Carlo, e obiamoasi
il buono popolo gndfo; e questo fu ftitto del mese
di dicearirre 1306. B del mese di mano- vegnente,
per fbrtilcamento M popolo lèdono venire in Fi-
reme r esecutore degli ordinamenti della ginsliiia,il
quale dovesse inchiedere e procedere contro a* gran-
di che offendessono i popolani. B fl primo esecutore
che venne in Firenxe ebbe nome Matteo, e fu deOa
dttà d*Amelia di terra 4 Roma, e fo valente nomo e
molto temuto da* grandi, e fatto cavaliere per lo po-
polo ; ddle qudi novitadi e riformazione di popolo i
grandi si tennero forte gravatL
CAPITOLO LXXXVm. .
Di grande guerra che si coiàinciò al marchese da
Ferrara, e come snorio. ,
Nel detto anno 1306, i Veronesi, Mantovani,
e Bresdani fedone lega insieme, e grande guerra
mossono al marchese Azzo da Esti eh* era dgnore di
Ferrara, per sospetto preso di lui, oh' egli non voles-
se essere signore di Lombardia, perch*avea presa
per moglie una figliuola del re Carlo, e corsono la
sua terra, e tolsongli pie di sue castella. Ma Tanno
appresso fatto suo 4sforzo, e con aiuto deUa gente di
Piemonte e del re Carlo, fece oste grande sopra lo-
ro, e corse le loro terre, e foce loro grande dammaggio.
Ma poco tempo appresso ammalò fl detto marchebe,
e si mori in grande stento e miseria ; fl quale era
stato fl piti leggìfdro e ridottato^ e possente ticanno
che foene in Loadbardia, e di ini non rimase figliuolo
nenno suatomale*, e la sua lem e signorìa rimase
in grande questiona tra fratelli e nipoti, e uno suo
igikolo bastardo, eh' avea nome messer Francesco,
fl quale i Viniziani bm>1Io fororavano perch* età nato
di Vinegia^ e molta brìga e guerra con danno de*
Viniziani ne segui appresso, come innanzi per gli
tempi faremo menzione.
CAPITOLO LXXXDL
' La Giandna: ^ «^
* La Qiontìna logge forse per errore: non cM^iiè geni'
/alom ni tdira imegna §€ non Varme, eco*
Como messef' ìhpoleone Orsini legalo bearne ad
AreMo; e delt oste eh" e" FiorenUni feeiono a Gar^
gosa.
Negli anni di Cristo 1307, measer Napolepne
degli Orsini legato per la Chiesa « parti di Roma-
gna e passò in Toscana, e vane alla dttà d'Arezzo,
e dagli Aretini fo ricevuto a grande onore: e, stan-
do In Arezzo^ raunò tutti i suoi amid e fedeli di ter-
ra di Roma, della Marca, del Ducato, e di Romalrna^
e gli usdti bianchi e ghibeUini di Firenie e deU*altre
teirre di Toscana, in qimniità di mfllesettecento cavalieri
e popolo grandissimo, per fare guerra a'FiorentinL
I Fiorentini sentendo sua venuta e rannata, si $i guer->
airono, e rìohiesono gli amid, e troverai nel torno'
di tremfla ^cavaUeri, e pia di qoindieimfla pedoni, e
partirri di Firenze del mese di msggio, non atten-
dendo che *1 legato e sua gente gli assaliise, e con
loro oste n* andarono francamente in ani contado d*A-
rezzo, e tennero la via di Valdambrp, guastando
il paese ; e presono più caateUa del comune d'Arezzo
e degli libertini, e fodonle ^sfore^ B andando verso
Arezzo, si puosouo a oste al casteUo di Gargosa, e
quello strinsono con battaglie e difidi, e erano per
averlo, ma fl legato per leverei d'addosso la delta
oste, con savio consiglio de' buoni capitani di guerra
ch'erano conciai, si parti d* Arezzo con tutta sua'
cavalleria e gente, e fece la via di Bibbiena per lo
Casentino, e venne infino, al castello di Romena, mo-
strando di scendere l'Alpe, e di venire aUa città di
Firenze, dando suono che gli dovea essere daU la
terra. I Fiorentini sentendo sua venuta, abbono gra<*
de paura e geloda, e fedoào grande guardia nella
terra, e rimandarono nell* oste a Gargosa per loro
^valleria e gente ; ma innanzi che i mesai vi gin-
gnessono, quo* dell* oate sentirò la partita che fl le«-
gato fece di* Arezzo, e come facea la via del Casen-
tino; temendo della città di Firenze, incontanente ai
ricolsono, e la sera quasi di notte si partirono dis-
ordinatamente, e tutta la notte cavalcarono «hi me-
' Tomo a- questa Toce, che dal firancese doier o douier
qni Tale ternato, ma die altrove diesi ralere e spiegai per
ritptUaio, A certo ser Appuntino, che ine ne fece colpa in
pubblico, basti la scuola del Bend, che oomnentando il
Compagni, lib. I, alla parola dottata ^ disse quello ohe io,
né leva né poni; e ne vorrebbe arni emoidato il Vocabo-
lario, che spiega 0 Verbo dottare per tmerey senta più.
* mademalé, di legittimo matrimonio.
' Tonio avverbio usato in forza di nome : ponendogli in-
nansi in qud o M, vale dreo. n
DI GIOYAMB VILLANI.
913
gììo ne polet venire. La ^le partiti de^Fiormitini
e di loro amici fu sansa alcono danno, vm non aania
grande Ttrgogaa dì mda condotta e di grande pen-
colo. Che ae il. legato avesae lasciati in Areuo tre->
cento cavalieri e mille pedoni, e alla levata de^Fioren^
lini gli iÉvessono assalii, ne tornavano sconfitti B
pisr lo detto modo c^i prima e chi poi si torna-
rono in Firense ; e saputo ciò il legato si tornò con
sua gente in vArezso. Dopo qnef te cose il legato an-
dò a Chiusi e al castello della Pieve, e più trattati
d^ accordo ebbe co^ Fiojrentini, i -quali manderò a lui
loro ambuciadori, cercando di rimettere in Firenze
i bianchi e' ghibeiynr con certi patti, e pacificargli
insieme. B dopo molte rivolture, i Fiorentini non fi-
dandosi, è tegnenda il legato in vana speranza, tuHo
il trattato tornò niente. Per fa qtial cosa il legato veg-
. gendosi non ubbidito e scemato il suo podere, con
poco onore si parti di Toscana, é lomossi oltre i
monti, alla corte, lasciando signori che reggeano Fi-
renze scomunicati, e la dttà e U contado interdetto.
E rimasi i Fiorentini male disposti, del presente me-
se di luglio del detto anno fecieno sopra i cherici
una grande e grave imposta ; e perchè non voleano
pagare, più iqginrie furono fatte a^ cherici, e a* loro
osti e fi^taiuoli, e pure convenne che pagassono. B
la Badia di Firenze, andandovi Taficiale esattore con
sua famiglia, i monaci chiusone le porte, e sonarono
le campane: per la qnal cosa dal popolo minuto e
da' malandrini, con sospignimento di loro possenti
vidni grandi e {popolani che non gli amavano^ furo-
no corsi' a furore, e tutti rubati. B poi il comune,
perch' aveano sonato,^ volea tagliare fl campanile da
pie, e disfecionne di sopra presso che la metade \ la'
quale furia fu niolto biasimata per la buona gente di
Firenze.
CAPITOLO XC.
Cam^ tnon'o il buono re Adoardo d^ ìf^kUterra,
Nel detto anno. i307^el niese di giugno, mo-
rie il buono e valente Adoardo re «d'Inghilterra, il
quale fu uno de' più valorosi signori e savio de' cri-
stiani al suo tempo V 0 hene avventuroso in ogni sua
impresa di là da mare contra i saracini, e in suo pae-
se contra gli Scotti, e in Guascogna contra i Fran-
besdhi, e al tutto fu signore dell' isola d'Irlanda e di
tutte le buone terre di Scozia, salvo che il suo ru-
bello Ruberto di Busto fattosi re degli Scotti, si ri-
dusse con suoi seguaci a' boschi e montagne di Sco-
zia, il quale dopo la morte del detto r» Adoardo
fece gran cose contro agl'Inghilesi. Appresso la morte
del buono re Adoardo, Adoardo suo primogenito
prese per moglie Isabella figlinola del re Filippo di
Francia, e diedono compimento ali* accordo della qui-
stione di Guascogna, e sposata la detta donna del
mese di gennaio presente, la quale era delle belle
donne del mondo, e poi la Pasqua di Resnrresso ve-
gnente si fece coronare, egli e. la reina con grande
festa è onore.
CAPITOLO XCl.
Come il re di Fronda andò a PilHeri a pepa CU"
flienla, per fare condannare la memoria di papa
Bonifacio,
' ì^orì a' 7 di loglio : da questo prióoip^ l' Inghiltam
rìooDoece la propria libertà, avend'egli dato sanziona alla
camera del oomimi.
Nel detto anno e mese di giugno 1307, essen-
do papa Clemente venuto colla corte a petizione del
re di Francia alla città di Pittierì, il detto re di Fran-
cia con tre suoi figliuoli, e con messer Cario di Valois,
e messer Luis suoi fratelli, e con mpJti altri baroni
e cavalieri, e col conte di Fiandra e. suoi figliuoli' e
fratelli, ^vennero a Pittieri; e di|to per lo papa com-
pimento e fermezza alla pace del re di Francia al
conte di Fiandra .e' Fiamminghi, il re di Francia ri-
chiese al papa la quinta cosa che a' avea fatta pro-
mettere, quando il i;e gli promise di farlo fare papa,
cioè ch'egli condannasse la memoria di papa Boni-
fazio, e facesse ardere le sue ossa e corpo: e fece
opporre contra lui a' suoi cherici e avogadi quaran-
tatre articoli di resia, profferendo di provargli ; onde
il pafia e suoi cardinali furono in grande turbazione
per la detta richiesta, perocché '1 re volea o per ra-
gione 0 per forza fornire le prove, e come detto è
addietro, il papa glid*avea promesso e giurato; e
di ciò si pentea molto, ma non s'osava scoprire cen-
tra '1 volere del re, e torto e abbassamento della
Chiosagli parca fare, se l'assentisse, perocché. in
papa Bonifazio di ragione non si trovava nulla me-
moria di resia, ma si trovava per lo sesto libro delle
Decretali eh' egli fece comporre, molto cattolico e uti-
le, e per papa Bonifazio si trovava molto esaltata la
Chiesa é accresciute le sue ragioni ; e ancora più, del
collegio de' cardinali v'avea di quegli eh' avear fatti papa
Bonifazio, e '1 cardinale da Prato intra gli altri era uno
di quegli*; e se la memoria di papa Bonifacio fosse
dannata, conveniva che fossono disposti del cardina-
lato. Per la quel cosa, cosi la setta de* cardinali ch'a-
veano tenuto col re di Francia in questo caso erano
contro a lui, come quegli della setta del nipote di
papa Bonifazio. E stando la Chiesa in questa contu-
macia e perseguizione fatta per lo re, il papa non
sapea che si fare, che male gli parca a rompere il
suo paramento e promessa fatta al re, e peggio gli
parca a corrompere e guastare la Chiesa di Boma.
Alla fine strignendosi di ciò. a segreto consiglio col
savio cardinale da PratO| che sapea le sue segrete
promesse, si gli disse : Qm non ha che tmo rimedio^
cioè che H contiene dissimulare col re, e che tu gli
dichij che^ perchè quello cV egli domanda di papa
BomfoMio sia forie caso a passare ^ per la Chiesa^
e parte del collegio de'*, cardinali non et s' aecor--
dino^ conoiene di necessità^ a ancora pie acconcio
del suo intendimento^ ^ e piik abbonUnasione della
memoria di papa BomfasUo^ che le pruove degli
articoli cA' egli gli oppone si facciane tu concilio
generale^ e fia piik autentìCo e fermo. E per non
avere contrasto^ sì metterai dinanù al collegio^
che per più grandi e utili cose, in bene e stato di
Santa Chiesa e de" cristiam, che bisogni si faccia
' ad essere conoesse, accordato dalla Chiesa.
214
CRONICHE
tu conciliò generale ; e che in qiiteUo^ farai piemh'
mente quello che domanda, E 7 delio concilio ordi^
na e componi alla città di Vienna^ per più commne
luogo a^ Franceschi^ e InghUeti^ e Tedeschi^ e Ita^
lianiy e a quegli di lÀnguadoca; e a questo non
ti potrà opporre né contradiare: e ciò (accendo^
tu e la Chiesa sarai in tua libertà ; e partendoti di
qui e andando a Vienna^ sì sarai fuori delle sue f or-
ice di suo reame. Al papa piacque molto il consiglio,
e miselo a segnizione, e fece la risposta al re: onde
il re si tenne al forte gravato^ ma non potendo a ciò
bene contradire, promettendogli il papa che bene il
servirebbe, e faccendogli molte altre grazie e ri-
chieste, acconsenti, credendosi si adoperare al con-
cilio a Vienna, che gli verrebbe fatto il sno inten-
dimento. E cosi si tornò a Parigi, e mandò Lnis
suo primo figliuolo in Navarra con grande compagnia
di baróni e cavalieri, e fecelo alla città di Pampalona
coronare del reame di Navarra : e M papa pubblicato
di fare concilio, e determinato dMvi a ire anni a
Vienna^, eoo tutta la corte poco tempo appresso usci
del reame di Francia, e venne a Avignone in Proen-
za nelle terre del re Ruberto.
CAPITOLO XCII.
Come e per che modo fu distrutto r ordine e ma-
gione del tempio di Gerusalem^ per procaccio del
re di Francia.
Nel detto anno 1307, innanzi che'l re di Fran-
cia si partisse dalia corte ìi Pittieri, si accusò è di-
nunziò al papa per sodducimento de^snoi uficiali, e
per cupidigia di guadagnare sopra loro, il maestro
del tempio e la Magione^, di certi crimini ed errori,
che al re fh fatto intendere eh* e* tempieri usavano.
Il primo movimento fìi per uno priore di Monfalcone
di Tolosana della detta ordine, uomo di mala vita ed
eretico, e per gli suoi difetti messo in Parigi in per-
petuale carcere per lo sno maestro. E trovandoVisi
dentro con uno Noffo Dei nostro Fiorentino, pieno
d** ogni magagna, siccome uomini disperati d* ogni sa-
lute, e maliziosi e rei, trovaro la detta falsa accusa,
e per guadagnare e uscire di pregione per aiuto del
re. Ma ciascuno di loro feciono poco appresso mala
fine : che Noffo Impiccato, e 1 priore morto a ghiado '.
' La GiontùiA: e ierminalolo cM «m «mmo ùmami a Vien-
na. L* Variuite è importantiuima altresì per Im storia. Nella
lesione del testo Davanzati noterai determinare per fmòre^
recandone T esempio a) Vocabolario» dove non-re ne Ka che
nno del Segni, né troppo dleblaratÌTo. D senso poi della
Giuntina con qnel da nn anno mnatm è ambiguo, e però
ad ogni modo da posporre.
. * Casa in generale, poeticamente: qui abitasione e con-
vegno di Tempieri. Magione derira dal latino ntantio^ in
ablativo maneione: e maneione dissero pare moltissimi dei
nostri antiebi, innaaai ohe mtigione^ secondo la prononoia
francese, invades^ il camp^ del vero voeabolo. Tattavia
non è a tacere che anche i provenxali dissero wumeion, e
li trovano pure nelle più antiche scrittnre fVuicesi maneioHj
Monee^ maneée, voci che s'accostano alla lingua italica,
donde s'era tolto il vocabolo.
' Vnorto di coltello, forse dal lat gladiue^ e non ai tro>
va osato se non colla prep. a, come morto^ tagliato a ghia-
do ecc.
Per fare al re guadagnare la misoio ionanii ai suoi
nfidalì, V detti la misoBO dinanzi al re; cfnde per
sua*avarizia sì aiosse 0 re, e si ordinò e fecesi pro-
mettere fegretamenle al papa, di disfare V ord^e de*
tempieri, opponendo contro a loro molti articoli di
resia-: ma più si dice che fa per trfirre di loro molta
moneta, e per isdegni presi col maestro del tempio
e colla magione. Il papa per lerarsi d'addosso il re
di Francia, per la richiesta eh'egli avea fatta del coi-
dannare papa Bonifazio, come avemo detto dinanzi^
0 ragione o torto che fosse, per piacere al re egli
assenti di ciò fare : e partito il re, in uno di, nomalo
per sue lettere, fece prendete tutti i tempieri per lo
universo mondo, e staggire tutte le loro chiese e
magioni e possessioni, le quali erano quasi innume-
rabili di podere e ricchezze; e tutte quelle del rea-
me di Francia fece il re occupare per la sua corte,
e a Parigi fece prendere il maestro del tempio, il quale
avea nome Ara Giacche de* signori da Mollai in Bor*
gogna^ con sessanta cavalieri frieri ^ e futili uomini,
opponendo contro a loro, eerti articoli di resia, e
certi villani peccati contro a natura che usarano Ira
loro; e che alla loro professione, giuravano d'atare
la magione a diritto e a torto, e a uno modo qnaai
come idolari, e sputavano nella croce, e che quando
il loro maestro si eonsegrara era di nascoso e privato,
e non si sapea il modo : e opponendo che i loro an-
ticessori per tradimento feciono perderò la Terra
Santa, e prendere alla Monsoni il re Luis e* suoi. E
sopra ciò (atte dare per lo re eerte pruove, gli fece
tormentare di diversi tormenti perchè confessassono,
e non si trovava che niente volessono di dò confes-
sare né riconoscere. B tegnendogli più tempo in pre-
gione a grande stento, e non sappiendo dare fine al
loro processo, alla fine di fuori di Parigi a Santo
Antonio, e parte a San Luis in Francia, in nno gran-
de parco chiuso ^ legname, dnquantasei de' delti
tempien fece legare ciascuno a uno palo, e comin-
dare a mettere loro il Ihoco da' pie e alle gambe a poco
a poco, e r uno innanzi all'altro ammonendoci, ohe
quale di loro volesse riconoscere l' errore e' pecoali
lóro opposti potesse scampare; e in so questo mar-
torio confortati da* loro parenti e amici che ricono^
scessono, e non si lasdassono così vilmente morire
e guastare, ninno di loro il volle confessare ; ma con
pianti e grida scusandosi com'erano innocenti e fedeli
cristiani, chiamando Cristo e Santa Maria e gli altri
santi, e col detto martorio tutti ardendo e oonsuman-
do finirono loro vita. B riserbato il maestro loro, e 'I
flratello del Delfino di Ahrema, e lira. Ugo di Faral-
do, e un altro de' maggiori della magione, e stati
nfidali e tesorieri del re di Francia, ftirono menali
a Pittieri dinanzi al papa, e làwi il re di Frandi^ o
promesso loro grazia se riconoscessono il loro erro-
re e peccato, alcuna cosa si dice ne confèssaro; o
tornati a Parigi, e venuti due cardinali legati per
dare sentenzia e condannare l'ordine sotto la detta
* uomo d* ordine, o religione militare, qaaU appunto erano
i tempieri o «templari. Frieri rt^ In eomane/rolellì^ e só-
lamente la forma straniera e barbara diede a questa voce
rindicasione di nn ordine particolare di oonveatnall.
DI GIOVANNI VILLANI.
81»
confesBione, e ptr dare alcuna disoiplina al detto
naestro e* suoi compagni, essendo incontro a no-
Itra dama di Parigi in sa grandi pergami, e letto il
processo, il detto maestro del tempio si levò in piò
gridando che fosse udito: e fatto silenzio per lo
popolo, si si disdisse, che mai quelle resie e pec-
cati loro opposti non erano stati veri, e che V ordi-
ne di loro magione era santa e giusta e cattolica^ ma
ch^egli era ben degno di morte, e roleala sofferire in
pace, perocché per paura di tormento e per lusinghe
del papa e del re, in alcuna parte Taveano per inganno
loro fatto confessare. E rotto il sermone e non com-,
pioto di dare sentenua, si partirò i cardinali e gli altri
prelati dì quello luogo. E avuto consiglio col re, il
detto maestro e^suoi compagni in su rìsola di Fa*
rìgi dinanzi alla sala del re, per lo modo degli altri
loro frìeri furono messi a martirio, ardendo il mae-
stro a poco a poco, e sempre dicendo che la ma-
gioae e loro religione era cattolica e giusta, acco-
Biindandosi a Dio e Santa Maria; e simile fece il fra-
tello del Delfino ; fra Ugo Ai Paraldo, e V altro, per
paura del martorio, confessaro e raffermerò quello
ch'ayeano detto dinanzi dal papa e al re, e scam-
paro, ma poi morirò miseramente. E per molti si
disse che furono morti e distrutti a torto e a pec-
cato, e per occupare i loro beni, i quali poi per lo
papa furono privilegiati, e dati alla magione dello
spedale, ma convennegli loro ricogliere e ricompe-
rare dal re di Francia e dagli altri prencipi e si-
gnori, e con tanta quantità di moneta, che con gF in-
teressi corsi poi, la magione dello spedale fu ed è
più povera che non era prima del loro proprio, o
che Iddio il dimostrasse per miracolo. E lo re di
Francia e^snoi figlinoli ebbono poi molte vergogne
e awersitadi, e per questo peccato, e per quello
della presura di papa Bonifazio, come innanzi si farà
menzione. B nota, che la notte appresso che *1 detto
BMestro eH compagno furono martorizzati, per frati
e altri reli^osi le loro corpora • ossa ^come reli-
quie sante furono ricolte, e portate via in sacri luo-
ghi. In questo modo fu distrutta e messa al niente
la ricca e possente magione del tempio di Gerusa-
1^ gli anni di Cristo 1310. Lasceremo de' fatti di
Francia, e torneremo a* nostri fatti d' Italia.
CAPITOLO xeni.
Di mmiadi e sconcie che furono in Romagna e m
Lotnbardia.
Nel detto anno 1307 del mese d* agosto es-
*^o i guelfi di Romagna air assedio a Brettinoro,
^lega de' ghibellini di Romagna ragunati insieme con
loro amistà sconfissero i guelfi, e furonne tra morti
^ pre« pih di duemila tra a pie e a cavallo. E 1* a-
P^ tegnente 1308, il popolo della città di Parma
^ trattato di Orlando de' Rossi e de^ suoi caccia-
lo di Parma messer Ghiberto da Correggio, il
^^ n'era signore; per la qua! cosa s'accompa-
1*^ to' Mantovani e Veronesi, e imparentossi eo'ai-
^ della Scala; e del mese di giugno vegnente il
^^ niesser Ghiberto venne verso Parma con la
forza di messer Cane delta Scala, e con quella de
Mantovani e Parmigiani. I Parmigiani uscendo contro
IT loro furono sconfitti, e '1 detto messer Ghiberto
torhò in Parma e funne signore, e caccionne i Rossi
e' suoi nemici, e fece mozzare la testa a ventinove
popolani^ i quali erano stati caporali alla sua cacciata.
V
CAPITOLO XCIV.
4
Come fu mono il re Alberio éP Alamagna.
Nel detto anno 1308 in calen di maggio, lo re
Alberto d' Alamagna, che s' attendea d* essere impe-
radore, fu morto a ghiado da uno suo nipote a tra-
digione a uno valicare d'uno fiume scendendo della
nave, per cagione che '1 detto re Alberto gli occu-^
pava il retaggio della parte sua del ducato d' Oste-
rich. Lasceremo alquanto delle cose de' forestieri, e
torneremo a raccontare delle novitadi che ne' delti
tempi furono nella nostra città di Firenze.
CAPITOLO XCV.
Come la podestà di Firenze si fuggì col suggello
deW Ercole del comune.
Nel detto anno 1308, essendo podestà di Fi-
renze uno messer Carlo d* Amelia, fratello del pri-
mo esecutore* degli ordini della giustizia, avendo egli
e sua famiglia, ratte in Firenze molte baratterie, e
guadagnerie, e pessime opere, e già di ciò molto
scoperto, temendosi al suo sindacato^ essere condan-
nato e ritenuto, la notte di Santo Giovanni del mese
di giugno, furtivamente si fuggi con sua privata fa-
mìglia, onde fu condannato per baratterìa. E per ria-
vere pace e danari dal comune, si ne portò seco il
suggello del comune , dov' era intagliata l' imagine
dell' Ercole, e tennelo più tempo, stimandosi che M
comune il traesse Ai bando, e ricomperasselo^ molta
moneta : onde il comune il' mise in abbandono ope-
rando altro suggello, e notificandolo in tutte parti,
sicché non fosse data fede ^ quello suggello: alla
fine il suo fratello glielo tolse, e rìmandollo in Fi-
renze, e d"* allora innanzi si ordinò, che uè podestà
nò prìorì tenessono suggello di comune, ma fecionne
guardiani e cancellierì i frati conversi di Settimo, che
stanno nella camera dell' arme del palagio de' priori.
CAPITOLO XCVI.
Come /b morlo il nolnle e grande cilladino di Fi"
ren^ messer Corso di Donati.
Nel detto anno 1308, essendo nella città di Fi-
renze cresciuto scandolo tra' nobili e potenti popo-
lani dì parte nera che guidavano la città, per invi-
dia di stato e di signorìa, come si cominciò al tempo
* Rendimento di conto che danno coloro che hanno ma-
neggiate le pubbliche cote. Sindacalo vaie anche la libera-
sione, che si ottiene dopo aver dato buon conto del pro-
prio opera|o.
^ La Giuntina legge: a molta moMta,
ti%
ftfft^ftftv tei U>f%
«ii«^ « 1 f vr«r»MM«i» i«fl« tem e 4d fwyoU. ■e»* j
#cr C«f»« 4^MM^ MfVMJ ff fili kir«
#i#«r« fm 4«fiif. fer«ccli' cf«M iliii i yn>rifrfi fi- 1
lH$é€0; «• f<r rc!ln y«le fi éific, the mt^'
§€f C«rM to^ «Mere M^Bore 4db ntlt^e e «m j
C4W»pif>o—'; binale dMfi foficll ver» •!•
( ^«ai, • ^•e^H cW reffCM* il ^Ofc4o rmn
i»4u* • $ gnmU fOffeUo, étffck itn iajiirftilo
c^ V$U€£U^Bé 4dU f iffboU^ fkibeUiM e «ako
4«* Vìi^tmUwi \ • tJMori il (eAe«M per lo mm> grM-
4# mI«m • fodere e Mgaito, AiblUado 4i lai cfce
•OH Unfi^MéH^ Uno lo flato e tétdi»H€ dollf terra,
e aiff #(aMflMate pareU trovaroao, cIm 1 detto sea -
aer Cor«» avca (atto Uf a a fiera col detto Ufse-
€Ì0%é della fa f ffaola avo faocéro, e auadato per
lai $ fw $tui alalo, f er la qoal coaa, e per graide
f clof ia, fabJUMeiite «i Ufo la elttade a roMore, e
foaaroeo i priori le ca«paae a nartello, e fb ad ar-
IM il popolo a* fraadi a pie e a cavallo, a le ma-
fAfda da'Calalaai col auUicalco del re, elicerà a
polla di coloro che guidavano la terra. E f obitemeate,
com* %n ordinato per gli lopraddetti caporali, fa
date anf Inquiflsiona ovvero accnaa alla podeatà,
eh* era mt$uf fiero della Braoce d*Agobbio, incontro
al detto meaaer Corao, opponendogli come dovea e
volea tradire il popolo, aovvertire e aommettere lo atato
della ciltade, raccendo venire Ugacdone della Faggiuola
co* ghibellini e nimici del cornane. B la richieata gli
fu fatta, e poi il bando, e poi la condannagìone :
In meno d* una ora, aftnaa dargli piò termine al prò-
caaao, meaaar Corao hi condannato come rubello e
traditore del auo comune, e incontanente moaao da
caaa i priori il gonflilone della giuaiiiia con podeatà,
capitano, ed eaeontore, con loro famiglie e co^gon-
fiilonl delle compagnie, col popolo armato e le ma-
fnado a cavallo a grido di popolo per venire ade
caae dove abitava meaaer Corao da San Piero Mag-
giore, per Aire Teaecuiione. Meaaer Coreo aenten-
do la peraeouiione ohe gli era moaaa, (e obi diaaé
per eaaor forte a fornire il auo proponimento, atten-
dendo Uguodone della Faggiuola con grande gente,
che già n' era giunta e Remole) al a* era aaaerragUato
nel borgo di San fiero Maggiore appiè delle torri
d»l ricino, e in Tortioode , e ella bocca dalli via obe
* agaiU^i ahrl non Mtfebbe m^le poatado qitala voce
Ira le UMbare IHacfal,
Vcfgcaéociò
4^Cg»ccioae e
e Milo, ai
tSaeri della lerra, le ^aaicaaeW popolo iaroM ii-
cMlaacate rubate e «alalie, e aever Cono e*saoi
peraegdlati per ai^aaati cittadH a caralo e CbIb-
laai, —fidati il pr»ovi'cèeTpigtiaaBa«oB per loc-
eaccio Caviccmfi fa gìmlo Gherardo Boféon ta ael-
rAlrico, e mofto, e lagiìatofli la aaaao e
■et corao degli Adusari, e coaUta aB*aacìo £
aer Tedici degli Adimari avo coaaorto, per
atade avola Ira loro. Meaaer Corao latto ado aadan-
doaeae, fm grànlo e preao aopr» a ItoTexzaao da
certi Catalaaì a eavaOo, e ateaaadofaM preao a Fi-
reate, come fa dì ooata a Sai Salvi, pregando que-
gli che *1 menarano, e promettendo loro molta lao-
neta ae lo acampaaaoao, I delti volendolo poro Me-
nare a Pfrense, aiccom^era loro impoato da* aigaori,
meaaer Corao per piare di yenlre alle maiil de* aooi
nemici e d* eaaere gìnatliiato dal popolo, essendo
compreao' forte di gotte nelle mani e ne^piodi^ m
laaciò cadere da cavallo. I detti Cetalanì veggoodolo
In terra, V uno di loro gli diede d* uaa lancia per la
gola d' uno colpo mortale', e laaciaronlo per Bàorlo :
i monaci ^del detto moniatero II ne porterò nella
badia, e chi diaae ohe innansi che mt>ria8e ai liaaise
nelle mani di loro in luogo di penitensia, e chi disse
ohe il trovar morto, e T altra mattina fu aoppeililo
in San Salvi con piccolo onore e poca gente, per
tema del comune. Queato ipeaaer Corao Donali fa
de' piti aavi, e valente cavaliere, e il più bello per-
latore, e il meglio pratico, e di maggiore noaunansa^
* a pofta, per questo solo.
• preao, pieno. DI comprato invece di pre*) abbiamo pure
•aempio, ma non tanto espreasiTO, iieUe VUe-d^SS. PtaOri,
» NeUa Crmoea di Dino Componi legged : GU sghèrri
il pns<mo « rieamMHMlo: ^^oUndojm mtmarty m dtfemdmv^
eoa htlU paroh tieeome éamio etvaUert. hUamto «apravi
MI giortmé colato del maretcùdlo, e4# ttimolmio da
di metidmh wm 90ÌU /mri^, Mm liiifrf
>W lìwinrfiftir « la Mcoada veUafli diedi
w lemk AUmd wumùà a poHarmQ ««• Bmdi* <
dì tS di 9€ttmbrt ÌS07 /k
DI GIOVANNI VILLANI.
217
e di grande ardire e imprese ch^ al ano tempo fosse
in Italia, e bello caraliere di saa persona e grazio-:
so ; ma molto fo mondano, e di sao tempo fatte in
Firenze molte congiurazioni e scandali per avere stato
e signoria : e però avemo fatto della sua fine si lun-
go trattato, perocché fìi grande novità alla nostra
cittade, e seguirne molte cose appresso per la sua
morte, come per gV intendenti si potrà comprendere,
acciocché . sia assempro^ a quegli che sono a venire.
CAPITOLO XCVII.
Come arse la chiesa di Laierano di Roma,
•
Nel detto anno 1308 del mese di giugno, s'ap-
prese il fuoco ne'^palagi papali di Santo Giovanni La-
terano di Roma, e arsono tutte le case de* calonaci,
e tut a la chiesa e circuito, e non vi rimase ad ardere
se non la piccola cappelletta in Volte di Sancla san-
ctorum^ ove si dice cb'é la testa di Santo Piero e quel-
la di Santo Paolo, e molte reliquie di santi : e ciò fu
con grandissimo dammaggio di tesoro e d'arnesi,
senza lo 'nflnilo danno della chiesa e palazzi e case.
Poi sa|ipiendolo papa Clemente, Tanno appresso vi
mandò suoi uficiali con grande quantità di moneta, e
la detta chiesa fece ristorare e rifare piti bella e più
ricca che non era prima, e simile i palazzi papali e
le case de' calonaci, e penarsi a fare parecchi anni,
e costarono molto tesoro alla Chiesa.
CAPITOLO XCVIIL
Come i grandi di Samminiato disfeciono il loro po-^
polo.
Nel detto anno 1 308 del mese d' agosto, i gran-
di di Samminiato del Tedesco, come sono Malpigli
eHangi^dori, per soperchi ricevuti dal popolo di Sam-
miniato, ovvero perché '1 popolo gli tenea corti per
modo che non poteano signoreggiare la terra a lo-
ro senno, si accorderò insieme e feoiono venire lo-
ro amistà di fuori, e con armata mano combatterò col
popolo e scoaftssongli, e molti n' uocisono e presono
e a certi caporali feciono tagliare la testa, e tutti i
loro ordini arsono, e la campana del popolo feciono
sotterrare, e tennero poi il popolo in grande servag-
gio, infino che le dette due case non ebbono discor-
dia tra loro.
CAPITOLO XCIX.
Come i Tarlati furono cacciati d* Arez*o^ e rtmes-
sivi i guelfi.
Nel detto anno 1 308 del mese di gennaio, il
popolo d*Arezzo con aiuto e favore d'Uguccione della
Faggiuola che badava^ d* esserne signore, cacciarono
della cittade i signori di Pietramala detti Tarlati, per so-
perchi e oltraggi che faceano a'cittadini , e poco appres-
* Storpiatura antica della parola €$empiò.
^ aspirava, aveva in pensiero.
SO vi rimisono la parte guelfa, che quegli di Pietramala
n*aveano tenuti fuori per ventun^anni; e quegli che
signoreggiavano la cittade, eh' erano mischiali guelfi
e ghibellini, si faceano chiamare la parte verde; e man-
darono loro ambascii^dori a Firenze, e feciono pace co*
Fiorentini, come i Fiorentini la seppono divisare; ma
poco tempo -durò questo stato in Arezzo, che vi tor-
narono i Tarlati.
CAPITOLO C.
Come gli Ubaldini tornarono a ubbidienza delsomu^
/ ne di Firenze,
In questo medésimo tempo i signori Ubaldini
s' accordarono co' Fiorentini, e vennero in Firenze
a fare riverenza e le comandamenta del comune, e
soderò ^ la cittadinanza di tenere il passaggio del-
l' Alpi sicuro, per idonei mallevadori. E '1 comune di
Firenze dimise e perdonò loro ogni misfatto, e ac-
cettogli per cittadini e distrittnaii loro, e* loro fede-
li e terre, e che in ogni atto e fazione dovessono
fare al comune come distrittuali e cittadini.
CAPITOLO CI.
Per che modo fu eletto imperadore di Roma Arrigo
conte di Luùmborgo.
Nel detto anno 1308, essendo morto loreAI«
berta d' Alamagna, come dicemmo addietro, per la
cui morte vacava lo' mperio, e i lettori d'Alamagna
èrano in grande discordia tra loro di fare la lezione;
lo re di Francia sentendo la detta vacazione, si si pen-
sò che gli verrebbe fornito il suo intendimento con
poca fatica, per la sesta promessa che gli avea fat-
ta papa Clemente segretamente, quando gli promise di
farlo fare papa, come addietro facemmo menzione, e
raunò suo segreto consiglio con messer Carlo di Va-
iola suo fratello, e quivi scoperse il suo intendimento,
e il lungo desiderio eh' egli avea avuto di fare eleg-
gere alla Chiesa di Roma a re de' Romani messer Car-
lo di Valois, e eziandio vivendo Alberto re d' Alama-
gna, colla sua forza e podere e dispendio, e col po-
dere del papa e della Chiesa: ch'altre volte per an-
tico avea rimossa la lezione de' Greci ne' Franceschi
e de' Franceschi negl'Italiani, e degl' Italiani negli
Alamanni, ora maggiormepte ci dee venire fatto, dap-
poiché vaca lo 'mperio, e massimamente per la det-
ta promessa e saramento che gli aveva fatta papa
Clemente, quando II fece fare papa. E scoperse tutto
il segreto contratto con lui, e fatto ciò, domandò il
loro consiglio e fece giurare credenza : a questa im-
presa fu lo re confortato per tutti gli suoi consiglie-
ri, e che in ciò s' adoperasse tutto il podere della
corona e di suo reame, sicché venisse fatto, si, per
r onore di messer Carlo di Valois che ir' era degno
e perché l'onore e dignità dello 'mperio tornasse
a' Franceschi, siccome fu per antico lungo tempo per
gli loro anticessori, Carlo Magno e gli suoi sac-
assionrarono, promisero con aiourtà.
9ia
CRONICHE
cesBori. Inteso per lo re e peK meMer Ctrlo il con-
forto e buon volere del sno consiglio, si furono molto
allegri, e ordinaro che sansa indugio io re e Ries-
ser Carlo con grande forta di baroni e cavalieri d^ar-
me andassono a Vignone al papa^ innanzi che gii A-
lamanni facessono altra lezione, mostrando e dando
voce che la sua andata fosse per la richiesta fotta
contra la memoria di papa Bonifazio *, e che quando
il re fosse a corte, richiedesse al papa la sesta se-
greta promessa, cioè d'eleggere e confermare impe-
radore di Roma messer Carlo di Valois ; e trovasse-
si si forte di sua gente^ che nullo cardinale nò altri,
né eziandio il papa, non Tardisse a rìfnsare/. E
ciò ordinato, sì comandò a^ baroni e cavalieri che
a' appareocliiassono d' arme e di cavalli a fare com-
pagnia al re per andare alla corte ad Avignone, e
quegli del siniscalcato di Proenza fossono apparec-
chiati, e doveano essere in numero di più di seimila
cavalieri d" arme. Ma come piacque a Dio, per non
volere che la Chiesa di Roma fosse al tutto sottopo-
sta alla casa di Francia, questo apparecchiamento del
re e suo intendimento fu fatto segretamente assenti-
re ^ al papa per uno del segreto consiglio del re di
Francia. Il papa temendo della venula 4el re con
tanta forza, e ricordandosi della sua promessa fatta,
riconoscendo eh* era molto contraria alla libertà della
Chiesa^ si ebbe segreto consiglio solamente con mes-
ser à' Ostia cardinale da Prato, che già aveano pre-
so sdegno col re di Francia per le disordinate richieste,
e perchè se la Chiesa avesse condannata la memoria
di papa Bonifazio, ciò ch^ avea fajlto era casso e an-
nullato, e '1 cardinale da Prato fu per Bonifazio fatto
cardinale con certi altri, come detto avemo in altra
parte. Il detto cardinale udendo quello che sentia il
papa dell^ intenzione e della venuta del redi Fran-
cia, si disse : Padre santo^ qui non ha che uno reme-
dio^ cioè^ che tiMUifMt H fàccia la richiesta il r^,
per te s* ordini coi prencipi della Magna secretar
mente e con istudio^ eh* eglino facciano leeone d'im-
perio. Al papa piacque il consiglio, ma disse: Cui
volemoper imperadore? Allora il cardinale molto an-
tiveduto, non tanto solamente per la libertà della Chie-
sa, quanto a sua proprietà e di sua parte ghibellina,
per volerla rilevare in Italia, disse : to sento che 7
conte di Luimborgo è oggi il migliore uomo della
Magna^ e il>più leale e il piik franco e ptu cfUtO''
lico^ e non mi dubito^ se tiene per te a questa di--
gnitày eh" egli non sia fedele e obbediente a te e a
Santa Chiesa^ e uomo di tenire a grandissime cose.
Al papa piacque per la buona fama che sentia di lui,
e disse : Questa legione come si può fgmire per
noi segretamente^ mandando lettere con nostra boi-
to, che noi senta il^ collegio de* nostri frati cardi-
nali? Rispuose il cardinale: Fa a lui e a\lettofi
tue lettere col piccolo e segreto suggello^ e io scri-
verò loro per mie lettere più a pieno il tuo inten*
dimenio^ e manderolle per mio famigliare : e così fu
fatto. E come piacque a Dio, giunti i messaggi nel-
' rifiaUre, dal francese rtfuMr^ e da mandare tra le brat-
tare. La Qioutina legge fifiitloTt.
^ sentire, assapere. Ecco il verbo ientire che riceve in-
cremento d' una sillaba sai principio come il verbo sapere.
la Magna e presentate le lettere, in otto dì i pren-
cipi della Magna furono congregati a Midelborgo, e^
ivi senza ninno discordante elessero a re de* Roma-
ni Arrigo conte di Luzimborgo ; e ciò fu per la indu-
stria e studio del detto cardinale, che scrisse a* pren-
cipi infra P altre parole: Fate d* essere in accordo '
del tale e sqn%a indugio^ se non^ io sento che la
leùone e la signoria dello ^mperio tornerà a" Fran-
ceschi. Fatto ciò, la lezione fu pubblicata in Fran-
cia e in corte di papa incontanente ; e non sappiendo
il modo il re di Francia, che facea P apparecchia-
mento per andare a corte, si tenne ingannato, e mai
non fu poi amico del detto papa.
CA?rroLO cn.
Come Arrigo imperadore fu confermato dal papa.
Nel detto anno, essendo fatta la lezione d'Ar-
rigo di Luzimborgo a re de* Romani, sì mandò ad Avi-
gnone a corte a papa Clemente per la sua confer-
mazione il conte di Savoia suo cognato, e messer
Guido di Namurro fratello del conte di Fiandra suo
cugino \ i quali dal papa e da* cardinali onorevole-
mente furono riavuti, e del mese d* aprile 1308,
per lo papa il detto Arrigo fu confermato a impera-
dore, e ordinato che *1 cardinale dal Fiesco e *1 car-
dinale da Prato fossono legati in Italia, e in sua com-
pagnia quando venisse di qua da* monti, comandan-
do da parte della Chiesa che da tutti fosse ubbidi-
to. Incontanente eh* e* suoi ambasciadori furono tor-
nati colla confermazione del papa, se n*aDdò ad Assia
la Cappella in Alàmagna, con tutta la baronia e prelati
d* Alamagna, e fuwi il duca di Brabante, e *1 conte
di Fiandra, e *l conte d*AnaIdo, e più baroni di Fran-
cia, e ad Assia per I* arcivescovo di Cologna onore-
volemente e sanza nullo contrasto fu della priikia coro-
na coronato, il dì della Epifania 1 308, a re de' Romani.
CAPITOLO CUL
Come i Viniziani presone la città di Ferrara e poi
la perderò.
Nel detto anno 1308 a dì 10 di gennaio, i Vini-
zìani presono per forza di loro navilio la città di
Ferrara, la quale era della Chiesa di Roma, e cac-
ciarne messer Francesco da Esti \ per la qnal cosa
dal sopraddetto papa furono scomunicati, ;e contra
loro fatto gran processo, e a chi desse aiuto alla Chie-
sa fu fatta grande indulgenza per due legati del pa-
pa che vennero in Lombardia, i quali con Paioto
de*Bolognesi e della lega di Lombardia della parte
della Chiesa, racquistarono Ferrara, salvo il castello
Tedaldo eh* era in capo, della terra, molto forte e
grande, che rimase a*Yiniziani, e in quello qoiese i
Yiniziani furono sconfitti a Francolino, eh* erano ve-
nuti per assediare Ferrara, per la gente della Chiesa.
' I più ifegli storici assegnano altro anno a questo fiitto.
E farono mandati al papa altresì i Vescovi di Basilea e
di Coirà, Giovanni Delfino di Vienna e aUrt baroni. V.
Marat., Ann, dBal.<, tom. XDL
DI GIOYANM VILLANI.
219
CAPITOLO CIV.
Come il fnaeiiro delio tpedaie prese P iioia di
Rodi.
NelPanno 1308 del mese di febbraio, i frìerì
delio spedale ebbono grandi privilegi dal detto papa
Clemente, di grandi perdonanze a chi facesse loro
aiuto al conquisto d^ oltremare, e per Italia andaro-
no predicando, e ninnarono moneta assai, e poi la
state vegnente il loro maestro da Napoli fece suo
passaggio, e presono risola di Jlodi in Turchia, con
grande danno de'Saradni e de* Greci.
CAPITOLO CV.
Come U re d^Araonà s* apparecchiò di venire sopra
Sardegna.
Nel detto anno e mese, apparecchiandosi il re
d'Araona di venire a prendere Sardigna, e ave^ ri-
chiesti i Fiorentini e* Lucchesi e la taglia di Toscana
di fare compagnia con loro a guerreggiare i Pisaiii,
ì detti Pisani gli mandarono loro ambasciadori in tre
galee con molta moneta, onde il detto re si rimase
della detta impresa.
CAPITOLO CVL
Comei guelfi furono cacciaii di Prato^ e poi lo
racquisiarono,
Nen'anno 1309 a di 6 d'aprile, i bianchi e'
ghibellini di Prato ne cacciaronp fuori i guelfi- e'neri;
il seguente di fu per loro ricoverato coli' aiuto dei
Fiorentini e de' Pistoiesi, e per gli Fiorentini vi fu
messa la signoria.
CAPITOLO CVII.
Come i Tarlali lomarono in Arezzo e cacciarne i
»
• guelfi.
Nel detto anno a di 24 del. mese d'aprile, i
Tarlati d^ Arezzo con loro parte ghibellina tornarono
in Arezzo, e cacciarne fuori i guelfi e' verdi, e uc-
cisonne assai, e roppono la pace ch'aveano co' Fio-
rentini.
CAPITOLO CVIIL
Quando mori il re Carlo secondo di Puglia,
Nel detto anno il di di Pentecosta a di 3 di
maggio, mod il re Carlo secondo, il quale fu uno
de' larghi e graziosi signori che al suo tempo vi-
Tesse, e nel suo regno fu chiamato il secondo Ales-^
Sandro per la cortesia ; tta per altre virtù fu di poco
valore, e magagnato in sua vecchiezza disordinata-
mente in vizio carnale, e d' usare pulcelle, iscusan-
dosi per certa malattia ch'avea di venire misello^: e
Ini morto, a Napoli fu seppellito a grande onore.
* Ecco la Giantiiia: magofpiato di vizio eamaley ed
tttofMt ptdeeUe, iitutandoii per certa malattia che aveva, e
mùonlo a mòrte, E fu toppellito ece. Bfail senso non corre,
non Teggeodo qnal debba essere il sostaotivo di qael mi-
,90ido a morte. Meglio il minUo o misereilo risponde al
CAPITOLO CIX.
De* segni eh'* appariremo in aria.
Nel detto anno 1309 a di 10 di maggio, di
notte, quasi al primo sonno, apparve in aria uno gran-
dissimo fuoco, grande in quantità d'una grande ga-
lea, correndo dalla parte d' aquilone verso il merig-
gio con grande chiarore, sicchò quasi per tutta Italia
fu veduto, e. fu tenuto a grande maraviglia ; e per
gli più si disse che fu segno della venuta dello 'm-
peradore.
CAPITOLO ex.
Come i Fioreniini ricominciarono guerra ad Are%%o.
Nel detto anno a di 23 di maggio, cavalcaro-
no i Fiorentini duecento cavallate ^ e certi pedoni, e
la masnada de' Catalani col maliscalco del duca al
monte Sansavino, che si tenea per gli Fiorentini, e
di là andare in sul contado d'Arezzo ardendo e gua-
stando, e furono infino alle porte d' Arezzo, e fecio-
UQ danneggio assai. Poi a di 8 di giugno si torna-
rono in Firenze sani e salvi ^. .
CAPITOLO CXL
Come i Lucchesi tolUmo disfare Pistoia, e^Fioren^
lini furono coniradianti.
Nel detto anno in calen di giugno, i Lucchesi
vennero a Serravalle' popolo e cavalieri inanimati di
disfare Pistoia al tutto, o almeno la loro metade : la
qual cosa a'Fiorentini non piacque, parendo loro spie-
tata e crudel cosa. Diedono parola a' Pistoiesi che si
difendessono, e a chi di Firenze gli volesse aiutare,
sicchò coir aiuto di messer Lippo Vergellesi, che te-
nea il castello della Sambuca, essendo i Lucchesi già
a Pontelungo, gli ripararono con danno e vergogna
di loro. Per la qual cosa i Fiorentini acconsentirò a'
Pistoiesi che rifermassono la terra, i quali in due di
rimondarono i fossi e rifeoiono gli steccati con ber-
tesche^ intorno alla città, e a ciò furono uomini e don-
ne e fanciulli, preti e religiosi, che fu tenuto gran
cosa. La qual benignità e pietà de' Fiorentini tornò
loro poi per più volte «olto contraria, con grandi
pericoli e spendii de' Fiorentini, siccome innanzi per
gli tempi si farà menzione, onde più volte poi fu più
senso; e forse toecano il ponto quelle stampe che leggono
venire mùeUOy che sarebbe buona giunta al Vocabolario.
Altri infine seguendo la lezione Davanzati spiegano mieedo
per lebbroso, da miaettue^ e nUtella, che nel latino del medio
evo, .secondo il Du-Fresne, valevano leprosua, leproea,
' cavalcate^ milizia a cavallo, che per c^rti vassalli faoe
vasi a difesa del loro signore.
^.I Tarlati 'tornati in Arezzo n'avean cacciati i Guelfi,
e ciò fti la cagione perchè i Fiorentini andassero a' danni
di quella terra. Ànmiir., St fior,^ tom. n, Ub. V.
' Cateratte imperniate, ohe s' alzavano e s' abbassavano.
Nella bassa latinità dicevansi hrettacchia. Lunga è la fa-
miglia di questo vocabolo nella lingua francese: herteiehe,
bretechej IreUeche^ breiesqtiey ecc. Forse è parola degli an-
tichi brettoni o flranchi. Bret in tedesco significa tavola^
aue ; Bretchen n' è il diminutivo ; onde yenne hreUetca o
òartefco, quasi aseito.
220
CRONICHE
commendata la furia de* Lucchesi, che la pietà e as^
aistenza de' Fiorentim.
CAPITOLO cxn.
Come il re Ruberto fu coronato del regno di Cicilia
e di Puglia,
L*anno 1309 del mese di giugno, il daca Ro-
berto, allora primogenito del re Carlo, andò per mare
da Napoli in Proenza alla corft con grande navitio
di galee e grande compagnia, e fa coronato a re di
Cicilia e di Paglia da papa Clemente, il di di Santa
Maria di settembre del detto anno, e fu acquetato di
tutto il presto che la Chiesa avea fatto al padre e
alPavolo per la guerra di Cicilia, il quale si dice che
erano pia di trecento migliaia d* once d' oro. Nel' detto
anno e mese i guelfi furono cacciati d' Amelia per la
forza de' Colonnesi.
CAPITOLO cxni.
Come gli Anconitani furono sconfitti dal conte Fe-
drigo^
Nel detto anno e mese di giugno, il conte Fe-
drigo da Montefeltro con quelli da Iesi e d' Osimo,
ed altri Marchigiani ghibellini sconfissono gli Anco-
nitani eh* erano a oste sopra il contado di Iesi : fu-
ronne tra presi e morti, tra di cavallo e di piè^ piii
di cinquemila ^.
CAPITOLO CXIV.
Come mester Ubvuino Spinoli fu cacciato di Genova
e tconfitto.
Nel detto anno 1309, di 11 di giugno, essendo
roesser Ubizzino Spinoli signore di Genova, e caccia-
tine pijk tempo dinanzi i guelR, e poi gli Orii e loro
seguito, e gli Spinoli suoi consorti da baéso, e la
terra tenea quasi a guisa di tiranno, i detti usciti,
così i guelfi come i ghibellini, fatta lega e compagnia
vennero con loro isforzo di gente a cavallo e po-
polo di Genova a pie assai, inftao in Ponzevera per
rientrare in Genova. Il detto messer Ubizzino con
suo sforzo di gente a cavallo e popolo di Genova a
pie si fece allo incontro, gli usciti vigorosamente
assalendo il popolo di Genova, il quale era partito,
e male seguirò messer Ubizzino, ma si misono in
fuga, onde fu sconfitto con piccola mortalità di gen-
ie, e si fuggi in Serravano co' suoi seguaci. Gli Orii
e' Grimaldi, e gli altri usciti sì rientraro in Genova
sanza fare altra novità, se non ohe feciono disfare
il castello di Luccoli eh' era in Genova, ed era del
detto messer Ubizzino.
CAPITOLO CXV.
r
Come i Vim%iani furono sconfitti a Ferrara.
Nel detto anno aH* uscita di IngKo, i Fiorentini
mandarono cavalieri e pedoni in servigio della Chie-
La Giantina ha: cinquecmto*
sa al cardinale Pelagrù, nipote e legato del papa, il
quale era al soccorso di Ferrara^ che v* erano i Vi-
niziani per comune ad oste per terra e per acqua,
onde il detto legato ebbe a grande grado da' Fio-
rentini, ch'erano interdetti dalla Chiesa, e però non
lasciaro il servigio. Poi il settembre vegnente la gente
del legato co' Fiorentini e Bolognesi combatterò co*
Viniziani e sconfissongli a dì 27 d'agosto prossimo,
onde rimasono tra morti e presi e annegati in Po
de' Viniziani più d\ seimila uomini, e perderò ài tutto
Ferrara e '1 castello Tedaldo. Poi Panno appresso
tornando il detto legato in Toscana venne in Firen-
ze, e per li Fiorentini gli fu fatto grande onore, e
presentargli duemifa fiorini d' oro, e *1 carroccio gli
andò incontro con grande processione: per la quid
cosa e servigio fatto, il detto legato assolvette i Fio-
rentini dalla 'nterdizione e scomunica, e ricondlio-
gli colla Chiesa della discordia dove gli aveva messi
messer Napoleone, come addietro si fece menzione,
e rendè loficio a' Fiorentini a dì 26 di settembre
anno detto.
CAPITOLO CXVI.
Della guerra de" Volterrani e qué" di Sangimignano.
Nel detto anno 1309 del mese di agosto, si
cominciò grande guerra tra' Volterrani e que' di San*
gimignano per quistione di loro confini; e ciascuno
fece suo isforzo di più di settecento cavalieri per
parie, e durò la guerra più mesi con grande spèn-
dio e dammaggio dell'una parte e dell'altra, d'ar-
sioni e di gnnsto e di più avvisamenlL I FiorentÌBi
e' Senesi assai si travagliaro d' acconciargli insieme :
quando volea l'uno non volea l'altro, che si tenea
soverchiato. Alla fine i Fiorentini vi cavalcarono con
grande isforzo, dicendo d' essere contra la parte che
non volesse l'accordo. Quegli 4ib*l^uti di spese e
della guerra, si rimisono ne'Fiorentini, e per gli Fio-
rentini fu giudicata e terminata la qaistione, e messi
i termini a' confini, e ciascuno a' suoi termini fece
nna fortezza, e fu fatta la pace. E nel detto mese
d'agosto scurò tutta la lana; e poi 1' uHImo dì di
gennaio scurò gran parte del sole; e 'I febbraio se-
guente ancora scurò la luna. Nel detto anno fu gran-
de dovizia di pane e di vino : valse lo staio del grano
in Firenze soldi otto, e *1 cogno^ del mosto in certe
parti meno di soldi quaranta.
CAPITOLO cxvn.
Come gli Orsini di Roma furono sconfUH da" Co^
lonnesi.
Nel detto anno del mese d'ottobre, si rìsconlraro
certi degli Orsini e de'Colonnesi e di loro seguaci, in
quantità dì quattrocento a cavallo, fuori di Roma, e com-
batterono insieme, e'Colonnesi furono vincitori, e
fuwi morto il conte dell' Anguillara, e presi sei de-
gli Orsini, e messer Riccardo della Rota degli Anni-
baldeschi ch'era in loro compagnia.
« V
-.1
* ^
-Iti
ti»
f:j
kt
*'f.
^1
^r I
^5'
K
'"il
^,
"ti
v
■a .,
V
'^
* Bflini» d«l vino, che in ToioitM eontlane ditel barili.
DI GIOVANNI VILLANI.
221
CAPITOLO cxvra.
cime g^e d" Àre^io furono , sconfUH dal mali"
scalco de* Fiorenlini,
Nel detto anno, di febbraio, il re Ruberto man-
iò in Firénxo sua bandiera al ano maliscalco ch^ era
in Firenze con trecento cavalieri catalani, cbe {p pri-
m che fosse coronato a re, il sno detto maliscalco
portava pure pennone' della sopransegna del duca. Il
detto maliscalco per provare la bandiera, e per an-
dire in servigio di qne^ della città di Castello, i quali
iveino richiesti i Fiorentini d'aiuto -contra gli Aretini,
co|i ina gente a cavallo e a piò, con tre de* maggiori
dì Firenze per sesto, e, con certi pedoni eletti si par-
tiro di Firenze martedì a di 10 di febbraio, e furono
iotomo trecencinquanta cavalieri e seicen^) pedoni.^.
Fedono la via di Valdarno e poi per Yallelunga al-
Fobno d^ Arezzo, guastando per lo contado d'Arezzo.
Gli Aretini popolo e cavalieri e usciti di Firenze con
UgQcdone della Faggiuola loro capitano sotto Cortona
si pararono loro dinanzi credendogli avere sorpresi,
e gli assalirò per loro feditori^, i quali dal detto ma-
liicalco e Fiorentini furono rotti, e Uguccione col po-
polo ai fuggi ad Arezzo in isconfitta, e rimasonvi
iwrti Vanni de' Tarlati, e Cione de* Gherardini, e uno
de* Pazzi di Valdarno con più altri, e tre di loro ban-
diere ne vennero co' pregii>ni a Firenze. Cosi tutta
la vittoria, fìi tenuta foUe andata, perchè si misono in
forte puso e nella forza de' nimici.
• CAPITOLO CXiX.
Come i Fiorentini feciono oste ad Arezzo,
Neil' anno 1 3 1 0, di 8 di giugno, i ^Fiorentini con
laro aaiatà in quantità di duemilr cavalieri e popolo
* V^ grandissimo, si partirono di Firenze per andare
id oste ad Arezzo. Prima si partissono vennono let-
tere e messi da Arrigo imperadore, comandando a'
Tioreatini che V oste non andasse sopra a Arezzo,
c« ciò sia cosa eh' eli' era sua terra, e eh* egli in-
leadea di pacificargli insieme alla sua venuta in Italia :
^lagnai cosa in Firenze n'ebbe quistione, cbe chi
Tolea e chi non volea che Toste v* andasse. Alla fine
il popolo pur Tìnse eh* eli* andasse, e andò infino al
^ticofado vecchio d* Arezzo, e quivi si fermò il cam-
fo instando intomo la terra, e più battaglie si die-
^ alla terra, e gran parte degli steccati da quella
)*rte per gli Fiorentini s* abbatterò , e dissesi per
Bolli ebe la terra s*arebbe avuta per forza, perocché
* Bteiardo: oooie le Croode erano gaernite di penne,
^^^Bordiè X militi oominoiarono a gnernire le aste di ben-
^"^ qneite ebbero nome di pemumù Pennone passò quindi
^^IKfióre qualunque insegna più longa che larga.
M/hg^Urami, Si, della TWc., troyò che i cavalieri
^ «0 e l pedoni 6000.
^^'Nii doTettero esser detti, io penso, gli armati alla
^*t aon armi da ferire, più che da difesa.
gli Aretini erano in fievole stato, se non che certi
grandi di Firenze per nudrire la guerra e moneta che
n'ebbono (se'l vefo fu) non l'assentirono. Alla fine
si parU l'osfe, e lasciaro uno battifolle molto forte
presso ad Arezzo a due miglia al poggio eh* ò sopra
all', olmo, fornito di genti con gli usciti d* Arezzo, il
quale fece loro molta guerra ; e' Fiorentini tornarono
in Firenze sani e salvi, a di 25 di luglio anno detto.
CAPITOLO CXX,
Come gli ambasciadori d' Arrigo re de* Romani
vennerp'^in Firenze^
Nel detto anno, di 3 di luglio, vennero in Fi-
renze messer Luis di Savoia eletto sanatore di Roma
con due prelati cherìci d' Alamagna, e messer Simeo-
ne Filippi da Pistoia, ambasciadori dello 'mperadore,
licheggendo il comune di Firenze chea' apparecchias-
sono di fargli onore alla sua coronazione, e che gli man-
dassero loro ambasciadori a Losanna: e richiesono e co-
mandaroche l'oste eh' era ad Arezzo si dovesse partire.
Fu^ per gli Fiorentini fatto un grande e bello consiglio^
ove saviamente spuosero loro ambasciata. Risponditore
fa fatto per lo comune messer Retto Rrunelleschi, li
quale prima rispuose con parole superbe e disoneste,
onde da* savii fu poi biasimato; poi per messer Ugolino
Tornaquinci saviamente fu risposto, e cortesemente
contentisi partirono a di 12 di luglio, e andarono
nell'oste de* Fiorentini ad Arezzo, e feciono il somi-
gliante comandamento si partisse l'oste; la quale
non si parti per ciò. Rimasersi in Arezzo i detti am-
basciadori assai indegnati contro a* Fiorentini.,
CAPITOLO CXXL
Di miracolosa gente che s'* andarono ^ battendo in
Italia,
Nel detto anno appari grande maraviglia, che
si cominciò in Piemonte, e venne per Lombardia
e per la riviera di Genova, e poi per Toscana, p
poi quasi per tutta Italia, che molta gente minuta,
uomini e femmine e fanciulli sanza numero,, lascia-
vano i loro mestieri e bisogne, e colle croci innanzi
s* andavano battendo di luogo in luogo, gridando
misericordia , e faccendo fare 1* uno ali* altro molte
paci, tornando più genti a penitenzia. I Fiorentini e
più altre città non gli lasciarono entrare in loro ter-
re, ma gli scacciavano dicendo, eh' era male segnale
nella terra ove entrassero. E nel detto tempo, a dì
12 di maggio, il re di Francia fece a Parigi ardere
il maestro del tempio con einquantaquattro suoi frie-
ri de* maggiori della magione, opponendo loro resia;
ma i più dissono che fu loro fatto torto, e per oc-
cupare le loro possessioni, alla loro morte ricono-
scendosi e confessandosi buoni erbtiani.
' percotendo in segno di penitenza.
222
C&ONICHB
LIBRO NONO
CAPITOLO PRIMO.
^t comincia il libro nono. Come Arrigo conte di
Luùmborgo fu folio imperadore.
Arrigo conte di Luùmborgo imperiò anni quat-
tro e mesi sette e di diciotto, dalla prima coronauoae
insino alla sua fine. Questi fu savio e giusto e gra-
zioso, prode e sicuro in arme, onesto e cattolico ; e
di piccolo stato che fosse per suo lignaggio, fu di
magnanimo core, temuto e rìdottato; e se fosse vi-
vuto pia lungamente avrebbe fatte grandissiipe cose.
Questi fu eletto a imperadore per lo modo scritto ad-
dietro, e incontanente eh' ebbe, la confermatione dal
papa, si fece coronare in Alamagna a re; e poi tutte
le discordie de^ baroni della Magna pacificò, con sol-
lecito intendimento di venire a Roma per la corona
imperiale, e per pacificare Italia delle diverse discor-
die e guerre che v' erano, e poi di seguire il pas-
iaggio oltremare in racquistare la Terra Santa, se Dio
gliePavesse, conceduto. Questi stando in Alamagna per
pacificare i baroni , e fornirsi di moneta e di gente
per passare i monti, Vincislao re di Boemia morì,
del quale non rimase nulla reda maschio, se non due
figliuole, Tuna già moglie del duca di Chiarentana,
r altra per consiglio de' suoi baroni die per moglie
a Giovanni suo figliuolo, e lui ne coronò re di Boe-
mia, è lasciollo in suo luogo in Alamagna.
CAPITOLO n.
Come parte guelfa fu cacciata di Vinegia.
Neil* anno 1310 del mese di giugno, fatta con-
giura in Vinegia per quegli della casa de" Querini
e per messer Buiamonte dello Scopolo di Vinegia
eoi loro seguito, per abbattere il dogio eh' allora era
in Vinegia da ca' Gradanigo e suoi seguaci, quasi
recata la terra a parte, guelfi e ghibellini, si com-
batterò per le dette parti nella città. Alla fine que' da
ca' Querini e loro seguito guelfi sr eoncordiarono,
ma tosto ne furono vinti e cacciati della terra, e
guasti i loro palazzi (e fu la prima disfazione di casa
che fosse mai fatta in Vinegia), e certi di loro ca-
porali presi forono dicollati, e con loro due gentili
uomini di Firenze, uno degli Adimari, e uno de^ Siz-
si, eh' erano in loro compagnia.
CAPITOLO nL
Delle profe%ie di mae$tro Arnaldo da Villanuova»
Nel detto anno 1310, maestro Arnaldo da Vil-
lannova di Proenza gran savio filosofo, in Parigi que-
stionava, e annunziava per argomenti delle profezie
di Daniello e della Sibilla Erittea, che l'avvento d'An-
ticristo e persecuzione della Chiesii dovea essere
tra '1 1300 e 1 1400, quasi intorno al settantesi-
mosesto anno, e di ciò f<^ ano libro il quale inti-
tolò delia ipeculaMone deW qwento Anticritti^ per
la quel cosa fu tenuto nuovo errore di fede. Partbsi
da Parigi per teina dello inquisitore, perocché gli
altri maestri di Parigi fl faceano perseguitare, e an-
donne in Cicilia a don Federigo, e poi in suo servigio
morì in mare, andando per ambasciadore a corte di
papa.
CAPITOLO IV.
Come in Ferrara si fece congiura per ribellare la
tefYa alla Clùesa.
Nel detto anno del mese di luglio, congiura-
zione si fece in Ferrara per rubellare la terra alla
Chiesa, e quasi l' aveano rubellata. U legato cardi-
nale Pelagrù subitamente la soccorse coli' aiuto de*
Bologn^i ; e mostrando di voler riformare la terra,
fece consiglio de' dttadfhi in Castello Tedaldo, e ri-
tenne trentasei de' migliori e maggiori della terra, e
subitamente gli fece impiccare in sulla piazza di Fer-
rara: e poi à di 22 agosto il dello cardinale venne
in Arezzo, e^ passando in Firenze, fogli fatto grande
onore da' Fiorentini, come dicemmo addietro.
CAPITOLO V.
Come i Todini furono sconfUH da' Perugini.
Nel detto anno e mese di Inglio, i Perugini fe-
done oste a Todi, e mandarono per aiuto a' Fioren-
tini, i quali vi mandarono il maliscalco del re, ch'era
al loro soldo, con trecenta cavalieri. I Todini nsd-
rono fuori a battaglia, e furono sconfitti con grande
danno e vergogna di loro gente di morti e presi as-
sai, per lo valore del detto maliscalco e di sue ma-
snade.
CAPITOLO VL
Come i guelfi furono cacciati di Spuleio.
Nel detto mese di lugUo forono cedati i guelfi
di Spuleto per Currado di Nastagio di Fuligno, gran-
de capitano di parte ghibellina , colla forza de' To-
dini. Poi i Perugini per pia tempo fedone oste e
guerra assai a Spuleto : poi l'anno appresso accordo
fu tra loro e' Todini e gli Spuletini, e rimessi i guelfi
in Todi e in Spuleto.
CAPITOLO VU.
Come Arrigo imperadore ii parti della Maqna per
passare in Italia,
Nel detto anno 1310, lo 'mperadore venne a
Losanna con poca gente, attendendo il suo sforzo e
DI GIOVANNI VILLANI.
223
r ambascerìe delle città d' Italia, e ivi dimorò più me-
si. Sentendo ciò i Fiorentini, ordinerò di mandargli
Otta ricca ambasceria, e simigliente i Lnccbesi, e'Sa-
nesi, e 1* altre terre della lega di Toscana; e già
erano eletti gli ambasciadorì, e levati i panni per le
robe per loro vestire onoratamente. Per certi grandi
guelfi di Firenze si stnrbò V andata, temendo cbe sotto
inganno di pace lo ^mperadore non rimettesse gli a-
sciti ghibellini in Firenze e gli ne facesse signori ; e in
questo si prese il sospetto, e appresso lo sdegno,
onde segui grande pericolo a tutta Italia, che essen-
do gli ambasciadori di Roma e quandi Pisa e delF al-
tre città a Losanna in Savoia, lo *mperadore doman-
dò perchè non v* erano que^di Firenze; per gli am-
basciadori degli usciti di Firenze fu risposto al si-
^ore, ch'elli aveano sospetto di lui* Allora disse
lo ^mperadore : male hanno fatio^ che nostro iniendi-
menio era <it volere t FioretiHni iulH, e non par-
iUi^ a huoni fedeli^ e di quella città fare nostra
camera e la nUgUore di nostro imperio. E di certo
si seppe da gente ch^ erano appresso di lui, eh' egli
era inaino allora con puro animo in mantenere que-
gli che reggeano Firenze in loro stato, e gli usciti :
n" aveano grande paura che d'allora innanzi per que-
sto isdegno, o per mala informazione de' suoi amba-
sciadori venuti a Firenze, e de' ghibellini e Pisani ,
s'apprese al contrario. Per la qual cosa l'agosto pre-
sente, 1 Fiorentini entrati in sospetto, fecero mille
cavalieri cittadini di cavallate, e si cominciarono a
guernire di soldati e di moneta, e a fare lega col re
Ruberto e con più città di Toscana e di Lombardia,
per isturbare la venuta e coronazione dello 'mpe-
radore, e' Pisani acciocché passasse gli mandarono
sessantamila fiorini d'oro, e altrettanti gli promisso-
no quando fosse in Pisa ; e con questo aiuto si mosse
da Losanna, che da se non era ricco signore di moneta.
CAPITOLO VnL
Come U re Ruberto venne in Firen%e tornando
dalla tua coronazione^,
Ne\ detto anno 1310 a di 30 di settembre, il re
Ruberto venne in Firenze tornando d'Avignone, dov'e-
ra la ' corte del papa, dalla sua coronazione : albergò
in casa de'Peruzzi dal Parlagio, e da'Fiorentini gli
fu fatto grande onore, e armeggiata, e presenti gran-
di di moneta , e dimorò in Firenze insino a dì 24
d'ottobre per riconciliare i guelfi insieme, eh' erano
divisi per sette intra loro, e per trattare al riparo
dello 'mperadore. In riconciliargli poco poteo adope-
rare; tanto era l'errore cresciuto tra loro come ad-
dietro è fatta menzione ^. ,
CAPITOLO DL
Come Arrigo imperadore entrò in Italia^ e ebbe la
città di Milano.
Neiranno 1310 all'usciU di settembre, lo 'm-
peradore si parti di Losanna con sua gente, e passò
* A re Roberto era punta negli occhi la yenata dello
Imperadore, che avrebbe risorta la causa de' ghibellini. E
poco dovettero g^are le sue pratiche col papa, il quale
•dubbioso di quello che fosse meglio, teneva in ponte l'ano
e l'altro potente.
le montagne di Monsanese, e all'entrata d^ottobre ar-
rivò a Turino in Piemonte : appresso giunse nella città
d'Asti, di 10 d'ottobre. Per gli Astigiani fu rice-
vuto pacificamente per signore, andandogli incontro
con grande processione e festa, e tutte le discordie
tra gli Astigiani pacificò. In Asti attese sue genti e
innanzi si partisse, ebbe presso a duemila oltramon-
tani a cavallo. In Asti soggiornò più di due mesi,
perocché in quello tempo tenea la signoria di Mila-
no messer Guidetto della Torre, uomo di grande
senno e podere, il quale avea tra soldati e cittadini
più di duemila uomini a cavallo, e per sua- forza e
tirannia teneva fuori di Milano i Visconti e loro parte
ghibellina, e eziandio Tarcivescovo suo consorto con
più altri guelfi. Questo messer Guidetto avea lega co'
Fiorentini e con gli altri guelfi di Toscana e di Lom-
bardia, e contendea la venuta dello 'mperadore, esa-
rebbegU venuto fatto , se non eh' e' suoi consorti
medesimi con loro seguito condussono lo 'mperado-
re a venire a Milano col consiglio del cardinale dal
Fiesco legato del papa. Messer Guidetto non possen-
do al tutto riparare, assenti alla sua venuta centra
sua voglia ; e così entrò lo 'mperadore in Milano la
vigilia della festa di Natale, e il dì di Befania, dì 6 di
gennaio, fu coronato in Santo Ambrogio dall' Arci-
vescovo di Milano della seconda corona del ferro o-
norevolmente egli e la moglie. E la detta corona si
dà in Milano^ ed è di fino acciaio forbito a spada^
fatta a forma d'una ghirlanda d'alloro^ iti su chia-
vate ricche pietre prcMose^ a modo eh"" anticamente
si coronavano d'alloro i Cesari negli loro triunfi e
vittorie : e (f acciaio si fa a figura e similitudine,
che come Vacciaio e 7 ferro doma ogni altro me-
tallo^ così i Cesari triunfanti colla for%a de* Ho-
>mam e Italiani^ che tutti erano chiamati Romani^
domarono e sottomisero air imperio di Roma tutte
le nasoni del mondo ^ E alla detta coronazione fu-
rono gli ambasciadori quasi di tutte le città d' Italia,
salvo quegli di Firenze e di loro lega. E dimorando
in Milano, pacificò tutti i Milanesi insieme, e rimiseri
messer Maffeo Visconti e sua parte, e l'arcivescovo e'
suoi, e generalmente ogni nomo che n^era di fuori. E
quasi tutte le città e signori di Lombardia vennero a
fare le comandamenta , e dargli grande quantità di
moneta; e in tutte le terre mandò suo vicario, salvo
Bologna e Padova eh' erano contra lui alla lega de'
Fiorentini.
CAPITOLO X.
Come i Fiorentini chiusono di fossi le nuove cerchie
della cittade.
Nel detto anno il dì di Sant' Andrea, i Fioren-
tini per tema della venuta dello 'mperadore si ordi-
narono a chiudere la città di fossi dalla porta a San
Gallo insino alla porta di Santo Ambrogio, ovvero
detta la Croce a Gorgo, e poi insino al fiume d' Ar-
* Questo tratto che sta in un codice Ricardiaao del
trecento n. 1633, manca al testo Davanzati, e nella edi-
zione de'Giuilti 15878Dl1 margine, a carte $84,viene g^
dicato una postilla.
226
CRONICItB
fuori, e ammalaro gran parte degli ottramontani , e
molti grandi baroni ri morirono, e se ne partirono
per la malattia, e morirne poi in cammino. Intra gli
altri vi morì il valente messer Guido di Namurro fìra-
tello del conte di Fiandra, che fu capo de' Fiamminghi
alla sconfitta di Coltrai, uomo di gran valore e rino-
mea ; per la qual cagione i più delf oste consiglia-
vano lo 'mperadore se ne partisse. Egli sentendo mag-
giormente la diffalta d'entro, sì delF infermiti e mor-
talità, e sì di vittuaglia, si fermò di non partirei,
eh' egli avrebbe la terra. Quegli di Brescia, fallendo
loro la vivanda, per mano del cardinale dal Fiesco
si renderono alla misericordia dello 'mperadore, a di
1 6 di settembre nel detto anno. Il quale com' ebbe la
città, le fece disfare tutte le mura e le fortezze, e
condannogli in settantamila fiorini d' oro, e con gran
fatica in più tempo per loro male stato gli ebbe ; e
cento de' migliori della città grandi e popolari mandò
a' confici in diverse parti. Partito dall' oste da Brescia
con sua grande perdita e dammaggio, che '1 quarto
della sua gente non gli era rimasa, e quella gran
parte inferma, fece suo parlamento in Cremona. Quivi
per sodduzione e conforto de' Pisani e de* ghibellini
e bianchi di Toscana, si fermò di venire a Genova e
là riformare suo stato, e in Milano lasciò per vicario
e capitano messer Maffeo Visconti, e in Verona mes-
ser Cane della Scala, e in Mantova messer Passerino
de' Bonaposi, e in Parma messer Ghiberto da Cor-
reggio, e cosi tutte l' altre terre di Lombardia lasciò
a tiranno, non pòssendo altro per lo suo male stato,
e da ciascuno ebbe moneta assai, e privilegioUi delle
dette signorie.
CAPITOLO XXI.
Come i Fiorentini e" Lucchesi guemirono le fron-
tiere per la venuta dello ''mperadore.
Nel detto anno a dì 17 d* ottobre, i Fiorentini
sentendo che lo 'mperadore veniva a Genova, presono
in guardia il castello e la rocca di Samminiato del
Tedesco, e fornirlo di cavalieri e di pedoni, e man-
darono a dire a Volterra che non si rubellasse per
gli ghibellini allo 'mperadore o a sua parte; e' Luc-
chesi forùirono tutte le castella di Lunigiana e del
Valdarno di ponente.
CAPITOLO XXIL
Come papa Clemente diede legati allo ^mperadore
Arrigo che 7 coronassono.
Negli anni di Cristo 1311, papa Clemente alla
richiesta dello 'mperadore ^ non potendo in penona
venire a Roma a coronarlo per cagione del conci-
lio ordinato, mandò il vescovo d' Ostia cardinale da
Prato legato, che potesse in ciò come la pereona del
papa ; il quale fu con lui in Genova del mese d' ot-
tobre, e mandò il detto papa legato in Ungheria mes-
ser Gentile da Montefiore cardinale, per coronare
Carlo Rimberto, figliuolo che fu di Carlo Martello
nipote del re Ruberto, del reame d' Ungheria, e per
dargli l'aiuto e favore della Chiesa. B cosi fece, e di-
morowipiù tempo in Ungheria il detto cardinale, tanto
ch'ebbe conquistato quasi tutto il paese il detto Cario,
e lui coronato pacificamente. E alla tornata in Italia
del detto cardinale, ebbe comandamento dal papa
che tutto il tesoro della Chiesa ch'era a Roma e in
altre terre del patrimonio conducesse di là da' monti
a lui, il quale così fece infino alla città di Lucca.
Di là non lo poteo più innanzi conducere per terra
né per mare, perchè la riviera di Genova cosi per
terra come per mare era tutta scommosa a guerra per
le parti guelfi e ghibellini, per la venuta dello 'm-
peradore. LascioUo in Lucca nella sagrestia di San
Friano, il quale tesoro fu poi rubato per gli ghi-
bellini, come innanzi faremo menzione.
CAPITOLO xxin.
Come papa Clemente fece concilio a Vienna m Bor^
gognay e canoniiiò Santo Lodovico figliuolo del re
Carlo.
Nel detto anno 1311, per calen di novembre,
il detto papa Clemente celebrò concilio a Vienna in
Borgogna per la promessa fatta al re di Francia, per
cagione della questione mossa per lo detto re centra
alla memoria di papa Bonifazio, come addietro facemmo
menzione, ov' ebbe più di trecento vescovi, senza gli
abati e prelati. In quello concilio si dichiarò che papa
Bonifazio era stato cattolico, e non in neuno caso di
resia avea operato come il re di Francia gli mettea
addosso^ prima per più ragioni giuriste allegate di-
nanzi aire e al suo consiglio per messer Ricciardo
da Siena cardinale e sommo legista^ e per messer
Gianni di Namurro per teologia^ e per messer Fra
Gentile cardinale per decreto^ e per messer Caroc"
do e messer Guglielmo S Ebole Catalani^ valenti
e prodi cavalieri^ per appello di battaglia. Per la qual
cosa il re e'* suoi rimasono confasi; ma per lo papa
e per gU cardinali si trovò modo per contentare
Uredi Francia^ ^ e fecesi dicreto, che per offésa che'l
re di Francia avesse fatta al detto papa Bonifazio
o alla Chiesa, mai a lui né a sue rede potesse es-
sere opposto né dato briga ; e ordinossi che tutti i
beni e possessioni ch'erano state della magione del
tempio, fessone della magione dello spedale, le quali
convenne che la magione dello spedale rieomperast e
grandiasimo tesoro dal re, e da' signori che i'avea-
no occupute ; onde la magione dello apedale si cre-
dette essere ricca, e per lo grande debito in che
entrò per riscattarle venne in male stato. Al detto
concilio fu il re di Francia e più altri signori, e fe-
cionvisi più costituzioni, e si cominciò il settimo
libro de' decretali. E compiuto il concilio, il papa se
ubando a Bordello. In quello concilio fu canomzzato
a Santo Lodovico arcivescovo di Tolone, frato minore
figliuolo del re Carlo primogenito, e fratello del re
Ruberto e per essere religioso luciò Tenore mondano
e la corona del reame. Fu uomo benigno e di santa
' QiM6to pMfo in eonSvo maiiea al T. D. i « Vanna
tratto dal eod. Bioard. o. 1533.
M GIOVANNI VTLLANl.
S25
ricevettoDO. H detto vescoro di Ginevra andò poi a
Vine^a e richiese i Viniziani da parte dello ^mpera-
dorè d'aiato: i Viniziani feciongli grande onore, e
donargli per comperare pietre preziose per la sua co-
rona libbre mille di Viniziani grossi, e in Vinegia
di que* danari e d'aUri si fece la corona e la sedia
imperiale molto ricca e nobile , d^ arìento dorata la
sedia e d' oro con molte pietre preziose la corona.
CAPITOLO XV.
Come lo ^mperadore ebbe la dita di Cremona,
Nel 1311 a d) 20 d^aprile, essendo Io 'mperado-
re ad oste a Cremona, ed essendo fa città molto stretta
perchè s" erano male provveduti per la loro subita
rubellazione, renderò la città allo *mperadore a mi-
sericordia per trattato delP arcivescovo di Ravenna,
il quale gli ricevette e perdonò loro, e fece disfare
le mura e tutte 1« fortezze di città, e di moneta forte
gli gravò. E avuta Cremona, incontanente andò ad
oste sopra la città di Brescia a dì 14 di maggio, e
là si trovò con più isforzo e con maggiore cavalle-
ria e migliore eh' egli avesse mai, che di vero si tro-
vò più di seimila buoni uomini a cavallo ; i quattro-
mila e più, Tedeschi e Franceschi e Borgognoni e
gentili uomini ; e gli altri, Italiani buona gente ; die
avuto lui Milano e poi Cremona, più grandi signori
della Magna e di Francia il vennero a servire, e chi a
soldo, e molti per amore, E di certo se allora avesse
lasciata la 'mpresa dell* assedio di Brescia e venuto-
sene in Toscana, egli aveva a queto Bologna, Firen-
ze, e Lucca, e Siena, e poi Roma, e M regno di
Puglia, e tutte le terre contrarie, perocché non era-
no fomiti né provveduti, e gli animi delle genti
moHo variati, perchè il detto imperadore era tenuto
il più giusto signore e benigno. Piacque a Dio ri-
stesse a Brescia, il qual assedio molto il consumò
di genti e di podere per grande pestilenzia di morti
e malattie, come innanzi farò menzione.
CAPITOLO XVL
Come t Fiorentini per la tenuta dello *mperadore
trassono di bando tutti t guelfi.
Nel detto anno a dì 26 d^ aprile, avendo i Fio-
rentini novelle come Vicenza e Cremona erano ren-
dnte allo *mperadore, e come andava air assedio di
Brescia, per fortificarsi feciono appresso dicreto e
ordine, e trassono di bando tutti i cittadini e con-
tadini guelfi di che bando si fosse, pagando certa
piccola gabella : e feciono più ordini di leghe in città
6 'n contado e colP altre terre guelfe di Toscana.
CAPITOLO xvn.
Come i Fiorentini con tutte le terre guelfe di To"
icana feciono lega insieme contra lo 'mperadore.
Nel detto anno 1311 di calen di giugno, i Fio-
rentini, Bolognesi, Lucchesi, Sanesi, Pistoiesi e Vol-
terrani, e tutte r altre terre guelfe di Toscana feciono
parlamento e fermarono lega insieme, e fermarono
taglia de"* cavalieri, e giurarsi insieme alla difensione
e contrasto dello *mperadore. E appresso a dì 26 di
giugno i Fiorentini mandarono a Bologna il maliscal-
co del re con quattrocento cavalieri catalani, ch'era-
no al loro soldo per la guardia di Bologna, e per
contrastare allo 'mperadore se venisse da quella par-
te ; e simigliante vi mandaro i Sanesi e* Lucchesi, e
dimorarvi più mesi tra in Bologna e in Romagna in
servigio del re Ruberto.
CAPITOLO XVIIL
Come il re Ruberto fece pigliare per inganno % ghi"
bellini di Romagna.
Nel detto anno, dì 8 di luglio, venne in Firenze
messer Giliberto da Santiglia con dugento cavalieri
catalani e cinquecento mugaveri a pie, che gli mandava
il re Ruberto in Romagna per Visconte , perocché '1
papa avea fatto lo re conte di Romagna. Come fu di
là , colla forza del maliscalco prese tutti i caporali
ghibellini di Forlì, e di Faenza, e d'Imola, e dell* al-
tre terre di Romagna, e misegli in pregione perchè
non gli rubellassono la terra, e accomiatonne tutti i
ghibellini e* bianchi usciti di Toscana che v^ erano.
CAPITOLO XIX.
Come U marchese del papa prese Fano e Pesaro,
Nel detto anno ali* entrante di settembre, il mar-
chese eh'* era nella Marca per lo papa prese la città
di Fano e quella di Pesaro, che s' erano rubellaté alla
Chiesa.
CAPITOLO XX.
Come lo 'mperadore Arrigo ebbe la città di Brescia
per assedio.
Nel detto anno 1311 essendo lo *mperadore ad
oste a Brescia, più assalti v'ebbe, ove morì gente as-
sai di que* d'entro e di qua' di fuori, intra' quali fa
morto a uno assalto , d' uno quadrello di balestro
grosso, messer Gallerano di Luzimborgo fratello car-
nale e maliscalco dello 'mperadore, e più altri ba-
roni buoni cavalieri ; onde fu grande spavento a tut-
ta l'oste. E per quella baldanza i Bresciani uscendo
spesso fuori ad assalire V oste, del mese di giugno
parte di loro furono rotti e sconfitti, e furonne
presi da quaranta de' maggiori della, terra, e morti
ben dugento, intra' quali presi fu messer Tebaldo
Brusciati il quale era capo della gente d' entro , e
uomo di grande valore, ed era stato amico del-
lo 'mperadore, e avealo rimesso in Brescia quando ne
furono cacciati i guelfi : onde lo 'mperadore fecelo
{squartare a quattro cavalli come traditore, e più altri
fece dicapitare, onde il podere de' Bresciani molto af-
fiebolio ; ma però que' d' entro non lasciarono la di-
fensione della città. In quello assedio si corruppe l'aria
per la puzta de' cavalli e della lunga stanza del cam-
po, onde v' ebbe grandissima infermità e dentro e di
11
MS
CRONICHE
gioii caporrii che re^^a u città, e più amato dal
popolo, andando n fnleone ' in isola d*Arno a ca-
Taflo lansa gaardin con suoi ralconierì e famigliari,
rkffiere de* Cavalcanti Voccise, coiraiuto de* Bninelle-
schi e d* altri masnadieri in sua compagnia a cavallo,
a tradimento, secondo si disse, perocché messer Pax-
lino da loro non si guardava ; e dò fece per ven-
detta di Masino de* Cavalcanti e di messer Betto Bru-
nelleschi, dando colpa al detto messer Pauino gli
avesse fatti morire. Per la qual cosa» recato il cor-
po suo morto al palagio de' priori per più infama-
re i Cavalcanti, la città si mosse tutta a remore e
ad arme, e col gonfalone del popolo in fìiria si corse
a casa i Cavalcanti, e misevisi fuoco» e da capo fu-
rono cacciati di Firenze i Cavalcanti. Per questa ca-
gione, il popolo di Firenie alle spese del comune fece
quattro de* Passi cavalieri, donando de' beni e rendite
del comune.
CAPITOLO XXXIV.
Come la città di Cremona ii rubellò dallo 'mperadore.
Nel detto anno 1311, di 10 del detto mese
di gennaio, i Cremonesi si rubellarono alla signo-
ria dello *mperadore, e cacciarne fàori soa gente e
suo vicario, e ciò fu per soddotta de' Fiorentini, che
ancora v'aveano loro ambasciadore a trattare ciò,
promettendo a* Cremonesi grande aiuto di danari e
di gente; ma male fu loro per gli Fiorentini at-
tenuto.
CAPITOLO XXXV.
Conts t7 maUicako delio 'mperadore giwue in Fisa^
e cominciò guerra a* Fiorentini.
Nel detto anno di 1 1 di gennaio*, messer Arri-
go di Namurro fratello del conte Ruberto di Fiandra,
maliscalco dello 'mperadore, giunse per mare in Pisa
con poca gente, e a due dì appresso usd di Pisa con
sua gente e venne di qua da Pontadera, e tutte le
some de* Fiorentini che vernano di Pisa, fece pren-
dere e rimenare in Pisa ; onde i Fiorentini ebbono
grande danno. Per questa cagione i Fiorentini man-
darono gente a cavallo e a piede alla guardia di Sam-
miniato e di quella frontiera.
CAPITOLO XXXVI.
Come i Padotani $i rubellarono dalla signoria
dello ^mperadore.
Nel detto anno a dì 1 5 di febbraio, i Padova-
ni col conforto de* Fiorentini e de* Bolognesi si ru-
bellarono dalla signoria dello *mperadore, e cacciarne
il suo vicario e sua gente ; e a remore uccisono mes-
ser Guglielmo Novello loro cittadino, e gran capo di
parte ghibellina In Padova.
* La Giuntina 1587 legge: a faleùmare,
* La Ofuotina 1587 legge: addi 2t di gmmaio.
CAPITOLO xxxvn.
Come lo mperadore Arrigo venne nella città di
Nel detto anno a di 16 del mese di febbraio,
io 'mperadore si parti di Genova per mare con trenta
galee per venire a Pisa: per fortuna di tempo gli
convenne dimorare in Portoveneri dicioUo dì ; poi di
là arrivò a Portopisano, e in Pisa entrò a di 6 di
marso 1311, e da* Pisani fu ricevuto come loro si-
gnore, faccendogli grande festa e processione, e al
tutto gli diedono la signoria della città, faccendogli
grandi doni di moneta per fornire sua gente, che
grande bisogno n* aveva. In Pisa dimorò infino a di
22 d* aprile 1312, attendendo gente nuova di suo
paese. In questo dimoro in Pisa il maliscalco suo con
la sua gente molte cavalcate e assalti fece sopra le
terre e castella de' Lucchesi e di Samminiato dd Te-
desco, santa tendere campo, o assedio. In quelle ca-
valcate presono fl castello di Buti e la valle che
teneane i Lucchesi ; altro acquisto non vi fece di ter-
ra alcuna. In Pisa si trovò con millednquecento ca-
valieri oltramontani con gì* infrascritti baroni e si-
gnori : 1* ardvescovo di Trievi suo fratello carnale, il
vescovo di Legge fratello del conte di Bari suo cugi-
no, il duca di Baviera, il conte di Savoia suo co-
gnato, il conte di Forese, messer Guido fratello dd
Delfino di Vienna, messer Arrigo fratello del conte di
Fiandra suo maliscalco e cugino, messer Ruberto fi-
gliuolo del detto conte di Fiandra, il conte d*Alva-
gna d* Alamagna chiamato in loro lingua Lullo Ma-
stro, doè in latino Mastro Siniscalco, nomo di grande
valore, e più altri coati della Magna non conosdoti
da noi, castellani e banderesi usai, ciascuno di questi
signori con sua gente, e molti Italiani, Lombardi e
Toscani. I Fiorentini e gli altri Toscani sentendolo in
Pisa, s*afrorsarono di cavalieri e di gente in grande
quantità per contrastarlo.
CAPITOLO xxxvnt.
Come gli Spuletini furono $confUU da" Perugini
Nd detto anno 1311 di 28 di febbraio, gli Spu-
letini eh* erano a parte ghibellina furono sconfitti da*
Perugini, e assai ne furono tra presi e morti.
CAPITOLO XXXDL
Della rannata che */ re Ruberto e la lega di To'
scana fedone a Roma per contrastare la coromvUp'
ne d'Arrigo imperadore,
Ndranno 1312 del mese d* aprile, sentendoli
re Ruberto 1* apparecchiamento che *1 re d* Alamsgu
facea in Pisa per venire a Roma per coronarsi, si
mandò innansi a Roma, alla richiesta e colla forza
degli Orsini, messer Gianni suo fratello con sdceoto
cavalieri catalani e pugliesi, e giunsono in Roma dì
16 d* aprile; e mandò a' Fiorentini e Lucchesi e Sa-
nesi e ali* altre terre di Toscana eh* erano in lega
con lui, che vi mandassono loro isfor^o ; onde v*an-
darono a di 9 di maggio 1312, di Firenze dugenlo
DI GIOVANNI VILLANI.
229
cavalieri di cavallate de* migliori cittadini, e M mali-
scalco del re Roberto, ch^ era al loro soldo, eoa tre-
cento cavalieri catalani e mille pedoni, molto bella
gente, ond* ebbe la ^nsegna reale messer Botto di
messer Pauino de^ Passi, valente e savio giovane
cavaliere, e a Roma morì al servigio del re e del
comune di Firenze. E di Lucca v'andarono trecento
cavalieri e mille pedoni, e sanesi dugento cavalieri
e seicento pedoni, e molti d' altre terre di Toscana
e di terra di Roma vi mandarono gente. I quali tut-
ti furono io Roma a di 21 di maggio 1312, al con-
trasto della' coronatione dello 'mperadore, e colla
forza de' detti Orsini di Roma e di loro segnaci
presono Campidoglio, e messer Luigi di Savoia sena-
tore per forza ne cacciarono : presono le torri e for-
tezze a pie di Campidoglio sopra la mercatanzla, e
fornirono castello Adriano detto Sant'Agnolo, e la
chiesa e* palagi di San Piero ; e cosi più della me-
tade di Roma e la meglio popolata, e tutto Traste-
vere ebbero la signorìa e fona ^ I Colonoesi e loro
seguito che teneano la parte dello 'mperadore teneano
Laterano, Santa Marìa Maggiore, Culiseo, Santa Maria
Ritonda, le Milizie, e Santa Savina ; e cosi ciascuna
parte imbarrata e asserragliata con grandi fortezze.
E dimorandovi la gente de' Fiorentini, il d) di Santo
Giovanni Battista, loro principale festa, feciono cor-
rere in Roma palio di sciamilo chermisi, siccome
osano il detto dì in Firenze.
CAPITOLO XL.
Come lo ^mperadore Arrigo ii partì di Fi$a
e andonne a Roma,
Nel detto anno dì 23 d' aprile^ il re d'Alama-
gna si parti di Pisa con sua gente in quantità di due-
mila cavalierì e più, e fece la via per Maremma^ e
poi per lo contado di Siena e per quello d'Orbivie-
to, samca soggiornare, e senza altro contrasto se
n'andò a Viterbo, e quello ebbe sansa contradio,
perocch'era nella signorìa de' Colonnesi. E passan-
do lui per lo contado d' Orbivieto , i Filippesohi
d' Orbivieto col loro seguito di ghibellini comincia-
rono battaglia nella città contro a' Monaldesehi e gli
altrì guelfi d' Orbivieto, per dare la terra allo 'm*
peradore. I guelfi trovandosi forti e ben guemiti,
combatterono vigorosamente innanzi eh' e' ghibellini
avessono la forza della gente dello 'mperadore, e si
gli vinsono e cacciarono della città, con molti morti
e presi di loro parte. Soggiornando poi più giorni
lo re d'Alamagna in Viterbo, perchè non polca ave-
re r entrata della porta di San Piero di Roma , e
ponte Emale^ sopra Tevere era guernito e guardato
per la forza degli Orsini, alia fine si parti di Vi-
terbo, e in su monte Malo s' attendò, e poi per for-
za della sua gente di fuorì, e di quella de' Colon-
* Cosi tutti i Testi. Forse il Viliani scrìsse : in iignoria
é /orMo,
* La Ginntìna qni legge: addì 18 tP aprile.
* corruzione di Ponte Emilio , dal nome di Emilio
Scauro che il gettò. Trovasi anche appellato PonUMUviOj
e più corrottamente ancora ya per le bocche del popolo
sotto il nome di P<mU MoUe.
ned e di loro seguito d' entro, assalirò le fortesse e
guardie di ponte Emale, e per forza le vinsono, e
cosi entrò in Roma a di 7 di maggio, e andonne t
Santa Savina ad albergo.
CAPITOLO XLL
Come meaer Gaiea$$o ViàconH di Ift/ono prese ta
ciiià di FiaeenM,
Nel detto anno 1312, essendo i guelfi della
città di Piacensa in grande divisione tra loro, mes-
ser Alberto Scotti ch'era oapo dell'una setta, si
elesse per loro podestà per sei mesi messer Galeas-
so Visconti figlinolo del capitano di Milano. Com-
piuto il termine, il detto messer Galeasso sotto spe-
sie d' ambascerìa mandò a Milano il detto messer Al-
berto Scotti, e dieci de' maggiorì guelfi, e dieci de'
maggiorì ghibellini, e a MiUno furono rìtenuti i guelfi;
poi messer Galeasso con dugento cavalierì che gli
vennero da Milano, coli' aiuto de' ghibellini, e mas-
simamente di quegli della casa di Landa, corse la terra
e fecesene fare signore, e caccionne i guelfi, di 24
di luglio del detto anno.
CAPÌTOLO XLII.
Come i Fiormlìni levarono tu isconfilla i Pisani
da Cerretello*
Nel detto anno a di 20 di maggio, essendo i
Pisani ad assedio ad un loro castello in vai d'Era,
ch'avea nome Cerretello, vi cavalcarono i Fioren-
tini da cinquecento cavalieri di cavallate, e le loro
masnade di Catalani, e levargli da oste in isconfitta,
e furonne assai morti e presi di gente a piede.
CAPITOLO XLUL
Carne Arrigo di Lusmborgo fit coronalo imperadore
in Roma»
Nel detto anno, dimorando il re de' Romani in
Roma più tempo per poter venire per forza aUa Chie-
sa di S. Piero a coronarsi, più battaglie feciono la
sua gente centra quegli del re Ruberto e de' Tosca-
ni che'I contradiavano, e per forza vinsono e rac-
quietarono Campidoglio, e le forteue sopra la Mer-
catansia, e le toni di San Marco. E di certo si cre-
de eh' avrebbe vinta in gran parte della pugna, se
non che un giorno, a di 26 di maggio, a una gran
battaglia il vescovo di Legge con più baroni d'Ala-
magna, avendo rotte le sbarre, e correndo la terre
infino presso al ponte Sant'Angiolo, la gente del re
Ruberto con quella de' Fiorentini partendosi di cam-
po di Fiore per vie traverse, per costa fedirò alla
detta gente che cacciava la loro parte, e ruppongli,
e più di dugentocinqranta cavalieri ne furono tra morti
e presi, intra' quali fu il detto vescovo di Legge preso,
e menandolo uno cavaliere in groppa di suo cavallo
disarmato a messer Gianni fratello del re Ruberto, uno
Catalano a cui era stalo morto il fratello in quella
230
CRONICHE
eaccia , il fedì dietro alle reni d* ano stòcco, onde
gingnendo a caste! Sant* Angiolo, poco stette e meni ;
onde ne fti grande danno, perciocché era signore di
gran valore e di grande autorità. Per la detta per-
dita e sconfltta, la gente del re Roberto e loro se-
guito presono gran \igore e audacia, e quella del re
d' Alamagna il contrario. Veggendo il signore che
r urtare non facea per luì, e che ne perdea sua gente
e suo onore, avendo prima mandato al papa per licenza
ch^ e' cardinali il *potessono coronare in qnale chiesa
di Roma a loro piacesse, sì si deliberò di coronarsi
in San Giovanni Laterano, e in quella fu coronato per
lo vescovo d^ Ostia cardinale da Prato, e per messer
Luca dal Fiesco e messer Arnaldo Guasconi cardinali,
il di di San Piero in Vincola, dì primo d*agosto 1312\
con grande onore, da quella gente ch'erano con lui,
e da quegli Romani ch'erano di sua parte. B coro-
nato lo "mperadore Arrigo, pochi giorni appresso se
n* andò a Tiboli a soggiornare, e lasciò Roma in-
barrala e in male stato, e ciascuna parte tenea le
sue fortezze e contrade afforzate e gnemite. De' suoi
baroni si partì, fatta la coronazione ^, il dogio di Ba-
viera e sua gente, e altri signori d' Alamagna che
Taveano servito, sicché con pochi oltramontani rimase.
CATOOLO XLIV.
Come lo "mperadore si partì di Roma per venire
in Toscana.
Poi si partì lo 'mperadore da Tiboli, e venne
con sua gente a Todi, e da'Todini fn ricevuto ono-
revolmente, e come loro signore, perocché teneano
sua parte. 1 Fiorentini e gli altri Toscani, sentendo
che lo *mperadore j' era partito di Roma e ficea la
via verso Toscana, incontanente mandarono per la
loro gente eh* era a Roma, per essere più forti alla
sua venuta. E tornata la detta gente, i Fiorentini e
r altre terre di Toscana si guemirono le loro for-
tezze di cavalieri e di gente, per resistere alla ve-
nuta dello *mperadore, temendo forte della sua for-
za, e faccendo più confinati i ghibellini e cospetti; e*
Fiorentini crebbono il numero delle loro cavallate fino
in milletrecento, e soldati aveano col maliscalco e
con altri da settecento, sicché circa duemila cavalieri
aveano; e ciascuna altra città e terra di Toscana
della lega del re Ruberto e di parte guelfa a" erano
isforzati di gente d' arme per tema dello "mptradore.
CAPITOLO XLV.
Come lo ^mperadore venne alla citlà éP Are%%o^ e
poi come venne verso la città di Firente,
Del detto mese d^agosto nel 1312, si parti lo^m-
peradore da Todi e venne per lo contado di Pe-
rugia, guastando e ardendo, e per forza prese la
* II Mnratori (Ann. tP Ital.^ t. XIX, p. 294) corregge:
mila ftèia de* 88. Àpo$tóU Pietro e Pado, a* 20 di gittpto,
' La QiuntiDa qai affastella le cote dicendo : e ciascuna
parti tenea U 9ue fortezze e contrade c^orzate e guernite
dt^ tuoi baroni. Fatta la coronazione, 9i parti il doffio ecc.
saa gente Castiglione Chiusino sopra il Lago, e di
là venne a Cortona, e poi ad Arezzo, e dagli Are-
tini fn ricevuto a grande onore. E in Arezzo fece
sua raunanza per venire sopra la città di Firenze, e
subitamente si parti d' Arezzo, e entrò in sul con-
tado di Firenze a dì 12 di settembre, e di presenta
gli fu rendnto il castello di Caposelvole in su TAm-
bra eh* era de'FiorentiuL E poi si puose ad oste al
castello di Montevarchi, il quale era beneguemito
di gente soldati a cavallo e a pie, e di vittuaglia : a
quello fece dare più battaglie, e votare i fossi delFacqua
per riempierli di terra. Quegli della terra veggendo
ch^ erano sì forte combattuti, e avea la terra le
mura basse, e che i cavalieri dello *mperadore a pie
combattendo, e con le scale salendo alle mura non
temeano saettamento né gittamento di pietre, sì sbi-
gottirono forte, e maggiormente sentendo eh* e* Fio-
rentini non gli soccorreano, sì s* arrenderono il terzo
dì allo 'mperadore. Avuto Montevarchi, sanza dimoro
venne ad oste al castello Sangiovanni, e per simi-
gliente modo gli si rendeo, e presevi da settanta ca-
valieri catalani soldati de^ Fiorentini : e così sanza
riparo ne venne nel borgo di Fegghine.
CAPITOLO XLVL
Colila t Fiorentini furono quasi sconfitti al castello
deir Ancisa da gente dello ^mperadare.
I Fiorentini sentendo lo*mperadore partito d'A-
rezzo, incontanente cavalcarono popolo e cavalieri di
Firenze, sanza attendere altra amistà, al castello del-
l'Ancisa in su TAmo, e furono intomo di milleot-
tocento cavalieri e gente a pie assai, e air Ancisa
s* accamparono per tenere il passo allo 'mperadore.
Egli sentendo ciò, con sua gente armata venne nel
piano deir Ancisa in su risola d*Arno che si chiama
il Mezzule, e richiese i Fiorentini di battaglia. I Fio-
rentini non sentendosi di numero di cavalieri guarì
più che quegli dello 'mperadore, e erano sanza ca-
pitano, non si vollono mettere alla ventura della
battaglia, credendosi per lo forte passo rìparare lo *m-
peradore, che non potesse valicare verso Firenze.
Lo ^mperadore veggendo eh' e' Fiorentini non voleano
combattere, per consiglio de* savi uomini di guerra
usciti di Firenze si prese la via del poggio di sopra
air Ancisa, e per istretti e forti passi vaUcè il ca-
stello, e venne dalla parte verso Firenze. Vegge^ndo
r oste de* Fiorentini la sua mossa, dubitando non ve^
nisse alla città di Firenze, parte di loro col mali-
scaleo del re e sue masnade si partirono dalP An-
cisa per essergli dinanzi al cammino. U cónte di Sa-
voia e messer Arrigo di Fiandra, eh* erano venati
innanzi a prendere il passo, sotto a MonteU vigoro-
samente fedirò a quegli eh* erano alla frontiera, e
coir avvantaggio che aveano del poggio, gli misono
in volta e in isconfitta, seguendogli parte di loro in-
fino nel borgo dell* Ancisa. La rotta de* Fiorentini fa
più per lo sbigottimento del subito assalto, che per
dammaggio di gente; che tra tutti non vi morirono
venticinque uomini di cavallo, e meno di cento a
piede ^ e quasi tutti quegli oltramontani che per forza
DI GIOVANNI VILLANI.
231
Tennono cacciando ìnfino nel borgo, rimaaono morti.
Ma pure la gente dello ^mperadore rìmasono vincenti
della punga, e' Fiorentini molto impauriti ; e quella
notte 8^ attendò lo 'mperadore di qua dair Ancisa
verso Firenze due miglia. I Fiorentini rimasono nel
castello dell'* Ancisa quasi assediati e con poco for-
nimento di vittuaglia sì fattamente, che se lo 'mpe-
radore fosse stato fermo ali* assedio, i Fiorentini che
erano air Ancisa^ erano quasi tutti morti e presi. Ha
come piacque a Dio, lo *mperadore prese consiglio
la notte d* andarsene al diritto alla città di Firenze,
credendolasi avere sanza contrasto, lasciandosi Toste
de** Fiorentini addietro air Ancisa, come assediati e
molto impauriti e peggio ordinati.
CAPITOLO XLVn.
(hme lo "mperadore Arrigo si puose ad oste aUa
città di Fireme,
B così il seguente giorno dì 19 di settembre
1312, lo ^mperadore venne ^ ad oste alla città di Fi->
renze, ardendo la sua gente quanto si trovavano in-
nanzi; e cosi passò il fiume d'Arno allo *noontro
ov* entra la Mensola, e attendossi alla badia di Santo
Sai ri forse con mille cavalieri. L^ altra sua gente ri-
mase in Valdamo, e parte a Todi, i quali gli ven-
nero poi: e vegnendo per lo contado di Perugia,
da^ Perugini furono assaliti e quegli si difesono, e
con danno e vergogna de^ Perugini passarono. E
giunsero ^mperadore sì subito, che i più de'Fioren-
tini non poteano credere vi fosse in persona ; ed e*
rano si smarriti per tema della loro cavallerìa, ch^era
rìmasa all' Ancisa quasi come sconfitta, ohe se Io 'm-
peradore o sua gente in su la subita venuta fos-
sono venuti alle porte, le trovavano aperte e male
guemite; e per gli più si crede ch^ avrebbe presa
la città. Tuttora i Fiorentini veggendo V arsioni delle
case che per lo cammino facea, a suono di campana
scannarono fl popolo, e co'gonfaloni delle compagnie
vennero nella piazza de^ loro prìorì, e *I vescovo di
Firenze co* cavalli de* cherìci s* armò, e trasse alla
difensione della porta di Santo Ambrogio e de*fos8Ì,
e tatto il popolo a piede con lui, e serraro le porte,
e ordinarono i gonfalonieri e loro gente su per gli
fossi alle poste alla guardia della città di di e di
notte. E dentro alla città da quella parte eh* è di
sopra a Sant* Ambrogio, puosono uno campo con
padiglioni, logge e trabacche, acciocché la guardia
fosse più forte, e feciono steccati su pe* fossi d* o-
gni legname, e bertesche, in assai brieve lempo. E
cosi dimoraro in grande paura i Fiorentini due dì,
eh* e* loro cavalieri e oste tornarono dall* Ancisa
per diverse vie per vai di Robbiano e da Santa
Maria in Pianeta^ a Montebuoni di notte tempo.
Giunti in Firenze, la città si rassicurò : e' Lucchesi
' La GiimtinA così comincia questo ci^itolo: Coti te-
guemdo ìo'mperadare tanta toggiorno addi 19 di aeUemhre
1812 venne ad osU eco.
' o^ Tolgarmente Impruneta a circa otto miglia al
mMsodi di Flrense. Scrittori posteriori al Villaiii dicono
m PmetOj dal luogo forse piantato di pini.
vi mandarono ali aiuto e guardia della città sei-
cento cavalieri e tremila ' pedoni , e* Sanesi sei-
cento cavalieri e duemila pedoni, e* Pistoiesi cento
cavalieri e cinquecento pedoni, e* Pratesi cinquanta
cavalieri e quattrocento pedoni, e* Volterrani cento
cavalieri e trecento pedoni, e Colle e Sangimigna-
no e Samminiato ciascuno cinquanta cavafieri e du-
gento pedoni, i Bolognesi quattrocento cavalieri e
mille pedoni, di Romagna vi vennero tra di Rimini
e di Ravenna e di Faenza e Cesena e 1* altre terre
guelfe trecento cavalieri e millecinquecento pedoni,
e d* A gobbio cento cavalieri, e dalla città di Castello
cinquanta cavalieri. Di Perugia non vi venne aiuto
per la guerra oh* aveano co* Todini e Spuletini. E
così fra otto dì posto 1* assedio per lo *mperadore, si
trovarono i Fiorentini con loro amistà più di quat-
tromila uomini a cavallo, e gente a piò sanza nu-
mero. Lo *mperadore era con milleottocento cava-
lieri, gli ottocento oltramontani, e mille Italiani, di
Roma, della Marca, del Ducato, d^ Arezzo, e di Ro-
magna, e de* conti Guidi, e di quegli di Santafiore,
e usciti di Firenze, e gente a pie assai ; perocch* e'
nostri contadini dalla parte ov* e* possedea, tutti se-
guivano il suo campo. E fu quell* anno il più largo
e uberoso^ di tutte vittuaglie che fosse trent'anni
addietro. Ali* assedio dimorò lo 'mperadore infino al-
1* ultimo dì del mese d'ottobre, guastando il con-
tado tutto dalla parte di Levante, e fece gran danno
a* Fiorentini sanza dare battaglia ninna alla città,
stando in isperanza d* averla di concordia; e tutto
r avesse combattuta, era sì guemita di gente a ca-
vallo, che due tanti • più n*avea alla difensione
della città che di fuori, e gente a pie per ognuno
quattro^; e rassicurarsi sì i Fiorentini, che i più an-
davano dÌBarmati, e teneano aperte tutte Taltre porte,
fuori che da quella parte*, e entrava e usciva la mer-
catanzia, come se non v* avesse guerra. Dell'uscire
fuori i Fiorentini a battaglia, o per viltà, o per
senno di guerra, o per non avere capo, in nulla guisa
si voUono mettere alla fortuna del combattere, che
assai aveano l* avvantaggio, s' avessono avuto buono
capitano, e tra loro più uniti che non erano. Ben
feciono una cavalcata a Cerretello, che v* erano tor-
nati i Pisani a oste, e ancora gli ne levarono a
modo di sconfitta del mese d* ottobre. Lo 'mperadore
fu malato più giorni a San Salvi, e veggendo non
potea avere la città per accordo, né la battaglia vo-
leano i Fiorentini, se ne partì non bene sano *, E
stando ancora a San Salvi, ragionando il conte di
Savoia con 1* abate e certi monaci di là entro, co-
me lo *mperadore avea da* suoi astrolaghi, ovvero
per altre revelazioni, che dovea conquistare in fino
in capo del mondo, 1* abate ridendo disse: Com^'
piuta è la profeiia^ che qui presso dove voi domt-
nate^ ha una via santa uscilay che si cfUanui Capo
di mondo : onde il conte e gli altri baroni che ndi-
' La Giuntina : cinque mila.
' ubertoso,- fertile; énubero^ poppa: manca al Vocabol.
' La Giuntina così legge: pia quattro tanti,
* Ciò ohe segue fino alla fine del capitolo, mancando al
testo Davanzati, fu tolto dal cod. Ricardiano n. 1533.
233
eoRMiciis
ro qaetto, rimasero confiisi della loro rana spe-
ranza : e però per gli uomioi savi oon si dee dare
fede a ogni profezia o detti d^ astrolago, che sono
mendaci e di doppio intendimento.
CAPITOLO XLVUL
Come lo 'mperadore si parti dalV assedio da San Sai'
vi e andonne a San CascianOy e poi a Poggiboni:t%i.
Lo *mperadore con sna oste si parti la notte
vegnendo la Tussanli, e ardendo il campo, valicò Ar-
no per la via ond* era venuto, e accampossi nel pia-
no d' Ema di lungi alla città da tre miglia. Né già
per sua levata i Fiorentini non uscirono la notte della
città, ma sonarono le campane, e ogni gente fu ad
arme ; e per quello si seppe poi, la gente dello ^m-
peradore ebbono gran tema della levata, che la notte
non fossono assaliti dinanzi o alla retroguardia da'
Fiorentini. La mattina vegnente una parte de* Fioren-
tini andarono al poggio di Santa Margherita sopra
il campo dello *mperadore, e a modo di badalucchi
più assalti gli feciono, de' quali ebbono il peggiore:
e con vergogna là dimorato tre giorni, si parti, e
andonne con sua oste in sul borgo di San Cascia-
no presso alla città otto miglia ; per la qual cosa
i Fiorentini feciono affossare il crescimento del se-
sto d' oltrarno eh' era fuori delle mura vecchie, in
caien di dicembre 1312. E stando lo 'mperadore a
San Casciano, gli vennero in aiuto i Pisani ben cin-
quecento cavalieri e tremila pedoni, e mille balestrie-
ri di Genova, e giunsono a dì 20 di novembre. A San
Casciano dimorò infino a di 6 di gennaio sanza fare a*
Fiorentini altro assalto se non di correrie e guasto e
arsioni di case per lo contado, e prese più fortezze
della contrada; né perciò i Fiorentini non uscirono
fuori a battaglia, se non in correrie e schermugi,
quando a danno dell'una parte e quando dell'altra,
da non fame grande menzione, se non che a una av-
visaglia a Cerbaia di vai di Pesa furono i nostri rotti
da' Tedeschi, e morì uno degli Spini, • uno de' Bo-
atichi, e uno de* Guadagni per loro franchezza in
questa stanza, eh* erano d' una compagnia di volontà
a una insegna campo verde e banda rossa oon ca-
pitano, e chiamavansi i cavalieri della banda, de' più
pregiati donzelli di Firenze, e assai feciono d*arme.
Ma in quella stanza i Fiorentini s* alleggiarono di
gran parte di loro amistà, e dierono loro commiato,
e allo 'mperadore medesimo mancò gente, e per lo
suo lungo dimoro e per disagio di freddo si comin-
ciò nel campo a San Casciano grande infermeria e
mortalità di gente, la quale corruppe forte la con-
trada, e inflno a Firenze ne seguì parte ^ per la qual
cagione si partì lo 'mperadore con sua oste da San
Casciano e andonne a Poggibonizzi, e prese il ca-
stello di Barberino e di San Donato in Poggio, e più
altre fortezze: a Poggibonizzi ripuose il castello in
sul poggio, come anticamente solca essere, e puo-
segli nome Castello imperiale. Là dimorò inflno a dì
6 di marzo, e fallògli molto in quella stanza la vit-
tuaglia, e aoffersevi gran soffratta egli e tutta sua
oste, eh* •' Sanesi dall* una parte e* Fiorentini dall' al-
tra gli aveano chiuse le strade, e trecento soldati
del re Ruberto erano in Colle di Yaldelsa, che 1
guerreggiavano al continuo; e tornando da Casoli
dugento cavalieri dello 'mperadore, furono sconfitti
da' cavalieri del re ch'erano in Colle, a di 14 di-
febbraio 1312. E dall'altra parte il maliscalco co* sol-
dati de' Fiorentini era a guerreggiarlo in Sangimi-
gnano, sicché lo stato dello 'mperadore scemò molto,
e quasi non gli rimasono mille uomini a cavallo, che
messer Ruberto di Fiandra se ne partì con sua gente,
e da* Fiorentini fu combattuto di costa a Castelfio-
rentico, e morta e presa di sua gente gran parte,
e egli con pochi si fuggì, con tutto eh* assai tenne
campo, e assai die' che fare a quella gente che lo
assalirò, ch'erano per uno quattro, ed ebbonne
vergogna.
CAPITOLO XLIX.
Come lo "mperadore si parti àa Poggibomi%i e n
tornò in Pisa^ e fece molti processi contro à*Fio^
rentini*
Lo *mperadore veggendosi .così assottigliato e
di gente e di vittuaglia, e eziandio di moneta, che
nulla gli era rimaso da spendere, se non che amba-
sciadori del re Federigo di Cicilia, i quali apporta-
rono a Fisa e vennono a lui a Poggibonizzi per fer-
mare lega con lui incontro al re Ruberto, gli diedo-
no ventimila doble d' oro. Con quelle pagati i debi-
li, si partì da Poggibonizzi, e sanza soggiorno si tor-
nò a Pisa a dì 9 di marzo 1312 assai in male stato
di se • di sue genti : ma questa somma virtude ebbe
in se lo 'mperadore Arrigo, che mai per avversità
quasi non si turbò, né per prosperità cìC avesse non
si vanagloriò. Tornato lo 'mperadore in Pisa, fece
grandi e gravi processi sopra i Fiorentini di torre
alla città ogni giurisdizione e onori, disponendo tutti
i giudici e notari, e condannando il comune di Fi-
renze in centomila marchi d' ariento, o più grandi
cittadini e popolani che reggeano la città nelf avere
e persone e ne' loro beni, e che i Fiorentini non
potessono battere né far battere moneta d' oro né
d' ariento; e consentì per privilegio a messer Ubiz-
zino Spinoli di Genova e al marchese di Monfer-
rato, che potessono battere in loro terre i fiorini di
giglio contraffatti sotto il conio di quegli di Firen-
ze ; la qual cosa da' savi gli fu messa in grande dif-
falta e peccato, che per cruccio e mala volontà ch'a-
vesse contro a' Fiorentini, non dovea niuno privile-
giare che battessono fiorini falsi.
CAPITOLO L.
Come lo ^mperadore condannò il re Ruberto.
Sopra il re Ruberto fece somigliantemente gran-
di processi, condannandolo nel reame di Puglia e della
contea di Proenza, e lui e sue rode nelle persone,
come traditori dello *mperìo^; i quali processi furono
' E proferì stnteDia di morte contro di Ini. (JAiralorì,
Ann, «rUàLf tom. XIX, pag. $06.)
DI GIOVAMNi VILLANI.
283
poi cassi e annallati per papa Giovanni vigesimose-
condo. E stando lo 'mperadore in Pisa, messer Ar-
rigo di Fiandra suo maliscalco cavalcò in Versilia e
Lnnigiana con ottocento cavalieri e seimila pedoni,
e per foru prese Pietrasanta a dì 28 di marzo 1313.
I Lacchesi i quali erano a Camaiore collo sforzo de'
Fiorentini, e' non ardirono a contrastare, si tomaro
in Lucca : e Serrezzano, che "1 teneano i Lucchesi,
8* arrendè a^ Marchesi Malispini che teneano collo ^m-
peradore.
CAPITOLO LL
Come lo * mperadore s" apparecchiò per andare nel
Regno contro al re Ruberto^ e si partì di Pisa»
Fatto ciò, prese consiglio lo 'mperadore di non
orlare co' Fiorentini e con gli altri Toscani, che po-
co n'avea avanzato, ma peggiorato suo stato; ma
di farsi dal capo, e d'andare sopra il re Ruberto
con tutto suo isfDrzo, e torregli il regno ; e se ve-
nuto gli fosse fatto, si credea essere signore d'Ita-
lia: e di certo cosi sarebbe stato, se Iddio non avesse
riparato, come faremo menzione. Egli s' allegò col
re Federigo che tenea l' isola di Cicilia, e co' Ge-
novesi, e ordinò che ciascuno tf giorno nomato a-
sesBe in mare grande navilio di galee armate*, in
Alamagna e in Lombardia mandò per gente nuova,
e cosi richiese tutti i suoi sudditi e ghibellini d* Ita-
lia. In questo soggiorno in Pisa raunò moneta assai,
e non dormendo, tuttora al suo maliscalco facea
guerreggiare Lucca e Samminiato, ma poco n'avan-
zò. Nella state 1313, che soggiornò in Pisa, venu-
togli suo isforzo, si trovò con più di duenàlacin-
quecento cavalieri oltramontani, i più Alamanni, e
Italiani bene milecinquecenlo cavalieri. I Genovesi
armarono a sua richiesta settanta galee, onde fu am-
miraglio messer Lamba d'Oria, e venne col detto
stuolo in Porto pisano, e parlò allo 'mperadore: poi
D* andò verso il Regno all' isola di Ponzo. Il re Fe-
derigo armò cinquanta galee, e il giorno nomato, di
5 d'agosto 1313, lo 'mperadore si parti di Pisa;
e quello di medesimo si trovò che lo re Federigo si
parti coir armata di Messina, e con mille cavalieri si
puost in su la Calavra, e prese la città di Reggio,
e più altre terre.
CAPITOLO Ln.
Come lo "mperadore Arrigo morio a Boncontenlo
nel contado di Siena,
Partito lo 'mperadore di Pisa, passò su per
TElsa e combattè Castelfiorentino, e noi poteo ave-
re : passò oltre tra Poggibonizzi e Colle infino a Sie-
na lungo le porte. In Siena avea gente assai delle
loro e delle amistadi di loro lega: e cavalieri di
Firenze alquanti per badalucchi uscirono per la porta
di Cammollia, ed ebbono il peggiore, e Girono ripinti
per forza nella città; e cosi Siena in grande paura,
io 'mperadore valicò la città, e puosesi a campo a
MoBtaperti in so l' Arbia ; là cominciò ad ammalare,
con tutto ohe infino alla partita di Pisa si sentisse ';
ma per non fallire la partita sua al giorno ordinatq,
si mise a cammino. Poi andò in piano di Filetta per
bagnarsi al bagno a Macereto, e di là andò al borgo
a Bonconvento di là da Siena dodici miglia. Là aggravò
forte, e come piacque a Dio, passò di questa vita il
di di Santo Bartolommeo, di 24 d'agosto 1313 ^.
CAPITOLO LUI.
Conta come^ morto lo ''mperadore^ si divise la sua
oste^ e' suoi baroni ne portarono il corpo alla città
di Pisa,
Morto lo 'mperadore Arrigo, la sua oste, e* Pi-
sani, e tutti i suoi amici ne menarono grande do-
lore, e' Fiorentini, Sanesi, e Lucchesi, e quegli di lo-
ro lega ne feciono grande allegrezza. Incontanente,
lui morto, si partirono gli Aretini e gli altri ghibel-
lini della Marca ò di Romagna dell' oste da Boncon-
vento, nella quale avea gente grandissima a cavallo e
a piede. I suoi baroni e' cavalieri pisani con loro gente
sanza soggiorno passaronro per la Maremma col corpo
suo, e recarlo io Pisa ; là con grande dolore e poi con
grande onore il soppeliirono al loro duomo. Questa
fu la fine dello 'mperadore Arrigo. E non si maravigli
chi legge, perchè per noi è continuata la sua storia san-
za raccontare altre cose e avvenimenti d'Italia e d'altre
provincia e reami ; per due cose, l' una, perchè tutti
i cristiani, ed eziandio i Greci e' saracini, guardava-
no al suo andamento e fortuna, e per cagione di
ciò poche novità notabili erano in nulla parte altro-
ve ; r altra, per le diverse e varie grandi fortune che
gì' incorsono in si piccolo tempo eh' egli visse, che
di certo si credea per gli savi, che se la sua morte
non fosse stala si prossimana a signore di tanto
valore e di si grandi imprese com'era egli, avrebbe
vinto il regno e toltolo al re Ruberto, che piccolo
apparecchiamento avea al riparo suo. Anzi àf disse
per molti, che 'I re Ruberto non l' avrebbe atteso,
ma itosene per mare in Proenza ; e appresso b* aves-
se vinto il regno come s'avvisava, assai gli era leg-
giere di vincere tutta Italia, e dell'altre provincie assai.
CAPITOLO LIV.
Come Federigo detto re di Cicilia venne per mare
alla città di Pisa,
Federigo re di Cicilia, il qual era in mare con
suo stuolo, come fatta è menzione, aggiuntosi già
co' Genovesi, sentendo della morte dello 'mperadore,
' si risentisse, sentisse di malattia. Manca al Vocabol.
^ Andò voce che an frate dell' Ordine de' Predicatori
r avesse avvelenato nel dargli, alcuni di prima, la santa
comunione. Tal voce senza fondamento storico, dice il ero-
nista Ferreto (Rer. ital,^ t IX), fu sparsa da un tedesco,
onde molti suoi nazionali corsi a furore sopra il convento
de' frati predicatori di Pisa, alcuni ne uccisero. La calunnia
fh smentita da una bolla del successore di papa Clemente
e con un autentico attestato di Giovanni re di Boemia nato
dello stesso imperatore Arrigo. I più de' cronisti, anzi quasi
tutti dicono che Arrigo morisse di morte naturale, di febbre
0 di peste.
334
CRONICflB
venne in Pisa, e non avendo potato vedere lo 'm-
peradore vìvo, si il volle vedere morto. I Pisani
per dotta ' de* guelfi di Toscana e del re Ruberto sì
voUono il detto don Federigo fare loro signore : non
volle la signoria, ma per sua scusa domandò loro
molto larghi patti fuori di misura, con tutto che per
gli più si credette che, bene eh* e' Pisani gli aves-
sono fatti, non avrebbe voluto lasciare la stanza di
Cicilia per signoreggiare Pisa ; e cosi sansa grande
dimoro si tornò in Cicilia. 1 Pisani rimasi molto scon-
solati e in paura, vollono fare signore il conte di Sa-
voia e messer Arrigo di Fiandra : nullo volle rice-
vere ; ma tatti i caporaU e bai oni eh* erano collo*m-
peradore si partirono e tornarono in loro paesi.
Altri cavalieri tedeschi e brabansoni e fiamminghi
con loro bandiere rimasono al soldo de* Pisani in-
torno di mille a cavallo; e i Pisani non potendo a-
vere altro capitano, elessono Uguccione da Faggiola
di Massa Tribara, il quale era stato per Io 'mpera-
dore vicario in Genova. Questi venne a Pisa e prese
la signoria, e appresso col seguito de* cavalieri te-
deschi che vi rimasono, fece in Toscana grandissi-
me cose, come innanzi si /ara menzione.
CAPITOLO LV.
Come il conte Filippone di Patia fu sconlUio a
Piacenza,
Nel detto anno 1313 del mese d'agosto,' il
eonte Filippone di Pavia colla parte gnelGa vegnendo
sopra Piacenza, che la tenea messer Galeasso Vi-
sconti, fu sconfitto e preso.
CAPITOLO LVI.
Come i Fiorentini diedono la $ignoria di Firenze al
re Ruberto per cinque anni.
Nel detto anno 1313, ancora vivendo Io *m-
peradore, parendo a* Fiorentini essere in male stato,
si per la forza dello *mperadore e di loro usciti, •
ancore dentro tra loro avendo dissensione per le sette
nate per cagione delle signorie, si diedono al re Ru-
berto per cinque anni, e poi appresso si 1 rafferma-
rono per tre, e cosi otto anni appresso il re Ruberto
D* ebbe la signoria, mandandovi di sei fu sei mesi
suo vicario, e *l primo fu messer Giacomo di Can-
telmo di Proenza, che venne in Firenze del mese di
giugno 1313. E per simile modo appresso feciono
i Lucchesi e* Pistoiesi e* Pratesi di darsi alla signoria
del re Ruberto. E di certo fu lo scampo de* Fio-
rentini, che per le grandi divisioni tra* guelfi insie-
me, se *1 mezio della signorìa del re Ruberto non
fosse stato, guasti e stracciati s' arebbono tra loro,
e cacciata parte '.
* timore: francesismo smaccato (doute) da lasciare peg-
gio che tra le anticaglie. La Giuntina legge : per Urna»
' La Giuntina legge: e vtnuH a mala fine.
CAPITOLO LVn.
Come gli Spinoli furono cacciati di Genova,
Nel detto anno del mese di febbraio e di narso,
essendo morto lo *mperadore, .e partito Uguccione
da Faggiuola di Genova, i Genovesi ghibellini In
loro ebbono grande discordia per invidia degli ofici e
signorìa della terra ; che gli Orii che erano possenti,
e gli Spinoli somigliante, ciascuno volea essere il
maggiore. Per la qnal cosa vennero a battaglia cit-
tadina insieme, la quale durò per venti dì continui
molto pericolosa, che tutta la città era partita, 1* nna
parte con gli Orìi, e 1* altra con gli Spinoli; nella
quale battaglia molti ebbe morti d*una parte e d* al-
tra. Alla fine misono fuoco combattendo, onde ar-
sero più di trecento case nel migliore della città;
e dibattuti di tanta pestilenza^ gli Spinoli non tanta
per forza cacciati, ma per isdegno si partirono della
città, e andarne a Bazzalla, e la tarra rìmase alta si-
gnorìa di quegli d*Orìa e de*Grìmaldi ohe teneano
insieme con loro, e feciono stata comune di popolo,
e durò più anni.
CAPITOLO LVIIL
Come Uguccione da Faggiuola iignore in Pisa fece
molla guerra a* Lucchesi^ eicchè misono i ghibellini
usciti per is forcata pace in Lucca.
Nel detto anno 1313, oMendo Uguccione in
Pisa per signore appresso la morta dello 'mperadore
con la munada tadesoa, non istatta ozioso, ma in-
nanzi eh* a loro fosse cominciata guerra, vigoroM-
menta usalirono i Lucchesi e* Samminiatosi, caval-
candogli molta spesso infino alle porti, ardendo e
guastando ; e in più awisamenti sempre n^ ebbono i
Lucchesi il peggiore, perocché per la loro discordia
tra* guelfi medesimi, per setta fatta e per invidia di
loro signorìe, male intandeano a seguire rantica loro
buona sollecitudine e unità che diede già loro viV-
torie, ma scemando loro cavallata e soldati, per la
qual cosa a* Fiorentini conr enia portare tatto il faccio
e la spesa, soventa cavalcando a Lucca popolo e
cavalierì alla loro difensione. Ha Uguccione co* Pisani
essendo di presso, partiti i Fiorentini, inoontanenta
gli cavalcava, sicché molto gli affiisse; e per la loro
divisione, della quale era capo delP nna setta mes-
ser Luti degli Obizzì, e dell* altra messer Arrìgo Be-
rarduoci, contra la volontà de* Fiorentini pace feciono
coi Pisani, rendendo loro Ripafratta e più altre ca-
stalla de* Pisani, che anticamenta aveano sopra loro
guadagnata, e rìmisono in Lucca quegli della casa
degl* Interminelli e loro seguito; onde i Fiorentini
molto isdegnarono e furono crucciosi.
CAPITOLO LIX.
Della morte di papa Clemente,
Neiranno 1314 di 20 d*aprìle, morì papa de-
menta: volendo andare a Bordello in Guascogna, pas-
sito il Rodano alla Rocca Maura ^ in Proenza, ammalò
La Giuntina del 1587 dice ; Rocca muta.
DI GIOVANNI VILLANI.
Uh
e mori. QaesU fa uomo molto cupido di moneta, a
fimonlaco, che ogni beneficio per danari s^ avea in
sua corte, e fu lussurioso ; che palese si dicea, che
tenea per amica la contessa di Pelagorga, bellissima
danna, figliuola del conte di Fusci. E lasciò i nipoti
e suo lignaggio con grandissimo e innumerabile te-
soro : e dissesi che, vivendo il detto papa, essendo
morto uno suo nipote cardinale, cui egli molto ama-
va, costrinse uno grande maestro di negromanzia che
sapesse che delP anima del nipote fosse. 11 detto
maestro fatte sue arti, uno cappellano del papa molto
sicuro fece portare a' dimonia \ ì quali il menarono
allo *nfemo, e mostrargli yisibilemente uno palazzo,
W entro un letto di fuoco ardente, nel quale era Ta-
nima del detto suo nipote morto, dicendogli, che
per la sua simonia era così giudicato. E vide nella
visione fare un altro palazzo alla 'ncontra, il quale
gli fu detto si facea per papa Clemente ; e così rap-
portò il detto cappellano al papa, il quale mai poi
non fu allegro, e poco vivette appresso: e morto
Ifli, e lasciatolo la notte in una chiesa con grande
Imninaria, b* accese e arse la cassa, e "l corpo suo
dalla cintola in giù', anzi che persona se n'avvedesse.
CAPITOLO LX.
Come Uguccione da Faggiuola co* Pisani presono
la ciiià (U Lucca^ e rubarono il tesoro della Chiesa.
Nel detto anno 1314, essendo i ghibellini ri-
vessi in Lucca, Uguccione mollo tegnendo corti i
i>acchesi che rendessono i beni loro a' ghibellini, e*
gnelfi di Lucca che gli s'aveano appropiati non gli
Toleano rendere, per lo detto Uguccione fu ordinato
tradimento in Lucca con gF Interminelli, che v^ erano
rimessi, e co" Qnartigiani e Pogginghi e Onesti ; e su-
bitamente a di 14 di giugno nel detto anno, la teija
A misono a romore, combattendo insieme, e gin-
gneado Uguccione alle porte co' Pisani e loro isforzo
per la detta parte, gli fu data la postierla del Prato.
Onde entrò nella terra con sua gente il vicario del
re Ruberto, messer Gherardo da San Lupidio della
Marca, e gli altri guelfi di Lucca male in accordo e
peggio fomiti di cavalieri e di gente, e benché a-
vessono mandato per soccorso a^ Fiorentini, i quali
erano già venuti a Fucecchio, il loro soccorso fu
tardi, perchè Uguccione co' Pisani aveano corsa la
terra. Per la qnal cosa il vicario del re Ruberto e gli
altri guelfi della terra non potendo resistere, uscirono
di Lucca e vennonne a Fucecchio, e a Santa Maria a
' li demonii ; eosi quasi tatti ! t«8tl a penna. In aldini
•tmmpati: àSU dimonia,
* Morto Ini, tante lue rìcchetze fbron messe a sacco
d^ parenti, talché appena si potè trovare uno straccio da
copririo, e, caduto il fboco da un doppiere, gli venne bru-
ciata una parte del corpo. Molte sono le favole che si sparsero
intomo alla sua morte : narrasi che uno de' templarii tratto
da Napoli alla Corte di Boma e condannato al fuoco, nel-
V andare al supplicio, citasse il papa e Filippo re di Francia
al tribunale di Dio entro lo spazio di un anno a render
conto dell'ingiusta sentenza. Non compiuto ancor Tanno
Q papa e il re erano morti. Ma forse le date non confron-
tano ed nitrì negano rìeisamente il fatto.
Monte, e air altre castella del Valdarao, e la città di
Lucca per gli Pisani e Tedeschi fu corsa e spogliata
d^ ogni riccheua, che per otto dì durò la ruberia cosi
agli amici come a* nemici, pur chi più avea fona, con
molti micidii e incendii. E oltre a ciò, il tesoro della
Chiesa di Roma, che '1 cardinale messer Gentile da
Montefiore della Marca avea per comandamento del
papa tratto di Roma e di Campagna e del Patrimo-
nio, e avealo lasciato in San Friano dì Lucca, per
lo detto Uguccione e sue masnade tedesche, e per
gli Pisani tutto fu rubato e portato in Pisa.* E non
si ricorda di gran tempi passati che una città avesse
una sì grande avversità e perdita per parte che vi
rientrasse, com* ebbe la città di Lucca d^ avere e di
persone.
CAPITOLO LXI.
Come messer Piero fratello del re Ruberto tenne in
Firenze per signore.
Nel detto anno e mese di giugno, i Fiorentini
avendo novelle della perdita di Lucca furono molto
crucciosi, e scommossi, e già avendo dinanzi gFin-
disi, e t^hi disse che come i ghibellini di Lucca or-
dinarono il tradimento con Uguccione, così i guelfi
co* Fiorentini aveano fatto per cacciarne i ghibel-
lini, s' erano mossi al soccorso, ma giunsono' tardi ;
che Uguccione co* Pisani erano pih vicini, e prima
fornirono d'aver Lucca. I Fiorentini essendo perduta
Lucca, 'presono poi le castella di Valdarao che an-
cora si teneano a parte guelfa, ciò furono Fucec-
chio, Santa Maria a monte, Montecalvi, Santacroce, -
Castelfranco, e Montetopoli ; e in Valdinievole, Mon-
tecatini e Montesommano ; ma Serravalle, in su la
perdita di Lucca, per negligenia e avarizia de* Pi-
stoiesi, non volendo spendere trecento fiorini d*oro
per dare alle masnade che M teneano, dagli usciti di
Pistoia fu preso. E così Toscana apparecchiata a
grande guerra per la rivoluzione della città di Luc-
ca, i Fiorentini mandarono incontanente in Puglia al
re Ruberto che mandasse loro uno de* fratelli con
gente a cavallo e per loro capitano. 11 re Ruberto
sanza indugio mandò a Firenze messer Piero suo
minore fratello, giovane molto grazioso e savio e
bello della persona, con trecento uomini di cavallo,
e con savio consiglio de^suoi baroni: e giunse in
Firenze a dì 18 d'agosto del detto anno: e da' Fio-
rentini fu ricevuto a grande onore come loro signora,
dandogli del tutto la signoria della città, e faceva i
priori e tutti gli uficiali di Firanze : e fu sì grazioso
appo i Fiorentini, che se fosse vivuto, per gli j)iù
si dice eh* e' Fiorentini V avrebbono fatto loro si-
gnore a vita.
CAPITOLO LXn.
Conte U re Ruberto andò con grande stuolo sopra
Cicilia, e assediò la città di TrapaU.
Nel detto anno 1314, il re Ruberto pei^ ven-
dicarsi di Federigo di Cicilia che alla venuta dello *m-
peradore gli avea rotta pace, e allegatosi con lui,
e prese le sue terre in Calavra, si fece una grande
a3«
CRONICHE
innata a Napoli, che Ira di Proenza e di Paglia e
del Regno e Genovesi armò centoventi galee, e tra
ascierì e legni grossi da portare cavalli e arnesi d'o-
ste presso di cento, sicchò dagento e più legni a
gabbia fu lo staolo ; e con daemila cavalieri e gente
a piò sanza numero: egli in persona col prenxe Fi-
lippo e con messer Gianni suoi fratelli si partirono
di Napoli col detto staolo, del mese d* agosto del
detto anno, e puose in Cicilia a Castello a mare, e
per forza Tebbe; e poi alla città di Trapali pose
r assedio per mare e per terra, e quella credendosi
di presente avere per trattati fatti prima eh* e' si mo-
vesse, da' cittadiai di Trapali ingannato fu, che sotto
i détti trattati fatti fare a posta di don Federigo, fu
tanto r indugio della partita del re Ruberto, ch'egli
forni Trapali di gente e di vittuaglia, e rafforzò la
città per modo, che per battaglia (che più e più ve
ne die) il re Ruberto non la poteo avere : e per
lungo stailo e male tempo di pioggia, e Toste mal
fornita di vittuaglia per lo tempo contrario, grande
infermeria e mortalità fu nelPoste. Il re Ruberto veg-
gendo non potea aver la città, né combatterò non
volea don Federigo con lui in mare né in terra, fatta
fu triegua per tre anni tra loro, e cosi si partì il re
Ruberto con sua oste assai peggiorato, e sanza nulla
acquistare; di là tornò in Napoli il di di oaien di
gennaio anno 1314, e più galee delle sae affonda-
rono in mare colla gente, perchè erano legni nuovi,
e hon erano stati riconci in sì lungo soggiorno.
CAPITOLO LXin.
Come i Padovani furono sconfitti a Vicenza da
messer Cane della Scala.
Nel detto anno 1314 a di 18 di settembre,
essendo i Padovani con tutto loro isforzo, andarono
a Vicenza e presoao i borghi, e assediarono la ter-
ra : messer Cane signore di Verona subitamente ven-
ne in Vicenza, e con poca gente assali i Padovani;
e eglino male ordinati, confidandosi della presa de'
borghi, si furono sconQtti, e molti di loro presi e morti.
CAPITOLO LXIV.
Come • Fiorentini ledono pace con gli Aretini.
Nel detto anno 1314 a di 28 di settembre i Fio-
rentini e'Sanesi e tutta la lega di parte guelfa di
Toscana feciono pace con gli Aretini per mano di
messer Piero figliuolo del re Carlo in Firenze, che
abitava in casa i Mozzi a capo del ponte Rubaconte.
CAPITOLO LXV.
Come apparve una stella cometa in cielo.
Nel detto anno 1314, appan'e una cometa di
verso settentrione quasi alla fine del aegno della
Vergine, e durò più di sei semmane, e secondo che
dissono gli astrologi, significò molte novità e pe-
stilenze, e appresso furono, e volle significare la morte
del re di Francia e de' suoi figliuoli, che morirono
poco appresso.
CAPITOLO LXVI.
Della morte di Filippo re di Francia e de* suoi
figliuoli.
Nel detto anno 1314 del mese di novembre, il
re Filippo re di Francia, il quale avea regnato ven-
tinove anni, mori disavventuratamente, ohe esseido
a nna caccia, ano porco salvatico gli s* attraversò In
le gambe del cavallo in su che era, e fecelne cadere,
e poco appresso mori. Questi fu de* più belli ao-»
mini del mondo, e de' maggiori di persona, • beao
rispondente in ogni membro, savio da se e buono
nomo era, secondo laico, ma per seguire i suoi di*
letti, e massimamente in caccia, si non disponea lo
sue virtù al reggimento del reame, anzi le conunet-
tea altrui, sicché le più volte si reggea per malo
consiglio, e quello ctedea troppo, onde assai peri-
coli vennero al suo reame. Questi lasciò tre figlìaoli
Luis re di Navarra, Filippo conte di Pettieri, e Carlo
conte della Marcia : tutti queati figliuoli furono in
poco tempo l'uno appresso l'altro re di Francia,
succedendo l' uno all' altro per morte. B poco tempo
innanzi che 1 re Filippo loro padre morisae, arreBiio
loro grande e vituperevole sventura, che le naogU
di tutti e tre si trovarono in avolterìo ; e si erano
ciascuno di loro de* più belli cristiani dei mondo.
La moglie del re Luis fu figliuola dei duca di Bor-
gogna. Questi quando fu re di Francia la fece tlran-
gelare con una guardanappa, e poi prese a moglio
la reina Clemente, figliuola che fu di Carlo Martello
figliuolo del re Carlo secondo di Paglia. La seconda
e la terza donna di loro furono serocchie e figlinolo
del conte di Borgogna, e rede della contessa d*Ar-
tese. Filippo conte di Pettieri, per disdetto della sna» o
che l'amava molto, la si ritolse per buona e per belhu
Carlo conte della Marcia mai non rivolle la sua, ma
la tenne in pregione. Questa sciagura si disse oh^av*
venne loro per miracolo, per lo peccato regnato ia
quella casa di prendere a moglie loro parenti, noa
guardando grado, o forse per lo peccato oommerao
per lo loro padre nella presura di papa Boniliiito,
come il vescovo d* Ansiona profetizzò, e forse per
quello che operò ne* Tempieri, secondo dicemmo
addietro.
CAPITOLO LXVII.
Della elezione che fu fatta in Alamagna di due tm-
peradoriy P uno il dogio di Baviera^ e T altro
quello d' Osterich.
Nel detto anno 1314, per gli prencipi delk
Magna fu fatta elesione di due re della Magna: Tono
fu fratello del dogio di Baviera chiamato Lodovico,
uomo valoroso e franco. Questi ebbe più voci, ciò
fu quella dell' arcivescovo di Maganza e di quello di
Trievi, e quella del re Giovanni di Boemia e del
dogio di Sassogna, e quella del marchese di Bran-
dimborgo. Federigo d' Osterich ebbe quella delTar*
civescovo di Cologna e quella del dogio di Baviera
nimico del fratello : queste ebbe certe, e ebbe quella
del dogio di Chiarentana, il quale dicea dovea ea-
sere re di Boemia di ragione, perchè avea per mo-
DI GIOVANNI VILLANI
S3T
glie la prima figliuola di Viocislao reda : e ebbe la
voce d^ano de' marchesi di Brandimborgo, che dicea
ch'era di ragione marchese, ma non possedea. Ma
Lodovico più pressa era di ragione imperadore ; se
non che \ dogio di Baviera suo fratello per pro-
messione fatta die la sua voce co* detti altri elet-
tori ■ Federigo dogio d' Osterich, della quale isva-
riata elezione grande Beandolo surse in Alamagna tra
r uno eletto e V altro, e tra '1 dogio di Baviera e
Lodovico eletto suo fratello, e più assembramenti e
guerre ebbe tra loro.
CAPITOLO LXVra.
Come Uguccione signore di Pisa fece grande guerra
alle terre vicine.
Neiranno 1 3 1 5 ^ avendo Uguccione da Faggiuola
eo' Pisani e Tedeschi presa la città di Lucca, come ad-
dietro è fatta menzione, tutte le castella eh* e* Luc-
chesi aveano de' Pisani possedute infino allora dal
tempo del conte Ugolino rendè al comune di Pisa,
delle quali feciono disfare Asciano, e Cuosa, e Ca-
stiglione di Valdiserchio, e Nozzano, e '1 ponte a
Serchio, e ritennero il castello di Ripafratta, il Mu-
Irone, e 1 Viareggio di su la marina, e Rotaia, e '1
borgo di Serrezzano.- E in questo medesimo tempo e
Del caldo di tanta vittoria, il detto Uguccione colla
maanada dei Tedeschi cavalcando sovente sopra i
f^istolesi infino a Carmignano, e sopra i Volterrani,
o per tutta Maremma, e sopra Samminiato, e per as-
sedio ebbe il castello di Cigoli e di più altre loro
castella, e molto gli afflisse, e poi si puose all' as-
sedio a Montecalvi che '1 tenevano i Fiorentini, il
quale per non esser soccorso s'arrendeo ad Uguccione
a a' Pisani, salve le persone.
CAPITOLO LXIX.
C&me coronato il re IaUs di Francia, andò ad oste
sopra i Fiamminghi, ma niente o* acquistò.
Nel detto anno 1315, il d) di San Giovanni Bat-
tista di giugno , Luis figliuolo di Filippo il Bello si
eoroDÒ re di Francia colla reina Clemente sua mo-
glie. Incontanente che fu coronato, fece bandire oste
aopra i Fiamminghi, rompendo triegue e pace che il
re Filippo ano padre avea fatte con loro ; e in per-
aona con tutta la baronia di Francia, in numero di
diecioùla o più cavalieri e popolo innumerabile, andò
in Fiandra, e puosesi a campo a Coltrai. Il conte Ru-
berto di Fiandra, co' suoi Fiamminghi gli vennono al-
lo 'noontro a Coltrai per combattere con lui. Ma come
piacque a Dio, del mese d'agosto cadde tanta piova
(e '1 paese di Fiandra è come marese) che '1 carreg-
gio che apportava la vittnaglia all' oste de' Franceschi
non potea uscire di cammino, e le tende e padiglioni
della detta oste sì grondavano d'acque ed erano sì
circondate di pantano, che non poteva appena an-
dare Tuomo dair uno padiglione all'altro ; sicché per
* La OiuotlnA reca qui T anoo 1314.
lo difetto della vittuaglia, e per lo guastamento del
campo, convenne che il re di Francia si partisse da
oste del mese di settembre, con vergogna e con gran
dammaggio quasi di tutti i loro arnesi. E poi il detto
conte di Fiandra con sua oste andò infino a Cassella
a Santo Mieri per assediare la terra, e se non che
quegli delle buone ville non vollono più vergogna
fare al re, elli a vrebbono potuto correre tutto Artese
senza contrasto neuno.
CAPITOLO LXX.
Come Uguccione signore di Lucca e di Pisa fece por"
re V assedio al castello di Montecatini,
Nel detto anno, Uguccione da Faggiuola colla
forza delle masnade de' Tedeschi, signore al tutto di
Pisa e di Lucca , trionfando per tutta Toscana, fece
porre oste e assedio a Montecatini in Valdinievo-
le, il quale teneano i Fiorentini dopo la perdita di
Lucca, e quello guemito di buona gente, con batti-
folli fu molto distretto , sicchò gran difetto aveano
di vittuaglia. I Fiorentini mandato nel Regno per lo
prenze Filippo di Taranto fratello del re Ruberto, per
contrastare la rabbia d' Uguccione e de' Pisani e de'
Tedeschi, quegli venne a Firenze dì 11 di luglio,
con cinquecento cavalieri a soldo de' Fiorentini con
messer Carlo suo figliuolo, centra voglia del re ru-
berto conoscendo il suo fratello per più di testa che
savio, e con questo non bene avventuroso di batta-
glie, ma il contradio ; e s' e' Fiorentini avessono vo-
luto più indugiare, il re Ruberto mandava a Firen-
ze il duca suo figliuolo con più ordine e con più
consiglio e migliore gente : ma la fretta de' Fioren-
tini, collo studio della contraria fortuna, gli fece pure
volere il prenze, onde a loro seguì grande dammag-
gio e disonore.
CAPITOLO LXXI.
Come il preme di Taranto tenuto in Firenze, i Fio-
rentini uscirono ad oste per soccorrere Montecatini
e furono sconfitti da Uguccione della Faggiuola.
Venuto in Firenze il prenze di Taranto, il dì so-
praddetto. Tanno 1315, e con lui messer Carlo fi-
gliuolo, Uguccione con tutto suo isforzo di Pisa e di
Lucca, e del vescovo d' Arezzo, e de' conti da San-
tafiore, e di tutti i ghibellini di Toscana e usciti di
Firenze, con aiuto de' Lombardi da messer Maffeo
Visconti e da' figliuoli, il quale Uguccione fu con no-
vero di venticinque centinaia e più di cavalieri, e
popolo grandissimo, venne all' assedio del detto ca-
stello di Montecatim. I Fiorentini per quello soccor-
rere raunarono grande oste, e richeggendo tutta loro
amistà, vi furono Bolognesi, Senesi, Perugini, della
Città di Castello, d' Agobbio, e di Romagna, e di
Pistoia, di Volterra, e di Prato, e di tutte l' altre terre
guelfe e amici di Toscana, in quantità, colla gente del
prenze e di messer Piero, di trentadue centinaia di
cavalieri, e gente a piò grandissima, e partirsi di Firen-
ze a dì 6 d'agosto. E venuta la detta oste de' Fioren-
238
CROlflCHB
tini e del prence in Valdinievole alla ^noontra di quella
d^ Uguccione, più dì stettono affrontati, il fossato della
Nievole in meizo, con più assalti e badalucchi. I Fio-
rentini con molti capitani e con poca ordine, i nimi-
ci areauo per niente: Uguccione e sua gente con
tema grande, e per quella faceano grande guardia e
savia condotta. Uguccione avendo novelle che i guelfi
delle sei miglia del contado di Lucca per soddu-
xione de^ Fiorentini venieno verso Lucca, e già a-
veano rotta la scorta e la strada onde venia la vit-
tuaglia air oste d^ Uguccione, prese per consiglio di
levarsi dall* assedio, e di notte si ricolse e fece ar-
dere i battifolli, e venne con sua gente schierata in
sul congiugnimento dello spianato delF una oste e
deir altra, a intenzione, se il preme e sua oste non
ti dilungasse, di valicare e andarsene a Pisa ; e se*l
volessero contrastare, d^avere Tavvantaggio del cam-
po, e di prendere la ventura della battaglia. Il prenze
e* Fiorentini e loro oste veggendo ciò, in sul giorno
si levarono da campo, e istendaro loro padiglioni e
arnesi, e '1 prenze malato di quartana, con poca prov-
vedenza non tenendo ordine di schiere per lo su-
bito e improvviso levamento di campo, s* affronta-
rono co^nimìci, credendogli avere in volta. Uguc-
cione veggendo non potea schifare la battaglia, fece
usalire le guardie dello spianato, eh"* erano i Sana-
si e' Colligiani e altri, a* suoi feditori intorno di cen-
tocinquanta cavalieri, ond'era capitano col pennone
imperiale messer Giovanni Cincotti Halespini rubel-
lo di Firenze, e^l figliuolo d^ Uguccione, e quegli
Sanesi e Colligiani senza contrasto ruppero e tras-
corsono infino alla schiera di messer Piero eh' era
colla cavalleria de' Fiorentini. Quivi i detti feditori
furono rattenuti, e quasi tutti tagliati e morti, e ri-
masevi morto il detto mesèer Giovanni, e il figlinolo
d' Uguccione e molti della loro compagnia, e abbat-
tuto il pennone imperiale, con molta buona e franca
gente.
CAPITOLO LXXU.
Ancora della detta battaglia e scenata da' Fioren-
tini e del preme.
Essendo cominciato V assalto, e Uguccione ve-
duto il male sembiante di fuggire che feciono i Sa-
nesi e' Colligiani per la percossa de' suoi feditori,
incontanente fece fedire la schiera de' Tedeschi, ch'e-
rano da ottocento cavalieri e più, e quegli rabbio-
samente assalendo il campo e la detta oste male or-
dinata, che per la subita levata gran parte de' cava-
lieri non erano armati di tutte loro armi, e^ pedoni
male in ordine, anzi al fedire che feciono i Tede-
schi di costa, i gialdonieri lasciarono cadere le loro
lance ^ sopra i nostri cavalieri, e misonsi in fuga ; la
quale infra 1' altre fu gran cagione della rotta del-
l' oste de' Fiorentini, che la detta schiera de' Tede-
schi pignendo innanzi gli misono in volta con poco
ritegno, salvo dalla schiera di messer Piero e de' Fio-
rentini che assai sostennono, alla perfine furono scon-
fitti. Nella quale battaglia morì messer Piero fratello
' La GKtmtÌDa: giàldé.
del re Ruberto, e non si ritrovò mai il corpo suo ;
e moriwi messer Carlo figliuolo del prenze, e 1
conte Carlo da Battifolle, e messer Caroccio e mes-
ser Brasco d' Araona conestabili de^ Fiorentini, uo-
mini di gran valore ; e di Firenze vi rimasono quasi
di tutte le grandi case e di grandi popolari, in nu-
mero di centoquattordici tra morti e presi cavalieri
delle cavallate, e di Siena e di Perugia e di Bolo-
gna e dell' altre terre di Toscana e di Romagna pur
de' migliori quella quale battaglia furono di tutte genti
morti tra uomini a cavallo e a piede da duemila,
e presi da millecinquecento. Il prenze con tutta l'al-
tra gente si fuggi, chi verso Pistoia, e chi verso Fn-
cecchio, e chi perla Cerbaia, onde molti capitando
a' pantani della Guisciana, del sopraddetto numero
de' morti senza colpo annegarono assai. Questa do->
lorosa sconfitta, fu il di di Santo Giovanni dicoUato, di
29 d'agosto 1315. Fatta la detU sconfitU, il castel-
lo di Montecatini s' arrendeo a Uguccione, e 1 ca-
stello di Montesommano, i quali teneano i Fiorentini ;
e quegli che dentro v' erano, se n' andarono sani •
salvi per patti.
CAPITOLO LXXOL
Come Vinci e Cerretoguidi si rubellarono a' Fio-
rentini,
Come la detta sconfitta fu fatta, i signori d*An-
ghiano rubellarono dal comune di Firenze 0 loro
castello di Vinci, e Baldinaccio degli Adimarì mbel-
lo di Firenze rubellò il castello di Cerretoguidi di
Greti -, e fuggendo i Fiorentini e gli altri della detta
sconfitta, ne presono e rubarono assai*, e poi per piik
tempo fatta compagnia con Uguccione, e poi con Ca-
struccio di Lucca, grande guerra feciono al contado
di Firenze in quella frontiera, e più volte vi furono
rotti e ricevettono danno i soldati di Firenze, e
que' d' Empoli, e di Pontormo, e del paese, per lo
masnade de^ Tedeschi di Lucca. Alla fine per palli o
per danari essendo tratto di bando Baldinaccio e al-
tri, con vergogna del comune di Firenze, renderono
le dette castella a' Fiorentini.
CAPITOLO LXXIV.
Come il re Ruberto mandò in Firen%e per capitano
il conte Notello»
Nel detto anno, i Fiorentini per la detta sconfitta
non isbigottiti, ma vigorosamente la loro città di Firen-
ze rifomnirono e d'ordini e di forza di gente d'arme
e di moneta, e steccarsi i fossi per la loro difensione,
e mandarono al re Ruberto per uno capitano di guer^*
ra, il quale sanza indugio mandò a Firenze il conte
d'Andria e di Hontescaglioso detto conte Novello
della casa del Balzo, con dugento cavalieri; e co-
sì stettono al riparo della fortuna d' Uguccione
sanza perdere stato o signoria o castello o altra te-
nuta, onde i ghibellini e usciti di Firenze si trova-
rono ingannati, che si credettono avere vinta la terra
fatta la sconfitta : ed e' fu il contrario, che già per
DI GIOVANNI VILLANL
239
ciò Don fa il danno sì grande, ohe essendp in Fi-
renze, paresse riavesse mai avuta sconfitta, non la-
sciando fli artefici di fare i loro lavori continuo.
CAPITOLO LXXV.
Come Uguccione fece tagliare la testa a Banduccio
Bonconti e al figliuolo^ grandi cittadini di Pisa.
Neiranno 1316 del mese di marzo, trionfando
Uguccione della detta vittoria, e avendo la signoria
di Pisa e di Lucca, e volendo come tiranno ai tutto
dominare senza contrasto, fece pigliare in Pisa Ban-
duccio Bonconti e 1 figliuolo, uomo di grande senno
e autoritade , e molto creduto da^ suoi cittadini, per-
chè per bene del suo comune contrastava alla sua
tirannia, gli fece subitamente dicapitare , opponendo
loro falsamente che teneano trattato col re Ruberto;
onde i Pisani forte sMndegnarono contra Uguccione,
ma per la sua forza e signoria nullo Tardiva a con-
trastare : facciamne menzione per quello che n^ av-
venne poi.
CAPITOLO LXXVL
Come i Fiorentini si divisono tra loro per sette^
e fedone bargello.
Nel detto anno 1316, i Fiorentini volendosi
fortificare e riparare alla forza d' Uguccione, man-
darono in Francia an^asciadori e sindachi per fare
venire per loro capitano messer Filippo di Valois, fi-
gliuolo di messer Carlo di Francia, con ottocento
cavalieri franceschi, il quale per la turbazione della
morte del re Luis di Francia suo cugino non venne;
e ancora v' ebbe sturbo e difetto per le sette che
nacquero grandissime tra' Fiorentini, che V una parte
de^ guelfi amavano la signoria del re Ruberto e de'
Franceschi, e gli altri il contrario e^ voleano ; e man-
darono in Alamagna per lo conte di Liutimberghe
perchè menasse cinquecento cavalieri tedeschi, e si-
migliante non vennero, e volentieri avrebbono tolta
la signorìa data al re Ruberto. Onde in Firenze si
cominciò grande sisma e parte tra' guelfi ; e dal-
Tnna parte che disamavano la signorìa del re Ru-
berto, erano capo messer Simone della Tosa con
certi grandi, e' Magalotti con certi popolarì, i quali
al tutto con loro isforzo e seguito signoreggiavano
la terra ; e se non fosse per tema d' Uguccione, cer-
tamente la parte del re Ruberto s' avrebbono cac-
ciata fuorì della città; e mandarne il conte Novello
con sua gente, che non era ancora dimorato in Fi-
renze che quattro mesi capitano di guerra, e dovea
dimorare uno anno: e sì era in Firenze vicarìe in
luogo di podestà e capitano per lo re Ruberto, ma
poco podere v* avea, perocché la setta contrarìa a-
vea la forza e signorìa del priorato e degli altri
offici e ordini della terra. E per meglio signoregr
giare la terra ed essere più temuti, la detta setta
reggente creò e fece uno bargello ser Laudo d'A-
gobbio, nomo carnefice e crudele ; e il dì di calen
dì maggio 1316, gli diede il gonfalone e la si-
gnorìa ; il quale continuo stava con cinque fanti ar-
mati con mannaie a pie del palagio de^prìorì, e sn-
bitamente mandava pigliando ghibellini e rubelli o
loro figliuoli e altrì cui gli piacea di fatto, in città
e in contado, e senza giudicio ordinale di fatto gli
facea a** suoi fanti tagliare colle mannaie ; e così fece
a' cherìci sacrì della casa degli Abati, e a uno gio-
vane innocente della casa de' Falconierì, e a più
altri di basso affare; onde il comune popolo di
Firenze isbigottiti della guerra di fuori d' Uguccione.
e della tirannesca e crudele signoria d' entro, ciascu-
no vivea in paura, così i guelfi come i ghibellini, i
quali non erano di quella setta, e la città era caduta
in pessimo stato ; se non che Iddio vi provvide con
corto rimedio, come innanzi farà menzione.
CAPITOLO LXXVU.
Come si murarono parte delle mura di Firenze^
e fecesi una mala moneta.
Nel detto anno e tempo, sotto la signorìa del
detto bargello, in Firenze si compierono di murare
le mura dal prato d'Ognissanti a San Gallo, e fecesi
una moneta falsa in Firenze, ch'era quasi tutta dì
rame bianchita d' ariento di fuorì, e contavasi Y una
danarì sei, che non valea danarì quattro, e chiamavasi
bargeUmi: fu molto biasimata per gli buoni nomini.
CAPITOLO LXXVra.
Come Uguccione da Faggiuola fu cacciato della si-^
gnoria di Pisa e di Lucca^ e come Cfutruccio di
prima ebbe la signoria di Lucca,
Nel detto anno 1316, dì 10 d'aprìle, essendo
in Lucca per signore il figliuolo d'Uguccione da Fag-
giuola, Castruccio della casa degllnterminelli di Lucca
(non perciò de' migliorì della casa, ma era di grande
ardire e seguito) avendo fatto in Lunigiana certe ru-
berie e micidii contro volontà d'Uguccione, preso fu
in Lucca dal figlinolo d' Uguccione per giustiziare.
Quegli per la forza de' suoi consorti e seguito non
r osava né ardia a fare : mandò per Uguccione suo
padre, e egli venne a Lucca con parte di sua ca-
vallerìa per seguire la detta giustizia. Sì tosto come
fu in sul monte San Giuliano, il popolo di Pisa si le-
vò a remore per soperchi ricevuti, e per la morte
di Banduccio Bonconti e del figliuolo, onde forte s'e-
rano gravati della signoria d' Uguccione, onde fu ca-
po Coscetto da Colle franco popolare, e coraono con
arme e con fuoco al palagio ove stava Uguccione e
sua famiglia, gridando : muoia il tiranno iUguccio^
ne : e così rubarono e nccisono tutta sua famiglia e
rìmutaro stato nella terra, e feciono loro signore il
conte Gaddo de' Gherardeschi, uomo savio e di gran
podere. Uguccione trovandosi in Lucca, quasi la terra
scommossa per rubellarai contra lui per la cagione
di Castruccio, e avendo novella da Pisa eh' e' Pisani
s' erano rubellati, per paura si partì egli e '1 figliuolo
e sua gente, e andaraene verso Lombardia nelle terre
del marchese Spinetta, e poi a Verona a messer Ca-
ne della Scala. Otstrnoeio scampato, a grìdo fu fatto
240
CRONICnB
iignore di Lacca per ano anno, coli* alato e fayore
di measer Pa^no de' Quariigianì, Pogginghi, e 0-
■eati, e con patto che *l detto messer Pagano fosse
aignore in contado, e compiuto Tanno, scambiare la
aignoria. Ma Castruccio per essere al tatto signore,
anxi che Tanno compiesse, gli colse cagione addosso,
e cacciollo di Lacca e del contado; e tali sono i
meriti de' tiranni. E così in picciolo tempo a Uguc-
done fu mutata la fortuna , e Tuna città e T altra
tratta della sua tirannica signoria. Questo fu il guider-
done che lo 'ngrato popolo di Pisa rendè a Uguccione
da Faggiuola, che gli avea vendicati di tante ver-
gogne, e racquistate loro tutte loro castella e di-
gnità, e rimessigli nel maggiore stato, e più temati
daMoro vicini che città d'Italia.
CAPITOLO LXXIX.
Come il conte da BattifoUe fu vicario in Firen%e^
9 caccionne il bargello^ e mutò stato in Fireme,
Nel detto anno 1316, gran parto de' guelfi gran-
di e popolani di Firenze ch'aveano data la signoria
■l re Ruberto, i quali erano gran parie di tutte le
maggiori schiatte della terra, e con loro quasi tatti
i mercatanti e artefici, parca loro male stare per la
aignoria del bargello, segretamente ai dolaono per
lettere e ambasciadori al re Ruberto, e rìchiesonlo
eh' egli facesse vicario di Firenze il conte Guido da
BattifoUe, il quale dal re fu accettato e fatto, e '1
detto conte del mese di luglio del detto anno venne
■ Firenze, e prese la signoria per lo re. L'altra setta
che signoreggiava la città nel priorato, che non a-
mavano la signorìa del re Ruberto, volentierì l'avreb-
bero contrastato ; ma il conte da BattifoUe era sì guel-
fo e sì possente vicino, che non T ardirono a con-
trastare alla sua venata in Firenze. Ma poco potè ao-
perare il loro contradio per la sua signorìa, per la
forza del bargello, e perchè tatti e sette i priori
e gonfaloniere erano di quella setta, e' gonfalonie-
ri delle compagnie dell' arti altresì. Ma avvenne in
quello tempo, che la figliuola del re Alberto della
Magna, scrocchia del dogio d'Osterich, andava a ma-
rito a Carlo duca di Calavra figliuolo del re Ruberto,
e passò per Firenze: e incontro per accompagnarla
venne T arcivescovo di Capova cancelliere del re, e
messer Gianni fratello del re Ruberto, e '1 conte Ca-
marlingo, e '1 conte Novello con cavalieri in numero
di dugento. Venati in Firenze, per lo conte di Batti-
folle vicario del re, e per gli altri cittadini eh' ama-
vano la sua signoria, si dolsono a quelli signori della
signoria del bargello, e mostrarono com'era contra
T onore e stato del re; onde avvenne che a*intra-
misono d'accordo e per parole e per minacce, eh' e'
guelfi si raccomnnassono insieme della signoria, e con-
venne che si facesse; sicché alla elezione de'priori, che
venia in mezzo ottobre, che sette erano |^à fatti di
quella setta che reggea la città, convenne che sei al-
tri della parte del re s' aggiugnessono a quegli. E
come quelli signori furono colla donna a Napoli, e
fatto assapere al re lo stato di Firenze e la aignoria
del bargello, incontanente mandò il re a Firenze che |
la signoria detta s'abbattesse, e 1 bargello più aoa
fosse ; e così fu fatto : e partissi il bargello di Fi-
renze del mese d'ottobre 1316, perocché la parte del
re col podere del conte da BattifoUe vicario avea già
sì presa forza, che valse non che a disfare Toficio
del bargello, ma la seguente elesione de' tredici priori
furono qoasi tutti della parte eh' amavano la signoria
del re ; e così al tutto \\ conte da BattifoUe con queUa
parte rimasono signori, e si mutò stato in Firenze
senza aalT altra turbazione o cpcciamento di genti.
La quale signoria di vero tenne la città in assai pa-
cifico e tranquillo stato più tempo appresso, onde la
città a' avanzò e migliorò assai ; e per k> detto conte
da BattifoUe vicario s'ordinò e cominciò e fece gran
parte del palagio nuovo ove sta la podestà. Enel
detto anno del mese di gennaio, aUa signoria del detto
conte nacque al Terraio in Valdamo ano fanciullo
con due corpi così fatto, e fu recato in Firenze, e ri-
vetta più di venti dì ; poi mori allo spedale di Santa
Maria della Scala, l'uno prima che l'altro : e volendo
essere recato vivo a' priori, eh'allora erano, per mara-
viglia, non vollono ch'entrasse in palagio, recandolsi
a pietà e sospetto di sì fatto mostro, U quale secon-
do T oppenione degU antichi, ove nasce era segno di
futuro danno.
CAPITOLO LXXX.
Cùnta di gronde fame e morèalità cA' attenne
oltremontù
Nel detto anno 1316, grande pestilenzia di fa-
me e mortalità avvenne nelle parti di Germania, doè
nella Magna di sopra verso tramontana, e stesesi io
Olanda, e in Frisia, e in Silanda, e in Brabante, e
in Fiandra, e in Analdo infino nella Borgogna, e in
parte di Francia, e fu sì pericolosa, che più che *l
terzo della gente morirono, e daU'ano giorno al-
l'altro quegli che parca sano era morto : e *1 caro fii
sì grande di tatto vittuaglie, che se non fosse che
di Cicilia e di Puglia vi si mandò per mare per gK
mercatanti per lo grande guadagno, tatti morieno di
fame. Questa pestUenzia avvenne perchè lo verno din-
anzi, e poi la primavera e tutta la state fa sì forte
piovosa, e 'I paese è basso molto, che l'acqua aoper-
chiò e guastò ogni sementa. AUora le terre affoga-
rono sì, che più anni appresso quasi non fruttarono,
e corruppe l'aria. E dissono certi astrolaghi, che la
cometa ch'apparve dinanzi al 1314 fo segno di quella
pestilenzia, ch'ella dovea venire perchè la sua influ-
enza fu sopra quegli paesi. E in queUo tempo la detta
pestilenzia contenne simigliante in Romagna e in Ca-
sentino infino in Mugello.
CAPITOLO LXXXI.
Della eleiione di papa Giovanni ventiduesimo.
Giovanni ventiduesimo, nato di Caorsa di basso
affare, sedette papa anni diciotto, mesi due e dì ven**
tisei. Questi fu eletto a dì 7 d'agosto 1317 in Avi-
gnone da' cardinali, essendo stata vacazione bene dì
DI GIOVANNI VILLANI.
241
due anni, e tra loro in grande discordia, peroccb^e"
cardinali guasconi eh* erano una gran parte del col-
legio, voleano reiezione in loro, e gli cardinali ita-
liani e franceschi e provenzali non acconsentieno,
al erano stati ponti del papa guascone. Dopo molta
contesa, quasi come in mezzano, rimisono V una par-
ie e r altra le voci in costui, credendosi i Guasco-
ni la rendesse al cardinale di Bidersi eh' era di lo-
ro nazione, o al cardinale Pelagrù. Questi con as-
sentimento degli altri Italiani e Provenzali, e per
trattato di messer Napoleone Orsini cardinale, capo
di quella setta contro a'Guasconi, la diede a se me-
desimo, eleggendosi papa per ordinato modo secon-
do i decretali K Questi fu uno povero cherico, e di na-
zione del padre ciabattiere, e col vescovo d'Arli, can-
celliere del re Carlo secondo, s'allevò, e per sua
bontà e sollecitudine essendo in grazia del re Carlo,
• sua spensarìa il fece studiare, e poi il re fece
fare vescovo di Vergili; e morto f arcivescovo d'Arli
messer Piero da Ferriera cancelliere e suo maestro,
il re Ruberto il fece in suo luogo cancelliere ; e poi
con ano studio e sagacità mandando lettere da parte
del re Ruberto a papa Clemente di sua raccomandi-
gia, delle quali il re, si disse, non seppe neente, per
le quali lettere il detto vescovo di Vergiù fu permu-
tato e fatto vescovo di Avignone, e poi cardinale per
lo tuo senno e studio; onde il re Ruberto innanzi
che (osse cardinale, era male di lui e aveagli tolto
il suggello, perch* egli avea suggellate le dette let-
tere in suo favore al detto papa Clemente sanza sua
coscienza. Questo papa Giovanni fu coronato in Avi-
gnone il di il Santa Maria dì 8 di settembre 1316.
Poi fu grande amico del re Ruberto, e egli di lui; e
per lui fece di grandi cose, come innanzi si farà men-
zione. Questo papa diede compimento al settimo li-
bro delle decretali, il quale avea cominciato papa
Clemente, e rinnovellò la Pasqua e festa del Sagra-
mento del corpo di Cristo con grandi indulgenze e
perdoni, chi fosse a celebrare gli uflci sacri ad ogni
on^ e die perdono generale a tutti i cristiani di qua-
ranta dì per ogni volta che si facesse reverenza quan-
do il prete nominasse Gesù Cristo: questo fece poi
nell'anno 1318.
CAPITOLO LXXXU.
Come il re Ruberto e'* Fiorentini feciono pace co*
Pisani e" Lucchesi,
Nel detto anno 1317, del mese d' aprile, pace
fb fatta dal re Ruberto a^ Pisani e Lucchesi, e simi-
gliente la fece fare il detto re a' Fiorentini e Sanasi
e Pistoiesi , e a tutta la lega di parte guelfa di To-
scana; e con tutto che per gli guelfi malvolentieri
si facesse per la sconfitta ricevuta da loro, e dando
biasimo al re Ruberto di viltà, si '1 fece per gran
senno e provedenza, e per pigliare lena e forza per
se e per gli Fiorentini e altri di sua parte, e non
I Qaeati fa Jacopo d'Ossa da Cahors già vescovo di
Frtjof, poi di Avignone e infine cardinale vescovo di
Porto, «tratto di volgo, ma finÌMimo e aootiBsimo intelletto.
urtare co* nimici alla fortuna della loro vittoria, e
per altri maggiori intendimenti, come innanzi farà men-
zione. I patti ebbe il re da' Pisani, che quando facesse
generale armata gli darebbono cinque galee armate,
0 la moneta che costassono, e volle facessono in Pisa
uni cappella e spedale per T anime de^morti alla scon-
fitta da Montecatino a pej^etua memoria ; e ancora
di questo fu ripreso, e lo re la fece fare a gran prove-
denza. I Fiorentini ebbono patii d'essere liberi e fran-
chi in Fisa, e le castella che aveano si tenessono ; e
tornarono i pregioni in Firenze, di 29 maggio : furono
ventotto tra cittadini e contadini, nobili e buoni popo-
lani, sanza più altri, minuta gente e contadini. B la
detta pace co' Pisani non avrebbe avuto effetto con
tutto il podere del re Ruberto, perocch' e' Pisani in
nulla guisa voleano fare franchi i Fiorentini in Pisa,
nò altri patti domandati, parendo loro, com' erano,
d' essere al di sopra della guerra con vittoria, se non
fosse adoperato per gli Fiorentini una bella e sottile
maestria di guerra per T uficio passato de' priori iti
tra' quali avea di savi e discreti uomini, della quale
è bene da fare notevole memoria per esempio di
quegli che sono a venire. Essendo, come detto è di-
nanzi, rinnovato lo stato in Firenze per la signoria
del conte da Battifolle, e era ancora molto tenero,
e avendo la guerra di Pisa e di Lucca, non erano in
sicuro stato, si usarono questa savia dissimulazione:
ch'eglino elessono quattordici buoni nomini popo-
lani, e rincbiusongli nell' opera di Santp Giovanni,
e commisono loro che facessono nuove gabelle, e delle
vecchie raddoppiassono*; sicché il comune avesse d'en-
trata cinquecento migliaia di fiorini d'oro Tanno, o
più; e di questo ordine si diede la voce per la cit-
tade, e di mandare in Francia per uno de' reali, fi-
gliuolo 0 nipote del re, per capitano con mille cava»
Ueri franceschi. E questa provedenza fu commessa
per lo conte e per tutto l' uficio de' priori In Alberto
del Giudice, nomo di grande autoritade, con Donato
AcciaiuoU, e con noi Autore, che tutti e tre eravamo
di quello collegio, e fucci dato il suggeUo del co-
mune e piena autorità con giurata credenza. Incon-
tanente per gli detti tre furono fatte fare lettere da
parte del comune al re di Francia e a messer Carlo
suo fratello, pregandogli per bene e stato di Santa
Chiesa e di parte guelfa, e per riparare la venuta di
nuovo imperadore, ci mandassono uno de' loro fi-
gliuoli con mille cavalieri a nostro soldo ; e ordinossi
colle compagnie di Firenze eh' aveano affare in Fran-
cia, che facessono lettere di pagamento di sessanta-
mila fiorini d' oro , per dare per arra e fare la pro-
messa de' gaggi a' cavalieri; e scrissesi al papa e a
più de'suoi cardinali amici del nostro comune, ch'e-
glino iscrivessono e confortassono lo re e messer
Carlo di questa impresa. Fatte le dette lettere, savia-
mente ebbono uno fidato corriere francesco, e ordi-
narono eh' andasse a Parigi per la via di Avignone,
ov' era il papa, in quindici dì per lo cammino di Pisa ;
e in disparte s* ordinò segretamente per quegli eh' era
sopra le spie, ch'una spia fidata gli facesse compa-'
gnia a condurlo per Pisa. E come furono in Pisa,
com'era temperamento, la detta spia scoperse, al conte
e agli anziani, del detto corriere, il quale feciono pi«
le
244
CROIOCHS
faori alla porta delle Vacche ; combattendo per fona
il presone a di 25 di giugno nel detto anno, onde
avanzarono molto, e qnei d^ entro a Genova perderò
per modo, che V oste di fuori crebbe e si ridosso
ne^ borghi, e presono la montagna di Peraldo e di
San Bernardo di sopra a Genova, e accircondaro la
terra; e sopra il Bisagno pnosono nn altro campo,
sicché la città per terra era tatta assediata, e per mare
avea persecnxione assai per le galee di Saona e de-
gli asciti che signoreggiavano il mare.
CAPITOLO xcm.
Come ii re Ruberto venne per mare ai soccorso ài
Genova,
Nel detto anno 1318, essendo la parte de' guelfi
così assediata in Genova e per mare e per terra, sì
mandarono a Napoli loro ambasciadori al re Ruber-
to, il quale avea fatta in Genova la detta commuta-
zione, ch'egli gli dovesse soccorrere, e sania indu-
gio aiutare \ e se ciò non facesse, non si potevano
tenere, si erano a stretta di vittuaglia e d' usedio.
Per la qual cosa il re Ruberto incontanente fece una
grande armata di quarantasette nscìerì e venticinque
galee sottili^ e più altri legni e cocche cariche di
vittuaglia ; e egli in persona col prense di Taranto,
e con messer Gianni prense della Morea suoi fira-
ielli, e con più baroni e con quantità di milledn-
gento cavalieri, parti di Napoli di 10 di luglio, e
venne per mare e entrò in Genova a di 2t di luglio
1318, e da' cittadini fa ricevuto onorevolmente co-
me loro signore, e rifrancò la città, che poco si po-
tea tenere per diffalta di vittuaglia. Incontanente
che 'I re fu giunto in Genova, gli asciti levarono
r oste eh' aveano messa in Bisagno, e sì ridussono
alla montagna di San Bernardo e di Peraldo, e a' bor-
ghi di Prora verso ponente.
CAPITOLO XCIV.
Come i Qenotesi diedono la signoria di Genova al
re Ruberto,
Nel detto anno a di 27 di luglio, i capitani
di Genova e l' abao del popolo e la podestà in pieno
parlamento rinnniiarono la loro balla e signorìa, e
con volontà del popolo diedono la signoria e la guar-
dia della città e della Riviera al papa Giovanni e al re
Ruberto per dieci anni, secondo i capitoli di Genova;
e il re Ruberto la prese per lo papa e per se, come
quegli che piji tempo dinanzi l'avea desiderata, a
intenzione che quando avesse a quoto la signoria di
Genova, si credea racqnistare l' isola di Cicilia, e ve-
nire al di sopra di tutti ^li suoi nimici ; e a questo
intendimento procacciò più tempo dinanzi la rivolu-
zione della città, e di fame cacciare fuori gli Spi-
noli e gli Orii, perocché più volte, essendone eglino si-
gnori di Genova, contrastarono il re Ruberto e il re
Carlo suo padre, e atarono quegli d'Araona che
teneano V Isola di Cicilia, tome addietro è fatta
menzione.
CAPITOLO XCV.
DeUa f>¥sa guerra che gU usciH di Genova eo'I/mr
bardi feeiono al re Ruberto.
Per la venuta del re Ruberto in Genova, non
affiebolio l'oste di fuori, ma maggiormente crebbe
per r alato de' signori di Lombardia di parte d' im-
perio, e rifeciono lega con lo 'mperadore di Co-
stantinopoli, e col re Federigo di Cicilia, e col mar-
chese di Monferrato, e con Castracelo signore di Lac-
ca, e ancora co' Pisani al segreto. B stando all'as-
sedio, forti e gravi battaglie continuamente davano
alla città, traboccandola con più diftcii, e asMlea-
dola da più parti di di e di notte, come gente di graa
vigore, al fittamente, che 'l re Ruberto con tutto il
suo isforzo non acquistò niente sopra loro in niaqa
parte, anzi con cave sotterra puntellaro gran pezzo
delle mura dalla porta a Santa Agnosa, e quelle fe-
eiono cadere, e parte di loro per forza entrarono
nella città, onde fl re in persona s' armò con tutta
sua gente, e con gran vigore affrontandosi in su le
mora rovinate colle spade in mano, pure i auggiorì
baroni e cavalieri del re ripinsono fnori i loro ne-
mici con gran danno di gente dell' una parte e del-
l'altsa, e rifeciono le mura con grande affanno in
poco di tempo, lavorandovi di di e di notte. Staado
il re e sua gente in Genova così assediato e com-
battuto, si msndò per aiuto in Toscana, e di più parti
r ebbe ; da' Fiorentini cento cavalieri e cinquecento
pedoni tutti soprasaegoati a gigli, e di Bologoa al-
trettanti, e simigliante di Romagna e di più altre
parti, e andarono a Genova per mare per la via di
Telamone; sicché, giunta l'amistà, il re si trovò la
Genova in calen di novembre del detto anno con più
di duemilaoinquecento cavalieri, e pedoni sansa nu-
nmo. Di Aiori n*avea più di milleeinqmeoento cavar
lieri, ed era capitano dell'oste moMer Marco Vis-
conù di Milano, e aveano le fortezze de* monti d* in-
tomo, per modo che il re non potea oimpeggiare;
e così dimorare le dette osti in guerra stretta di ba-
dalucchi, e di traboccarsi e saettarsi tutta la detta
state, e eziandio il verno, che l' uno dall' altro non
potea avanzare. B ia questa stanza il detto messer
Marco Viscooti ebbe tanta audacia, che fece richie-
dere il re Ruberto di combattere con lui corpo a
corpo, e quale vincesse, rimanesse signore; per la
qual cosa il re molto isdeguò.
CAPITOLO XCVL
Come ndla città di Siena si fece una congiura ed
ebbevi remore e gran mutatone.
Nel detto anno del mese d* ottobre 1318, neDa
città di Sieoa nacque scaodalo e remore, del quale
fu capo messer Sozzo Dei e messer Deo de' Tolo-
mei, con seguito de' giudici e de'notari e beccari
che voleano muovere il reggimento dello stato della
città; e molto vi fnroi^o di presso, e la città tutta
ad arme. B trovandosi la gente de' Fiorentini ch'an-
davano a Genova, in Siena, a richiesta del detto co-
DI GIOVANin VILLANL
243
CAmoLO Lxxxn.
Conte ia parie ghibellma uscì di GemofDa.
Nel detto anno 1317 a dì 15 di settembre,
essendo la città di Genova in istato di popolo, ma
più y*aveano podere i Grimaldi e^Fiescsdorì e la lo-
ro parte de'gaelfl, che gli Orii e i ghibellini; Tana
perchè il re Ruberto favoreggiava i guelfi, l'altra per-
chè gli Spinoli ch^ erano di parte ghibellina, erano
nimici di quegli d*Orìa, e fuori di Genova alquanti
della cana de* Grimaldi per dispetto preso contra que-
gli d'Oria feciono tornare in Genova gli Spinoli, sotto
pretesto che stessono alle loro mandamenta e del co-
mune. Come quegli della casa d*Oria e i loro amici
sentirono ciò, si ebbdno sospetto e tema d** essere
traditi da'guelfi e da' Grimaldi, e la città ne fa ad arme
e a romore ; e quegli d' Oria non trovandosi poderosi
per lo contrario de^ guelfi, e eziandio per gli Spi-
noli ghibellini loro nimici, sì si celarono eglino e' loro
amici sanza comparire in forza d'arme, per la qual
cosa i guelfi presono vigore e furono all'arme, e fe-
ciono capitani di Genova messer Carlo dal Fiesco, e
messer Guasparre Grimaldi, a dì 1 0 di novembre 1317.
Veggendo ciò gli Spinoli eh' erano tornati in Geno-
va, che la terra era venuta al tutto a parte guelfa,
e conoscendo che ciò era fatto per opera e industria
del re Ruberto, incontanente s'accordarono con que-
gli della casa d'Orìa e con loro amici ghibellini, e si
partirono della città sanza altro cacciamento, onde
appresso seguì grande scandalo e guerra come per
innanzi farà menzione, perocché le dette due case
d'Oria e di Spinola erano le più poderose schiatte
d'Italia in parte d'imperio e ghibellina.
CAPITOLO LXXXVm.
Come i ghibellini di Lombardia assediarono Cremona.
Nel detto anno a dì 20 di settembre, la parte
ghibellina di Lombardia, in quantità di dugento ca-
valieri e gente a pie assai, ond* era capitano messer
Cane della Scala di Verona, puosono assedio alla città
di Cremona, e avendola molto stretta, per forte tem-
po di piova convenne si partissono dall'assedio, e
ancora perchè i Bolognesi, per fargli levare da Cre-
mona, cavalcarono sopra la città di Modona e gna-
ilarla intorno, e fecionvi danno assai.
CAPITOLO LXXXUL
Come messer Cane della Scala fece oste sopra i Pa^
dovani, e tolse loro molte castella.
Nel detto anno del mese di dicembre^, il detto
ìnesser Cane con suo isforzo venne a oste sopra i
Padovani, e prene Honselici ed Bsti e gran parte di
loro castella, e recogli sì al sottile, che 1 febbraio
^Tegnente non possendo contrastare, feciono pace co-
me piacque a messer Cane, e promisono di rimettere
i ghibellini in Padova, e così feciono.
' La Giuntina ha : del mese di novmnhre.
CAPITOLO XC.
Come gli usciti di Genova colla fona de ghibellini
di Lombardia assediarono Genova,
Nell'anno 1318, essendo usciti di Genova que-
gli della casa d'Oria e di Spinola col loro seguito, e
per loro podere si stavano nella Riviera di Genova
alle loro possessioni, mandarono loro ambasciadori
in Lombardia, e trattato e lega feciono con messer
Maffeo Visconti capitano di Milano, e co' figliuoli e
con tutta la lega di Lombardia di parte d^ imperio e
ghibellina. Per la qual cosa messer Marco Visconti
figliuolo del detto messer Maff'eo venne di Lombar-
dia con grande oste di gente. Tedeschi e Lombardi
a cavallo e a piò, e co' detti usciti di Genova puo-
sono assedio alla detta città dalla parte di Co' di Fare
e de' borghi; e ciò fu a dì 25 di marzo 1318; e po-
chi dì appresso quegli della casa d'Oria coli' aiuto de-
gli altri feciono un'altra oste alla città d'Albingano
nella Riviera di Genova, e quella ebbono a patti in
pochi giorni. Appresso stante la detta oste a Geno-
va, messer Adoardo d'Oria tenne trattato coll'abao '
del popolo di Saona, e entrò nella detta città di Sao-
na di notte celatamente, e incontanente colla forza
de' ghibellini della terra, che la maggiore partita erano
di parte imperiale, sì rubellarono la detta terra al
comune di Genova del mese d'aprile; per la qua!
cosa molto accrebbe la forza agli usciti di Genova,
che quasi tutta la Riviera di ponente era a loro si-
gnorìa, salvo il castello di Monaco e Ventimiglia e la
città di Noli, e nella Riviera di levante teneano LerìcL
CAPITOLO XCL
Come i ghibellini di Lombardia ebboM Cremona,
Nel detto anno 1318 del mese d' aprile, la parte
ghibellina di Lombardia colla forza della gente di mes-
ser Cane ebbono la città di Cremona per tradimento,
per una porta che fu loro data, con grande danno
de' guelfi ch'erano dentro.
CAPITOLO xcn.
Come gli usciti di Genota presono i borghi di Prea,
Nel detto anno all'uscita di maggio, avendo i
detti usciti assediata la terra di Co' di Fare per due
mesi, e quella si tenea francamente per que' d'entro,
per uno sottile dificio di canapi che venia della torre
a una cocca del porto di Genova, e per quello si for-
nia e rinfrescava a contrario di tutta V oste, sì si mi-
sono i detti usciti a cavare e tagliare sotterra la det-
ta torre. Quegli d'entro temendo non cadesse, sì
renderono la torre, salve lo persone, e chi disse per
danari ; e tornati in Genova, furono giudicati a mor-
te, e traboccati di fuori. Stando al detto assedio,
continuo davano battaglia a' borghi di Prea che sono
' capo, da àbha$t eoA ehiamato, qoasi padri^ dai Saro-
neai e dai Genovesi. Vedi Du-Freane. Alooni stampati
leggono malamente baUo,
244
CROIOCHB
k
faorì alla porta delle Vac^e ; combattendo per fona
il presoDO a di 25 di giugno nel detto anno, onde
avanzarono molto, e qnei d* entro a Genova perderò
per modo, che Toste di fuori crebbe e si ridusse
ne** borghi, e presono la montagna di Peraldo e di
San Bernardo di sopra a Genova, e acciroondaro la
terra; e sopra il Bisagno paosono nn altro campo,
sicché la città per terra era tutta assediata, e per mare
avea persecuzione assai per le galee di Saona e de-
gli usciti che signoreggiavano il mare.
CAPITOLO xcm.
Come ii re Ruberto verme per mare al soccorso di
Genova.
Nel detto anno 1318, essendo la parte de' guelfi
così assediata in Genova e per mare e per terra, sì
mandarono a Napoli loro ambasciadori al re Ruber-
to, il quale avea fatta in Genova la detta commuta-
zione, ch'egli gli dovesse soccorrere, e sanza indu-
gio aiutare ; e se ciò non facesse, non si potevano
tenere, sì erano a stretta di vittuaglia e d' assedio.
Per la qual cosa il re Ruberto incontanente fece una
grande armata di quarantasette uscieri e venticinque
galee sottili^ e più altri legni e cocche cariche di
vittuaglia ; e egli in persona col prenze di Taranto,
e con messer Gianni prenze della Morea suoi firn-
telli, e con più baroni e con quantità di milledn-
gento cavalieri, partì di Napoli dì 10 di luglio, e
venne per mare e entrò in Genova a dì 21 di luglio
1318, e da* cittadini fu ricevuto onorevolmente co-
me loro signore, e rifrancò la città, che poco si po-
tea tenere per diffalta di vittuaglia. Incontanente
che '1 re fu giunto in Genova, gli usciti levarono
r oste oh' aveano messa in Bisagno, e si ridussono
alla montagna di San Bernardo e di Peraldo, e a' bor-
ghi di Prora verso ponente.
CAPITOLO XCIV.
Come i Qenotesi diedono la signoria di Genova al
re Ruberto,
Nel detto anno a dì 27 di luglio, i capitani
di Genova e V abao del popolo e la podestà in pieno
parlamento rinunziarono la loro balìa e signoria, e
con volontà del popolo diedono la aignorìa e la guar-
dia della città e della Riviera al papa Giovanni e al re
Ruberto per dieci anni, secondo i capitoli di Genova;
e il re Ruberto la prese per Io papa e per se, come
quegli che più tempo dinanzi l' avea desiderata, a
intenzione che quando avesse a queto la signoria di
Genova, si credea racquistare V isola di CicUia, e ve-
nire al di sopra di tutti ^li suoi nimici ; e a questo
intendimento procacciò più tempo dinanzi la rivolu-
zione della città, e di farne cacciare fuori gli Spi-
noli e gli Orii, perocché più volte, essendone eglino si-
gnori di Genova, contrastarono il re Ruberto e il re
Carlo ano padre, e atarono quegli d'Araona che
teneano V isola di Cicilia, come addietro è fatta
'"•ione.
CAPITOLO XCV.
Della vi9a guerra che gU usciH di Genova co"
bardi fedone al re Ruberto.
Per la venuta del re Ruberto in Genova, non
alAebolio Toste di fuori, ma maggiormente crebbe
per T aiuto de' signori di Lombardia di parte d' im-
perio, e rifeciono lega con lo 'mperadore di Co-
stantinopoli, e col re Federigo di Cicilia, e col mar-
chese di Monferrato, e con Castruccìo signore di Luc-
ca, e ancora co' Pisani al segreto. E stando all'as-
sedio, forti e gravi battaglie continuamente davano
alla città, traboccandola con più diflcii, e assalen-
dola da più parti di dì e di notte, come gente di gran
vigore, sì fattamente, che '1 re Ruberto con tutto il
suo isforzo non acquistò niente sopra loro in ninna
parte, anzi con cave sotterra puntellaro gran pezzo
delle mura dalla porta a Santa Agnese, e quelle fe-
ciono cadere, e parte di loro per forza entrarono
nella città, onde fl re in persona s' armò con tutta
sua gente, e con gran vigore affrontandosi in su le
mora rovinate colle spade in mano, pure i maggiori
baroni e cavalieri del re ripinsono fuori i loro ne-
mici con gran danno di gente dell' una parte e del-
T altea, e rifeciono le mura con grande affanno in
poco di tempo, lavorandovi di dì e di notte. Stando
il re e sua gente in Genova così usediato e com-
battuto, si mandò per aiuto in Toscana, o di più parti
T ebbe ; da' Fiorentini cento cavalieri e oinquecento
pedoni tutti soprassegnati a gigli, e di Bologna al-
trettanti, e simigUante di Romagna e di più altre
parti, e andarono a Genova per mare per la via di
Telamone; sicché, giunta T amistà, il ro bì trovò in
Genova in calen di novembre del detto anno con più
di duemilaoinquecento cavalieri, e pedoni laaza nu-
mero. Di ftiori B*avea più di miUecinqueoaato cavar
lieri, ed era capitano dell'oste messer Marco Vis-
conti di Milano, e aveano le fortezze de' monti d* in-
tomo, per modo ohe il re non potea campeggiare;
e così dimorerò le dette osti in guerra stretta di ba-
dalucchi, e di traboccarsi e saettarsi tutta la detta
state, e eziandio il verno, che T uno dall' altro non
potea avanzare. E in questa stanza il detto messer
Marco Visconti ebbe tanta audacia, che fece richie-
dere il re Ruberto di combattere con lui corpo a
corpo, e quale vincesse, rimanesse signore; per la
qual cosa il re molto isdegnò.
CAPITOLO XCVL
Come ntila città di Siena si fece una congiura ed
ebbevi remore e gran mutazione.
Nel detto anno del mese d* ottobre 1318, neDa
città di Siena nacque scandalo e romore, del quale
fu capo messer Sozzo Dei e messer Deo de' Tolo-
mei, con seguito de' giudici e de'notarì e beccarì
che voleano muovere il reggimento dello stato della
città; e molto vi furono di presso, e la città iutta
ad arme. E trovandosi la gente de' Fiorentini ch'an-
davano a Genova, in Siena, a richiesta del detto co-
DI GIOVAIWI VILLANI.
245
man6 seguirono 1* oldo de* doto che regfotno !• Ur-
rà^ onde quegli della detta oongiart Tennero a nien-
te, e fìnrono cacciati di Siena ; onde fi crìò grande
diriaione nella città, e per questa oagione non man-
darono i danesi aiato al re Ruberto. E alcuno disse
che, perchè Tordine de' nove, che si reggea molto al
TOlere de^Salimbeni (e arcavi de* ghibellini), non vo-
leano mandare aiuto al re Ruberto, que* de* Tolomei
feciono quella novità; ma di vero si crede comin-
ciasse per mutare stato nella città per la briga già
nata tra*Tolomei e*SaIimbeni, trovando quella cagione.
CAPITOLO xcvn.
Come la gente del re Ruberto sconfissono gli uscUi
(U Genova alla villa di Sesto^ e si partirono dal-
r assedio della città.
Nel detto anno 1318, essendo il re Ruberto
assediato in Genova per lo ,modo che addietro fa
meniione, piti di sei mesi, si pensò che non potoa
gravare i nemici suoi di fuori se non ponesse sua
oste in terra tra' borghi e Saona : fece ordinare un'ar-
mata di sessanta tra galee e uscieri , e ivi su fece
ricogliere da ottocento cinquanta cavalieri, e gente
a pie bene quindicimila ; e con questa gente furono
quegli de* Fiorentini e altri Toscani, e di Bologna, e
Romagnuoli, e partirsi di Genova a dì 4 di febbraio,
per porre la detta genta nella contrada di Sesto.
Sentendo ciò gli usciti e que* di fuori incontanente
vi mandarono di loro gènte a cavallo e a pie in gran-
de quantità per contrastare la riva dell* oste del re
Ruberto, acciocché non ponessono in tarra la gente
del re. Arrivarono a di 5 febbraio, e con grande
travaglio mettandosi innanzi botti vuote combattendo
co* nemici manescamente, onde i principali furono i
Fiorentini e gli altri Toscani che prima scesono di
galee sotto la guardia de* balestrieri delle galee ch'e-
rano alla riva, e per forza d* arme presono terra, e
la genta degli usciti mppono e sconfissone in su la
pisggis di Sesto, e assai ne* furono morti e presi ; e
quegli che scamparono fuggirono ne* borghi e a Sao-
oa ; e la notte vegnente tutta 1* oste eh* era ne* bor-
ghi e al monte di Paraldo e di san Bernardo, si
partirono, e sì n' andare verso Lombardia, e la-
sciarono tutti i loro arnesi sanza ricevere altra cac-
cia, che il re non volle che sua gente si mettesse a
seguirgli al periglio in quelle montagne. Appresso
quegli della città di Genova ripresono i borghi di
Prora e Co* di Fare, e tutte le fortezze di fuori.
CAPITOLO XCVIU.
Come U re Ruberto si partì di Genova e andò
a corte di papa in Proenius.
Neil* anno 1319 a dì 29 d* aprile, il re Ru-
berto si partì di Genova con quaranta galee, e con
sua gente se n* andò in Proenza ov* era la corte del
papa ad Avignone, e ivi da papa Giovanni fu ricevuto
onorevolmente. In Genova lasciò per suo vicario
messer Ricciardo Gambatesa d* Abruzzi, uno savio
signore, con seicento cavalieri e con più sergenti a
pie, e con pid galee alla guardia di Genova.
CAPITOLO XCIX.
Come gli usciti di Genova co* Lombardi tornarono
aW assedio di Genova.
Nel detto anno 1319, sentendo gli usciti di
Genova partito il re Ruberto, si armarono in Saona
ventetto galee onde fu ammiraglio messer Corrado
d* Oria, e mandarono in Lombardia per aiuto, e rau-
narono mille e più cavalieri, la maggiore parte Tede-
schi, e grande quantità di popolo; è a dì 27 di lu-
glio del detto anno tornarono a oste sopra Genova,
e puosonsi a campo in Ponzevera, e a dì 3 d* ago-
sto vegnente s'appressarono alla città, dando batta-
gliia a' borghi da più parti per terra dalla parte di
Bisagno ; e le dette galee entrarono nel porto com-
battendo fortemente la citta, ma niente acquistarono.
B a dì 7 d'agosto vegnente fu una grande batta-
glia nel piano di Bisagno tra gli usciti e quegli della
citta, e i'una parte e l'altra ricevettono danno assai,
sanza avere nessuna parte onore della vittoria, e
que' di fuori si ritrassono al poggio, e que* d'entro
si tornarono nella citta : appresso continuamente com-
batteano di dì e di notte la città per mare e per terra.
CAPITOLO C.
Come messer Cane della Scala prese le borgora
di Padova,
Nel detto anno 1319 d* agosto, messer Cane
della Scala con gli usciti di Padova, eh* e* Padovani
non vollono rimettere nella terra per gli patti fatti
per messer Cane, sì venne a oste sopra Padova con
duemila cavalieri e diecimila pedoni, e presono le
borgora, e puosonvi tre campi per meglio assediarla.
CAPITOLO CL
Come i Guelfi di Lombardia ripresono Cremona.
Nel detto anno dì 10 d* ottobre, i Fiorentini
I mandarono in Lombardia trecentocinquanta cavalieri
per una taglia fatta per Bologna e parte guelfa di
mille cavalieri, ond*era capitano messer Ghiberto da
Correggia : partissi di Brescia, e prese la citta di
Cremona per tradimento, e recolla a parte guelfa:
ma per la lunga guerra e mutazioni era quasi strutta
e recata a niente la detta Cremona.
CAPITOLO cn.
Come messer Ugo dal Bal%o fu sconfUto ad Mes"
sandria.
Nel detto anno 1319 del mese di dicembre,
essendo messer Ugo dal Balzo in Piemonte per lo
re Ruberto, nel borboglio d* Alessandria, e assedia-
va la detta citta, uscendo fuori un di con dugento
cavalieri per far fare legname per fare ponti e di-
ftcii per r assedio, messer Marco Visconti di Milano
Icon seicento cavalieri per uno aguato gli uscì ad-
I dosso, e lo sconfisse, e uccise.
24S
CBOMCnS
assedio la parto della ctUà dì Vercelli che leaeaBO i
guelfi, e fu preso messer Siaione da CoUibiano si-
gnore di Vercelli, e meiiato a MilaBO; e 1 Tescoro
sao fratello* scacciato con latti i suoi segnaci An-
cora il detto messer Filippo di Valois rendè a messer
Filippo di SaToia il castollo di Carìgnano in Pie-
monte, il qnale si tenea per la gente del re Ruber-
to, e eragli molto caro, ed ebbene, si disse, die-
cimila fiorini d* oro. E peggiorò daramento le con-
dizioni di Lombardia, a danno e a vergogna della
Chiesa e del re Roberto e di chi a loro atteoea ; -
che per questa cagione la gente de' Fiorentini e*Bo- !
lognesi e*Sanesi, ch'erano gii infino a Reggio, si
tornarono oddietro, e la fona e rigore del capitano
di Milano e de* figliuoli molto accrebbe. Di questa
difTalta si scasò in Francia messer Filippo al re e a
messer Carlo, eh' era stata perchè fl papa e 1 re
Ruberto non gli aveano attese le conrenense di for-
nirlo di moneta e di gento al tempo, come areano
promesso ; ma per gli più si disse che la diSalta fu
sua, e di chi V ebbe a consigliare dì Tenire più to-
sto verso Milano, che non era ordinato: ma qnale
si fosse la cagione, egli acquistò poco onore. E da
notare una favola che si dice e dipigne per dispetto
degl' luliani in Francia : e' dicono, eh' e* Lombardi
hanno paura della lumaccia, cioè, lumaca. I siguorì
Visconti di Milano, conte ai sa, hanno V arme loro il
campo bianco e la vipera cilestra ravTolta con nn
uomo rosso in bocca, e measer Marco Visconti per
leggiadria e grandesu avea la aua bandiera e schiera
di cavalieri, intomo di cinquecento pur de' migliori
scelti per feditorì, e tutti colla detta sopransegna.
cr ignoranti Franceschi credevano che quella insegna
fosse una lumaecia, e per loro dispetto e contrario
fosse per loro fatta, onde il si recarono a grande
onta, e forto ne parlerò in Francia del dispetto che
ayeano loro fatto ì Lombardi ; ma colla beffa e dis-
onore si tornarono in Francia, per lo modo che detto
avemo.
CAPITOLO CXL
Come Castruccio andò ad otte nella Rhiera di
Genova.
Nel detto anno 132(^ in quello tempo ch'era-
no in Lombardia le dette noviU della venuta di mes-
ser Filippo di ValoiSf non cessò la lega de' ghibellini
di Lombardia T assedio di Genova, ma maggiormento
Faccrebbono e rinforzaro, e feciono lega di capo
con Federigo re di Cicilia, e collo 'mperadore di Co-
stantinopoli, e con gli altri usciti di Genova, e con
Castruccio signore di Lucca, il quale Castruccio con
sua gente venne a oste nella Riviera dì Genova dalla
parto di levanto, e più castella e torre della Riviera
gli si renderono, e quegli usciti de' borghi di Ge-
nova per la sua venuta crebbono l' osto, e misono
campo in Bisagno per assediare al tutto la terra di
Genova.
CARTOLO CXn.
Come Federigo di dciUa wumdò sua ormala à ja-
lee air assedio di Genova,
Nel detto anno 1320 del mese di lagtio,i n
Federigo che tonea la Cidlia fece arsure quamla-
due tra galee e uscieri, e con dngento cavalien
mandò la detta armata in servigio degli usdli di Ge-
nova, e gli usciti di Genova n'armarono veatidae
galee, le quali galee s* aggiunsono inaieme del seta
di agosto per consamare Geao\'a, aasediandola stret-
tamente per mare e per torre, per modo che aoUo
n potea entrare né uscire, e ta città era male for-
nita e a grande disagio di vittnagUe e di HK)lie co-
se. Della detta annata era capo aouniraglio aiasier
Currado d*Orìa uscito di Genova.
CAPITOLO CXnL
Conte il re Ruberto fece sua armala di galee per
contrastare quella dìe^ Cicilianif e quello eh" aoperò.
Nel detto anno 1320, aentondo il papa e 'I re
Ruberto V apparecchiamento fiatto per gli usciti di
Genova e per quello di Cicilia, feciono annare sas-
santadnque galee tra in Proensa e a Napoli, e quegli
di Genova armarono venti galee; e del detto stuolo
fu ammiraglio meaaer Ramondo di Cardona d' Ara-
gona: e congiunte le detto galee insienae, vennero
sopra Genova per combatterai con quelle di Cicilia
e degli asciti di Genova, le quali aentondo come ve-
nia centra loro queO* armata, ai partirono della Ri-
viera di Geno va,, e veanono in Porto pisano, e poi
con savio provvedimento di guerra, e per fare par-
tire r armata della Riviera, sansa soggiorno se n*sn-
darono in verno Napoli \ e giunti ali isola d' Ischia,
misono i cavalieri in torre, e oorsono l' isola e gas-
atarla in parto. Sentendo la loro partita Taninùragiio
del re Ruberto, con sua annata ai parti di Genova e
della Riviera, seguendo vigoroeamento^ i nemici par
abboccarsi con loro, e sopragginnaegli a Ischia una
sera al tardi. Quelle galee di Cicilia e degli asciti,
veggendo i nemici sì di presso per volere In batta-
glia, si ricolsono di notto, e si misono in mare dando
voce di tornarsi in Cicilia. L' ammiraglio del re Ru-
berto veggendogli la mattina partiti, volendogli je-
gnire, la gento di Principato, ch'erano intomo di
trenta galee, trovandosi in loro paese, gridarono:
rinfrescamenlo e panatica: e di vero bisogno ne
aveano ; e cosi a grido, sansa alcuno ritegno a Na-
poli se n* andare. Le galee di Proensa e di Genova
rinfrescati a Ischia alquanti giorni, avendo novelle
come r armata de' Ciciliani e asciti di Genova avea-
no fatta la via di ponento verao Genova, per se-
guirle in verso Proensa ai ritomaro : e cosi ta detta
armata per male seguire il loro ammiraglio, ovvero
per sua diSalta e mata condotta, qnui tolta si sbn-
ratto e venne a niento; che se avessono aegnita
' La Giuntina legga : co* iuoi /raUlU,
> Io vo colia QhintiDa. UT. Dav. dloa: € le HgtA vt^
rotam^té ptTj masenedovrabbacavar il aeaaoco^ivnoliii
DI GIOVANNI VILLANI.
247
CAPITOLO cvn.
Carne gei^é degli useiH di Gem)ea furono seonfitii
a LericL
Nel detto anno 1320, essendo in Genova gran-
de stretta di vittoaglia perchò gli usciti di Genova
con diciassette galee corseggiavano la Riviera, e pren-
deano navi e cocche e altri legni che recavano vittaa-
glia a Genova, quegli di Genova armarono ventisette
galee, e seguirono quelle degli usciti, e in Lerid le
rìnchiusono, e ripresono una nave ed una cocca ca-
rica di vittuaglia ch^aveano prese le dette galee de-
gli uscitL B assediando quelle galee in LerìcI coMoro
uscieri, feciono venire da Genova centocinquanta ca-
valieri di quegli del re Ruberto, e quegli di Lerìci
tirarono le galee in terra, e si misero a combattere
co* detti cavaUerì : a dì 31 di maggio ftirouo scon-
fitti dalla gente del re Ruberto e di Genova, com-
battendo contra loro per mare e per terra ; presono
e arsono il porto di Lerìci, e le dette galee con gran
danno degli usciti.
CAPITOLO cvin.
Cowie quegli di Genova presono il Bingane,
Nel detto anno 1 330, il vicario del re Ruberto
co* Genovesi armarono da sessanta tra galee e u-
icieri: e con quattrocencinquanta cavalieri n* anda-
rono e puosono assedio alla città del Bingane, e quella
combattendo, per fona presone a di 21 di giugno,
e rubarla tutta. Allora tutto il marchesato di Cravi-
giana o Trivigiana tornò alla signoria di Genova e
di parte guelfa.
CAPITOLO CIX.
Come il Papa e la Chieia feciono teftire in Lom-
bardia metter Filippo di Valois,
Nel detto anno 1320, avendo il papa e la
Chiesa fitte fare più richieste a messer Maffeo Vi-
sconti e a* figliuoli che si levassono dairassedio della
eiltà di Genova, la quale si tenea per la Chiesa e
per io re Ruberto, come addietro fa menzione, e
quegli i detti comandamenti non ubbidirò, oppo-
nendo che Genova era terra d'imperio e non di
Chiesa; per la quel cosa per lo papa fu fatto pro-
eesso e scomunica contro a* detti, e interdetto Mi-
lano e Piacenza e T altre città di Lombardia eh* e*
delti per forza tirannescamente leneano e signo-
reggiavano, e ordinò che messer Filippo di Valois
nipote del re di Francia venisse in Lombardia per
vicario di Chiesa per abbattere la signoria de* detti
scismatici e rubelli della Chiesa, il quale messer Fi-
lippo vi venne con sette conti e Con centoventi ca-
valieri tra banderesi e di corredo, con quantità di
seicento gentili uomini d* arme a cavallo, molto bella
e nobile gente, al soldo della Chiesa e del re Ru-
berto. B mandò in Lombardia per legato della Chiesa
messer Beltramo del Peggetto cardinale con otto-
cento cavalieri tra Provenzali e Guasconi, i quali col
detto legato e con messer Filippo di Valois e sua
gente s'aggiunsono alla città d*Asti in Lombardia;
ed avendo novelle che la città di Vercelli $i com-
battea dentro tra* guelfi e* ghibellini, si partì il detto
messer Filippo d* Asti con quella tanta gente eh* a-
vea, senza attendere 1* altra cavalleria che gli man-
dava il papa e 1 re Ruberto di Proenza, e quella
che gli mandava il re di Francia e messer Carlo suo
padre di Viennese, e il siniscalcato ' di Belcari, che
in piccolo tempo sarebbe stata grandissima quantità
di gente; e sanza attendere mille cavalieri ch^e'Fìo-
rentini e* Bolognesi e* Senesi gli mandavano in aiuto
in Lombardia, e per male consìglio, con quantità di
millecinquecento cavalieri si mise a oste tra Ver-
celli e Noara in luogo detto Mortara. Sentendo la
sua venuta il capitano di Milano, il quale era come
uno grande re in Lombardia, eh* egli con quattro
suoi figliuoli signoreggiava Milano, Pavia, Piacenza,
Lodi, Como, Bergamo, Noara, Vercelli, Tortona, e
Alessandria, sanza la forza delle altre città di Lom-
bardia di parte d'imperio e ghibellina ch*erano a lega
con lui, e Pisa, e Lucca, e Arezzo in Toscana, sì man-
dò i suoi figliuoli con tutto suo bforzo contra il
detto messer Filippo di Valois, che furono tremila e
piii uomini a cavallo, gran parte Tedeschi, e gente
a pie sanza numero, e puosonsi a campo contra la
detta oste appresso d* uno miglio di terra.
CAPITOLO ex.
Come metter Filippo di Valoit ti tornò itt Francia
con tergogna^ tan%a niente acguittare,
Messer Galeasso e messer Marco figliuoli del capi-
tano di Milano, capitani dell* oste, feciono richiedere
messer Filippo di Valois di volere parlamentare con lui,
e ordinato il parlamento, e aggiunti insieme, messer
Galeasso con sarie e maeatrevoU parole, che le sa-
pea ben dire, pregò measer Filippo che non gli fosse
incontro né gli volesse disertare; e com'egli e* suoi
sempre erano stati amici e servidori del re di Fran-
cia e del suo padre messer Carlo, e che Pavea fatto
cavaUere, e che la tenza da* suoi alla Chiesa la ri-
mettea volentieri nel re di Francia, e mostrógli la
sua forza e cavalleria, chiara più di due tanti che
quella della Chiesa, e che per suo amore e del pa-
dre non gli volea offendere, come potea. Veggendosi
il giovane messer Filippo a sì fatto punto condotto,
non gli parve bene atare (e dissesi per tradimento
di messer Berardo di Marcoglio suo maliscalco, il
quale era stato ribello e bandito del re di Francia,
per sua vendetta, e perchè si disse che n*ebbe molti
danari dal capitano di Milano, per farlo venire in-
nanzi al termine ordinato sanza attendere l* altro
soccorso), sì s'accordò co*.detti figliuoli del capitano
di Milano, e tomossi con grandi presenti e doni vi-
tuperosamente in Francia colla sua gente. Questo fu
del mese d* agosto anni 1320: poco appresso i detti
figliuoli di messer Maffeo abbono per forza e per
La Oinotina l«gge: <M tmiiCaUaio.
950
CRONICHE
mercataniit che dod vile ano reame; delle eontinne
bittoglìe di terra assalendo la città per di e per notte
con più diflcìi, gittando qne' di fuori a qne' d^ entro,
e quegli d' entro a que* di fuori, e con rovinare le
mura della citti, e di quelle fare cadere, e quegli d' en-
tro con grande travaglio e necessitadi sollecitamente
riparare e difendere, se tutto questo libro fosse scrit-
to per quelle storie seguire, asnza altro sarebbe pie-
no. E non è da maravigliare, che i Genovesi erano i
più ricchi cittadini e* più possenti in quello tempo
che fossono tra* cristiani, e eziandio tra* saracini ; e
coir una parte e coir altra erano allegati signori e
comunanze di grandissima potenza, come è fatta men-
zione.
CAPITOLO CXIX.
Come a fratello del re di Spagna fu sconfitto da*
saracini di Granata.
Nel detto anno 1 300, i saracini del reame di
Granata, essendo sopra loro ad oste il fratello del re
di Spagna con grande quantità di cristiani a cavallo
e a pie, quegli saracini non possendo alla forza ri-
parare, con grande spendio di pecunia corruppono cer-
ti baroni traditori di Spagna, i quali non seguirono il
loro signore: assaliti da' saracini furono sconfitti, e
presso a diecimila cristiani furono tra morti e presi,
e morto vi fa il deUo fratello del re di Spagna, e
corsono la Spagna inflno a Sibilia a grande dammag-
gio e vergogna de* cristiani.
CAPITOLO CXX.
Come i frieri dello spedale sconfissono i Turchi con
loro navilio a RodL
m
Nel detto anno 1320, uno ammiraglio di Turchia
venendo per prendere risola di Rodi, che tenea la
magione dello sped ile, con più di ottanta tra galee e
altri legni di saracini, il eomandatore di Rodi con quat-
tro galee e con venti piccioli legni, e coir aiuto di
sei galee de* Genovesi d* entro che tornavano di Er-
minia, combatterò co' detti saracini e sconfissongli, e
grande parte de* detti legni presono e profondaro.
Appresso andaro a una isoletta ivi presso, ove aveano
posti più di cinquemila uomini saracini per mettergli
in su r isola di Rodi : le dette galee de* cristiani tut-
ti gli abbono presi, e uccisotao i vecchi, •* giovani
venderono per ischiavi.
CAPITOLO CXXL
Come messer Cane della Scala essendo alt assedio
di Padom fu sconfitto da' Padovani e dal conte
di Goriiia.
Nel detto anno 1320, messer Cane della Scala
signore di Verona, essendo ali* assedio della città di
Padova con tutto suo isforzo stato per più d* uno an-
no continuo, e a quella città quasi prese tutte le sue
castella e contado, e sconfittigli per più volte, 1* area
al afDitta, che più non si potea tenere, che tutta in-
torno con battifolU foniti di ina gente 1* avec cireo»-
data sì, che vivanda non vi potea entrare. I dalli Pa-
dovani quasi disperati d*ogni salute, si diedono al
dogio d* Osterìch eletto re de* Romani, il qnale man-
dò a loro soccorao il conte di Gorizia e*l signore di
Guelfe con cinquecento cavalieri a elmo, il quale an-
bitamente, e come di nascoso, entrò in Padova eol-
la detta gente. Il detto messer Cane, per grande au-
dacia e superbia eh* avea delle sue vittorie, e per la
grande cavallerìa e popolo eh' avea in sua oste, po-
co si curava de* Padovani, e per lo lungo assedio, per
troppa sicurtà, male si tenea ordinato. Avvenne che
a dì 25 d* agosto 1320, il detto conte di Gorizia
co* auoi Frìolani e Tedeschi e co* Padovani, usd di
subito della città, e assali V oste vigorosamente. Mea-
ser Cane con alquanta dì sua cavalleria male ordi-
nata, credendo riparare, si mise alla battaglia, il qua-
le dsl conte di Gorizia e da* Padovani fa aconfitto e
atterrato e fedito, e di poco scampò la vita per soc-
corao di sua gente, e in sn una cavalla in Monseli-
ce scampò, e 1* oste sua fu tutta isbarattata, e rima-
sevi di sua gente morta e presa assai, e tutti i loro
arnesi : e cosi per mala provedenza, la fortuna di A
vittorioso tiranno si mutò' in contrario. AI detto as-
sedio di Padova morì Uguccione della Faggiuola in
cittadella, di suo male, essendo venuto in aiuto a mes-
ser Cane. Questi fu 1* altro grande tiranno che per-
seguì tanto i Fiorentini e*Lttoch«si, come addietro è
fatta menzione.
CAPITOLO cxxn.
Come morì il conte Gaddo signore di Pisa^ e /li fat-^
to signore il eonte NierL
Nel detto anno 1320, il conte Gaddo de* Ghe-
rardeschi, eh* era signore di Pisa , morì (per gli più
si disse per veleno), e fatto fu signore il eonte Nieri
suo zio ; e lui fatto signore, mutò stato in Pisa, e tul-
li quegli eh* erano stati con Uguccione da Fagfinolt
fece grandi, e a quegli che lo aveaao caccialo, tol-
se la signoria, e alquanti capitani di popolo fece mo-
rire, e altri fece ribelli, e chi confinati, e fece lega
con Castracelo signore di Lucca e con gli usciti di
Genova, dando loro occultamenta aiuto e livore con-
tra i Fiorentini e que*di Genova.
CAPITOLO cxxm.
Come fkt fatta pace dal re di Francia a*Fi4mmÌ9igkL
Nel detto anno 1 320, il conto Ruberto di Fian-
dra con Luis conto d* Anversa auo figliuolo, anda-
rono a Parigi con grande compagnia di Fiamminghi
di tutte le buone ville, per dare compimento alla pa-
ce dal re di Francia a loro, della grande guerra ch*e-
ra stata tra loro più di ventidue anni. E ciò fu a
mossa di papa Giovanni che vi mandò uno suo le-
gato cardinale, e come piacque a Dio, del meae d* a-
prile vi si diede compimento, e il re di Francia die-
de per moglie la figliuola a Luis figlinolo di Luis con-
to d* Anveraa, ohe dovea tuwtB rada delta contea dt
DI mOVANNI VILLANI.
951
Fiandra, e rendagli la detta eoiitea.B*Piammiiigliiper
patti lasciarono Lilla e Doagìo e Bettona e latta la ter-
ra di qaa dal finme del Liscio, ove §1 parte la lingua
franceaca dalla fiamminga, e promisono di dare al re
di Francia mille migliaia di libbre di baoni parigini
in termine di Tenti anni, per ammenda e aoddlsfa-
rimento delle ipese, e di quello che aveano misfatto^
alla corona.
CAPITOLO CXXIV.
Come ira quegli della casa di Fiandra ebbe grande
dissensione.
Nel detto anno 1320, essendo i detti Fiammin-
gbi in pace coi Franceschi, e in buono stato, invi-
dia nacque tra Luis conte di Anversa maggiore figli»
nolo del conte di Fiandra, e Ruberto suo fratello ; pe-
rocché 1 conte vecchio loro padre amava più Ruber-
to suo minore figliuolo, perch' era più valoroso, e
quasi al tutto Tavea fatto signore di Fiandra: onde
Ù conte Luis forte isdegnò, e quasi tutto il paese se
ne divise a setta, e per questa cagione in Gaolo e in
Bruggia ebbe più romori e battaglie cittadine, e uc-
cisonne e cacciarne assai ; e quegli che teneano con
Luis e che amavano la pace co** Franceschi rimaspno
signori In questo si disse, che '1 conte vecchio vol-
le essere avvelenato, e fu apposto che Luis suo figli-
uolo il facea fare; per la qual cosa il fece prendere
a Ruberto suo minore fratello, e mettere in pregio-
ne, onde il paese maggiormente si divise, che V una
parte tenea con Luis, e V altra con Ruberto, e creb-
be sì Terrore, che la villa di Bruggia si rubellò al
conte e a messer Ruberto, e cacciarono della terra
tutta aua parte. Per la qual cosa quello anno e V al-
tro appresso, il detto messer Ruberto gli guerreggiò
e prese la villa del Damo e quella de'la Schiusa ov' è
fl porto. Quegli di Bruggia uscendo fuori a oste per
assediare il Damo, quegli della villa di Ganto e d' I-
pro furono meuani, e acconciarono quegli di Brug-
gia col conte, rimanendo signori la parte di Luis,
dande al conte danari assai per ammenda, e si pa-
eiicaro.
CAPITOLO CXXV.
Come i ghibellini furono cacciati di Rieti.
Nel detto anno 1 320 del mese d'agosto, i guelfi
della città di Rieti, coli* aiuto di quegli dall'Aquila
e di Civitadacale e gente del re Ruberto, cacciarono
per forza i ghibellini di Rieti, e combattendo nella
città, più di cinquecento n'uccisono, e più n' anne-
garono nel fiume, il quale di sangue corse. E poi ap-
presso a quattro mesi, essendo i detti guelfi di Rieti
all' assedio del castello d' Airone nel contado di Spu-
lcio, i ghibellini di Rieti usciti, coli' aiuto e forza di
Sciarra della Colonna, per forza rientrarono in Rieti
e cacdarae i guelfi che non erano all'oste.
^ fatto danno, eontravrenato. Kota questo nuovo Benso
6al yarbo mi^fia^ preso ne] gsoerale per tneU/are,
CAPITOLO CXXVI.
D' uno grande raunamento (f osti che fu tra'' due
eletti d' Alamagna.
Nel detto anno 1320, grande raunata fu fatta
nella Magna per combattersi insieme il doge d' 0-
tench e quello di Baviera, i quali amendue erano e-
letti re de' Romani per lo modo eh' à fatto menzione,
e più tempo stettono assembrati ad oste in sul fiume
del Reno, e quasi tutta la cavallerìa della Magna,
chi doll'una parte e chi dall' altra. Alla fine si parti-
rono sanzh combattere, perchè quello di Baviera non
potè durare la spesa.
CAPITOLO cxxvn.
Come Spinetta marchese s* allegò co* Fiorentini can-
tra a Castruccio^ ma tornò a vergogna de* Fiorentini.
Nell'anno 1321, i Fiorentini volendo guerreg-
giare Castruccio signore di Lucca, sì feciono lega con
Ispinetta marchese Malispìna, il quale, tnlto fosse ghi-
bellino, per Castruccio era stato disertato di sue ter-
re. I Fiorentini gli mandarono In Lunigiana per la
via di Lombardia trecento soldati a cavallo, e cin-
quecento a pie, ed egli con suo aiuto fece cento uo-
mini a cavallo, e in poco tempo racquistò assai di sue
castella; ed erano per discendere al piano di Luni-
giana, e fare guerra assai alla città di Lucca, peroc-
ché i Fiorentini dall'altra parte erano in sul conta-
do di Lucca, e posto assedio al castello di Montevet-
tolino con ottocento soldati cavalieri e gente a pie
assai ; e se i Fiorentini avessono fatta la 'mpresa con
maggiore provvedimento, e con più forte braccio,
della guerra erano vincitori. Castruccio sentendo il
detto apparecchiamento, non fu ozioso ; mandò a tutti
i suoi amici per aiuto e di Lombardia dal capitano di
Milano, e da quello di Piacenza, e da' Parmigiani ebbe
cinquecento cavalieri, e da' Pisani e dal vescovo d'a-
rezzo e altri ghibellini» di Toscana più di altri cinque-
cento, sicché si trovò in Lucca con più di sedici cen-
tinaia di cavalieri; e disponendo suo consiglio sa-
viamente, la 'mpresa di Lunigiana lasciò, e con tut-
ta sua oste de'detti cavalieri, e popolo sanza numero,
venne centra l' oste de' soldati di Firenze. I Fiorentini
male provveduti di sì fatta impresa, e non credendo
che la forza di Castruccio fosse si grande per l' aiu-
to de' Lombardi, si levarono dall'assedio di Montevet-
tolino e si ritrassono in su Belvedere. Castruc^o e
si^a oste seguendoli si puose a oste centra loro, e se
la sera avesse combattuto, di certo avea la vittoria,
perocché di gente e di tutto avea l' avvantaggio. Gui-
do dalla Petrella, capitano delle masnade de' Fioren-
tini, la sera francamente si difese, assalendo con ba-
dalucchi la gente di Castrncdo, mostrando gran vi-
gore, e che attendessono aiuto. La notte vegnente,
di 8 di giugno, accesone molti fuochi e facelline, e
faccende sembiante d'assalire i nemici, e per questo
modo lasciando i falò e luminare nel campo accesi, si
levarono da campo, e salvamente con tutta sua oste
si ridusse in Fucecchio e a Carmignano e all' altre
253
CRONICHE
castella ; e Tennegli beae^ ohe una grande acqua da
cielo Tenne la notte, perchè Castracelo non senti la
saa partita, e fa gabbato per le laminarie. La mattina
per tempo redendo Castracelo partiti i snoi nemici,
si tenne ingannato, e incontanente caralcò, e guastò
Fncecchio intomo, e Santacroce, e Castelfranco, e
Montopoli, e Vinci, e Cerreto sansa contrasto ninno :
stette a oste per venti di sansa riparo con grande ver-
gogna de* Fiorentini, e tomossi in Lacca con grande
onore. I Fiorentini per questa cagione feciono toma-
re di Lunigiana i loro cavalieri. Castracelo inconta-
nente vi cavalcò, e, riprese tutte le sue castella e Pon-
tremoli e pia terre de' marchesi e Spinetta, le abban-
donò, e tomossi a messcr Cane a Verona.
CAPITOLO CXXVIU.
Di notità di uficii di Firenze.
Nel detto anno e mese di giugno, incorrendo a*
Fiorentini si fatte traversìe di guerra, e per la setta
di quelli che non reggeano la città, erano i priori e
rettori calonniati e biasimati forte, onde si criò un ufi-
cio di dodici buoni uomini popolani due per sesto, che
consigliassono i priori, e che sansa loro consiglio e
diliberazione, i prìoiì non potessono fare ninna gra-
ve diliberasione, né prandere balia. Il modo fu assai
lodato, e fu sostegno della aetta e stato che raggeva.
CAPITOLO CXXIX.
Come ii marchese Cavaicabò colia lega di Toscana
fu sconfino in Lombardia,
Nel detto anno 1321, papa Giovanni e'I re Ru-
berto per soccorrere il Piemonte e* loro amici di Lom-
bardia , che molti erano isbigottiti per la partita di
messer Filippo di Valois, mandarono li per capitano
di guerra messer Ramondo di Cardona d' Araona con
dodici centinaia di cavalieri, che fosse col legato car-
dinale, erifecionolegaco'Fiorantini e' Bolognesi e*Sa-
nesi, i quali mandarono in Lombardia mille cavalieri
tra due volte, onde fu capitano il marchese Cavaicabò
di Cremona, ed erano parte in Reggio e parte alla
Pieve d'Altavilla^ in sai contado di Piacenza. Di li
da Po era il patriarca d'Aquilea con quegli della Tor-
re e co' Bresciani, e taneaao Cremona e Crema, e guer-
reggiavano il capitano di Milano. Messer Galeasso
Visconti veggendosi cosi gaerreggiare a' cavalieri di
Toscana e di Bologna, e dentro alla terra avea sospetto,
mandò per aiuto a Milano al padre, e a Pisa e a Luc-
ca, i quali gli mandarono seicento cavalieri. Il mar-
cheae Cavaicabò con cinquecento cavalieri cavalcò in
Valditara, e quello borgo e più castalletta prese, e
pnosesi air assedio alla rocca di Bardo. Il capitano
di Piacenza vi mtndò da ottocento cavalieri in mille
al soccorso, e trovando il detto marchese mal prov-
veduto di tanta forza de' nimici, quasi sorpreso, fu
sconfitto, ed egli morto con più di centocinquanta
cavalieri tra presi e morti. Il rimanente si fuggirono
a grande periglio al borgo di Valditara; e questa
sconfitta fu del mese di novembre all' uscita, anno 1321.
1 Lft Giuntina ha: d! EUiviUa.
CAPITOLO CXXX.
Come fme$$er Galeasso ii MUono ebbe la dita
di Cremona,
Per questa vittoria il detto messer Galeasso eoa
sua oste passò il Po, e a Cmmona si puose ad asse-
dio sentendo la mala fortuna, e ta citta era BM>lto
annullata per la guerra dello 'mperadore e maggior-
mente per la morte del marcheae Cavaicabò isbigot-
titi. Battaglia diede alla citti per tre di ; quegli d'en-
tro annullati, e non avendo speranza di soccorso, le
masnade che v'erano dentro, da dnegento a cavallo
e tracento a pie, abbandonarono la terra, e si fug-
girono a Crema. La gente di messer Galeaaao, non
essendo qnui chi difendesse la terra, per fona rnp-
pono del muro della citta, ed in quella ealraro, e
preaonla e spogliarono d'ogni sostanza ehe v*en
rimase; e ciò fa a di 5 di gennaio 1321.
CAPITOLO CXXXI.
Come scurò il sole^ e mori il re di Francia,
Nell'anno 1321 a di 27 dì giugno, iscorò il
sole, in sul levare quasi le dae parti o più, e dorò
per un' ora. Nel detto anno il di dell' Epifania mori
Filippo re di Francia, il quale fa nomo dolce e di
buona vita : non rimase di lui rada muchio. Appres-
so la sua morte fa fatto ra di Francia Cario eonteT*
della Marcia suo fratello e flgliaolo del ra Filippo il
grande, e fu coronato a Rema, di 1 1 di febbraio 1321.
CAPITOLO CXXXII.
Come i Bolognesi cacciarono di Bologna Rom^
de" Peppoli il ricco uomo^ e snoi seguaci.
Nel detto anno 1321 del mese di giugno, i
Bolognesi a remora di popolo col seguito de' Bec-
cadelli e altri nobili cacciarono di Bologna a ftarora
Romeo de' Peppoli, grande e possente cittadino e
quasi signore della Urrà, con tutta aua setta, il quale
si dicea il più ricco uomo cittadino d' Italia, acqui-
stato quasi tutto d'usura, che ventimila fiorini e più
avea di rendita V anno sansa il mobile ^ Per la sua
partita molto sturbò lo stato di parte guelfa di
Bologna.
CAPITOLO CXXXIIL
Come lo "mperadore di Costantinopoli ebbe guerra
co" figliuoli.
Nel detto anno 1321, lo'mperadora di Costan-
tinopoli fu in grande discordia co' figlinoli, perchè
lo 'mperadore a sua vita avea fatto imperadore ano-
cedente a lui il figliuolo del suo maggiore figliuolo,
* Ciò fu a' 17 di giugno. Si rifugiò egU oceuUaiminU
m eata di Alberto SabbcUtni, tutto che contrario alla ma
parte, e qneeti per tre me$i onoratamente U tenne naecoeo,
tantoché trafugato te $e ne ecappò a Ferrara a trovare %
Mareheei rf* /?ete enoi parenti. Murai, Ann., f. XX, ptg. tO.
DI GIOVANNI VILLANI.
253
ch'era morto; onde il secondo figliuolo virente isde-
gnato col padre, congiura fece co* baroni conlra al
padre e nipote, e quasi gran parte dello 'mperio gli
robellò. E questo fu grande cagione deH' abbassa-
mento degli usciti di Genova, perocché il detto im-
peradore per abbassare la fona della Chiesa e del
re Ruberto continuamente co* suoi danari mantenea la
guerra agli usciti di Genova, e a quegli di Saona con-
lra la città di Genova e contra al re Ruberto, e per
la ana guerra abbandonò la 'mpresa.
CAttTOLO CXXXIV.
Come Federigo di Cicilia fu scomunicato^ e come
fece coronare ii figliuolo del reame.
Nel detto anno 1321, il detto papa Giovanni
co* suoi cardinali ordinarono trìegua per tre anni dal
re Ruberto a don Federigo di Cicilia, per potere
.meglio fornire la *mpresa di Genova. Il detto re Fe-
derigo domandò per suoi ambasciadorì pace o trie-
.glia di dieci anni, e Reggio e altre terre di Ca-
lavra, ch'egli avea rendute in mano del papa, le
quali il papa avea rendute al re Ruberto ; onde te-
Bendosi ingannato e tradito, si contradisse la detta
trìegna di tre anni eh' avea fatta il papa, e fece dis-
fidare il re Ruberto: il papa e* suoi cardinali isde-
goati %\ì diedono sentenzia di scomunicazione. Il
dette Federigo per questa cagione coronò del rea-
me dì Cicilia don Fiero suo maggiore figliuolo san-
sa dispodestare se a sua vita ^, e fecegli in sua pre-
iMisa fare omaggio e saramento a tutti i baroni e
eomuni dell* isola. '
CAPITOLO CXXXV.
Come • FiorentiiM mandarono in Frioli
per cavalieri.
Nel detto anno 1321, i Fiorentini mandarono
in Frioli per cavalieri a soldo, e vennono in Firen-
Eo del mese d'agosto centosessanta cavalieri a el-
mo, con altrettanti balestrieri a cavallo tra Friplani
e Tedeschi, molto buona gente d* arme, ond* era ca-
pitano Iacopo di Fontanabuona grande castellano di
Frioli, e fedone guerra assai a Castruccio: almeno
da poi che gli sen^ in Firenze non s* ardì a passa-
re la Gttis^na, come in prima era usato di fare.
CAPITOLO CXXXVI.
ì /ti il poeta Dante Alighieri di Firenze.
Nel detto anno 1321, del mese di luglio morì
Dante Alighieri di Firenze nella città di Ravenna in
Romagna, essendo tornato d'ambasceria da Vinegia
in servigio de* signori da Polenta, con cui dimorava ;
e in Ravenna dinanzi alla porta della chiesa mag-
' E sensa volere attendere 1 capitoli della pace degli
amri addietro, {ter coi dopo la sua morte avea da reatìtuirsi
al re Boberto U regno di Sicilia. Ann, (Tltaì.
giore fu seppellito a grande onore, in abito di poeta
e di grande filosafo. Mori in esilio del comune di
Firenze in età circa cinquaotasei anni. Questo Dan-
te fu onorevole e antico cittadino di Firenze di porta
San Piero, e noitro vicino ; e '1 suo esilio di Firen-
ze fu per cagione, che quando messer Carlo di Va-
lois della casa di Francia venne in Firenze Tanno
1301, e caccionne la parte bianca, come addietro
ne' tempi è fatta menzione, il detto Dante era de'
maggiori governatori della nostra città, e di quella
parte, bene che fosse guelfo; e però senza altra
colpa colla detta parte bianca fo cacciato e sbandito
di Firenze, e andossene allo studio a Bologna, e poi
a Parigi, e in piik parti del mondo. Questi fu grande
letterato quasi in ogni scienza, tutto fosse laico ; fu
sommo poeta e filosafo, e rettorico perfetto tanto in
dittare e versificare, come in aringa parlare nobilis-
simo dicitore, in rima sommo, col più pulito e bello
stile che mai ibsse in nostra lingua infino al suo
tempo e più innanzi. Fece in sua giovanezza il libro
della Vita nova d* amore; e poi quando fu in esilio
fece da venti canzoni morali e d'amore molto ec-
cellenti) e in tra l' altr^ fece tre nobili pistole: l'una
mandò al reggimento di Firenze dogliendosi del suo
esilio senza colpa ; l' altra mandò allo *mperadore
Arrigo quand' era ali* assedio di Brescia, riprenden-
dolo della sua stanza, quasi profetizzando ; la terza
a' cardinali italiani, quand' era la vacazione dopo la
morte di papa Clemente, acciocché s' accordassono a
eleggere papa Italiano; tutte in latino con alto dit-
tato, e con eccellenti sentenzio e autoritadi, le quali
furono molto commendate da' savi intenditori. E fece
la Commedia^ ove in pulita rima, e con grandi e
sottili questioni morali, naturali, e astrolsghe, filo-
sofiche, e teologhe, con belle e nuove figure, com-
parazioni, e poetrie, compuose e trattò in cento ca-
pitoli, ovvero canti, dell' essere e stato del ninfemo^
purgatorio, e paradiso, cosi altamente, come dire ae
ne possa, siccome per lo detto suo trattato si può
vedere e intendere, chi è di sottile intelletto. Bene
si dilettò in quella Commedia di garrire e sdamare
a guisa di poeta, forse in parte più che non si oon-
veniai ma forse il suo esilio gliele fece fare. Fece
ancora la Monarchia^ ove trattò dell' oficio del papa
e degl' imperadori. E cominciò uno commento sopra
quattordici delle sopraddette sue cannoni morali voi'
garmente^ il quale per la sopravvenuta morte non
perfetto si truova^ se non sopra tetre ; la quale^per
quello che si vede^ alta^ belloy sottile^ e grandissi-
ma opera riuscia^ perocché ornato appare d'alto
dittato e di belle ragioni fUosoftche e astrologiche.
Altresì fece un libretto che VitUitola De vulgari e-
loquentia, ove promette fare quattro libri, nui non
se ne truova se non due^ forse per V affrettato suo
fine, ove con forte e adomo latino e belle ragioni
ripruova tutti i vulgari d* Italia '. Questo Dante per
lo suo savere fu alquanto presuntuoso e schifo e
* infamo, vezzo antico e moderno del popolo toscano
di aggiogner la n a principio di alcune voci. Di qai na-
hiiso e nàbiiiare. Vedi deput. annoi Decam. p. fi8.
' Da] cod. Bicard. n. 158S, mancando al T. D.
354
CRONICHB
itdegnoso, e -qiiam a guisa di filosafo mal grazioso
non bene lapea converaare co* laici ; ma per V altro
ano virtodi e adensa e valore di tnto cittadino, ne
pare che si convenga di dargli perpetua memoria
in questa nostra cronica, con tutto che le sue nobili
opere lasciateci in iscrìttura facciano di lui vero te-
stimonio e onorabile fama alla nostra cittade.
CAPITOLO CXXXVII.
Come i Fiorentini rimasono fuori della signoria del
re RubertOf e feciono parte delle mura della città.
Nel detto anno 1321, in calen di gennaio, i
Fiorentini uscirono della signoria del re Ruberto, la
quale era durata per otto anni e meuo, e tornaro
a fare lesione di loro podestà e capitano, compera-
no usati per antico, e comiociaronsi a fare le mura
e le torri dalla porta di San Gallo a quella di Santo
Ambrogio della città di Firenze. E io scrittore, tro-
vandomi per lo comune di Firenze uflciale con altri
onorevoli cittadini sopra fare edificare le dette mu-
ra, di prima adoperammo, che le torri si facessono
di dugento in dngento braccia, e simile s* ordinò si
eominoiassono i barbacani, ovvero confessi ' di co-
sta alle mura e di fuori da^ fossi, per più fortezza e
bellezza della cittade, e cosi si seguirà poi pertutto.
CAPITOLO cxxxvm.
Come il re d" Inghilterra fece uccidere il cugino e
più $uoi baroni^ e come gli Scotti gli comincia^
rono guerra»
Nel detto anno 1321, fallirono le triegue dalli
Scotti al re d* Inghilterra, e con grande isfono cor-
sono gli Scotti gran parte de^ confini d* Inghilterra
dalla loro parte, tenendo tutti gl'lnghilèsi di quelle
marce ^ sotto tributaria^; e ciò avvenne per grande
discordia, che il re Adoardo il giovane re d* Inghil-
terra ave* quasi con più de* suoi baroni, ond* era ca-
po il conte di Lancastro, cugino del re e della casa
reale. E la detta lega e giura era fatta per gli ba-
roni contro al re, perch' egli si reggea per male con-
siglio e vile portamento, dando più fede a uno mes-
ser Ugo il dispeusiero, cavaliere di picciolo affare,
che a tutti gli altri suoi baroni. E crebbe tanto la
detta scisma, che i detti congiurati teneano arme
contro al re, e s* erano rnbellati nella contrada del
Trento vereo Bonobruco, cioè Ponte. E tornando uno
conestabile del re con più di sua gente d* arme dalle
frontiera della Scozia, e per mandamento del re gente
a pie del paese ragnnò in buona quantità per offen-
dere a' detti allegati, trovandogli male ordinati al
* inTece di eùt^fe$$ionàli , nome dato ▼olgarmente dai
muratori ai harhaeanù Sono un rinforzo della muraglia da
basso fatto a scarpa. La Giuntina legge però con/o$9i,
voce registrata nel Vocabolario, e forse la migliore.
* marche, paesi o contrade di confine, donde il titolo di
marcbese, per aignore di quella tal contrada o paese. Vedi
Du-Fresne.
' tributo; altri testi leggono tnbutma.
detto Ponte, eh* era ano stretto pasto, gli sorprese
e sconfisse con piccola fatica di combattere» e quasi
tutti s* arrenderò ; onde il re fece dicapitara il detto
conte di Lancastro e *1 conte d^Ariforte con ottan-
totto fra conti e baroni. E ciò fu ali* uscita del me-
se di marzo anni 1322, e fu tenuta una grande cru-
deltà, per la qual cagione la forza del reame d* In-
ghilterra molto aflievolio.
CAPITOLO CXXXDL
Come i Perugini ebbono la città «f Ascesi
per attedio.
Neil* anno di Cristo 1322, essendo O cornane
di Perugia stato allo assedio della città d* Ascesi
per più d* uno anno con più batttfolli, per cagione
che s'erano rubellati da parte di Chiesa, e tigno-
raggiavala il popolo in parte ghibellina, quella c(ttà
molto afflitta di guastamente intorno intorno, e tolte
loro tutte le castella, e oltre a ciò di più awisa-
menti la loro gente sconfitta, e fallendo loro la vit-
tuaglia e molte cose bisognevoli, si renderò al co->
mune di Perugia, i quali le disfeciono le mnnr e le
fortezze, e recarla a loro giurisdizione, e tolsono fl
suo contado infino al fiume di Chiaccio a piò delle
città; e questo fu del mese d* aprile del detto anno.
E entrati i Perugini in Ascesi corsone la terra, e
oltre a' patti più di cento cittadini uccisono a furore
nella terra, eh* erano stati loro ribelli.
CAPITOLO CXL.
Come la parte ghibellina furono cacciali di Pomo»
Nel detto anno e mese d* aprile, i gaelfi delle
città di Fano della Marca coU' aiuto de*Malatesli de
Rimini,' cacciarono^ di Fano la parte ghibellina, e si
renderono al marehese, eh* era per lo papa.
CAPITOLO CXLl.
Come Federigo conte da Monte feltro fu morto
. a romore da quegli (T Urbino.
Nel detto anno 1322, essendo stata, e era grao*^
de guerra nella Marc€ d' Ancona, la quale mantenee
il conte Federigo da .Montefeltro colla città d* Urbino^
e d'Osimo, e di Recanati, centra il marchese che
v*era perla Chiesa, e morto in Recanati uno nipote
e nno cugino del detto marchese con molta di sne
gente, il papa per la detta cagione, a richiesta del
marchese, fece processo, e sentenzia diede contre
il detto conte Federigo, e eontra i caporali e ret-
tori della città d*Osimo e di Recanati, trovandoli,
in più articoli di resia, e tali in idolatria, secondo
la sentenzia ; e croce fece coatro a loro predicare
in Toscana e in più parti d* Italia, perdonando colpe
e pena chi andasse o mandasse in servigio di Sante
Chiesa. Più crociati v'andarono di Firenze e di Sieee
e di più altre cittadi. E *l marchese essendo con sue
oste intorno a Recanali, avvenne, che essendo il
conte Federigo in Urbino, e fatta a quegli della cit*
tade una grande taglia, ovvero imposta di monete^
per andare al soccorse di Recanati con certi soldati
DI GIOVANNI VILLANI
S55
dtl TescoTO d* Areno e di Catlniocio, come piacque
a Dio, maravigliosamente e di subito il popolo d*Ur-
bino si levò a remore centra al detto conte Fede-
rigo, ed egli improvviso rincbinso e assediato dal
popolo nella sua fortezza della terra, vedendosi non
gnemilo né da potere riparare, s* arrendè come mor-
to al popolo, pregandogli per grada gli tagliassono
la testa; e spogliato in giubba, col capestro in collo,
e con uno suo figliuolo scese al popolo cbiedendo
misericordia, il quale popolo a furore lui e M figlinolo
uecisono, e poi faccendo il corpo suo tranare per
la terra, vituperosamente a* fossi in uno carcame^ di
cavallo morto il soppellirono, siccome scomunicato;
e due altri suoi figliuoli fuggendo d^Urbino furono
presi da quegli d" Agobbio ; e un altro suo piccoli-
nò fanciullo fu preso dal popolo d* Urbino, e Speran-
za da Montefeltro si fuggì nel castello- di San Ma-
rino. E per questo modo venne il giudicio di Dio
improvvisamente a quegli della casa da Montefeltro,
gli quali erano stati sempre ribelli e perseguitori di
SanU Chiesa; e questo fu a dì 26 d* aprile 1322.
CAPITOLO CXLII.
Come la cUià tP Osimo $i rendè alla Chiesa,
Nel detto anno, per cagione del rubellamento
d* Urbino e della morte del conte Federigo, quegli
della città d^ Osimo si leverò a romore centra i loro
rettori, gridando che voleano pace colla Chiesa; e
veggeodò i detti il popolo scommosso a romore,
per paura di quello ch'era avvenuto al conte Fe-
derigo, si fuggirò della terra, e *r comune e *1 po-
polo d* Osimo si renderò alla Chiesa e al . mar-
chese; e questo fa a di 3 di maggio 1322.
CAPITOLO CXLUL
Come la eiuà di Reca$uUi $i rendè alla CAtestf, e
cerne il marchese la fece disfare.
Nel detto anno e mese, quegli della città di Re-
canati veggendo renduti al marchese Urbino e 0-
siiK>, a* arrenderò al detto marchese e a sua oste
Ubékvmeata, e cacciarne i loro rettori e caporali.
B marchese presa la città, per vendetta del nipote
e di san gente ch*aveano morti, dicendo che in Re-
canati a* adoravano gì* idoli, la città sansa misericor-
dia fece ardere tutta, e appresso i muri diroccare
ioino affondamenti; e ciò fu a* dì 15 di maggio
1322, la quale fu tenuta grande crudeltà, ovvero
fa aaaleiuia di Dio per gli loro peccati
CAPITOLO CXUV.
Cówse a VieconH signori di Milano furono scomtmt-
coH^ e come la Chiesa fece venire contro loro il do-
gio d'Osierich.
Nal detto anno 1322, veggendo papa Giovan-
ai che 'I capitano di Milano e* figliuoli noi voleano
i&hidire per richieste fatte più volte che facesse le-
vare r aaaedio dalia città di Geaova, e ammohiti dal
eftdaTer« tcarno e spolpato.
cardinale legato e scomunicati, sentenzia diede la
Chiesa centra loro siccome eretici e sismatici, e
fece predicare la croce centra loro in Italia e in A-
lamagna, e perdonare colpa e pena. E oltre a ciò,
veggendo la Chiesa che la *mpresa fatta con messer
Filippo di Valois era venuta a neente, che solamente
per la forza di 'messer Ramondo di Cardona e di
sua gente non si potea resistere alla forza deMetti
tiranni, ordinò e richiese con trattato del re Ruberto
Federigo dogio d*Osterich, eletto re de* Romani,
che s* egli mandasse d* Alamagna le sue forse in
Lombardia centra i detti scomunicati e sismatici, di
confermarlo per la Chiesa imperadore, e uno suo
fratello cberico farebbe arcivescovo di Magonsa. Per
la qual cosa Federigo detto mandò in Lombardia
Arrigo dogio d* Osterich suo fratello con cinquecento
cavalieri a elmo ; e giunse nella città di Brescia do-
menica d* ulivo del detto anno; e poi più signori
e genti d^arme crociati d*Alamagna vi s*aggiunsono,
sicché si trovò in Brescia con duemila Tedeschi di
arme a cavallo. Sentendo ciò il capitano di Milano
e* suoi seguaci, parca loro male stare, e al tutto te-
mendo di perdere la signoria, veggendo sì grande
esercito venire centra lui dalla parte di Brescia della
Magna, e d* altri Lombardi fedeli della Chiesa, e Fio-
rentini e Bolognesi e Sanesi per fornire la loro lega
colla Chiesa e *1 re Ruberto, e mandati i loro sin-
dachi con molta moneta in Frioli e in Alamagna per
soldare quattrocento cavalieri a elmo, e dugento ba-
lestrieri a cavallo per aggingnerìi a Brescia, colla
forza del detto dogio Arrigo d*Osterich d* altra parte.
CAPITOLO CXLV.
Come i signori di Milano sotto trattato d* accordo
colla Chiesa corruppono il dogio éf Osterich^ sicché
si tornò in Alamagna,
Messer Ramondo di Cardona era collegato a
Valenza con millecinquecento uomini a cavallo, e
con gente a pie innumerabile crociati per venire
verso Milano dalla parte di Pavia. Il detto capitano
veggendosi così assalire da tutte parti dalla forza
della Chiesa, mandò dodici de* maggiori cittadini di
Milano per ambasciadori al legato cardinale per ac-
conciarsi colla Chiesa, perocché *1 popolo di Milano
veggendosi sì fatti eserciti di gente venire addosso,
non voleano essere scomunicati, né distrutti per
quegli della casa de* Visconti. Essendo i detti amba-
sciadori col legato a Valenza, trattando d*accerdo, il
.detto capitano di MiUno mandò segretamente suoi
ambasciadori in Alamagna, e eziandie moneta assai
a Federigo dogio d* Osterich, mostrando come facea
contro lo *mperio e contro a se medesimo; e che
se la Chiesa e *1 re Ruberto avessono la signoria
di Milano, avrebbono tutta Lombardia, e* fedeli del-
lo *mperio di Lombardia e Toscana distrutti per modo,
che mai non potrebbe passare in Italia né avere la
corona dello *mperio. Il Tedesco per queste ragioni
e per la cupidigia della moneta fu scommosso, e man-
dò al suo fratello Arrigo, eh' era a Brescia, che co-
gliesse alcuna cagione e si tornasse addietro. Il
256
GRONICHB
qatle aralo il maBdato del (iraldlo, e dìaparle dal
capitaoo di Milano e dagli altri tiranni di Lonbardia
monata assai, avendo ordinato co* Bresciani e col
patriarca d' Aqnllte e con loro segnaci d' andare ad
oste sopra la città di Bergamo, eh' era in trattato di
rendersi a loro, mosse qaistione a* Bresciani, che in
prima che si partisse volea la signoria di Brescia. I
Bresciani negando che non la poteano dsre, perchè
vacando imperio s* erano dati al re Roberto, incon-
tanente sansa ninno ritegno si partì della terra a dì
18 di maggio 1322, e con tutta sua gente se n'an-
dò a Verona ; il qnale da messer Cane della Scala
signore di Verona onorevolemente fa ricevato e pre-
sentato di ricchi doni ; poi appresso sansa dimoro se
B* andò in Alamagna, guastando alla Chiesa sì grande
impresa e sì bello servigio incominciato^ per sì fatto
tradimento.
CAPITOLO CXLVI.
Come i Pistoiesi feciono Iriegua con Castruccio
contro U volere de'' Fiorentini.
Nel detto anno 1322 del mese d'aprile, es-
sendo i Pistoiesi molto gravati di guerra da Castrac-
elo signore di Lacca, il qoale tenea il cutello di
Serravalle presso a tre miglia a Pistoia, trattato ab-
bono con Ini di triegaa; onde i Fiorentini entrare
in grande gelosia, che Castracelo sotto la detta trie-
gaa non prendesse la terra; per la qual cosa più
volte vi mandarono loro ambasciadori per isturbar-
la. Alla fine la terra si levò a romore, e feciono
loro capitano di popolo T abate di Pacciana di Tedi-
ci, che volea la detta triegua, e centra volontà dei
Fiorentini la feciono, dando di tributo a Castracelo
tremila fiorini d* oro f anno e cacciarne per ribelli il
vescovo e altri caporali che teneano co' Fiorentini.
CAPITOLO CXLVII.
Come in Siena ebbe roìnore e noùtade.
Nell'anno 1322 del mese d'aprile, la città di
Siena fu a romore per cagione che quegli della casa
de'Salimbeni accisono una notte due fratelli carnali
figliuoli di cavaliere della casa de*Tolomei, loro ne-
mici, nelle loro case. Per la potensa delle dette due
cue i Sanasi quasi tutti parati ^ per combattersi in-
sieme, e temendo di certe masnade tedesche eh' e'Pi-
aani e Castracelo mandavano per lo loro contado al
vescovo d' Arezzo, per aiuto mandarono a' Fioren-
tini, i quali mandarono loro le masnade de'Frìo-
lani, ch^ erano trecentocinquanta cavalieri, molto buo-
na gente, e tutte la leghe del contado di Firenze
di genti a pie vicini de' Sanasi, per la qual cosa la
città di Siena si guarenti di battaglia cittadina eon
tutto rimanesse assai pregna di male volontadi tra loro.
Altri tetti: jMfiitt.
CAPITOLÒ CXLVIU.
Come i gìUbellmi di Colle voUono prendere la terra
e furono sconfitti,
Neiraano 1322 del mese d'aprile, gli oseiti
di Colle di Valdelsa coli' aiuto di certi ribelli di Fi-
renze entrarono per forza nel borgo di CoU^ Qmlli
della terra combattendo per forza gli ripinsono fao-
rì, e asiai ve ne rimasene morti e presi ; e q(Èitif&
di Colle feciono popolo eolla 'nsegna a croce del
popolo di Firenze.
CAPITOLO CXLCL
Come il soldano della Sorta corse e prese quasi
tutta r Erminia.
Nel detto anno 1322 del mese d'aprile, il sal-
dano della Seria con più di venticinqueoùla oominì
a cavallo eorsono l' Erminia di sotto, e quella preso-
no e guastarono tutta infino alla marina, salvo alcona
fortezza di montagne; e tutti gli Ermini e cristiani
che io quella correria presono, assai n' uccisone e
menarono in servaggio ; e questa persecuzione si
disse fu per loro peccato e discordia, che essendo
morto il re d* Erminia, e rimasi di lui due piccioli
figliuoli, il signore del Curco suo zio prese per mo-
glie sansa dispensazione di papa la reina alata mo-
glie del nipote, e figliuola del prenze di Taranto, per
aversi la signoria del reame; e quella reina ripresa
del matrimonio che volea fare, e che aumdaise al
papa per dispensazione, disse, che prima si peccava
che si domandasse perdono ; onde i baroni sdegnati
furono in discordia e partiti, per la qual cosa qaiB-
do fu bisogno non difesono il reame da'saracini,
onde r Erminia fu quasi distrutta.
CAPITOLO CL
Comeilre di Tunisi cacciate di signoria la racquistà.
Nel detto anno 1322 del mese d'aprile, il re di
Tunisi, ch'era stato cacciato di Tunisi, come addietro
fa menzione, s' accordò co' signori degli Arabi, e ran-
nata suo sforzo, con alquanti cristiani di soldo, e' ven-
ne verso Tunisi con quattromila uomini a cavallo e
con gente a pie assai. L' altro re che tenea Tunisi,
uscì fuori a battaglia e fu sconfitto ; sicché il primo
re fu vincitore e racquietò il suo reame. Questo ro
fu figlinolo di madre cristianir, e usai si riteneva '
co' cristiani.
CAPITOLO CLI.
Come il vescovo d*Areiu> cominciò guerra a^Conti^
e prese Castel focognano.
Neirajino 1 322 del mese di maggio il vescovo
d'Arezzo ch'era di quegli di Pietramala, fece rannata
di seicento cavalieri con oentocinqoantaTedeschi ch'eb-
be da' Pisani e da Cutmocto signore di Locca : dis-
' teneva amicizia co' criatiaiii.
Dt 6IOVAI9NI mLÀNl.
25t
8681, che ciò area fatto per aoccorrere il conte Fede-
rigo da MoDtefeltro ; ma aentendo ch^ era morto, ca-
valcò colla detta gente in Casentino, e tolse il castello
di Fronzolo sopra Poppìo, il qnale teneano i figlinoli
del eonte da BattifoUe ; e fatto ciò, incontanente ca-
Talcò e pnosesi a oste a Castelfocognano. I Fioren-
tini a richiesta dei Conti e de* signori del Castelfo-
cognano mandarono in Casentino trecentocinqnanta
caralierì friolani, e fermossi in Firense di dare loro
ainto generale, quanto il cornane potesse fare, per
levare il detto assedio, ricordandosi i Fiorentini, che '1
detto vescovo , non istante ^ la pace fatta con loro
alla sconfitta a Montecatini, centocinquanta de* suoi
cavalieri mandò incontro air oste de* Fiorentini; e poi
quando Castniccio ruppe la pace a^iorentini e ca-
valcò in sul contado di Firenze, ne mandò cento ca-
valieri in suo aiuto. Faccende i Fiorentini Tapparec-
chiamento d*oste, e richiesti gli amici di Toscana e
di Romagna e della Marca, il detto vescovo per tra-
dimento che ordinò con uno piovano di que* signori
del castello, ebbe a patti il detto castello, eh* era
fortissimo e ben fornito ; e come gli fu renduto, san-
za attenere patti il fece tutto ardere, e poi diroccare
infloo affondamenti.
CAPITOLO CUI.
dnme Romeo de* PeppoU e suo seguiio f^ennono per
prendere Bologna e andarne in isconfUia.
Nel detto anno del mese di maggio, il grande
ricco nomo Romeo de"* Peppoli cacciato di Bologna,
come addietro è fatta menzione, essendo a Cesena
in Romagna, de^ suoi propri danari e con amici su-
bitamente raunò quattrocento cavalieri : venne alla cit-
tà di Bologna, e con aiuto di certi suoi, amici ch'e-
rano nella città, entrò dentro ali* antiporte ne*horghi.
I Bolognesi quasi improvvisi della subita venuta, fran-
camente difendendo la terra, i detti loro ribelli per
forza e con grande loro dammaggio gli pinsono fuori
della dite, e poi più confinati e ribelli feciono di quel-
la parte, rimanendo Bologna in grande sospetto e in
male atato^ e mandarono per aiuto a* Fiorentini, i quali
mandarono loro centocinquanta di loro cavalieri.
CAPITOLO CLIU.
De raneori e grandi nof>iià eh* ebbe nella dita di
Pi$a per la setta de cittadini.
Nel 1322 del mese di maggio, la città di Pisa
ai levò a remore per cagione delle sette eh* erano
tra^ cittadini. Messer Corbino della casa de*Lanfran-
ebi Decise messer Guido da Caprone de*maggiori cit-
tadini che vi fosse; e quello de' Lanfranchi preso a
romore di popolo, a lui e al fratello fu tagliato il
capo. E per cagione di ciò non cessò il romore nella
terra, ma più caldamente si raccese, che il conte Nierì
de* Gherardeschi, signore delle masnade tedesche, co^
grandi della terra corsone la città, e a furore de'delti
grandi Lanfranchi e Gualandi e Sismondi e Capro-
nesi eh* erano delP altra setta centra al popolo, ucci-
sone tre possenti popolani e cercando per tutto que-
gli ch^ erano della setta di Coscetto dal Colle per
ucciderli, dicendo eh' aveano fatto uccidere quello da
Caprone, e feciono venire Coscetto dal Colle : il po-
polo per la detta ingiustizia e micidii isdegnarono
centra il conte Nieri e centra i grandi. Il secondo di
s' armarono e corsone la terra, e voUono che giustizia
si facesse, onde furono condannati quindici de' mag-
giori delle dette case per ribelli, e guasti i beni loro:
il conte medesimo sarebbe stato corso dal popolo
di Pisa, se non che si trovò forte delle masnade ; e
si si disse, che ne' micidii detti non avea avuto col-
pa, ma più il campò, che Castruccio con tutto suo
sforzo venne per due volte infino in sul monte San
Giuliano. I Pisani temendo della sua venuta, eh* egli
e la sua gente non corressono e rubassono la città,
si gli contradissono la venuta. Istando i Pisani sotto
r arme e in grande sospetto più giorni per le dette
divisioni e sette, Coscetto dal Colie popolano, uomo
di grande valore e ardire, il quale era stato capo
di popolo in Pisa a cacciare Uguccione dalla Faggiuo-
la, e poi a uccidere quegli della casa de' Lanfranchi,
come addietro ha fatta menzione, e allora era fuori
di Pisa per ribello, sentendo le dette divisioni in Pisa
per certi trattati dei suoi amici d' entro, venia in Pisa
per mutare stato alla città, e per uccidere e cacciare
il conte Nieri e suoi seguaci; essendo fuori di Pisa
assai presso alla città in una piccola casa d' uno vil-
lano per entrare la mattina per tempo in Pisa , uno
suo compare e confidente il tradì e l'appostò al con-
te, il quale a grande furore fu menato preso in Pisa,
e sanza altro giudicio fatto, il fé' tranare, e tranando
tagliato a pezzi , e gittate in Amo. E fatto ciò, la
terra si racquetò, e feciono grande festa e proces-
sione, e mandare a* confini più nobili e popolani del-
la setta del detto Coscetto in diverse e lontane parti
del mondo, e '1 detto conte Nieri feciono signore e
difensore del popolo di Pisa, di 13 di giugno 1322:
e cosi in pochi di il detto conte fu in cosi varie e
diverse fortune.
CAPITOLO CLIV.
Come Castruccio fece uno grande castello in Lucca.
* Lm «diiioDa d«' Gitiotì 1587 Ugg^i non ostanti.
Nel detto anno del mese di giugno 1322, Ca«-
strucclo signore di Lucca, spaventato per la morte
del eonte Federigo da Montefeltro e per le muta-
zioni fatte per lo popolo di Pisa contro al conte Nieri,
temendo che *1 popolo di Lucca noi corressono a fu-
rore, ordinò nella città uno meraviglioso castello, che
quasi la quinta parte della città dalla parte di verso
Pisa prese, e murò di fortissimo muro con ventinove
grandi torri intorno, e posegli nome l'Augusta, e cac-
cionne fuori tutti gli abitanti, e egli e sua famiglia
e sue masnade vi tornare ad abitare ; la quel cosa
fu tenuta grande novità e magnifico lavorio.
17
258
CROinCHE
CAPITOLO av.
Come il re di Tunisi fu ricacciaio della signoria.
Nel detto anno del mese di p'ogno, il re di Ta-
ni8i di'* avea racqnistata la signorìa del mese d'^aprìle
passato, siceome è fatta menzione, fa cacciato della
signorìa dalF altro re suo nimico : colP aiuto di certa
parte degli Arabi rìprese la signoria.
CAPITOLO CLVL
Come morì messer Maffeo Visconti capitano di Milano,
Nel detto anno 1322 a di 28 di giugno, morì
messer Maffeo Visconti capitano per lo ^mperìo di Mi-
lano alla badia di Chiaravalle fnorì di Milano, scomu-
nicato dalla Chiesa di Roma, e con processo d'ere-
tico e sismatico. Questi fu uno sstìo signore e ti-
ranno, e molte grandi cose trasse a flne per suo sen-
no e industria, e yisse pia di noTan^anni, e infino
air ultimo fu savio e ^ grande signorìa. Il detto di
che mori, Galeasso, suo maggiore figliuolo e capita-
no di Piacenza, corse la città di Milano colle masnade
de' soldati, e fecesi fare quasi per fona capitano di
Milano uno anno.
CAPITOLO OLYIL
Come nella Chiesa di Roma nacque grande guistione
sopra la povertà di Cristo.
Nel detto anno^ grande quistione nacque nella
Chiesa di Roma, onde segui nuovo errore tra*erìstìa-
ni, per movimento che fece uno grande maestro in
divinità de' frati minorì , che predicava in Proenta,
che Gesù Cristo fu tutto povero sansa avere nullo
propio né in comune, onde molti prelati e frati pre-
dicatori, ed eziandio in corte papa Giovanni e' suoi
cardinali contradissono a ciò, provando che Cristo
con gli apostoli ebbe propio e in comune, come si
mostra per gli Vangeli, ohe Giuda Scarìotto era ca-
merlingo e spenditore de* beni loro dati per Dio , e
ancora cosi seguirò i discepoli, come si mostra per
gli Atti degli apostoli. Per la quel cosa il papa cruc-
ciato contro a quegli frati e altri prelati che soste-
neano T altra opinione, dicendo ch'erano eretici, o
egli e gli altri papi passati e cardinali e prelati ch'a-
veano proprietà comune erano eretici ; e di ciò die-
de termine a* frati, che a questo articolo deliberata-
mente rispondessono. Per la qual cosa i fhiti minori
feciono capitolo generale a Perugia, nel quale dichia-
rarono e rispuosono al p^a, eh' eglino ne credesno
quella opinione che la Chiesa di Roma per antico avea
consueto, e quello che ne fu dichiarato per papa Nio»
cola in. Il papa per questa cagione fece uno dicroto,
ohe r ordine de' frati minori non potesse avere nullo
comune propio, né loro procuratori potessono nullo
bene temporale domandare sotto titolo della Chiesa
di Roma, né potere essere a nulla esecuzione ^ te-
stamento, uè quello che a loro fosse lasciato per fa-
vore di Chiesa, né secolare braccio potere doman-
dare. La quale cosa fu tenuta grande novità nella
Chiesa di Dìo.
CAPITOLO avm.
Conte in Pirenie s' ordinò una fiera^ e altre noeitadL
Nel detto anno 1322 del mese di giugno, i Fio-
rentini ordinarono una fiera in Firenze di cavalli e
di tutte cose per la festa di San Giovanni di giugno,
la quale feciono franca a* forestieri otto giorni innansi
alla festa e otto giorni appresso, la quale si facesse
nel prato d' Ognissanti ; ma poco tempo appresso da-
rò, per cagione delle grandi gabelle eh' erano allora
in Firenze \ e d'altra parte, considerando il vero della
piena arte e mercatanzia eh' ò in Firenze ogni di si
può dire vi sia fiera. B a di 7 di luglio vegnente
s'apprese il fuoco in sul ponte vecchio, e arsone tut-
te le botteghe eh' erano da mezzo il ponte in qua, con
molte altre case di sotto le volte. B infra quattro sem-
mane vegnenti s'appresone l'altre botteghe dall'al-
tro lato, e arsono tutte le case de' Mannelli B in quello
tempo uno sottile maeslro di Siena per suo artificio
fece sonare la gran campana del popolo di Firenze,
eh' era stata diciassette anni che nullo maestro l'avee
saputa farla sonare a distesa, essendo dodici uomi-
ni, e acconciolla per si sottile e bello artificio, che
due la poteano muovere, e poi mossa, uno solo la
sonava a distesa (e pesa più di diciassette migliaia
di libbre) ; onde il detto maestro per suo servigio
ebbe dal comune di Firenze trecento fiorini d'oro.
CAPITOLO CLO.
Dì guerra che fii in Cicilia e te Calavra.
Nel detto anno 1 322, all' uscita del mese di giu-
gno, e all'entrata di quello di luglio, il duca di Ca-
lavra figliuolo del re Ruberto mandò da Napoli in Ci-
cilia diciotto galee armate in corso sopra i Cicilia—
ni, le quali presono e guastarono l'isola di Lipari, e
poi guastarono le tonnare di Palermo, e corseggiaro
intomo all'isola con danno assai de'Ciciliani. Partite
le dette galee, il re Federigo fece armare in Messi-
na ventisei galee e con più legni puose cavalieri e
genti a pie assai a Reggio in Calavra, e guastoUo
intorno, e simigliante Nicotera e più altre terre san-
sa altro acquistare, ma le sopraddette galee del da-
ca mlsono in eaccia.
CAPITOLO CLX.
Come messer Ramondo di Cordona capitano per la
Chiesa fu sconfitto al ponte a Basignano.
Nel detto anno 1322 a di 6 di luglio, essendo
messer Ramondo di Cardona capitano in Lombardia
per la Chiesa, della gente della Chiesa e del re Ro-
berto, all'assedio della rocca di Rasignano, e quella
molto distretta, eh' egli avea fatto fare ponti di navi
in sul Po, sicché vittuaglia non vi potea entrare,
messer Marco Visconti di Milano con suo isforso di
ventidue centinaia di cavalieri e con popolo a pie
grandissimo venne al soccorso, e puosesi a oste so-
pra i borghi di Rasignano, e messer Gherardino Spi-
DI GIOVANNI VILLANI
250
noti uscito di GeDOra capitano della detta oste con
grande naTilio iceie giù per Po, per combattere il
ponte e fornire la detta rocca, e mesaer Marco per
terra assalirò a nn* ora V oste di messer Ramondo
ch*era fuori de' borghi, ov^ebbe grandissimi assalti e
battaglie, e per piili riprese. B volendo rompere il
detto ponte sopra al Po mettendo fuoco, e T altra
parte difendendo, grandissimo dammaggio vi rìce-
vettono quegli del capitano di Milano di morti e
d^ annegali: e avendo perduto in Po, si ritrassono
in terra ov^ era cominciata la battaglia per la caval-
lerìa e popolo, la quale durò da mazzo di a vespro;
e per due volte rotti quegli di Milano, e morti più di
trecento uomini di cavallo, e di que* da pie grande
quantità ; alla fine essendo la forza di messer Marco
maggiore che quella di messer Ramondo, il quale
non avea che dodici centinaia di cavalieri, e di quegli
gli convenia guardare di qua e di là da Po e il pon-
te sopra Po, la gente sua ch^ era dal lato da'* bor-
ghi per soperchio di gente fa ripinta per forza ne*bor-
ghi e sconfitti, ove morirono di sua gente da cento-
cinquanta uomini di cavallo, e di que^da pie assai';
e così quegli che maggiore dammaggio ricevettono
furono vincitori del campo, e rifornirono la rocca
diBasignano, erimasonoairusedio della gente della
Chiesa eh' era ritratta ne* detti borghi.
CAPITOLO CLXI.
Cimia di fronde guerra irm il re ^IngkiUerra e
queito di SeoùiB.
Nel detto anno 1322 del mese di luglio, il re
dì Scozia con suo isforzo sentendo la divisione ch'e-
ra in Inghilterra tra*i re e* suoi baroni, venne in su
r Inghilterra, e tutte le frontiere de* suoi confini gua-
stò. Sentendo dò il re d* Inghilterra, del mese pre-
sente d* agosto con tutto suo isforzo andò ad oste
in Iscozia per terra, e per mare vi mandò bene tre-
oento cocche e navi armate. Gli Scotti sentendo Te-
•erdto che venia loro addosso, si ritrassono fra la
Scozia in foreste e fortezze. GMnghilesi male prov-
T eduti di vittoaglia, grandissimo difetto ebbe neiro-
ate, per la qual cosa moltitudine morirono di fame, e
ai corruppe V oste per modo che non poterono du-
rare ; e cosi sanza nullo acquisto fare si tornò il re
d^ Inghilterra con sua oste addietro del mese di set-
tembre, con grande vergogna e dammaggio di venti-
nula uomini morti di fame e d* infermità. B in quello
medesimo tempo i Fiamminghi per discordia eh* a-
veano con gringhilesi, si guerreggiarono in mare
robando e corseggiando sophi gì* Inghilesi, i quali
in quello anno d*una parte e d'altra e tra loro molto
fiurono afflitti.
* Poco nondimeno tenA ai VUconti queitc vantaggio^ per-
chè di tanto in tanto venivano epediti nuovi rvrfoni al cor-
dmaté da pt^ Giovamd e dal ré Boherto, E qtd conviene
aeemmare un aUro epediente préèo da eeeo papa e re per
wtettgre a terra % ghiòMmi. Fecero $eei maneggio, acciocché
Federico di Aneéria detto re dei Somam venieee eoUe eoe
forae in ItaUa aUa dietrmaione dei Vieconti dandogli a cre-
dere di voler decidere la lite deW imperio in euo /onore:
e wiettere a Im in capo la corona. Mar., ian., tXX,p. 24.
CAPITOLO CLXn.
Come la città d'Osimo si rubellò alla Chiesa.
Ne! detto anno del mese d* agosto , messer
Lippaccio, ch*era stato signore della città d* Osimo
della Marca e ribello della Chiesa, colfaiuto di quegli
della città di Fermo e d*altrì ghibellini della Marca,
in Osimo ritornò e caccionne la gente del marchese e
coir aiuto de* Permani si cominciò grande guerra al
marchese, e feciono rubellare Fabriano.
CAPITOLO CLXm.
Come i Fiorentini feciono una grande raunata di
gente credendosi avere alcuna terra di Castruccio,
Nel detto anno del mese d'agosto, i Fiorentini
subitamente fedone raunata di venticinque centinaia
di cavalieri tra di loro gente e d'amici, e di quindici-
mila nomini d*arme a pie. La cagione nullo sapea,
se non certi segretari: dissesi, ohe doveano avere
una terra ovvero città di loro nimid. Per la qual co-
sa i Pisani e *1 signore di Lucca, e ancora gli Areti-
ni, stettono in grande guardia e gelosia, e più con-
finati mandarono fuori. Alla per fine non potendosi
compiere il trattato, a di 9 d'agosto diedono commia-
to a tutti i forestieri, e '1 migliore fu; e perchè di
ciò avemo fatta menzione, che mlii non si scoperse
la cagione del segreto, che di rado suole avvenire
a' Fiorentini.
CAPITOLO CLXIV.
Come ambaseiadori del dogio d* Osterich feciono fa^
re Iriegua in Lombardia a danno deUa Chiesa.
Nel detto anno 1322 del mese d'agosto, il
dogio d*Osterich, uno degli eletti re de' Romani,
mandò in Lombardia suoi ambasdadorì al legato del
papa per discusarsi della laida partita da Brescia del
dogio Arrigo suo fratello, e per fare trattare accor-
do dalla Chiesa a* figliuoli del capitano di Milano;
e giunti loro in Milano, messer Galeasso fece loro
grande onore, e con sindachi del detto comune e di
nove d* altre città di Lombardia, ond' erano signori,
privilegiaro, e ai diedono al detto dogio d*Osterich
acdocchè gli acoorduse, o difendesse dalla forza
della Chiesa. I quali ambasdadori andati a Valenza
al legato, feciono fare triegua dall' oste della Chiesa
a quella del signore di Milano, iofino a calen d' ot-
tobre vegnente ; e dò assenti il cardinale per la gen-
te della Chiesa eh' era assediata ne' borghi di Basi-
guano a grande distretta, i quali n* uscirono sani e
salvi, lasdando la terra a guardia de' detti ambascia-
dori: e simigliante ludarono que*di Milano la rocca
di Basignano. B fallite poi le dette triegue, non pos-
sendo poi essere accordo, i detti ambaseiadori ren-
derò a messer Marco capitano dell* oste di Milano la
rocca di Basignano e eziandio i borghi, opponendo,
che se messer Ramondo rivolesse i borghi, rimet-
tesse nella terra la sua gente assediata, e nello atato
ÌGO
CRONICHE
eh* era quando si fecìono le trìegue ; onde il legato
e messer Ramondo ai tennono traditi e ingannati
da'* detti anbaaciadori.
CAPITOLO CLXV.
Come i Pisani in certa parie ruppono la pace
a* Fioreniinù
Nel detto anno del mese di agosto, i Pisani fe-
ciono certe nuove gabelle sopra loro legni e galee
che adducessono roba di franchi o portassono, rac-
cendo pagare alla roba, rompendo la libertà de* Fioren-
tini, e' patti della pace in più guise sotto il detto co-
lore. I Fiorentini vi mandarono ambasciadori, e nien-
te valse, onde si tennono forte gravati da' Pisani
CAPITOLO CLXVI.
Come i Fiorentini racquistaro il castello di
CaposeholL
Nel detto anno di 7 di settembre, i Fiorentini
riebbono il castello di Caposelvoli di Yaldambra, il
quale aveano tenuto gli Aretini dalla venuta dello *m-
peradore, e rendési a patti per certi del castello.
Quegli della rocca si tennono alquanti di attendendo
soccorso dagli Aretini. 1 Fiorentini vi cavalcarono
popolo e cavalieri ; per la quel cosa gli Aretini non
ardirono di venire al soccorso, e feciono rendere la
rocca.
CAPITOLO CLXVn.
Come il signore di Mantova e quello di Verona veii-
nono a oste a Reggio,
Nel detto anno 1322, del detto mese di set-
tembre, messer Cane della Scala signore di Verona,
e messer Passerino signor di Mantova vennono a oste
sopra la città di Reggio con millecinquecento cava-
lieri, e quello guastando, si puosono a oste a uno
loro castello de* Reggiani dicendo di venire a Bolo*
gna. I Bolognesi temendo mandarono per aiuto aTio-
rentini, i quali vi mandarono trecento cavalieri. Stan-
do i detti a quello assedio, subitamente si levarono
da oste, lasciando i loro arnesi, e con danno d^al-
quanti di loro gente. La cagione della subita partita,
si disse che fu per tema che *1 detto messer Cane
ebbe, che U dogio di Chiarentana • 1 conte di Go-
rizia per comandamento del dogio d'Osterìch re de'Ro-
mani non venissono sopra Verona e Vicenza, come
faceano l' apparecchiamento.
CAPITOLO CLXVra.
Come nella città di Parma ebbe battaglia trà^ cittadini.
Nel detto anno 1322 di 18 del mese di set-
tembre, la città di Parma si levò a romore, e si com-
batterono insieme i cittadini: delPnna parte era capo
Orlando Rosso, dell' altra Gianni Quirìco e V abate
di San Zeno, i quali dal detto Orlando e dal popolo
di Parma furono scouHUi e presi col loro seguito : I
ciò si disse che fu, perchè il detto Gianni Onirico
trattava co' Fiorentini e* Bolognesi di recare Parma a
parte guelfa ; ma i più dissono, eh* egli trattava di
dare la terra a messer Cane e a messer Passerino
suoi parenti, e però aveano fatta la detta cavalcata
sopra Reggio. Il detto Orlando Rosso rimase signore,
e rimise in Parma i figliuoli di messer Ghiberto da
Coreggia.
CAPITOLO CLXDL
Come i signori di Ratenna s*uccisono insieme.
Net detto anno e dì, i figlinoli di messer Ber-
nardino da Polenta di Ravenna, con trattato de*Hala-
testi signori di Rimini, sì nccisono V arciprete di
Ravenna^ loro cugino e consorto, ch*era signore della
terra, • di qnella rìmuono signori.
CAPITOLO CLXX.
Come gli usciH di Genota ebbono AUmgano.
Nel detto anno 1322 del mese di settembre,
il re Federigo di Cicilia fece de* suoi danari armare
in Saona diciassette galee per guerreggiare la città
di Genova e*l re Ruberto, e quelle galee con gli
usciti di Genova e coli* aiuto di Castmccio asse-
diarono Portovenero per mare e per terra; e poi
appresso coir aiuto del marchese da Finale assedia-
rono la città d*Albingino ohe teneano quegli di Ge-
nova. Per la qual cosa il re Ruberto co* Genovesi
d* entro armarono in Genova ventnna galea, e in
Proenza dodici uscieri con dugento cavalieri per le-
vare il detto assedio. E vegnendo i detti uscieri di
Proenza, per contrario tempo non poterono porre i
cavalieri in terra ad Albingano, ma se ne vennero in
Genova. L'armata delle diciassette galee disarma-
rono e lasciarono P assedio di Portovenero, ma per-
ciò non lasciarono quello d* Albingano. I Genovesi
per altra volta caricarono gli uscieri di loro cava-
lieri per porre ad Albingano, e per contrario tempo
non poterono prendere terra. Per la qual cosa la detta
terra di Albingano molto stretta di vittnaglia, e non
soccorsa, s*arrendò poi agli usciti di Genova e al mar-
chese dal Finale a patti, a dì 13 di dicembre vegnente.
CAPITOLO CLXXI.
Colila papa Giovanni fece battere moneta^ fatta
come il fiorino dforo.
Nel detto tempo e anno, papa Giovanni fece fa-
re in Avignone una nuova moneta d*oro fiitta del
peso e lega e conio del fiorino d*oro di Firenze^
senza altra intrasegna, se non che dal lato del giglio
* Rinaldo dft Polenta, primo arcidiacono, poi troivaseO'
To di qnella chiesa. Egli teneva la signoria di Ravenna
con Onido da Polenta, il quale ^morava In Bologna, ca-
pitano del popolo. Ma Oatasio da Polenta, signore di Cer-
ria, avidÌMÌmo di dominie, l'ncciee a tradimento, ed oe-
eupò ia città.
DI GIOVANNI VILLANI.
281
dicetno le lettere il nome del papt GiovanDi ; la qoal
cosa gli fu messa a grande ripreosione, a fare dis-
simulare si falla moneta come il fiorino di Firenxe.
CAPITOLO CLXXU.
Come il re di Francia lasciò la prima moglie^
e prese la figliuola che fu (T Arrigo imperadore.
Nel detto anno 1322 e mese di settembre, Car-
lo il giovane re di Francia, lasciala la prima sua mo-
glie figliuola che fu del conle di Borgogna, perchò
si trovò in avolterio, prese per moglie la figliuola che
fa dello ^mperadore Arrigo e scrocchia del re Gio-
vanni di Boemia. Compensò il papa il detto malri-
monio opponendosi per la petizione, che la madre
della prima moglie figliuola che fu del conte d'Ar-
tese aveva tenuto a battesimo il detto re. Questa
prova si disse che fu falsa, e che alla contessa d^Ar-
tese il convenne assentire per iscampare la figliuola
di morte : e così del detto mese di settembre a Tresi
in Campagna sposò la detta seconda moglie vivendo
la prima.
CAPITOLO CLXXIU.
Come il re Ruberto volle essere morto a Vignone.
m
Nel detto anno e mese, il re Ruberto essendo
colla corte di papa ad Avignone volle esser morto per
suoi familiari, a petizione di messer Ugo di Parìzzo
di Borgogna, per cagione che il re gli contradisse
n moglie la prenzessa della Morea *, e disesi, eh* e*
tiranni di Lombardia e di Toscana di parte ghibel-
lina aveano procacciato ciò. Non se ne seppe il ve-
ro. I detti familiari furono presi e distrutti ; intra
gli altri fu uno Fiorentino.
CAPITOLO CLXXIV.
Come i Fiorentini rifeciono Casaglia^ e ripresono
le ville e popoli (f Ampinana in Mugello.
Nel detto anno e mese di settembre, i Fioren-
tini feciono rifare il castello di Casaglia sopra TAl-
pe, il quale avea fatto guastare il conte a Battifolle
a Sinibaldo Donati, quand* era in bando al tempo de*
Bianchi, e levarono uno passaggio, che '1 detto conte
vi facea ricogliere. E in quello medesimo tempo il
detto comune di Firenze riprese la signoria d'un-
dici popoli di più di mille uomini, i quali furono
sotto il castello d* Ampinana in Mugello, i quali fe-
deli erano stati del conte Guido da Ragginolo, e per
suo lascio succedeano a* figliuoli del conte a Batti-
folle, n comune di Firenze vi cosava ragione, che
infino nel 1292 essendo all'assedio della detta Am-
pinana, dal conte Manfredi che v* era entro, la com-
perarono tremila fiorini d*oro, e posseduta alcuno
tempo. Per la quel cosa in Firenze venne il conte Si-
mone da Battifolle e *1 conte Buggeri da Doadola,
domandando al comune che si commettesse a ragio-
ne la quistione in giudice comune ; non furono uditi,
e così si partirono male appagati da' Fiorentini.
CAPITOLO CLXXV.
Come r eletto (T Osterich fu sconfitto da quello
di Baviera,
Nel detto anno 1322, martedì a dì 29 di set-
tembre, nella duchea di Baviera in Alamagna fu gran-
de assembiamento e battaglia tra il re Federigo d'O-
sterich e il re Lodovico di Baviera, amendue eletti
re de' Romani. La quale battaglia durò dal sole le-
vante insino al tramontare ^ perocché non v'avea pe-
doni, e combatteano a riprese a modo di torniamen-
ta ; e fu sì aspra e sì dura, che più di quattromila
combattitori a cavallo vi furono morti tra dall'una
parte e dall' altra, e più di seimila cavalli morti. Alla
fine la vittoria e la signoria del campo rimase al re
Lodovico di Baviera ; e '1 sopradelto Federigo re e
Arrigo dogio d' Osterich suo fratello con molti ba-
roni furono presi in forza del detto re Lodovico; e
quasi tutta la gente del re Federigo rimasono tra morti
e presi, infra' quali rimasono più di duemila cavalieri
ungari, che Carlo Umberto re d' Ungaria avea man-
dati in aiuto al detto re Federigo suo parente. Il
duca Lupoldro d' Osterich, il quale venia con mille-
cinquecento cavalieri a elmo in aiuto al fratello, ed
era presso già a quindici miglia air oste, non giunse
a tempo alla battaglia, perocché quello di Baviera
sentendo sua venuta aflrettò saviamente la battaglia,
e passò la riviera. Il re Federigo, per isdegno di
sua potenza e grandezza, non curando il nimico né
essendo ordinato per lo modo detto, fu sconfitto e
preso.
CAPITOLO CLXXVI.
Come il re d' Ungheria venne sopra il re
di Rassia,
Nel detto anno 1322 del mese di settembre,
Carlo Umberto re d' Ungheria con più di ventimila
Ungari a cavallo corse sopra le terre del re di Ras-
sia in Ischiavonia, e venne presso a Giadra a due
giornate guastando il paese, per cagione che gli Schia-
vi non lo ubbidieno ; per la quale cosa si temette per
que' di Schiavonia, e ancora per gli Viniziani, ch'e-
glino non prendessono infino alle marine. Alla fine
il detto re di Rassia fece le sue comandamenta, e
ancora per la sconfitta di sua gente in Baviera si ri-
tornò addietro in Ungaria. Questo Carlo Umberto fu
figliuolo di Cario Martello, che fu figliuolo di Carlo
secondo re di Cicilia e di Puglia ; e se 1 padre non
fosse in prima morto che '1 detto Carlo secondo,
gli succedea il reame, il quale succedette poi al re
Ruberto suo secondo fratello ; ma però il detto Carlo
non ne fu mai contento.
CAPITOLO CLXXVH
Come gli Ubaldini si diedono alla signoria
de^ Fiorentini.
Nel detto anno 1322 del mese d'ottobre, i si-
gnori Ubaldini per iscandalo che surse tra loro, l'una
* La Glontina: al coricate dtUa sera.
263
CROIflCHB
parte e V altra a gara insieme, eglino e* loro fedeli
si diedono alla signorìa dd comune di Firenze, fl
quale comune loro promise di trarre d*ogni bando,
e feceli esenti di graveue per due anni; il quale
acquisto fu di più di tremila distrettuali ; ma come
per addietro sono usati, poco stettono fedeli de^ Fio-
reatini per la guerra di Castrucdo.
CAPITOLO CLXXVUL
Come meiser Vergéù di Landa mbeliò Fiacen%a
a maser Galea$$o Visconti di Milano.
Nel detto anno 1322, Obixxo chiamato Vergiù
della casa di Landa ^ Piacenia, tutto fosse ghibel-
lino, discacciato di quella città da messer Galeasso
Visconti di Milano signore di Fiacensa per T addietro,
per cagione di rergogna fatta per lo detto messer
Galeasso aDa donna del detto Vergiù, e ancora lui
battuto, e toltogli Ripalta suo castello, si si rubellò,
e andonne al cardinale legato per la Chiesa. Ed es-
sendo messer Galeasso a Milano, il detto Vergiù su-
bitamente con quattrocento cavalieri di quegli della
Chiesa ìenne a Piacenia, e per suoi amici d* entro
una porta gli fu aperta, e così con questa gente
entrò nella città a dì 9 d* ottobre, e corse la terra,
e di quella prese h signoria sansa contrasto: fu fatto
vicario per la Chiesa, e fecesi fare cavaliere, e cac-
cionne Asso figliuolo del detto messer Galeasso che
n* era signore, e rimise in Piacenia tutti gli nsdti
guelfi. Per la qual cagione ebbe appresso in Lom-
bardia grandi commutazioni. E del mese di novembre
venne il legato cardinale in Fiacensa, e fu ricevuto
a grande onore: e poco appresso i Piacentini rac-
quistarono tutte le loro castella, che tenea la gente
di messer Galeuso.
CAPITOLO CLXXDL
Di grande /brlima che fu in mare e mi terra.
Nel detto anno 1 322 dì 26 d* ottobre, fu delle
maggiori fortune di vento a greco e tramontana con
neve che si ricordasse per ninno che allora vivesse ;
e fece maggiori pericoli in mare di rompere navi e
galee e altri legni in più partì del mondo, spezial-
mente nel golfo di Vinegia : e simigliante fu in terra,
che in più parti divelse grandissimi alberi, e ruppene
innumerabile quantità, e molte case fece cadere in
Toscana, onde più genti ne morirò.
CAPITOLO CLXXX.
Come gli Scotti sconfissono gP InghilesL
Nel detto anno 1322, ali* uscita del detto mese
d* ottobre, essendo il re d* Inghilterra tornato di Sco-
zia con sua oste con grande vergogna e dammaggio,
come addietro fa menzione, e essendo di là da Ver-
vieh alla badia di Rivalse, e i suoi baroni erano di-
morati più innanzi alle frontiere della Scozia per con-
trastare gli Scotti che non passassono, ed erano in
numero di cinquecento cavalieri e tremila uomini d ar-
me a piede; gli Scotti gli assalirò, e gì' Inghilesi per
tema si ritrassono in su uno monte per essere forti.
Gli Scotti assediarono il detto monte, e ismontati da
cavallo assalirono gì' Inghilesi, e quegli misono in
isconfitta, e quui la maggior parte furono tra morti
e presi; intra' quali furono presi Gianni di Bretta-
gna, il conte di Riccemonte, fl signore di Sugli e più
altri baroni II re d'bghilterra, sentita la detta scon-
fitta, quasi solo con poca compagnia si fuggì della
detta badia vituperosamente \
CAPITOLO CLXXXI.
Come messer Galeasso Visconti /W cacciato
di Milano,
Nel detto anno 1322 del mese di novembre,
dopo la rubeDazione che quegli di Piacenza aveano
fatta di messer Galeasso Visconti, i nobUi e '1 popolo
di Milano veggendosi scomunicati e in sentenzia della
Chiesa per la signoria di messer Maffeo Visconti e
de' figliuoli, si elessono dodici de' migliori della città
grandi e popolani, che trattassono accordo dal co-
mune di Milano al legato cardinale, i quali più volte
furono al legato con volontà del capitano di Milano,
promettendo di luciare la signoria, acciocché la città
di Milano avesse sua pace colla Chiesa. La quale pro-
messa fatta infintamente per messer Galeasso, non
volendo assentire all'accordo, si leVò a remore la
città di Milano a petizione de' detti dodici caporali,
volendo che messer Galeuso lasciasse la sigaoria,
come aveano promesso al cardinale ; e recaro da lo-
ro parte grande delle masnade de' Tedeschi per un-
promesse e danari diedono loro, e per cagione che
più tempo messer Galeasso non gU avea pagati, e a
furore il popolo e' cavalieri corsono al palazzo gri-
dando pace pace^ e etra la Chiesa, Messer Galeasso
credendosi riparare co' soldati italiani e altri che gli
erano rimasi, si mise al contrasto, e in tre parti nella
città ebbe battaglia, e in duouna parte ebbe il peg-
giore con danno di sua gente e veggendo che non
potea durare si partì di Milano con poca di sua gente,
e andossene a Lodi a dì 8 di novembre^ e della città
di Milano rimasono signori i detti dodici, i quali era-
no messer Luigi Visconti consorto di messer Ga-
leasso, messer Giacomino da Postierla, messer Si-
mone Crevelli, messer Francesco da Barbagnano e al-
tri grandi Cattaui e varvassori, che non sapemmo di
tutti il nome. Di questa mutazione di Milano ebbe
in Firenze grande allegrezza, e fecesene grande fe-
sta e belle giostre, istlmando ohe la guerra di Lom-
bardia avesse fine. Ma se avessono saputo la muta-
zione futura e contraria che fu assai di presso, e
quello danno che ne seguì a' Fiorentini, come innanzi
si potrà vedere, avrebbono non fatta festa , ma il
contrario : e però di felicità mondana non si dee
' E poco maneò che non etdease priffione degli Seoi*
leai, che Io persegaitaroDo fino a York. lAngwd, Star. Infi.
' Ricevatovi amorevolmente dai VesUrinl, caporali della
•eaiont ghibellina di quella città. Mm^^ Aji^
DI GIOVANNI VILLANL
363
r nomo troppo «Hegrare, né d^ avrersiià troppo tar-
bare, perocch' di* è fallace, e con diverse e varie
mutazioDÌ.
CAPITOLO CLXXXn.
Come Moneta fa f^resa e corsa per quegli
di Milano.
Nel detto anno 1322 del mete di novembre,
estendo Galeaaao Visconti e svoi segnaci cacciati di Mi-
lano, quelli delk terra di Moncia con seguito d' amici
di quegli della Torre feciono raunanxa per venire a
Milano* Per gli dodici rettori di MUano ta mandato a
quegli di Moncia che cessassono la detta rannata, pe-
rocché voleano riformare prima la città per gli patU
ordinati colla Cniesa ; e di vero, tutto fosse Galeas-
so cacciato di Milano, per gli detti dodici si reggea
la città a parte d'imperio e non di Chiesa. Quegli
di Moncia per troppa volontà disubbedienti, furono
assaliti dalle masnade di Milano e dal popolo, e per
forse presono la terra e rubarla tutta, e cacciarne la
detta raunansa con danno di più di dugento nomini
morti.
CAPITOLO CLXXXra.
Come certi della casa de" Tolomei feciono grande
guerra nel contado di Siena,
Nel detto anno 1322 del mese di dicembre,
messer Deo de' Tolomei co*suoi seguaci ribelli di Sie-
na, coir aiuto e trattato del vescovo d'Arcuo e di
certi loro amici di Firenze, con danari e impromesse
corruppono cinque conestabili oltramontani con loro
masnade in quantità di dugento a cavallo, i quali e-
rano al soldo del comune di Firenxe, i quali sansa
saputa del detto comune si partirono da Fucecchio
é andarne in Valdichiane, e congiunti col detto mes-
ser Deo e colla gente del vescovo d'Aresso e con
cento cavalieri d*Orbivieto, presono il castello d'A-
ninalunga e quello di Torrita, e corsono per lo con-
tado di Siena guastando e rubando senza nullo ripa-
ro; e facevansi chiamare la compagna, ed erano bene
cinquecento cavalieri e gente a pie assai sansa ordi-
nato soldo, vivendo di ratto e di ruberia; per la quel
cosa in Siena n' ebbe grande paura e gelosia: man-
darono per soccorso a* Fiorentini, i quali vi manda-
rono trecento cavalieri e mille pedoni, e '1 capitano
del popolo con grande ambasceria per trattare ac-
cordo, il quale da' Sanasi non fu inteso, temendo eh e'
Fiorentini in servigio di quegli della casa de'Tolomei
non avessono fatta ismuovere la detta gente; ma fe-
ciono più confinati della casa de' Tolomei e di loro
amici, e fortificarsi di soldati assai, e feciono loro
capitano di guerra il conte Buggeri da Doadola de'con-
ti Guidi. E stando la detta compagna nel contado di
Siena, per gli Sanesr furono contrsstati di guer-
ra guerriata non assicnrsndosi d'abboccarsi a bat-
taglia, siccome a gente disperata; e così stettono
latto il verno. Alla fine la detta compagna per più
difetti non possendo durare si partirono a di 16 di
febbraio 1322, e sbarattarsi nella Marca e in più
parti, e così per buona sofferenza i Senesi rimasero
liberi di quella affiisione ; e sì riconobbono, che quella
ismossa di gente non fu con volontà del comune di
Firenze, anzi gli sbandirono come traditori i detti
soldati.
CAPITOLO CLXXXIV.
Come messer Galeasso Visconti ritornò in Milano.
Nel detto anqp 1322 del mese di dicembre, es-
sendo i dodici rettori della città di Milano in istretto
trattato col legato cardinale di dargli la signoria della
città di Milano, e d* essere ricomunicati dalla Chiesa,
e la maggior parte de' detti nobili si voleano dare
liberamente ; e mandati loro ambasciadori e sindachi
a Piacenza al cardinale che venisse in Milano, la parte
de'Visconti ch'era rimase In Milano, ond'era capo mes-
ser Lodovico Visconti, non piacendogli il detto ac-
cordo, mandò segretamente a Lodi per Galeasso Vi-
sconti e per gli fratelli, che venissono col loro isforzo
alla terra ; e in Milano corruppe le masnade tedesche,
i quali erano stati a cacciare Galeasso, che fossono
in suo aiuto, e loro promise diecimila fiorini d*oro;
e '1 detto Galeasso venuto di notte, gli fu data e a-
perta la porta de' Sonagli, e per quella entrò in Mi-
lano sabato all'alba del giorno 1 1 di dicembre^, e corse
la terra. Per la qual cosa quasi tutti i nobili di Mila-
no eh' erano stati centra Galeasso e al trattato della
Chiesa, col loro seguito uscirono di Milano, e poi il
detto Galeasso si fece fere signore della terra a grido
di popolo, dì 29 di dicembre nel detto anno. E così
in corto termine si cambiò la sua fortuna per accre-
scimento di maggiori mali in Milano e in Lombar-
dia per punizione de* peccati, come innanzi faremo
menzione.
CAPITOLO CLXXXV.
Come Luis (T Unieersa fu fatto conte di Fiandra.
Nel detto anno 1322 del mese di gennaio, Luis
d'Universa figlinolo del figliuolo del conte di Fian-
dra, fu fatto conte di Fiandra con volontà delle buo-
ne ville di Fiandra per asseguire i patti della pace ;
messer Ruberto di Fiandra suo zio, volendo esser con-
te egli, perchè il padre di Luis era prima morto che*l
conte suo avolo , onde piato fu a Parigi dinanzi al
re di Francia, e per sentenzia fu renduto per osser-
vazione dei patti della pace, che *1 detto Luis fosse
conte, e non messer Ruberto.
CAPITOLO CLXXXVI.
Del grande freddo che fu in Italia e carestia.
Nel detto anno 1322 del mese di novembre, e
dicembre, e gennaio, fu in Italia la maggiore vernata,
e di più nevi che fosse grande tempo passato ; e in
Puglia fu sì grande secco, che più di mesi otto stette
La Qiuntiiui ha: del giamo 12 dicem^e.
264
CROmCUB
ehe non yi piorre, per la qnal eosa grandissimo strug-
gimento e carestia di tutti i beni fu nel paese ; e così
seguì quasi in tutta Italia, speiialmente in Pisa e in
Lucca e Pistoia, grandissima fame e carestia, onde
tutti i poveri di loro contado fuggirono per la fame a
Firenze, e in Firenze medesimo fu caro; le due e
mezzo stata di grano uno fiorino d*oro.
CAPITOLO CLXXXVIl.
Come i Fiorentini mandarono loro genie in Lwn^
bardia sopra Milano.
Nel detto anno in caien di febbraio, a richiesta
del detto papa Giovanni i Fiorentini mandarono in
Lombardia in aiuto del legato e airoste della Chiesa
dugento cavalieri con loro capitani e ambasciadorì, e
altrettanti ne mandaro i Bolognesi, e* Parmigiani cen-
to, e i Reggiani cento, e' Romagnuoli simigliante,
per andare sopra la città di Milano, e per abbattere
i tiranni e ribelli di Santa Chiesa della casa de* Vis-
conti.
CAPITOLO CLXXXYIIL
Come gli usciti di Genova furono seonfUti e levali
dair assedio di Genova.
Nel detto anno 1323 a dì 17 di febbraio, es-
sendo ancora gli usciti di Genova ad assedio della
città ne* borghi di Prea (come addietro fa menzione,
stati allo assedio di Genova presso di cinque anni tra
due volte con piccolo intervallo) quegli della città
feciono uscire di notte delle masnade del re Ruberto
centocinquanta uomini a cavallo e mille a pie per
combattere la fortezza del monte di San Bernardo, e
saliti al poggio combatterò co'nimici, e sconftsson-
gli, eacciandogli inflno alberghi. Quegli della città
sentendo la detta rotta uscirono della terra per la
porta delle Vacche, e per forza entrarono ne*borghi;
e seguendo la detta caccia e sconfitta racquistarono
i detti borghi con tutte le fortezze. B degli usciti fu-
rono morti alquanti, ma più presi, e guadagnarono
di robe e avere eh* era ne* detti borghi, più di lib-
bre ventimila di genovini, perocché gli usciti stavano
ne* detti borghi con loro famiglie, e faceano farti
e mercatanzie come nella città , e quegli che scam-
pare, fuggirono a Saona e a Voltri^ per la qual co-
sa la forza degli usciti molto affievolì o , e fu tenuto
miracolo di Dio, che per piccola rotta perderono
quello che per tutta la forza del re Ruberto e del
comune di Genova prima per tanto tempo non si potè
acquistare.
CAPITOLO CLXXXIX.
Come il re di Tunisi caccialo ricoverò
la signoria.
Nel detto anno e mese, il re di Tunisi, che*l
giugno passato era stato cacciato della signorìa, co-
me addietro fa menzione, racquistò la signorìa e cac-
cionie r altro. B oosl mostra, ehe i detti saradni ab-
biano piccola stabilità in loro signorìe, che tre volto
in due anni mutare la detta signoria per dne re.
•
CAPITOLO CXC.
Come la città di Tortona smarrendo alla Chiesa
e al re Ruberto.
Nel detto anno 1322, dì 19 di febbraio, messer
Ramondo di Cardona con cinquecento cavalierì e eoa
gli usciti guelfi della città di Tortona in Lombardia,
per trattato fatto per lo legato cardinale entrò nella
detta città, la quale gli fu data da* cittadini, e fatto-
ne signore ; e la signorìa e masnade che v*erano per
lo capitano di Milano, a pochi dì appresso rendnta la
città del poggio colla rocca, a patti se n*asciroao
salve le persone, e più castella del contado di Pavia
si renderono a messer Ramondo.
CAPITOLO CXCL
Come r oste di Milano furono sconfitti da quegU
della Chiesa in sul fiume (f Adda.
Nel detto anno del mese di febbraio, esseado
cavalcata la cavallerìa e P oste della Chiesa da Pia-
cenza in sul contado d! Milano nella contrada della
Ghiaradadda al cutello di Cravazza, il quale si te-
neva per gli nuovi usciti di Milano, là si trovarono
tra soldati della Chiesa e T amistà di Lombardia •
di Toscana più di duemila cavalierì d' arme e popolo
a pie usai, ond* era capitano messer Castrone nipote
del legato e messer Vergiù di Landa. Messer Marco
Visconti con ottocento cavalierì delle masnade dì
Milano e popolo assai era venuto in su la riva del
fiume d' Adda alla viHa di Trìnazzo e a Bassano per
contrastare il passo alla detta oste della Chiesa: av-
venne che venendo (25 di febbraio 1322) messer
Vergiù di Landa con gli usciti di Milano con cin-
quecento cavalierì, dilungandosi alquanto dell* oste
su per la rìva d*Adda passarono il fiume; messer
Marco con sua gente andò centra loro, e assaligli
vigorosamente per modo, che gli avea quasi sconfitti ;
e già morto il fratello di messer Vergiù, e messer Si-
monino Cravelli, e messer Francesco da Garbagnana
usciti di Milano e più altrì ; 1* altra oste della Chiesa
eh* era in su la rìva, veggendo la detta battaglia per
lo capitano e conestabili e insegna del comune di
Firenze, eh* era messer Filippo Gabbrielli d*Agobbio,
e messer Urlimbacca Tedesco, prìma messi a passare
r Adda e 1* altra gente appresso, con grande contra-
sto de' nimioi nel fiume, e alla rìva combattendo vit-
torìosamente passare, e trovando la gente di messer
Marco sparta e travagliata, gli misono in isconfiKa ;
ove grande quantità ne rìmasoho morti e presi, e
fuggito il detto messer Marco col rimase di sua
gente a Milano, 1* oste della Chiesa presono Trìnazzo
e più ville e castella ; e a dì 27 di febbraio pre-
sono la terra di Moneta presso a Milano otto miglia,
e incontanente più gente cittadini uscirono di Milano
a cavallo e a pie, e vennono alla detta oste.
DI GIOVANNI VILLANI.
2C5
CAPITOLO CXCIL
Come i Padovani si pacificaro insieme co* loro
usciti.
Nel detto anno 1322 e mese di febbraio, i
Padovani, i quali erano sotto la signorìa del dogio
di Chiarentana, sì pacificaro insieme, e rimisono
io Padova tutti i loro usciti ; la quale cosa non sep-
pono fare innanzi, quand' erano in migliore e mag-
giore stato e in loro libera signorìa.
CAPITOLO CXCIII.
Come Caslruccio racquislò certe castella di Garfa-
gnana che gli erano fatte rubellare per gli Fio^
rentini.
Nel detto anno del mese di marzo, Castruccio
signore di Lucca fece oste sopra il castello di Lnc-
chio in Garfagnana che gli s'era rubellato, e sopra
le terre della montagna di Pistoia \ e quegli abban-
donati da* Pistoiesi, per tema che Castruccio non
rompesse loro le triegue, mandarono a Firenze per
aiuto. 1 Fiorentini per farlo spendere e consumare,
TÌ mandarono settantacinque cavalieri e quattrocento
pedoni per la guardia di quelle terre. Castruccio
vigorosamente, non guardando alle nevi eh* erano
grandi alla detta montagna, assali in persona le dette
terre ch^ erano sopra Lucchio con suo seguito di ca-
valierì a pie. Quegli che v* erano alla guardia ab-
bandonerò i passi, e si ridussono alle fortezze, i
quali poco appresso s'arrenderono, e salve le per-
sone se n* andarono ; e partita la detta gente, il
detto castello di Lucchio fortissimo si rendè a patti,
dì 17 di marzo. I Fiorentini per lo soccorso del detto
easteììo di Lucchio trattato feciono d' avere il ponte
e *1 castello di Cappiano in su la Guisciana : essen-
do Castruccio a oste in Garfagnana, vi cavai caro le
cavalUite e' soldati di Firenze inflno a Bmpoli, e non
vegnendo fornito il tradimento, si ritornarono in Fi-
renze con grande riprensione delP una impresa e
dell' altra.
CAPITOLO CXCIV.
Come pace f^ tra V eletto imperadore di Baviera e
quello cT Osterich,
Nel detto anno e mese, il re Lodovica di Ba-
viera eletto re de* Romani fece grande parlamento
in Alamagna di tutti i suoi baroni, e in quello si
fece r accordo da lui al duca d* Osterich, e trasselo
di pregione sotto certi patti e saramento di non
chiamarsi re, e di non esserli incontro; ma poco
r attenne.
CAPITOLO CXCV.
Come Alessandria in Lombardia si rendè al legato
del papa e al re Ruberto,
NelPanno 1323 a di 2 d'aprile, essendo stato
trattato da quelli della città di Alessandria io Lom-
della Chiesa e del re Ruberto ; e messer Ramondo di
Cardona v* entrò, e prese la signorìa con quattro-
cento cavalieri, e caccionne quegli che v'erano per
lo capitano di Milano. B in quegli giorni messer
Arrìgo di Fiandra, maliscaloo che fu dello impera-
dore Arrigo, non possendo riavere la contea di Lo-
di, che gli avea privilegiato lo *mperadore, e teneala
il capitano di Milaflo, venne al servigio della Chiesa
e del legato, il quale gli confermò per la Chiesa
la delta signorìa, e prìvilegiò e fecelo capitano nel-
Tosle di tutti gli oltramontani.
CAPITOLO CXCVI.
Come il dogio di Baviera eletto imperadore mandò
al legato in Lombardia che non guerreggiasse le
terre dello "mperio.
Nel detto anno e mese d'aprile, Lodovico e-
letto re de* Romani, a richiesta e sommossa de'ghi-
bellini di Toscana e di Lombardia, per soccorrere
il signore di Milano, mandò tre ambasciadori in Lom-
bardia, Bertoldo conte di Niferi e Bertoldo conte
di...., e uno suo mastro scrivano di sua corte, i quali
furono a Piacenza al legato cardinale, a richiederlo
e pregarlo che non gravasse il signore né la città
di Milano, perocch' erano allo 'roperìo. Il legato rì-
spuose, che quando fosse imperio legittimo, non s*in-
tendea per la Chiesa d* occupargli nulla sua ragione,
ma di conservarla e mantenerla; ma che si maravi-
gliava, che il loro signore volesse difendere e favo-
rare gli eretici; e domandò loro per iscrìtto e con
suggelli il mandato eh* aveano dal loro signore. Que-
glino accorgendosi che se per iscrìtto mostrassono
che il loro re favorasse i ribelli della Chiesa, cadea
in indegnazione di quella, incontanente negare che
di ciò eh* aveano detto non aveano mandato dal loro
signore, e chiesono perdono al legato, e partirsi : e
r uno di loro venne a Lucca e a Pisa, e gli altrì an-
darono a Mantova e Verona con loro ambasciata.
CAPITOLO cxcvn.
Come la città d'Orbino si rubella alla Chiesa.
Nel detto anno e mese d' aprile, il popolo d'Or-
bino si levò a remore, e cacciarono della città la si-
gnorìa che V* era per lo marchese e per la Chiesa,
per soperchi e incarìchi che faceano loro.
CAPITOLO CXCVIIL
Come giudice d* Arborea di Sardigna si rubellò da'*
Pisani a petizione del re d*Araona.
Nel detto anno e mese d'aprìle, faccendo il re
d' Araona grande apparecchiamento di navile e di
cavalieri per venire a prendere risola di Sardigna,
la quale gli fu privilegiata per papa Bonifazio ot-
tavo, il comune di Pisa, che della detta isola tenea-
no grande parte, avendo fatta murare Villa di Chiesa
bardia al legato cardinale, sì renderò alla signoria | e più altre fortezze, e mandatavi gente a cavallo e
860
CROmCHB
a pie il loro soldo, e a soldo di giadice d* Arborea,
per oonlrasiare al detto re d*Araona, avreDoe che '1
detto gìudioe, il qaale tenea ed era signore d* Are-
stano e bene del terzo di Sardigna, a di 1 1 d^aprile
tradì i Pisani, e si mbellò da loro per trattati fatti
da lui al re d* Araona, e fece mettere a morte quanti
Pisani e loro soldati che si trovarono in sue terre,
e exiandio i Pisani suoi familiari e soldati. E fatto
questo malificio, incontanente mandò saoi ambascia-
dori al re d' Araona, che venisse per la terra. La
cagione del detto rubellamento si disse che fece,
perchè i Pisani il trattavano male, e che quando il
detto giudice prese la signorìa, i Pisani oppuosono
oh^egti era bastardo, e convennesi ricomperare dal
comune di Pisa per avere la signorìa diecimila fio-
rìni d^ oro sansa prìvato costo de* cittadini di Pisa ;
per la qual cosa poi non fu loro amico di cuore.
CAPITOLO CXCDL
Come metter Marco VitconH di Milano fu tconfUio
dalla genie della Chieta.
Nel detto anno martedì a di 19 d'aprìle, mes-
ser Marco de* Visconti si parti di Milano con mille
cavalieri e duemila pedoni, molto buona gente d^ar-
me, per prendere e guastare il ponte da Vaverì e
quello da Casciano sopra il fiume d" Adda, acciocché
vittuagUa non potesse venire air oste della Chiesa
eh* era a Monda. Sentendo ciò i capitani della detta
oste, messer Arrìgo di Fiandra, e messer Gianni
della Torre, e messer Castrone nipple del legato, e
messer Vergiù di Landa, e messer Filippo Gabbrielli
ospitano de* soldati del comune di Firenze, con loro
masnade in numero di milledugento cavalierì e da
tremila pedoni, si partirono da Mencia per contra-
stare il detto messer Marco Visconti e sua gente. B
scontratisi insieme al luogo detto la Gargazsnola,
quasi in sul tramontare del sole, la battaglia fu a-
apra e dura d* una parte e d* altra, perocché in cia-
acuna parte era la migliore cavallerìa delle dette o-
sti ; e grande peuo durò la battaglia, che non si sa-
pea chi avesse il migliore. Alla fine Marco Visconti
e sua gente furono rotti e sconfitti, e di sua gente
a cavallo vi rìmasono tra morti e presi intomo quat-
trocento, e rimasonvi diciassette bandiere, sansa que-
gli da pie in gran quantità ; e cavalli vi rìmasono
morti tra dell* una parte e dell* altra ottocento e piik;
^ quegli della Chiesa vi rìmasono da venticinque a
cavallo tra morti e presi, e uno Tedesco conestabile
de* Fiorentini con tre altri conestabili della Chiesa
vi rìmasono presi nella lunga caccia; li notte si
trovare partiti da* suoi infra* nimici, e furono ritenuti.
E cosi Marco Visconti col rimanente di sua gente si
tornò a Milano ' ; ma se non fosse la notte, la detta
guerra era finita, che della gente di Marco Visconti
pochi ne scampavano.
* Vogliono alennì che ne avesMro U peggio qne' deUa
Chiesa, tattoohè il Viscontì si ritraesse.
CAPITOLO ce.
Come il conte di Gorisua morì per teleno.
Nel detto anno i323 il di di calen ài maggio,
il conte di Gorizia easendo in Trìvigi stato a nozze
e a festa, subitamente morì : dissesi, che messer Ca-
ne di Verona il fece avvelenare: fa nomo molto valo-
roso in arme.
CAPITOLO CCL
Come il conte Novello venne in Firewkeper capitano
di guerra.
Nel detto anno a di 15 di maggio, il conte di
Montescheggioso e d*Andrì, detto il conte Novello,
venne da Napoli a Firenze con dugento cavalierì al
soldo del detto comune, e per essere capitano di
guerra de* FiorentinL
CAPITOLO eco.
Come grande tcandalo fu nelVotte della Chieta a
Monda,
Nel detto anno e mese di maggio, grande scan-
dalo e zuffa fu nelPoste della Chiesa eh* era a Mon-
eia tra* Tedeschi e* Latini, ove n*ebbe morti più di
cinquanta uomini di cavallo; e il figliuolo di messer
Simonino Crìvelli con certi si parti della detta oste
e si tornò in Milano; per le quali novità, e per non
avere nell* oste uno sovrano capitano, grande sturbo
fu alla detta oste.
CAPITOLO ccm.
Ancora di grande tcandalo che fu tu Piacenza tra
la gente della Chieta,
Nel detto anno 1323 del mese di msggio, si-
mìgliante fu nella città di Piacenza grande scandalo
tra* guelfi e* ghibellini, ed ebbevi più micidii tra* cit-
tadini essendo la città in arme e a remore; e ciò
addivenne per sospetto, che messer Vergiù di Lan-
da era andato a parlamentare con messer Cane della
Scala e con messer Passerino da Mantova sansa co-
scienza del cardinale legato; e tornato lui in Pia-
cenza, o eh* avesse intenzione di rimutare stato nella
terra, o si pentesse per animo di parte d* avere data
la terra alla Chiesa, o perché gli paresse eh* e* guelfi
avessono presa troppa signoria, fu il cominciamento
del detto scandalo. E temendo il cardinale, noandò
a Tortona per messer Ramondo di Cardona, il quale
vi venne con cinquecento cavalieri, e riformosai la
città a parte di Chiesa, e messer Vergiù lasciò la
signoria, e*l cardinale il mandò a corte al papa per
ambasciadore, e messer Ramondo mandò nell*oste a
Monda per capitano generale.
CAPITOLO CCIV.
Come i Fiorentini per lettere di papa feciono tfn-
potia al chericato.
Nel detto anno e mese di msggio, per comes-
sione di lettere di papa Giovanni, tratte per amba-
DI GIOVANNI VILLANI.
367
•ciadorì del cornane dì Firente, i FioreDUni impao-
sono al cherìcato del reacovado di Firenxe Tenti-
mila fiorini d' oro per aiolo alle mura della città,
de'qnali^ con grande acandalo ai ricolsono la metade,
e per bisogno del coniane ai convertirono in altre
apeae ; e poi per lettere di papa di contramandato,
per iatndio del veacoyo e del cherìcato, non ae ne
rìcolaero più danaio per lo comnne.
CAPITOLO CCV.
Come gU AreHni feciono oste sopra la terra d'Uguc-
cione da Faggiuola,
Nel detto anno e mese di maggio, il cornane
d* Arcuo e quello del borgo a Sansepolcro con du-
gento cavalieri e tremila pedoni feciono oste aopra
le terre d* Ugaccione da Faggiuola, perchè a* aveano
fatto privilegiare al re de* Romani il detto borgo e
Caatiglionaretino e più castella ; in qaella andata vi
ricevettono danno e vergogna. B poi i detti figliuoli
d* Ugnccione feciono lega co^ guelfi di Romagna e co*
conti Gnidi guelfi incontro agli Aretini. Nel detto
anno a dì 20 di maggio, la notte vegnente scurò la
lana, qnaai le due parti nel segno del Sagittario.
CAPITOLO CCVI.
Come lunga triegua fu fatta dal re d Inghilterra
e quello di Scoria.
Nel detto anno alfjiscita di maggio, triegua fa
fatta tra '1 re d* Inghilterra e quello di Scozia per
tredici anni, la quale si fece' per lo male stato ch^a-
Ten il re d* Inghilterra che per suo male reggimento
qaaai tutti i baroni del paese V aveano abbandonato *,
e come il padre Adoardo fu re di grande senno e
prodexaa e temuto,* così questo Adoardo suo figli-
nolo fo il contrario. Per la qual cosa Ruberto di Brì-
ato cavaliere di scudo fattosi re delli Scotti, peroc-
eh* era nato d* una delle figliuole d* Alepandro re di
Scosia, colla sua gente a pie più che a cavallo lo
•confisse, e prese dell* Inghilterra, e in più modi
gli fece danno e vergogna; e per non potere me-
glio, fece il re d* loghilterra la detta ontosa triegua.
CAPITOLO ccvn.
Carne i Perugini tornarono alT assedio di SpìUeto.
Nel detto anno ali* uscita di maggio, i Perugini
per cornane tornarono ali* assedio della città di Spu-
lelo, ove aveano loro battifolli ; e tutto intorno asse-
diarono la detta città, sicché nullo vi potea entrare
■è oadre aanxa grande pericolo.
CAPITOLO ccvm.
Cwne il capitano de^ soldati friolani, ch'aerano co*
Fiorentini^ .se »* andò a Castruccio,
Nel detto anno 1323, avendo i Fiorentini fatta
ordine con loro amistà e con loro isforzo di fare
oste sopra Castruccio sigoore di Lucca, e* Genovesi
d* entro per terra e per mare doveano venire a ri-
chiesta de* Fiorentini in Lunigiana sopra quello di
Lucca, e con trattato d* avere il castello di Baggiano
e altre castella di Valdinievole ; il detto Castracelo
non pigro, acoperse i detti trattati, e dodici di Bag-
giano impiccò, e cercò tradimento con Iacopo da
Fontanabuona capitano de^ soldati (nolani, ch*erano
al soldo de* Fiorentini, promettendogli molti danari;
il quale traditore sanza nulla cagione dalla parte de*
Fiorentini, se non gli era scemato soldo, e partita sua
masnada a più bandiere, e con le sue masnade in
numero di dngento cavalieri, essendo in Fncecchio, e
faccendo vista di cavalcare sopra i nimici, a di 7
di giugno se n*andò a Lucca, il quale da Castruccio
fu bene ricevuto. Per lo quale tradimento e partita i
Fiorentini rimasono molto sconfortati , perocch* era
la migliore masnada ch'avessono, e sturbò loro tutta
la detta impresa.
CAPITOLO CCIX.
Come Castruccio fece oste alle castella di ValdartM
di ponente,
m
Incontanente il detto Castracelo con sua gente
e co* detti Friolani, e con aiuto di certe munade di
Pisa, con quantità di ottocento cavalieri e ottomila
pedoni, a di 13 del detto giugno passò la Guisciana
al ponte a Cappìano, e puosesi a oste a pie di Fn-
cecchio, e quello in parte guastò ; e poi fece il si-
migliante al castello di Santacroce e quello di Ca-
stelfranco ; e poi passò 1* Arno, e guastò a pie di
Montetopoli, e poi tornò in su V Elsa, e guastò a
piò di Samminiato, e tornossi a Lucca con grande
ooore, di 23 di giugno. I Fiorentini mandarono per
loro amistà ; ma però non cavalcarono contra il detto
Castracelo, se non che intesono a fare guardare le
frontiere; e eoa! quello eh' aveano ordinato di fare
a Castruccio, per suo senno e prodezza fece a' Fio-
rentini con loro vergogna.
CAPITOLO CCX.
Come Nanfus figliuolo del re d'Araona andò^ con
sua armata in su Pisola di Sardigna,
Nel detto anno 1323 a di 8 giugno, Nanfus
figliuolo primogenito del re d* Araona con armata
di settanta galee, e con più cocche e legni groaai e
sottili in numero di dugento vele, e con millecin-
quecento cavalieri e gente a pie grandiaaima arrivò
in Arestano in Sardigna, il quale da gindice d* Ar-
borea fu ricevuto onorevolemente, e da tutti i Sardi
come loro signore; e tutte le terre che teneano i
Pisani si rnbellaro, e s'arrenderò al figlinolo del re
d* Araona, salvo Villa di Chiesa e Cutello di Castro,
e Terranuova, e Acquafredda, e la Gioiosa guardia.
Il quale Alfonso si mise ali* assedio a Villa di Chiesa
e a Castello di Caatro; e dimorandovi tutta la detta
state e '1 verno, di sua gente e di quella de' Pisani vi
morì in grandissima quantità di più di dodicimila uo-
mini; e però non cessò 1* assedio. I Pisani, del mese
268
CRONICHE
d* ottobre nel detto anno, trinarono trentadae galee
per levare la detta oste, e andarono ìnfino nel golfo
di Calieri ; incontanente la gente del re d* Araona
n* armarono altrettante e trassonsi fuori per combat-
tere. I Pisani non ai vollono mettere alfa battaglia, ma
ai tornarono in Pisa, e disarmarono con loro danno
e vergogna.
CAPITOLO CCXl.
Come messer Ramondo di Cordona colla gente della
Chieda e della lega di Toscana e Lombardia può-
$e oste alla città di Milano.
Nel detto anno 1323 a dì 11 del mese di
giogno, messer Ramondo di Cardona, capitano ge-
nerale dell'oste della Chiesa, con quantità di trentotto
centinaia di cavalieri tra soldati della Chiesa e del
re Ruberto, la gente del comune di Pirenie, e di
Bologna, e di Parma, e di Reggio, e usciti di Mi-
lano, e con più cavalieri tedeschi fuggiti di Milano,
e ancora de' presi in battaglia, a cui il legato avea
fatti francale e rendere loro Tarme e* cavalli e dato
il soldo, e con gente a pie innumerabile si parti dalla
terra di Moncia per andare alP assedio della città di
Milano. E giunti alla villa di Sesto presso di Milano,
Galeasso e Marco Visconti signori di Milano con lo-
ro cavallerìa e popolo uscirono di Milano intorno di
duemila cavalieri, facendo segno di volere la batta-
glia. Messer Ramondo ordinate sue schiere franca-
mente, non rìfusando la battaglia, si ristrìnse verso
la città; quegli di Milano per sospetto de' cittadini
rìmasi dentro, o per tema di soperchi nimici, si rì-
tornarono in Milano con danno e vergogna : messer
Ramondo con sua gente pugnando contra loro pre-
se per fona i borghi di porta Nuova, e quello di
porta Lenza, e quello di porta Commasina ; e arsi i
primi due borghi, e quello di porla Commasina s'ac-
campò con sua oste, a dì 1 9 di giugno, e quello af-
forzando, la città molto strìnse, e tolse 1' acqua di
Tesinello, con intendimento di lasciare battifolle da
quella parte, e al monastero di Santo Spirìto da
porta Vercellina che per lui si tenea, e mutare Toste
tra porta Romana e quella di Pavia per chiudere al
tutto la città : nel quale oste i Fiorentini, il dì di
Santo Giovanni di giugno, feciono correre il palio,
onde i Milanesi si recarono a grande disdegno, e
poi ne feciono bene vendetta, come innanzi farà
menzione.
CAPITOLO ccxn.
Come la città di Milano fu soccorsa^ e come Poste
della Chiesa se ne parti.
Nel detto anno e mese di giugno, quegli di
Milano veggendosi a mal punto, sì mandarono per
soccorso al signore di Verona, e a quello di Manto-
va, e alT altre terre ghibelline di Lombardia, e anco-
ra agli ambasciadorì del re Lodovico di Baviera che
erano in Lombardia, mandando a dire, se non dessono
loro subito aiuto, che renderebbono la città di Milano
al legata e alla Chiesa. I quali non osaenrindo patti
né saramenti fatti al legato, e promeste di non too-
correre i rìbelli della Chiesa, ti vi mandtrono i delti
tmbasciadorì con titolo d* imperio con quattrocento
loro soldati. E giunti in Milano i detti ambasciadorì e
cavalieri, quello Bertoldo conte di Niferi della Magna
si fece flttiziamente vicario d* imperio , e a metser
Galeasso Visconti fece lasciare il titolo della signo-
rìa, e rafforzò lo stato della città ; ma per ciò non
t' ardirò d* uscire a campo contra T oste della Chìeaa,
la quale era molto possente. Appretto, a di 20 di
luglio, i detti signorì di Mtntovt e di Verona^ e*
marchesi da Esti, che allora erano di loro lega con-
tra la Chiesa, mandando ancora in aiuto di quello
di Milano cinquecento cavalieri e mille pedoni ; e pas-
sando il fiume del Po, per trattati fatti, credettono
i detti cavalierì torre la città di Parma a petizione
della parte di Gianni Onirico ; il quale tratUto sco-
perto con dtnno di loro, non venne loro fatto; e
credettono ancora prendere Firenzuola, e con danno
di loro si partirono, e andarne a Milano. In quello
assedio di Milano trattoti avea astai da quegli di
Milano a quegli dell'oste della Chieta, tutti coverti
di tradimenti dalT una parte e dall' altra ; e creden-
dosi messer Ramondo e gli altrì capitani delTotte
della Chiesa, con ispendio di moneta assai e grandi
promesse trattando co* Tedeschi ch'erano nel cam-
po, che facessono co' Tedeschi ch'erano nella dtlà,
che dessono loro T entrata della città, o almeno Tab-
bandonassono e venissono nel campo dalla loro parte,
avvenne tutto il contrario : che dieci bandiere di Te-
deschi ch'erano nelT oste della Chiesa in quantità
di cinquecento a cavallo, tubitamente si partirono
delToste e entrerò in Milano. Per la qual cagione,
e ancora perchè grande infermeria si cominciò ael-
T oste, gli usciti di Milano isbigottiti e colla paura
del tradimento, quasi tutti si partirono delToste e ti
rìtrassono a loro castella e alla terra di Mencia.
Messer Ramondo veggendosi rimase pur co* soldati
del re e della Chiesa e degli altrì comuni, in quan-
tità di duemilàcinquecento cavalierì, si rìcolse con
sua oste, e mise innanzi prima la salmerìa e popolo
minuto, dando battaglia alla città : colle schiere fatte
si partì da Milano a dì 28 di luglio, e se n* andò
a Moncia sano e salvo, che per sua levata quegli di
Milano non ardirono d* uscire loro dietro a batta*
glia, ovvero per più savia capitaneria. E cosi è da
notare, che in ninna forza umana si può avere fer-
ma speranza, che in sì piccolo tempo sì possente e
vitlorìosa oste, come era quella della Chiesa, per gli
aopraddetti av\'enimenti si partì isbarattata dal detto
assedio di Milano.
CAPITOLO ccxni.
Come quegli di Milano assediavo Vaste della Ckie$a
in Moncia^ ma levarsene in isconfitta.
Nel detto anno di 8 d'agosto, quegli di Mi-
lano uscirono ad oste sopra la città di Moncia con
tremila cavalierì e popolo grandissimo. In Mon-
cia era messer Ramondo di Cardona colToste della
DI fflOVANRI VnXÀOT.
2tf9
Chiesa rìnuiso con daemila aomini di caYalIo. Quivi
si paosoDO ad assedio, e dimoraronvi infino al pri-
mo dì d* ottobre ; ed essendo nella detta oste gran-
dissima infermeria e mortalità, e molta gente di
quella oste partita, uscendo fuori la gente della Chie-
sa a pie con balestrieri venuti da Genova per assa-
lire il campo, quegli dell* oste sanza riparo di bat-
taglia si partirò a pie e a cavallo, ehi meglio e più
tosto si potè guarentire; e così rimase il campo e
tutti i loro arnesi alla gente della Chiesa. Poca gente
vi fu morta e presa, se non degl* infermi, perchè
r assalto fu sprovveduto e sanza la cavalleria, sicché
poca fu la caccia e tardi, che già i Milanesi s'e-
rano ricolti.
CAPITOLO CCXIV.
(knme Casiruccio venne ad otte a Prato^ e come i
FiarmUmi ti cavalcarono^ e le novità che ne fu-
rono in Firenze,
Nel detto anno 1323, Castruccio signore di
Loeca prese audacia e baldanza della cavalcata che
poco dìnansi aveva fatta sopra le terre del Valdarno
sansa contrasto de' Fiorentini : il dì di caien di luglio
subitamente cavalcò in sul contado del castello di
Prato, perchè i Pratesi noa gli voleano dare tributo
come i Pistoiesi, e puosesi a campo alla villa d*A-
inolo presso a Prsto a poco più d*uno miglio, con
seicentocinquanta uomini a cavallo e con quattro-
mila pedoni, con tutto si credesse in Firenze che
fossero presso a due cotanti genti. I Fiorentini in-
contanente saputa la novella^ serrate le botteghe e
lasciata ogni arte e mestiere, cavalcarono a Prato
popolo e cavalieri ìsforzatamente : e ciascuna arte vi
mandò gente a piede e a cavallo, e molte case di
Firenze grandi e popolani vi manderò masnade a pie
a loro spese ; e per gli priori si mandò bando, che
qualunque isbandito guelfo si rassegnasse nella detta
oste ssrebbe fuori d' ogni bando ; il quale bando
non saviamente fatto, ne seguì ^ poi grande pericolo
alla dttà. Avvenne poi appresso, che il dì seguente
si trovarono i Fiorentini in Prato millecinquecento
cavalieri e ben ventimila pedoni, che i quattromila
e pib erano isbanditi, molto fiera gente : e ordina-
rono il seguente dì d* uscire a battaglia centra Ca-
stracelo, e spianando le vie il detto Cestraccio, la
mattinn tra di luglio si levò da campo, e con grande
panra de* Fiorentini, e ancora di tradimento de' Pi-
stoiesi, si partì d'Aiuolo, e colla preda ch'avea fatta
in ani contado di Prato passò V Ombrone, e sanza
arresto, e di buono andara di galoppo, si ridusse a
Serravnlle: e con tutto che Castruccio n'andasse a
salvamento per la discordia de' Fiorentini, fu tenuta
la saa venata folle condotta. Che se i Fiorentini a-
vessono mandata di loro gente, come poteano, tra
Serravalle e V oste di Castruccio, a certo Castruccio
e sua gente rimanevano morti e presi; ma a cui
Dio vuol nude, gli toglie il senno. I Fiorentini rimasi
in Prato con poca ordine e con difettnoso capitano.
' L» •disìont de* Gianti leggt: /•' $tguirt.
e per vizio de* nobili, che non voleano vincere la
guerra in onore e stato di popolo, scisma e discor-
dia nacque nella detta oste; che il popolo tutto vo-
lea seguire dietro a Castruccio, o almeno andare a
oste in su quello di Lucca, e' nobili quasi tutti non
voleano, assegnando loro ragioni, ch'era il peggio.
Ma la cagione era, perchè parea loro essere gra-
vati degli ordini della giustizia, che non voleano
essere tenuti l'uno per lo malificio dell* altro, la qual
cosa per lo popolo non si accorsentia, e per questa
cagione più dì stettono in quello errore, e mand&r
rono a Firenze ambasciadori per la diliveragione ^
del cavalcare o tornare V oste in Firenze. Consiglian-
do sopra ciò in Firenze in sul palazzo del popolo,
simigliante errore nacque tra' nobili e popolani, e
addurando di pigliare partito di consiglio in consi-
glio, il popolo minuto ch'era di fuori, cominciando
da' pargoli fanciul i, raunandosi in quantità innume-
rabile di gente, gridando battaglia battaglia^ e muO'
iano i traditori^ e gittando pietre alle finestre del
palazzo; essendo già notte, per tema del detto re-
more e del popolo, i signori priori col detto con-
siglio, quasi per necessità e per acquetare il popolo
minuto a remore, stanziare che l'oste procedesse.
Questo fu a dì 7 di luglio. E fatta la detU dili-
berazione, tonati gli ambasciadori all'oste a Prato,
si partì la detta oste di Prato, di 9 di luglio, con
mala voglia e infinta per gli nobili, se n'andarono
per la via di Carmignano a Facecchio, e giunti a
Fucecchio, sanza ninno buono fara, od onora del
comune di Firenze : ma se in Prato avea errore tra'
nobili e '1 popolo del cavalcare, maggiore fu a Fu-
cecchio di non valicare né entrare in sul contado,
di Lucca. E sì era cresciuta Toste e crescea tutto
di, che '1 comune di Bologna vi mandò degente ca-
valieri, e '1 comune di Siena altri dugento ; e ol-
tre a quegli tutti i nobili delle case di Siena a ga-
ra, chi meglio potè, vennono in quantità di dugen-
tocinquanta a cavallo molto bella gente, e'Conti e
altre terre e e mici; onde Toste era sì possente, se
vi fosse stato raccordo, che alTassedio di Lucca e
più innanzi poteano con salvezza andare, che Castrac-
elo s'era ritratto alla guardia di Lucca con grande
paura, e poca di sua gente mandati a guardare i
passi sopra la.Guisciana. Ma sempre ov'ò la discor-
dia è il minore podere, tutto sia più gente ; e ancora
per difetto del non sufficiente duca, il conte No-
vello, che non era capitano a conducere sì fatto e-
sercito, per necessità convenne tornassono a Firenze
sanza nulla fare, con grande onta e vergogna di loro
e del comune di Firenze. E oltra a questo, crasoen-
do peggio al male, che certi nobili scommossono
gli sbanditi, che non sarebbono dal comune tratti
di bando, onde a bandiere levate vennono i detti
isbanditi innanzi alla città, credendo per forza entra- .
re dentro, la sera di 14 di loglio. Sentendo ciò il
popolo, a suono di campane s'armò, e trassono
alla guardia della città e del palazzo del popolo; e
tutta la notte guardare francamente, temendo il tra-
dimento dentro ordinato per gli detti certi de' nobili.
' d«lib«raBÌODt.
«70
CROmCBB
CHi sbiDditi perdaU la fperansa, e h mattina ve-
gaente, dì 20 di loglio, tornando la cavallerìa e
1* altra oste, ai fàggirono i detti isbanditi, eia città
ai racqoetò. Avemo seguito per ordine questo pro-
cesso de* Fiorentini, perchè siamo di Pirenie e fum-
mo presenti, e 1 caso fa nuovo e con più contrarìi,
e per quello seguì appresso, per dare esempio ai
nostri successori per lo innanzi d^ essere pia franchi
e più interi e di migliore consiglio, vogliendo o-
Bore e stato della repubblica e di loro.
CAPITOLO CCXV.
Come il vescovo d* Are%%o prese il casielio di
Rondine.
Nel detto anno, a dì 1 7 di luglio, a* arrendè
il castello di Rondine al vescovo d'Arexao, e agli
Aretini che v* erano stati ad assedio più mesL Stan-
do que* d'entro a speransa eh' e* Fiorentini gli soc-
oorressono, non vollono fare, tra per non potere per
le cagioni di so dette, e per non rompere pace a-
gli Aretini.
CAPITOLO CCXVI.
Come Castelfranco si rubellò a'' Bolognesi^ e coii#
lo riebbono.
Nel detto anno, a dì 19 di luglio, si rubellò
per tradimento del signore di Modona Cutelfranco
da* Bolognesi, i quali Bolognesi subitamente vi tru-
SOBO per comune; e per lo sollecito soccorso, e
perchè quegli di Modona non v'erano ancora giunti,
raoquistarono il castello, e* traditori strussono.
CAPITOLO CCXYIL
Come dieci galee de^ Genovesi furono prese da*
Turchi per tradimenio.
Nel detto anno e mese di taglio, dieci galee di
Genovesi gaelfl andarono in corso in Romania ru-
bando amici e nimici, e presono tanta roba, che si
stimava trecentomila fiorini d* oro, e feciono compa-
gnia col carabi di Sinopia, ano grande ammiraglio
di Turchia; e corseggiato tutto il mare maggiore,
tornati al porto di Sinopia, per quello ammiraglio
nobilemente ricevuti, e fatta gran fe^ta e conviti per
trarli a terra, e dato loro uno ricco desinare, al le-
vare delle tavole gli fece assalire a* suoi Turchi, e
uccidere e prendere, e simigliante le galee e la roba
eh* era in porto ; e così perderono 1* avere male ac-
quistato, e le persone : che delle dieci galee e di tutta
la ciufma non iscamparono che tre galee ; e rima-
sonvi quaranta e più de* maggiori nobili di Genova,
e bene millecinquecento altri per lo tradimento del
detto Saracino.
CARTOLO CCXVUL
Come Santo Tommaso d* Aquino fu canoni%%ato
da papa GiovannL
Nel detto anno 1323, ali* uscita di luglio, per
lo sopraddetto papa Giovanni e per gU suoi cardi-
nali appo Vignone, fa canonkiato per Santo frate
Tommaso d* Aquino dell* ordine di San Doaieaico,
maestro in divinità e in filosofia, e uomo eccellen-
tissimo di tutte scienze, e che più dichiarò le lacre
scritture che uomo che fosse da Santo Agostino in
qua, il quale vivette al tempo di Cario primo re di
Cicilia. E andando lui a corte di papa al concilio t
Leone, si dice, che per uno fisiziano del detto re,
per veleno gli mise in confetti, il fece morire, cre-
dendone piacere al re Cario, perocch* era del lignag-
gio de* signori d* Aquino suoi ribelli, dubitando che
per lo suo senno e virtù non fosse fatto cardinale;
onde fu grande dammaggio alla chiesa di Dio : norì
alla badia di Possanuova in Campagna. B quando venne
alla sua fine, prendendo corpus Domini, fece qnesti
santa orazione con grande divozione : Ave^ proeHasi
meoe redemptionis ; aee, viaticum wuae peregnee-
tionis; ore, praemhun futurae vitae^ in cuius vuum
commendo animam et spiritum meum : e passò in
Cristo.
CAPITOLO CCXIX.
Di grande novitade cA* ebbem Ftren%e per cagione
degli sbandiiL
Nel detto anno e tempo, essendo gli sbanditi
di Firenze, i quali erano stati nelf oste a Prato e a
Fucecchio, in isperanza d* essere ribanditi perla pro-
messa loro fatta e per lo bando mandato per gli
priori, non si trovò via per gli forti ordini chepo-
tessono essere ribanditi. Per la quel cosa otto di
loro caporali, eh* erano in Firenze a sicurtà per sol-
lecitare d* essere ribanditi, veggendo che la loro ape-
ranu era fallita, sì ordinerò congiurazione e tradi-
mento nella città col favore di certi nobili delle case,
ond* erano di quegli Isbanditi; e la notte di Santo
Lorenzo, dì 10 d* agosto 1323, vennero alle porte
della città da più parti, in quantità di sessanta a ca-
vallo e più di millecinquecento a pie, con iscuri ai-
sai per tagliare la porta che va verso Fiesole. Sen-
tendosi la sera a tardi la venuta, non per cerio, ms
per alcuno indizio, la città fu ad arme e in grande
tremore, dubitandosi il popolo non tanto degli sban-
diti di fuori, che piccolo podere em il loro alla
potenza della città, quanto di tradimento dentro ai
facesse per gli grandi. Per la quel cosa la città ai
guardò la notte con grande sollecitudine, e per la
buona guardia nullo s* ardì a scuoprìre dentro il tra-
dimento. Gli sbanditi eh* erano dì fuori, veggendo
la grande guardia e luminare sopra le mura, e che
nullo rispondea loro dentro, si partirono in più parti,
e così per la grazia di Dio e di mesaer Santo Loren-
zo iscampò la città di Firenze di grande pericolo e
rivoluzione; che di vero si trovò, ohe doveano cor-
rere la città e ardere in più parti, e rubare e fare
micidii in usai buoni uomini, e abbattere 1* ufficio
de* signori priori e gli ordini della giostisia, che
sono contra i nobili, e tutto fl padfloo stato della
città sowertere; e cominciato per gli abanditi il
male, quasi tutti i nobili doveano eaaere con loro per
disfare fl popolo. E così si trovò ; ma perchè V opera
DI GIOVANNI VILLANT.
971
era gnrt a panire, tanti n* erano colpevoli, si ri-
male di fare giustisia per non peggiorare fUto, chè^
fona setta e parte del popolo, i quali non reggeano
la città, Toleano pure che giustizia si facesse, per-
chè si volgesse stato nella città. Quelli che reggeano,
perchè scandalo non crescesse onde nascesse muta-
lione nella città, sì la passarono il piiì tamperatamenta
che poteano. Ed essendo alla fine opposto per la fama
del popolo e per gli più caporali de* nobili, ch'aves-
sono acconsentito alla detta congiura, a messer Ame-
rigo Donati, a messer Tegghia Prescobaldi, e a messer
Lotteringo Gherardini, ma non si trovò nullo eh* ac-
cusasse; ma nel consiglio de* priori e del popolo
per dicreto convenne ciascuno in polizze scrìvesse,
chi gli parca fosse colpevole : trovossi per gli più i
tre cavalieri nomati; che fu nuova legge, e modo. I
quali tre cavalieri dinunziati per lo modo e sorte che
detto avemo, essendo richiesti per messer Hanno
della Branca d* Agobbio, allora podesta, a sicurtà
privata di loro persone, comparirò e confessarono,
che sentirono il trattato ma non vi si legare ; ma
perchè noi palesarono a-priori, furono condannati
ciucnno in libbre duemila, e a* confini per sei mesi
ftiorì della citta e contado quaranta miglia. Per molti
ai lodò di passarla per questo mezzo per non cre-
scere scandalo nella città ; e per molti si biasimò, che
giustizia non si fece de^ detti e di molti nobili, che
sidioea che v^aveano colpa alla detta congiurazione.
B per questa novita e per fortificare il popolo, a di
37 d'agosto 1323 si diedono cinquantasei pennoni
della 'nsegna delle compagnie, tre per gonfalone e
tali quattro, e così a quegli della setta che non reg-
geano come a quegli che reggeano, mischiatamente;
e tutti i popolani a sesto a sesto si congregarono
insieme, e premisene d^ essere a una concordia alla
difensione del popolo; per la qual cagione poi nac-
que mutazione in Firenze, e si creò nuovo stato, co-
me innanzi farà menzione*
CAPITOLO CCXX.
•
Come Coitruccio guastò le castella di Valdarno
di sotto.
Nel detto nono, a di 24 d* agosto, essendo per
quegli del castello di Montopoli fatta preda e danno
a quegli del castello di Marti, Castruccio signore di
Lucca a richiesta de^ Pisani mandò trecento cava-
lieri, e fece guastare le vigne di Montopoli e ciò
che v' era scampato, eh* egli non avea guasto quando
vi fu a oste ; e simiglianto feciono a Castolfranco e
a quello di Santa Croce sanza ninno contrasto o soc-
corso delle masnade de* Fiorentini, eh* erano in mag-
giore quanlita di cavalieri in Valdarno, onde fu grande
vergogna a* Fiorentini. E tutto ciò awenia per le
divisioni della citta.
La edisbDfl de' Giunti ìeggùi eoniuUochk
CAPITOLO CCXXL
Come quegli di Bruggia in Fiandra presono e arsono
il porto delle Sckiuse.
Nel detto anno e mese d* agosto, essendo qni-
stione tra *1 conte di Fiandra e quegli di Bruggia col
conta di Namurro suo zio, il quale tenea la villa e*i
porto delle Schiuse, e quella terra era molto cre-
sciuta ^ moltiplicata per lo buono porto; il detto
conte di Fiandra, ciò fu il giovane Luis, con quegli
di Bruggia andarono ad osto sopra le dette Schiuse,
e per forza V acquistare, e uoeisono e presono gente
assai, e U conto di Namurro fu preso ; e poi rubarono
e arsono la detta villa e porto, che v* avea più di
millecinquecento abitanti sanza i forestieri navicanti.
CAPITOLO CCXXU.
D^uno vento pestUenùoso che fu in Italia
e ffi Francia,
Nel detto anno 1823, ali* uscita d* agosto e
ali* entrar di settembre, fu uno vento a favognano,
per lo quale ammalarono di freddo con alquanti dà
con febbre e dolore di testa la maggiore parto degli
uomini e delle femmine in Firenze: e questa pesti-
lenza fu generale per tutte le citta d* Italia, ma poca
gente ne morì ; ma in Frandn ne morirono assai.
CAPITOLO CCXXUI.
Come quegli di Bergamo furono sconfitti da genie
della Chiesa.
Nel detto anno e mese di settembre, gente di
Bergamo in buona quantita a cavallo e a pie, ve-
gnendo in servigio di que* di Milano alfoste e as-
sedio eh* era a Mencia, per la gente della Chiesa
furono scontrati e sconfitti, e rìmasonne tra morti
e presi cinquecento e più.
CAPITOLO CCXXIV.
Come i mercatanti emiatom sconfissono gF Inghilesi
in mare.
Nel detto anno e mese di settembre, essendo
partite setto galee de* Yiniziani di Fiandra carìche di
meroatanzia, trentaqualtro cocche d* Inghilesi 1* assa-
lirò per rubare, le quali galee francamente difenden-
dosi, quelle cocche sconfissono, e presonne dieci, e
uccisonvi molti Inghilesi.
CAPITOLO CCXXV.
Come I Fiorentini perderono il castello della
Trappola con loro vergogna.
Nel detto anno e mese di settombre, il castello
della Trappola in Valdarno, il quale teneano i Pazzi,
si diede a* Fiorentini : mandovvisi per lo comune di
Firenze gente e guernimento ; e stando a sicurta con
are
CRONICHE
mala guardia quegli che t" erano entro rivolti, a* Pazzi
e libertini, per tradimento diedero fentrata del castel-
lo ', e quanti guelfi vi trovarono in su le lettr gli uc-
dsono, in numero più di quaranta gagliardi fanti di
Castelfranco. Sentendo ciò i Fiorentini, vi mandarono
dugento cavalieri e pedoni assai. Quegli eh* erano
nella Trappola per tema se ne partirò, e rubarono
il castello e misonvi fuoco, e ridussonsi nel castello
di Lanciolina. La gente de* Fiorentini seguendogli,
gli assediarono nel detto castello per più giorni;
poi i Pazzi e Ubertini con gli Aretini isforzatamente
con più di dugento cavalieri e popolo assai vennono
al soccorso ; per la qual cosa la gente de* Fioren-
tini tanza attendere se ne partirono dair assedio, e
con grande vergogna se ne tornarono a Firenze.
CAPITOLO CCXXVL
Come il vescovo cT Are%%o ebbe la città di Castello
por tradimento.
Nel detto anno, a dì 2 d'ottobre, signoreg-
giando la città di Castello messer Branca Guelfucci
a guisa di tiranno, e i più de' migliori guelfi cacciati
della terra, certi di quegli che v^ erano rimasi popo-
lani sì feciono trattato col vescovo d* Arezzo per
cacciare messer Branca, il quale vi mandò trecento
nomini a cavallo con Tarlatino suo fratello. E* detti
traditori gli diedono la notte una delle porte, e come
gli Aretini furono dentro, co* figliuoli di Tano da
Castello degli Ubaldini e più altri ghibellini, corsono
la terra, e per forza ne cacciarono il detto messer
Branca, ed eziandio tutti quegli guelfi che aveano
loro data la terra, e ben quattrocento altri guelfi
caporali, e in tutto si riformò a parte ghibellina.
Per la qual cosa i Perugini, e Agabbini, e Orbitani,
« Senesi, e Bolognesi, e conti Guidi guelfi mandarono
ciascuno a Firenze loro ambasceria, e in Firenze fer-
marono taglia di mille cavalieri, e capitano il mar-
chese da Yaliana per guerreggiare la città di Castello
e *1 vescovo d* Arezzo. E fermarono compagnia di
tremila cavalieri per tre anni a richiesta del capitano
della taglia, che ì terzo e più ne toccò a' Fiorentini.
Piuvicossi la detta compagnia in Firenze in Santo
Giovanni a di 21 di marzo 1323.
CAPITOLO ccxxvn.
Come il papa scomunicò Lodovico di Baviera eletto
imperadore.
Nel detto anno 1323, a jdì 8 d'ottobre, papa
Giovanni sopraddetto appo Vignone in Pioenza, in
pubblico concestoro diede sentenza di scomunicazio-
ne contra Lodovico dogio di Baviera, il quale si dicea
re de* Romani, perocch* avea mandato aiuto di sua
gente a Galeasso Visconti e a' fratelli che teneeno
la città di Milano e più altre città di Lombardia con-
' Vo col meglio della Gìuntinft: il testo Dayanzati qai
legge: quegli che v* erano entro, i Pazzi e Uhertinif per tra-
dimento fu Ivro data Ventrata del cattello.
tra la Chiesa, opponendogli, che non gli era licito
d' usare 1* ufficio dello imperio inftnochè non fosse
approvato degno e confermato per le Chiesa, dan-
dogli termine tre mesi, eh* egli dovesse svere rì-
nnnziata la sua elezione dello imperio, e personal-
mente venuto a scusarsi di ciò, eh' avea favoreggiati
gli eretici e scismatici e ribelli di Santa Chiesa: e pri-
vò tutti i cherìci ohe al detto Lodovico dessono con-
siglio aiuto 0 favore, se disubbidisse. Il quale Lode-
vico com* ebbe il detto processo, con savio eonsigtio
appellò al detto papa o ano successore e al concilio
generale, quando egli fosse alla sedia di San Pietro
a Roma; e mandò a corte grande ambascerìa di pre-
lati e d* altri signori scusandosi al papa, e facendo
promettere di non essere contra la Chiesa ; onde gli
fu prolungato il termine tre altri mesi, e secondo che
adoperasse, così si procederebbe contra luL
CAPITOLO ccxxvm.
*
D'una grande tempesta che fa nel mare maggiore.
Nel detto anno e mese d* ottobre, fu si grande
tempesta nel mare maggiore di là da Costantinopoli
che bene cento legni grossi vi perirò; onde fa gran
danno a* mercatanti di Yinegia e di Genova e di Pi-
sa e ancora de* Greci, che molto avere e mercatu-
aia e gente vi si perderò.
CAPITOLO CCXXIX.
Di novità che fitrono in Firense per cagione degH
ufici e delle sette.
Nel detto anno, ali* uscita d* ottobre, i priori e
gonfalonieri che allora erano alla signoria di Firen-
ze, e erano de* maggiori popolani della città, pre-
sono balia di fare priori per lo tempo avvenire, e
feciongli per quarantadue mesi avvenire, e mischia-
rono della gente che non avea retta la terra dal tem-
po del conte da Battifolle infino alloia, due in tre per
uficio di priorato, per mostrare di raccomunare li
terra per le novità degli sbanditi ch'erano state Ta-
gosto dinanzi, e* detti eletti priori mìsono i bossoli '
ordinati di trargli di due in due mesi ; onde poi nac-
que novità innanzi che finisse 1* anno, come innanzi
farà menzione.
CAPITOLO CCXXX.
Come Castrucdo volle pigliare Pisa per tradimento*
Nel detto anno 1323, a dì 24 d* ottobre, si
scoperse in Pisa nno tradimento ch^avea ordinato
Cutmccio signore di Lucca con messer Botto Ma-
lepa de' Lanfranchi e con quattro conestabili tede-
schi di fare uccidere il conte Nieri e *1 figlinolo e più
altri che reggeano la città, e correre la terra, e dare
la signoria a Castruccio ; per la qual cosa fu tagliata
la testa al detto messer Botto, e presi i detti cone-
' La GianttDa legge: mitono in ho99oU.
DI GIOVANNI VILLANI
273
ttabiìi, e cacciata la loro gente ; e d^ allora innanzi il
conte con quegli che reggeano in Pisa» si palesa-
rono nimici di Castruccio, e feciono dicreto che chi
r uccidesse avesse dal comune di Pisa diecimila fio-
rini d' oro, e tratto d*ogni bando. Qaesto tradimento
scoperse ano de^ Guidi e Bonirazio de' Cerchi rubelli
di Firenze, che dimoravano in Lucca e in Pisa ; e
guadagnarne danari da' Pisani.
CAPITOLO CCXXXI.
Come la gente della Chiesa ebbono danno a
Carrara in Lombardia,
Nel detto anno e mese d' ottobre, essendo nel-
la villa di Carrara nel contado di Milano trecento
cavalieri di quegli della Chiesa, messer Marco con
cinquecento cavalieri di Milano subitamente assali la
detta villa ; quella poco forte e male fornita, abban-
donata da' soldati della Chiesa, presono e rubarono
e arsono con alcuno danno de' nimici, partendosi la
gente della Chiesa in isconfitta. B poi nel detto anno
a di 12 di novembre, il detto messer Marco Vi-
sconti con millecinquecento cavalieri venne all' as-
sedio alla rocca e ponte di Basciono in su il fiume
d' Adda, il quale era molto bene fornito di vittuaglia
e di gente per la Chiesa. Non avendo soccorso da
messer Ramondo e dalla sua gente ch'erano a Gar-
gazzuola, vilmente s"* arrenderò, e chi dice per mo-
neta; che n'era capitano uno oltramontano. E torna-
to messer Marco in Milano, dissensione nacque tra
la sua gente dagli Alamanni di sopra a quegli di sotto,
cioè di Valdireno, per invidia che quegli di Soavia
erano più di presso al signore, e meglio pagati ; e
ben cinquecento a cavallo se ne partirono, e parte
se n' andarono in Alamagna, e parte vennono nel-
r oste della Chiesa sotto la bandiera di messer Ar-
rigo di Fiandra. Di questo è fatta menzione per la
poca fede de' Tedeschi.
CAPITOLO CCXXXU.
Come il popolo mimtto di Fiandra si rubellarono
conlra % nobili^ e distrussongli.
Nel detto anno e mese di novembre, il popolo
minuto del Franco di Bruggia, in Fiandra, cioè i pae-
sani d' intorno a Bruggia, si rubellarono cóntra i
nobili della contrada, e feciono uno capitano, il quale
appellavano il Conticino, e a furore corsono il pae-
se, e arsono e guastarono tutti i manieri e fortez-
ze de' nobili, e molti ne presono e incarcererò. E la
cagione fu, perchè i nobili li gravavano' troppo della
taglia eh* aveano a pagare per la pace al re di Fran-
cia ; e crebbe tanto la detta congiura, [che contami-
narono tutto il paese di Fiandra, e non ubbidieno il
conte di Fiandra loro signore ; e alla fine, a di 2 1
di febbraio vegnente entrarono in Bruggia per forza
coir aiuto del popolo minuto di Bruggia, e corsono
la terra, e uccisono a furore molti grandi borgesi,
e mutarono lo stato e signoria della terra a loro
volontà.
CAPITOLO ccxxxni.
Come Castruccio prese Fucecchio^ e incontanente
ne fu caccialo in isconfitta.
Nel detto anno 1323, a di 19 di dicembre,
Castruccio signore di Lucca subitamente con suo is-
forzo si partì da Lucca, e la notte vegnente venne in-
torno a Fucecchio per prendere la terra ; e per alcuno
di quegli d'entro di piccolo essere fu ismurata una
piccola postierla, la quale era in luogo solitario pres-
so alla rocca, e per quella entrerò molti di sua gente
di Castruccio, che non furono sentiti, perchè pio-
vea diversamente, e Castruccio in persona v'entrò con
più di centocinquanta uomini a cavallo e cinquecento
a pie. E combattendo la notte la terra e' presene una
parte, e prese la rocca che v' aveano cominciata a
fare i Fiorentini, salvo la torre; e credeadosi avere
vinta la terra, e già n'avea scritto a Lucca, quegli
di Fucecchio feciono la notte cenni di fuoco per
soccorso alle castella vicine, ov'era la guernigione
de' soldati de' Fiorentini ; per gli quali cenni soccorso
vi venne delle masnade fiorentine, ch'erano a San-
tacroce, e a Castelfranco, e a Samminiato, e vegnen-
te il giorno, vigorosamente combatterò con Castruc-
cio e sua gente, il quale era abbarrato alle bocche
delle vie d'in su la piazza, e per forza gli scon-
fissono e cacciarono della terra ; e '1 detto Castruc-
cio fu fedito nel volto, e a grande pena scampò, e
più vi rimasono morti e presi in quantità di cento-
cinquanta uomini tra a cavallo e a piede, e quasi
tutti i loro cavalli eh' aveano condotti dentro vi ri-
masono, perchè si fuggirono a pie ; e se fosso no sta-
ti seguiti, era finita la guerra castruccina a' Fioren-
tini. Grande allegrezza n' ebbe in Firenze, perocché
al cominciamento aveano la terra per perduta, e più
bandiere di Castruccio e de' suoi conestabili co' ca-
valli presi ne vennono a Firenze.
CAPITOLO CCXXXIV.
D^uno grande miracolo eh"* apparto in Proema,
Nel detto anno 1323, il giorno dell'Epifania,
apparve in Proenza in una terra e' ha nome Alesta uno
spirito d' uno uomo di quella terra, il quale di poco
era morto, e con sentore quando venia scortamente
parlava, dicendo grandi cose e maravigliose del-
l' altra vita e delle pene di purgatorio ; e '1 priore
de' frati predicatori, uomo di santa vita, con più de'
suoi frati e con più di cento buoni uomini della
terra il venne a disaminare, e a scongiurare, recando
seco privatamente corpus Domini^ per tema non fosse
spirito maligno e fittizio, il quale incontanente conob-
be e confessò quello essere vero Iddio, dicendo al
priore : Tu hai teco il Saltatore del mondo ; e per la
virtù di Cristo, scongiurandolo, più secreto cose
disse, e come per l' aiuto e meriti del detto priore
e suoi frati tosto avrebbe requia eternale.
18
27i
CROIflCflE
CAPITOLO CCXXXV.
Come il vescovo (TAre^^o ebbe e prese la rocca
di Caprese.
Nel detto anno, a di 7 di gennaio, il tescOTO
d^Areuo ebbe la rocca di Caprese del conte da
Romena, alla quale era stato ad assedio più di tre
mesi ; e per lo detto conte e per gli Fiorentini fa
lardi soccorsa, onde al detto vescoYO crebbe po-
dere di piii di cinquecento fedeli dì Valdioaprese,
eh* erano lotti guelfi*
CAPITOLO CCXXXVL
Come gli usciH di PiaccMa furono sconfUH dalla
genie della Chiesa,
Nel detto anno, di 10 di gennaio, messer Man-
fredi dì Landa uscito di Piacensa, che tenea castello
Aquaro, con dugento cavalieri e gente a piò venne
Terso il borgo a Sandonnino per levare preda e mer-
cataniia ch'andava a Piacenxa: sentendosi in Pia-
cenza, quattrocento cavalieri di quegli del legato ca-
valcarono contra loro, e tra Pirensuola e Sandonnino
gli sconfissono, e gran parte ne furono presi e me-
nati in Piacenza.
CAPITOLO CCXXXVIL
Come i Pisani furono sconfUH t» Sardigma dallo *»-
fante d Araona,
Nel detto anno 1323, ali* uscita di gennaio, i
Pisani feciono un* annata di cinquantadue tra galee
e uscieri, con cinquecento cavalieri tra Tedeschi e
Italiani, e con duemila balestrieri pisani, ond*era ca-
pitano messer Manfredi figliuolo del conte Nieri, na-
turale, e si partirono di^Pisa a di 25 di gennaio, per
andare in Sardigna per soccorrere Villadichiesa, oble-
rà assediata da don Alfonso figliuolo del re d*Araona,
il quale era in su la Sardigna per conquistarla, co-
me addietro è fatta menzione. E per contrario tem-
po soggiornò la detta armata al porto di Lungone
in Elba infino a di 13 di febbraio, e in Sardigna
arrivarono a di 25 di febbraio a Capoditerra nel
golfo di Calieri, e trovarono che Villadichiesa s* era
renduta al detto don Alfonso a di 7 di febbraio, il
quale v* era stato ad assedio otto mesi, e venuto era
con sua oste ad assediare Castellodicastro. I Pisani
scesi in terra con loro oste andando verso Culello,
e la gente di Castello venieno per congiugnersi con
loro ; e a di 29 di febbraio s* affh>ntarono a battaglia
col detto don Alfonso, e combattendo upramente, alla
fine la gente de* Pisani furono sconfitti e morto il
loro capitano e degli altri, e morirne assai de* Te-
deschi a cavallo: la maggior parte de* Pisani che
poco ressono alla battaglia si fuggirono in Cutello-
dicastro. E dopo la detta sconfitta e perdita, le ga-
lee di don Alfonso, ch*erano nel porto di Castello in-
catenate per contrariare il porto e la scesa a* Pisani,
si scatehQTo e veonono contro ali* armata de* Pisani -,
quegli incontanente si misono alla ftiga, t lasciarono
tatti i loro legni grossi carichi di vittnaglia e d'ar-
nese d'oste, i quali furono presi dalle galee de* Rao-
nesL B dò fatto, il detto don Alfonso puose Tasie-
dio per terra e per mare a Cutellodicastro. Per
questa sconfitta e perdila di Villadichiesa fu grande
abbassamento de' Pisani, che più di dogentonili
fiorini d* oro costava già loro la delta guerra, onde
rimuono in male stato e in grande discordia dentro
per le sette che v* erano nella città, e con grande
sospetto di Castruocio oh* mi loro contrario, t al-
legato col re d'Araona.
CAPITOLO ccxxxvm.
Come i Fiorentini mandarono in Francia per eacaUeri
Nel detto anno, del mese di gennaio, i Fioren-
tini mandarono in Francia ambuciadori per dnqae*
cento cavalieri franceschi, che venissono al soldo
del dello comune.
CAPITOLO CCXXXDL
Come messer Ramando di Cardona fk sconfUlo da
quegli di Milano^ e preso.
Nel detto anno, a di 29 di febbraio, mesier
Ramondo di Cardona capitano dell' oste della Chiesa
in Lombardia si parti di Moncia con miUe cavalieri
e con gente a pie assai, e venne • prese il cutello
e *1 ponte di Vavri in sul fiume d'Adda. Galeasso e
Marco Visconti incontanente vi cavalcarono da Mi-
lano con dodici centinaia di cavalieri tedeschi e po-
polo assai a pie, e misonsi ali* assedio del detto ca-
stello di Vavri. Messer Ramondo non essendo fornito
di vittoàglia usci fuori al campo coUa sua gente, e
affrontossi a battaglia con quegli di Milano, la qaale
fu upra e forte. Alla fine per soperchio di gente il
detto messer Ramondo coU*osle della Chiesa faroao
sconfitti, e preso fl detto messer Ramondo e più al-
tri conneatabili, intra' quaU due di quegli che v'e-
rano per lo comune di Firenze vi rimasono, e me-
nati presi in Milano; messer Simonino di messer
Guidotto della Torre, uomo di gran valore, annegò
nel fiume d* Adda, e più altra buona gente vi rima-
sono presi e morti; e messer Arrigo di Fiandra vi
fu preso, ma risoaltossi da* Tedeschi ohe Taveano, e
con loro insieme e con gli altri eh' erano scampati
della battaglia ne venne in Moncia. B poi fl detto
messer Ramondo essendo preso in Milano colle guar-
die, del mese di novembre scampò e venne a Monda.
CAPITOLO CCXU
Come il vicario delre Ruberto fu cacciato da' Pistoiesi.
Nel detto anno 1 323, di 3 di marzo, tornando
a Pistoia per patti fl vicario del re Ruberto, che
n* era stato esodato con trenta a cavallo della ma-
snada del conte Novello, per gli Pistoiesi fu assalito
e sconfitto sotto a Tizzano , e fattagli grande ver-
gogna ; e ciò fu opera di messer Filippo Tedici, cba
volea per tirannia signoreggiare la terra.
DI GIOYAran TILLAm.
275
CAPITOLO CCXU.
Come i Tartari di Gosserta corsano Grecia»
Nel detto anno, del mese di febbraio, il Tartaro
della Gaueria e Russia con esercito di trecento mi-
gliaia d* uomini a cavallo vennono in Grecia infino
a Costantinopoli e più qua più giornate, consuman-
do e guastando ciò che innanzi si trovaro ; e dimo-
rarvi infino air aprile vegnente con grande consuma-
lione e distruzione de^ Greci d'avere e di persone,
cbe più di centocinquanta migliaia di persone, tra*
morti ', e* ne menarono in servaggio. Alla fine per
difetto di vittuaglia per loro e di loro bestiame fii-
rono costretti a dipartirsi, e tornarono in loro pae-
se. Per questo avvenimento ancora si mostra fl fla-
gello di Dio a coloro che non sono suoi amici, che
gli fa perseguitare a* peggiori di loro. E non si
maravigli ohi leggerà di tanta quantità di gente a
cavallo ; perocché ciascuno Tartaro va a cavallo, e*
loro cavalli sono piccoli e sansa ferri e con bret-
line ' sanza fireno, e la loro pastura è d' erbaggio e
di strame sanza biada; e* detti Tartari vivono di pe-
sce e carne mal cotta, con poco pane, e di latte
di loro bestiame, che ne* loro eserciti menano gran-
dissima moltitudine; e sempre stanno a campo , e
poco in cittadi e in castelli o ville abitano, se non
sono gli artefici.
CAPITOLO CCXLU.
Come papa Giovanni ancora fece proceuo conH'o
Veleno di Baviera.
Nel detto anno, a di 22 del mese di marzo,
papa Giovanni ventesimo secondo appo Avignone fe-
ce e pubblicò nuovi processi contro Lodovico dogio
di Baviera eletto re de* Romani, per cagione dell^a-
iuto dato a* Visconti di Milano contro la Chiesa, e
scomunicoUo se personalmente non venisse alla sua
misericordia in fra tre mesi appresso, e ordinò per-
dono di croce, perdonando colpa e pena chi andasse
o mandasse per tempo d*uno anno al servigio della
Chiesa in Lombardia contra i Visconti signori che
leneano Milano.
CAPITOLO CCXLUI.
Come r o$U di Milano 1 1 partì dalf assedio di Mon^
eia con loro danno,
•NelPanno 1324, a di 28 del mese di marzo,
essendo il signore di Milano Galeasso Visconti a oste
' Meglio ton% la Giimtliim: tra ueeiiùno è menarono òec
* redini. Cod spiegano i disioniri; ma ferie bréUùta è
quello ohe Dante diiee brédtUa o predella, Porg. 6, 96:
Poi che poneeti mano aUa predella, Qaeata à propriamente
quella parte della briglia che si gira alla guancia del ea>
TaQo presso il morso, e dove si suol prendere da ehi vo-
glia oondnrlo a mano o ratteitolo. Da nn antico trattato
del conoscere i cavalli si han queste parole: piglialo per
la predella del fireno^ e ragguardalo negli occhi eco. D vo-
cabolo antico bretana, dice il Dragomanni, à rimasto nel
diminntlTo hrettellaf striscia di panno o di cuoio per di-
reni nsL Ora, U voce hredeUa deU'AllighIeri quanto dif-
ferenaia da questa ancor viva del popolo? non affanno;
dico per un apporre.
a Moneta, e per più giorni data battaglia alla terra,
quegli eh* erano per la Chiesa in Moncia, ond* era
capitano messer Arrigo di Fiandra, uscirono fuori
a combattere le torri e altri ingegni de' nimici, e
quegli per forza di battaglia arsono e presono con
gran danno di quegli delP oste. Per la qual cosa tutta
Poste si ritrasse dall* assedio della terra per ispa-
zio d*uno miglio e più, luciando il campo con gran
danno di loro ; poi appresso a due di si partirono
e ritornarono in Milano. E intra 1* altre cagioni, pe-
rocché *1 campo della detta oste, che v* era per lo
eletto di su detto re de* Romani, per lettere del suo
signoroi per non fare contra la Chiesa si parti, e tor-
neasi con sue genti in Alamagna.
CAPITOLO CCXUV.
Come i Perugini coW aiuto de" Toscani ebbono
la città di Spuleto.
Nel detto anno, a di 9 d* aprile, essendo la città
di Spuleto assediata per gli Perugini e per lo duca
di Spuleto che v'aera per la Chiesa, per due anni e
più, e avevavi intorno quattordici battifolli, per tale
modo 1* aveano afflitta e distretta di vittuaglia, che
s* arrenderono liberamente alla Chiesa e si comune
di Perugia sanza nullo patto sslve le persone ; e i
primi per patti che entrarono nella città, acciocché
non si corresse né guastasse, furono i cavalieri che
erano nella detta oste del comune di Firenze e quelli
di Siena, eh* erano dugentocinquanta, i quali gua-
rentirono la terra; poi v* entrarono i Perugini sanza
nullo malificio fare; e riformarono la terra a loro
signoria in parte guelfa, e siccome terra loro distret-
tuale, e come loro sudditi.
CAPITOLO CCXLV.
Di certi ordini fatti in Firenze contra gli orna*
menti delle donne, e di trarre di bando isbanditi.
Nel detto anno 1324, del mese d* aprile^ ar-
bitri furono fatti in Firenze, i quali feciono molti
capitoli e forti ordini contra i disordinati ornamenti
delle donne di Firenze. Feciono decreto eh* ogni
isbandito potesse uscire di bando pagando certa pic-
cola cosa al comune, e rimanendo il bando al suo
nimico, salvo i rubeUi, e quegli che furono condan-
nati per la venuta eh* aveano fatta alle porte Ta-
gosto dinanzi per essere ribanditL Non fu per gli
più lodato il decreto, perocché la città non era in
bisogno né iscadimento, eh' e* bisognasse ribandire
i «malfattori. Ma fecesi per la promessa fatta loro
nell* oste a Prato, come dinanzi si fece menzione.
CAPITOLO CCXLVL
Come il papa scomunicò il vescovo d* Arez%Oi
Nel detto anno, di 1 2 d* aprile, papa Giovanni
appo Avignone, in pubblico concestoro scomunicò e
privò il vescovo d* Arezzo, eh* era di quegli della
276
CRONICHE
casa da Pietramala d* Areuo, a condizione, se infra
due mesi non avesse fatta rìstitoire la città di Ca-
stello nel primo stato a parte di Chiesa e guelfa, e
lasciata la signoria temporale d^ Arezzo, e venuto
personalmente in sua presenza in fra tre mesi; la
quel cosa non attenne, e rimue in contumacia della
Chiesa.
CAPITOLO CCXLVIL
Come il conte Novello prese Carmignano.
Nel detto anno, a dì 21 d'aprile, il conte Ne-
vello capitano di guerra de^Fiorentini colla sua gente
e usciti di Pistoia guelfi subitamente prese Carmi-
gnano, salvo la rocca, sanza saputa de' Fiorentini ;
e per vendetta deir onta che que' che teneano Pi-
stoia feciono al vicario del re e alla sua gente, e'non
si volea partire se non avesse la rocca. Per questa
cagione Castruccio signore di Lucca, a richiesta del-
r abate da Facciano che tenea Pistoia, venne a Ser-
ravalle con cinquecento cavalieri ; e faccendo segni
di volere rendere Pistoia a Castruccio, i Fiorentini
feciono partire il conte da Carmignano per tema e
gelosia di Pistoia, e perchè il conte avea fatta Tim-
presa sanza loro saputa.
CAPITOLO CCXLVIU.
Coinè il re di Francia cernie in Proema per prc^'
cacciare d^ essere imperadore.
Nel detto anno e mese d' aprile, Carlo re di
Francia venne in Tolosana colla reina sua moglie, fi-
gliuola che fo d^ Arrigo imperadore, e col re Gio-
vanni di Boemia suo cognato, e più baroni e signo-
ri ; e per gli più si credette che venisse al papa ad
Avignone per farsi eleggere imperadore. Tornossi ad-
dietro in Francia, e tornando, la detta reina morì
sopra partorire, ella e la creatura; e per gli più si
disse, ch'avvenne perch'egli Tavea tolta per mo-
glie vivendo la sua prima, ond* è fatta menzione.
CAPITOLO CCXLDL
Come U re Buberio $i partì di corte di papa e on-
donne a NapoU.
Nel detto anno e mese, il re Ruberto »i parti
da corte di papa e di Proenza con cinquantasei tra
galee e uscieri e trecento cavalieri, e jirrìvò in Ge-
nova dì 22 d'aprile, e in Genova dimorò più giorni,
e per gli Genovesi gli fu fatto grande onore, e ere-*
scintala signorìa di Genova per sei anni, oltre al
primo termine gli s' erano dati. Poi rassettata la terra
a sua signorìa si partì di Genova del mese di mag-
gio, e pnose a Porto pisano, e fece uno cavaliere di
casa i Bardi di Firenze, e da' Pisani ebbe grandi pre-
senti e onore, e poi si tornò a Napoli colla moglie
del duca suo figliuolo, la quale era figliuola di mes-
ser Carlo di Valois di Francia e a grande onore la
sposò a Napoli.
CAPITOLO CCL
Come gente di Milano furono sconfitti da messer
Arrigo di Fiandra.
Nel detto anno, a dì 28 d'aprile, essendo par-
tito di Milano messer Vercellino Visconti con tre-
cento cavalierì e cinquecento pedoni, e presa la villa
di Decimo, e quella intendea d'afforzare acciocché
vittuaglia non entrasse in Moncia, messer Arrigo di
Fiandra si partì di Moncia con cinquecento cavalieri,
e subitamente sorprese la det'a gente di Milano e
sconfisse, e pochi ne camparono, che non fossono
morti o presi.
CAPITOLO CCLI.
Come % Pisani furono sconfitti un'altra tolta in
Sardigna,
Nel detto anno, ali* entrante di maggio, i Pisani
eh' erano in Castellodicastro, con tutta loro cavalle-
rìa e Tedeschi, uscirono un' altra volta fuori a bat-
taglia con don Anfus figliuolo del re d'Araona, i
quali furono sconfitti, e tra morti e presi più di tre-
cento cavalierì ; il rimanente §i fuggirono in Cutel-
lo ; e pochi dì appresso il rimanente delle galee e
tutto il navile de' Pisani ni partùrono di Sardigna e
tornarono a Pisa, per tema di venticinque galee sot-
tili, che *1 re d'Afaona avea mandate in Surdigaa
in aiuto a don Anfss suo figlioolo, onde i Pisani ri-
masono in Sardigna disperati d' ogni salute, fitì detto
anno, a dì 9 di maggio, scurò la luna in gran parte
in sulla sera nel segno dello Scorpione.
CAPITOLO COLIL
Come gente di Castruccio ricetetlono danno a
Célktelfranco»
Nel detto anno, a dì 22 di maggio, vegnendo
la gente di Castruccio signore di Lucca a Castelfiraa-
co in quantità di centocinquanta a cavallo, i soldati
de' Fiorentini intorno di centoventi a cavallo uscirono
di Castelfiranco, e vigorosamente s' affrontarono in-
sieme; e durò la battaglia per più di tre ore, che
poco avea vantaggio dall'uno all'altro. Alla fine so-
pravvenne da Fucecchio in soccorso de' soldati di Fi-
renze della gente del conte Novello intomo di cesto
cavalierì. Per la qual cosa i soldati di Lucca si mi-
Bono in rotta, e rìmuonne morti dieci a cavallo. Della
gente del conte trascorsero tra' nemici PorceUetto
d*Arìi e nno suo eorapagao, e tanto andarono in-
nanzi, chò furono presi da* nemici.
CAPITOLO CCLUL
Come i Fiorentini mandarono aiuto a' Perugini
sopra la ciiià di Castello,
Nel detto anso, a dì 28 di maggio, i Piofen**
tini mandarono a Perugia per fare guerra alla città
di Castello la parte loro della taglia, che furono tre-
J
DI fflOVANNI VILLANI.
277
^DtoqaaraDta caTalieri 8oI4ati\ onde fa capitano mes-
fer Amerigo dei Donati; e simigliante feciono i Se-
nesi, e* Bolognesi, e T altre città che tennono alla
taglia, che furono mille cayalieri.
CAPITOLO CCLIV.
Come il cofUe Novello si tornò a Napoli,
Nel detto anno, in caien di giugno, il conte
Norello, ch>ra a soldo de' Fiorentini con dngento
caralieri, si tornò con sua gente a Napoli, e poco
onore e meno ventura di guerra ebbe in un anno
che dimorò al servigio de* Fiorentini e capitano di
gnerra.
CAPITOLO CCLV.
Come il dogio tTOsterich e quello di Chiarentana
passarono in Lombardia contro a messer Cane,
Ne] detto anno, air entrante di giugno, il do-
gio di Chiarentana, e il duca Otto d^Osterich, con
molti altri baroni, e con pia di seimila cavalieri con
più di dodicimila cavalli e con arcieri nngarì ven-
Bono nella Marca di Trevigi e a Padova, per fare
guerra a messer Cane della Scala signore di Vero-
na, per cagione che tenea Vicenza e molte castella
de** Padovani; ei Padovani sperano dati al dogio di
Chiarentana. Ed erano tanta gente e sì disordinata,
ohe distruggeano amici e nimici , e per gV Italiani
erano chiamati Barbanicchi. Messer Cane prima con
grande paura del detto esercito e poi con gran senno
si ritenne alle fortezze, e tenne trattati co' detti Te-
deschi menandoli più tempo in isperanza di fare i
loro comandamenti, per modo che a loro falli vit-
iuaglia, e cominciò mortalità in loro oste; per la
quel cosa feciono triegua con messer Cane, e per
mooeta che diede a* consiglierfMe' detti signori, infi-
no alla seguente Pasqua di Risorresso, e tornarsi in
loro paese con peggioramento dello stato deTado-
vani e Trevigiani , e esaltamento ' del detto messer
Cane.
CAPITOLO CCLVI.
Della grandezza ed edificazione della città di
Fireuze alle nuove cerchia e mura.
Nel detto anno 1324, si stanziarono per lo co-
mane di Firenze e si cominciarono i barbacani alle
mura nuove della città di Firenze, a fargli a costa
alle dette mura e al di fuori de' fossi; e simigliente
B* ordinò, che in ogni dugento braccia di muro aves-
se e si facesse una torre alta quaranta braccia e lar-
ga braccia quattordici, per fortezza e bellezza della
città. E acciocché sempre sia memoria della gran-
dezza della detta città, e ad eltre genti che non fesso-
ne stati di Firenze che vedessono questa Cronica,
si faremo menzione ordinata della edificazione delle
dette mura, e la misura come furono diligentemente
' t$aUameHlo laggesi senza storpio iieU» GiontìnA.
misurate ad istanzia di noi autore, essendo per lo
comune uflciale sopra le mura. Prima in su la fronte
di levante di costa al fiume d'Amo dalla parte di
settentrione, ove sono le cinque sestora della città,
si ha una torre alta sessanta braccia fondata sopra
una pila di ponte ordinato a ivi edificare, il quale ei
dee chiamare il ponte reale. Dipresso a quella torre
a novanta braccia si ha una porta con una torre alta
ottanta braccia, che si chiama porta reale, e ohi la
chiama porta dì Santo Francesco, perchò è dietro
alla chiesa de' frati minori. Dalla detta porta reale a
quattrocentoquarautadue braccia una torre in mezzo;
si ha poi un' altra grossa torre alta simigliantemen-
te sessanta braccia e larga braccia ventidue, con
una porta, che si chiama porta guelfa. Dalla detta
porta conseguendo la detta frontiera e linea di muro
a trecentotlantaquattro braccia, un'altra torre in mez-
zo, e poi si ha una torre di simile altezza con una
porta chiamata della Croce, ovvero di Santo Am-
brogio, porta mastra, onde si va in Casentino. Dalla
detta porta conseguendo la detta frontiera di levante,
si ha seicentotrenta braccia, infra le quali ha tre
torri infino a una grossa torre con cinque faccio alta
sessanta braccia, senza porta; ivi fa il muro gom-
bito, ovvero angolo, e ei mostra verso tramontana, e
da quella torre chiamata la Gnardia del Massaio , alla
porta detta fiesolana, e chi la chiama da Pinti, che
si guarda in verso Fiesole, con una simigliente torre
alta sessanta braccia, si ha di misura braccia nove-
centoventicinque, e cinque torri. E dalla detta porta
e torre fiesolana a un' altra torre e porta detta per
nome de' Servì Sante Marie, per uno monistero de'
frati cosi chiamato, si ha braccia seicento, con una tor-
re in mezzo. Dalla detta porta e torre de' Servi conse-
guendo la linea del maro infino alla mastra porta e
torre della porta a San Gallo, dalla quale esce la
strada di Bologna, e di Lombardia, e quella di Romagna,
si ha braccia ottocento quarontadue, e quattro torri
in mezzo. E dalla detta porta fa gombito ovvero an-
golo alle dette mura, mostrandosi al segno di mae-
stro ; e dalla detta porta di San Gallo a quella si dice
di Faenza, per uno monistero di donne eh' è di fuori
e si chiamano di Faenza, si ha braccia milleottocen-
toquarantotto, e nove torri ; e ivi fa gombito il mu-
ro e discende al ponente. E dalla detta porta e torre
di Faenza infino a quella che va in Polverosa, si ha
braccia trecentoventi, e una torre in mezzo. E dalla
detta porta di Polverosa infino alla porta mastra del
Prato d'Ognissanti, onde esce la strada che va a
Prato e a Pistoia e a Lucca, si ha braccia milleset-
tanta, e cinque torri in mezzo. E dalla detta porta e
torre del Prato infino a una torre eh' è in su la go-
ra d'Amo, ha braccia dugentosettanlacinque e una
torre in mezzo. E dalla detta torre infino alla riva
d'Arno, la qtale gira l'isola dalla gora al fiume che
si chiama la Sardigna, ordinata di chiudere di mu-
ra, ha braccia da trecentosettanta. E cosi troviamo,
che il detto spazio delle cinque sestora della città di
Firenze, alle nuove cerchia di mura, sono colla te-
sta di Sardigna settemila settecento braccia senza la
larghezza dell' Arno , eh' è da braccia cinquecento,
dalla Sardigna a Verzaia: e havvi nove porte con
378
CHONICUB
ioni di seuiBla braccia alte, molto siagne, e cia-
acnna eoo antiporto, ohe le quattro sono mastre e
le cinque postierle ^ ed havvi in tutto torri quaran-
tacinque coq quelle delle porte, murata la frontiera di
Sardigna. E dalla torre della Sardigna su per la riva
d^ Arno infino alla torre reale, dove cominciammo di
verso levante, si ha braccia quattromilacinquecento,
eh* è miglio uno e mezzo. Avemo diterminala la città
di qua dal fiume d* Amo ; diremo appresso del se-
sto d* oltrano, che per se è di grandezza e potenza
come un'' altra buona dttade, e seguiremo il primo
trattato. E trovammo, che dalla torre della Sardigna,
ch*è in su la riva d^Arno dalla parte di ponente, in-
fiao dalfaltra riva d'Amo dalla contrada detta Verzaia,
r ampiezza del fiume d' Amo si è braccia trecento-
cinquanta. Bene non è la detta torre della Sardigna
appunto allo *ncontro alla torre delle mura d'oltrarno,
eh' è. fondata in sul fiume d'Arno, perocché la lun-
ghezza del sesto d' oltrarno, il quale è murato, non
è t^nto quanto quello delle cinque sestora, anzi è più
addietro da ... . braccia ; ma la ritondità ^ della città
e circuito pigliamo solamente alla latitudine del fiu-
me d' Arno, come avemo detto di sopra, braccia tre-
centocinquanta.
CAPITOLO CCLVIL
Ancora della edificazione delle mwra (f oltrarno.
Nel detto anno si cominciò il muro in su la
riva d'Arno dalla coscia del ponte alla Carraia ol-
trarno andando inaino a Yerzaia, ove si fece una
torre fondata in sul fiume (la detta torre fece ro-
vinare poi il fiume d' Amo per uno diluvio), ove fa
capo il muro che chiude il sesto d' oltrarno ; e da
quella torre alla porta da Yerzaia, ovvero detta di
San Friano, la quale strada va a Pisa, si ha braccia
di muro dugentocinquanta, e una torre in mezzo.
E dalla detta porta andando al diritto verso mezzo-
giorno infino a ona torre a cinque facce, ove fa
canto, ovvero angolo, il detto muro, si ha braccia
seicento e torri cinque, computando la detta por-
ta e la detta torre coir altre. E dalla detta torre
si volge il muro verso il segno di sdlocco usai
bistorto e male ordinato, e con più gomiti ; e ciò
,si prese per fretta, e fondessi in su' fossi sansa ad-
dirizzarsi, ed havvi di misura infino alla porta Ro-
mana, ovvero detta di San Piero Gattolino, braccia
milledugentocinquanta, e torri nove. E per me' la
via dinanzi alla chiesa di Camaldoli, si ha una po-
stierla con torre; e quella porta Romana è molto
magna, e alta braccia .... ed è in su la strada che
va a Siena e a Roma. E dalla detta porta andando
al diritto, quasi verso levante verse la villa di Re-
gole, salendo al poggio infino a una torre a cinque
facce, che fa canto alle mura, ha braccia millecin-
quecento, e torri dieci. E dalla detta torre andando
le mura su per Regole infino alla vecchia torre e
porta di San Giorgio al poggio, che va in Aroetri,
si ha braccia quattrocento, e torri .... E poi dalla
I T.»
L'edizione de.' Qionti eiUta ha : lo ritondaÈo,
detta porta di San Giorgio seguono le mura vecchie
fatte al tempo de' ghibellini, scendendo verso levante
alla postierla che va a San Miniato, si ha braccia
mille, e torri. E poi seguono le mura di sopra del
borgo di San Niccolò infino allo *ncontro della torre
reale di qua dall'Amo, ove dee essere una ricca
porta, le quali mura sono di spazio di braccia da
setteoentocinquanta, con torri..., quando fieno com-
piute, dalla porta di San Minialo a quella di fuori
dal borgo di San Niccolò ; sicché la parte d' oltrar-
no, si ha Ire porte mastre e tre postierìe e.... tor-
ri; e poi la larghezza del fiume d'Amo dal detto
luogo allo 'nconiro della torre fondata sopra la pik
del ponte reale di qua dall'Amo, si ha braccia tre-
centoquaranla : e in questo spazio è stanziato uno
ponte. Sicché raccogliendo le dette misure^ sono ia
somma braccia .... che sono da cinque miglia di mi-
sura. E tanto gira la città dentro, cioè le mura san-
sa i fossi e le vie di fuori; che braccia trentacin-
que sono larghi i fossi di qua da Amo, e tranta
quelli di là da Amo, e la via di fuori braccia se-
dici, e altrettanto quella dentro, e le mura di qua
dall'Amo grosse braccia tre e mezzo, sanza i bar-
bacani, e alte braccia venti co' merli, e quelle d' ol-
trarno grosse pur braccia tre, sanza i barbacani; ma
aggiunsevi per ammenda gli arconcelli al corridoio
di sopra. E cosi gira la nostra città di Firenze mi-
glia quattordici, e dugentocinquanta braccia ; che le
tremila braccia alla nostra misura fanno uno migh'o.
Puossi ragionare giri cinque nuglia al di fuori ; ma
rìmue dentro assai del voto di casamenti con pia
orti e giardini. La larghezza e croce della detta città
facemmo misurare, e trovammo, che dalla porta alla
Croce ovvero di Santo Ambrogio, eh' è da levante,
infino alla porta del Prato d'Ognissanti in sul Mugnone
eh' é dal ponente, andando per la via diritta onde si
corre il palio, ha b^lpcia quattromilatreccntocinqoan-
ta, e dalla porta di San Gallo in sul Hugnone eh* è di
verao tramontana, infino alla porta Romana di San Piero
Gattolino oltramo, eh' è dal mezzogiomo^ si ha brac-
cia cinquemila; e dalla sopraddetta porta alla Croce
a Gorgo ii^fino a mezzo mercato vecchio, si ha brac-
cia duemiladugento ; e dal detto mercato infino alla
porta del Prato d'Ognissanti, si ha quasi altrettante;
e dalla porta di San Gallo infino in Mercato vecchio
ha braccia duemila dugento, e dalla porta Romana
di San Piero Gattolino in Mercato vecchio si ha da
braccia dnemilaottocento ; sicché mostra, che '1 punto
della croce e del centro del giro della dttade si ha
in su la Calimala, quasi ov' é oggi la casa de' con-
soli dell'arte della lana, ch'é Ira Calimala e la piaz-
za e loggia d'Orto San Michele. La detta città di Fi-
renze ha sopra il fiume d'Arno quattro ponti di pie-
tra : qneUo $ì chiama Rubaconte, e il ponte Vecchio,
e quello di Santa Trinila, e quello della Carraia,
sanza quello ordinato di fare alla fronte di levante
detto reale. E nella detta città si ha da cento chie-
se, tra cattedraU, e badie, e monisteri e altre cap-
pelle, dentro alle dette mura ; e all' uscita quasi d'o-
gni porla n' ha una chieaa, o monistero, o spedale. La-
sceremo omai del sito della cittade di Firenze, ch'as-
sai n' avemo detto, e torneremo a nostra materia.
DI GIOVANNI VILLANI.
27d
CAPITOLO CCLVra.
Cerne genie delia Chiesa fìarono seenfUU da quelli
di Milano.
Nel detto anno 1324, a di 8 di giognOi par-
tendosi della terra di Monda in Lombardia meaaer
Passerino della Torre ascito di Milano, con seicento
eavalieri di quegli della Chiesa, per andare a..., da
messer Marco Visconti colla gente di Milano fn as-
salito e sconfitto, e rimafonne ben dugento a carallo
Ira morti e presi, di qnegli della Chiesa.
CAPITOLO CCLIX.
Come i Pi$ani fecero pace con P infante «f Araona
in Sardigna,
Nel detto anno, a di 18 di giugno, essendo
la gente de' Pisani strettamente assediati in Castel-
lodicastro in Sardigna da don Alfonso figliuolo del
re d* Araona, come addietro fa menzione, non pos-
seDdo più durare, avute due sconfitte, e per difetto
dì vitlnaglia, s* arrenderono, e pace feciono per lo
comune di Pisa col detto don Alfonso in questo modo:
cho riconoscieno il detto re d' Araona per signore
e re dell^ isola di Sardigna, e promisongli, che ciò
eh* e* Pisani singulari e 11 comune avessono posses-
sione in Sardigna, di tenerle da lui e fargline omag-
gio, e Castellodicastro riconoscere da lui, dando-
gline r anno libbre daemila di genovini d* omaggio,
rimanendo la terra aTtsani; ma ciò attenne loro poco
appresso, che al tutto volle la signoria del castello.
Ed essendo air assedio il detto don Alfonso di Ca-
stellodicastro, avea fatta una terra murata e accasata in
au la riva del porto di Calieri a pie di Castellodi-
castro, e popolata di Raonesi e Catalani, alla quale
puose nome Aragonetta, e chi Bonaria. E per tanto
lasciò loro la terra di Castello, perocché *nulla per-
sona vi poteva entrare senza la volontà di qnegli
della terra di Raonetta di sul porto. E altri dissero,
che come i Pisani erano a misagio dentro al ca-
stello, cosi e pih erano di fuori i Catalani per pe-
stOenzia d'infermità e di mortalità, e però ne prese
ogni patto che ne potè avere. Ma con tutto il dan-
no che '1 detto don Alfonso vi sostenesse di perdita
di BOB gente, che per corruzione d' aria vi moriro-
no quindicimila e più Catalani, egli per forza d' arme
e coD grande senno e provedenza vinse e conquise
la detta isola di Sardigna sopra i Pisani in uno anno ;
onde tutti gritaliani si maravigliarono, come ciò potea
essere. Partissi di Sardigna il detto don Alfonso a di
16 di luglio con cinquantasei tra galee e uscieri, e
tomossi in Catalogna, lasciando fornite le fortezze
dell* isola.
CAPITOLO CCLX.
Come il legalo ebbe Casiellaguaro.
Nel detto anno, a di 8 di luglio, Castellaquaro
del contado di Piacenza, forte e nobile castello,
smarrendo al legato cardinale e al comune di Piacenza
per difetto di vittuaglia, e non avea soccorso. Eb-
bene messer Manfredi di Landa, il quale il tenea,
cinquemila fiorini d* oro dal legato ; ed eravi stata
Toste della Chiesa e del comune di Piacenza più tem-
po ali* usedio.
CAPITOLO CCLXI.
Co$ne meuer Filippo Tedici di Pistoia tolse la terra
air abate da Facciano suo *io.
Nel detto anno, a di 23 di luglio, messer Fi-
lippo de* Tedici di Pistoia levò a romore la città di
Pistoia e tolse la signoria ali* abate da Pacciano
suo zio, e fecesi chiamare signore per uno anno. I
Fiorentini mandandovi i loro cavalieri, non gli lasciò
entrare dentro alla terra, ma iocontanente riformata
la terra a sua guisa, si rifermò triegua con Castruc-
cio signore di Lucca, dandogli 1* anno tremila fiorini
d* oro di tributo; e questa mutazione della signo-
ria di Pistoia per molti si disse che fu di tacito con-
senso dell* abate da Pacciano, perchè messer Filippo
potesse meglio fornire i suoi concepuli tradimenti,
come innanzi si farà menzione.
CAPITOLO ^CLXII.
Come U re di Francia tolse per moglie la cugina.
Nel detto anno 1324, a di cinque di luglio,
Carlo il giovane re di Francia sposò e tolse per mo-
glie la figliuola che fu di messer Luis di Francia,
fratello di padre, ma non di madre, che fu del re
Filippo suo padre, e sua cugina carnale, per dis-
pensazione di papa Giovanni ; la quale per tutti i
cristiani fu tenuta sconcia e laida cosa, e ancora
vivendo la sua prima moglie.
CAPITOLO CCLXin.
Come si cominciò guerra in Guascogna tra V re
di Francia e quello d* Inghilterra.
Nel detto tempo, il detto Carlo re di Francia
cominciò guerra in Guascogna contra il re d* Inghil-
terra, per cagione che la gente del re di Francia
avendo cominciata una bastita, ovvero una nuova
terra in su i confini della Guascogna infra le terre
della giuridizione del re d* Inghilterra, quegli del
paese col balio del re d* Inghilterra presono la detta
bastita, e disfeciono e guastarono, e*I balio e gli
sergenti che v* erano per lo re di Francia impicca-
rono in sul detto luogo; per la quale cosa il re di
Francia sdegnato, vi mandò messer Carlo di Valois
suo zio con più di tremila cavalieri franceschi a fare
guerra, e per bisogno di danari peggiorò la sua buona
moneta d* argento quattordici e più per cento, e fece
medaglie e bianche d* argento a guisa del re Filippo
suo padre, e fece prendere e ricomperare tutti gKI-
taliani^ che prestavano in suo reame, e fargli finare^
per moneta.
* n testo della Crusca legge: Catatani.
^ In qualche testo : /higli per fnonUa, D senso è : di-
cendo far loro le fini o qaitanze, per moneta lasciogli in
libertà.
189
CROinCRB
CAPITOLO CCLXXYI.
Della tefwia de* eatoHeri franceschi in Firen%e.
Nel detto anno 1324, a dì 20 di novembre,
ginnsono in Firenze cinquecento cavalieri franceachi,
i quali il comune di Firenze avea fatti soldare in
Francia, e furono molto bella gente e nobili, tutti
gentili uomini, intra^quali avea più di sessanta cavalieri
di corredo ^ 1 capitarne conestabili furono: il siri di
Basentino, il siri di Ciavigni, il siri d'Ipra, il siri di
Giaconte, messer Miles d* Alzurro, messer Guglielmo
di Noren, messer Gian di Curri, messer Uttaso d'Om-
brieres, Raolino Lanieri, messer Prenzivalle di......
Rinaldo di Fontana, Raolino di Rocciaforte; e ven-
nono per Lombardia armati e con bandiere levate.
E messer Passerino signore di Mantova, che tenea la
città di Modona per parte d"* imperio, a richiesta dei
Fiorentini e Bolognesi largì il passo per lo contado
di Modona presso alla città, pagando certa gabella
per cavallo, con tutto che per forza d* arme fossono
passati, sì erano ridottati.
CAPITOLO CCLXXVIL
Come H legalo cardinale credette atere la città
di Lodi^ e furono iconfiiti.
Nel detto anno, a dì 8 di dicembre, sentendo
il legato cardinale cho la terra di Moncia non si po-
tea tenere, cercò trattato con certi della città di Lo-
di, che gli dovessono tradire la terra^ e doveane
avere ottomila fiorini d' oro : fece cavalcare da Pia-
cenza cavalieri e gente a piò assai, e fu per gli tra-
ditori rotto del muro della terra, ed entrarono dentro
parte della gente della Chiesa. Sentiti da quegli della
città, per forza gli ruppono e soonfissono con grande
danno di quegli che v* erano entrati, e vergogna
della Chiesa.
CAPITOLO CCLXXVIIL
Come il papa icomunicò chi facesse contraffare
il fiorino (f oro.
Nel detto anno e mese di dicembre, papa Gio-
vanni fece grandi processi e scomunica contra chiun-
que facesse battere o battesse fiorini d^ oro contraf-
* tavolieri la cai divisa era una veste rerde bnma e
una ghirlanda dorata : per essi nel giorno che rìcerevano
il grado faoevasi un laato e pubblico convito, detto dagli
antichi anche corredo, donde il loro nome: eavalieri 6a*>
gnati diceransi quelli , che nel giorno deUa loro elesione
oltre le altre cerimonie renivano immersi in nn sacro ba-
gno preparato o in chiesa o in una piazza. I Cavalieri
bandereii o deUa banda, perchè portavano por insegna una
banda rosss in campo verde, erano de' più pregiati dontelU
di Firenze, cioè di giovani nobili educati a qualche ordine
cavalleresco. Cavalieri d'armi dioevansi quelli che faoevansi
sul campo di battaglia; cavalieri d^ onore, queUi che ne
ricevevano il titolo dai principi o dal popolo, ed eran do-
nati all'elezione d'uno scudo: cavalieri di cavallate, ca-
valieri d^elmo, 0 sens' altro cavalieri chiamavansi i sem-
plici nomini d' arme a cavallo senza grado di sorta.
fatti e falsi aDa forma di qne' di Firenze, perocché
per molti signori erano fatti fiilsificare, compera fl
marchese di Monferrato e Spinoli di Genova. Ma il
papa per sue scomuniche corresse altrui, ma in que-
sta parte non corresse se medesimo; chò fece fare
i fiorini alla lega e conio di quegli éà Firenze, e noB
v^ avea altra differenza, se non che dal lato della ^m-
pronta di Santo Giovanni diceano le lettere: Papa
Giovanni: e per intrasegna, di costa al San Gio-
vanni una mitra papale, e dal lato del giglio dicea-
no le lettere : Sancto Petro et Paulo,
CAPITOLO CCLXXDL
Come Catmignano si rendè al comune di Firen%e.
Nel detto anno, a dì 13 di gennaio, i terraz-
zani del castello di Carmignano conoscendo che mes-
ser Filippo Tedici tenea Pistoia tiranneacamente e a
pregiudicio di parte guelfa, si renderono di loro
buona volontade a perpetuo al comune di Firenze,
il castello e la rocca e la corte, siccome distrettuali
e contadini di Firenze: e furono fatti franchi sette
anni, e che a loro guisa chiaaussouo loro podestà
di Firenze che fosse popolano, ne^ detti sette anni.
CAPITOLO CCLXXX.
Come il re Ruberto volle esser morto in Ni^folL
Nel detto anno, del mese di gennaio, sentendo
il re Federigo che tenea Cicilia, che 1 re Ruberto
e *1 duca suo figlinolo faceano a Napoli grande ap-
parecchiamento por fare armata per andare in Cici-
lia, ordinò con assassini catalani e tpscani, che in
Napoli doveasono uccidere il re Ruberto e 1 duce,
e mettere fuoco alla Terzana ov* era il navilio ; il
quale tradimento scoperto, gli assassini furono presi
e giudicati ad aspra morte.
CAPITOLO CCLXILXI.
Come il pren%e deUa Marea passò in Romsmia.
Nel detto anno 1324, del mese di gennaio,
messer Gianni fratello del re Ruberto prenze della
Morea, si partì da Brandizio, con venticinque galee
armate e altri legni, per andare in Romania a rac-
quistare il principato della Morea, e arrivando al-
l' isola di Cefalonia e del Giacinto, trovò che 1 conte
di Cefalonia era stato morto per uno suo fratello, e
avea rubellata Tisola. Il prenze per forza d'arme cobi-
battè co* ribelli, e sconfissegli e preseli, e le dette
isole recò a sua signoria, disertando i detti ribelli;
e poi passò a Chiarenza, e fuvvi ricevuto come si-
gnore a grande onore.
CAPITOLO CCLXXXII.
Come quelli della terra di Bruggia si rubellarano
al conte di Fiandra,
Nel detto anno, del mese di gennaio, quegli della
terra di Bmggia in Fiandra con quegli del Franco d* in-
tomo, per cagione delle sette oh'' avea il popolo mi-
DI GIOVANNI VILLANI.
tss
Olito co* grandi borgesi, si rabellAroiio a! eonte Loia
di Fiandra ; per la qual cosa tutti i mercatanti si par-
tirono di Bruggìa^ e que* di Bmggia faccendo guerra
assediarono nella terra d^Andiborgo la gente del
conte, per bnono tempo molestando il paese. Alla
fine quegli di Ganto e d*Ipro feciono accordo tra
quegli di Bruggia e M conte per moneta, a grande
rergogna del conte e de* nobili.
CAPITOLO CCLXXXIIL
Come in Firem^ ebbe mutaiione per cagione
delle ictie.
Nel detto anno, del mese di gennaio, essendo per
setta accusato Bernardo Bordoni e altri suoi compagni
airesecutore della giustizia cb*avessono fatta baratteria
alPoflcio della condotta de* soldati, i suoi compagni
comparirono, e scusarsi; ma il detto Bernardo es-
sendo a Carmignano per ambasciadore del comune,
il detto esecutore volendolo condannare, e parte del-
lo uficio de* priori il contrastavano, che Taveano man-
dato in pruova a Carmignano, e Chele Bordoni suo
fratello col favore e famiglia de* priori comparì alla
condannagione, protestando ali* esecutore ; tuffa e ro-
more si cominciò tra la famiglia de* priori e quella
dell* esecotore, onde tutta la città quasi roml Alla fine
feseoutore il condannò in libbre duemila, e cbe non
avesse mai uficio ; e forse non sanza giusta cagione ;
e prese il detto Chele e più altri loro seguaci, e con-
dannogli grossamente, e mandogli a* confini a torto
santa altea ragione, con tutto ne fossono degni; non
por questa cagione, ma per la loro soperchia arrogan-
sa, eh* erano i più prosuntoosi popolani di Firenze,
e aveano guidata la terra assai tempo. Ma per abbat-
tere loro e la loro setta, eh* erano chiamati Serragli-
ni, fu loro fatto più che giustizia. E per cagione di
ciò, uno cbe allora era de* priori loro amico e vici-
no, che gli aveva favorati, uscito del priorato, fu con-
dannato dair esecutore per contumacia sotto inqui-
•iiione di baratteria in libbre millecinquecento, a tor-
lo e sansa ragione, in abbassamento e disonore del-
r uficio del priorato. E tutto fu per cagione delle set-
te, perocché *1 detto esecutore favoreggiava coloro
eh* erano tornati in istato in comune. Per la qual co-
sa V uficio del detto esecutore, eh* avea nome Pietro
Landolfo da Roma, montò in tanta audacia e traco-
tanza, che r uficio de* priori avea per niente ; e tan-
to crebbe, ch*avrebbo guasta la città a modo d*uno
bargello ; e già Pavea follemente cominciata, se non
che poi ravveduti i buoni popolani che guidavano la
città, che Topera andava male, vi misono freno, e fe-
ciono decreto, eh* e* priori potessono privare dello
uficio, podestà, e capitano, e esecutore, che non si
portassono bene ; per la qual cosa il detto esecutore
si ritenne del suo folle intendimento. Di ciò avemo
fatta menzione non tanto per lo piccolo fatto de* Bor-
doni, quanto per la mutazione che ne seguì, e per
le sette di Firenze, e per esempio per 1* avvenire ;
perocché per la cagione ài questa novità al tutto fu
atterrata quella setta de* Serraglini, e non fu piccola
mutazione tra* popolani di Firenze.
CAPITOLO CCLXXXIV.
Di mmituione mo$$a nella dita di Siena,
Nel detto anno 1324, a dì 18 di febbraio, in
Siena risurse la congiura de* giudici e de* beccari e
altri popolani contra Tuficio de* nove cbe governava-
no la città, per rivolgere lo stato della terra, la quale
giura scoperta , ne furono presi alquanti e dicapitati,
e molti condannati e fatti ribelli.
CAPITOLO CCLXXXV.
Come Castrucdo prese la Sambuca^ é*Fistole$i
s* accordarono co* Fiorentini,
Nel detto anno, a dì 25 di febbraio, Castruc-
ciò signore di Lucca cavalcò la montagna di Pistoia,
e più tenute prese; e poi andando al castello del-
la Sambuca, gli si rendeo, lo quale era fortissimo
castello. Ma per gli più si disse, che fu opera si-
mulata per lo signore di Pistoia, per quello che ne
seguì appresso. Rotta la detta triegua per Castruccio
a* Pistoiesi, mandarono a Firenze, e feciono accordo
co* Fiorentini, e promisono d* essere alla guerra co* Fio-
rentini contra Castruccio, rimanendo messer Filippo
Tedici signore in Pistoia, con più altri patti, promet-
tendo i Fiorentini di rendere loro Carmignano, e di
fare che *1 papa promoverebbe il vescovo di Pistoia
in altro beneficio, ch*era contrario di messer Filippo ;
e vollono alla guardia di Pistoia cento cavalieri sol-
dati di quegli di Firenze con capitano, cui quegli di
Pistoia seppono eleggere. E tutto ciò che seppono
domandare a* Fiorentini ebbono, salvo che domandava
moneta il detto messer Filippo, ed era opera simu-
lata; perocché grossamente gli fu profferta per gli
Fiorentini, lasciando la signoria, e non la vollono poi
dare. I soldati de* Fiorentini entrarono in Pistoia il
di di Risorresso, a di sette d* aprile , onde i Fioren-
tini tenendosi poi al sicuro di Pistoia, si trovarono
ingannati, perocché tutto fu opera di tradimento del
detto messer Filippo Tedici, come innanzi farà men-
ziono.
CAPITOLO CCLXXXVl.
Come la taglia de' cavalieri eh* erano a Castello
catalcaróno sopra gli Aretini.
Nel detto anno, a di 28 di febbraio, fl capitano
della taglia eh* era sopra la città di Castello, il qual
era messer Ferrante de*Ma]atesti d* Arimino, con tut-
ta sua gente cavalcò sopra Cutiglionearetino, che per
tradimento gli si dovea rendere; il quale tradimento
scoperto, e perduta la speranza, levarono gran preda,
e feciono gran danno e arsione intomo, e per lo con-
tado di Cortona, perché i Cortonesi erano scesi con-
tra loro.
CAPITOLO CCLXXXVU.
Come si trassono de" grandi certe schiatte di Firenze,
Nel detto anno, ali* entrare di quaresima, si fe-
ciono in Firenze arbitri sopra gli ordini e statuti a
correggere e fare di nuovo. Intra 1* altre cose che fé-
284
CRONICHE
dono, fi trasfono del namero de^graodi e potenti die-*
d casati minimi e impotenti di Firenze, e yentidnqne
sdiiatte de* nobili di contado, e recargli a popolo. Per
certi fa lodato ; ma per molti biasimato, perocché
delle schiatte di popolani possenti e oltraggiosi era-
no degni di mettere tra* grandi per bene di popolo.
CAPITOLO CCLXXXVra.
Come Ai%o Visconii di Milano prese il borgo
San Donmno.
Nel detto anno, a dì 15 di marzo, essendo i
Parmigiani e* Piacentini ad assedio ad nno castello
che si chiamava Castiglione, 8*arrendeo loro a patti.
E in qaello stante, Azzo figliuolo di Galeasso signo-
re di Milano, passò il fiume di Po con millecinquecen-
to cavalieri per soccorrere il detto castello, ma non
venne a tempo ; ma in quello trattò d' avere il bor-
go a San Donnino, il quale a di 18 di marzo gli s*ar-
rendeo, e iv^ entro si dimorò colla maggiore parte
di sua gente, faccendo grande guerra a* Piacentini, e
alla gente della Chiesa e a* Parmigiani.
CAPITOLO CCLXXXK.
Come Casiruccio toUe fare Mccidere il conte Nieri
di Fisa.
Nel detto anno 1324, dì 20 di marzo, Cutruc-
clo signore di Lucca mandò suoi assassini in Pisa
per fare uccidere il conte Nieri e piii altri maggio-
renti che reggeano la città, perchò non si voleano,
tenere a sua lega ; i quali presi, furono distrutti : on-
de crebbe maggiormente la mala volontà da lui a que-
gli che reggeano Pisa.
CAPITOLO CCXC.
Come nuova moneta picciolo si fece in Firenze.
Neil* anno 1325, in calen d* aprile, si fece in
Firenze nuova moneta picciola della lega e peso del-
1* altra, mutando il conio con San Giovanni pia lungo
e *l giglio mezzo alla francesca senza fioretti ; peroc-
ché 1* altra era molto falsificata. Ha molti indovina-
rono, che non dovea bene avvenire alla città, avendo
levati i fioretti dentro a^ gigli, come sempre erano stati.
CAPITOLO CCXCI.
Di miracolosa neve eie venne mi Toscana,
Nel detto anno, a dì 1 1 d* aprile, in tutta To-
scana cadde una grande neve molto piena, e durò per
più di quattro ore ; non si prese nella dttà, ma di fuo-
ri per tutto; e credettesi eh* avesse guaste tutte le
frutta e tutte le vigne, e non fece quasi danno niuno.
CAPITOLO ccxcn.
Come Castruccio ordinò tradimento in Firenze.
Nel detto anno 1 325, del mese d*aprile, Castruc-
cio signore di Lucca sentendo ch'e"* Fiorentini s' appa-
recchiavano di fargli guerra, fece cercare tradimento
in Firenze, e in Pistoia, e in Prato per rompere Tordi-
ne de* Fiorentini. In Firenze per uno suo famigliare,
eh* era congiunto di Tommuo di Lippaccio di master
Lambertuccio Frescobaldi, il quale Tommaso cercò di
corrompere le masnade francesche con nno messer
Cristiano monaco, il quale il papa avea dato a* Fran-
ceschi per loro penitenziere, e ch^ egli assolvesse col-
pa e pena. Questi con uno cavaliere della bandiera
di messer Guglielmo di Noren seguirono il trattato;
e prometteano al detto messer Guglielmo e mes-
ser Niles d*Alzurro conestabili, e degli altri, tornare
da Castrucdo. Il quale trattato si scoperse : e anco-
ra che *l detto Tommaso dovea rubellare al comune di
Firenze Capraia e Mootelupo. Furono presi il detto mo-
naco, e *1 detto cavaliere : Tommaso si fuggì. E ritro-
vato il tradimento, al detto cavaliere fu tagliato il ca-
po, e *l detto monaco in perpetuale carcere, e Ton-
maso condannato come traditore, e disfatti i beni suoi,
e messer Guglielmo di Noren si scusò eh* era mala-
to, e disse che non sentì il trattato ; ma veramente
ne fu colpevole, come innanzi si scopri. H trattato di
Prato era per messer Vita Pugliesi cavaliere della
terra. Scopersesi, e furonne decapitati, ed egli e* soci
cacdarono di Prato. A quello di Pistoia diede con-
pimenlo, come innanzi farà menzione.
CAPITOLO ccxcm.
Come alcuno accordo fa tra gli eletti della Magna,
Nel detto anno e mese d' aprile^ il dogio di Ba-
viera eletto re de^ Romani trattato fece di pace con
Federigo dogio d* Osterich simigliantc eletto, il quale
avea in sua pregione, e co^suoi fragili sotto certi
patti, faccendogli rinunziare alla ama lezione del-
lo *mperio, salvo chel duca Lupoldro suo fratello noa
volle acconsentire al detto accordo, ma s* allegò col-
la Chiesa e col re di Francia, e facea gran guerra al
detto eletto di Baviera ; e però non si compiè allo-
ra il detto trattato, ma poi per certo modo, come
diremo innanzi nel capitolo CCCXVI.
CAPITOLO CCXCIV.
Coffie Castruccio signore di Lucca ebbe la città di
Pistoia.
Nel detto anno, domenica mattina anzi il gior-
no, a dì 5 di maggio 1325» messer Filippo Tedid cbe
tenea Pistoia diede compimento al suo tradimento, cbe
mise in Pistoia Castrucdo signore di Lucca con tut-
ta sua gente, e corse la terra ; e* soldati che v* era-
no alla guardia per gli Fiorentini, e altri guelfi della
terra che si levarono alla difensione, furono presi e
morti, e tolto loro Tarme e* cavai li. Sentendosi la no-
vella in Firenze, non però al certo, che al tutto fos-
se perduta la terra, faccendosi per lo comune e po-
polo una grande festa (che la mattina aveano fatto
cavaliere uno Pietro Landolfi da Roma esecutore degli
ordini della giustizia del popolo, e Urlimbacca cone-
stabile tedesco, per loro meriti) ; ed essendo i priori
co* detti cavalieri novelli t tutte signorie, e buona
DI GIOVANNI VILLANI.
285
parte della migliore gente di Firenze, a tavola a man-
giare nella chiesa di San Piero Scheraggio, ove ai
faceva la corte, b* abbatterono le tavole, e ogni gen-
te fu air arme, e cavalcoasi inflno a Prato, creden-
do che parte della terra ai tenesse, per aiutarla rico-
verare. Sfa sentendo il vero, come al tutto per Io det-
to tradimento era perduta, si tornarono in Firenze
con gran dolore e tema. Di questo tradimento ebbe
il detto messer Filippo da Castruccio diecimila fio-
rini d* oro ^, e la figliuola del detto Castruccio per
moglie ; e incontanente Castruccio vi fece cominciare
a murare uno grande castello dentro alla città dalla
porta Lucchese in sul prato di Pistoia. E intanto di
questa perdita di Pistoia s^ebbono a riprendere i Fio-
rentini, che più volte avrebbono avuta la signoria della
terra dal detto messer Filippo, dandogli la detta somma
dì moneta, o meno; ma per certi trattatori fiorenti-
ni, o volendolo ingannare, o della detta moneta per
loro proprietà guadagnare, non si compiè il trattato;
ma trattando più volte cercarono via, e feciono fare
cavalcate infino a Pistoia per torre la terra; onde il
detto messer Filippo con disperato tradimento si con-
dusse a darla a Castruccio ; la qual cosa fu comincia-
mento dì molti maliepericoliche ne seguirono a^ Fio-
rentini, e a parte guelfa in Toscana. E il dì mede-
simo apparve in aria due cerchietti congiunti così di
dae colorì, quasi a modo d'arco, apparenti molto, e
dorarono assai ; onde si disse per molti, che non era
MmMìià grande significazione di future novitadi.
CAPITOLO CCXCV.
Comò metter Ramando di Cordona venne in Firenze
per capiiano di guerra.
Nel detto anno , il seguente di che ai perde
Pistoia, dì 6 di maggio, in su la terza giunse in
Firenze subitamente messer Ramondo di Cardona e-
letto capitano di guerra per gli Fiorentini, che ve-
nia da corte per mare per la via da Telamone, on-
de i Fiorentini si rìconfortaro molto; e il dì me-
deaifflo in ani vespro giurò Tuflcio in an la piazza
di San Giovanni, con grande trionfo e parlamento. E
incontanente i Fiorentini cavalcarono e puosono aa-
•edio al castello d'Artimino, ch'era de' Pistoiesi, e
di poco tempo rimurato e afforzato per gli Pistoleaf.
CAmOLO CCXCVL
Cofli^ il duca di Caiavra con grande armala andò
topra la Cicilia.
Nel detto anno, a dì 8 di maggio 1325, Cario
dnca di Caiavra e figliuolo primogenito del re Ru-
berto, apparecchiata una grande armata di centoventi
galee e oaaieri, e legu di carìoo in grande quanti-
* M mila, a stara coUe Storie Piatolasi, eap. 78 e 79,
doT6 leggefi più BpeclftoAto il Ditto del tradimento. Tuito
lo tradimento t^ ordinò per M, Cremona; fratt Qrigore fu
gtuOo, e&e fece lo trattato ; Mino di M. OinOf e Bartromeo
Briedardi inmems con Calino di U. Filippo apertono la
tè, con duemilacinquecento cavalieri e popolo gran-
dissimo, si partì di Napoli per andare in Cicilia ; ma
per contrario tempo dimorò air isola d' Ischia infino
a dì 22 di maggio ; poi fatta vela arrivò a Palermo,
il dì della Pentecoste dì 26 di maggio, e puose as-
sedio alla detta città di Palermo, e dievvi più bat-
taglie di dì e di notte, e faccende minare delle mura,
ma niente v'acquistò altro che di guastarla intorno,
e dimorovvi all' assedio infino adì 18 di giugno. Poi
partita l'oste, al terzo dì rovinarono delle mura di
Palermo più di trecento braccia, dalla parte dov'e-
ra stata r oste. Nota a che pericolosa fortuna fu-
rono i Palermitani, e come fu corta la felicità del
duca. E partito il duca, fece la via per terra da Co-
riglione con sua oste, e '1 navilio per mare, guastan-
do Trapali e tutto il paese d' intorno, e tutta Val-
dimazzara, e poi Seragosta e Cattania, e poi a dì
7 d* agosto si puose a Messina dalla contrada detta
Tavernabianca, infino presso alla città a due miglia,
guastando tutto sanza riparo o contrasto nullo. E a
dì 20 d'agosto si parti dell'isola sano e salvo con
tutta sua oste e navilio, e arrivò in Caiavra ; e a dì ....
di .... tornò in Napoli.
CAPITOLO ccxcvn.
Di tegno eh* apparve in aria.
Nel detto anno, dì 21 di maggio, dopo il suo-
no delle tre, venne in Firenze uno grandissimo tre-
muoto, ma durò poco, e la sera vegnente 22 di mag-
gio uno grandissimo raggio di vapore di fuoco si
vide volare sopra la città, e chi aentì e vide i detti
segni dubitò di futuro pericolo e novitade.
CARTOLO CCXCVra.
Carne i Fiorentimi ebbono il eattello d* Animino.
Nel detto anno, dì 22 di maggio, a' arrendè il
castello d* Artimino all' oste de' Fiorentini, salve le per-
sone, ve^nendo quegli che v'erano dentro presi a
Firenze, che furono dugentosette tra terrazzani e Pi-
stoiesi: ma poi furono lasciati, e fecionsi abbattere
le mura e le fortezze, e recosaene la campana del co-
mune d* Artimino.
CAPITOLO CCXCIX.
Come la genie del marchete della Marca fu
tconfUla ad Otimo.
Nel detto anno 1325, a dì 30 di maggio, es-
sendo Toste del marchese della Marca intorno di cin-
quecento cavalieri e popolo grande, d*intomo guastan-
do la città d'Osimo\ quegli di Fermo e di Fabbriano
venuti chiusamente la notte dinanzi in Osimo, e Toste
della Chiesa essendo sparti al guasto, assaliti da que-
gli d't)simo, furono sconfitti; ondo vi rimasono di
quegli della Chiesa più di dugento a cavallo, e più
di mille a pie tra morti e presi.
' Vo colla Oinntba perchè il Testo Daranieti ha una
firammessa, che levm il senso : essendo V oste del marchese
della Marca intomo di cinquecento cavalieri e popolo ste al
terao di rovinarono ddU msura di Palermo piik d^ grande
aw ^a'pa^F* ww^^ la^avwwi^a^^i^^F ^^wap#
186
CROIflCBB
CAPITOLO ecc.
V apparecchiómento deWotte de'
Nel detto anno, a di 8 di gtogno, i Fiorentini or-
dinaro di fare oste aopra Pistoia e contra Castrac-
elo signore di Lacca : diedono loro insegno d* oste,
e poosonle a San Piero a Monticelli. Castracelo sen-
tendo ciò, non istando ozioso, a di 11 di giagno
usci dì Pistoia, e venne in sol castellare del Monta-
le, e quello con istndio fece riporre e affòrsare. I Fio-
rentini sentendo ciò, mercoledi mattina a di 12 di
giugno, feciono cavalcare messer Ramondo di Car-
dona capitano di guerra con tutti i soldati a Prato,
e il giovedì vegnente cavalcarono tutte le cavallate
di Firenze, e ogni gente, popolo e cavalieri e sonan-
do le campane del comune: Intra 1* altre sonava una
campana che fu già del castello del Montale recata per
gli Fiorentini quando T acquistarono: comindando a
sonare si ruppe; onde per molti si dubitò di segno
di mala fortuna. Ma perchè cresce materia di grandi
cose da' Fiorentini a Castruccio, lascleremo ogni al-
tra ricordanza d^ altre novità di diversi paesi Infino
che sia tempo e luogo, per seguire ordinatamente quel-
le de* Fiorentini. B prima faremo menzione dell' or*
dine delPoste che mal per lo comune di Firenze per
se proprio non la fece maggiore, santa aiuto d* ami-
stà ; che della città v' andarono quattrocento cavalieri
di cavallate de* migliori della città, grandi e popola-
ni, che con loro compagni furono più di cinquecento
nomini a cavallo d*arme ben montati, che piii di cento
erano a grandissimi destrieri. Soldati avea, e vi furono
quindici centinaia che bene seicento erano Franceschi,
con più grandi signori e gentili uomini, e dugento
Tedeschi, molto buona gente e Isprovata, e dugen-
totrenta ne avea messer Ramondo di Cardona, capita-
no dell'oste, tra lui e*l suo maliscalco, eh* avea no-
me messer Bornio di Borgogna, che i cento erano
Borgognoni e gli altri Catalani. B oltre a* detti soldati
n* avea da quattrocentocinquanta tra Franceschi, e
Guasconi, e Fiamminghi, e Provenzali, e Italiani, scelti
di tutte le masnade vecchie, pochi per bandiera. Gen*
te a pie furono tra cittadini e contadini più di quin-
dicimila bene armati; ed ebbono I Fiorentini in lo-
ro oste ottocento e più trabacche e padiglioni e ten-
de di panno lino: e andavano con una campana In
sul carro, al suono delinquale si mutava Toste e s'ar-
mava: e non era nullo di, che non costasse a* Fio-
rentini tremila fiorini d* oro e più. Ed avea nella det*
la oste, tra cittadini e signori forestieri, più di tre-
cento grandissimi destrieri di valuta da centocinquanta
fiorlDi d* oro In su, tutti a briglie, e tra ogni cavallo
ronzino e somieri più di seimila, sanza quegli dell* a-
mistadi, che vennono poi.
CAPITOLO CCCL
Come foste de" Fiorentini andò a Fittoia^ e come
presono il passo della Guisciana,
Nel detto anno 1325, lunedi di 17 dì giugno,
cosi nobile oste e cosi fornita, aggiuntivi dugento ca-
valieri di Siena, si partirono di Prato, e puosonsi ad
a campo in su quello di Pistoia, gnasliido-
gli intorno da più parti, abbattendo molte forteue e
con gran prede, e mutandosi per sei campi, e fl di
di San Giovanni fedono correre palio di sciamito vel-
luto presso alla porta di Pistoia. Castracdo essesdo
dentro ali 4 terra di Pistoia con setteceoto cavilierì
e popolo grandissimo, non s* ardi a usare faorì i
nu'lo awisamento, ma intendea pure alla goardia del-
la terra. Poi a di 4 di luglio si pnose 1* oste a Tii-
zano, e a quello messer Ramondo fece rizzare difidi
e cominciare a cavare da più parti, faccende vista di
volere fl castello ; e cosi stando, adi 9 di loglio aiei-
aer RaBM>ado e *l ano consiglio de* capitani dell* oste
fedono la notte dinanzi cavalcare fl suo maliscilco
con cinquecento cavalieri de* migliori delT oste a Fa-
cecchio ; e acdocchè Castruodo non si prendesse gaar-
dia, la notte medesima fece nn^ altra cavalcata prei-
so a Pistoia , guutando . Giunti i detti cavalieri i
Fuoecchio con gli nsdti di Lucca, eh* erano da eea-
tocinqnanta a cavallo e a pie assai, e dell'alile castel-
la di Yaldarno gente assai, ond' erano capitani nei-
ser Ottaviano Bronelleschi e messer Bendino de* Rosa
di Firenze, apparecchiato uno ponte di legname, li
notte vegnente di furto per loro (a posto in so li
Guisdana al passo di Rosaiuolo, e chiavato; e pas-
sati i detti cavalieri e popolo assai di là, ansi che
quegli di Cappiano e di Montefaloone ae n*acoorges-
sono. B poi quel di medesimo, di 1 0 di luglio, mes-
ser Ramondo con tutta 1* oste subitamente si parti-
rò dall* assedio di Tizzano e valicarono fl poggio del
monte di sotto, e la aera medesinui furono accam-
pati con gli altri cavalieri prima andati di là da Gai-
sdana intorno al castello di Cappiano, che fo oso
bello e provveduto e subito acquisto di guerra, cbe
mal per forza né per altro modo quel passo nona* era
potuto acquistare per gli FiorentinL C#stnicdo ciò
sentendo, e appena credendolo, come stordito si par-
ti di Pistoia con tutti i Pistoiesi, Insciando la terra
fornita di sua gente, e venne In Valdinievole, e si
pnoae In au Vivinaia con sua oste ; e mandò per soc-
corso a Lucca e a Pisa e a lutti 1 suoi amici, fl qoa-
le ebbe dal vescovo d'Arezzo trecento c-avalierìi e
deUa Marca e di Romagna dugento cavalieri, e di
Maremma da' Conti a Santafiore e altri baroncelli ghi-
bellini da centocinquanta; sicché si trovò da quindi-
ci centinaia di cavalieri e popolo grandissimo, e in
su Vivinaia, e Montechiaro, e in luogo detto fl Cer^
raglio a* afforzò, e ripuose Porcari, e fece fare oao
fosso dal poggio al pedule, e steccare e guardare
con molta soUedtudine di di e di notte. Ma da' Pi-
aani nullo aiuto ebbe, perchè il conte NIeri e que-
gli che reggeano la terra ai teneano suoi nimid, pw
queUo ch'egli avea operato contra loro.
CAPITOLO cccn.
Come i Piorentim ebbono Cappiano e */ penUy s P^
Montefàlcone.
I Fiorentini essendo ad oate a Cappiano, a di 13
di luglio §' arrenderono a loro le torri e *l ponte da
Cappiano, eh* era molto forte ; e a di 1 9 di loglio
a' arrendè Cappiano, salve le persone, per tema di
DI 6I0TANM VILLAM.
167
€■▼6 • di dificii. E a di 21 di loglio li paose To-
ste « Montefalcone, e a di 29 di loglio a" arrendè a
piUi, salve le persone. Essendo i Fiorentini in vitto-
ria tatti gli amici mandarono soccorso : i Sanesi ol-
tre a"* dogento primi cavalieri, mandarono altri du-
geiito cavalieri e seicento balestrieri, e cento cava-
lieri delle case cittadine di Siena, e cento soldati:
ferugÌA tra doe volte dugentosessanta cavalieri : Bo-
logoa dogento cavalieri : Camerino cinqoanta cavalieri :
Agobbio cinquanta cavalieri: Grosseto trenta cavalieri:
Montepoldano qoaranta cavalieri : il conte Assarriano
da Chiasi qoindici cavalieri: Colle quaranta cavalieri:
Sangimignano qoaranta cavalieri : Samminiato qoaranta
cavalieri: Volterra trenta cavalieri: Faenza e Imola
cento cavalieri tra doe mandate: qoegli da Logliano
quindici cavalieri e gente a pie: i conti a BattifoUe
Tenti cavalieri e cinqoecento pedoni : e gli asciti di
Lacca erano più di cento cavalieri; e gli osciti di Pi-
stoia da venticinqoe : sicché V oste de* Fiorentini creb-
be in più di tremila cavalieri. Si ritrovarono a dì 3
d^ agosto, che si puosono ad assedio ad Altopascio,
fl qaale era molto forte dimora e torri, e fossi e stec-
catL Bene avvenne air oste de^ Fiorentini pestilenzia,
che per lo dimoro eh* aveano fatto in su la Guisciana,
molti n* ammalarono e molti ne morirono, pure de* più
cari cittadini di Firenze e altri forestieri assai, onde
Tosto affievolì molto. Stando Toste ad Altopascio,
Castraccio fece cercare e rinnovare il trattato e tra-
disiento nell' oste de' Fiorentini co* due conestabili firan-
eeschi, dò fo messer Miles d*Alzorro e messer Go»
gllelmo di Noren d' Artese poveri cavalieri, il quale
tradimento si scoperse essendo malato il detto mes-
ser Mfles, e vegnendo a morte ; § fu preso per mes-
ser Ramondo il detto messer Guglielmo, ma per te-
ma degli altri Franceschi non fo giustiziato, ma da-
togli commiato : faccende vista d' andare a Napoli al
re, da Hontepolciano per Maremma si tornò dalla par-
te di Castraccio, e poi fece molto di male a* Fioren-
tini. Ed essendo ancora Toste ad Altopascio, Castroc-
do fece cavalcare da Pistoia dogento de*sooi cava-
lierì e pedoni in sol contado di Prato, e in so qoello
di Firenze infino a Lecole a dì 10 d* agosto, arden-
do e guastando sanza ninno contrasto, levando gran-
de preda. E poi a dì 23 di agosto fece fare on* altra
cavalcata in so Carmignano di centocinqoanla cava-
lierì e mille pedoni, credendo prendere la terra e fa-
re levare Toste d* Altopascio ;e già entrati nella vil-
la, alquanti Fiorentini con quegli di Campi e di Gan-
galandi e* goelfi di Carmignano vi cavalcarono, e co* ca-
valieri bolognesi eh* erano in Firenze, e sconfisson-
gU, e bene qoattro centocinqoanla ne furono morti e
presi assai, onde T oste di Castroccio molto isbigottio.
CAPITOLO CCCIIL
Come il castello éf Altopascio $"* arrendè
a* Fiorentini,
Sentendo quegli di Altopascio la rotta da Car-
mignano, e essendo di loro assai malati, e vegnen-
do tra loro a riotta dentro, sì s* arrenderono a' Fio-
rentini a dì 23 d'agosto 1325, salve le persone.
che v*avea dentro cinqoe ente fanti, e fornito per
doe anni. Preso Altopascio, nell'oste de* Fiorentini
e ancora in Firenze ebbe contrasto ad andare più in-
nanzi 0 di tornare alTassedio a Santa Maria a Monte, e
in qoesto bistentaro ^ , e ristettono ad Altopascio ,
poi che Tebbono, infine a dì 9 di settembre, con
grande spendio e scemamente dell* oste de* Fiorenti-
ni, sì per molti infermi che v*avea, e a* più era rin-
crescioto 1* osteggiare sì lungamente, e d* altra parte
per la baratterìa che messer Ramondo facea al suo
maliscalco, di dare parola per danari a chi si volea
partire dell* oste, onde molto scemò T oste de* Fio-
rentini ; e *l detto messer Ramondo non v* avea la me-
tà di soa gente. Di qoesti difetti accorgendosi i sa-
vi, e di Firenze e ch*erano nelToste capitani, com*era
impossibile di passare verso Locca per le fortezze e
ripari di Castroccio, consigliavano che *1 porsi a San-
ta Maria a Monte, e T afforzare il campo, e avvicen-
dare i cittadini e* forestieri, e di fermo era il migliore,
e sanza guari indugio s* avea il castello per difetto
d* infermiti che v* era stata dentro. Altri cittadini gran-
di e popolani che menavano messer Ramondo e T oste
a loro goisa (ciò fu per loro prosanzione e vanagloria)
si fermarono s* andasse infino a Locca, anzi che T oste
tornasse in Firenze; e così si prese partito del piggio-
re ; e il detto dì 9 di settembre si partì d^ Altopascio,
e per arrota al primo fallo si poosono alla badia a Poz-
zevere in sol pantano di Sesto, che si poteano porre
alla piaggia tra Yivinaia e Porcari, e aveano rotte
T osti de' nemici, e conqoiso Castroccio ; ma a cui
Dio vuole male gli toglie il senno. E con qoesto creb-
be giusta cagione, che messer Ramondo con quegli
caporali fiorentini che 'I guidavano per modo di set-
ta, si credea essere signore di Firenze, e non vo-
lendo porre T oste a Santa Maria a Monte, né caval-
care e porre Toste come potea in sul poggio, per
quistioni eh* avea mosse a'Fiorentini di volere balia
così nella città, tornato lui, come nelToste, condus-
se se e Toste de* Fiorentini a pericolo e gran vergo-
gna e dammaggio, come appresso fari menzione.
CAPITOLO CCCIV.
Come i Fiorentini furono sconfitti ad Altopascio
da Castruccio.
Castrnccio d* altra parte, con tutto che Toste
de* Fiorentini fosse afllevolita, egli medesimo e la sua
oste era mancata molto, sì per infermità^ e sì per lunga
dura, e che gli fallia Io spendio, che appena si potea
rimediare; tuttavia come franco duca ritenea la sua
oste con molto affanno in isperanza, tegnendo guerniti
e afforzati tutti i poggi di Yivinaia e Montechiaro, e
Cerruglio, e Porcari, poi infino al pantano di Sesto,
acciocché T oste de* Fiorentini non potesse valicare a
Lucca. Ma dottandosi ancora che per se non potesse
durare, e ancora conoscendo che T oste de* Fiorentini
era condotta in luogo dov* egli avea T avvantaggio del
combattere, s* avesse avuto di più gente, sì mandò
al capitano di Milano messer Galeasso che gli man-
•tettero a difftfio.
288
CRONICHE
dasse il figliuolo Aezo con gente eh* era nel borgo
a San Donino, e mandogli diecimila fiorini d^ oro, pro-
mettendogli più moneta. Il qaale Azzocon comanda-
mento del padre ■* apparecchiò di venire con otto-
cento' cavalieri, e per diffalta del legato e delPoste della
Chiesa, eh* erano a oste a San Donnino, che gli la-
sciarono partire, e ebbe danari il maliscalco del le-
gato, si parli colla detta gente per venire a Lucca, e
messer Passerino signore di Mantova e di Uodona
gline mandò dugento cavalieri, sicché subito soccorso
e aiuto ebbe di mille cavalieri tedeschi e oltramontani.
CAPITOLO CCCV.
Di quello medesimo.
Essendo Toste a Pozzevere, messer Ramondo
volendo ammendare il fallo che si fece di dovere por-
re Toste in su la piaggia tra Montechiaro e Porcari,
raddoppiò il fallo sopra fallo, che mandandovi il suo
maliscalco e messer Urlinbacca Tedesco, forse con
cento cavalieri con gli spianatorì, per fare spianare,
a di 1 1 settembre, di lungi alT oste più d* ano mi-
glio, Castruccio che era al disopra del poggio, ordi-
natamente mandò gente in più schiere per partite, a
cominciare a' detti guardatori degli spianatori bada-
lucco, ed egli poi con tutta sua gente e schiere fat-
te si calò giù alla valle. Cominciato il badalucco si
cominciò a ingrossare, che delT oste de^ Fiorentini vi
trassono di volontà sanza ordine più di dugento ca-
valieri, tra Franceschi, e Tedeschi, e Fiorentini, de'
migliori dell^ oste, e simigliante di quegli di Castruc-
cio, e fu la più bella e ritenuta battaglietta cha fosse
anche in Toscana, che durò per ispazio di parecchie
ore, e più di quattro volte fu rotta T una parte e T al-
tra, rannodandosi e tornando alla battaglia a modo di
torniamento ; e la gente de'^Fiorentini, che erano pochi
più di trecento a cavallo, sostennero e ripinsono quegli
di Castruccio, che erano più di seicento; e aveasi
la sera la vittoria per gli Fiorentini, se messer Ra-
mondo avesse mandata più gente in aiuto a' suoi, o
colle schiere grosso fosse mosso contro a^ nemici;
ma condussele in capo del piano, che v* avea uno fos-
fo con piccolo spazio di spianato, per modo che
bene comodamente le schiere fatte non poteano sanza
spartirsi valicare, e con periglio. Castmcdo che per
lo vantaggio del poggio vedea tutto, pinse colla sua
schiera contra 1 Fiorentini, e fu sostenuto e rìpinto
gran pezzo, e scavallato in persona, e fedito egli e
più de' suoi, per virtù de' buoni cavalieri, eh' erano
dalT altra parte ; ma alla fine tra per lo soperchio di
gente, e perchè s^ annottava, que' de' Fiorentini si
ritrassono alle schiere loro, ma si vi rimasono di lo-
ro da quaranta cavalieri tra morti e presi pure de^ mi-
gliori, in tra' quali fu messer Urlinbacca cavaliere
tedesco preso con dodici di sua bandiera, e messer
Francesco Brunelleschi cavaliere novello, e Giovanni di
messer Rosso della Tosa, e de' Franceschi, e molti fe-
diti nel volto. E simigliante di quegli di Castruccio
ne furono morti assai, ma non però presi, perocché
Castracelo alla fine soprastette in luogo ove fu la bat-
taglia; ma più di cento cavalli de' suoi vuoti torna-
rono nel campo de' Fiorentini, perocché tennono al
fuggire tutti al piano. E la sera ritratti Tona oste e
T altra, infino a notte stettono schierati ciascuno trom-
bando appetto Tuno delT altro, per sostenere To-
nore del campo ; ma la notte diparll, e ciascuno tor-
nò alle sue logge. Ila di certo dal giorno innanzi
que' delT os(e de' Fiorentini non furono coraggiosi né
avvolontali di combattere, come erano in prima, per
di Salta di quella mala condotta, e per lo danno che
ricevettono ; e Castruccio, come quegli che non dor-
mia, avendo presa baldanza di quella cotanta vittoria
eh** avea avuta, e attendendo suo soccorso e aiuto di
Lombardia, e conoscendo il male sito ove i Fioren-
tini erano accampati, con sagace inganno fece tene-
re in falsi trattati messer Ramondo e '1 suo consiglio
con più di quelle castella di Yaldinievole, per fargli
indugiare che non si partissono e lerassono il cam-
po, come tutto di erano infestati sì da Firenze e da' sa-
vi delT oste, che conoscevano il male luogo, ov' erano
accampati; e tra che fu tempo piovoso, e lo 'ngan-
no de' trattati, gli venne fatto suo intendimento.
CAPITOLO CCCVI.
Di quella materia medesima.
Come que' dell' oste de' Fiorentini sentirono che
Azzo Visconti con sua gente era venuto di Lombar-
dia in aiuto a Castruccio, eh' erano ottocento cava-
lieri tedeschi, e quegli di messer Ramondo, domenica
mattina dì 22 di settembre, si levarono da campo
dalla badia a Pozzevere schierati e ordinati, e pno-
sonsi ad Altopascio dal lato di qua, che agiatajnen-
te potea venirne T oste di qua da Guisciana, o almeno
si fossono posti in su Gallena, erano signori del com-
battere a loro volontà ; ristettono ad Altopascio per
fornirlo. Castruccio, che non ne stava ozioso, veg-
gendo Toste de' Fiorentini levata per tema e paura,
la domenica medesima venne in Lucca per sollecitare
Azzo che cavalcasse con sua gente, e a tutte le bel-
le donne di Lucca colla moglie insieme il fece pre-
gare : egli per riposarsi, e che volea la moneta ohe
gli fu promessa, non si volea partire di Lucca, on-
de Castruccio con grande fatica Taccivi', tra di da<»
nari e di promesse di mercatanti di seimila fiorini
d' oro, e promisegli di cavalcare lunedi mattina. Ca-
struccio lasciò la donna sua oolT altre donne che '1
sollicitassono, ed egli la domenica a notte ritornò
in sua oste, che gran paura avea che T oste de' Fio-
rentini si partissono sanza battaglia, veggendo sno
vantaggio. Il lunedì mattina Toste de' Fiorentini si
levò e misonsi in ischiere, ed erano rimasi intomo
di duemila cavalieri, e non più, per gli malati e par-
titi delT oste, e gente a pie da ottomila, e tutti ad
agio si poteano partire e venire a Gallena ; ma per
arroganza si misono a roteare colle schiere loro ver»
so T oste di Castruccio trombando e drappellando
richeggendo di battaglia. Castruccio incontanente con
sua oste armata, eh' era con millequatrocento cava<»
lieri, cominciò a scendere il poggio e tenere a ba-
' y. A. lo forni, lo provvida.
DI GIOVANNI YILLANL
289
dalucco i FiorentiBi, Unto che Auo con ma genie 1
venisse, e così gli venne fatto, che in iuir ora di
terza Azzo giunse colla saa gente ; incontanente che
fu venuto si calarono di Vivinaia al piano alla bat-
taglia, i quali furono da duemilalrecento cavalieri in
tutto que* dell' oste di Castruceio ; ma il popolo suo
lasciò al poggio, che pochi ne scesono al piano alla
battaglia. L' oste de^ Fiorentini molto bene ordinata
in ischiere s^ affrontarono con l'oste di Castruceio,
e una piccola schiera de* Franceschi e de' Fiorentini
e d** altri intorno di centocinquanta a cavallo, ch'era-
no al dinanzi alla schiera de* feditori, fedirono vigo-
rosamente, e trapassarono le schiere d' Azzo. Gli al-
tri feditori eh' erano ordinati, eh* erano da settecento,
ond' era guidatore messer Bornio maliscalco di mes-
ser Ramondo, veggendo cominciata la battaglia, non
resse, ma incontanente volse la sua bandiera. Gli
altri dell'oste veggendo volgere le 'nsegie de' fedi-
tori, sbigottiti, incominciarono a temere, e parte a
fuggire: che se messer Ramondo colla schiera gros-
sa avesse ancora pinto dietro a' primi feditori, avea
vinta la battaglia ; ma stando fermo, e la gente per
la mala vista del maliscalco cominciando a fuggire,
prima furono da*nimici assaliti che dessono colpo,
ma parvono storditi e ammaliati; ma il popolo a pie
cominciaro a sostenere francamente, ma la cavidle-
ria non resse quasi niente, e cosi in poca d* ora che
durò r assalto furono rotti e sconfltti: e ciò fu il lu-
nedì in su la nona, a dì 23 di settembre 1325. La
quale sconfitta di certo si disse, che '1 detto Bornio
maliscalco per tradimento ordinato si mise prima a
fuggire che a fedire ; e ciò si trovò, eh' egli era sta-
to cavaliere per mano di messer Galeasso Visconti
padre del detto Azzo, e stato lungamente a' suoi sol-
di ; e come tornò in Firenze, mai non si lasciò tro*
vare, anzi si parti di nascoso. Il dammaggiode^ mor-
ti all' a&ontata prima fu piccolo, per lo poco reg-
gere che fece Toste de' Fiorentini, ma poi alla fuga ne
furono morti e presi assai, perocché Castruceio man-
dò incontanente di sua gente a prendere il ponte a
Cappiano, il qnale santa assalto, per que* che v' era-
no dentro in su le torri, fìi abbandonato ; onde i Fio-
rentini e loro amistà che (hggieno, ricevettono mag-
giore danno di morti e di prigioni, che non feciono
nella battaglia. Rimasonne morti in tutto da... tra a
eavallo, che furono pochi, e a pie, ohe non furono
venticinque delle cavallate di Firenze: morti e presi
ne fturono in tutto intorno di... intra' quali fu mes-
ser Ramondo di Cardona capitano dell' oste, e '1 figli-
nolo, e più baroni franceschi, che alquanto ressono
It battaglia; ebbevi da quaranta de^ migliori di Firen-
ze grandi e popolani a cavallo, e da cinquanta oltra-
montani buona gente e di rinomo, la maggior parte ca-
valieri, e da venti uomini di rinomo d'altre terre di
Toscana. Tuttì gli altri scamparono, chi per una via e
chi per altra; ma il campo e la salmeria di tende e
arnesi quasi tutti si perderò : e pochi dì appresso
«^arrendè il castello di Cappiano e quello di Monte-
fiileone; e poi a di 6 d^ottobre s'arrendè Altopascio;
e andarne pregioni a Lucca, ch'erano più di cinque-
cento; ed era fornito per più tempo, e fortissimo. B
eot^ in poca d*ora si mutò la fallace fortuna a' Fio-
rentini, che in prima con falfo viso di felicità gli ave«
lusingati in tanta pompa e vittoria. Ma di certo fu gin-
dido di Dio per soperchi peccati, d' abbattere tanta
superbia potenza; e così nobile cavalleria e valente
popolo, come furono alla prima i Fiorentini nella det-
ta oste, per più vili di loro sconfitti; e così non è
d' avere speranza in forza umana altro che nel piace-
re e volontà di Dio e la sua disposizione. Lasceremo
al presente alquanto delle sequele e avversità che
per la detta sconfitta avvennero a' Fiorentini, perchò
n' ò di necessità per trattare dell' altre novità state
infra '1 detto tempo per l' universo mondo in più parti ;
e raccontate quelle, torneremo a nostra materia, in
seguire delle storie e fatti de' Fiorentini, eh' assai ne
cresce materia di dire.
CAPITOLO CCCVIL
Come a Cortona fu risiUuUo il vescatado^
Nel detto anno 1325, del mese di giugno^ papa
Giovanni con suo concestoro rendè il vescovado suo
alla città di Cortona, che lungamente era vacato per-
ch'aveano morto il loro vescovo anticamente, e sotto-
miselo al vescovado d' Arezzo : e ciò fatto per affie-
volire la grandezza del vescovo d' Arezzo, che bene
il terzo di suo vescovado gli scemò, e focene ve-'
scovo uno degli Ubertki. Per la qual cosa il vesco-
vo d'Arezzo fece in Arezzo abbattere le case degli
libertini, e Hontuozzi loro castello, onde gli liber-
tini mbellarono al vescovo Laterino, e di loro ven-
nono a Firenze per allegarsi co* Fiorentini; ma come
fu la sconfitta, s' accordarono col vescovo, e rende-
rono Laterino.
CAPITOLO CCCVIIL
Come il legato del papa fece fare oste al borgo
a San Donmtu).
Nel detto anno, all' uscita di giugno, il legato
del papa che era in Lombardia coli' oste della Chiesa
e aiuto de* Piacentini e Parmigiani, vennono ad oste
sopra il borgo a San Donnino con cinquemilacinque-
cento cavalieri e popolo assai, il quale s'era rubel-
latOy ed oravi dentro Azzo Visconti con grande ca-
valleria di ribelli di Santa Chiesa, e distrinselo si,
che poco v^'aveano a mangiare. La lega de' ribelli,
cioè messer Cane della] Scala signore di Verona,
e messer Passerino signore di Mantova e di Mode-
na, e' marchesi d'Esti da Ferrara, si raunarono a
Modona bene millecinquecento cavalieri, per soccor-
rere e fornire quegli del borgo a San Donnino, e
grande navilio con vittuaglia e con gazzasre armate
misono su per lo fiume di Po, le quali scontrandosi
col navilio della Chiesa, da loro furono sconfitti e
presi. Veggendo la lega de' ghibellini di Lombardia,
che non poteano fornire il borgo a San Donnino
per quel modo, si puosono ad assedio a Sassuolo,
uno forte castello del contado di Modona, ed eh-
bonlo a patti, e Fiorano un altro castello di quei
signori da Sassuolo ; e avuti i detti castelli si di-
10
290
CRONICHE
parti di Modona la delta raonata, e ciaicono sì tor-
so a caf a. Ver è, ehe parte n' andarono per la vìa
di Cremona, e entrarono nel borgo a San Donnino
con vittnaglia, perocché Tassedio dell'oste della Chie-
sa e de* rarmigianì era molto dilungato dal borgo,
e però si francò il borgo, e Aiko de' Visconti e sua
gente per serbarsi a soccorrere Castruccio e iscon-
figgere V oste de' Fiorentini, come ne' passati ca-
pitoli avemo stesamente fatta menzione.
CAPITOLO CCCDL
Come il re éT Araona ricominciò guerra a* Pisani.
Nel detto anno e mese di giugno, il re d*Araona
mandò in Sardigna dodici galee armate con trecento
cavalieri, e trovarono nel golfo di Calieri due coc-
che di Pisani cariche di vittnaglia, eh' andavano per
fornire Caslellodicastro ; quelle presone, e uccisono
tutti i Pisani, onde ricominciarono la guerra a' Pisa-
ni: per la qual cosa ludi i Catalani mercatanti e al-
tri che furono trovati in Pisa, furono presi con tutta
loro mercatanzia e roba.
CAPITOLO CCCX.
Come il conte di Fiandra fu sconfitto e preso
a Coltrai da quegli di Bruggia,
Nel detto anno 1325 a di 13 di giugno essen-
do il giovane Luis conte di Fiandra a Ipro, ne fe-
ce cacciare tutti i caporali de* tesserandoli e folloni,
e popolo minuto, perchè gli erano incontro con que-
gli di Bruggia ; e poi n' andò a Coltrai con più di
centocinquanta gentili uomini a cavallo, e li facea
raunata e s'afforzava per fare guerra a que' di Brug-
gia, che gli s* erano ribellati, e per volere fare pren-
dere certi caporali di Bruggia eh* erano venuti a
Coltrai per fargli impiccare, fuggiti in una casa nel
borgo di verso Bmggia; la gente del conte vi mì-
sono fuoco, e arse tutto 11 detto borgo, e eziandio
passò il fiume della Liscia, e arse la meli e più della
terra. Per la qual cosa que* di Coltrai veggendosi co-
si arsi e guasta la terra, si raunarono armati con
certi che v* erano di Bruggia, e combatterono in su
la piazza col conte e con sua gente, e sconfisson-
gli, e presono il conte, e fedirò e uccisonne più di
quaranta nobili nomini, in tra' quali morti fu il siri
di Bueila e quello di Terramonda, figliuolo di mes-
ser Guglielmo delta casa di Fiandra, e il conte di
Namurro (edito a morte. E venuti qne' di Bruggia a
Coltrai, ne menaro il conte preso a Bruggia, e a
mezzo il cantmino in sua presenza tagliarono la testa
a vaiilotto suoi famigliari gentili uomini, eh* erano
presi con fbl, che fu una grande crudeltà per vili
genti e fedeli ' fare al loro signore : e menato in
preglone II conte, si feciono mbellare il popolo mi-
nuto d* Ipro, e cacciarne i grandi borgesi che tenea-
110 col conte. Quegli della villa di Canto per soc-
' fiitlilllt frutlali, «letti ioni iiii(ii'jiii)r>Qtc dui gianuntoto
di KiUiltt « iV ubl'iilit lu.t che |*rc«(Aviu)o nJ Ivr tignora.
correre il loro signore lo conte, del mese d'agosto
vegnente, andarono ad oste centra quegli dì Bmg-
gia, i quali da quegli di Bruggia sconfitti furono, e
morti e presi assai ; e tornati iu Canto que'che scam-
parono, il popolo minuto tesserandoli e folloni, vol-
gono nccidere tutti i grandi borgesi di Canto a ri-
chiesta di quegli di Bruggia, onde in Gante tra loro
ebbe battaglia; ma i gran borgesi e la parte del
conte si trovarono più forti, onde il popolo minato
furono sconfitti, e molti morti e presi, e giustiziati
di villana morte.
CAPITOLO CCCXL
De" fata di Firenze,
Nel detto anno, a di 27 di luglio, s' appresa
fuoco in Firense in Parione di costa alla chiesa di
Santa Trinità, e arsonvi quattordici case, e morirvi
cinque persone. Il di di calen d' agosto del detto an-
no si pubblicò in Firenze il processo e scomunica
fatta per papa Giovanni centra Castruccio, siccome
rubello e persecutore della Chiesa, e fautore d* ere-
tici per più articoli contro a fede.
CAPITOLO CCCXIL
Come il conte di «Saroia fu sconfUlo dal Delfino
di Vienna,
Nel detto anno, a di 7 d'agosto, fu grande bat-
taglia in Viennese tra il Delfino di Vienna e *1 conta
di Savoia appresso del castello di Trevi, che la gen-
te del conte v' era ad assedio con. . . cavalieri e po-
polo assai ; e dopo la gran battaglia il conte di Sa-
voia fu sconfitto, e furonne morti assai, e preso il
conte d' Alzorro, e 'I fratello del duca di Borgogna,
e '1 siri di Belgiù, e più di centocinquanta tra cavalieri e
sergenti gentili nomini, eh' erano col conte di Savoia.
CAPITOLO CCCXUL
Come il conte Alberto da Mangone fu morto^
e il suo contado rimase a" Fiorentini,
Nel detto anno, a di 19 del mese d' agosto, il
conte. Alberto da Mangone fu morto a ghiado p^
Iradigione in sua camera per Spinello bastardo suo
nipote, e per uno di quegli da Coldaia, a petizione
degli Ubaldini e di messer Benuccio Salimbeni da
Siena, che tenea Vemia, e avea per moglie It A*
gliuola che fu del conte Nerone, perchè gli ftceva
guerra del detto retaggio. Per la qual cosa il castel-
lo di Mangone, e la corte fu per lo detto Spinello
rendnto al comune di Firenze, ed ebbene per lascia*
re la rocca millesettecento fiorini d* oro dal comoda
con tutto che di ragione snceedea al comune H Fi-
renze e Vemia e Mangone, per testamento fatto per
lo conte Alessandro padre d' Alberto e di Nerone,
e poi ratificato per lo <)etto Alberto e Nerone, ohe
se rtmanessono sanza reda di figliuoli maschi legi^*
timi, ne fosse reda il comune di Firenze. B ancora
bl ÓIOVANKI VlLLANt.
1^91
il GomoDe di Pircnte v'avea su ragione per cenai
vacati, i qnali doveano per patti di molti tempi ad-
dietro. Nel detto anno, a di 28 d^ agosto, dugento
cavalieri di quelli di' erano nel borgo a San Donni-
no, andando per foraggio, furono aconfitti al ponte
a Lenaa da quegli di Parma.
CAPITOLO CCCXIV.
Come il Monte a Sansatino A» distrutto.
Nel detto anno, del mese di settembre, poiché
fa la sconfitta de* Fiorentini, quegli del Monte a San-
savino si renderono al vescovo d* Arezzo, il quale
fece abbattere le mura alla detta terra, perch^era
molto guelfi, e aveauo mandato aiuto di loro gente
air oste de* Fiorentini. E poi a di 11 di maggio,
vegnente vi cavalcò il vescovo con Sua gente, e
trasse del castello lutti gli abitanti, e arse e fece
disfare tutta la terra, che non vi rimase pietra so-
pra pietra ; e si v' avea più di mille abitanti, che
lutti gli disperse qua e là, acciocché mai non po-
lessono rifare la terra.
CAPITOLO CCCXV.
Come si compiè pace tra V re di Francia e <f /n-
ghilterra per la guerra di Guascogna,
Nel detto anno, del mese di settembre, Adoardo
figlio del re d* Inghilterra venne in Francia, e per
trattato della reina d* Inghilterra sua madre e sc-
rocchia del re di Francia, si compiè la pace del re
di Francia a quello d* Inghilterra della guerra comin-
ciata in Guascogna, e '1 detto figliuolo del re d*In-
ghiUerra ne fece omaggio al re di Francia in per-
sona del padre re d* Inghilterra, e lasciò al re di
Francia le lerre che messer Carlo di Valois avea
conquistate in Guascogna, e rimase in Francia colla
madre, e non vollono tornare in Inghilterra, peroc-
ché ^1 re d' Inghilterra si reggea male, e contro a
loro volere si guidava per messer Ugo il dispensiere.
CAPITOLO CCCXVI.
Come i due eletti d'Alamagna feciono accordo in^
iieme^ e Federigo (f Oslerich fu fratto di pregione.
Nel detto anno, del mese d* ottobre airuscita,
il duca di Baviera eletto re de* Bomani diliberò di
sua pregione Federigo duca d* Osterich , perch* era
altresì eletto re de* Romani, e fece pace con lui, e
promisegli di rinunziare sua lezione, e di dargli le
sne voci. Poi furono a parlamento ali* ottava anzi
Natale, e non furono in accordo, perocchjè Lupoldro
fratello del duca d* Osterich non volea che 1 suo
fratello rinnnziasse. B poi furono a un altro parla-
mento, e furono in accordo, che quello di Baviera
dovesse passare in Italia, e *l duca Lupoldro d*0-
sterieh con Ini e per suo generale vicario, e qnello
d' Osterich rimanere re nella* Magna ; e di questo si
promisono con lettere e suggelli. Gli elettori dello'm-
perio a petizione del papa e del re di Francia contra-
dissono, opponendo che V uno e 1* altro avea per-
duta la lezione, perchè a loro non era licito di ra-
gione che r uno potesse dare all' altro voce, sanza
fare per gli elettori nuova lesione. In questo mezzo
il duca Lupoldro d** Osterich, il quale trattava col re
Ruberto, e con quello di Francia, e ancora co' Fio-
rentini, e quello accordo dissimulava per essere egli
signore in Italia, si si mori a di 27 di febbraio 1325
e dissesi che fu avvelenato ; per la qual morte tutto
quello esordio e accordo rimase sospeso e annullato.
CAPITOLO CCCXVIL
Come Castruccio con sua oste venne in sul contado
di Firenze presso alla città, ardendo e guastando.
Nel detto anno, tornando a nostra materia la-
sciata addietro de* fatti di Castruccio e de* Fiorentini,
come Castruccio ebbe la vittoria della battaglia, man-
dati i pregioni e le spoglie del campo a Lucca,
non tornò a Lucca in persona, ma posto 1* assedio
ad Altopascio, sì fece disfare le torri e "i ponte a
Càppiano, e poi il castello di Cappiano e di Monte-
falcone per non avere in quella parte a guardare, e
se ne venne a Pistoia per guerreggiare i Fiorentini,
e per dilungare la tornata sua in Lucca, perchè non
V* avea da sodisfare i suoi cavalieri soldati di loro
paghe passate d* assai, e delle doppie per la vittoria,
e per nutricarli sopra le prede de* Fiorentini. E a di
27 di settembre fece uscire ad oste a Carmignano
messer Filippo Tedici co* Pistoiesi, e inconlaiicnte fu
abbandonato da coloro che v'erano per gli Fioren-
tini, salvo la rocca. Poi a dì 29 di settembre Ca-
struccio con tutta la sua oste venne a Locore in sul
contado di Firenze, e il di seguente puose il suo cam-
po in su i colli di Signa. I cavalieri e' pedoni de*
Fiorentini ch'erano in Signa, faccendola alTorzaro,
veduta l'oste di Castruccio abbandonarono la terra,
e furono si vili, che non ardirono a tagliare il pon-
te sopra r Arno. Poi il di di calen d' ottobre Ca-
struccio puose suo campo a San Moro, ardendo e ru-
bando Campi, Brezzi, e Quaracchi, e tutte le villa-
te d'intorno; e a di 2 d'ottobre venne in Perelola,
e la sua gente scorrendo infino presso alle mura di
Firenze, e là dimorò per tre di, faccende guastare
per fuoco e ruberia dal fiume d' Arno infino alle mon-
tagne, e infino a pie di Coreggi in su Hifredi, ch'era
il piii bello paese di villate, e '1 meglio accasato e
giardinaio, e più nobilemente, per diletto de* cittadini,
che altrettanta terra che fosse al mondo. E poi il
di di San Francesco , di 4 d* ottobre, fece in dis-
petto e vergogna de' Fiorentini correre tre patii dalle
nostre Mosse infino a Peretola, T uno a gente a ca-
vallo e Taltro a piede, e l'altro a femmine meretrici-,
e non fu ardito nomo d'uscire della città di Firenze;
ma i Fiorentini molto inviliti, e storditi di paura e
sospetto che dentro alla città non avesse tradimento,
con tutto avessono cavalieri assai e gente a pie in-
numerabile si tennono dentro in arme di di e di notte
con grande afianno e sollecitudine a guardare la
città e le mura e le porle, e sgombravasi tutto il
2M
CROKICHB
. contado, rocasdo dentro cosi bene quo* da San Sal-
vi e da Ripole e di quelle contrade, come delle vii-
late cV erano verso i nimici.
CAPITOLO CCCXVUI.
Della materia medesima.
Poi il sabato mattina, di 5 d'ottobre, si levò
da Peretola, e arse tutta la villa e quello d' fntoroo,
e presono e arsono il castello di Captile e quello
di Caleniano santa riparo ninno, che que' che v** e-
rano dentro gli abbandonerò. Ancora i Fiorentiui
dentro pareano per paura ammaliati; e ritornatosi
Castruccio con sua oste la sera in Signa, la dome-
nica appresso, dì 6 d'ottobre, fece correre e ar-
dere, siccome avea fatto di qua, di là da Arno Gan-
galandi, e San Martino la Palma, e*l castello de' Pulci,
e tutto il piano di Settimo. E poi il martedì, dì 8
d' ottobre, venne con tutta sua oste infino a Grieve,
e* suoi scorridori infino a San Piero a Monticelli, e
salirono in Marìgnolle infino a Colombaia, rubando
e levando grandi prede senza contrasto ninno ; ch'e'
Fiorentini temeano molto da quella parte, perchò i
borghi dì San Piero Gattolino e quello di San Fria-
no, e d' intorno al Carmino e a Camaldoli non era-
no murati: ma rimettendo i fossi e faccendo stec-
cati con cento bertesche, in quindici dì lavorando
di dì e dì notte con grande sospetto e paura. In
somma V assedio e guasto che lo 'mperadore Ar-
rigo avea fatto alla città di Firente, fu quasi niente
t comparazione di questo, consumando ciò eh' era
dalle porte in fuori da quelle parti, con levando * ogni
dì grandissime prede di gente e di bestiame e di loro
arnesi* E così feciono infino a Torri in Yaldipesa,
e infino a Giogoli, e poi inflno a Montelupo, e ar-
sono il borgo, e così quello di Puntormo, e la villa
di Quarantola, e più altre villate. E poi a dì 11
d' ottobre s' arrendè la rocca di Carmignano, e poi
il castello degli Strozzi, eh' era ivi presso molto forte
e bene fornito, cbiamato Torrebecchi ; e andò poi con
sua oste scorrendo infino a Prato.
CAPITOLO CCCXUL
Cerne Castruccio con A%%o di Milano ritornò con
loro oste alla città di Firenze.
Come Azzo Visconti di Milano, ch'era a Lucca
con sua gente, fu pagato di venticinque migliaia di
fiorini d* oro, che Castruccio gli avea promessi per
la vittoria e per la sua parte de'pregioni e preda, i
qnali danari il comune di Lucca improntarono a usu-
ra dagli usciti di Genova che dimoravano in Pisa,
sì ne venne il detto Azzo con sua fente a Signa,
per fare la vendetta de' Fiorentini del palio che fe-
ciono correre alle porte di Milano coli' oste di mes-
ser Ramondo, come dicemmo addietro. B a dì 26
d' ottobre con Castruccio insieme, con bene due
mila cavalieri, vennono infino a Rifiredi, e di qua in
La Giontiiia ha sompUcementa : a levando.
su una Isola d' Amo, eàe ai vedea ayriaweite di
Firenze, fece correre uno palio di teiaflùto ,- e poi
la aera si rìcolsono a Signa. Ma te prìaM s'ebbe
paura e dotta in Firenze, a questa ntoroala s' d»ba
maggiore, per paura non avessono trattato di tradì*
mento dentro per gli aauoì e parenti de' eittadiaì
presi alla sconfitta, il quale mai non si senU di ve-
ro; ma cercamenti d'accordo assai por riavere i
pregioni, ma non furono uditi né intesi, ma tenati
a sospetto dagli altri cittadini; ma i buoni uomioi
di Firenze, così i guelfi e così ' i ghibellini ch'eraeo
in Firenze, erano favorevoli e solleciti alla guardia
della citti, e all*entrate continuamente di di e di notte
per tema della citti. E poi il seguente dì Azio se n'andò
con aua gente a Lucca e poi a Modona in Lombardia. U
contado di Firenze in verso il ponente ove Castruc-
cio guastò e corse rimase tutto diserto, e le genti
scampate rifuggiti in Firenze, per gli disagi ricevuti
v' addnssono infermità e mortalità grande, la quale
s' appiccò a' cittadini ; e tutto quello anno ebbe nella
città grande mortalità dì gente sì fatta, che a' ordinò
che banditore non andasse per morti, acciocché la
gente inferma non isbigotlisse di tanti morti; e così
per le peccata de' Fiorentini seguì la pestilenzìa alla
disavventurata fortuna, eh' eglino aveano nutricata.
CAPITOLO CCCXX.
Dello stato di Fi
^ww^0^ie^^^w9^WW%^ M
I Fiorentini essendo in Unta afflizione di guer-
ra e così isprovati dal tiranno Cutruccio loro nimi--
co, mandarono per soccorso al re Ruberto a Napoh
e a' vicini e agli amici, ma da nullo n' ebbono su-
bito aiuto, se non da' Sanuniniatesi ottanta cavalieri
e da' Colligiani venticinque e cento Canti. £ fedone,
per paura che Castruccio non valioasae dall'altra
parte della città, afforzare la rocca dì Fiesole, pe-
rocché n' avea minacciati i Fiorentini, e aven grande
volontà di riporre Fieaole per assediare meglio la
città ; e avrebbelo fatto, s' e' signori Ubaldinì V a-
vessono seguito, come aveano promesso, fi ancori
per paura di Castruccio i Fiorentini feciono affor-
zare la badia di San Miniato a Monte, e in dasoano
luogo misono gente* e guemigione; e ancora per
tema che gli abanditi non faceasono rannata né ra-
bellazione dentro alla città o di fuori d' alcuno ca-
stello, feciono ordine e dicreto, che ciascuno potesse
uscire dì bando chente^ e per che misfatto sì fosse
pagando al comune certa piccola gabella, salvo que-
gli delle case escettati ^ per ghibellini o bianchi ra-
belli. fi fedono capitano di guerra messer Oddo da
Perugia, eh* era venuto per lo suo comune capitano,
■ lift Giontìnft in luogo di e cotk ha tome,
' qualunque. Così Boec Lab. 155 : CheaU laeagicmtitì^
* ecoettatfy eocettuatL I Fiorentini a ereacere le A>i**
della repubblica contro Arrigo imperatore, Tanno 1311
levaron di bando molti ftiorusciti. — Quelli che ne rimasero
esduBi, iViron detti gli eecetSttoH, con deereto che malnoB
foseero richiamati di bando, né proposti pure in ooo^l^
i loro nomi Di qui la formala oalm té famigtù oetdtaU
ne^ atti ondo ai toglieva il bando a qualche oittadino.
DI GIOVAI^ VILLANI.
893
e mesfer Gaisla da Radieofani alla guardia della cit-
tà. E C08Ì come gente iamarrìta e sconfitta si sos-
tenterò, intendendo solamente alla guardia delia cit-
tAy ogni onore abbandonando.
CAPITOLO CCCXXL
Conte il conte Ugo da BattifoUe ritolse certo contado
a* Fiorentini in Mugello.
Nel detto anno, in calen di ottobre, essendo
ancora i Fiorentini in tanto affanno e pericolo, il
conte Ugo figliuolo del conte Guido da Baltifolle ri-
prese per SQoi cinque popoli e villate di sotto ad
Ampinana in Mugello, i quali s' erano rendati più
tempo addietro al comune di Firenze, e succedeano
al comune di ragione per compera fatta quando s'eb-
be Ampinana, secondo che si diceva. Onde il po-
polo di Firenze forte si tennero gravati dal conte
Ugo, e maggiormente perch'era stato il padre ed
egli amico, e faccendo si fatta novità veggendo i
Fiorentini in tanta avversità : con tutto che 1 detto
conte dicea eh' erano suoi per retaggio e di ragione,
opponendo che la vendita cbe fece il conte Manfre-
di quando vendè Ampinana, fu solamente per lascia-
re il castello di fatto a' Fiorentini, e voleala com-
mettere di ragione in giudice comune, ma per lo modo
sconcio non s'accettò per gli Fiorentini. Ma ragio-
ne 0 non ragione che avesse il conte, fu condan-
nato per r esecutore degli ordinamenti della giusti-
zia air uscita del mese di decembre del detto anno
in libbre trentamila, a condizione, se non avesse ri-
stituiti i detti popoli nello stato primo in fra dieci
di; la qnal cosa perciò non fece, e rimase in bando
e in contumace del comune di Firenze, con tutto che
fosse sostenuta sna parte in Firenze per suoi amici
e parenti grandi e popolani. Ma poi alla venuta del
duca in Firenze, il conte Ugo il venne a servire in
persona con venti cavalieri e dugento pedoni per tre
mesi *, per la qnal cosa il duca il fece cancellare di
bando, ma i più de' Fiorentini ne furono crucciosi.
CAPITOLO CCCXXIL
Come Castruccio tenne a oste a Prato,
Nel detto anno, a di 1 9 d' ottobre, Castruccio
con sua oste venne intomo a Prato, istandovi a cam-
po per nove di, guastandolo intorno intorno, e poi
per pioggia non poteo per la via diritta tornare a Si-
gna; ma a di 28 d'ottobre si tornò in Pistoia, e
poi r altro dì ritornò in Signa ; e a di 30 d* ottobre
fece ancora da due parti correre sua gente inflno
a Rifredi, e di là da Arno infino a Grieve; e simi-
gliente fece a dì 4 di novembre, faccendo ardere in-
fino a Giogoli. E poi a dì 5 di novembre cavalcò
con sua oste, forse con settecento cavalieri e mille
e cinquecento pedoni, in Valdimarina: e albergowi
una notte, faccendovi grandissimo guasto. I Fioren-
tini sentendo come era entrato in forte passo, e che
i Mugellesi erano raunati alla croce a Combiata per
riparario ehe non passasse in Mugello» sì vi caval-
carono dugento cavalieri e duemila pedoni per ri-
chiudergli il passo dinanzi di là dalla pieve a Ca-
lenzano ; e fatto V ^vrebbono per lo stretto e forte
luogo, se non che per ispie infino di Firenze gli fn
fatto assapere; onde si ricolse e uscì del paaao»
anzi che la gente de' Fiorentini vi giugnesse, e an-
donne a Signa a salvamento, e con gran preda, e con
centotrenta pregioni ; e a più dispetto de' Fiorentini
fece battere moneta picciola in Signa colla impronta
dello 'mperadore Otto, e chiamarsi i castrucdni.
CAPITOLO cccxxm.
Come Castruccio tornò in Lucca con grande
trionfo per la sua vittoria.
Nel detto anno, Castruccio guasto e arso sì fat-
tamente il contado di Firenze e quello di Prato per
lo modo che detto è di sopra, avendo tra più volte
avuti più pregioni, e maggiore preda che non ebbe
alla sconfitta, e quasi inestimabile, lasciata guarnita
Signa degli usciti di Firenze e di trecento cavalieri,
e rimandati al vescovo d'Arezzo trecento suoi ca-
valieri eh' avea avuti continui alla detta guerra, ric-
chi delle prede de' Fiorentini, a dì 10 di novembre
si tornò in Lucca per fare la festa di San Martino
con grande trionfo e gloria, vegnendoli incontro gran-
de processione, e tutti quegli della città nomini e
donne siccome a uno re; e per più disprègio de*
Fiorentini, si fece andare innanzi il carro colla cam-
pana eh' e' Fiorentini aveano nell'oste, coperto i bnoi
dell'arme di Firenze, faccendo sonare la campana,
e dietro al carro i migliori pregioni di Firenze, e
messer Ramondo con torchietti accesi in mano ad
offerere a San Martino. E poi a tutti diede desinare,
che furono da cinquanta de' maggiorenti, e l'inae-
gne reali e del comune di Firenze a ritroso in su il
detto carro: e poi gli fece rimettere in pregione,
gravandoli d' incomportabili taglie, faccendo loro fare
tormenti e gravi misagi senza ninna umanità; e al-
quanti de' più riechi per fuggire 1 tormenti si ricom-
perarono grande somma di moneta. E di certo Ca-
struccio trasse de' nostri pregioni e de' Franceschi e
forestieri presso a centomila fiorini d'oro, onde fornì
la guerra.
CAPITOLO CCCXXIV.
Come i Fiorentini essendo in male stato si
provvidono di moneta e di gente.
Nel detto anno, intrante novembre, i Fioren-
tini veggendosi in grandi spese e in così pericolo-
sa guerra, non si disperarono, ma francamente s' ar-
gomentarono a loro difensione, e ordinarono e fe-
ciono nuove gabelle, che montarono settantamila
fiorini d' oro V anno, oltre a quelle che prima avea-
no, che montavano centottantamila fiorini d'oro, per
fornire la detta guerra castruccina ; e mandarono per
cavalieri nella Magna e a Padova, e feciono riporre
e afforzare il poggio di Combiata e quello di Mon-
tebuono, acciocché Castruccio non potesse valicare
204
CRONICHE
!d Macello né in Valdfgrìeve; e mandarono dngento
cavalieri in ainto a^ Bolognesi, onde furono capitani
messer Amerigo Donati e measer Biagio Tomaqnin*
ci; che allora fu ano grande fatto a** Fiorentini, ea-
aendo col nimico tiranno alP uscio, a mandare soc-
córso air amico. Lasceremo al presente del male stato
de"* Fiorentini, e diremo delle avversili che ne** detti
tempi avvennero a^ Bolognesi per la fona de" tiranni
di Lombardia.
CAPITOLO CCCXXV.
Come i Bolognesi furono sconfitti da messer
Passerino signore di Mantova e di Modona,
Nel detto anno, del mese di luglio, i Bolognesi
ft clono oste per contrastare la rannata di messer Pas-
serino signore di Mantova e di-Uodona e degli altri
tiranni di Lombardia, eh"* erano nel contado di Mo-
dona, acciocché non potessono mandare ainto a Ca-
straccio né al borgo a San Donnino; ma più per
tema che non entrassono nel loro contado; e però
non mandarono aiuto air oste de" Fiorentini che dn-
gento cavalieri. E sentita loro partita, la rannata di
Modona sì valicarono la Scoltenna, e intomo a Mo-
dona feciono danno assai per più cavalcate, e tor-
narsi in Bologna. Ma come i Fiorentini furono scon-
fitti ivi a pochi dì, cioè a dì 30 di settembre, i ri-
belli di Bologna di casa i Gallutzi, e" figliuoli di Ro-
meo do* Peppoli, colla forza di messer Passerino
rubellarono a' Bolognesi il castello di Monteveglio
alla montagna. I Bolognesi vi cavalcaro popolo e ca-
volieri e puosonvi V assedio, e ricbiesono tutti i lo-
ro amici di Toscana e di Romagna, e rifeciono il
fosso che si chiama la Muccia, di qua dalla Scol-
tenna, che tiene dal monte al pantano, per loro si-
curtade, ed erano Toste de' Bolognesi ben ventidue
centinaia di cavalieri colle loro cavallate, e bene
trentamila pedoni, che per comune v'erano quegli
della città. Messer Passerino fece sua rannata, che
vi venne la gente di messer Cane «da Verona con
sei cento cavalieri, e' marchesi d'Esti con quattro-
cento, sicché v'avea bene diciotto centinaia di cava-
lieri, ed erano a campo di là dal fosso e dalla Scol-
tenna, badaluccandosi spesso per fornire il castello e
passare il fosso, e" Bolognesi si teneano francamen-
te. Air uscita d* ottobre, Auo Visconti che se n^an-
dava a Milano con sua gente, si dimorò in servigio
di messer Passerino, e ancora Castruccio gli mandò
dngento cavalieri, sicché con ventotto centinaia
di cavalieri furono i tiranni di Lombardia, quasi i
più Tedeschi. I Bolognesi veggendosi così stretti,
e dair assedio del castello non sì voleano par-
tre, ancora mandarono per ainto a' Fiorentini. I
Fiorentini non guardando al loro grande bisogno
mandarono loro dugento cavalieri, e mandarono pre-
gando per ambasciadori, che si ritraessono e non si
mettessono a battaglia. Fecionsene befle, rimproc-
ciando i Fiorentini di loro viltade. Poi a dì 3 di no-
vembre quegli di messer Passerino valicarono la
Scoltenna, e in parte ruppono il fosso, e valicarne
di loro; ma per forza dal popolo di Bologna furono
ripinii, e non poterono fornire il castello.
CAPITOLO CCCXXVI.
Di quello tnedesimo,
Veggendo messer Passerino e gli altri capitani
che non potesno passare la rannata « feciono vista
di partire V oste, « gran parte tornarono a Modona ;
poi feciono vista di porre assedio al ponte a Santo
Ambrogio. 1 Bolognesi lasciarono alla rotta del fosso
i Romagnnoli e" Fiorentini, ch'erano da cinquecento
cavalieri, e vennono parte di loro cavalieri verso il
ponte. Messer Passerino e sua gente avendogli spar-
titi, cavalcarono estivamente ' di là dalla Scoltenna
verso il castello, e* Bolognesi dalla loro parte segnen»
do ; ma prìma de* Bolognesi giunsono i loro nemici
ov'era stata la rottura del fosso e più fievole; e*
Romagnuoli e' Fiorentini che v' erano a guardia man»
dando alla cavalleria di Bologna per ainto, lenta»
mente vi vennono. La gente di messer Passerino pMr
forza valicarono il passo, e cominciarono la balta»
glia. I Bolognesi veggendo P assalto poco ressono^
ma incontanente si misono alla fuga, e qne*cotaoti
che ressono, che furono i Romagnnoli e' cavalieri
de' Fiorentini e usciti di Modona» furono malmenali,
che più di trecentocinquanta a cavallo e più di mil»
lecinqnecento a pie vi rìmasono tra presi e morti. 1
Bolognesi piccolo danno v*ebbono a comparazione
della loro grande oste, eh' e* cavalieri si fuggirono
verso Bologna, e II popolo alle montagne e a* loro
castelli; ma da ventisette dei buoni della terra e la loro
podestà vi rìmasono presi, e messer Malatestino e
quattro de* migliori usciti di Modona capitani. E que»
sta sconfitta fu a pie di Monteveglio venerdì dopo
nona, dì 15 di novembre.
CAPITOLO CCCXXVU.
Come messer Passerino signore di Mantota e di
Modona venne a oste alla città di Bologna,
1 Bolognesi tornarono in Bologna con grande
vergogna e con grande danno, e messer Passerino
con gli altri Lombardi valicarono il fosso della Mac»
eia, e tutti vennono a oste sopra Bologna, e può—
sonsi al Borgo a Panicale in sul fiume del Reno, e
tolsono l'acqua alle loro mulina, vegnendo infino
alle porte di Bologna, e salirono in su Santa Maria a
Monte di sopra a uno miglio alla città. 11 popolo di
Bologna a furia voleano nscire fuori, ma dal loro
capitano furono ritenuti, acciocché non compiessono
la loro infortuna d' essere affatto sconfitti, e perdes*
sono la terra ; ma si misono alla difensione della at-
ta, e più assalti ebbono alla città da' Lombardi ; e se
non fosse l' ainto de' forestieri si perdea la terra.
Alla fine vi feciono correre tre palii, uno messer
Passerino, e uno Azzo, e uno i marchesi. E sen-
tendo che la gente della Chiesa da millecinquecento
cavalieri erano venuti verso Reggio, si levarono da
' V. A. prontamente) con prestezza, da aito V. L. che
trovasi usata nel modo avrerbiale ad a$to da fraGaittone
d'Arezsa Ma forse non toma meglio il senso leggando
qnl eolla Giuntina: • Stivamontef
DI GIOVANNI VILLANI.
295
oste di 24 di novembre, e tornirono in Modona:
ma prima ebbono il castello di . . . E cosi mostra,
che le infortunate pianete di Saturno e di Marte ci
attenessono la ^mpromessa delle loro consunzioni
state in questo anno di tante battaglie e pericoli in
questo nostro paese e altrove, come per noi è fatta
e farà menzione.
CAPITOLO cccxxvm.
Come Casiruccio fece trattare falsa pace co* parenti
fiorentini de'svoi pregioni.
Nel detto anno 1325, di 7 di novembre, i Fioren-
tini furono in grande sospetto dentro tra loro, temendo
rimo dell'altro di tradigione, e spezialmente di certi
grandi e popolani possenti, i quali aveano loro fi-
gliaoli e fratelli in pregione a Lucca, si feciono uno
dicreto sotto grande pena, che nullo cittadino che
avesse pregione a Lucca potesse essere castellano
di nullo castello, o vicario di lega o di gente, o ri-
chiesto a nullo consiglio di comune ; perocché sotto
colore di pace, a petizione e mossa de* pregioni,
teneano trattati con Castruccio contra il volere de-
gli altri cittadini; e non fu sanza gran pericolo, se
non ehe per gli savi cittadini fu riparato.
CAPITOLO CCCXXIX.
Dell* oitedio e perdita di Montemurlo,
Nel detto tempo, a dì 18 di novembre, ancora
la gente di Castruccio vennono scorrendo e guastan-
do infino a Giogoli sanza nullo riparo, per ispa-
ventare i Fiorentini ; e a di 24 di novembre Ca-
struccio ritornò a Signa con suo isforzo; e a di 27
di novembre si puose ali* assedio al castello di Mon-
temurlo, e facevi intorno più battifolli, e il di se-
guente ebbe per patti la fortezza degli Strozzi che
si chiama Chiavello, e feccia abbattere e tagliare dal
pie, e r altro di ebbe per forza la torre a Palugia-
BO eh' era de' Pazzi, e morirvi più di trenta uomi-
DÌf e feccia disfare. E stando air assedio di Monte-
murlo lo steccò tutto intorno, e con più dificii vi
giltava, e fece cavare il castello dalla parte della
rocca, e fece cadere molto delle mura. Dentro v*e-
reno per castellani Giovanni di messer Tedici degli
Adinarì, e Neri di messer Pazzino de^ Pazzi con cen-
tocinquanta buoni fanti di masnade; il castello era
mollo fornito di vittuaglia ; ma male fornito d' arme
e di gente a si grande circuito e tanto affanno di
battaglie e di difleii e di cave; e più volte manda-
rono per soccorso a Firenze, almeno che fossono
fomiti di gente che dentro gli atasse alla guardia.
Qoeglino che V aveano a fare, che erano alf nficio
della condotta de' soldati, per negligenza, ovvero per
aiiseria di spendio, s* indugiarono tanto a fornirlo,
>ehe quando vollono non ebbono il podere, né altro
aoccorto non si fece per gli Fiorentini ; e si potea
Care, che più volte Ca^troccio non vi avea trecento
cavalieri, e per le grandi nevi e freddure molto
straccata la sua gente; ma la viltà e la disavventura
era tanta de* Fiorentini, e con esso la discordia, che
non l'ardirono a soccorrere quando si potea. Qne*
gli del castello veggendosi abbandona^ da' Fioren-
tini, avendogli per più volte richiesti di soccorso, e
veggendo per le cave cadere le mura, e per gli
molli difici flagellati, si cercarono loro patti con Ca-
struccio, e renderono il castello a di ^ di gennaio
1325, salve le persone, con ciò che ne potessono
trarre, e salvi i terrazzani che vi volessono dimora-
re; con tutto che malvagiamente trattò i terrazza-
ni, che quasi tutti gli sperse, e recolla a gente di
masnade alla guardia, rafforzando il castello molto di
rocca e girone di mura e di torri, e murò di fuori
la fronte : la quale perdita fu grande vergogna e
sbigottimento a' Fiorentini, e fece aspra guerra al
contado di Firenze e a quello di Prato.
CAPITOLO CCCXXX.
Di gente che mandò il re Ruberto a" Fiorentini.
Nel detto anno, il dì di calen di dicembre, giun-
sono in Firenze trecento cavalieri che ci mandò il
re Ruberto di Puglia, la metà a nostro soldo. Furo-
no cattiva gente, e niente di bene ci adopererò. Che
se alla loro venuta fossono stati valorosi, colf altro
aiuto de^ Fiorentini e loro musnade, poteano di leg-
giere levare 1' assedio da Montemnrlo, ma o per lo-
ro viltà, 0 per comandamento del re, oonosoendo la
infortuna de* Fiorentini, non vollono fare una ca-
valcata, ma issarsi in Firenze alla guardia della terra.
CAPITOLO CCCXXXL
Della sconfitta eh* e' Pisani ebbono in mare in 5ar-
digna dal re d* Araona^ e come feciono pace»
Nel detto anno 1325, in calen di dicembre, ai
partirono di Porto pisano trentatrè galee, le qnali i
Pisani aveano armate per soccorrere e fornire Ca-
stellodicBStro in Sardigna, ed erano gran parte de-
gli nsciti di Genova al loro soldo, e ammiraglio mes-
ser Guasparre Doria ; e a di 29 di dicembre si com-
batterono coir armata del re d' Araona nel golfo di
Calieri, eh' erano trentuoa galea e quaranta barche
imborbottate ', e sette cocche. Alla fine della dura
battaglia l'armata de' Pisani furono sconfitti, e pre-
se delle loro otto galee, e molta gente morta e pre-
sa» I Pisani avendo perduta ogni speranza di potere
soccorrere Castellodioastro, cercarono accordo col re
d' Araona, e mandargli loro ambasctadori in su una
galea con lettere e messi di nostro signore lo pa-
pa. Alla fine la pace si compiè, eh' e' Pisani rende-
rono al re d' Araona Castellodicastro e ogni fortez-
za eh' aveano in Sardigna , e egli gli quotò della
' fatte A gnisa di borbotto o barbotte , o barche in
parte coperte; specie di fuste assai nominate nelle guerre
Siicre e negli annali Spagnoli. Forae barimta, dice il Dra-
gomanni, in Senso di elmetto, ha dato origiue a quelle
voci. Barhotta è vocabolo tuttavia in uso di alcune barche
che solcano il Po, e sono appunto specie di batti Imbar^
bottati alle due estremità e scoperti nel roeszo.
S96
CRONICHE
rendita del tempo che Taveano tenuta, poicli*egli ne
fti eletto signore, e V ano all' altro renderono i pre-
fioni, e pnbblieoaai in Pisa la detta paee a di 10 dì
giogno 1326.
CAPITOLO cccxxxn.
Come la genie di Casfruccio eh* erano m Signa
conono mfino alia dita di Fòrente.
Nel detto anno 1325, a dì 10 di decembre,
le maanade di Caatmccio ch'erano in Signa, intor-
no di dngento caTaKeri, corsono inffno a San Piero
a Monticelli, e Tennero ^ inOno alle porte di Firenze :
nscl una masnada di Fiamminghi a combattere con
loro ; e ae per lo capitano della gnerra fononó se-
guiti, aveanne la rittoria; ma per lo soperchio di
gente furono rotti e malmenati da quegli di Cutmc-
cio. In Firenze n levò il romore, e sonarono le cam-
pane, e popolo e caTalieri furono in arme e usciro-
no fuori, e corsone infino a Settimo sansa ordine
ninna. I nimici per lo specchio si ritrassono a Signa
sansa danno ninno ; e la gente de' Fiorentini, ch'e-
rano più di ottocento caralieri e popolo innumerabi-
le, si tornarono la sera di notte in Fnrenze. La tratta
fu gagliarda e di Tolontà, ma male ordinata, e per
gli sari di gnerra fa forte biasimata; che se Ca-
stmcdo fosse stato in agnato por con cinquecento ca-
valieri, area sconfitti i Fiorentini, e presa combat-
tendo la città.
CAPITOLO cccxxxm.
Come i Fforeniim stanziarono di dare la iignoria
della città e contado al duca di Calatra figliuolo
del re Ruberto,
Nel detto anno, a di 24 di dicembre, i Fioren-
tini reggendosi oosl afllitti dal tiranno e in male
stato, e con qnesto male ordinati e peggio in con-
cordia, per cagione delle parti e sette tra' cittadini,
e vivendo in fmnra grande di tradimento, temendo di
coloro eh' aveano i loro figlinoli e fratelli pregioni
in Lucca, i qnalf erano possenti e grandi in comu-
ne, e la forza del nimico era ogni di alle porte per
lo battifolle di Montemnrlo e di Signa ; i popolani
gnelfl, che reggeano la città eoi consiglio di gran
parte de' grandi e possenti, non veggendo altro i-
scampo per la dtti di Firenze, si elessono e ordina-
rono signore di Firenze e del contado Carlo di Ca-
kvra, ivimogenito del re Ruberto re di Gerusalem
e di Cicilia, per tempo e termine di dieci anni, a-
vendo la signoria e amministrazione della città per
•noi vicari, osservando nostre leggi e statuti, ed egli
dimorando in persona a fornire la gnerra, tenendo
fermi mille cavalieri, il meno, oltramontani; dovea
avere dugeatomigliaia di fiorini d'oro l'anno, pa-
gandosi di mese in mese sopra le gabelle, e avendo
nn mese di venuta e nno di ritomo. B fornita la
guerra, per vittoria o per onorata pace, potea la-
sciare nno di sua casa o altro grande barone in suo
luogo con qnattrocento cavalieri oltramontani, e a-
vere centomila fiorini d' oro 1* anno. In questa forma
con più altri articoli gli si mandò la elezione a Napoli
per solenni ambasciadorì ; il quale duca, col consì-
glio del re Ruberto suo padre e de' suoi sii e d'al-
tri de^snoi baroni, accettò la detta aignoria a di 13
gennaio; e saputa l' accettagione in Firenze n* ebbe
grande allegrezza, sperando per la sua venuta es-
sere vendicati e dillberi dalla forza dot tiranno Ca-
stmccio, e messi in buono stato. E partissi da Na-
poli per venire a Firenze a dì 31 di maggio 1320.
CAPITOLO CCCXXXIV.
Come quegli di Bruggia in Fiandra furono seonfUti^
e trateono il loro conte di pregiane.
Nel détto anno 1325, all'uscita del mese di
novembre, parte della gente di Bruggia in Fiandra
avendosi mbellati dal loro signore, come addietro è
fatta menzione, guerreggiando il paese forono scon-
fitti tra Bruggia e Canto dal conte di Namurro e di
quegli di Canto, e morti più di seicento. E poi a po-
6àì giorni quegli del Franco di Bruggia forono scoa**
fitti dal detto conte e da quegli di Canto, e rimaser-
ne morti più d'ottocento; per le quali sconfitte e
abbassamento che fo fatto di loro, fa trattato accor-
do, e quegli di Bruggia trassono di pregione Luis il
giovane loro conte e loro signore.
CAPITOLO CCCXXXV,
Come lo ^nfante figliuolo del re é^Araona tolse
le decime del papa.
Nel detto anno, del mese d'ottobre. Alfonso detto
infante d* Araona tolse a' collettori del papa che tor-
navano di Spagna tatti i danari ricolti di decime a
di sovvenzioni; e difsesi, che forono dngento mi*
gliaia di fiorini d' oro la valuta; onde il papa ti
crucciò forte. Il re d' Araona mandò a corte suoi
ambasciadorì, dicendo, come la detta moneta volea
in presto per la guerra dì Sardigna, e volea dame pe-
gno più caatella alla Chieaa, e accordarsene^ col paps.
Del mese di novembre presente, sei galee del
re d' Araona eh' andavano in Sardigna, al combatte-
rono con aette de'Genoveai, e quelle de' Catalani
furono sconfitte, e presane l'ona, eoa grande danao
di loro gente.
CAPITOLO CCCXXXVL
Come i Fiorentini fedone loro capitano di gnerra
messer Piero di NarsL
Nel detto anno 1325, in caien di gennaio, i
Fiorentini feciono loro capitano di guerra ■**•'
Piero di Nursi eavaUere bandereae della contea <B
■ Vo colla Oinntina. n T. Dav. ha: vmtieime.
I La Ghtntina reca: $ aeecrdosti.
J
DI GIOVANNI VILLilNI.
297
i del LoreDO^ il qnile tornando diottre mare dal
•Ipolero, il aettettibre dinanzi per aua prodezza e ya-
loro ToUo esaere alla battaglia, ove i Fiorentini fu-
rono aconfitti, ed egli vi fa preso, e 'I figlinolo mor-
to, e di sua gente assai; e tornato lui di pregione
per ana redenzione, fa eletto capitano ; e presa lai
la signoria, con molta prodezza e sollecitudine si
resse, tenendo Castracelo asaai corto della guerra, e
per sao senno fece trattato con certi conestabìli di
sao paese ch^ erano con Castmcdo, di fare uccidere
Casiraccio e di rubellargli Signa e Carmignano, e tor-
nare dalla parte de* Fiorentini con più di dugento
cavalieri. Iscoperto per Castruccio il detto trattato,
a di 80 di gennaio fece tagliare la testa a tre co-
nestabìli, due Borgoguoni e uno Ingbilese e sei Te-
descbi, cbe teneano mano al tradimento, per la qual
cosa molto si turbarono i soldati e masnade di Ca-
atmcdo; e diede commiato a tutti i Franceschi e
Borgognoni ch'avea, intra gli altri a messer Gugliel-
mo di Noren, eh' avea traditi i Fiorentini, od era di
quella giara, onde molto ai scompigliaro le masnade
&i Castrac<30.
CAPITOLO CCCXXXVII.
Come per gli ghibeliini della Marea fu preta la
Roccaeantrada,
Nel detto anno, a dì 12 di gennaio, quegli di
Fabriano con gente ghibellina della Marca e masnade
d* Arezzo preaono per tradimento e con forza il ca-
ileUo della Roceaoontrada, e nccisonvi molti di que-
gli che teneano la parte della Chiesa, pur de^ mag-
giori della terra, uomini e donne e fanciulli.
CAPITOLO cccxxxvm.
Come Casiruceio arse Saneasciano e vetme infino
a Peretola e poi arte e abbandonò Signa.
Nel detto anno, a di 30 di gennaio, measer
Piero M Nani capitano di guerra in Firenze cavalcò
a Signa con quattrocento cavalieri subitamente, e
tcn^ la sera ; poi per gelosia di perdere la fortezza
▼ì venne Castruedo in persona a dì 3 di febbraio, e
menonne presi sette conestabìli Ira a cavallo e a pie.
B per questa cagione della cavalcata di messer Pie-
io, e per dispetto di ciò, avendo i Fiorentini per
Mote, Ceatmccio tornò in Signa con settecento ca-
vdierì e dnemila pedoni a dì 19 di febbraio, e ca-
valcò a Torri in Yaldipesa, e guastò e arse tutta la
villa levando gran preda; e poi a dì 22 di febbraio
fece un^ altra cavalcata infino a Saneasciano, e arse
il borgo e tutta la contrada, e la sera tornò in Si-
gna. U capitano de* Fiorentini co* cavalieri eh' avea,
cavalcò il di in sul poggio di Campaio ; ma se fos-
sono iti alla Lastra per lo piano, e preso il passo,
Castneeìo e sot gente erano sconfitti; si tornarono
' Fmtantoehè Carlo Duca di Calabria fosse venato in
persona a prender la aignorìa della città, ed il governo
dells tarra. />.
atraccati e male in ordine per V affanno e lungo cam-
mino eh* aveano fatto il giorno.
CAPITOLO CCCXXX1X.
Di quello medeiimo.
Poi, a dì 25 di febbraio, Castruccio per fare
piii onta a* Fiorentini venne con ottocento cavalieri
e tremila pedoni infino a Peretola, e incontanente si
tornò ia Signa, ma per ciò di Firenze non uscì uomo
alla difesa. E poi a dì 28 di febbraio ricolta sua
gente fece ardere Signa e tagliare il ponte sopra
r Arno, e abbandonò la terra, e ridussesi a Carmi-»
gnano, e quello fece crescere e afforzare, e riducere
alla guardia de* rubelli di Firenze e di Signa e di
tutta la contrada. La cagione perchè abbandonò Si-
gna, si disse perchè gli era di gran costo a mante-
nerla, e di grande -rischio, qaando i Fiorentini fos-
sono stati valorosi, essendo così di presso alla città,
e sentendo come il dnca s* apparecchiivn dì mandare
gente a Firenze, temendo che la gente che tenea in
Signa non fosse sorpresa. Ma bene ebbe tanto ardire
Castruccio e tanto gran more, che lutando in Signa
cercò con grandi maestri se si potesse alzare con
mura il corao del fiume d*Amo, alto stretto della
pietra golfolina per fare allagare i Fiorentini; ma
trovarono i maestri, che lo calo d* Arno da Firenze
infino laggiù era centocinquanta braccia, e però lasciò
di fare la *mpresa.
CAPITOLO CCCXL
Come i Bolognesi feciono pace con messer Passerino»
Nel detto anno, in caien di febbraio, i Bolo-
gnesi feciono pace con messer Passerino signore di
Mantova e di Modena, e per patti riabbono tutti i
loro castelli e fortezze e Monteveglio, perchè furono
sconfitti, e tutti i loro pregioni: e per sicurtà della
pace diedono quaranta stadichi giovani garzoui fi-
gliuoli di buoni uomini di Bologna.
CAPITOLO CCCXLL
Come certe masnade d" Arezzo furono sconfitte
da quelle de* Perugim.
Nel detto anno, a di 17 di febbraio, trecento
soldati del vescovo d* Arezzo che erano alla Città
di Castello, andando a guastare il cnstello della Frat-
ta, si scontrarono nelle masnade de* Perugini, e com-
batterai insieme aspramente; e se non fosse eh* era
presso a notte, grande dammaggio si faoeano insie-
me. Alla fine quegli d* Arezzo n* ebbono il peggiore.
CAPITOLO CCCXLII.
Come la gente della Chiesa^ abitano messer Vergiù
di Landa^ cominciò guerra a Modona,
Nel detto anno, a dì 1 0 di marao, measer Ver-
giù di Landa venne aopra Modena con ottocento ca-
valieri di quegli della Chieaa, e rìpuose Sassuolo: e
poi del mese di maggio prase Caatelvecchio, e piti
castelletta e villaggi de* Modaneai. B* Fiorentini vi
298
CROmCHB
mandarono inaiato della Chieaa dogento cavalieri;
e con questa gente e co** figliuoli di meiaer Ghiberto
da Correggia, measer Vergiù vinse per fona, a di
15 di giugno 1326, l'isola di Sezzana che era stec-
cata e gnernita di bertesche, e avevavi dugento cava-
lieri e tremila pedoni a guardia per Io signore di Uan-
tova, i quali furono sconfitti, e presa per forza la for-
tezza del ponte a Borgo forte di qua da Po, scorren-
do il Mantovano con grande danno de* ribelli della
Chiesa. B poi a di 2 di luglio presono per forza gli
antiporti e' borghi di Hodona, eh** erano affossati ^ e
steccati; e* cavalieri de* Fiorentini furono de* primari
eh* entrarono ali* antiporta, e poco falli che non eb-
bono la citti; e atettono tutto luglio allo assedio
di Hodona tenendola molto stretta. AH* uscita di lu-
glio messer Passerino colla lega de*ghibellini di Lom-
bardia per tema di perdere Modona si partirono dal-
r assedio d*uno castello de* marchesi Cavalcabò in
Cremonese e feciono al Po ponte di navi. Hesscr
Vergiù e sua gente sentendo il soperchio de* nimici
misono fuoco ne* borghi di Modona e se ne partirò,
e tornarono a Reggio, e guastarla d'intorno.
CAPITOLO CCCXLDI.
Come il vescoto éTAret^o fece disfare Laieiino.
Nelfanno 1326, del mese di marzo, il vescovo
d^ Arezzo fece disfare il castello di Laterino, che non
vi rimase pietra sopra pietra, e eziandio fece tagliare
il poggio in croce, acciocché mai non vi si potesse
su fare fortezza; e tutti gli abitanti fece andare in
diverse parti, eh* erano bene cinquecento famiglie ; e
ciò fece per dispetto degli libertini, acciocché noi
potessono mbellare^ perché senti che alcuno di loro
venne a Firenze per trattare di dare il detto Late-
rino a* Fiorentini e allegarsi con loro, perocché *1 ve-
scovo gli avea cacciati d* Arezzo, perch*elli cerca-
vano in corte col papa, che *1 proposto d* Arezzo,
eh* era degli libertini, avesse il vescovado d* Arezzo.
CAPITOLO CCCXLIV.
Come i ghibellini della Marca éorsono la città di
Fertno^ e ruppono la pace ordinata colla Chiesa,
Nel detto anno, a di 26 di marzo, essendo
trattato accordo da quegli della città di Fermo colla
Chiesa, e quegli della terra faccendone festa e ballando
per la città nomini e donne, quegli d*Osimo con
certi caporali ghibellini della Marca, non piacendo loro
raccordo, entrarono nella città e corsonla, e uc-
cisonne de^ caporali che voleano raccordo, e nel pa-
lagio del comune misono fuoco, essendovi il consi-
glio per Io detto accordo compiere ; e molta buona
gente vi mori, e furono arsi e magagnati.
La Oinntlnm Ugge: affor9atL
CAPITOLO CCCXLV.
Come Castruccio con sua gente catalcò m Creti e
enfino a Empoli,
Nel detto anno, Castruccio avendo di poco
avota la Castellina di Creti che uno de* Frescobaldi
che Tavea in guardia per moneta la rendè, al si dia*
tese poi Castruccio e sua gente per lo Creti, e die-
de battaglia a Vinci e a Cerreto e a Vitolino, e
passò Arno infino a Empoli. E poi a di 5 d* aprile
ebbe il castelletto di Petroio sopra Empoli, e qnello
goernl: e colla Castellina gran danno feciono alla
strada e a tutto il paese. Ma poi a di 25 di giugno
abbandonò Petroio e disfecelo, per tema della ve-
nuta del duca d* Atene e gente del re Ruberto.
CAPITOLO CCCXLVL
Come U vescovo d'Arez%o fu privalo dello
per lo papay e come fu eletto legalo per vemre
Toscana.
Nel detto anno, a di 17 d* aprile, papa Gio*
vanni in concestoro di tutti i cardinali appo Vigno-
ne dispuose il vescovo d* Arezzo de*Tarlati dello api-
rituale del vescovado, e concedettelo in guardia n)
proposto della chieaa d* Arezzo, eh* era degli liber-
tini; ma perciò non lasciò, e non nbbidette a*mandaU
del papa. E in quello concestoro eleaae il papa per
legato in Toscana e terra di Roma, per richiesta e
petizione de* Fiorentini e del re Ruberto, messer Giaa-
ni Guatani degli Orsini dal Monte cardinale, e fece-
lo paciaro in Toscana acciocché mettesse consiglio
e pace nelle discordie di Toscana, dandogli grande
autorìtade di procedere spiritualmente a chi foaae
disubbidiente idla Chiesa.
CAPITOLO CCCXLVII.
Come si ricominciò guerra in Romagna,
Nel detto anno 1326, del meae d* aprile, ai co-
minciò guerra in Romagna tra Forlì e Faenza, e m-
bellossi per gli ghibellini il castello di Lncchio. Qne-
gli di Faenza e* guelfi Taasediaro, e* ghibellini di
Romagna e di Lombardia vi vennono a fornirìo eoa
gran forza ; e di Firenze e di Toscana v* andò gente
in servigio de* Guelfi. Alla fine per accordo a* arren-
dè a* signori di Faenza.
CAPITOLO CCCXLVni.
Come Castruccio cavalcò in su quello di PralOf e
fece fare una forte%%a al ponte AgUana.
Nel detto anno, del mese d'aprile, Castmcdo
avendo molto molestati i Pratesi, e sostenea uno
battifolle fatto in Valdibisenzio chiamato Serraval-
lino, e un altro presso alPOmbrone verso Carmi-
gnano, si ne punse un altro a ponte Agliana tre Pra-
to e Pistoia per guerreggiare i Pratesi, e perché i
DI GIOVANNI VILLANI.
299
Pistoiesi poteMono lavorare le loro terre: le quali
fortezze furono tutte abbandonate e disfatte alla ve-
nuta del duca d^ Atene luogotenente del duca di
Calavra.
CAPITOLO CCCXLIX.
Come A%%o Visconti fece guerra a* Brescianij e
tolse loro più castella.
Nel detto tempo, del mese di marzo e d'aprile,
Azzo Visconti colla masnada di Milano fece gran
guerra a' Bresciani, e tolse loro più castella e fortezze.
CAPITOLO CCCL.
Come messer Piero di Narsi capitano de^ Fiorentini
fu sconfitto dalla gente di Castruccio, e poi mo*iO
il capo.
Nel detto tempo, a dì 14 di maggio, messer
Piero di Narsi, capitano di guerra de' Fiorentini, per
fare alcuna valenzia innanzi che la gente del duca
venisse, si cercò ' uno trattato con certi conestabili
borgognoni, di suo paese, ch'erano con Castruccio,
d'avere il castello di Carmignano, e segretamente,
sanza sentirlo niuno Fiorentino, si raunò di tutte le
masnade dugento de' migliori cavalieri e con gente
a pie da cinquecento, e subitamente si parti di Prato,
e passò r Ombrone scorrendo la contrada ; il quale
da' detti conestabili fu tradito, ch'eglino colla gente di
Castruccio aveano messo in aguato in due luogora quat-*
trocento cavalieri e popolo assai, e uscirono addosso
al detto messer Piero e sua gente, il quale co' primi
combattendo vigorosamente, gli ruppe*, ma poi so-
prawegnendo l'altro aguato, fu rotto e sconRtto
e preso, egli e messer Amò di Guberto e messer
Vicisso, conestabili franceschi, e bene undici cava-
lieri di corredo, e quaranta scudieri franceschi e gente
a piò assai; onde in Firenze n'ebbe gran dolore,
eon tutto se n'avesse colpa per la sua troppa sicurtà
e non volere consiglio. Avuta questa vittoria Ca-
stracelo, venne in Pistoia e fece tagliare la testa al
detto messer Piero, opponendogli come gli avea giu-
rato, quando si ricomperò di sua pregione, di non
essergli incontro ; ma non fu vero, che messer Piero
era leale e prò' cavaliere, e di lui fu gran dam-
maggio; ma fecelo morire Castruccio per crescere
più Tonta de' Fiorentini, e per ispaurire i France-
schi loro soldati.
CAPITOLO CCCLl.
Come U duca d'Atene venne in Firenze vicario del
duca di Calavra.
Nel detto anno 1326, a dì 17 di maggio, giun-
se in Firenze il duca d* Atene^ e conte di Brenna con
' La Giuntina legge forse meglio : fece,
^ Gualtieri Duca d'Atene, era nato in Grecia ed appar-
teneva a quella tralignata stirpe eh* era in Levante sue-
ceduta ai primi crociati, indicata perciò coli' ingnrioso so-
prannome di pullanif cioè viziosi. Era costui di bassa
statura e di aspetto deforme, ed accoppiava ad un animo
sospettoso e falso, un cuore perfido e costumi corrottissi-
mi. V. Ingh. 8tor, TTmc, tom. VIL
quattrocento cavalieri, per vicario del duca di Cala-
vra, e tutte le signorie fece giurare sotto la signoria
del duca di Calavra e saa; e cassò tutte l'elezioni
fatte de' priori per lo innanzi, e' primi priori a mezzo
giugno fece a sua volontà. 11 detto signore mandò
il re Ruberto innanzi, perchò il granduca indugiava
più sua venuta, per cagione dell' armata eh' apparec-
chiava per mandare in Cicilia ; e i detti cavalieri ven-
nono a mezzo soldo del re, e l'altro mezzo per
comune di Firenze. E quello tanto tempo che '1
detto duca d'Atene tenne la signoria, ciò fu infino
alla venuta del duca di Calavra figliuolo del re, la
seppe reggere saviamente, e fu signore savio e di
gentile aspetto, e menò seco la moglie figliuola del
prence di Taranto e nipote del re Ruberto : albergò
a casa de' Mozzi oltrarno ; e a di 22 di maggio fece
pubblicare iu Firenze lettere papali, come la Chiesa
avea fatto il re Ruberto vicario d'imperio in Italia
vacante imperio.
CAPITOLO CCCLH.
Come V armata del re Ruberto andò in Cicilia^ e
poi come tornò in Maremma e nella Riviera
di Genova»
Nel detto anno, a dì 22 di maggio, si partì
di Napoli r armata del re Ruberto, la quale furono
novanta tra galee e uscieri e più altri legni passeg-
geri con mille cavalieri ; della quale armata fu ammi-
raglio e capitano il conte Novello conte d' Andri e
di M ontescheggioso della casa del Balzo ; e a dì 13
di giugno arrivarono in Cicilia nella contrada di Pat-
ti, e guastarono in fino a Palermo, e poi nel piano
di Melazzo ; e poi si ricolsono a galee, e valicarono
per lo faro, e guastarono intorno e Cattane e A-
gosta e Seragosa, e tornarono iofino alle mura di
Messina ; e poi si ricolsono in galee, e rivalicarono
per lo faro sanza contrasto niuno, e ripuosonsi an-
cora nel piano di Melazzo. Allora il figliuolo di don
Federigo, che si chiamava il re Imperio, vi cavalcò
con settecento cavalieri ; ma il conte s' era gii ricolto
con tutto il suo stuolo a galee, sicchò non v' ebbe bat-
taglia, ma grandissimo guasto e danno feciono all'i-
sola di Cicilia. Poi, a dì 14 di luglio, tornati all'i-
sola di Ponzo, e rinfrescati di vittuaglia, si parti-
rono e come era ordinato di venire nella Riviera
di Genova e in Lunigiana, la detta armata per guer-
reggiare gli usciti di Genova e Castruccio da quel-
la parte, e '1 duca verso Firenze; e partendosi, ar-
rivarono in Maremma, e a dì 20 di luglio scesono
in terra, e presono per forza il castello di Magliano
e quello di Collecchio, e più altre villate de' conti
da Santafiore, levando grandi prede .con grande dan-
no de' detti conti. Poi si partirono di Maremma, e la-
sciarono guernito Magliano di cento cavalieri per guer-
reggiare i detti conti; si partirono e arrivarono a
Portovenerì, e li s* accozzarono ' coH'oste de* Geno-
vesi per racquistare le terre della Riviera e fare
Forse la Giuntina dica meglio: ^ aeecstaro.
800
CRONIGHB
gatm a CajtraecJo, ma poco v* approdare' di rac-
qoìstare forlezsa niniia, §e non che arsono per forxa
oombatteoào i borghi di Levanto e poi qoegli di Le-
rìd : e bistentaodo nel golfo deDa Spetta, non i* ar-
dirono di scendere in Lunigiana, perocché Caitmc-
cio V* era gaemito di molti caTalierì e pedoni, e M
dnca di Calavra non era ancora uscito ad oste so-
pra qaello di Lucca, compera fatta f ordine; sicché
stando e operando invano, air uscita di settembre
si partì la detta armata, e^ Genovesi tornarono in
Genova, e^ Proventali in Proenta, e T altre 9Ì* Napoli;
ma il oonte Novello scese in Maremma, e con cento
cavalieri venne al duca di Calavra eh* era in Firente.
CAPITOLO CCCLUL
Come il legato dd papa arritò m Toicama e venne
i» FU'en%€.
Nel detto anno 1326, mrsser Gianni degli Or-
sini, cardinale e legato per la Chiesa, arrivò e- Pisa
in so cinque galee de^ Pisani a dì 23 di giugno, e
da^ Pisani gli fu fatto grande onore, contuttoché in
grande guardia e gelosia erano, sentendo in Firen-
te il duca d* Atene. B in quegli giorni quattrocento
cavalieri proventali gentili uomini, vennono per ma-
re in su died galee di Proenta a Telamone per ve-
nire in Firente. Stando il legato in Pisa, Castmcdo
gli mandò lettere dicendo in tenore: che contutto-
ché la fortuna V avesse fatto rìdere s' acconciava di
volere pace co^ Fiorentini ; ma furono parole vane
e infinte, a quello che seguì poi. Dimorato il legato
in Pisa alquanti giorni, si venne in Firente a dì 31 *
di giugno , e da^ Fiorentini fu ricevuto onorevole-
mente quasi come papa, e fattogli dono di mille fio-
rini d* oro In una coppa. Albergò a Santa Croce al
luogo del frati minori, e a dì 4 di luglio pubblicò la
fua legatlone, e com* era legato e padaro In To-
scana, e nel Ducato, e nella Marca d* Ancona, e In
Campagna e terra di Roma, e neir Isola di Sardl-
gna, faccendo per sue lettere ammonitione a tutte
le città e dgnorì di sua legatlone, ohe *l dovessono
ubbidire e dare aiuto e favore.
CAPITOLO CCCLIV.
Qome Irecenio cavalieri di quegli del signore di Mi-
lano furono seonfUii a Tortona.
Nel detto tempo, a dì 29 di giugno, trecento
cavalieri di quelH di Galeasso Visconti signore di
Milano con popolo assai uscirono di Pavia, e ven-
nono per guastare Tortona ; e guastando la contrada,
e sparti d* intorno di Tortona, uscirono centocin-
quanta cavalieri di quegli del re Ruberto e della
Chiesa, e tutti quegli della terra per comune, e
sconfissone con danno di loro, e assai morti e
presi.
' approfittarono, rìosciroDo. Alcuni stampati leggooo
male: poco vi adop§mr<m di racquUtare ecc.
* La Giuntina nota il giorno SO di giugno.
CAPITOLO CCCLV.
Come Tatto da Iesi Mcoufbee la genie di gkibetUm
della Marca^ e come mi Bimino fu fatto «no
grande iradimenio,
Nd detto tempo, ali* entrante di luglio, gente
di Fabriano e dtri ghibellini della Marea, Intorno dì
trecentocinqnanta cavalieri e popolo assai, esseado
cavalcati per prendere o guastare II castello di Mar»
ro, Tano ngnore di led coli' aiuto de*Malatesti di
Rimino vennono al soccorso di Murro subitamente, e
trovando sparti e sprovveduti gV Inimici, gli nisoso
in Isconfltta con grande danno di loro. Essendo aies-
ser Malateata con sua gente al dette Murro, aesser
Lamberto, figliuolo di Gianniciotto suo cugino, per
signoreggiare Rimino, sì ordinò uno laido tradÌRMoto,
siccome pare costume de* Romagnoli ; che fece invi-
tare messer Ferrantino e *1 suo figliuolo suol consor-
ti, e a tavola mangiando con lui gli fece assalire eoa
arme, e prendere e ritenere, e quale di loro fami-
glia si mise alla difendono di loro signori, fu morto
e tagliato ; e poi ciò fatto, corse la terra faccendo-
sene signore. Sentendo dò messer Malatesta eh* era
a Murro, subitamente cavalcò con sua gente e con
sua amistà alla città di Rimino, e là giugnendo fece
tagliare una porta coR^aiuto de* suoi amid d*entro, e
corse la terra, e riscosse I pregioni suoi cngid. Il
traditore messer Lamberto veggendo la forte di mes-
ser Malatesta non d mise a difenslone, ma foggeo-
do a gran pena Iscampò nel casteUo di Santangiolo
in loro contrada.
CAPITOLO CCCLVL
Come il duca di Calavra tenne in Siena, ed eUé
la signoria cinque annù
Nel detto anno, a A 10 di loglio, il doca di
Calavra con sua baronia e cavalieri entrò nella città
di Siena , e da^ Senesi fa ricevuto onorevolemente,
Trovò la terra molto partita per la guerra eh* era
intra* Tolomei e* Sallmbenl, che quad tutti I dttadni
chi tenea coli* uno e chi coli* altro; e* Fiorentioi te-
mendo per quella discordia che la terra non si gaa*
stasse, e parte guelfa non prendesse altra volta per
la detta discordia, sì mandarono per loro ambaKÌe*
dori pregando il duca, che per Dio non d partiife
ddla terra Inflno che non gli avesse aocond iasie-
me, e avesse la signorìa della città ; e *l duca eoa
fece, che tra le due case Tolomd e Sdinbeni fece
fare triegua con aof&dente doartà dnqne anni, e fa-
cevi molti cavalieri novelli, e dimorovvi Inino a di
28 di luglio ; e in questa dimorante tanto s* adope-
rò tra per paura e per amore, come sono I« P»'"
ndla dttà divise, gli fa data la dgnorìa di Siena per
cinque anni sotto certo modo e ordine, e per qs^
sta stanta del dnca In Siena, volle da* Pìorentid ol-
tre a* patti sedidmila fiorini d* oro, onde i Fioreottsi
d tannono male appagati.
DI GIOVAMI VlLLAlfl.
801
LIBRO DECIMO
CAPITOLO PRIMO.
Qui comincia il decimo libro; il quale conia della
venuta in Firenze di Carlo duca di Caiavra fi-
gliuolo del re Ruberto^ per la cui tenuta fu ca--
. gione^ che lo re eletto de* Romani tenne della
Magna in Italia.
Carlo duca di Caiavra e primogenito del re Ro-
berto re di Gerufalem e di Cicilia entrò nella città
di Firenze mercoledì alKora di metzodi, di 30 ' di lu-
glio 1326 colla duchessa tua moglie e figliuola di
jneaaer Carlo di Vdloia di Francia, e con gV infra-
scritti signori e baroni: cioè, messer Gianni fratello
del re Ruberto e prenze della Morea colla donna sua,
messer Filippo dispoto di Romania e figliuolo del
prence di Taranto nipote del re, il conte di Squilla-
ci, messer Tommaso di Martano, il conte di Sanse-
Terino, il conte di Chiermonte, il conte di Catanzaro
e queUo^di Sangineto in Caiavra, il conte da Riano *,
il conte Romano di Nola, il conte di Fondi nipote
di papa Bonifazio, il conte di Minerbino, messer Gu-
glielmo Lostendardo, messer Amelio dal Balzo, il
signore di Berrà e quello di Merlo, messer Giuflìrè
di Gianvilla, e messer Jacomo di Cantelmo, e Carlo
d*Artugio di Proenza, e *1 signore del Sanguino, e
messer Berardo de* Signori Cori d^ Aquino, e messer
Guglielmo signore d* Ebole, e più altri signori e cava-
lieri e baroni firanceschi e provenzali, e catalani e del
Regno e napoletani, i quali furono in quantità, co* Pro-
tenEali che vennono per mare, da millecinquecento ca-
Talieri, sanza quegli del duca d' Atene, ch'erano quat-
trocento 'y intra' quali tutti avea bene dugento cava-
lieri a sproni d^ oro, molto bella gente e nobile, e
bene a cavallo, e in arme, e in arnesi, che bene
millecinquecento some a muli a campanelle aveano.
DaTiorentioi fu ricevuto con grande onore e pro-
cessione; albergò nel palagio del comune di costa
alla Badia, ove solea stare la podestà, e si tenea
ragione; e la signoria e le corti della ragione andò
n stare in Orto San Michele nelle case che furono
de*Macci. B nota la grande impresa de* Fiorentini,
che avendo avute tante aifiizioni e dammaggi di per-
sone e d* avere, e così rotti insieme, in meno d*uno
anno col loro studio e danari feciono venire in Fi-
renze uno sì fatto signore, e con tanta cavalleria e
baronia, e il legato del papa, che fu tenuta grande
cosa da tutti gP Italiani, e dove si seppe per Tuni-
verso mondo. E dimorato il duca in Firenze alquanti
di, si mandò per T amistà. 1 Sanasi gli mandarono
trecentocinquanta cavalieri, i Perugini trecento cava-
lieri, i Bolognesi dugento cavalieri, gli Orbitani cento
1 La ediaione de* Oiantì ha : 25 <2i UtgUo^
' La suddetta edlsiona legge d'Armano*
cavalieri, i signori Manfredi da Faenza cento ca-
valieri, il conte Buggeri mandò trecento fanti, e *1
conte Ugo in persona con trecento fanti, e la cerna
de* pedoni del nostro contado ; e per tutti si cre-
dette che facesse oste ; e V apparecchiamento fu
grande, e fece imporre a* cittadini ricchi sessanta-
mila fiorini d*oro. Poi, quale si fosse la cagione,
non procedette Toste: chi disse perchè il re suo
padre non volle, sentendo che tutti i tiranni di Lom-
bardia e di Toscana s* apparecchiavano di venire in
aiuto a Castruccio per coriibattere col duca; e chi
disse, che 1* ordine fu fatto per lo duca sì delP armata
e sì d* altri trattati, e ancora i Fiorentini molto stan-
chi delle spese, non era bene disposta la materia :
e per alcuno si disse, che Castruccio era stato in
trattato di pace col legato e col duca, e sotto il trat-
tato trasse suoi vantaggi dalla lega éé* ghibellini di
Lombardia, e si fornì ; e così ingannò il duca, e tornò
invano la *mpresa ; e a questo diamo più fede, ohe
fummo presenti ; con lutto che molti dissono, che se *1
duca fosse stato franco signore, avendo tanta ba*«
ronia e cavalleria, sanza por|ì a soggiornare nella
sua venuta né a Siena né a Firenze, e del mese di
luglio e d'agosto che Castruccio fu Cortei malato,
avendo cavalcato verso Lucca, avea vinta la guerra
a certo.
CAPITOLO n.
Di quistioni che 7 duca motte a* Fiorentini per
itiendere tua tignoria.
Poi a dì 29 d'agosto seguente, il duca volle
dichiarare co* Fiorentini la sua signoria, e allargare
i patti, spezialmente di potere liberamente fere priori
a sua volontà, e simile ogni signoria e uflci e guardia
di castella e in città e in contado, e a potere a sua
volontà fare guerra e pace, e rimettere in Firenze
isbanditi e ribelli, non istante altri capitoli ; e fecesi
riconfermare la signorìa per dieci anni, comincian-
dosi in calen di settembre, anno 1326. B in questa
mutazione ebbe grande gelosia in Firenze, perocché
e* grandi e' potenti per rompere gli ordini della gin-
stizia del popolo si raunarono insieme, e vollono
dare la signoria libera al duca sanza termine, e nin-
no salvo ' ; e ciò non faceano né per amore nò fede
oh* al duca avessono, né ohe a loro piacesse sua si-
gnoria per sì fatto modo, ma solamente per disfare
il popolo e gli ordini della giustizia. Il duea sopra
ciò ebbe savio consiglio, e tenne col popolo, il quale
gli avea data la signoria,- e così s'acquetò la città,
e* grandi rimasono di ciò molto ispagati^
* ienza eeeeaione, sensa salvo , finendo dell' «warbfo
Ȉlvo un loataativo*
' seontenti: U contrario di appigati. Alcune stampe
leggono: ibigoUiik
802
CROMCHS
CAPITOLO 111.
Come ilcardinaie pubblicò processo conlra Castruc-
ciò e U vescovo d* Areno.
Nel detto tempo, a dì 30 d'agosto, il legato
cardinale veggendo che Castruccio e '1 vescovo d'A-
rezzo Taveano tenuto in parole dell'accordo e fare
i suoi comandamenti, sì pubblicò nella piazza di Santa
Croce, ove fu il duca e tutta sua gente e' Fiorentini
e' forestieri contro detti ', aspri processi contra Ca-
stracelo, siccome scomunicato per più casi, e sisma-
tico e fautore degli eretici, e persecutore della Chie-
sa, privandolo d' ogni sua dignità, e che ogni uo-
mo lui e sua gente potesse oCTendere in avere e
persone sanza peccato, scomunicando chi gli desse
aiuto 0 favore, e il vescovo d' Arezzo de' Tarlati sco-
municò per simile modo, e 'l privò del vescovado
dello spirituale e temporale.
CAPITOLO IV.
Del fallimento della compagnia degli Scali in Firerne,
Nel detto tempo, a dì 4 d'agosto, fallì la com-
pagnia degli Scali e Amieri e figliuoli Fetri di Fi-
renze, la quale era durata più di centoventi anni, e
trovarsi a dare tra cittadini e forestieri più di quat-
trocento migliaia di fiorini d' oro ; e fu a' Fiorentini
maggiore sconfitta, sania danno di persone, che
quella d' Altopascio, perocché chi avea dantri in Fi-
renze perde con loro^ sicché da ogni parte il detto
anno i Fiorentini sì di sconfitte, sì di mortalità, sì
di perdita di possessioni arse e guaste, e sì di pe-
cunia, ebbono grande persecuzione *, e molte d* altre
buone compagnie di Firenze per lo fallimento di
quella furono sospette con grande danno di loro.
CAPITOLO V.
Come si murò il castello di Signa per gli Fiorentini^
Nel detto anno 1326, a dì 14 del mese di set-
tembre, i Fiorentini veggendo che 'I duca loro si-
gnore non era acconcio di fare oste né cavalcata
contra Castruccio signore di Lucca in quello anno,
sì ordinarono di riporre ed afiTorzare Signa e Gan-
galandi, acciocché '1 piano e contado da quella parte
si potesse lavorare ; e così fu fatto, e Signa fu mu-
rata di belle mura e alte, e con belle torri e forti,
de' danari del comune di Firenze, e fu fatta certa
immunità e grazia a quale terrazzano vi rifacesse le
case ; e Gangalandi s' ordinò di riporre per me' la
pieve scendendo verso Y Arno sopra capo al ponte :
fecionsi i fossi, ma non si compiè allora.
CAPITOLO VI.
Conta della prima impresa di guerra che '/ duca
di Calavra fece contra Castruccio»
Nel detto anno, all' entrante d' ottobre, il duca
di Calavra signore di Firenze or<1iiìò con Ispinetta
marchese Malispina, ch'egli entrasse nelle sue terre
' detti, nominati a di<^tro nelle pagine di contro, di-
rimpetto a questa. Così, dice il Draf^omanni, ne* libri dei
conti de' mercanti trovasi: il dìeontro deve dare o avere
eco. Ma la Giuntina, evitando ogni dabbio, legge: contro
a' diUL
di Lunigìana a guerreggiare da quella parte Castrac-
elo, e soldogli in Lombardia trecento cavalieri, e il
legato di Lombardia gli ne die dugenlo di quegli della
Chiesa, e cento ne menò da Verona di quegli di
messer Cane sno signore, e valicò da Parma l'Alpi
e venne nelle sue terre, e puosesi ad assedio del
castello di Verruca Buosi, che Castruccio gli avea
tolto. Dall' altra parte in quello medesimo tempo gli
usciti di Pistoia a petizione del duca, sanza saputa
e consiglio di ninno Fiorentino, rubellarono a Ca-
struccio neir alpe e montagne di Pistoia due castella,
Ravignano e Mammiano. Castruccio veggendosi assa-
lire per sì fatto modo, con tutto che l' agosto di-
nanzi fosse stato malato a morte d' una sua gamba,
come valente signore, vigorosamente e con grande
sollecitudine s' argomentò a riparo, che incontanento
fece porre campo e battifolli, ovvero bastite, mollo
forti alle dette due castella, ed egli con gli più della
sua cavalleria venne a Pistoia per fornire la soa
oste, e per istare a petto al duca e a' Fiorentini, ac-
ciocché non potessono soccorrere le detta castella.
Al duca e al suo consiglio non parve avere fatta
savia impresa, ma perché avea promesso a quelle ca-
stella il suo soccorso, sì vi mandò la masnada deTe-
deschi ; eh' erano dugento cavalieri, i quali teneano i
Fiorentini, e cento altri soldati con cinquecento pedoni,
e capitano dì loro messer Bitgio de' Tornaqnind di
Firenze, i quali salirono alla montagna ; ma per forti
passi e per grandi nevi che vennono in quegli giorni
non s' ardirono di scendere a fornire le castella ; a
sentendo l' assedio della gente di Castruccio, ch'era
grosso, il duca fece cavalcare a Prato quasi tutta
sua gente e Pamiatadì, che furono intomo di due-
mila cavalieri, e pedoni assai. E da Prato si parti di*
questa gente messer Tommaso conte di Squillaci eoo
trecento cavalieri scelti, e con lui messer Amerigo
Donati, e messer Giannozzo Cavalcanti con mille pe-
doni, e salirono alla montagna per pugnare di for-
nire per forza le dette castella ; e V altra cavallerìa e
popolo eh' era in Prato cavalcarono infino alle porta
di Pistoia, e poi si puosono a campo io sul castel-
lare del Montale, e stettonvi tre dì attendati; e in
questa stanza fu il più forte tempo di vento e d'ac-
qua, e alla montagna di nevi che si ricordi di gran
tempo ; che per neceasitade quegli eh' erano al Moo-
tale, non possendo tenere le tende tese, convenne
che si levassono e tornassono in Prato; e levati,
tornaro sanza ninna buona ordine di guerra per tal
modo, che se Castruccio fosse stato in Pistoia, avreb-
bono avuto assai a fare. E la gente nostra ch'era
alle montagne, per lo grande freddo e nevi appena
poteano vivere, e falliva loro la vittuaglia sì, che
per necessità, e ancora perché Castruccio con tutta
sua gente vi cavalcò da Pistoia e rafforzò V oste e
prese i passi che venieno alle dette castella, sicché
la gente del duci in nulla guisa poterono fornire le
dette castella, e furono in avventura d'essere sor-
presi; e se poco avessono atteso, che la gente di
Castruccio si fossono ingrossati e stesi" sopra i passi
' La Giuntina, variando il senso lef^ge: cem.
^ Erratamente l^^gge la Giuntina: 9ce$i.
DI GIOVANNI VILLANI.
803
delle montagne, non ne scampara mai ano. Eppar
così ebbono assai a fare, e lasciarono per le oionta-
tagne assai cavalli e somieri istraccali, e convenne
loro per forza tornare per lo contado di Bologna. B
partila la gente del duca, i detti due castelli, e quelli
cbe v^ erano dentro di notte si fuggirono ; ma gli più
di loro furono morti e presi, e la nostra gente tor-
narono in Firenze a dì 20 d* ottobre, con onta e
con vergogna. Avute Castruccio le dette castella, san-
ta tornare in Pistoia o andarne a Lucca, come sol-
lecito e valoroso signore si traversò colla sua oste per
le montagne di Garfagnana e di Lunigiana, per torre
il passo e la vittuaglia a Spinetta e alla sua oste. Il
detto Spinetta sentendo la venuta di Castruccio, e
adendo com^egli avea prese le dette castella, e più,
che le spie non vere rapportarono, come la gente
del duca era stata sconfitta alla montagna, si ritrasse
con sua gente e lasciò la ^mpresa, e ripassò Talpe,
e ritornò in Parma. E di vero, se poco più vi fosse
dimorato, sì v'era preso con tutta sua gente. E così
la prima in presa del duca per non provveduto con-
siglio tornò invano, e con vergogna. E ciò fatto,
Castracelo fece disfare in Lunigiana le più delle for-
tezze che v'erano, perchè non gli si rubellassono,
e tornò in Lucca con gran trionfo, e fece ardere e
guastare il san castello di Monternlcone in sa la
Guisciana, e quello del Montale di Pistoia per avere
meno a guardare, e perchò la gente del duca non
gli potessono prendere. Avemo sì lungamente detto
•opra la materia, imperciocché furono nuovi e di-
versi avvenimenti di guerra in pochi giorni. Lasce-
remo alquanto de' fatti della nostra guerra, e dire-
mo di grandi e nuove cose eh' avvennono in Inghil-
terra in quegli medesimi tempi
CAPITOLO vn.
Come la teina tT Inglulterra fece oste sopra il re
suo marito^ e preselo.
Egli avvenne, come addietro si fece in alcuna
parte menzione, che la reina Isabella d'Inghilterra,
aeroochia del re di Francia, passò col suo maggior
figliuolo in Francia per compiere la pace dal marito
al re di Francia della guerra di Guascogna, e per
suo stadio vi si diede compimento ; e ciò fatto, si
dolse al re suo fratello e agli altri suoi parenti, del
portamento disonesto e cattivo che tenea il re A-
doardo secondo d' Inghilterra suo marito, il quale
con lei non volea stare; ma tegnendo vita in avol-
terio e in lossoria in più disonesti modi, alla sod-
dotta d' uno messer Ugo il Dispensiere suo barone,
e guidatore del reame, e lasciandogli osare sua mo-
gliera, la quale era nipote del re, e altre donne,
acciocché la reina non degnasse vedere ; e sì era
delle più belle donne del mondo la reina. Il quale
messer Ugo Dispensiere il nutricava in questa mìsera
vita, e del tutto avea rovesciato in lui il governo di se
e di tutto il reame, mettendo addietro quegli di suo
lignaggio e tutti gli altri gran baroni, e la reina e '1
figliuolo .recati a niente. Questo messer Ugo era di
piccolo lignaggio d* Inghilterra^ e Dispensiero avea
noma, perocché Tavolo fu dispensiere del re Arri-
go d' Inghilterra, e poi messer Ugo il padre fu di-
spensiere del re Adoardo primo, padre di queato re ;
ma per lo grande uficio e cattività del re, era que-
sto messer Ugo montato in grande signoria, e avea
Tanno più di trentamila marchi di sterlini di ren-
dita, e tutto il governo del reame in mano, e per
moglie una nipote del re nata di sua suora ; e per
la sua disordinata trascotanza era montato in tanta
superbia che si credea essere re, e la reina e' figliuoli
del re non volea eh' avessono nulla signoria né stato.
Per la qual cosa la donna non volendo tornare in In-
ghilterra, se '1 re non cessasse da se il governo del
detto messer Ugo il Dispensiere e de' suoi seguaci,
e di ciò fece scrivere e mandare ambasciatori del
re di Francia ; ma però niente valse, e della moglie
e Ggliuolo si mise a non calere: sì era ammaliato
del consiglio del detto messer Ugo. Per la qual co-
sa la valente reina, data per moglie al figliuolo la
figliuola del conte d' Analdo, e con aiuto di moneta
del re di Francia suo fratello e d' altri auoi amici,
ordinò in Olanda nelle terre del detto conte d' A-
naldo una armata d'ottanta tra navi e cocche pic-
cole e grandi, e soldo tra d' Analdo e di Brabaaie
e di Fiandra ottocento cavalieri ; e ricolti in su la
detta armata, ella e '1 figliuolo colla detta gente,
onde fece capitano messer Gianni fratello del conte
d' Analdo, e partissi d' Olanda del mese di settem-
bre gli anni di Cristo 1326, facceodo disfidare il
marito e chi '1 seguisse ; e fece intendere e dare voce
in Inghilterra eh' ella fosse allegata con gli Scotti
e nimici del re, e là alle confini d' Inghilterra e di
Scozia farebbe porto colla sua armata per accoz-
zarsi con gli Scotti.
CAPITOLO vm.
Di quello medesimo.
Lo re Adoardo sentendo l'apparecchiamento del
navilio e dei cavalieri che gli venia addosso oolla
moglie e col figliuolo, col consiglio del detto mes-
ser Ugo si ritrasse con sua gente d'arme verso le
marce e' confini di Scozia, per non lasciare la detta
armata porre in terra. Ma, il capitano della detta ar •
mata maestrevolemente procedendo, non andarono al
luogo, ove aveano data la voce, ma paosono a Giep-
sivi ^ presso di Londra a settanta miglia , a dì 1 5
d' ottobre 1326. Incontanente eh' ebbono posto in
terra, il popolo di Londra si levò a romore, e cor-
sono la terra, gridando viva la reina e '1 giovane
re, e muoiano i Dispensieri e' loro seguaci; e pre-
sono il vescovo di Silcestri , eh' era aguzzetta del
detto messer Ugo, e tagliargli la testa; e tutti i fa-
migliari e seguaci de' Dispensieri che trovarono nc-
cisono ; e le case della compagnia de' Bardi loro mer-
catanti rubarono e arsono, e più giorni durò la città,
ad arme e disciolta infino alla venuta della reina; e
simile quasi tutti i baroni d' Inghilterra si ridussono
colla reina, e abbandonarono lo re. E giunta la rei-'
' La Qiuutioa legge: aUi Persivi.
304
CRONICHE
Da in Londra fa ricevala a grande onore, e Tìfor-
niata la terra, non a' intese ad altro che persegui-
tare i Dispensieri e lo re. E in questo mese fa pre-
so messer Ugo il vecchio, padre di messer Ugo il
gtovane il Dispensiere che guidava il re, e fn tra-
ttato colle ine armi in dosso, e poi impiccato. E ciò
fatto, la reina e 1 Ogliuolo con sua oste seguirono
il re e messer Ugo infine in Gualca, eh* erano nel
castello chiamato Carfagli, gli assediarono pia tem-
po, il quale era molto forte di selve e di marosi. Alla
line a' accordò il re col detto messer Ugo e comu-
nicarsi insieme di mai non abbandonarsi, e armarono
ano battello, e di notte uscirono del castello per
andarsene in Irlanda con uno loro seguace che avea
nome il Bsldotto, prete^ e ruffiano, e più altri fami-
gliari. Ma come piacque a Dio, non erano sì tosto
infhi mare venti miglia, che 'I vento e tempeata di
fortuna e la corrente gli recava a terra, e questo fn
per più volte ; e veggendo che non poteano passare,
sì scesono in terra nel profondo e selvatico di Gua-
lca per venire al castello di Carfagli OT*era il figliuolo
del detto messer Ugo, quasi con poca ' compagnia
e sconosciuti. Il conte di Lancastro cugino del re, e
fratello di colui a cui fece tagliare la testa con gli
altri baroni, come in altra parte facemmo mensio-
ne, tH gli faceva a ana gente peraeguitare il re e
mesaer Ugo tanto, che gli trovarono presso di lieti
In Gualca: gli sorpresone'; e 1 re domandando spe-
rano amici, dissono di sì, e che V aveano per loro
signore, e inginoochiarai a lui, ma che voleano mes-
ser Ugo; allora disse il re: non siete con meco^ se
tei siete cantra costui; e lo re tenendo messer Ugo
aoooatato a lui, e il braccio in collo per guarentir-
lo, nailo gli ardia a porre mano addosso per pren-
derlo ; ma il capitano di quella gente aagacemente
richieae il re di parlargli in aegreto per ano grande
bene. U re iacostandoai da measer Ugo per parlare
a colui, an altro della compagnia disse al detto mes«
ser Ugo, se volea acampare il aeguiaae ; e così fece.
Incontanente dal Gnales il traviarono per boaehi di
langi bene trenta miglia; e lo re veggendosi cosi in-
gannato si dolse molto, ma poco gli valse ; che cor-
tesemente fa menato egli e '1 Bsldotto e gli altri
eh* erano con loro presi. Come il conte senU come
lo re e sna compagnia erano presi, si caTalcò in
qnella parte, e trovando traviato messer Ugo, andò
inverso la caaa di colai che T avea preso; tro-
vandolo, lo menò; e- partito da* compagni prese
la moglie e* figliuoli, e minacciolli d'uccidere, o
gì* insegnassoBO quegli eh* aveano measer Ugo. Qui-
vi patteggiò e Tollene il Gualese libbre anille di ster-
Uni. Incontanente il conte lo fece pagare per aver-
lo. E ciò fatto, furono menati messer Ugo, e *1 Bai-
dotto auo prete, e Simè di Radinghe presi con grandi
grida e molti comi dinanzi alla reina, eh* era a De-
rifòrte: e poco appresso messer Ugo coli* armi aoe
a ritroso fa tranato^ e poi impiccato e pei tagliata
la teata e aqaartato, e mandato ciaacano quartiere
' Maglio la GiuDtiiiA: quoti mimci compagnia.
* Con mono efflcAoU U Giuntina: e gU prenro*
* Fu itrasdnato per torta oaporolto.
in diverse parti del reame, e ivi pendati, e le inte-
riora arse. E ciò fu del mese di novembre 1326, a
di 24. E per qaesto modo la valente reina al ven-
dicò del suo nimico eh* avea guasto il re suo ma-
rito, e totto il reame. Lo re fu menato per Io conte
di Lancaatro a Godistocco, e in quello castello fa
tenuto cortesemente pregione; poi i baroni raonati
a parlamento richiesono lo re, egli perdonaue alla
reina e al figliuolo e a chiunque Tavea perseguito,
e gìuraase e promettesse di guidare il reame per
consiglio de"* suoi baroni ; e se ciò non volesse fare,
e* farebbono re Adoardo suo figlinolo. Lo re adootato
della vergogna a lui fatta, in nulla guisa voQe ve-
dere la moglie nò *1 figliuolo, nò dimettere, nò per-
donare; innanii volte essere disposto re ed essere
pregione. Per la quel cosa i baroni feciono coro-
nare re Adoardo il terzo suo figlinolo, e ciò fn il di
della Candelara 1 326 *. E la reina veggendo che 1
re non le volle perdonare, nò tornare a easere re,
mai poi non fu allegra ; ma come vedova si con-
tenne in dolore, e volentieri avrebbe ritratto ciò
eh* ella avea fatto. E poi il detto re Adoardo alan-
do in pregione, per dolore infermò, e morie del meae
di settembre gli anni di Cristo 1327, e per molti si
disse che fu fatto morire; e diamvi fede. E così i
laidi peccati, chi gli aegue centra Iddio, hanno mail
cominciamenti, e mali meazi, e doloroaa fine. La-
sceremo de* fatti d* Inghilterra, che assai n* averne
detto, e torneremo alquanto a* nostri di Firenze e
d* ItaUa.
CAPITOLO DL
Come i Parmigiani e poi i Bolognesi diedùno la si-
gnoria al legato del papa*
Nel detto anno 1326, in ealen di ottobre, fl
comune di Parma diede la aignoria al legato del pa-
pa measer Ramondo dal Poggetto cardinale, il qua!
era in Lombardia per la Chieaa di Roma, e in Par-
ma dimorò alquanto con ana corte, e avea a ano
comandamento le masnade de* cavalieri ddla Chieaa,
eh* erano bene trecento cavalieri, la maggiore parte
oltramontani, buona gente d*arme, ma poco d*onore
o di stato feciono a Santa Chiesa o a aua parte ia
acquisto di terre, o danno di nimici ribelli della Chie-
sa ; e di ciò tutta la colpa ai dava al detto legato,
che *1 papa vi mandava moneta infinita, e male erano
pagate le masnade, e nullo bene poteano fm. Poi
per iscandalo eh* e* Bolognesi aveano tra loro, pw
aimile modo diedono la aignoria alla Chiesa e ni
detto legato, il quale venne in Bologna a dL..
CAPITOLO X.
Come il re Ruberto e */ duca mosse i primi patH
a* Fiorentini.
Nel detto anno, del mene di dieembroi lo re
Roberto mandò al comune di Firenze, che oltra al
primo patto eh* e* Fiorentini aveano fatto al dnea.
* Beeonélo David Home rimmotò alla corona vinto dàlie
miaaaoa dal Padamento, fl li gennaio ini7.
DI GIOVANNI VILLANI.
80&
tome addietro è fatta mentione, Yolea eh" e* FioroD*
Uni stesiono a pagare la taglia di ottocento cavalieri
oltramootaoi ; per gli qaali avea mandati in Proenza
e in Valentineae e in Francia, e Taltre città di amici di
Toscana, come sono Perugini e^ Senesi e Taltre ter-
re d* intomo, acciocché ^1 duca in sa la guerra fosse
meglio accompagnato, e ae ciò non si facesse per
gli Pìorentioi, mandò al duca che si partisse di Fi-
reose e tornasse a Napoli. Per la quale richiesta i
Fiorentini si turbarono molto, imperciocché assai
parca loro essere caricati di spese, e parca loro,
ed era vero, che *l re rompea loro i patti ; e mal
partito aveano di lasciare partire il duca di Firenze,
e le terre vicine male voleano concorrere alla spe-
sa, onde il più del carico tornava sopra il comune
di Firenze. Per la qual cosa per lo meno reo par-
tito i Fiorentini feciono composizione col duca di
dargli trenta mila fiorini d*oro per gli detti cavalie-
ri, e* Sanasi ne diedono anche parte, e T altre pic-
cole terre d^ intomo, ma i Peragini non vollono sta-
re alla spesa. Ma come s^ andasae la spesa, infra uno
anno che il duca era venuto in Firenze, tra per lo
•no salario e V altre spese opportune che fece por-
tare a' Fiorentini, più di quattrocentocinquanta mi-
gliaia di fiorini d^oro si trovò speso il comune di
Firenze, usciti di gabelle e d'imposte e libbre e
altre entrate di comune; che fu tenuta grande coss
e maravigliosa, e molto se ne doleano i Fiorentini.
E oltre a questo, per lo consiglio de* suoi aguzzetti,
tati del regno di Puglia, si recò al tutto la signo-
ria dalla piccola cosa alla grande di Firenze, e av-
vilì sì r uficio de' priori, che non osavano fare nin-
na cosa quanto si fosse piccola, eziandio chiamare
ano mt$BO\ e sempre stava con loro uno de* savi
del duca, onde a' cittadini, eh* erano usati di signo-
reggiare la città, ne parca loro molto male; ma
grande sentenzia di Dio fu, che per le loro sette
passate fosse avvilita la loro giuridizione e signoria
ptr più vile ^ente e men savi di loro.
CAPITOLO XL
Come alle donne di Firenie fu fenduto certo
ornamento.
Nel detto anno 1326, e del detto mese di di-
cembre, il duca a priego che le donne di Firenze
STeano fatto alla duchessa sua moglie, si rendè al-
le dette donne uno loro spiacevole e disonesto or-
namento di trecce grosse di seta gialla e bianca, le
quali portavano in luogo di trecce di capelli dinanzi
>1 viso, lo quale omamento perché spiacea a*Fio-
realini, perchè era disonesto e trasnaturato, uveano
tolto alle donne, e fatti capitoli contro a ciò e al-
tri disordinati omamenti, come addietro è fatta men-
Kioae : e così il disordinato appetito delle donne vince
Is ragione e il senno degli uomini*
CAPITOLO xn.
Come il papa fece nuoto vescovo cT Are%%o,
Nel detto anno e mese di dicembre, papa Gio-
naai fece vescovo d* Arezzo uno degli libertini, pos-
senti e gentili uomini del contado d* Arezzo, accioc-
ché co* suoi fosse contro a Guido Tarlati disposto per
lui del vescovado d' Arezzo ; ma però poco approdò,
che *1 nuovo eletto con tutto T aiuto del papa e del
legato cardinale ch'era in Firenze, non avea uno
danaio di rendita, che tutto il temporale e spiritua-
le d'Arezzo tenea per forza il dettto Guido Tarlati,
ed erane tiranno e signore.
CAPITOLO XIIL
Come Castruccio volle torre a" Pisani Vico loro
castello.
Nel detto anno 1326, a dì 5 di gennaio, Ca-
struccio signore di Lucca essendo nimico di quelli che
reggeano Pisa, sì ordinò di torre a* Pisani il castel-
lo di Vicopisano, e mandovvi messer Benedetto Mac-
caioni de* Lanfranchi rubello di Pisa con centocin-
quanta cavalieri di sue masnade, e Castracelo con
gran gente venne ad Altopascio per soccorrere, se bi-
sognasse. Il quale messer Benedetto entrato la mat-
tina per tempo per tradimento in Vico, corse la ter-
ra ; ma i terrazzani levati, presono V arme, e comin-
ciarsi a difendere, e per forza ne cacciarono il detto
messer Benedetto e la gente di Castruccio, e più di
cinquanta ve ne rimasono tra presi e morti, ondò
i Pisani maggiormente s* inanimarono con tra Ca-
straccio.
CAPITOLO XIV.
Come più terre di Toscana si diedono al duca.
Nel detto anno 1326, del mese di gennaio e
di febbraio , i Pratesi e* Samminiatesi e quegli di
Sangimignano e di Colle diedono la signoria al du-
ca di Calavra figliuolo del re Ruberto in certo tem-
po e sotto certi patti, salvo eh' e* Pratesi per loro
discordia si diedono a perpetuo al duca e a sue rede.
CAPITOLO XV.
Di cavalcata fatta sopra Pistoia.
Nel detto anno, a dì 21 di gennaio, il conte No-
vello colla gente del duca, in quantità di ottocento
cavalieri della migliore gente, cavalcarono iofioo alle
porte di Pistoia e roppono 1* antij)orto, e poi gua-
starono, e arsono tutta Valdibora, e guastarono le
mulina con grande danno di preda de* Pistoiesi.
CAPITOLO XVI.
De^ fatti degli usciti di Genova.
Nel detto anno, ali* entrante di febbraio, gTi
usciti di Genova con gente di Castruccio presono
il castello di Siestri ; e poi a dì 3 d* agosto vegnen-
te, anni 1327, i detti usciti per inganno presono il
forte castello di Monaco^ e tolsonlo al comune di
Genova.
20
SOS
CRONICHE
CAPITOLO XXU.
Come al duca di Calavra nacque uno figliuolo
in Firenze.
Nel detto anno 1327^ a dì 13 d'aprile, nac-
que in Firenze ono figliuolo al duca di Calavra del-
la sua donna figliuola di messer Carlo di Valoia di
Francia ; il quale fu fatto cristiano per messer Si-
mone della Tosa e per Salvestro Manetti de' Baron-
celli sindachi fatti per lo comune e popolo di Firenze,
e fu chiamato Martino, e grande festa e armeggiare
se ne fece per gli Fiorentini; ma ali* ottavo di di
sua natinti ai morì e soppelli a Santa Croce, onde
grande cordoglio n' ebbe in Firenze.
CAPITOLO xxni.
Come la città di Modona si rubellò dalla signoria
di messere Passerino di Mantova,
Nel detto anno, a dì 4 di giugno, il popolo della
città di Modona per trattato del legato di Lombar-
dia si levò a romore gridando pace, e cacciarne fuori
la signoria e' soldati che v' erano per messer Passe-
rino signore di Mantova, e acconciarsi col detto le-
gato, rìmagnendo la terra a loro a parte ghibellina,
prendendo signorìa dal legato, e rendendo i loro
beni agli usciti loro guelfi, istandone certi caporali
a' confini, e avendo gli amici della Chiesa per amici,
e* nimici per nimici. B di questo accordo si disse che
vi spese la Chiesa a certi cittadini quindicimila fio-
rini d' oro : sicché con senno e con danari si reca-
rono in pacifico stato i Modonesì, ch'erano molto
afflitti d' assedio e di guerra e di tirannica aignoris.
CAPITOLO XXIV.
Di novità fatte in Pisa per la coronazione
del Bavero.
riel detto tempo, ali* entrare di giagno, venuta
in Pisa la novella e V olivo della coronazione del
Bavero in Milano, se ne fece falò e festa per certi
usciti di Firenze e d' altre città, e alcuno popolano
minuto pisano gridando : muoia il papa e l re Ru^
berte e* Fiorentini^ e viva lo *mperadore; per la
qual cosa coloro che allora reggeano Pisa, eh' era-
no i migliori e' più possenti e ricchi popolani della
città, e per setta nimici di Castruccio, e non volea-
BO la venuta del Bavero, ma al continuo trattavano
col papa e col re Ruberto, si cacciarono di Pisa
quasi tutti i forestieri usciti di loro cittadi, e man-
darono a* confini de' maggiori cittadini sospetti al lo*
ro slato, e ch'amavano la venuta del Bavero e la
signoria di Castruccio; e tutti i soldati tedeschi man-
darono via e tolsono loro i cavalli per sospetto ; e
^uasi si teneano più al reggimento di parte di Chie-
sa che ghibellina, onde grande novità ' ne segui in
Pisa alla venuta del Bavero, siccome innanzi faremo
menzione.
CAPITOLO XXV.
* La tdisi«iM dtt Gianii ]«gg«: né^uim».
D* uno trattato che '/ duca ordinò per torre la
città di Lucca a Castruccio^ e fu discoperto.
Nel detto anno 1327, il duca di Calavra si-
gnore di Firenze avendo menato segretamente ono
trattato con certi della casa de' Qnartigiani di Luccs,
ch'eglino con loro seguaci rubellerebbono la città
di Lucca a Castruccio, per soperchi ricevuti della sua
tirannesca aignoria, e per molta moneta che vi q>en-
dea il duca e '1 comune di Firenze ; e ciò fu ordi-
nato in questo modo : che la gente del duca dofea*
no cavalcare in sul terreno e all' assedio di Pistoia,
e come Castruccio uscisse della città colla sua ca-
valleria per soccorrere Pistoia, doveano trarre ban-
diere e pennoni dell'arme della Chiesa e del doca
da più parti della terra, le quali insegne erano man-
date di Firenze segretamente; e levato il romore ia
Lucca e presa alcuna porta, la gente del duca e de*
Fiorentini, che in buona quantità n* avea a Focee-
chio e nelle terre di Valdamo, incontanente per oeU'
no doveano cavalcare a Lucca, e prendere la terra.
E veniva fatto, se non che lo'ndugio della caval-
cata della gente del duca si tardò, e in questo met-
zo alcuno della casa medesima de' Quartigiani per
viltà e paura lo scoperse a Caatruccio. Per la qatl
cosa Castruccio subitamente fece serrare le porte di
Lucca, e corse la terra con sue genti, e fece p^
gliare ventidne di casa i Quartigiani e più altri ; e
trovate le dette inaegne, messer Guerrucdo Quarti-
giani con tre suoi figliuoli fece impiccare colle dette
insegne a ritroso, e altri di loro fece propagginare \
e tutti gli altri della casa de' Quartigiani, eh' era-
no più di cento, gli cacciò della città di Lucca •
del contado. E questo fa a dì 12 di giugno nel
sopraddetto anno. E ciò fu grande sentenzia e giodi'
do di Dio, che gli detti della casa de' Quartigiani,
anticamente guelfi, furono caporali a dare la città •
signoria di Lucca a Caatruccio, e tradendo i gnclflf
per lui furono morti e disertati per lo simile peccato
di tradimento. E trovato Castrucdo il detto tradi-
mento, il quale era con tanti seguad buoni dttadiai
di Lucca e del contado, non s'ardi a seuoprìrlo
più innanzi, ma vivendo in tanta paura e gelosia, che
non s' ardia uscire della dttà. E di certo per lo mth
volere de' suoi cittadini, e per la forza del duca a
de' Fiorentini, tosto avrebbe perduta la terra, se aoa
fosse il soccorso brieve e la venuta del Bavero, co*
me innanzi farà menzione.
CAPITOLO XXVL
Come il legato cardinale pubblicò in Firenze i prò*
eessi fatti per lo papa sopra U Bavero.
Nel detto anno 1327, il dì della festa di Saalo
Giovanni di giugno, messer Gianni Gaatani degli Or-
sini cardinale, legato in Toscana, alla detU fe>^
nella piazza di San Giovanni pubblicò nuovi processi
' aott«rrar vhrl col capo «ll'ìiia?à: inppUdo Mitico, c!w
dieavasi anefao pitmàar;
DI GIOVANNI VILLANI.
800
yenoti dal papa centra Lodovico duca di Baviera
eletto re de^ Romani, siccome contra eretico e per-
secutore di Santa Chiesa: e poco appresso dimorò
in Firente, che n* andò verso Roma per rimuovere i
Romani per lo modo che dicemmo addietro.
CAPITOLO XXVIL
Della rubellaùone di Faenza in Romagna^
U figliuolo al padre.
Nel detto anno, a di 8 di luglio. Alberghetti-
no figliuolo di Francesco de' Manfredi signore di
Faenta rubellò e tolse la signoria della detta città
di Faenza al padre e a* fratelli, e cacciogline fuori,
e egli se ne fece signore ; e così mostrò che non
volesse tralignare e del nome e del fatto di frate
Alberigo suo zio, che diede le male frutta a* suoi
consorti, faccendogli tagliare e uccidere al suo con-
vito, sicché Francesco Manfredi, che fu a ciò fare,
ricevette in parte del detto peccato guiderdone dal
figliuolo.
CAPITOLO xxvm.
De fatti di Firenze.
Nel detto anno, a dì 1 1 di luglio, la notte ve-
gnente s' apprese fuoco in Firenze in borgo Santo
Apostolo nel chiasso tra' Bonciani e gli Acciainoli,
e arsonvi sei case e '1 palagio de* Giotli senza dan-
no di persona.
CAPITOLO XXIX.
Come il duca e'' Fiorentini feciono oste sopra Ca--
Mtruccio^ e presono per forza il castello di Santa
Maria a Monte.
Nel detto anno, a dì S 5 di luglio, si partì To-
•te di Firenze ordinata per lo duca e per lo detto
comune, e rassegnaronsi e fecerne mostra la cavalle-
rìa nella piazza di Santa Croce; e furono la gente
del duca milletrecento a cavallo, e* Fiorentini cento
caporali con due o tre compagni ciascuno, molto no-
bile gente e bene in arme e a cavallo; e nelf isola
dietro a Santa Croce si rassegnarono i pedoni, che
furono più di ottomila. E avuta la benedizione dal
legato cardinale e date le *nsegne per lo duca, si
jnossono, e andarono la sera e puosonsi a campo a
pie di Signa in su V Ombrone, e stettonvi tre dì,
che ninno non sapeva dove V oste si dovesse anda-
re, onde molto si maravigliavano i Fiorentini : ma
ciò fu fatto cautamente, acciocchò Castracelo non si
prendesse guardia ove V oste si dovesse porre, o a
Pistoia, 0 andare in sul contado di Lacca, e accioc-
ché gli convenisse partire la gente sua in due parli.
B ciò fatto, subitamente di notte si levarono, e lascia-
rono tntte le tende tese infino la mattina a terza, ac-
ciocché e' ni mici non s' accorgessono che V oste fosse
levata, e tutta la notte cavalcarono per lo cammino
di Montelupo, e l'altro giorno anzi V ora di nona
passarono la Gnisoiana a uno ponte che fu posto la
detta notte al passo di Rosaiuolo ; e pascati innanzi
quattrocento cavalieri eh* erano in Valdarno, subita-
mente si puosono air assedio al castello di Santa
Maria a Monte. E poi s* aggiunse alla detta oste
messer Vergiù di Landa con trecentocinquanta ca-
valieri che mandò il comune di Bologna, e *1 legato
ed altre amistà, sicché '1 giorno appresso v' ebbe
intorno duemilacinquecento cavalieri, e più di dodi-
cimila pedoui, della quale oste era capitano il conte
Novello di Montescheggioso e d'Andri, che il duca
era rimaso in Firenze con cinquecento cavalieri, pe-
rocché non fu oste generale, e non era onore del
duca di porsi a oste a uno castello. Il detto castello
era molto forte di tre gironi di mura colla rocca, e
di viltuaglia assai fornito, e gente v*avea da cin-
quecento uomini, e non più; perocché temendo Ca-
struccio che V oste non andasse a Carmignano, vi
mandò dugento de* migliori masnadieri che fossono
in Santa Maria a Monte. E dato termine a quegli del
castello d'arrendersi, non obbedendo, domenica a dì
2 d* agosto si diede per la detta oste la battaglia
da più parti al primo girone di sotto da* borghi ;
e* maggiori baroni e cavalieri dell' oste ismontarono
da cavallo, e col pavese in braccio e elmi in capo
si misono sotto le mura, e per gli fossi rizzando
scale alle mura ; e *1 popolo a pie veggendo ciò fare
a* cavalieri, feciono maraviglie di combattere ; e fu
sì aspra battaglia da ogni parte, che di saettamento
per gli balestrieri genovesi ch'erano all'assedio, sì
dei Fiorentini e d' ogni altro assalto, che que' den-
tro non poterono durare ; e uno scudiere proenzale
fu il primario che salì in su le mura colle 'nsegne,
e poi molti appresso, il quale dal duca fa fatto ca-
valiere, e donogli rendita in suo paese. E ciò veg-
gendo i terrazzani, {sbigottiti abbandonarono i bor-
ghi, e entrarono nel secondo girone. Ma i Fiorentini
e la gente del duca entrati nel primo girone, aanza
riposo 0 indugio incontanente si misono a combattere
r altro girone, e simile per forza e con iscale e con
fuoco che misono, con grande aCTanno il dì medesi-
mo il vinsono, e quanta gente vi trovarono dentro
piccioli e grandi misono al taglio delle spade, se
non alquanti che ricoverarono nella rocca, e *l ca-
stello ardendo da più parti per lo fuoco prima mes-
so per gli nostri alla battaglia, e poi la gente no-
stra rubando la preda, e togliendola gli oltramonta-
ni a' nostri, acciocché non l' avessono salva, innanzi
metteano i nostri fuoco nelle case e nella preda. E
per questo modo non vi rimase casa piccola né gran-
de che non ardesse ; e' terrazzani uomini e femmine
e fanciulli eh' erano scampati e nascosi, non scam-
parono del fuoco, imperciocché molti se ne trova-
rono morti e arsi. E ciò fu grande giudicio di Dio
e non sanra cagione, imperciocché quegli di Santa
Maria a Monte sempre erano stati di parte guelfa,
e aveano tradita la terra e data a Castruccio : e gli
usciti di Lucca e di loro parte assai, e de' migliori
eh* allora erano nel castello, per lo detto tradimento
furono dati presi nelle mani di Castruccio. E oltre
a ciò, dappoiché si rendè a Castruccio era stata
spelunca di tutte le raberie e micidi e presure e vil-
lani peccati fatti in Valdarno e nel paese nella detta
310
CRONICHB
guerra. E foichè la ifente nostra ebbe il eaatelloy
si tenne la rocca otto dì aspettando soccorso da Ca-
stracelo, il qaale non s* ardi con sna gente d* uscire
di Vivinaia ov^ era a campo, e ciò fo a dì 10 d*ago-
sto nel detto anno ; e quegli eh* erano nella rocca,
n' uscirono salve le persone. E avuta la rocca, Poste
nostra vi dimorò di fuori a campo otto giorni, per
rafforzare la terra e rifare le bertesche e torri e case,
e lasciarla poi guernita di cento cavalieri e di cin-
quecento pedoni. Avemo sì lungamente detto della
presura del detto castello, perocché era il più forte
castello di Toscana e meglio fornito, ed ebbesi per
forza di battaglia, per la virtù e vigorìa della buo-
na gente ch^ era nella nostra oste, la quale simile
vigoria non si rìcorda fosse in Toscana a^ nostrì tem-
pi; per la qual cosa Castruccio e sua gente forte
isbigottiro, e in nulla parte sverdivano a mettere
né avvisare poi colla nostra gente e con quella del
duca.
CAPITOLO XXX.
Come r oste de" Fiorentini e del duca ebbono per
fona il castello «f ArtinUno,
Avuto il castello di Santa Maria a Monte, ai
partì Toste de' Fiorentini di là a dì 18 d'agosto, e
passarono la Guisciana, e accamparsi a pie di Fucec-
chio, e quivi dimorarono due giorni, acciocché Ca-
struccio non si potesse avvisare ove Toste dovesse
fedire, o nel contado di Lucca, o in quello di Pisto-
ia ; e ciò fatto, subitamente ripassarono la Guisciana,
e andarono a campo a pie del Cerruglio appresso di
Vivinaia, e ivi e a Galleua dimorarono per tre dì,
schierandosi e trombando e rìcheggendo di battaglia
Castruccio, il quale era in sul Cerruglio e Monte-
chiaro con ottocento cavalierì e più di diecimila pe-
doni, e sarebbonsi messi a passare e andare in verso
Lucca per forza, se non che la stanza bisognava
grande ispendio e fornimento, e aveasi novelle, cheM
Bavero detto re de* Romani di corto dovea paasare
in Toscana, sicché per Io migliore, consiglio si ri-
tornarono di qua dalla Guisciana, e senza restare la
detta oste passò Montalbano, e puosonsi ad assedio
del castello d' Artimino, il quale era rimurato e molto
afforzato per Castruccio, e bene fornito di vittuaglia
e di gente; e atettonvi ad assedio tre giorni. Al
terzo dì vi diedono la più forte battaglia tutto intomo
intorno che mai si desse a castello, e per gli mi-
gliori cavalieri delT oste ; e durò da mezzo dì inflno
al primo sonno della notte, ardendo gli steccati e la
porta del castello ; per la qual cosa quegli d* entro
molto impauriti, e di saettamento i più fediti, sì di-
mandarono misericordia, e che si voleano arrendere,
salve le persone. E così fu fatto ; e la mattina a dì
27 d'agosto si partirono, e renderono il castello;
ma con tutti i patti, partiti da loro i cavalieri che
gli scorgeano, molti ne furono morti. E con quella
vittoria T oste intendea di seguire e combattere Car-
mignano e Tizzano, e senza dubbio gli avrebbono
presi per lo sbigottimento della battaglia di Santa
Maria a Monte e d* Artimino ; ma il duca ebbe fer-
me novelle, come il Bavero oon sua gente era a
Pontremoli ; sicché acciocché la sua gente non tro«
vasse a campo, sì mandò che Toste tornasse in Fi-
renze ; e così tornò bene avventurosamente a dì 28
d* agosto del detto anno. E nota, che poiché 1 duca
venne in Firenze, che fu uno dì anzi calen d'agosto
1326, inflno alla tornata della detta oste in Firen-
ze, che fu pochi dì più d*nno anno, si trovò speso
il comune di Firenze, con gli danari del salerò del
duca, più di cinquecento migliaia di fiorini d* oro, che
sarebbe grande cosa a uno ricco reame. E tutti n-
scirono delle borse de' Fiorentini, onde ciucuno cit-
tadino forte si dolca. Lasceremo alquanto de* nostri
fatti di Firenze ritornando addietro, dicendo di quello
che '1 Bavero, lui coronato a Milano, fece in Lom-
bardia e poi in Toscana.
CAPITOLO XXXL
Come il Bataro ditpuose della signoria di MihM
i Visconti e misegli in pregione.
Coronato in Milano Lodovico detto Bavero e-
letto re de' Romani, come addietro lasciammo, es-
sendo in Milano e' volea moneta come promessa gli fu
al parlamento a Trento. Galeasso Visconti signore
di Milano, il quale per sua superbia e signoria si
tenea maggiore del detto Bavero in Milano, e avea i
suo soldo ben dodici centinaia di cavalieri tedescbi,
essendogli domandata la detta moneta per lo Bavi-
ro, rispuose arrogantemente al aignore, dieendo co-
me imporrebbe la moneta, quando gli paresse luogo
e tempo. E ciò non dioea senza cagione, impercioc-
ché tutti i nobili di Milano, e eziandio messer Marco
suo fratello e gli altri suoi consorti, e quasi tutto
il popolo di Milaoo odiavano la sua tirannesca si-
gnoria per gli soperchi incarichi e gravezze a loro
fatte, e volea tutto e non parte, sì non s'ardia dln-
porre i danari al popolo ; e ae fatto lo avesse dob
sarebbe ubbidito; e già molti de' maggiorenti della
sua signoria a' erano compianti al Bavero, per la qotl
cosa il detto signore rimandò per lo suo maliscalco
e sua gente, eh' erano andati al soccorso di Voghie-
ra, e fece parlare a tutti i conestabili tedeschi c^^
erano a messer Galeasso, e giurare aegretemente a
lui ; e venuto il suo maliscalco, il Bavero raunò uno
grande consiglio, ove fu Galeasso e* suoi e tutti i
migliori di Milano, e in quello dogUendosi del detto
Galeasso e de' suoi, in prima gli fece rifiuterò la si-
gnoria, e poi nel detto consiglio al detto suo ma-
liscalco fece pigliare Galeasso e Azzo suo figtiuolo,
e Marco e Luchino suoi fratelli ; e ciò fu a dì 6 del
mese di luglio, gU anni di Cristo 1327; per la qau
cosa i nobili e '1 popolo di Milano furono molto al-
legri e contenti. E ciò fatto, riformò la terra di li-
gnoria d' uno suo barone vicario ' col consigUo oi
ventiquattro de' migHori di Mflano, i quali inconta-
nente impuoaono e ricolsono cinquantamila fiorini do-
ro, e diedongli al detto Bavero. E per questo modo
la Chiesa di Dio fu vendicata della superbia de suoi
nimici Visconti per lo suo nimico Lodovico di p«-
Fu qoest! Il conte Guglielmo di Mootfort
DI GIOVANNI VILLANI.
811
Vieri fQO persecutore; sicché veramente s^idempiè
la parola di Cristo nel suo Santo Vangelio ove dice:
lo ucciderò U nimico mio col nimico mio ecc.
CAPITOLO xxxn.
Come il Botare^ fallo suo parlamento in Lombardia^
passò in Toscana.
Per la detta presura di Gaieasso e de' suoi si
maravigliarono e impaurirono tutti i tiranni ghibel-
tini di Lombardia e di Toscana, imperciocché, pro-
prio lo studio e dispendio e podere di Gaieasso,
e per suo consiglio, il detto Bavero s*era mosso d'A-
lamagna e venuto in Lombardia; ed egli prima Tavea
abbattuto di signoria e messo in pregione. Per la
qua! cosa il detto Bavero ordinò di fare uno parla-
■lento generale a uno castello di Bresciana, che si
chiama Liorci, e fece sommuovere e richiedere tutti
i caporali di parte d'imperio di Lombardia e di To-
scana al detto parlamento; e Gaieasso mandò legato
in pregione nei castello di Honcia ; e Marco lasciò,
perché noi trovò in nulla colpa ; e Luchino e Atzo
^li tagliò^ in venticinque migliaia di fiorini d'oro per
loro redenzione, de' quali pagaro sedicimila*, e menò
seco presi cortesemente al detto parlamento. E par-
lussi di Milano a di 12 d'agosto nel detto anno. E
al detto parlamento fu messer Cane signore di Ve-
rona, e messer Passerino signore di Mantova, e Ri-
naldo de' Marchesi da Esti, e Guido Tarlali disposto
Yescovo d'Arezzo, e ambasciadorì di Castruccio e
di tutte le terre di parte d'imperio, nel quale parla-
.oiento palesò lettere di trattato, che Gaieasso man-
dava al legato del papa contra 1 detto Bavaro, per
mostrare la cagione perché preso l'avea. Chi disse
che furono vere, e chi che furono false. E nel detto
parlamento in dispetto di Santa Chiesa fece tre ve-
scovi, uno in Cremona e V altro in Como e 1' altro
ano de' Tarlati alla città di Castello. E ciò fatto, or-
dinò suo passaggio in Toscana ; e trovasi, eh' ebbe
iaflno allora da' Milanesi e tiranni e terre ghibelline
d'Italia dugentomila fiorini d*oro; e bisognavangli,
perocch' egli e sua gente erano molto poveri di da-
nari. E partito il detto parlamento, Marco e Luchino
e Azzo Visconti si fuggirono e entrarono nel ca-
stello di Liseo, e poi feciono guerra a Milano. 11
Bavero venne a Cremona, e di là passò per lo ponte
il fiume del Pò, a di 23 d' agosto gli anni di Cristo
.1327, e venne al borgo a San Donnino con mille-
cinquecento cavalieri de' suoi, con quegli eh' avea
trovati in Milano, e dugentocinqoanta di quegli di
messer Cane, e centocinquanta di messer Passerino,
e cento di quegli de' marchesi da Esti ; e senza nullo
. contrasto passò per lo contado di Parma le montagne
appennine, e capitò a Pontremoli in calen di settembre
nel detto anno. E si avea il legato che in Lombardia
era per la Chiesa più di tremila cavalieri soldati, e
' impose loro la tagIU| oioè noe pena pecuniaria a A'
aeattarsene.
' La Oìmitina qui dà in eccesso, leggendo unto taf-
non si mise a contrastarlo, ch'assai era leggiere per
gli fòrti passi; onde il detto legato molto fu abbo-
minato di tradimento da' fedeli di Santa Chiesa di
Toscana, ed iscusavasi, come non avea dal papa i
danari di loro paghe, e però non poteva fare caval-
care la sua gente.
CAPITOLO XXXIU.
Come il Bavaro si puose ad assediare la cillà
di Pisa.
Come il Bavaro e la donna sua, la quale era
figliuola del conte d' Analdo, furono passati in To-
scana, Castruccio con grande compagnia e grandi
doni e presenti e rinfrescamento di vittuaglia andò
loro incontro infino a Pontremoli, e accompagnogli
in più giorni infino a Pietrasanta nel contado di Luc-
ca, e là s' arrestò, e non volle entrare in Lucca, se
prima non avesse la città di Pisa, la quale da certi
che la reggeano, i quali erano i più ricchi e pos-
senti di Pisa e avversari di Castruccio, in nulla guisa
voleano ubbidire il detto Bavaro per tema di Ca-
struccio e delle gravezze delle spese, dando cagio-
ne di non voler fare contra la Chiesa, imperciocché '1
Bavaro era scomunicato, e non era imperadore con
autorità di Santa Chiesa ; e ancora non voleano i Pi-
sani rompere pace al re Ruberto e a* Fiorentini. E
mandato il Bavaro suoi ambasciadori, non gli lascia-
rono entrare in Pisa, ma si fornirono di gente e di
vittuaglia, e afforzarono la città, e cacciarne i sol-
dati tedeschi ch'aveano, e tolsono loro I cavalli;
onde il detto Bavaro molto s'aontò, e fermossi di
non passare più innanzi, se prima non avesse Pisa a suo
comandamento. E in questo intervallo di tempo Gui-
do Tariati dispuosto vescovo d'Arezzo si mise mez-
zano, e venne a Ripafratta, e mandò eh' e' Pisani gli
mandassono loro ambasciadori, i quali vi mandarono
tre de* maggiori di Pisa, ciò fu messer Lemmo Guin-
nizzeli, Sismondi, e messer Albizzo da Vico, e ser
Iacopo da Calci ; e stati più giorni in trattato, e ac-
cordandosi i Pisani di dare al Bavaro sessantamila
fiorini d' oro, e s* andasse a suo viaggio sansa en-
trare in Pisa; il quale accordo in nulla guisa volle
accettare. E partendosi i detti ambasciadori a rotta
del trattato, Castruccio passò il fiume di Serchio con
gente d'arme, e prese i detti ambasciadori; e poi
il Bavaro con sua gente passò simigliente, e *1 suo
maliscalco con anche gente venne da Lucca, e puo-
sono oste alla città di Pisa a di 6 di settembre gli
anni di Cristo 1327, e la persona del signore si
mise a San Michele degli Scalzi.
CAPITOLO XXXIV.
Come il Bataro ebbe la cillà di Pisa.
I Pisani veggendosi traditi dalla presa de' loro
ambasciadori, e cosi subitamente venire il Bavaro e
Castruccio all'assedio della città, isbigottirono assai;
che se ciò avessono creduto, di eerto avrebbono
prima mandato per soccorso in Firenze al duca di
Si»
CROraCHB
eaTalierì e di guitte, eoa tolto oh^alla *iillnta atea-
iono in trattato con lui, e ebbono da* PiorentiDi ar-
me e saettamento assai. Ma vergendosi così assaliti
francamente, rìpresono vigore e buono ordine di guar-
dia della città, rìmurando tutte le porte, e guar-
dando le mura. Il secondo dì il Bavero passò Amo,
e puosesi nel borgo di San Marco, e Castruccio ri-
mase dal Iato della città di verso Lucca con sua o-
ste, e poi si slese V oste alla porta di San Donnino
e a quella della Legatia senza contrasto ninno, e in
pochi dì feciono uno ponte di legname dal borgo a
San Marco a San Michele de* Prati , e un altro ne
fece fare in su barche dal lato di sotto alla Lega-
zia, sicché in pochi giorni tutta ebbono assediata la
città intorno intorno ; nella quale oste avea il Ba-
Varo, tra di sua gente e di quella di Castruccio e
d' altri ghibellini di Toscana e di Lombardia, tremila
cavalieri o piik, male a cavallo, e popolo grandissi-
mo del contado di Lucca e di Pisa medesima, e di
quello di Luni e della riviera di Genova ; e di pre-
sente ebbono Porto pisano ; e poi faccendo caval-
care per lo contado co* caporali degli usciti di Pisa,
in pochi giorni ebbe a suo comandamento tutte le
castella e terre di Pisa. Onde ciò sapendo i Pisani
che teneano la città, molto isbigottiro: né già però
non mandarono per soccorso al duca, se non di mo-
neta, per pagare i loro soldati eh* erano alla gnardia
della terra, perchè non sverdivano a fare gravezza
a* cittadini, perchè il popolo minuto non si levasse
contro a loro, e *l dnca vi mandò moneta per let-
tere di compagnie di Firenze eh' erano dentro, e più
ve ne avrebbe mandati, se non eh' egli sentì ch'egli-
no stavano in trattato col Bavero, avvegnaché alla
difensa fossono uniti e feroci. E più aasalti e batta-
glie diade alle porte, e fece cavare sotto le mura,
e più dificii strani levare per dare battaglia alla cit-
tà; ma tutto era niente, sì era forte e ben guemita.
E così vi stette il Bavero ali* assedio con grande af-
fanno e con più diffalte ' più d* uno mese. Ma come
piacque a Dio, per punire i peccati dei Pisani, dis-
sensione nacque tra coloro che governavano la terra,
e de* primi fu il conte Fazio figlinolo del conte Gad-
do, giovane uomo, e Vanni di Banduceio Bonconti,
che per lettere e promesse di Castruccio dissono di
volere pace, e gli altri che con loro reggeano la
terra, temendo, dissono il simigliente; e feciono
trattatori d' accordo, e di dargli la città, sessantamila
fiorini d* oro, rimanendo in loro giuridizione e stato,
e che Castruccio né i loro usciti non potessono en-
trare in Pisa senza loro volontà, stando a* confini.
E compiuto e giurato per lo Bavaro il detto falso
accordo, gli diedono la terra a dì 8 d* ottobre^ gli
anni della incarnazione di Cristo 1327 al nostro
corso ^; e la domenica, dì 11 d* ottobre, appresso
v' entrò il Bavaro e la donna sua con tutta sua gen-
' con grADda difetto di cose necessarie.
* secondo il computo, allo stile de' Fiorentini. Essi ed
I Banesi cominciavano l'anno dal 25 mano, giorno del-
l'Ineamasione: i Pisani s'allungavano più innanxi ancora,
talché la loro (ra vantaggiava sempre d'un anno le altre.
Francesco 1, grandcca, tolse questa confusione (koendo
che tutti contauero gli anni dal primo gennaio.
te pacificamente senza nulla novità flire ; e Castraè»
ciò e sua gente e gli usciti di Pisa rimasono di fuo-
ri. Ma al terzo giorno i Pisani medesinu per piacere
al signore, e per paura, non potendo altro per lo
popolo minuto, arsono i patti scritti del loro trat-
tato, e liberamente senza ninno nisi ^ da capo gli
diedono la signoria della città, e rivocarono Castruc-
cio e tutti i loro usciti, i quali di presente lomarono
in Pisa. E nulla novità v*ebbe, se non che uno ser
Guglielmo da Colonnata, il quel era atato bargello
in Pisa, menandolo al Bavaro uno suo oonestabBe,
e il popolo minuto gli venia gridando dietro, il
detto conestabile 1* uccise nella piazza in presenza
del signore, credendogli piacere ; per la quel com il
detto Bavaro per mostrare giustizia fece prendere il
detto, eh* avea nome messer Corrado della Scala te-
desco, e fecegli tagliare il capo, e fece mandare
bando ohe ogni maniera di gente potesse andare e
venire sano e salvo per Pisa e per lo contado, pa-
gando la gabella di danari otto per libbra d* ogni
mercatanzia : e ciò fece perchè i mercatanti non si
partissono di Pisa, e per avere maggiore entrata, e'
Pisani civanza di moneta *. E ciò fatto, fece una col-
ta * sopra i Pisani di sessantamila fiorini d* oro per
pagare i suoi cavalieri, e appena fu cominciata di pa-
gare, che se ne pnose sopra quella una di centonùla
fiorini d* oro per fornire ano viaggio a Roma ; onde
i Pisani si tennono morti e consumati, imperciocché
per la perdita di Sardigna, e per quella guerra, era-
no molto assottigliati d* avere ; e chionque avea
niente in Pise, si pentea forte dell* accordo, che di
certo se si fossono sostenuti un altro mese, coma
poteano, erano deliberi del Bavaro, loro e tutta Ita-
lia, ma dopo volta ^ uì rawiddono con loro danao
e struggimento. Del detto accordo da* Pisani al Ba-
varo 8* ebbe grande dolore per gli Fiorentim* e per
tutti coloro che teneano alla parte della Chiesa, im-
perciocché come il Bavaro era per istraccarai dorudo
I* assedio per la presa di Pisa, fa esaltato e ridottato
da tutte genti.
CAPITOLO XXXV.
Come quegli che fu rescoro tTAretw $i pariì maU
in accordo dal Bavaro, e lomando ad Are*iO meri
in Maremma,
Nel detto anno. Guido Tarlati signore d*AreziO,
e stato disposto vescovo, sì partì di Pisa dal Bava-
ro usai male contento, per grosse parole e rimproo-
ci avuti da Castruccio dinanzi al detto signore; in-
tra gli altri rimprocci, che Castruccio il chiamò tra-
ditore ; dicendo, che quand* egli sconfisse i Fiorea-
tini ad Altopascio, e venne con Azzo Visconti a Pe-
retola, se ^1 vescovo d* Arezzo fosse venuto colle soe
forze verso Firenze per la via di Valdamo, la citte
di Firenze non si potea tenere ; e in parte si potes
appressare al vero. D vescovo rìspuose, die tradi-
' sensa eccezione di sorta.
* La Giuntina: $é i Piéoni dvaiuKUtero di moneta.
' imposiiione.
^ dopo U Catto.
DI OlÓYANra VlLLAia.
tlS
tore era egli, eh' ayera eacetato di Pisa e di Lacca
Ugaecione da Faggiaola e tatti i grandi ghibellini di
Lacca, che gli avevano data la signoria, siccome ti-
ranno, e ch^egli non dovea rompere la pace a* Fio-
rentini, se non la rompessono a lai, come avea fatto
egli, rimproverandogli, che se non Tossono i saoi ca-
valieri e danari che gli mandò, non potea sostenere
Toste contra ì Fiorentini, e per lai avea vinto. Per
^esti rimprocci il Bavaro non gli avea fatto onore,
uè ripreso Castraccio, onde molto dispetto prese, e
8i parli di Pisa ; e quando fu in Maremma, cadde ma-
lato al castello di Montenero, nel quale passò di questa
Yita a di 21 del mese d'ottobre. E innanzi che mo-
risse, in presenza di più genti frati e cherici e seco-
lari, o per isdegno preso o per buona coscenzia, si
riconobbe se avere errato contro al papa e Santa
Chiesa, e confessò come papa Giovanni era giusto e
tanto, e 'I Bavaro, che si facea chiamare imperado-
re, era eretico e flaatore d* eretici, e sostenitore di
liraani, e non giusto nò degno signore, promettendo
"^ giurando (e di ciò a piii notai fece fare solenni
earte), che se Dio gli rendesse sanitade, che sempre
sarebbe obbediente a Santa Chiesa e al papa, e ni-
mico de* saoi ribelli ; e con molte lacrime domandò
peoitenzia e misericordia ; ebbe i sagramenli di San-
ta Chiesa, e colla detta contrizione mori ; onde fu
teoato gran fatto in Toscana. E lui morto, per gli
tuoi ne fu portato il corpo ad Arezzo, e là sepolto
a grande onore, come quegli eh' avea mólto accre-
aciota lir città d* Arezzo e 1 suo vescovado. Per la
aua morte Toste d'Arezzo e di quegli di Castello
cb' erano con battifolli all' assedio a Castello di
Monte Santa Maria, se ne partirono come in iscon-
itta, e tornarono ad Arezzo : e feciono gli Aretini
signori della terra per ano anno Delfo e Piero Sac-
cone da Pietramala.
CAPITOLO XXXVL
Come ii papa diede alcuna senteniia contro
al Bavaro,
Nel detto anno 1327, a di 20 d* ottobre, pa-
pa Giovanni appo Avignone diede altima sentenzia di
•comonìoa contro al Bavaro, siccome a persecutore
di Santa Chiesa e fautore degli eretici, privandolo
d' ogni dignità temporale e spirituale.
CAPITOLO XXXVIL
Come U Bavaro fece Castruccio duca di Lucca
e (f altre terre.
Nel detto anno, a di 4 di novembre \ il Bavaro
per meritare Castracdo del servigio fattogli d' avere
amia per suo senno e prodezza la città di Pisa, n' an-
dò alla città di Lucca con Castruccio insieme, e fu-
gli fatto da' Lucchesi grande festa e onore : e poi
il menò Castracelo in Pistoia per mostrargli la eitlà
e contado di Firenze, com' era alla frontiera e pres-
' La GSantiika: t^ di 8 di novtmhré.
SO a gnerreggiare la eittà di Firenze. B lornarono
in Lucca per la festa di San Martino, per la quale
con grande trionfo e onore il detto Bavaro fece Ca-
straccio duca della città e distretto di Lucca, e del
vescovado di Luni^ e della città e vescovado di Pi-
stoia e di Volterra; e mutò arme a Castruccio, la-
sciando la sua propria della casa degrinterminelli
col cane di sopra, e fecelo armare a cavallo coverta-
lo, e bandiere a modo di duca, col campo ad oro,
e al traverso una banda a scacchi pendenti azzurri
e argento, siccome 1' arme propria al tutto, co' detti
scacchi del ducato di Baviera. E fatta la detta fe-
sta, sì tornarono in Pisa a di 18 di novembre. E
in quello brieve tempo che 1' avea presa, trasse il
Bavaro della città di Pisa e del contado, che di lib-
bre e che d' imposte, centocinquantamila fiorini d' o-
ro, e de' cherici di quella diocesia ventimila fiorini
d' oro, con grande dolore e torzione de* Pisani, sen-
za quelli ch'ebbe da Castraccio quando il fece du-
ca, che si dice che furono cinquantamila fiorini d'o-
ro. Lasceremo alquanto del processo del detto Ba-
varo, ehe si riposa in Pisa e in Lucca, e renna da-
nari per fornire suo viaggio a Roma; e faremo in-
cidenza d* altre cose che furono in Firenze e in altre
parti del mondo in questi tempi, toraando poi a
-nostra materia per seguire il corso e andamento del
detto Bavaro.
CAPITOLO xxxvm.
Come U re di Sco%ia corse in Inghilterra,
Nel detto anno 1327, del mese d'agosto il re
di Scozia con più di quarantamila Incotti passò in
fra r Inghilterra per guastare il paese più giornate,
il giovane Adoardo, terzo re d' Inghilterra, con latta
sua cavalleria e forza di gente a pie gli andò io-
contro, e rinchiuse tutti i detti Scotti in uno parco
del vescovo di Duren, e tutti gli avrebbe in quello
morti 0 presi, se non fosse la viltà e tradimento
de* suoi Inghilesi, che non faceano la guardia come
si convenia, onde i detti Scotti di notte si partirono,
e tutti n'andarono sani e salvi senza battaglia o caccia
ninna. -
CAPITOLO XXXDL
Come il popolo della città cT Imola fu sconfitto
dalla gente della Chiesa.
Nel detto anno, a di 8 di settembre, mosser
Ricciardo dei Manfredi di Faenza con gente a ca-
vallo, di quegli del legato cardinale eh' era a Bolo-
gna, essendo venuti nella città d' Imola, perchè que-
gli della terra, per trattato fatto con Alberghettino ano
fratello che avea rubellata Faenza, ed egli con sua
gente cavalcarono per avere Imola ; il popolo d* I-
mola si levò a romore per cacciarae il detto measer
Ricciardo e la gente della Chiesa, onde si cominciò
la battaglia in su la piazza d' Imola ; e per forza
d' arme il detto messer Ricciardo con gli Alidogi e
loro fedeli, e colla detta cavallerìa della Chiesa, ch'e-
9U
CROMCUB
rane da cinquecento cavalieri^ nconfttaono e ruppo-
no il popolo d'Imola, e occìsoddc pìb di quattro-
cento, che non v*ebbe buona casa che nomo non
vi rimanesse morto ; e poi corsone la terra e ru-
barla tutta, onde la piccola città dMmola quasi ri-
mase distrutta di buona gente, e desolata di preda.
CAPITOLO XL.
Come in Firmne fu arso maestro Cecco d^ Ascoli
astrologo^ per cagione di resta.
Nel detto anno, a di 16 di settembre, fu arso
in Firenze per lo 'nquisitore de' paterini uno mae- j
atro Cecco d' Ascoli, il quale era stato astrolago del
duca, e avea dette e rivelate per la scienza d'astro-
nomia, ovvero di nigromanzia, molte cose future,
le quali si trovarono poi vere, degli andamenti del
Bavero e de' fatti di Castruccio e di quegli del duca.
La cagione perchè fu arso si fu, perchè essendo in
Bologna, fece uno trattato sopra la spera, mettendo
che nelle spere di sopra erano generazioni di spi-
riti maligni, i quali si poteano costrignere per in-
cantamenti sotto certe costellazioni a poter fare molte
meravigliose cose, mettendo ancora in quello trat-
tato necessiti alle influenze del corso, del cielo, e di-
cendo, come Cristo venne in terra accordandosi il volé-
re di Dio colla necessiti del corso di storlomia, e do-
vea per la sua natività essere e vivere co' suoi di-
scepoli come poltrone, e morire della morte ch'egli
morfo -, e come Anticristo dovea venire per corso di
pianete in abito ricco e potente -, e più altre cose vane
e centra fede. U quale suo libello in Bologna ripro-
vato,e ammonito per lo 'nqnisitore che non lo usas-
se, gli fu opposto che l' usava in Firenze ; la qual
cosa si dice che mai non confessò, ma oontradisse
alla sua sentenzia, ohe poi che ne fu ammonito in
Bologna, mai non lo usò ; ma che il cancelliere del
duca ch'era frate minore vescovo d'A versa, paren-
dogli abominevole a tenerlo il duca in sua corte, il
fece prendere. Ma con tutto che fosse grande astro-
lago, era uomo vano e di mondana vita, ed erasi
steso per audacia di quella sua scienza in cose proibite
e non vere, perocché le 'nfluenze delle stelle non
costringono necessità, nò possono essere contra il
libero arbitrio dell'animo dell'uomo, né maggior-
mente alla prescienzia di Dio, che tutto guida, go-
verna e dispone alla sua volontà.
CAPITOLO XLL
DeUa morte del gran medico maestro Dino
di Forense.
Nel detto tempo, a dì 80 di settembre, mori
in Firenze maestro Dino del Garbo grandissimo dot-
tore in fisica e in più scienze naturali e filosofiche,
il quale al suo tempo fu il migliore e sovrano me-
dico che fosse in Italia, e più nobili libri fece a ri-
chiesta e intitolati per lo re Ruberto. E questo mae-
stro Dino fu grande cagione della morte del soprad-
detto maestro Cecco, riprovando per falso il detto
suo libello, il quale avea letto in Bologna, e molti
dissono che 'I fece per invidia.
CAPITOLO XLII.
Come messer Cane della Scala ricomincid guerra
a* Padovani,
Nel detto tempo, messer Cane della Scala si-
gnore di Verona ricominciò guerra a* Padovani col
figliuolo di messer Ricciardo da Cammino di Trevi-
gi, e presono il castello d'Bsti che teneano i Pa-
dovaoi, e grande danno feciono col loro oste in-
torno a Padova; per la qual cosa i Padovani man-
darono per aiuto al duca di Chiarentana, alla cui si-
gnoria a' erano dati, il quale mandò in loro aiuto
mille cavalieri tedeschi, per la qual cosa messer Ca-
ne si levò da oste e tomossi a Verona.
CAPITOLO XLnL
Come i conti da Santa Fiore riebbono Magliano.
Nel detto anno 1327, i Pancecchieschi di Ma-
remma, eh' aveano in guardia il castello di Magliano
per lo duca di Cilavra, per paura del maliscaloo del
Bavero, che cavalcò con grossa gente da Pisa in Ma-
remma per andare verso Roma, temendo che i conti
da Santafiore con quella gente non gli assediasse, mi-
sono fuoco nel detto castello, e vilmente se n' usci-
rono fuori, e abbandonarono, e' conti il si rìpresono
e racconciarono ; e' loro mallevadori furono presi in
Firenze per lo duca, e messi in pregione nelle stinche.
CAPITOLO XLIV.
Come la gente della Chiesa osteggiarono Faenus^
Nel detto tempo, la gente della Chiesa eh* em
col legato di Bologna, cavalcarono con messer Ric-
ciardo Manfredi sopra la città di Faenza per racqui-
etarla, la quale avea rubellata Alberghettino suo fra-
tello, e guastarla intomo con grandissimo danno del-
la contrada, ma però non potè avere la terra.
CAPITOLO XLV.
Quando morì U re Giamo d^ Araona,
Nel detto anno, del mese d' ottobre, morì lo re
Giamo d* Araona di suo male, e fu seppellito in Bar^
zellona ; e lo 'nfante Alfonso suo figliuolo, il quale con-
quistò la Sardigna, ne fu fatto e coronato re d' Arno*
na e di Sardigna. II detto re Giamo (a savio e va-
loroso signore e di grandi opere e imprese, come per
addietro la nostra cronica in più parti fa menzione.
CAPITOLO XLVI.
Come il Bavaro diede a Castruccio pie casteUa
de* PisanL
Nel detto anno, a dì 3 di dicembre, i Pisani per
comandamento del Bavero renderono a Castruecio det-
to duca di Lucca, per guiderdone del suo servigio.
DI GIOVANNI VILLANI.
Zì$
il castello di Serretsano e di Rotina in Verailia, e
Montecalvoll o Pietracafia, onde i Pisani si tennono
forte gravati.
CAPITOLO XLVn.
Come a duca fece cacciare uno popolano di Firen»e^
perchè aringa contro a lui.
Nel detto anno, a dì 7 di dicembre, uno po-
polano di Firenze chiamato Gianni Alfani, per cagio-
ne che in nno consiglio di dare alato al re Ruberto
a richiesta de* saoi ambasciadori il detto Gianni con-
tredisse, il fece il duca condannare nelPavere e per-
sona e guastare i suoi beni ; e con tutto che *l detto
Gianni fosse per sue ree opere degno di quello, e
peggio, sì spiacque a tutti i popolani di Firenze per
esemplo di loro, e perocch' egli avea pure detto be-
ne per lo comune, e ragionevolemente ; ma diaselo
con troppa audacia e presunzione, e centra il si-
gnore. Avemne fatta menzione, non per lo detto Gian-
ni, che non era degno di scrivere in cronica, ma per
.esemplo, e perchò a" Fiorentini parve essere troppo
fedeli del signore, e per questa cagione recando in
loro esemplo, che chi a uno offende a molti minaccia.
CAPITOLO XLVIIl.
Come il Botaro $i partì di Pisa per andare a Roma,
Nel detto anno 1327, il Bavero essendo stato
in Pisa, poiché la vinse, come addietro facemmo men-
zione, non intese a fare guerra ninna contro i Fio-
rentini, né centra il loro signore messer lo duca,
ma solamente a raunare moneta per fornire suo cam-
mino verso Roma, e dair ottobre eh* egli prese Pisa
infino alla sua partita, trasse da* Pisani, con ventimi-
la fiorini d* oro che impuose al cherìcato di Pisa,
che di Ubbre e d*imposte e di loro rendite e gabelle,
dagentomila fiorini d*oro, con molti guai de* Pisani,
che alla loro difensione centra al detto Bavaro non
ardirono impome cinquemila. E ciò fatto, a dì 15 di
dicembre nel detto anno, con sua gente in numero
di tremila cavalieri, e con più di diecimila bestie uscì
della città di Pisa, e acoampossi alla badia di San-
to Remedio presso a Pisa a tre miglia, e di là man-
dò innanzi per la via di Maremma il suo malisoalco
oo* conti a Santafiore e con Ugolinuccio da Raschio
con settecento cavalieri e duemila pedoni, acciocché
prendessono i passi di Maremma, e fornissono il cam-
mino di vettnaglia. E nel detto luogo soggiornò il
Bavaro sei dì, per attendere Castruccio duca di Luc-
ei, il quale mal volentieri andava con lui a Roma,
temendo di lasciare isguernita la città di Lucca e di
Pistoia. Alla fine non vegnendo il detto Castruccio,
e *1 Bavaro avendo lettere e messaggi da* Romani,
che avacoiasse sua andata a Roma se volesse la ter-
ra, acciocché la parte degli Orsini e della Chiesa non
ri mettessero prima la forza e gente pel re Ruberto,
si partì a dì 21 di dicembre, e fece la pasqua di Natale
■ Castiglione della Pescaia ; e poi di là passò il fiume
d' Ombrone alla foce di Grosseto con grande affanno,
perché per le gravi pioggie il detto fiume era molto
grosso, enne ponte apposticciò oh'aveano Tatto Tare il
suo maliscalco coietti Maremmani, per soperchio
incarico di sua gente si ruppe, e assai di sua gente
e loro cavalli annegarono, e convenne che M signore
passasse alla foce alla marina con due galee e più bar-
che, che fece venire da Piombino. Il quale passaggio,
se *l duca di Calavra colla sua gente e co* Sanasi
avesse voluto impedire, assai era loro leggiere e sicuro;
ma poiché *l Bavaro fu in Toscana, il detto duca
non volle vedere né lui né sua gente, o per viltà di
cuore, 0 per senno o comandamento del padre lo re
Ruberto, per non venire alla zuffa co* Tedeschi, che
1* andavano caendo^ E così passò il Bavaro la Marem-
ma con grande affanno e con male tempo e grande
soffratta di vitluaglia, albergando per necessità i più
della sua gente a campo nel cuore del verno. E po-
chi giorni appresso, Castruccio con trecento cavalieri
della miglior gente eh* egli avea, e con mille baie*
strieri tra Genovesi e Toscani, seguì il Bavaro e giun-
selo a Viterbo, e lasciò in Lucca e in Pistoia e in Pi-
sa da mille cavalieri per guardia con buoni capi-
tani. Il detto Bavaro faccende la via di Santafio-
re, e poi da Cornato e da Toscanella, giunse
nella città di Viterbo a dì 2 del mese di gennaio del
detto anno ; nella quale fu ricevuto a grande onore,
siccome loro signore, perocché Viterbo si tenea.a
parte d* imperio, ed erane signore e tiranno di quel-
la nno eh* avea nome Silvestro de' Gatti loro citta-
dino. Lasceremo alquanto gli andamenti del Bavaro,
e torneremo a ciò ohe fece il duca di Calavra.
CAPITOLO XLIX.
Come il duca di Calavra si partì della città di Fi-'
ren%e^ e andonne nel Regno per contrariare
al Bavaro.
Sentendo il duca di Calavra ch*era in Firenze la
partita del Bavaro dalla città di Pisa, e come già era
entrato in Maremma, a dì 24 di dicembre nel det-
to anno fece uno grande parlamento in sul palagio
del comune ove abitava, ove furono i priori e* gon-
falonieri e* capitani della parte guelfa, e tutti i col-
legi degli uficiali di Firenze, e gran parte della buona
gente della cittade, grandi e popolani \ e quivi per li
suoi savi solennemente e con belle dicerie annun-
ziò la sua partita, la quale a lui era di necessità per
guardare il suo regno e per contrastare le fbrze del
Bavaro, confortando i Fiorentini che Timanessono in
costanza e fedeli e con buono animo a parte di Santa
Chiesa e al padre e a lui, e che egli lasciava loro
capitano e suo luogotenente messer Filippo di San-
gineto, figlinolo del conte di Catanzaro di Calavra,
e per suo consiglio messer Giovanni di Giovannazzo
e messer Giovanni da Civita di Tieti, grandi savi in
ragione e iu pratica, e gente d* arme da mille cavalieri,
pagandoli dugentomila fiorini d* oro Panno, com^ egli
ci fosse, per soldo de* detti cavalieri, promettendo
che quando bisognasse egli in persona o altri di suo
lignaggio verrebbe con tutte sue forze all' aiuto e
cercando, sola voce di qaesto verbo antiquato.
su
CRORICUB
difensione di Firensò. A dò che fa proposlo e deU
lo per gli savi deldaoa, sayiimente e con belle arìn-
gherie fornite di moUe aotoritadi fu faUa la rìapo-
•la per gli Fiorentini per certi loro savi, moatran-
do doglia e peaanza di ana partita, perocché con
tutto non fosse stato viro signore né guerriere, co-
no molti Fiorentini arrebbono voluto, e come pò-
tea colle sue forse, si fu pure dolce signore e di
buono aiere' a' cittadini, e nella sua sUnta addirix-
zò molto il male stato di Firente, e spense le sette
ch^ erano tra^ cittadini, e con tutto che coatuse gros-
samente la sua stanza in Firenze, che di vero si tro-
varono spesi per lo comune, in diciannove mesi che
il detto duca fu in Firenze, colla moneta ch*egli avea
de' gaggi, più di novecento migliaia di fiorini d* oro *,
e io il posso testimoniare con verità, che per lo co-
mune fui a farne ragione, con tutto che i cittadini
e tutti artefici guadagnarono assai da lui e da sua
gente. E dilibero il detto parlamento, il dì appreaso
del Piatale fece il duca grande corredo, e die man-
giare a molti buoni cittadini, e gran corte di donne,
e con grande festa e danze e allegrezza; e poi il
lunedi vegnente dopo terza, dì 28 di dicembre, si
partì il detto duca di Firenze colla donna sua, e con
tuttM suoi baroni, e con ben mille cinquecento cava-
lieri della migliore gente eh* avesse, e seguì suo cam-
mino soggiornando in Siena e in Perugia e a Kieti;
e a dì 16 di gennaio anno detto giunse air Aquila, e
là si fermò con sua gente. Lasceremo alquanto del
Bavero e del duca faccende incidenza, per dire d' al-
tre novità infra 'I detto tempo.
CAPITOLO L.
Come il borgo a San Donnino n'arrendè alla Chiesa,
Nel detto anno 1327, del mese di dicembre,
il borgo di San Donnino in Lombardia, che tanto a-
vea fatto di guerra e di danno alla parte della Chie-
sa, partitane la cavalleria di Milano per V altre guer-
re cominciate per la venuta del Bavero in Toscana,
per certo trattato tra* terrazzani s' arrandeo a' figli-
uoli di messer Ghiberto da Correggio di Parma, per
lo legato del papa oh* era in Lombardia, e costò da-
nari usai al detto legato.
CAPITOLO LL
Come fu fatto accordo irà" Perugini e té Città di
Castello.
Nel detto anno e mese, si fece accordo da' Pe-
ragini alla Città di Castello, rimagnendo la signoria
di Castello a*TarlaU d'Arezzo e a' figliuoli di Tano
degli Ubaldini che n' erano signori, e alla parte ghi-
bellina, rimettendo nella città certi usciti guelfi e par-
te rimanendo a' confini, riavendo il frutto di loro pos-
aesaioai, e prendendo podestà e capitano di Peru-
gia di parte ghibellina a loro volontà. B ciò feciono
i Perugini perch' erano molto affannati della detta guer-
ra, e per la venuta del Bavero male potuti alare da*
Fiorentini e dagli altri Toscani,
I di buon «ara, aria, aspetto: afiJ)Qa ad umano.
CAPITOLO UL
CowM il papa fece dieci cardinali.
Nel detto anno, a di 18 di dicembre, per lo
digiune quattro tempora, papa Giovanni per rifor-
mare e rafforzare lo stato suo e della Chiesa per la
venuta del Bavero, e per la nimistà che la Chiesa
avea preaa con lui, appo Avignone in Proenza fece
dieci cardinali, i nomi de' quali furono questi: mea-
ser r arcivescovo di Tolosa, che V arciveaoovo di Na-
poli, che messer Annibaldo di quegli di Ceccano in
Campagna, lo veacovo di Siponto, cipò fra Matteo
degli Oraini di Campo di Fiore, lo vescovo d' Abzur-
ro eh' ò di Francia, lo vescovo di Ciarterì anche
francesco, lo vescovo di Cartaina di Spagna, lo ve-
scovo di Mirapesce di Tolosana, e il vescovo di S.
Paolo anche di Tolosana, messer Giovanni figliuolo
di meaaer Stefano della Colonna di Roma, messer
Imberto di Ponzo di Caoraa parente del detto papa.
CAPITOLO LIO.
Di certe novità che il legato del papa fece
in Ftrena^.
Nel detto anno, il dì appreaso V Epifania, per
mandato del cardinale degli Orsini legato in Toaoana,
il quale era in Terra di Roma, in Firenze ai celebrò
tre dì comune processione per tutti i religiosi e seco-
lari maschi e femmine che la vollono aeguire, pre-
gando Iddio che desse il suo aiuto a Santa Chiesa
alla difensione del Bavero, e lui recasse all' obbe-
dienza della Chiesa, e pace: e però diede grandi in-
dulgenze e perdoni E in queato tempo il papa die-
de al detto legato per aua mensa la rendita della Ba*
dia di Firenze, eh' era morto l'abate, e vacava, il
quale la prese, e poi non vi fu abate ; e per gli mo-
naci ch'erano dieci, con ogni fornimento di cappel-
lani e della Chiesa, lasciò fiorini cinquecento d* oro
air anno ; e fu grande ragione, che la Badia avea di
rendita presso a duemila fiorini d' oro ed ispendeansi
fra dieci monaci e uno abate,
CAPITOLO LIV.
Come il Bataro si parA di Viterbo e andonna
a Roma.
Nel detto anno 1327, essendo il Bavero giunto
in Viterbo, in Roma nacque grande quistione Ira 1
popolo, e spezialmente tra cioqoantadue buoni uomini,
chiamati quattro per rione alla guardia del popolo ro-
mano, che parte di loro voleano liberamente la venuta
del Bavero siccome loro signore, e parte di loro paren-
do msl fare e contra Santa Chiesa, e parte voleano
patteggiare con lui anzi che si ricevesse in Roma;
e a questo terzo coniiglio s'appresono nel paleae
per conteutare il popolo, e mandargli solenni amba-
aciadori a ciò trattare. Ma Sciarra della Colonna o
Iacopo Savelli, eh' erano capitani del popolo , ool-
I l'aiuto di Tibaldo di quegli di Santo Stazio, grandi
DI GIOVANNI VIUANL
817
e poMenti Romani, i quali tre caporali erano slati
cagione della rivoluiione di Roma, e cacciali n^ avea-
DO gli Orsini e messere Stefano della Colonna, e' fi-
gliuoli, tutto fosse fratello carnale dei detto Sciarra,
perocch"* era cavaliere del re Ruberto e teneasi a sua
parte; per la qual cosa tulli gli amici del re Ru-
berto per tema si partirono di Roma e tolto fu a-
gli Orsini Castel Sant" Angelo, e tutte le forze di
Roma a loro e a^'loro seguaci, sotto la forza e guar-
dia del popolo: i sopraddetti tre capitani del popolo
tempre nel segreto, dissimulando il popolo, ordioa-
Ttno e trattavano la venuta del Ravaro e di farlo
re de^ Romani, per animo di parte ghibellina, e per
molta moneta ch^ ebbono da Castruccio duca di Luc-
ca, e dalla parte ghibellina di Toscana e di Lombar-
dia. Incontanente mandarono segreti messi e lettere
a Viterbo al Ravaro, che lasdasse ogni dimoranza,
a veabse a Roma, e non guardasse a mandato o detto
degli ambasciadorì del popolo di Roma. I quali am-
basciadori giunti a Viterbo, ed isposta solennemente
la loro ambasciata colle condizioni e patti loro im-
posti per lo popolo di Boma, commise il Ravaro la
risposta deir ambasciata a Caslruccio signore di Luc-
ca, il quale, eom* era per lo segreto ordinato, fece
tonare trombe e Irombetle, e mandò bando eh' ogni
«omo cavalcasse verso Roma ; e questa^ disse agli
ambaaciadori di Roma, è la risposta del signore tm-
peradore, l detti ambasciadorì cortesemente ritenne,
e fece ordinare e mandò scorridori innanzi prenden-
do ogni passo, acciocché ogni messaggio o persona
eh^ andasse verso Roma fosse arrestato e ritenuto. E
cosi si partì il detto Bavero con sua gente della città
di Viterbo marte(U a di 5 di gennaio, e giunse in
Roma il giovedì vegnente, di 7 di gennaio 1327,
neU^ora di nona, e con sua compagnia bene qnat-
Iromiia cavalieri, sanza contrasto ninno, com'era or-
dinalo per gli detti capitani, e da' Romani fu ricevuto
graziosamente ed ismontò ne* palazzi di Santo Pietro,
e là dimorò quattro giorni ; poi passò il fiume del
Tevero per venire ad abitare a Santa Maria maggio-
re ; e il lunedì vegnente salì in Campidoglio, e fece
000 grande parlamento, ove fu tntto il popolo di
Roma, eh' amava la sua signoria, e degli altri ; e in
quello il vescovo d'Ellera dell' ordine degli Agostini
disse la parola per lui con belle autoritadi, ringra-
ziando il popolo di Roma dell' onore che gli aveano
Catto, dicendo e promettendo, com* egli avea inten-
lione di mantenerli e innalzarli, e di mettere il po-
polo di Roma in ogni buono atato, onde a' Romani
piacque molto, gridando : Viva etva t7 nostro signore
erede* Romani, E nel detto parlamento a'ordinò la ana
coronazione la domenica vegnente, e nel detto par-
laoiento il popolo di Roma il feciono senatore e
capitano del popolo per un anno. E nota, che col
detto Ravaro vennono in Roma molti cherici e prelati
e frati di tutte le ordini, i quali erano ribelli e sisma-
tici di Santa Chiesa, e tutta la sentina degli eretici
de^ criatiani per contrario di papa Giovanni; per la
qual coaa molti de' cattolici cherici e frati ai parti-
rono di Roma, e fn la terra e la santa città inter-
detta, e non vi si cantava officio sacro né sonava
campana, ae non che a' oficiava per gli suoi cherici
sismatici e scomunieatL B *1 detto Bavaro commise a
Sciarra della Colonna, eh* egli costrignesse i catto-
lici cherici che dicessono il divino uficio; ma per
tutto ciò niente ne vollono fare : e il Santo Suda-
rio di Cristo fu nascoso per uno calonaco di San
Piero, che lo avea in guardia, perchè non gli parca
degno si vedesse per gli detti sismatici, onde in Ro-
ma n' ebbe grande turbazione.
CAPITOLO LV.
Come Lodovico di Baviera si fece coronare per lo
popolo di Roma per loro re e imperadore.
Nel detto anno 1327, domenica dì 17 genna-
io, Lodovico *duca di Raviera eletto re de' Romani
fu coronato a Santo Pietro di Roma con grandissimo
onore e trionfo, come diremo appresso; cioè ch'egli e la
moglie con tutta aua gente armata si partirono la mat-
tina di Santa Maria Alaggiore, ove allora abitava ve-
gnendo a Santo Pietro, armeggiandoli innanzi quattro
Komani per rione con bandiere, coverti di zendado
i loro cavalli, e molta altra gente forestiera, essendo
le vie tutte spazzate e piene di mortella e d'alloro,
e di sopra a ciascuna casa tese o parate le più
belle gioie e drappi e ornamenti eh' avessono in
<rasa. Il modo come fu coronato, e chi 'I coronò, fu-
rono gli infraacritti : Sciarra della Colonna, ch'era
stato capitano di popolo, Ruccio di Proresso \ e Or-
sino degli Orsini stati sanatori, e Pietro di Monte-
nero cavaliere di Roma, tutti vestiti a drappi ad oro;
e co' detti a coronarlo ai furono de' cinquantadue del
popolo, e '1 prefetto di Roma sempre andandogli
innanzi come dice il titolo suo, ed era addestrato
da' sopraddetti quattro capitani, sanatori e cavalieri,
e da Giacopo Savelli, e Tibaldo di Santo Stazio, e
molti altri baroni di Roma; e tutt'ora si facea an-
dare innanzi uno giudice di legge, il quale avea pw
istratto r ordine dello 'mperio. E col detto ordine
si guidò alla sua coronazione. E non trovando ninno
difetto, fuori la benedizione e conflrmazione del papa,
che non v'era, e del conte del palazzo di Laterano,
il quale a' era cessato di Roma, che accendo l' ordine
dello 'mperio il doveva tenere quando prende la cre-
sima all' altare maggiore di Santo Pietro, e ricevere
la corona quando la ai trae, ai prowidde, innanzi ai
coronasse, di fare conte dd detto titolo Castruccio
detto duca di Lucca. E prima con grandissima aol-
lecitudine il fece cavaliere cignendoli la spada colle
aue mani, e dandogli la collata ' e molti altri ne fece
poi cavalieri pur taccandoli colla bacchetta dell' oro,
e Castruccio ne fece in sua compagnia sette. E ciò
fatto, si fece consecrare il detto Ravaro come im-
peradore, in luogo del papa o de' suoi legati cardinali,
a sismatici e scomunicati, al vescovo che fn di Vi-
negia nipote che fu del cardinale da Prato, e al ver
scovo d'Ellera;'e per simile modo fu coronata la
' La edizione de* Gionti dice : f2ì Proceéào,
* colpo leggerissimo d'una bacchetta d'oro, o di spada
piatta o di mano tal colio di ohi veniva (atto cavaliere.
Pep. Ann. Dee.
816
CRONICHE
taa donna come imperadrioe. E eoma il Bavaro fu
coronalo, ai fece leggere Ire decreli imperiali, primo
della caltolica fede, il aeoondo d^ onorare e reverire
i eherici, il leno di conservare le ragioni delie vedo-
ve e do^ pupilli, la qaale ipocrita dissimulazione piac-
que mollo a* Romani. E ciò fatto fece dire la mes-
sa; e compiuta la detta solennitade, si partirono
di Santo Pietro, e vennono nella piaua di Santa
Maria deirAriacelo dov' era apparecchialo il man-
giare ; e per la molta e lunga solennità fu sera in-
nanzi che si mangiasse : e la notte rimasono a dor-
mire in Campidoglio. E la mattina appresso fece se-
natore e suo luogotenente Castruccio duca di Lucca,
e lasciollo in Campidoglio ; ed egli e la moglie se
n' andarono in San Giovanni Laterano. In questo mo-
do fu coronalo a imperadore e re de* Romani Lo-
dovico detto Bavero per lo popolo di Roma, a
grande onta e dispetto del papa e della Chiesa di
Roma, non guardando ninna reverenza di Santa Chie-
sa. E nota che presunzione fu quella del dello dan-
nalo Bavero, che non troverai per nulla cronica
antica o novella ohe nullo imperadore cristiano mai
si facesse coronare se non al papa o a suo legalo,
lutto fossono mollo contrari della Chiesa, o prima
o poi, se non questo Bavero ; la qua! oosa fu molto
da maravigliare. Lasceremo alquanto di dire ora più
del Bavero, faccendo alcuna incidenza, perocché ri-
mane in Roma per ordinare e fare maggiori e più
-meravigliose cose. Ma com* egli fu coronalo, senza
•oggiomo se fosse andato colla sua gente verso il
regno di Puglia, nullo rilegno né difensione v^evea,
con lutto che il duca di Calavra fosse alla fironliera
all^ Aquila con millecinquecento cavalieri, e guernito
Rieti e Cepperano, e ponte Corbolo, e San Germano
di genie d^arme ; ma il detto Bavero si trovò in Roma
alla della sua coronazione più di cinquemila cavalieri.
Ira Tedeschi, e Latini, buona genie d* arme e volon-
terosi di battaglia ; ma cui Iddio vuole male gli to-
glie il buono consiglio, e cosi avvenne a lui, come
Innanzi nel suo processo faremo menzione.
CAPITOLO LYL
Come quelli da Fabbriano furono sconfUH dalla
gente della Chiesa,
Nel detto anno 1327, di gennaio, essendo
Toste della Chiese sopra il castello di Fornoli nella
Marca d* Ancona, quegli da Fabbriano ribelli della Chie-
sa son quattrocento cavalieri e duemila pedoni per le-
vare il detto assedio vennono e pnosonsi ivi presso
a un altro castello che leneano quei della Chiesa.
Tano da Iesi capitano della gente della Chiesa gli
usali con sua gente e miseli in isconfltta, e rimasonvi
selle bandiere di cavalieri, e da centosetlanta cavalli
e bene trecento nomini morti e quattrocento presi.
CAPITOLO LVII.
Conta de' fatti di Firenze.
Nel detto anno, a di 22 di gennaio, si comin-
ciò a fondare in Firenze la grande porla della cit-
tede sopra le mura che va verso Siena e verso Ro-
ma, presso al monistero delle donne di MonticeUi
oltrarno ; e in quelli tempi si dificarono quelle mora
nuove della cittade intorno alla delta porta verso il
poggio di Bogoli. Domenica notte vegnente, a di 24
di gennaio, s^ apprese il fuoco in Firenze nel sesto
di Borgo presso alla loggia de* Bondelmonti, e ar-
sonvi due case senza altro danno.
CAPITOLO LVm.
Come la citià di Pistoia fu presa per lo capitello
del duca e de* FiorenHnL
Nel detto anno 1327, alP uscita di gennaio,
essendo messo innanzi segretamente a messere Fi-
lippo di San Gioeto, capitano di guerra per lo duca
rimaso in Firenze, per uno Baldo Cocchi e Iacopo
di messer Braccio Bandini guelfi usciti di Pistoia co-
me potoano avere la città di Pistoia per imbolio ^ e
forza, se si volesse assicurare, il detto messer Filip-
po cautamente inlese al trattalo, e segretamente fece
fare nel castello dello 'mperadore di Prato ponti di
legname, e scale e bolcioni ' e altri dificii da com-
battere torre; e mercoledì aera, di 27 di gennaio,
serrate le porte, si parti il detto messer Filippo di
Firenze con seicento uomini di cavallo di sua gente,
e non menò seco nullo Fiorentino, se non mess^
Simone di messer Rosso della Tosa, che ordinò il
trattato col dello messer Filippo. E anzi a mezza notte
giunsono a Prato, dov* erano apparecchiati i detti
dificii di legname, e caricandogli in muli e apporta-
tori mandati di Firenze, si mise in via menando seeo
duemila fanti a pie tra Pratesi e soldati de* Fioren-
tini che erano ordinati in Prato ; e giunse a Pistoit
anzi il giorno, di costa alla porta di San Marco, dal-
la parte ov* era il fosso con meno acqua, e il luogo
della terra più solitario e peggio gaardato. I detti
Baldo e Iacopo passero il fosso su per lo ghiaccio, e
con iscala salirono in sulle mura che non furono di
nulli sentiti, e ivi su misono le bandiere del duca e
del comune di Firenze, e per simile modo ne miso-
no dentro da cento fanti ; e trovandoli 1* ufficiale che
andava ricercando le guardie, levò il romore, e egli
e sua compagnia furono morti di presente, e la terra
fu tutta ad arme. In quello, la gente di messer Fi-
lippo puosono il ponte sopra il fosso, e con più
scale messe alle mura molta gente vi misono dentro,
e co' bolcioni dentro e di fuori pertugiarono il maro
in due parti per modo, che vi poteano mettere il
cavallo, onde menando a mano più ve ne furono
messi ; e messer Filippo in persona con alquanti di
sua gente v* entrò dentro, e incontanente semina-
rono triboli di ferro ^ eh" aveano portati, per b
' fartivamente, di sorpreia. Dìoesi anche imboUwi wna
/orteMza, per prenderla di furtOf di BopraseàUo.]
' Macobina militare, un po' più piccola dell'altra chia-
mata ariete^ ma su quel fare, per abbattere le mura. Fa
così chiamata forte dai bolzoni o bozzoni^ che presso a!
macellai sono certi agnelli castrati, più piccoli dei montoni.
* Ferri a quattro punte che si spargevano per lo strade
per tribolare e indugiare la caralleria nemica.
DI GIOVANNI VILLANI.
Sto
vie d^onde i nemici poteano loro venire addosso,
per impedire loro eMoro cavalli. E come vi furono
ingrossati dentro, la cavallerìa e gente di fuori e que-
gli entrati dentro combatterono la torre della porta
San Marco, e misono fuoco nel ponte e porta del-
r antiporta. La gente di Castruccio che v" erano den-
tro da cento cinquanta cavalieri e cinquecento pe-
doni soldati alla guardia, sansa i cittadini, franca-
mente parte di loro rìmagnendo armati in su la piaz-
za, e parte ne vennono a combattere la gente eh* era
entrata dalle mura, e per forza gli ripinsono allo
stretto e rottura della mura, e molti se ne gittava-
no fuori, se non fosse la virtù e sollecitudine, del
detto messer Filippo e di sua compagnia, ch^ erano
dentro già con centocinquanta cavalieri, i quali mon-
tando in su' loro cavalli con grande vigore percos-
sono a* nemici, e per due riprese gli misono in rot-
ta : e in tanto arse V antiporta ; e per quelli eh* e-
rano dentro tagliata la porta, e le guardie della
torre morte e fuggite, tutta la cavalleria e gente di
fuori con grande vigore e grida e spavento di trom-
be e di nacchere entrarono nella terra. E ciò sen-
tendo la gente di Castruccio, con due suoi flgliuoli
piccoli che dentro v^ erano, Arrigo e Vallerano, si
ridussono al Prato nel castello fatto per Castruccio
chiamato Bellaspera, il quale tutto non fosse com-
piuto era molto maraviglioso e forte. Gli spaventati
cittadini uomini e femmine di Pistoia, della subita
presa non provveduti, e ancora non era giorno, a
nulla difesa della città intesone se non allo scampo
di loro e di loro cose, correndo come {smarriti qua
e là per la terra. La cavalleria e gente del capitano,
e* Fiorentini e* Pratesi la maggior parte, si sparsono
per la terra alla preda e ruberia, che quasi il capi-
tano e messer Simone non rimasono con ottanta a
cavallo colle bandiere ducali e del comune di Firen-
ze, i quali traendo dietro a* nimid nel Prato, i Te-
deschi di Castruccio vigorosamente percossono al ca-
pitano e a sua gente, e diedono loro molto a fare
per più assalti : e furono in pericolo d* essere scon-
fitti e cacciati i nostri della terra per mala condot-
ta de* Borgognoni soldati, che si erano sparti per
la città alla ruberia, e lasciate le bandiere e 'I capi-
tano; ma ischiarando il giorno, la gente cominciò ad
andare al Prato al soccorso del capitano. I nimici
veggendo la gente nostra ingrossare, e già di loro
morti e presi, si rinchiusono nel castello, e intesono
di quello per la porta lucchese co* detti figliuoli di
Castruccio senza ritegno scampare, e fuggendo verso
Serravano, e lasciando molti Tarme e^ cavalli, e pre-
sine e morti alquanti. Ma se per lo capitano fosse
stato meglio provveduto, o da* suoi cavalieri meglio
obbedito, che parte di loro fossono cavalcali di fuori
alla porta lucchese, i figliuoli di Castruccio e tutta
sua gente erano morti e presi. In questo modo fu
presa la città di Pistoia, giovedì a dì 28 di gennaio
anni 1327, e tutta fii corsa e rubata sanza nullo
ritegno^ e durò la ruberia più di dieci dì, rubando
guelfi e ghibellini, onde molto fu ripreso il capitano;
che se a ciò avesse riparato, e colla sua gente e
con cinquecento cavalieri della Chiesa, eh* allora e-
rauo in Prato, fosse di presente cavalcato, avrebbe
avuto Serravalle, Carmignano, Montemurlo, e Tizzano,
0 alcuno de* detti castelli Ma il vizio della cupidi-
gia guasta ogni buono consiglio. Racquetata la ru-
beria, il capitano riformò la terra per lo re Ruberto
e per lo duca, e lasciowi per capitano il detto mes-
ser Simone della Tosa con dugento -cinquanta sol-
dati e mille pedoni al soldo del comune di Firenze,
e il detto messer Filippo tornò in Firenze, domeni-
ca a dì 27 di febbraio, con grande onore e trionfo fatto-
gli per gli Fiorentini d*armeggiatori con bandiere e co-
verti di zendadi, e andargli incontro colla cavalleria
e popolani a pie, ciascuna compagnia col suo gon-
falone, e fattogli palio per mettere sopra capo,
ma ciò non volle acconsentire, ma fecevi mandare
sotto innanzi a lui il pennone dell* arme del duca,
eh* egli usava portare sopra capo, che li fu posto in
gran senno e conoscenza, e menonne seco molti pre-
gioni pistoiesi e altri, e uno figliuolo del traditore
messere Filippo Tedici e uno suo nipote piccoli gar-
zoni, e più altri cari figliuoli de* ghibellini di Pi-
stoia, e molta roba, drappi, arnesi, e gioielli. Avemo
sì distesamente innarrata la presura della città di Pi-
stoia, perocché per sì fatto modo e così forte città
di mura e di fossi e guernita di gente d*arme non
fu presa in Toscana già fa grandissimo tempo, e
ancora per la sequela eh* avvenne poi della detta
presura, come diremo appresso. E per 1* acquisto di
Pistoia, a dì 6 di febbraio s*arrendè la Castellina ch*è
sopra Puntormo, la quale molta guerra avea fatta
alla strada che va a Pisa.
CAPITOLO LIX.
Come Castruccio ti partì di Roma dal Baearo sì
tosto come seppe la pèrdita di Pistoia,
Essendo Castruedo in Roma col Bavero in
tanta gloria e trionfo, come detto avemo, d* esser
fatto cavaliere a tanto onore, e confermato duca, e
fatto conte di palazzo e senatore di Roma, e più
eh* al tutto, era signore e maestro della corte del
detto imperadore, e più era temuto e ubbidito che *l
Bavero, per leggiadria e grandigia fece una roba
di sciamito cremesì, e dinanzi al petto con lettere di
oro che diceano, egli è quello che Iddio vuole^ e nelle
spalle di dietro simili lettere che diceano, e* si sarà
quello che Iddio vorrà, E così egli medesimo pro-
fetizzò in se le future sentenze di Dio. E stando lui
in tanta gloria, come piacque a Dio^ prima perde la
città di Pistoia per lo modo che detto avemo. Come
la gente di Castruccio ebbono perduta Pistoia, in-
contanente per terra e per«iare mandarono mes-
saggi e barchette' armate, sicché per la via di mare
Castruccio seppe la novella a Roma in tre dì. Incon*
tenente Castruedo fu al Bavero e re de* Romani detto
imperadore, e dolsesi forte della perdita di Pistoia^
rimprocciando, che se non I* avesse menato seco,
Pistoia non sarebbe perduta, mostrando grande ge-
losia della dttà di Pisa, e di quella di Lucca, che
non avessono mutazione ; e incontanente prese con-
I V,
Vo colli ediiiout de* Giunti. II T. D. ha : vacekeU*.
8S0
CRONIOHB
gìo da lui, e partissi di Roma il primo dì di feb-
braio con SBa gente. Ha Casiruocio lasciò saa gente
in cammino, ed egli con pochi con grande solleci-
tudine e rischio per gli passi di Maremma cavalcò
innanzi, e giunse in Pisa con dodici a cavallo a di
9 di febbraio, iioni 1327. E la sua gente, eh' erano
cinquecento cavalieri e mille pedoni a balestra, giun-
sono piii giorni appresso. E nota, che per la par-
tita di Castmccio tutto V esordio e imprese del Ba-
vero chiavava ordinate per passare nel Regno, gli
vennono poi corte e fallite, come innanzi faremo
mensione ; perocché Castmccio era di grande consi-
glio in guerra e bene avventuroso, ed egli solo più
temuto dal re Ruberto e dal duca e da quegli del
Regno, che '1 Bavero con tutta sua gente. Sicché
per r acquisto di Pistoia Castmccio si parti di Ro-
ma, onde allora il Bavero prolungò T andare nel Re-
gno, che se ito vi fosse senza indugio e col senno
di Castmccio e con sua gente, di certo il re Ru-
berto era in perìcolo di potersi difendere, perchè
male s^ era ancora provveduto alla difesa. Come Ca-
stmccio fu in Pisa, al tutto prese la signorìa della
terra, e recò a se tutte T entrate e le gabelle de*Pi-
sani ; e oltre a ciò gli gravò di più incarìchi di mo-
neta. E poco appresso per alcun trattato credette
avere Montetopoli per imbotto, e oavalcovvi con sua
gente una notte, e di sua gente per condotta del
traditore entrarono inflno a V antiporta. La mattina
per tempo quegli della terra, e' soldi ti a cavallo e
a pie che v' erano per lo comune di Firenze, senti-
rono il tradimento, e vigorosamente difesono la por-
ta, e nccisono il traditore, e coloro cui egli uvea
già condotti dentro. Per la quel cosa si tornò Ca-
stmccio a Pisa. E poi in calen di marzo fece fare
una grande cavalcata nel piano di Pistoia^ ed egli
medesimo venne a provvedere Pistoia, come quegli
che tutto suo animo era disposto in racquistarla ; e
fece fornire Montemurlo, e toraossi in Lucca sanza
contrasto niuno da'Fiorentini o dal capitano del du-
ca. Lasceremo alquanto da'* processi di Castmccio,
e diremo d* altre coseislrane ch*awennono neMetti
tempi.
CAPITOLO LX.
Come e quando moti Carlo re di Francia.
Nel detto anno 1327, il dì di calen di febbra-
io, morì Carlo re di Francia di sua malattia, e con
gli altri re fu soppellito a San Denis a grande ono-
re. Questi non lasciò nullo figliuolo, ma la reina sua
moglie, la quale, come addietro facemmo menzione,
era sua cugina caraale^mase grossa, e fu fatto go-
vernatore del reame messer Filippo di Valois, suo cu-
gino, e figliuolo che fu di messer Carlo di Yalois.
Al detto termine la detta reina fece una figliuola fem-
mina, sicché della signorìa del reame fu fuorì e di
quistione, e il detto messer Filippo ne fu re, come
innanzi faremo menzione. Questo re Carlo fu di pic-
cola bontà, e al suo tempo non fece cosa notabile,
e in lui finì Terìtaggio del reame del suo padre il
re Filippo, e de* suoi fratelli, che con lui furono quat-
tro re: Luis e Giovanni suo piccolo figliuolo nato della
reina Gemenu poi che morì il padre, che non vivette
che venti dì, ma pur fu nel numero de* re; e morto
il detto fanciullo succedette e fu re il zio, ciò fu il
re Filippo, e poi il detto Cario, e di niuno rìmase
reda maschio; ciò avvenne loro la sentenzia, che *1
vescovo d' Ansiona profetizzò loro, come dicemmo
addietro nel capitolo della presura e morte di papa
Bonifazio, come per lo detto peccato commesso per
lo re Filippo loro padre egli e* suoi figlinoti avreb-
bono gran vergogna e abbassamento di loro stato, e
in loro fallirebbe la signoria del reame. E così av-
venne, che come addietro facemmo menzione, viven-
do il detto re Filippo padre» le donne de* suoi detti
tre figliuoli furono trovate in avolterìo con grande
vergogna della casa reale, e in loro fallì la signorìa
del reame, che di nullo di loro rìmase reda maschio.
E però é da guardare d'offendere chi è in luogo-
tenente di Cristo, né a Santa Chiesa a diritto né a
torto, che con tutto eh* e* suoi pastorì per loro di-^
fetti non sieno degni, f offesa a loro fatta è dell^on-
nipotente Iddio.
CAPITOLO LXL
Come in tutta Italia fu corruzione di febbre.
Nel detto anno e mese di febbraio, fu per tutta
Italia una generale cormzione di febbre mossa per
freddo, onde i più delle genti oe sentirono, ma po->
chi ife morirono. Dissono gli astrolaghi naturali,
che di ciò fu cagione T avversione di Harte e di
Saturno.
CAPITOLO LXIL
Come il conte Guglielmo Spadalunga prese Romena
e poi la lasciò*
Nel detto anno, a di 26 di febbraio, -Gugliel-
mo Spadalunga, de* conti Guidi ghibellini, coir aiuto
di trecento cavalierì tedeschi eh* ebbe dagli Aretini,
prese il castello di Romena, salvo la rocca, il quale
era de* suoi consorti guelfi figliuoli del conte Agfai-
nolfo; onde in Firenze per cagione dell'essere del
Bavero n' ebbe grande gelosia e paura ; e cavalcarvi
le masnade de* cavalierì, e gli altrì conti Guidi guelfi
si raunarono con loro isforzo per contrarìare il detto
conte Guglielmo, il quale veggendo sì subito soo-»
corso, ed egli mal provveduto di vittuaglia, lasciò la
terra con alcuno danno di sua gente.
CAPITOLO LXIII.
Come i Genovesi ripresono il castello di VolterL
Nel detto anno 1327, ali* entrante di marzo, i
Genovesi d'entro ripresono per forza e ingegno il
castello di Yolterì con grande danno di loro usciti
che dentro v* erano, che molti ne furono morti e presii
CAPITOLO LXIV.
Come si cominciò guerra tra" Viniiiani e gli usciti
di Genova e que* di Suona.
Nel detto tempo si cominciò guerra in mare
tra' Viiìziani e quegli di Saona e gli usciti di Ge^
DI GIOVANNI VILLANI.
32!
nova, per cagione eh'e'deUì asciti di Genova cor-
seggiando in mare in Sona e in Komania, più coc-
che e galee cariche d'avere de' mercatanti di Vine-
già presono tra più volte nei detto anno, in quantità
di vaiata di più di settantamila fiorini d' oro, e più
di trecento Viniziani per più riprese, e in più legni
affrontandosi con loro a battaglia furono morti. Alla
fine volendo gli Viniziani pigliare la guerra per co-
mane, e ordinato, e già armate sessanta galee, Ca-
stroccio signore di Lacca per animo di parte, che
r una parte e Taltra erano ghibellini, prese iu mano ^
la differenza, e accordogli insieme con ammenda
a^Viniziani di libbre mille di viniziani grossi, a gran-
de danno e vergogna de* Viniziani ; ma fecionlo per
non perdere il navicare, e per tema di soperchia
spesa; ma più gli vinse animo di parte e la loro
viltade.
CAPITOLO LXV.
Come il Bavaro fece cominciare guerra alla città
if Orbirieto,
Nel detto anno, il Bavaro che si facea chiamare
imperadore, essendo rimaso in Roma dopo la partita
di Castniccio, mandò de^suoi cavalieri da millecin-
quecento a Viterbo, e fece cominciare guerra alla
città d' Orbivieto, perchè si teneano alla parte della
Chiesa, e molte ville e castella di loro contado ar-
SODO e guastarono, e maggior danno avrebbono fatto,
se non che a dì 4 di marzo in Roma nacque una
grande zuffa tra^ Romani e" Tedeschi, per cagione che
di vittuaglia che prendeano e non ne voleano dare
danaio, onde molti Tedeschi furono morti, e furonne
i Romani sotto Tarmo, e abbarrarsi in più parti in
Roma. Per la qual cosa il Bavaro ebbe sospetto di
tradimento; s'afforzò in castello Sant' Angiolo, e tutta
sua gente fece tornare ad abitare nella contrada si
chiama portico di San Piero, e per la sua gente che
era sopra Orbivieto rimandò, e fece ritornare in Ro-
ma. Alla fine s'acquetò la zuffa, e più Romani furo-
no condannati, onde b" accrebbe la loro mala volontà
eontra il Bavaro e sua gente.
CAPITOLO LXVI.
Carne U Baearo fece torre la signoria di Viterbo e il
iuo tesoro a Salvestro de^ Gatti che n'aera signore.
Nel detto anno 1327, del mese di marzo, il
Bavaro, essendogli detto che '1 signore di Viterbo
avea grande tesoro di moneta, e egli di ciò molto
bisognoso, mandò il suo maliscalco e '1 cancelliere
con mille nomini a cavallo alla città di Viterbo, e
giunti nella terra, subitamente feciono pigliare Sal-
vestro de' Gatti e 1 figliuolo, ch'era signore di Vi-
terbOf e quegli che gli avea data T entrata della terra
e la signoria, opponendogli, ch'egli stava in trat-
tato col re Ruberto di dare a sua gente Viterbo, e
fecelo martoriare per farlo confessare ove avea suo
* pr«s« sopr» di se, prese a trattare la difiereoso, a
|iorvi nmedio. Manca qaeata beUìssima maniera alla Crusca.
tesoro; il quale confessato ch^era nella sagrestia de'
frati minori, vi mandò, e vi trovarono trentamila fio-
rini d'oro; e quegli presi, con essi n'andarono a
Roma, menandone preso il detto Salvestro e 'I fi-
gliuolo; sicché il piccolo tiranno dal maggiore fu
senza colpa di quel peccato degnamente pulito, e
toltagli la signoria della terra, e il suo tesoro.
CAPITOLO LXVII.
Come il cancelliere di Roma si rubellò al Bavaro,
Nel detto anno, a dì 20 di marzo, il cancel-
liere di Roma, eh' era nato degli Orsini, rubellò eon-
tra al Bavaro la terra d' Asturi in su la marina, che
era sua, e misevi le genti del re Ruberto, acciocché
facessono guerra a Roma ; per la qual cosa i Romani
a furore corsono a disfare le case sue, e la bella e
nobile torre ch'era sopra la mercatanzia appiè di
Campidoglio, che si chiamava la torre del Cancel-
liere. E in questo tempo il Bavaro fece in Roma una
imposta di trentamila fiorini d' oro, per gran fame
oh' avea di moneta; i diecimila ne fece pagare ai
giudei, e gli altri diecimila a' cherici di Roma, e gli
altri a' laici romani; onde il popolo si turbò forte,
perchè non erano usati di così fatti incarichi, e at-
tendeano dell' essere in Roma il Bavaro avere gra-
scia e non spesa; perla qual cosa a* Romani comin-
ciò a rincrescere e a crescere la loro mala volontà e
indegnazione eontra il detto Bavaro.
CAPITOLO LXVIII.
Di certe leggi che fece in Roma Lodovico di Ba^
viera siccome imperadore.
Negli anni di Cristo 1326, a dì 14 del mese
d' aprile, Lodovico di Baviera, il quale si facea chia-
mare imperadore e re de' Romani congregato par-
lamento nella piazza dinanzi a Santo Pietro in Ro-
ma, ove avea grandi pergami in su i gradi della detta
chiesa, dove stava il detto Lodovico parato come
imperadore, accompagnato da molti cherici e prelati
e religiosi romani, e altri di sua setta che l' aveano
seguito e di molti giudici e avogadi, in presenza del
popolo di Roma fece pubblicare e confermò le 'n-
frascritte nuove leggi per lui nuovamente fatte, la
snstanzia in brieve delle quali è questa: Che qua-
lunque cristiano fosse trovato in eresia contro a Dio
e eontra alla *mperiale maestà, che secondo eh* è
anticamente per le leggi, dovesse essere morto, così
confermò che fosse ; e di ciò potesse essere giudi-
cato e sentenziato per ciascuno giudice competente,
0 fosse stato richiesto o non richiesto ; incontanente
trovato in quello peccato dell' eretica pravità o della
lesa maestà, fosse e dovesse essere morto, non o-
stante le leggi fatte per gli predecessori suoi, le
quali negli altri casi rimanessono in loro fermezza.
E questa legge volle s' intendesse alle cose passate e
alle presenti, e a quelle che fossono pendenti, e che
debbono avvenire. Ancora fece comandare, che cia-
scuno notaio dovesse mettere in ciascuna carta che
21
323
CRONICHE
i^li facesse, posti gli anni domini, e indÌ£Ìone, e
il di Sfatta al tempo deW eccellente e magnifico do^
mino nostro Ludovico imperadore de" Romani^ anno
suo ecc.^ e che altrimenti non Taleaae la carta. Item^
che ciascuno si guardasse di dare aiuto e consiglio
ad alcuno ribello e contumace del sacro imperadore
o del popolo di Roma sotto la pena de' suoi beni,
e che piacesse alla sua corte. Queste leggi furono
pensatamente fatte e ordinate per lo detto Bavaro e
per lo suo maculato consiglio, a fine che sotto que-
ste volle partorire e partorì lo suo iniquo e pravo
intendimento contra papa Giovanni e la diritta Chie-
sa, come appresso faremo menzione.
CAPITOLO LXK.
Si come il detto Lodovico diede sentenzia^ e come
póteo dispuose papa Giovanni ventesimosecondo.
Appresso, il lunedì vegnente, a dì 18 d'apri-
le del detto anno, il detto Lodovico, per simile mo-
do ch'avea fatto il giovedì dinanzi, fece parlamen-
to, e congregare il popolo di Roma, cherici e laici,
nella piazza di San Piero, e in sui sopraddetti per-
gami venne vestito di porpora, e colla corona in
capo e la verga dell' oro nella mano diritta , e la
poma ovvero mela d'oro nella manca, siccome im-
peradore ; e puosesi a sedere sopra uno ricco trono
rilevato, sicché tutto il popolo il potea vedere, in-
torniato di prelati e baroni e di cavalieri armati. E
come fu posto a sedere, fece fare silenzio; e uno
frate Niccola di Fabbriano deir ordine de' romitani si
fece al perbio ' , e gridò ad alte voci : Ecci alcuno
procuratore che voglia difendere prete Iacopo di
Caorsaj il quale si fa chiamare papa Giovanni ven-
tiduesimo? E così gridò tre volte, e nullo rispuose.
E ciò fatto si fece al perbio uno abate della Magna
molto letterato, e propuose in latino queste parole :
Haec est dies boni nunlii etc, allegando sopra questa
autoritade molto belle parole sermonando; e poi si
lesse una sentenzia molto lunga e ornata di molte
parole e falsi argomenti, in effetto di questo tenore.
Prima nel proemio, come il presente santo impera-
dore, essendo avido deir onore e di ricoverare lo
stato del popolo di Roma , si mosse d' Alamagna
lasciando il regno suo e' suoi figliuoli piccoli in ado-
lescente etade, e sanza alcuna dimoranza era venu-
to a Roma, sapendo come Roma era capo del mon-
do e della fede cristiana, e eh* ella era vacua della
tedia spirituale e temporale ; e stando a Roma, di-
nanzi a lui pervenne che Iacopo di Caorsa, il quale
8i faceva abusivamente dire papa Giovanni ventidue-
simo, avea voluto mutare il titolo de*cardinalitichi,
i quali sono a Roma, nella città di Avignone, e non
lasciò, se non perchè i suoi cardinali non l' assen-
tirono. E poi sentì che quello Iacopo di Caorsa avea
fatto bandire la croce contro a' Romani, e queste
cose fece assapere agli cinquantadue rettori del po-
polo di Roma e ad altri savi, come gli parve che si
convenisse. Per la qual cosa per il sindaco della
' b«ldaoch!oo, loleccbio, pergamo, pulpito/
chericia di Roma, e per quello del popolo di Roaia,
costituiti da coloro che n'aveano baUa, fa isposto di-
nanzi a lui e supplicato ch'egli procedesse sopra il det-
to Iacopo di Caorsa secondo eretico, e prevedesse la
Chiesa e '1 popolo di Roma di santo pastore e di
fedele cristiano, siccome altra volta fu fatto per Otto
terzo imperadore. Onde volendo attendere alla pietà
de' Romani e della Santa Chiesa di Roma, che rap-
presenta tutto il mondo e la fede cristiana, proce-
dette sopra il detto Iacopo di Caorsa, trovandolo in
caso di resia per gì' infìnscrìtti modi; cioè, prima,
che essendo il regno d'Erminia assalito da'saraci-
ni, e volendo lo re di Francia mandarvi soccorso
di galee armate, egli avea quella andata fatta con-
vertire sopra i cristiani, cioè sopra i Siciliani. An-
cora, che essendo egli pregato da* frierì di Santa
Maria degli Alamanni, eh' egli mandasse oste sopra
i saracini, avea risposto: Noi avemo in casa i sa--
racini. Anche avea detto, che Cristo aveva avuto
proprio in comune co' suoi discepoli, il quale sem-
pre amò povertade. E appresso trovatolo in altri
grandi peccati di resia, massimamente eh' egli s'avea
voluto appropiare lo spirituale e '1 temporale do-
minio, di consiglio di Ioab, cioè di Ruberto conta
di Proenza, faccendo contro al santo Vangelio, ore
dice, che Cristo vogliendo fare distinzione dello spi-
rituale dal temporale, disse : Id quod est Caesaris^
Caesariy et quod est Dei^ Beo. E in altra parte del
Vangelio disse : Regnum meum non est de hoc mun-
do: et si de hoc mundo esset regnum meum^ mtm-
stri mei etc. e seguentemente : Regnum meum non
est hic. Sicché i detti e altri diversi e grandi pec-
cati di resia avea commessi, e anche eh' avea pro-
sumito e avuto ardire contro la 'mperiale maestade,
disponendo e cassando la sua elezione, la quale in-
contanente fatta, per quella medesima ragione è con-
fermata, e non abbisogna di confermagione alcuna,
con ciò sia cosa che non sia sottoposto ad alcnnOt
ma ogni uomo e tutto il mondo è sottoposto a Ini.
Onde avendo il detto Iacopo commessi cotali pec-
cati, sì di resia e sì della lesa maestade, non ostante
ch'egli non sia stato citato, che non bisogna par la
nuova legge fatta per lo detto imperadore, e per
altre leggi canoniche e civili, rimovea, privava, e
cassava il detto Iacopo di Caorsa dali'oficio del pi'
pato, e d' ogni oficio e beneficio temporale e spiri-
tuale, e sommettendolo a ciascuno eh' avesse ginn-
dizione temporale, che '1 potesse punire d* animav-
versione, secondo che eretico e commettitore delli
lesa maestade; e che nullo re, prencipe, o barone,
e comunità gli dovesse ine aiuto, consiglio, o fa-
vore, né averlo né tenerlo per papa, in pena di pri-
vazione d' ogni dignità, oberici o laici, di chiunqne
stato fosse, e a pena d*essere condannato come fau-
tore d' eretico, e di commettere peccato della lesa
maestà; e la metà della pena e condannagione fosse
applicata alla camera dello 'mperadore, e l' altra me-
tade al popolo di Roma, e chiunque gli avesse dato
aiuto 0 consiglio o favore, da indi addietro cadesse
in simile sentenzia, assegnando termine i scusarsi a
chi contro a ciò avesse fatto, a quegli d' Italia uno
mese, e a tutti gli altri dell' universo mondo infra due
DI GIOVANNI VILLANI.
323
mesi, che si venissono a scusare. E data e confer-
mata la detta sentenzia, disse il detto Lodovico Ba-
varo, che in fra pochi giorni prowederebbe di dare
baono papa e buono pastore, sicché grande conso-
lazione n'avrebbe il popolo di Roma e tutti i cri-
stiani. E queste cose disse eh' avea fatte di consi-
glio di grandi savi cherìci e laici fedeli cristiani, e
de^suoi baroni e prencipi. Della delta sentenzia i
savi uomini di Roma molto si turbarono \ V altro
semplice popolo ne fece gran festa.
CAPITOLO LXX.
Come il figliuolo di messer Stefano della Colonna
entrò in Roma, e pubblicò il processo del papa
contro al Bavaro.
Appresso la detta sentenzia data per lo Bavaro
contro a papa Giovanni ventiduesimo, il venerdì a dì
22 del detto mese d'aprile e della detta indizione,
messer Iacopo figliuolo di messer Stefano della Co-
lonna venne in Roma nella contrada di Santo Mar-
cello, e nella piazza della detta chiesa, in presenza
di più di mille Romani ivi raunati, trasse fuori uno
processo scritto, fatto per papa Giovanni centra Lo-
dovico di Baviera, e nullo era stato ardito di re-
carlo e pubblicarlo in Roma, e quello diligentemente
lesse ; e disse che agli orecchi del chericato di Ro-
ma era pervenuto, che certo sindaco era comparito
dinanzi a Lodovico di Baviera, il quale abusivamente
si fa dire imperadore, e sposto contra il santo papa
Giovanni ventiduesimo, e ancora il sindaco del po-
polo di Roma, il quale sindaco, cioò quello del che-
ricato di Roma, mai non ispuose; e se alcuno fosse
venuto come sindaco vero, non era, con ciò sia
cosa che il chericato, cioè i calonad di Santo Pie-
tro, e quegli di Santo Giovanni Laterano, e di San-
ta Maria Maggiore, i quali sono i primi nel cheri-
cato di Roma, e gli altri maggiori cherìci seguente
loro, e' religiosi abati e frati minorì e predicatori, e gli
altri savi degli ordini, erano, già sono più mesi, partiti
di Roma per cagione della gente scomunicata ch'era
entrata in Roma; e ohi v*era rimase e avea cele-
brato era scomunicato, sicchò di ragione non po-
teano faro sindaco; e se alcuno fìisse stato sindaco
innanzi, e fosse rimase in Roma, ancora era scomuni-
cato ; end' egli contraddicendo a quello eh' era stato
fatto per lo detto Lodovico, dicendo che papa Gio-
Tanni era cattolico e giusto papa, e ragionevolemente
fatto per gli cardinali di Santa Chiesa, e questo
che si dice imperadore, imperadore non essere,
ma essere eretico e scomunicato, e' sanatori di Ro-
ma, e* cinquantadne del popolo, e tutti coloro che
consentivano a lui, e dessono, o avessono dato aiuto
o consiglio o favore, similemente erano eretici e sco-
municati. E intorno alla materia molte altre parole dis-
se, profferando di ciò provare di ragione, e se bi-
eognasse, colla spada in mano in luogo comune. E
appresso, diligentemente il detto processo scritto con-
ficcò con sue mani nella porta della detta chiesa di
Santo Marcello senza nullo contrasto ; e ciò fatto, mon-
tò 8 cavallo con quattro compagni, e partissi di Ro-
ma, e andonne a Pilestrino« Delle quali cose grande
mormorio fu per tutta Roma ; e fatto assapere al Ba-
varo ch'era a Santo Pietro, gli mandò dietro genti
d^arme a cavallo per prenderlo, ma già era assai dilun-
gato. Per la detta boutade e ardire del detto mes-
ser Iacopo, come il papa il seppe, il fece vescovo
di..., e mandò ch'egli andasse a lui, e cosi fece.
CAPITOLO LXXI.
Come il Bavaro e */ popolo di Roma fedone legge
contra qucUunque papa si partisse di Roma,
Il dì seguente, ciò fu sabato, dì 23 del detto
mese d' aprile, richiesti per bando i sanatori di Ro-
ma, e' cinquantadue del popolo, e' capitani de' ven-
ticinque, e' consoli, e' tredici buoni uomini, uno per
rione, che fessone dinanzi allo 'mperadore, e cosi
fu fatto; e consigliarono assai sopra la novità fatta,
come detto avemo, per messer Iacopo della Colon-
na. E poi fu tratta fuori e pubblicata una nuova leg-
ge in questo tenore : che il papa, il quale lo 'mpe-
radore e '1 popolo di Roma intendea di chiamare,
e ogni altro che papa fosse, debbia stare nella città
di Roma, e non partirsi se non tre mesi dell'anno,
e non dilungarsi da Roma da due giornate in su, e
allora colla licenza del popolo di Roma; e quando
fosse assente da Roma, e fosse richiesto per lo po-
polo di Roma, ch'egli tornasse in Roma; e se alle
tre richieste non tornasse, s' intendesse essere cas-
so del papato, e potessene chiamare un altro. E ciò
fatto, si perdonò il Bavaro a tutti i Romani ch'era-
no stati e tratti a uccidere la sua gente alla zuffa e
battaglia che fu a| ponte dell' isola ; e queste leggi
e perdono fece il Bavaro per contentare il popolo di
Roma. E nota, ingiusta e non provveduta legge, a
imporre al pastore di Santa Chiesa costituzioni e
modi di stare o andare contra la libertà di Santa Chie-
sa, e contra la somma podestà che deono avere, e
sempre hanno avuta i sommi pontefici.
CAPITOLO LXXIL
Come Lodovico di Baviera col popolo di Roma eles^
sono antipapa contra al vero papa,
NegU anni di Cristo 1328, a di 12 di mag--
gio, il (U dell' Ascensione la mattina per tempo, con-
gregato il popolo di Roma, uomini e femmine che
vi vollono andare, dinanzi a Santo Pietro, Lodovico
di Baviera che si facea chiamare imperadore, venne
incoronato e parato coli' abito imperiale in su il per-
gamo, il quale era sopra le graderà di San Piero,
con molti cherici e religiosi, e co' capitani del po-
polo di Roma, e intorno di lui molti de' suoi baro-
ni; e fece venire dinanzi a se uno frate Pietro da
Corvara, nato de' confini tra '1 contado di Tiboli e
Abruzzi, il quale era dell' ordine de' frati minori, in
addietro tenuto buono uomo e di santa vita. E lui
venuto, il detto Bavaro si rizzò in sn la sedia, e 1
detto frate Piero fece sedere sotto il soKcchio K E
' solecchio, parassole, ombrello; ma qui e altrove bal-
dacchino. Per similit Dante, Purg. 15: OntPio levai U
maini vi% vtr la cma — X>e2le mie ciglia € fédmi toleGehic,
S24
CROMICHE
ciò ftUo, si levò fHite Niceohi da Pabbrìano delFor-
dine de* romitani, e propaose in ano sermone que-
ste parole: Retertus Pètrui ad se, dixii: verni an~
gelui DovUnif et Uberavit noi de tnamt Herodis et de
anuUlms factionilms ludaeontm: appropriando il del-
lo Bararo per V angelo, e papa Giovanni per Bro-
de; e intomo a ciò disse molte parole. E fatto il
detto sermone, venne innanzi il vescovo che fa di
Yinegia; e gridò tre volte al popolo, se voleano per
papa il detto frate Pietro ; e con tutto che *1 popo-
lo assai se ne turbasse, credendosi avere papa ro-
mano, per tema rispnosono in gridando, che sì. E
poi si levò ritto il Bavaro, e letto per lo detto ve-
scovo in una carta il decreto che a confermaiione
del papa si costuma, V appellò il detto Bavaro Ific-
cola papa quinto, e diedegli T anello, e misegli ad-
dosso il manto, e puoselo a sedere dalla mano di-
ritta di costa a se ; e poi si levarono, e con grande
trionfo entrarono nella chiesa di Santo Pietro; e
detta la messa, con grande festa n* andarono a man-
giare. Di questa eleaione e confermagione del detto
antipapa, la buona gente di Roma forte si turbarono,
parendo loro che ^1 detto Bavaro faceaae centra fede
e la Santa Chiesa; e sapemmo poi di vero dalla sua
gente medesima, che a quegli eh* erano savi, parve
eh* egli non facesse bene; e molti per la detta cagione
mai poi non gli furono fedeli come prima, speiial-
mente quegli della bassa Alamagna eh* erano con Ini.
CAPITOLO txxm.
Come la cilià d* 0$tia fu presa per le galee
del re Ruberto»
n seguente dì che fu fatto T antipapa, quattor-
dici galee armate del re Ruberto entrarono in Te-
vero, e presono la città d* Ostia con grande danao
de* Romani ; e alquanti delle dette galee vennono an
per lo detto fiume del Tevere infine a Santo Paolo,
scendendo in terra, e ardendo case e casali, e le-
vando grande preda di gente e di beatiame ; onde i
Romani molto isbigottirono, gittando molte rampogne
al signore. Per la qual cosa vi fece cavalcare alla
detta Ostia ottocento cavalieri di sua gente e molti
Romani a pie a soldo, i quali assalendo la terra,
molti ne furono morti e più fediti, per gli molti ba-
lestrieri delle galee eh* erano in Ostia, e così si tor-
narono a Roma con danno e con vergogna.
CAPITOLO LXXIV.
Cowte ra$Uipapa fece utte cardmaU.
Al dì 5 del meae di maggio, del detto anno, Fan-
tipapa fatto per Lodovico di Baviera fece sette car-
dinali, i nomi de* quali furono questi : il vescovo che
fu disposto di Yinegia per papa Giovanni, il quale
fu nipote del cardinale da Prato; 1* abate di Santo
Ambrogio di Milano, il quale anche fu disposto ; uno
abate d* Alamagna, il quale lesse la sentensia con-
tra papa Giovanni; frate Niccola da Fabbriano de*ro-
mitani, il quale è stalo nominato in questo, che ser-
monò contra papa Giovanni ; 1* altro fh nesser Piero
Orrighi e messer Gianni d' Arlotto popolani di Ro-
ma; Peltro, 1* arcivescovo che fu di Modona; e al-
cuno altro Romano n* elesse, i quali non vollono
accettare, avendo di ciò ooacienza, eh* era contra
Dio e contra fede. Tutti questi detti di aopra furono
disposti di loro beneficii per papa Giovanni, per-
ch'erano scismatici e ribelli di Santa Chiesa, i quali
furono confermati per lo detto Lodovico, aiccome
fosse imperadore; ed egli fornì di cavalli e d*ar-
neai 1* antipapa e* detti auoi scismatici cardinali. E con
tutto che *1 sopraddetto antipapa biaaimava per via
di apirìto le riochesxe e onori, eh* usava il diritto
papa e* suoi cardinali e gli altri prelati della Chie-
sa, e tenea 1* opinione, che Cristo fu tutto povero e
non ebbe propio comune, e così doveano fare i auc-
ceaaori di Santo Pietro ; egli pur sofferse e volle co*
suoi cardinali avere cavalli e famiglie vestite e cava-
lieri e donselli e fomiti d* arnesi e usare larga men-
sa e mangiare siccome gli altri ; e rimosse e diede
molti beneficii ecclesiastici siccome papa, annullando
quegli dati per papa Giovanni, e dando larghi privi-
legi con falsa bolla e per moneta, perocché con
tutto che *l Bavaro 1* avesse fomite, come avea po-
tuto, egli da se era sì povero di moneta, che per
necessità convenne che *1 suo papa e* auoi cardinali
e loro corte foase povera, e per moneta desse pri-
vilegi e dignità e beneficii. E fatte le dette cose, fl
detto Bavaro lasciò il suo papa ne* palagi di San
Piero in Roma, ed egli con gli più di sua gente si
parti di Roma, e andonne a Tivoli, a dì 17 del detto
mese di maggio*
CAPITOLO LXXV.
Come Lodovico di Ratiera si fece ricoronare e con-'
fermare imperadore al suo anUpapa.
Sabato, a dì 21 del aopnddetto mese di maggio,
il detto Bavaro si parti da TiboU, e venne a San
Lorenso fuori le mura, e ivi albergò, e tutta sua gente
intorno accampata. Poi la domenica mattina il dì della
Pentecoste entrò in Roma, e *1 suo antipapa co*snoi
scismatici cardinali gli vennono incontro inaino a San
Giovanni Laterano, e poi ne vennono per Roma in-
sieme col detto Bavaro; e ismontaU a San Pietro,
il Bavaro mise ali* antipapa la berrìuola ' dello scar-
latto in capo, e poi 1* antipapa coronò da capo Lo-
dovico di Baviera, confermandolo, siccome papa, a
easere degno imperadore. E ciò fatto, il detto Ba-
varo confermò la aentensia data per Arrigo impa-
radore centra lo re Ruberto e contra i Fiorentini e
altri. E il detto antipapa in quegli giorni fece mar-
oheai della Harca, e conte di Romagna, e conte in
Campagna, e duca di Spulato, e fece più legati ne*
detti luoghi e in Lombardia. E poi il Bavaro si parH
di Roma e andonne a Velletrì, e laaciò sanatoro io
Roma Rinieri figliuolo che fu d* Uguccione da Fag-
giuola, il quale martorissò e fece ardere due bnoai
uomim'. Tuo Lombardo e T altro Toscano, perchè
' pieeoU berretta, oggi pàpoUtHL
DI GiOVANMi VILLANI.
325
diceano che *l detto frate Piero da Corvara non era
né potea essere degno papa, ma era papa Giovanni
ventidaesimo degno e santo.
CAPITOLO LXXVI.
Carne gente del Bavaro furono tconfUH jfresso
a Nomi,
Nel detto anno 1328, a dì 4 di giugno, quat-
trocento cavalieri di quegli del Bavero, venuti da
Roma con mOlecinquecento pedoni, à* erano partiti
da Todi per torre il castello di Santo Gemini. Sen-
tendo ciò gli Spnietini, con loro isforzo e con du-
gento cavalieri di Perugia, eh* erano in Spuleto,
eh' andavano in Abruzzi in servigio del re Ruberto,
si misono in aguato presso di Narni, e ivi ebbe
grande battaglia e ritenuta per gli Tedeschi, ma per
lo forte passo la gente del Bavaro rìmasono scon-
fitti e morti, e presi gran parte.
capìtolo LXXVU.
Come il Bavaro adoperò con ^sua oste in Campa-
gna per passare nel Regno^ e come si tornò a Roma,
Nel detto anno, a di 1 1 di giugno, il popolo di
Roma colla gente del Bavaro stati più tempo ad as-
sedio al castello della Mulara, nel quale era la gente
del re Ruberto, per diffalta di vittuaglia si arrendè
al popolo di Roma, andandone sani e salvi la gente
del re, ch'erano trecento cavalieri e cinquecento
pedoni. E ciò fatto, il Bavaro colla detta oste andò
a Cisterna, e arrendessi a lui, e' Tedeschi la rubarono
tutta e arsono; e per caro di vittuaglia eh* ebbe
nel campo del Bavaro, che valse danari dioiotto pe-
rugini il pane, e non ve n* avea, i Romani si parti-
rono tutti e tornarsi in Roma; e*l Bavaro tornando
a Velletri, que* della terra non ve lo lasciarono en-
trare per paura non rubassono la terra e ardessono,
come aveano fatto a Cisterna ; per la quel cosa gli
convenne stare di fuori a campo a grande misagio.
E in quella stanza la gente del re Ruberto eh* e-
rano in Ostia, per tema non v' andasse Toste del
Bavaro, la mbarono tutta e arsono, e abbandonarla.
Ancora nel detto dimoro a campo, tra la gente del
Bavaro ebbe grande dissensione, da' Tedeschi del-
Talta Alamagna a quegli della bassa, per cagio-
ne della preda di Cisterna e per lo caro della vit-
tuaglia-, e armarsi in campo Tuna parte e T altra
per combatterai; onde il Bavaro con gran fatica
e promesse gli diparti, mandandone a Roma que'
della bassa Alamagna, ed egli con gli altri si tornò
a Tomoli di 20 di giugno, e là dimorò intorno di uno
Blese per cercare via e modo d* entrare nel Regno ;
ma per povertà di monela, e per la carestia grande
ch'era al paese, e' passi forti e guardati dal duca
di Calavra e da sua gente, non s'ardi a mettere \
e tomosai a Roma a di 20 di luglio. Lasceremo
alquanto degli andamenti del Bavaro, e torneremo
* mettervi li piede, mettersi dentro, entrarvi.
addietro a raccontare d* altre novità avvenute in que-
sto tempo in Toscana e per l' universo mondo, che
ne sursono assai.
CAPITOLO LXXVin.
Come papa Giovanni anatemiziò di scomunica
il Bavaro e* suoi seguaci.
Nel detto anno 1328, di 30 di marzo, papa
Giovanni appo Avignone anatemizzò di scomunica il
Bavaro e' suoi seguaci, e dispuose Castruccio del du-
cato di Lucca e di Luni, e Piero Saccone della si-
gnoria d* Arezzo, ed ogni privilegio ricevuto dal Ba-
varo per sentenzia cassò e annullò.
CAPITOLO LXXIX.
Come fu pace tra '/ re S Inghilterra e quello
di Scoria,
Nel detto anno e mese di marzo, si compiè
l'accordo e pace tra '1 re d'Inghilterra e quello di
Scozia, eh* era durata la guerra... anni, con grande
danno e abbassamento degP Inghilesi ; e feciono pa-
rentado insieme, che il giovane re d' Inghilterra die
per moglie la scrocchia al figliuolo del re di Scozia.
CAPITOLO LXXX^
Come Castruccio fece rubellare Montemassi a'^Sanesi,
Nel detto anno a di 10 d'aprile, Castruccio
prima fatto rubellare, e poi il fece fornire. Monte-
massi in Maremma, il quale certi gentili uomini ma-
remmani, che v' aveano ragione, col favore di Ca-
struccio, Faveano rubellato a dispetto de' Senesi che
v' andarono ad oste e vi posero certi battifolli, e' Fio-
rentini vi mandarono in loro soccorso dugentocin-
quanta cavalieri; ma giunsono tardi, sicché non pote-
rono riparare alla forza della cavalleria di Castruccio.
Per la qual cosa i Sanasi mandarono ambasciadori a
Pisa a Castruccio a dimandargli che non si travaglias-
se contro a loro. Castruccio per ischemie de' Sanasi
non fece loro nuli' altra risposta, se non per una let-
tera bianca ; eh' altro non dicea, se non levate via
chelchello^ in sanese, cioè, il battifolle ; onde i Sa-
nasi forte ingrecaro, e rinforzarvi l'assedio coU'a-
iuto de' Fiorentini, che vi mandarono trecenlocin-
quanta cavalieri, e per patti abbono il detto Monte-
massi, a di... d'agosto 1328.
CAPITOLO LXXXL
Come fu preso e disfatto il castello del Po%%o
sopra la Guisciana.
Nel detto anno, a di 26 d'aprile le masnade
de' Fiorentini eh' erano in Saita Maria a Monte, pre-
sono il castelletto del Pozzo in su Goisdana, il qua-
le era molto raiforzato. Yegnendo la gente di Castruc-
cio per fornirlo, e que'del castello uscendo incontro
386
CRONICHE
per loro ricerere, lo masnado de* Fiorenliiii entraro-
no in meuo tra *ì castello e loro, e misongli in
isconfltta, ed ebbono il Pozio, il 'quale i Fiorentini
feciono di presente diroccare in6no alle fondamenta.
Onesto Pozxo, Castmccio area molto fatto affonare
e murare e tenealo per ano luogo propio.
CAPITOLO LXXXn.
Come Castruccio corse la città di Pisa e fecesene
fare signore.
Io questi tempi e mese d* aprile, Castmccio
essendo in Pisa, e non parendogli cbe la terra si
reggesse bene a sua gnisa^ e convitando' d^esseme al
tutto signore, e certi grandi e popolani di Pisa, i
quali alla Tenuta del Bavaro erano della setta di Ca-
stmccio, allora erano contra lui per non volerlo per
sigoore, e aveano fatto trattato in Roma col Bavaro
ch'egli donasse la signoria alla ^mperadrice, acciocché
Castmccio non avesse la signoria ; e così fece per da-
nari eh" ebbe da" Pisani (la quale donna mandò a Pisa
per suo vicario il conte d^Ortinghe d" Alamagna, il
quale da" Castmccio infintamente fii ricevuto), ma due
di appresso Castmccio con sua cavallerìa e con gen-
te a pie assai del contado di Lucca corse la città
di Pisa due volte, non riguardando reverensa a si-
gnorìa del Bavaro o della moglie, e prese messer Ba-
vosone d" Agobbio, il quale il Bavaro v" avea lascia-
to per suo vicario, e messer Filippo da Caprone e
più altrì grandi e popolani di Pisa, e per forxa si fece
eleggere signore libero di Pisa per due anni ; e ciò
fu a di 29 d*aprìle 1328; per la qual cosa il so-
praddetto conte d* Ortinghe si tornò a Roma con on -
la e vergogna. Ben si disse che Castmccio il con-
tentò di moneta, acciocché non si dolesse di lui al
Bavaro né alla donna sua ; ma di certo di questa no-
vità nacque grande isdegno coperto dal Bavaro a
Cutmccio, del quale sarebbe nato novità assai e
diverse, se Castmccio fosse lungamente vivuto, come
innanzi faremo menzione.
CAPITOLO LXXXin.
Cofne i Fiorentini renderono U castello di Mangone
a messer Benuccio Salimbeni di Siena.
Nel detto anno, a di 30 d" aprìle, i Fiorentini
per volontà e comandamento del duca loro signore,
e per certe rappresaglie e roba de" Fiorentini soste-
nute da" Senesi, renderono contra loro buona voglia
il castello di Mangone a messer Benuccio de* Salim-
beni di Siena, che vi cnsava ragione per la moglie,
la qnale fu figliuola del conte Nerone da Vemia, e
nipote del conte Alberto da Mangone ; ma per certe
ragioni e testamenti fatti con patti infra i conti da
Mangone, chi di loro rimanesse senza reda maschio
legittimo, rimanesse e Vemia e Mangone al comune
' upiraodo, bramando. Paté del francese eonwnterf a
qnel modo che del amvoUité ebbe vita il convitifia del-
l'antico Tolgarìsaatort di Livio.
di Firenze, e morto Alberto nullo ve ne rìmanea,
e 1 comune di Firenze n* avea ragione e n" era in
possessione. Per la qual cosa il popolo di Firenze
molto si turbò di renderìo; ma per lo male stato del
nostro comune, e per non recarne i Senesi a nindci,
e non potere contrastare alla volontà del duca, si
rendè per lo meno reo, con patti che messer Be*-
nuccio ne dovesse con cento fanti fare oste e caval-
cate col comune di Firenze, e mandare uno palio di
drappo ad oro per la festa del Beato Giovanni
CAPITOLO LXXXIV.
Come Castmccio puose V assedio alla città di Pistoia,
Ne"detti tempi, grande quistione nacque dal co-
mune di Firenze a messer Filippo di Sangineto, il
quale il duca ^ Calavra avea lasciato in suo luogo e
capitano di guerra in Firenze per cagione che oltre
a" patti di dugentomila florìni d" oro che "1 duca a-
vea 1" anno per la sua signorìa e per tenere mille
cavalierì, (che non ne tenea allora ottocento) al vo-
ice eh" e" Fiorentini foraissono a loro spese la città
di Pistoia e SanU Maria a Monte, e non bastava il
costo de" soldati, che oltre alle masnade a cavallo
pagati de" danari de" Fiorentini, teneano i Fiorentini
in Pistoia mille pedoni, e nel castello di Santa Ma—
rìa a Monte cinquecento al loro soldo, sì volea il
detto messer Filippo si fornissero di vittuaglia delle
moneta del comune le dette terre, e il duca ne volee
e avea la signoria e dominazione libera della dette
città di Pistoia e di Santa Maria a Monte. Onde is-
degno e gara nacque grande tra" rettori in Firenze
e il detto messer Filippo e" suoi consiglieri; e nos
senza giusta cagione de" Fiorentini, perchè "1 detlo
messer Filippo quando prese Pistoia 1" avea colla sue
gente rubata e vuota d* ogni sustanza, e non la ve—
lea fornire di vittuaglia della pecunia che gli rime-
nea, pagati i suoi cavalieri, di dugentomila fiorini
d"oro, che bene lo potea fare largamente, anzi gli ri-
mandava al duca nel Regno. Onde i Fiorentini ingre-
cati e imbizzarriti per lo detto isdegno, s" aco'ebbe
danno sopra danno grossamente, e pericolo sopre
vergogna, come innanzi faremo menzione; che per
ispesa di quattromila fiorini d* oro si trovava chi for-
niva la città di Pistoia, che costò poi a" Fiorentini
più di centomila, con danno e vergogna del comnee
di Firenze e del duca che n" era signore. Queste
discordia sentendo Castmccio e come Pistoia non
era fornita per più di due mesi, colla grande vo-
lontà eh" egli non avea di riprenderla, e di vendi-
carsi di messer Filippo e de" Fiorentini dell" onta che
ne gli parca avere ricevuta della perdita di quellst,
come sollecito e valoroso signore vi mandò la san
gente, in quantità di mille cavalierì e popolo assai,
air assedio, a dì 13 di maggio 1328, ed egli rimane
in Pisa a sollecitare di fornire la detta oste. E man-
dovvi i Pisani per comune, e col loro carroccio e i
più contra loro volontà, ed egli poi venne in per-
sona nella detta oste a di 30 di maggio con tutto
il rìmaso di sua gente, e trovossi con diciassette cen-
tinaia di cavalieri e popolo innumerabile, sicch* egli
DI GIOVANNI VILLANI.
327
ciiue la dttà d^ iutorno intorno di sna oste e con
più battifolli, sicché nullo vi potea entrare né uscire,
avendo tagliate le vie e fatti i fossi e isbarre e stec-
cati di maravigliosa opera, acciocchò nullo potesse
uscire di Pistoia, né e"* Fiorentini impedire né as-
salire sna oste da ninna parte di fuori.
CAPITOLO LXXXV.
Come i FiorerUini feciono grande oste per soccor-
rere la città di Pistoia^ e come Castruccio V ebbe
a patti.
Stando Castruccio air assedio di Pistoia per lo
modo che avemo detto di sopra, dando alla città
sovente battaglie con gatti e grilli ^ e tprri di legna-
me annate, e riempiendo in alcuna parte de^ fossi,
ma poco 0 niente vi potè fare, perocché la terra era
fortissima di mura con ispesse torricelle e bertesche,
e poi steccata con duplicati fossi, come Castruccio
medesimo i'avea fatta afibrzare, e dentro avea per
lo comune di Firenze trecento cavalieri e mille pe-
doni, buona gente d'arme, alla gfùardia e difensione,
sansa i cittadini guelfi, i quali sovente uscivano fuo-
ri assalendo il campo con danno de^ nemici ; e le
masnade de' Fiorentini eh* erano in Prato spesso as-
salivano Toste; ma poco levava, sì avea. Castruccio
afforzato il campo. In questa stanza, i Fiorentini
feciono disfare e tagliare co* picconi la rocca e le
mura e tutte case e fortezze del castello di Santa
Maria à Monte, e misonvi fuoco, e fecionla rovinare
a di 15 di giugno del detto anno, per non avere
a fornire tante guardie di castella, e per la tenza
ch^'aveano della detta guardia colla gente del duca,
siccome dicemmo dinanzi, e per fare partire Castruc-
cio dall'* assedio di Pistoia, o assottigliare sna oste,
per venire a difendere Santa Maria a Monte. Ma egli,
come costante e valoroso, niente si mosse da Pi-
stoia, ma rafforzò l'assedio. I Fiorentini veggendo
che Pistoia era con diffaita di vittnaglia, e non si
potea fornire sanza possente oste o per battaglia con
Castruccio, si raunarono tutta loro amistà, ed eb-
bono dal legato di Lombardia, il quale era in Bolo-
gna, cinquecento cavalieri, prestando loro per paga
diecimila fiorini d' oro, e quattrocento cavalieri del
comune di Bologna, e dugento cavalieri del comune
di Siena, e gente di loro a piò con balestra, e da
trecento cavalieri tra di Volterra, e Sangimignano,
e Colle, e Prato, e'conti Guidi guelfi ed altri amici, e
messer Filippo di Sangineto capitano per lo duca
ottocento cavalieri, che ne dovea avere mille, per
la qual diffaita, oltre a quegli, il comune di Firenze
ne soldo quattrocentosessanta sotto bandiere del co-
mune, onde furono capitani messer Gian di Bovilla
di Francia, e messer Vergiù di Landa di Piacenza. E
raonata la detta cavalleria, la quale furono da ven-
tisei centinaia di cavalieri, molto bella e buona gente,
la maggiore parte oltramontani, e popolo a piò gran-
dissimo, e preso il gonfalone della Chiesa, e la cro-
' ■tmmtnti militari di legname da accostare alle mora,
Vcreooterle e rovinarle.
ce dal legato cardinale nella piazza di Santa Croce,
si mosse di Firenze il capitano con parte delPoste
martedì 1 3 di luglio, e andonne a Prato ; e il se-
guente e il terzo di appresso si mosse di Firenze tutta
r altra cavalleria e gente. E poi il lunedi, dì 19 di
luglio, uscì tutta Toste de' Fiorentini di Prato ordi-
nata e schierata, e puosonsi a campo di là dal ponte
Agliana, e '1 seguente dì si puosono alle Campanelle,
e quivi assai presso alToste di Castruccio, ispianando
di concordia intra le due osti, avendo Castruccio
promessa e ingaggiata la battaglia. Tutto un giorno
stette T oste de' Fiorentini ischierata in sul campo
per combattere ; ma Castruccio veggendo tanta buo^
na gente a' Fiorentini, e volonterosa di combattere,
ed egli si sentia con assai meno cavalleria, non si
volle mettere alla fortuna della ^attaglia ; ma con
grandissima sollecitudine e studio personalmente in-
tendea a fare imbarrare con alberi tagliati e fossi e
steccati intorno alla sna oste, e spezialmente verso
la parte ove avvisava che Toste de'Fiorentini si do-
vea porre. E cosi ingannati i Fiorentini da Castruc-
cio di non volere la battaglia, mossono loro schiere,
e tennono a mano diritta verso tramontana, e accam-
parsi al ponte alla Bura ; che se avessono tenuto di
costa al fiume dell' Ombrone dalla mano sinistra, di
necessità convenia che Castruccio venisse alla batta-
glia, 0 i Fiorentini fornissono per forza Pistoia, e
entrassono tra la terra e Serravalle, onde venia la
vittnaglia all' oste di Castruccio. Ma a cui Iddio vuo-
le mate gli toglie il senno; e che presono pure il
peggiore, e strìnsonsi a'poggetti di Ripalta, ove
Toste di Castruccio era più forte per lo sito del
terreno, e dove avea più battifolli, e gente a pie
innumerabile alla difesa. E stando nel detto luogo da
otto giorni badaluccandosi sovente le genti delle due
osti insieme, ma poco poteano avanzare i Fiorentini;
che s' acquistavano il giorno terreno, la notte era
ripreso e afforzato di steccati per la gente di Ca-
struccio. E sturbò ancora molto la 'mpresa, che mes-
ser Filippo capitano porlo duca de'Fiorentini alquanto
ammalò, e non era bene in accordo col maliscalco
che v'era colla cavalleria della Chiesa e di Bolo-
gna, che T uno volea tenere una via, e T altro un'al-
tra; e de' soldati della Chiesa, ohe v'avea assai Te-
deschi, spesso passavano con fidanza alT oste di Ca-
struccio, onde si prese alquanta sospezione, e dis-
sesi che Castruccio avea fatti corrompere più co-
nestabili tedeschi della gente della Chiesa. E per le
dette cagioni, e ancora che '1 legato da Bologna
studiava di riavere la sua cavalleria per sue imprese
di Romagna, sì si prese partito in Firenze, per lo
men reo, di fare tornar Toste, e cavalcare in su
quello di Pisa, e lasciare guemimento in Prato di
gente e di vittnaglia, sicché, se Castruccio si le-
vasse dalT assedio di Pistoia, si fornisse la terra. E
così levato il campo e Toste de' Fiorentini, e schie-
rati, a dì 28 di luglio, trombato e richiesto Castrac-
elo di battaglia, non comparendo, sì partì Toste e
tornò in Prato, e con gran parte cavalcarono per la
via di Signa in Valdaroo di sotto ; e faccendo vista
di passare Goisciana per andare verso Lucca, e par-
te ne passarono, il maliscalco della Chiesa con gran-
328
CRONICUB
de cavallerìa e pedoni cordono sopra quello di Pisa,
e presono e arsono il Pontadera; e poi per forxa
combattendo presono il fosso Amonico, e uccisonvi
e presono molte genti. E simile presono Casciana, e
corsono a Sansovino, e infino presso al borgo di
San Marco di Pisa, avendo molti pregioni e grandis-
sima preda, perocch'' e* Pisani non si prendeano guar-
dia, trovandogli a mangiare colle tavole messe, e
non v^'avea cavalieri né genti alla difesa, che tatti
erano air oste di Pistoia ; sicché infino alle porte
di Pisa poteano cavalcare santa contrario. Castruc-
cio per cavalcata che la gente de^ Fiorentini faces-
sono in su quello di Lucca o di Pisa, non si mosse
dair assedio di Pistoia, sentendo ch'era stretta di
vittuaglia, e que'd*eotro, d'onde era capitano mes-
ser Simone della Ti^a isbigottiti, veggendo partita
Toste de' Fiorentini, e non aveano potuto fornirgli,
ed era loro fallita la vittuaglia, cercarono trattato
con Castruccio di rendere la terra, salve le persone
con ciò che se ne potessono portare, e chi volesse
essere cittadino di Pistoia rimanesse. E cosi fu fatto ;
e arrendessi Pistoia a Castruccio, mercoledì matti-
na a dì 3 d'agosto, negli anni di Cristo 1328. E
nota, se questa impresa fu con grande vergogna e
danno e spesa de' Fiorentini, e quasi incredibile a
dovere potere essere, che Castruccio tenesse l'asse-
dio con sedici centinaia dì cavalieri o là intorno,
e' Fiorentini, che n' aveano tra nelf oste e in Pistoia
tremila cavalieri o più, molto buona gente e popo-
lo grandissimo, non poterlo levare da campo. Ma
quello che per Dio é permesso, nulla forsa né senno
umano può contrastare.
CAPITOLO LXXXVL
Come morì il duca Castruccio signore' di Pisa e di
Lucca e di Pistoia^ e messer Galeasso de* Visconti
di Milano.
Come Castruccio ebbe racquistata Pistoia per
suo grande senno e studio e prodeiM per lo modo
che detto avemo, sì riformò e rifornì la terra di gente
e di vittnaglia, e rìmisevi i ghibellini e tornò alia
città di Lacca con grande trionfo e gloria a modo di
trionfante imperadore, e trovossi in sul colmo d'es-
sere temuto e ridottato, e bene avventuroso di sue
imprese, più che fosse stato nullo signore o tiran-
no italiano, passati trecento anni, ritrovandone il ve-
ro per le croniche; e con questo si trovò signore della
città di Pisa e di Lucca, e di Pistoia e di Lnnigiana,
e di gran parte della Riviera di Genova di levante,
e trovossi signore di più di trecento castella mu-
rate. Ma come piacque a Dio, il quale per Io debito
di natura ragguaglia il grande col piccolo, e *1 ric-
co col povero, per soperchio di disordinata fatica
presa nell'oste a Pistoia, stando armato, andando
a cavallo e talora a pie a sollecitare le guardie e' ri-
pari di sua oste, (accendo fare fortezze e tagliate, e
talora cominciava colle sue mani acciocché ciascuno
lavorasse al caldo del solleone, sì gli prese una feb-
bre continua, onde cadde forte malato. E per simile
modo partendosi V oste da Pistoia, molta buona gen-
te di quella di Castruccio ammalerò e morirne assai.
Intra gli altri notabili uomini, messer Galeasso deTis-
conti di Milano, il quale era in servigio di Ca-
struccio, ammalò al castello di Pesoia, e in quello in
corto termine morì scomunicato assai poveramente,
ch'era stato così grande signore e tiranno, che in-
nanzi che *1 Bavero gli togliesse lo stato era signore
di Milano, e di sette altre città vicine al suo segui-
to, com' era Pavia, Lodi, Cremona, Como, Bergamo,
Noara, e Vercelli, e mori vilmente soldato alla mercé
di Castruccio. E così mostra che i giudicii dì Dio
possono indugiare, ma non preterire. Castruccio in-
nanzi ch'egli ammalasse, sentendo che '1 Bavero
tornava da Roma, e parendogli averlo offeso in istur^
bargli la sua impresa del regno per lo suo dimoro
in Toscana, e presa la città di Pisa m sua signorìa
contra sua volontà e mandamento, temette di lui, e
oh* egli noi levasse di signoria e di stato, come a-
vea fatto Galeasso di Milano, per la qua! cosa si fece
cercare trattato d'accordo segretamente co' Fiorentim;
ma, come piacque a Dio, gli sopravvenne la malattia,
sicché si rìmase, e, lui aggravato, ordinò suo testa-
mento, lasciando Arrigo suo prìmo figlinolo duca di
Lucca: e che sì tosto come fosse morto, sansa fare
lamento, dovesse andare in Pisa colla sua cavalleria e
correre la città, e recarla a sua signoria. E ciò fatto,
passò di questa vita, sabato a dì 3 di settembre 1328.
Questo Castruccio fu della persona molto destro, gran-
de, d'assai avvenente forma, schietto, e non gros-
so, bianco, e pendea in pallido, i capelli diritti e
biondi con assai grazioso viso: era d*etade ^ qua-
rantasette anni quando morì. E poco innansi alla sua
morte conoscendosi morire, disse a* più de' suoi di-
stretti amici: Io mi veggo morire^ e morto me, vedrete
disasseroccato ', in suo volgare lucchese, che viene
a dire in più aperto volgare: vedrete rteo/tistona,
ovvero in sentenzia lucchese, vedrai mondo andare.
E bene profetizzò, come innanzi potrete compren-
dere. E per quello che poi sapemmo da' suoi più
privati parenti, egli si confessò e prese il sagramen-
to e r olio santo divotamente; ma rimase con grande
errore, che mai non riconobbe se avere offeso a Dio
per offensione fatta contra Santa Chiesa, faccendosi
coscienza che giustamente avesse operato per lo'ffl-
perio e suo comune. E poi che in questo stato pas-
sò, e tennesi celata la sua morte infino a dì 1 0 di
settembre, tanto che com'egli avea lasciato, eorse
Arrigo suo figliuolo colla sua cavalleria la città di
Lacca e quella di Pisa, e ruppono il popolo di Pii>
combattendo ovunque trovarono riparo. E ciò fatto,
tornarono in Lucca e feciono il lamento, vestendosi
tutta sua gente a nero, e con dieci cavalli coverti
di drappi di seta, e con dieci bandiere ; dell' arme
dello 'mperio due, e di quelle del ducato due, e della
sua propia due, e una del comune di Pisa, e aimile
di quello di Lucca e di Pistoia e di Luni. E seppel-
lissi a grande onore in Lucca al luogo de' frati nu-
neri di Sau Francesco, a dì 14 di settembre. Questo
Castruccio fu uno valoroso e magnanimo tiranno,
savio e accorto, e sollicito e faticante, e prode
' La Giuntina legg«} storpiaiidu ; disutrt/ocato.
DI GIOVANNI VILLANI.
327
cinse la città d* intorno intorno di sua oste e con
più battifolli, sicché nullo vi potea entrare né uscire,
avendo tagliate le vie e fatti i fossi e isbarre e stec-
cati di maravigliosa opera, acciocchò nullo potesse
uscire di Pistoia, né e^ Fiorentini impedire né as-
salire sua oste da ninna parte di fuori.
CAPITOLO LXXXV.
Come t Fioreniini feciono grande oste per soccor-
rere la città di Pistoia^ e come Castruccio V ebbe
a patti.
Stando Castruccio alP assedio di Pistoia per lo
modo che avemo detto di sopra, dando alla città
sovente battaglie con gatti e grilli ^ e torri di legna-
me armate, e riempiendo in alcuna parte de' fossi,
ma poco 0 niente vi potè fare, perocché la terra era
fortissima di mura con ispesse torricelle e bertesche,
e poi steccata con duplicati fossi, come Castruccio
medesimo l'avea fatta afibrzare, e dentro avea per
Io comune di Firenze trecento cavalieri e mille pe-
doni, buona gente d'arme, alla gfùardia e difensione,
sansa i cittadini guelfi, i quali sovente uscivano fuo-
ri assalendo il campo con danno de^ nemici; e le
masnade de^ Fiorentini eh* erano in Prato spesso as-
salivano r oste ; ma poco levava, si avea. Castruccio
afforzato il campo. In questa stanza, i Fiorentini
feciono disfare e tagliare co* picconi la rocca e le
mura e tutte case e fortezze del castello di Santa
Maria a Monte, e misonvi fuoco, e fecionla rovinare
a di 15 di giugno del detto anno, per non avere
a fornire tante guardie dì castella, e per la tenza
ch'^aveano della detta guardia colla gente del duca,
siccome dicemmo dinanzi, e per fare partire Castmc-
cio dall* assedio di Pistoia, o assottigliare sua oste,
per venire a difendere Santa Maria a Monte. Ma egli,
come costante e valoroso, niente si mosse da Pi-
stoia, ma rafforzò T assedio. I Fiorentini veggendo
che Pistoia era con diffaita di vittnaglia, e non si
potea fornire sanza possente oste o per battaglia con
Castruccio, si raunarono tutta loro amistà, ed eb-
bono dal legato di Lombardia, il quale era in Bolo-
gna, cinquecento cavalieri, prestando loro per paga
diecimila fiorini d'oro, e quattrocento cavalieri del
comune di Bologna, e dngento cavalieri del comune
di Siena, e gente di loro a piò con balestra, e da
trecento cavalieri tra di Volterra, e ìlangimignano,
e Colle, e Prato, e'conti Guidi guelfi ed altri amici, e
messer Filippo di Sangineto capitano per lo duca
ottocento cavalieri, che ne dovea avere mille, per
la qual diffaita, oltre a quegli, il comune di Firenze
ne soldo quattrocentosessanta sotto bandiere del co-
mune, onde furono capitani messer Gian di Bovilla
di Francia, e messer Vergiù di Landa di Piacenza. E
rannata la detta cavalleria, la quale furono da ven-
tisei centinaia di cavalieri, molto bella e buona gente,
la maggiore parte oltramontani, e popolo a piò gran-
dissimo, e preso il gonfalone della Chiesa, e la cro-
' atrumeiiti militari di legname da accostare alle mora,
Ì>ercaoterle e rovinarle.
ce dal legato cardinale nella piazza di Santa Croce,
si mosse di Firenze il capitano con parte delPoste
martedì 1 3 di luglio, e andonne a Prato ; e il se-
guente e il terzo di appresso si mosse di Firenze tutta
r altra cavalleria e gente. E poi il lunedi, di 19 di
luglio, usci tutta r oste de' Fiorentini di Prato ordi-
nala e schierata, e puosonsi a campo di là dal ponte
Agliana, e '1 seguente di si puosono alle Campanelle,
e quivi assai presso alFoste di Castruccio, ispianando
di concordia intra le due osti, avendo Castruccio
promessa e ingaggiata la battaglia. Tutto un giorno
stette r oste de' Fiorentini ischierata in sul campo
per combattere ; ma Castruccio veggendo tanta buo^
na gente a' Fiorentini, e volonterosa di combattere,
ed egli si sentia con assai meno cavalleria, non si
volle mettere alla fortuna della J>attaglia ; ma con
grandissima sollecitudine e studio personalmente in-
tendea a fare imbarrare con alberi tagliati e fossi e
steccati intomo alla sua oste, e spezialmente yerso
la parte ove avvisava che l'oste de'Fiorentini si do-
vea porre. E cosi ingannati i Fiorentini da Castruc-
cio di non volere la battaglia, mossono loro schiere,
e tennono a mano diritta verso tramontana, e accam-
parsi al ponte alla Bura ; che se avessono tenuto di
costa al fiume dell' Ombrone dalla mano sinistra, di
necessità convenia che Castruccio venisse alla batta-
glia, 0 i Fiorentini fornissono per forza Pistoia, e
entrassono tra la terra e Serravalle, onde venia la
vìttuaglia all'oste di Castruccio. Ma a cui Iddio vuo-
le male gli toglie il senno; e che presono pure il
peggiore, e strìnsonsi a'poggetti di Ripalta, ove
roste di Castruccio era più forte per lo sito del
terreno, e dove avea più battifolli, e gente a piò
innumerabile alla difesa. E stando nel detto luogo da
otto giorni badaluccandosi sovente le genti delle due
osti insieme, ma poco poteano avanzare i Fiorentini;
che s' acquistavano il giorno terreno, la notte era
ripreso e afforzato di steccati per la gente di Ca-
struccio. E sturbò ancora molto la 'mpresa, che mes-
ser Filippo capitano per lo duca de'Fiorentini alquanto
ammalò, e non era bene in accordo col maliscalco
che v'era colla cavalleria della Chiesa e di Bolo-
gna, che r uno volea tenere una via, e l' altro un'al-
tra; e de' soldati della Chiesa, che v'avea assai Te-
deschi, spesso passavano con fidanza air oste di Ca-
struccio, onde si prese alquanta sospezione, e dis-
sesi che Castruccio avea fatti corrompere più co-
nestabili tedeschi della gente della Chiesa. E per le
dette cagioni, e ancora che '1 legato da Bologna
studiava di riavere la sua cavalleria per sue imprese
di Romagna, si si prese partito in Firenze, per lo
men reo, di fare tornar Toste, e cavalcare in su
quello di Pisa, e lasciare guemimento in Prato di
gente e di vittuaglia, sicché, se Castruccio si le-
vasse dall' assedio di Pistoia, si fornisse la terra. E
cosi levato il campo e V oste de' Fiorentini, e schie-
rati, a di 28 di luglio, trombato e richiesto Castrac-
elo dì battaglia, non comparendo, si parti Toste e
tornò in Prato, e con gran parte cavalcarono per la
via di Signa in Valdarno di sotto ; e faccendo vista
di passare Guisciana per andare verso Lucca, e par-
te ne passarono, il maliscalco della Chiesa con gran-
332
CRONICHE
privilegi ; ed esiandio i fenciolli di Roma andaTano
a^ mortorii, ov' erano sotterrati i corpi de^ morti Te-
deschi e d^ altri eh* aveano seguitato il Bavaro, e
iscavati delle monimenta gli traoavano per Roma e
gittafangli in Tevero. Le quali cose per giusta sen-
tenzia di Dio furono al Bavaro e al suo antipapa e
aMoro seguaci grande brobbio e abbominaxione, e
segni di loro rovina e abbassamento. E per la loro
partita si fuggirono di Roma e Sdarra della Colon-
na, e Iacopo Savelli, e i loro seguaci, i quali erano
stati caporali di dare la signoria di Roma al Bavaro,
e di molU furono abbattuti e guasti i loro palazzi e
beni, e condannati. E poi a dì 18^ d'agosto entrò in
Roma messer Guglielmo d^ Ebole con ottocento ca-
valieri del re Ruberto e gente a pie assai con gran-
de onore : onde la città fu fatta sicura, e riformata
air ubbidienza di Santa Chiesa e del re Ruberto.
CAPITOLO XCVUI.
Come il Bavaro andò a oste a Bolsena con trattato
<r avere la città d* Orbivieto.
Come il Bavaro fu in Viterbo con sua gente,
il quale avea ancora più di duemilacinquecento ^ ca-
valieri tedeschi, senza gì* Italiani, si venne a oste so-
pra il contado d' Orbivieto, e prese più loro castella
e villate, faccendo grande danno. A di 10 d'ago-
sto, anno detto, si puose a oste al castello di Boi-
sena, al quale fece dare continue battaglie: mala sua
stanza era in quello luogo per uno trattato eh* avea
in Orbivieto, che gli dovea essere data la terra la
vigilia di Santa Maria d* agosto, eh* è loro principal
festa : andando i cittadini ali* offerta, i traditori d'en-
tro doveano dare la terra per la porta che va verso
Bagnora . E già v' era cavalcato il suo maliscalco
con mille cavalieri, ma come piacque a Nostra Don-
na, si scoperse il detto trattato e tradimento in sul
punto che giunse il maliscalco, e' traditori presi e
giustiziati. E quando fu fallito al Bavaro il suo in-
tendimento, il di appresso si partì coli* oste da Boi-
sena e tornossi a Viterbo, e poi a dì 17 d* agosto
si partì di Viterbo col suo falso papa e suoi cardi-
nali e tutta sua gente, e venne alla città di Todi,
non osservando i patti a' Todini che gli aveano dati
quattromila florini d* oro, acciocché non entrasse in
loro terra ; e venuto in Todi, impuose a* Todini die-
cimila fiorini d* oro ^ e caccionne i guelfi, e 1* anti-
papa per bisogno di danari spogliò Santo Fortunato
di tutti i gioielli e santuarie infino alle lampane, che
v'erano d*arìento, che valea grande tesoro. E stando
il Bavaro in Todi, sì mandò il conte d* Ortinghe con
cinquecento cavalieri per conte in Romagna, il quale
colla forza de* ghibellini di Romagna cavalcarono in-
fino alle porle d' Imola, ardendo e guastando; e
d'altra parte il detto Bavaro fece cavalcare il suo
maliscalco con mille cavalieri a Fuligno, credendo
avere la terra per tradimento ; ma come piacque a
Dio, non venne fatto, onde si tornarono i Todi,
ardendo ed abbruciando e levando prede per le ter^
re del Ducato '.
CAPITOLO XCIX.
Come il Bavaro essendo a Todi ordinò di venire so-
pra la città di Firen%e^ e V apparecchiamento cke
feciono i Fiorentini,
' La edisSone de' Qiiinti ciuta data addì 23,
* La Giuntina citata dice: du€ mila.
' Quattordici mila dice Ì1 Muratori, contando i quattro
mila dati prima.
Ne* deUi tempi essendo il Bavaro in Todi , e
perseguitando con tanta rovina e Romagna e '1 Du-
cato, ed essendo molto infesUto da* ghibellini usciti
di Firenze e dagli Aretìni e gli altri Toscani di parte
d'imperio, che dovesse venire d' Arezzo per venire
da quella parte a oste sopra la città di Firenze, con
ordine fatto, che Castruccio che ancora vivea e era
molto montato per la vittoria avuta sopra i Fioren-
tini della città di Pistoia, con sua oste dovesse ve-
nire per lo piano di verso Prato, e gli Ubaldini colla
forza del conte d' Ortinghe e de* ghibellini di Roma-
gna rubellare il Mugello, e da tutte parti chiudere
le strade a* Fiorentini, mostrando al detto Bavaro,
che vinta la ciltt di Firenze (che assai gli era pos-
sibile) era signore di Toscana e di Lombardia, e poi
assai leggiermente potea conquiatare il regno di Pu-
glia sopra il re Ruberto, onde il detto Bavaro s'ac-
cordò, e già avea preso questo per consiglio, e fece
cominciare 1* apparecchiamento per la sua venuta td
Arezzo. I Fiorentini ebbono grandissima paura, e bi-
sognava bene , eh* egli era in sul tempo della ri-
colta, e era carestia e scarso di vittuaglia, onde se
fosse seguita la detta venuta del Bavaro, e il detto
ordine preso per gli ghibellini, i Fiorentini erano in
grande pericolo di potere guarentire la dttade, e
da molta parti erano spaventati, veggendosi circua-
dati di sì possenti tiranni e nimici. Ma però non si
dispererò né si gittarono tra' vili e cattivi, perocché
vile perisce chi a viltà «* appoggia; e piccolo ri-
paro e rispitto molti casi fortuiti passa. Onde i
Fiorentini presono conforto e vigore, e con grande
consiglio e sollecitudine feciono rafforzare le cutella
di Valdarno, cioè Montavarchi, e castello Sangio-
vanni, e Castalfiranco, e l' Ancisa, e guemire di vit-
tuagUa e d* ogni guemimento da difensione e guer-
ra -, e mandarvi in ciascuna terra due capitani de*
maggiori cittadini, uno grande e uno popolano, oon
masnade a cavallo e con quantità di buoni balestrie-
ri. E per simile modo feciono guernire Prato e Si-
gna e Artimino, e tutta le castalla di Valdarno di
sotto, e feciono isgombrare di vittaaglia e strame
tutto il contado, e recare alla città o a terre forti e
murate, acciocché i nimici non trovassono di che vi-
vere per loro e per loro bestie. E mandarono par
loro amistadi, e grande guardia si facea di dì e di
notte nella città e alle porta e alle torri e mura, a
faccendo rafforzare ovunque la città era debole; a
come franchi uomini erano disposti a sostenere ogni
passione e distretta per mantanere coli' alato di Dio
la cittade. E ordinarono di mandare al re Rnberta
Qui colla Giuntina puoi leggere: U Urrs dd 1^9^*
DI GIOVANNI VILLANI.
333
e ti daca, e così fociono, che, rimossa ogni cagiono,
il dnca personalmente colle sue forze venisse alla
difensione della città di Firenze; e se non venisse,
il comune era fermo, che le dugento migliaia di fio-
rini d*oro che davano al duca per suoi gaggi se-
condo i patti, di non pagargli, se non tanti solamente
quanto montassono i gaggi de^ cavalieri, che tenea
messer Filippo di Sangineto suo capitano, che po-
teano montare Tanno centodieci migliaia di fiorini
d' oro ; e il rimanente voleano per lo comune per
fornire la guerra. Della quale richiesta il re e ^1 du-
ca molto si turbarono; ma veggendo il bisogno de^
Fiorentini, però non volle mettere in avventura la
persona del duca contra il Bavaro, ma ordinarono
dì mandare messer Beltramon dal Balzo con quattro-
cento cavalieri a suo soldo per contentare i Fioren-
tini. Ma tardi era il soccorso; ma come piacque a
Dio, che mai non venne meno la sua misericordia
alle strette necessitadi del nostro comune, in bre-
vissimo tempo ci deliberò del tiranno Castruccio per
sua morte, come addietro facemmo menzione, e poi
di diverse e varie mutazioni e novità che avvennono
al dannato Bavaro, come innanzi faremo menzione;
e non solamente Iddio ci guarentì, ma ci addirizzò
in vittorie, prosperità, e buono stato.
CAPITOLO C.
Come fu morto il tiranno messer Passerino signore
di Mantova.
Nel detto anno, a dì 14 d'agosto. Luigi da
Gonzaga di Mantova, con trattato fatto con messer
Cane signore di Verona e coir aiuto de' suoi cava-
lieri venuti segretamente a Mantova, tradì messer
Passerino, e corse la città di Mantova gridando viva
U popolo^ e muoia messer Passerino e le sue ga^
belle: e con questa furia vegnendo in su la piazza,
trovando il detto messer Passerino isprovveduto e dis-
armato vegnendo a cavallo alla detta gente per sa-
pere perchò il romore fosse, il detto Luigi gli die-
de d' una spada in testa, ond' egli morì di presente ;
e poi prese il figliuolo e "1 nipote del detto messer
Passerino, il quale suo figliuolo era fellone e reo,
e degnamente gli fece morire per mano del figliuo-
lo di messer Francesco della Mirandola, cui messer
Passerino per tradimento e a torto avea fatto mo-
rire il padre; e poi si fece signore della terra. E
così si mostra il giudicio di Dio per la parola del
suo santo Vangelio, io ucciderò il nimico mio col
nimico miOy abbattendo V uno tiranno per V altro.
Questo messer Passerino fu della casa de* Bonacosi
di Mantova, e gli antichi furono guelfi ; ma per cf-
lere signore e tiranno si fece ghibellino, cacciando
i suoi medesimi e ogni possente di Mantova. Fu pic-
colo della persona, ma molto savio e provveduto e
ricco, e fu signore di Mantova lungo tempo e di
Modona, e sconfisse i Bolognesi, come addietro fa-
cemmo menzione. Tanno 1325; ma dopo il colmo
della detta sua gloria e vittoria, ogni di venne ab-
bwsaodo suo stato, come piacque a Dio.
CAPITOLO CL
Come quegli di Fermo della Marca presono
Sanlupidio,
Nel detto anno e mese d* agosto, quegli della
città di Fermo della Marca presono per tradimento
il castello di Sanlupidio, e corsonlo e rubarlo tutto,
e cacciarne i guelfi con molta uccisione, e quasi la
detta terra fu distrutta e spogliata tutta.
CAPITOLO CU.
Come i Sanesi ebbono Montemassi colla forta
de* Fiorentini.
Nel detto anno e mese d'agosto, i Fiorentini,
non istancbi né sbigottiti per la tornata del Bavaro
in Toscana, mandarono in aiuto de' Sanesi cinquecento
cavalieri, onde fu capitano messer Testa Tornaquinci,
per difendergli dalla forza di Castruccio, il quale
avea mandati in Maremma seicento de' suoi cavalieri
per levare i Sanesi da oste dal castello di Monte-
massi, e già aveano preso e arso e rubato il ca-
stello di Pavanico; e di certo i Sanesi non aveano
podere di tenere campo, se non fosse la forza e il
soccorso de' Fiorentini, che incontanente la gente di
Castruccio si ritrasse, e' Sanesi ebbono il castello a
patti, rendendosi a sicurtà nelle mani de' Fiorentini
a dì 27 d' agosto. Lasceremo de' fatti universali de-
gli strani, e torneremo al processo e andamenti del
Bavaro.
CAPITOLO CUI.
Come don Piero di Cicilia colla sua armata e di
quegli di Saona vennono in aiuto del Bavaro^ e come
arrivarono a Pisa là dov* era il detto Bavaro.
Nel detto anno 1328, del mese d'agosto, don
Piero, che re Piero si facea chiamare, figliuolo di
Federigo signore di Cicilia, con ottantaquattro tra
galee e uscieri, e con tre navi grosse e più legni
sottili, tra di Cicilia e degli usciti di Genova eh' a-
bitavano in Saona, vennono al soccorso del Bavaro
detto imperadore con seicento cavalieri tra Catalani e
Ciciliani e Latini ; e tutto che secondo^T ordine e
promessa giugnessono tardi al suo soccorso, puoso-
no in più parti nel Regno, prima in Calavra, e poi
ad Ischia, e poi sopra Gaeta, seguendo la stiena^ della
marina, faccendo danno e correrie alle terre del re
Ruberto sanza contrasto ninno. E poi in terra di Ro-
ma presono Asturi e vennero in foce di Tevero,
credendo che 'I Bavaro fosse a Roma ; e non tro-
vandolo, guastarono intorno a Orbitello, e arriva-
rono a Corneto ; e di là sentendo novelle che '1 Ba-
varo era a Todi, gli mandarono ambasciadori che
venisse alla marina a parlamentare con loro, il quale
' schiena, costa, spiaggia. Così ottimamente corregge
il Dragomanni invece de' vocaboli Btinea e fanea, che si
leggono ne'mss., dì affatto ignota etimologia. Il Bembo disse
pure negli Àsolani 2, 127: la eonttfmimU schiena dt' ma-
rini liti.
334
CRONICHE
Bavaro avendo le dette novelle, matò consiglio del
venire verso Firenze per la via d^ Arezzo , e par-
tissi da Todi a dì 31 d' agosto col suo antipapa e
fatta taa corte e gente, e venne a Viterbo, e là
lasciò il detto antipapa e la 'mperadrìce e V altra
gente, e con ottocento cavalieri andò a Cometo a
don Piero ; e là scendendo qae' signori in terra, stet-
tono in parlamento alquanti giorni con grandi con-
trasti e riprensioni, perchè V armata non era venata
al tempo promesso, e domandava il Bavaro i da-
nari promessi per gli patti. Don Piero e sao consi-
glio il rìchiedea che venisse sopra le terre del re
Ruberto, e egli verrebbe coir armata per mare e da-
rebbegli la moneta promesso, ch^erano ventimila once
d^oro. In questo contrasto ebbono novelle e amba-
sciadori da^ Pisani, come la gente di Castmccio a-
veano corsa la città di Pisa e cacciatane la signo-
ria del Bavaro, e d^ altra parte il detto Bavaro non
si sentia in podere, nò in disposizione la sua gente
di volere andare nel Regno, sentendo i passi guer-
niti, e la carestia di vittuaglia grande in tutte par-
ti : sì prese consiglio di venire verso Pisa colla don-
na sua e con tutta sua gente per terra, e V armata
per mare. E così fa fatto; che a dì 10 di settem-
bre si partirono di Cometo, e vegnendo, morì a
Montalto il perfido eretico e maestro e condacitòre
del Bavaro maestro Marsilio di Padova ; e giunse il
Bavaro e Toste sua a Grosseto a dì 15 di settem-
bre ; e r armata di don Piero presono Talamone e
guastarlo, e scesono a Grosseto, e col Bavaro in-
sieme vi puosono r oste a petizione degli usciti di
Crenova e de^ conti da Santaflore per torre il porto
e M passo della mercatanzia a" Fiorentini e a^ Senesi
e agli altri Toscani, che per ischifare Pisa faceano
quella via ; e stettonvi quattro dì ali* assedio dan-
dovi grandi battaglie co' balestrieri eh' erano in su
r armata, e salirono più volte in su le mora dì Gros-
seto, e fnronne cacciati per forza, e rimasonvene
morti più di quattrocento de' migliori ; ma per soper-
chia gente e battaglie non si potea la terra guari te-
nere. Ma in questa stanza venne noveUa e ambascia-
dori di certi imperiali di Pisa al Bavaro, come Ca-
struccio signore di Lucca era morto, e eh' e' figliuoli
con loro masnade aveano corsa la terra, e che per
Dio si studiasse d' andare a Pisa, se non che temea-
DO che no# dessono la terra a' Fiorentini. Per la qual
cosa il Bavaro si partì da Grosseto a dì 18 di set-
tembre, e con sollecito cavalcare entrò in Pisa a dì 21
di settembre , e da' Pisani fu ricevuto con grande
allegrezza per essere fuori della signorìa de* figliuoli
di Castmccio e de' Lucchesi ; i quali sentendo la sua
venuta, si partirono di Pisa e rìtomarono a Lucca,
e il Bavaro riformò la terra di Pisa e sua signorìa,
e fece suo vicarìo Tarlatino de* Tarlati d' Arezzo, il
quale fece cavaliere, e diede il gonfalone del popo-
lo, onde i Pisani furono molto contenti, e parve loro
tomare in loro libertade per la signorìa tirannesca
avuta da Castmccio e da* figliuoli. E ciò fatto, don
Piero di Cicilia, avuti molti parlamenti col Bavaro e
coir altra lega de* ghibellini, si partì di Pisa colU
Boa armata a dì 28 di settembre, e simile feciono
gli usciti di Genova. Ma a don Piero male avvenne,
che essendo col suo navilio già presso ali* isola di
Cicilia, fortuna gli venne alla 'ncontra, e tatto ano
navilio sciarrò ' in più parti alle piagge di terra di
Roma e di Maremma, onde furono in grande perì-
colo e condizione dì scampare; e perirono in mare
da quindici delle sae galee colla gente che v'era
suso, e molte altre mppono e straccarono ^ in diver-
se parti ; e don Piero con grande perìcolo arrivò a
Messina con quattro galee solamente; il rìmanente
dell* altre arrivarono in diversi porti di Cicilia sce-
mati di gente e d' arnesi, onde i Ciciliani rìcevetto-
no ana grande sconfitta. Lasceremo alquanto di que-
sta materia, e torneremo a' fatti di Firenze e del-
r altra Italia.
CAPITOLO CIY.
Come messer Cane della Scala ebbe la signoria
della città di Padova,
Nel detto anno 1328, essendo la città di Pa-
dova molto afflitta e annullata di podere e di sigao-
rìa e di gente, e perduto la maggior parte di sao
contado per la discordia di grandi cittadini, e per
la persecuzione della guerra avuta con messer Cane
della Scala signore di Verona, quegli della casa da
Carrara di Padova, cacciati i loro vicini, e guasta lo-
ro parte guelfa per volere essere signorì e tiran-
nare, quasi per necessità non potendo bene tenere
la terra, s' accordarono con messer Cane, e impa-
rentarsi con lui, e diedongli ta signorìa di PadoTa
a dì 8 del mese di settembre, la quale si Imi^-
mente avea bramata ; e a dì 10 del mese v' entrò
con grande trionfo e signorìa. E come fu in Pado-
va, 1* ordinò e compuose in assai giusto e convene-
vole stato secondo la terra eh' era guuta, sanxa fiar
vendetta di ninno, e rimettendo nella città chiunque
volle tornare sotto la sua signorìa. E bene a' adem-
pio la profezia dì maestro Michele Scotto de* Calli
di Padova, ove disse molto tempo dinanzi: Paduas
magnatum plorabuni filii ttecem diram et horrendam
daiam Caiuloque Veronae.
CAPITOLO CV.
Come i Fiorentini presono il castello di Carmignamo
per for%a.
Nel detto tempo, sentendo messer Filippo dì
Sangineto con gli altrì capitani della guerra di n-
renze e col consiglio de' priorì , che ci trovaaaaio
allora di quello collegio, sentando che *l casMlo di
Carmignano non era ben fornito, ed erano isbigotlìti
della morta di Castruccìo, sì ordinarono segreta-
mente d* assalirlo e di combattarlo e prenderlo per
forza ; e così si misono a seguizione, ohe 1 detto
capitano con certi Fiorentini e con parte della caval-
lerìa e popolo a piò si partirono una notte ordinata di
* ai Bciarròf si sbandò, si dispersa.
' Meglio forse legge la Ginntiiia: itraeciaromo, dopo il
rappono; laddove nel libro VH, o. civ, pag. 154, tfroceor»
toma a cappello. SetUmdo che 'l naviglio dèi ré ^ Fra»*
eia era nd porto di Boic» e a$»ai fceoioto e itroemlo, ék
I Vattalio*
DI GIOVANNI YILLANL
335
Samminialo e dell* altre terre di Valdamo, e fecioDO la
TÌa del monte, e la mattina furono intorno a Car-
migliano ; e per simile modo, e a ano punto, vi ven-
ne la cavalleria de^ Fiorentini ch'era in Prato, co*
Pratesi e gente a piò assai, sicché si trovarono in-
tomo a Carmignano ottocento cavalieri oltramontani,
e cinquemila pedoni. U castello era assai forte di
sito, e parte morato per Castruccio e parte steccato
e affossato, con torri e bertesche di legname; ma
era d'uno grande giro, e porpreso ^ e dentro v' a-
tea cinquanta cavalieri e da settecento uomini a pie,
che bisognava alla guardia due cotanti gente. Mes-
ser Filippo, capitano de' Fiorentini, fece tutti i cava-
lieri scendere a piò, e a ciascuno conestabile ag-
gioose pedoni con pavesi e balestra e rafQ e stipa
e fooco, e a ciascuno diede la sua posta intorno al
castello; e da più di venti parti a uno snono di
trombe e nacchere il fece assalire e combattere; la
quale battaglia fu aspra e dura, e sostenne dalla mat-
tina a ora di nona. Ma alla fine per lo grande por-
preso e per la prodezza de' nostri cavalieri, in più
parti vinsono la battaglia con grande danno di que'
d'entro, e entrarono per forza dentro alla terra e
paosono le bandiere. Gli altri della terra veggendo
entrati i nimici dentro, abbandonarono le loro po-
ste e la terra, e fuggirono, chi potò, nel girone della
rocca, e l'altra gente entrò poi nella torre, e cor-
sonla e rubarla tutta, e di gran preda la spoglia-
rono : e ciò fu a di 16 del mese di settembre del
detto anno. E la rocca si tenne poi otto giorni, a-
vendovi ritti mangani e dificii, i quali gli consuma-
vano di e notte, ed eranvi con grande fame e di-
fetto di vittaaglia per la molta gente che v' erano
rifulgiti de' terrazzani. Alla fine s' arrendo la rocca
e 'I girone a patti, salve le persone e ciò che se
ne potessono portare. Bbbono i soldati che v'erano
dentro per menda di loro cavalli'milledugento fiorini
d' oro. Questi patti cosi larghi si feciono loro peroc-
ché 'I Bavaro era giunto in Pisa, e di sua gente già
Tenuta in Pistoia, ond'era alla nostra gente grande pe-
ricolo a soprastarvi. Di questo acquisto di Carmigna-
no ebbe in Firenze granda aUegrezza, sperando che
la fortuna prospera fosse addirizzata a' Fiorentini, ma
più consigli si tennono di disfare la terra e la roc-
ca per dubbio del Bavaro o di rìtenerla ; alla fine si
TÌBse che sì ritenesse e si recasse a minor giro, e
■i murasse tatta con torri di pietre e calcina, e raf-
forzare la rocca e '1 girone, e che mai non si la-
nciasse per gli Fiorentini, ma che si confiscasse a
perpetuo al nostro contado ; e così fu fatto di pre-
■e&te tutto.
CAPITOLO evi.
Come il re di Francia fece fare pace tra 7 conte
di Savoia e 7 Delfino di Vienna.
Nel detto anno^ air uscita di settembre, lo re
Filippo di Francia a preghiera e studio della reina
Clementa, la quale era stata moglie del re Luis di
* 0 per Ubaglio cosi si trascrisse in laogo di comprtto^
cireiùto, giro , o è il jJOttrprw de' firanceai.
Francia e figliuola di Carlo Martello re d' Ungheria,
e nipote del re Ruberto, si fece fare pace tra 'I conte
di Savoia e '1 Delfino di Vienna nipote della detta
reina, intra' quali era stata lunga e mortale guerra ;
ed essendo la detta reina malata a morte, per darle
consolazione lo re in sua presenza la fece fare, e
basciare in bocca i detti signori, la quale poco ap-
presso passò di questa vita, onde fu grande dam-
maggio, siccome di savia e valente donna e reina.
CAPITOLO cvn.
Come il Bavaro andò a Lucca^ e dispuose della
signoria i figliuoli di Castruccio.
Essendo il sopraddetto Bavaro in Pisa, i figliuoli
di Castruccio gli furono molto abominati da' Pisani,
e eh' eglino e il loro padre Castruccio avevano te-
nuto trattato co' Fiorentini contra l'onore della co-
rona; e ciò fu in parte venta. Onde il Bavaro era
molto indignato contra loro, e per Io correre eh' a-
veano fatto in Pisa, e la sua gente non lasciavano
entrare in Lucca. Per la qual cosa la moglie che fu
di Castruccio, per raumiliarlo contra i figliuoli, si
venne in Pisa, e donógli' il valore di diecimila fio-
rini d' oro, tra in danari e gioielli e ricchi destrieri,
e rimisesi in lui, lei e' figliuoli. Per la qual cosa, e
per consiglio de' Pisani e di certi Lucchesi, il Ba-
vero andò a Lucca a di 5 d' ottobre, e fugli fatto
grande onore ; ma per gli sombugli eh' avea nella
città per gli cittadini, che non voleano eh' e' figliuoli
di Castruccio rimanessono signori, si levò la città a
romore a dì 7 d' ottobre, e s' asserragliò e abbarrò
da casa gli Onesti e in più parti. Alla fine fu corsa
per gli Tedeschi, e riformò la terra a sua signoria,
e lasciò per signore il Porcaro suo barone, che tanto
éa dire Porcaro in tedesco come conte castellano ; ma
in nostra lingua era chiamato Porcaro. E impuosQ a
Lucca e al contado centocinquanta migliaia di fiorini
d' oro, tagliandogli per uno anno, promettendo di
lasciargli franchi. E trasse di pregione messer Ra-
mondo di Cardona e '1 figliuolo, che fu capitano de'
Fiorentini, e pagogli per sua redenzione quattromila
fiorini d' oro, e fecelo giurare alla sua signoria, o
ritennelo al suo soldo con cento cavalieri; e ciò fu
a priego del re d' Araona : e tornò in Pisa a dì 1 5
d'ottobre, e a' Pisani impuose centomila fiorini d'o-
ro; per le quali imposte in Pisa e in Lucca n' ebbe
grandi rammarichìi e dolori per gli cittadini per la
soperchia gravezza, e il loro male stato, e macerati
dalle guerre. In questa stanza il Porcaro, che '1 Ba-
vero avea lasciato in Lucca, s'imparentò co' figliuoli
di Castruccio, e rimiseli in istato e in signoria, e mo-
strava di volersi tenere con loro insieme la signorìa
di Lucca e del contado ; per la qual cagione per
certi Lucchesi e Pisani furono fatti sospetti della co-
rona, onde per gelosia della 'mpresa del Porcaro de'
fatti di Lucca e de' Tedeschi della bassa Alamagna
partiti da lui e andati al Cerruglio, come appresso
faremo menzione, il Bavaro tornò a Lucca a À 8 di
n testo Oav. avviluppandosi legge: dandogli.
336
CR0N1CRB
novembre, e dispnose di signoria il detto Porcaro
(il quale se n"* andò per disdegno in Lombardia, e
poi in Alamagna) e a^ figliuoli di Castmccio tolse
ogni titolo del ducato, e mandò loro e la madre a^
confini a Pontremoli, e il comune di Pisa con as-
senso del Bavaro condannarono i figliuoli di Castmc-
cio, e Nieri Saggina loro tutore, e tutti gli usciti di
Firenze, e chi furono caporali con loro a rompere il
popolo di Pisa e correre la terra, neir avere e nella
persona, siccome traditori.
CAPITOLO CVllL
Come certi della genie del Bavaro si rubellarono
da luiy e eennono in stU Cerruglio di Vitinaia,
In questo presente tempo, i Tedeschi deUa bassa
Alamagna i quali erano col Bavaro, conceputo il
disdegno, cominciata la discordia tra M Bavaro e loro
infino a Cistelena in Campagna, siccome addietro fa-
cemmo menzione, e istando in Pisa, e non potendo
avere le loro paghe e gaggi dal Bavaro, si feciono
infra loro cospirazione e congiura, e furono da otto-
cento uomini a cavallo, e i piik de* migliori di sua
gente, seguendogli più altri gentili uomini rimasi a
piò per povertà; e partirsi di Pisa a di 29 d'ottobre
del detto anno, e credettono prendere e rubellare
la città di Lucca e tenerlasi per loro ; e venia loro
fatto, se non che M Bavaro sentendo loro folle par-
tita, per messaggi battendo mandò a Lucca, che non
fossono ricettati nella città ; e così fu fatto. Per la
qual cosa albergando ne* borghi di Lucca, gli ruba-
rono d* ogni sustanza, e vennono in Yaldinievole, e
non potendo entrare in ninna fortezza murata, sì si
misono in sul Cerruglio, il quale ò in su la monta-
gna di Yivinaia e di Montecbiaro, il quale luogo
Castruccio avea afforzato quando avea la guerra co*
Fiorentini, e quello rafforzarono e tennono, faccen-
dosi dare tributo e vittuaglia a tutte le terre vicine.
E in questa loro stanza più trattati feciono cercare
co* Fiorentini, e venne in Firenze il duca di Cam-
benic^ della casa di quegli di Sassogna, e messer
Arnaldo di.... loro caporali, ma poco effetto ebbono
allora i loro trattati, perchò voleano troppo larghi
' putti e molta moneta, e* Fiorentini si poteano male
fidare di loro ; e con questo tuttora erano in trat-
tato col Bavaro per riconciliarsi con lui, per avere
i loro gaggi, e parte n* ebbono, più per tema che
non s* accordassono co* Fiorentini che per amore.
Avvenne che in questi trattati da loro al Bavoro,
egli mandò a loro per ambasciadore e trattatore mes-
ser Marco de* Visconti di Milano, il quale ad istanzia
del Bavaro fece loro certa impromessa di moneta
per levargli del luogo e menargli in Lombardia ; i
quali passato il termine, e non fornito per lo Bavaro
come avea promesso, ritennono il detto messer Marco
cortesemente per loro pregione per sessantamila fio-
rini d* oro ; e dissesi che *l Bavaro il vi mandò vi-
ziatamente per farlo ritenere per levarlosi d*intorno,
non fidandosi di lui per quello eh* avea fatto a mes-
' X^ Oiantina qui dìoa: Bramhenno.
ser Galeasso ano fratello di torgli la signorìa di Mi-
lano. Di questa compagna dal Cerruglio segnirono
poi grandi novitadi e mutazioni nella città di Lacca,
come innanzi per gli tempi faremo menzione.
CAPITOLO CIX.
Come il re Ruberto e */ duca suo figliuolo manda"
rono in aiuto de" Fiorentini cinquecento cavalieri.
Nel detto anno, il dì d* Ognissanti, giunse in
Firenze messer Beltramone del Balzo con cinque-
cento cavalieri, i quali il re Ruberto e *l duca sao
figliuolo mandò in Puglia al servigio de* Fiorentiai
e al suo soldo per contrastare al Bavaro; e ciò fa
per sodisfare in parte la richiesta che aveano fatta
i Fiorentini di volere la persona del duca, siccome
dovea venire a difendere la città di Firenze, dap-
poichò prendea dugentomila fiorini d* oro, com* era
in patti : della quale venuta de* cavalieri i FiorentÌBi
furono altrettanto contenti come se fosse venuto il
duca in persona, percioccbò già rincresceva loro la
sua signorìa, e cercavano modo di non volergli dare
r anno i detti danari, dappoicbò non istava in Fi-
renze personalmente ; ma tosto si quetò la detta
questione, come diremo qui appresso.
CAPITOLO ex.
Come mori Carlo duca di Calavra e signore
di Firenze,
Nel detto anno, a dì 9 del mese di novembre,
come piacque a Dio, messer Carlo figliuolo del re
Ruberto duca di Calavra, e signore de* Fiorentini,
passò di questa vita nella città di Napoli d* infermità
di febbre presa a uccellare nel Gualdo ; onde in Na-
poli n* ebbe grande dolore e in tutto il regno , e
soppellissi al monistero di Santa Chiara in Napoli,
a dì 14 di novembre, a grande onor«, siccome re;
e poi se ne fece 1* esequio in Firenze a dk 2 di di-
cembre alla chiesa de* frati minori, molto grande e
onorevole di cera in grandissima quantità, per lo
comune e per la parte guelfa e per tutte 1* arti ; e
furonvi le signorie e *1 capitano eh* era del doca,
e uomini e donne e tutta la buona gente della città
di Firenze, che a pena poteano capere nella piazza
di Santa Croce non che nella chiesa. Di questo doca
non rimase reda nulla maschio, ma due figliuole fem-
mine, una nata, e d* una rimase grossa la duchessa;
onde allo re Ruberto suo padre e a tutto il regno
n* ebbe gran dolore , perocché *1 re Ruberto non
avea altro figliuolo maschio. Questo duca Carlo fa
nomo assai bello del corpo, e informato innanzi
grosso e non troppo grande ; andava in capelli sparti,
assai era grazioso, di bella faccia rìtonda, con piena
barba e nera, ma non fu di gran valore a quello
che potea essere, né troppo savio ; dilettavasi in
dilicatamente vivere e della donna, e più in ozio che
in fatica d* arme, con tutto che *l padre lo re Ru-
berto il tenea molto corto per gelosia della sua per-
sona, perchè non avea più figliuoli ; assai In catto-
DI GIOVANNI VILLANI.
337
lieo e onesto, e amava ginsiÌKÌa. Della morte di questo
signore i cittadini di Firenze eh* amavano parte guelfa
ne furono crucciosi, quanto per parte ; ma in genere
i cittadini ne furono contenti per la gravezza della
spesa e moneta che traeva de* cittadini, e per rima-
nere liberi e franchi, che già cominciava a dispia-
cere forte a^ cittadini la signoria de^ Pugliesi, i quali
avea lasciati suoi uficiali e governatori, che a nulla
altra cosa intendeano con ogni sottigliezza se non
di fare venire danari in comune, e di tenere corti i
cittadini di loro onori e franchigia, e tutto si volea-
no per loro ^ e di certo, se *1 duca non fosse morto,
non potea guari durare, eh' e* Fiorentini avrebbono
fatta novità contra la sua signoria, e rubellati da lui.
CAPITOLO CXI.
Come i FiorenUm riformarono la città di signoria
dopo la morte del duca,
Dappoich*eTiorentini ebbono novelle della mor-
te del duca, ebbono più consigli e ragionamenti e
avvisi come dovessono riformare la città di reggi-
mento e signoria per modo comune, acciocché si le-
vassono le sette tra* cittadini; e come piacque a Dio
quegli che allora erano priori, con consiglio d* uno
buono uomo per sesto, dì concordia trovarono que-
sto modo nella elezione de' priori e gonfalonieri, cioè
eh* e' priori con due arroti popolani facessono scelta
e rapporto di tutti i cittadini popolani guelfi degni
deiruficio del priorato, d'età da trenta anni in suso;
e per simile modo feciono i gonfalonieri delle com-
pagnie con due popolani arroti per gonfalone ; e si-
mile recata facessono i capitani di parte guelfa col
loro consiglio; e simile i cinque uficiali della mer-
catanzia col consiglio di sette capitndini delle mag-
giori arti, due consoli per arte. E, fatte le dette recate
nella sala de' priori, si congregarono i priori e* gon-
falonieri all'entrante del mese di dicembre, e con loro i
dodici buoni uomini consiglieri, e con cui i priori
facevano le gravi deliberazioni, e con diciannove
gonfalonieri delle compagnie e due consoli di ciascuna
delle dodici arti maggiori, e sei arroti fatti per gli
priori e per gli detti dodici consiglieri per ciascuno
sesto, sicché in tutto furono in numero di novantotto ;
e, messo ciascuno uomo recato a scrutino segreto di
fave bianche e nere, ricolte per due frati minori e due
predicatori e due romitani forestieri savi e discreti,
e parte di loro stavano a vicenda nella camera a
rìcogliere le fave e a noverarie ; e chiunque avea ses-
santotto voci, cioè sessantotto fave nere, era appro-
vato per priore e messo in segreto registro scritto, il
quale rimase appo i frati predicatori, e in una pic-
cola cedola sottile iscritto il nome e soprannome suo,
e messo in una borsa a sesto a sesto, come venia ;
e quelle borse messe in uno forziere serrato a tre
chiavi e mandato nella sagrestia de' frati minori; e
r una chiave teneano i frati conversi di Settimo, che
stavano alla camera deir arme de' priori, e 1* altra
il capitano del popolo, e Taltra il ministro de' frati.
E quando finiva 1 uflcio de* priori di due in due mesi,
anzi loro uscita, il meno per tre dì, i vecchi priori col
capitano sonando e raccogliendo il consiglio facevano
venire il detto forziere, e in presenza del consiglio
6* apriva, e a sesto a sesto s' aprieno le dette borse>
mischiando le bollette, e poi traendole in avventura ;
e quegli che era tratto era priore, osservando il di-
vieto nella persona di quegli eh* era due anni, che
più non potea essere infra '1 tempo ; e '1 figliuolo
padre o fratello di quegli avea divieto uno anno ; e
la casa ond'era sei mesi. E quest'ordine si fermò
prima per gli opportuni consigli, e poi in pieno par-
lamento nella piazza de' priori ove fu congregato
molto popolo, ov'ebbe molti dicitori, e lodando l'or-
dine e confermandolo, a di 11 di dicembre 1328,
sotto gravi pene chi contro facesse, e che di due
in due anni del mese di gennaio si dovesse rifare
da capo per simile modo, e chi vi si trovasse in
registro che non fosse uscito o tratto vi rimanesse ;
e chi di nuovo fosse approvato per lo detto squit-
tino fosse rimescolato con quegli che non fossono
tratti ; e quegli che tratti fossono si rìmettessono a
sesto a sesto in un' altra borsa infino che fossono
gli altri tutti tratti. Per simile modo e squittino s* ap-
provarono i dodici buoni uomini consiglieri de' pri-
ori; e chi era, durava il loro uficio quattro mesi,
e qual era dell' uno collegio, era dell* altro. I gon-
falonieri delle compagnie si feciono per simile modo,
salvo che potea no essere giovani di venticinque anni
o da indi in suso; e durava il loro uficio quattro
mesi, che in prima durava sei mesi. E per simile
modo ciascuna delle dodici arti maggiori feciono i
loro consoli; e riroutossi il consiglio del Cento^ e Cre-
den%a e il Nof>anta e generale^ che solcano essere
per antico : e fecesi uno consiglio di popolo di tre-
cento uomini popolani scelti e approvati sufficienti e
guelfi; e simile uno consiglio di comune, ove avea
grandi uomini de' casati e popolani di dugentocin-
quanta uomini approvati, e furono recati a termine
di quattro mesi, ove solcano esser per sei mesi, per
avvicendare i cittadini, e dare parte degli ufici. Per
questo modo fu riformata la città di Firenze de* suoi
reggimenti e uficiali, e poco tempo appresso per fug-
gire le preghiere si feciono per borse ovvero sacchi
approvati per squittino le podestadi forestiere. Ave-
mo cosi stesamente fatta memoria di questa rifor-
mazione, perchè fu con bello ordine e comune; e
seguinne assai tranquillo e pacifico stato al nostro co-
mune uno tempo, perchè sia esemplo a coloro che
sono a venire ; ma, com' è 1* usanza de' Fiorentini di
spesso volere fare mutazioni,^ gli detti buoni ordini
assai tosto si corruppono e viziaro per le sette de'
malvagi cittadini, che al tutto voleano reggere sopra
gli altri, mettendo con frode alle riformazioni a loro
seguaci non degni a' delti ufici, e lasciare addietro
de* buoni e sufficienti ; onde segui poi molti danni
e pericoli alla nostra città, come innanzi faremo
menzione perchè sia esemplo a coloro che sono a
venire.
I II testo Davunzati qui frammette un per la quale cosOf
che toglie il senso.
82
sst
OlOlflCHB
CAPITOLO cxn.
CoMé tft Fireiae fu fatta una impotta $opra
ii ehericato.
In qnet li tempi si fece in Fireue per antorìtà
d^nnt Tecchia lettera di papa nna imposta sopra il
ehericato di dodici aula fiorini d'oro (bench* ella
fesse ordinata innanu per lo priorato eh* era stato
al tempo che *1 Bayaro dovea venire verso Pireme
per la via d^ Areno, e Castmccio era tìyo, e doTea
venire dalla parte di Pistoia), acciocché elli atassoao
per li loro beneflcii la difoisione della città e del
contado centra i mbelli e persecatorì di Santa Chiesa,
della quale imposta il detto ehericato ingrato e sco-
noscente non volea pagare, e convenne che pagM-
sono per fona ; per la qnal cosa appellarono al papa,
e misono lo interdetto in Firenze a di 18 di novem-
bre, e poi il levarono all^ Epifania, e poi il rìpao-
sono inflno che 1 vescovo di Firenie ch'era nella
Marca tornò, e levollo con loro grande vergogna,
perocché s'ordinava di trarre i cherici della guardia
del comone; e ciò fa a di 5 di febbraio anni 1328.
Lasceremo alquanto de* fatti di Firense, e diremo del-
r altre novità degli strani che furono in questi tempi.
CAPITOLO cxin.
Come tobisiò per tremuoti gran parte della eiilà di
Norcia del Ducato con pie castella tei kUamo.
Nel detto anno 1328, all'entrante di dicembre
furono diversi tremuoti nella Marca nelle contrade
di Norcia, per modo che quasi la maggior parte
della detta città di Norcia sobissò, e oaddono le
mura della terra e le torri, case, e palaxii, e chiesa
e della detta rovina, perchè fu subita e di notte,
morirono più di cinquemila persone. B per simfle
modo rovinò uno castello presso a Norcia, che si
chiama le Precchie, che non vi rimase persona né a-
nimale vivo ; e per simile modo il castello di Monte-
santo, e parte di Montesanmartino, e di Cerreto, e
del castello di Visse.
CAPITOLO CXIV.
Come il Bataro nella città di Fisa condannò papa
Giovanni, e papa Qiotanni appo Atignone die sen-
tenzia contro al Bataro.
Nel detto anno, a di 13 del mese di diceoibre,
il Bavero, il quale si dicea essere imperadore, sì
congregò uno grande parlamento, ove furono tutti i
suoi baroni e maggiori di Pisa laici e cherici che te-
neano quella setta, nel quale parlamento f^te Miche-
lino di Cesena, il quale era stato ministro generale
de* frali minori, sermonò in quello contro a papa
Giovanni, opponendogli per più falsi articoli e con
molle auloritadi eh* egli era eretico e non degno
papa; e ciò fatto, il detto Bavero a modo d* impera-
dore die sentenzia contra il detto papa Giovanni di
prìvaxioae. B in questi medesimi tempi e mese di
dieead»re per le digiune Quattrolempora, il
Giovanni appo Avignone in concesloro de*
dinali e de*prelati di corte pubblicò e
cessi eotttrail detto Bavero, siccome
secutore di Santa Chiesa e de* snoi Mefi, e
tentia fl privò edispuose d*ogm
signoria, e comause a tutti grinqiisilori
pravità, che procedessoio contra a l« e cka gì
aiuto 0 conforto o (livore.
CAPITOLO CXY.
Come Vanlipapa con suoi
di Fisa e predicò contro m
Nel detto anno, a di 3 di
di su detto, frate Piat> di Corram,
a modo di papa con suoi sette
lui, al quale per Io Bavero detto
gente e da* Pisani fa ricevuto
nere, andandogli incontro fl
di Pisa e* laici col detto Bavero
cessione a pie e a cavallo,
che*l vidono, dissono che
lata e non degna, e la baone
molto si turbarono, non parendo
tenendo tanta abomiaanone. B p
mese di gennaio, il detto
e diede perdono, come potea, A
chi rinnegasse papa Giovanni, e
degno pepa, confessandoti de* i
otto dì, e conferaundo la
varo avea data contro a papa Gk
dica di frate Michelino,
CAPITOLO
Di certe cavalcale che la
Ruberto colla genie de* , Fi
coniado di
Nel detto anno, a i
il Bavero in Pisa con tutta
mone del Balio capitano
essendo in Samminiato aSe
e con quella de* Fiorentin, ■
vallo e gente a pie assai,
do di Pisa per la Yaldera
e levarono grande preda di
arsone tutto il paese e
né però la gente del Bawa
per soccorrere il loro
a* Pisani , se volessono
danari a* suoi cavalieri,
nuto a vile dalla buona
di 21 di febbraio Odetto
gente e con quella de*
il contado di Pisa» e
nui fin con danno d*
quali per ghiottomia
lo paese, e alla ritratta
de* presi più di
DI GIOVANNI VILLANI.
330
CAPITOLO CXVU.
ffvmo cerio tradimento che fu scoperto che ii
dotea fare in Firenze.
Nel detto anno, in meuo gennaio , fa menato
uno trattato per Ugolino di Tano degli Ubaldini
con certi nomini di piccolo affare di Firenxe di tra-
dire la città di Firenze in questo modo: che dovea
■lettere di segreto in Firenze dagento de^ snoi fanti,
e quegli stare nel borgo d'Ognissanti e di San Paolo,
e una notte ordinata fare mettere fuoco in quattro
case, in diverse parti di Firenze in San Piero Sche-
raggio e oltrarno, le qaali si trovarono allogate a
pigione e stipate di scope; e appresi i detti faochi^
quando la gente fossono tratti al soccorso del fuo-
co, i detti fanti, onde dovea essere capo uno Gio-
vanni del Sega da Carlona, oso fante e ardito, si
doveano rannare in sul prato d' Ognissanti con più
altri loro seguaci e ghibellini, gridando: etra io
imperadore ; e imbarrare le vie , e fare tagliare la
porta del Prato e quella della Mulina; e da Pistoia,
per cenno di fuoco ordinato, doveano venire la notte
Biflle cavalieri di quegli del Bavaro con mille fanti
in groppa a guida del detto Ugolino e altri usciti di
Firenze, ed entrare in sul Prato e correre e com-
battere la terra. E da Pisa dovea simigliente quella
notte muovere il maliscalco del Bavaro con molta
gente e venire a Firenze. Ha, come piacque a Dio,
il detto trattato si scoperse per certi compagni del
detto Giovanni del Sega, e liberò Iddio la città di
Firenze di tanto pericolo, con tutto che per molti
cittadini si fece quistione, se potesse essere venuto
fornito il detto tradimento, non essendo nella città
possenti uomini ch'avessono risposto al tradimento,
die non si trovò di vero'; e in Firenze avea gente
a cavallo assai, e a pie innumerabile quantità alla di-
fensioae, e la città grande, e in molte parti ripari
e fortezze da difendere. Ma, s'avessono proceduto,
non .era senza grande rischio e pericolo, essendo il
remore di notte e improvviso , onde i attadini sa-
rebbono stati ìabigottifi e in sospetto V uno dell* al-
tro per tema di maggiore ordine di tradimento, sic-
ché ci è il prò e il contro. Ma, come si fosse, il
detto Giovanni fu menato in su uno carro per tutta
la città attanagliato , e levategli le carni di dosso
colle tanaglie calde in fuoco, e poi piantato ; e tre
tltri ch^aveano cerco e sentito il trattato, e non re-
velato, furono impiccati in sul prato d'Ognissanti; e
Ugolino di Tano e più suoi seguaci condannati co-
me traditori. E quegli che scopersono il trattato eb-
boBo duemila fiorini d*oro dal comune, e privilegiati
che potessono sempre portare ogni arme da offen-
<iere e da difendere per guardia di loro persone.
Va per molti cittadini e forestieri si disse, che la
detta cerca e trattato sì pur fece, ma parendo al con-
siglio del Bavaro impossibile a poterlo fornire e
f^carlo a fine sansa loro gran pericolo, sì il lasda-
' La Giiiatiiia ts qui sulle grnede : itiptUé di teopt ap*
Vnm % detti fwockL Qwmdó eee.
L« QhiBtipm meglio: che H irovb di varo.
reno, e il detto Ugolino degli Ubaldini e* suoi con-
sorti a più loro amici e parenti fiorentini se ne scu-
sarono, che non v* aveano colpa.
CAPITOLO CXVIII.
Come PatUipapa fece suo cardénale messer Giovan-
nino Visconti di Milano,
Nel detto anno, a dì 29 di gennaio, Tantipapa
a richiesta del Bavaro e di messer Azzo Visconti di
Milano fece suo cardinale messer Giovannino di mes-
ser Maffeo Visconti, e mandoUo in Lombardia per
suo legato, e il detto Bavaro confermò siccome im-
peradore la signoria di Milano a messer Azzo Vis-
conti, promettendogli il detto messer Azzo in certe
paghe centoventicinque migliaia di fiorini d*oro per
soddisfare i suoi cavalieri, i quali erano al Cerru-
glio ; onde ordinò loro capitano messer Marco Vis-
conti, e licenziollo si tornasse a Milano. U quale
messer Azzo se ne andò in Lombardia con uno ba-
rone del Bavaro che si chiamava il Porcaro, con certi
de' cavalieri dal Cerroglio, e giunto in Milano il detto
Porcaro, ebbe da messer Azzo venticinque migliaia
di fiorini d'oro; e andossene con essi in Alamagoa
sanza risponsione al detto Bavaro o a' cavalieri dal
Cerruglio. La quel cosa saputa in Lucca, il Bavaro
si tenne male contento e ingannato dal Porcaro e
da messer Azzo Visconti ; e i cavalieri della compagna
dal Cerruglio ritennono messer Marco Visconti loro
capitano per pegno e come loro pregione, e per gli
loro gaggi promessi per messer Azzo. In questi in-
ganni e dissimulazioni vivea in Lucca e in Pisa il
detto antipapa e quegli che si chiamava imperadore.
E in questi dì quegli della città di Volterra e di San-
gimignano feciono una tacita triegua col Bavaro e
co' Pisani, acciocché noil gli cavalcassono ; onde i
Fiorentini furono molto crucciosi, e mandarvi loro
ambasciadori forte riprendendogli.
CAPITOLO CXIX.
Come il capitano del Patrimonio e gli Orbitani fu-
reno sconfitti in Viterbo credendo aeere presa la terra.
Nel detto anno, a dì 2 di febbraio, il capitano
del Patrimonio che v'era per lo papa, colla forza
degli Orbitani, avendo certo trattato con certi citta-
dini di Viterbo di dare loro l' entrata della terra sì
entrarono in Viterbo per una porta con trecento ca-
valieri e settecento pedoni, e corsone la terra infino
alla piazza, e per mala capitaneria si cominciare a
spargere per la città rubando, credendo aver vinta
la terra. Il signore di Viterbo con molti de* cittadini
si cominciarono a difendere e abbarrare le vie; e
combattendo, vinsono coloro eh* erano rimasi in su
la piazza, onde furono sconfitti e cacciati ; e rima-
sonvi tra morti e presi più di cento a cavallo, e più
di dugento a pie. E in questi medesimi dì que* d'Or-
bivieto lasciarono la signoria di Chiusi a* signori di
Montepulciano, perocché di loro era il vescovo di
Chinai, e rìmisono in Chiusi ogni parte e usciti.
340
CRONICHE
CAPITOLO CXX.
Come i Romani per carestia tolsono la signoria
di Roma al re Ruberto.
In questi tempi, a di 4 di febbraio, essendo
in Roma sanatore per Io re Ruberto messer Gugliel-
mo d*Ebolì suo barone con trecento cavalieri alla
guardia della terra, i Romani avendo grande carestia
di vittuaglia per lo grande caro che generalmente
era per tutta Italia, dogliendosi del re Ruberto che
non gli forniva del Regno, a romore si levò il po-
polo, gridando : muoia muoia il sanatore ; e corsonlo
in Campidoglio assalendolo aspramente, il quale con
tutta sua gente non potè resistere; si s"* arrendè e
usci della signoria con grande danno e vergogna,
e* Romani feciono loro sanatori messer Stefano della
Colonna e messer Poncello Orsini, i quali del loro
grano e di quello degli altri possenti romani feciono
venire in piazza, e racquetarono il popolo.
CAPITOLO CXXI.
Come il detto anno^ e più il seguente^ fu grande
caro di vittuaglia in Firenze e quasi in tutta Italia.
Nel detto anno 1328 si cominciò e fu infino
nel 1330 grande caro di grano e di vittuaglia in Fi-
renze, che di soldi diciassette lo staio eh* era valuto
di ricolta, il detto anno valse ventotto, e subitamente
in pochi dì montò in trenta soldi ; e poi entrando
il seguente anno 1329, ogni di venne montando si,
che per la pasqua del Risurresso del 29 valse soldi
quarantadue, e innanzi che fosse il novello per lo
contado in più parti valse uno fiorino d' oro lo sta-
io, e non avea pregio il grano, possendosene avere
per danari la gente ricca che n* avea bisogno, onde
fa grande stento e dolore alla povera gente. E non
fu solamente in Firenze, ma per tutta Toscana e in
gran parte d* Italia ; e fu sì crudele la carestia, che
e' Perugini, e' Sanasi, e* Lucchesi,' e' Pistoiesi, e più
altre terre in Toscana per non potere sostentare cac-
ciarono di loro terre tutti i poveri mendicanti. 11 co-
mune di Firenze con savio consiglio e buona prove-
denza, riguardando alla pietà di Dio, ciò non sof-
ferse, ma quasi gran parte de* poveri di Toscana
mendicanti sostenne, e fornì di grossa quantità di
moneta la Canova * ; mandando per grano in Cicilia,
faccendolo venire per mare a Talamone in Maremma,
e poi condurlo in Firenze con grande rischio e i-
spendio; e così di Romagna e del contado d'Arezzo,
e non guardando al grave costo, sempre ch'era la
grave carestia, il tenne a mezzo fiorino d'oro lo staio
in piazza, tuttora col quarto orzo mescolato. E con
questo era sì grande rabbia del popolo in Orto San
Michele, che convenia vi stesse a guardia degli ufl-
ciali le famiglie delle signorìe armate col ceppo e
mannaia per fare giustizia, e fecionsene intagliare
membri. E perdevvi il comune di Firenze in quegli
due anni più di sessatamila fiorini d* oro per sosten-
tare il popolo ; e tutto questo era niente ; se non che
infine si provvide per gli uflciali del comune di non
' MAgUtrato dell' Abbondauia in Fireos«.
vendere grano in piazza, ma di Care pane per lo co-
mune a tatti i forni, e poi ogni mattina si vendea
in tre o quattro canove^ per sesto di peso d'once sei
il pane mischiato per danari quattro V uno. Questo
argomento sostenne e contentò la furia del popolo
e della povera gente, eh' almeno ciascuno potea a-
vere pane per vivere, e tale avea danari otto o do-
dici per sua vita il dì, T'ha non potea raunare i da-
nari di comperare lo staio. E tutto ch'io scrittore
non fossi degno di tanto uflcio, per lo nostro co-
mune mi trovai uficiale con altri a questo amaro tem-
po, e colla grazia di Dio fummo de' trovatori di
questo rimedio e argomento, onde s' appaciò il po-
polo, e fuggì la furia, e si contentò la povera gente
sanza ninno scandalo o romore di popolo o di città.
E con questo testimonio di verità, che anche io
ninna terra si fece per gli possenti e pietosi citta-
dini tante limosino a' poveri, quanto in quella disor-
dinata carestia si fece per gli buoni Fiorentini; on-
d' io sanza fallo stimo e credo, che per le dette li-
mosino e provedenza fatta per lo povero popolo. Id-
dio abbia guardata e guarderà la nostra città di grandi
awersitadL Avemo fatto si lungo parlare sopra que-
sta materia per dare esemplo a* nostri cittadini, che
verranno, d* avere argomento e riparo, quando in coti
pericolosa carestia incorresse la nostra città, accioc-
ché si salvi il popolo al piacere e reverenza di Dio,
e alla città non incorra in pericolo di furore o ru-
bellazione. E nota, che sempre che la pianeta di Sa-
turno sarà nella fine del segno del Cancro e infino
al ventre del Leone, carestia fla in qneato nostro
paese d' Italia, e massimamente nella nostra città di
Firenze, perocché pare attribuita a parte di quello
segno. Questo non diciamo però sia necessitade, che
Iddio può fare del caro vile, e del vile caro secon-
do sua volontà, e per grazia de' meriti di sante per-
sone 0 per punizione de^ peccati ; ma, naturalmente
partendo. Saturno, secondo il detto de' poeti e astro-
lagi, è lo Dio de' lavoratori, ma più vero la sua in-
fluenza porta molto all'^peraggio e semente delle
terre; e quand'egli si tmova nelle case e segni suoi
avversi e contrari come il Canoro e più il Leone,
adopera male le sue virtù nella terra, perooch'egli
è di naturale sterile, e il segno di Leone, sterile;
sicché dà caro e sterilità, e non ubertà e abbondan-
za. E questo per isperienza avemo veduto per gli tem-
pi pusati, e basti a chi s* intende di queste ragioni,
che così fu in questi tempi, il quel è di trenta in
trent'anni, e talora nelle sue quarte, secondo le con-
giunzioni di buone o ree pianate.
CAPITOLO cxxn.
Come r antipapa del Somaro fece in Pisa processi
contro a papa Qiotanni e lo re Ruberto e*Fiorentini*
Nel detto anno 1328, a dì 19 di febbraio, Tan-
tipapa del Bavero, il quale era nella città di Pisa,
in pieno parlamento e sermone, ove fu il detto Ba-
* Qai canova vale: Utogo dove ai vénde il p€me. In ge-
nere così cbiAiiiAVAsi U sUnsa delle graeee, e il oliere
del vino, e il deposito d'ogni fetta di viveri.
DI GIOVANNI VILLANI.
B4i
Tiro e latta sua baronia e parte della buona gente
di Pisa, fece processo e die sentenzia di scomunica
contro a papa Giovanni e contro al re Ruberto, e
contro al comune di Firenze e chi loro seguisse,
opponendo contro a^ detti falsi articoli. Avvenne in ciò
grande maraviglia, e visibile e aperta che raunan-
dosi il detto parlamento, subitamente venne da cielo
la maggiore tempesta di gragnuola e d'acqua con
terribile vento, che per poco mai venisse in Pisa; e
perchè agli più de' Pisani pareva mal fare andando
al detto sermone, e per Io forte tempo pochi ve n'an-
davano, per la qual cosa il Bavaro mandò il suo ma-
liscalco a cavallo con gente d*arme e con fanti a
piede per la città a costrignere, che la buona gente
andasse al detto parlamento e sermone, e con tutta
la forza pochi ve n' andarono. E in quello cavalcare
per la terra il detto maliscalco, essendo la detta for-
tuna, e tempesta, prese freddo alla persona, onde
per guarire la sera fece uno bagno, ove fece met-
tere acqua stillata, e in quello bagnandosi vi s' ap-
prese fuoco, e subitamente il detto maliscalco nel
detto bagno arse e mori sanza altro male di persona,
la qual cosa fu tenuto gran miracolo di Dio e segno
contrario* al Bavaro • allo antipapa, eh' e* loro in-
degni processi non piacessono a Dio. E poi a dì 23
di febbraio il detto Bavaro palesò a' Pisani di par-
tirsi di Toscana, e per sue grandi bisogne gli con-
▼eoia ire in Lombardia, onde i Pisani per la sua op-
pressione furono molto allegri.
CAPITOLO cxxm.
Come la ftarte ghibellina della Marca pretono la
città di lefiy e fagliarono il capo a Tono che n^era
signore.
Nel detto anno^ a di 8 di marzo, i ghibellini
della Marea, ond' era capitano di guerra il conte
di Chieramonte di Cicilia, con gente del Bavaro su-
bitamente entrarono ne' borghi della città di Iesi col
favore e trattato di quegli della cittade, della quale
era capo e signore Tano da Iesi, uno grande capi-
tano di parte guelfa e molto ridottato in tutta la Mar-
ca, il quale tirannescamente lungo tempo l' avea sog-
giogata, e molto temuto e disamato da' suoi cittadini,
e presi i borghi e la terra, assediarono i palazzi e
rocca ov* era il detto Tano e sua famiglia, e quella
combatterono ; e perchè il detto Tano era non prov-
veduto né fornito, non potendosi difendere s'arrendè;
al quale il detto conte di Chieramonte infra il terzo
dì gli fece tagliare la testa, siccome a nimico e ri-
bello dello 'mperìo. E così gli fece confessare, e di-
tesi che di sua libertà confessò, e si rendè colpevole
non di quello peccato che gli parca avere fatto mercè
in servigio di Santa Chiesa essere rubello dello *m-
perio, ma che in quello tempo, essendo eletto capitano
di guerra de* Fiorentini, e s'apparecchiava di venire,
era disposto a petizione di certi grandi e popolani
di Firenze, per cagione di sette, di guastare il no-
stro tranquillo 8tato> e farvi nuova parte, e siccome
tiranno cacciare gente della nostra città di Firenze.
Se questo s' avesse potuto fare o no egli di vero il
confessò alla morte, onde per la grazia di Dio la no-
stra città fu libera del male volere del tiranno per
mano de' nostri nimicinon provedutamente.
CAPITOLO CXXIV.
Come gli Aretini ebbero il borgo a Sansepolcro
per assedio.
Nel detto anno avendo i signori da Pietramala d'A-
rezzo impetrato dal Bavaro titolo della signoria d'A-
rezzo e della Città di Castello, le quali teneano, e
della terra del Borgo a Sansepolcro, la quale non
era sotto loro suggezione, volendola signoreggiare
quegli del Borgo, si misono alla difensione i guelfi e*
ghibellini per essere liberi ; onde i detti Tarlati si-
gnori di Pietramala colla forza degli Aretini e con
loro amistà misono assedio con oste alla terra del
Borgo a Sansepolcro, la quale era molto forte e
di mura e de' fossi, e intorno a quella stettono più
d' otto mesi ad assedio con più battifolli non avendo
contrasto ninno. Ben mandarono quo' del borgo loro
ambasciadori a' Fiorentini per darsi loro liberamente,
fte gli diliberassono dell'assedio e gli difendessono
dagli Aretini. Per gli Fiorentini si diliberò di non
fare quella impresa per t'essere del Bavaro, ch'allo-
ra era in Pisa, e perchè il Borgo era di lungi e
fuori di nostre marce e impossibile a fornirlo. Alla
fine i borghigiani veggendosi abbandonati dagli ami-
ci guelfi di Toscana, e certi de' migliori della terra
presi dagli Aretini in loro cavalcate, s'arrenderono
agli Aretini sotto certi patti all'uscita del mese di
mar20 ; rimanendo la dominazione della terra a* detti
signori di Pietramala d'Arezzo,
CAPITOLO CXXV.
Come il Bavaro andò a Lucca^ e fece correre la
lerra^ e dispuose della signoria i figliuoli
di Castruccio.
Nel detto anno, a dì 1 6 ^ di marzo, il Bavaro
si partì di Pisa e andonne a Lucca per certa dis-
sensione cominciata in Lucca tra quegli della casa
de' Pogginghi con seguito di loro amici grandi e
popolani e quegli degl' Interminelli e' figliuoli di Ca-
struccio e loro seguaci, i quali ciascuna parte avea
abbarrata la terra, e si combatteano per non avere
signoria di tiranni, cioè de' figliuoli di Castruccio e
li>ro seguaci, o d' altri degl* Interminelli. Ivi al terzo
di che '1 Bavaro vi fu venuto, fece correre la terra
al suo maliscalco colla sua cavalleria, ove fu gran-
de pugna e battaglia, e misesi fuoco, ond' arsone la
maggior parte delle case de' Pogginghi , e in tomo
a San Michele, e in Filungo infino a cantone Bretto,
nel migliore e più caro della cittade, con grandis-
simo danno de' casamenti e d* avere. Alla fine de'
Pogginghi e di loro seguaci molti furono cacciati
fuori della terra; e ciò fatto il Bavaro riformò la ter-
ra, e prese mezzo, e fece suo vicario in Lucca Fran-
' La •disioD* (!•' Giantì data: a dk 16.
342
Croniche
casco Caslracane degl* Interminelli per rentìdae mi-
gliaia di fiorini d^oro, ch^ebbe da Ini tra danari e
promesse; e dispnose d'ogni signorìa i figlinoli di
Castmccio, i quali, tutto Tossono congiunti del detto
messer Francesco, s* astiavano e roteano male in-
sieme, percbò ciascuno volea essere signore. E ri-
formata la terra, il Bayaro si tornò in Pisa a dì 3
d'aprile, anno 1329.
CAPITOLO CXXVI.
Come i seguaci de' figliuoli di Caslruccio con mes-
ser Filippo Tedici corsono la città di Pistoia,
# come ne furo cacciati.
In quegli giorni entrarono nella città di Pi-
stoia i figliuoli di messer Filippo Tedici colla forza
de' figlinoli di Castruccio loro cognati, e con Ser-
zari Sagina, cbe si chiamaTa signore d' Altopudo,
e loro seguaci e masnade di loro amici tedeschi a
cavallo e a piò, e corsono la terra, gridando : vteo-
no i duchini^ cioò i figliuoli di Castruccio, senza
contrasto ninno ; e credendosi avere vinta la terra,
quegli della casa de'Panciatichi e de* Muli, Gualfre-
ducci, e Vergellesi, antichi ghibellini e nimid de*
Tedici, con loro amici e coli' appoggio del vicario
che V* era per lo Bavero, con armata mano e con
seguito del popolo e di molti loro amid cittadini rì-
corsono la terra la loro volta gridando : «iva lo 'm-
peradore; e ruppono e sconfissone e cacdarono
della terra i Tedici e '1 signore d'Altopudo e loro
seguaci, e assai ne furono morti e presi.
CAPITOLO cxxvn.
Come la gente del legato voUono prendere Reggio^
e come Forlì e Ravenna feciono le eomandamenta
del legato.
Nel detto tempo e mese per certo trattato de-
vo essere data l' entrata della terra di Reggio al le-
gato del papa eh' era in Bologna, onde vi cavalcò
il suo maliscalco con più di ottocento cavalieri e
gente a piede assai, e furono infino ne' borghi deUa
terra ; ma vennono si tardi, che gìk era scoperto il
tradimento ; onde furono presi e guasti da coloro
che l'aveano ordinato, e la gente della Chiesa vi
ricevettono danno e vergogna, e tornarsi a Bologna.
E nel detto mese, a di 27 di marzo, i Forlivesi e
que* di Ravenna per certo ordine di pace vennono
a' comandamenti del legato a Bologna.
CAPITOLO cxxvm.
Come la gente di messer Cane di Verona furono
sconfitti nel castello di Salò in Bresciana.
Nel detto anno, faccende messer Cane della
Scala grande guerra a' Bresdani, fece fare una gran-
de armata di gazzarre e d'altro navilio, e con molta
gente d' arme, a dì 24 di marzo, fece assalire il
cestello di Salò in Bresciana, e per gente della terra
eh' erano al tradimento fu data loro l'entrata, e cor-
sono e rubarono la terra. Alla fine i Bresdani av-
visati di questa cavalcata giunsono a Salò, e com-
batterono co' nemid e sconfissongli e cacdarono della
terrai e rimasonne piiì di cinquecento morti.
CAPITOLO CXXOL.
Come il Baearo si parti di Pisa e ofidomie in Lom-
bardia e fece oste sopra Milano,
Nell'anno 1329, a dì 11 d' aprile < si partì di
Pisa Lodorico di Baviera, il quale si Iacea chiamare
imperadore, per andare in Lombardia, per cagione
eh* e' Visconti che teneano la signoria di Milano non
gli rispondeano, come voleva, per la quistione già
mossa centra a messer Marco, e perchè il Bavaro mo-
strava d'abbattere lo stato de' figliuoli di Castruccio,
i quali erano a setta co' detti Visconti. E partendosi il
Bavaro di Toscana, diede speranza a suo' segnad di
Pisa e di Lucca e dell' altra Toscana di tosto ritor-
nare, con tutto che a' Pisani paresse mille anni la sai
partita per le 'ncomportabili gravezze ricevute da Ini,
e con poco suo onore e stato de' Pisani o de' Lucche-
si ; e lasciò in Pisa suo vicario messer Tarìatino d'A-
rezzo con seicento cavalieri tedeschi, e in Lucca Fran-
cesco Castracane degli Interminelli con quattrocento
cavalieri. E giunto il detto Bavaro in Lonibardia, fece
richiedere a parlamento a Marcheria tutti i tiranni e
grandi Lombardi, i quali la maggior parte vi furo-
no : ciò fu messer Cane della Scala, e il signore di
Mantova, e quello di Como e di Cremona, salvo che
non vi furono i Visconti di Milano. E fenato parla-
mento infino a venerdì unto, infino i di 26 d'apri-
le, s' ordinò co' detti Lombardi di fare oste sopra
Milano, per cagione che messer Azzo Visconti e'snd
noi voleano ubbidire né dare la signoria Ubera dì
Milano, e sentiva che teneano trattato d' accordo col
papa e colla Chiesa. E ciò fatto, si tornò a Cremo-
na per ordinare la detta oste, e poco appresso, del
mese di maggio, colla lega di Lombardia il detto
Bavaro andò sopra Milano con duemila cavalieri e
puosesi a Monda, e ivi e nel contado di Milano stette
più tempo guastando il paese; mi non v'acquistò
terra ninna del contado di Milano, nalvo che all' n-
sdta del mese di giugno, per via di trattati, eoo
certi patti il Bavaro ebbe la città di Pavia, e poi
con sua gente si tornò a Cremona per le novitadi
già cominciate nella diti di Parma e di Reggio e dì
Modena contro al legato e la Chiesa, come innanxì
faremo menzione.
CAPITOLO CUX.
Come la compagfUa de* Tedeschi dal CerrugUo
vennono a Lucca e furono tignori detta terra.
Nel detto anno, quattro di appresso partito il
Bavaro di Pisa, dò fìi a dì 15 d' aprile, i suoi ro-
bdli Tedeschi eh' erano in sul Cerniglio in Valdi-
ù CHfiotiiia d«i«: adSi fi.
DI GIOVANNI VILLANI.
343
nieyole, come addietro facemmo mendone, i quali
erano intorno seicento nomini a cavallo, molto a-
apra e buona gente d*arme, con trattato di certi
Fiorentini, ond^ era caporale e menatore messer Pino
della Tosa e il vescovo di Firenze, con certi altri
cittadini segreti, infine che *1 Bavero era in Fisa, fac-
cende loro grandi promesse di danari per lo comune
di Firenze, e ancora con certo trattato, con certe ma-
snade vecchie di Tedeschi, stati al servigio di Ca-
struccio, i quali erano alla guardia del castello del-
PAgosta di Lucca, si feciono loro capitano messer
Marco Visconti di Milano, stato per loro gaggi pro-
messi loro pregione. E partirsi di notte tempore di
Valdinievole e vennono a Lucca ; e com* era ordi-
nato, fu data loro V entrata del castello delP Agosta;
e incontanente mandarono per Arrigo figliuolo di
Castruccio e per gli suoi fratelli, i quali erano
per confini del Bavero al castello loro di Mon-
ieggioli ', e loro giunti, e entrati nel castello di Luc-
ca, vollono correre la terra. I Lucchesi per tema
d^essere rubati e arsi con Francesco Interminelli in-
sieme, eh* era signore di Lucca per lo Bavero, s'ar-
renderono, e diedono la signorìa dell^ altra terra a
messer Marco e a' suoi segnaci del Cermglio la do-
menica appresso. E poi in questo stante corsone il
paese dintorno, e chi non facea le comandamenta
si rubavano e uccidevano come gente selvaggia e
bisognosa che viveano di ratto. E perchè quegli della
e dammaggio del nostro comune, come innanzi per
lo tempo faremo menzione.
CAPITOLO CXXXI.
Come fu fatta pace trJ Fiorentini è* Pistoletu
Per la detta mutazione di Lucca i grandi ghibel-
lini caporali che teneano la città di Pistoia, ciò erano,
come dicemmo addietro, Panciatichi, e Muli, e Gual-
freducci, e Vergellesi, i quali erano contrari e ni-
mici di messer Filippo Tedici e de* suoi, e sospetti
de* figliuoli di Castruccio e loro seguaci per lo pa-
rentado di messer Filippo, conoscendo che bene non
poteano tenere la città di Pistoia senza grande pe-
rìcolo, se non si facessono amici de* Fiorentini, per
la quel cosa feciono cercare trattato di pace col co-
mune di Firenze, del quale trattato fu menatore e
fattore messer Francesco di messer Pazzino de* Paz-
zi, perocché avea parentado co* Panciatichi del lato
guelfo, onde degli altrì Panciatichi si fidarono con
gli altri loro seguaci eh* erano signori di Pistoia:
lo quale trattato ebbe tosto buon compimento, pe-
rocché facea cosi bene per gli Fiorentini come per
gli Pistoiesi, e dievvisi fine a dì 24 di maggio 1329,
in questo modo: che e* Pistoiesi renderono a* Fioren-
tini Montemurlo, pagando dodici centinaia di fiorini
d* oro alle masnade che v* erano dentro, e quetaro-
terra di Camaiore si contesone , furono arsi e m- 1 no in perpetuo a* Fiorentini Carmignano e Artimino
bati, e arsa e guasta la terra, e morti più di quat- 1 e VitoUno e più altre terre del monte di sotto, le
trecento di loro terrazzani^ a di 6 di maggio : e poi
corsone e guastarono intomo a Poscia. E in quella
mutazione di Lucca, il detto messer Marco e suoi segua-
ci mandarono a Firenze loro ambasciadorì frati Ago-
stini a richiedere i Fiorentini ch*attenessono loro i patti
della moneta promessa, offerendosi di dare la signoria
di Lucca e*I castello libero a* Fiorentini, pagando
le masnade di loro gaggi sostenuti, ch'era Testimo e
loro domanda intorno di ottantamÙa fiorini d* oro, e
promettendo di perdonare e di lasciare i figliuoli di
Castruccio in alcuno stato cittadinesco, e non si-
gnori. Di ciò si tennono molti e più consigli in Fi-
renze ; e come la *nvidia che guasta ogni bene, ov-
vero eh.* ancora non fosse tempo di nostro felice
stato, ovvero che paresse loro ben fare, contrasta-
torì ebbe in Firenze assai. Principale fu messer Si-
mone della Tosa con^rio per setta, e per lignag-
gio consorto di messer Pino, e più suoi seguaci
grandi e popolani, mostrando con belle ragioni e
colorate la sconfidenza^ di messer Marco e de*Tedeschi
•tati nostri contrari e nimid, e come non era o-
Dore del comune di Firenze a perdonare a* figliuoli
di Castruccio di tante offése ricevute dai padre; e
così il beneficio trattato per lo comune di Firenze
d* avere la signoria di Lucca, per invidia cittadina
rimase, e presesi il peggiore con grande interesso^
* U tetto Davansati per error* ha: eoii/Uaiic».
* seapitOf débito, danno. Interetie, diee il Voe., k propr.
rotile ebe li ritrae dal denaro prestato. Bla ^ceonie ehi
paga ne ha danno, chi rìecaote ntile, cosi la parola mU-
ru$t prttfo gli antichi ha U doppio tonto di stile e di
danno.
quali aveano prese e teneano i Fiorentini ; e promi-
sono di rimettere tutti i guelfi in Pistoia infra certo
tempo salvo i Tedici, e raccomunare gli ufici co*
guelfi, e d* avere gli amici per amici e* nimici per
nimici del comune di Firenze. E per pegno diedo-
no a* Fiorentini la guardia della rocca di Tizzano,
la quale rimessa de* guelfi osservarono in prima che '1
termine ordinato ; e vollono eh* e* Fiorentini aves-
sono la guardia della città di Pistoia, e vi tenessono
uno capitano popolano di Firenze con gente d*arme ;
e cosi fu fatto. E* Fiorentini per più fermezza di pa-
ce feciono fare per sindaco di comune, che fu mes-
sere Jacopo Strozzi, cavalieri due de* Panciatichi, e
uno de* Muli, e uno de' Gualfreducci, e donarono lo-
ro duemila fiorini d' oro, e feciono in Pistoia trenta-
sei cavallale a soldo de* Fiorentini. E* detti ghibel-
lini di Pistoia feciono ordine, che a* abbattesse ogni
insegna d' aguglia e di Bavero e di Castruccio e di
parte ghibellina, e feciono per sopransegna a loro
bandiere i nicchi dell* oro e San Iacopo. Di questa
pace si fece gran festa in Pistoia d* armeggiare e
d* altri giuochi, e ancora in Firenze il dì delFAscen-
sione appreaso si fedono nella piazza di Santa Croce
ricche e belle giostre, tenendosi tavola ferma per tre
dì per Bei cavalieri, dando giostfa ad ogni maniera
di gente a cavallo, perdere e guadagnare, ov*ebbe
di molto belli colpi e d* abbattere di cavalieri, e al
continuo v* era pieno di belle donne a* balconi, e di
molto buona gente.
344
CRONICHE
<;apitolo CXXXIL
Come il legato di Lombardia fece fare oste sopra
Parma^ Reggio e Modona^ e come feciotio le sue
comandamenta.
Nel detto anno, airnscita di maggio, il legato
cardinale del papa di Lombardia ch^ era in Bologna,
fece fare oste sopra la città di Parma, e quella di
Reggio di più di duemila cavalieri e popolo asui,
perchè s" erano rubellati alla Chiesa e non voleano
ubbidire il legato. Poi C'On certo trattato in corte
col papa di dissimulata pace, Parma e Reggio fecio-
no le comandamenta a di 25 di giugno, mettendovi
il legato suoi rettori e uOciali con poca gente, sì
che la signoria e forsa delle dette terre si rimase
pure a^ signori di quelle. E ciò fatto, a dì 5 di lu-
glio vegnente la detta oste della Chiesa venne so-
pra la città di Hodona, per la qual cosa, come a-
vea fallo Parma e Reggio, e in quella forma, i Mo-
donesi s^ arrenderono al legato.
CAPITOLO CXXXUL
Come il legato di Toscana co'' Romani fece oste
sopra Viterbo.
In quello medesimo tempo il legato di Tosca-
na, il quale era a Roma, fece co^ Romani e con al-
tro suo podere oste sopra la città di Viterbo, per-
ch* era ribella a' Romani e alla Chiesa, e signoreg-
giavasi per tiranno, e quella guastarono intomo, e
presono più castella delle loro, ma la città non po-
terono avere.
CAPITOLO CXXXIV.
Come i Pisani cacciarono di Pisa il eicario del
Bavaro e le sue masnade.
Nel detto anno, del mese di giugno, i Pisani
sentendo che '1 Bavaro era rimaso in Lombardia per
non tornare al presente in Toscana, e dispiacendo
loro la sua signorìa, e ancora per le novità e muta-
Eioni della città di Lucca, sì ordinarono col conte
Patio il giovane di cacciare il vicario del Bavaro,
eh* era messer Tarlatino di quegli da Pietramala d'A-
rezto, e tutti i suoi ufficiali, e feciono venire in Pi-
sa dalla città di Lucca messer Marco Visconti con
certe masnade di cavalieri della compagnia del Cer-
ruglio nimici del Bavaro, e uno sabato sera feciono
levare la terra a romore e armare il popolo e^ cava-
lieri di messer Marco, e tutti trassono a casa il
conte Fazio, e tagliarono il ponte alla Spina, e mi-*
sono fuoco nel ponte nuovo, e armarono e barra-
rono il ponte vecchio che ò sotto le case del conte,
acciocché le masnade del Bavaro, le quali erano in
Pisa, a petizione del suo vicario non potessono pas-
sare nò correre il quartiere di Chinzica dov^era
il conte colla forza sua e del popolo. La dome-
nica mattina vegnente, dì 18 di giugno, cresciuta
la forza del conle e del popolo, e volendo passare
il ponte vecchio per assaUre e combattere il vica-
rio al palagio, egli veggendosi mal parato a tanta
forza, si partì con sua famiglia di Pisa, e fta rubato
il palagio di tutti i suo' arnesi ; e poi, riposato il
romore, riformarono la terra di loro podestà» e man-
darne le masnade del Bavaro gran parte.
CAPITOLO CXXXV.
Come messer Marco Visconti tenne in Firenze per
certi trattati e poi tornato in Milano fu morto
da" fratelli e nipote.
Rivolto lo stato di Pisa per lo modo scritto
nel passato capitolo, i Pisani e *1 conte Fazio prov-
vidono messer Marco Visconti riccamente del ser-
vigio ricevuto da lui. Il detto messer Marco non
volle tornare a Lucca perocch*era in gaggio per lo
Bavaro a* cavalieri del Cerruglio per loro soldi, co-
me addietro facemmo menzione ; cercò, e mandò let-
tere al comune di Firenze che volea venire e pas-
sare per Firenze per andarsene in Lombardia con in-
tendimento di parlare a' priori e con coloro che reg-
gevano la terra, cose utili per potere avere la città
di Lucca. Fagli data licenta del venire sicuramente ;
il qoale venne in Firenze a di 30 di giugno nel
detto anno con trenta a cavallo di sua famiglia \ e
da* Fiorentini fu veduto graziosamente e fattogli o-
nore assai, ed egli da se, mentre che dimorò in Fi-
renze, al continuo mettea tavola, convitando cava-
lieri e buona gente, e fece nel palagio de* priori
Tobbedienza di Santa Chiesa dinanzi a priori e dinanzi
ali* altre signorie e del ifescovo di Firenze e di quel-
lo di Fiesole e di quello di Spuleto, oh* era Fioren-
tino, e dinanzi allo *nquisitore e di certi legati che
erano in Firenze per lo papa. B promise d*andare alla
misericordia del legato dì Lombardia e poi al papa,
e d* essere sempre figlinolo e difenditore dì Santa
Chiesa. In Firenze tenne buttato co* cavalieri dal Cer-
ruglio che teneano il castello di Lucca, di dare al co^
mune di Firenze il detto castello e tutta la città,
dando loro ottantamila fiorini d'oro; e de' maggiori
caporali e connestabili vennono in Firenze per Io
detto trattato, profferendo di dare per sicurtà molti
de* loro caporali per istadichi per osservare la pro-
messa. In Firenze si tennono più consigli, e gli più
s* accordarono al trattato, e spezialmente la comu-
ne gente e quegli della setta di messer Pino della
Tosa, il quale, come dicemmo addietro, avea mena-
to il trattato di fare torre Lucca a messer Marco e
a' cavalieri dal Cerruglio. L* altra setta, ond* era ca-
porale messer Simone ddla Tosa suo consorto, per
invidia^ o forse perchè per loro non era mosso il detto
trattato e non aspettavano 1* onore, o forse ntole,
8* oppnose contro, mostrando più dubitazioni e pe-
ricoli, come si poteano perdere i danari, e la gente
si mettesse per gli Fiorentini alla guardia del ca-
steUo dell*Agosta. E così per mala concordia de*
nosbri non diritti cittadini alla repubblica rimase il
trattato, e messer Marco si partì di Firenze a dì 29
' La edizioB* da' Oluotl legge : eompagnia.
DI eiOVAimi VILLANI.
345
dì Inglia, e faroDgli donati per lo cornane di Fi-
reme mille fiorini d^oro per aiolo alle sue spese.
Il detto messer Marco se n' andò a Milano, e da'
suoi cittadini fu ricevuto a grande onore, e avea da'*
Milanesi grande seguito, maggiore che neuno de*suoi
fratelli, o che messer Azzo Visconti suo nipote, ch'e-
ra signore di Milano. Per la qual cosa montò la in-
vidia e la gelosia, che messer Marco non togliesse
la signorìa a messer Azzo per gli trattati fatti in Fi-
renze coi guelfi, e fosse messer Marco per tornare
in grazia del papa ed essere signore di Milano,
ohò '1 potea e n"* avea per avventura la* intenzione
guardando suo tempo, avvenne che a dì 4 di set-
tenere nel detto anno, fatto messer Azzo uno gran-
de conrito ove fu messer Marco e messer Luchino
e messer Giovannino Visconti suoi zii, e altri de' Vi-
sconti e più buona gente di Milano, compiuto il man-
giare, e partendosi messer Marco e V altra buona
gente, fu fatto chiamare per parte dì messer Azzo
che tornasse al palazzo, che volea egli e* Catelli par-
lare con lui al segreto. Il detto messer Marco non
prendendosi guardia, e non avendo arme , andò a
loro, e entrato con loro in una camera, come i tra-
dilprì cani aveano ordinato, con loro masnadierì ar-
mati uscirono addosso a messer Marco, e sanza fedirlo
il presono e strangolarlo, sì che affogò, e morto il git-
tarono dalle finestre del palazzo io terra K Di questa
disonesta morte di messer Marco i Milanesi per co-
mune ne furono molto turbati, ma nullo n' osò parlare
per paura. Questo messer Marco fu bello cavaliere e
grande della persona, fiero e ardito, e prode in ar-
me, e bene avventuroso in battaglia più che niuno
Lombardo a' suoi dì: savio non fu troppo, ma se
fosse vivttto avrebbe fatto di grandi novitadi in Mi-
lano e in Lombardia.
CAPITOLO CXXXVI.
Carne le castella di ValditUevole feciono pace
• accordo co^ Fiorentina
Nel detto anno, In lega delle castella di Valdi-
nievole, come sono Montecatini, Pescia, Baggiano,
Uszano, il Colle, il Cozzile, Massa, e Montesomma-
no, e Moatevettolino, reggendo il male stato di Luc-
ca, e come i Pistoiesi s' erano pacificati co* Fioren-
tini, e seguivano loro utile e bene, e per consiglio
di loro amici ghibeUini di Pistoia, spezialmente de'
cavalieri novelli fatti per lo comune di Firenze, e
per riposarsi in pacifico stato delle loro lunghe guer-
re e pericoli passati, cercavano pace co' Fiorentini,
e compiessi a dì 21 di giugno del detto anno, per-
donando e dimettendo il comune di Firenze ogni
offesa ricevuta da loro nella guerra castruccina, ed
eglino promisono a' Fiorentini d' avere gli amici loro
ptf amici e'nimici per nimici, e feciono lega co' Fio-
rentini, e voUono un capitano di Firenze.
' CSò fta a' di 8 aettombr* deU'ajma 13£9. D Verri stUa
Storia di Milano^ moitra dabitara deUa rerìik di qoaito
asaaMiiiio.
CAPITOLO cxxxvn.
Come i Pisani trattarono di comperare Lucca, e
come la gente de* Fiorentini cavalcarono in su le
porte di Pisa, e come si fece pace tra* Fiorentini
e^ Pisani,
Nel detto anno, all'entrata del mese di luglio,
i Pisani sentendo i trattati menati per messer Marco
Visconti co' Fiorentini e' cavalieri tedeschi del Cer-
ruglio che teneano Lucca, per tema eh' a' Fiorenti-
ni non crescesse la forza e '1 podere avendo Lucca,
e tornarla a parte guelfa, e non fossono loro più
presso vicini, sì s' intraversarono, e cercarono co'
detti Tedeschi il detto trattato d' avere Lucca per
sessantamila fiorini d' oro. E fatto il patto, diedono
caparra tredicimila fiorini d' oro, i quali si perdero-
no per la fretta che ebbono, e non ne presono sta-
dichi né cautela ; e ciò avvenne per le varie novità
e mutazioni eh' awennono poi in Lucca. Per la qual
cosa sentendolo i Fiorentini, di ciò molto crucciati
feciono cavalcare sopra i Pisani messer Beltra-
roone del Balzo maliscalco della gente del re Ru-
berto, eh' era in Samminiato colle masnade de' sol-
dati de' Fiorentini, in quantità di più di mille a ca-
vallo e gente a piede assai, e corsono iofino al bor-
go di San Marco di Pisa, e infino all'antiporto sanza
contrasto niuno, ardendo e guastando, menandone
grande preda di pregioni, di bestie e d'arnesi. E
poi si volsono per Valdera rubando e ardendo ciò
che si trovarono innanzi ; ed ebbono per forza com-
battendo il castello di Pratiglione e quello di Cam-
porena che '1 tenevano i Pisani, e fecionlo disfare.
I Pisani veggendosi così oppressati da' Fiorentini, ed
eransi rubellati dal Bavaro, ed essendo in assai male
stato, cercarono pace co' Fiorentini. I Fiorentini l'as-
sentirono per potere meglio fornire la guerra di
Lucca, e compiessi la detta pace a Montetopoli per
gli nostri e loro sindachi e ambasciadori, a dì 12 ^
del mese d' agosto del detto anno, con patti e fran-
chigie della pace vecchia, e eh' eglino sarebbono ni-
mici del Bavaro e di chiunque fosse nimico de' Fio-
rentini. U settembre seguente certi ghibellini di Pisa,
dispiacendo loro la pace fatta co' Fiorentini, cercarono
con quegli di Lucca di tradire Pisa ; ma fu scoperto
il tradimento, e certi ne furono presi e guasti^ e
molti ne furono fatti rubelli e isbanditi.
CAPITOLO cxxxvm.
Come i Fiorentini ripresono il castello d'Ampinaius
che '/ tenea il conte Ugo.
Nel detto anno, a dì 15 di loglio, i Fiorenti-
ni mandarono di loro masnade in Mugello e feciono
riprendere i popoli e contado del castello che fu
d'Ampinana, il quale s'avea ripreso il conte Ugo
da Battifolle per lo modo detto addietro al tempo
della sconfitta d' Altopascio.
La edisione da' OiantJ daU a* di 21.
S46
CRONICHE
CAPITOLO CXXXIX.
Come ti rubellò ti castello di Montecatini dalla lega
de* Fiorentini,
Nel detto anno, a dì 17 dì laglio, gli amici
ghibellini de^ figliuoli di Caatraccio, i qnali erano in
Montecatini, coU' aiuto delle masnade de'Lucchesi che
erano in Altopaacio, rubellarono la terra dall^ accordo
della lega de* Fiorentini, e cacciarne fuori i guelfi,
e fomisai per gli Lucchesi. Per la qual cosa le ma-
snade de** Fiorentini cavalcarono in Yaldinievoie, e
presono e arsono il borgo di Montecatini, e rimasevi
per capitano messer Amerigo Donati per gli Fioren-
. tini, con gente d* arme a cavallo e a piede assai alla
guardia di Bnggiano e dell* altre terre della lega di
Yaldinievoie, e per fare guerra a Montecatini. B in
questa stanza da dodici caporali e grandi ghibellini del
castello di Monteveltolino andarono segretamente in
Montecatini per ordinare di rubellare Montevettolino.
B ispiandolo messer Amerigo, air uscita che fedone
del castello gli fece prendere, e per la loro presura
ebbe il castello di Montevettolino in signorìa per lo
comune di Firenze, che innanzi non vi lasciavano
entrare dentro le loro masnade. B infino allora si co-
minciò r assedio dì Montecatini per gli Fiorentini, non
però stretto, come seguirono poi, come innanzi si
farà menzione; ma erano le loro guemigìoni di gente
a cavallo e a piede nelle castella d'intorno, e non vi
potea en^re vittuaglia se non di furto, o con gros-
sa scorta.
CAPITOLO CXL.
Come meuer Cane della Scala ebbe la città di
Trevigi e incontanente di malattia ti morì.
Nel delto anno, a dk 4 di luglio, messer Cane
della Scala di Verona andò ad oste sopra la città
di Trevigi con tutto suo podere, e furono più di due-
mila cavalieri e popolo grandissimo, la quale città
di Trevigi era in comunità, ma il maggiore n* era
V avogaro di Trevigi : al quale assedio stette quindici
di, e poi Tebbe liberamente a patti, salvi tutti avere
e persone, ciascuno in suo grado. E a dì 18 ' del
detto mese v* entrò messer Cane colla sua gente con
grande festa e trionfo, e fu adempiuta la profezia
di maestro Michele Scotto, che disse: che *1 Cane
di Verona sarebbe signore di Padova e di tutta la
Marca di Trevigi. Ma come piacque a Dio, e le più
volte pare eh* awegna per lo piacere di Dio e per
mostrare la sua potenzia, e perchè niuno si fidi in
ninna felicitade umana, che dopo la grande allegrez-
za di messer Cane, adempiuti gli suoi intendimenti,
venne il grande dolore, che giunto lui in Trevigi, e
mangiato in tanta festa, incontanente cadde malato,
e il dì della Maddalena, dì 22 di luglio, morì in Ifre-
vigi, e funne portato morto a soppellire a Verona,
e dì lui non rimase nò figlio né figlia legittimo, al-
tro che due bastardi, i quali poi da* loro zii fratelli
La «diBiona da' Giunti data : a' tfi iP.
di messer Cane, perchè non regnassono fbrono soae-
ciati, e alcuno dì loro fatto morire. B nota, che
questi fu il maggiore tiranno e 'I più pouente e ric-
co che fosse in Lombardia da Assolino di Romano
infino allora, e chi dice di più ; e nella sua maggiore
gloria venne meno della vita e di sue rede, e risaa-
sono signori appresso Ini messer Alberto e messer
Mutino suoi nipoti.
CAPITOLO CXLI.
Come il legato di Lombardia ebbe la città
di Faenza a patti.
Nel detto anno a dì 6 di luglio, il legato dì
Lombardia da Bologna mandò grande oste sopra la
città di Faenza, la qnale aveva mbellata e tenea Al-
berghettino di Francesco Manfredi, e stetteri airas-
sodio venticinque dL Alla fine per consiglio del pa-
dre e di messer Ricciardo suo fratello, eh* erano di
fuori col legato, s* arrendè a patti con grandi impro*
messe al detto Alberghettino T ultimo dì di loglio, e
Alberghettino ne venne a Bologna al legato, e le-
ccio di sua famiglia, e dandogli robe e gaggi con
sua compagnia, mostrandogli grande onore. A dì 25
del detto mese di luglio essendo 1* oste della Chiesa
sopra Mattelica nella Marea, da' ghibellini e mbellì
della Chiesa furono sconfitti.
CAPITOLO CXLU.
Come le città di Parma e di Modona e di Reggio
ti rubellarono al legato.
Nel detto anno, a dì 15 d* agosto, avendo il
legato di Lombardia fatti venire in Bologna i figliuoli
di messer Ghiberto da Correggio e Orìando de*Ros8Ì
sotto sua confidanza (il quale Orlando era stato si-
gnore di Parma) per tema non gli facesse mbellare
la terra, sotto pretesto eh* egli non volea far pace
co* detti figliuoli di messer Ghiberto, il ritenne in
Bologna, e fecelo mettere in pregione. Per la qua!
cosa i fratelli e* consorti del detto Orlando col po-
polo della città, che T amava molto, rubellarono al
legato e alla Chiesa la città di Parma, e presono
tutti gli uficiali del legato e quanta di sua gente v*e-
vea. B per simile modo si rubellò la città di Reggio
e quella di Modona, temendo di loro, e ispiacendo
lo inganno e tradimento fatto al detto Orlando sotto
la detta confidanza.
CAPITOLO CXLUI.
Ancora come i Tedeschi cK erano in Lucca vallone
tenderla per danari a* Fiorentini^ e non la seppomo
prendere.
Ne* detti tempi, . essendo la dttà di Lucca in
grande variazione e in male stato e sansa nullo or-
dine di signore o reggimento, se non al corso dei
conestabili de* Tedeschi dal Cermglio che se n'erano
signori e guidavanlasi come preda guadagnata, i quali
Tedeschi tennono con più genti e comuni e aignori
d* intorno trattati per avere danari e dare la signo-
ria di Lucca, vedendo che per loro non la poteano
DI fflOYANNI VILLANL
847
bene tenere, e ancora ne rìdiieaono da capo il eo-
mone di Firenze, il quale, come detto ò addietro nel
capitolo del trattato che ne fece messer Marco Vi-
sconti di Milano, per le ^nvidie de'*cittadini non aVb-
be ancora per gli rettori del cornane di Firenze
di ciò concordia. Ma certi valenti e ricchi cittadini
di Firenze la voUono comperare per lo comune ot-
tantamila fiorini d* oro per loro vantaggio, e creden-
done fare al comune di Firenze grande onore e gran-
de loro guadagno, e fornire le spese, rimanendo in
loro mano le gabelle e V entrate di Lacca con certo
ordine e patti. E a ciò teneano con loro i merca-
tanti asciti di Lucca, e metteanvi diecimila fiorini
d* oro, e voleano che U comune di Firenze vi met-
tesse innanzi solamente quattordicimila fiorini d'*oro,
e prendesse la guardia del castello dell' Agosta con
venti de^ maggiori e migliori conestabili per istadichi
per osservare i patti ^ e gli primi danari si ritraes-
sono fossono quegli del comune di Firenze, e tutti
gli altri inaino cinquantasei migliaia di fiorini d' oro
metteano di loro volontà singulari cittadini di Firen-
ze. E di ciò potemo rendere piena fede noi autore,
perocché fummo di quegli. Ma la guercia e disleale
sempre invidia deVittadini di Firenze, e massima-
mente di coloro ch'erano al governamento della città,
non voUono acconsentire, dando scusa di falsa ipo-
crisia, dicendo come oppuosono Feltra volta sotto
colore d' onestà, che fama correa per V universo
mondo, che i Fiorentini per covidigia di guadagno
di moneta hanno comperata la città di Lucca. Ma al
nostro parere, e di più savi che poi V hanno disa-
minata quistionando, che compensando le sconfitte
e' danni ricevuti e ispendii fatti per lo comune di
Firenze per cagione de' Lucchesi per la guerra ca-
stracdna, ninna più alta vendetta si potea fare per
gli Fiorentini, né maggiore laude e gloriosa fama
potea andare per lo mondo, che potersi dire : i mer-
catanti e^ singulari cittadini di Firenze colla loro pe-
eam'a hanno comperata Lucca, e gli suoi cittadini
e contadini, stati loro nimici, come servi. Ma a cui
Dio vuole male gli toglie il senno, e non gli lascia
prendere i buoni partiti ; o forse, o sanza forse, an-
cora non erano purgati i peccati, nò domata la su-
perbia né Tosare, e' malabbiati^ guadagni de' Fioren-
tini, per fare loro spendere e consumare in guerra
seguendo la discordia co' Lucchjosi, che per ognuno
danaio che Lucca si comperava, cento o più, ma dire
potremo infiniti, spesi poi per gli Fiorentini nella
detta guerra, come innanzi leggendo faremo per gli
tempi menzione ; che si potea colla sopraddetta pre-
stanza di moneta, e non ispesa né perduta, fare cosi
onorata e alta vendetta de' Lncchesi, avendoli com-
perati come servi, e sopra servi i loro beni, e alle
loro spese, e sotto il nostro giogo rendere loro pace
e perdonare, e fargli liberi e compagni, come per
r antico soleano essere co' Fiorentini^.
* ebe abbiano in m dal mala; «igiutti. Il tatto Day.
lagge: maUàbUuL Noi andiam colla Giuntina.
* Questa onorala e aUa vMdeUa non avrebbe iseosato
il deOtto di aver fatto sahiavo, un' ora sola, qnel popolo,
né di araria comperai» coma an branao di bestie.
CAPITOLO CXLIV.
Come messer Glèerardino Spinoli di Genof>a ebbe poi
per danari la signoria della città di Lucca.
Essendo rotto il detto trattato da* Tedeschi di
Lucca a* Fiorentini, perocch* e' rettori del comune di
Firenze non lasciarono ciò compiere, come nel pas-
sato capitolo é fatta menzione, ma minacciato chiun-
que se ne travagliasse, e alcuno eh' avea menato il
trattato fatto mettere in carcere ; messer Gherardino
degli Spinoli di Genova s'accordò co' detti Tedeschi,
e dando loro trentamila fiorini d' oro ; e ritenendone
alquanti di loro, chi volle con lui rimanere a* suoi
gaggi; gli diedono la città di Lucca e feciolne si-
gnore, il quale vigorosamente la prese : a di 2 di
settembre del detto auno venne in Lucca, ed ebbe
la signoria della città libera e sanza nullo contrasto ;
e poi ordinò le sue masnade, e richiese i Fiorentini
di pace o di triegua, i quali nulla ne vollono inten-
dere, anzi feciono rubellare il castello di Collodi
presso di Lucca airentrante d' ottobre ; il quale mes-
ser Gherardino colla cavalleria sua e popolo di Lacca
vennono all'assedio del detto Collodi, il quale^ non
soccorso a tempo da' Fiorentini, com' era promesso,
s' arrendè a messer Gherardino e al comune di Luc-
ca, a dì 20 del detto mese d' ottobre, con poco onore
de' Fiorentini. Onde in Firenze ebbe molti ripitii e
biasimi dati a coloro che non aveano lasciato pren-
dere l'accordo co* Tedeschi, né saputo fare la guerra
e impresa cominciata ; e '1 detto messer Gherardino
avuto il castello di Collodi con ogni sollecitudine
procacciò di raunare moneta, e d' avere gente d'arme
per levare i Fiorentini dall' assedio, il quale già a-
veano cominciato, e posto al castello di Montecatini
in Valdinievole.
CAPITOLO CXIV.
Come i Milanesi e' Pisani si riconciliarono col papa
e colla Chiesa^ e furono ricomunicati per V offese
fatte per lo Bataro e antipapa»
Del mese di settembre del detto anno, appo la
città di Avignone ov' era la corte di Roma, i Mila-
nesi e messer Azzo Visconti che n' era signore fu-
rono riconciliati e ricomunieali da papa Giovanni, e
con patti ordinati co' loro ambasciadori si rimisono
dell' offese fatte alla Chiesa nel detto papa ; e messer
Giovanni figliuolo che fu di messer Maffeo Visconti,
fl quale il Bavero avea fatto fare cardinale al suo
antipapa, come addietro é fatta menzione, sì rinunziò
al detto oardinalato; e '1 papa il fece vescovo di
Noam, e levò lo 'nterdetto di Milano e del contado.
E per simile modo il detto papa riconciUò e assol-
vette i Pisani, perocch' eglino aveano tanto adope-
rato col conte Fazio da Doneratioo loro grande cit-
tadino, il quale avea la guardia, come gli avea la-
sciato segretamente il Btvaro quando si partì di Pisa,
il suo antipapa in uno suo castello in Maremma, il
quale antipapa da' detti fa ingannato e tradito, e poi
mandato preso ad Avignone a papa Giovanni, come
.rk...,,,.
348
eRONICHE
innaDEi faremo menKÌone. E fatta per gli ambascio-
dorì de* Pisani eh' erano a corte la detta convegna
con grandi rantaggi del detto conte Fazio, che 'i
papa gli donò il castello di Hontemassi, eh" era del-
V arcivescovado, e altri ricchi doni e beneficii eccle-
siastici, e cosi ad alcuni altri grandi cittadini di Pisa
che seguirono la ^mpresa, e fattine assai cavalieri pa-
pali con ricchi doni. B tornati i detti ambasciadori in
Pisa, il gennaio appresso si pubblicò in Pisa il trat-
tato e raccordo, e in pieno parlamento, e in mano
d* uno legato cherico oltramontano mondato per lo
papa, tutti i Pisani giurarono nella chiesa maggiore
d* essere sempre ubbidienti e fedeli di Santa Chiesa
e nimici del Bavaro, e d* ogni altro signore che ve-
nisse in Italia sanza la volontà della Chiesa.
CAPITOLO CXLVl.
Come ti legato di Toscana ebbe Viterbo^ e mise
ffi pace tutto U Patrimonio^ e simile la Marca,
Nel detto anno e mese di settembre, Salvestro
de* Gatti il quale tenea per tirannia la signoria della
città di Viterbo, e contra la Chiesa, fu a tradimento
morto in Viterbo da nno figliuolo del prefetto, e
corse la terra e ridussela air obbedienza della Chiesa.
E poi air entrante di novembre vegnente messer
Gianni Guatani degli Orsini cardinale e legato in To-
scana venne a Viterbo, e fece riformare la città e
tutte la terre del Patrimonio in pace e in buono
stato sotto la signoria deUa Chiesa. E in questo
tempo medesimo tutte le terre della Marca si paci-
ficarono e tornaro ali* ubbidienza di Santa Chiesa,
rimanendo le parti delle terre ciascuna in suo stato.
CAPITOLO CXLVU.
Come il Bavaro ra^nò sua gente in Parma creden-
dosi avere la città di Bologna^ e poi come si partì
(f Italia e andonne in Alamagna,
Nel detto anno, air entrante del mese d* otto-
bre, il Bavaro che si tenea imperadore, il quale era
aUa città di Pavia, venne a Cremona, e poi a dì 17
di novembre venne a Parma, e là si trovò con ca-
valieri che gli mandò il vicario suo da Lucca, con
pili di duemila cavalieri' oltramontani, con intendi-
mento d* avere la città di Bologna, e di torla al le-
gato del papa messer Beltrando dal Poggetto che
v*era dentro per la Chiesa. E ciò si cercava per
certo trattato fatto per certi Bolognesi e altri; il
quale trattato fu scoperto, e fatta giustizia di certi
traditori, come innanzi nel seguente capitolo ai fa-
rà menzione. E vedendo il detto Bavaro che *1 suo
proponimento non gli era venuto fatto, a di 9 di
dicembre seguente si parti di Parma con ambascia-
dori de* maggiori caporali di Parma e di Reggio e
di Modena, e andonne a Trento per parlamentare
con certi baroni della Magna e co* tiranni e signori
di Lombardia, per ordinare al primo tempo d'avere
nuova gente e forte braccio per venire sopra la città
di Bologna, e per torre il contado di Romagna alla
Chiesa. E stando al detto parìamento, ebbe novelle
della Magna, com*era morto il dogio d*Osterich, e-
letto che fu a re della Magna e stato suo avversa-
rio, incontanente lasciò tutto il suo esordio d* Italia
e andonne in Alamagna, e poi non passò più di qua
da' monti.
CAPITOLO CXLVllL
Come la città di Bologna rotte essere tradita e tolta
al legato cardinale per lo Bataro.
Nel detto anno, del mese d* ottobre, conspira-
zione fu fatta nella città di Bologna per torta e ni-
bellarla al detto legato cardinale, che dentro v* era
per la Chiesa ; e a dò era capo Ettore de' conti da
Panigo con ordine de* Rossi da Parma, perchè *1
detto legato tenea in pregione Orlando Rosso, per
lo modo che dicemmo addietro. E a questo trattato
teneano Tarciprete di Bologna della casa de*Galln£-
zi, e messer Guido Sabatini, e più altri grandi e po-
polari di Bologna, dispiacendo loro la signoria del
legato. E con loro tenea mano Alberghettino dei
Manfredi, il qual era per lo legato levato di sua si-
gnoria di Faenza, e tenealo in Bologna intomo di
se a' suoi gaggi. Ed era 1* ordine che *l Bavaro
detto imperadore, il quale era venuto da Pavia a Par-
ma colle sue forze, come nel capitolo dinanzi di-
cemmo, dovea venire a Modena e fare cavalcare parie
di sua gente in Romagna ; per la qual cavalcata con
ordine del detto Alberghettino doveano fare rubel-
lare Faenza e mettervi la detta cavalleria; e come
le masnade della Chiesa per la detta venuta del Ba-
varo e cavalcata di sua gente fossono uscite di Bo-
logna per andare alle frontiere, come per lo legato
era ordinato, si dovea levare la città di Bologni
a romore per quegli caporali che guidavano il trat-
tato, e loro seguaci; e il detto Ettor da Panigo con
Guidinello da Montecuccheri con grande quantità di
fanti e masnadieri a pie doveano al giorno nomato
venire delle montagne in Bologna con quegli citta-
dini eh* avevano fatta la congiura, e con loro segui-
to, eh* erano molti, cacciarne il legato e sua gente,
e mettervi dentro il Bavero colle sue genti. La quale
congiurazione fu scoperta segretamente al legato per
alcuno seguace de* congiurati, credendosene valere
di meglio ; per la qual cosa il legato fece pigliare
il detto Alberghettino, e 1* arciprete de* Galluzzi, e *1
detto messer Guido, e Nanni de* Dotti cognato d*Et-
tor da Panigo, e più altri grandi cittadini e popo-
lani di Bologna. Ma il detto Ettor non potò avere,
perchè già era alla montagna a rannare suo isforzo.
E disaminata la detta congiura, e confessata per gli
detti traditori, il legato trovò che la congiura era
sì grossa, e tanti e tali cittadini vi teneano mano,
eh* egli non s* ardia a farne fare giustizia, con tutta
la forza delle sue masnade, dubitando forte che la
città di Bologna non si levasse a furore contra lui;
e bisognavagli bene, avendo cosi di presso il Bava-
ro e le sue forze. Per la qual cosa il legato mandò
per aiuto di gente al comune di Firenze perchè foi^
sono alla sua guardia ; onde i Fiorentini gli nmn^
DI GIOVANNI VILLANI.
351
e tagliate in verao la parte di Locca, e volto in quelle
il finme della Peacia e della Borra; e tomarai in
Lacca con poco onore. E poi a di 2 di maggio ve-
gnente il detto mesaer Gherardino rannata più gente
e avuto da* Pisani aiuto, come sono usati per ad-
dietro, eon seicento cavalieri e trecento balestrieri,
fece ancora punga di fornire Montecatini, e venne con
sue genti infine a* palizzati ^ e oste de' Fiorentini, e
di ciò gli avvenne come air altra volta ; e per simile
modo, e per le dette fosse e tagliate, non vi potò
appressare nò quelle passare, perchò nelF oste de*
Fiorentini avea più di mille cavalieri e popolo gran-
dissimo. E nota, lettore, che dappiò di Serravalle
infino a Buggiano per gli Fiorentini era affossato e
steccato e imbertescato spesso tutta la delta bastita,
e il campo e V assedio de' Fiorentini con guardie
per tutto, e i detti fossi pieni d* acqua e accozzati
insieme, e messi in quegli il fiume della Nievola e
quello della Borra ; la quale bastita tenea più di sei
miglia nel piano ; e dalla parte del monte tra le ca-
stelletta d'intorno e altri battifoUi per gli poggi e
tagliate fatte e barre di legname messi, dove stavano
di dì e di notte guardie con grossa gente a piò,
erano più di dodici poste di battifolli, bicchò di Mon-
tecatini non potea uscire nò entrare gente nò vittua-
glia, se non queUo che si prendeano in preda nelle
pendici e circustanze del poggio. E girava la detta
impresa e guardia de* Fiorentini da quattordici mi-
glia, che fu tenuta grande cosa e ricca impresa a
chi la vide, che fummo noi di quelli. Che certo
la bastita e la cinta de* fossi e di steccati che si leg-
ge fece Giulio Cesare al castello d* Aliso in Borgo-
gna, eh' ancora si vede il porpreso, non fu maggiore
DÒ cosi grande, come quello eh* e' Fiosentini feciono
intorno a Montecatini. Lasceremo alquanto de' fatti
de* Fiorentini e dell* assedio di Montecatini per rac-
contare altre novità state in questi tempi in altri
paesi, ritornando poi assai tosto a nostra materia,
come i Fiorentini ebbono per fame il detto Monte-
catini.
CAPITOLO QL\.
dime il maliscako della Chiesa e gente del re Ru-
berlo furono sconfini presso alla città di Modona
da^ Modonesi,
Nel detto anno 1330, a di 24 d* aprile, tor-
nando da Reggio messer Beltramone e messer Ra-
mondo del Balzo, e messer Galeasso fratello del re
Ruberto bastardo, ch'erano in Lombardia per lo detto
re al servigio della Chiesa e del legato, con molta
buona gente d' arme in quantità di seicento cavalieri,
i quali erano al servìgio del legato eh' era in Bolo-
gna, credendo avere la villa di Formigine presso a
Modona a sei miglia, com' era loro promessa per
tradimento, sentendo ciò il signore di Modona, la
notte dinanzi cavalcò col popolo di Modona, e con
trecento cavalieri alla detta terra di Formigine. E la
mattina trovandosi ingannati la detta gente della Chie-
sa, e sentendo la venuta di quegli di Modona, te-
' a JP^ofMKiei legg« la CHuntin»,
mettono che non fosse aguato di più grossa gente
che non erano, e ridussonsi schierati in su uno prato
assai presso della terra ; e non s' awidono che *1
detto prato era affossato e irapadnlato d'intorno.
Quegli di Modona conoscendo il luogo, uscirono fuori
francamente ; e presono l' entrata del detto prato, e
rinchiusono i detti cavalieri, i quali non poteano
combattere nò si poteano partire per gli pantani e
fossi d' intorno ; e quale si mise per combattere ri-
mase morto da' pedoni eh' erano in su le ripe de'
fossi, chò tutti i cavalli scontravano colle lance, e
meglio e più potea uno pedone che uno cavaliere ;
e per questo modo la detta gente furono la mag-
giore parte presi e menati in Modona, che pochi ne
scamparono. La quale fu tenuta una grande disav-
ventura, e fu grande isbigottimento al legato cardi-
nale eh* era in Bologna, e a tutta la parte della Chiesa
di Lombardia e di Toscana.
CAPITOLO CLVL
Come papa Giovanni per paura non lasciò passare
in Proenjia il conte d^Analdo,
Nel detto mese d' aprile, vegnendo il conte d'A-
naldo alla corte del papa ad Avignone con sua gente
intorno d* ottocento cavalieri per avere la benedi-
zione del papa, e per andare sopra i Saracini di
Granata per uno suo voto e pellegrinaggio, ed es-
sendo già in Ricordana ', papa Giovanni prese di sua
venuta il maggiore sospetto del mondo, perchò '1
detto conte era suocero del Bavaro detto impera-
dore suo nimico ; e mandò per lo siniscalco in Pro-
enza e per tutti i cavalieri e baroni del paese che
fessone in Avignone con arme e cavalli, e tutte le
sue famiglie e de' cardinali e prelati fece armare, e
tutti i cortigiani per sua guardia : e trovarsi i Fio-
rentini da cento in arme a cavalli coverti, molto bella
gente, sanza i Fiorentini a piò che furono più di
trecento armati. E ciò fatto, il papa mandò coman-
dando al conte d* Analdo che non dovesse venire in
Proenza sotto pena di scomunicazione, assolvendolo
del suo voto se tornasse addietro, il quale conte per
non disubbidire il papa si tornò in Analdo.
CAPITOLO CLVU.
Come il legato fece oste sopra Modena^ e tornò con
poco onore.
All'entrante del mese di giugno nel detto anno,
i Parmigiani rubelli del legato e della Chiesa ebbono
il borgo a San Donnino, il quale tenea la gente del
legato : per la qual cosa , e ancora per la sconfitta, ^
ricevuta la sua gente da* Modonesi, il detto legato
fece fare sua oste e cavalcata sopra Modona di
più di millecinquecento cavalieri, e andarono infino
presso alla terra guastando ; e poi tornando i Modo-
nesi, coll'aiuto de* Parmigiani e Reggiani cavalcarono
appresso l'oste della Chiesa presso di Bologna a
L« tdiziont d«' Oinati Ugge: in'Cordcw.
352
CRONICHE
sei Buglia, infloo in aal fosso della Mnocia eon otto-
cento cavalieri e tremila pedoni, e affrontarsi, il detto
fosso in meuo;ma non s'ardì Toste della Chiesa a
combattere, che essendo tanta cavalleria più di loro
nimici, fu tenuta grande viltade. Lasceremo delle 'm-
prese del legato di Lombardia, e torneremo a' fatti
deir oste de* Fiorentini^ e com* ebbono il castello di
Montecatini.
CAPITOLO CLVIll.
Come t Fiorentini per lungo assedio ebbono il forte
castello di Montecatini.
Nel detto anno, a di 1 1 di giugno, venuto soc-
corso da' Lombardi a messer Gherardino Spinola
signore di Lucca di quattrocencinquanta cavalieri
tedeschi (onde si trovò colle sue masnade e* Pisani
e altri amici con più di milletrecento cavalieri e po-
polo grandissimo), usci fuori a oste per soccorrere
Montecatini, il quale era molto allo stremo di vit-
tuaglia per l'assedio de^ Fiorentini, e puosesi a campo
nel luogo deito... B come furono accampati, scanda-
lo nacque tra messer Gherardino e messer Francesco
Castracani, e fu fedito messer Gherardino da uno de-
grinterminelli, e fuggissi quegli in Buggiano, onde
fu preso messer Francesco e' suoi seguaci e alcuno
Gonestabile e mandati a Lucca, e alcuno giustiziato'.
1 Fiorentini rinforzata loro oste di quantità di mil-
lecinquecento cavalieri, con loro amistà e popolo gran-
dissimo, e' s*s ccamparono il grosso dell'oste in sul
Bruscelo, quasi allo 'ncontro dell* oste de' Lucchesi,
il fosso e steccato in mezzo, e nondimeno fornite
di guardie il procinto e la pieve sotto Montecatini.
B dell'oste de' Fiorentini era capitano messer Ala-
manno degli Obizzi uscito di Lucca, con certi cava-
lieri di Firenze grandi e popolani pur de' maggiori
e più savi e esperti in guerra, i nomi de' quali sono
questi; messer Biagio Tornaquinci, messer Gian-
nozzo Cavalcanti, messer Francesco de' Pazzi, messer
Gerozzo de' Bardi, messer Talento Bucelli, e altri don-
zelli, grandi o popolani capitani delle masnade de'
pedoni. Messer Gherardino e sua gente feciono più
assalti al fosso de' Fiorentini e in più parti; ma poco
poterono accedere, che in tutte parti furono riparati.
E richiesono i Fiorentini di battaglia, ma gli Fio-
rentini per loro vantaggio non la vollouo prendere.
Alla fine, a di 22 di giugno anzi il giorno, armata
r oste de* Lucchesi e schierati, e mandati privata-
mente la notte dinanzi trecencinquanta cavalieri e
cinquecento pedoni delle migliori masnade eh' avesso-
DO, ond' era capitano il Gobbole Tedesco molto mae-
stro di guerra, con Burazzo de* conti da Gangalan-
di, e altri usciti di Firenze, e con Luzimborgo fratel-
lo di messer Gherardino, e' cavalcarono infino presso
a Serravalle dirimpetto al luogo detto la Magione,
ove avea meno guardia, e passarono per forza il pon-
te alla Gora^ sopra la Nievole, e vennono alla Pieve,
' o^fiì giusHMÌaUf dico il testo de* Giunti. Appresso
invece di rÌ9\forzata^ la Oiantina legge it/orxata,
* alla BorrOf dice la edizione de' Giunti.
e a quella combatterono colla gnemigione • gnirdìe
di quella, che v' avea da cento cavalieri e popolo
assai per gli Fiorentini; e sconflssongli, e presono
e menarono in Montecatini messer Iacopo de* Me-
dici e messer Tebaldo di Ciastilio conestabile fran-
cesco e più altri. E Toste de* Lucchesi, veduto per gli
loro preso il passo, si ritrassono verso queUa parte
schierati per rompere T oste de* Fiorentini e fornire
il castello. Ma ciò veggendo Toste de' Fiorentini, vi
mandarono soccorso di cinquecento cavalieri e pe-
doni assai, i quali vi furono vigorosamente e si pre-
sti, che non lasciarono passare più della gente de*
Lucchesi, e quegli eh* erano passati non poterono ri-
tornare addietro sanza perìcolo di loro, onde si ri-
colsono al poggio di Montecatini, e lassù istando,
feciono molti assalti alT oste e alle bastite de* Fio-
rentini di di e di notte; e dalTaltra parte facea il si-
mile messer Gherardino col rimanente dell' oste de*
Lucchesi dalla parte di fuorì. E ciò veggendo i Fio-
rentini e capitani di Firenze, e considerando il gran-
de porprcso che la loro oste aveano a guardare, ai
rifornirono Toste di molte genti a piò, cittadini di vo-
lontà, e per l'ordine di tutte Tarti che vi mandaro-
no, e la parte guelfa e altri possenti singularì, e il co-
mune le masnade di forestieri al soldo; onde si rad-
doppiò Toste di gente a piò ; e mandowisi la podestà
e altri cittadini, perchò '1 capitano delT oste era ma-
lato. E stato messer Gherardino alla punga per for-
nire il castello, o per rìcoverare quegli eh* erano di
là passati per ispazio d' otto giorni, e veggendo ohe
la sua potenzia non potea resistere a quella de' Fio-
rentini, e la sua oste era diminuita per quegli ch'e-
rano inchiusi in Montecatini, e col rimanente di
sua oste stavc^ a grande rischio, si parti del campo,
e ritrassesi con sua oste parte a Poscia e parte a Vi-
vinaia ; e poi si tornò in Lucca con poco onore e
con grande sospetto, abbandonando al tutto Monte-
catini. I Fiorentini appresso strinsono T usedio, po-
nendo uno battifolle al luogo detto le Quarantole si
presso al castello, che tolsono le fontane di fuorì
per modo, che que' d' entro non avendo più di che
vivere di viltuaglia, e male acque per bere, patteg-
giarono di rendere il costello liberamente al comune
di Firenze, salve le loro persone e arme e cavalli.
E ciò fu a di 19 di luglio del detto anno: e cosi fu
fatto, e uscitine le masnade a pie e a cavallo de*Lac-
chesi, i Fiorentini v' entrarono con grande allegres-
za, che v' erano stati ad assedio per più di ondici
mesi, e non vi si trovò dentro viltuaglia per tre dì.
CAPITOLO CLIX.
Come in Firenze ebbe grande quistione di disfare
Montecatini.
Per la detta punga e presa di Montecatini, fu
grande abbassamento dello stato di messer Gherardi-
no signore di Lucca e de' Lucchesi, e esaltazione e
grandezza de' Fiorentini, siccome d' una grande vit-
torìa. E preso Montecatini, in Firenze n' ebbe grande
quistione, e più consigli se ne tennono di disfarlo al
tutto 0 di lasciarlo in piede. A molti parea di disfarlo
DI GIOVANNI VILLANI.
353
per iscemare spesa di guardia e di guerra al comu-
ne, e perpetuo segno e memoria di vendetta per la
sconfitta eh' e* Fiorentini v^ ebbono a piede per ca-
gione di quello, V anno 1315, da Uguccione da
Faggiuola e Pisani e Lucchesi, come addietro fa-
cemmo menzione. Altri consigliarono che non si dis-
facesse^ perocché i Montecatinesi erano naturalmente
guelfi e amatori del comune di Firenze, e per no-
vello e per antico : ricordandosi che al tempo che
gli usciti guelfi di Firenze furono cacciati di Lucca
per la forza del re Manfredi e de' ghibellini di To-
scana, come in questa cronica al detto tempo si
fece menzione, nulla terra di Toscana, città, o ca-
si elio gli volle ritenere, altro che quegli di Monte-
catini, eh' al tutto a loro si profTersono e si vollo-
no dare, per la qual cosa mai non fufono amici de'
Lucchesi, ma gli perseguirono infino che gli ebbo-
no messi per forza sotto loro soggezione, che pri-
ma erano esenti, e comunità per loro. Per questa
cagione, e ancora perchè non era finita la guerra de'
Fiorentini a' Lucchesi, e Monìecatini è una forte terra
e grande di frontiera, e quasi in corpo del contado di
Lucca, per potere fare guerra a Lucca si diliberò di
lasciarlo in piede, e rlmisonvisi i guelfi usciti, e giu-
rarono la fedeltà perpetua del comune di Firenze, e
promisono le fazioni reali e personali siccome pro-
pia terra del contado dì Firenze, e sempre per la
festa di Santo Giovanni di giugno offerere in Firen-
se alla sua chiesa uno ricco cero colla figura del
detto castello ; e' Fiorentini gli presono a loro guar-
dia e libertà e difensione, come loro amati sudditi.
E nota, che '1 detto nome di Montecatino si è Mon-
tecatellino, perocché Catellina uscito di Roma di pri-
ma il puose per sua fortezza, e là si ridusse quan-
do usci di Fiesole, iunanzi che da' Romani fosse
sconfitto nel piano di Piceno, detto òggi Piteccio,
assai ivi di presso vicino. E questo troviamo per au-
tentica cronica ; ma per lo scorso e corrotto volgare
è mutato il nome di Catellino in Catino ; e non ò da
maravigliare se quello sito ha avute molte mutazioni
e battaglie, perocché di certo è delle reliquie di
Catellina.
Capitolo clx.
Come in questi tempi scurò il sole e la Iw^.
Nel detto anno, a di 16 del mese di luglio,
alquanto dopo 1' ora di vespro, iscurò il sole quasi
la metade nella fine del segno del Cancro, e Top-
posizione andata dinanzi della luna e del sole, scurò
la luna nel Sagittario. E poi ad) 26 di dicembre
vegnente scurò tutta la luna nel segno del Cancro ;
per la qual cosa per certi savi astrolagi si disse di-
nanzi, intra l'altre cose, significava, che con ciò sia
cosa che 'I segno del Cancro sia attribuito per 1' a-
Bcendente della città di Lucca, ch'eglino doveano ave-
re molte dilrazioai e abbassamento, come ebbono per
Io innanzi eh' a loro avvenne per l' assedio eh' e'
Fiorentini fecìono alla città di Lucca, e altre muta-
zioni e avversità eh' ebbono poi, come appresso fa-
remo menzione. Lasceremo alquanto de' fatti e guer-
ra de' Fiorentini a' Lucchesi, e diremo d' altre novità
state ne' detti tempi per altri paesi.
CAPITOLO CLXI.
Come il re Filippo di Francia i^enne ad Avignone
ai papa a parlamentare con lui.
Nel detto anno, all'entrante del mese di luglio,
il re Filippo di Francia venne in Proenza sotto ti-
tolo di pellegrinaggio a Santa Maria di Valverde e
a Marsilia a vicitare il corpo di Santo Lodovico ve-
scovo che fu di Tolosa, e figliuolo che fu del re
Carlo secondo, e venne con poca compagnia, se non
con sua privata famiglia. E fornito il suo pellegri- «
naggio venne ad Avignone, e con papa Giovanni stette
piti d' otto di a segreto consiglio da lui al papa san-
za altra persona, ragionando di più cose e trattati,
che non si potè sapere. Dissesi sopra il passaggio
per lui ordinato oltremare e altre mene^ d' Italia, che
poi per le esecuzioni si scopersono, come innanzi
faremo menzione. E ciò fatto, sanza soggiorno il re
si tornò in Francia.
CAPITOLO CLXIL
Di certe osti che furono in Lombardia.
Nel detto anno e mese di luglio, i signori
della Scala di Verona feciono oste sopra la città di
Brr)scia, e tolsono loro più castella in Bresciana ; e
il legato di Lombardia fece fare oste sopra la città
di Modona infino a' borghi, e guastarla intomo in-
torno, e tornarsi a Bologna*
CAPITOLO CLXDI.
Di certo tradimento ordinato in Pisa^ e come i Pi^
sani mandarono preso V antipapa a papa Giovanni
ad Avignone,
Nel detto anno e mese di luglio, nella città di
Pisa era ordinata cospirazione, ond'era capo messer
Gherardo del Pellaio de' Lanfranchi, per cagione che
a lui e alla sua setta parca che quegli che reggea-
no la terra fossono contra porte imperiale, e tenes-
sono troppo colla Chiesa e co' Fiorentini, ovvero per
invidia della signoria. La quale congiura scoperta, il
detto messer Gherardo e più suoi seguaci si parti-
rono di Pisa, e furono condannati per rubelli, e
quattro popolani che ne furono presi, come traditori
furono impiccati. E ciò fatto, a di 4 d'agosto ve-
gnente, il comune di Pisa in accordo col conte Fa-
zio mandarono l'antipapa preso ad Avignone in su
due galee provenzali armate con certo ordine e patti
trattati per loro ambasciadori col papa. Il quale an-
tipapa giunse ad Avignone a di 24 d' agosto, e poi
il dì seguente in pubblico concestoro dinanzi al pa-
pa e* cardinali e tutti i prelati di corte il detto an-
tipapa col capestro in collo si gittò a' pie del papa
cheggendo misericordia; e con bello sermone e au-
torità si confessò peccatore ed eretico col Bavero
insieme che fatto l'avea, mettendosi alla mercè del
* affari, faccende.
23
354
CROMCUB
papa e della Chiesa. Per la qnal cosa il papa rìspo-
•to al suo sermone saviamente, con lagrime, più per
soperchia allegrezza, si disse, che per altra pietade,
il levò colle sue mani di terra e basciollo in bocca
e perdonogli, e fecegli dare ana camera sotto la sua
tesorerìa e libri da leggere e studiare ; e vivea della
vivanda del papa, faccendolo tenere sotto cortese
guardia, non lasciandogli parlare ad alcuna persona.
B in questo modo vivette poi tre anni e uno mese ; e
lui morto, fu soppellito onorevolemente alla chiesa
de** frati minori in Avignone in abito di frate. Di que-
sto inganno e tradimento fatto per gli Pisani deir an-
tipapa, il comune di Pisa e 1 conte Fazio ne furono
in grande grazia di papa Giovanni, e ciò che vo-
leano aveano in sua corte, e mandò in Pisa da venti
robe da cavalieri ; onde i Fiorentini e gli altri comuni
di Toscana istati sempre fedeli e amatori di Santa
Chiesa molto ne sdegnarono.
CAPITOLO CLXIV.
Come il re di Spagna icanfUee i iaracim di Granaia,
Nel detto anno, del mese d'agosto, il re di
Castella e di Spagna essendo ad assedio d*uno ca-
stello del re di Granata, Toste de^ saracini di Grana-
la vegnendolo per soccorrere furono sconfitti e morti
e presi più di quindicimila saracini, e lo re di Spa-
gna ebbe la terra.
CAPITOLO CLXV.
D^una nuota e betta /tmottna che «no noilro citta-
dino laido a* poteri di Cristo.
Del mese di settembre del detto anno, mori in
Firenze uno nostro cittadino di piccolo affare, che
non avea figliuolo nò figliuola, e ciò ch^ avoa luciò
per Dio per ordinato testamento; e intra gli altri
legati che fece, lasciò eh* a tutti i poveri di Firenze,
i quali andassono per limosine, fossono dati danari
sei per uno. E per gli suoi esecutori fu ordinato per
bando che in ciascuno sesto, nelle maggiori chiese
di quegli sefrti, in una mattina si rauousono tutti i
poveri, e in quelle rinchiusi, perchè non andassono
dairuna chiesa air altra; e dando a ciascuno pove-
ro, come n* usciva, danari sei, si trovò che montò
libbre quattrocentotreota di piccioli, che furono per
numero più di diciassette migliaia di persone tra ma-
schi e femmine piccioli e grandi, sanza i poveri ver-
gognosi e quegli degli spedali e pregioni e religiosi
mendicanti, che disparte ebbono la loro limosina a
danari dodici l'uno, che furono più di quattromila.
La quale cosa fu tenuto gran fatto, e grandissimo
numero di poveri ; ma di ciò non è da maravigliare,
perocché non solamente furono di Firenze, ma per
le limosine che vi si fanno, traggono di tutta To-
scana e più di lungi a Firenze. Per lo gran fatto che
allora fu tenuto n* avemo fatta memoria, e per dare
buono esemplo a chi per T anima sua vorrà fare li-
mosina a* poveri di Cristo.
CAPITOLO CLXVI.
Di certe notitadi ck* ebbe in Lucca e come per
tradimento riebbono il casteUo di Buggiano»
Nel detto anno, a di 10 di settembre, aven-
do messer Gherardino Spinoli signore di Lucca ri-
messi in Lucca per accordo quegli della casa de*
Quartigiani , e* Pogginghi, egli Avogadi, e altri
quando prese la signoria, che per Castruccio e gli
suoi n* erano stati cacciati, come addietro facemmo
menzione, il detto messer Gherardino per gelosia
cono la terra con sua cavalleria, e fece prendere
messer Pagano Quartigiani e uno suo nipote e altri,
opponendo loro che trattavano col signore d*Altopa-
scio e co* Fiorentini di dare loro la terra. B dì vero,
vi si mandaro bandiere a* detti per gli Fiorentini^ e
certo trattato era : per la qual cosa fece loro taglia-
re le teste. B poi, a di 19 di settembre, per trattato
e tradimento quegli del castello di sopra di Bug-
giano si rnbellarono a* Fiorentini, e presono la loro
podestÀ eh* era Tegghia di messer Bindo Bondel-
monti, e renderlo a' Lucchesi; e venutavi la caval-
leria di Lucca a due di appresso, combatterono Ì
borghi di Buggiano, ne* quali erano le guernigioni
delle munade de* Fiorentini ; i quali Lucchesi vi ri-
oevettono grande danno, che le dette masnade u-
scirono fuori e combatterongli e ruppono e ripin-
songli nel castello. Per la qual rubeliazione i Fio-
rentini molto turbati, ordinarono di fare oste a Lucca
per Io modo che seguirà appresso, onde assai ne
cresce materia.
CAPITOLO CLXYU.
Come i Piorentim puoiono oste e assedio
alla città di Lucca.
Come I Fiorentini ebbono perduto il cutello di
Buggiano, si ordinarono d'andare a oste sopra la
città di Lucca, sentendola molto affievolita ; e par-
tite le munade di Pistoia e di Yaldinieyole, salirono
in sul poggio del Cemiglio di notte, « quello, da-
tovi assalto di battaglia, ebbono a patti a di 5 di
ottobre del detto anno. B per simile modo ebbono
il castello di Vivinaia, e Montechiaro, o San Martino
in Colle, e Porcari. B poi a di 8 d* ottobre scesono
al piano e accamperai a Lunata; e a di 10 d*otto-
bre si ristrinsono alFassedio della città a mezzo mi-
glio, prendendo il campo dalla strada che va a Pi-
stoia, a quella che va ad Altopascio ; e quello campo
affosserò e steccaro con bertesche e porte, e fao-
cendovi molte case d* usi e coperte di lutre e te-
goli per potervi vernare. B della detta oste, al co-
minciamento, fu capitano meuer Alamanno degli
Obizzi uscito di Lucca con consiglio di sei cavalieri
di Firenze, ed avevavi al soldo de* *Fiorentini undici
cenlinaia di soldati a cavallo al cominciamento del-
Poste; e in Lucca non ne avea die cinquecento ca-
valieri, e poi vennono nell*óste de* Fiorentini della
gente del re Ruberto e di Siena e di Perugia da
quattrocento cavalieri e popolo grandissimo. B a
DI GIOVANNI VILLANI.
355
dì 12 d'ottobre ì Fiorentiiù yì feciono correre tre
palli per vendetta di quelli che fece correre Castruc-
do a Firenze ; il primo di quelli da cavallo fu una
melagranata fitta in una lancia, e iv* entro fitti venti-
cinque fiorini d'oro nuovi ; e Faltro fu di panno san-
guigno, che U corsono i fanti a piò; e T altro di
baracane bambagino ^ , che 1 corsone le meretrìci
dell* oste. E gli detti pali! si feciono tenere presso
alla porta di Lucca quanto potea trarre uno balestro,
armata tutta Toste; e mandarono bando, che chi di
Lucca volesse uscire a correre, o vedere correre
detti palii, potesse venire e tornare salvamente; on-
de molti n'uscirono a vedere la festa. Intra gli altri
n' uscirono dugento cavalieri tedeschi armati, ì quali
erano usciti di llontecatini quando fu assediato, che
per trattato fatto per gli Fiorentini si rimasene nel
campo al soldo de' Fiorentini, ond'era capo il Gob-
bole Tedesco, il quale poi fece molta guerra a'Luc-
chesi. Della quale uscita de* detti dugento cavalieri
grande isbigottimento ne presono i Lucchesi, e grande
favore V oste de' Fiorentini. Ma la peggiore capita-
nerìa che nella detta oste fosse adoperata di guerra
per gli Fiorentini, si fu, che '1 capitano col suo con-
siglio non lasciarono fare guasto nullo, ma lascia-
rono seminare il piano delle sti miglia d' intomo a
Lucca, sotto cagione di dare esemplo a' Lucchesi di
bene trattargli, acdocchò si rendessono a' Fiorentini.
Ma il capitano e gli altri usciti di Lucca, n' arricchi-
rono per le dette difensioni, faccende ricomperare i
contadini di Lucca ^, e per lo detto modo corrup-
pono e guastarono la detta oste. E per questa ca-
gione i Fiorentini elessono per loro capitano Can-
tuccio di messer Bino de' Gabbrielli d'Agobbio, la
quale eletione fu fatta più per ispezialltà di setta,
che ragionevole, a fare capitano uno scudiere non
uso di guerra a guidare tanti gentili uomini e ca-
valieri e baroni, onde male n'avvenne, che se di-
fetto fu nella detta oste nella capitaneria di messer
Alamanno degli Obizzi, maggiore avvenne per quella
del detto Cantuccio ; ma fu per altra forma e caso più
pericoloso, come innanzi faremo menzione. Lasce-
remo alquanto dei detto assedio di Lucca, che vi
dimorare più mesi, per raccontare d' altre cose che
furono ne' detti tempi; e poi ritorneremo a nostra
materia a raccontare del fine della detta oste.
CAPITOLO CLXVm.
Come le coiiella di FuceccMo e di Santacroce e
Castelfranco di Valdamo si diedono liberi al co^
mane di Firenze,
Nel detto anno e mese d'ottobre, osteggiando
i Fiorentini la città di Lucca, il castello di Fucecchio,
e di Castelfranco, e di Santacroce, i quali erano al-
la guardia del comune di Firenze istati, dappoi si
rivolse lo stato di parte guelfa in Lucca, dì loro li-
' Sorte di panno o stoffa per lo più di pelo di capra.
Il T, Day. ha haneeamef ma parmi comudone della Toce
comune baracane. La Giuntina legge: bucheranu, ohe è
aorta di panno a trama di lana e col ripieno di cànapa.
' La Giuntina legge: i ciHadini.
bera volontà e a loro stanza e mossa, si diedono e
sottomisono al comune di Firenze, siccome loro di-
strittuali e contadini con mero e misto imperio, es-
sendo eglino trattati in Firenze come contadini e po-
polani; e faccende ogni fazione di comune reale e
personale, con giusto estimo ordinato di libbra, e dan-
do ciascuna delle dette terre uno cero grande colla
figura di quello castello alla festa del beato, santo
Giovanni Battista di giugno ; e gli detti patti si com-
pierono e fermarono e accettarono in Firenze a dì 4
di dicembre anni 1330.
CAPITOLO CLXIX.
Come di pritna il re Giovanni di Boemia passò in
Italia ed ebbe la città di Brescia e quella di Bergamo.
Nel detto anno, essendo il re Giovanni di Boe-
mia, figliuolo che fu dello 'mperadore Arrigo di Lu-
zimborgo, venuto in Chiarentana per certe bisogne
che avea a fare col duca di Chiarentana suo cogna-
to, e quegli della città di Brescia in Lombardia es-
sendo in male stato, e molto oppremuti da loro usciti
e dal signore di Milano e da quegli di Verona ; e dal
re Ruberto, a cui i Bresciani s' erano dati, non erano
soccorsi nò stati (e male il potea fare per la forza
de' ghibellini di Lombardia), sì mandarono loro se-
greti ambasciadori con pieno sindacato al detto re
Giovanni, e diedonglisi liberamente. U Boemino, po-
vero di moneta e cupido di signorìa, accettò e pre-
se la detta signorìa, e sanza altro consiglio, e co* det-
ti ambasciadorì vi mandò trecento cavalieri, e poi in-
contanente appresso si mise al cammino, e giunse
in Brescia con quattrocento cavalierì a dì 31 d'ot-
tobre 1330, e da' Bresciani fu rìcevuto a grande o-
nore come loro signore. E poco stante lui in Brescia,
la città di Bergamo era in grande divisione, e com-
battiensi insieme i cittadini; una delle parti che si
chiamavano i CoUioni, mandò al detto re Giovanni
eh' egli mandasse per la terra, il quale vi mandò il
suo maliscalco con trecento cavalierì, e fugli data
V entrata della terra, e caccionne la parte di...., e ri-
mase al re Giovanni la signorìa. La quale venuta in
Italia del detto re Giovanni fece grande mutazione
e rivoluzione, come per innanzi leggendo di suoi
processi faremo menzione.
CAPITOLO CLXX.
D' uno grande diluvio d' acqua che fu in Cipri e
in Ispagna.
Nel detto anno 1330, del mese di novembre,
nell'Isola di Cipri piovve quasi al continuo ventotto
dì e le notti ; la quel cosa stata disusata e isforma^
ta, nò mai ricordata in quello paese, per 1* abbondanza
di quella piova crebbono sì le riviere scendendo dal-
le montagne, che giunte alla città di Nicosia e a quel-
la di Limisa, tutto che di loro natura siano di poca
acqua, crebbono tanto die quelle città tutte allagarono
diversamente, e molte case di quelle rovinarono, e
tra in quelle due città e castella e masserìe dell' iso-
356
CRONICHE
la vi morirono per la sommersione del diluvio più di
ottomila persone. Nel detto anno per simile modo
fu disordinato diluvio nelle parti di Spagna, e creb-
be sì diversamente il fiume della grande città di Si-
vìlia, che quasi pareggiò d' altezza le mura della det-
ta citla ; se il riparo delle dette mura non fosse 8ta«
to, la città profondava tutta; e di fuori delia terra
fece iunumerabile danno di casali profondare, e di
genti annegare in grande quantità. Nel detto anno, a
dì 1 6 di gennaio, fu morto Matteo de^ ... tiranno e si-
gnore di Corneto con pii^ suoi seguaci ghibellini da'
guelfi di quella terra a romore di popolo, e' guelfi
ne rimasono signori.
CAPITOLO CLXXI.
Come si trovò il corpo di Santo Zenobio,
A mezzo il detto mese di gennaio f arcivescovo
di Pisa fiorentino, il vescovo di Firenze, e quello
di Fiesole, e quello di Spuleto fiorentino, coi calo-
naci di Firenze e molti cherici e prelati, feciono
scoprire V altare di Santo Zenobio di sotto alle volte
di Sant9 Reparata per trovare il corpo del beato Ze-
nobio, e convenne fare cavare sotterra per dieci
braccia anzi ohe si trovasse ; e trovatolo in una
cassa commessa in una arca di marmo, di quello le-
vato alquanto del suo teschio del capo, nobilemente
il feciono legare in una lesta d* argento a similitu-
dine del viso e testa detto Santo, per poterlo an-
nualmente per la sua festa con grande solennità mo-
strare al popolo; e 1* altro corpo rimisono in suo
luogo con grande devozione d^ orazione e canti, e
sonando le campane del duomo di dì e di notte per
dieci dì quasi al continao, dando per gli vescovi per-
dono al popolo che 1 vicitasse. Per la qual trasla-
zione e indulgenzia quasi tutto il popolo e persone
di Firenze, devote, uomini e donne, piccoli e gran-
di, v^ andarono a vicitarlo con grande devozione e
offerta.
CAPITOLO CLXXn.
Come si letò V oste de^ Fiorentini da Lucca^ e come
i Lucchesi si diedono al re Giovanni di Boemia,
Tornando a nostra materia dell* assedio della
città di Lucca per gli Fiorentini, come lasciammo
nel quinto capitolo scritto addietro, per la partita dei
eavalieri tedeschi ohe n'uscirono, e della venuta della
gente del re Ruberto e de' Senesi e de' Perugini e al-
tre amistà, che mandarono aiuto a* Fiorentini, la detta
oste crebbe assai di gente d* arme a pie e a cavallo,
e quegli di Lucca scemando isbigottirono molto. Per
la qual cosa i Fiorentini ordinarono eh' al tutto To-
ste accircondasse la terra intomo intorno, acciocché
vittuaglia nò altro aiuto non vi potesse entrare; che
al continuo per gli Pisani nascosamente era fornita
di gente d'arme per la guardia della terra e di vit-
tuaglia centra' patti della pace. E ciò fu fallo, a dì
19 del mese di dicembre, che una parte dell* oste
Valicarono gli Oscri cli<^ vanno do Pontetetto, e fe-
cionvi la più ponti e vali.: hi, e puosonsi alla villa di
Cattaiuola ^ alquanto di là dal detto Pontetetto, verso
la parte di Pisa, ove avea ricchi e belli casamenti e
giardini fatti per Castruccio; e *1 sopraddetto Gob-
bole Tedesco con sue masnade e con molti briganti
a piò e fanti di volontà si puosono nel borgo del
ponte a San Piero, e in capo del prato in su la stra-
da che va a Rip&fratta, feciono una bastila, ovvero
battifolle guemito di gente d* arme, per lo quale
circuito d'assedio i Lucchesi d'entro furono molto
ristretti e afflitti, e cominciò loro a manc^ire la vit-
tuaglia e vino e molte altre cose necessarie; e con-
venne loro ogni vittuaglia e vino raccomunare e fare
taverne di vino inacquato per lo comune, e dame ^
poveramente; e simile canova di pane, dandolo per
peso alle masnade e alle faaiiglie. Per la quale stre-
mila, quegli che reggeano Lucca, per loro feciono
cercare accordo co' Fiorentini, mandando uno di loro
maggiori più segreto in Firenze sotto salvocondotlo
e segretamente con certi patti d' arrendere la terra
(e fu r opera assai di presso all' accordo per diversi
patti e modi, partendosi messer Gherardino della si-
gnorìa) e dargli danarì disfaccendosi il castello del-
r Agosta, rìmanendo i ghibellini in Lucca co'gueli
insieme, e raccomunando gli nfici alla guardia e si-
gnorìa de* Fiorentini, e facendo certi gentili uobùbì
ghibellini in numero di ventiquattro de' più caporali
cavalieri per lo comune e popolo di Firenze per loro
sicurtà, al modo di que*di Pistoia, donabdo a cia-
scuno cinquecento fiorini d'oro de' danarì del co-
mune di Firenze, rimanendo le gabelle e V entrate
del oomune di Lucca al comune di Firenze per fornire
la spesa della guardia di Lucca, e '1 rìmanenle scon-
tare del dono die si facesse a' detti cavalierì; e oltre
a ciò in termine di cinque anni soddisfare lutti i di-
ladini di Firenze che furono presi da Caslracdo di
dò che si ricomperarono da lui, che montavano fio-
rìni centomila d'oro e più. E di certo sarebbe venuto
fatto ; ma per l' invidia e avarìzia, le quali guastano
ogni bene, parte di quegli Fiorentini che sentivano
e guidavano il detto trattato co' caporali cittadini di
Lucca, per voleme Tenore e *1 prefitto tutto a loro
proprìeià, lo scoperaono a messer Gherardino, e con
lui lennono nuovo trattato, e andaronne chiusamente
in Lucca a parlargli certi di loro ; per la qual ca-
gione si guastò r uno trattato per V altro, rimanen-
do in grande sospetto i dttadini di Lucca con mes-
ser Gherardino. E io autore, con lutto non fossi de-
gno di sì grandi cose menare, posso essere vero te-
stimonio perocché fui di quello numero con pochi
diputato per lo nostro comune a menare il prìmo
trattato, il quale fu guasto per lo modo detto. Ma
la giustizia divina, la quale non perdona alla punizio-
ne degl* inormi peccati, come a Dio piacque, loslo
vi mise penitenza, che con vergogna del nostro co-
mune per gli modi duplioati e improvvisi e non pen-
sati, che diremo qui appresso: in prima, ohe mu-
tando i Fiorentini il capitano delfoste Cantuccio dei
Gabbrielli d*Agobbio, di cui dinanzi facemmo men-
' lattaiuola dice la edisione de* Giunti.
' ' carne dice men b«»ne la edizione de'Olantl.
DI GIOVANNI VILLANI.
357
zione, gioiise neirosle eoa sua compagnia di cin-
quanta cavalieri e cento sergenti a piò a di 15 di
gennaio ; e come nomo poco iscorto e uso a guidare
pi fatta oste, che v^ avea trecento gentili uomini più
grandi e più maestri e degni di lui, avvenne eh* al-
cono Borgognone di piccolo affare fece alcuna fol-
lia; e la famiglia di Cantuccio prendendolo, e alla
guisa come fosse podestà in Firenze, il volesse giu-
stiziare, i Borgognoni, per isdegno che n' avea nel-
r oste, più di seicento a cavallo al soldo de' Fioren-
tini, fiera gente e aspra, s^ armarono, e tolgono il
malfattore alla famìglia del capitano, e fedirgli e uc-
cìsonne; e a furore corsono alla casa e loggia del
capitano, e rubarono tutto, e uccisono cui poterono
di sua famiglia, e misono fuoco nell' albergo, e però
arse il quarto^ del campo con grande danno e peri-
colo ; onde il campo e oste de' Fiorentini fu a grande
rischio, se non fosse per gli savi capitani consiglieri
che v' erano di Firenze, che attutarono il furore col-
V aiuto de* cavalieri tedeschi, che gli ubbidirono e
seguirono, e nascosono il capitano e cui poterono di
sua famiglia, e rimase a loro al tutto la guardia del-
r oste ; e se non fosse la fievolezza di queMi Lucca,
r oste de^ Fiorentini stava in grande pericolo per la
detta novità e discordia. In questo stante messer
Gherardino riconfortatosi della discordia delfoste dei
Fiorentini lasciò il trattato con loro, e mandò incon-
tanente suoi ambasciadori con sindachi di pieno man-
dato in Lombardia al re Giovanni, e diedongli la si-
gnoria di Lucca con certi patti, ed egli \^ promise
di difendere ; e a di 1 2 di febbraio mandò in Firen-
ze il detto re tre suoi ambasciadori, i quali con belle
parole e promesse di pace e d'amore richiesono per
sua parte i Fiorentini, pregandogli si dovessono par-
tire dair assedio di Lucca, siccome di sua terra, e
fare trìegue con lui; e loro in pieno consiglio fu
risposto : com* era la detta oste sopra Lucca a peti-
zione della Chiesa e del re Ruberto, e che però non
Bì leverebbe. Partirsi i detti ambasciadori, e andarne
a Pisa. Pochi dì appresso avuta la detta risposta, il
re Giovanni mandò il suo maliscalco in Parma con
ottocento cavalieri per soccorrere Lucca ; e ciò sen-
tendo i Fiorentini, presono al loro soldo messer
Beltramone del Balzo, che tornava di pregione di
Lombardia, iscambiato per Io legato con Orlando Ros-
so di Parma, e fecionlo capitano di guerra; cito lui
nelf oste da Lucca, parendogli folle la stanza per le
novità state jnella detta oste, che molto V avea scom-
pigliata, e di pochi giorni dinanzi uno messere Ar-
noldo tedesco conestabile de' Fiorentini, si partì del
campo con cento cavalieri, e entrò in Lucca, e per
lo maliscalco del re Giovanni che venia a Lucca, gli
parve il migliore di levare V oste. E cosi fece a di
25 del detto mese di febbraio 1330; e ricolsonsi
sani e salvi in sul poggio di Vivinaia, e di quello
partendosi, rubarono la terra e misonvì fuoco. B cosi
tornò in vano la 'mpresa dell'oste de* Fiorentini, che
nel cominciamento e poi fu così prospera, e Lucca
cosi affinità. B però non si dee nullo disperare né
d'alcuna impresa fare gloria, né avere troppa spe-
* alquanto dice la Giuntina citata.
ranza, se prima non si vede la fine, che sovente rie-
scono r imprese ad altro segno che non sono co-
minciate, per lo piacere di Dio. E poi il primo di
marzo, appresso il maliscalco del re Giovanni venne
di Lombardia, e entrò in Lucca con ottocento ca-
valieri tedeschi, e prese la signoria della terra per
lo re, e partissene messer Gherardino male contento
dal re Giovanni e da'Lucchesi, e con suo dammaggio
di più di trentamila fiorini d'oro messi de^suoi danari
nella detta signorìa e guerra de' Lucchesi, e non gli
potè riavere. E dogliendosene il detto messer Ghe-
rardino al re Giovanni, gli fu rimprocciato ch'egli era
stato traditore, ch'egli avea tenuto trattato co' Fio-
rentini di dare loro Lucca; e mostrata gli fu innani^i
al re Giovanni una lettera del comune di Firenze,
la quale messer Gherardino s'avea fatta fare a sua
cautela del trattato.
CAPITOLO CLXXIII.
Come la gente del re Giovanni cavalcarono in su
il contado di Firenze nella contrada di Greti.
Per la detta venuta della gente del re Giovanni
in Lucca i Fiorentini abbandonarono il borgo di Bug-
giano che teneano, e misonvi fuoco ; e simile lascia-
rono il castelletto del Cozzile e quello della Costa
sopra Buggiano, a di 19 di marzo del detto anno;
e poi a di 15 del detto mese di marzo, il soprad-
detto maliscalco del re Giovanni eh' era in Lucca
con mille cavalieri e duemila pedoni si partirono di
Buggiano e passarono sotto Montevettolino, ispia-
nando le tagliate, entrarono in Greti in sul contado
di Firenze sanza contrasto ninno, e presono e ar-
sono il borgo di Cerreto Guidi, e combatterono il
castello; e presono e arsone Collegonzi e Agliana,
e corsono il paese per tre dì, e menarne preda di
cento pregioni e quattrocento bestie grosse e due-
mila minute ; e feciono danno assai con grande ver-
gogna de' Fiorentini, eh' aveano altrettanti cavalieri e
più al loro soldo, che per loro non fu fatto contra-
sto ninno. Che se pure dugento cavalieri avessono
difesa la tagliata da Montevettolino alla Guisciana,
eh' assai era leggiere a difendere, non ne tornava mai
ninno addietro, che tutti rimaneano o presi o morti;
perocché la cavalcata, tutto fosse per loro ardita e
franca, sì fu folle e con mala provvedenza di non. la-
sciare guardila al passo. Ma djssesi che certi cone-
stabili de' Fiorentini, eh' erano alla guardia delle ca-
stella di Valdinievole, seppono la cavalcata, e stet-
tona al tradimento, e lasciarono valicare i nimici
sanza volergli co^rastgre, i quali ciò saputo, furono
accomiatati da' Fiorentini e cassi di loro soldi.
CAPITOLO CLXXIV.
Come al re Giovanni fu data la signoria di Parma^
di Reggio^ e di Modona.
Nel detto anno, a di 2 di marzo, Giovanni re
di Boemia entrò nella città di Parma in Lombardia
con grande onore, la quale gli fu data per Orlando
359
CRONICflB
Rosso e quegli della tua easa de'Rofti, per eoBlra-
rio del legato cardinale eh* era in Bologna per la
Chiesa loro contrario. E per simile modo si diede
poco appresso al detto re la città di Reggio e quella
di Modona per certi patti, per non tornare alla si-
gnoria deUa Chiesa e de^snoi legati e nflciali Caor-
sini ; per la qual cosa il papa si mostrò molto tur-
bato, e mandò sue lettere bollate in Firense, le quali
coram populo si lessono, e pubblicaro, come di suo
Tolere nò della Chiesa il re Gioranni non era pas-
sato in Italia, nò presa la signorìa di Lucca e delle
sopraddette terre di Lombardia, ma tutto fu dissi-
mulazione del papa e del legato, come per lo in-
nanii per loro processi si potrà comprendere.
CAPITOLO CLXXV.
Carne si cominciò grande guerra m mare tra^ Cata^
Ioni e* Genoteii,
Nel detto anno e mese di marzo, si cominciò
la guerra da^ Catalani a* Genovesi e^ Viniiiani molto
aspra e dura, per cagione di più ruberìe fatte in mare
per gli Genoresi andando in corso sopra^ Catalani
e^ Viniziani. E per cagione di ciò i Genovesi cociore
usciti e qneMi Saona feciono trìegua, onde poi nac-
que pace tra loro, come per innanzi faremo men-
zione. I Viniziani per loro viltà e tema de^ Genovesi
feciono pace assai tosto con loro, per piccola am-
menda di meno di diecimila florìni d^oro; chò il va-
lore di più di cento mila florìni d^ oro aveano per-
duti, senza più buona gente di Vinegia morti da'Ge-
novesi in mare. B quella guerra de" Catalani durò poi
più tempo con grande uccisione e dammaggio del-
l' una parte e deiraltra, come per gli tempi si troverà.
CAPITOLO CLXXVI,
Come il popolo di Colle di Valdeia ueciiono il
loro capitano e signore^ e diedonti alla guardia
de* Fiorentim,
Nel* detto anno, a di 10 di marzo, essendo si-
gnore di Colle di Valdese messer Albizzo eh* era
arciprete di Colle, che s'era fatto capitano di po-
polo, co' suoi fratelli messer Desso e Agnolo della
casa de' Tancredi, che teneano la terra a modo di ti-
ranni, soppressando ^ disordinatamente il popolo e
chiunque avea podere nella terra; per la qual cosa
il popolo di Colle, dispiacendo loro si fitta signorìa
e tirannia, con ordine di tradimento eolPaltfto di
quegli da Montegabrì e da Ticohiena, de' detti si-
gnorì loro cugini e parenti, in su la piazza di Colle,
usciti coloro da mangiare, uccisono il detto capitano
arciprete e Agnolo suo fratello ; e messer Desso si di-
feib gran pezza francamente, ma alla fine per Io soper-
chio de' nimici fu fedito, e poi preso per tradimento
da Agnolino Granelli de'ToIomei, e poi inpregio-
ne lo strangolare; e uno fanciullo di quello Agnolo
d' età di dieci anni presono, e per paura il tennono
' Lm OiimtiDa semplieemente dica : icprattamdo.
pregione e tengono anc4>ra, acciecchò nullo di queUa
progenie scampasse, con tutto eh' un altro suo fra-
tello era a Firenze* B ciò fatto, per tema di loro pa-
renti, eh* erano i Rossi * di Firenze e altrì possenti
grandi di Firenze, faeiono popolo, e diedono poi la
guardia della torre di Colle al comune e popolo di
Firenze per più anni, chiamando podestà e capitano
fiorentino. Della qual cosa i Fiorentini furono con-
tenti, perocchò '1 detto capitano tiranneggiava in Fi-
renze eon certi grandi, e al tempo del caro fu mo-
lesto al popolo di Firenze di fare divieto e non la-
sciare venire vittuaglia a Firenze, oh' era amico di
Cutruccio tutto si tenesse guelfo.
CAPITOLO CLXXVU.
Quando ti cominciarotM le porle del metallo di
Santo Gio9anniy e $i compiè il campante della
badia di Fireme,
Nel detto anno 1330 si cominciarono a fare
le porte del metallo di Santo Giovanni molto belle e
di meravigliosa opera e costo, e furono formate in
cera ', e poi pulire e dorare le figure per uno mae-
stro Andrea Pisano, e gittate furono a fuoco di for-
nello per maestrì viniziani^ E noi autore per l'arie
de'meroatanti di Calimela, guardiani dell' Opera di
San Giovanni, fui ufficiale a far fare il detto lavorìo.
E il detto anno s' alzò e compio il campanile della
badia di Firenze, e per noi fu fatto fare a prìego e
a istanzia di messer Giovanni degli Orsini di Roma,
cardinale e legato in Toscana e signore della detta
badia, e della sua entrata di quella badia.
CAPITOLO CLXXVm.
Di certi miracoli che furono in Firenze,
L'anno 1331 morirono in Firenze due buoni
e giusti uomini e di santa vita e conversazione e di
grandi limosino, tutto che fossono laici. L'uno ebbe
nome Barducdo e seppellissi in Santo Spirìto al luo-
go de' frati romitani ; e l'altro ^bbe nome Giovanni
da Vispignano, e seppellissi a San Piero maggiore. B
per ciascuno mostrò Iddio aperti miracoli di sanare
infermi e attratti e di più diverse maniere, e per
ciascuno fu fatta solenne sepoltura ; e poste più im-
magini di cera per voti fatti.
CAPITOLO CLXXDL
Vuno parlamento che fk (aito intra 7 re Oiovanm
e '/ legato di Lombardia.
Nel detto anno, a di 16 d* aprìle^ fu fatto uno
parlamento segreto in sul fiume della Scoltenna tra
Bologna e Modona intra '1 re Giovanni di Boemia,
* éh/t trono moni di FirmMé^ dice la OluntiiuL
* Più probabilmente dice U Qiantìna: mi terra,
* Giorgio VeMtri dice ebe la porta verio il Bigallo, o-
pera di Andrea PìMno» fìi fatta ani modello di Giotto. La
gittò maeatro Leonardo di Avanxo da Venesia campanaio.
Lippo Dini e Piero Iacopo orafi aiatarono Andrea in quello
stupendo lavoro.
* La Ginntina dato: a di 26 d'aprile.
DI GIOVANIH VILLANI.
8§9
llgKaolo che fa dello 'mperadore Arrigo, e M legato
di Lombardia cardinale, che dimorava per la Chiesa
io Bologna; e furono in accordo insieme, e al di-
partire si basdarono in bocca ; e poi il di segoente
con grande festa mangiarono insieme al castello di
Piumaccio. Per la qnal cosa tatti signori e tiranni
di Lombardia e ancora il comune di Firenze, il quale
si tenea nimico del detto re Gioranni per la nimi-
stà antica d* Arrigo imperadore sno padre, e per la
sua impresa di Lucca e di Brescia, presono grande
sospetto e isdegno contro il cardinale legato, pa-
rendo loro che dissimulatamente egli e la Chiesa
aressono fatto venire il detto re Giovanni in Ita-
lia; e che colla forza del detto re e per trattato
del papa Giovanni e del re di Francia e col loro fa-
vore volesse occupare la signorìa di Lombardia e di
Toscana ; onde a riparare ciò si trattò di fare com-
pagnia e lega e giura col re Ruberto insieme contro
al detto re Giovanni e contra chiunque gli desse aiuto
o fiivore ; e della detta lega il papa dissimulando co*
Fiorentini, per sue lettere che mandò loro, si mostrò
contento; onde poi seguì 1* abbassamento del detto
re e del legato, come innanzi faremo menzione.
CAPITOLO CLXXX.
Come sì divisa e partì la oa$a de* MalaiesH da Rimino,
Nel detto anno, del mese di maggio, essendo
la casa de* Malatesti da Rimino in Romagna nel mag-
giore stato e colmo che fessone stati mai, e di loro
fatti poco tempo dinanzi ad un* ora sei cavalieri con
grande onore, e trionfavano non solamente la città di
Rimino, ma quasi tutta la Romagna; ma per la cupidigia
della tirannica signorìa messer Halatesta il giovine fi-
gliuolo di messer Pandolfo a tradimento cacciò di Ri-
mano tutti i suoi consorti, e loro perseguendo con ar-
me per uccidergli, e alquanti ne prese, e morìrono poi
iD pregione, opponendo loro che volevano cacciare
lui, per la qua! cosa fu guasta la detta casa, e com-
mossraene quasi tutta la Romagna. E pare una ma-
ladizione in quello paese, e ancora di quella casa e
pessima usanza de* Romagnuoli, che volontierì sono
traditori tra loro. E nota, che pare eh* avvenga nelle
signorìe e istato delle dignità mondane, che come
sono in maggiore colmo, hanno di presente la loro
discesa e rovina, e non senza provvidenza del divino
giudicio per punire le peccata, e perchè ninno si con-
fidi della fallace prospera ventura.
CAPITOLO CLXXXI.
Come la città di Piretue fu lungamente interdetta.
Nel detto anno, a dì 10 di maggio 1331, il
legato di Toscana mise lo interdetto alla città di
Firenze per cagione eh' egli avea impetrata dal papa
a sua mensa la pieve di Santa Harìa in Pineta che
vacava, al modo eh* avea fatta la badia di Firenze,
della quale pieve erano padroni la casa de*Bondel-
monti, e a loro istanza, e perchè pareva a* cittadini
che *l detto legato volesse occupare tutti i buoni be-
nefici di Firenze, e ancora quello beneficio preso a
inganno contro a* Bondelmonti, per la qual cosa non
gU lasciarono avere la rendita uè i frutti di quella
pieve; e innanzi ne sostennono lo *nterdetto dician-
nove mesi, con grande sconcio e fatica de* cittadini
in ogni atto spirituale, tanto che i detti Bondelmonti
s'accordarono col legato, per la qual cosa i detti
Bondelmonti molto furono obbligati al popolo di Fi-
renze.
CAPITOLO CLXXXIL
Come il re Giovanni ii partì di Lombardia^ e
andonne oltremonti.
Nel detto anno, avendo il re Giovanni ordinato
col legato insieme una dissimulata pace e trattato di
rimettere gli usciti guelfi in Lucca, alquanti ve ne
tornarono contra volere de* Fiorentini. E intra gli
altri ohe cercò *l detto trattato fu messer Manno do-
gli Obizzi : per la qual cosa molto venne in disgra-
zia de* Fiorentini ; e poi quegli guelfi eh* erano tor-
nati in Lucca, per la mala signoria se ne partirono. Poi
il detto re Giovanni riformata Lucca e Parma e Modena e
Reggio alla sua signoria, vi lasciò Carlo suo figliuolo
con ottocento cavalieri ; ed egli si partì di Parma a
dì 2 di giugno per andare a corte e in Francia e in
Alamagna, per ordinare maggiori cose col papa e eoi
re di Francia per sottomettere la libertà degritaliani,
come innanzi farà menzione.
CAPITOLO CLXXXIU.
Come delle masnade de* Fiorentini furono sconfitti
a Buggiano,
Nel detto anno messer Simone Filippi di Pi-
stoia vicario in Lucca del re Giovanni fece porre
oste e battifolli al castello di Barge in Garfagnaoa
che si tenea per gli Fiorentini, sentendo ch>ra male
fornito; per la qual cosa i Fiorentini feciono caval-
care messer Amerigo de* Donati capitano di Valdì-
nievole con quattrocento cavalieri sopra Buggiano
per fare levare il detto assedio da Barge. Ma le ma-
snade di Lucca di notte vennono a Buggiano da cin-
quecento cavalieri. Messer Amerìgo e sua gente is-
provveduti di tale avvenimento, e non prendendosi
guardia, furono assaliti subitamente in sul Brusceto
sotto Montecatini, e rotti e sconfitti a dì 6 di giu-
gno, e rimasonne da cento a cavallo tra morti e
presi, e messer Amerigo e gli altri fuggirò in Mon-
tecatini; e il luglio appresso si perde lizzano per
tradimento, che *i teneano i Fiorentini.
CAPITOLO CLXXXIV.
• ^*
Come papa Giovanni ricomunicò i Milanesi è
Marchigiani.
Nel detto anno, a dì 4 di giugno, papa Giovanni
appo Avignone ricomunicò i Milanesi e* Marchigiani,
i quali erano stati sì lungamente iscomunicati e in
contumacia di Santa Chiesa per molti falli fatti con-
860
CaOMCHB
tro alla Chiefa, come addietro è fatta mensione; e
ciò fece il papa a petizione del legato di Lombardia,
V ona per rompere la lega già cominciata tra"* Lom-
bardi, e r altra percbè i Marchigiani fossono riverenti
al legato, che 1 n* avea latto marchese e signore.
CAPITOLO CLXXXV.
De* fuochi eh' s^ appresone nella cillà di Firenze
in questo anno.
Nel detto anno, a dì 23 di giugno, la notte della
vigilia di Santo Giovanni s^apprese fuoco in snl Ponte
vecchio dal lato di là, e arsono tutte le botteghe, che
v' erano da venti, con grande danno di molti arte-
fici, e morirvi due garzoni, e in parte arsono delle
case di Santo Sepolcro della magione dello spedale. E
poi a di 12 di settembre la notte vegnente s' apprese
fuoco a casa Soldanierì da Santa Trinità in certe case
basse di legnaiuoli e di maliscalco, le quali case e-
rano air incontro della via di Porta rossa, e morirvi
sei persone, che per lo impetuoso fuoco del molto
legname e stalle non poterono scampare. E poi a dì
28 di febbraio la notte vegnente s' aprese fuoco nel
palagio del comune ove abita la podestà, e arse tutto
il tetto del vecchio palazzo^ e le due parti del nuovo
dplle prime volte in sa. Per la qual cosa s* ordinò
per lo comune che si rifacesse tutto in volte inflno
a* tetti. E poi a dì 16 di luglio vegnente s' apprese
nel palazzo dell'arte della lana d'Orto San Michele,
e arse tntto dalla prima volta in su, e moriwi uno
pregione, che *1 vi mise credendo scampare, e la
sua guardia; poi per l'arte della lana si rifece piti
nobile e tutto in volte infino al tetto.
CAPITOLO CLXXXVI.
Come in Firenze nacquono due leoncelli.
Nel detto anno, a dì 25 di luglio, il dì di Santo
Iacopo, nacquono in Firenze due leoncini del leone
e leonessa del comune, che stavano in istìa incontro
a San Pietro Scheraggio; e vivettono, e fecionsi gran-
di poi : e' nacquono vìvi e non morti come dicono gli
autori ne* libri della natura delle bestie, e noi ne
rendiamo testimonianza, che con più altri cittadini
gli vidi nascere, e incontanente andare e poppare la
leonessa, e fu tenuta grande maraviglia, che di qua
da mare nucessono leoni che vivessono, e non si
ricorda a' nostri tempi. Bene ne nacquono a Vinegia
due, ma di presente morirono. Dissesi per molti
eh' era segno di buona fortuna e prospera per lo
comune di Firenze.
CAPITOLO CLXXXVU.
Come i Fiorentini presono la signoria di Pistoia,
Nel detto anno, il dì seguente la festa di San
Iacopo, essendo in Pistoia in grande sospetto e ge-
losia della signoria della terra, che parte de' cittadini
* La Giantina : tuUo il dtUo palagio vuckio.
ch'amavano di ben vivere, voieano la signoria de'Fio*
rentini, a parte voieano rimanere liberi ; i Fiorentini
avendo ciò sentito, di que' dì per lo detto sospetto
mandata di loro genie in Pistoia, in quantità di ^ cin-
quecento cavalieri e millecinquecento pedoni, e' fe-
ciono correre la terra gridando Titano i Fiorentina^
senza fare nulla ruberia nò altro maliflcio. Per la
qual cosa i Pistoiesi per solenne consiglio, non poten-
do altro, diedono la signorìa al comune e popolo di
Firenze per uno anno \ e riformata la terra ne man-
darono fuori più di cento confinati, e gran parte de'
guelfi ritornarono in Pistoia, eh' e' più erano contrarii
alla signorìa de' Fiorentini, per volere tiranneggiare
la terra e torre lo stato a' cavalieri de' Panciatichi e
Muli e Gualfreducci ghibellini, fatti cavalieri per lo
popolo di Firenze, e a' loro seguaci, parendo loro
che i Fiorentini gli mantenessero in maggiore stato
per le promesse fatte, che non parca agl'ingrati
guelfi rìmessi in Pistoia per gli Fiorentini. E poi ap-
presso, innanzi che fosse mezzo l' anno, parendo a^
Pistoiesi ch'e' Fiorentini gli trattassono benignamente
e manteneangli in pacifico stato e senza gravezze, dì
loro buona volontà feciono sindachi due di loro priori
anziani, e mandargli a Firenze a dare la guardia e si-
gnorìa della terra liberamente a' Fiorentini per duo
anni, oltre alla prìma dazione ; e' Fiorentini la pre-
sono e solennemente l'ordinarono, eleggendo loro le
podestadi forestiere di sei in sei mesi, e uno capi-
tano della guardia grande popolano di Firenze di tre
in tre mesi, con sei cavalli e cinquanta fanti, e uno
conservadore di pace forestiere con dieci cavalli e
cento fanti e la podestà di Serravalle e due castel-
lani delle rocche Fiorentini. E in Firenze elessono
dodici buoni popolani di tre in tre mesi, a cui die-
dono piena balìa della governazione di Pistoia, e
delle rìformagìoni delle signorie co' prìori di Fi-
renze insieme, ciò fu in mezzo gennaio ; e poi al-
l' uscita del febbraio seguente i Fiorentini vi feciono
cominciare uno bello e forte castello dalla parte
della terra di verso Firenze, per più sicurtà della terra;
il quale si compio, e misonvi guardie e castellano
con cento fanti alle spese de' Pistoiesi ; e oltre a ciò
trecento fanti alla guardia della terra.
CAPITOLO CLXXXVIIL
Come i Sanesi osteggiarono e sconfissono i conti
da Santafiorej e* Pisani ebbono Massa,
Nella detta state i Sanesi feciono oste sopra
i conti da Santafiore, e gli Orbitani sopra quegli da
Baschja in Maremma, e feciono loro grande danno.
Ed essendo i detti Sanesi all' usedio d' Aroidosso, i
conti da Santafiore con dugenlo cavalierì tedeschi
avuti da Lucca, e con tutto loro isforzo, vennono
per soccorrere il detto castello, e furono aconfitti
da' detti Sanesi, e poi ebbono il detto castello i Sa-
nesi. E in questo stante dell' oste de' Sanesi, i Mas-
setani si rubellarono dalla loro signoria, e cacciarono
di Massa la podestà di Siena, e la casa de' Ghiozzi
e loro seguaci e parte, e dieronsi a' Pisani
La QiontÌBa: in Pistoia da cinquecento eee.
DI GIOVANNI VILLANI.
dGi
CAPITOLa CLXXXDC.
Come i Catalani con loro armata vennono sopra
Genova^ per la guai cosa i Genovesi co^ loro usciti
feciono pace.
Nel detto anno air entrante d' agosto, i Catalani
con armata di quarantadue galee e trenta legni ar-
mati Yennono nella Riviera di Genova e di Saona,
e arsono più castelli e ville e manieri, e feciono
grande danno ; né però i Genovesi né que^ di Sa-
ona non s* ardirono di contrastargli, per cagione
ch^ erano male in ordine e peggio in accordo i guelfl
d"* entro co** ghibellini di fuori,- ch^ erano in Saona.
B fatto per gli Catalani la detta vergogna e dam-
maggio a' Genovesi e a* loro usciti, se n'andarono
sani e salvi in Sardigna. Per la detta venuta de' Ca-
talani i Genovesi d' entro e que* di fuori parendo loro
avere di ciò grande vergogna, cercarono di fare
pace tra loro; e Tuna parte e P altra mandarono
grande e ricca ambasceria a Napoli al re Ruberto,
commettendogli le loro quistioni, e pregandolo gli
padflcasse insieme ; il quale re Ruberto diede la fine
alla detta pace a dì 8 di settembre 1331, con patti
che gli usciti tornerebbono tutti in Genova, e rende-
rebbono tutte le fortezze di Saona e della Riviera che
leneano al comune ; e feciono loro signore il detto
re Ruberto di concordia di tutti que' dentro e que^
di fuori oltre al termine eh' egli V avea in signoria
dai guelfi d'entro per tre anni, e dandogli alle spese
del comune trecento cavalieri e cinquecento ser-
genti alla guardia della terra e del suo vicario,
e '1 castello di Peraldo sopra Genov a, e promisono
d'essere contro al Bavaro e contro al re Giovanni,
e contro a ogni altro signore che passasse in Ita-
lia contra il volere del papa e della Chiesa e del re
Ruberto, rimanendo liberi Orii e Spinoli della guerra
del re Ruberto a don Federigo che tenea Cicilia,
à* aoperarne a loro volontà d' atare d' una parte e
l'altra, come a loro piacesse; perocché uno d'Oria
era ammiraglio di quello di Cicilia, e uno Spinola
del re Ruberto. E i Fiorentini mise il re Ruberto
nella detta pace, che gli usciti si teneano per nimici de'
Fiorentini, per l'aiuto ch^eglino aveano fatto al detto
re contra loro , quand' erano allo assedio di Genova.
La quale pace poco piacque al re Ruberto, dubitando
forte della potenzia de' ghibellini tornando nella città,
e assai il mostrò a' guelfi; ma eglino pur la vollono. E
poi di gennaio 1333 prolungarono la signorìa di
Genova al re Ruberto per cinque anni, la qual pace
e signorìa per lo re poco tempo durò, eh* a* ghibel-
lini la ruppono, e cacciarne fuori i guelfi e la signo-
rìa del re, come innanzi per gli tempi si farà menzione.
CAPITOLO CXC.
Come il legato di Lombardia fece assediare la città
di Forlì e smarrendo a lui.
Nel detto anno, del mese d' agosto , il legato
del papa eh* era in Bologna fece fare oste alla città
di Forlì in Romagna, la quale oste fece con forza
di flullednquecanto cavalieri e popolo grandissimo ;
e fecevi porre baltifolii, perchè non faceano le sue
comandamenta, e aveano cacciato il suo vicario e
tesorìere. E' Fiorentini con tutto fossono indegnati
contro al legato per 1' amistà e compagnia eh* avea
presa col re Giovanni, si pur mandarono in aiuto
della Chiesa nella detta oste cento cavalieri, e istet-
tevi la detta oste infino all'uscita d'ottobre. E poi
partita l'oste per patti s* arrenderono al legato a di
21 di novembre sotto certi patti e convenzioni,
cioè di torre suo vicario e tesoriere, e pagare il
censo solamente; ma le masnade de' loro cavalieri
alla guardia della terra vollono eleggere que' della
terra di Forlì a loro volontà, giurando l' ubbedienza
del detto legato*
CAPITOLO CXCl.
Come il duca d' Atene passò in Romania con gente
d'' arme e non potè acquistare niente.
Nel detto anno, del mese d'agosto all' uscita,
il duca d^ Atene cioè conte di Brenna, si parti da
Brandizio, e passò in Romania con ottocento cava-
lieri franceschi menati di Francia gentili uomini, e
cinquecento pedoni toscani a soldo vestiti insieme,
la quale fu molta buona e bella gente d'arme, per
racquistare sua terra che gli occupavano que* della
compagna. E co' detti cavalieri il seguirono molta
gente del regno di Puglia. E come fu di là, prese la
terra dell* Arta, e molto del paese, casali e ville ;
e se i suoi nimici fossono venuti a battaglia di campo
con lui, di certo avrebbe racquistato suo paese e
avuta vittoria, eh' egli avea seco molta buona cavala
leria da tenere campo a tutti -quegli di quella Romania,
Latini e Greci. Ma que* della compagna maestrevole-
mente si tennono alla guardia delle fortezze, e non
vollono uscire a battaglia. Per la qual cosa la caval-
leria e gente del duca usi a grandi spese per lo bi-
stento e lungo dimoro non potendo avere battaglia,
sbarrarono ^ e non poterono durare ; e tornò in vano
la 'mpresa del duca, che gli era costata grande te-
soro, e per necessità si partirono tutti del paese col
duca insieme. Dissesi per gli savi iofino che si mos-
se, che se vi fosse ito con meno gente e di meno
costo tegnendosi a guerra guerriata e rinfrescata
gente, vincea suo paese e avea onore della 'mpresa.
CAPITOLO CXCIL
D^ avvenimenti di guerra da noi a que* di Lucca^
onde morì messer Filippo Tedici di Pistoia,
Nel detto anno, a di 14 di settembre, essen-
do quegli di Buggiano a fare loro vendemmie con
guardia di settanta cavalieri di que* di Lucca, la no-
stra gente di Valdinievole, intorno di centocinquanta
cavalieri e pedoni assai, uscirono loro addosso e
sconfissongli e cacciarono infino al borgo di Bug-
giano. In questa caccia, com' era ordinato, vennono
da dugento de' loro cavalieri da Pescia, e trovando
' §traeear<mo diee la edizione de* Giunti.
862
CRONICHE
i nostri sparti e segaendo i nimici, percossone loro
addosso e sconfissongU, e rimasono de* nostri presi
cinque conestabili, e da cinquanta e più caTalierì. B
poi a dì 21 del detto mese, partendosi di Locca
dn^nto cavalieri e mille pedoni alla condotta di
messer Filippo de* Tedici di Pistoia per pigliare il
castello di Popiglio della montagna di Pistoia, cbe
doTea loro essere dato, e scesi i cavalieri a pie,
perch^era stretto luogo, entrarono nel castello la-
sciando di fàori i cavalli. Quegli del castello che
non sentirono il trattato francamente gli rispinsono
fuori; quei del paese d^ intomo trassono a"* valichi
e a* forti passi delle montagne , e presono i lo-
ro cavalli e misongli in isconiltta; e fuvri morto
da* villani, compera degno, il detto messer Filippo
traditore di Pistoia e più altra buona gente, e pre-
si più di cento cavalli. E poi il marzo vegnente que*
di Lucca eh' erano in Bnggiano misono aguato per
pigliare Massa in Valdinievole. Per la gente de* Fio-
rentini eh* erano in Montecatini, senUto, uscirono lo-
ro addosso e sconflssongli, e rimasono di loro assai
presi e morti, e quattro bandiere da cavallo ne ven-
nono prese a Firenze. E eosì va di guerra guerria-
ta, che talora neU*uno laogo si perde e nell* altro
si guadagna.
CAPITOLO cxcni.
Come il marchete di Monferrato tolse Tortona
aire Ruberto,
Nel detto anno, del mese di settembre, il mar-
chese di Monferrato con sua fona entrò ne* borghi
e terra di Tortona in Piemonte, la quale gli fu data
da* cittadini ; e la gente che v* era dentro per lo re
Ruberto, ond* era capitano messer Galeasso fratello
bastardo del detto re, e* si ridussono nella città e
rocca di sopra, e poi non potendo tenere la città
di sopra, che non era bene fornita, sì 1* abbando-
narono con loro vergogna, e rimase alla signoria del
marchese.
CAPITOLO CXCIV.
Come il fiume del Po ruppe gli argini
dei Mantovani.
Nel detto anno, del mese d* ottobre crebbe il
fiume del Po in Lombardia si diversamente, ohe
ruppe in più parti degli argini di Mantova e di Fer-
rarese, e guastò molto paese, e morirvi annegando
diecimila persone tra piccoli e grandi.
CAPITOLO CXCV.
Quando si ricominciò a latorare la chiesa di Santa
Reparata di Firenze^ e fu grande dovvUa
quello anno.
Nel detto anno e mese d* ottobre, essendo la
città di Firenze in assai tranquillo e buono stato, si
ricominciò a lavorare la chiesa maggiore di Santa
Reparsta di Firenze, eh* era stata lungo tempo vacua
e senza nalla operazione per le varie e diverse guer-
re e ispese avute la nostra città, come addietro è
fatta menzione, e diessi in guardia per lo comune
la detta opera ali* arte della lana, acdocchò più Fa-
vanzassono, e istanziowi il comune gabella di da-
nari due per libbra d* ogni danaro eh* uscisse di ca-
mera del comune, come anticamente ert usato, e
oltre a ciò ordinarono una gabella di danari quattro
per libbra sopra ogni gabelliere della somma che
comperasse gabella dal comune, le quali due ga-
belle montavano V anno libbre dodicimila di piodolL
E* lanaiuoli ordinarono, eh* ogni fondaco e bottega
di tutti gli artefici di Firenze tenessono una oasset-
tina ove si mettessono il danaro di Dio, di ciò ehe
si vendesse o^comperasse ; e montava 1* anno al oo-
minciamento libbre duemila. E di queste entrate si
forniva la detta opera. E in questo anno fa in Fi-
renze grande dovizia e ubertà di vittuaglia; e valse
lo staio del grano colmo soldi otto di piccioli di
lire tre il fiorino d* oro, che fu tenuto gran mara-
viglia alla disordinata carestia stata 1* anno 1320 e
1330, come dicemmo addietro. E in questi tempi si
feciono in Firenze molti buoni ordini e addirizza-^
mento sopra ogni vittuaglia, e ogni carne e pesce si
dovesse vendere a peso, e ogni volatio cerio pregio
convenevole ; e sopra ciò vi feciono ufidale, e mi-
sono pene chi non 1* osservasse.
CAPITOLO CXCVL
Di guerra che fu mossa in Boemia al re GiovanmL
Nel detto anno, del mese di novembre, essen-
do il re Giovanni andato in Boemia, ranno suo isfor-
zo coli* aiuto dell* arcivescovo di Trievi suo zio e
del dogio di Chiarentana suo cognato, e trovossi
con più di cinquemila cavalieri, per cagione che 1
re di PoUonia e lo re d* Ungheria e*l dogio d*0-
sterich suoi nimici, e ancora con ordine del Bave-
ro, che per le *mprese sue d* Italia gli voleva male,
e *1 re d* Ungheria a petizione del re Ruberto e suo
zio, e genero del re di Pollonia, aveano raunato
grande esercito di più di quindicimila cavalieri tra
Tedeschi e Ungherì per cavalcare in sul reame di
Boemia e guastarlo. Le quali osti stettono affron-
tati più giorni sopra la riviera di... dascuno dalla
sua parte ; e poi per le *mprese del re Giovanni gli
convenne partire per andare in Francia. Per la qual
cosa il re Giovanni da* savi fu tenuto folle di cer-
care nuove imprese in Italia per lasciare in periglio
il suo reame. Ma tutto dò facea a petizione del
re di Francia per certi grandi intendimenti, come
per lo innanzi leggendo si potrà comprendere. B
partito lui di Boemia, i suoi nimici valicarono in suo
reame, e per due volte sconfissone la gente del detto
re Giovanni con grande guastamento di suo paese;
e più r avrebbono guasto, se non fosse la forte ver-
nata che gli fece partire.
CAPITOLO cxcvn.
Come il re di Francia promise di fare il passaggio
oltremare.
Nel detto anno per la pasqua della Natività di
Cristo il re Filippo di Frauda pubblicò in Parigi di-
DI eiOYANia YILLAin.
863
lUBsi a* suoi baroni e prelati, com' egli imprendea
di fare il passaggio d' oltremare per racqaistare la
Terra Santa dal marzo vegnente a dae anni, doman-
dando a^ prelati e comunanze di sao reame aiuto e
sussidio di moneta, e richiese i duchi e' conti e'
baroni che s* ordinassono d* andare con lui ; e man-
dò suoi ambuciadori ad Avignone a papa Giovanni
a notificare a lui e a' suoi cardinali la sua impresa,
ricbieggendo la Chiesa per ventisette capitoli grandi
sussidi e grazie e vantaggi, in tra' quali ebbe di
molti sconvenienti e oltraggiosi. Intra gli altri vo-
lea tutto il tesoro della Chiesa e le decime di tutta
cristianità per sei anni, pagando in tre, e in suo
reame le investiture e permutazioni d'ogni benefi-
cio ecclesiutico ; e domandava titolo del reame d'Arli
e di Vienna per lo figliuolo; e che d'Italia volea
la signorìa per messer Carlotto suo fratello. Perchè
il papa né i suoi cardinali la maggiore parte non gli
voUono accettare, rispondendo che passati erano
quaranta anni, che i suoi antecessori aveano ricevute
le decime del reame per lo passaggio, e consuma-
tele in altre guerre contra i cristiani, ma che il re
seguisse sua impresa, e alla sua mossa la Chiesa gli
darebbe ogni aiuto che si convenisse temporale e
spirituale al sussidio del santo passaggio ; per le quali
domande e risposte si cominciò alcuno isdegno tra
la Chiesa e M re di Francia.
CAPITOLO cxcvm.
Come gli Aretini vollono prendere Cortona.
Nel detto anno, air uscita di gennaio, messer
Piero Saccone de* Tarlati signore d* Arezzo per ave-
re la dttà di Cortona, certo trattato e tradimento
ordinò con messer Guccio fratello di messer Rinieri
di ... che n* era signore, promettendogli piò vantag-
gi; e il detto per discordia eh* avea col fratello,
perchè noi trattava come volea, acconsenti al detto
tradimento. B cavalcarvi gli Aretini di notte, ma dis-
coperto il tradimento, il detto messer Guccio dal
fratello fu preso, e de* suoi seguaci cittadini che con
lui intendeano al tradimento, in quantità di più di
trenta, furono impiccati armarli delle mura della
ferra al di fuori, e il detto messer Cuccio fu messo
in oscura pregione, nella quale con grande stento,
com' era degno, finì sua rita.
CAPITOLO CXCIX.
Come gli uicUi di Pisa vennono sopra Pisa^ e come
% Fiorentini mandarono loro soccorso.
Nel detto anno, a di 9 di gennaio, avendo gli
usciti ^ Pisa, ond' era capo il vescovo che fu d*EI-
lera in Corsica, fatta lega co' Parmigiani e con certi
ghibellini di Genova, ond' era capo Manfredi de' Vi-
valdi, che tenue il castello di Lerici, e ancora con
gente di Lucca, i quali furono io quantità di cin-
quecento cavalieri e popolo assai, presono più terre
de* Pisani di là dal fiume della Magra, e corsono so-
pra SerreszaoOy e poi venuono iscorrendo infino
presso di Pisa. Onde i Pisani furono in grande ge-
losia e paura di loro cittadini dentro, amici e pa-
renti di loro usciti ; e dì e notte stavano sotto Tar-
me, e chiuse le porte, dubitando di perdere la ter-
ra. Mandarono per più ambasciadori Tuno appresso
l'altro al comune di Firenze pregando, che per Dio
gli soccorressono, e mandassono di loro cavalieri
alla guardia della terra, promettendo d'essere sem-
pre fratelli e amici del comune di Firenze. Per la
qual cosa i Fiorentini mandarono loro dugento ca-
valieri, e a Montetopoli, e all' altre castella di Val-
damo de' Fiorentini ne mandarono più di cinque-
cente, che a richiesta de' Pisani andassono a Pisa o
dove a loro bisognasse ; e giunti in Pisa i detti ca-
valieri, i loro usciti si ritrassono, e' Pisani manda-
rono fuori certi confinati, di cui dubitavano, e la
città rimase in pace e sanza sospetto. Il quale ser-
vigio de' Fiorentini venne a' que' che reggeano Pi-
sa a grande bisogno; che se ciò non fosse stato,
di certe si rubellava loro la terra, e mutava stato.
CAPITOLO ce.
Come i Bolognesi si diedono liberamente alla Chiesa^
e come il legato fece uno castello in Bologna.
Nel detto anno, a dì 10 di gennaio, per pro-
caccio e sagacità del legato di Lombardia che dimo-
rava in Bologna, fece tanto, che i Bolognesi si die-
dono per loro solenni consigli a perpetuo privile-
giati e liberi sanza alcuno patto o salvo, al papa e
alla Chiesa di Roma, promettendo loro, e con simu-
late lettere di papa Giovanni, che infra uno anno il
papa colla corte verrebbe a stare in Bologna; e
sotto questo inganno cominciò a far fare uno forte
e magno castello in Bologna alla fine del loro prato
in su le mura, dicendo che ciò facea per l' abituro
del papa, ordinandolo a ogni atto d' abituro nobile-
mente a ciò. E per se fece fare quasi un altro com-
preso di castello più infra la terra, pigliando più
case di cittadini, dicendo 1* abiterebbe egli, venuto
il papa. E fece segnare tette le livree dove doves*<
sono abitare tetti gli altri cardinali. E tutto ciò fu fatto
ad arte e simulatamente per fare la detta fortezza
per meglio dominare i Bolognesi. I Bolognesi per
lo vantaggio che s' aspettavano veguendo in Bologna
la corte, che tetti speravano di essere ricchi, si la-
sciarono ingannare, e assentirono che si facessono
la detta fortezza e castello in Bologna, e mandaro-
no ^loro solenni ambasciadori de' maggiori cittadini
e sindachi appo Avignone al papa, dandogli per so-
lenne obbligazione liberamente la signoria, e pre-
gandolo da parte del loro comune l' avacciamente
della sua venuta alla sua città di Bologna. I quali
ambasciadori e sindachi del papa furono ricevuti
graziosamente, e accettata per la Chiesa la loro ob-
bligazione, promettendo loro più volte il papa in
pubblici concesteri di venire infra l' anno a Bologna
fermamente. La quale promessa fu dissimulata e in-
finta, e non s' attenne per lo papa, onde fu ripreso
da tutti i cristiani che *1 seppono, che già promessa
di papa non dee essere mendace sanza necessaria
364
CRONICHE
ca^'one, la quale non fa in luì. Ha la divina prov-
videnza non dimette la giustizia della sua pulizio-
ne a chi manca di fede e con frode e inganno;
chò poco tempo appresso il sopraddetto legato com-
piuto il detto castello , e quando piii gloriava e
trionfava, la sua oste fu sconfitta a Ferrara, e i Bo-
lognesi si rubellarono dalla Chiesa, e lui cacciaro-
no di Bologna e M detto castello tutto disfeciono e
abbatterono, come innanzi faremo menzione.
•
CAPITOLO CCl.
Come il legato fu fallo conte di Romagna ed ebbe
libera la città di Forlì,
Nell'anno 1332, papa Giovanni fece conte di
Romagna il legato, e que' di Forlì gli diedono libe-
ramente la signoria della terra, e entrovvi dentro
il detto legato con più di millecinquecento cava-
lieri di sua gente a grande trionfo e onore, con in-
tenzione di vicitare tutte le terre di Romagna, e poi
andare nella Marca ; ma rimase dubitando di Bolo-
gna per certe novità eh' apparvono in Lombardia,
come poco appresso faremo menzione.
CAPITOLO CCU.
Come il comune di Firenze ordinò di fare la terra
di Firenzuola oltre Alpe,
Nel detto anno, avendo i signori Ubaldini grande
dissensione e guerra insieme, ciascuna parte a gara
mandan lo al comune di Firenze di volere tornare
air ubbidienza e alla signorìa del comune, traendo-
gli di bando, per gli Fiorentini fu accettato ; ma ri-
cordandosi che per molte volte s' erano riconciliati
per simile modo col comune di Firenze, e poi ru-
bellatisi a loro posta e vantaggio, come si può tro-
vare per addietro, si provvide per lo detto comune
di fare una grossa e forte terra di là dal giogo
dell'Alpe in sul fiume del Santerno, acciocché i detti
Ubaldini più non si potessono rubellare , e* distrìt-
tuali contadini di Firenze d'oltre TAlpe fossono li-
beri e franchi, eh' erano servi e fedeli de' detti U-
baldini; e chiamarono a far fare la detta terra sei
grandi popolani di Firenze con grande balia intor-
no a ciò. Ed essendo i detti uficiali in sul palazzo
del popolo co' signori prìori insieme in grande con-
trasto, come si dovesse nominare la detta terra, e
chi dicea uno nome e chi un altro, noi autore di
questa opera trovandomi tra loro, dissi : Io vi dirò
uno nome molto bello e utile, e che si confà al-
la 'mpresa. Ferocchò questa fia terra nuova e nel cuore
dell'Alpe, e nella forza degli Ubaldini e presso alle
confini di Bologna e di Romagna; e s'ella non ha
uno nome che al comune di Firenze ne caglia e ab-
biala cara, attempi avversi di guerra che possono
avvenire, ella fia tolta e rubellata spesso ; ma se le
porrete il nome eh' io vi dirò, il comune ne sarà
più geloso e più sollecito alla guardia : perch' io la
nominerei, quando a voi piacesse, Firenzuola, A
questo nome tutti in accordo sanza alcuno contrasto
furono contenti, e il confermarono, e per più ali-
mentare e favorare il suo stato e potenza le die-
dono per insegna e gonfalone mezza l'arme del co-
mune, e mezza quella del popolo di Firenze ; e or-
dinarono, che la maggiore chiesa di quella terra,
conseguendo al nome, si chiamasse San Firenze : e
feciono franco chi 1' abitasse dieci anni, recando
tutte le genti vicine e ville d'intorno ad abitarla, e
traendogli d'ogni bando di comune; e ordinarvi
mercato uno di della semmana. B cominciossi a fon-
dare al nome di Dio a dì 8 d' aprìle del detto an-
no quasi alle otto ore del dì, provvedutamente per
istrolagi, essendo ascendente il segno del Leone,
acciocché la sua edificazione fosse più ferma e forte,
stabile e potente. Ma il seppero procedere, come si
troverà non guari tempo appresso.
CAPITOLO cera.
Come i Turchi per mare guastarono gran parte
di Grecia,
Nel detto anno, del mese di maggio e di giu-
gno, i Turchi armarono trecentottanta ' tra barche
grosse e legni con più di quarantamila Turchi, e
vennono per mare sopra Costantinopoli, e combat-
teronlo, e avrebbonlo avuto, se non fosse l' aioto
de' Latini e Genovesi e Viniziani. E poi guastarono
più isole d' Arcipelago, e menarne in servaggio piil
di diecimila Greci ; e que' di Negroponte per panra
si feciono tributarìi, onde venne in ponente grande
clamore al papa e al re di Francia e agli altri si-
gnori de'crìstiani;perla qual cosa s' ordinò per loro,
che r anno seguente si facesse armata sopra i Tor-
chi, e così si fece.
CAPITOLO CCIV.
Come que* della Scala tolsono al re Giovanni la città
di Brescia e di Bergamo^ e come s' ordinò lega da
noi a"* Lombardi,
Nel detto anno, parendo a' guelfi della città di
Brescia male stare sotto la signoria del re Giovanni,
per r antica nimistà avuta coli' imperadore Arrigo
suo padre, e per dispetto d' uno forte castello che
egli avea fatto fare al disopra della terra per te-
nergli più suggetti, si trattarono cospirazione e di
dare la terra a' signori della Scala da Verona, pro-
mettendo loro di mantenergli in loro stato, e di cac-
ciarne la parte ghibellina, che teneano col re Gio-
vanni, e così asseguiro : che a dì 1 4 del mese di
giugno cavalcato là messer Mastino della Scala con
quattordici centinaia di cavalieri e popolo grandis-
simo, e i guelfi della terra cominciarono fl romore
con armata mano, gridando : muoiano i ghibellini e
il re Giovanni,, e vivano i signori della Scala; e
combattendo contra loro, apersono alcuna porta della
terra, eh' era in loro podere, e per quella vi misono
messer Mastino e sua gente, e cacciarne i ghibelHni
* La Giuntina: dugentoUanta tra ecc.
DI GIOVANNI VILLANI.
365
6 la gente del re Giovanni; e assai ne furono presi
e morti, salvo qnelH che scamparono nel castello, o
si faggirono della terra. Al quale castello si puose
r assedio, e fu tutto affossato e. steccato intorno, e
tennesi per la gente del re Giovanni infino a dì 4
del mese di luglio, di'* aspettavano soccorso dal ii-
gUuolo del re Giovanni eh' era a Parma, il quale
non s^ ardì di venire sentendo la potenza di messer
Mastino, e eh" egli avea la terra ; per la qnal cQ^a
s^ arrenderono, salve le persone. E poi il detto mes-
ser Mastino, il settembre vegnente, per simile modo
tolse la città di Bergamo alla gente del re Giovan-
ni, e fecesi la lega eh' era trattata da'* detti signori
della Scala, e quello di Milano, e quello di Mantova,
e^ marchesi da Ferrara col re Ruberto, e col comu-
ne di Firenze contra al Bavaro e al re Giovanni, o
chi gli desse aiuto o favore; e avere gli amici per
amici, e* nimici di ciascuno per nimici, non traendo-
ne imperio né Chiesa. La quale lega fu ordinata di
tremila cavalieri ; seicento al re Ruberto, e seicento
cavalieri al comune di Firenze, e ottocento cava-
lieri a^ signori della Scala, e seicento cavalieri al si-
gnore di Milano, e dugento cavalieri al signore di
Mantova, e dugento cavalieri a' Marchesi da Ferrara,
e confermossi per ambasciadori e sindachi con so-
lenni contratti e saramenti. E fu in patti che la le-
ga aterebbe conquistare a messer Azzo di Milano la
città di Cremona e M borgo a San Donnino, e a
qae^ della Scala la città di Parma, e al signore di
Mantova la città di Reggio, e a* marchesi di Ferrara
la città di Modona, e a' Fiorentini la città di Lucca.
E nota, lettore, nuova mutazione di secolo, che il re
Roberto capo di parte di Chiesa e de' guelfi, e si-
mile il comune di Firenze, allegarsi in compagnia
co^ maggiori tiranni e ghibellini d'Italia, e spezial-
mente con messer Azzo Visconti di Milano, il quale
fa al servigio di Castracelo a sconfiggere i Fioren-
tini ad Altopascio, e poi venire a oste infino alla
città di Firenze, come addietro facemmo menzione:
ma a ciò condusse il re Ruberto e' Fiorentini la du-
bitazione del Bavaro e del re Giovanni, e lo sdegno
preso col legato per la compagnia fatta col re Gio-
vanni. La quale lega da cui fu lodata e da cui bia-
simata, ma a certo ella fu allora lo scampo della
città di Firenze e la confusione del re Giovanni e
del legato, come innanzi leggendo si troverà.
CAPITOLO CCV.
D* una grande punga fatta sopra Barga^ e come
% Fiorentini la perderò.
Nel detto anno, essendo i Lucchesi colla gente
del re Giovanni all' assedio di Barga in Garfagnana,
la quale si tenea per gli Fiorentini, e aveavi intorno
più battifolli e baslite con quantità di ottocento ca-
valieri e popolo grandissimo, i Fiorentini sentendo
eh* a quelli della terra falliva la vittuaglia, fecionvi
cavalcare il loro capitano della guerra con tutta la
loro cavalleria ; e partirsi di Pistoia a dì 7 di luglio,
e cavalcarono per la via della montagna ; e giunti
sopra Barga in nulla guisa poterono fornire la terra
per le tagliate e fortezze che v' aveano fatte intomo
i Lucchesi, e tornarsene addietro con poco onore.
Ma poi i Fiorentini volendo vìncere la punga feciono
compagnia con Spinetta marchese, tutto fosse ghi-
bellino, ma nimico era di que' di Lucca, e feciongli
grandi vantaggi di moneta, e mandargli dugento ca-
valieri, ed egli ne menò di Lombardia de* signori
della Scala e di 3Iantova altri dugento, sicchò con
quattrocento cavalieri e popolo assai giunse in Gar-
fagnana sopra Barga a dì 1 2 di settembre, promet-
tendo a' Fiorentini di fornirla per forza. I Fiorentini
d'altra parte si mossono di Pistoia a dì 7 di set-
tembre in quantità di ottocento cavalieri e popolo
assai, e presono il Cerruglio, e Vivinaia, e Monte-
chiaro eoo intendimento eh" e' Lucchesi si levassono
da Barga; e se a quegli fossono rimasi, e afforza-
tigli e forniti, a certo aveano vinta la guerra di Luc-
ca, perocché sono sì sopra a Lucca che ogni dì gli
poteano correre infino alle porte. Ma veggendo che
e' Lucchesi non si partivano dall' assedio, anzi quello
rinforzaro, e cavalcatovi messer Simone Filippi vicario
del re Giovanni con tutta la forza rimasa in Lucca,
e fatto venire cavalieri da Parma, i Fiorentini ab-
bandonarono il Cerruglio e queir altre fortezze di
sopra Lucca, e cavalcarono in Garfagnana al soc-
corso di Barga, e a quello pugnarono dall' una parte
e Spinetta dall'altra con ogni forza e ingegno; e
richieggendo di battaglia messer Simone Filippi il
quale colla sua gente era sì afforzato, che i Fioren-
tini né Spinetta si poteano loro appressare ; e veg-
gendo che la terra non si potea più tenere, non volle
combattere ; onde i Fiorentini perderono la punga, e
partirsi e tornarsi in Pistoia, e Spinetta nelle sue
terre, e Barga s" arrendè a" Lucchesi salve le perso-
ne, a dì 15 d'ottobre. Di questa impresa i Lucchesi
montarono assai nella guerra, e' Fiorentini ne cala-
rono ; e grande ripitio n' ebbe in Firenze contro a
coloro che reggeano la terra ; V una che la 'mpresa
fu folle a tenere terra così di lungi e come poco
utile, e spiacque infino al cominciamento a' più dei
Fiorentini, e al principio si poteva fornire per ispesa
di trecento fiorini d'oro, e quegli ch'allora erano al
priorato noi seppono fare, e poi costò al comune di
Firenze più di centomila fiorini d' oro sanza la ver-
gogna. E nota, che sempre "è riuscito male al co-
mune di Firenze a fare l' imprese isformate e da
lungi; e leggendo questa per addietro si troverà
manifesto.
CAPITOLO COVI.
Come i Genovesi con loro armata corsono
la Catalogna.
Nel detto anno, a dì 20 d'agosto, si partirono di
Genova cinquanta galee armate e sei legni di Geno-
vesi per andare sopra i Catalani, per fare vendetta
della venuta che feciono l'anno dinanzi sopra la Ri-
viera di Genova; e giunti in Catalogna la corsono
tutta e le loro riviere, e simile l' isola di Maiolica e
di Minorìca, e feciono grandi guasti e ruberie in più
369
CROMICHE
parti sansa nullo contrasto^ e presono cinque galee
di Catalani, le quali per paura pcrcorsono la terra,
e gran parte della gente scamparono, e le galee ar-
sono, e tornarono a Genova sani e salvi, a di 15
d* ottobre 1332, con grande onore.
CAPITOLO CCVU.
Carne e perchè il comune di FircMe condannò
il comune di Sangùnignano.
Nel detto anno, a dì 10 di settembre, avendo
la podestà di Sangimignano con pib gente della terra
a bandiere levate corso sopra i loro usciti alla villa
di campo Urbiano del contado di Firenxe, e quella
villa combatterono e arsono, percbò riteneano i loro
usciti, per la qual cosa indegnato il comune di Fi-
renxe feciono citare la detta podestà, ovvero capi-
tano, con pib terraxsani di Sangimignano che furono
nella detta cavalcata : non comparirono; onde fu con-
dannato in Firenxe il comune di Sangimignano in
libbre cinquantamila, e la detta podesti, eh* era di
Siena, e centoquarantasette uomini di Sangimignano
a essere arsi. B volendo il comune di Firenxe far
fare V eseguixione alle loro masnade, il comune di
Sangimignano chiesono misericordia e perdono, ri-
mettendosi alla mercè del popolo e comune di Fi-
renze liberamente; per la qual cosa fu loro fatta
grazia e perdono a di 10 d^ ottobre, ribandendo i
loro usciti, e rendendo i loro beni, e ammendando
a que* di campo Urbiano ogni loro dammaggio a
loro stimo e degli ambasciadori di Firenxe, eh* an-
darono a vedere il guasto ; e cosi fu fatto.
CAPITOLO CCVUL
Come U capitano di Milano ricominciò guerra
al legato di Lombardia e al re Giovanni.
Nel detto anno, del mese d* ottobre, messer
Axzo di Milano avendo trattato d* avere la città di
Crema, che si tenea per la Chiesa, e cavalcatavi sua
gente, ed entratine parte dentro alla terra per una
porta eh* a loro fu data per gli traditori, per forza
combattendo, dalle masnade della Chiesa che v** era-
no ne furono cacciati fuori, e rimasono presi e morti.
E poi per questa cagione messer Axzo col signore
di Mantova con più di mille cinquecento cavalieri
venne sopra la città di Modena, e stettevi intomo
per venti di guastandola d* intorno. Per la qual cosa
in Bologna ebbe gran paura e sospetto, e il legato
eh* era in Romagna per andare nella Marca tornò
con sua gente a Bologna in grande fretta, e con
grande gelosia e paura di perdere Bologna.
CAPITOLO CCIX.
Di più fuochi appresi nella città di Firenze,
Nel detto anno, a di 13 di novembre, s* ap-
prese fuoco a San Martino nella via che va in Orto
San Michele, e arsono tre case e la torre ovvero pa-
lazzo de Giugni con grande danno de* laMinoli, che
in quelle aveano loro botteghe, e morirvi quattro
tra uomini e garzoni E la sera appresso s* apprese
oltrarno da casa i Bardi, e arsono due case. E quella
medesima sera s* apprese al canto di borgo San Lo-
renzo, ma poco arse. E poi a di 19 di novembre si
apprese al borgo al Ciriegio, e arse una cau. E a
di 26 di gennaio di mezzodì s* apprese fuoco cen-
tra il campanile vecchio di Santa Reparata dalla via
di Balla, e arse una casa. B nota, ohe bene si mo-
stra in Firenze V influenza del pianeto di Marte, ohe
in quella ha potenza, che essendo nel segno del Leo-
ne sua Irìplicitade, è segno di fuoco, che in poco
più d* uno anno tanti fuochi s* accesono nella nostra
cittade, come appare qui, e poco addietro e innansi;
ovvero che s* appresono per mala prowedenxa e
guardia ; e a questo si dee dare più fede. E non vi
maravigliate perchè in questo nostro trattato focda-
mo ricordo d* ogni fuoco appreso nella città di Fi-
renze, che ali* altre novità paiono piccolo fatto ; bui
ninna volta vi s* apprende fuoco, che tutta la città
non si commuova, e tutta gente sia sotto 1* arme e
in grande guardia.
CAPITOLO CCX.
Come Voste de'* marchesi da Ferrara fu sconfUta
dal figliuolo del re Giovanni a San Felice.
Nel detto anno, essendo a oste la gente dei
marchesi da Ferrara coli* aiuto della lega di Looi'-
bardia in quantità di miUecento cavalieri e popolo
assai sopra il castello di San Felioe nel contado di
Modona, della quale oste era capitano messer Gio-
vanni da Camposampiero di Padova, e ayendo il detto
castello molto stretto con battifolli, Carlo flgUuolo
del re Giovanni si parti di Parma con sua gente, e
venne a Modona per soccorrere il detto castello, e il
legato di Bologna mandò la sua cavalleria intorno
di ottocento cavalieri alle frontiere di Modona, co-
mandando loro che a richiesta del detto Carlo fos-
sono contra i marchesi. Il detto Carlo avendo no-
velle come r oste de* marchesi era molto sparta e
male ordinata, come franco duca, ganza attendere
1* aiuto dalla gente del legalo, ma tutt*ora glieae
crebbe vigore e baldanza, usci di Modona con otto-
cento cavalieri molto buona cavalleria e tutto il po-
polo di Modona; e giunto ali* oste de*nimioi subi-
tamente gli assali, e durò la battaglia dall'ora di
nona inOno passato vespro molto ritenuta. Alla Une
la gente del re Giovanni ebbono la vittoria, e di
que* della lega de' Lombardi vi rimasono tra morti e
presi più di cinquecento cavalieri e popolo assai ; e
rìmasevi preso il detto messer Giovanni e molti oo-
nestabili; e ciò fu a di 25 di novembre del detto
anno ; onde montò molto la grandezza del re Giovanni,
e ancora il legato ne prese vigore ; e perchè disa-
mava i marchesi, perchè liberamente non gli aveano
voluto dare la signorìa di Ferrara, e incontanente
fece loro muovere guerra, e ardere la villa di Con-
sandoli; e' marchesi tutto fossero sconfitti oorsono
in sul bolognese, e arsono la villa di Cerreto.
DI GIOVANNI VILLANI.
36T'
CAPITOLO CCXI.
Come messer AtM Visconti tolse la città di Patia
al re Giovanni,
Nel detto anno, air uscita di novembre, messer
Alzo Visconti capitano di Milano prese la città di
Pavia, che gli fu data da certa parte de^ cittadini, la
qnale tenea la gente del re Giovanni, e corsa la terra
combattendo, le masnade del re Giovanni non po-
tendo resistere per la grande potenxa di que* di Mi-
lano, si ridnssono nel forte castello il qaale avea
fatto fiure Messer Maffeo Visconti anticamente quando
signoreggiava Pavia, e quello tennono francamente
più di quattro mesi, attendendo soccorso da Pia-
censa e da Parma dal figlinolo del re Giovanni e
dalla gente della Cbiesa, e ancora la venuta del re
Giovanni in Lombardia, come avaa promesso. Ma il
detto castello era tutto affossato e steccato al di fuori
per qae^ di Milano, e con forti battifolli e bastie for-
nite di grande cavallerìa e grandissimo popolo. Ma
▼ennto il re Giovanni in Lombardia con grande po-
lensa di cavallerìa, come innanxi faremo menzione,
venne all'entrata di mano con pib di millecinque-
cento cavalierì al soccorso del detto castello, e per
forsa d*arme ruppe alcuno battifolle e isteccato, ma
per la fona del luogo pochissima quantità di vit-
tnagUa vi potè mettere dentro. E lui partito, poco
tempo appresso falli a quegli del castello la vivanda;
per la qual cosa uno conte tedesco che v* era den-
tro per lo re Giovanni b* arrendo possendosi partire
con sua gente sano e salvo ; e cosi fece. Della detta
pnnga molto esaltò il capitano di Milano, e "1 re
Giovanni n^ abbassò.
CAPITOLO CCXU.
Come il re Giovanni andò ad Avignone a papa
Giovanni,
Nel detto anno, del mese di novembre, il re
Giovanni venne di Francia ad Avignone in Proenza
per parlamentare con papa Giovanni, e in sua com-
pagnia menò più baroni e signori di Valdirodano per
farsi lare salvo condotto, perchò dubitava di venire
nelle terre del re Ruberto; e bisognavagU bene,
che per contrastare la sua venuta il maliscalco di
Proenia messer Filippo di Sangineto ranno in Avi-
gnone pia di sei cento cavalieri gentili uomini di
Proenza, e que' di Avignone erano apparecchiati in
arme a suo comandamento, ma il papa a prìego de'
detti signorì gli die licenza del venire sicuro, e co-
mandò al siniscalco che non gli dovesse offendere.
E venuto il re Giovanni in Avignone dinanzi al papa,
il papa gli fece grande assalto di parole e minac-
ee, rìprendendolo delle sue imprese delle terre di
Lombardia e di Lucca, eh* appaVteneano alla Chiesa;
■a lutto fu opera dissimulata, perocché tutte sue
imprese erano con ordine del re di Francia e del
legato di Bologna per abbattere i tiranni di Lom-
bardia, e perchò il re di Francia per se, ovvero per
messer Carlotto suo fratello, il quale era sanza reame,
cercavano segretamente col papa d' essere V uno di
loro re d'Italia. Il re Giovanni con infinite scuse si
rimise alla mercè del papa e riconcilioUo il papa
con seco com' era ordinato, e rìstette in corte più di
quindici di, ciascuno giorno a consiglio segreto col
papa; ove ordinarono più cose segrete, che poco
tempo appresso partorirono, e le congiure^ ordinate
furono palesi, come innanzi leggendo faremo men-
zione. E partitosi il re Giovanni di corte se n'andò
in Francia per seguire la traccia. Lasceremo alquanto
degli andamenti del re Giovanni per dire d' altre no-
vità di Toscana, ma tosto torneremo a sua materìa,
eh' assai ne cresce tra mano.
CAPITOLO CCXIIL
Come i Sanesi sconfissono i Pisani^ e poi i Pisani
cavalcarono infino presso a- Siena,
Nel detto anno, avendo i Pisani tolta la signo-
rìa di Massa in Maremma, come addietro facemmo
menzione, i Sanesi con loro capitano, in quantità di
trecento cavalieri e popolo assai, cavalcarono al soc-
corso d*uno castello eh' e' Pisani co' Masselani avea-
no assediato, ond' era capitano messer Dino della
Rocca di Maremma con dugento cavalieri e mille^ pe-
doni. Trovandoli i Sanesi male ordinati, si gli scon-
fissono a di 1 6 di dicembre nel detto anno con loro
grande danno, e furonne assai presi e morti, e fu
preso il detto capitano. E poi i Sanesi corsone la
Valdera infine a Folcole con grande danno de' Pi-
sani. Per la quale sconfitta i Pisani adirati mandarono
per soccorso a Lucca e a Parma, e soldarono quanta
gente poterono avere, onde in poco tempo ebbono
ottocento buoni cavalierì oltramontani, e feciono loro
capitano di guerra Ciapo degli Scolarì uscito di Fi-
renze, il quale del mese di febbraio vegnente ca-
valcò in sul contado di Siena infino al piano di Fi-
letta, guastando e ardendo quanto innanzi si trova-
rono sanza nullo contrasto, e arsone il bagno a
Macereto, e poi tornarono in Valledistrova e alla
badia a Spugnole, e in quelle contrade feciono il
simigliante, e gli scorridori corsone infino a Campo-
santo presso a due miglia a Siena, levando grandi
prede e faccende danno assai ; e più avrebbono fatto,
se non che i Fiorentini mandarono delle loro ma-
snade dugento cavalieri alla guardia del castello di
Colle, onde i Pisani dubitando ai ritrassono, e tor-
narsi a Pisa con grande onore. I Sanesi richiesono
i Fiorentini d* aiuto, e eh' eglino mandassono a Siena
le loro masnade per volere combattere co' Pisani
quand'erano sopra loro. 1 Fiorentini noi vollono
loro dare* per non rompere pace a' Pisani, e per
dubbio de' Fiorentini e di loro mercatanzie ch'erano
in Pisa ; onde i Sanesi presono grande isdegno cen-
tra i Fiorentini, e tutta l'onta e vergogna e danno
rìcevuto da* Pisani si riputarono avere ricevuto da'
Fiorentini, perchè non gli aveano soccorsL
' La Giontina meglio: le convenne; ma forse men chla-
ramente dispone la sentenza: die poco tempo appreeao par-
torirono le eonvegne ordinate^ e furono palen^ eco.
' dnmUa^ dÌo« U ediuone de' Giunti.
36S
CRONICHE
CAPITOLO CCXIV.
Come il figliuolo del re Giovanni venne a Lucea^
e come il dello re Giovanni tornò in Lombardia.
Nel detto anno, in calen di gennaio, Carlo fi-
glinolo del re Giovanni venne di Parma a Lucca, e
da* Lucchesi gli fu fatto grande onore siccome a re
e a loro signore, ma poco vi dimorò in Lucca : ma
innanzi eh* egli si partisse volle da* Lucchesi quaran-
tamila fiorini d'oro, ma alla fine con grande fatica e
tensione de* cittadini n* ebbe venticinque mila ; sic-
ché la festa eh* e* Lucchesi feciono della sua venuta
tornò loro in amarore e danno. E ciò fatto il detto,
Carlo si tornò in Lombardia per vedere il re Gio-
vanni suo padre, il quale tornava di Francia, ed era
venuto a Torino air uscita di gennaio col conesta-^
bile del re di Francia, e col conte d' Armignacca, e
con quello di Forese, e col maliscalco di Mirapesce,
e più altri signori e baroni, e con un fioretto di ot-
tocento cavalieri eletti di Francia e di Borgogna e
di Yaldirodano. E dissesi, oh*avea avuto dal re di
Francia o in dono ovvero in presto centomila fiorini
d*oro. E giunse in Parma a di 26 di febbraio, e là
si trovò col figliuolo con più di duemila buoni cava-
lieri, sanza cinquecento che di sua gente avea nella
città di Lucca. E per soccorrere il castello di Pavia
e ricoverare la terra, si partì di Parma a di 10 di
marzo con millecinquecento cavalieri, e fece la pun-
ga a Pavia per lo modo che dicemmo addietro nel
capitolo della perdita che egli fece della città di Pa-
via. E non potendo fornire suo intendimento cavalcò
in sul contado di Milano, e poi in su quello di Ber-
gamo, faccendo grande dammaggio ; ma però il ca-
pitano di Milano non si volle partire da oste dal
castello di Pavia, né affrontarsi a battaglia col re
Giovanni, il quale non potendo avere battaglia si
tornò a Parma a di 27 di marzo.
CAPITOLO CCXV.
Come il legato mandò a* Fiorentini che si pctrtissono
dalla lega de^ Lombardi.
Nel detto anno, di primo di febbraio, vennono
in Firenze ambasciadori del legalo, pregando il no-
stro comune che si dovessono partire dalla lega de*
signori di Lombardia, dicendo, ch*erano tiranni e suoi
nimici e di Santa Chiesa, e allegando molte autorità
e ragioni, che la nostra città non era con loro con-
venevole nò bella compagnia; e ch*elli erano stati
co* nostri nimici a sconfiggerne. Fu loro risposto, che
ciò non poteva essere che la lega rimanesse, peroc-
ché elicerà fatta con assentimento di papa Giovanni
e del re Ruberto, e contro al Bavaro e contro al
re Giovanni nostri nimici e di Santa Chiesa ; e che
il legato non facea bene a tenere lega o conversa-
zione col re Giovanni. E per la detta richiesta del
legato maggiormente si confermò la detta lega per
Tavvenimento del re Giovanni, e di tanta forza di ca-
valleria quanta menava d* oltramonti, avendo di lui
e del legato grande sospetto ; e videsi per opera, co-
me per gli seguenti capitoli seguirà. E di certo, se
la detta lega non fosse fatta e mantenata, la nostra
città portava grande pericolo, perocché il legato col
re Giovanni avea ordinato di cominciarne guerra da
più parli per sottomettere a loro la nostra repub-
blica, eh* a certo la maggiore volontà che *1 legato
avesse, era eh* e* Fiorentini gli si dessono come i
Bolognesi, e ciò eh* egli adoperava col ro Giovanni
era a questo fine ; e ciò si trovò veramente per let-
tere trovate, e per gli loro esordi e trattati ; e però
non fu follia s' e* Fiorentini s' allegarono col minore
nimico, per contrastare al maggiore e più possente.
CAPITOLO CCXVl.
Come r oste del legalo sconfissone i Marchesi a
Consandoli, e poi puosono V oste a Ferrara^ e i
Fiorentini vi mandarono soccorso.
Nel detto anno, a di 6 di febbraio, la cavalle-
ria e gente del legato ch*era in Argenta subitamente
cavalcarono a Consandoli, ov* era la gente de^ Mar-'
chesi, e coloro virilmente assalirono e sconflssono,
e presono la villa e il porto e tutto il loro navib'o ;
e fu preso Niccolò Marchese con quaranta buoni no-
mini caporali con grande dammaggio e perdita de*
Marchesi. Per la quale sconfitta molto abbassò lo
stato de* Marchesi, e montò la signoria e potenzia
del legato in tale modo, che di presente sanza in-
dugio, per comandamento del legato, la saa ^aval*-
leria in quantità di millecinquecento cavalieri e po-
polo e navilio grandissimo, si puose ad oste sopra
la città di Ferrara. E di presente presono il borgo
di contro ali* isola di San Gioso, e poi di giorno in
giorno crebbe l* oste , e mando vvi il legato tutti i
caporali di Romagna, a al continovo erano nella delta
oste i due quartieri del popolo di Bologna e tutta
la loro cavalleria ; e aveano compresa e quasi chiusa
la città di Ferrara e di qua e di là da Po, sicché
sanza grande pericolo non vi potea entrare né uscire
persona. Onde a* Marchesi e a qne* della terra di
Ferrara parca male stare, e molto isbigottirono per
lo subito ed improvviso assedio, che non sperano for-
niti e non si credeano avere guerra dal legato, e per
la sconfitta ricevuta a San Felice erano molto aflie-
voliti. Ed era per perdersi la terra certamente, se
non che mandarono per soccorso a* signori di Lom-
bardia eh* erano tenuti alla lega, e al comune di Fi-
renze. Per la qual cosa i Fiorentini vi mandarono
quattrocento cavalieri della migliore cavalleria ch*elli
avessono, onde feciono capitano messer Francesco
degli Strozzi, e Ugo degli Scali, colla *nsegna del
comune di Firenze, il campo bianco e M giglio ver-
miglio, e di sopra Tarme del re Ruberto ; e parti-
rono di Firenze a di 2 di marzo, e convenne che
facessono per necessità, non potendo andare né da
Parma, né da Bologna, né per Romagna, la via per
mare a Genova con grande fatica e ispendio, e poi
da Genova a Milano, e poi a Verona; e là furono
ricevuti da que' signori a grande onore. E la parte
de* cavalieri che toccavano della taglia al re Ruberto,
per non andare incontro alle *nsegne della Chiesa e
del legato, per grazia nmasono alle frontiere da noi
a Lucca.
DI GIOVANMl VILLANI.
860
CAPITOLO CCXVIL
Come il re Giatanni venne in Bologna al legato.
NeU'aono 1333, a di 3 d'aprìle, il re Giovanni
venne in Bologna al legato, e pasqnò con lai con
grande festa; della quale venata in Bologna del re
Giovanni molto si turbarono i Bolognesi, e male ne
parve loro ; ma ciò non poterono riparare contro la
volontà del legato, anzi convenne loro pagare per
comandamento del legato al detto re Giovanni con-
tro al loro volere quindicimila fiorini d*oro. E pro-
mise al legato d'andare con sua cavalleria nelfoste
di Ferrara, sentendo che la lega venia al soccorso,
e mando wi innanzi il conte d' Armignacca con tre-
cento de* suoi cavalieri e le sue insegne, e poi tornò
a Parma per ordinare sua mossa. I Fiorentini vieggen-
do scopertamente la lega fatta tra '1 re Giovanni e
il legato, mandarono segretamente a^ loro cavalieri,
che non si guardasse per loro reverenza del legato,
che Taveaoo per loro nimico, dappoich' era venuto
il re Giovanni in Bologna, e presi gaggi da lui, e
mandata sua gente e sue insegne neir oste a Ferrara.
. CAPITOLO ccxvm.
Come foMte del legato càmera aWatsedio di Ferrara
fu sconfitta.
Essendo Toste del legato intorno a Ferrara
molto ingrossata, e più era per essere giungendovi
il re Giovanni colle sue forze come dovea, quegli
della lega di Lombardia dubitando che la terra non
si perdesse per lo loro indugio del soccorso, dili-
berarono di soccorrerla innanzi che vi venisse il re
Giovanni; e mandarvi subitamente diciassette centi-
naia di cavalieri y seicento de^ signori della Scala,
cinquecento cavalieri di que' di Milano, dugento ca-
valieri del signore di Mantova, e venticinque gaz-
firre armate in Po, e quattrocento cavalieri del co-
rnane di Firenze. E venuta la detta cavalleria in Fer-
rara quasi segreta a que' dell* oste, subitamente pre-
Bono consiglio d'assalire Toste; ma quella essendo
molto afforzata di fossi e di palizzi, ciascuna masna-
da rifiatava d' assalire da quella parte, e in ciò ebbe
^ loro grande contesa. Alla fine i capitani^ che
v'erano per gli Fiorentini francamente promisono di
^e la 'mpresa colT avogaro di Trevigi, e Spinetta
marchese, insieme con uno fioretto di centocinquanta
cavalieri delle masnade de' Signori della Scala, in-
tra'quali avea più di quaranta usciti di Firenze gen-
W uomini, i quali tutti di grande e buòno volere
sotto la bandiera del nostro comune si ridnssono,
0 non lasciando, perchè in quella fosse al disopra il
rastrello e T arme del re Ruberto. E uscirono per la
porta che va a Francolino, per assalire T oste dalla
parte ov'era più forte di fossi e di steccati. Tutta Tal-
^ gente della terra a cavallo e a piò uscirono per
le porta del Leone, a uno cenno di campana, e si-
nùle il navilio per Po per assalire il ponte da San
Gioso. L' assalto fu forte e subito, ma niente appro-
dava per le barre e tagliato e fosse eh' erano tra la
terra e T oste, se non che la gente de' Fiorentini con
gli altri detti di sopra assalirono al di dietro del-
T oste e per la forza li spianatori feciono uno stretto
valico al fosso e ruppono alquanto dello steccato;
il quale per lo subito e improvviso assalto da tante
parti con grida e suono di campane e di stromenti
e quasi come isbalorditi qoe* dell' oste, male fu di-
feso sicchò con grande affanno quasi uno anzi T al-
tro salirono in su lo spianato del campo, i quali
schierati in sul detto campo trovarono ivi presso il
conto d' Armignacca, con quasi tutta la cavalleria di
Linguadoca e colle insegne del re Giovanni in quan-
tità di seicento cavalieri, i quali francamente i no-
stri gli assalirono ; e '1 conte e sua gente si dife-
sono e sostennono vigorosamente con ritenuta ba^
taglia più di spazio d' una ora, non sapendo qual
parte a' avesse il migliore ; e in tutta la detta oste
non ebbe altra gente che punto reggesse o combat-
tesse. Alla fine per la nostra buona gente e buoni
capitani, i quali ciascuno fece il di maraviglia in ar-
me, ebbono la vittoria, e que' dell' oste della schiera
del conte furono sconfitti e rotti. E ciò fatto tutta
T altra oste si mise in volta e in fuga ; ma poco valse
il fuggire che per lo fiume del Po, e per le gazzarre
e legni armati che v' erano all' assalto quasi non no
scamparono se non pochi che si misono a nuoto,
che tutti furono o presi o morti o annegati in Po;
e cadde il ponte di San Gioso per lo carico grande
della gente che fuggia, onde molti n* annegarono, e
rimasevi preso il conte d' Armignacca, e T abate di
Granselva, e tutti i baroni di Linguadoca e' signori
di Romagna» e la cavallerìa di Bologna, che non fu-
rono morti alla battaglia. La detta dolorosa sconfitta
fu a di 14 d' aprile 1333, per la qual sconfitta mol-
to abbassò la potenzia e signorìa del legato, e lo
stato del re Giovanni molto n* afifiebolio. I signori di
Ferrara e le masnade della lega tutti furono ricchi
di pregioni e di preda. Ma pochi dì appresso i Mar-
chesi per avere Tamore dd' Bolognesi lasciarono tutti
i popolani di Bologna, e poco appresso la cavalle-
rìa e' signori di Romagna per recarglisi ad amici e
torgli al legato.
CAPITOLO CCXIX.
Di fuochi e altre novità state nella città di Firenne,
Nel detto anno 1 333 s' apprese fuoco in Fi-
renze di 19 d'aprile di notte dalla porta delT alloro
da Santa Maria Maggiore, e arsevi una casa. E poi
a di 17 di luglio s'apprese in Parione e arsene
nn' altra. E in questo anno si cominciò a fondare
la grande porta da San Priano ovvero da Yerzaia, e
fu molto isformata a comparazione delT altre della
citta ; e furonne assai ripresi gli uficiali che la fecio-
no cominciare. E in questo anno, uno mese innanzi
la festa di San Giovanni, si feciono in Firenze ddb
brigato d'artefici, Tuna nella via ghibellina, tutti
vestiti a giallo e furono bene trecento. E nel corso
de' Tintori dal ponte Rubaconte fa T altra brigata
vestiti a bianco, e furono da cinquecento; e durò
3^6
CMsicìià
da ODO mese contipao giaochi e sollazzi per la cit-
tà, andando a due a dae per la terra con trombe e
più stromenti, e colle ghirlande in capo danzando^
col loro re molto onorevolemente coronato e con
drappo ad oro sopra capo» e alla loro corte faccendo
al continuo e cene e de8^larì con grandi e belle
spese. Ma la detta allegrezza poco tempo appres-
so tornò in pianto e dolore, spezialmente in quelle
contrade, per cagione del diluvio che venne in Firen-
ze, e più gravò là che in altra parte della città, come
innanzi faremo menzione -, e parve segno per contra-
rio della futura avversità, sfccome le più volte av-
viene delle false e fallaci feUcifà temporali, che do-
po la soperchia allegrezza segua soperchio amarore.
B ciò è bene da notare per esempio di noi e di chi
appresso di noi verrà.
CAPITOLO CCXX.
. *.
Di certi andamefiti del re Giovanni a Bologna
a richiesta del legato.
Nel detto an«o,"ii di 15 di maggio, dopo la
detta scpnfitta, da Ferrara, il legato dubitando di suo
stato mandò per lo re Giovanni» il quale venne di
Parma a Bologna a parlamentare cpi) lui con poca
compagnia, e tosto si parti pon moneta che ebbe dal
legato. Ma poi a di 8 di giugno ritornò a Bologna
con duemila cavalieri per andare in Romagna, e bre
soccorrer^ il catello di Merca^Uo in Massa Tra-
bara eh* era usediata dagli Aretini. Della quale ve-
nuta i Bolognesi ebbono grande paura e jsospetto,
che 1 re Giovanni non gli volesse signoreggiare e ri-
mettervi i ghibellini. Ma dimorando, lui in Bologna,
gli Aretini riebbono per patti il detto castello per
r indugio del soccorso del re Giovanni. Dissesi pa-
lese, che "1 re Giovanni siceome amico, degli Are-
tini, e a loro preghiera e per animo di parte ghi-
bellina, indugiò il soccorso. Per la qualcosa il, legato
s* indegnò con lui, e. partissi da Bolpgna S4DZf suo
congio' a di 15 di giugno» e tornoss^ a Paripa. E poi
a di 16 di luglio il detto re Giovanni venne alla
città di Lucca, e fecevi fare a* Lucchesi una imposta di
fiorini quindicimila d* oro per pagare sua gente; e
quella ricolta a di 1 3 d* agosto, si parti di Lueca e-
gli e '1 figlinolo, e andonno a Parma.
CAPITOLO CCXXL .
Come furono morti il conte deW Anqui^lara
e Bertoldo degli Orsini da" Colonnesi,
* *
Nel detto aniu), a di 6 di maggio, essendo stata
luogamente brigi^ tra' Coloufiesi, e gli Orsini di Ro-
ma, essendo il conte ^eir Anguillara con Bertoldo
degli Orsini suo cognato^ vegnei^do per cer^) trat-
tato d' accordo per accozzarsi ,cop messe^ l^tefano
della Colonna e con gli aUri^ l^tefanuccio di Scian;a
della Colonna con sua compagnia di gente d' arme
! #ongedO| vott d« lasciare tra le sferre vecchie.
a cavallo mise uno aguato fuori del casteOo di Ca-
saro, e improvviso assalirono i delti Bertoldo Orsini
e il detto conte, i quali di ciò non si gaardafano
ed erano meno gente di loro. Veggendosi assalire
si difesono vigorosamente» ma per lo soperchio fii-
rono rotti, e** detti Bertoldo e il conte morti, il qisle
Bertoldo era il più ridottato uomo di Roou e il pia
valente ; e di lui tvL grande danno e molto ne furo-
no ripresi i Colonnesi ; si per lo tradimento, e an-
cora perchè quante guerre erano state tra gli Or-
sini, e* Colonnesi, insieme, mai in loro persone non
8* en(no^ nò morti nò fediti, e questo fa coadacia-
mento di molto male» e però n** avemo fatta menzione.
CAPITOLO CCXXIL
Come i saracmi presono il forte castello
di Giubeltaro in Ispagna,
Nel detto anno, del mese di giugno» i saradoi
di Marrocco e quegli di Granata, sentendo che "l forte
castello di Giubeltaro in Ispagna^ che anticamente
fu loro, era male fornito di vittuaglia per la care-
stia eh* era al paese, e per certo trattato subitamente
con grande navilio e esercito di genie a cavallo e
a piò vi vennono per mare e per terra» e qnello ia
pochi giorni per tradimento del castellano ebbono a
patti per molti danari gli diedono \ e tutto fosse mal
fornito» si potea tenere tanto che foss^ soccorso.
Come il re di Spagna il seppe» incontanente v'andò
a oste con tutto suo podere» e avrebbelo riavuto
assai tosto, perchè ancora non era ben fornito per
lo subito soccorso del re di Spagna; se non che,
come piacque a Dio» per fortuna di mare il navilio
del re di Spagna» partito di Sivilia col foraggio e for-
nimento deiros'.e» soprastette più giorni, onde To-
ste de* cristiani ebbono grande soffratta di vittua-
glia, e per necessità gli convenne partire; • st i
saracini di Granata 1* avessono sapQto, non ne can-
nava uomo» che non fosse morto o preso. E partiU
la detta oste» tre di appresso vi giuns^ il detto na-
viUo coq fornimento» ma il soccorso fii invano. B
cQsl avviene sovente de* casi della guerra, come dis-
pone Iddio per le peccata.
CAPITOLO ccxxm.
Come il re Adoardo il giovane sconfUse
gli Scotti a Vetvicche,
. , ,Nel.dettp anno, a di 18^ di làglio^ essendo il
re Adoardo il giovane d* Inghilterra con grande.gente
jd'Inghilesi e d* altra gente a oste sopra la città, po-
vero terra diyervicchi^ eh' è a* confini ira 1* Inghil-
terra e \ik Scozia, gli Scotti per soccorrere li\ terra
vi vennono col loro re» eh* aveva nome Davit» fi-
glinolo che fu diel valente Ruber^) di Bms re ii
Scozia, onde a4dietro ò fatta menzione, e con tatto
loro isforzo degli Scotti» i quali sanza indugio s*af-
frontarono a battaglia con gì" Inghilesi. E per la buQ-
Intendi: per molto dnitaro eh» gU àie^oné.
DI GIOVANMl VILLANI.
871
na cavalleria che avea il re d* Inghilterra, e di Pìbd-
dra e di Brabanle e d^Analdo^ onde fu capitano
inesser Amerigo di Bielmonte, mise gli Scotti in
isconfitta ; e rimasonvi tra morti e presi più di ven-
iicinquemila uomini', eh* erano quasi lutti a pie. E
avuta il re d^ Inghilterra la delta vittoria, pochi dì
appresso gli s** arrendo la terra di Venicche libera-
mente. La detta guerra ricominciò in questo modo,
come facemmo menzione al tempo del buono Ado-
ardo il vecchio, avolo di questo giovane Adoardo:
grandi guerre e battaglie furono intra lui e '1 re Ru-
berto di firus, onde poi fu pace ; e morto il re Ru-
berto di Brus rimase suo figliuolo il detto Davit pic-
colo fanciullo ; e lui cresciuto in età, il detto Ado-
ardo il giovane gli diede per moglie la scrocchia, e
coronollo del reame di Scozia Geiccendolo ugnere re,
che mai più ninno in Iscozia fu unto e sagrato, ri-
conoscendo da lui il reame con certo omaggio. Il
detto Davit per sodduzione di Filippo di Valois re
dì Francia si rubellò dal re d* Inghilterra, e colla
moglie passò in Francia ; per la qual cosa si rinno-
vello Tantica guerra tra gl'Inghilesi e gli Scotti ; onde il
re d'Inghilterra cassò il detto Davit del reame di Sco-
zia, e fecelo suo ribello, ed elesse e coronò per re
di Scozia Ruberto di Bagliuolo consorto per nazione
di Ruberto di Brus, e imprese la dotta guerra, onde
^cque la detta sconfitta. E tutto che '1 re d' Inghil-
terra avesse la vittoria nella dotta guerra, morirono
il conte d' Eriforte e due altii suoi cugini e più altri
^andi baroni d* Inghilterra. Avemo steso la detta
ricominciata guerra, perchè ne surse e nacque poi la
grande guerra tra *1 re di Francia e quello d* Inghil-
terra, come innanzi farà ipenzione.
CAPITOLO CCXXIV.
Come il Delfino di Vienna fu morto dalla gente
del conte di Satooia,
Nel detto anno, air uscita del mese di luglio,
essendo il Delfino di Vienna ad assedio della Forie-
ra, castello del conte di Savoia, con millecinquecento
cavalieri .tra di sua gente e d' amici, volendo il detto
Delfino fare dare battaglia ai detto castello, e an-
dando in persona disarmato proweggendo intomo
a qaello, gli venne uno quadrello di balestro grosse
per tale modo, che lui recato al padiglione e afer-
rato, passò di questa vita. E però è follia a'pren-
cipi di mettersi a si fatte cerohe disarmati, che met-
lonQ a pericolo loro e tutta loro oste. Ma por la
morte del . Delfino i suoi baroni e cavalieri non ab-
^bandonarono V assedio, ma come franchi e valenti,
lauto vi stettono eh* ebbono il castelletto per forza,
e quanti dentro vi trovarono tutti gli manganarono
[Inori delle mura ; e poi corsone il paese e terre di
Savoia aanza contrasto ninno. Appresso lui fu fatto
Delfino mosser Uberto suo fratello, il quale era a
Napoli col re Ruberto ano zio, il quale venuto in
ano paese per consiglio di papa Giovanni e del re
'Roberto, per cagione che H re di Francia domandava
' La «disionc d«* Oianli ha; k-mtaoin^umUla.
al papa di volere il reame di Vienna e d' Arli, si si
pacificò col conte di Savoia, perchò il re di Francia
non gli signoreggiasse.
CAPITOLO CCXXV.
Come il re (f Ungheria tenne a Napoli^ e il figliuolo
isposò la figlia del duca di Calavra,
Nel detto anno, Tultimo di di luglio, Carlo Um-
berto re d' Ungheria con Andreasso suo secondo fi-
gliuolo con molta baronia arrivarono alla terra di
Bastia di Puglia, e loro venuti a Manfredonia, da
messer Gianni duca di Durazzo e fratello del re Ru-
berto con molta baronia furono ricevuti a grande
onore, e conviati infino a Napoli ; e là vegnendo, il
re Ruberto gli si fece incontro infino a' prati di No-
la, basciandosi in bocca con grandi accoglienze, e
ordinossi e focosi fare per lo re una chiesa a onore
di Nostra Donna per perpetua memoria di loro con-
giunzione. -E poi giunti in Napoli, si cominciò la
festa grande, e fu molto onorato il re d* Ungheria
dal re Ruberto, il quale era suo nipote, figliuolo
che fu di Carlo Martello primogenito del re Carlo
secondo, il quale per molti si dicea eh' a lui succo-
dea il reame di Cicilia e di Puglia; a per questa
cagione parendone al re Ruberto avere coscienza, e
ancora perch' era morto il duca di Calavra figliuolo
del re Ruberto ; e non era rimase di lui altro che
due figliuole femmine, né il ra Ruberto non aveva
altro figliuolo maschio, innanzi che M reame tornasse
ad altro lignaggio si volle il re Ruberto phe dopo
lui succedesse il reame al figlinolo del detto re d'Un-
gheria suo nipote. E per dispensagione e volontà di
papa Giovanni e de' suoi cardinali si fece sposare al
detto Andreasso, eh' era d' età di sette anni, la fi-
glinola maggiore che fu del duoa di Calavra eh' era
d' età di cinque anni, e Ini fece duca di Calavra a
dì 26 di settembre dal daùo anno con grande fe-
sta, alla quale il comune di Firenze mandò otto am-
basciadori de' maggiori cavalieri e popolani di Fi-
renze, con cinquanta familiari vestiti tutti d'una as-
sisa per fare onore a' detti re, i quali molto gradirò.
E compiuta la detta festa, poco appresso si parli il
re d' Ungheria e tornò in suo paese, e lasciò a Na-
poli il figliuolo colla moglie alla guardia del re Ru-
berto con ricca compagnia.
CAPITOLO CCXXVI.
Come fu fatta pace tra' Pisani e'Sanesi.
Nel detto anno, a di 2 di settembre, essendo
stato longo trattato d' accordo da' Pisani a' Sanasi
della guerra avuta insieme per cagione della città
di Massa, menato per lo comune e vescovo di Fi-
renze, i quali in ciò molto s' adopererò, vi ai die
compimento nella città di Firenze, ov' era grande am-
basceria delPuno comune e dell'altro, in questa
modo : che Massa rimanesse libera rimettendo dentro
ogni parte che n'era fuori, e non v'avessono af-
fare né i Pisani, né i Sanasi, ma ehe il detto ve-
373
CRONICHE
scovo di Pirenee vi mettesse la signorit per tre sodì
a saa volontA, il quale al coDtinno vi mettea signo-
ria di Firenze. Di questa pace furono mallevadori
per r uno comune e per V altro il comune di Firenze,
con pena di diecimila marchi d* argento a pagare per
la parte che la pace rompesse air altra. La quale pa-
. ce poco tempo settenne per gli Sanesi, come in-
' nanzi farà menzione.
CAPITOLO ccxxvn.
Come la città di Forlì e quella (T Arimino e di
Cesena in Romagna si rubeUarono al legato.
Nel detto anno 1333, domenica a di 19 di
settembre, Francesco di Sinibaldo Ordilaffl, il quale
era cacciato di Forlì per Io legato, entrò in Porli
nascosamente in uno carro di fieno ; e come fa nella
città mandò per tutti i suoi amici, caporali della ter-
ra, da* quali molto era amato per gli suoi antichi; e
saputa la sua venuta, furono molto allegri, perchè
parea loro male stare alla signoria de* Caorsini e di
Linguadoca. E incontanente feciono armare tutto il
popolo, e corsono alla piazza gridando : viva Fran-
cesco^ e muoia il legato^ e chi è di Linguadoca^ e
corsono la terra, e rubarono gli nficiali del legi^,
e alquanti ne furono morti, e gli altri che scampa^
rono si fuggirono a Faenza. E poi il mercoledì ap-
presso, a di 22 di settembre, messer Halatesta d*A-
rimino con suoi seguaci entrò in Rimino con dn-
gento cavalieri e pedoni assai per una porta che gli
fu data da que* della terra, e corsono la terra, e ru-
barono è uccisono e presono quanta gente y* era
dentro del legato, eh* erano più di cinquecento tra a
cavallo e a piò, che non ne potè fuggire ninno. E
simile in que* di si rubellò la città di Cesena per gli
cittadini medesimi, salvo il castello eh* era molto
forte; in quello si ridussono le masnade del legato,
ma quello assediato d* entro e di fuori per que* di
Cesena e per gli altri Romagnuoli, affossandolo e stec-
candolo d* intomo, il quale non evendo soccorso dal
legato, s* arrenderò poi ali* entrante di gennaio salve
le persone. E nota, che non fn senza cagione la detta
rubellazione. Intra l* altre maggiori fu, perchè tutti
i signori e caporali di Romagna furono presi alla
aconfltta di Ferrara in servigio della Chiesa e del le-
gato, e convennonsi ricomperare, per loro reden-
Eìonc, e il legato come ingrato signore non gli volle
sovvenire di niente, né solamente prestare loro di
sua moneta.
CAPITOLO ccxxvra.
Come i figliuoli che fiirono di Castruceio tallono
torre Lucca al re Gtoeatnt, e com* egli si partì
d* Italia^ e lasciò Lucca a* Rossi di Parma.
Nel detto anno avendo il re Giovanni di Boe-
mia intendimento di partirsi d* Italia, veggendo che
le sue imprese non gli riuscivano prospere com*e-
gli s'avvisava, essendo in Parma cercò per piii trat-
tati di vendere la civk di Lncca, e co* Fiorentini e
co* Pisani e con altri. Ha alla fine parendogli ver-
gogna di ciò fare, non vi die compimento. Sentea-
do questo i figliuoli che furono di Cutmccio, dn-
bitando di non perdere loro stato, i quali il re Gio-
vanni tenea seco istadichi in Parma per sospetto di
loro, nascosamente si partirono di Parma e^vennooo
in Garfagnana; e con loro segnaci di Lucca e di
fuori ordinarono di torre e di nibellare la città di
Lucca al re Giovanni. E a di 25 di settembre del
detto anno la notte entrarono in Lucca con grande
seguito di gente a cavallo e a pie, e ^corsone la
terra, e furonne signori quello dì e 1* altro seguente,
salvo del castello dell* Agosta, nel quale si ridusso-
no le masnade del re Giovanni eh* erano in Lucca.
Sentendo il re Giovanni la partita de' figliuoli di Ca-
struceio e la detta cospirazione, subitamente si partt
di Parma con parte di sua gente, e in meno di dne
dì fu venuto in Lucca : ciò fu lunedì sera a dì 27
di settembre ; e per lo subito avvenimento di lai,
che appena si potea credere per gli Lucchesi se non
quando il vidono, e giunto in Lucca, la sua gente
corsono la terra; e la notte medesima i figliuoli di
Castmccio con loro seguaci si partirono di Lucca e
andarne in -Garfagnana,' i quali il re Giovanni fece
sbandire come traditori. E alquanti giorni appresso
dimorò in Lucca; ma innanzi che si partisse trasse
da* Lucchesi quanta moneta potè avere, e poi lasciò
a' Rossi di Parma la guardia e la signoria della città
di Lucca, e impegnolla loro per trentacinquemila fio-
rini d* oro, eh* ebbe da loro contanti, e tornati io
Parma, incontanente si partì col figliuolo e con certi
caporali di sna gente a dì 15 d* ottobre del detto
anno, e andossene in Alamagna lasciando Parma e
Lucca alla signorìa de* Rossi, e Reggio alla signoria
di quegli da Fogliano, e Modena alla signoria di
que* di casa i Pii, e da ciascuno ebbe moneta assai
Tale e così onorevole fu la partita di Lombardia s
di Toscana del re Giovanni, che al comindamento
eh* egli venne in Italia ebbe dalla fallace fortuna tanta
prosperità con poca fatica, avendo ferma speranza
d' essere in poco tempo al tutto re e signore d* Ita-
lia coir aiuto della Chiesa e del suo legato, e col
favore del re di Francia, la quale a lutto gli tornò
invano.
CAPITOLO CCXXIX.
D* una grande quistione che mosse papa Giotanm^
che P anime beate non poteano vedere Iddio per-
fettamente infino al dk del giudicio.
Nel detto anno 1333, si pubblicò per papa
Giovanni appo Avignone, con tutto che più di due
anni dinanzi 1* avesse conceputo e trovato, l'opinio-
ne della visione dell'anime quando sono passate di
questa vita, cioè eh' egli sermone in pubblico con-
costoro per più volte dinanzi a' suoi cardinali e pre-
lati di corte, che ninno santo, eziandio Santa Ma*
ria, non può perfettamente vedere la beata speme,
cioè Iddio in trìnitade, la quale è la vera deitade»
ma dicea, che solo possono vedere l'umanità di Cri-
sto Ift quale prese della vergine Morìa ; e la detta
DI GIOVANNI VILLANI.
à73
Tisìone dicea che durerebbe ioftoo al chiamare del-
V angelica tromba, ciò fla quando il figliuolo d^ Iddio
Terrà a giudicare i vivi e* morii, dicendo a* beati:
Venite benedicli palris meiy percepite regnum : e a*
dannali : Ite nuUedicti in ignem aetemum ; d* allora
innanzi per gli beati perfettamente sarà in loro la
visione chiara della vera e infinita deità, e così sarà
Il contrario della pene de' dannati, che siccome per
lo mento del bene fare inftno al detto giorno la
loro beatitudine fia imperfetta e non compiuta : cosi,
dicea, s* intendea del male avere fatto la punizione, e
la pena e ^Isupplicio essere imperfetti. Onde nota,
che non mostrava per la sua opinione che inferno
sia infino al dire della parola, he maledicti etc.
Questa sua opinione provava e argomentava per
molte autorità e detti di santi; la quale quistione
dispiaceva alla maggior parte de* cardinali; nondi-
meno e* comandò loro e a tutti i maestri e prelati
di corte sotto pena di scomunicazione, che ciascuno
Btodiasse sopra la detta quistione della visione de"
santi, e facessene a lui relazione secondo che cia-
scano sentisse o del prò o del contro, tutt' ora pro-
testando, che inaino allora non avea determinato ad
alcuna delle parti, ma ciò, che ne dicea e propo-
nea , era per via di disputazione e d^ esercizio di
trovare il vero. Ma con tutte le sue protestagioni
di certo si dices e vedea per opera, eh* egli senti-
va e credevs alla detta sua opinione ; perocché qua-
lunque maestro o prelato gli recava alcuna autorità
o detto di santi, che in alcuna parte favorasse la
detta sua opinione ', il vedea volentieri, e gli faceva
grazia d'alcuno beneficio. La quale opinione ser-
monandolo a Parigi il ministro generale de' frati
minori, il quale era del paese del papa e sua cria-
tara, fu riprovata per tutti i maestri di divinità di
Parigi, e per gli frati predicatori e romitani e car-
meliti, e per lo re Filippo di Francia il detto mini-
alro fu forte ripreso dicendogli, eh* egli era eretico,
e che a* egli non si riconoscesse del detto errore,
il farebbe morire come paterino, perocché '1 suo rea-
me non sostenea nulla resia ; ed eziandio se 'I papa
medesimo eh' avea mosso la detta falsa opinione, il
volesse sostenere, il riproverebbe per eretico, dicen-
do laicamente come fedele cristiano, che invano si
pregherebbono i santi, o avrebbesi speranza di sa-
lute per gli loro meriti, se Nostra Donna Santa Bla-
ria e Santo Giovanni e Santo Piero e Paolo, e gli
altri santi non potessono vedere la deità infino al
di del giudicio, e avere perfetta beatitudine in vita
etema ; e che per quella opinione ogni indulgenza
e perdonanza data per antico per Santa Chiesa, o che
si desse, era vana ; la qual cosa sarebbe grande er-
rore e guastamento della fede cattolica. E convenne
che innanzi si partisse il detto ministro sermonasse
il contrario, dicendo, che ciò eh' avea detto era in
quistionando, ma la sua credenza era quella che Santa
Chiesa era consueta di credere e predicare. E sopra
ciò il re di Francia e lo re Ruberto ne scrìssono a
papa Giovanni riprendendolo cortesemente, che con
tutto che la detta opinione sostenesse in quistionan-
do per trovare il vero, non si convenia a papa di
muovere le quistioni sospette centra la fede cattoli-
ca, ma chi le movesse dicidere e istirpare. Della qual
cosa molto furono contenti la maggiore parte de^
cardinali, i quali ripugnavano la detta opinione. E
per questa cagione il re di Francia prese grande
audacia sopra papa Giovanni, e non lo richiedea di
quella grazia o cosa ch'egli domandasse, ch'egli osasse
disdire. E fu grande cagione perché papa Giovanni
condiscese al re di Francia in dargli intendimen-
to della BÌgnoria d'Italia e dello imperio di Roma
per gli trattati mossi per lo re Giovanni, come in al-
cuna parte avemo fatta menzione, e faremo per lo
innanzi. La sopraddetta opinione si quistionò in cor-
te, mentre che papa Giovanni vivette, e poi per più
d* uno anno ; alla fine si dichiarò e fu riprovata, co-
me innanzi leggendo ai potrà trovare. Lasceremo della
detta quistione, eh* assai n* avemo detto, e tornerò -
mo a nostra materia de* fatti della nostra città di Fi-
renze, per contare d' una grande avversità e pericolo
di diluvio d' acqua, che venne in quegli tempi in
quella, la quale é bene da farne distesa memoria, che
fu delle maggiori novità e perìcolo che mai ricevesse
la città di Firenze dappoi ch'ella fu rifatta. E però
cominceremo in raccontando quello diluvio l'andeci-
mo libro, perocché ne pare che si convenga, peroc-
ché fu quasi uno rìmutamento di secolo della nostra
città, e faremo nuovo volume per lo innanzi e di
questo Referemus gratiam Christo. Amen.
LIBRO UNDECIMO
CAPITOLO ì.
pcM comincia il libro undecimo, Nel iuo comincia-
mento faremo memoria d'uno grande diluvio d'acqua
che tenne in Fireme e quasi in tutta Toscana.
Negli anni di Crìsto 1333, il di di calen di no-
vembre, essendo la città di Firenze in grande po-
tenzia, e in felice e buono stato, più eh* ella foase
' ti detto tuo oppinioMy dice qui ed in parecchi altri luoghi
il T. D. €Hi antichi usarono talora oppimont in g. nu
stata dagli anni 1300 in qua, piacque a Dio, come
disse per la bocca di Crìato nel ano Evangelio, Ki-
gUate^ che non sapete il dì né l'ora del giudicio
di Dio^ il quale volle mandare sopra la nostra città ;
onde quel di della Tussanti cominciò a piovere di-
versamente in Firenze ed intomo al paese e nell'Al-
pi e montagne, e così seguì al continuo quattro di
e quattro notti, crescendo la piova isformatamente e
oltre al modo usato, che pareano aperte la cateratte
del cielo, e colla detta pioggia oontinnando 9pes.*>i
8T4
CRONlCm
e grandi e aptreiiteToli laoni e baleni, e oaggendo
folgori assai ; onde tnlta gente vivea in grande panra,
sonando al continao per la citU tatte le caropane delle
chiese infino che non alxò V acqua ; e in ciascuna casa
bacini o paiuolf, con grandi strida gridandosi a Dio
misericordia misericordia per le genti eh* erano in
pericolo; fuggendo le genti di casa in casa e di tetto in
tetto, faccendo ponti da casa a casa, ond* era s\ gran-
de il remore e "1 tumulto, eh* appena si potea nnire
il suono del tuono. Per la detta pioggia il fiume
d'Arno crebbe in tanta abbondanza d*acqna, che pri-
ma onde si muoTe scendendo delPAlpi con grande
rovina ed empito, sicché sommerse molto del piano
di Casentino, e poi tutto il piano d'Arcuo, e del
Valdamo di sopra per modo, che tutto il coperse e
scorse d* acqua, e consumò ogni sementa fatta, ab-
battendo e divellendo gli alberi, e mettendosi in-
nanzi e menandone ogni molino e gualchiere ch'erano
in Arno, e ogni edificio e casa appresso alFAmo
che fosse non forte ; onde perirono molte genti. E
poi scendendo nel nostro piano presso a Firense,
accozzandosi il fiume della Sieve coirAmo, la quale
era per simile modo sformata e grandissima, e SYea
allagato tutto il plano di Mugello, non pertanto che
ogni fossato che mettea in Amo parca nno fiume,
per la quale cosa il gioTcdì a nona a dì 4 di novem-
bre r Arno giunse si grosso ella città di Firenie,
eh* egli coperse tutto il piano di San Salvi e di Bi-
samo fuori di suo corso, in altezza in più parti so-
pra i campi ove braccia sei e dove otto e dove pia
di dieci braccia; e fu sì grande Tempito delPacqua,
non potendola lo spazio ove corre ì* Arno per la
città ricevere, o per cagione di difetto di molte pe-
scaie ftitte infira la città per le moline, onde TAmo
per le dette pescaie era alzato oltre 1* antico letto
di pih di braocia sette ; e però sali V altezza delFae-
qua alla porta della Croce a gorgo e a quella del
Renaio per altezza di braccia aei e più ; e ruppe e
teiise in terra l'antiporto della detta porta, e ciascu-
na delle dette porte per forza ruppe e mise iuiterra.
E nel primo sonno di quella notte ruppe il muro
del comune di sopra al òorso de* Tintori incontro
alla fronte del dormentorio de* frati minori per ispa-
zio di braccia centotrenta ; per la, quale rottura ven-
ne TArno più a pieno nella città, e addusse tanta
abbondanza d* acqua, che prima ruppe e guastò il
luogo de' frati minori, e poi tutta la città di qua
dall'Arno ; generalmente le rughe coperse molto, e
allagò, ove più e ove meno; ma più nel sesto di
San Fiero Scheraggio e porta San Piero e porta del
Duomo, per lo modo che chi leggerà per lo tempo
avvenire, potrà comprendere i termini fermi e no-
tabili onde faremo menzione appresso. Nella chiesa e
Duomo di San Giovanni salì V acqua infino al piano
di sopra dell' altare, più alto che mezze le colonne
del profferito dinanzi alla porta. E in Santa Reparata
infino air arcora lielle volte vecchie di sotto al co-
ro, e abbattè in terra la colonna eolia croce del se-
gno di San Zanobi eh* era nella piazza. E al pala-
gio del popolo ove stanno i priori salì il primo
grado della aoala ove a' entra, incontro alla via di
Vacchereeeia, eh* è quasi il più alto luogo di Firen-
ze. B al palagio del comune ove sta la podeitl ii&
nella corte di sotto dove si tiene la ragione braccia
sei. Alla badia di Firenze, infino a pie deli'altire
maggiore, e simile salì a Santa Croce al luogo de'
frati minori infino a pie dell' aitar maggiore ; e io
Orto San Michele e in Mercato nuovo salì bracdi
due ; e in Mercato vecchio braccia due, e per latti
la terra. E salio oltrarno nelle rughe lungo rAmo
in grande altezza, e spezialmente da San Niccolò, e
In borgo Pidiglioso, e in borgo San Frìano, e di
Cai^aldoli, con grande disertamento delle povere e
minute genti eh* abitavano in terreni. In piaua infi-
no alla via traversa, e in via Maggio infine presto i
San Felice. E il detto giovedì nell* ora del vespro li
forza ed empito dqll* acqua del corso d* Amo ruppe
la pescaia d' Ognissanti e gran parte del moro del
comune, eh' è allo 'ncontro e dietro al borgo a Sin
Friano, Tn due parti, per lapazio di braccia pib di
cinquecento. E la torre della guardia, eh* era in ca-
po del detto muro, per due folgori fu quasi tatti
abbattuta. E rotta la detta pescaia d* Ognissanti in-
contanente rovinò e cadde il ponte alla C«arraia, lal-
vo due archi dal lato di qua ^ E incontanente ap-
presso per simile modo cadde il ponte da Santa Tri-
nità, salvo una pila e uno arco verso la detta chie-
sa, e poi il ponte vecchio stipato per la preda del-
PAmo di molto legname, sicché per istrettezza del cor-
so dell* Amo, che v'è, salì e valicò Parcora del peate,
e per le case e botteghe che v' erano suso, e per io-
perchio dell'acqua l'abbattè e rovinò tutto, che noa
vi rimase che due pile di mezzo. E al ponte Roba-
conte 1* Amo valicò farcora dal lato, e roppe le spon-
de in parte, e intamolò^ In più Inogora ; e ruppe e
mise in terra il palagio del castello Altafronte, e gran
parte delle case del comune sopr'Arno dal detto
castello al ponte Vecchio. E cadde in Amo la sta-
tua di Marte, eh* era in sul pilastro • pie del detto
ponte Vecchio di qua. E nota di Marte, che gli anti'
chi diceano e lasciarono in iscritto, ohe quando la
statua di Marte cadesse o fosse mossa, la città di
Firenze avebbe gran pericolo o mutazione. B noa
aanza cagione fu detto, che per isperienza s' è pro-
vato, come in questa cronica farà menzione. E ca-
duto Marte, e quante case avea dal ponte Vecchio
a quello della Carraia, e infino alla gom lungo l'Ar-
no rovinato, e in borgo San Iacopo, eziandio tutte
le vie lung* Amo di qua e di là rovinaro, che a ri-
guardare le dette rovine parca quasi uno caos; e
simile rovinarono molte case mal fondate per la città
in più parti. E se non fosse che la notte vegnente
rovinò del muro del comune dal prato d' Ognissanti
da braccia quattrocencinquanta per la forza delFao-
qua, la quale rottura sfogò Tabbondanza della rac-
colta acqua, onde la città era piena e tuttora cre-
scea, di certo la città era in grande pericolo, e per
montare Tacque in tutte parti della città il doppio
che non fece; ma rotto il dettai muro, tutta l'acqua
ch'era nella città ricorae con grande foga all'Ano,
e fa venuta quasi meno e nella città fuori del corso
' La GitmUna r«ca : talvo due pile del mesMO,
* ptnetròy «ntrè : voe% da lasciare tra le aatioeflie.
I
DI GIOVANNI VILLANI.
875
d* Arno fl renerdl ad ora di nona, lasciando la città
é fotte le ne e case e botteghe terrene e volte sol-
terra, cbe molte n* area a Firenze, piene d* acqua e
di pnziolente mota, che non si sgombrò io sei me-
si; e quasi tolti i poui di Pirense guastò, e si
convennero rifondare per lo calo del letto d^Amo.
B seguendo il detto diluvio appresso la città verso
ponente, tutto il piano di Legnaia» e d' Ognano, e di
Settimo, d'Ormannoro, Campi, Brozzi, Sammoro, Pé-
retola, e Micciole infino a Signa, e del contado di
Prato coperse V Amo diversamente in grande altez-
za, guastando i campi e vigne, menandone masserì-
zie, e le case e mulina e molte genti -e quasi tutte
le bestie; e poi passato Montelupo e Capraia, e per la
giunta di più fiumi che di sottd a Firenze mettono
in Amo, i quali ciascuno venne rabbiosamente ro-
vinando tutti i loro ponti. Per simile modo e mag-
giormente coperse PArno e guastò il Valdarno di
aolto, e Pontormo e Empoli e Santa Croce e Csstel-
firanco, e gran parte delle mura di quelle terre ro-
vinerò, e lotto il piano di Samminialo e di Pucecchio
e Montetopoli e di Marti al Pontadera. E giungendo
a Pisa sarebbe tutta sommersa, se non che TArno
sboccò dal fosso Arnonico e dal borgo alle Capan-
ne nello stagno; il qual stagno poi fece un grande
e profondo canale infioo in mare, che pìrima non
V* era; e d'altro lato di Pisa isgorgò negli Osoli e
mise nel fiume del Serchio; ma coi lutto ciò molto
allagò di Pfsa, e fecevi gran danno, e guastò lutto
il piano di Valdiserchio e intomo a Pisa, ma poi vi
iasctò tanto terreno^ che alzò in più parti due brac-
cia con grande utile del paese. Questo diluvio fece
alla città e contado di Firenze infioito danno. Di per-
sone intorno di trecento, tra maschi e femmine, pic-
cioli e grandi, eh' ni principio, si credea più di tre-
mila, e di bestiame grande quantità, di rovina di
ponti e di case e molina e gualchiere in grande
non^ero, che nel contado non rìmase ponte sopra
nullo fiume o fossato che non 'rovinasse ; di perdita
di mercatanzie, panni lani di lanaiuòli per lo con-
tado, e d'arnesi, e di masserìzie, e del vino, che
ne menò le botti piene, assai ne guastò ; e simile di
grano e biade ch^ erano per le ca|e, sanza Iti per-
dita di quello eh' era seminato, e il guastrmento
e rovina delle terre e de"* cnmpi ; che se li piani
r acqua coperse e guastò, i monti e le piaggia mp-
pe e dilaniò, e menò via tutta la buona terra. Sic-
ché a stimare a valuta di moneta il danno de' Fio-
rentini, io che vidi queste eose per nullo nome-
rò le potrei nò saprei adequare, né porreivi som-
ma di stima ; ma solo il comune di Firenze si peg-
giorò di rovina di ponti è mura di comune e tie,
che più di centocinquanta migliaia di flòrìni d" oro
costarono a rìfare. E qtaeslo perìcolo non fu sola-
mente in Firenze e nel distretto, con tutto che l'Ar-
no per la sua disordinata abbondanza d'acqua in
qoella peggio facesse, ma dovunque ha fiumi o fes-
sali in Toscana e in Romagna, crebbono per modo,
che lutti i loro ponti ne menerò e uscirò di loro
termini, e nussimamente il fiume del Tevero, e co-
persono le loro pianure d'intorno con grandissimo
dammaggio del contado del borgo a San Sepolcro,
e di Castello, di Peragia, di Todi, d' Orbivieto, e di
Roma; e ^ contado di Sfena e d'Arezfco v la Marem-
ma gravò molto. E nota, che ne' dì che fu il detto
diluvio e più di appresso in Firenze ebbe grande
difetto di farìna e di pane per lo guasto delle moli-
na e de' fomi; ma i Pistoiesi, Pratesi, Colle, e Pog-
gibonizzi, e l'altre terre del contado e d'intorno,
soccorsone con grande abbondanza di pane e di fa-
rìna la città di Firenze, che venne a grande biso-
gno. Fecesi questione per gli savi Fiorentini antichi,
che allora viveano in buona memoria, qual era stato
maggior diluvio, o questo, o quello che fu gli anni
Domini 1 269. I più dissono, che V antico non fu
quasi molto meno acqua, ma per 1* alzamento fatto
del letto d'Amo, per la mala provvedenza del co-
mune di lasciare alzare le pescaie a coloro ch'avea-
no le molina in Amo, ch'era montato più di sette
braccia dall' antico oorao, la città fu più allagala e
con [maggior dammaggio che per l' antico diluvio ;
ma a cui Iddio vuole male gli toglie il senno. Per lo
quale difetto avvenuto delle pescaie, incontanente fu
fatto dicroto por lo comune dì Firenze, che infra'
ponti nulla pescaia né molino fosse, nò di sopra a
Rnbaconte per ispazio di duemila braccia , nò di
sotto a quello della Carraia per ispazio di quattro-
mila braccia, sotto gravi pene; e dato ordine, e
chiamati uficiali a fare rìfare i ponti e le mura ca-
dute. Ha tornando al proposito alla quistione di so-
pra, crediamo che questo diluvio fosse troppo mag-
^om che V antico, che solamente non fu tanto il
cresci mento per piova, come fu per terremuoto. Di
certo che 1' acqua chiara surgea d'abisso con gran-
di zampilli sopra più terreni ; e questo vedemmo in
più parti, e eziandio in sulle montagne; e però più
a pieno avemo messo in nota in questa cronica di
questo disordinato diluvio a perpetna memorìa, pe^-
ch' é stata grande novità da notare, che dappoiché
la città di Firenze fu distmtta per Totile flagellum
Deiy non ebbe sì grande avversità e dammaggio co-
me fu questo.
CAPITOLO II.
D' una grande questione fatta in Firenze^ se '/ detto
dilwno venne per giudicio di Dio o per corso
naturale»
In Firenze ebbe del detto diluvio grande am-
mirazione e tremore per tutte genti, dubitando non
fosse giudicio di Dio per le nostre peccala, che poi-
ché basso il diluvio più dì appresso non flnava di
piovere con conliriui< tuoni e baleni molta spaven-
tevoli ; per la qnial cosa le più delle genti di Firenze
rìcòrtono alla ^nitenkia e comuntcasione, e fu bene
fatto per appaciartf V ira di Dio. E di ciò fa fatta
quistione a' sàvi religiosi e maestri in teologia, e
simile a' filosofi in natura e ad astrolaghi, se 'I detto
dihivìo foése venuto per corso di natura o per giu-
dido di Dio. Per gli astrolaghi naturali fa risposto,
ponendo inoaozi la volontà di Dio, che gran parte
della cagione fu per lo corso celeste e forti congiun-
zioni Ai pfanete, assegri^ndone più rsgionf, le quali
07(5
cnoNicne
in parte racconteremo in brfeve e al g^rosso, per me-
glio fare intendere, in questo modo, cioè: ohe ■ di
14 del maggio passato fn eclissi, o vnogli oscura-
zione di grande parte del sole nel segno della fine
del Tauro casa di Venus con caput DraconiSy per
la quale scurazione infine allora per savi religiosi e
per mostramento d* astrolaghi fu sermonato in per-
gamo in Firenze, il quale noi udimmo, che ciò si-
gnificava grande secco nella presente state vegnente,
e poi nell* opposizione di quello eclissi grande so-
perchio d* acque, e tremuoti e grandi perìcoli e mor-
talitade di genti e di bestie ; ammonendo le genti a
penitenzia. E poi appresso air entrante di luglio fa
congiunzione a grado di Saturno con Marte alla fine
del segno della Vergine, casa di Mercurìo ; il quale
significa soperchio d* acque e sommersione per gli
due detti pianeti infortuni '. Ma quello che dissono
che gravò più, seguendo Tuna congiunzione P altra,
si fa, che il di del diluvio il sole si trovò nell* oppo-
sizione del suo eclissi a gradi diciannove dello Scor-
pione in congiunzione con cauda Draconis e colla
stella che si chiama cuore dello Scorpione, che sem-
pre SODO infortune e fanno grandi perìcoli in mare
e in terra ; e Venus pianeta acquosa, si trovò nella
fine del detto Scorpione, e per aggiunta il sole in
tal congiunzione si trovò assediato intra le due in-
fortunate, cioè. Saturno e Marte, congiunte insieme
per sestile aspetto ; Saturno nella Libra in sua esal-
tazione congiunta con lui la Luna, la qual* è porta-
trice del tempo futuro; e a lui venne con segni e
ascendenti acquatici stata nella sua congiunzione di-
nanzi, cioè nella Libra medesima con Saturno e con
Venus e Mercurio pianeti acquatici; e T ascendente
della sua congiunzione fu Tauro sua esaltazione e
xasa di Venus ov* era stato V ecliasi del sole, e nella
sua opposizione di quello lunare dinanzi al diluvio
fu il suo ascendente il Cancro sua casa, che signi-
fica abbondanza d' acqua ; e i detti pianeti acquatici,
Venus e Mercurìo, erano in Isoorpione, segno acqua-
tico e casa di Marte, con cauda Draconis. E nel
cominciamento e grande parte di quello lunare di-
nanzi al diluvio furono grandi piogge in Firenze e
in molte parti, e questo fu segno del futuro diluvio.
E dair altra parte la pianeta di Marte alia venuta
del diluvio si trovò nel segno del Sagittario in sua
proprietà caldo e secco, e che volentieri saetta, in-
vilappato nel detto segno con Mercurio pianeta con-
vertivole^ e reo co' rei, freddo e umido e acquatico,
e contra la complessione di Marte e del detto se-
gno ; il quale Marte combattendosi co^ raggi di Sa-
lumi, mandarono in terra le loro influenze, cioè,
soperchi di tuoni e di piove, e baleni con folgori,
e sommersioni e tremuoti. E per aggiunta al fitto,
la pianeta di Giove, la quaP è fortunata, dolce e buona,
in quell'ora si trovò nel segno dell* Acquario casa di
Saturno e con Satomo congiunta in trino aspetto,
e con Marte in sestile aspetto, sicché la sua virtù
fu vinta dagli delti due infortuni, e con neente di
' infortanati, che reclino iofortunio, mAlaugarati.
' che converte, mata ioflosBi secondo gli altri pianeti
con cui bI viene costellando.
podere ; ma convenne eh' aggiugnesse ella infortoas
de' rei per lo segno d'Acquario ov>re. E nota, let-
tore, e raccogli, se neente intenderai della detta
scienza, tu troverai al punto e giorno che venne il
diluvio congiunte quasi tutte e sette le pianete del
cielo insieme corporalmente, o per diversi aspetti e
in case e termini di segni, da commuovere V aria e'
cieli e gli elementi a darne le sopraddette infiuenie*
Domandati ancora i detti astrolaghi, perchè il detto
diluvio avvenne più a Firenze che a Pisa, eh' era ia
sull' Arno medesimo, e laggiù dovea essere e In più
grosso, 0 ad altre terre di Toscana, fu risposto, ohe
prima ci fu la cagione della mala prowedenza de'
Fiorantini, come detto è, per l' altezze delle pescaie;
r altra secondo istorlomia, Suturno, il quale dà in-
fortuna, e sommersione, e mine, e diluvio nella sua
opposizione, era nel segno della Libra, in ana esal-
tazione ; la quale Libra s' attribuisce dia città di Piss,
e all' opposito del segno dell' Ariete, il quale Ariete
pare s'attribuisca alla città di Firenze, e T ascendente
dell' entrare del sole nell' Ariete nello detto anno
fu signore ; la Libra e 1' Ariete si trovò nella . . .
di ponente col sole in cadimento; il quale (di eoi
l'Ariete è esaltazione) si trovò congiunto e asse-
diato al tempo del diluvio in mala parte e infortuni,
come detto è. E Marte, il quale è signore del segno
dell' Ariete, si trovò congiunto con Saturno e vinto
da lui per lo modo che di sopra è fatta menzione.
E queste contrarietà e oonginnzioni paiono cagioat
del soperchio diluvio e dammaggio alla città di Fi-
renze più che a Pisa. E basti quello che in questo
avemo raccolto di più lunghe disposizioni degli utro-
laghi sopra questa questione. Sopra la detta que-
stione i savi religiosi e maestri di teologia rispno-
sono santamente e ragionevolmente, dicendo, che le
ragioni dette dagli astrolaghi poteano in parte es-
sere vere, ma non di necessità, se non in qijanto
piacesse a Dio ; peroochè Iddio è sopra ogni corso
celeste, e egli il fa muovere e regge e goveraa; e
il corao di natura è appo Dio, quasi conie al fabbro
è il martello, che con esso può foggiare diverse spe-
zie di cose, come aveva immaginato nella sua mente.
Per simile modo e maggiormente il corao di nators
e degli elementi, e eziandio le demonia, per lo co-
mandamento di Dio sono flagella e martella a' popoli
per punire le peccata ; e alla nostra fragile natort
non è possibile d'antivedere T abisso e eterao con-
siglio del predestino e prescienza dell* Altissimo, b*
eziandio male si conoscono per noi l' opere sue fatte
e a noi visibUi. E acciocché di questa questione utile
si tragga per gH lettori, diciamo che Iddio ba si-
gnoria di mandare e permettere i suoi giudicii si
mondo, e secondo corao di natura, e quando a Im
piace sopra natura, e ancora contra natura, siccome
onnipotente signore dell'universo; e fallo a due fiUf
0 per graziosa misericordia, o per seguizione di
giustizia. Ed acciocché per chi leggerà sia più chi^
e aperto ad intendere, di molte e lunghe ragioni e
sottili allegagioni de' detti savi, ritrarremo al gfOMO,
e ricoglieremo dicendo alquanti veri e chiarì esempli
e miracoli delle Sacra Scrittura sopra la detta o<-
teria ; e cominceremo dal principio del Genesi, ove
DI GIOVANNI VILLANI.
I7T
dice: In prineipio creò Iddio il cigh e la terra;
étdisiiy et facta ntnt eie. Questo fu gracit e sopra
natura a fare per la sua infinita potenzia il corso del
delp e di natura per una sola parola, che prima era
niente; e chi ha podere di faro la cosa, pur mate-
rialmente parlando, la può mutare e disfare; mag-
giormente Iddio fnò tutto fare, e alterare, mutare,
e disfare. Appresso fn quello medesimo Genesi, ca-
pitolo ottavo, disse Iddio a Noè: fa^ Parca, ch'aio
voglio mandare il dilutio deWacque sopra terra,
perchè muoiano tutte creature per le peccata delle
genti ecc. E questo fu per la sua giustizia. Appresso
si legge nel yentesimo terzo capitolo del detto Ge-
nesi degli angeli che vennero ad Abraam e a Lot,
i qnali per lo peccato contra natura distrnssono le
cinque città di Sodoma e Gomorra e V altre, e que-
sto fu eseguizione di giustizia, e sopra corso di na-
tara. E se pur dieci uomini giusti e sansa il detto
peccato si fossono trovati, disse Iddio ad Abraam,
eh* avrebbe perdonato agli altrì \ tanta è la sua cle-
Bienza e misericordia infinita. E nel ventesimo ca-
pitolo del Genesi Iddio annunziò ad Abraam, eh' a-
Tea cento anni, e a Sara sua moglie, eh* avea anni
QOTanta ed era stenle, eh" ella conceperebbe Isaao
padre d* larael, e cosi fu ; e ancora questo fu sopra
natura, e per grazia di Dio, acciocché di quello na-
scesse il suo popolo e il suo unigenito figliuolo Gesù
Cristo. B che leggiamo ancora nel libro dell* Esodo
cominciando al decimo capitolo, delle pestilen^ie che
Iddio mandò sopra Faraone e il suo popolo d'E-
gitto per gli prieghi di Moisè e d'Aronne, e per la
cradeltà che faceano al popolo di Dio? e alla fine
per grazia al popolo d* Israel aperse il mare, ove
passarono salvi, e Faraone colla cavalleria e popo-
lo suo in quello mare lo sommerse. E la detta gra-
tin del popolo d'Israel, e le dette pestilenzie sopra
Faraone, furo per operazioni e giudicio divino e so-
pra natura, e non per corso di stelle. Ancora al det-
to suo popolo per grazia e sopra natura, e contra
natura. Iddio gli nutricò quaranta anni nel deserto
di manna, e colla guida della colonna della nuvola
e del fuoco. E parte di quello popolo per lo peccato
della infedelità gli consumò per ferro; e parte per lo
peccato della golosità gli perseguitò colle trafitte de*
serpenti ; e parte di loro per superbia e ribellazione
gì* inghiotti la terra; ciò fu Abiron e Datan e loro
segnaci; e parte di loro per lo peccato di usare
il fare io sacrificio indegnamente, per fuoco gli punì
e distrusse; e tutte queste pestilenzie furo sopra
natora e per giudicio di Dio per le peccata del po-
polo. La grande città di Ninive era giudicata da Dio
a pericolare per gli loro peccati, e per gli sermoni
di Giona profeta mandato da Dio si corressono e
tornare a penitenzia, e ebbene grazia e misericordia
da Dio, onde si rasnifesta chiaramente, che Iddio
rimuove per gli prieghi, e penitenzia i suoi giudicii
e però maggiormente può e dee seguire il corso di
natura il volere di Dio, e adoperare sopra natura
come a lui piace, perocché la fece, com* é detto di-
nanzi. Che diremo della grazia e miracolo che Iddio
fece sopra natura e centra *1 corso di natura per
gli prieghi di Giosuè suo servo, e capitano e re del
suo popolo, di fiire tornare il sole braccia dieci
addietro del suo corso ? e* libri de' Re intra gli altri
miracoli, per lo peccato della vanagloria che com-
mise David a fare numerare il suo popolo, molto del
popolo di Dio per pestilenzie morire contra corso
di loro natura. E quante diverse persecuzioni di bat-
taglie si leggono in quelli libri de* Re, e negli altri
libri, che Iddio permise quando in prò e quando in-
contro al suo popolo per gli loro peccati o meriti?
Che Nabucodònosor distrusse la prima volta la città
di Gerusalem, e tulli i Giudei menò in servaggio,
quelli che scampare di morte ; e poi Nabucodòno-
sor per gli suoi peccati d* uomo fu bestia per sette
anni, e poi per simile modo distrusse la seconda
volta Gerusalem Antioco re ; e tutto fu per gli pec-
cati dei figliuoli d* Israel e per le loro abominazioni.
E quando si riconobbono a Dio, con piccolo pode-
re e cominciamento. Giuda Maccabeo il padre e* fra-
telli feciono la vendetta, e distrussono il regno d'An-
tioco, e tutti i detti giudicii di Dio furono per gli
peccati, e sopra a ogni corso dì natura. E parò
disse Iddio al suo popolo : io sono lo Iddio Sabaoth
cioè a dire in latino, lo Iddio dell'oste e delle
battaglie; e do tinto e perduto a cui mi piace, ac-
cendo i meriti e peccati, e la rittoria delle batta-
glie è nella mia destra. E tutto questo è per la
divina potenzia e sopra '1 corso d' ogni natura. As-
sai è detto sopra i miracoli che sono 'sopra natura
e contro natura che Iddio fece nel vecchio Testa-
mento. Del nuovo alquanto diremo. Può essere, o
fu mai, 0 sarà maggiore grazia, che la divina po-
tenzia degnò d' incarnare nella graziosa vergine Ma-
ria, ed essere Iddio e uomo nato di vergine, e sof-
ferìre passione e morte ? e nella passione scurò tutto
il sole nel mezzodì, ed era la luna in suo opposito,
che secondo corso di natura non petea scurare ; ma
fu sopra natura, perché il fattore della natura sof-
feria pena. E cosi grande e sì fatto misterio fu so-
pra ogni potenzia naturale, e ciò piacque ali* Al-
tissimo per osservare giustizia per lo peccato del
primo uomo, e per fare grazia e misericordia per
ricomperare l'umana generazione; e nullo verbo é
impossibile a Dio. I miracoli che fece Gesù Cristo
vangelizzando in terra, e poi i suo* apostoli e gli al-
tri Santi e martiri e vergini per lo suo nome, sono
ancora tutto di ; i quali sono sopra ogfni natura e
corso celeste ; sopra le quali dette vere ragioni e ar-
gomenti principalmente la soluzione della nostra que-
stione è molto chiara. Che diremo della rovina della
città di Gerusalem la terza volta, e per la persecu-
zione e sciarramento de' Giudei fatto per Tito e per
Vespasiano imperadorì di Roma, per la vendetta del
peccato commesso della giusta e non giusta morte
di Cristo figUuolo di Die? Certo questo fu chiaro
ed evidente giudicio di Dio, e non per corso di na-
tura, che mai poi non ebbero i Giudei stato né ri-
cetto di loro signoris, e sono passati più di mille-
trecento anni che è durato dì loro esìlio. Dell* altre
molte persecuzioni, rovine, pestilenzie, diluvi, e bat-
taglie, e naufragi, av>'enute al tempo de* Romani e
de* pagani per giudicio di Dio e punimento de* pec-
cati oltre al corso di natura, prima e poi che venne
5T8
CRONICHE
Cristo, a raccontarle sarebbero iaflnite e confiisione
del nostro trattato; e sinule poi al tempo de^ cri-
stiani per la venata de' Goti, e Vandali, e Saracini, e
de* Longobardi, degli Ungari, de' Teutonici, Spagnuoli,
e Catalani, e Franceschi, e Guaschi, che sono ve-
nuti in Italia, e tutto d) vengono ; delle quali pesti-
lenxie assai chiaramente da' buoni intenditori si pos-
sono comprendere per questa cronica, e per altri
libri che di ciò fanno menzione, le quali tutte sono
state e sono per Io giudicio di' Dio per punire gli
peccati. B però tornando al proposito della nostra
questione e a sentenzia, e raccogliendo i sopraddetti
esempli veri e chiari, tutte le peslilenzie e battaglie,
mine e diluvi, arsioni e persecuzioni, naufragi e e-
sili , avvengono al mondo per permissione della di-
vina giustizia per punire i peccati, e quando per
corso di natura, e quando sopra natura, come pia-
ce e dispone la divina potenzia. E nota ancora, let-
tore, che la notte che cominciò il detto diluvio, uno
santo eremita, eh' era nel suo solitario romitorio di
sopra alla badia di Vallombrosa, stando in orazione
senti, e visibilemente udì un fracasso di demonia di
sembianza di schiere di cavalieri armati, che caval-
cassero a furore. E ciò sentendo il detto romito,
fecesi il segno della croce, e si fece al suo spor-
tello, e vide la moltitudine de' detti cavalieri ter-
rìbili e neri; e scongiurando alcuno dalla parte di
Dio che gli dicesse che ciò significava, egli disse:
Noi andiamo a sommergere la città di Firenze per
gli loro peccati^ se Iddio il concederà, E questo io
autore per saperne il vero ebbi dalPabate di Vallom-
brosa, uomo religioso e degno di fede, che disami-
nando l'ebbe dal detto ano romito. E però non cre-
deano i Fiorentini che la presente pestilenzia ond* è
fatta questione, sia loro avvenuta altro che per giu-
dicio di Dio, bene che in parte il corso del sole
s'accordasse a ciò per punire i noilri peccati, i quali
sono soperchi e dispiacevoli a Dio, sì di superbia
l'uno vicino coir altro in volere signoreggiare e
tiranneggiare e rapire ; e per la infinita avarizia e mali
guadagni di comune, di fare frodolenti mercatanzie
e usure, recati da tutte parti dalla ardente invidia
Tuno fratello e vicino colPaltro; sì della vanagloria
delle donne e di disordinate spese e ornamenti ; sì
della golosità nostra di mangiare' e bere disordina-
to, chò più vino si logorerà oggi in uno popolo di
Firenze a taverne, che non soleano logorare li no-
stri antichi in tutta la ci!ti ; sì per le disordinate
lussurie degli uomini e delle donne ; e sì per lo pes-
simo peccato della ingratitudine di non conoscere da
Dio i nostri grandi beneftcii e il nostro potente sta-
to, soperchiando i vicini d' intorno. Ma è grande ma-
raviglia come Dio ci sostiene (e forse parrà a molti
ch'io dica troppo, e a me peccatore non sia lecito
di .dire), ma se non ci volemo ingannare noi Fio-
rentini) tutto è il vero; di quante battiture e disci-
pline ci ha date Iddio al nostro presente tempo, pur
dagli anni 1 300 in qua, santa le passate, che scrit-
te sono in questa cronica ; prima la nostra divisione
di parte nera e bianca ; poi la venuta di messer Cario
di Francia, e *1 cacciamento che fece di parte bianca
e le sequele e rovina che furono per quella; poi il
giudicio e pericolo del grande fàoco òhe fa nel iS04,
e poi di piik altri appresso stati nella città di Firen-
ze per gli tempi con grande dammaggio di nolti
cittadini; appresso della venuta d'Arrigo di Luzim-'
borgo imperadore nel 1312, e il suo assedio a Fi-
renze e gnastamento del nostro contado, e eonse-
guentc la mortalità e corruzione che poi fu in dt-
tade e in contado ; appresso la sconfitta da Monte-
catini nel 1 3 1 5 ; appresso la persecuzione e gnerrm
castniccina, e la sconfitta l'Allopascio nel 1325
e la sequela della sua rovina, e la sformata spesa
fatta per lo comune di Firenze per le dette gaerre
fornire; appresso il caro e la fame l'anno 1329, e
la venuta del Bavaro che si dicea imperadore ; ap-
presso la venuta del re Giovanni di Boemia, e poi
il presente diluvio; ond' è nata la questione, che
raccogliendo tutte F altre dette awersitadi in nna,
non furono m<»ggiori di questa. E però istimate, Fio-
rentini, che queste tante minacce di Dio e battitore,
non sono senza cagione di soperchi peccati, e paio-
no alle awersitadi i detti gindicii, pih che di nostri
antichi. Ed io autore sono di questa sentenzia so-
pra ques'o diluvio, che per gli oltraggiosi nostri pec-
cati Iddio mandò questo giudicio mediante il eorto
del cielo, e appresso la sua misericordia, perocché
poco durò la rovina per non lasciarne al lutto pe-
rire per gli prieghi delle Sante persone e religioae
abitanti nella nostra città e d'intorno e per le grandi
limosine che si fanno in Firenze. E però, carissini
fratelli, e cittadini, che al presente sono e ohe sa-
ranno chi leggerà e intenderà, dee avere assai gran
materia di correggersi e lasciare i vili e^ peccati per
lo tremore e minacce della ginstizia di Dio, per lo
presente e perle tempo a venire; e acciocché l'ira
d' Iddio più non si spanda sopra noi, e che pazien-
temente e con forte animo sostegnamo l' avver-
sità riconoscendo Iddio onipotente, e ciò faccende,
e con virtù bene adoperando meritiamo misericordia
e grazia da lui, la quale fia duplicata, ed esaHazìone
e magnificenza della nostra città. Di questo dOnvio
e subito avvenimento alla nosta città di Firenae cor-
se la fama e novella tra tutti i cristiani, e ancora più
grave e pericolosa che non fa, con tutto fosse quasi
inestimabile. E vegnendo al cospetto della maestà del
re Ruberto, amico, e per fede e devosione di noi si-
gnore nostro, si dolse di noi di tutto suo cuore, e
come il padre fa al figliuolo, per suo sermone per
lui dittato ci mandò ammonendo o confortando, e il
suo podere profferendo per la forma e modo che
conterà il detto suo Sermone, ovvero pistola; la
quale in questa nostra opera ci pare degna di met-
tere in nota verbo a verbo a perpetua memoria, ac-
ciocché i nostri successori cittadini che verranno e
leggeranno quella, sia manifesta la sua clemenza e
sincero amore che 1 detto re portava al nostro co-
mune, e di ciò possano trarre utilità di bnoni e santi
esempli e ammonizioni e conforto, perocché tutta è
piena d^autoritadi della divina Scrittura, siccome que-
gli eh* era sommo filosofo e maestro, pih che re che
portasse corona già fa mille e più anni ; e con tatto
che in latino, come la mandò, foise più nobile e
di più alti verbi e intendimenti per li belli latini di
DI GIOVANNI VILLANI.
STO
quella, ci parve di farla volgarizzare, acciocché se-
gnisse la Doatra materia volgare e fosse utile a^ laici
come agli alletterati.
CAPITOLO IIL
Questa è la lettera e sermone che il re Ruberto mandò
a* Fiorentini per cagione del detto diluvio.
*^ Alli nobili e savi uomini priori delParti, e gon-
^ falonierì di giustizia, consiglio e comune della città
^ di Firenze, amici diletti e devoti suoi, Ruberto per
*^ la grazia di Dio di Gerusalem e di Cicilia re, sa-
^ Iute e amore sincero. — Intendemmo con amaritudi-
^ ne di tutto il cnore, e con piena compassione d*a-
^ nimo, lo piangevole caso e avvenimento di molta
^tristizia, cioè il dissavveduto, e subito accidente,
^ e molto dannoso cadimento, il quale per soprab-
^bondanza di piene d'acque, per divino consenti-
** mento in parte aperte le cateratte del cielo, venne
^ nella vostra cittade; i quali casi né a noi convie-
" ne altrimenti isporli, nò da voi altrimenti impu-
^ tarli, se non come la Scrittura divina dice, aotali
^cose a caso avvenire. Non si conviene a noi, il
* quale per la reale condizione la veritade ha a con-
* servare, d* essere amico lusinghiere, né di ripren-
* dere la giustizia di Dio, dicendo che voi siate in-
*^nocenti. La dottrina dell'Apostolo dice: 5^ noi
* diremo che noi non abbiamo peccato^ noi ingan-
**" niamo noi medesimi^ e non fia in noi teritade.
^ Adnnqne i nostri peccati richieggiono che non so-
^ lamento noi incorriamo in questi pericoli, ma e-
^ziandio in maggiori. Noi dovemo appropriare il
^singolare diluvio a** particolari peccati, siccome lo
^ universale diluvio fu mandato da Dio per gli uni-
^ versali peccati, per i quali ogni carne avea abbre-
^ vieta la via sua deirumana generazione. Noi cono-
*^ sciamo r ordine di queste pestilenze perla scrittura
^ del Vangelio, perocché poi la verità di Dio anti-
* ause le sconfitte date da" nimici, soggiunse li diinvi
^ e le tempeste, per le quali parla San Gregorio di-
^ cendo così sopra il Vangelio, dov* é scritto : 5a-
* ransu) segni nel sole e nella luna. Noi sortene-
'^ suo, dice San Gregorio, pestilenzie santa cessa-
^ neritOy avvegnaché prima che Italia fosse conceduta
^ ad esser fedita dal coltello de"* pagani^ io vidi in
^ cielo schiere di fuoco^ e vidi colui medesimo splen-
^ diente di splendori al modo del balenare^ il quelle
^poi isparse il sangue umano. La confusione del
^ mare e delle tempeste non è solamente nuova le-
^ vatOj nta con ciò sia cosa che molti pericoli già
*^ asMuniiati e compiuti sieno^ non è dubbio^ che
*^ non seguitino eziandio pochi , t quali restano a
^ colale imputazione^ di passare a nostra correzio-
^ ne, non a stravolgimento di disperazione. E noi
^ crediamo intra queste cose non solamente la giu-
^ atizia di Dio essere nutrice di costoro, ma credia-
^ mo la bontà divina essere siccome madre pietosa-
^ mente correggente e in meglio commutante, di-
*^ eeate Santo Agostino nel sermone delPabbassamento
^ della città di Roma : Iddio anzi il giudicio opera
* disciplina molte volte non eleggendo colui cui egli
^ batta^ non volendo trovare, cui egli condanni. ^
^ egli medesimo dice sopra quello verso del salmo :
** Siccome viene meno il fumo^ vengano meno egli-
^ no y tutto ciò che di tribulazioni noi patiamo in
^ questa vita^ è battitura di Dio^ il quale ne vuole
* correggere^ acciocché nella fine non ne condanni,
^Imperciò Santo Agostino medesimo nel predetto
^ sermone delle tribolazioni e pressure del qnondo
^ dice : Quante volte alcuna cosa di tribulazioni di
^pressure noi sofferiamo., le tribulazioni sono in-
^ siememente nostre correzioni. Ma in queste cose
^ con molto studio é da guardarci, che noi alcuna
^ cosa notabilmente non meritiamo de^ nostri meriti,
*^ e che noi non ci maravigliamo, quasi s' elle non
*^ fossono cagioni di queste tribulazioni quelle cose
^ che noi dicemmo ; perocché Agostino medesimo
^ dice nel sermone dell* abbassamento di Roma : Ma-
^ ravigliansi gli uomini; or si maravigliassono e-
^ glino solamente e non bestemmiassero. Ancora è
' da schifare per queste cose il mormorare contro
* Dio, siccome la nostra ioiquitade biasimasse la di-
' vina dirittura, % siccome se le nostre innumerabili
^ e grandissime colpe riprendessono la somma giu-
** stizia ; siccome n'ammonisce Agostino nel predetto
^ sermone delle tribulazioni del mondo, dicendo : 0
^ fratelli^ non é da mormorare^ siccome alcuni di
^coloro mormorano: e l'Apostolo dice: E furono
* vasi di serpenti. Or che cosa disusata sostiene ora
** V umana generazione, la quel non patissono i no-
'stri padri? Ancora e* é un'altra cosa: poco sarebbe
^ riconoscere i peccati, se quello non si propone a
** schifare per innanzi quelli. In quello caso non è
* da dubitare, che colui che pregherà per perdonan-
* za, quella con orazioni impetri, e così acquisti la
^ divina grazia, e schiferà la rigidezza del giudizio,
^siccome per lo savio Salamone si dice: Figliuolo^
■ tu peccasti, or non vi arrogere più ; ma priega
^ de* passati peccati, eh* elli ti sieno dimessi. Noi
^ leggiamo d'altre cittadi, le quali per i loro gravi
^ peccali con ampia vendetta doveano essere disfatte,
* essere riserbate, e rivocata la sentenzia per peni-
^ tenzia e per orazioni. Al tempo d'Arcadio impera-
^ dorè volendo Iddio fare paura alla città di Costan-
'^ tinopoli, e spaurendola per ammendarla, revelò a
^ uno fedele uomo che quella città dovea perire per
^ fuoco da cielo. Costui lo manifestò al vescovo e '1
^ vescovo il predicò al popolo. La città si convertì
^ in pianto di penitenzia , siccome già fece V antica
^ Ninive. Venne il di che Iddio avea minacciato, ed
^ ecco di verso levante una nuvola con puzzo di zolfo
^ e stette sopra la cittade, acciocché gli nomini non
^ pensassono, che colui eh' avea così detto, fosse per
^ falsitade ingannato ; e fuggendo gli uomini alla
^ Chiesa, la nuvola cominciò a scemare, e a poco a
^ poco si disfece, e il popolo fu fatto sicuro. Siccome
^ Agostino nel detto sermone introduce : Secondo
^ questo Iddio per bocca di profeta avea avanti detto,
^ che la smisurata città di Ninive si dovea disfare ;
"e troviamo, che essa fu diliberata per asprezza
^ di penitenzia, e per grido d'orazione, né dalla
^penitenzia e da adorare non siano'* dilungi le li-
" mosine loro salutevoli compagne, secondo il con-
S80
CRONICHE
* iiglio di Daniello dato a Nabucodonoior re, che
•* con elemosine ricomperasse le sue peccata^ e rat^
** temperasse la sentenzia di Dio contro a lui pro^
* nuMiata. Gaardiaroo insieme dooque lo spavente-
^ Tole gindicio, e pensiamo di cercare il rimedio, ma
^ schifiamo il rimanente che è da temere ; per le quali
* coso non le nostre parole, ma quelle del Salvatore,
* proferiamo in mezzo -, e egli disse : Or pensate rot ,
* che quelli diciotto^ sopra i quafi cadde la torre
** in Siloe e ucciseliy f assono colpevoli sania tutti
" gli altri abitanti in Gerusalemme ? Noy io dico a
** roi ; ma se coi non farete peniteniia, somigliane
"temente perirete. Dove Tito dice: Una torre è
* agguagliata alla cittade^ acciocché la parte spa»
^ tenti il tutto; quasi dica tutta la cittade poco
"/loi /la occupata y se gli abitanti persetereranno
* nella infedelitade. La qaol cosa mostra Beda, di-
^cendo: Peroceh" ellino non fecero penitenzia^ nel
" quarantesimo anno della passione di Cristo^ i Ro-
^mnitt, cominciando da Galilea ond'era cominciata
* la predicanone del Signore, Vempia gente infino
^ alle radici distrussero. Ma accbcchò per quelle
* parole eh' avemo dette di sopra, non siamo giudi-
^ cato grave amico, e acciocché noi non ingannia-
** mo i meriti delle vostre virtudi, le quali ci confl-
^ diamo, essere accette nella benignitade di Dio, at-
^ tendendo alla divina Scrittura, la quale non pur ri-
^ prende li presontnosi per ammaestrargli, ma ad-
** dolcisce gli afflitti, acciocché per rimedio di con-
** solazione gli conforti ispesse volte in suoi luoghi ;
** queste colali passioni e pressure confessiamo che
"vengono per provarci; perocché in quello che Id-
* dio esamina, si loda la virtude della pazienza in
** noi. L^ Apostolo testimoniò : La sua pietosa pro^
** Teden%a non ci lascia tentare oltre la nostra pos-
** «£r, ma colla tentazione fa frutto. Quale utilitade
^cerchiamo noi fedeli maggiore, che colali miserie
**noi prendiamo efllcace argomento dell'amore di
** Dio che ne approva, perché al proponimento a voi
** santo e religioso cherico ludit femmina per esem-
*plo dirizza e manda la seguente parola: E ora o
* fratelli^ perocché voi che siete preti nel popolo
^ di Dio^ d4^ voi dipende V anima di coloro al ro-
** stro parlare^ dirizzate i cuori lorOy sicché si ri-
* cordina coloro che sono tentati^ che i nostri pa-
^dri furono tentati^ acciocché fossono prorati se
" eglino adorarono veramente Iddio suo : ricordare
* SI debbono come il padre nostro Abraam fu ten-
** tato^ e provato per molte tribulazioni fatto é ami-^
"co di Dio; così fu Isaac ^ così fu lacob^ così
^ Moiséy e tutti quelli che piacquero a Dio^ per
" molte tribulazioni passarono fedeli. Onde a Tobia
" disse r Angelo : Perocché tu eri caro a Dio^ fu
** necessario che la tentazione ti provasse. Or cre-
^ diamo noi e voi essere migliori e più innocenti
^ che i nostri padri patriarchi, i quali per Unte mi-
* serie di battiture o mandate o concedute da Dio
^trapassaro in santi? 0 disdegnamo, o maggior-
* mente indegnamo noi indegni membri di patire
** quelle cose, le quali non ischifarono gli Apostoli,
" nostro corpo la Chiesa, nostro capo Cristo, cioè
* il fuoco, il ferro, i martirii villani, noi quasi di- ;
* schiattati, e come non appartenessimo loro, e
** come non parleflci di loro fortuna, o forse piti santi,
^ con impazienza portiamo cotali cose ? Ma se per
** impazienza, ch^ è in noi, egli ci pare troppo mal-
* agevole seguitare i padri di ciascuno testamento,
** almeno non disdegnamo per pazienza di virtudi
^prendere esempli dagr infedeli principi e fUosoS,
^ i quali furono ; come scrive Seneca libro primo del-
^ r ira, di Fabio, che prima vinse V ira sua, che An-
" nibale ; e Giulio Cesare nel libro della vita de*Ce-
*aari; e d'Ottaviano Augusto nel Policrato libro
^ terzo, capitolo decimoquarto ; di Domiziano, sioeo-
*me testimonia il .bello parìatore Licinio-, e AnUgo-
'no re, secondo Seneca, libro terzo delP ira; e dellt
* pazienza de' Alosofl, cioè di Socrate libro terzo di
^ Seneca dell' ira, e di Diogene libro terzo delP ira,
^anzi il fine, acciocché non passi il manifesto od
^ occulto lamentamento d* alcuno o d* alcuni, sicco-
*^ me é contrario. Ancora per i mormoramenti degli
* credenti, che dicono, che questi tempi sono peg-
" giori che gli antichi tempi, e che Iddio ha riserbato
** la indignazione dell' ira sua infino ad ora, e chVgU
^ha serbati i presenti di a spandere quella. Legga-
** no ovvero odano i leggenti da Adamo fatiche e
*^ sudore, spine e triboli, diluvio, dicadimeato ; tra-
^ passarono tempi pieni di fatica, di fama e di guer-
* re, e però sono scritte, acciocché noi non mormo-
<* riamo del presente tempo contra Dio. Passò quel
^ tempo appo gli padri nostri, remotissimi molto da'
^ nostri temporali, quando il capo deir asino morto
^sivendeo altrettanto auro; quando lo sterco co-
^ lombino si comperò non poco argento ; quando le
^ femmine patteggiarono insieme di manicare i loro
^fkntolini. Or non sveno noi in orrore adire quelle
^cose? Tutte quelle cose leggintele spaventiamoce-
^ ne sì, che noi avemo maggiormente onde d alle-
^ grare, che onde mormorare delli noatri tempi. Quan-
^ do fu dunque bene all' umana generazione ? qnaa-
^ do non paura? quando non dolore? quando eerta
^ felicitade? quando non vera felicitade ? dove fla la
^ vita sicura ? Or non è questa terra quasi una gran-
^ de nave portante uomini tempestanti, pencolanti ,
^ soggiacenti a tanti marosi, a tante tempeste, tementi
^ il pericolare, sospiranti il porto, e di compensare
^ la conoscente e grata ragione della nostra censi-
^ derazione, e il pensamento della diritta bilancia,
** quanto in ricchezze in morbidezze io potenzia, e,
<* cittadini. Iddio la vostra cittade nobilitò, scampò,
^ e sopra tutte le vicine, anzi remole citladi, saa-
^ za comparazione esaltò, 8Ìoch*ella paote essere as-
^ somigliata ad adornato arbore fronzuto e fiorito di-
** latente i rami suoi infine a* termini del mondo. Per
^ tanti e si grsndi benefici temporali, non vi divieti
^ V avversitade di dire le vostre Ungane col santo
^ Giob : Se noi riceviamo i beni dalla mano del Si'
" gnor è y perché non sosteniamo i mali ? Ancora que-
^ste afflizioni alcuna volta salutevolmente ne sono
^ mandate, e awegnonci a spirituale profitto, peroc-
^ che se alcuna volta non ne fossono mandate o per-
^ messe da Dio, noi ci crederemmo qui avere citta-
^ di stabili e dimoranti, e poco cureremmo il cer-
^care dell'eterna, con San Piero dicendo: Buono
DI GIOVANNI VILLANI.
381
*^ è a noi esser qui. Ma i mali che più ne premono
^ ci fanno pensare al cielo, e intendere alla fatora
^ gloria. E se per avventura alcuno svergognato o
^ arrogante presumesse di storcersi contro all^opera
^deir eterno artefice, intenda rispondere a lui la
* boutade delle creature, la quale il fabbricatore di
^ tutte le cose dal principio riguardò nelle sue crea-
^ ture. Se il fiume, il quale amministrò tanti dilet-
^ tamenti e tante grandi utilitadi dal cominciamento
" della tua cittade, perchò gravemente porti se una
^ volta con disusato allagare ti fece alcuni danni ?
^ Ma dirà un altro calunniatore, perocché noi dicem-
"mo dinanzi che le tribolazioni ne sono ammoni-
*^ menti e correzioni, dicono, acciocché io diventi
'^ migliore sono puniti quelli, perchò io viva quelli
^ muoiono, perch' io sia serbato quelli sono perduti.
^ Non perciò^ dice Santo Giovanni Grisostomo, ma
^ sono puniti per li lero peccati propi, ma fossi di
^ questo a quelli che veggono materia di salvarsi,
^ Or forse si leveranno contro invidiosi, giudicando
' voi per lo partimento del detto cadimento essere in
^ ma^ilR peccati intigrati di loro, e per questo essere
* piii odiosi a Dio? anzi si crederanno essere piìi giù-
^ sti di voi, e meno colpevoli e più graziosi al giusto
" giudice? Questi di vero per quello medesimo errore
* antimetteranno per suoi meriti il re Salomone certa-
^ mente pacifico, a cui fu riserbato lo edificare del tem-
** pio, e nei cui tempi sottorise la tranquillitade della pa-
*^ ce, e il cui regno non conobbe guerra, al suo padre Da-
^ vid santissimo, a cui fu interdetto Tedificare di quello
^ medesimo tempio, lo qnale fn nominato da Dio no-
**mo spanditore di sangue, il qnale sotto essere
^ provocato da continui pericoli di guerre, due volte
** da Dio manifestamente e pubblicamente fu corretto.
** In quello medesimo modo, coloro che non sanno
^ i santi libri, diranno che gli amici di Giob fossono
" più innocenti di lui, antimetteranno loro nel ri-
^ guiderdonamento ; imperciocchò noi non leggia-
" mo eh* elli fossono esaminati da Dio nelle pesti-
'lenzie siccome Giob, perocché di vero elli non
* erano auro 0 argento da provare nella fornace del
** fuoco, né da riporre nel tesauro del sommo re,
^ ma erano maggiormente paglia o letame, le quali
** messe in sul fuoco gettano puzzo spiacente a Dio
^ e abominevole agli uomini. Or giudicheremo noi
*per simile cechitade che li marinari fossono mi-
* gliorì che Giona il profeta, per Io quale si prova
* che si levò la tempesta, e però fu sommerso in
* mare e tranghioltito dal pesce, il quale fu messag-
* gio di Dio banditore di penitenzia, e figura di Cri-
^ sto passuro, e i marinari furono pagani e adora-
* tori d* idoli f Non maraviglia, se le grazie e prero-
* gative di virtudi, che noi dicemmo. Iddio riguardò
* in voi, li quali egli esamini ; e provati, guiderdo-
* ni e coroni voi, i quali siete conosciuti sempre es-
*sere stati in Italia chiaro braccio della Chiesa t
* nobile fondamento di tutta la fede. Non si mara-
" viglino dunque i rimproveranti invidiosi, se un poco
'^ innanzi colie premesse sentenzio della Santa Scrit-
* turi noi mostriamo per la prova delle vostre vir-
'^lodi voi essere accetti a Dio, approvati al suo he*
*^ neplaci mento. Se intanto voi vi riconoscerete u*
^ milemente che per i vostri peccati voi incorreste ne*
^ predetti danni, e comportateli con virtù di pazienza,
*^con pagamenti per ciò di divote voci rendete
*^ grazie. Dice il sapientissimo re : Figliuolo into,
" non gittare la disciplina del Signore^ e non fallare
* quando da lui se^ corretto ; colui cui il Signore^
^ ama^ sì 7 gastiga e come padre in figliuolo si com^
^ piace. La quale sentenzia non isdegna d* allegare
" TApostolo nelle sue pistole, dicendo : Figliuol mto,
^ non mettere in non calere la disciplina del Si*
^ gnore^ né ti sia fatica^ quando da lui sarai ri"
'^ preso : colui cui il Signore ama si 7 gastiga; e-
^ gli batte chiunque egli riceve in figliuolo. Ecco
^ adunque per le soprascrìtte cose avete chiaramente
^ che per le pressure delle predette passioni si di«
^ mostrano in voi essere virtudi e meriti, che non
^ solamente voi siete rix^vuti in amici da Dio, ma
^spezialmente siete da lui in figliuoli adottati. A*
^ figliuoli a* quali si pone la disciplina non solamen-
" te remunerazione si promette, ma si serba loro
^ certa ereditade. Appare dunque per la veritade
^ della Santa Scrittura, che le virtudi e i meriti so-
tf no remunerati dal giustissimo re de' re, eziandio
^ in alcuni di vero, ne' quali pibblicamente, e mani-
^ festamente eziandio rilucono temporalmente, ad e-
^semplo del mutamento de' buoni, siccome é scrit-
^ to del beato Giob, al quale furono restituiti dupli-
^ ceti per li perduti beni ; ma negli altri più pre-
^ ziòsi, e migliorì senza comparazione, si serba il
^merìtamento nella futura gloria. I predetti ammo-
^ nimenti, i quali noi stimiamo non essere alla vo*
^ atra prudenzia tanto soperchi quanto necessari, prov-
^vedemmo di mandare per debito di caritade alla
^ vostra dilezione, e ancora le compassioni alle
^ quali ci condogliamo con tutte le interiora dell'a-
^ mistade, e le consolazioni dei veri librì vi sog-
^ giugnemmo, alle quali noi di abbondante offeriamo
^ d' aggiugnere quelle consolazioni di fatto che noi
" fare possiamo, altre volte off^erte *, ma la promessa
^ nostra lettera, pochi di poiché a noi fu manifesto
*il vostro sopraddetto caso, ordinammo di mandar-
^ vi, ma perocché il presente ridicimento di più per-
^ sono contenea molto meno, rìtenoe quella più to-
* stamente essere venuta, e il mandare d' essa sos*
* pendemmo. Ma ora più deliberatamente prowe-
* dendo e estimando, in ogni caso che si apparte-
''nea a vostra informazione e a vostra cautela, vi
^ mandiamo ; né alla vostra amistà rìncresca di bene
* leggere la lunghezza della presente lettera, la qua-
^ le non rincrebbe a noi di compilare intra tante e
''si faticose sollecitudini. Data a Napoli sotto il
''nostro segreto anello, dì 2 di dicembre^ seconda
^ indizione, anni 1333^.
CAPITOLO IV.
Ancora di certe noviiadi che furono in Firen%e per
cagione del diluvio.
Il dì appresso che fu cessato il diluvio, essendo
rotti i sopraddetti tre ponti in Firenze, e tutta la
* a di iJ dì dicembre f dice la Gioutiua.
e cbJnia luogo il Bone d' Arao, certi
reme cercare Hi fare aovitk contro a'
riuodoai di poterlo fare, perocchi sv-
noa avea che uno ponte, e quello era in
odi, e la città icompiglìats e tutta chima,
tte sbigottite. Onde uno di casa ì Dowi
Hagli loro vicino, per la qnal coia tut~
I fu sotto r arme, e più d) si fece grande
II e di notte in Fireose, e alla Bae i
■senti ricchi, che aveano a perdere, non
no alla follia de' malvagi, e ancora il
no preso vigore e for» ; onde non a'ar-
iociare novità ; e ancora se TaTeuono
r avrebboDO avnlo il peggiore. E per-
no la cittì, e quello de' Roasiche fece
n condannalo; e fecesi fare iocontanente
le certi ponticelli di If goame sopra l'Ar-
raade sopra piatte e nevi incatenate. Ha
nento, innanti che i detti ponti fossono
leva l'Arno per navi. E avvenne poi, a di
ire, essendo vennta una grande piena in
lise una nave ove svea da trentadne no-
ali anoegsro quindici uomini ctitadini, e
l'aiuto di Dio scamperò. Lsacercmo al-
■ttì di Firesie e del diluvio, che esaai
;to, e diremo alquanto de' fatti dì Lom-
I Dosira lega. Ha non è da lasciare di di-
ido il legato, eh* era a Bologna, seppe
eh' era avvenuta a' Fiorentini , ne fece
gretta, dicendo che ciò ara loro avve-
erano itali contro ■ lui e contro ■ Santa
irrara ; • forse in parla disse il vero ;
idicBva aa de'anoi difetti e futuro arva-
eredea che il ano giodicio e aenlantia
Mao cosi d' apprwso, coma tosto leg gei-
Irovaro.
CAPITOLO V.
ire te ftw^ue, e ricomÌNcioMi gtietra
tga al legato, e le Urre eh» tenta
il T» Gìomum.
ìUo anno 1333, per calco di gennaio,
trìcgne della gente del re Giovanni e del
noitn lega, si fece per i collegati nno
I Lerìci, per consigliare ae fosse da se-
igae o ricomiociare la gnerra. Accorda-
>gali a prolungare le trìegue, aalvo mes-
• 'I comune di Firenxe; e questo si fece
liore per non lasciare prendere fona al
re Giovanni ; e ordinato ai ricominciasse
) confenaarono io quello parlamenta li
DBqnisto per lo modo detto, cioè, che *l
Ijlano avease Cremona, e messer Hasti-
I qoe'da Hanlova Reggio, e'Iirdieti Ho-
rentini Lacca. Per la qnal cosa quo' da
caro «opra la città di Piaccnia ; e quelli
I di Mantova sopra Parma e Reggio ; e'
Ferrara sopra Hodona; e la noatra gente
Valdinìevole, corsono sopra Baggiano.
8 di gennaio quelli di Lnoca ooraono to-
pra Facecchio e Senta Croce, e leraro grande predi
di bestie grosse, e ricominciossi la guerra. B poi i
di 23 del mese di febbraio appresso, essendo caval-
cali quatlrocenlo cavalieri di quelli della lega di Lon-
bardia sopra Parma e Reggio furono sconfitti presso
al castella di Correggio da quelli di Parma e dilla
gente del legalo, e rimasevi preso Eltor de' costì
da Panago e piii altri con està bili.
CAPITOLO VL
Come il legalo perdio Argenta; e poco appretto {»
caccialo di Bologna.
Nel dello anno, a di 7 di mano, eueado i
Herehesi da Ferrara con loro oste siati all' assedio
della terra d' Argenta piti mesi, nella quale en la
genie della Chiesa e del legito, l'arcivescovo d'Om-
bruoo maodato per lo papa in Lombardia, volle es-
sere a parlameoto co' collegali di Lombardia a Pe-
schiera, e in quello richieae per lo pap^frv*^*^
Che lega pih non fosse, (ironiettendo pace onorevoli
per i collegati. La secooda, che si levasse l' oste
d'Argenta. La terei, eh' e'Harchesi dovesaono li-
berare il conte d'Armigoscca e gli altri pregioni san-
ta costo. Fa riapoito per snesscr Hastino per bocca
d' uno degli ambaiciadorì di Pìrenie, che la lega non
ai potea partire; ma io caso che Panna rimanesse
libera alla Chiesa, si cesserebbe l'oste ordinata. Qnillt
d'Argenta e de'pregioni, fu risposto peri detti im-
basciadori di Firente, che in quanto Ferrara rìBt-
neise a' Marchesi per lo censo ussto, e Argenta per
uno piccolo censo s'aocordarebbono col legato car-
dinale. L'arcivescovo presa Iwmiae di rispondere, e
partissi e vanne ■ Bologna al legalo. In qaesta staaia
Argenta essendo fotta stretta dall' assedio, o bob
poueado essere aocooni, fallendo loro la viUnaglia,
a' arrenderò; perocché, dappoiché la genia della Chie-
sa furo aconfitii a Ferrara, non ardirò di tenete cas-
po coatra la gente della lega, onde molto abbassò
la poteotia dal legalo. E avuU i Uarchen la vitlotii
d'Argenta, pochi di appresso cavalcaro in sul con-
lado di Bologna col loro sfono. Il legato del papa
cardinale ch'era in Bologna mandò al riparo qasfi
latta sua cavalleria, e volea mandare fuori nella detta
cavalcala ì due quarlicti del popolo di Bologna; a
già erano armati in anlla piatta, eoa luUo che mil
volentieri andavano, e male paiea loro essere ttsl-
tati. Onde avvenne, come piacque ■ Dio, a di veto
santa ordine ptoyveduta, nno messer Brandaligi de'
Goggiadini con... de' Becca delti, ooaiu poveri al hi-
sogno del loto stato e vaghi di mntuioai e di no-
vitadi, parendo loro male state sotto la sìgsoria del
legato, e veggendo abbassalo lo slato ano per la scon-
fitta di Ferrara e per la perdila d'Argenta, «asendo sa-
lili in sulla ringhiera del palauo di Bologan colle apode
ignude io nano, sì oonùncìato a gridare; pofolo popola
e «woM ti legalo, e chi è di LimgmmdoiM. Alle qatf
grida e romore il popolo aivato ta aoomBOsao segne*-
do il romore cominciato, e si partirò .di sa la piaiM
scorrendo per la lem: e ooaUMttero H palagio del gn^
no • il vesoondo, dora slavans ti aaaliscalee a gli
DI GIOVANNI VILLANI.
887
del TMf^ di Crìtio, dicetdo a' suoi discepoli: //
90$tro tesoro $im in delo^ e non tesaurizzate' in
terra; né del letoro ohe* Piero e gli aliri apostoli
chiesero a Mattia, quando rassortirono in loro col-
lega in luogo di Giada Scariotto. E q9/eaio basti, e
forse è detto più oh* a noi non si conviene, peroc-
ché 1 detto tesoro, diceva papa Giovanni, rannava
per fornire il santo passaggio d' oltremare ; e forse
•vea qoella intenzione. Mollo tesoro consamò in Lom-
bardia per abbattere i tiranni, e mantenere grande il
•no nipote, ovvero figlinolo, legato di Lombardia,
come addietro è fatta meosione, e talora coatro ai
Tnrchi. AUegravasi oltre modo d' accisione e morte
de^ nemici; molto amò il nostro comune di Firenze
BMtre fnmmo favorevoli e aiutatori del detto sao
legato ; e più grazie al comune e ai singolari citta-
dini fece, che dieci vescovadi diede al suo tempo
«'Fiorentini e molti altri benefizi ecclesiastici; ma
poiché 1 nostro comune fue contro al detto legato,
ne fa nimico, e cercava ogni nostro abbassamento.
Modesto fu e sobrio in suo vivere, e più amava vi-
Tande grosse che dilicate, e in se proprio poco
fpendea; quasi ogni netto si levava a dire T ufficio
e studiare; e le più mattine dicea la messa, e assai
era latino di dare udienza, e tosto spediva. Piccolo
fa di persona, prosperoso e collerico, e tosto si
raovea a ira. Savio in iscienz», e d*un acuto spirito,
e magnanimo fu alle grandi cose. Assai fece grandi
e ricchi i suoi parenti, e vivette da novant'anni, e
seppellito fu in Avignone; ma poiì suoi parenti ne
porterò o totto o parte del suo corpo a Caorsa : e
nel papato regnò anni diciotto e mesi. Lasciamo
ornai di questa materia, ch'assai avemo detto, e
de' f«oi anodi e costunù, e diremo della elezione di
pepa Benedetto che succedctto appresso lui.
CAPITOLO XXL
iMh elezione di papa Benedetto decimoseeondo.
Dopo la morto e sepoltura di papa Giovanni, i
eerdtnali, eh* erano allora ventiquattro, e tolti ri-
tfovandosi hi Avignone, per lo siniscalco di Proenza
éé\ re Rnberto furono messi nel conciare per bene
guardali e distretti, aedocchò tosto faeessono ele-
zione di papa. B avendo tra loro tira e discordia
delto elezione, perchè delfona maggiore setta, della
quale era capo il cardinale di Pelagorgo, dò
era frateHo del conto di Pelagorgo, con segnilo
grande di cardtBali caorsini e franceschi, e '1 car-
dinale della Colonna, si tratterò d'eleggere papa
il cardinale fratoHo del eonte di Comiogio, nono
•ivio e valoroso e di bnona vita. Cosi furono a Ini,
e pfoffersongli le loro voci, con patto eh' egU pro-
■elleese loro di non venir « Roma; la qual cosa
BOn tolto proBseltere, dicendo che imMnsi riamile-
rebbo fl endinalato ch'egli avea certo, ohe 'I papato
ch'era n avventora. Per la qoal cosa rinMcotala la
divisione della elezione tre' eollegt qoasi per gara,
sot credendo Tenkse fatto, misono a sqaininio qne**
gH di loro collegio ch'ere tonuto il più minimo de'
(Wtdkill^ ciò fa li oerdinale Bianco di piccola na-
zione di Tdosana, il quale era stato monaco e poi
ahato di Cestolla, però uomo di buona vita. Senza
osservazione d'ordinato squittioio, parve opera di-
vina, che ciascuna setta di cardinali a gara gli
diedono le loro voci, e così fu eletto papa la vigilia
di Santo Tommè apostolo dopo vespero, a dì 20
di dicembre 1334. E eletto pepa, ciascuno s' am-
mirò, ed egli medesimo eh' era presente, disse :
Aeete eletto un asino , o per grande umiltà non co-
noscendosi degno, 0 profetizzando il suo stato, pe-
rocché fu uomo di grosso intollelto quanto nella pra-
tica cortigiana, ma sofficiento assai in iscritlura. E
poi si coronò papa a di 3 di gennaio al luogo dei
frati predicatori ad Avignone, e chiamossi papa Bene-
detto dodicesimo, fi come fu eletto, levò le com-
mende a tulli i prelati ^ salvo a' cardinali, e donò al
collegio de' cardinali della camera centomila fiorini
d'oro per ispese.
CAPITOLO XXIL
Di certo dilmio d'acque che fu in Firenze
e in Fiandra.
Nel delto anno, a dì 5 di dicembre, fu tanta
piova, obe il fiume d'Arno crebbe isformatamente
per modo, che se le pescaie ch'erano nel fiume innanzi
al gran diluvio fessone stato in piede, gran parto
della città sarebbe allagata; ma per lo diluvio il letto
d'Arno era abbassato più di sei braccia; ma pur
cosi ruppe e ne menò uno ponto di legname fatto
a grossi pali, il quale era fatto tra '1 ponto vecchio e
quello di Santa Trinila, e uno ponto di piatto grosse
incatonatOy eh' era fallo tra '1 ponto a Santa Tri-
nila e quello della Carraia, con danno assai. In
Fiandra e in Olanda e Isilanda in questo tompo furo
tanto soperchio piove, e gonfiamento del flotto del
mare, che tutte case e torre di quelle marine si
disertarono.
CAPITOLO xxin.
Come uno frate Venturino da Bergamo commosse
molti Lombardi e Toscani a penitenza.
Nel delto anno, per le feste della Natività di
Cristo, uno frate Venturino da Bergamo dell'ordine
de' predicatori d' età di trentacinque anni, di plcciola
nazione, per sue prediche recò a penitenzia molti
peccatori micidiali e rubatori, ed altri cattivi uomini
della sua dttà e di Lombardia. E per le sue efli-
caci prediche commosse ad andare alla quarantina a
Roma e al perdono più di diecimila Lombardi gen-
tili nomini ed altri, i quali tulli vestili quasi del-
l'abito di S. Domenico, eioé con cotta bianca e man-
tello citostro o perso, e in snl mantollo una colom-
ba bianca intagliata con tre foglie d'ulivo in becco ;
e venieno per le città di Lombardia e di Toscana
a schiere di venticinque o trenta , e ogni brigata
* La Giantui» qui avarìa d' assai : E come Jm iUtto
piacqtte a tutti i prelati ecc.
«
388
CBONICHB
coD Mia croca iiinaiui grìdaido paee • misericordia;
e gittiff^ndo utile citudi ti rassefiiavaBO prieia alk
oMeM de* frati predicatori, e in quella dinaoti al-
l' altare si spogliavano dalla cintola in su, e si bat-
teano nn passo nmilmenle. B nella nostra città di
Firenze fn loro fatte grandi elemosine, che per le
dÌTOte genti nomini e donne ogni di erano messe
tarole, e piena tutta la piasse vecchia di Santa Ma-
ria Novella, ove ne mangiavano per volta cini|ne-
cento 0 pia ben serviti; e cosi darò quindici di
cotttinm, come passavano a Roma. Infra M detto
tempo ia ia Firenze il detto frate Yenturioo, e
predicò piii volte ; e alle sue prediche traeva tutto
il popolo di Firenze quasi come a uno profeta. Le
dette sue prediche non erano però di sottili ser-
moni né di profonda sdenza, ma erano molto effi-
caci e d^una buona loquela e di sante parole, di-
cendole molto dubbiose e accentive' a commuovere
genti, quasi affermando e dicendo* Quello eh' io vi
dioo sarà, e non altro; che Iddio così vuole. An-
donne a Roma co* detti pellegrini, e con molti altri
di Tosodna che '1 seguirò, che fii innumerabile po-
polo con molta onestà e pazienza. B poi da Roma
andò a Avignone al papa il detto frate Venturino
per impetrare grazia di perdono a chi Tavea seguito.
In corte, o per invidia o per alhra sua presunzione,
fn accusato al papa, e appostigli più articoli di
peccati e di resia, dei quali fu disaminato, e fatta
inquisizione, e fu trovato buono cristiano e di santa
vita ; ma per la ina presunzione, e perchè diceva
che non era niuno degno papa se non istesse a
Roma alla sedia di San Piero, e per tema eh' ebbe
il papa che per le sue prediche non commovesse il
popolo cristiano, si gli die i confini a dimorare a
Frisacca, una terra nelle montagne di Ricordane, e
comandogli che non confessuse persona, né pre-
dicasse a popolo. B questi sono i buoni sMriti
e' hanno le sante portone da* prelati di Santa Chie-
sa ; ovvero ohe fn giusto per temperare la soper-
chia ambizione del frate, tatto eh* adoperasse con
buona intensione.
CAPITOLO XXIV.
Com$ i gUbelUiU di Qmuhm ne cacciaro i guelfi e
la iigmoria dei re Ruberie.
Nel detto anno, essendo nella dita di Genova
tornali per pace fatta per lo Ruberto tutti i ghibel-
lini di Genova, come addietro in alcnna parte fa-
cemmo menzione, e mandando a Genova il re uno
messer Boigro da Tolentino suo officiale per ordi-
nare la guardia della terra, e che *1 termine della
signoria del re §i prolungasse, e essendovi per po-
destà per lo re messer Giannouo Cavalcanti di Fi«»
ronzo, sombugUo e commozione nacque in Genova
Ira* gnelA e* ghibellini ; perchè alla maggior parte
de* Genovesi eh* erano d*aninu> imperile, e naln-
ralmente sono altieri e disdegnosi, rincrescea la si-
' La GiaathMt eMUUvoUf oioà aeeonoe. Altre stampe
hanno I fitftiarfitMnW
•■^^■■■•^ • ^^^^^eee^wwwW9$
gnoria del re, e non volendo prolungare più la si-
gnoria al re; per la quale dissensione eomìndaro
tra loro battaglia cittadios, e asserrsgUaro tutta la
terra e imbarraro. Alla prisM abbono il migliore i
guelfi, ma poi si partirò tra loro; che i Salvatichi
per cagione che ad uno di loro per lo sopraddetto
messer Boigro, quando fu podestà di Genova, per
mandato del re Ruberto* fece tagliare il capo a uno
de* maggiori della casa, perchè era gian pirata e
rubatore in mare, per lo quale sdegno s' accordare
co* ghibellini e co' loro seguaci a torre la signorìa
al re, accordati a ciò fare con gli Crii e Spinoli. B
avuto gran soccorso di genti da Saona, e dalla Ri-
viera per terra e per mare cresciuto loro podere e
forza, per battaglia ne cacciarono i guelfi e le ri-
gnorie del re Ruberto, a di 28 di febbraio del
detto anno, con gran vergogna del re Ruberto; e
funne data colpa alla podestà di trof^ negligenza.
E cecciati i guelfi di Genova andarsene a Monaco, e
poi eoi Savore del re Ruberto armarono galee, e
furono signori del mare, rubando chi meno potea
di loro, e tenendo la città di Genova molto stretta.
I ghibellini ohe rimasono signori in Genova feoio-
no due capitani, uno di casa d* Oria e uno di casa
Spinola. Per questa mutazione mollo si sconciò fi
buono stato di Genova e di mercatanzia, e male vi
si lenea ragione, onde mollo abbassò il podere de*
Genovesi ; e' guelfi medesimi che tennero co* ghi-
bellini furono poi cacciati di Genova.
CAPITOLO XXV.
Come commeiò V abhasiomento de' TarlaH d^Àreue^
e come fu tolto loro il borgo a Sansepolcro.
Nell*anno di Cristo 1335, essendo messer Pie-
ro Sacconi de* Tarlati d' Arezzo, fìratello che fii del
valente vescovo d'Arezzo^ di coi addietro in più
Inogora avemo fatta menzione, co* suoi fìratelli e con-
sorti signori al tutto d* Arezzo e della città di Ca-
stello, e del borgo a Sansepokro, e di tutte loro
eulella, e di quello di Massa Trihara, dominando
come tiranni infino nella Marca, e avendo disertato
Nieri d*Ugnocione da Faggiuola, e i conti da Moa-
tefialtro, e quelli da Montedoglio, e U casa degli
UbMtini, e *1 vescovo d* Arezzo degli Ubertini, e i
figlinoli di Tane da Castello, e pih altri haroncelli
del paese, ghibellini e guelfi, per signoreggiare tutte;
e per loro presunzione, presa U città di Cagli, sella
quìde i Perugini cusavnno alenna ragiono, e perchè
contro a* Perugia leneano la città di Castello, i Pe-
rugini co* detti ghibellini segretamento fociono le-
ga e compagnia con messer Guglielmo signore di
Cortona, e dando a Nieri da Faggiuola di loro genti,
e per trattato fatto con Ribaldo da Montedoglio co-
gnato de*Tarlati,*che per loro leoea il borgo a Sanse-
polcro, entrò il detto Nieri nel detto borgo con dogento
cnvalicd ooinquecento pedoni a di 8 d* aprile del
detto anno, e prese la terra, sslvo la rocca, che si
tenne inino a di 20 d'aprile, nella quale era messer
Uberto di Maso de*Tariàti« e venendo gU Aretini
ooa loro atono per ioceonorlai i Perugini oca lotte
DI GIOVANNI VILLANA
S89
loro lega e forza vi foro più groisi e possenli,
sicché al lutto rìnttsoDO signori delia te^ra e della
rocca, la quale s* arrendo loro, salve le persone. B
questo fu il comìnoiamento delia loro rovina e ab-
bassamento.
CAPITOLO XXVI.
P^tfftd rovina che fece parie della tnoniagna
di Falterona.
Nel detto anno, a 15 di magfgio, ona falda della
montagna di Palterona dalla parte che discender verso
il Dicomano in Mugello, per tremuoto e rovina sco-
scese più di quattro miglia infino alla villa che si
chiama il Castagno, e quella con tutte le case e
persone e bestie selvatiche e dimestiche e alberi
subissò, e assai di terreno intorno, gitlando abboo-
danza d* acqua ritenuta, oltre alf usato modo torbida
come acqua di lavatura di cenere; e gittò infinita
quantità di serpi, e due serpenti con quattro 'piedi
grandi come uno cane, li quali V uno vivo e V altro
morto fhron presi a Dicomano. La quale torbida
acqua discese nel Dicomano, e tinse il fiume della
Sieve; e la Sieve tinse Tacque del fiume d^Amo
inflno a Pisa ; e durò così torbido per più di due
mesi per modo, che dall^ acqua d^Amo a neuno
buono servigio* si poteva operare, né i cavalli ne
*Toleano bere; e fu ora eh* e* Fiorentini dubitare forte
di non poterla mai guarire^ né poterne lavare o pur-
gare panni lini o lani, e che però f arte della lana
non se ne perdesse in Firenze, poi a poco a poco
venne rischiarando^ e tornando in suo stato.
CAPITOLO XXVIL
Di certi $contra%%i che furo ira la nosira gente
e quella di Lucca.
Nel detto anno a di 6 di giugno, avendo il capi-
tano della guerra de* Fiorentini, messer Beltramone
dal Balzo, posto un battifolle, ovvero bastila tra Uz-
Eano e Buggiano in Vvldinievole per guerreggiare
Baggiano e Pésda, tornando da quelle la nostra
gente in quantità di centocinquanta cavalieri, certi
de* nemici per ordine d* aguato uscirono loro ad-
dosso e combatterono, e furon rotti i nemici e pre-
sine ventidue cavalieri, e uno conestabile morto.
Intanto, com'era ordinato per li nemici, vennero da
Poscia a Buggiano dugento cavalieri di quelli di Lue-
oa e assalirono i nostri, che si credeano aver vinto,
e misongli in isconfltta, e rimasonvi de* nostri quat-
tro conestabili presi e uno morto, con più cavalieri
presi e morti.
CAPITOLO xxvm.
Come i Perugini furono iconfUii dagli Aretini.
Ne! detto anno, a dì 8 di giugno, avendo i Pe-
ragitti e i loro collegati presa grande baldanza sopra
gli Aretini per la rubellasione del borgo a Sanse-
polcro, col signore di Cortona in quantità di otto-
cento cavalieri e cinquemila pedoni erano partiti di
Cortona e entrati in sul contado d'Arezzo guastando
la contrada di Valdichiana. Messer Piero Sacconi
signore d* Arezzo uscito di Castiglione aretino con
cinquecento cavalieri di sue masnade e pedoni as-
sai, venne arditamente contro a* Perugini, i quali
veggendo gli Aretini, si cominciarono a ricoglie-
re verso Cortona male ordinati e peggio capitana-
ti. Gli Aretini, intra* quali avea di buoni capitani di
guerra, veggendo il loro male reggimento, assalirò
vigorosamente i cavalieri di Perugia ch*erano schierati
in sulla strada alla guardia de* guastatori, e dopo la
prima affrontata alquanto ritenuta, i cavalieri perugini
furono rotti e sconfitti, e rimaservi de' cavalieri pur
de* migliori cittadini e forestieri da cento tra presi e
morti, e più di dugento pedoni, e seguendo la cac-
cia infine alle porte di Cortona ; e se non fosse il
refngio della terra, pochi ne sarebbono scampati. B
ciò fatto, gli Aretini cavalcare guastando e arden-
do in sul contado di Perugia, per cinque dì, e fu-
rono infino alle forche di Perugia presso alla città
per due miglia ; e per diligione de' Perugini v' im-
piccarono de* Perugini presi colla gatta e vero mu-
scia^ al lato, colle lasche' del lago infilzate pendenti
dal braghiere degl* impiccati. Per la qual cosa i Pe-
rugini molto aQutati, non feciono come gente isbi-
gottiti nò sconfitti ; ma subitamente raunaro danari, e
mandare in Lombardia per mille cavalieri tedeschi,
i quali erano stati delle masnade del re Giovanni,
inolto buona gente, i quali erano di poco partiti di
Palina, quando si rendè a messer Alberto e a messer
Mastino, e ehiamavansi i cavalieri della colomba;
perocchò s* erano ridotti alla badia della Colomba in
Lombardia e nella contrada, \ivendo di ratto e senza
soldo. E quelli soldati vennero a Perugia, co' quali,
co' Perugini, e celi* aiuto de' Fiorentini, che incon-
tanente saputa la sconfitta mandarono a Perugia cen-
tocinquanta cavalieri colla 'nsegna del comune di Fi-
renze, feciono appresso di gran cose contro gli Are-
tini, come per lo innanzi leggendo si potrà trova-
re. E in questo tempo, a di 15 di giugno, passando
per Firenze da centocinquanta balestrieri genovesi,
i quali andavano ad Arezzo in servigio di messer
Piero Sacconi, che gli mandavano i parenti della
moglie ch'era degli Spinoli di Genova, andando al
dilungo ' per la terra con bandiere levate, e colle
sopransegne imperiali e ghibelline, i fanciulli e' gar-
zoni e popolo minato di Firenze a grido gli segui-
rono fuori dalla porta, e tutti gli rubare e preso-
no e fedire, sicché non poterò andare al servigio
degli Aretini, e tornarsi a Genova ; e convenne die
i mercatanti di Firenze che aveano a fare in Ge-
nova, mondassero loro il danno ricevuto. Della qual
cosa, e de* cavalieri eh' e' Fiorentini mandarono lo-
ro subitamente senza richiesta, i Perugini ebbono
molto a grado da' Fiorentini, che per lo subito av-
venimento della sconfitta erano molto sbigottiti; e
^ Una Bpede di rete da pesca.
' Specie di pesce d'acqua dolee.
' tirando di lungo per la terra ^ sema fermarsi.
390
CRONICIIB
per questo piccolo soccorso presono vigore e con-
forto por lo modo detto di sopra, e H consiglio de*
Perugini ordinò di trovare moneta per via di ga-
belle al modo di Firenze, onde soldaro i detti mille
cavalieri.
CAPITOLO XXQU
D*una armala^ che 7 re Ruberto fece sopra
Cicilia,
Nel detto anno, a di 13 di giagno, si partì
del porto della città di Nupoli una armata di ses-
santa galee e più altri legni, che il re Ruberto man-
dò sopra r isola di Cicilia con mille cavalieri, onde
fu capitano il conte Curiliano di Calavra e M conte
di Chiermonte rubello di quello di Cicilia. E i Fio-
rentini gli mandaro aiuto al re per quella armata
cento cavalieri ; di più non poterò servire il re per
k gente de* Fiorentini ch^ era in Lombardia in ser-
vigio della lega, e sopra la città di Lucca e al ser-
vigio de^ Perugini, come addietro ò detto. La detta
armata stettono iu suir isola di Cicilia il luglio e
l'agosto faccende grande danno, ma nulla terra mu-
rata V* acquistarono V perocché e^ parenti e fedeli del
conte, di Chiermonte non gli rispuosono come avea-
no promesso; e chi disse che ì detto conte non
volle, perchè il re non gli fece quello onore quan-
do venne a lui, come si credette, e per animo im-
periale; e a ciò diamo fede, che tornata la detta
armata a Napoli, il detto conte si parU dal re e an-
donne in Alamagna al Bavero, e poi tornò al ser-
vigio di messer Mastino della Scala , onde s* era
mosso.
CAPITOLO XXX.
Come le città di Parma e di Reggio s* arrenderò
iC signori della Scala^ e quello che di ciò seguitò.
Nel detto anno, avendo la lega di Lombardia
co' cavalieri di Firenze (che al continuo n*avea al
loro servigio quattrocentocinquanta) molto afflitta la
citti di Parma, dappoi oh* abbono il castello di Co-
lornio, come addietro facemmo meniione, Orlando
e messer Marsilio de* Rossi di Parma, che teneano
la signoria della terra, trattato feoiono con messer
Azzo Visconti di Milano di dargli Parma e Lucca ;
per la qual cosa messer Mastino e gli altri signori
della lega e* Fiorentini si turberò molto, e ordinare
parlamento a ...., e lutti vi furo, e messer Azze a Sol-
dno, e molto isdegno si scoperse allora tra messer
Azzo e messer Mastino, che messer Azze pur volea
seguire la 'mpresa. I Fiorentini temendo di Lucca,
ohe non venisse alle mani di messer Azzo, e con-
fidandosi più di messer Mastino per le impromesse
fatte a loro di render loro Lucca, antipuosono con
ogni opera e eoli' aiuto degli altri allegali di levare
messer Azzo dal suo proponimento, e di paciarlo
con messer Mastino, e dopo molti trattati s'accoz-
zare insieme «in sul fUme del Loglio^ e rimisesi la
questione negli ambasciadorì di Firenze, i qnali ac-
cordaro che Parma fosse di messer Mastino, e la
lega atasse a messer Azzo acquistare Piacenza e il
borgo a San Donnino. E ciò fatto, e confermato per
solenni strumenti, i Rossi di Parma, non aspeltaodo
soccorso dal re Giovanni, trattare concordia con
messer Mastino e colla lega, mosso primarii trattato
per Ispinetta marchese, e poi seguito e tratto a fine
per mano di messer Marsilio da Carrara di Padova
loro zio; e in tutto si rimisono in lui, e renderò la
città di Parma a messer Mastino e a messer Al-
berto della Scala con promesse di larghi e grandi
patti, lasciando loro Pontremoli è più castella in Par-
migiana, e promissione di lasciarli i maggiori citta-
dini di Parma, e che avcssono dal comune annual-
mente per loro provvisione grande quantità di mo-
neta, in quantità di cinqaan limila fiorini d'oro. B
eglino premisene a messer Mastino d' aoperare con
effetto con messer Piero Rosso loro fratello, il quale
tenea la città di Lucca per lo re Giovanni, di fargliele
rendere ; accordandosene per certa quantità di moneta
col detto re. B questi patti di Lucca, dicea messer Ma-
stino, facea a petizione del comune di Firenze, per
osservare i patti della lega, e così ne scrisse al detto
comune di Firenze, e continuo dicea agli ambascii-
dori de' Fiorentini eh' erano intorno di lui a Vero-
na, che quando di ciò mancasse messer Pieroi^Rosso,
sarebbono di sua gente al servigio de' Fiorentini ad
stare acquistare Lucca cinquecento cavalieri; e tutte
queste promesse erano inganno. Ebbene la posses-
sione della città di Parma i signori della Scala di
Verona a di 21 di giugno il detto anno 1335, e
entrovvi messere Alberto della Scala con seicento
cavalieri; perocché messer Mastino per alcuno disa-
gio di sua persona preso a Colornio se n' era ito
a Verona; e al cominciamento quelli della Scala os-
servare largamente i patti a* Rossi di Parma infino
eh* ebbene la possessione di Lucca. Essendo rondata
la città di Parma a messer Mastino, poco appresso
i signori da Fogliano, che teneano la città di Reg-
gio, per non avere addosso l'oste della lega, cer-
carono trattato con messer Mastino, e con certi
patti renderono la città di Reggio a di 4 dì loglio
del detto anno a messer Mastino, il quale inconta-
nente la rinvestì e diede a quelli da Gonzaga signori
di Mantova, com'era in patti della leg^, riconoscen-
dola da lui per omaggio, dandogliene ogni anno
uno falcone pellegrino, il quale gli doveano man-
dare a Verona.
CAPITOLO XXXI.
Come messer A%zo signore di Milano ebbe a patti
la città di Piacenza e di Lodi, e' Marchesi Modena*
E poi per simile modo, a dì 27 di loglio del
detto anno, si rendè la città di Piacenza a messer
Azzo signore di Milano ; ma poi gli Scotti di Pia-
cenza la rubellarono con certi altri a messer Azzo ;
e per più tempo stettono in trattato col re Ruberto
di dargli la terra. Il re per sua lunghezza, ovvero
per tema di far sì grande impresa centra messer
Azzo, non gli soccorse ; per la qual cosa sotto certi
DI GIOVANNI VILLANI.
391
patti f amnderoDO a metser Auo a di 15 di di-
cembre 13i5. E poi air entrante di aettembre 1335,
s'arrendo la città di Lodi al detto messer Azzo; e
coli fa a daacano de' collegati della lega di Lom-
bardia os8er?ato i piatti del conquisto fatto, cbe a'
marcbesi da Ferrara, dopo molto atento avutasi la
città di Hodaoa per messer Mastino, la diede loro a
di 8 di maggio 1336, salvo che al comune di Fi-
renze non furo attenute le convenenze della città di
Lucca, onde poi tra ì comune di Firenze e messer
Mastino ne seguirò grandi novità, siccome appresso
per gli tempi faremo menzione. Lasceremo alquanto
de' fatti di Lombardia, e diremo di quelli di Firenze
e d' altre parti ch^ furono in que' tempi.
CAPITOLO XXXIL
Come i Fiorenlini presono in guardia il castello di
Pietrasanla^ e con vergogna il lasciaro.
Nel detto anno, a di 9 di luglio, tenendosi il
castello di Pietrasanta del contado di Lucca per Nic-
coiaio de** Poggingbi, che Tavea avuto in pegno dal
conestabile di Francia, al tempo che venne in Lucca
col re Giovanni, per diecimila fiorini d'oro che gli
uvea prestati, non potendo il suo podere guardare la
terra, la diede in guardia al comune di Firenze, sal-
vo si ritenne la rocca ; i quali vi maodaro cento ca-
valieri e trecento pedoni, capitano messer Gerozzo
de' Bardi. Per la qual folle baldanza due di appres-
so cèrti usciti di Lucca, in quantità di dugento pe-
doni, presono il poggio della Pedona eh' è tra Pie-
trasanta e Camaiore, e quello intendeano d'afforza-
re : incontanente vi cavalcò messer Fiero Rosso colle
masnade di Lucca a cavallo e a piede, e quello pog-
gio assediare^ e non essendo forniti di vittuaglia
né soccorsi , s' arrenderò , e furo menati a Lucca
presi; de' quali caporali ne furo impiccati diciotto, in
tra' quali ebbe due de' Poggioghi. Ma poi V aprile
vegnente il detto Niccolaio de' Pogginghi rendo Pie-
trasanta a messer Mastino della Scala, che tenea già
Lucca, per undicimila fiorini d'oro, mandandone fuo-
ri le masnade de' Fiorentini; ma non compio Tanno
appresso, che messer Mastino fece pigliare il detto
Niccolaio io Lucca, opponendogli che trattava co'Fio-
rentini, e tolsegli i detti danari e più ; e cosi il tra-
ditore dal traditore fu tradito giustamente.
CAPITOLO xxxni.
Di grande corrutione di taiuoló che fu
in Firen^te,
Nel detto anno e istate, fu in Firenze una gran-
de corruzione di male di vainolo, che tutti i fan-
ciolli di Firenze e del contado ne furo maculati di-
versamente ; per la qual malattia più di duemila ne fal-
lirò per morte in Firenze tra maschi e femmine. Dis-
tesi per alcuni strolagi e naturali, che la congiunzione
di Marte e di Saturno nel segno della Libra, e il Giove
n foro opposizione nell'Ariete, ne fu cagione.
CAPITOLO XXXIV.
Come 8i fuhellò Grosseto à^Saneti, e poi il
riehbono per danari.
Nel detto anno, a di 28 di luglio, essendo
Batino signore di Grosseto, per tirannia, siccome il
più possente cittadino di quella, stato più tempo in
Siena a' confini e quasi in cortese pregione (perocché
i Senesi gli aveano tolto Grosseto tortevolemente e
a inganno, e in Siena il teneano per paura) il detto
Batino si parti colatamente di Siena, e rubellò Gros-
seto. Per la qual cosa a' Sanasi surse assai guerra
in picciol tempo, che incontanente feciono oste a
Grosseto con molto dispendio e mortalità di loro gente
per lo peslilenzioso luogo. Ed essendo ad oste infi-
no a di 8 di novembre, per certo falso trattato di
qoe' d' entro, fu data a' Sanasi una porta della città,
e rotto alquanto del muro^ e entrato dentro il conte
Marcovaldo de' conti Guidi loro capitano di guerra
con più di trecento uomini, com'era ordinato, furo
rinchiusi 6 quasi tutti presi ; e di grande avventura
scampò il conte. B rafforzata f oste de' Sanasi, Batino
essendo andato a Pisa per soccorso, da' Pisani ebbe
aiuto di cavalieri, e ancora per suoi danari soldo
cavalieri, sicché menò in Maremma cinquecento ca-
valieri, e francamente levò da oste i Sanasi e vil-
lanamente, che lasciaro tutto il loro campo e arnesi,
e misonsi in fuga. E poi co' detti cavalieri corse Bati-
no tutte le terre de' Sanasi di Maremma infino al ba-
gno a Petriuolo, levando grandi prède; e ciò fu a di
26 di novembre del detto anno. Ma poi i Sanasi trat-
tarono accordo col detto Batino, e promisongli dieci-
mila fiorini d'oro \ ed egli rendesse loro Grosseto ;
a di 26 di luglio 1336 lasciò la signorìa, ma rup-
pongli dislealmente la impromessa, che non gli pa-
gare che la prìma paga di cinquemila florìni d' oro ;
e cosi fu ingannato il tiranno tirannescamente.
CAPITOLO XXXV.
Come i Sanesi per inganno presono la città di
Massa^ e ruppono pace a* Pisani.
Ancora nel detto anno tegnendo i Korontini
la città di Massa in Maremma per l' accordo fatto da'
Pisani a'Sanesi per lo vescovo di Firenze, come ad-
dietro facemmo menzione l'anno 1333, ed essen-
dovi per podestà Tegghia di messer Bindo de' Bon-
delmonti e per capitano Zanpaglione de' Tomaquin-
d, la setta de' cittadini ch'amavano i Sanesi, e per
loro trattato, cominciarono il rpmore e battaglia nella
città, e abbarrarsi nella terra ; e la parie de' Sanesi
s'accosterò col detto Zampagliene loro capitano, e
dbsesi per corruzione di moneta. Incontanente vi
cavalcaro i Sanesi popolo e cavalieri, e entrerò nella
terra dalla parte di sopra ov' era la forza della loro
setta. I Fiorentini vi mandarono allora il loro vesco-
vo e altri ambasciadorì per racquetare la terra, ma
niente v' adopererò per la forza de' Sanesi eh' atea-
* QtfiTKticY mila dice la edìslone de* GiuDtì.
892
CROia(»B
no presa gran parte deUe forleue della dttà; e eon-
venne per forza ch^al lotto Tossono lifnori della
terra^ e cacciarne ì caporali amici de* Pisani ; e ciò
fa a di 24 d'agosto del detto anno. Per la qaal co-
sa ì Pisani si turberò molto contro a* Senesi, perchò
aveano loro rotta pace; e però diedono il loro soc-
corso di cavalieri a Batino di Grosseto contro a'Sanesi,
come detto avemo. Ma piii si dolsono de' Fiorentini,
perchè B* erano fidati di loro, e data in guardia la
città di Massa, ed erano mallevadori della pace sotto
pena di diecimila marchi d* argento, con tatto che
noi sapemmo di vero, eh* e' Fiorentini non ci osaro-
no frode né inganno contro a' Pisani, ma fallirono
in negltgensa di non mandare la fona de' loro ca-
valieri al soccorso della podestà di Massa, e non
pulirò il capitano loro cittadino, il quale si disse che
fu colpevole della rivolusione della città.
CAPITOLO XXXVL
Di cerH fuochi appresi in Firewte.
Nel detto anno, a di 25 d' agosto S a' apprese
fuoco in Firenze da San Gilio, e arse nna casa de'
tintori. E poi a di 7 di settembre s'apprese nella
piazza di San Giovanni verso il corso degli Adimari,
e arsone cinque case.
CAPITOLO xxxvn.
Come i Perugini e' loro collegati ebbono la dita
di Castello.
Nel detto anno, sabato notte ultimo di settem-
bre, il marchese di Yalliana avendo tenuto segreto
trattato con tre fratelli di Monterchi anticamente suoi
fedeli, i quali erano alla guardia della città di Ca-
stello sopra una porta, per rapporto d' una loro ma-
dre, subitamente e di notte si parti dal Monte Sante
Marie e cavalcò co' figliuoli di Tane da Castello, e
con Nieri da Faggiuola, e con messer Branca da Ca-
stello, con cinquecento cavalieri de' Pisani, e pedoni
assai ; e anzi di giunsono alle porte di Castello, e a
quella che dovea essere loro data per li detti tra-
ditori: fu loro risposto. B quando messer Ridolfo
Tarlati, ch'era in Castello signore con cento cavalieri,
sentt i nemid, fu all'arme per difendere la terra; e
vegnendo alla porta ov'erano i traditori, gli fu gittato
da loro della torre d'entro: incontanente sbigottito
abbarrò la via dinanzi per difensione; ma il marchese
e' suoi compagni e' maestri di guerra inoontanente
feciono aggirare la loro gente dall'altra parte della
terra, faccendo vista con grande tumulto di grida e
di suono di trombe e di nacchere d' aesalire altra por-
ta, e il marchese rimue con pochi a tagliare la detta
porta. Quo' d' entro slorditi per lo subito assalto, e male
provveduti, corsone per la terra per paura all'altre
porte. Intanto fu tagliata e aperta quella ov' erano i
traditori ; e tagliato il ponte, e entraH dentro, grandi
battaglie ebbono alle sbarre della via, e per forza le
viasono, perocché measer Ridoliò o'IlglMoli vadei-
do i nemid dentro si fuggirò con parte di tua genie
nella rocca; che se fosse stato feroM) dia difasa,
non perdea la terra. E la dttà per i Tedeadii Ut tatla
corsa e rubata, e '1 cutello deUa rocca assediato den-
tro e di fuori ; e per la troppa gente io qteUa ri-
fuggiti, non essendo fornita al bisogno éi vittnagik,
s'arrenderò pregioni a di 5 d'ottobre» E aesaerRi*
dolfo con due suoi figliuoli e gli altri della rocca
n' andare presi a Perugia. E poco appreso i Penn
gini ebbono il forte castello di Citeraa, e pia aUri
della contrada. Avemo detto si distesa qnesla presa
di Castello perchò fu d'awentoroso avveBÌaento,e
con bello accorgimento e prodezza di guerra. E not%
che se questa vittoria non fosse avvenula a'Perugini,
olii erano per disertarsi della guerra con gli Aretini;
perocché già cominciava loro a rincrescere la grossa
spesa de' cavalieri soldati, siccome popolo e dtta»
dini male provveduti a guerra, e poco mobolati' di
moneta comunemente.
CAPITOLO xxxvm.
Come il re d" Inghilierra sconfisse gli ScoUi,
Nel detto anno, la state 1335, il giovane A-
doardo re d' Inghilterra con sua baronia ancora pas-
sò in Iscozia con Ruberto di Ballinolo, il quale n'a-
vea fatto nuovo re, e centra Davit re nato di Ruber-
to di Brus, e combatté con lui e con gli Scotti e
sconflsseglL Ben vi rimue morto il conte di Como-
vaglia per soperchio affanno, firatdlo eamale dd re
d'InghOterra; e prese il re Adoardo quad Intto il
paese di Scozia, salvo le fortezze delle montagne, e
de' boschi e marosi. E il detto re Davil di Bnis si
tornò in Francia al re Filippo di Valois wo colle-
gato, avendo quad perduto il reame. Lasceremo d-
quanto degli atrani, e torneremo a nostra nutterìi
de' fatti di Firenze e delle pertinenze.
CAPITOLO XXXIX.
Come % Fiorentini crearono di nmo^a Vufim dd
consertadare e quello ne segu^.
Nel detto anno, per eden di novembre, i Fio-
rentini che reggeano la città fedone nn nuovo reg-
gimento di signoria, il qude chiamarono il capitane
della guardia e conservadore di pace e di stalo deUs
dttà. E il primo fu messer Iacopo Gabbridh d'A-
gobbio ; e il detto di entrò in signoria con cinquan-
ta cavalieri e cento fanti a pie, con adario di die-
dmila fiorini d' oro l' anno con grande arbitrio e
balia sopra gli sbanditi ; e sotto il suo titolo ddla
guardia, stendea il suo nficio di ragione e di fotte
a modo di bargello e sopra ogni dira signorit, e
£iccendo giustizia di sangue come jiltì. piaeea, sanai
ordine di statoli. E tornò a stare ne'pdagi che fa«
Quindiei di agosto dice le edidone de* QiuntL
* forniti, provreduti, d* mohdUf che vale meXtUtj ft-
eoltà. Al eap. L trovend mobolatOt luiito sssohttuMnte
I per rioeo di molfUé^ ricco.
DI GIOVANNI VILLANI.
393
ro da' flgliiioli Petrì diotro e di costa alla chiesa di
San Piero Scheraggio, i qaali in quelli tempi si com-
perarlo per lo cornane di Firenze da* creditori delta
compagnia degli Scali fiorini settemila d'oro. E qae-
sto nfleia feciono e crearono quegli cittadini popo-
lari che reggeaoo la terra, per fortificare loro stato
e per panra fK non perderlo quasi al modo dciran-
no dinansi, che aveano fatti i sette bargellini, come
addietro facemmo menzione. 11 detto messer Iacopo
stette in signoria nno anno faccendo aspro nficio,
faccendosi motto temere a* cittadini grandi e popo-
lari; e gli sbanditi si cessarono quasi tutti di città
e di contado; perocché prese Rosso figliuolo di Ghe-
rardnodo de* Bondelmonti, il quale avea bando di
contumace delia testa per certa riformagione, e non
per iMaluto né micidio per lai fatto, ma per una ca-
valcata eh' egli con certi avea fatta a Montalcioo io
servìgio do*Tolomei di Siena; e fecegli tagliare
il capo contro al volere della maggiore parte de' Fio-
rentini, perocché non avea fatta offensione a nullo
cittadino né in nostro distretto, ma per farsi teme-
re: perocché chi a uno offende molti minaccia. B poi
più altri per simile modo giudicò a morte, e con-
dannò qnasi tutti i comuni e popoli di contado per
cagione di ritenere sbanditi a diritto e a torto, co-
ma gli piacqna. E così menando rìgido e crudo il
ano oflcio, molte cose illicite e di fatto fece in Fi-
renze, a petiziode di coloro che 1* aveano chiamato
a ragrgeano la città, e ancora per non licito guada-
gno. Poi compiuto Tanno se n*andò ad Agobbio
ricco di molti danari. E in suo luogo ci venne io ca-
len di novembre 1336, par uno anno appresso, mes-
ser Aooorrimbono da Tolentino, uomo d'età di più
di sattantaciaqna anni, il quale altra volta stato in
Firansa per podestà fu buono rettore. Al comincia-
manlo di ano nfido cominciò bene ; ma poco appres-
so dilatando ano nficio, che Tavea di fatto, infino
a' piati minati intese per guadagnerìa di se e di sua
corta. E infra T suo tempo, a dì 13 di hglio 1337,
essendo a sindicato uno messer Nicoola della Serra
d' Agobbio stato podestà di Firenze, e trovandosi in
difetto, e per lo esecutore degli ordinamenti della
gfnalizia suo parente, il quale era del contado d'A-
gobbio, col hyoTt del dettò messer Accorrìmbono
a dalla nuova podestà, eh' era nipote del detto mes-
ser Accorrìmbono, non lasciando a' sindachi in ciò
fare loro nflcio, gante minuta si commosse, e fu in
parlo la città a romora in in le piazze delle signorìe,
parahé non si fooea giustizia della podestà e di sua
faarìgHa; a oo' sassi cacciati f^ro e fediti, e alquanti
morii dalla famiglia delle dette signorìe a loro gran-
de difatto, spasìalmente quella del dettò messere
Aacorrimbono, onda tutta la città si commosse. B
volendo il detto messere Accorrìmbono fare giusti-
sin in persone di certi oh' avea presi per lo detto
romora, par paura dal popolo minuto non ebbe T ar-
dire, e non l'avrebbe potuto fare par la furìa del
popolo; a' convenne fosse condannata la podestà vec-
chia, a certi de* detti, che feciono il remora, in pe-
eonia. Per la quale cosa e cagioni si fece decreto,
che in fra dieci anni nullo rettore di Firenze potesse
oiier d' Agobbio o del contado. Consegnendo l'uno
errore sopra l'altro, il detto messer Accorrìmbono,
a petizione di certi caporali che reggeano la città,
per cagione di setta fece una inquisizione del me-
se di settembre centra messer Pino della Tosa cVe-
ra morto il giugno dinanzi, eh' egli a Feo di mes-
ser Odaldo della Tosa e Maghinardo degli Ubaldini
aveano tenuto trattato con messer Hastino della Scala
di tradire Firenze; e funne costretto e' martoriato il
figliuolo di messer Pino per farlo confessare ciò, ed
altri gentili uomini di Firenze amici di messer Pino,
per disfare la sua memoria e distruggere i suoi
amici; e ciò fu fatto per invidia, e chi disse per
operazione d'alcuno consorto del detto messer Pino.
La qual cosa non fu né si trovò vero ; e il detto
Maghinardo se ne venne personalmente a scusare.
Ben fu vero che messer Pino per mandato del re Bu-
berto, da cui tenea la terra, cercò con messer Ma-
stino concordia con lui e col nostro comune, dan-
done la città di Lucca libera. E per la detta cagiona
parendo al detto messer Accorrimbono avere male
impreso, per sua ricoperta condannò parte della casa
di messer Pino a disfare, perché cominciò il trattato
senza parola de' priori ; e '1 detto Feo per contuma-
cia ; la qual cosa fu molto biasimata da più cittadini,
perocché messer Pino era stato il più sufficiente e
valoroso cavaliere di Firenze, e il più leale a par-
te guelfa popolo e comune. Ben fu un grande im-
prenditore di gran cose per avanzarsi ; per la qual
cosa il detto nflcio di capitano di guardia e conser-
vatore venne si in orrore de' cittadini di Firenze, che
per nullo modo o procaccio di certi caporali che
reggeano la città, non poterò avere balia di raffer-
mare il detto messere Accorrimbono né altri in suo
luogo ; e venne meno il detto nficio, il quale era ar-
bitrario e di fatto, senza ordine^ l^gfo o statuto
osservare, per potere per lo detto uficio disfare a
cacciare di Firenze cui fosse piaciuto a certi che
reggeano la città, che aveano creato il detto ufi-
cio, e per tenere in tremore i cittadini. Averne sì
lungo fatta memoria di questo uficio e dei suoi pro-
cessi per lasciarne esemplo a' cittadini che saranno,
acciocché per bene della nostra città non siano mai
vaghi di fare uficiali arbitrari, che perché si creino
sotto colore e titolo di bene di comune, sempre mai
fanno dolorosa uscita ^ per le cittadi, e nascena ti-
rannica signoria.
CAPITOLO XL.
Come meuer Mastino iella Sedia ebbe la ciilà
di Lucca.
m
Nel detto anno 1335, in calen di novembre,
dopo molti trattati fatti per Orlando Rosso con mes-
ser Mastino de' fatti di Locca, sempre con parole e
promesse di farlo ad istanza de' Fiorentini, tanto si
menò il trattato, che messer Piero Rosso, il quale
n'avea la possessione, non si poteo più difendere
da* fratelli, e mal volentieri andò a Verona, e ac-
consentì éi dare a measer Mastino la signoria di
' esitOi riascita.
394
CROMICHE
LQcca« B coti eMe metter Mastue della Stek la
potaetdone e la tigooria della cMà di Loooà e del
coBtido per mano d^ Orlando e di metter Piero de'
Rotti di Parma, oom' erano ttale falle le conveaenae^
quando renderono Parma, come dicemmo addieiro.
B partitti metter Piero Rotto a di 20 di dicembre
del detto anno della citii di Locca, e andoatene a
Pontremoli, che di palli rimate a* Rotti con pid al-
tre cattella in Parmigiana per lo modo dello; e in
Lucca poi rimate vicario per metter • Mattino met-
ter Giliberto Tedetco con cinquecento cavalieri, e
tempre dando metter Matltao falta tperanxa a'Fio-
rentini per tue lettere, e dicendolo e prooMllendolo
e giorandolo a' loro ambatciadori, eh* al continuo il
tegnivano per cagione di ciò, di rendere al comune
di Firenze la cillà e contado di Lncca com'erano i
patti della lega, quando avette riformala la terra in
buono alato ; della qual prometta falli tiecome fel-
lone e traditore, e i Rotti di Parma tradì e diter-
tò, come innanii faremo menzione, ticoome falto e
ditleale tiranno, che t' avea concepulo con ditordi-
naia e folle covìdigia e malvagio contiglio che per
la città di Lucca e per la tua forui avere la tignoria
di tutta Totcana, come innanti per gli tuoi etordi e
precetti ti potrà trovare *, per lo qual tradimento nac-
quero diverte e maravigliote novità e mutaiioni in
Lombardia e in Totcana ordinale per gli Fiorentini.
CAPITOLO XLL
Come te ierte del vUcontado in Valdambra
si diedono ai comune di Firenze.
Nel detto anno, cttendo già la tignoria de' Tar-
lati d'Arezzo mollo abbattala per la perdila del
Borgo a Santepolcro e per quella della città di Ca-
ttello, come dicemmo addietro, e per la forza de'
Perugini eh' era col loro ordine montata con l'aiuto
de' Piorentini,*che tpetto colle loro matnade correa-
no intino in tu le porte d' Arezzo, e aveano ri-
potle il monte Santavino, e di quello i Perugini fa-
ceano guerra al oontinno, e più volte vi toouflttono
di loro matBtde; per la qual cota quelli del vi-
toontado, cioè il catteUo del Bucino io Valdambra,
e quello di Genina, Galalrone, Rondine, e la Torri-
cella, i quali teneano i Tarlati, e di gran parte v'a-
veano tu ragione per certe compere per loro falle
da certi de' conti Gnidi, temendo della guerra, e co-
notcendo che gli Aretini non gli poteano difendere
né aoccorrere, ti diedono al comune di . Firenze a
di 2 di novembre, faoeendogli franchi per cinque
anni, dando i detti catlelli uno cero alla fetta di San
Giovanni ciatcuno anno, n quale fu un bello acqui-
eto a' Fiorentini , e un grande aliargameale e ac-
concio di loro contado per quello ohe ne teguio
appreato.
' la oonveniioni, come legge qualche stampa.
CAPITOLO XLIL
Come nella dita di Pisa ebbe battaglia^ e furonne
cacciati certa parte.
Nel detto anno e tempo, ettendo la città di
Pita in grande tetta e dlvitione, che 1' una parte era
il conte Fazio colla maggior parte de' popolani che
reggeano gli uBci della città, V altra tetta erano i
non reggenti; ond' erano capo metter Benedetto e
metter Geo Maccaioni de' Gualandi, e certi de'Lan-
franchi e più altri grandi, e Cola di Piero Boncooti
e più altri popolani, i quali ordinarono cospirazione
in Pita per abbattere il conte e i reggenti tuoi te-
guaci, con trattato di metter Mattino della Scala,
che gli aveano prometta la tignoria di Pita, ed e-
gli dovea loro mandare le tue forze de* cavalieri da
Lucca. La quale cotpirazione partorì remore e bat-
taglia cittadina, che a di 1 1 di novembre del detto
anno i detti de' Gualandi e loro teguaci con armata
mano attalirono la podestà di Pita e cacciarlo di Pisi
e rubarlo, e artono tutti gli atti e tcrilture di co-
mune, e ruppono le pregioni e liberare i preti. E
poi nella piazza di San Siati tutto il di combatterò
gli anziani e il conte e il popolo di Pita, ch'erano
raunati armali in tu la piazza degli anziani. E non
potendo retittere al popolo ti riduttero la aera al
capo del ponte alla Spina alla porta delle Piagge, a
quivi t'afforzare con barre e terragli atpeltando il
loro teccorto da Lucca da metter Piero Rotto, il
quale mandava loro quattrocento cavalieri e popolo
attai; e già erano pretto del catlello d'Atciaoo;
tenlendolo il conte e il popolo dubitando di loro ve-
nuta aOrettaro la battaglia la notte con fuoco met-
tendo e con molto taeltamento, e promettendo ai
loro aoldali tedetchi e italiani paga doppia; i quali
gran parte aceti de' cavalli manetcamenle combat-
terò, e per forza d' arme la notte medetina cac-
ciarono i rubelli della città ; che a' avetsero in-
dugiato il remore, e aottenulo la notte infino alla
mattina che il loro aoccorto da Lucca foue giunto a
Pita, eglino avrebbono vinta la città, e metter Ma-
stino n' era tignore. Sentendoti la novella in Firen-
ze, i Fiorentini mandare incontanente trecento cava-
lieri di loro matnade a Montelopoli in tervigio dal
conte e degli anziani di Pita per toccorrerla : per
lo tubilo riparo non bitognarono, ringraziandone per
loro ambaaciadori mollo i Fiorentini; con tutto che
per la loro ingratitudine poco tempo il tennero a
niente i Pitani, come per innanzi leggendo ti trove-
rà. Poi a di 15 di dicembre i Pitani fecero il conte
Fazio loro capitano di guerra, e crebbono le n^"
tnade de' aoldali inAno millecinquecento a pie alla
guardia della terra, e itbanditi per ribelli i loro ne-
mici, e ditfeciono i beni loro, i quali te n' andare
a Lucca, e afforzare i Pitani di fotti e di steccati
QuiAzica e '1 borgo di San Marco, e la porta alle
Piagge e il ponte alla Spina di ponti e catene, e ta-
gliarono le vie di Lucca, e fecionvi bertetcbe e ponti
levatoi attai.
j
DI GIOVAWNI VILLANI.
S9i
CAPITOLO XLHL
Come ii marchese Spinetta ebbe Serreib^ano.
Conseguendo mesBer Mastino della Scala il suo
proponimento d^ avere la signorìa di Pisa a suo po-
dere, si ordinò con Ispinetta marchese fflalespina e
col vescovo di Luni suo consorto di fare mbellare
a* Pisani la terra di Serreszano ; e cosi fu fatto; che
a dì 4 di dicembre del detto anno i detti vescovo
e Spinetta, essendo per certi terrazzani di loro parte
data una porta deI2a terra, v* entrarono con m\h
fanti, e presero la signoria sanza nullo contrasto, ondo
i Pisani si tennero forte gravati da mosser Mastino
e da Spinetta, e entraro in grande sospetto e panra
di loro usciti e di loro seguito, faccendo di dì e di
notte guardare la città di Pisa con gente d* arme a
cavallo e a piede.
CAPITOLO XLIV.
Del tradimento che messer Mastino della Scala
fece a* Fiorentini della città ,di Lucca,
Nel detto anno, per oalen di dicembre, parendo
«^Fiorentini che messer Mastino e Alberto della Scala
gli menassono per lunga di dare loro la signoria
della città di Lucca, com' era V ordine e '1 patto della
lega, come addietro ò fatta menzione ; e tenendo in
parole e in vana speranza certi ambasciadori e sin-
dachi del comune di Firenze, eh"* al continuo gli se-
guivano per la detta cagione, sì ordinarono di man-
dare a Verona, oltre a quelli, una solenne e grande
ambasceria da sei de* maggìon cittadini grandi e po-
polani di Firenze per sapere il fine di loro intendi-
mento. I quali essendo a Verona coMetti tiranni, e
nel paese a piili parlamenti con loro e con gli altri
caporali lombardi, con cui i Fiorentini aveano fatta
la lega, dimandando la possessione di Lucca e che
fossero attenuti i patti, i detti della Scala con belle
parole e false promesse menando per lunga di gior-
nata in giornata i detti nostri ambasciadori, alla fine
faccendo trattare ad Orlando Rosso di Parma, doman-
darono di Lucca grossa quantità di moneta, dicendo
D* aveano speso, e convenia spendere al re Giovanni
di Boemia per avere sua pace della presa di Lucca.
I detti ambasciadori scrivendolo a Firenze, 1 Fio-
rentini diliberaro, che dappoiché per altro modo non
si potea avere Lucca, non lasciassono per numero di
pecunia, rìmettendola ne* detti ambasciadori. I quali
dopo lungo trattato di parole furono con dissimu-
lata concordia dalla parte de* detti messer Mastino e
messer Alberto di dame loro trecentosessanta mi-
gliaia di fiorini d* oro, parte contanti e parte a certi
termini, sicurandoli nella città di Vinegia a loro vo-
lontà. E nota, lettore, r errore e fallo de* Fiorentini,
che nel 1 329 poterono avere Lucca da* soldati del
Cerruglio per ottantamila florìni d*oro, e poi nel 1 330
per patti de* cittadini e di measer Gherardino Spi-
nola per minore quantità, siccome addietro facem-
mo menzione ; e poi vi spesono e vollono spendere
disordinala somma di moneta. Io stimo die Iddio noi
permettesse per purgare i peccati e maU guadagni
de* Fiorentini e de* Lucchesi, e eziandio de* Lombardi.
Torniamo a nostra materia : che quando fa data Tor-
dine, e trovati i danari e fatti sindachi per li Fio*-
rentini, il disleale Mastiao e traditore per malvagio
consiglio del marchese Spmetta e d* aUrì ghibellini,
ed eziandio con sodduzione dei signore di Milano e
de^i altri signori lombardi per fìirli nimici del co-
mune di Firenze, perocché parea loro che measer
Mastino fosse appo loro troppo grande, mostrandoli
con vana speranza, che tenendo per se Lucca, a-
vrebbe di leggiere la città di Pisa per la loro divi-
sione; e avea la città d* Arezzo a sua volontà, e
colle sue forze leggiere gli era d* avere tosto la Ro-
magna e Bologna per le divisioni e mutazioni di
quelle, per la partita e cacciata del legato ; e ciò a-
vuto, i Fiorentini non potrebbono resistere alle sue
forze, ma avrebbeli come circondati e assediati; fac-
cendogli vedere, che per le divisioni di Firenie tra'
grandi e* popolani e il popolo minuto per le soper-
chio gravezze, e i non reggenti delle signorie degli
ufici della città, agevole gli era d* avere la città jdi
Firenze alla sua signoria, e poi tutta Toscana, e più
a lungo ; il traditore Mastino giovane d* età, e più
di senno e fellonia, e trascotato e ambizioso per la
felicità dove 1* avea messo la fallace fortuna, fu de-
sideroso come tiranno d* acquistare terra e signoria,
e di farsi re in Lombardia e in Toscana, non guar-
dando a fede promessa e giurata a* Fiorentini, nò
considerando che la potenzia di Dio è piJ!i che forza
umana, mosse nuova questione a* detti ambasciadori,
dicendo : noi non vogliamo di Lucca danari, che n*a-
vemo assai ; ma volemo, eh* e* Fiorentini, se voglio-
no Lucca, colle loro forze ci aiutino aeqaistare la
città df Bologna, o almeno non ci fossero incontro
volendola acquistare, come ci promisono peri patti
della lega, quando la signoreggiava il legato. Sa-
pendo ciò i Fiorentini, e avveggendosi però tardi
della fellonesca intenzione del Mastino e della non
vera e solìstica dimanda di Bologna, che colle loro
forze aveano sconfitta Poste del legato a Ferrara,
per la qual cagione i Bolognesi aveano cacciato il
legato e tornati alla lega de* Fiorentini e Lombardi,
come è detto addietro, delibererò che innanzi si la-
sciasse Lucca, che si fosse contro a* Bolognesi; e
però mandsro, che i detti ambasciadori protestato e
richiesto di loro ragioni il Mastino si partiiaono ; e
cosi féciono : i quali tornarono in Firenze a di 03
di febbraio del detto anno. B innanzi che fossero
giunti In Firenae, o appena partiti da Verona, par-
tori il Mastino la sua prava intenzione ; dò fu, ohe
a di 14 di febbraio del detto anno, le ano masnade
cVeraao in Lucca, sanza richiesta o isfidamento al-
cuno, corsono Valdinievole e *1 Valdamo di sotto,
che teneano i Fiorentini, e levando grandi prede. B
in quelli giorni sim^'gliHntemehte le sue masnade ch*e-
rano in Modona corsono in sul contado di Bologna.
S96
CROlflCRB
CAPITOLO XLV.
DeW ordine che presono i Fiorentini al riparo
dei Mastino,
I Fiorentini, tornati i loro ambasciadorì da Ve-
rona, e avTodendoai come erano stati gabbati e tra-
diti villanainente dal Mastino, tatti di concordia or-
dinaro sei de* maggiori cittadini ano per sesto, dne
de* grandi e quattro popolani sopra la guerra col
Mastino, e quattordici popolani a trovare moneta con
grandissima balla, ciascuno nficio per termine d' uno
anno ; il quale ordine fu allora lo scampo di Firenze
per r eseguizioni che feciono in loro riparo e io
guerreggiare i tiranni della Scala, siccome innanzi
leggendo potrete trovare. Che il Mastino avea mi-
nacciato, che innanzi il mezzo maggio prossimo ver-
rebbe a vedere le porte di Firenze con quattromila
armadnre a cavallo, per abbattere V orgoglio de'Fio-
rentini ; ed eragli possibile, eh* egli era signore di
Verona, di Padova, di Vicenza, di Trevigi, di Bre-
scia, di Feltro, di Civita Belluno, di Parma, di Mo-
dana, e di Lucca; e avevano di rendita Panno di
gabelle delle dette dieci cittadi e di loro castella più di
settecento migliaia di fiorini d* oro, che non ha re
tra* cristiani che gli abbia se non il re di Francia ;
senza V altro loro seguito e amicizia de* ghibellini,
che mai non furo tiranni in Italia di tanta potenzia ;
onde a* Fiorentini parca avere forte partito alle ma-
ni ; ma come franchi e virtudiosi, quasi ninno discor-
dante, recandosi ciascuno in se la *ngiurìa del tra-
dimento del Mastino, si diliberaro di seguire magni-
ficamente la *mpresa. Onde poi i Fiorentini, come
piacque a Dio, poco tempo appresso osteggiaro loro
più volte infino a Verona villanamente, come innanzi
leggendo si potrà trovare, faccendo di magnifiche
imprese contra i detti tiranni. B in quelli medesimi
giorni per li loro danari avrebbono fatto mbellare al
Mastino la città di Modona, ed era già fornita per
gli soldati suoi eh* erano in Modotfa, se non che i
Bolognesi non vollono in servigio de" marchesi da
Ferrara loro amici, di cui per i patti della lega do-
vea essere Modona. B poi i Fiorentini per loro am-
basciadorì si dolsono a tutti gli altrì collegati lom-
bardi del tradimento de* tiranni della Scala, per loro
scusa richeggendogK d* alato, e fecero nuova lega
col re Ruberto, co* Perugini, Senesi e altre terre guel-
fe di Toscana, e coi Bolognesi e co* guelfi di Roma-
gna, con grandi ordini e aperti per riparare la loro
potenzia. Lasceremo alquanto della guerra oomin-
oiata eoi Mastino per dire d* altre novità sUte in
questi tempi, ritornando poi a quelle; perocché in
ciò molto ne cresce grande materia e meravigliosa e
quasi incredibile, come leggendo per innanzi il pro-
cesso della detta guerra si potrà trovare.
CAPITOLO XLVL
Come i Colligiani si diedono da capo alla guardia
de^ FiorenUni e fecionti la rocca.
Nel detto anno 1335, air uscita del mese di
gennaio, compiuto o per compiere il primo termine ch*e*
Colligiani s*erano dati alla guardia del coaraie di Fi-
renze, si si diedono da capo per tre anni oltre al primo
termine e anoora con più liberi patti; per la quel cesa i
Fiorentini per volontà de* ColHgfaoi, e per essere
più sicuri della guardia e con meno spesa, si ordi-
nerò e feciono fare in Colle alle apese de' Colligiani
una forte rocca al disopra della terra in su la piazza
del comune presso alla pieve, con ali di mura e en-
trata per se, e ordinaronvi uno castellano fiorentino
con quaranta fanti al continuo alla guardia, de'qoali
runa metade delle spese pagavano i Fiorentini e Fel-
tra i Colligiani.
CAPITOLO XLVn.
Come papa Benedetto determinò T opinione di papa
Giovanni suo anticessore delta tiskme deU^ anime
beate.
Nel detto anno, essendo per papa Benedetto
tenuti più consistorì co* suoi cardinali appo Avigno-
ne, e con molti maestri in divinità fatta per più tem-
po solenne esaminazione sopra T opinione di papa
Giovanni nella visione dell* anime beate, se dopo il
di del giudicio crescerebbe loro beatitudine o no,
onde in qua dietro in più capitoli è fatta per noi
memoria sopra la detta questione, e spezialmente par
la dichiarazione che ultimamente avea fatta papa Gio-
vanni alla sua fine; parendo al papa e a^i altri
maestri, che in quella parte ove conchinse, che Ta-
nime beate vedeano la divina essenzia faccia a faoda
chiaramente in quanto lo stato e la condizione del-
1* anima partita dal corpo comporta, non fosse per-
fettamente dichiarato, ma lasciato ancora in nube il
detto opinione, si *1 volle dichiarare. B a di 29 di
gennaio per lo detto papa in pubblico oonsistoro fa
determinata e dato fine e silenzio santamente alla
detta questione, cioè: che la gloria de* beati ò per-
fetta, e come i santi sono in vita eterna e veggono
la beata speme della Trinità ; e che dopo il giudi-
dò la detta gloria sarebbe istensiva nell* anima e
nel corpo, ma però non crescerebbe ali* anima sen-
sivamente più che si fosse prima nell* anime beate.
B sopra ciò fece decreto, che chi altro credesse
fosse eretico. Lasceremo della detta materia, ohe as-
sai n*ò detto, e torneremo a* nostri fatti di Firenze.
CAPITOLO XLVin.
Come il comune di Firenze rieomineiò guerra
a* signori d* Are%M.
Negli annidi Cristo 1886, a di 14 d* aprile,
sentendo i Fiorentini che messer Piero Saccone de*
Tarlati signore d* Arezzo tenea trattato oon messer
Mastino della Scala di fare con lui lega e compa-
gnia, e di ricevere in Arezzo la sua gente e caval-
leria per difendersi, e fare guerra a* Fiorentini e a*
Perugini, e al continuo erano in Arezzo suoi araba-'
sdadori, si si diliberò in Firenze di comindare a-
perta guerra alla città d'Arezzo; e il dello di si
sbandirò le strade. Chi disse che i Fiorentini rup-
DI GIOVANNI VILLANI.
3&7
siani piacque ; e poi aegreUmeiiU maodati a Vine-
già savi e discreti ambaaciadori per lo comoiie di
FireoEe, tì ai die compimento io Viaegia per la for-
CAPITOLO L
Lega ira 7 comune di Vinegia e di Firente.
poso la pace agii Aretini fatta Tanno 1316 per Io
re Roberto indebitamente, e non ai convenia alla
magmicenaa del cornane di Firenze rompere pace a-
gli Aretini, se prima per loro non fosse mossa gner- j ma e capitoli specificati qm appresso,
ra apertamente ; e chi disse che non era rompimento
di pace all'offese fatte per loro a' Fiorentini in da-
re sempre aiuto a Castrnccio e agli altri nemici del
comune di Firenie, e al presente legarsi con mes-
ser Mastioo fatto loro nemico, e datagli la signoria
d* Arcuo. Vedendo gli Aretini che H comune di Fi-
reoae volea cominciare loro apertamente guerra, per
levarsi il furore d'addòsso si cercarono per pia trattati
d^avere concordia co 'Fiorentini e co' Perugini; i quali
trattati tornare tutti in vano, perocch'erano con ingan-
no; che i signori d'Arezzo al continuo attendeano
grossa gente da messer Mastino, e yennono infino a
Forlì in Romagna più di ottocento cavalieri ; per la
qnal cagione i Fiorentini manderò in Romagna di
loro masnade seicento cavalieri, e coli' aiuto de'Bo-
lognesi e degli altri guelfi romagnuoli furono più di
dodici centinaia di cavalieri; e tutta la detta state
stettono in Romagna alla guardia de' passi per mo-
do, che la gente di messer Mastino per nnllo modo
poterò passare ad Arezzo. B in fra questo tempo i
Fiorentini feciono cavalcata sopra la città d' Arezzo
di settecento cavalieri e popolo assai a di 3 di lu-
glio del detto anno. B i Perugini dall' altra parte col
loro sforzo inflno alle porte d'Arezzo, accozzandosi
le dette due osti, faccendo grande guasto di biade,
arsione di possessioni nel contado d'Arezzo e in-
torno alla città, dimorandovi ad oste senza alcuno
contrasto infino a dì 8 d'agosto con grande danno
degli Aretini. B in questo anno, il maggio passato,
a petizione de' Perugini e colla loro forza, i guelfi
di Spnleto caooiaro i ghibellini della città di Spuleto.
CAPITOLO XLIX.
Come i Fioreniini feciono compagnia e lega col
coemne di Vinegia^ e r ordine di quella.
«
Vedendo i savi nomini di Firenze che gover-
navano la città, com'erano entrati in grande impresa
per la guerra incominciata, e che s'apparecchiava
maggiore co' tiranni della Scala di Verona per lo
fatto di Lucca, e considerando che per loro poco si
potea fare guerra, se non dalla parte di Lucca, senza
ainto 0 compagnia di signore o d' altro comune di
Lombardia per offendere il Mastino, e cessarsi la
gnerra d'appresso e recarla da lungi,^ più trattati
oercaro col signore di Milano e con altri tiranni e
grandi lombardi. B sentendo che '1 comune di Vine-
gia avea grande quistione e isdegno preso col Ma-
stino di Verona per le saline da Chioggia a Pado-
va, che per sua forza tenea occupate, e più altri di-
vieti di meroatanzie e cose aveano fatte contra loro
libertà in Padovana e in Trevigiana, si fecero cer-
care per trattato de' nostri mercatanti usanti a Vi*
negia, di fare col detto comune di Vioegia lega e
compagnia contro a' detti tiranni della Scala. D quale
trattata con molte arti e lusinghe fatte a' Viniziani
ptr i Fiorentini per indaoerii a dò| addetti Vini-
MCCCXXXVI. Indizione IV. a dì 21 di giugno»
la lega tra '1 comune di Vinegia e di Firenze fu fatta
a Vioegia per li sindachi de' detti comuni in questi
patti. In prima fecero tra loro lega, compagnia e
unità, la quale duri dal detto dì infino alla festa di
San Michele di settembre che viene, e dalla detta
festa ad un anno; e ohe per li detti comuni si sol-
dino duemihi cavalieri e duemila pedoni al presente,
i quali steano a far guerra in Trevigiana e Veroneae;
e quando parrà a' detti comuni, se ne soldino mag-
giore quantità : e che tutte le mende de' cavalli e
ogni spesa che occorresse si debbiano pagare co-
munemente: e che per la detta guerra fare, si deb-
bia tenere uno capitano di guerra a comuni speso;
e che per lo comune di Firenze si mandino uno o
due cittadini a stare a Vinegia o dove bisognerà, e
abbiano balia con quelli che si eleggeranno per Io
comune di Vinegia, di crescere e menomare i detti
soldati come a loro parrà, e a potere spendere per
fare rubellare le terre che si tengono sotto la ai-
gnoria di quegli della Scala: e che sia lecito al co-
mune di Firenze e di Vinegia poter tenere per Duro
la detta guerra due cittadini e sue bandiere, come
a* detti comuni piacerà; e abbia il capitano della
guerra pieno arbitrio : e che per tempo di tre mesi,
snzi la fine della detta lega, si oonvegnano insieme am-«
basciadorì de' detti comuni a prolungare o non prò-*
Inngare la lega predetta : e che il comune di Firen-»
ze faccia una guerra alla città di Lucca ; e s' ella
s'avesse, facciano guerra a Parma: e ohe i detti
comuni, o alcuno di quelli, non faranno pace, trie-
gua, 0 terranno alcuno trattato oon quelli della Sca'n
la, se non fosse di coscienza e di volontà di cia-
scuno di detti comunL Questi patti traemmo degli atti
del nostro comune* E ferma la detta lega, fu pubbli-*
cata in Vinegia e in Firenze in uno medeaimo di, 15
di luglio deUa detta indizione, in pieni parlamenti
con grande festa e allegrezza in ciascuna delle detto
cittadL B nota, lettore, che questa fu la più alta im-
presa che mai facesse o avesse fatta il comune di Fi-
renze, come si potrà trovare appresso ; e ancora che
ciò fu una grande maraviglia per più ragioni, a le-
garsi il comune di Vinegia con quello di Firenze: prima,
che non si truova che '1 comine di Vinegia s'allegas-
se mai oon ninno comune o signore, per la loro gran-
de eccellenza e signoria, se non V antico conquisto di
Costantinopoli e di Romania, e dairaltra parte i Vinizia-
ni sono stati naturalmoite d'animo imperiale e ghibellini,
é'Fiorentini d'animo di Santa Chiesa e guelfi. Ancora,
stati i Fiorentini contro a* Viniziani In servigio della
Chiesa, quando faro sconfitti a Ferrara, com* è fitto
menzione addietro» l'anno 1808. Onde spertamente
si aanifesta» ohe ciò fte pormiasione divina per ah-.
898
CROfilOUe
balterjD la superbia e llraDiiia di quelli éella Scala,
i qmli erano i più trascotenli due frateili, Al berlo e
Mastino, feìH e dileggiali eon ogni abominetole vi-
zio, che Tossono in latta Italia ; montali per la fìal-
lace e ingannevole felicità mondana in poco tempo
in sì alto soglio, e in sì alto stato e signoria, non
degna a loro né per senno né per meriti ; onde s* ad-
empiè in loro le parole del Santo Vangelo dette
per lo Santo Spirito per la bocca e in persona di
Nostra Donna : Fedi poientiam in brachio suo, di^
spersU superbos mente cordis sui, Deposuit poten^
tes de sede^ et exaltavit hnmiles: e per certo così
avvenne, come leggendo si potrà trovare. E pubblicata
la detta lega, i Vioiziani fecero loro ordini sopra la
della gaerra, come parve loro si convenisse ; eTio-
rentini elessono dieci savi cittadini mercatanti, e delle
maggiori compagnie di Firenze, con piena balia a
trovare moneta e fornire la detta guerra; e asse-
gnarono loro trecentomila fiorini d' oro V anno so-
pra certe gabelle, raddoppiandole gran parte. E per
cagione che* M nostro comune in questo tempo, per
te guerre e spese fatte per addietro, si trovò inde-
bitate le gabelle e 1 entrate del comune per lo tem-
po a venire in più di fiorini centomila d*oro, e da-
nari bisognavano maneschi per fornire la detta im-
presa; i delti dieci oficiali sopra i fatti di Vinegia,
col consiglio d* altri mercatanti savi e sottili a ciò
fare, e in Ira* quali noi fummo di quelli, si trovò
modo, che le compagnie e* mercatanti di Firenze
prendessono sopra loro lo ^ncarìco di fornire di mo-
neta per la detta impresa, infino a guerra finita, in
questo modo : eh* eglino ordinarono fra loro una la-
glia di centomila fiorini d'oro, il terzo prestare le
dette compagnie a comune, e le due parti distribuiti
Ira altre ricchezze e cittadini a prestare sopra le
dette gabelle assegnate a certi termini innanzi, quali
d* uno anno, e quali in più, come veniano i paga-
menti delle dette gabelle; e chiunque prestasse so-
pr^ esse al comune, avesse di guiderdone libero e
sanza lenimento di restituzione a ragione di quin-
dici per cento V anno ; e chi non volesse credere al
comune sopra le dette gabelle, prendesse la sicurtà
e scritta libera delle dette compagfiie e mercatanti,
e avesse di guiderdone a ragione di otto per cento
r anno ; e quelli che faceano la sicurtà per lo co-
mune sopra loro aveano de]?a detta scritta e pro-
messa cinque per cento V anno ; e qual uomo avea
della detta prestanza e non era mobolato, sicché non
potea prestare né al comune né alla scritta delle
compagnie, trovava chi prcndea il debito sopra se,
avendo a rogione di venti per cento ; e così si d-
vìa ciascuno: per lo detto modo si fornì le spesa
onoratamente per lo nostro comune. B quando furo
spesi i detti centomila fiorini d* oro della prima la-
tria, si ricominciavano da capo per simile modo^
mandando a Vinegia ciascuno mese, come bisognava
per K soldi de* cavalieri e pedoni che foroiano la
guerra. E a Vinegia dimoravano al continuo due savi
e discreti cittadini a fornire le dette paghe, e prov-
vedere le condotte de* soldati; e simile per lo co-
msne di Vinegia ; e due altri ambudadorì, uno ca-
valiere e uno giudice, a stare continui io Vinegia col
dogio e col suo consiglio a dare ordine alla faen*
ra ; e due altri cavalieri militanti alare per oiaseano
de* detti comuni nelfoste, col eonsif^odel capitano
della guerra. Questo in somma fu 1* ordine del fé^*
aire della guerra ordinata per la detta lega, e altre
modo non d avea. E questo per li savi fa motto
commendato. E di presente, 'pinvieabi la lega, v*ai«
darò di Firenze mille pedoni tutti soprasaegnali <M
soprasberga bianca col segno di San Marco e del
giglio vermiglio ; e di Boaiagna v* aadò la aosln
cavalleria, che v* era stata alla guardia del passo
com* è detto addietro, che furo da adcento cavalieri
ond* era capitano messer Pino ddbt Tosa, e messer
Gerozzo de* Bardi: e in Vinegia se ne soldaro di
presente per li detti comuni millecinquecento tra
Tedeschi e altri oltramontani, e pedoni assai, e mi-
segli in • sulla Trevigiana a cominciare la guerra. E
di quelli giorni si rubellò a quelli della Scala per
quelli da Cornino il castello d* Ovreggio, non essao-
dovi ancora la nostra gente, né avendovi ordine
d*oste 0 di capitano di guerra. Messer Alberto della
Scala di subito vi cavalcò da Trevigi con mille cava-
lieri, e combattendo il racqnistò con grande danno
di coloro che 1* aveano rubellato. Lasceremo alquanto
della guerra cominciala in Trevigiana, e diremo de*
fatti di Toscana conseguenti per la delta gnerra.
CAPITOLO LL
Come le niasnade di messer Mutino eh* erano in
Lucca cavalcar 0 in sul contado di Firenze.
Nel detto anno, a dì 25 di luglio, le masude
di messer Mastino eh* erano in Lucca, in quantità
di quattrocento cavalieri e popolo assai, uscirono di
notte da Baggiano e vennero subitamente a Cetre-
toguidi in Greli, e quello sprovveduto, combattere
il borgo ed ebberlo, e feciono grande danno di
preda e d* arsione di case e di biade senza alcol
contrasto; perocciiò*l capitano e cavalleria de* Fio-
rentini erano gran parte in Pistoia per cagione detta
festa di Santo Iacopo. E poi a dì 5 d* agosto se-
guente la gente di messer Mastino, in quantità di ot-
tocento cavalieri e molti pedoni, onde fu capitano
e conducilore Ciupo degli Scolari rubello di Firen-
ze, uscì di Lucca e guadò Arno e guastò il borfO
a Santafiore e altre villate di Samminialo, e alberga-
ro due notti alla villa di Martignano sotto Sanisi-
nialo. La gente de Porentini eh* erano in Empoli a
nelle castella del Valdirno e di Valdinievole, g^ H^
gniro francamente ; per la qual cosa i nemid ttnei-'
do la stanza d* essere sorpresi, perché non eraie
venuti provveduti di vittuaglia, si partirò a di 7 d* a«
goslo con isconda levata, e passando per lo borgo
di Santagonda per paura de*" Samminiatesi, soesi per
comune a* balzi e alle tagtìater e sbarre falle, aon
ardirò di mettervi fuoco; e molli ve oo rimasoaoo
gli altri fuggendo senza ordine in più parti si riool**
sono, alquanti passando Guiseiana, ma i più per k) eo»-
tado di Pisa straccati, e molti per sete spasioaro
e annegaro in Guisciana. E se la nostra eavallem
avesse più studiato il cavalcare, non ne campava atP
mo per la mala condotte. E per le détte «arriort»
DI GIOVANNI VILLANI.
399
tenne la città éì Lnoca ^mA ma|^giorBiente ricordAB-
don i Fiorentioi deU' antice amistà di messer Ugo-
lino Rosso stalo nostro podestà, e coli' oste del no-
stro coniane alla battaglia a Certomondo contro agli
Aretini. Perla qual cosa il detto messer Piero per-
sonalmente venne in PìrenEO a dì 23 d* agosto del
detto anno, il qaaie da' Fiorentini fu veduto e ri*
cavato onoratamente, e di presente fatto pe' Fioren-
tini loro capitano di guerra. Il quale, come valente
cavaliere, con quantità di ottocento cavalieri e con
certi masnadieri a pie de' Fiorentini, a di 30 del detto
mese d*agosto bene awenturalameote cavalcò sopra
alla città di Lucca per guastare le vigne, e per fare
levare V assedio da Pontremoli. 11 primo di si puose
a Capannole guastando d' intorno alle sei miglia, e
poi valicò Lucca e puosesi al ponte a San Quirico.
In quello luogo stette per tre di, correndo senza
alcun riparo ciascuno giorno infino alle porte di Luc-
ca. Le masnade di Lucca in quantità di seicento ca-
valieri e popolo assai, ond' era capitano il marescalco
di messer Mastino, per savia maestria di guerra tutti
uscirono di Lucca, e ridussersi in sul Cerruglio per
impedire la vittaaglia e la rendita alla nostra gente*
Messer Piero per non esser sorpreso tornò addietro
schieralo ordinatamente, e guastando fu preuo al
re, perocché per cagione di nimico spesso si fa ami- 1 Cerruglio ^ al luogo dov* era il fosso, eh' avea fatto
co, e dell'amico nimico. Prima avemo detto di messer messer Ramondo di Gardena, quando con la nostra
il paese dì Valdanro e di Greti le terre non murate
stavano in grande tremore ; per la qual cosa il co-
rnane di Firenze ordinò che subitamente fossero ri-
fatte le mura d* Bmpoli e di Pontormo, ohe alquanto
n' erano cadute per cagione del grande diluvio, e
ordinarono che 'l borgo di Montelupo si compiesse
di «arare in sulla riva d' Amo e del fiume di Pesa ;
e die fosse rifatto e murato il borgo di Cerreto-
gnidi ; e cosi fu fatto in poco di tempo, faocendo
loro alcuna franchigia e immunità. E ordinossi di fa-
re in Firenze grossa cavalcata a Lucca per vendetta
di quella, per esservare la promessa fatta per la lega
de' Viniziani, come faremo menzione nel seguente
capitolo.
CAPITOLO LU.
*
Come i Rossi di Parma tornarono amici de* Fio-
reuiiniy e come messer Pietro Rosso sconfisse il
maliscako di messer Mastino della Scala sotto il
Cerruglio,
Come dinanzi promettemmo di dire di meravi-
gliosi avvenimenti e cosi improvvisi, ch'avvennero
per la guerra, intendiamo appresso di narrare e segui-
Mastino, che essendo grandeemico del nostro comune,
e fatto perverso nimico per li suoi vizi e falli e tradi-
menti fatti al nostro comune della città di Lucca, come
addietro abbiamo fatta menzione, e cosi per converso
diremo de' Rossi da Parma, i quali in questi presenti
tempi sono stati grandi aweraori e nemici nostri,
come addietro è fatta menzione, in piccol tempo sono
divenuti amici e confidentissimi, perocché nelle cose
del secolo, spezialmente ne' casi della guerra, non
si dee avere ninna stabile confidenza, perocché per
gU ol^ggi ricevuti si fa spesso dell' amico nimico,
e cosi per converso, o per bisogno o per servizio
ricevuto, o per speranza di riceverne, si fa del
■emico amico. Onde essendo in Pontremoli messer
Piero e messer Marsiglio e Orlando de' Rossi da
Poraia e loro consorti, i quali tanti onori e benefici
Calti aveano a messer Mastino di dargli la città di
Forma e quella di Lucca, il detto messer Mastino a
petistone di quelli della casa di Correggio da Par-
■sa enei cugini, stati nemici e avversari de' detti
Roioì, ma maggiormente^ siccome fanno sovente i
tirenU) che promesse che facciano non le osserva-
ne oe non a loro vantaggio, cosi a' detti Rossi
aneesar Mastino gli tradì e ingannò, e in picciol
tempo tolse e fece torre loro tutte le fortezze e
poaeesstoni eh' aveano in Lombardia, e fecegli asse-
diare nel detto cestello di Pontremoli, ov* erano ri-
detti eoo tutte loro domse e famiglia. I quali Rossi
¥eggeBdoii cosi trattoti do mesaer Mastko, e dalle
me forze mole si poteono rìporore sonca l'aUrai
oiale, feeiono trattato ee^ eomnee. di Firenze d' es-
aere di loro parte e lego, i quali dal nostro coms-
0^5 aiceeme mare eh* ogni fiume riceve, furon rice-
vati e accettati graziosamente, dimettendo ogni in- . j^ GìuaUnat S gmndo Mono pre$$o di sotto al Oer^
giuria fioevnta da messer Piero de' Rossi, mentre che I rugOo,
gente fa sconfitto ad Altopascio, come addietro fa-
cemmo menzione. Quello per i nemici alquanto ri-
mosso, e posti in su quello alla guardia otto ban-
diere di cavalieri di messer Mastino con certo po-
polo per contrastare il passo a messer Piero, i no-
stri scorridori e feditori, in quantità di centocinquanta
cavalieri, il detto passo combatterono, e per forza
d' arme vinsero e sconfissero i . nimici, cacciandogli
infine al castello del Cerruglio, credendosi avere il
castello centra la volontà di messer Piero, eh' al con**
tinuo facea gridare e sonare alla ritratta per tema
d* aguato. Ma i nostri volonterosi di vincere, più che
accorti di guerra, in tra gli altri messer Gherardo
da Verimbergo. tedesco eh' avea il pennone de' fe-
ditori del nostro comune, follemente entrò combat-
tendo dentro alla porta del Cerruglio, perché da'ne-
mici, i quali erano provveduti e riposti d'agnato den-
tro e di fuori, fu abbattuto e morto, e tutti i no-
stri che con lui erano dentro saliti al Cerruglio fu-
rono morti e sconfitti, e presi quattro conestabili e
altri assai. U marescalco di messer Mastino, avuto
la vittoria, con grande audacia con tutta sua gen-
te venne discendendo il poggio^ tuttora cacciando i
oo|(tri. Messer Piero come savio e franco capita-
no, e niente sbigottito per la rotta de'snoi, fece
schiera e capo grosso di sua gente, confortan-
do i suoi e attendendo a' nemici vigorosamente, i
quali per T avvantaggio della scesa e per la vittoria
ovato, con grande impeto percossono i nostri e assai
gli ripinsono addietro ; ma per buono copitanerìa di
messer Piero, e per lo franca gente eh' ero con lui,
sostennono combattendo ^golosamente per modo,
400
CROraCHB
che in poco d* ora la geaie di nesser Ifastino fa mei-
sa in isconfitta, e rimasono assai morti, e presi tre-
dici conestabiii e caTaliari assai. U aiarescalco di mes-
ser Mastino con la saa insegna e con più altri ven-
nero a Firense; e la detta sconfitta fa a di 5 di
settembre 1336. E ciò fatto, messer Piero raccolse
sua gente; infino a notte trombando dimorò con i
torchi accesi in sol campo, e la notte albwgò a Gal-
liena, e poi V altro di con grande onore tornò a
Facecchio. Avemo si disteso questo capitolo, per-
chè in sì poco di tempo d'una giornata, di tanta
gente furono tre si fatti avvenimenti di battaglie e
di guerre recate a onorevole fine di vittoria per la
valentria di messer Piero Rosso. E poi poco ap-
presso messer Piero partito da Fucecchio, ne ven-
ne, a Firenze con poca gente subitamente san-
sa volere alcuno trionfo da' Fiorentini. Per richie-
sta e mandata da' Yenetiani convenne eh' andasse a
Venetia per essere capitano e duca dell' oste della
lega eh' era in Trevigiana ; e cosi n' andò a Vinegia
all' uscita di settembre, e di là fece di magnifiche co-
se di guerra contra messer Mastino, come innanzi leg-
gendo sì potrà trovare. E Orlando Rosso suo fra-
tello rimase in Firenze per capitano di guerra de'
Fiorentini
CAPITOLO LllL
Di nofpiià di Fireme^ e come i Fiorentini iolsono
a* conU Guidi certe terre di VMamo e di Chianti,
e feciono costei Santa Maria.
Nel detto anno, a di 1 5 d'agosto, la notte ve-
gnente s* apprese il fuoco a casa de' Toschi in Mer-
cato vecchio in sul canto incontro alla chiesa di San
Fiero buon consiglio, e arsonvi quattro cue con gran
danno di certi pizzicagnoli eh' abitavano in quelle. E
in calende di settembre nel detto anno fu riposto e
afforzato il castello di Uterina per contrario degli
Aretini, e incontanente vi tornerò ad abitare la gente
di quel castello, ch'erano dentro a' borghi recati al
piano di sotto, il quale avea fatto disfare il vescovo
d' Arezzo de' Tarlati, come addietro avemo fatta men-
zione. E air entrata d'ottobre si rubellò al conte Gui-
do figliuolo che fa del conte Ugo da Battifolle, il
castello del Terraio, e tutti i borghi di Ganghereto,
e le Conio, e le Cave, e Barbischio, e Moncione del
Viscontado in Chianti, per male reggimento che'l
giovane focea a'anoi fedeli d'opera di femmine, e an-
cora per sodducimento e conforto di certi grandi
popolari di Firenze reggenti e nemici de' conti. £ per
simile modo si rubellò Viesca in Valdarno affiglinoli
che furono del conte Ruggeri di Doadola: e volen-
dosi dase le dette terre al comune di Firanze, le
quali prese poi a certo tempo appresso per certe ra*
gleni ohe vi cusava suso il comune, come facemmo
menzione in questa addietro, ove trattammo di dò.
Intanto i detti conti avendo col loro isforzo voluto
racquistare le dette terre, non ebbono il podere;
perocché tutte le terre del Valdarno per mandato
del nostro comune v* andarono a soccorrere, fatto
pe' rettori di Firense tacitamente; onde non poten*
do a ciò contradire, bì compromisono in sei popo-
lani di Firenze, i quali elessono i priori, e diwo
loro la rocca di Ganghereto in guardia del oomoie
di Firenze ; i quali sentenziarono a di ji2 di novesi-
bre, che le dette terre fossono del eonwae dìFiran-
ze, dando al sopraddetto Guido delle sue ragioni fio-
rini ottomila d' oro ; e penogli ad avere gran tempo,
e poi non gli ebbe interamente. E ciò fti grande in-
gratitndine, che fu fatta del popolo di Firenze e poco
si ricordarono de' servigi fatti per loro anticessorì
al comune e popolo di Firenze e a parte gneUii; che
secondo giusto prezzo, alle ragioni . che moveano i
conti, valeano più di fiorini ventimila d'oro, con tutto
che fossooo terre di giuridizione d' imperio, 6kt aule
si poteano vendere o comperare. Come che ai fosse
i detti conti e i loro consorti ne rimasono mal con •
tenti. Ma ciò fece il popolo di Firenze, ricordandosi
di quello. che il conte Ugo avea adoperato i ano
torto contro al comune di Firenze, quando fu la scon-
fitta d* Altopaacio, in prandere le ville d'Ampinaaa
in Mugello Tanno 1325. E poi appresso, in calca di
settembre 1337, il comunei di Firenze ordinò e feee
cominciara in Valdarno in fra quelle terre nel piane
di Giuffrena in luogo proprio del comune di Firenze
nna terra, e puosele nome Castel Santa Maria, fao-
cendovi tornare dentro uomini di tutte le ville e ter*
re d' intorno con certa franchigia e immunità per tor^
re in perpetuo ogni giuridizione e fedeltà addetti
conti. E poi, in calende di novembre 1336, quegli
della detta Santa Maria andarono e presono la roc-
ca di Ganghereto, eh' era data per gli conti a guar-
dia del comune di Firenze, ed eranvi aUa guardia
quegli da Montevacchi, e per inganno al loro con-
trario quella misono in puntelli e fedonla rovinare.
Credettesi che fosse di consentimento di certi reiteri
di Firenze, onde ne fu fatta accasa per quelli da
Montevarchi, e fu condannato il comune della nao-
va terra, e pagarono a'conti fiorini ottomila d' oro
per lo forfattoS rimanendo a loro la proprietà dalli
terra de' conti di queir acquisto, ohe Talea da fioriai
quattromila d*oro e più. Lasceremo alquanto de'fatti
di Firenze, e diremo di quelli della nostra lega e
de* Veneziani, come operarono centra '1 Mutino.
CAPITOLO LIV.
Come r Oite de' Venemani e de* Fiorentini onderà
capitano messer Piero Rosso, si puosono a BoeO'
lento sopra la dttà di Padova.
Nel detto anno 1336, all'entrata d* ottobre i
conti da Celiato in Trevigiana ai rubellarono con-
tro a quegli della Scala, e dierono la Motta e al-
tre loro castella al comune di Vinegia ; e alla Mot-
ta fece rannata e capo la gente della nostra legi
e de' Veneziani. E in quegli giorni, a di 15 d'ot-
tobre, credendosi i Veneziani avere per trattato 4i
moneta il castello di Mostri, furono ingannati e tra-
diti dal castellano che v' era per messer MastiaOy
credendo prendere de*maggiori di Venezia ohev'an-
Alcuni eodlel a atampatl leggono : psr hr fiils^
DI fflOVANNI VOLANI.
401
^tifano; BM nea ri giaBsono al termioe dato; ma
di loro masnade a piedi yi limaiono preii più di
4«feiil06ÌBqiaikia; onde i Venedam rìmaaono molto
aoBtati. Poi a di 20 d' ottobre ai partirono dalla
Molta mesaer Piero e measer Marsiglio de* Rossi ca-
ddb gente della lega eon millednqaecento
ri e tremila pedoni, vegnendo francamente per
fiana ardendo e goastindo il paese: e senaa
■leoB contrasto Vennero infine alle porte di Trevigi,
« di là rennono a Mastri e arsone tntti i borghi,
« poi si BÙsond a gran perìcolo vegnendo in Pado-
vana per le molte fiomane e canali, che aveano a
pnasaro, onde n'erano tagliati i ponti; per le quali
cagioBi ai arisono a grandi affanni e rischio ; e ab-
ÌMuidoBaBdoii alla fortuna, come ardita e valente
gesta* come piacque a Dio giunsono alla pieve di
(Bacco in calen di novembre, la qual cosa appena si
potet credere. Messer Alberto e messer Mastino della
Beala eh* erano in Padova con quattromila cavalieri,
o piti, i quali uscirono fuori insino al ponte, e se fos-
•aoBO cavalcati innanzi, della nostra gente non rima-
aoa nomo che non fosse morto o preso, in tal luo-
go È* erano eondotti, che innanzi non poteano an«
4are né indietro tornare; ma il senno e l'argomento
4i messer Marsiglio Rosso colla grazia di Dio gli
«campò, che incontanente mandò lettere e messaggi
■al campo di quelli della Scala a messer Mastino e
a più baronie e conestabili richeggendoli di Volere
battaglia. Messer Mastino, che di natura era vile di
mettersi a fortuna di battaglia, e ancora dubitando
do* auoi medesimi per le moke lettere nel campo ve-
nute, credendosi senza metterai a battaglia sorprèn-
dergli tatti per forza d* assedio, tagliare loro i ponti
innanzi e dietro per torre loro la vittuaglia ; e ciò
latto ai tornò in Padova con tutta sua cavallerìa. Ma
eoi Iddio vuole male, gli toglie il senno e li prò-
vedenza, e al suo nimico dà il senno e provedimen-
lo e argomento. Cosi avvenne alla nostra bene av-
venturosa oste, che senza indugio spogliarono d* o«
gni sustanza le ville di Pieve di Sacco e d'intorno;
B di là ai partirono con grande affanno, faccende
fare più ponti di gratisce, e dove di legname, so-
pra più riviere e canali salvamento passarono. B a
di 5 novembre arrivarono alla terra e villata di Bo-
Tolento presso di Padova a sette miglia, infino al
grande canale del fiume dell'Adige che va a Ghioggia,
por avere da' Veneziani e da Chioggia continuo vit-
toaglia e libero cammino e andamento, e quello Bo-
volente chiusone e afforzarono di fossi e di steccati,
e fecionvi molte case di legname per potervi vernare.
La qnale bastia e terra di Bovolento fu cagione
ddl' abbassamento di quelli della Scala, e la loro
perdita della città di Padova, come innanzi leggmido
ai potrà trovare. Lasceremo alquanto di questa no-
stra guerra di Lombardia, e diremo d'una grande
guerra cha si cominciò tra '1 re di Francia e quel
d'Inghilterra.
CAPITOLO LV.
lì^tma gnmde guerra che $i comindè m tra U re
di Francia e qaetto d' tngkiUerra.
Nel detto anno 1336, si cominciò gran gner->
ra intra Filippo di Valois re di Francia e Adoardo
il terzo re d' Inghilterra, é le cagioni, tutto fossono
assai di casi vecchi di loro padri e antecessori, e
infra gli altri ib che il detto Adoardo il giovane re
d'Inghilterra raddomandò al re di Francia la contea
di Ginese in Guascogna, la* quale messer Carlo di
Valois, padre del detto re Filippo e ijratello del re
Filippo il Bello, avean tolto per forza e a inganno
ad Adoardo secondo, padre dal detto Adoardo il
giovane, opponendo ch'era caduta per ammenda al
re di Francia per fallimenti d' omaggi, ch'il re d'In-
ghilterra dovea fare al re di Francia per la Guasco-
gna. Ma maggiormente per la cupidigia della casa
di Francia per volere occupare e sottomettere la du-
chea di Guascogna e torla alla casa d'Inghilterra,
la quel contea di Ginese infine al tempo di Cario il
giovane re di Francia avea promesso di renderla a
quello d'Inghilterra. E poi non potendola riavere,.
s' acconciava Adoardo il giovane di lasciarla ip dote
alla serocchia, maritandola al figliuolo del detto re
Filippo di Valoia, il quale a ciò non volle assentire,
ma diegli per moglie la figliuola del re Giovanni di
Boemia, onde crebbe lo sdegno. B maggiormente
perchè il detto re di Francia avea ricevuto Davit in
qua addietro re di Scozia suo rubello, e datogli a-
iuto e favore di gente e di moneta alla guerra di
Scozia contro al detto Adoardo, per la qual cosa il
detto re Adoardo ritenne poi messer Ruberto d'Ar-
tese della casa di Francia rubello e nimico del detto
Filippo. Onde al re di Francia maggiormente montò
lo sdegno diponendo il suo saramento e impromes-
sa del santo passaggio d' oltra mare, come addie-
tro facemmo menzione. Cominciò il re di Francia al
detto .re d'Inghilterra gran guerra in Guascogna; e
facendogli ricominciare guerra in Scozia e in mare,
foccendo venire galee di Genovesi a suo soldo, ru-
bando ogni highilese e Guascone, e ogni maufera di
gente che andasse o venisse d' Inghilterra. Della quale
cosa molto fu ripreso e biasimato il re di Francia
dn tutti i cristiani e dal papa e dalla Chiesa di Roma,
lasciando |s grande e alta impresa e promessa, com'e-
ra il santo passaggio, per cominciare guerra a suo
tetto a' suoi vicini e subietti cristianL Per la qual
cosa il papa rivocò e gli levò tutto il sussidio delle
decime di cristianità a lui concedute, saWo quelle del
reame di Francia, le quali avea in sua balia. 11 valente
Adoardo per dò non iabigottì, ma francamente prese
sua difesa, allegandosi col re della Magna detto Bava-
re, il quale in questi tempi avea mandato suoi amba-
sdadorì al papa per venire a misericordia e ammenda
della Chiesa per avere sua pace; e già era otriata ^
' concesas, donata; dal verbo antico otriaré^ che secon-
do la Giuntina avremmo incontrato anche al capitolo CL
del lib. *VII aUe parole : dai prtfiMé fi^ oiriato^ nella cai
vaca laggemmo meglio ool T. Dftvanaatit oceatMIo.
20
400
CRONICUB
per la CfaleM, andando al cMquisto oltre mare, e
qideUodo le terre della Chiesa, cioè Cioilur, U Pa-
trìBMmfo, il Datato, e la Marca, e la Rosagna, e
di fi^raiia Fireaie e lotto il ano distretto* Il re di
Francia per sua lèttera e and>asciata mandò al papa
e a' cardinali, e slorkò V accordo, perohè volea per
lo fratello il reame d* Arli e di Vienna ; per la qaal
cosa il Bavero indegnato s' allegò col re d'Inghilter-
ra contro al re di Francia, e col daca di Brabante
ano pngino, e col conte d* Annido^ e con messer Gian-
ni d* Annido signore di Belmonte e sio del conte,
e eoi duca di Ghellerì'e col marchese di Ginlieri
snoi cognati, e col siri di Falcamonte, e con più
altri bttroni della Magna, domandando ancora Ado'ar-
do a Filippo di Valoìs il reame di Francia, il qaale
dicera dovea snccedere a Ini per ragione di retag-
gio per la madre d'Adoardo, che fa figlinola del re
Filippo il Bello re di Francia, di coi non rimase al-
ira reda per linea reale. E co^ doTca egli succe-
dere al reame, com* egli gindioò la contea d'Artese
alla contessa figlinola del conte d'Artese, perchè
anecedesse alla corona di Francia per retaggio delle
figlinole deQa detta contessa maritate a* reali, e toN
sala al detto messer Roberto, che fa figlinolo del
figlinolo del conte d* Artese, ciò fti messer Filippo
d* Artese, il qaale era fratello della detta contessa;
perchè mori prima che '1 eonte ano padre, e il re
ne disertò messer Roberto detto soo figlinolo. Della
qroale richiesta il re di Francia forte dispettoso creb-
be lo sdegno e la gnerra. Ma il re Adoardo conùn-
dò poi appresso per mare e per terra con snoi col-
legati aspra guerra al re di Francia, come innansi
leggendo si potrà trovare. Lasceremo alquanto di
fatti d* oltremare, e torneremo a* processi della no-
stra guerra col Mastino di Verona.
CAPITOLO LVL
Come messer Martino tolse il castello di Pontremoli
a" Rossi da Parma,
Nel dello anno, essendo il castello di Pontre-
moli, che teneano i Rossi da Parma, molto stretto
di assedio da quelli di Lucca e da^ marchesi Mali-
spini colla fona di messer Mastino, Orlando Rosso
eolla cavalleria e masnade de' Fiorentini, in quantità
di milletrecento cavalieri e di tremila pedoni de* quali
era capilano, si partì di Firenze a di 1 7 di novem-
bre, e cavaléaro sopra Lucca per soccorrere Pon-
tremoli e levare il detta assedio ; ma fu tardi, che
quelli eh* erano in Pontremoli s* arrenderono a patti,
salve le peraone e le loro cose, per molti Sfotti
che pativano, e cosi tornò la detta cavalcata a Fu-
ceochio a dì 25 di novembre, avendo fatto poco dan-
no a Lucca. E le famiglie e donne dovetti Rossi,
che osdrono di Pontremoli, vennero lutti a Firenze;
i quali foro ricevuti grasiosamente.
CAPITOLO LVn.
Come i Vettestiam ioUono le saline di Padova
a messer Mastino deUa Scala,
In questo anno, essendo la nostra oste e de*
Venesiani, eh' era accampata alla bastila iraova dia
terra di Bovolenlo, cresciuta in quantità di treodla^
doqnecenlo cavalieri, quasi lotti Tedeschi al soldo
de^ delti dne comuni, e piò di dnqaenttla pedoni, i
Venesiani mandarono loro oste con grande navilio
e barche imborbottate e molti dificii da battagtia,
da Chioggia alle aaline di Padova, le quali tenen
messer Mastino, e aveavi fatte anso diie fortetse,
ovvero due bastie, quasi come due cutela di le-
goame con molto goernimenlo e gente d' arme sM
difesa. Sentendo ciò messer Mastino e messer Al*
berlo eh* erano in Padova con pih di treaula can**
lieri e popolo grandiasimo, uscirono di Padova )per
venire alla difesa delle dette saHne; measer fiere
Rosso con lotta la nostra gente e de* Veneziaai gli
si fece incontra schierato, per . combattere, e ere-
dettesi che si combattesse, e per tre dì se db fece
in Firenze e in Vinegia solenne processione con
grandi orazioni e prieghi a Dio, che ci desse k
vittoria, n Mastino non si volle recare alla battaglia;
onde i Veneziani a cui toccava la detta causa dette
saline, ed era la prindpal cagione della detta ìmr
présa, vigorosamente combatterono le dcHe bastie,
e per forza T abbono a di 23 di novembre del detto
anno ^ onde abbassò molto V orgoglio di messer Ma-
stino e de* SUOL E poi a dì 17 di dicembre ve-
gnente quattrocenlo cavalieri di quelli di messer la-
stino eh* andavano a Monseliee, furono rotti e scon-
fitti da* nostri eh* erano usciti di Bovolenlo, efeeeni
loro incontro.
CAPITOLO LVffl.
Ancora della guerra da" Fiorentini e* VinUiam
a messer Mastino.
Nel detto anno, a dì 29 di gennaio, meiier
Piero Rosso si partì da Bovolenlo con duemila ca-
valieri e gente a pie assai, e andò a Padova, e as-
salì la porta del borgo a Ognissanti, eh* era in trct-
tato d'avere U detto borgo per tenervi Toste, e a^
focarono la porta per entrare dentro, e parte di wn
gente ve n* entrarono. La gente di messer Alb^t^'f
eh* erano in Padova, furono accorti, e misono taotù
nel borgo; per hi qnal cosa veggendo messer P^
che noi poteva acquistare, si partì e tornò a Bo^
volente. Ma poco appresso, a dì 1 7 di febbraio, ^
detto messer Piero si partì di notte dal canpo ^
Bovolenlo con trecento cavalieri scelti e con alqoa^^
pedoni, e ordinò che milledogenlo cavalieri ridiiesl>
il seguissono appresso, e giunse di notte al borgo
di San Marco di Padova; e quello, come ordiaato
era, gli fu dato, e dentro v* entrò colla soa gente.
I miUedogento cavalieri e pedoni ohe veniaao ap"
presso fallirono la. notte il cammino, e per soperchia
freddare e fiumi e canali eh* aveano a passare bob
poterono giongere a Padova; ma poi che forono
molto ravvolti, si tornarono a Bovolenlo: alcaao
disse, che per inganno furono traviati. Messer ^^^
essendo nel detto borgo infino ali* ora di nona, 0
non giongendo la saa gente, dubitò della stanca;
bisognava che messer Alberto e la sua gente s:f^
sono sapttto il vero, ohe messer Piero e ttìtta itf«
DI GIOVANNI VILLANI.
408
compugnia erano morti e presi, perocché in Pado-
va avea più di duemila cavalieri e popolo ^andia-
aimo. 11 Talenle meaaer Piero veggendoai a tal par-
tito, cornea savio e avveduto capitano, con tatla sna
gente annata fece sembianza d^ assalire la porta della
città e ^aella combattere, faccendo vista d' avere
presso il sno soccorso della sna gente che gli era
fallita. Mess^r Alberto temendo della città fece chiu-
dere le porte .e levare i ponti i.messer Pi^ro e sua
gente si ritrasse, e uscirò de* borgi, faccendo al fine
in quelli mettere fuoco, acciocché i nemici per quello
non gli pò tessono seguire, e con tutta sua gente si
ritrasse la sera medesima sano e salvo air oste di
Bovolento. E nota, che messer Piero andava sì spes-
so a Padova, perocché al continuo era in trattato
con messer Marsilio da Carrara suo aio e co' suoi
consorti, i quali, come dicemmo addietro più tempo
passato, per gara de* loro vicini e cittadini aveano
data la signoria di Padova a messer Cane della Sca-
la; e messer Alberto e Mastino gli trattavano male,
maggiormente per lo 'nganno e tradimento fatti a^
detti Rossi da Parma loro nipoti sotto la oonftdan-
sa, quando fecero rendere Parma; come addietro
facemmo menzione. Poi a di 20 di febbraio essendo
partiti del campo da Bovolento da ciaquecentocin-
quanta cavalieri, e cavalcati ia sul Padovano, le-
vata gran pi'eda, que* di Padova in quantità di otto-
cento cavalieri si pararono loro dinanzi, e combat-
terongli a uno passo, e* nostri furono sconfitti, e
rimasonvi tra morti e presi intorno di cento, e pia
che mezza la preda. Per questa cagione, a di 23 di
febbraio, messer Piero cavalcò con millecinquecento
cavaUeri fino alle porte di Padova, e prese il borgo
e misevi fuoco, e arsevi piii di quattrocento case.
In questa cavalcata di messer Piero, messer Masti-
no, ordinò co* ribaldi, e fece mettere fuoco nel cam-
po di Bovolento, e arse, bene il quarto, e tutta la
camera dell* oste. E se non fosse il buon soccorso
di quelli che v* erano rimasi a guardare, ardeva
tutto; e cosi vanno i casi della guerra per punire
i peccati de* popoli. Tornato messer Piero al campo,
in pochi dì fu ristorato e rifatto il campo dell' ar-
sione, che i Veneziani di presente vi mandarono
ogni guernimento che bisognava per acconciare la
bastia. E pochi dì appresso ali* entrare di marzo si
rnbellarono a messer Mastino tre ville, ciò furono
Collegrano in Trevigiana, e Cittadella e campo San
Fiero in Padovana. Lasceremo alquanto della guerra
del Mastino, e torneremo a* nostri fatti di Toscana
0 d* altre parti.
CAPITOLO UX.
Come ioilo trattato <r accordo con gli Aretini
vollono i Perugini pigliare Arei%o,
Nel detto anno, ali* entrata del mese di feb-
braio, non lasciando il nostro comune per la grande
impresa di Lombardia di guerreggiare la città di
Lucca e quella d'Arezzo, essendo la città d'Arezzo
molto afflitta da* Perugini e da* Fiorentini, perocché
da messer Mastino non aveano potuto aver soccorso
perch* egli era assediato nella città di Padova, co-
m*é detto dinanzi.; né d* altra parie da nenno ghi«
bellino d'Italia non poteano avere aoceorao, e per
loro male si poteano difendere da* detti dne comuni ^
più trattati di pace furono da loro a* detti due co-
muni, ma più co* Perugini, perché gli teneano più
stretti, e aveano di loro pregioni. Alla fine i Pe-
rugini voleano sì larghi patti e vantaggi, e di ca-
stella e della signorìa della città di Arezzo, che i
Tarlati che n'erano signori in nulla guisa si volea-
no accordare né fidare de' Perugini, perocché in que*
dì, stando nel detto trattato d* accordo co* Perugi-
ni, i detti Perugini di notte con grande forza di
gente a cavallo e a piedi vennono fino alle mura
d'Arezzo. E per alcuno della terra fu loro insegnato
d* entrare per la fossa ov' erano la cateratte della
gora delle mulina jDhe corre per Arezzo; e alcuni
di loro V* entrarono. Ma ciò sentito nella terra, cor-
sono al riparo. I Perugini la mattina si partirono e
tomaronsi a Cortona; e per questa cagione ai rup-
pe il trattato tra gli Aretini e' Perugini. Ma de* Fio-
rentini si voleano ben fidare i Tarlati d* Arezzo, e
dar loro la guàrdia della terra, perocché messer
Piero Saccone e messer Tarlato erano nati per ma-
dre della casa de' Frescobaldi di Firenze, e aveanvi
più sìngulari amici e parenti, e da* Fiorentini si te-
neano meno gravati che da* Perugini. B cosi per la
detta cagione de* Perugini si ruppe il trattato, e si
ricominciò guerra centra gli Aretini, con tutto che
nel segreto ancora rimasono gli Aretini in trattato
d* accordo co* Fiorentini. E rotto il detto trattato co*
Perugini, quelli di Lucignano d'Arezzo ch'erano
molto oppressati da* Perugini per le loro masnade
che stavano al monte a San Savino, si mandarono
a Firenze loro ambasciadorì e sindachi con pieno
mandato per darsi al comune di Firenze. I Fioren-
tini non gli vollono prendere per non dispiacere a*
Perugini, né rompere i patti della lega ; che intra
gli altri patti era, che ogni conquisto di terra o di
castella che si facesse sopra *I comune d* Arezzo,
fosse a comune de' detti due comuni. E ancora v*era
lo *nfrascritto patto che i collegati della lega du-
rante la detta lega, per se o per altrui non possa-
no fare pace o triegua o altra composizione ovvero
trattato, né tenere con neuno nimico de* detti al-
legati sansa .espressa volontà e consentimento de'
detti collegati insieme, che allora era già spirato il
termine della detta lega; per la qua! cosa così i
detti sindachi e ambasciadorì di Ludgnano se n*an-
darono poi a Perugia, e dieronai liberì a loro ; e*
Perugini li presono senza fame nulla richiesta al co-
mune di Firenze. Per simile modo il vescovo d* A-
rezzo, eh* era de' detti collegati, prese Montefocap-
pio, uno forte castello degli Aretini. Onde i Fio-
rentini sdegnarono molto, e seguirono appresso il
trattato segreto co* Tarlati d* Arezzo, e misero a se-
guizione, come diremo appresso nel seguente capitolo.
CAPITOLO LX.
Come i Fiorentini ebbono per patti la città ^Are%%o
e il suo contado.
Nel detto anno, a dì 7 di marzo 1336, ai com-
piè il trattato e accordo dal oomuno di Firenze a*
4«4
CBONICHB
signori Tarlati d^Arexio in qnaato modo, doè, ok^ ol-
ii ebboao dal comono di Flrenio Tontidnqoo mi-
gliaia di ttoriaì d* Oro por la dasiono doUa forra e
rìnunciagiono della aignorìa di qooUa ; e quattordici
migliaia di 0orini d*oro per la loro ragione e par-
te, che i detti meiaer Piero e measer Tarlato arca-
no nel visoontado comperato per lo veacovo d*A-
rezto loro fratello da* conti Gnidi, fl qnale, come
dicemmo addietro, a^era rendnto prima al cornane
di Firenie, e fiorini tremilaottocento d* oro n^ ebbe
per patti Goido Alberti conte per la ana quarta parte
del detto Tiacontado, e Tonderonla colla aolennità
che si convenia al eomone di Firense; e fn al
comune di Firenxe, uno nobile e bello acquisto,
tutto che fosse terra d^ imperio. B oltre a ciò il co-
mune d'Arcuo ebbe in preatito dal comune di Fi-
rense diciotto migliaia di fiorini d* oro per pagare
le loro masnade a cavallo e a piede; eh* erano a
pagare per presso a sei mesi ; ed eglino dierono
con solenni sindadii d* accordo quasi tutti gli Are-
lini eh' erano ad Arcuo, la aignorìa e guardia della
città d'Arcuo e del contado al copmne e popolo
di Firenze per tempo e termine di dieci anni a ve-
nire, con mero e misto imperio, rimanendo a' Tar-
lati tutte loro possessioni e. castella, e lasciando loro
ogni signoria, rimanendo aempre cittadini d'Arcuo
alla guardia del comune di Firenie, ficcendogU i
Fiorentini cittadini e popolani di Firenze, e altri
Tentagli per guardia de' detti TarlatL B a di 10 del
detto meae di marzo a ora di nona i Fiorentini eh-
bone la possessione della città d' Arezzo per lo mo-
do che diremo appreaso. Che v'andarono a pren-
derla dodici de* maggiori cittadini grandi e popola-
ni di Firenze con sindacato e pieno mandato, con
cinquecento caralieri e pili di tremila pedoni del Val-
damo di sopra, tutti armati v'andarono con loro
compagnia. A' quali, gli Aretini, uomini e donne, pic-
cioli e grandi, con solenne processione e grande
allegreua e buona voglia con rami d'ulive in mano
gridando, pace pdce^ e etea U comune e popolo di
Fòrenie^ vennero incontro presso a due miglia; e
giunti alla cit(à, con grande onore e magnificenza fu-
rono ricevuti nella città d'Arezzo, e per measer Piero
Saccone, che n'era stato aignore, fu dato gonfinone del
popolo, e al sindaco del comune di Firenze le chiavi
delle porte con nobile diceria e grandi autorità, magni-
ficando il popolo e comune di Firenze K I detti noatri
cittadini riformarono la città di podeatà per i patti pro-
messi, ciò fu mesaer Currado de' Pancialichi da Pistoia
dal lato gnellé, e gli altri aegueati aei.meai measer
Giovanni Pandatichi auo fratello. Dall'anno innanzi
doveano esser podestà fiorentini alla elezione del
comune di Firenze; e per simile modo riformarono
la città d'Arezzo di nuovi anziani cittadini d'Arez-
zo di guelfi e di ghibellini, quegli che a loro piac-
que, B capitano jdi guardia e conservadore di pace
fu Bonifuio de' Peruzzi di Firenze grande popolano,
e fu il primo per termine di sei mesi con venticinque
cavalieri e cento fanti; e poi conseguendo di sei mesi
in sei mesi, uno popolano guelfo di Firenze alla elezio-
* He nAèsraiato qnssla guaste pirledo aeUa QhuHba.
ne del detto coarano di Firenze; e rifociono popolo
in Arezzo, e dierono i gonfaloni dello oompagnie del
popolo. Bd abbono gli Aretini por lo coaiuae di Fi-
roBse perpetua pace, diaMttendo e perdonando egri
ingiuria, interessi, e danni ricevuti ira uno cotta-
ne e 1* altro, rimettendo i guelfi in Arezzo, e opi
altro uscito che vi volesse tornare, cancellando ogai
bando, e levando ogni rappreaaglia e dirielo dil»
l'uno coasune all'altro, e aingulari persone e loro
segnaci. É poi a di 10 d'aprile vegnente measer
Piero Sacconi venne in Firenze con eerti de'aooi
conaortt e altri buoni cittadini d'Arezzo, con pia di
cento a cavallo: da' Fiorentini fu ricevuto onorevole-
mente come gran signoro, e dimorò in Firenze lei
di; alla fine ricevuti più corrodi dati da* dttadiBi,
e dati continui deainarì e cene, alla sua partita gli
feciotto uno corredo in Santa Croco molto nobile,
ov' ebbe nulle e più cittadini aDa prima mensa de'
migliori, eon cinque messe di pesce, molto onora-
tamente aerviti da donzelli di Firenze, fornendo latta
la corte di capoletti franceschi molto nobili ^ B ia
questa stanu, a di 16 d'aprile, i avurcheai del monte
Santa Maria e cutellani col favore e masnade de'
Perogijii per tradimento presono il caatello diMonter-
ohi, aalvo la rocca, che v'era dentro uno de' Tariatl
Per la quel coca measer Piero e sua gente si parti di
Firenze subito; ma il capitano della guardia d'Arca-
to senu attesa, avuta la novella subito cavalcò co*
cavalieri ch'erano in Arcuo, e eon popolo assai
di volontà colle 'naogne del comune «fi Firenze, e
venuto a Monterchi il di di venera santo, trova-
rono i nendci accampati di fuori dal caatello e par-
te dentro : pia prieghi foron fatti a' detti aaarchesi e
a' castellani e a quelli conestabiU che v' erano per
lo comune di Perugia, che per amore del cornine
di Firenze si dovessono partire e lasciare il cu tetto
eh' era alla loro guardia ; dopo molto parole escà-
aandoai che non fiaccano contro al comune di Fi-
renze, ma contro a' Tarlati loro nimici, e dilatando
per parole, attendendo la gente de' Perugini che ve-
nivano al aoccorao, quelli che v'erano per lo co-
mune di Firenze ciò sentendo per loro spie, assdi-
rono il campo de' cutellani e de'marcheai ch'era-
no isceverati^, e forte oombatterono con loro, e la
poco d' ora gti aconfissono ; e poi combattendo ea-
traro nella terra, e per foru d' arme la racquista-
rono con gran danno de' cutellani e de' loro se-
guaci; e pih ne aarebbono stati morti, ae non foiie
la devozione del santo di eh' era. Di questo racqoi-
ato di Monterchi i Tarlati e tutti gli Aretini si teo-
nero molto contenti de' Fiorentini, e presono di lo-
ro maggiore confidanu. B poco appresso i Fioren-
tini ordinarono in Firenze dodici consiglieri popo-
lani due per sesto di tre in tre mesi, con grande
balia co' priori insieme a provvedere continuo sopra
al pacifico atato e guardia d'Arezzo. B di presente
per dò seguire ordinarono e fedono coaiindare e
' I capdhui erano drappi o pand imbottiti a hieofd-
ciati, che a* appiccavano propriaménte a capo del Ietto.
* eohieratl in anne, secondo la Giuntina : ma per qafl-
lo che qui ai dice, il T. Dav. legge meglio iai^i^èi, M
disgiottti, sfllatii
DI GIOVANNI VILLANI.
405
oonpiere uno gran castello e molto forte al di so-
pra della piasza di Perei della oittà d^Areuo, il
quale costò più di dodicimila fiorini d^ oro pagati
per li Fiorentiiii ; e ordinaronvi due castellaiii con
cento fonti alla guardia, e fornito per sei mesi di
fittoaglia e d* arme e di goernimento grandissimo ;
e al oentinuo si tenea in Arezso per ii Fiorentini
il meno trecento cavalieri di loro masnade alla guar-
dia, e più come bisognava. Di questo castello parte
degli Af etini ne furono contenti, spezialmente i
Tariati e i loro- àegnaci, per sicurtà di loro> che
disposti loro della signorìa quasi tutto il popolo
gli odiavano, e massimamente i guelfi, perch'erano
loro nimici, e i ghibellini perchè erano mal con-
tenti perchè gli aveano data la terra ; ma nel vero
i più degli Aretini ne furono mal contenti. Poi vi
feoiono fare i Fiorentini in Arezzo un altro piccolo
castello aopra la porta del piano che va a Laterina,
per più sicurtà ed entrata, con corridoio di fuori tra' 4
muro grande e '1 parapetto per i cavalieri, e su per
le mura per i pedoni per correre dairnno castello
air altro. In somma i Fiorentini misono in Arez-
so in un anno tra di presto e di dono più di cento-
mila fiorini f oro , sanza quello che vi spesono
poi, che fu uno gran fatto, compensando la spesa di
Lombardia e V altre spese faceva il comune di Fi-
renze a mantenere la guerra del continuo centra
Lucca. Del detto acquisto della città d'Arezzo, tutto
che costasse a' Fiorentini danari < SMai, n* aggran-
dì e montò molto la magnificenza del comune di Fi-
renze, e da lungi di gran fama per tutti i cristiani
che ^1 sentirono, e dJ appresso più onorati e ridot-
tati dalle comuni vicinanze. Il detto acquisto, tutto-
ché fosso mediante costo di moneta, è d*ÌAdustria
di certi nostri Fiorentini che "1 trattarono, che non
ne valsono di peggio al modo usato di corrotti cit-.
tadioi; naa ^ certo se non fosse stato la nobile e
alta inpresa di Lombardia, e resistenza fatta contra
messer Mastino per lo comune di Firenze e per quello
di Vinegia, non venia fatto, che i signori Tarlati
non v^ avrebbono mai acconsentito ; ma fecionlo per
le cagioni dette per non perdere l' altro rimanente,
perduta ogni speranza di soccorso. E nota, che più
di sessanta anni era stata retta la città d'Arezzo per
parte ghibellina e imperiale, e quasi in guerra cól
comune di Firenze.
CAPITOLO LXI.
Ancora delie sequele de* faiii d^ Àre%%o
da' FioreniM a* Perugini,
Dappoiché i Fiorentini ebbono la città d'Arez-
zo per lo modo detto nel passsto capitolo, i Peru-
gini sdegnerò forte contra i Fiorentini, tenendosi da
loro ingannati e traditi per li patti che aveano a-
vttli insieme della lega fatta tra loro col re Ruberto
e co' Bolognesi, e mandarono in Firenze loro am-
basciadori a dolersi di ciò in pubblico consiglio,
ove fa loro risposto saviamente a tutti i loro ca-
pitoli, come per ragione e secondo i patti eh' erano
tra loro non s'erano falliti in neuno articolo^ pe-
rocché la lega non conteneva niente, che dandosi la
dttà d'Arezzo ad alcuno de' detti comuni, l'uno al-
r altro fosse tenuto, o si rompesse lega;* e già era il
termine della lega spirato ; mostrando ancora aTe-
rugini, come gli Aretini in nulla guisa si volevano
accordare o fidare de' detti Perugini per cagione de'
loro collegati ghibellini, e il vescovo d'Arezzo, Pazzi
del Valdarno, libertini, conti daMontefeltro, Nieri da
Faggiuola, conti da Montedoglio, i figliuoli di Tane
da Castello, e i signori di Cortona^, e tutti i loro
usciti i quali erano nimici caporali a' Tarlati. E se
i Fiorentini non avessòno preso Arezzo sanza indu-
gio, come fedono, di certo poteano uscire in mal
luogo per parte guelfa, e per l'uno comnne e per
l'altro. Ancora allegando, come prima aveano fallito
i Perugini e rotti i patti a' Fiorentini, quando pre-
sono Lucignano d'Arezzo per lo modo detto per noi
nel ierzo capitolo innanzi a questo. Ma secondo buo-
na e caritatevole compagnia non era però licito di fa-
re ciò per li Fiorentini,* che come dice il Proven-
zale in suo vocabolo ^ : Vuomo saggio non dee fallire
per Palirui fallire. E bene dice la legge in alcuna
parte: frangenti fidem^ fldes frangaiur eidem; ma
ciò non basta alla magnificenza del nostro comune.
Ma come si fosse, o ragione q torto dell'uno co-
mune o dell'altro, o d'amendui, i Perugini rimaso-
no malcontenti. Alla fine dibattuta la questione per
ambaaciadori dell'uno comune e dell' altro, s| trovò
un mezzo d'accordo, che i Perugini avessòno in A-
rezzo' un giudice d' appellagione in termine di cin-
que anni sotto titolo di conservadore di pace con
salario di cinquecento fiorini d'oro in sei mesi con
sua famiglia. Questo uficio fu in nome più che in
fatto, perocché al tutto erano gli ufici e la signoria
d'Arezzo de' Fiorentini. E dopo il termine di cinque
anni dovesse rimanere a' Perugini il castello d*An-
ghiari, e Foiano, e Lu<^'gnano, e il monte a Sausa-
vino, eh' essi avevano presi e teneangU in pace ;
faccendo che i Perugini lasciarono messer Ridolfo
Tarlati e' figliuoli e più altri pregioni d'Arezzo che
gli aveano in pregione i Perugini, presi nella città
di Castello quando l'ebbono, come contammo addie-
tro. Lascieremo alquanto de' fatti di Firenze e d'A-
rezzo e de' Perugini, eh' assai n'é detto, e tome-
remo a nostra materia a seguire il processo della
guerra di Lombardia con messer Mastino.
CAPITOLO LXn.
Come per ordine di messer UasUno volle essere
morto meuer Fiero Rosso a Boeoienio per rom^
pere l* oste della lega.
Air uscita del mese di marzo, cominciando l'an-
no 1337, essendo messer Piero Rosso capitano del-
' U èlgnoT di Cortona^ dice la Giuntina.
^ Dice U Giontina: sua gobota: V'wmo saggio non d§e
faglia, parM altri faglia. La Oobola^ o Oohola è una f p«*
eie di breve componimento lirico di Tersi per lo più ot-
tonari e settenari accoppiati per rima a dae a due. Questo
nome ci venne dal provenzale cohicu, che significa appunto
coppia. Francesco da Barberino ne scrisse di molto graziose.
L'antico poeta francese Gaglielmo de Lotia scrisse in tal
I metro tatto il suo SomoMso della Rosa*
406
CRONICHE
Toste de^ FioreAtini e de^VeneziaDi aU^ assedio di
Padova a Bovolento, per trattato di mesa er Mastino
e di certi conestabiU tedeschi ch^ erano neiroste,
con seguito di mille' cavalieri, volle esser tradito e
morto messer Piero Rosso, ma, come piacque a Dio,
si scoperse il trattato, e non venendo loro fatto, si
partirono e misono fuoco nel campo, e arsene pran
parte, per la qual novità fu grande scompiglio alla
noBtm oste. Ma il valente messer Piero per Tacci-
dente occorso, poco ismosso dagli agnati della fortu-
na, non dubitando punto, a dì 5 d*aprile appresso,
con tremila cavalieri cavalcò subitamente infiào alle
porte di Xrevigi, e fece loro gran danno di preda e di
pregìoni, lasciando a guardia del campo a Bovolento
mille cavalierL E nota, che in quei tempi all^ assedio
di Padova aveva al soldo de^ Fiorentini e de* Vene*
ziant cinquemila uomini a cavallo con barbute^, san-
sa quegli a piedi eh* erano grande quantità, sansa
r oste che in quei tempi if comune di Firenze fece
aopra la città di Lucca, come faremo menzione nel
seguente capitolo ; ohe considerato lo stato d* Italia,
la città di Firenze mostrò con effetti gran potenzia
in questi tempi E a dì 14 di maggio si rifermò la
lega tra noi e* Veneziani e gli altri Lombardi contro
a messer Mastino ; e V avogaro di Trevìgi per so-
perchi ricevuti si mbellò da messer Mastino col suo
forte Castelnuovo, e v^nne in persona a Vinegia per
legarsi con gli altri collegati.
CAPITOLO LXni.
Come i Fiorenlmi fedono oste soprQ la citià
di Lucca.
A dì 16 di maggio, del detto anno 1337, mes-
•er Azzo da Correggio, sentendosi in Lombardia cho
i Fiorentini voleano fare oste sopra la città di Lucca,
venne per vicario di messer Mastino a Lucca con
trecento cavalieri alla guardia della città. I Fiorentini
per hi sua venuta, e per osservare i patti della lega
avendo ordinato oste sopra Lucca, e la lega di Lom-
bardia sopra a Verona, a dì 30 di maggio si die-
rono le *nsegne, e mosse Toste, e furono i Fioren-
tini con loro soldati 800 cavalieri, e popolo gran-
dissimo, onde fu capitano Orlando de' Rossi uomo
grosso e materiale, ma per amore di messer Piero
e di messer Marsilio de' Rossi da Parma, eh' erano
in Lombardia al servigio de* Fiorentini e de' Vene-
ziani gli feciono quello onore. E di Bologna furono
al servigio de' Fiorentini centocinquanta cavalieri, e
da messer Malatesta d* Arimino cento cavalieri, e da
Ravenna trenta, e da Perugia cento cavalieri, e d'A-
rezzo da messer Piero Saccone quaranta cavalieri
e cento fanti, del comune d* Arezzo trecento fanti,
d' Orbivieto quaranta cavalieri, dal re Ruberto cen-
tottanta cavalieri, dalla città di Castello trentaciuque
cavalieri, e da Cortona cento fanti ; da Siena cento
cavalieri, ma non voUono andare in su quello di
Lucca, ma stettono alla guardia di Sammioiato, pe-
rocchò non vollono essere alla lega. E poi, partita
Toste, soldarono i Fiorentini treeentocinquanta ca-
I eoa dmo ; onde si dicevano anche eavalieri a cimo»
valieri di quelli della compagna della Colomba, ch'e-
rano atatl co' Perugini, e mandargli nella detta oste:
sicch'ella fu di presso di duenuìa cavalieri e popolo
assai ; e guastarono Poscia, Ruggiano, e T altre ca-
stella di Valdinievole, e andarono infino a Lucca e
di là dal Sarchio sanza contrasto alcuno, faccende
gran guasto. Tornò T oste in Firenze a dì 30 dì
luglio male ordinata, perocché fu sanza ordine e mal
capitanata.
CAPITOLO LXIV.
Come foste della lega cavalcarono sopra la città
di Verona e partirsene con poco onore.
Tornando alla nostra materia della guerra di
noi a messer Mastino, com' era dato T ordine delli
lega, essendo la nostra propria oste sopra la dtlà
di Lucca, come detto averne, messer Marsilio de'Rossi,
uomo d^ grande senno e valore, si partì deU' oste
di Bovolento a di 9 di giugno del detto anno eoa
duemilaqualtrocento cavalieri de' nostri e de'Venezii-
ni, rimanendo al campo di Bovolento messer Piero
Rosso con milleseicento cavalieri e popolo assai-, e
andonne a Mantova mussar Marsilio per cavalcare
sopra Verona, e a dì 20 di giugno detto giunse ìb
Mantova messer Luchino Visconti di Milano con gfi
altri collegati di Lombardia, e co' marchesi da Etti,
e con quelli da Gonzaga di Mantova, e furono in
somma co' nostri cavalieri e co' Veneziani più di quat-
tromila, onde fu fatto capitano generale il detto mes-
ser Luchino; e di presente cavalcaro inftno presso
alla città di Verona. E messer Carlo figliuolo del re
Giovanni^ ch'era alla lega nostra di Lombardia coa-
tra messer Mastino, venne di Chiarentana con ano
sforzo. E in quei giorni che venne ebbe la città di
Belluno e poi quella di Feltro, che si teneano per
messer Mastino. Il tiranno messer Mastino veggendosi
così accanato dalla forza della lega da tutte parti,
come disperato, noa però francamente, osci di Verona
con tremila cavalieri e popolo grande, e richiese di
battaglia messer Luchino e gli altri collegati lesser
Luchino, che che si fosse la cagione, o per sua vitti,
che così si disse, ovvero per tema di se, ovvero
che T uno tiranno al tutto non vuole abbattere l'altro,
ma qual che si fosse la cagione, veggendo che mes-
ser Mastino colle sue forze veniva al campo per
combattere, la notte a dì 27 di giugno si sbaragliò
T oste della nostra lega, e villanamente si partirono
chi da una parte e chi da un'altra, onde messer
Luchino fu molto spregiato. Messer Mastino avendo
vinta quella pugna prese vigore, e lasciata fornita
Verona, si partì con duemilacinquecento cavalieri, e
vennene presso a Mantova a aette miglia sanza alcaao
contrasto. E poi sentendo che i Padovani teneano trat-
tato come messer Piero e messer Marsilio Rosso
colla loro cavallerìa non potessoao tornare al campo
di Bovolento, subitamente si mosse il primo di di
luglio, e in due giorni fu posto in sul canale tra
Bovolento e Chioggia, acciocché vittusglia né altro
fornimento non potesse venire da Vinegia né da
Chioggia all' oste di Bovolento, per impedire die
messer Marsilio ch'era ivi presso a dnqoe miglu
colla sua cavalleria e gente, per la subita venuta di
J
DI GIOVANNI VILLANI.
407
meoser Mastino oon potessono andare più innanzi
aanza grande pericolo di lui e di aua gente. E ve-
nii) fatto a messer Mastino di rompere tntta questa
oste, se non fosse la provedenza di messer Piero
Rossi eh* era al canipo di Bovolento, e sappiendo
che messer Mastino era in parte che non potea aver
acqua per la sua oste, se non di quella del canale,
ordinò che tutta Tprdnra ^ dell^oste di Bovolento al
continuo si gittassenel canale; e oltre a ciò in
quella contrada ha molta erba che si chiama cicuta,
delk quale del sugo si fa veneno, « fecola cogliere
a* ribaldi ch^ erano nelPoste, e tagliarla e pestarla
e gettarla per lo canale; per la qual cosa T acqua
del canale venne ai corrotta air oste di messer Ma-
stino, che V* era presso a tre miglia, che uè nomini
né bestie non ne poterono né ardivano di bere, e
quale uomo o bestia ne beveano era a pericolo
di morte. Per la qual cosa convenne che messer
Mastino colla sua oste si levasse e partisse, e tor-
nossi a Verona a di 13 di luglio. Il dì appresso
messer Marsilio Rosso passò colla sua cavalleria. E
nota, lettore, isventurate vicende e casi che fa la for-
tuna del secolo, e spezialmente nelle guerre, che in
pochi di la guerra da noi a messer Mastino fu in
stretti partiti d' esser vinta e perduta da ciascuna par-
te, come n^ abbiamo fatta menzione.
CAPITOLO LXV.
Come la cUlà di Padova s* arrendè a messer Piero
RossOj e fu preso messer Alberto della Scala.
Partitosi messer Mastino e perduta la pugna della
sua impresa e messer Marsilio Rosso colla nostra ca-
valleria tornato al campo di Bovolento nell'oste come
detto è, e la nostra oste molto rinvigorita, inconta-
nente messer Piero Rosso con tutta Toste si parti dal
campo di Bovolento, ove tanto era dimorato, e puo-
sesi presso alle mura di Padova : e a di ^2 del me-
se di luglio del detto anno, i Padovani a' quali pa-
reva male stare per la tirannia di quegli della Scala,
e spezialmente a messer Ubertino da Carrara e a' suoi
consorti ch^aveano data la terra a messer Mastino,
ed egli gli trattava come servi e come schiavi, spezial-
mente il matto e scellerato messer Alberto della Sca-
la ch'era alla guardia di Padova, e sentendo quegli da
Carrara partito messer Mastino colle sue forze, e
sentendo Poste nostra e de'Veneziani così possente
e di costa alla città di Padova, dond^ erano capitani
messer Piero e messer Marsilio Rosso' loro parenti,
ordinarono di tradire e di pigliare messer Alberto
della Scala con tutti i suoi consiglieri e caporali e
conestabili cìi^ erano in Padova ; e così venne loro
fatto, e levata la città a remore, quelli del campo con
ordine fatto assalirono la terra da più parti: quelli
da Carrara col popolo, e con ordine a furore cor-
sone alla piazza e presono messer Alberto e tutti
i suoi seguaci, e apersono la porta verso il campo
e misono nella città messer Piero e messer Marsilio
de' Rossi con tutta la cavalleria ; i quali entrarono
nella città con più di quattromila cavalieri, senza i
' V. A. lo stesso che lordura, sporcizia.
pedoni; e a di 3 di agosto 1337 corsonola città senza
fare nullo male o ruberia, i^ non assoldati eh' erano
con messer Alberto della Scala. Il detto messer Al-
berto coi caporali ch'eran con lui furono mandati
presi a Vinegia : e messer Ubertino da Carrara fu
fatto signore di Padova, e messo alla lega con ta-
glia di quattrocènto cavalieri. DelT acquisto di Padova
si fece grande allegrezza in Vineggia e in Firenze e
in tutte le terre guelfe di Toscana.
CAPITOLO LXVI.
Come morì il valente capitano messer Piero. Bosso^
e poca appresso mori messer Marsilio s^ fratello.
Per la perdita di Padova e presura di messer
Alberto della Scala e de' suoi seguaci e consiglieri
molto abbassò la potenzia e Io stato di messer Ma-
stino e de>uoi, e cosi ne montò la grandezza deTio-
rentini e de'Veneziani e degli altri collegati di Lom-
bardia, e massimamente de' Rossi da Parma^ avendo
fatta sì alta vendetta di messer Mastino e di messer
Alberto della Scala, colla speranza della loro vitto-
ria e stato di racquistare la signoria della loro città
di Parma; e sarebbe loro venuto fatto assai tosto
coir aiuto e potenza de' Fiorentini e de' Veneziani e
degli altri della lega. Ma la fortuna fallace delle co-
se mondane le più volte, dopo la grande allegrezza
e vana facilità per lei dimostrata, si volge tosto a
mutamenti miseri e dolorosi; così avvenne molto
poco appresso, che tenendosi per messer Mastino il
forte e bello castello di Monselice ben guemito, di
presente avnto Padova, messer Piero vi cavalcò con
sua oste a cavallo e a piedi, e faocendo dare conti-
novi e solleciti assalti e battaglie da più parti a'
borghi di sotto, quasi vinti per lui parte de' fossi
e degli steccati, e per avere piuttosto i borghi per
forza, messer Piero per dare più vigore di combat-
tere alle sue genti, ismontò da cavallo con più al-
tri cavalieri, la quale capitaneria già non fu lodata,
ma ripresa. E combattendo dunque messer Piero
rantfporto, gU fu lanciata una corta lancia manesca
la quale il percosse alla giuntura della corazza e
ficcoglisi per lo fianco. Il valènte capitano però non
essendo ismagato di niente ^ si trasse il troncone del
fianco, e giltòsi nel foSso di costa all' antiporto per
passare alla terra, credendola avere vinta. Per la
qual cosa 1' acqua gli entrò per la ferita, e [qnelta
incrudelita, e per aver perduto molto sangue, il no-
bile e valoroso duca spasimò, e per li suoi tratto
del fosso fu portato per lo canale in burchio così
(èdito a Padova, il quale passò di questa vita a ti 7
d*agosto 1337 : della cui morte fu grandissimo danno
a tutta quanta la lega, imperocché egli era il più
sofficiente e il più savio capitano di guerra e ardito
di sua persona che ninno altro eh' al suo tempo
fosse non che in Lombardia, ma in tutta Italia. Fu
seppellito alla chiesa di San Francesco in Padova
con grande corrotto, e il suo corpo fu onorato co-
me a gran signore si convenfa; e in Firenze e in
Vinegia avuta la novella se ne mostrò gran dolore.
' per nulla smarrito, ni caduto d'animo.
408
GBONIGHB
E poi fatto per la aoa anima grande eieqmo oon grta«
de aolenoità, mesa er Maraitio ano iratollQ per lo ao-
perchio aAnno per loi dorato neir aapre caTalcato,
come ni è detto addietro, innanzi cho meaaor Piero
fosae morto, era caduto in infermità, ed era amma-
lato in Padova, e colla giunta del dolore della morte
di measer Piero a^ aceord duramente neir animo e
come piacque a Dio, paaaò di queata vita a dì 17
d' agoato del detto anno, o fu aoppellito di coata al
fratello a grande onore. Queato measer Marsilio era
de^ più aavi e valenti cavalieri di Lombardia, e di
migliore consiglio. E così in pochi ti fu quasi an-
nullata quasi tutta la casa de^ Rossi da Parma, quan*
d^ erano ^r ricoverare loro stato. Lasceremo al-
quanto deWatti di Lombardia» e diremo d'altre novità
fatte in que' tempi.
CAPITOLO LXYU.
IH novità fatte in questi tempi m Fireme^ e di grtmde
doÙM che vi fu di vittuagUa.
Ritornando alquanto addietro por seguire T or-
dine del nostro trattato, all' oacita di giugno del
detto anno 1337 nacquero in Firenze aei leoncini
della leonessa vecchia e delle. duo giovani aue fi-
gliuole, la qual coaa, aecondo Tauguro degli antichi
pagani, fu segno di grande magnificenza della noatra
città di Firenze. E certo in queato tempo e poco ap-
preaso fu in grande colmo e potenzia, come leggendo
ai potrà Icovare» De' detti piccoli leoni alquanto cre-
aciuti il comune di Firenze ne fece presenti a più
comuni e signori loro amicL E nel detto anno a dì
29 di luglio si cominciò a fondare i pilaatri della
loggia del palagio d'Orto S. Michele di pietre conce,
grosse, e ben formate, eh' erano, prima sottili e di
mattoni, e mal fondati. E furono a ciò i priori e il
podestà e capitano con tutti gli ordini delle signorie
di Firenze con grande solennità; e ordinarono ohe di
aopra fosse uno magnifico e gran palagio con due
volte» ove si governasse e guardaaae la provvisione
del grano per lo popolo. E la detta opera e fabbri-
ca fu data in guardia all' arte di porta Santa Maria,
e deputossi al lavoro la gabella della piazza e il
mercato del grano e altre gabelle di piccole entrate
a tale impresa, a volerla toato compiere. E ordi-
Doaai, che ciascuna arte di Firenze prendeaae il ano
pilastro, e in quello faceaae fare la figura di quel
aanto, in cui l'arte ha reverenzia; e ogni anno per la
feata del detto aanto i oonaoli della detta arte co'
suoi artefici facessono ofiTerta, e quella foase della
compagnia di madonna Santa Maria d' Orto San Mi-
chele per dispensare a* poveri di Dio; che fu bello
ordine e divoto e onorevole a tutta la città. In quel
tempo, la notte del dì 30 di luglio, che il dì era
tornata Y oste da Lucca, a' appreae il fuooo oltrarno
in via quattro leoni, e arsevi tre caae oon gran dan-
no. E la notte medesima a' apprese il fuooo nel mo-
nistero delle donne della Trinità in campo Corbolini
e arae il loro dormitorio. In queat* nana in Firenze
e d' intorno in Toscana fu grande dovizia e abbon-
danza, e in Firenze valae lo ataio del grano colmo
addi otto a ragione di lire tre, aoldi ine, il i
dell' oro \ ohe fo diaordinata dovizia al coaao
e a intereaae di coloro eh' avenno le poaaeaaioni,ed
eziandio de* lavoratori di quelle: ma poco teaipe
appreaao ne fo vendetta di grande carealini oosite ia*
nanzi faremone menzione.
CAPITOLO LXVni.
Chmé in questo mmo appatvero in oielo dm steUs
comete.
Nel detto, anno all' entrata del bmoo di gtigaa
apparve in cielo la atella cometa, cktaaaata Aaeonai
con gran chioma, cominciandosi la vieta aotte la
Tramontana quaai nella regione del segno del Taa*
ro, durando più di quattro meai e attraveraando IV
miaperìo infino al mezzogiomo, e là ebbe fine. E pei
appreaao, innanzi ch'ella venisse manco n^apparre
un'altra nella regione del aegno del Conerò chiamati
Roaaia, e durò due mesL Queste atollo eoiMte aoa
aono ateUè fisse, benché stelle paiono co' raggi a
chiome, o nebulose; ma dicono i filosofi ehe ciò sona
vapori secchi, e talora mieti, che ai creano entro
r aria del fuooo aotto il cielo della lana per graeda
corruzione di cprpi celesti, ciò aono i panati; •
sono di nove maniere, quella per la potenza di Salar-
ne, e quella per la potenza di Giove o di Marte, e
così degli sltri pianeti, e tali miete di due pianeta
0 di più. Ma quali che si sieno, ciaacnna è segao
di futura novità al aecolo il più delle volte in mala,
e talora è aegno di morte e grandi aignori, o tra-
motazione di regni o di genti, e maaaimamenla aal
dimato del pianeta che V ha criata, e dove atenda sai
aignoria aignifica più mali, cioò fame, mortalità, aavi-
tà, e altre gran coae, come leggendo poco apprano
ài potrà vedere per buono e diaoreto intenditore.
CAPITOLO LXDL
Di hnttagUe che furono in mare ira' Genovesi i
•
Nel detto anno e meae di giugno, dieci gain
degli naciti guelfi di Genova armato a Monaco tre»
vandoai in Ronunia in corso si oombaHerono iasi^
me con dieci galee de' Viniziani, e le Yiniziana fin
reno aconfitte e preae la nmggior parte oon fpmè»
loro danno d' avere e di peraone; ma però i Vm^
liani non a* ardirono di oominciare gnerra sisof^M
co' Genovesi eh' eran dentro o eon quelli di feaii
CAPITOLO LXX.
Come la città di Bologna venne alla signoria ^
messer Taddeo dé'FeppoìL
Nel detto anno a dì 7 di luglio easendo i B^
logneai in male ordine e peggiore diapoaisieBe di
aette e di parti, dappoi che nacirono della tàisoi»
» La Giuntina: Soldi 8 di soldi 62, U fi^rif^ ^^'
ths eco.
DI GIOVANNI VILLANI.
409
•delk Chiesa t del legato, volendo dascnna casa di
qoelle die il eacciarono essere signori, i Peppoli con
loro seguile di popolo, forono ad amo, é oacdsrono
di Bologna nesser Brandaligo Gozaadini, quegli pro-
prio elM fa principale a cacciare il legato co* suoi
ooDorii e seguaci. B poi appresso a di 28 d* ago-
sto nesser Taddeo figliuolo che fu di Romeo de'
Peppoli coir aiuto de* marchesi da Ferrara suoi pa-
renti si fece fare capitano di popolo e signore di
Bologna. B poi a di 2 di gennaio seguente il papa
presso ad Avignone fece aspri processi centra messer
Taddeo e centra il comune di Bologna, perchè ndn
▼oleano ubbidire alla Chiesa, né ammendare il danno
Catto al legato, quando il cacciarono di Bologna. B
poi appresso air uscita del mese di marzo si sco-
perse uno tradimento d' una congiura nella quale a-
▼eano ordinato d'ui^cidere il capitano e togliere la
ngnoria : e di dò era caporale Macerello de* conti da
Panigo segretale^ e stretto parente del detto capitano,
di cui pia. d fidava, con* suo seguito e con dcnno
d«* Ghisolieri e dtrf Bolognesi. II quale trattato sco-
perto, alcuno ne fu preso e tagliatogli la testa. Ma
^ello Macerello con più usdrono di Bologna e fìi-
rono rubelli. E messer Taddeo al tutto rimase sìgno-
rOt e fortificossi di stato e di gente d'arme, tenen-
do ottocento cavalierì alle spese del comune di Bo-
logna, e collegossi co* Fiorentini. E nota, lettore, se
la cometa, onde dinand facemmo, menzione, che ap-
parì nel segno del Tauro, il ^uale troviamo in itti
V dtre dttà e paesi esser attribuito alla dtt& di Bo-
logna, mostrò assai tosto le sue influenze di tanta
nautadone di dgnoria alla città di Bologna. Come
più addietro facemmo menzione, quando il legato
cardinale ne fu cacdato, e poco dinanzi iscurò la lu-
na nd segno del Tauro, a per alquanti intendenti dì
quella scienza fu pronosticato dinand la mutazione
deQa citte di Bologna contro il legato ; e noi fummo
di quelli che lo intendemmo, con tutto che Topera-
sioai di Im e di sua gente e ufldali assd apparec-
chiare r opera e hi materia e costelladone, onde si
aperava quella rìnsdU. Assai avemo detto de' fatti
di Bologna, ma ènne parato necessità, come di ter-
ra vidaa e amica della dttà di Firenze, considerando
r antica ndone e libertà e stato e potenzia del buono
popolo di Bologna, tornato a' nostri tempi per loro
diaoordie a signorìa tirannica di singolari cittadid,
per dare esemplo alla nostra dttà e popolo di Fi-
COMO a sapere i nostri cittadim guardare la re-
pabblica e libertà della noatra città di Firenze, per
noo cadere a tirannia di signore per le discordie e
Bsd reggimento de* nostri dttadini : e questo basti
a^booni intenditori.
CAPITOLO LXXI.
DMa morte dd te Federigo
che rimasono e seguirono neW isola di Cicilia.
Nd detto anno, a. di 24 di giugno, morì di
ina morte don Federigo re, che tenea risola di Ci-
cilia, e lasdò^iù figliuoli; ma il suo maggiorei don
Fiero, cui egli aveva a sua vita coronato re, come
addietro in alcuno capitolo si fece menzione, era quad
uno mentecatto ; per la qual cosa dopo la morte del
padre ebbe molte mutazioni neir isola: che *ì conte
Francesco di Ventimiglìa, de* maggiori baroni del-
r isola, per soperchio ricevuto dd detto Federigo,
prendendo parte contra Igi per lo conte di Chiar-
monte suo cognato, si rubellò da Im con tutte le sue
cMtella, e cercò trattato col re Buberto di Puglia, di
cm di ragione era V isola, e mandò a Napoli uno.
suo figliuolo. Ma per suo poco senno aspettandosi
troppo innanzi che cavasse soccorso del Begno,
male gli ne venne ; che cavdcando Toste del re Piero,
subitamente per iscontrazzi presono due sudi figliuoli,
e per simile modo presono lui con uno dtro suo fi-
gliuolo scontrandosi co* nimici, e combattendo furono
morti. E cod fu quasi distrutto quello lignaggio,
e perderono tutte loro castella che n* aveano assd,
e forti; ma però risola rimase in grande tribola-
zione e sospetto come innand faremo mendone. La-
sceremo di dò, e diremo dqusnto della guerra dd
re di Francia a quello d* Inghilterra.
CAPITOLO LXXU.
Come U re di Francia fece prendere ^tii gV Ita-
liani eh* erano in suo paese^ e peggiorò la sua
moneta; e come F armata del re d' Inghilterra
venne -in Fiandra,
Nel detto anno 1337, Filippo di Valois re di
Francia, lasciando il suo buono propodmento e giu-
ramento del santo passaggio d* oltremare come ad-
dietro facemmo menzione, per seguire la guerra co-
mindata col re d'Inghilterra, per la sua avarizia co-
mindò a seguire male sopra male : che in una gior-
nata, a di 10 d'aprile per tutto suo reame subita-
mente fece prendere tutti gì* Italiani, cod merca-
tanti e le compagnie di Firenze e d'altre parti, co-
me i prefttatori a usura , e tutti gli fece rimedire,
ponendo a ciascuno certa grave taglia di moneta, e
convennela a ciascuno pagare. E fece fare nuova mo-
neta d'oro, che si chiamavano scudi d* oro, peggio-
rando la legi^ della buona moneta venticinque per
centindo, e la moneta d'argento al^awenante^ E poi
fece un* altra moneta d*oro, che chiamava leoni, e
poi un'altra che chiamava padiglioni peggiorandola
ciascuna di lega e di corso per modo, che dove il
nostro fiorino, eh* è ferma e legai moneta e di fino
oro, valeva alla buona moneta eh' era prima in Fran-
cia soldi dieci di parigini, innand che fessone gli
and 1339, valse il fiorino dell* oro in Frauda sol-
di ventiquattro danari sei di parigini; il quarto più
a torned picdoli. E poi Tanno 1340 fece nn*altra nuo-
va moneta d*oro chiamata angeli, e peggioroUa tanto,
e cosi quella delTargento, e i piccioli, che *1 nostro
fiorino valse a quella moneta soldi trenta di parigini.
Lasceremo alquanto della corrotta moneta del re di
Francia, e seguiremo a nostra materia delTordine della
guerra, cioè : che poi del mese di luglio, vegnente
1 confidente^ intimo segretario.
' a proporzione.
410
CRONICHE
la fetta di Saata Maria Maddalena, com'era onUnato per
la lega e eoa^ora fatta contro al re di Francia, il Bave-
ro, il quale ai facea chiamare imperadore venne a Co^
Ionia, che vi dovea essere il re d'Inghilterra, il quale
per molto affare deiriaola e per la guerra ch^ avea di
GuMOOgna falli la giornata. Fuwi il duca di Brabante,
qnello .di Ghellerì e quella di Ginlierì, e il conte d'A-
naldo, e altri aignorì allegati, e gli ambasciadori
del re d' Inghiltarra, e a quella assemblea ai rifermò
la lega, e gli ambaaciadorì del re d'Inghilterra pro-
misono per lo loro re gaggi e soldi agli Alamanni e
agli altri allegati, e la venuta del re in persona alla
aettambm^ Per la qnal cosa il detto Bavaro e gli altri
allegati Vandarono disfidando il re di Francia, di-
cendo di venirlo a vedere infino alla città di Cam-
bragio alla frontiera del reame di Francia e tenerne
campo in Bvl reame, e combattere con lui ; del quale
isfldamento il re di Francia, prese grande sdegno
e onta, e provvidesi il presenta di tesoro e d' or-
dine di cavalieri e di gente d' arme. E poi conse-
guentaoMnta non potando il re d' laghillerra passa-
re di qua da mare, come promesso, avea agli allegati
per molti affari di là, e perchè venia il verno, vo-
lendo fornire la promessa de* gaggi, mandò trecento
cocche e centoventi batti a remi armati; in sulla quale
armata fu il vescovo di Niocola, il conta di Monta-
gnto e quello di Sofoleo, é messer Gianni d'Area, ai-
gnorì di gran valore ; e con molta altra buona gente
d'arme e con danari assai, e con dodicìmUa aacca
di lana del re, istimandosi tra moneta e le lane cir-
ca seicento migliaia di fiorini d'oro o più; e an-
doane aUa Summa in Fiandra ali* entrare di novem-
bre, e puoaeai all'isola di Gaggianta alla bocca del
porto delta Summa detto le Schiuse^ e in sull* isola
asceaono parta di loro gente, e combatterono co'
Fiamminghi che v* erano per lo conte di Fiandra,
i quali ubbidivano .il re di Francia ; e al principio
furono morti degl' Inghileai ch'erano aceti isprovve-
duti in sull'isola del Gaggiante, ed oravi il fratello
battardo del contadi Fiandra con ((ente dUrme alla
difesa. Sentendo ciò la gente dello atuolo, scorsono
in grande abbondanza, e quanti Ftamminghi vi tro-
varono messere a morte ; e presono il fratello del
conte, e tutta l' isola misono a fuoco e a fiamma. B
poi la detta armata non potendo porre alle Schiuse,
perchè i Fiamminghi ubbidivano il conte e il re di
Francia, ae n'andarono a Pordette in Qlanda, e le
scaricarono, e vennero in Brabante, e tennero par-
lamento co' collegati, e diedono ordine alla guerra.
Sentendo papa Benedetto e'anoi cardinali l' impresa
della sopraddetta guerra, mandò ine legati cardinali
in Francia al re^ per Battere accordo tra lui e *1 re
d' Inghilterra ; e pariamentate con lui assai a Parigi
andarono verso Inghilterra, e passarono il mare a di
27 di novembre; ma niente v'adopererò. Lasceremo
alquanto di dire di questa guerra, che assai toato ee
ne converrà dire maggiori cose, e torneremo a dire
delta noatra guerra col Mastino di Lombardia.
CAPITOLO LXXUI.
Come la eitlà éi Brescia ii,rubeUà a me$$er Ma-
stino^ e diessi alia uoslra lega con olire cesUUe,
Nel detto anno, all' entrata di settembre, s'ar-
rendè alla qostra lega il castello di Mostri e qaello
degli Orci e quello di Canneto in Bresciana. E poi
a di 8 d* ottobre per trattato delta detta lega 1 Bre-
sciani eh' erano sotto ta tirannia di messer Mastino, e
parendo loro male stare, reggendo che messer Ma-
slino era molto abbusato dr suo stato e di podere
e perdute le dette castella, levarono ta città a remore
e mbellarono parte della citta vecchta di Brescia, la
Brescia era capitano per measer Mastino uno messer
Benedetto... con teicento cavalieri tedeachi, il qtule
si ridusse in parte della città nuova di verso Yeroat,
e mandò per soccorso a messer Mastino. E certi
cittadini di Brescta gentili nomini e de' pia posseati,
i quali erano cortesemente ttadichi a Verona, a qoel
medesimo di che quegli di Brescia levarono la città
a romore, con ordine fatto, e tubitamenta se ne
partirono per diverte rie, e vennonsene a Brescia.
Per la quel cosa i Bresciani veggendosi a quel partito
e temendo della fona di messer Mastino, si mu-
darono per la nostra gente della lega; e di preseate
vi ginnsono da millecinquecento cavalieri, compe-
ra ordinatoi e fu data loro la porta di San GiovataL
Ed. entrati nella città, di preaente mitono fuoco
nella porta di San Giustino per assalire nella dtti
nuova ta gente di messer Maatino. Messer Benedetto
e sua gente veggendosi al pericolo, dubitando d'ef-
ser soppresi per la forza della nostra cavalleria ch'e-
rano nella citta, si parti di Brescia per porta Tor-
ralta e andosséne a Verona. E poi quelli della lega
colla volonta e procaccio de* Fiorentini ciechi, die
sé ne feoiono capo, diedono ta signoria di Breacu
a meaaer Azio Visconti signore di Milano, che a'eri
gran quistione tra' Lombardi, che ciascuno di qoelb'
aignori la voleva. E certo i Fiorentini f aveaao a
procacciar quella graria a messer Azso, perdoccbé
con Castruccio ci fu a sconfiggere ad Altopasdo, e
poi alle porto di Firenze. Messer Maatino veggeadofi
perduta la citta di Padova e preso il fratello, e poi
quella di Brescia e piii altre terre eh' egli tenea, co-
me per noi è fatta menzione, e fallitogli e veaoto
meno suo tesoro, isbigotti molto, e mandò suoi am-
basciadori a Vinegia per trattato di messer Alberto
eh' era pregione, del meae di dicembre ; e cercaroao
co' Viniziani certo accordò santa aaputa della lefa-
Onde i. Fiorentini e gli altri collegati preaono granile
sospetto. I Viniziani si scusarono che ciò che faceva-
no era a onore della lega, e però i Viniziani addo-
mandarono e voleano taU patti e si larghi» ch« mes-
ser Maatino non li volle otaervare ; e ricoauaciai»!
ta guerra più aspra che prima. K appresto alf entrare
di oaarso ta nostra gente cavalcò in sul Veroneae
senza trovare alcuno contrasto, e passarono 0 ^^^
dell'Adige, e guastarono sedici grosse ville con gran-
de danno del paese.
' alla sattambreoda, alla settambreaca^ maniere antiche
ohe valgono aWautimno.
DI GIOVANNI VILLANI.
411
CAPITOLO LXXIV.
Di certe notila fatte netta città di Firenze
in questi tempi.
Nel 4pUo anno 1337, essendosi pacificati insie-
me la casa de^ Halatesti d* Arìmino, i Fiorentini
elessono per loro capitano di guerra messer Malate-
sta 0 giovane, uomo assai valoroso, e venne in Fi-
renze molto onorevolemente a di 13 d^ottobre, te-
gnendo molto onorata vita, sanza prendere setta al-
cona nella citte, o forai bargello, perocché ci amava
per cornane: né al suo tempo non si fece né oste
né cavalcata sopra la città di Lucca, perocché al con-
tinuo i Fiorehtini stavano nella speranza d'avefla
per trattato, ch^ e' Veneziani tenevano per accordo
con messèr Alberto e con messer Mastino ; la quale
riuscì vana speranza per lo disleale tradimento de*
Vinìziani, come innanzi faremo menzione. In questo
anno, a dì 7 di gennaio, messer Benedetto Macca-
ione de* Lanfranchi ribello di Pisa avendo segreta-
mente soldato in Firenze trecento cavalieri subita-
mente cavalcò in Maremma il dì e la notte che gli
dovea essere dato Castiglione della Pescaia, e fugli
data una porta; ma la gente della terra subitamente
furono alle difese, e cacciaronlo fuori. Della detta
cavalcata si dolsono molto i Pisani de' Fiorentini, ed
ebbono gran paura di perdere Castiglione e Piom-
bino. Il vero fu, ch^alcuno de^ reggenti di Firenze
seppono il detto trattato, ma i priori non ne sep-
pono nulla ; ma per tema di peggio i Pisani furono
più cortesi contro a^ Fiorentini, che prima tutto dì
cercavano cavillazioni in Pisa contro a^ nostri mer-
catanti per abbattere la nostra franchigia per indi-
rette sofSstiche ^. E in fra questo tempo, alPentrata
di febbraio, i Fiorentini ebbono in guardia dal ve-
fcovo d'Arezzo eh' era degli Ubertini, la fbrte roc-
ca del castello di Civitella e Castiglione degli liber-
tini in Valdambra, e pacificarono il vescovo e' suoi
consorti colla famiglia de' Tarlati, per fortificamento
dèlia signorìa presa per li Fiorentini della città d'A-
rezzo, e fecesi legge e decreto in Firenze a dì 14
di marzo, che nullo cittadino comperasse castello
alcuno alle frontiere del distretto di Firenze. E ciò
si fece, perché quelli della casa de' Bardi, per loro
grande potenzia e ricchezza, aveano in quelli tempi
comperato il castello di Vemia e quello di Mangona
da messer Benuccio de' Salimbeni da Siena, e quello
del pozzo da Dicomano da' Conti, dubitando il po-
polo di Firenze, che non montassono eglino e gli
altri grandi in potenzia e in snperbia per abbattere
il popolo, come feciono appresso non é gran tem-
po, come si farà menzione. In quei giorni s' appre-
le il fuoco nel popolo di San Procolo nella ^casa
allato de* Riccomanni presso alla Badia, e arse tstla
di mezzogiorno di sopra alla volta, non potendo es-
aere difesa. E dopo I' ufficio di messer Malatesta,
e lui partito, quelli che reggevano Firenze feeiono
venire sotto titolo di capitano di guerra, ovvero per
bargello, messer Iacopo de* Gabbrlelli d*Agobbio,
' soffiflterie, sofBstidierie.
il quale entrò in uficio in calende di febbraio 1338,
e stette due anni con grande balia: il quale per la
sua asprezza fece in Firenze e nel contado di sconce
cose arbitrarie sanza ordine di ragione, onde nac-
qi^ novità e sconcio della città come innanzi fare-
mo menzione.
CAPITOLO LXXV.
Come la città d'Orlndeto fece popolo^ e simile
quella di Fabriano,
Alla fine del detto anno 1337, a dì 24 del me-
se di marzo, la città d'Orbi vieto si levò a remore
e in arme per soperchio di quelli della casa de'Mo-
naldeschi, che tirannescamente la signoreggiavano;
e feciono popolo e cacciaronne i detti Monaldeschi
e loro seguaci. Per simile modo si fece in quo' di
popolo nella terra di Fabriano nella Marca, e caccia-
rono i loro tiranni e potenti che signoreggiavano la
terra.
4
CAPITOLO LXXVL
Cerne certa gente di Lucca fu sconfitta da*
Marchesi Malespini guelfi.
Negli anni di Cristo 1338, a dì 27 di marzo
essendo cavalcati dugento soldati a cavallo della cit-
tà di Lucca e popolo a piedi assai nelle contrade
di Lunigiana addosso a' marchesi Malespini da Vil-
lafhinca, da* detti marchesi e di loro gente furono
sconfitti e ricevettono grande danno di pregioni e
di morti, e le gente di messer Mastino, secondo la
quantità, pochi ne tornarono in Lucca. Lasceremo
alquanto delle novità di Firenze e di Toscana e d* al-
tre parti, e torneremo a dire della guerra da noi
a messer Mastino, ohe ne cresce materia.
CAPITOLO LXXVU.
Come la nostra oste di Lombardia flndò infino atte
porte di Verona^ e corsonti il palio^ ed ebbono
Montecchio.
Nel detto anno, rotto ogni trattato d'accordo
da noi e da' Viniziani^ con messer Mastino, la no-
stra gente intorno di tremila cavalieri cavalcaro so-
pra la città di Verona a dì 18 d'aprile, e per forza
combatterono ed ebbono la terra di Soave presso a
Verona, ch'era gnernita per messer Mastino, e mo-
rivvi di sua gente più di quattrocento uomini. E poi
a dì 21 d'aprile si strinsono presso alle porte di
Verona al trarre d' uno balestro, e i nostri capitani
deH*oste, che tuttora ve n* avea uno cavaliere de'no-
bili e uno popolano de' maggiori di Firenze, e si-
mile di Vinegia due gentiluomini, per dispetto e
vergogna di messer Mastino feciono correre uno palio
di sciamito dinanzi alle porte di Verona, e mandarono
^ da wÀ a* Vvmimn ton eco. dice f tortamente la Gian*
tiniu
412
CRONICHE
ODO bando che oiu cobo di Verona che voleste Teniro
poteise sioortmente yenire a vedere il giooco e cor-
rere il palio, ma poclii ve ne vennero ; e partiisi Toite
della lega da Verona. E a di 3 di maggio si rendo
a loro il grande e forte castello di Montecchio, il
qoale è la chiave tra Verona e Vicensa ; e quello
fornito di vittoaglia e di gente d'arme, la detta oste
si tornò al cutello di Longara, il qnale era a quelle
frontiere ben disposto a far guerra al Mastino. E
nota, lettore, come adopera la fortuna nel secolo, e
maggiormente ne^processi della guerra, che poco
tempo dinanzi messer Mastino, era in tanto stato
e signoria che signoreggiava Verona, Padova, Tre-
vigi, Vicenaa, Parma, Lncoa, e la città di Feltro, e la
città di Belluno, e la città di Brescia, e molte altre
grandi e forti cutella, e avea molto grande tesoro
raonato, e assai gaggi, e al continovo tenea più di
cinquemila cavalieri alle speie delle dette nove cit-
tadi ; ed era uno possente e gran tiranno, il maggio-
re di tutta Italia, e che fosse stato infra cento anni;
e pochi di dinanzi avea minacciato i Fiorentini di
venirli a vedere inUno alle porte di Firense con
cinquemila nomini a cavallo armati di barbute di fer-
ro, e fatta fare una ricca corona di pietre preziose
per farsi coronare re di Toscana e di Lombardia; e
poi intendere ad andare nel regno di Puglia e torlo
per forza d* arme al re Ruberto ; e sarebbegli venuto
fatto, se non fosse il giudicio di Dio per aumiliare
« la sua superbia, e la potenzia del comune di Firenze
e di quello di Vinegia, che ripugnarono « reoaronlo
a poca potenza e a basso stato con loro operazioni
e danari, per lo modo che leggendo avete inteso, e
ancora come intenderete; e recaronlo a si grande
•tremità, che convenne che ingaggiasse ^ a usura la
sua corona e tutti i suoi gioielli per avere danari
per resistere alla guerra ; perocchò per guardare le
sue terre e fortezze gli convenia a ciascuna mettere
grossamente, salvo che di Lucca e di Verona, tiran-
neggiandole con grandi storsioni ne traeva alcuna
cosa. B però nullo signore o tiranno o comune Si
può fidare nella sua potenza, imperocché nulla po-
tenzia umana non ha fermezza, ed è vana e fallace.
E r onnipotente* Iddio Sabaot dà vinto e perduto a
chi gli piace secondo i meriti e i peccati suoL La-
sceremo alquanto della guerra della lega e di mes-
ser Mastino per dire d' altre novità occorse in Italia
e oltramonti in questi tempi.
CAPITOLO LXXVIU.
Come il duca di BrobanU co" wuoi colUgaH feeio^
no grondo o$U sopra U oo$coeo di Legge, e poi
fecUmo pace»
Nel detto anno 1338, a di 9 d* aprile, il du-
ca di Brabante cogli altri allegati e giurati contro
al re di Francia, e col figliuolo del figliuolo del Ba-
vero, con ottocento^ cavalieri e piii di sessantamila
pedoni brabanzoni' e d' intorno al paese,^quasi tutti
armati a corazze, e a barbute come cavalieri, Bada-
rono sopra il vescovo di Legge per la questiona
che '1 duoa avea con lui per la ierira ^ di lelGna; a
maggiormente perchè il detto vescovo era collegato
col re di Francia, e per levarlo di mezzo al loro pae-
se, acciocché U re di Francia non avease podere
nò potesse fare resistenza ali* impresa della guerra
incominciata fra loro. 11 vescovo veggendosi sobito
Msalire da tanta potenzia, ed egli mal prowedoto al
riparo della detta oste, e del re di Francia non a? oto
nò aiuto né soccorso, s* accordò col duca e con gli
altri collegali, come seppono dimandare* giurando
loro di non esser più degli allef^ati del re di Francia.
CAPITOLO LXXIX.
D'una grande armata che il re Ruberto maadò
sopra t isola di Cicilia, con poco acquisto.
Nel detto anno, sentendo il re Ruberto, che
risola di Cicilia era in mala disposixione per lo onoro
re Piero, e per la ribellione del conte Francesco da
Ventimìglia e de* suoi seguaci, ^ordinò una grande
arsaata per passare in Cicilia, e partissi la detta ér-
saata da Napoli a dì 5 di maggio con settanta tn
galee e uscieri, con milledugento cavalieri, e di là
arrivarono a ti 7 di maggio uella contrada di Tremo-
lo, ed ebbono di presente tre castella ivi d'intono,
e pnosonsi ad assedio a Tremolo. E poi a di 10 di
giugno si parti da Napoli la seconda armata con mag-
gior navilio, e con grande gente de' baroni del regao
e Provenuli, onde fu capitano Carlo duca di Dorai-
zo nipote del re e figliuolo d'uno suo fratello, e
con lui messer Gianni, e il conte novello di quegli
del Balzo ; e puosonsi al detto assedio di Tremola,
ed ebbonla a patti all' uscita d' agosto, salvo che U
rocca. Dopo molte battaglie e fracasso di dificìi,
arsono tutta la terra, e poi si rubellò al re Piero il
conte Buggeri da Lentino con tutte le sue castella,
che era uno de* maggiori baroni dell* isola e de'di-
scendenti de* bsroni, che furono principali a rubellare
r isola al re Carlo primo ; e così si volge il mondo.
La detta armata per infermità si partì e tornò a Na-
poli con poco acquisto e onore ; ohe essendo più di
duemilacinquecento cavalieri, potevano cavalcare tut-
ta r isola sauM contruto ninno, ed "eglino non ai
mossono mai da Tremolo, onde infracidò l' oste, a
corrotta, ingenerò pestilenzia d'infermità • di mortaliti.
CAPITOLO LXXX.
Come molte dttà del regno di Puglia ebbono
discordie e divisioni tra loro eiiiadim.
Nel detto anno 1338 si cominciò nel regao di
Puglia, che signoreggiava il re Buberto, nna grande
dicordia e maledizione, cioè nella città di Sermosa,
e in quella dell'Aquila, e in Gaeta, e in Salerno, e
in Barletta, che in ciascuna delle dette terre ai criò
' che deaat In pegno a oanra la corona.
t ^^29^ ^^ ^ edialone citata dalla (^ruaea.
' del Brabaate.
' U T. Davanaati ha qui: ptr U UtUrSf gnaatando U
atnao.
> divisars, dice (forae meglio) la Giuntina.
DI GIOVANNI VILLANI.
413
parte e divifiooe, t eombatteaiisi insieme; e l*ana parte
cacciò Taltra, e guastarsi quasi le dette terre, e d'in-
forno a quelle; e il paese per cagione delle dette
discordie tatto s'empiè di malandrini e di ladroni,
mbando per tntto ; e a queste discordie tenevano ma-
no molti baroni del Regno, chi coli* una parte e chi
coli' altra. E la maggiore fu quella di Barletta, e du-
rò più con maggiore battaglia. Deir una parte era
capo casa di Marra, e con loro il conte di Sanseve-
rino e tutti i suoi seguaci ; dair altra parte casa de'
Gatti e con loro il conte di Minerbino chiamato il
Paladino, e tutti i suoi seguaci, i quali feciono molto
di male, • e guastarono la ferra di Barletta e tutto il
paese d'intorno. Delle quali dfsoordie il re ne fu
molto ripreso, e doveane èssere ragionevolmente a
tanto signore com' egli era, di senno naturale e di
raenza; che per propria avarizia delle pene e com-
posizioni de' misfatti de* suoi sudditi sofferiva il gea-
itamento del suo regno, possendolo correggere- e
ialvare con alquanta giustizia. E di niente si ricor-
dava delle parole del santo re Salomone, Diiigiie
fustUiam^ qui jndicaHi terram. Poiché le dette
terre fàrono ben guaste, il re vi mandò le sue forze
tasediando .Minerbino e ti conte e le sue terre ; e i
tuoi CratelU vennono a Napoli alla misericordia del
re, e tutti i loro beni pubblicati alla corona, e ven-
dati e barattati, ed eglino pregioni a Napoli ; e faro-*
oo diserti con mala fine e disfialti. Questi conti di Mi-
fterbino furono stratti di vile condizione, che- furono
igKaoli d' uno figliuolo di messer Giovanni Pipino,
il quale fa nato d'uno piccolo e vile notaiado di Bar-
letta ; ma per sua industria fu molto grande al tempo
del re Carlo aecondo, e guidava tutto il regno e
goadagnava d'ogni cosa e arricchì per modo che
Itadò i suoi figliuoli conti; i quali poi per loro su-
perbia e straootanza, come ò detto, vennono tosto a
mal ibe. E nota, die molte volte i subiti avveni-
menti di grandi stati hanno tosto dolorosa fine, e
il male acquisto non passa le pia voKe terza redo ;
e così avvenne di costoro* Lasceremo alquanto del
regno di Cicilia, e diremo alquanto de' fatti di Firen-
Ét stati nel detto anno.
CAPITOLÒ LXXXL
Come il comune di Colie si diedono al comune di
Fwetae; e di notila che furono in Faenze nel
detto anno.
Nel detto anno 1838, il dì di San Giovanni
di giugno, cavalcando quattro bandiere di gente di
arme a eavaVo da cento de' nostri soldati, verso Bugr
giano per levare preda, messo loro agnato, furono
fconfitta, e presi dae conestabili e la maggior parte
di loro gente. Nel detto anno, a dì 12 di luglio, es-
aendo i CoUigiani in grande divisione tra loro e per
goastarsi la terra e cacdame parte, di concordia die-
dono la. signoria nella terra e loro distretto alla guar-
da del comune di Firenze per quindid anni, chia-
mando al continovo podestà e capitano cittadini di
Finttze, a la guardia della rocca alle loro apese; e
eotì a* acquetare le loro disoordie sotto il beatone
del comune e popolo di Firenze, rimanendo in pace
e in buono stato. E nel detto anno, a dì 1 5 di dicem-
bre s* apprese il fuoco oltrarno in via Quattro pa-
goni, e arsevi due case. E poi a dì 7 di febbraio
s' apprese il fuoco alle case de' Cerretani alla porta
del vescoxo, e arse il loro palagio con più di dieci
case dall' una via all' altra con grande dammaggio,
aanza potervisi riparare o difendere. E nota, che ap-
punto in cinquanta anni s' apprese un' altra volta il
fuoco e arse il detto palagio de' Cerretani, come in
questo addietro si troverà, che fu grande mdadizione
a quella schiatta non sanza cagione.
CAPITOLO LXXXU.
Ancora della guerra della lega a messer Mastino
della Scala.
9el detto anno, tornando l' oste nostra e de'
Veneziani al castdlo di Lungara, come addietro fa-*
cemmo menzione, messer Mastino con suo sforzo ven-
ne ad oste sopra al castello di Montecchio per rac-
quistarìo, non sentendolo bene fornito per la su-
bita rubellazione, e perchè dubitava, teaendod Mon-
tecchio per la nostra gente ch'era a Lungara, di
non perdere la città di Vicenza. La nostra gente per
soccorrere Montecchio e fornirlo si partirono da Lun-
gara, duemila cavalieri e popolo e fornimento assai,
a dì 1 5 di giugno, giugaendo colle schiere fatte per
combattere con messer Mastino e sua gente, ch'e-
rano milledugento cavalieri: messer Mastino non
attese la nostra gente, e non volle venire dia bàt->
taglia, ma si levò da campo ,con danno e vergo-
gna che gli fu fatta da qudli del castello; e per la
subita levata, innanzi che la nostra gente vi a' ap-
pressasse, lasciò tutto il campo fornito ; e giungen-
dovi poi la nostra gente, fornirò Montecchio ricca-
mente. Come messer Mastino si partì con sua gente
da Montecchio, se ne venne diritto a Lungara a di
17 di giugno, credendola avere per battaglia, aven-
dosi avvisato ch'ella fosse gnemita per la cavalcata
fatta a Montecchio per li nostri. Va dentro v'erano
rimasi alla guadia cinquecento cavalieri de' nostri e
de' Venedani, i quali difesono la terra con danno
d' alquanti di quelli di messer Mastino. E partito da
Lungara, e Im fornaio a Verona con poco onore, ri-
mandò parte della cavalleria che gli era rimase dia
guardia e guerdgione delle sue terre, e con poca
gente a cavallo d ritenne a Verona. E poi trecento
cavalieri de' nostri da Lungara cavdcarono a Vero-
na infino alle porte aanza aleono contrasto, si era as-
sottigliata la potenza dd Mastino. E in questi tempi,
a dì 1 9 d' agosto, d rendè a' Padovani il castello di
Monsdice, salvo la rocca, la qude poi per difetto di
vittuaglia s'arrendè a dì 25 di novembre appresso,
salve le persone. E a dì 26 > di aettembre nd detto
anno, avendo messer Mastino uno falso trattato d'ea-
sergli dato il castdlo di Montagnana, menato per
Ispinetta marchese e per due suoi famigliari, ch*e-
rano al soldo della lega, fu scoperto a messer Uberr
I U adidone da* (Huntl data a' 10.
414
CRONICHE
ti90 da CaiTtn, ed egli notificandolo alla nof tra oaU
da Langara che stessono apparecchiati al soccorso di
Montagnana, messer Mastino seguendo il suo trat-
tato vi fece cavalcare Spinetta marchese con cin-
quecento cavalieri e con mille cinquecento pedoni.
La nostra gente, eh* aveano ordinato lo *nganno del
trattato, in quantità di cinqeecento cavalieri si par-
tirono dal nosU'O campo di Lungara, e andaronne di
furto a Montagnana, a simile v^andò dngento cava-
lieri di quelli di Padova. Vegnendo la gente di mes-
ser Mastino a Montagnana, per uno aguato messo,
gli assalirono i nostri e misongli in {sconfitta; e ri-
masonne tra annegati e morti ben trecento tra a ca-
vallo e a piedi, e presi ventidue conestabili tra a
cavallo e a piedi, de^ migliori Italiani che messer Ma-
stino avesse a suo soldo, e da dodici di quelli da
Correggio, e di quelli da Fogliano, e altri Lom-
bardi gentili uomini, onde fu grande rotta allo stato
di messer Mastino, e nel suo dechinamento. Lasce-
remo alquanto della guerra da noi al Mastino, che
tosto vi torneremo a darvi fine, e torneremo al-
quanto addietro a dire della 'mpresa e della guerra
del re di Frauda e del re d'Inghilterra, e dei suoi
allegati, e Fiamminghi.
CAPITOLO LXXXIIL
CoMé • Fiamminghi cacciarono il loro conte, e
TMÒellaromi dal retU Frameia.
Basendo la contea di Fiandra in grande trava-
gHamenlo^ per la guerra cominciata tra '1 re di Fran-
oia e U re di Inghilterra, il duca di Brabante e gli
altri allegati, con parte de' Fiamminghi, sarebbono
stati contenti di rubellarsi al conte di Fiandra e al
re di Francia, e parte ne tenevano col conte, per
la qnal cosa più discordie ebbono col conte loro
signore perchè teneva col re di Francia, e cacciaronlo
di Fiandra alcuna volta alla cortese a modo di confine,
e poi rimandarono per lui, come popolo eh' erano in
sale bilance % e non aveano fermo stato. Alla fine si
levò in Canto uno di picciola nazione, e di vile me-
stiere, che faceva e vendeva il melichino, cioè cer-
vogia fatta con mele, eh* avea nome Giacomo Dar-
tivello, e fecesi maestro della comunania di Ganto.
E questo fu Tanno 1337; e per suo bel parlare e
firancheua montò in brìeve tempo in tanto stato e
signorìa col favore del comune di Ganto, che cacciò
di Ganto al tutto il conte e tutti i suoi seguaci, e
come di Ganto cosi di Bruggia e d' Ipro e d*altre
ville di Fiandra cavarono il conte, e presono qua-
lunque facevano resistenza. B si partirono di Ganto
con aeieento nomini e piii, e vennono centra que-
gli degli altri comuni che teneano col conte, e bat-
terongli e cacciarongU ; e cosi in poco di tempo fu
al tutto signore di Fiandra. Ben si disse di vero, che ì
vescovo di Niccola, ch^era in Brabante per lo re d'In-
ghilterra, col favore e consiglio de*Brabansoni ispes<
* hoUinunto si legge nella Giuntina.
' c^ era in vadUare^ dice la Giuntina, ma con minor
bellessa ed efficacia di eapreasione.
molti danari di quelli del re d* Inghillerra nel paeie
di Fiandra, e fece tutto questo rivolgimento; «ade
poi appresso segui grande favore al re d* In^bite-
ra, come innanai seguendo si troverà.
CAPITOLO LXXXIV.
Come il re d" Inghilterra passò in Brabante.
Essendo Fiandra quasi rubellata al re di Fra-
eia, come detto averne, il buono re Adoardo il gio**
vane andò ad Anversa in Brabante con più di tre-
cento navi e con molta baronia e gente d'arme di
suo paese, e con molta lana e danari colla moglie,
e con due sue figliuole : ciò fu a di 22 di loglio
gli anni 1338, e in Anversa fece sua stanza ferma
infine all'uscita di settembre ; benché in questa slaaii
con gli allegati fu a più parlamenti a più ville dal
paese, e infra le altre neUa contea di Los a' con-
fini della Magna con gli ambasciadori del Bavaro. E
in quello parlamento si pubblicò con privilegi impe-
riali essere il re d'Inghilterra vicario dello *mp«ra-
dorè, salvo che in Italia ; e poi ne venne a Borsella,
e là fermò parentado col duca di Brabantq; ciò fa la
figlinola del duca al figliuolo maggiore del re d' In-
ghilterra. E allora il duca da capo giurò lega e pro-
missione d' essere contra '1 re di Francia, e mandogli
rinunziando ogni omaggio ' che teneva da lui nel
reame di Francia, mandandolo sfidando infino a Parigi
per uno franco e ardito cavaliere; e ben parlò t
forni bene la bisogna.
CAPITOLO LXXXV,
Come il re d'Inghilterra e' suoi collegati tenMUO
ad oste in su 7 reame di Francia.
E ciò fatto, si mosse il re d'Inghilterra e il da-
ca di Brabante da Borsella con loro oste, e udt-
ronne a Valenza^ in Analdo; e ivi come vicario del-
r imperio fece richiedere il vescovo di Cambngio
che dovesse rendere la città di Cambragio eh* era dello
imperio, il quale non vi comparì. Per la quel cosi
a di 20 di settembre si nuosse di Valenza innaoii
messer Gianni d* Analdo zio del conte con duemila
cavalieri tra d' Analdo e dalla Magna soldati, e il siri
di Falcamonte con cinquecento cavalieri, e pnosoan
dinanzi alla città di Cambragio a pie della villa d*Apre.
E benché Cambragio sia terra d^ imperio e tenesselt
r arcivescovo, il re di Francia 1* avea guemita di sai
gente, che v*era dentro il conestabile di Francia
con tremila arnudure. Il re d'Inghilterra venne alla
detta città con sua oste con duemilacinquecento ca-
valieri tra Inghilesi e altri suoi amicL II duca di Bra-
bante con quattromila cavalieri, tra di Brabante e di
Legge e Alanuinni al soldo, e il popolo di Brabante e
d' Analdo per comune, grandissima quantità; e ven-
nevi il conte ovvero duca di Ghellerì per aimil^ mode
con duemila cavalieri, e quello di Ginlieri con nùllecin-
* onorificenza; non tributo j come Interpretano- alcBsf.
^ Yalenzina^ dice la Giuntina e cosi più innanzi.
DI GIOVANNI VILLANI.
4i3
purte e divisione, e combalteansi insieme; e Tnna parte
cacciò Taltra, e guastarsi quasi le dette terre, e din-
tórno a quelle; e il paese per cagione delle dette
discordie tatto scempie di malandrini e di ladroni,
rubando per tutto ; e a queste discordie tenevano ma-
no molti baroni del Regno, chi coli' una parte e chi
coU^ altra. E la maggiore fu quella di Barletta, e du-
rò più con maggiore battaglia. Dell* una parte era
capo casa di Marra, e con loro il conte di Sanseve-
rino e tutu i suoi seguaci; dalf altra parte casa de*
Gatti e con loro 11 conte di Minerbino chiamato il
Paladino, e tutU i suoi seguaci, i quali feciono molto
di male, e guastarono la terra di Barletta e tutto il
paese d'intorno. Delle quali dikoordie il re ne fu
molto ripreso, e doveane èssere ragionevolmente a
tanto signore com' egli era, di senno naturale , e di
scienza ; che per propria avarizia delle pene e com-
posizioni de' misfatti de' suoi sudditi sofferiva il gua-
stamento del suo regno, possendolo correggere- e
salvare con alquanta giustizia. E di niente si ricor-
dava delle parole del santo re Salomone, Diligiie
JìisHHttm^ qui judicaHs lerram. Poiché le dette
terre furono ben guaste, il re vi mandò le sue forze
assediando Jlinerbino e H conte e le sue terre ; e i
suoi fratelli vennono a Napoli alla misericordia del
re, e tutti i loro beni pubblicati alla corona, e ven-
duti e barattati, ed eglino pregioni a Napoli ; e furo-
no diserti con mala fine e disfatti. Questi conti di Mi-
nerbino furono stratti di vile condizione, che- furono
figliuoli d* uno figliuolo di messer Giovanni Pipino,
il quale fu nato d*nno piccolo e vile notaiuolo di Bar-
letta ; ma per sua industria fu molto grande al tempo
del re Carlo secondo, e guidava tutto il regno e
guadagnava d'ogni cosa e arricchì per modo che
luciò i suoi figliuoli conti; i quali poi per loro su-
perbia e straootanza, come è detto, vennono tosto a
mal fine. E nota, che molte volte, i subiti avveni-
menti di grandi stati hanno tosto dolorosa fine, e
it male acquisto non passa le pia volte terza rade ;
e cosi avvenne di costoro. Lasceremo alquanto del
regno di Cicilia, e diremo alquanto de' fatti di Firen-
ze stati nel detto anno.
CAPITOLÒ LXXXL
CofM U comune di Colle $i diedano al comune di
Ferente; e di notila che fìsrono in Firensie nel
dello anno.
Nel detto anno 1338, il di di San Giovanni
di giugno, cavalcando quattro bandiere di gente di
arme a cavallo da cento de' nostri soldati, verso Bogr
giano per levare preda, messo loro aguato, furono
aoonfitti, e presi due conestabili e la maggior parte
di loro gente. Nel detto anno, a dì 12 di luglio, es-
gendo i Colligiani in grande divisione tra loro e per
gaMtani la terra e caodame parte, di concordia de-
dono hu signorìa nella terra e loro distretto alla guar-
dia del comune di Firenze per quindici anni, chia-
mando al continovo podestà e capitano cittadini di
Firenze, e la guardia della rocca alle loro speae; e
oosl a' acqueterò le loro discordie sotto il butone
del comune e popolo di Firenze, rimanendo in pace
e in buono stato. E nel detto anno, a dì 1 5 di dicem-
bre s' apprese il fuoco oltrarno in via Quattro pa-
goni, e arsevi due case. E poi a di 7 di febbraio
s^ apprese il fuoco alle case de' Cerretani alla porta
del vescovo, e arse il loro palagio con più di dieci
case dair una via alP altra con grande dammaggio,
sanza potervisi riparare o difendere. E nota, che ap-
punto in cinquanta anni s* apprese un'altra volta il
fuoco e arse il detto palagio de' Cerretani, come in
questo addietro si troverà, che fu grande maledizione
a quella schiatta non sanza cagione.
CAPITOLO LXXXU.
Ancora della guerra deUa lega a meuer Maslino
della Scala.
9el detto anno, tornando l' oste nostra e de'
Veneziani al castello di Lungara, come addietro fa-
cemmo menzione, messer Mastino con suo sforzo ven-
ne ad oste sopra al castello di Montecchio per rac-
quistarlo, non sentendolo bene fornito per la su-
bita rubellazione, e perchè dubitava, tenendosi Mon-
tecchio per la nostra gente ch'era a Lungara, di
non perdere la città di Vicenza. La nostra gente per
soccorrere Montecchio e fornirlo si partirono da Lun-
gara, duemila cavalieri e popolo e fornimento assai,
a di 15 di giugno, giugnendo colle schiere fatte per
combattere con messer Mastino e sua gente, ch'e-
rano milledugento cavalieri: messer Mastino non
attese la nostra gente, e non volle venire alla bàt'*
taglia, ma si levò da campo .con danno e vergo-
gna che gli fu fatta da quelli del castello; e per la
sabita levata, innanzi c^e la nostra gente vi s' ap-
pressasse, lasciò tutto il campo fornito ; e giungen-
dovi poi la nostra gente, fornirò Montecchio ricca-
mente. Come messer Mastino si parti con sua genie
da Montecchio, se ne venne diritto a Lungara a dì
1 7 di giugno, credendola avere per battaglia, aven-
dosi avvisato ch'ella fosse guemita per la cavalcata
fatta a Montecchio per li nostri. Va dentro v'erano
rimasi alla guadia cinquecento cavalieri de' nostri e
de' Veneziani, i quali difesono la terra con danno
d' alquanti di quelli di messer Mastino. E partito da
Lungara, e lui tornato a Verona con poco onore, ri-
mandò parte della cavalleria che gli era rimase alla
guardia e guernigione delle sue terre, e con poca
gente a cavallo si ritenne a Verona. E poi trecento
cavalieri de' nostri da Lungara cavalcarono a Vero-
na infino aUe porte sanza aleono contrasto, si era as-
sottigliata la potenza del Mastino. E in questi tempi,
a di 1 9 d' agosto, si rendè a' Padovani il castello di
Monselice, salvo la rocca, la quale poi per difetto di
vittuaglia s'arrendè a dì 25 di novembre appresso,
salve le persone. E a dì 26 ' di settembre nel detto
anno, avendo messer Mastino uno falso trattato d'es-
sergli dato il castello di Montagnana, menato per
Ispinetta marchese e per due suoi famigliari, ch'e-
rano al soldo della lega, fu scoperto a messer Uberr
I La adiaiona da* Ghmti daU a' 89.
416
CRONICHE
••sai tosto ci ooDTorrè raccontare come feciono altreil
grande asaembraniento e maggiore, e torneremo a
Doatra materia |t dire degli avvenimenti e fine deUa
nostra gaerra col Mastino, e dell' altre novità di Fi-
rente e d' Italia e d' altri paesi avvenute in questi
tempi.
CAPITOLO Lxxxvrn.
Del nuUe siato cK" ebbono la compagnia da' Bardi €
quella de* Penaci per la della guerra, e Mia la
dtlà di Firenze,
Nel tempo ch'era la detta gaerra dal re di
Francia a quello d* IngbOterra si erano mercatanti
del re d' Inghilterra la compagnia de' Bardi e la com-
pagnia de' Pemui di Firenze, e per le loro mani
vernano tutte le rendite, e lane e cose del re din-
ghllterra; ed eglino fornivano tutte sue spese, gaggi e
bisogni i quali oocorreyano, e soprammontarono tanto
le spese e' bisogni al detto re, oltre le rendite e
cose ricevute di suo, che i Bardi si trovarono, tor-
nato il re dell' oste, ad avere da lui tra di capitale
e di provvisione e riguardi fatti loro più di centot-
tanta migliaia di marchi di sterlini: e i PeruKU più
di centotrentacinque migliaia di marchi di sterlini,
ch'ogni marco valea più di fiorini quattro e terzo ^
d'oro, che montava più d? uno milione e trecento-
sessantacinque migliaia di fiorini d'oro, che valea
uno reame. Bene aveva in queata somma assai quan-
tità di provvisioni fatte a loro per lo detto re per li
tempi passati ; ma come che si fòsse, fu a loro grande
follia e cupidigia di guadagno a acquistare follemen-
te, mettere e prestare così in grosso il loro e l'al-
trui in uno signore. B nota, che i detti danari erano
la maggior parte di gente che gli aveano dati loro
in accomandigia e in deposito, e di più cittadini e
forestieri. E di ciò fu grande pericolo a loro e alla
Bosta città, come poco appresso leggendo si potrà
trovare. Perchè n* avvenne, che per cagione di ciò
non potendo eglino rispondere a chi dovea avere da
loro in Inghilterra, in Firenae, e in altre parti ove
doveano dare, del tutto perderono la credenaa, e
lalliroBO di pagare, e apezialmente i Perusii, con
tutto, che non si cessassono per le loro grandi pos-
sessioni eh' aveano in Firenze e nel contado, e per la
loro grande potenza e stato eh' aveano in oomune.
Ma per queata diffalta e per le grandi spese del
oomune per la guerra di Londmrdia, molto mancò
la potenza e stato de' montanti di Firenze e però di
tutto il comune, e la mercatanzia e ogni arte n'ab-
bassò, e venne in pessimo stato, come innanzi si
firà menzione*, peroediè fallite le dette due compa-
gne, eh' erano due colonne, e per la loro potenzia
quando erano in buono atato, condivano con i loro
traffichi grande parte della mercatanzia e' traffichi
de' cristiani, ed eran quasi alimento di tutto il mondo,
ogn' altro mercatante ne lìi sospetto e mal creduto.
E per le dette cagioni e per altre, come ai dirà to-
ato la nostra dttà di Firenze ricevette grande crollo.
I flnofOf ha U ediiione da' Giunti
i
e nude stato universale e awersitadi non guarì tempo
appresso. E per aggiunta del male atato delle delta
compagnie, il re di Francia fece |Hgliare in Parigi e
per tutto il reame i loro compagni e cose e merca-
tanzfe, e più Fiorentini per la detta cagione, e per li
molti danari che 'I comune uvea preai per fona ia
presto da cittadini, e spesi nella 'mpresa di Lombaràii
e di Lucca, onde poi del rimbalzo e del maacameato
della credenza più altre minori compagnie di Fireaie
poco tempo appresso ne fallirono, come innanzi ne
faremo menzione. Luceremo di questa materia, e
torneremo a aeguire il trattato della guerra eoa
messer Mastino della Scala.
CAmOLO LXXXIX.
Come la moslra genie e de* Venemani enlrar(m
no' òor^^Ai di Ktceiiza.
Tornando a noatra materia, e della guerra di
.noi a messer Mastino, le cui forze erano molto ia-
flevolite, avvenne chea dì 16 d'ottobre 1S38, sen-
tendo messer Mastino che la città di Vicenu en
molto stretta e stava male, mandò per loro soeccff-
fo e conforto centocinquanta cavalieri e coofartagli
aasai, i. quali paaaando, dalla nostra gente ch'erano
in Montecchìo furono usaliti e sconfitti, e preti
cinque conestabili, e la maggior parte di quelle sm-
snade. E di presente, com' era stato trattato, la no-
atra oate a' cavallo entrò ne' tre borghi di Yieeasi
a di 18 d' ottobre nel detto anno, e quaai tutta li
terra aveano, se JK)n la parte ch'era col castello; e
questa poco tempo si sarebbe potuta tenere, avendo
perduta ogni speranza di soeoono. •
CAPITOLO XC.
Come i VeneMUèi tradirono i FiorenUni^ e fecùmo
pace con messer Mastino^ e coneenmela fare al eo-
Siro tomwM.
Messer Mastino veggendo eh' egli ora per pe^-
dere la città di Vicenza, e se quella fosse pardon
era assediato in Verona, di presente fece segreti-
mente trattare sua pace co' Viniziani aanza aapota
de' Fiorentini, e apese per li sui» ambnsciadori amai
moneta in Vinegia a certi cittadini nwggiorenti, cbV
veano stato e podere in comune, e rimisesi libera-
mente in loro, pregandoli che noi volosaono^ tutte
disfore ; che ciò faccendo, gnaatavano e abbattevaaa
parte d'imperio e ghibeUina in ItaUa, e i Viniaiaoi
sono per antico naturalmente di parto imperiale, fi
per prendere loro vantaggio, col confòrto di quei cit-
tadini che ne guadagnavano, e ancora per prìegfai
de' Pisani e di quelli ghibellini che 4oBeano Lucca»
per loro ambasciadori segreti e lettere eoa grande
Istanzia pregarono i Veneziani per Dio e per asMre
di parte, che non assentissono che i Fiorentini avas-
sono la città di Lacca, e che si accordaasono eoa
messer Maatino» Per la qual cosa i Venezianf ingaa-
nareno e tradirono i Fiorentini e gli altri allegati,
che aveano giurato e promesso di non far mai ninno
DI GIOVANNI VILLANI.
41T
aeeordo mdm voloDià di tatU gli allegati, se i Fio-
rentiiii ooi avessono prima liberamente la città di
Lacca e il suo distretto ; ma ciò non osservarono,
ma fedono V accordo a loro volontà, e vollono ed
ebbono la città di Trevigi a dì 2 di dicembre del
detto anno, e Castelfranco e Basciano, e ciò cb^era
acquistato per la nostra gente e per la loro. E ciò
fatto, mandarono loro ambasciadori a Firenze a dì
18 di dicembre, e'dierono il partito a' Fiorentini in
pieno consiglio, che se noi volessimo pace eh* e-
glioo aveano fatta con messer Mastino, eh* eglino ci
farebbono confermare a messer Mastino e al comune
di Lacca le terre e castella che noi tenevamo del
cornane di Lacca; e ciò erano Facecchio, Castel-
firanco, Santa Croce, Santa Maria a Monte, e Mon-
tetopoli in Valdamo, e Montecatini, e Montesommano,
e Montevettolino, e la Massa e '1 Tozzile, e lizzano
in Valdinievole, e Avellano, e Barano e Sorana, e Ca-
stelvecchio in Valdilana , arrogendo loro per la detta
pace il castello di Pescia e quello di Baggiano e loro
tenitorio, e Altopascio, faccendo la pace. B se ciò non
volessono prendere, eglino aveano fatta la loro pace,
e qnella osserverebbono, prendessono i Fiorentini
il partito o no con messer Mastino. A' Fiorentini del
detto partito parve loro troppo male ; perocché si
stimavano d^ avere a fare co' Veneziani, come con
loro medesimi, e che per loro fosse osservata leale
compagnia, perocché fermamente si credeano i Fio-
rentini avere la città di Lucca secondo i patti gin-
rati per li Viniziani, e gli altri Lombardi della lega
doreano aver Parma. Per lo detto partito più con-
sigli segreti si tennono in Firenze, o di prendere o
di lasciare la detta pace ; e fuvvi il prò e il contro:
che molti cittadini per lo disdegno e tradimento de"
Veneziani allegavano ch'era pericolo deHa città fare
pace col nimico tiranno, rimanendo vicino colla, forza
e riparo di Locca, e per paura e dottanza de* suoi
tradimenti non s^accordavano alla detta pace ; e ch*era
meglio a rimanere con lui in iscoperta guerra, e piii
sicuro partito. Altri consigliavano, che considerando
i molti danari spesi per lo comune nella detta guerra,
onde il comune era in debito a' suoi cittadini ben
di qmttrocentodnquanta migliaia di fiorini d* oro e
più sopra le gabelle ed entrate del comune, che
ben di più di sei anni a venire erano assegnate, pre-
sesi per lo meno reo partito che si mandusono so-
lenni ambasciadori a Vinegia a pregare quel comune,
die ci osservasse i patti della lega giurati, o miglio-
msono i patti proiferti a loro potere; e se meglio
■€m potessoao,fa commesso loro ohe non si partis-
BOttO dal mercato per lo migliore del comune nostro
(e qnesto fu segreto), acciocché per lo detto accordo
il eoBMne prendesse lena e uscisse di debito, e a-
TUixestesi le detta castella, che sono nel cuore di
Vace^y da potersi difendere, e guerreggiare il tiranno
0e bisognasse. Qoosto partito §* ottenne* a di 1 1 di
^•osisio. B andarono a Vinegia metser Franeesco
di sMtser Pazshio ed" Paizl, e messer Alesso RiMed
^i«4li€6, • Iacopo degli Alberti, e il sindaco eoa
piemo saldato. B ia Vinegia atetlono alquanti di per
prendere vantaggio co* Veneziani. Ma i perfidi, estratti
del sangue d* Antenore traditore della sua patria di
Troia, seguendo il loro pertinace proponimento, non
si vollono ismuovere ; se non eh* arresone ' Acciano e
il Colle die era sopra Buggiano, i quali, avendo noi
Buggiano, non poteano tenere. B cosi si fermò la
sforzata e non volontaria pace in Vinegia con gli
ambasciadori di Firenze e di messer Mastino, a di
24 di gennaio 1338. E usci di pregione messer Al-
berto della Scala e gli altri eh* erano presi con lui
in Vinegia. B fa la pena di centomila fiorini d*oro
per osservare la detta pace sansa altra malleveria,
potendo i guelfi ribelli di Lucca ritornare in Lucca e
riavere i beni loro, salvo trenta caporali doveano
stare a* confini. Per la qual pace pochi guelfi a* as-
sicurarono di tornare in Lucca. E poi tornati i no-
stri ambasciadori in Firenze, a di 7 di febbraio del
detto anno furono date le dette castella a' Fiorentini.
B poi a dì 11 di febbraio si bandi la pace, ma però
che nullo andasse a Lucca aanza licenza. B notate,
e siavi a perpetua memoria * ohi qnesto leggerà, il
villano tradimento fatto al nostro comune per li Ve-
neziani, essendo per noi cotanto adoperato e con
tanto ispendio, il quale troviamo che fu in mesi
trentuno e mezzo più di seicento migliaia di fiorini
d*oro, sempre adoperandosi per lo nostro comune
con fede e fervore per fargli grandi, e abbassa-
re la superbia del loro vicino nemico e tiranno ; e
oltre a ciò per aggiunta al loro fallire, avendo egli-
no ad avere intomo di venticinque migliaia di fio-
rini d*oro, e meno, faccendo ragione, per residui
delle paghe de* cavalieri nostri e d* arnesi mandati
neir oste prestati per loro, perché talora indugiava
alquanto d'andare la moneta a Vinegia per le nostro
paghe, i Veneziani ne domandavano trentasei migliaia
di fiorini d*oro, avendo avanzato il quarto danaio di
tutta la apesa fatta per loro nella detta guerra aopra
i nostri e* loro cavalieri e pedoni per gabelle e gag-
gi e imposte fatte per loro sopra ciò a chi an-
dava neiroste; e non volendo isbattere la parte no-
stra del conquisto di Mostri e del ponte di Praga,
ch'erano e sono di grande entrata di passaggi; e
volendo il nostro comune contare con loro e pa-
gargli di ciò che restavano a avere, e però vi man-
darono ambasciadori, ma non ne vollono mostrare
ragione, né commetterla in amici comuni fuori di
Vinegia, se non ego volo^ ego jubeOy cioè cosi vuole
messer lo doge e il comune di Vinegia. B sopra ciò
fèciono rappresaglia sopra i Fiorentini con forti e
aspre leggi, onde tutti i Fiorentini se ne partirono
air uscita di gennaio 1339. E simili leggi e più
forti furono fatte per li Fiorentini sopra i Venezia-
ni, e sopra a qual Fiorentino vi stesse o v* avesse
affare. Cotale fu la partita della dialealtà del comune
di Vinegia oontro al nostro comune di Firenze.
> SI wmàèf ha la adlaloae olttata.
' aggiunterò; dall'aottco verbo difettivo arrogen,
* d «ai Fitìrmimi §k$ giMsla Ugg0r§i0. Sd. G.
17
418
CRONICHE
CAPITOLO XCI.
D0( poUre e emirata ch^atsa il comune di Firemne
in questi tempi.
AcdoccVe^nostrìdifcendenti possano compren-
dere io stato eh' avea il nostro comune di Firenxe
in questi tempi, e come si fornì la spesa della detta
guerra del Mastino, la quale valeva il mese più di *
ventioinquemila fiorini d^oro ch'andavano a Vinegia,
sansa le spese opportune che bisognavano di qua al
nostro comune, che le piik volte sansa quelli di Lom-
bardia avevano al soldo più di mille cavalieri, sansa
quelli ch'erano alla guardia delle terre e castella che
si tenevano per lo nostro comune, in brieve narreremo
appresso del podere del nostro comune Tentrata e co-
si rusdta e messione* dall'anno 1336 al 1338^ che
durò la guerra da noi a messer Mastino, n comune
di Firenze in questi tempi signoreggiava la città d'A-
reszo e'I suo contado, Pistoia e1 suo contado, Colle
di Yaldelsa e la sua corte, e in ciascuna di queste
terre avea fatto fare uno castello» e teneva diciotto^
eutella munte del distretto e contadi di Lucca, e del
nostro contado e distretto quarantMei castella forti e
murate, sansa quelli di propri cittadini, e più terre
e ville sansa mura, che erano in grandissima quantità.
CAPITOLO XCU.
EiUrata ck' atea il comune di Firenze
m questi tempi.
Il comune di Firense di sue rendite assise^ ha
piccola entrata, come si potrà vedere, ma reggevasi
in questi tempi per gabelle; e quando bisognava,
come dicemmo addietro, al cominciamento della guer-
ra di messer Mastino, si reggeva per prestanze e
imposte sopra le rìochesse de' mercatanti e d'altri
singulari cittadini con guiderdoni sopra le gabelle.
B in questi tempi queste infrascritte gabelle erano
levate per noi diligentemente de' registri del comu-
ne, e, come potrete vedere, montarono l' anno circa
a trecento mila fiorini d'oro, talora più, e talora
meno, secondo i tempi, che sarebbe gran cosa a
uno reame. E nota pure, il re Ruberto non ha d' en-
trata tanti, uè tanti d'assai quello di Cicilia, nò quello
d' Arsone, vendendosi Tanno le gabelle delle porte di
mercatansia e vittuaglia e cose eh' entravano e usci-
vano della dttà, fiorini novantamiladugento d'oro ; la
gabella del vino a minuto ^ fiorini cinquantottomila-
trecento d'oro; l'eatimo del contado, pagando l'anno
soldi dieci per libbra, fiorini trentamila cento d'oro;
la gabella del sale, vendendo a* cittadini, soldi quaran-
ta^ lo staio di piccioli, e a' contadini soldi venti lo
■ U «IMO, dice le editione dtata in luogo di pia di
* tM$9Ìon€ è voce antioe che significA dò eh$ nmania,
e qui UurghtMaa^ Ub«raìkà, Il T. Davan. ne nuuioa.
' Leggi diciannove eolla ediaione de' Giunti, la quale
nel resto del perìodo à monca e sformata.
* in babelli, in Imposlxioni. Aaiso, qui usato come ag-
giunto, manca al Vocabolario.
* n vmdia a mmtUo pagando U terto fiorini ecc. dice
la editione de' Qionti.
* trenta^ ha la citata ediaione* |
staio di piccioli, montava fiorini quattordidiiilaquit-
trocentodnquanta d' oro. Questa quattro gabelle era-
no diputata alla spesa della guerra di Lombirdis. I
beni de' rubelli sbanditi e condannati valeano l' anso
fiorini settamila d'oro. La gabella sopra i prestttorì
e usurieri fiorini tremfla d' oro. I nobili del conttdo
pagavano l'anno fiorini duemOa d* oro. La gabella de'
contratti valeva l'anno fiorini ventimila* d'oro. La ga-
bella delle bestie e del macello della citta valeva l'anao
fiorini quindicimila d'oro; quella del macello del eoa-
tado quattromilaquattrocento d'oro; quella delle pi-
gioni valeva l'anno fiorini quattromilacentacinquaata
d'oro. La gabella della farina e macinatura valeva l'aa-
no fiorini quattromiladugentodnquanta d'oro. La ga-
bella de'cittadini che vanno di fuori in signoria, valeva
l'anno fiorini tremfladnquecento d'oro. La gabelli
dell'accuse e scuse fiorini millequattrocento d'oro.
n guadagno delle moneto dell' oro, fatta le spese,
valeva l' anno fiorini duemilatrecento d' oro ; il goi-
dagno della moneta de' quattrini e piccioli, pagato
r ovraggio, valeva l' anno fiorini millecinqueceoto
d' oro. I beni propri del comune e passaggi valeva-
no l'anno fiorini nuUeseicento d'oro. I mercati della
citta delle bestie vive valevano fiorini duemila d'o-
ro. La gabella di segnare pesi, misure, e paci e beai
in pagamento valeva l'anno fiorini seicento d'oro.
La gabella della spassatura d' Orto San Michele e
prestare bigonce fiorini settacentocinquanta d'oro.
La gabella delle pigioni del contado valeva l'aana
fiorini cinquecentocinquanta d'oro. La gabella de'ner-
cati del contado valeva l'anno fiorini duemila d'oro. Le
condannagioni che si riscuotono, si ragiona, vagliono
r anno fiorini ventimila d' oro, e li più anni montano
troppo più. L'entrata de' difetti de' soldati da cavallo
e da piò, non contando quelli ch'erano in Lombar-
dia, valeva l'anno fiorini settemila d' oro. La ga-
bella degli sporti delle case valeva V anno fiorini
settamila d'oro*. La gabella delle trecche e trecconi
fiorini quattrocentocinquanta d'oro. La gabella del
sodamente' di portare l'arme valeva Tanno fiorini
milletrecento d'oro, e soldi venti di piccioli per uno.
L\ entrata delle prigioni fiorini mille d'oro. La ga-
bella de' messi fiorini cento d' oro valeva l' anno. Li
gabella de' foderi del legname che viene per Amo
valeva l'anno fiorini cinquanta d'oro. La gabelli
degli approvatari de' sodamenti che si fanno valen
l'anno fiorini dugentocinquanta d'oro. La gabella de'
richiami a' consoli dell' arti, la parta del comune si
fa l'anno valere fiorini trecento d'oro. La gabelli
sopra le possessioni del contado fiorini.... d'oro. La
gabella delle suffe a mani vota si fa Tanno fiorini..^
d'oro. La gabella da Firenzuola fiorini., d'oro. La
gabella di coloro che non hanno cue in Firense, e
vale il loro da fiorini mille in su, fiorini.... d' oro
T anno. La gabella delle mulina, entrata e pescaie
fiorini.... d'oro. Somma da trecentomigliaia di fio-
rini d* oro, e più. 0 signori Fiorentini, che mais prò-
* undici mitOf legge V ediaione della Crusca.
' cinquemila cinquecento cinquanta, ha la citata ediaione.
' concessione, mallevato: in questo senso manoberebbe
alla Crusca.
DI GIOVANNI VILLANI.
419
redeaza e ria accrescere V entrata del comune della
lastaoza e povertà de* cittadini colle sforzate gabelle
per fornire le folli imprese 1 Or non sapete voi, che
come è grande il mare è grande la tempesta, come
cresce T entrata è apparecchiata la mala spesa? Tem-
perate, carissimi, i disordinati desideri, e piacerete a
Dio, e non graverete il popolo innocente.
CAPITOLO XCIII.
Della spesa eh" atea il comune di FireMe
in quegli tempi.
Le spese ferme del oomnne di Firenze e di ne-*
cessità per anno ; e valeva Uro tre e soldi due il fio-
rino delforo. Il salario del podestà e di sua fami-
glia r anno lire quindicimila dagentoquaranta di pic-
cioli. Il salario del capitano del popolo e di sua
famiglia lire cinquemilaottocentottanta piccioU. Il sa-
lario deir eseguitore degli ordini della giustizia con-
tro a* grandi colla sua famiglia lire quattromilanove-
cento di piccioli. Il salario del conservadore del
popolo e sopra gli sbanditi con dnquanta cavalieri
e cento fanti fiorini ottomilaquattrocento d'oro Tan-
no : questo uficio non è stanziale, se non come De-
corrono i tempi di bisogno. Il giudice dell* appella-
gioni sopra le ragioni del comune lire millecento di
piccioli. V oficiale sopra gli ornamenti delle donne
e altri divieti lire mille di piccioli. L* uficiale sopra
la piazza d^Orto San Michele e della biada ^ lire
milletrecento di piccioli. L* uficiale sopra la con-
dotta de^ soldati, notai e loro messi lire mille di
piccioli. Gli uflciali e notai e messi sopra i difetti
de' soldati lire dugentocinquanla di piccioli. I ca-
marlinghi della camera del comune, e loro uflciali
e massari e loro' notai e frati che guardano gli atti
del comune, lire millequattrocento di piccioli. Gli u-
ficiali sopra le rendite proprie del comune lire du-
gento di piccioli. I soprastanti e guardie delle pri-
gioni lire ottocento di piccioli. Le spese del man-
giare e bere de' signori priori e di loro famiglia co-
sta r anno lire tremilasecento di piccioli. I salari dei
donzelli e servidori del comune e campanai delle due
torri, doò quella de' priori e quella del podestà, lire
oinquecentocinquanta. U capitano con sessanta, fanti ^
che stanno al servigio e guardia de'signori priori lire
cinquemiladugento di piccioli. Il notaio forestiere so-
pra le riformagioni e il suo compagno lire quattro-
centocinquanta di piccioli. Il cancelliere del comune^
e il suo compagno lire quattrocentocinqnanta di pic-
cioli l'anno. Per lo pasto de'lioni, torchi, e can-
dele, e panelli per lire duemilaquattrocento di pic-
cioli, n notaio che registra nel palagio de' priori i
fatti del comone, lire cento di piccioli. I messi che
servono tutte le signorie, per loro salario V anno
lire millecinquecento di piccioli. I trombatori, sei
banditori del comune, naccherini, sveglia, cornamu-
sa, cennamelle e trombette, in tutto dieci, con trombe
. ' B<idia dice, non so quanto bene, il Testo Davanzati.
* herrovieriy dice la Giuntina; ciò sono donxéUif birri e
almilS ministri della giustizia.
' H cmcéUiere e diUaicre détte UtUre Ure ecc. Ed. O.
e trombette d'argento, per loro salario Tanno Kre
mille di piccioli. Per limosino a' religiosi e spedali
l'anno lire duemila di piccioli. Di poi seicento guardie,
che guardavano di notte alle poste della città lire die*
cimilaottocento di piccioli. Il palio di sciamito che
si corre 1' anno per San Giovanni, e quelli di panno
per San Barnaba e per Santa Reparata costano l'an-
no fiorini cento d'oro. Per ispese in spie e messi
che vanno fuori per lo comune, l' anno lire mìUedu-
cento di piccioli. Per ambasciadori che vanno per lo
comune, stimati 1' anno fiorini cinquemila d'oro e più.
Per castellani e guardie di rocche si tengono per lo
comune di Firenze fiorini quattromila d'oro. Per for-
nire la camera dell' arme di balestra, sagittamento e
palvesi, fiorini millecinquecento d' oro. Somma l'op-
portune spese senza i soldati a cavallo e a piedi,
fiorini quarantamila d' oro o più l' anno. A* Soldati a
cavallo e a piedi non ci ha regola nò numero fer-
mo, ch'erano talora più e talora meno secondo i bi-
sogni che occorrevano al comune; ma al continuo si
può ragionare, sansa quelli della guerra di Lombar-
dia, non faccende oste, da settecento in mille cava-
lieri, e altrettanti pedoni continuamente. Non fac-
ciamo conto delle spese delle mura e de' ponti, e di
Santa Reparata, e di più altri lavori di comune, che
non si possono mettere in numero ordinario.
CAPITOLO XCIV.
4
Ancora della grandena e siato e magnifUenta
del comune di Ferente.
Dappoich' avemo detto dell' entrate e spese del
comune di Firenze in questi tempi, mi pare si con-
venga di fare menzione di quello e dell'altre grandi
cose della nostra città : che i nostri successori che
verranno per li tempi, s' avveggano del montare e
abbassare dello stato e potenzia che facesse la nor
atra città, acciocchò per lì savi e valenti cittadini,
che per li tempi saranno al governo di quella, per
lo nostro ricordo e esemplo di questa cronica, pro-
curino d'avanzarla in istato e in maggiore potere.
Troviamo diligentemente che in questi tempi avea in
Firenze circa venticinquemila uomini da portare ar-
me da' quindici anni infino in settanta, tutti cittadini,
intra' quali avea millecinquecento cittadini nobili e
potenti che sodavano ^ per grandi al comune. Aveva
allora in Firenze da settantacinque cavalieri di cor-
redo. Bene troviamo che innanzi che fosse fatto il
secondo popolo, che regge al presente, erano i ca-
valieri più di dagentocinquanta, che poichò '1 popolo
fu, i grandi non ebbono stato nò signoria come pri-
ma, e però pochi si facevano cavalieri. Stimavasi di
avere in Firenze da novantamila bocche tra uomini
e femmine e fanciulli, per l' avviso del pane che bi-
sognava al continuo alla città, come si potrà com-
prendere ; ragionavasi avere continui nella città da
millecinquecento uomini foreatieri e viandanti e sol-
* davano sigurtà. Grandi si dicevan nella repubblica di
Firenze, coloro cbe per nobiltà e ricchezze eccedevano gli
altri, e perciò (vedi ragionata giustizia !) erano privi per lo
più de' magistrati.
490
CRONICHE
dati ; non contando nella somma de^ cittadini relif ioai,
0 frati e monache rinchiusi, onde faremo menxione
appresso. Ragionavasi avere in qnestf tempi nel con-
tado e distretto di Firenze da ottantamila nomini.
Troviamo dal piovano che 'battezzava i fanciulli (im-
perocché ogni maschio che si battezzava in San Gio-
vanni, per averne il novero metteva una fava nera,
e per ogni femmina una fava bianca) che erano Tan-
no in questi tempi dalle cinquantacinque alle ses-
santa *centinaia, avanzando più il sesso mucnlino
che "ì femminino da trecento in cinquecento per an-
no. Troviamo, eh* e' fanciulli e fanciulle che stanno
a leggere, da otto a dieci mila. I fanciulli che stanno
ad imparare F abbaco e algorìsmo in sei scuole, da
mille in milledugento. E quegli che stanno ad ap-
prendere la grammatica e loica in quattro grandi
scuole, tfa cinquecentodnquanta in seicento. Le chie-
se eh* erano allora in Firenze e ne* borghi, contando
le badie e le chiese de* frati religiosi, troviamo che
sono centodieci, tra le quali sono cinquantasette par-
roochie con popolo, cinque badie con due priori con
da ottanta monaci, ventiquattro monisterì di mona-
che con da cinquecento donne, dieci regole di frati,
trenta spedali con più di mila letta ad allogare i
poveri e infermi, e da dugentocinquanta in trecento
cappellani preti. Le botteghe dell* arte della lana e-
rano dngento o più, e facevano da settanta in ot-
tantamila panni, che valevano da uno milione e du-
gento migliaia di fiorini d^oro; che bene il terzo
più rimaneva nella terra per ovraggio, senza il gua-
dagno de* lanaiuoli del detto ovraggio, e viveanne
più di trentamila persone. Ren troviamo, che da trenta
anni addietro erano trecento botteghe o circa, e fa-
cevano per anno più di cento migliaia di panni; ma
erano più grossi e della metà valuta, perocché al-
lora non ci entrava e non sapeano lavorare lana d'In-
ghilterra, come hanno fatto poi. I fondachi dell' ar-
te di Calimela de* panni fìranceschi e oltramontani
erano da venti, che faceano venire per anno più di
diecimila panni di valuta di trecento migliaia di fio-
rini d*oro, che tutti si vendeano in Firenze senza
quelli che mandavano fuori di Firenze. I banchi dei
cambiatori erano da ottanta. La moneta delPoro che
si batteva era da trecentocinquanta migliaia di fiorini
d' oro e talora quattroeentomila ; e di danari da quat-
tro piccioli Tuno si batteva Tanno circa ventimila
libbre, n collegio de* giudici era da ottanta. I notai
da seicento; medici fisici e cerusichi da sessanta;
botteghe di speziali erano da cento. Mercatanti e
merdai erano grande numero; da non potere sti-
mare le botteghe de' calzolai, pianellai e zoccolai ;
erano da trecento e più quegli eh* andavano fuori di
Firenze a negoziare, e molti altri maestri di più me-
stieri, e maestri di pietra e di legname. Aveva al-
lora in Firenze centoquarantasd forni, e troviamo
per la gabella della macinatura e per li fornai, che
ogni di bisognava alla dttà dentro centoquaranta mog-
gia di grano, onde si può estimare quello ohe biso-
gnava Tanno; non contando, ohe la maggior parte
de* ricchi e nobili e agiati dttadini con loro fami-
glie stavano quattro mesi V anno in contado, e tali
t^^ Trotiamo, MH^aiM IMO, eli*«« fai oiM IìIb»
lice e buono stato, che volea la settimana da otte-
oento BM>ggia. Troviamo per la gabella ddle porte
ohe e* entrava Tanno in Firenze da einquantaeinqne
migliaia di cogna di vino, e quando n* era abhen**
danza droa diedmUa eogna più. Rioogtava Y anno
netta dttà tra buoi e vitelle droa quattromila; ca-
stroni e pecore sessantamila; capre e becchi venti-
mila; porci trentamila. Entrava dd mene di lagtte
per la porta San Friano quattromila some di popo-
ni, che tutti si distribuivano ndla eittà. In questi
tempi avea in Firenze le infrascritte signorie fore-
stieri, che ciascuno teneva ragione, e avea colla da
! tormentare, doé il podeatà, capitano, e '1 difensore
del popolo e delT arti; T esecutore degli ordinameati
della ginatizia, il capitano della guardia ovvero eoo-
servadore dd popolo, il quale avea* più balia che
gli altri ; tutte queste quattro dgnorie aveano arbi-
trio di punire personalmente il giudice ddla ragieae
e dell*appdlagione;i( giudice sopra le gabelle, To-
fidale aopra gli ornamenti ddle donne; Tufidale
ddla mercatanzia ; T nfidale dell* arte de)la lana; gli
ufidali eedesiastichi ; la corte del vescovo di Firen-
ze ; la eorte del vescovo di Fiesole ; Tinquisitore dd-
T eretica pravità, e altre dignità e magiifloenze deUs
nostra dttà di Firenze non sono da lasdare di metterla
in memoria per dare avviso a qudli che verranno die-
tro a noi. BIT era dentro bene situata e albergata
di molte belle case, e al eontinovo in questi teaipi
8* edificava migliorando i lavorii di fargli agiati e
ricchi, recando di fuori belli esempi d* ogni miglio-
ramento. Chiese cattedrali e di firati d* ogni tegola,
e magnifichi monasteri ; e oltre a dò non v*era cit-
tadino popolano 0 grande che non avesse edificato e
che non edificasse in . contado grande e ricca pes-
sessione, e abitura ^ molto ricca, e con begli edifloii
e molto meglio che in città: e in questo daacoao
d peccava, e per le disordinate spese erano tesali
matti. E at magnifica cosa era a vedere, che i fore-
sUeri non usati a Firenze venendo di fuore, i pia
credevano per li ricchi edifidi e belli palagi di* ara-
no di laorì alla dttà d* intomo a tre migUa, eha
tutti foasono ddla dttà a oMdo di Roma, sanu i
ricchi palagi, torri, cortili, e giardini murati più di
lungi dia dttà, che in altre contrade sarebbono chia-
mate castdla. In aomma d stimava, ohe intorno sUi
dttà a sei miglia aveva tanti ricchi e nobili abitari
che due Firanze non avrebbono tanti: buta assti
avere detto de* fatti di Firenze.
cAprroLO xcv.
Di che progema furono qnsiii detta Scoia
di Verona» .
Ancora pare che d oonvengn, dappoiché ossii
sverno detto de' fatti di Firanze, Cara menzione del
eonunctaoMBlo di quelli detta Soela di Verona, ohe
tanto hanno Catta risonara Lombardia e Toscana ài
loro guerre o tirannie, come addietro é fatta meo-
done« Che para ohe Dio permetta sovente di Ove na-
i^sea fuori d «ae par osiiaMaai^
/
DI GIOVANNI VILLANI.
421
•oere ^ ino«eUi profeaia tiraoDi poMoiti per ab-
iMttere V orf oglio a aaperbia de' popoli e de' nobili
per li loro peooatL Troviamo die al tempo del grande
tiruBO Assolino da Romano, onde addietro facem-
mo neniiooe, il qaale diiertò tjDtCi i nobili della
Marca Trevigiana, e di Padova e di Verona, e intor-
no di novanta anni, che in Verona avea uno vile
oemo chiamato Iacopo Pico ; che si dice faceva acale
e reodevalev e da questo principio presono Tarme,
e ehi dice fa mercatante di montagna; costui ebbe
doe flgMnoli, Alberta e Mutino. Questo Mastino era
grande e forte della persona e assnffatore e giuo-
calore, ed era prò*, valoroso e savio nel suo me-
stiere. B alla prima fu capitano di ribaldi, seguendo
Aaxolino a piedi nelle sue cavalcate. Poi per Io suo
firanco adoperare piacendo al tiranno, il fece capi-
tano delle stM masnade a piò; poi gli venne in tanta
grafia, che '1 fece quasi provveditore e dispensatore
di latte le soe masnade^ da cavallo e da piede. B
qoaado Assolino fu morto, trovandosi in quello nfi-
cto con seguito di soldati si fece fare capitano di
Verona, e poi fece fare cavaliere se e Alberto suo
fratello, il quale fu aavio, e valoroso, e da bene; e
ooil li fortuna gli montò in istato, che il Mastino
era signor di Verona, e messer Alberto podestà di
Mantova, e il figliuolo del signore di Mantova mes-
ser Botticello era podestà di Verona. Avvenne ohe
certi gentili uomini rimasi in Verona avendo incre-
pore e invidia del signore tiranno messer Mutino,
essendo di vife condisione e nascimento, e per fona
dì tirannia fatto loro signore, feciono loro congiara
d** acciderlo, e furono venticinque; e ducano pro-
luse e giurò di brìo. B così seguirono, che ve-
g^endo uno giorno al palagio del comune sans' ar-
ane a modo di signore che non si prendes guardia,
e giagnendo in sulla piasse, tutti i detti collegati
r aualirono, e ciascuno colle coltella in mano il fe-
dirono saosa contruto ninno, e nn^p fu ardito di le-
varlo di terra. Il podestà, cioè messer Botticello, di
presente il fece sentire a messer Alberto suo fratello
a Mantova, il quale tutta la notte appruso che Teb-
be saputo cavalcò segretamente e venne in Verona,
e entrò iiel palagio, luciando tutta la sua cavalle-
ria di Mantova che '1 seguisse appresso; e cosi il
aegoirono. B il podutà la mattina vegnente fece ri-
diiedere tutti i buoni uomini di Verona a consiglio,
e quegli medesimi, che avean morto messer Masti-
no, promettendo che voleva che la terra si rìfor-
muse a reggimento comune. Baunato il consiglio,
messer Alberto usd della camera disarmato e venne
nel consiglio, e sali nella ringhiera, donde tutti quelli
del consiglio si maravigliarono. Messer Alberto con
allegro viso comindò dissimulatamente le tirannie e
rie opere di suo fratello a biasimare, e lodava ciò
ohe di lui era fatto, onde il consiglio era lutto con-
tento, ma come seppe eh' erano venute le masnade
da Mantova, com* era ordinato il tradimento per lui
e per lo podestà, fece serrare il palagio e uscire
tmori ì fanti armati, e ncdsono lutti coloro eh' a-
veaao morto meuer Mulino, e gitlatigli morti dalle
fiaeaire del palagio, meuer Alberto corse la terra
o fecesene sigaore ; e persegnitò lolle le sdiiatte di
coloro cfa^aveano morto musar Mutino^ e caeoio-
gli di Verona. Questa fu la morte e vendetta del pri-
mo muser Mastino. Il detto muser Alberto ebbe
più figliuoli, i quali fece tutti cavalieri essendo quasi
garsoni. Bimue dopo la morte ài muser Alberto in
vita tre suoi figliuoli: messer Bartolommeo, questi
regnò signore ^ Verona appresso la morte del pa-
dre e non lasciò figliuoli; il secondo fu messer
Checchino, che reguò appruso ; il terzo fu messer
Cane, che fu valente tiranno e signore dabbene, di
coi addietro facemmo menzione, e fu amico del no-
stro comune; di costui non rimue ninno figliuolo
madornale. Dopo lui regnarono i nipoti e' figliuoli di
muser Checchino, ciò furono messer Alberto e mu-
ser Mutino, di cui lungamente avemo fatta menzio-
ne. B assai sia detto di quelli della Scala, tornando
a nostra materia.
CAPITOLO XCVL
Come i Romani feciono pace ira loro^ grandi e il
popolo e mandarono a Firenze per avere leggi
e statuti»
Nel detto anno 1338, incalen di novembre, i
Romani per certa revelazione di sante persone, e fa
quui ispirazione divina, si convertirono a generale
pace insieme i nobili co' popolani, dimettendo per
1* amore d' Iddio 1* uno ali* altro ogni offesa, che fu
una mirabile cosa. B poi 1* agosto vegnente feciono
popolo, e mandare loro ambudadori a Firenze a
pregare U nostro comune, che mandasse loro gli or-
dini della giustizia, che sono contrs i grandi e po-
tenti in difensione de' popolani e meno possenti, e
altri buoni ordini che noi avevamo. Il comune di Fi-
reoze mandò a Roma suoi ambudadori co' detti or-
dini, i quali da' Bomani furono onorevolmente rice-
vuti e graditi. B nota, come si mutano le condi-
zioni e gli stati de' secoli, che i Romani anticamente
feciono la città di Firenze e dierono loro legge, e
in quuti nostri tempi mandare per le leggi a' Fio-
rentini. .
CAPITOLO XCVIL
Di più battaglie e sconfitte che furono uno giorno
in sul contado di Milano^ e per che modo elleno
riuscirono.
Nel detto anno, usendo rimui ne' borghi di Vi-
cenza gran parte delle munade a cavallo state in Lom-
bardia al noatro servigio e de* Veneziani, come detto
avemo addietro, dappoiché fu fatta la pace con messer
Mutino, e pagati cortuemente per la nostra lega,
eglino fedone una compagna, e furono bene due-
milacinquecento cavalieri; e non si vollono partire
da Viceasa, se non avusono moneta ds muser Ms-
stino. Messer Loderìgo Visconti, consorto e rubello
di messer Azze Visconti di Milano, andò a Vioensa
con SUB moneta, e col favore e moneta di muser
Mestino, il qosle per levare dalle sue terre Is detta
gente stati suoi avversari, e per mandargli addosso
423
CRONICHE
a meiser Ano tao nimico, foco oondacere al detto
messer Lodarìgo la detta compaia. E all^entrare del
moie di febbraio gli condosse in sol Milanese paa-
Band» il flnme dell* Adda ; e aopra quello di Milano
stette dodici di faccendo gran danno di ruberie, ma
non d* arsione. Alla fine s^ accamparono alla villa di
Lignano presso alla città di Milano dieci miglia. Sa-
pendosi la novella in Milano n!" abbono grande tur-
bauone, e uscirono di Milano popolo e cavalieri a
di 15 di febbraio con ordine di loro astrolago, pro-
mettendo loro di vincere i nimici, ma male provvid-
de, che prowidde la dolorosa vittoria che a loro
ne seguì; della quale oste ne fu capitano messer Lu-
chino Visconti lio di messer Auo, ed era gravato
di gotte, e furono tremila cavalieri e bene diecimila
pedoni. Ed essendo una parte della gente di Milano
da mille cavalieri e da tremila pedoni nella villa d'A-
rò, e di quella poi andaro alla vilU di Parabico, la
acliiera, ond' era capitano Giovannello Visconti e
messer Giovanni dal Fiasco, e più di venti gentili
nomini di Brescia; e il maliscalco dell* oste, ch^era
Tedesco, e messer Luchino coU^altra gente s^ accam-
pò nella villa d*Arreriva. Sentendo ciò messer Lo-
derigo, uno sabato notte a di 19 di febbraio in au
r ora del mattutino cavalcò alla detta villa di Para-
bico, e di notte usali i nimici, i quali accampati
di fresco, e non provveduti per lo subito assalto
della notte, alla detta villa di Parabico furono scon-
fitti in poco d*ora, e mortine grande quantità spe-
zialmente di pedoni per lo scuro della notte, e mo-
riwi messer Giovanni dal Fiasco di Genova capitano
di quella gente, e piik altri Lombardi e Tedeschi. La
domenica mattina, a ^ 20 del mese di febbraio^ a-
vendo messer Loderigo avuta la detta vittoria mandò
settecento cavalieri verso Milano al passo d*uno fiu-
me per torlo a^ Milanesi, i quali feciono uno grande
danno al popolo di Milano che foggia in Milano per
la detta sconfitta; e lasciò a Parabico quattrocento ca-
valieri co* prigioni e colla preda, e poi col rimanente
di sua oste, eh* erano millecinquecento cavalieri, si
tenne schierato al campo di fuori della villa uno miglio.
Messer Luchino sentendo la novella delPassalto fatto
la notte alla ava gente a Parabico osci di Milano e
fece due schiere, ed egli con millecinquecento cavalieri
ledesohi, ed Ettore da Panigo con settecento cavalieri
italiani, infra* quali aveva dugento cavjlieri del co-
mune di Bologna al servigio di quelli di Milano, e
veniva per soccorrere la sua gente, e trovolli scon-
fitti. Ettore entrò in Parabico ove aveva quattrocento
oavab'erì di messer Loderigo che guardavano la preda,
e quegli assalirono, e dopo lunga battaglia Ettore
gli sconfisse. Messer Luchino s* aSrontò con messer
Loderigo la domenica in su 1* ora di terza, e fu tra
loro aspra battaglia che durò infino pusata nona.
Alla fine fu scavallato e fedito e preso messer Lu-
chino, e rotta la sua gente e messa in cacda. In
questo sopravvenne Ettore da Panigo alla detta bat-
taglia co* suoi Italiani, di*aveano sconfitto quelli quat-
trocento cavalieri che messer Loderigo avea lasciati
a Parabico, e percossono aopra la gente di meaaer
Loderigo, i quali . credendosi avere vinto il ^mpo
erano aciarrali cacciando gli aconfitti; per la qnal
cosa fàrono di presente rotti e sconfitti, e riscosso
messer Luchino e gli altri presi; di prima fu preso
messer Loderigo e la maggiore parte di sua gente,
e menato a Milano. E cosi furono morti e presi quui
tutta la detta infortunata compagna ; e tornando nei-
ser Luchino verso Milano, per la via al sopraddetto
passo vi fu sconfitto Malerba Tedeaco capitano de*
detti settecento cavalieri che messer Loderigo avea
mandati al passo verso Milano. Ma le dette vittorie
del signore di Milano furono con grande dammaggio
di sua gente, che vi morirono pib di cinquecento
uomini a cavallo^ e più di tremila uomini a piede
del popolo di Milano. Avemo fatto si lungo conto
per le svariate battaglie e rotte che furono tra le
dette genti; che in uno giorno furono date cinqae
sconfitte tra dell" una parte e dell* altra, che non av-
venne mai più in Italia sì fatta cosa. Di questo sa-
pemmo il vero da più genti degne di fede che ti
furono presenti. Lasceremo di questa materia e tor^
neremo a nostro proposito.
CAPITOLO XCVllL
Come nusser Massino della Scala renne atta tiUà
di Lucca.
L*anno 1339, fatta la pace da noi a messer
Mastino, come addietro è fatta menzione, mesier
Mastino venne a Parma, e riformò la terra, e fo-
cene signori i suoi cugini figliuoli di messer Auo
da Correggio, volendone essere tuttavia sovrano; mi
poco appresso la tolsono tutta a Ini, come innaan
assai tosto si farà menzione. Poi a di 1 1 d* aprile
messer Mastino venne a Lucca, e foce a* Lucchesi oaa
imposta di ventimila fiorini d*oro, che n*avea gru
bisogno. E poco stette in Lucca, che come Tebbe
riformata, vi lasdò per suo vicario Guglielmo Sca-
nacci degli Scannabecchi di Bologna, antico ghibel-
lino e uscito di Bologna per parte; e tomossi poi
a Verona. E nella sua stanza di Lucca, in Pisa e is
Firenze n' ebbe grandi sospetti per li suoi trattati e
tradimenti, e fecési gran guardia in Firenze e nella
castella delle frontiere. Lasceremo alquanto de' no-
stri fatti d* Italia, e diremo come il re di Spagai
sconfisse una grande oste di saracini.
CAPITOLO XCIX.
Come i Saracini furono sconfiUi dal re di Spegne
in Granala,
Nel detto anno, del mese di giugno, il flgUoo-
lo del re di Marocco Saracino passò in Granata eoo
molti navUii, e con innumerabile gente di Mori detti
saracini per andare sopra il reame di Spagna. Sea-
tendo ciò il re di Spagna fece armare trenta galee
e dodici legni di corso e venti navi ovvero cocche
per contrastare il detto passaggio ; ma fu tardi, che
i Mori del Garbo, che sono vicini alla *ncontra di
Granata, presono tempo fatto, e passarono sanu
contrasto neuno innanzi che venisse f armata del re
di Spagna. Poi venuto il re di Spagna isoese in
DI GIOVANNI VILLANI.
423
lem • paosesi ad assedio alla città di linda. I aa-
radni vennono per cornane alla ^ocontra de^ cristiani
per guarentire la terra. Allora il re di Spagna per mae-
strìa di guerra e per sottrarre isaracini si levò dalfas-
sedio a di 21 di loglio, faccende sembianza di dubitare
.e di fuggire; e prima mise in agnato della migliore
gente a cavallo e a piedi cb^egli avesse nella sna oste.
I saracini veggendo che i cristiani quasi si partiva-
no a modo di gente rotta, gli seguirono sanza ve-
runo ordine in grandissima moltitudine; e passati
gli agnati, i cristiani corsono^ sopra loro, e in poco
d^ora gli misono in isconfitta, nella quale rimasono
de* Morì tra morti e presi più di ventimila. E nota,
come noi cristiani solevamo tenere la Terra Santa in
Sorìa, che chi andava o mandava o dava sussidio
avea grande perdonanza da Santa Chiesa, cosi i sa-
racini dell'universo infino in Arabia mantengono il
reame di Granata in Ispagna, e al continuo mandano
gente ' e moneta, e talora fanno generali e grandi
passaggi a oltraggio ' della Chiesa di Roma e del re
di Francia e degli altri cristiani, avendo il reame di
Granata intomeggiato tra le terre de'cristiani, ed es-
sendo si presso dov* è oggi la sedia apostolica, san-
za avere a passare mare, a grande vergona dei cri-
stiani ; ma intendesi solo a tesaurizzare sanza vo-
lerlo spendere in servigio della cristianità, ma sos-
tenere e nutricare le guerre dall'uno re de' cristiani
contro r altro ; ma tal peccato non passerà guari
impunito.
CAPITOLO C.
Di certi segni cìC appartono tu Firen*e e altrove^
onde poco appresso ne seguì assai di male.
Nel detto anno 1339, a di 7 di luglio, tra la
nona e il vespro scurò il sole nel segno del cancro
più chele due parti; ma perchè fu dopo il merig-
gio al declinare del sole, non si mostrò la scurità
come se fosse notte, ma pure si vide assai tene-
broso. E nota, secondo che scrivono gli antichi
dottori di strologia, che ogni scorazione del sole nel
segno del cancro, die viene quasi di cento anni u-
na volta, dimostra grande significazione di male do-*
▼ere avvenire al secolo; imperocché '1 cancro è
ascendente del mondo, e più significa dove è in quella
parte deiremisperio dove fa tenebra, cioè essendo
il sole al meriggio, che noi volgarmente diciamo o-
ra di nona ; ma pure all' ora che venne significò in
Firenze e d'intorno fame e mortalità, come innanzi
leggendo si troverà. E aggiunto a questo venne in
Firenze il primo dì d' agosto seguente grandi e dis-
ordinati tuoni e baleni, gittando più folgori nella
città e nel contado di Firenze ; intra l' altre una ne
cadde in sulla torre della città di contro a San Gallo,
e abbattè parte d'uno merlo, e poi percosse nella
porta, e arse dell'uscio e uccise tre uomini. E poi
a dì 4 di settembre simUemente furono tuoni e fol-
gori diversi, e uno ne cadde in sulla torre del pa-
lagio del popolo, e abbattè parte d' nno merlo, e
tutti furono segno di futuri mali alla nostra città,
come tosto appresso seguirono ; che nel detto anno
in sulla ricolta valse lo staio del grano soldi ven-
tuno, e poi montò in soldi cinquanta innanzi che
fosse l'altra ricolta; e se non fosse la provedenza
del comune di farne venire per mare, il popolo mo*
riva di fame, che costò al comune lo 'nteresso più
di cinquantamila fiorini d'oro, tutto che certi ufi-
ciali cittadini ne feciono baratteria assai con mes-
ser Iacopo Gabbrìeili d'Agobbio insieme, ch'era
capitano della guardia del popolo, ovvero tiranno
de' popolani reggenti, e condannò gl'innocenti in-r
giustamente, perch'aveano grano per loro vivere e
per loro famìglie, e lasciando i possenti colle grandi
endiche^, onde seguì assai di male appresso. E si-
milemente fu il detto anno grande caro di vino, che
di vendemmia valse il cogno di comunale vino fio-
rini sei d'oro, e ciascuna arte di Firenze fu in male
stato per guadagnare.
CAPITOLO CL
Come morì messer A%%o Visconti signore di Milano^
e fìi fatto signore messer Luchino Visconti suo aio.
Neb detto anno 1339, a di 16 d'agosto^ morì
messer Azzo Visconti signore di Milano, e '1 di ap-
presso furono fatti signori il vescovo di Noara mes-
ser Giovanni che fu cardinale dell' antipapa, e mes-
ser Luchino suo fratello figliuoli di messer Maffeo
Visconti; ma a messer Luchino rimase la signoria.
E poi a di 21 del mese appresso s'accordò con pa-
pa Benedetto e colla Chiesa, per lo misfatto d'essere
stato cardinale dell' antipapa e favorito il Bavero per
procaccio di cinquantamila fiorini d' oro contantL E
poi ogni anno fiorini diecimila d' oro per censo. E
per simile modo s' accordò messer Mastino della Scala
colla Chiesa per cinquemUa fiorini d' oro per anno. 0
Chiesa pecuniosa e vendereccia^ come 1 tuoi pastori
t'hanno sviata dal tuo buono e umile e povero stato^
e cominciamento di Cristo?
CAPITOLO CU.
Come la città di Genova e quella di Saona feciono
popolo e chiamarono nuovo dogio.
Nel detto anno 1339, a di 24 ^ di settembre,
quegli della città di Saona feciono popolo; e tol-
sono le due castella eh* erano nella terra a quegli
di casa Doria e di casa Spinoli di Genova, che te-
neano le dette castella, e gli ne cacciarono fuori. E
poi tre di appresso i cittadini di Genova si levarono
a romore e dispuosono i capitani, ch'era l'uno de-
gli Spinoli e l'altro Doria, e cacciarono della terra
loro e loro consorti e altri possenti; e feciono po-
polo, e chiamarono dogio al modo de'Veneziani uno
' jMrcoMOfK), leggo U ediiiona da' Oionti.
* a Mfohriof sta ntlU suddetta ediiione.
^ magaaitni, o meglio, grandi ammaaii di grano in-
oettato.
^ a d\ 19, dice la Qinntiiia.
486
CRONICHE
Bruggk filisi segmlo di nenici; e li notte per pia-
ri si faggirono Terso Cissella, e lasdarono tatto il
loro cunpo, e ciò fo i A 28 di loglio.
CAPITOLO cxn.
Come U re d'Inghilterra co* suoi coliegaH ti puoso-
no ad assedio alia città di Tornai^ e poi fu triegua
da loro al re di Francia,
Lo re Adoardo avata la detta vittoria di mare,
come dicemmo addietro, non stette ozioso ; Ina in»
Gontanente scese in terra con soa gente, e venne a
Broggia e poi a Ganto, e da' Fiamminghi gli fa fatto
onore, come a loro signore, faccendogli omaggio
come al re di Francia. E là fece parlamento, die
vi fa il dnca di Brabante e '1 conte d' Annido e tatti
i collegati e qoivi ordinarono generale oste sopra
la città di Tomai; e sanza indugio vi cavalcarono
e accampirsi intorno il detto re d' Inghilterra, e il
dnca di Brabante, e. il conte d^Analdo, e il duci di
Gialieri, e qaello di Ghelleri, e il conte di Los, e
il sire di Falcamonte, con più baroni di Yaldireno
della Magna in quantità di più di ottomila pavalie-
ri; e le ville di Fiandra, e di Brabante e d' Analdo
per cornane con più di ottantamila nomini bene ar-
mati i più a coraue e barbate, e fecionvi quattro
campi ; né già per quella piccola rotta avuta a Santo
Mieri non lasciarono, ma vigorosamente seguirono
Toste del re d* Inghilterra. I due campi furono di
qua dal fiume dello Scelto, e i due dì là dal fiume,
faccende grandi ponti in sulla riviera per passera
dell* una oste all'altra per potere avere spedita la
vittuaglia e guernigione dell' oste. In Tornai era il
oonestabile di Frauda con bene quittromili cava-
lieri e diedmila sergenti a pie sansa i dttadini,
eh* erano più di quindicimila ; e tra quegli d* entro
e quei di fuori ebbe molti assalti e punghe e ba-
dalucchi a cavallo e a piedi; e per la moltitudine
eh* era nella città di bestie, non provveduta di vit-
tuaglia a soffieiensa, n' avea assai difetti. Onde i dt-
tadini si comindarono a dolora al conestabile, che
levuse loro 1* assèdio, o eglino cercherebbono loro
accordo, lì conestabile mandò per soccorso al re di
Frauda, mostrandogli che la terra era per perder-
si, n re Filippo di Valois vi venne al soccorao in
peraoii con più di diecimila cavalieri e popolo gran-
dissimo, e accampossi presso alla dttà a una lega.
Hi pere Toste del re d'Inghilterra e degli nitri col-
legati non si mosse, che erano molto afforaati i loro
eampi, ed erano signori di combattere o di schifare
li battaglia a loro piaceVe. Il re di Francia non po-
tendo combattere co'nimid, nò impedire la vittua-
glia a' loro oampi, nò foraire Tomd sansa grande pe-
ricolo, dubitò forte di perdere la terra. E incontanente
incominciò a cercare trattato d'accordo per mano del
daoa di Brabante con grosso spendio a' caporali delle
comuni di Brabante, che non erano cosi costritti ^
illi guerra come i Fiamminghi e gli Anoierì. U re
d' Inghilterra non volea intendere i trattato, cono-
scendo che li terra non si potea difendere nò te-
nere per difetto di vittuaglia ; e avendo egli le dttà
di Toraii, che ò si forte e possente e nccostata a
Fiandra e ad Analdo e al Brabante e aU^iltre terre
deU* imperio, ed ò li chiive dd reame di Francia,
ivei per vinti li guerra ; che *1 re di Frendi non
ivrebbe tenuta terra da Compiegne in là. Va i Bra-
bansoni sentendo il trattato che menavi il loro da-
ci, e per li corrasione delle monete del re di Fruì-
da, come dicemmo innensi, fedone panie falsi \ e
subitemente d levereno da campo e tornarono in
loro paese. U re d* Inghilterra *e gli altri illegati
reggendosi ingannati e falliti da Brabansoni,^e al ra
falliva la moneta, che i suoi ufidali di là ne 1 te-
neano a dieta e scerso, si compio il trattito il me-
glio che potò, fiocendo triegue infino nlli feste di
San Giovanni avvenire, rìmetlendod deOe pioe nd
pepi e nella Chiesa di Robm. E se infra *1 ternane
non fosse fitto Ticoordo, si dovei riporre li dttà
di Torau nello steto eh' elT era, che non vi d tro-
vò di vivere per otto giorni. B cosi si ginriroio
le triegue per i.doe re e gli nitrì eoUegili, e le-
vironsi di oste e di 26 di settembre 1340. Hi lo
re di Fraudi non tenne fede, me com' egli ebbe li-
bero Toraai, il fece foraire per due unni; e pd
andò di trìegua in trìegue, e altre natadoni di
guerra, come innansi per li tempi faremo mendone.
Lo re d' Inghilterra stette in Fiandra infino a messo
novembre, e poi si pertl dalle Schiase e andonae
in Inghilterra. E incontanente fece pigliare i suoi te-
sorìerì e ufidali, ohe nonno Tavea ben fornito di
moneta, e tolse loro di molti danarL
CAPITOLO CXQl.
Come tarmata del re di Spagna quasi perì
per fortuna.
Nel detto anno 1340, del mese d^aprfle, man-
dò il re di Spagna sua armata di ottanti gilee sopra
i saracini di Granata che teneano il monte Giobelta-
ro, acciocchò i saracini di Setta non polessono ve-
nire a forairlo : ma gran fortuna di mare gli soprap-
prese, ch'eglino percossone a terra, e rappono
ventiquattro gdee con grande danno de' cristiani. Li-
sceremo dquanto de* fatti de' cristiani d'oltremare,
e toraeremo alquanto addietro a raccontare delle no-
vita in questi tempi occorse dia nostra dttà di ri-
rense, e per T altra Italia.
CAPITOLO CXIV.
Di grande mortalità e carestia che fu in Firm^
e d* intomo j è d una cometa che apparve in cielo*
Nel detto anno, alT usciU di mano, appenre
in aere una stella cometa in verso il levante nd fino
dd segno di Vergine e comindamento della Libra, i
quali sono segni umani, e mostrano i segni ' sopri i
oostretti.
* Fàar pmUa /aita à termine mUltere antioo e vde: ht
I falsa schiera, maacira nella sdiiera, ratrooedere ImproTvuo-
I * t òeiii, dice la edidone de' Gionti apropofitendo.
DI GIOVANNI VILLANI.
42T
corpi umani di grande distrazione e morte, come di-
remo appresso ; e darò la detta cometa poco, ma i
mali assai, che ne segnirono di male significanze
sopra le genti e spezialmente alla nostra città di
Firenze. Che incontanente incominciò gran mortali-
tàf^che qnale si poneva ammalato quasi neano ne
campava ; e morinne più che '1 sesto de* cittadini
poro de' migliori e i più cari, maschi e femmine,
che non rimase famiglia eh' alcuno non ne mo-
risse, o dove due o tre o più; e dorò qnesta pe-
stilenzia infino al verno vegnente. E più di quindici-
mila corpi tra maschi e femmine e fanciulli se ne
seppellirono pure nella città, onde la città era tutta
piena di pianto e di dolore, e non s' intendea appe-
na ad altro che a seppellire morti. E però si fece
ordine, che come il morto fosse recato alla chiesa la
gente si partisse ; che prima stavan tanto che si fa-
cesse r esequie, e a tali la predica con solenni ufici
a* maggiorenti : e ordinossi che non andasse bandi-
tore di morti. In contado non fa si grande la morta-
lità, ma pure ve ne morirono assai, e con questa pe-
stilenza ne segui la fame e il caro, aggiunta con
qnello dell' anno passato; che con tutto lo scemo de'
morti valse lo staio del grano più di soldi trenta, e
più sarebbe assai valuto, se non che '1 comune ne
fece prowedenza di farne venire di pelago. Ancora
apparve un altro nuovo segno ;. che a di 1 6 di mag-
gio nel detto anno, di mezzo giorno, cadde in Fi-
renze e d"* intorno una gragnuola grossa e spessa,
che coperse le tetterà e la terra e le vie,-ed era alta
come grande neve, e guastò quasi tutti i frutti. Per
quésta mortalità, a di 18 di giugno, per consiglio
del vescovo co' religiosi' si fece in Firenze grande
processione, ove furono quasi tutti i cittadini maschi
e femmine colla reliquia del corpo di Cristo che sta
a Santo Ambrogio, e andossi con essa per tutta la
terra infino a ora di nona, con più di centocinquanta
torchi accesi. E poi appresso s'aggiunsono i mali
segni, che la mattina di San Giovanni essendo ano
.grande e ricco cero in su uno grande e ricco carro
fatto per i signori della moneta per offerirlo a San
Giovanni, sì si stravolse sprovvedutamente con tutto
il carro, e cadde in su' gradini della porta de' prio-
ri, e tutto si spezzò ; e ben fu sjBgno che dovea ca-
dere la moneta de' Fiorentini e rompere quelle com-
pagnie^, come segui appresso poco tempo con grande
danno de' Fiorentini; e in quella mattina in San Gio-
vanni cadde un palchetto che v'era fatto di costa al
coro, ohe v' erano suso tutti i cantatori cherici che
oficiavaDO alla festa, e molti se ne magagnarono della
persona. E poi s'aggiunse male sopra male, che a
di 20 di luglio e appresso la notte seguente s'ap-
prese uno grande fooco in Fanone, e valicò nella
grande ruga di San Brancazio, ove si faceva l'arte
della lana, infino presso alla chiesa, ove arsone qua-
rantaquattro case con grande danno di mercatanzie,
di panni, lane e masserizie, e di case e palazzi. I
Fiorentini sbigottiti e impauriti perii detti segni e.
danni all'arti e alle mercatanzie, non stettono mai
peggio per guadagnare; quelli che reggeano il co-
mune, per conforto de' religiosi per mostrare alonna
pietà, ordinarono che si traesse certi sbanditi di ban-
do, pagando al comune una certa gabella, e che i
beni de rubelli, di' erano in comune, fessone renduti
alle vedove e a' pupilli, a cui succedeano ; ma non fd
perfetta la grazia e la misericordia che dovesse pia-
cere a Dio, perocché si doveano restituire il prez-
zo che prima gli aveano, per certi ordini, fatti ri-
comperare dal comune alle dette vedove e pupilli, e
non si fece; onde non ristettono a tanto le nostre
pestilenze, che per lo nostro peccato ne seguirono
assai appresso, come innanzi leggendo si troveranno,
che avvenne poi più casi, che i vivi ebbono astio
de' morti per le soperchio tribulazioni occorse alla
nostra città. Laseieremo alquanto de' fatti di Firenze,
e diremo d' altre novità d' intorno, tornando assai
tosto a seguire delle avversità ch'awennono alla no-
stra città di Firenze.
CAPITOLO CXV.
Come gli Spuletini levarono da oste in iiconfUla
quelli di BieH,
Nel detto anno 1340, all'uscita di giugno, il
conte di Triventi del reame di Puglia, essendo per
lo re Ruberto vicario nella città di Rieti, ed essen-
do posto ad oste sopra il castello di Luco co' cit-
tadini di Rieti insieme con lui, gli Spuletini con loro
amistà vennero al soccorso di quello, e sconfissero
il detto conte con quegli di Rieti, con grande dam-
maggio di presi e di morti.
' CAPITOLO CXVI.
Come messer Otiaf^kmo de^ Bel forti si fece signore
di Volterra.
Nel detto anno, a di 8 di settembre, nella città
di Volterra si levò romqre; e fu ad arme e a batta-
glia cittadinesca. Dell'una parte era capo messer Ot-
taviano di Belforte, che se ne voleva fare signore,
e dall'altra parte il vescovo ch'era suo nipote nato
per femmina, con certi popolani che volevano vive-
re in libertà ; ma la tirannia colla forza de' forestieri
invitati per messere Ottaviano furono vincitori, e cac-
ciarono il vescovo e suoi seguaci, i quali si ridus-
sono in Berignone suo castello, e messer Ottaviano
si fece signore della città, e poi seguitandoli, onde
sego! assai di male ; e fece il detto messer Ottavia-
no uccidere due fratelli del vescovo a tradimento,
avendoli sicurati^, costringendoli per avere il detto
castello di Berignone ch'egli avea assediato; il ve-
scovo che v'era dentro sofferse innanzi di vederli
morire che di rendere il castello.
' e rompere queUi che la ffuidavanOf dice meglio la
Giuntina.
* affidati di sionreiia ; avsndo loro data promassa di
salvezaa.
4S8
CRONICHE
CAPITOLO CXVU.
Com4 certe g9le9 de' Genoven iconfUiono i Turchi
in nutre.
Nel dello tono dodici galee di Genovesi chV
riDO ite in Romanie per loro mercatanzia , rìlro-
?andoii nel mare Maggiore di là da Costantinopoli con
centocinquanta legni o più Ira grossi e piccoli ar-
mati di Turchi saracini, i Genovesi francamente gli
assalirono e misongli in isconfttla, raccendo di loro
grande moleetia d'aocidergli e dVonegargli in mare
dove ne rimasono morti più di seimila, e guadagna-
rono i Genovesi molta roba e danari. In qaest*anno
aei altre galee di Genovesi eh' andavano in Fiandra,
forono prese dall' armata degriogbilesi a Sanmari in
Brettagna, e perderonvi il valore di dugento mi-
gliaia di fiorini d' oro ; e così va la fortuna della
gaerra di mare.
CAPITOLO CXVIIL
Come in Fireme fu fatta una grande conyiura*iO'
,ne^ e la città fu tutta a romore e ad arme, •
Tornando a nostra materia a raccontare Tav-
veriitadi occorse alla nostra città di Firenze in que-
sti tempi per lo suo mal reggimento, mi fa molto
turbare la mente sperando peggio per Tavvenire. Con-
siderando che per li segni del cielo, né per pestilenzia
di diluvio, né per mortalità, né per fame, i cittadini
non pare che temano Iddio, nò che si riconoscano
di loro difetti e peccati; ma al tutto hanno abban-
donata la santa carità umana e civile, e solo a baratteria
e tirannia con grande avarizia reggono la repubblica.
Onde mi fa temere forte del giudicio d' Iddio. B ac-
ciocché meglio si possano intendere le motive delle
dissensioni e delle novità occorse, e perché sia e-
semplo a quegli che sono a veiire acciocché eglino
mettano riparo e piglino esemplo a simili casi, si
narreremo brievemente il difetto del male reggimen-
to ch'allora era in Firenze, e quello che he segui
di male, benché non sia' però scusa de' mali opera-
tori centra il comune. Per difetto de' mali uftciali e
reggenti, la città di Firenze si reggea allora e poi
un tempo per due e per sesto de' maggiori e più
possenti popolani grassi. Questi non voleano a reg-
gimento pari né compagnia, né all'uficio del prio-
ralico né agli altri conseguenti ufid mettere se non
ohi a loro piaceva, e che facessono loro volontà,
sdudendone molto più degni di loro per senno e
per virtù, non dando parte a' grandi né a' mezzani
né a' minori, come »i convenia a buono reggimento
di comune. B oltre a questo non butando loro la
alguoria del podestà, e quella del capitano del popolo
e quella dell'esecutore degli ordinamenti della giusti-
zia eontro i grandi e possenti, ch'erano ancora di so-
perchio al buono reggimento comune, sì crearono l'u-
fioio del capitano della guardia ; cioè elessono e fe-
oiono ritornare in Firenze messer Iacopo de'Gab-
brielii d' Agobbio, uomo subito e crudele e carne-
flooi oon cento uomini a cavallo e dugento a piedi
al soldo del comune, ed egli con grosso salario, ac-
ciocché facesse a senno de' detti reggenti. Il quale
a guisa di tiranno, o come eiecutore di tiranno, prò-
cedea di fatto in civile e in criminale a sua volontà,
come gli era posto in mano per gli detti reggenti,
sansa seguire leggi o statuti, onde molti innocenti
condannò in avere e in persona, e teneva i dttadiai
grandi e picdoli in grande tremore, salvo che i suoi
reggenti che col suo bastone facevano le loro ven-
dette e talora l' offese e le baratterìe ; non ricordan-
doci noi Fiorentini dechi, ovvero insegnandoci egli
di rìcordare di quello male eh' avea operalo fl detto
messer Iacopo in dmile uftcio nell'anno 1335, e
poi messer Accorrìmbono : onde per loro difetto era
fatto divieto dieci aAni, e non l'osservarono. Di que-
sto iniquo ufido e reggimento erano mal contenti i
più de'dttadini, e massimamente i grandi e possenti;
e però certi grandi cercarono cospirazioni nella dtlà
per abattere il detto messer Iacopo, e il suo nfldo e
i suoi seguad reggenti. E più tosto, gli fece muo-
vere che in que' tempi fu condannato per lo detto
messer Iacopo messer Piero de* Bardi in lire sd-
mila, perch' avea offeso un suo fedele da Vemio,
non istrettuale di Firenze, onde gli parve ricevere
torto. E messer Andrea de' Bardi era costretlo £
rendere al comune il suo castello di Mangona, ch'egli
l'avea comperato. Questi Bardi erano de' più possenti
cittadini di Firenze d' avere e di persone, e di loro
danari aveano comperato dalla figliuola d' Alberto
conte, Yemia e Mangona, e il castello del Pouo
da' conti da Perdano, onde il popolo di Firenze n'era
mal contento, perocché il comune vi cusava sua ra-
gione, come in addietro in alcuna parte facemmo
menzione. Per lo detto sdegno e superbia de' Bar-
di e simile de'' Frescobaldi, per una condannagione
fatta a messer Baldo de' Frescobaldi di lire 'tremila-
settecento per la pieve di San Vincenzo, dicevano
che fu fatto a torto, e però fu capo della detta con-
giura e cospirazione, con tutto eh' assai dinanzi fosse
conceputa per lo male reggimento, come detto é ad-
dietro. Co' detti Bardi teneano parte de' Frescobaldi
e de' Rossi, e di più case di grandi, e d' alcuna pos-
sente di popolani di qua d'Arno; erispondea loro fl
conte Marcovaldo, e più suoi consorti da' conti Gd-
di, i Tarlati d'Arezzo, Pazzi di Valdarno, Ubertim,
Dbald'mi, Guazzatiti da Prato, Bdforti di Volterra e
più altri, e ciascuno dovea venire con gente a ca-
vallo e a piedi in grande quantità, e. mandare la notte
di tutti i Santi le dette brìgate ; e la mattina vegnen-
te, come le genti fessone all' esequie de' morti, do-
vevano levare il romore e correre la dtlà, e ucddore
messer Iacopo Gabbrìeili e i caporali de' reggenti, e
abbattere l'uficio de' priori e rifare in Firenze nuove
stato, e chi disse ohe voleano. disfare il popolo. B sa-
rebbe loro venuto fatto certamente per la loro for-
za e seguito, se non fosse il sopraddetto messer An*
drea de' Bardi, o che gli paresse mal fare, o per *^'
tra cagione o quistione eh' egli avesse co' suoi con-
sorti, egli manifestò la detU congiura a Iacopo de-
gU Alberti ch'era de'caporaU reggenti. IneonUnente U
detto Iacopo il rivelò a' priori e agli altri suoi compagd
reggenti, e subito si guarentirono d'arme e di go'l^
essendo la dita in grande paura e sospetto, e «^"J
parte temeva di cominciare. Ma acdocché, a* oongw*"
DI GIOVANNI VILLANI.
4S9
non giungeflga loroiaforzo, il di d^Ognissaoti 1340,
in sa r ora del vespro, i caporali de^ reggenti sali-
rono in sai palagio dt* priori, e qaasi per forza fe-
ciono sonare a stormo la campana del popolo; e
alenai de* priori amici de* Bardi la contesono, e ciò
fa messer Francesco Salviati e Taldo Valori, Tuno era
priore e Taltro gonfaloniere di giustizia per il sesto di
porta S|in Piero; onde molto furono ripresi di presun-
zione, e che sentirono il trattato. Come la campana
oooodnciò a . sonare, tutta la città fu commossa ad
arme, e lutti i cittadini a cavallo e a piedi furono in
sn la piazza de' priori co' gonfaloni delle compagnie
gridando viva il popolo e muoiano i traditori, E
incontanente feciooo serrare le porte della città, ac-
ciocché gli amici e il soccorso de* congiurati non
potessono entrare nella città, i quali erano in via
prezzo alla terra per entrare la notte con grande is-
forzo di gente. I congiurati veggendo scoperto il
trattato e fallito il loro soccorso, che quasi nullo di
loro congiurati di qua dair Arno rìfpaose loro né si
SGopersono per paura del popolo, e il popolo com-
mosso a furore contro a' congiurati si tennero per
morti, e intesone solo al loro scampo e riparo, guar-,
dando tutti i detti casati d* Oltrarno i capi de' ponti
saettando e uccidendo chi gli volesse passare : e mi-
sono fuoco a capo de' due ponti di legname, eh* al-
lora era Tono contro alle case de* Canigiani e Taltro
de* Preseobaldi, acciocché il popolo non gli assalis-
se, credendosi tenere il sesto d'Oltrarno tanto che il
soccorso venisse. Ma ciò venne loro fallito, che i po-
polani d* Oltrarno francamente gli ripugnarono, e tol-
sono loro i pooti coli* aiuto de' popolani de* cinque
sesti', ch'andarono in loro aiuto per lo ponte alla
Carraia. Messer Iacopo Gabbrielli capitano si stava
armato in sulla piazza eolla cavalleria, con grande
paura e sospetto, sanza usare alcuno argomento o
ripare di savio e valente capitano, e stette infine alla
notte come quasi stupefatto^ onde, molto ne fu bia-
simato. Ma il valente cavaliere messer Maffeo da ponte
Caredi, allora podestà di Firenze, francamente con sua
compagnia armato a cavallo passò il ponte Rubaconte
con grande pericolo e rischio di sua persona, e par-
lò a* congiurati con savie parole, e con cortesi mi-
nacce gli condusse la notte sotto la sua sicurtà e
guardia a partirsi, e andaron fuori della città per la
porta a San Giorgio, quasi sanza remore d* uomini
0 spargimento di sangue, o incendi o ruberie, onde
molto ne fu commendato, ch'ogni altro modo era con
grande pericolo alla città. E come furono partiti, il
popolo s'acchetò, e 1* altro di appresso fatta di loro
oondannagione si disarmarono i popolani, e ciascuno
fece i saoi fatti come prima. E per si fatto modo
guarenti Dio la nostra città di grande pericolo non
guardando a' nostri peccati e al male reggimento del
comune; ma per non essere di tanto beneficio grati
a Dio, la detta congiilra gittò a presso tanto di ma-
le ' a danno della nostra città, come innanzi si farà
meazione.
* dtf popòtoHi éU qua ddtAmOf dioa più chiaramente
laOtatlaa.
' flUa ttMMiiA éà nata MOttiZtf a ^mmia ma. Bd. Ck
CAPITOLO CXIX«
Chi furono i congiuraH. che fìsróno condannati.
Partiti i detti congiurati, il di appresso si tenne
consiglio come si dovesse procedere centra loro}
per lo migliore del comune si prese di non fare
grande fàscio ', perché a troppi cittadini sarebbe toc-*
co, che sentendo della detta congiura s* apparec^
chiavano con armi e con cavalli, ma non si mostra*-*
rono; ma solamente si procedesse centra quelli che
si mostrarono e furono in arme, i quali furono cit->
tadini, e richiesti non comparirono e subitamente fu-
rono condannati nell' avere e nelle persone, siccome
ribelli e traditori di loro comune, l quali furono la
prima volta questi eh* appresso diremo : messer Pie-
ro di messer Gualterotto de' Bardi, Aginolfo suo
fratello, Andrea e Francesco e Gualterotto di FiUp-
puzzo de' Bardi, Binde d' Andrea di messer Gualte-
rotto, messer N^po e Piero di Ciampi suo ni-
pote, messer Gerozzo di messer Francesco, Barto-
lommeo a Angiolo suoi fratelli, messer Iacopo di
messer Guido Accolti de' Bardi, messer Simone di
Gerozzo, ma non ebbe colpa di certo; Simone e
Cipriano di Geri, Binde di Benghi tutti della ca-
sa de* Bardi; messer Iacopo priore di San Iacopo,
messer Albano, messer Agnolo Giramento e Lapo
suo nipote, messer Baldo di Lamberto, Niccolò e
Frescobaldo di Guido, Giovanni e Bartolo di messer
Fresco Rosrà di Guido, Iacopo di Binde e Geri di
Bonagaida, Mangeri di messer Lapo, tutti della casa
de' Frescobaldi ; Andrea e Ubertino e Giovanni de*
Nefli^ ser Tomagno degli Angiolieri, cappellano del
detto priore di san Iacopo, Salvestrino e Ruberto di
messer Barone de* Rossi, e non più de' loro consorti
che non si mostrarono; di qua dall* acqua non se
ne scoperse neuno. I loro palazzi e beni in città e
in contado a furore furono messi in puntelli^, e disfatti
e guasti infino a' fondamenti. E ordinossi che in tutte
le terre vicine guelfe e quelle della lega di Lombar-
dia, che^ non ritenessono i nuovi ribelli sopraddetti.
E di ciò feciono il peggiore, per la qual cosa i pia
de* sopraddetti n' andarono a Pisa, e il priore di San
Iacopo n' andò a corte di papa a procurare quanto
potò in detto, e in fatto contro al comune di Firenze.
Per la detta liberazione e pericolo della nostra città
per lo comune a di 26 di novembre si fece un gran-
de processione e offerta a San Giovanni, e per tutte
1* arti si ordinò che ogni anno per 1* Ognissanti ai
facesse la detta offerta ; e ordinossi di trarre di
bando gli sbanditi pagando certa gabella per fortifi-
care il popolo ; che fu grande male a recpre in città
molti rei uomini e malfattori. Ma altro rimedio ci vo-
leta per appacificarci con Dio che a lui rendere le
gratitudini, e usare carità tra*prossifflani cittadini^;
ma ad altro a^ intende; e ordinesai ohe ogni popolano
' oarìoo di acouse: maaca queato senio dalla parola
fiucio al Vocabolftrìo.
' aealaatì e affossati d'intorno per atterrargli.
' par ^npeoort lidio^ a M tu grOtUméUm # fra piSMl
ali viUaiùU U varità^ ma tae«
4ao
CRONICHE
ohe potesM fosse armato di coraua e di barbata
alla flammiiiga, e impaosesene seimila e molte bale-
stra per forUfloare il popolo. B del mese di gennaio
segoente il oomane comperò Hangona da messer
Andrea de* Bardi seUemilaseUecento fiorini d* oro,
iscontaadone millesetteoento che *r comune v* area
spesi in racconciarlo ionanrì che. si rendesse a mes-
ser Bemicciò Salimbeni marito della contessa di Man-
gona. B il castello di Yemia s^ arrendè al comone
di Firense pagandone a messer Piero de' Bardi che
Y^ era dentrcT assediato fiorini quattronnlanovecento-
* sessanta d* oro. B fecesi decreto per lo comune, che
nollo dttadinò potesse acquistare o tenere cutello
di fuori dal nostro contado o distretto il meno di
lungi venti miglia. Del detto mese di gennaio furono
condannati nove de* conti Guidi eh* aToano tenuta
mano alla sopraddetta congiura e furono quasi tutti i
loro caporali, salvo il conte Simone e Guido suo ni-
pote da Battifolle che non assentirono alla detta con-
giura. Di ciò furono ripresi molti da* savi quelli che
governavano la città, di condannare i nostri possenti
vicini conti Guidi, a recarglisi a scoperti nimici, e di
questo peccato non condannare i nostri cittadini che
erano colpevoli, come con loro alla detta congiura ;
ma bene s* apparecchiarono in arme co* loro fedeli
per venire a Firenze. E poi a piii d*uno anno appresso
fu scoperto un altro trattato che i detti ribelli face-
vano, onde fu preso Schiatta di Frescobaldo de*Fre-
scobaldi, il quale menava il detto trattato, e fngli ta-
gliata la testa ; e fu condannato Panicela ji Bernardino
e Iacopo de' Frescobaldi, e Biordo di messer Vieri
e Giovanni Ricchi de* Bardi, Antonio degli Adimari e
Binde de* P«ftsl, tutti come rubelU. Lasceremo alquanto-
de* nostri fatti di Fireoxe, eh* assai ce n* è convenuto
dire a questa volta, faccende inci4enxia per dire al-
quanto d* altre novità state in questi tempi per P uni-
verso : ma tosto vi torneremo, ch*assai ci cresce ma-
teria a* nostri fatti.
CAPITOLO CXX«
Come il re di Spagna seonfiste i Saracini
in Granata,
Nel detto anno 1340, in calen di novembre,
furono sconfitti i saracini di Setta e delPaltro paga-
nesimo, e quegli di Barberìa e di Levante che erano
passati di qua da mare, iqnumerabile quantità, al soc-
corse di quelli di Granata, per lo buono re di Spa-
gna j e rimasene tra morti e presi più di ventimila,
con molto tesoro e arnesi di saracini.
CAPITOLO CXXI.
Come arse Portovenerù
Nel detto ano, il di di calende di gennaio,
s'apprese il fuoco in Portoveneri nella Riviera di Ge-
nova, e fu sì impetuoso, che non vi rimase ad ardere
casa né piccola né grande, salvo che due castella
ovvero rocche che v* aveano i Genovesi, con infinito
danno d* avere e di persone ; e non sansa giudicio
di Dio, che quelli di Portoveneri erano tutti corsali,
e pirati di mare e ritenitori di corsali.
CAPITOLO cxxn.
Come la casa de* Pugliesi e i loro se§ft0ei furono
cacciati di Brolo.
Nel detto anno, del mese di febbraio, i Gaai-
zalotti da Prato col caldo e favore di certi Fioren-
tini, levarono a rumore la terra di Prato per sospetto
de* Pugliesi, e de* Rinaldesdii loro vicini, ovvero per
rimanere signori, e nella terra ebbe bait^igiia, e mo-
rirvi alquanti dell* una parte e dall* altra; alla fine i
detti Pugliesi e Rinaldesohi co* loro aeraci furono
cacciati della terra, e molti altri fatti oonRnare.
CAPITOLO cxxm.
Come in Firenze si fedone due capitassi di
Nel detto anno, in calen di febbraio, si partì
di Firenze il tiranno, cioè messer Iacopo de*6ab-
brielli d* Agobbio, ricco del sangue de* Fiorentioi
dechi, che più di trentamila fiorini d^ oro si ^sst
che ne portò contanti. Vero è che per la sua partita i
savi rettori di Firenze corressono il loro errore del
suo tirannico uficio, e scemarono le spese del co-
mune ovvero le raddoppiarono, che là dove n* aveva
prima uno bargello per resecuxione ne elee sono due,
1* uno a petizione del detto messer Iacopo e suo pa-
rente (ciò fu messer Currado della Branca, capitano
della guardia in città per arricchire la povertà de*Mar-
chigiani) ; 1* altro alla guardia del contado sopra gli
sbanditi messer Maffeo da ponte Caradi da Brescia
stato nostro podestà : questi n* era più degno per le
sue virtudi e operasioni ; ma 1* uno e 1* altro nfido
era di oltraggio e di grande spesa e danno del co-
mune. Ha i reggenti cittadini per mantenere il comu-
ne, ovvero la loie tirannia, e tali di loro baratterìe,
come dicemmo addietro, li sosteneano a tanto danno
del comune e gravessa de* cittadini per essere te-
muti e farsi grandi. Ma poco appresso Iddio ne mo-
strò giudicio assai aperto per le loro prave opera-
zioni a gran danno e vergogna e abbasaamento del
nostro comune, come innanzi faremo menzione. Ma
gravami che non fu sopra le loro persone, comV
rane degni i mali operatori, tome che toccò ad al-
quanti di loro. Ma Iddio si riserva e non lascia nullo
male impunito, benché non sia a* tempi e al pia-
cere de* disideranti ; e spesso punisce il popolo per
li peccati de* rettori, e non senza giusto giudicio,
perocchò *1 popolo 6 bene colpevole a sostenere le
male operazioni deMoro reggenti; e questo bsisli^
tanto.
CAPITOLO CXXIV.
Come la città di Lucca eolle essere lolla
a messer Mastino della Scala,
Nel detto anno e mese di febbraio messer
Francecco Castracani degl* Interminelli di Lucca or-
dinò eoi favore de* Pisani di torre la città di Lacca a
messer Msstino con alcuno trattato d*entro^vegneO'-
do di foore con gente assai a cavallo e a piedi. Go'
DI GIOVANNI VILLANI
431
glielmo Camioci, vicario in Lucca per mesacr Maitino,
•ooperlo il trattato prese il Ritrilia degli liberti e
tredici cittadini, che tatti teneano mano al trattato,
e «orae e gnarentl là terra, come piacque a Dio per
riservarla a' Fiorentini per loro grande danno e ver-
gogna, come in poco^mpo appresso si potrà tro-
rare. B poi il detto Guglielmo fece oste in Gar-
fagnana, e tolse più terre che tenea il detto mes-
sor Francesco Castracani.
CAPITOLO CXXV.
Come il castello di San Bavello smarrendo al comune
di Firenze.
Nell^anno 1341, a di 15 d* aprile, i Fioren-
tini avendo fatto porre V oste al castello di San Ba-
yello, ch^ era di Guido do* conti Guidi che fu con-
dannato con gli altri conti, come dicemmo poco ad^
dietro, per cominciare V esecuzioni delle loro con-
dannagioni, essendo molto stretto, e non attendendo
ioccorso, smarrendo al comune di Firenze salve le
persone. H quale fedono tutto abbattere e diroccare
per ricordo e vendetta contro al detto Guido: che
più tempo dinanzi avea il comune di Firenze per
ine lettere richiesto e citato il detto Guido, per al-
cuna cagioue, e il detto Guido, essendo nel detto
castello di Bavelle, per dispetto del comune di Fi-
rense dinanzi a^ suoi piedi fece manicare al messo
del comune la Uttera con tutto il suggello, e poi
accommiatoUo villanamente, dicendo per dispetto del
comune di Firenze, che se più vi tornasse, o egli
o altri, gli farebbe impiccare per la gola ; onde sen-
tendosi in Firenze, grande sdegno ne venne quasi a
tutti i cittadini.
CAPITOLO CXXVL
Di uno grande fuoco che si apprese in Firenze,
Nel detto anno, la notte seguente di calen di
maggio, a* apprese il fuoco in Terma in una casa che
abitava Francesco di messer Rinieri de*Buondelmonti,
e arsonvi quattro suoi figliuoli maschi con ciò che
egli V avea dentro, non potendone scampare niente;
onde fu una grande pietade; e non fu senza giu-
dicio di Dio, che il detto Francesco aveva occupata la
detta casa e toltala a una donna vedova di cui ella era,
ma la pietade' fu degP innocenti figliuoli, che portare
la pena ne* loro corpi della colpa e peccato del padre.
CAPITOLO CXXVIL
Come messer Azzo da Correggio rubellò e tolse
Parma a messer Mastino.
Nel detto anno, tornando da Napoli dal re Ru-
berto messer Asso da Correggio da Parma, avendo
trattato col re e con gli ambasciadori di messer Lu-
chino Visconte eh* erano a Napoli, fedone legi( e
compagnia di rubellare Parma a messer Mastino. Va-
licò per Firenze chiusamente, che non volle essere
cooosduto, e poi ristette allr Scarperia in Mugello
per spazio di otto giorni, attendendo e tenendo trat-
tato e ragionamento con certi nostri cittadini reg-
genti, di torre e rubellare Parma a messer Mastino
suo nipote e benefattore per esserne al tutto signore :
che messer Mastino V avea tolta a' Rossi e a Gianni
Onirico, e rimesso quello da Correggio suo zio in Par-
ma, ma al tutto ne volle egli esser signore e sovrano. I
Fiorentini intesone al trattato e favoreggiaronlo, spe-
rando, come Parma fosse tolta a messer Mastino, di
potere avere agevolmente la città di Lucca ; il detto
messer Azze ci tradì e ingannò, come ai vedrà per i
suoi processi. E com' egli fu in Lombardia diede com-
pimento air opera coli* aiuto e forza di quelli da Gon-
zaga signori di Mantova e di Reggio, e fatti inimici
di quegli della Scala. B a di 22 di maggio datagli
r entrata da^quegli della sua parte ch'erano dentro
corse la terra, e (ìon tradimento ne cacdò la gente
di messer Mastino che di lui non si prendeano guar^
dia, e feces.ene signore. Per la quale mutazione di
Parma si può dire fosse assediata la città di Lucca
e quasi perduta per messer Mastino, che non la po-
teva fornire senza grande costo; onde i Fiorentini
si mostrarono molto allegri : ma non sapeano il fa-
turo che ne dovea a loro avvenire. Messer Mastino
veggendosi tolta Parma, la quale a lui era la chiave
da potere entrare a sua posta in Toscana, e per
quella forma manteneva la città di Lucca, veggendo
che non la potea tenere senza grande costo e peri-
cole, incontanente con savi e sagaci patti cercò di
venderla o a' Pisani e a' Fiorentini, che a gara da-
scuno ne voleva essere 'signore, e con ciascuno ne
teneva trattato. I Pisani per paura di non volere i
Fiorentini per vicini, né cosi di presso colla forza
di Lucca, temeano di loro stato, e cercarono prima
di torla a mezzo co' Fiorentini ; ma tutto era con
frode e con vizio. Ancora sentendo questo ragiona-
mento messer Luchino Visconti signore di Milano,
che si facea nimico di messer Mastino, proferse ai
Fiorentini, s'eglino volessono assediare la città di
Lucca e lorla a messer Mastino, di dare aiuto alFas-
sedio mille cavalieri di sua gente, e volerne da loro
certa somma di moneta; ed era il meglio à farlo
per vendicarsi del tradimento del Mastino ; e venia
tosto fatto con poco affanno e piccola spesa, a com-
paracione di quello che ne segui poi. Ma i Fioren-
tini non fidandosi di lui perchè era antico nimico,
non si vollono accordare con lui, ovvero noi permise
il destino o la divina provvidenza. Ma i Fiorentini
come grandi e larghi e sicuri mercatanti, e più pra
tichi d' altra mercatanzia che di gueira, vollono fare
a loro senno, e i Pisani il somigliante, onde ne se-
guì molto di male per Tuno comune e per l'altro,
ma più per i Fiorentini in questo anno medesimo e
appresso, come assai tosto faremo menzione, spedite
prima di raccontare altre novità state d* intomo in
questi tempL
' ti p^ecalo^ dice con dubbio senso la Qiontina.
I
43d
CRONICHB
CAPITOLO cxxvni.
Come il re Ruberto ebbe per assedio Melalo
in Cicilia,
Nel detto tempo, avendo il re Ruberto presa
r isola di Lipari in Cicilia, come addietro facemmo
meosione, e veggendo che per lo detto acquisto as-
sai gli era possibile d' avere Mebsio che v^ è al-
lo 'scontro, e quello avuto, potore più strìgnere Kes^
Sina ; e* fece armare a Napoli quarantacinque tra ga-
lee e Qscieri, e più altri navìgli grossi e minati da
portare foraggio e altro fornimento da gaerra, con
seicento cavalieri e mille pedoni oltre a' marinai Col
suo ammiraglio partì da Napoli la detta armata a di
1 1 di giugno del detto anno, e per terra mandò il re
in Calavra messer Roggeri da San Severino con gente
d^ arme a cavallo e a piò per rinfrescare V armata,
come avessono presa torre. La quale armata giunse in
Cicilia a di 15 di giugno, e bene avventurosamento
ai puosono alPassedio alla terra di Melassp per torre
e per mare, chiudendola dal lato fra torre ove si
rìooglie quasi come una isola per spasio d' un mi-
glio, con grande fosso e stoccato e con molto ber-
tesche ; e simile feciono verso la terra di Melazzo con
grande fosso e stoccato, sicchò non ne potea uscire
nò entrare persona, se non per furto, sansa grande
perìcolo. B il navilio era d'intorno alla guardia del
porto e della piaggia. Melasso era ben fornito di
gento dUrme e di vittuaglia per più d'uno anno, e
poco curavano l'assedio; ma lo re Ruberto Tusediò
Gontinuamento con molto affanno e con ispendio, è fe-
ce cominciare a far fare uno grosso muro dentro al
fosso e lo steccato detto dinanzi, sicchò il campo era
molto forto. B veggendo don Pietro signore delPisola
che Tassedio pure continuava, e a quegli di Melazzo
venia mancando la vittuaglia, tre volte vi venne con
tutto lo sforzo di Cicilia e assalì il campo, e simile
feciono que* della torre dal lato d' entro ; ma invano
furo gli ussiti e con gran danno de' Ciciliani, per
la forza del campo e rinfrescamento che facea fare
al continuo il re Ruberto all'osto. Fallendo la vittua-
glia alla torre per lo lungo assedio e per l'affanno del
detto ostoggisre, don Pietro, che si facea re di Ci-
glia, ammalò e morì. Per la qual cosa Melazzo ai
rei|dò all' ammiraglio del re Ruberto a di 1 5 di set-
tembre 1341 \ salvo l' avere e le persone, e di tor-
razzani e di forestieri. 11 quale fu uno bello acqui-
sto al re Ruberto, tutto che gli costasse più di cin-
quantamila once d'oro, e fece lasciare gueruita la
tÌBrra di gente d'arme e di vittuaglia.
CAPITOLO CXXIX.
Come messer AUferto della Scala andò sopra
Mmttùta § tornò m isconfUta,
Nel detto anno 1341,adllldi giugno, mes-
ser Alberto della Scala venne ad osto sopra il Blan-
tovano con mille cavalieri e con millecinqueoento pe-
doni di munade senza i paesani, per V aiuto che
La Qtantlaa ha sMsmihrs iUi.
quelli da Gonzaga signori di Mantova avesao dato
a messer Azzo da Correggio, quando mbellò Parma
a messer Mastino, mandato loro soccorso. I datti
signori di Mantova, coli' aioto di quelli di Milano, fo-
rono loro alla 'ncontra con ottocento cavalieri e
popolo assai, e iogaggiaroo^i di combattere. Alla
fine, messer Alberto rifiutò la battaglia, e partissi
quasi in isconfitta, lascisndo ciò eh' avea nel campo
suo con grsn danno e vergogna.
CAPITOLO CXXX.
Come i Fiorentini patteggiarono di comperare Lucca
da messer Mastino^ e mandarono loro staékki
a Ferrara.
Tornando j nostra matoria, mi conviene rac-
contare della folle impresa fatta per lo nostro co*
mune di Firenze della città di Lucca, come comia-
ciammo nel fine del terzo capitolo scrìtto addietro.
Avendo i caporali rettorì di Firenze a mano il trat-
tato con messer Mastino della Scala di comperare da
lui la città di Lucca e *ì suo distretto, eh' egli te-
neva libera e spedita, la quale, come dicemmo ad-
dietro, tenea bargagnando ^ co' Pisani e col nostro co-
mune di darla a chi più gliene desse, si si crìò in
Firenze, del mese di luglio 1341, uno uficio di venti
cittadini popolani a seguire il detto trattato con pie-
na bajia di ciò fare, e di far venire danari in comu-
ne per ogni via e modo che a loro paresse, e di fire
guerra, e osto, e pace, oaviiloat», e lega, e compagnia,
come e con «ni a loro paresse e piacesse; e dorò
il loro uficio per tonnine d' uno anno, non possendo
essere sindacati di cosa che facessono. La qual cosa
fu confusione e pericolo del nostro comune, come si
mostrerà appreisso per i loro processi. 1 nomi dei detti
venti non gli registreremo in questa, imperciocché non
sono degni di memorìa di loro virtù o buone ope-
razioni per lo nostro comune fatte per loro, ma del
contrarìo, come per innanzi per le loro operazioni
si farà menzione e si potrà vedere, acciocché i no-
strì successori si guardino di dare le grandi balie a'
nostrì cittadini per lunghi tompi. Le quali per ispe-
rìenza si manifestano per antico e per novello es-
sere la morto e abbassamento del nostro cornane
perocché nulla fede o carìtà era rìmasa ne' cittadini, e
specialmento ne* reggenti, a conservare la repubblica;
ma ciascheduno alla sua singularìtà e de' suoi amici
parecchi per diversi studi e modi intendea. B però co-
minciò a andare al dichino il nostro comune al mo-
do de' Romani, quando intesono alle loro singularìtà
e lasciarono il bene comune. B non senza csgione,
quando dei maggiori e de* più possenti popolani di
Firenze dii>otati al detto uficio ne furono capi ed
esecutori Bene ve n* ebbe alcuno tra loro innocente,
secondo che si disse. Confermato il deflo uficio per
consigli, inconUnento seguirono il trattato con mes-
ser Mutino, e per ingannwe i Pisani, ovvero ' fv^
' trattindo, stando In pratica, o maglio, tlU dura, sai
tirato. La edisloaa de' Qliniti ha herg9gnù, V. A. ehaval*
appunto pratiosi trattato.
^ofvaro nei «sdattms U ti premieme eoo» Ed. Q*
DI GIOVANNI VILLANI.
433
a loro il f iai^ftle, fi promifono e fomaro eo^iooi
procirttori di dar« dufentocinqiHnliflula fiorini d*o-
ro m cerio paghe; avendo il nostro oomnne debito
e a dare a* cittadini per la goerra del Maalino più
di qnattroeentomila llorioi d^ oro ; e potendo avere
Lecce. da' Tedeschi dal Cerrof lio T anno 1329, come
dieeaaaio addietro, per ottantamila fiorini d'oro, che
Al savio provvedimento, of vero molto folle per lo no-
stro cornane; e più ancora, essendo in qnistionee in
bargafBO co' Pisani, e quasi come tutta guasta e as-
sediate. E per osservare i patti a messcr Mutino a
di 9 d'agoato 1341 mandarono a Ferrara sotto la
guardia de* marchesi^ aicconM ad amici e messani del
nostro comune, a measer Mastino cinquanta cittadini
per istadichi, fra' quali n' andò due del detto ufido
de' venti, o diciotlo figliuoli o fratelli o nipoti degli
altri venti, e trenta altri cittadini; de'qnair dnqnanta
slsdichi v** ebbe sette cavalieri e died donselli delle
maggiori ceae di Fireaxe, e gli altri de' maggiori e
de* più ricchi popolani e mercatanti ddla nostra città.
B noi antore di questa opera, tutto eh' a noi non
n convenisse* e U>t§^ contro a nostra volontà, fum-
mo del detto oollegio e numero per lo sesto di Porta
San Piero, e etemmo in Ferrara due bmsì e messo con
più di centocinquanta cavaUi i^ continuo, e daseono
con fsnugli vestati d' assise, con grandi e onorate ape-
se, sperando d'avere gran vittoria della detta impresa,
e ricevendo grande onore da*dgnori marcheu di eon-
titi al cofttlnao. B messer Mastino vi mandò uno suo
Igfiaolo bastardo con sessanta atadichi gentili nomini
di Vwonn e di Vicenaa e del ano distretto, o i loro
figliuolL Ma mon comparivano in Ferrara d'assai di
aobiltà e d* orrevoleua appo i FiorentinL I detti
TMli, fatta Isi detta impresa, ledono al continuo
■dto disordinate spese e gravane a' singulsri cit-
todiai di prentnnse e d^impoàtm per essere fomiti
di moneta, veggendosi venire In aspra guerra eo'Pi-
uni per la detta compera di Lucca, e aoldarono di
BBOta gente d* arsM da cavallo e da pie in grande
qualità, e apendeano ogni mese più di trentaaula
fiorid d' oro. E richiesono d'ainto i vidd e gli a-
«cL E nota, lettore, se messer Masino seppe fare
stmmente vendetta della guerra e ingiuria ricevuta
da' Fiorentini della san Innata di Lacca, veadeadok
loro per ingordo pregio, e enei loto, la lasciò eoa
qsasla adone, cioè che la diede assediata, e aMSsn
ia guerra co'*Piaani e con gli altri laro vidai, e
oo'Lombardi saoi alaud, eoa» appresso hremo
nonci tornando alfunato addine.
CAPITOLO GiXXL
Cornei Piionisi fmwmo ma
non istettono i Pisani odosi, ma innand che t Fio-
rentini compieasono la folle compera di Lucca, di
più med d provviddono, e IncontaDente soldarono
gente, di che da loro feciono milledugento cavalieri
e trecento cavallate di dttadini.B dò poteano bene
fare, che il loro comune avea di mobile ragunati
più di centodnquintamila fiorini d'oro, e mandarono
ambasciadori a Milano, e-fedono lega e compagda
con mescer Luchino Visconti signore di Milano e
fatto nimico di measer Mastino. B non è da dimen-
ticare di mettere in nota uno crudele tradimento com-
messo per li Pisani per recarai ad amico meseer Lu-
chino. Uno messer Francesco da Postierla de' nobili
di Milano, cm messer Luchino n'avea cacciato, il
quale essendosene gito a corte a lamentarsene al
papa, e volendo tornare in Toacana, essendo amico
a auo parere de' Pissni, arando a loro per navilio, e
che '1 levasaono di Marailia, e per advoeondotto per
sicurtà di lui il eomune di Pisa gli mandò una loro
galea armata passeggiera, e lettere di aalvocondotlo,
in au che d ricolse e arrivò a Piaa. Com' era ordi-
nato il tradimento, con messer Luchiao, iacontanente
i Pisani preaono il detto messer Francesco, nomo
di grande autorità e valore, eoa due suoi figliuoli,
quando scese in Porto pisano, e feoiottgli venire ia
Pisa, e misongli nella torre diella fame in prigione,
e ivi tenutigli più di pred, d li mandarono legati a
Milano ; a ed messer LachiaO fece tsgliare le teste.
B per tde vittima si fedone lega e compagnia i Pi-
sani con BMaser Lachiao, e poco appresso fis aperta
veadetta fatta contro a' Fissili, come d troverà leg-
gendo. Ma il detto messer LaeUao oltre a dò volle
promisdone da'Pisam di cinquantamila fiorini d*oro
in certo termine, e diwongli dodid atadichi de* fi-
gliuoli de' loro conti e de* nngliori e più ceri dttn-
did di Pisa per osservare i patti; e messer Luchiao
amadò loro aùlle cavalieri colle ano iasegae a aoldo
de* Fissai, e fanne cepttsao messer IKevaaai
sao aipole. E'sigaori di Maalova e di Seggio
darò loro dngento cavalieri, e qaelli da Correggio
da Parma mandarono loro eeatodaqaaatn cavalieri;
e messer Uhertiao da Cmrara sigaore di Padova da-
geato cavalierì per coatrario di messer Mastiao; e
Tecioao lega eoa tatti i coati Gaidi, ssho col eoato
SiaM>ae e col aipote, e eoa gli Ubaldiai, e col ai-
gaore di Forlì, e eoa gli altri gUbelliai di Beam
gaa, e col do|^ di Geaova, ^a latti diedoao sialo
di cavalieri e di helestrìeri; e tali calle loro farsa
meaaoao guerra e rappaao la jtrade a' Fiotealiai, a
dò fa per procaccio e trattato da* anatri aaovi ri*
b^L 1 Pisaai cosm seppoao che i Fioreattai
alia duà
I Pisau sentendo d conlinaa il tsattata diV
^raatid Icaeane eoa amaser MMliao d'avere b
«Uà di Laccs, ed egliao aaa paUmded aceafdsfa
«<« Basser Mastiao, riserhaado U lartaaa a* Fio-
mtìdla mala derrata di Uecn cotte san seqade.
I •;
« mi^iCMN ha U Olanfia^
f cnai i palli eoa messer Mastiao, a maadafi gli
dicÉd a fanan^ ék praaeato a di 13 d'egasto ca-
li rMldls del Cetraglio aqadlo di Moateddsro
«aite lodai d'ara, che aa spsaaae a'mnaaa-
dierì che F aveaao ia gaerdia per maaaar Mnstiaa ; a
gaerairoagli di lare gaais, per impedire gM aada-
meati de' Fioraalìai d saccarso di Lacca. E dò isMa,
eoa latta la lare aavalkiia e popolo per comaae sa-
a di 22 d'ngoato dd dello aaao vca-
alla dllè di Lacca, e paosoad 1* assedia dia-
r
20
434
CROmC»B
•tocoaroM ooa bertoiclie daihi Gwniiaatlii, cIm yt
a ponto Tello, iniao d ftane del SereUo, cIm fa
per iapano éi pHi di aei adfUa. B aiaùle lewioio il
proeialo della Gniaeìaaolla inlloo al SeroUo gnernito
di sopra di fortesse e di geall, oblerà aUreal grande
apauo o pia. B poi appreaao alla due feciono nn
aUro fòaao con isleeoalo, che fa una maraYiglioaa
cosa falla in poco iMipo,- per modo ohe nnllo pe-
lea enlrare né aaoire di Lacca aann grande perico-
lo; e al conlinoTO y^ erano per coaone doe qoar-
IÌMÌ di Pila e acambiaTanii a mola, e talora Ire
quartieri, e cod di loro molti conladini e balealrìerì
genoTCii; e hiaognava bene, il era longo il procinto.
B in meno dei delti doe procinti era accampata roete
de' Pisani e de'Loadiardi in Ire campi apianati dal-
r ano campo all'allro. E ciò potarono fare libera-
menta e aama conlraalo, perdocdiè i Fiorentini per
improvvisa impresa e assalta de' Pisani non erano
ancora apparecchiati al contrasta, e in Locca non a-
vea altro che centacinqaanta cavalieri di measer Ma-
atino e dnqnecenta pedoni di aoldo, onde erano
capitani Goglielmo Scannacd, e ^ngnano da ^tuo^
e Ciapo degli Scolari, e nmaser Benedetta Tedesco,
eh' aveano aasai aiwe di gnardare la città. Ma il
delta Gaglidmo Scannacd al oontinoo procacciava
Locca per li Pisani B partissi di Lucca e andò però
a messer Mutino, e laaciò la guardia a gli altri Ire
eapilanL Lasceremo alquanta de' Pisani e del loro
assedio, e diremo qneUo che i Fiorentini feciono
per la delta guerra di Lucca mossa per i Pisani.
CAPITOLO CXXXU.
Come ì Fior§nimi $i fomiromo eisendo i Pi$am nl-
r assedio di Lmeoy e e&vokaromp soprm queUo di
Sostando i Fiorentini l' apparecchiamenta del-
l'osta che ficeano i Pisani, innanzi che penessono
r assedio alla città di Lucca incontanenta crebbo-
no la loro cavalleria, aicohè eglino aveano due mila'
cavalieri al soldo loro, e mandarono per le ami-
stà loro, per essere apparecchiati, se i Pisani mo-
vessono a loro guerra. I Sanasi mandarono loro
dugenta cavalieri, cioè il comune conta cavalieri, e
le case guelfe di Siena, e gli altri, conta e dugenta
balestrieri, e i Perugini centodnquanta cavalieri,
quegli d'Agobbio con measer tacopo Gabbrielli dn-
quanta cavalieri, il signore di Bologna trecento ca-
valieri, il marcheae da Ferrara dugento cavalieri,
messer Mastino della Scala trecento cavalieri, e dalle
torre guelfe di Roaugna centocinquanta cavalieri,
dal Mgaore di Volterra il figliaolo con cinquanta
cavalieri e dugento pedoni, messer Tarlato d*Arai-
10 con cinquanta cavalieri e dugenta pedonL Prato
venticinque cavalieri e centocinquanta pedoni, Sam-
miniato trecento pedoni, Sangimignano e Gotte da-
acuno con centodnquanta pedoni. Come i Fioren-
tini ebbono rannata loro genta e amistà elessono
per loro capitano di guerra messer Maffeo da Ponta
Corradi di Breada, ch'era loro capitano di guirdìi
in contado. B qneata fa il secondo grande (allo de'
Fiorentini appreaao d prisM» della folle cosq^en di
Lucca, che con lutto che meaaer Maffeo fosse valsnta
e buono cavaUere, non era suOdento duca a gd-
dare d grande esordio. Che nella noaira canl-
leria aveva cinquanta e più conestabili di nMggioi»
aliare di Id; ma l' aad»iuone ddl'nffdo de' vanii
della balia reggenti, ebbono a achifo il aavio con-
siglio del re Ruberto, che d tatto biasimava Tian
presa di Lucca. B però non-vottono per capHaao
mono de' regali anot nipoti, né altri grandi baraai,
per guidare l'iaqireaa più a loro senno. B dò latto
ledono cavdoare il loro capitano con tutta la cavalleria
e popolo grandisdma a Fuoeechio e alTdtre terre
dd Vddamo. B mandarono loro ambasdadorì a Pìm
a richiedere e prolealare a'Pisani, che non d In-
vagliaasono dell' iaipresa di Lucca, com'era ne* patti
della paco espressamenta tra Ipro. I Pisani diedono
loro inllmta e false scuse, e di presenta presono fl
Cerruglio e Monlechiaro, e puoaono V assedio ooa
tolta loro osta alla dttà di Lucca. B, come diceoBO
od passata capitalo, i Florentim avveggendod detta
impresa e tradimenta de' Pisani, inoontaneoto focio-
tto cavalcare il loro i^tXity eh* era nd Valdamo di
sotta in ad contado di Pisa, e furono tremila m-
conta cavalieri e pih di diednùla pedoni di aoMo. B
di presenta presono il Pontadera e il foaao Amodoo,
e guastarono e arsone tolto il borgo di Caadaa, o
la villa di Sandonnino e quella di Sancnaciano, e in-
fino al borgo delle Capanne' presso a Pisa a dae mi-
glia. B poi d rivolsono per la via cbe va in Yddora,
e andare lino a Ponto di Sacco, levando grande pre-
de e faccende grandi ardoni sansa coBtrasto ninao,
istando aopra il contado di Pisa più di j e più m-
rebbono alati, ae non che gran fortuna di pioggia li
aoppreae; onde avendo arse e guasta le ville non n
poterono dimorare nà andare pia innanu, e toraa-
rond addietro a Fuceochio e noli* diro castella del
Vddamo di aolta. B nota, che queato è il terso
gran fallo dell' impreaa di Lucca e mala capilaaerii,
e dò non ai riprende dopo il fallo. Ch' aaad d vi-*
de chiaro, e si disse dinand per li savi e ialendeati
cavalieri di guerra, che a levare l'aModio da Locca
e disertare i Pisad l'oata de' Fiorenlim .d dovea porro
d fosso Amonico ch'era bene albergato, e quatto
aflòrsaré verso Pisa di foad e ateccati e afforsare Poa-
tadera, e fare uno picdolo battifoUe a piò di Marti ia
ad Cutallo di Bosco e in quegli kaciare guardia
e guemigione di genta d' arme per avere ^spedito
il cammino e la vitluaglia. B pd d continuo ftfo
grosse cavdcata in Vddera, e in Yaldicaprese, e ia
Vada, e a Porta pisano, e a Livorno, e alle porte
di Pisa intorno in tomo, e poteano fam ponti di le*^
gnome aopra l'Amo, e cavdcare di là co' loro pea-
nom^ o paasam in Yddiserdiio, e impedire la vil-
tnaglii ohe andava da Piaa ali* oato di Lucca ; ee^
convenin che per neceaaità ai tavasse Toata da Lac-
^ dM^entomOd, dice U T. Davansatt abdoatrando.
' campane, ha 1* Olniitiiia ditta.
* 9opra VAmo^ petétmo di MiKànio ca9dear«i7lof0i^
monte e VàldiierchiOj e in^ptdire oce. Sd. G.
DI GIOVANNI VILLANL
435
et. B dò sentinmo poi da* deUi Pìfani, che di que-
sto alinriiio in grande e oontinoa paora, e oonve-
m per fona TeniMono a battaglia oo*PiorentÌBÌ, e la
balliflia era alTeleiioae e con Tantaggio de^Fioren-
tini. Ma il dea^o ordinato da Dio per ponire le peo-
cata non paò preterire, ohe aedeea Famoio de* po-
poli e decloro dadii e rettori a non laidare pren-
dwo il nugliore partito. B oosì afrenne al noatro
cornane.
CAPITOLO cxxxin.
Cifme i FiùrmUim eonekinio U mercato delia città
di Lucca con me$$er Moitino^ prciono lapoiSèaUh'
ne essendo assediata dai Pisani.
Intra la detta stanza measer Mutino non dor-
mita, mm sagacemente prese suo tempo e mandò snoi
ambasciadori a Pirense,e ridiiesono e protestarono
al cornane che prendesse la possessione della città
di Lacca e delle castella ch>gli teneva; e se ciò
BOB facesse il detto comune, s* accorderebbono co*
Pisani e darebbonla loro. B per aUare lé saa mer*
cataniia e ftire la saa Tcndetta centra i Fiorentini,
come dicemmo addietro, al continoo stsTa in bar-
baglio co* Pisani per trattato di Guglielmo Scannac-
cì, rubello di Bologoa, stato suo capitano in Lucca.
Sopra ciò si tennono in Fircnie più consigli, e per
li pie safi si consigliava per lo migliore che V im-
presa si lasciasse, e che si guerreggiasse sopra il
contado di Pisa, e com* era grande fallo a prender
la possessione di una terra assediata; e che molto
pericolo e spesa ne potea avvenire, e poteasi lasciare
ragìonevolemente coironore del comune, perocché il
primaio patto era per lo presso detto di dugento-
cinqoanta migliaia di fiorini d^oro, messer Mastino
dovea dare la città e le castella libere e spedite. Ma
r ambizione delP ufficio de* venti e dcMoro seguaci,
eh* aveauo fatta l' impresa, vinse il savio e buono con-
sigfio, e deliberarono pure di voleria, dicendo che a
ksdarìa era troppo grande vergogna e abbassamento
dei comune di Pirense: e questo fb il quarto grande
fSillo sopra fallo fatto per 1* nflcio de* venti. E incon-
tanento mandarono due altri di loro compagni e altri
ambasciadori insieme con quelli di messer Mastino al
Btarchese di Ferrera , eh* era mezzano a trattare i
patti. B giunti a Ferrara tosto s" accordò la bisogna,
scemando deUa prima somma settantamila fiorini d*oro
per Taasedio di Lucca e per la perdita del Cerru-
glio e di Montechiaro, sicché rimue il prezzo del
patio a centoftantamila fiorini d* oro. I centomila si
dovesno pagare infra termine d* uno anno, avendo
ventisette nuovi stadichi per sicurtà di ciò, e gli ot-
taataadla fiorini d*oro in cinque anni appresso \ de*
qmli si dovea pagare ogni anno sedicimila fiorini d'o-
ro; e di ciò fe mallevadore il marchese da Ferrara e*l
signoro di Bologna ; o dovea tenere messer Mastino
' Pi& ridso è U dettato della Giimtiiia: in eingue anni
appruÉOf ogm wme sedici mUa fimm i^arOf maitteifadori
di db U narehu§ £*l iignore di Bologna^ e ieners messer
Mastino al suo sotdo ece.
al ano soldo cinquecento cavaKerì infine ^e foaso
levato r aasedio da Lucca. Innami che messer Me-
stino si fosso partilo dal mercato ai aarebbe accor-
dato per fiorini centomila d'oro, sìccohm possessio-
ne diserta e che Tavea per perdu^ta, e ai Pinni in
nulla guisa la volea dare, tutto che né facesse il sem-
biante, e questo era per dispetto di messer Luchi-
no, che con loro insieme Taveva assediata in aua ver-
gogna ; e questo sapemmo di certo, perocché eravamo
presenti al trattato del numero degli atadichi. Ma la
fretta e la troppa volontà di chi 1* avea a fare, o al-
tra privata cagione, e bene si disse per molti citta-
dini che baratteria era stata commessa per i tratta-
tori del primo mercato dell* una parte e dell* altra, e
noi ne aentimmo tanto in Ferrara, quando si recò il
mercato a centottantamila fioriid d*oro, che quelli
che V* erano per messer Mutino dissono, eh* eglino
non avean mai sentito che la prima somma fosse pift
di dugentomila fiorini d* oro. B così, se fero In, i
nostri cittadini savi ingannerò Toste ovvero il no-
stro comune cieco; e fermato il aecondo patto, in-
contanente tornarono da Ferrara i nostri ambascia-
dori co* sindachi di messer Maatino. B di presente
fecioBO i nostri rettori moovera 1* oste ch'era in
Valdarno col capitano, e agginnsono al consiglio del
capitano della guerra due cittadini per sesto; e an-
darono in arme con nobile compagnia a gaggio del
comune, e andarono in sul contado di Lucca, parte
per la via d*Altopa8cio e parte dell* oste n*andò per
Yaldinievole; e accampossi tutta la nostra oste al
Colle delle Donne a di 1 5 di settembre ; e poi eb-
bono la possessione di Pietnsanta e di Barge da'pro-
curatori di messer Mastino. Come Toste de* Fioren-
tini fu accampata, incontanente Toste de* Pisani che
aveano fatti tre campi, si recarono a uno : tegnen-
dosi ancora per quelli di Lucca la fortezza di Pon-
tetetto, che impedia molto la scorta de* Pisani, e pe-
rò v'andò grande parte delToste de* Pisani e stettonvi
più di ad assedio, e per forza combattendola Tebbo-
no. In quella dimoranza la gente di messer Mastino
co* suoi sindachi e co* nostri, e colla gente che si
volea mettere in Locca, che fàron trecento cavalieri
e cinquecento pedoni, con diecimila fiorini d*oro per
pagare le masnade che n* uscivano, e poi con loro
Ciupo degli Scolari e tutti i ghibellini, che v* erano
in Lacca per messer Mastino^ e con cenni di fuoco
ordinati, quelli di Lucca a una Ora usarono fuori e
i noitri V* andarono e ruppero parte delio steccato
a ano. luogo ordinato, e appianerò i fossi, e sani
e salvi sansa contrasto entrarono in Lucca. B di ve-
ro, ae grossa gente fosse cavalcata con loro, era
rotta la gente de* Pissni, che in quel punto non cren
riausi alla guardia del campo più che cinquecento
cavalieri. Entrata la gente in Lucca v* ebbe grande
allegrezza e i nostri sindachi, cioè Giovanni di Ber-
nardino de*Medici, e Naddo éi Cenni degli Oricellai,
e Rosso di Ricciardo de* Ricci, riceventi per lo co-
mune di Pireoie, presono la possessione e la tenuta
della città di Lucca del castello dcH* Agosto dal sin-
daco di messer Mastino, eh* era Arriguccio Pegolotti
nostro antico cittadino di Firenze ghibellino, a dì
21 di settembre. E il detto Giovanni di Bernardino
436
CRONICHE
de^ Medici, diserà ordio^to ohe ae Cmm oepiluo» il Bostro oapilioo metter Maffeo eoa qne* Fierwtiii
ti fece Our» oevtUere, e N«ddo e Rotto rimatooo ce- ' che y" erano, con teelta delle ■ìgliorì matntde che
merlingbi per lo oomiiBe della moaela che vi ti naa- ' fottoao ael canpo noelro, e co* Seaoti e eoa piii dot-
diva per ptgtre le oAttnade a cavallo e a piedi, tetti che v'eraao delle categaelfo di Sieaa, efeee-
e foraìre l'ordine della vitiuagUa. E fecionlo ti be- ' viti de^ cavalieri, eporlaronti fraactaieatai E in quella
ne ciatcono de^ deUi come innaaii ti (roveri legf cado. ' tohiera fa tMtter Ghiberto da Fogliaao, e Frìgoaao dn
Setto, e ano conte d* Alaauigaa» e metter Beoedello
CAPITOLO CXXXIV. Tedetco eh* era colla ffcnle di metter Mattine, che
in qaella fiomata fecioao con gli altri intieaM cote
maravifliote odi grandi' prodetxe d*arme, ettendo
fttciati di cotta con trecento halettrieri. Lt tchien
grotta con tatta Feltra cavallerìa e popolo é colk
Ettendo la detta nottrt otte in tal Colle delle ' talmerìa cerca, che fa foUia, goidavano gli altri
Donne e in tu quello di Grignano, più tcaramacci capìtmii. E metter Giovanni della Vellina di Borgo-
Come r osi§ de* Fiorentini fu tconfUta ia quelia
de'
abbono la nottra gente con quelle de* nemici, ch'e-
rano a San Gremigno e a San Gennaio, quando a
danno dell* una parte e qoando dell' altra ; e for-
nendo Lacca di contiono di moneta, che altro non
bitogntva loro, perocché per danari i Tedetchi del-
l'otte de' Pittai di di e di notte fornivtno Lucca di
ciò che hitogaava. Ma la ingannevole fortuna, om
più la mala provvedente dell' uficio de* venti della ba-
lia e del loro contiglio de' reggenti eh' erano in Fi-
rente, che a cittchedunq per la loro ambizione pa-
rca attere il buono Altrdo di Velieri, o il conte
Guido da Montefeltro mattrì di guerra, ti dilibera-
rono ohe la detta nottra otte itcendette al piano
inverto Lucca, e prandettela battaglia oo*PitanL E
quatto mtndarono, upramente comandando al ca-
pitano dell* oate. E quetto fu il quinto fallo, e tan-
ta rimedio, perocché Lucca era fornita ancora per più
d*otto moti; e ciò tspeauno di certo, e tutto di ti
fornivt per lo modo detto ; perocché tttndo a bada
co* Pittai e fermi, gli ttracctvtno e contnmavano di
tpeto in poco di tempo. E di vero ti tenti, che indu^
giaodoti poro quindici di di non combattere, metter
Oiovtnni Yitconti ti partiva con tutta la cavallerìa del
aignore di Milano, perché i Fitani non gli otterva-
vano i patti promeati, e ciò ti ditte in Firante poi,
quando vi fu.prìgione, paletemente. L* altro grande
fallo e patiia fu ad andare a combattere a poata e
a vantaggio de' nimici, eh' erano dentro alla fortei-
ta del fotto e dello tteccato di loro campo, e pò-
teano prendere e latciare la battaglia, e rinfretcarai
a loro potta e a loro vantaggio ; e oltre a ciò non
erano meno, ma molta più gente de* noatri a cavallo
e a piedi; ma al fallo della guerra ne tegul incon-
ttnente la ditcipUna. 1 capitani dell' otte obbeden-
do il comandamento che venne da Firente, ovvero
per punire i nottri peccati, il dettino di Dio ve li
condtttte. Il di di ctlende d'ottobre tcetono al pia-
no di Lucca, e accamparonti la notte al luogo detto
la Ghiaia al greto del Serchio, pretto al campo
de* nimici a meao d* nao miglio, e V una parte e
1* altra feciono la tpianata; p quelli del campo di Pita
abbatterò verto la tpianata una parte dello ttecca-
to, e rìchietono i nottri dibattagha; i nottrì 1* ac-
cettarono per lo giorno appretto. E coti il martedì,
a di 3 d*ottobre 1341, le due otti t' affironlarono.
1 nottri ch'erano rinmti daemilaottooento cavaUerìe
popolo grandittimo feciono due tohiere , 1* una di
milledogento cavalieri per feditorii la qoal coadaeeva
' gne avea l' iategna reale, che per bontà de* nottrì
cittadini non vi. fa neuno che chiedeate volerla por-
tare. I Piaani eh* erano tremila cavalieri feciono tre
tchiere ; l' una di feditori da ottocento cavalierì, e
conducevala il conte Nolfo da Montefeltro loro a-
pitano, fuciata con molti halettneri genoveti e pi-
taai, che n'avevano più di noi e aiigliorì. L'altra
grotta tchien co* cavalieri del aignore di Milano
guidava metter Giovanni Yitconti da MHaao coli* in-
tegaa della vipera. Uà* altra tchiera di quattroceato
cavalierì era potta addietro pretto alla bocca de' lo-
ro ttecetti alla guardia di quella, perché i aottrì
di Lucca eh' erano otciti delle città non attalittoDO
il ctmpo. Quella torta tchiera de' Pitani guidava met-
ter Ciupo degli Scolari aottro cittadino, ghibellioo
e rubeUo, e il di ti fece cavaliere, e metter Fraa-
cetoo Cattraoani. Fatte le dette tchiere, le due otti
a' affrontarono iatieme in ta 1' ora della tene; e
prima t'affrontarono ifeditorì daU'uaa parte e dal-
l' altra. La battaglia fu atpra e forte, perocché da
ciatcont parte de* feditori era il fiore della caTalle-
rìa dell' otte^ e per la forte percotta de' feditori
de' Pittai, tutto che fotte meno geato che la no-
stra, fece cipignere addietro la tchiera de' nottrì fé-
ditorì ; ma poco appretto i (editorì de^ Pitani foro-
no rotti e tconfitti; e fuggendo parte te ^le tonò
addietro agli ttecetti e parte all'altra achiera grotta,
I nottrì feditori avendo avuta la vittorin contra i fé-
ditori de' Pitani, francamente attaliroao lt loro
tchiera grotta; e quella fo aaa ritenuta e atpra bat-
taglia, e durò iafino dopo ooaa, e fecoviai di gran-
di mipraviglie di cavalieri^ e foroovi abbattati di molti
cavalieri^ per i molli halettrieri che v* erano dairoat
parte e dall'altra, e fu abbattuta riat^^oe di mei-
ter Luchino, e proto metter Giovanni Yitconti ca-
pitano della tua gente, e Arrigo di Cutruccio, e
metter Baldo de* Fretcohaldi, e altri nottri citudiai
otciti, e più altri de* migliori Pitoni che vi futtero
a cavallo ; i quali, rotta e abaragliata la dette tchieia,
con tutto che rilevattono un'altra iategna delle vipen
di Milano, parte di loro n'andarono ' nella tchiera di
metter Ciupo degli Scolari, ohe ttava feratt. E con
tutto che i nottri feditori combattettono e cacciattono
i nimici, la aottra achiera grotta non ti motte
' dopo nono, t gr am morttUùà v* ébU di eovaUi • M^
(Hto di tOMUirì ptr fco.
* $i rennoderma colto K^ìare teo* laggtal aaUa QiaaiiBai
DI GIOVANNI VILLANI.
439
mttdò a Fìrai>e del mete di novembre una grande
a^bafciata, eie fa il Teeoovo di Grufo grande naeitro,
e moMer Gianni Barile de* maggiori di Napoli, e
Nioeola degU Acoiainoli con grande compagnia, e
feee per quelli domandare in ano grande consiglio
la peiaeaaiotte e aignoria della città di Lacca, come
ana e di aoa giarìdiiione, eon tatto che gli fosse
tolta da Ugnecione della Faggiuola e dal comune di
Pisa, come aaaai addietro facenuio meniione. B se
dò ai facesse per gli Fiorentini prometterà tutte le
SM forse per mare e per terra centra^ Pisani> a fare
tutte le nostre vendette e levare V oste loro da Lucca,
aliaundosi di certo, che i Fiorentini per la loro al-
teteiaa cosi grande costo e danno e vergogne, come
e^no n^ aveano ricevuta per V impresa di Lucca,
negasaono la sua dimanda e richiesta, e dò faccende
aRrea giusta eausa di negare T aiuto addiautndato per
lo nostro comune, l Fiorentini sopra ciò saviamente
aernsati e eon buono consiglio liberamente rispuosono
agU amhaseiadori, e in loro presenxa rifermarono in
qoello joonslglio di dare al re, o a loro riceventi
per Ini, libera la possessione di Lucca \ e feciono
sindachi a ciò fare, e andarono per iscorta con loro
in Lucca, e dierono loro la possessione e "1 dominio
eolie carte bollate. B ciò fatto i detti ambasciadori
del re Ruberto andarono a Pisa, e rìohiesono i Pi-
sani per parte del re con solenni protestsgioni che
ai levaasono dalP assedio della sua città di Lucca. I
Pisani parendo loro che la detta richiesta fosse opera
dìssimolata apposta de* Fiorentini, la qual cosa nel
vero non era, ma come che si fosse, a* Pisani ne
pnrcfva avere mal partito alla mano a recarsi il. re
Ruberto contro, e d* altra parte non voleano levare
I* assedio da Lucca, e dissimulatamente dissono di
rispondere al re per loro ambasciadori ^ e.cosl feciono
dilatando e menando il re per parole, e non vollono
in fine fame niente ; ma rafforzando di continuo Tu-
sodio di Lucca colla forza di messer Luchino Visconti
• degli altri tiranni di Lombardia di parte Imperiale;
ed era a* Pisani assai agevole, essendo ti presso a
Lacca, a rafforzare V assedio.
CAPITOLO cxxxvin.
Com$ i Fioremiini mandarono al r§ Ruherio per
amia a non Vebbono^ a ciò che ne uguì.
I Fiorentini veggendosi cosi menare mandarono
loro ambasciadori a Napoli a richiedere il re Ru-
berto d* aiuto, e che mandasse uno de* nipoti per
loro capitano, e che osservuse i patti che aveano
promesso i suoi ambasciadori quando gli fu renduta
la possessione di Lucca, come detto avemo addie-
tro ; i quali ambasciadori con grande istanzia e con
grande studio seguirono; ma poco valse, che di nulla
si BBOSse il re, bargagoando di mandare il duca
d* Atene con seicento cavalieri al soldo, pagando il
cornane di Firenze la metà ed egli 1* altra metà, e
nncora, non potendo meglio ottenere, fu accettato
per lo nostro comune, ma il re non lo volse osser-
vare. 0 avarizia, nimica della resle virtù e di ma-
gnanimità, come guasti ogni bene, e ogni onorata
impresa! Che se il re Ruberto ci aveue osservata
la promessa ch'avea fatta fare al nostro comune per
i suoi ambasciadori, e mandato uno de* nipoti con
mille cavalieri (pagando noi il mezzo soldo) ali* o-
ste de* Fiorentini, e dodici galee armate sopra i Pi-
sani a tor loro l* entrata del porto, che assai gli era
leggieri a fornire questo, di certo colla forza e rau-
nata de* Fiorentini i Pisani con tutto 1* aluto di mes-
ser Luchino di Milano e degli altri Lombardi non
avrebbono avuto podere di tener campo né assedio
alla città di Lucca. Per lo quale difetto del re Ru-
berto qacquono molti inconvenienti e^ pericoli eden-,
ni con sua vergogna e del nostro comune, come ap-
presso si potrà comprendere; che i Fiorentini si con-
dussono a fare oste per loro, e di soccorrere Lucca
con più di quattromila cavalieri e popolo infinito,
come nel seguente espitelo si farà menzione, con
poco onore e grande spendio. Ma qjoello che più por-
tò di rischio e di grande pericolo, non solamente al,
nostro comune, ma a tutta parte guelfa e della Chie-
sa, e a tutta Italia, ed eziandio al re Ruberto e a
tutto il suo regno, si fu, che per lo sopraddetto
isdegno preso col re Ruberto per suo grande di-
fetto, certi reggenti del nostro comune per soddu-
cimento di messer Mastino della Scala mandare se-
gretamente due popolani de* maggiori reggenti di
Firenze ambasciadori con quelli di messer Mestino
a Trento ali* entrare della Magna, dov* era venuto il
Bavero, che si facce chiamare imperadore, per altro
suo bisogno ; eglino attentarono per tal modo, ohe
egli mandò a Firenze e poi alla nostra oste più de*
suoi baroni con da cinquanta cavalieri la maggiore
parte di corredo; infra gli altri caporali vi fu il
duca di Tocchi e il suo Luvomastro^ col suo grande
suggello, e il Porcaro conte, promettendo, se il no-
stro comune voleva ricevere il duca di Tocchi per
suo vicario con larghi patti, che farebbe partire tut-
t* i Tedeschi del oampo de* Pisani, incontanente che
vedessono quel suggello, e romperebbono Toste de'
Pisani, e tornerebbono tutti dal lato nostro. Di certo
veniva fatto; ma sopra ciò avuto i nostri reggenti
segreto consiglio con certi cittadini, savi e amatori
di parte guelfa e della Chiesa, a cui toccava lo stalo
e più parte di esso che a coloro ch*avean menato
il detto trattato, s*awiddono che ciò faccende era
pericolo di far tornare il reggimento di Firenze e
di tutta Toscana assai tosto a parte ghibellina e
d* imperio, e consigliarono che non si seguisse il
detto trattato per lo migliore^ e che l* impresa si
seguisse da noi a* Pisani ; e cosi rimase , i detti
baroni si tornarono nella Magna. Ma per la detta
loro venuta il re Ruberto entrò in tanta gelosia,
che non sapea che si fare, temendo forte che i
Fiorentini non prendessono rivoltura di parte impe-
riale e ghibellina. B molti suoi baroni e prelati e al-
tri del regno ricchi nomini , eh* aveano depositati
loro dsnsri alle compsgnie e mercatanti di Firenze,
per la detta cagione entrarono in tanto sospetto.
> Lmjfómoitro dice la Qiuntina, td agli era nn gran
•inisoaloo o altro ministro prineipala nella Corti, col si dà
per ordinarlo U titolo di grande.
440
ORORIOHB
che oiaieanp ToUe MMre pagato, e faU ia Rraa*
se la oradansa» a in tutta parti dova araaso a hn^
par modo cha poao tampo appraaaq par aafiooa di
dò, a par la fravana dal eomaa a par la par-
dita di Lvoaa, appraaso molta bsoaa oonpagoia di
Firaose aa fallirono, la qoali foroao qaaata: qaal-
la da* Parani^ gli Acoiaiaoli, tatto cka non tm^
aaffloao allora par loro graada potaua oh' araaao
io conoae, ma poco tempo appraaso liHiroBO, i
Bardi abbono nno grande cralto, e non pagavaiio a
coi dovevano dare, e poi por feUirono ; i Bonaooor-
ai, i Coccia, gli Anteìleai, qnelli da Uuano, i Cor-
sini, i CastaHani, i PerondoU, e più altri aingniarì
mercatanti e più altri artefici di pieoole compagnie,
e fa grande danno e roma de' mercatanti di Fìren-
le, e unir eraalmante de* detti dltadmi ne tega! mag-
giore danno al eomane cke della aconltta e per-
diU di Locca. B 0ota, per gli detti fallimenti delle
compagnie mancarono i denari contanti in Firente,
die appena se ne trovavano. E le poasesdoni ch'e-
rano in città, a volerle vendere si davano le dne
derrate per uno danaio, e non ai trovava il com-
pratore, e in contado il terso meno a vaiata, e as-
sai più calarono. Lssceremo di dire della detta ma-
teria, e diremo della grande oste che i Fiorentini
feciotto per liberare Lacca dall* assedio de' Piaani, e
non venne loro fatto.
CAPITOLO CXXXDL
Vuns gronde emobik oiie che i FiareiUmi fa-
ciono poi per levare i PUani ieW aueiio deUa
ciiià 4i Lueem.
Volendo i Fiorentini aegaire la loro folle isi-
praaa di fare oate per levare i Fisani dall' assedio
di Lacca, e sentendo che falliva a «fneHi d'entro
assai tosto la vittnaglia, abbono più di daeaule ca-
valieri oltramontani assai baona gente al loro aci-
do*, e dttadini a cavallo ve n'ebbe qaaranta con aei
condglieri del capitano che In nuda prowedensa ; e
non si ricordavano i rettori di Firenze di qncUo che
scrìve Locano di Cesare qaando ficea le ane osti,
non dieea alla sne milisie: anda/a, ma eantle; e dò
faccendo aveano sempre vittoria i Romani E eoal
avviene il contrario a* signori e rettori de' comuni,
qaando peraonalmenle non aono a guidare i loro
eserdti, lasdand|o la cara e prowedenza a' soldati
strani : e qaeato beati, che la aperiensa approva il
fitto. Alla nostra oste oundò in aiuto nraaser la-
atino cinquecento cavalieri; il signore di Bologna
dnqueeento cavalieri ; il marcheae da Ferrara quat-
trocento cavalieri; le terre guelfe di Romagna du-
gento cavalieri ; i Sanesi trecento cavalieri ; da' Fa*
rogini centocinquanta cavalieri; d* altre terre d' in-
torno e da' conti Mdi gnell diedmifai tra pedoni
e balestrieri ^ munade aanii i dttadini e distret-
tuali: a dieronsi l'insegne domenica d'ulivo a di
24 di mano, e il di di Nostra Donna appresso, 1342,
si mosse 1' oste e andonne in Valdinievole. E qae-
ato fu il sesto errore e grande fallo de' venti della
balia che gtddavano la gnerm e 'I reggimento detta
dttà. Che e% ancora foaaono iti a porre oata a Kaa
e aaaediarla, era vinta hi goarra, e levato raasadia
di Locca ; ma non lo permiae IdAo por i nostri di-
fetti e peccati, per arrogere alle noatre discipline a
ispendio e abbaaaamento deUa noaCra dttft , e can
nostra vergogna avendo rannata si grande potan-
Kia e si nobile oste, che sarebbe stato aiSdente a
uno reame. Bene fu gran colpa di questo difetto de'
nostri dttadini ch'ermio caporali in Lnaea, oh'al can-
tinuo acriveano in Firense: eoewrrHe^ eoeeerrete^
che la terra non è férwUa per un mem: ed ars
fornita per più di tre. E tutto fu dd fhUo doHn guer-
ra veduto dinanai per U aavi Paititnm In dotta osta
da Feada e di Val<&nievole n di t7 di mano, d
pnoaono e aecamparonu in ao 1 poggio di €rigaa
no e in au M Colle delle Donne^ ove fu Taltra vol-
ta; e in quo' luoghi tanno 0 nostro co|étano, dai
meaaer Malateata d' Arimino, «i aieao e meno h
noatra genta atando in vani trattati di ooffoaiH'era i
soldati dell'osta de' Pisani, non faccendo provn o n^
lenda alcuna, come poteva e doveva avanèo tanta
buona genta a eavaUo e a piedi; hm meaaer Mala-
testa trovò il rocco a petta al cavaMere, die il ca-
pitano ddl' oata de' Fisani, ara Nolfo flglinota dd
conta Federigo da Montefollro ano parente, che aa-
pea dette volta romagnnole lenendoto ni- trottato va-
no altred beae come Im ; e molti dltadW ne pre-
aono aospetto d'inganno e tradimento per la lunga
starna, perdendo tanto tempo beUo e itile, onde la
ripreao messer Mdateata, e lundato gli Ai a dira
da Firense riprendendolo forta che awveaaa V osta
conira i ninud, che che'nwenire ae no doveaaa. b
questa stanne i Fisani e i loro collegati non dormi-
vano, e diaaeai che i Tarlati d' Aronao trattavano di
rnhdlaro Arenao al nostro comune. B àogliefaBW de-
gli Altoviti, ch'era capitano di gntfdin in Araaaa,
fece pigliare meaaer Fiero Saccone e aMcaor Bidelli
e meaaer Lnno e Guido tatti de' Tarlati, e manda-
gli preu a Firense; e nel pdagie do' priori di ao-
pra atettono in pregione più tempo, e chi gti Imr*
va colpevoli e chi no; ma per quello che aagd
appreaao, nM>atrò che foaaono colpevoli; e più volta
si tenne consiglio di gindioarli n aiorta, ma non d
ottenne, e fu il peggio per gli corrotti dlta^aL B
fa fatto prendere in Lucca messer Tariato e Isnata
sotto cortese guardia, il quale poco appresso ascan»
do fmoii di Lucca a diporto con meaaer Giovaad
de' Medid d fuggi nd campo de' Piaa». E pd par
gli altri Tariati d rabellarono molta teifo e aastdli
di loio e dd contado d'Areaio agli Aretini. Gli 0-
balani d mbdlarono al nostro oomune colla Ambi
de' ghibellini di Romagna, e con corta bandiara di
getto a cavallo di meaaer Loehino di liBano« a as-
sediarono la terra di Firenauola, e andandovi di aa-
stra gento di Magnilo per aoocoirorla male oidi*
nati, dalla qnda era gridatore nno do'Modid, Ava-
nò por agnato aopprosi e rotti a Rifiredo; e paobi
di appreaao abbono Firemuola per trn£sMata d'a^
cono loro fedele che v'abitava dentro, e tatia Par*
sono e disfedono, e ripuosono di sopra MoatMola-
reto, e afforsaronlo; e per tn£mento ebboao il M«
atollo di Tirli che non ora fornito, che U gn*'*
M GIOVANNI VILLANI.
441
vergogim dd ftostro cornane. B gli in)ertim e i
FttEd di Valdfeno robellaroiio Castiglione loro et-
■lello, 6 Campogiallo e la Treggiaia, siooliè intorno
d nostro contado avea grande bollore stando la no-
stra oste in sQ quello di incea.
CAPITOLO CXL.
Come r OMte dé*FiorenHni si sirinse a Lucca per
famMa^ e non potendo fornirla Lucca smarrendo
a* Pisani,
Partissi «esser MalatesCa colla nostra oste a
dì 9 di maggio <ia Grignano; e i Tedeschi delle no-
stre masnade per essere male ordinati rubarono
tatto il nosM campo, e scesono al piano e accam-
paronsi a San Piero in Campo di costa al flnme del
Serchio^ presso ■' nimici intomo di doe guglia ; e
quel di giunse aeiroste nostra il duca di Tecchi e U
Lnvomastro e il Porcaro conte, per la via di Bolo-
gne e di Kstoia con baroni del BaTaro, e con cin-
qvnnta arandure e con venticinque cavalieri a spe-
roni d* oro 9 ciascono con grandi destrieri e molto
nobile gente, col trattato ordinato a Trento ali* en-
trare della Magna col Bavero e co* nostri amba-
sciadorì, come sddietro facemmo mensione. U det-
to di giunse alla nostra oste il duca d* Atene, e
venne da Firense con messer (Jgoccione de* Bondel-
monti e con messer Manno de^ Donati con certi ca-
valierì franoesehi a' nostri gaggi, e con sua bandiera.
B adi 10 di maggio la mattina per tempo si mosse
r ot^ da San Piero in Campo cavalcando schierati
da ano ouglio e messo verso i nimici richeggendoli
fi battaglia; e* non vollono uscire fteori deMoro steo«-
coli, e di ciò féciono saviamente. La nostra oste, non
potando avere la battaglia, passarono due rami del
ftme del Beroàio; e il terzo ramo era sì iogrossato
per oeqaa ritenuta- per gl'inimici e per pioggia in-
ooounuata, che la sera non poterono passare, e
quella notte con grande dingio e soflìratta^ di vittua-
^a e di tutte cose, e assaliti da' nemici stettono in
sv qneir isola, fhocendo quella notte iìire uno gran-
de ponte di legname per pusare sopra quello ramo
del Serehio. B il di appresso passò tutta V oste di
le alqoanto sopra il colle di San Quirieo, dove era
mo fèrie battifolle guernito per gK Pisani alla gnar-
dk del poggio e del ponte a San Onirico. Veggen-
éo i Pteara che i nostri aveono passato il fiume, te-
nendo di perdere la fòrtessa di San Ooinoo al vi
mandarono pie gente alla difesa, ed ebbe tra la no-
stra gente e la loro più badalucchi a danno de*Pi-
oani. B fi oerto si disse, se *1 capitano nostro aves-
se fktto pugnare' la nostra oste verso la fortessa, i
Pisani r abbandonavano ed era vinto il passo; che
non v' era comparasione dalla (orsa de* nemici alla
nostra gente, ohe solo i ribaldi e i ragaid deiroste
nostra evrebbono vinto colle pietre il battifolle e '1
poeta. B fi dò fu ripreso forte messer Molotesta,
il quale eolia nostra oste valicò oltre, e eocampossi
' V. A. mmteammto, earettìa; quasi dioease sojferimento*
' Notevole è questo : pugnare pm'io Im /ort$ma.
in su uno poggio incontra al prato fi Lucca , lascian-
do addietro la fortesza e la bastia fi San Onirico* B
se '1 capitano fosse almeno soèso al piano fi centra al
prato fi Lucca, sì si forma la terra per forza, e parti-
vasi Toste de' Pisani in rotta; perocché non era an-
cora per i Pisani fatta chiusa nò fortezza alcuna al prato
di Lucca da quella parte. B oltre a ciò, i nostri ch*era-
no in Lucca, uomini e femmine e fanciulli, veggendo
la potenza della nostra oste armati e disarmati usciro-
no al piano sanza contrasto de* nimlcL II capitano
nostro pure volle che Toste s'accampasse al poggio
quel di, e là notte cominciò grande pioggia, ma però
i Pisani non restarono d' affbrzare il battifolle di
San Onirico, e afforzarono e steccarono il prato pras-
so al Serehio, sicché i nostri non potessono valica-
re. I Pisani ridussono in sul prato tutta la loro po-
tenzia dell* oste appetto alla nostra, e qoiri dimorò
la nostra oste quattro giorni sanse fare alcuna cosa
con grande soffratta fi vittuaglia per lo mal tem-
po, e fu talora che vi valse il pane solfi tre 1* noe
o più ; e poi a fi 1 5 di maggio si racconciò il tem-
po. Uno messera Bruschino Tedesco con sua ban-
diera e compagnia valicò H' Sarchio insù Tora fi
vespro, e cominciò uno badalucco co* nimici, e se-
guillo il duca d'Atene con sua gente e ingrossò si
il badalucco che più di millecinquecento cavalieri e
più pedoni de* nostri valicarono il Sarchio, e per
forza ruppono gli steccati e misono in fuga i nimi-
ci ; e se fessone stati seguiti da* nostri, e bastato
più il giorno, e rimasi in su *1 prato, i nostri avea-
no la vittoria; ma la notte fece fare la ritratta. In
quella medesima notte i Pisani con molto affanno e
sollecitudine rifeciono i fossi e gli steccati più forti
che prima, e ricominciò la pioggia e il Serehio a
crescere, sicché non si potea passare né guadare da
quello luogo, tante furono le traverao e le fiffalte della
aostra oste per la mala condotta. Veggendo il no-
stro ospitano afforaato il campo doTiseni e non potere
fornire Lucca con sua grande vergogna e del noatro
comune e de* nostri amici, si parU con I* oste do-
menica a dì 19 di maggio, e tomossi di qua dal
Sarchio, d* ond* era venuta ; e ripassarono il Ser-
ehio per la via d* Altopascio , e pnosonsi in su *1
Cerruglio a dì 21 éi maggio, e a quello dterono
la battaglia e non T ebbene; e poi ai partirono e
tornarono in Valdarno con grande vergogna e gran-
de dispendio de* Fiorentini. E da Fucecchio si par-
tirono a dì 9 di giugno duemila cavalieri con molti
pedoni, e cavalcarono ih su 1 contado fi Pisa fac-
cende danno assai ; e centocinquanta cavalieri de* Pi-
sani che venirano a Marti furono presi da* nostri.
Ma poco valse la buona provvisione a venire sopra
al contado di Pisa. Quelli ch'erano in Luca veg-
gendosi abbandonati del soccorso e da tanta poten-
zia cercarono loro accordo co* Pisani, e renderò lo-
ro la città di Lucca salve le persone con ciò die
ne volessono trarre : e questo fu a fi 6 fi loglio
nel 1342. B nota, ohe al principio che 1* oste no-
stra era a Grignano i Pisani vollono di patto, fac-
oendo pace, dura di Lucca al nostro comune een-
tottantamila fiorini d* oro in sei anni, per quelli che
|aveano promessi a messer Mastino; o oltre a ciò
44d
CRONICHS
TolloDO ogii tano p«r la fefta di San CSioTtnii da-
re al ■oilro ooBuue per oaufgto in perpetoo ftorìii
dieoMiila d' oro, e ano palio e nao carallo ooTerlo di
searlatto di vaiata di dageolo ftorìii d'oro. I più de*
Fioreotiiii yì s^aocordiTano per fuggire iapesa e guerra.
Ma Ceani di Naddo degli Oricellai, che allora era de'
priori e il figlinolo era in Lacca, nomo proaontaoao,
non raaaenll, Ma egUasaentt il contrario con sua setta,
e preaesi 0 peggiore, cooie noi aiamo naati. Onde per
qnello che n'aTrenne abbaaaò nM>lto lo stato de*
Fiorentini, avendo pik di qnattroaula buoni cavalieri
e popolo aasai e infinito, a perdere al latta gara e
impresa per i nuli eonaigli e nuda condotta e per
nMdn capitanerìa; ovvero pinttosto per gindicio di
Dio, per abbassare la anperbia e avara ingratitudine
de* Fiorentini e decloro rettori. Luceremo alquanto
de* nostri fatti, obe asssi n* abbiamo detto per que-
sta volta, e direaM d* altre cose cbe furono in al-
tre parti in questi tesapL Ma non volemo lasciare di
lue memoria della profesia, ovvero predestinaaione,
che ci mandò da Parigi il savio e valente maestro
Dionigio dal Borgo della noatra impresa di Locca,
come facenuBO uMnsione addietro nel capitolo che
tratta della morte di Cutruccio, che tutto fu vero ;
che quegli per cui mano avemmo la tenuta della ai-
gnoria di Lucca, e cbe era sindaco di messer Ma-
atino, fu Gugliebno Scannacci degli Soannabeccbi di
Bologna, eh* avea V arme com* egli disse nera e roa-
na, ciò era Tarme rossa e uno becco nero. E come
fu con grande aflhnno e iapendio e vergogna del no-
stro eofluine, assai chiaro si mostrò a chi bene com-
prese Tavventore cbe di ciò occorsono, siccome per
noi è latta uMnaione col vero addietro ad etema
CAPITOLO CXU.
Coma tu MsMìna m BrabtmU i'apprme U fkoco a
orsa !e due parti della terra.
All'entrare di giugno 1342, disswedutamente
apprese il fuoco nella terra di Mellina di Brabante
e Ài si impetuqso e sansa avere rimedio di soccorso,
che V* arsono più di cinquemila caae, e andando Tn-
no parente a soccorrere Taltro, in poeo d*ora avea
novello che la casa sua ardeva. B arse la grande
chiesa e il palagio della lana con più di quattordici
augliaia di peue di panni che v'erano dentro, e mo-
rirvi molte persone uomini e femmine e fanciulli, con
infinito danno e masserìsie e arnesi e altre mercatan-
aie, che fa ano grande gindicio di Dio.
CAPITOLO CXLIL
Co$ae ii popolo d* Ancona corse a remore e cacciò
tutti i loro grandL
Nel detto anno 1343, ali* entrare del mese di
gingnOi per ingiurie rìoevnte da eerti grandi si levò
in furia il popolo minuto d'Ancona e fece rsaora,
e assaUrono i nobili e* grandi della loro àtti;eBntt
ne ucdaono e fedirono, e cucciarono daÓa tana
e rubarono le loro case ; e fh grande e erodale oye-
raaioae, che cosi necisono qneHi che non araw
colpevoli, e che non aveano fatto male, come i col-
pevoli e tntt*i nobili e innocenti e eoA aspnmmle
fàron paniti sansa miaericordia alcuna.
CAmOLO CXLQL
Come wtori U dmca di BreUagnaj e la foenadmu
Nel detto anno 1342 mori il daca di Bratta-
gaa di sua aulattia e sansa roda amacnliaa. Qaaita
era per lo ano aigaoraggio il BMggioro baroae di
Francia, e de' dodici peri, e rimane di Ini una figlinoli
la qaale era au»glie del siri di Voglieri e visconti
di Limoggin; e questa donnn aveva onn figliuola U
quale il re Filippo di Valoia re di Francia, iMcto il
detto duca, la auritò a Cario di Broa ano fipate fi-
glinolo deUi seroochis, e fecelo duca di Brettagna, on-
de i Brettoni fbrono bmI contenti, e qoaai la auggiera
parte si rufiellarono e fedono duca ii conte di Moa-
forte, figlinolo che fu del fratello carnale del soprad-
detto duca, a cui succedea il retaggio per linea ma-
scnUna ; onde il re di Francia ne fu moHo ripnao
di mancamento di ginatiua, molando l'ordine e
le consuetudini de* baroni di Francia per lo nipote,
e fece contro nlla ann eleaione uNdeaimn del reame,
eoBM è detto per noi in altra parte, soeeedeado il
reame di Fraacia per feaunina, e al re Adoardo la
d*Iaghilterra, che gli succedeva il reauM di Frauda
per la madre; ma i aignorifanno e diafaano le leg-
gi a loro vantaggio. Onde ne nacque grande gaecm
che ii detto conte cof parte di Brettoni ai collage
eoi re d* leghilterra, e colle loro fono feoieno molti
guerra al re di Francia come seguirà per innsasi.
Del detto torto Catto al conte di Moaforte per Fi-
lippo re di Francia toato ne fece Iddio vendetta cen-
tra il detto re e contm Carlo di Bros, come si tro-
verà innsnsi nell'anno 1340, e l'unno 1347; pe-
rocché niuna giuata vendetta non rimane impuniti
benché ella s*indugi;e questo beati alla preaente ma-
teria. Lssceremo ni presente de' fatti d'oUmnionti, e
tomerenvi quando fin tempo e luogo; e comincere-
nM> il duodecimo libro, con» i Fiorentini per loro
male stato elessono per loro signore il duca d' A-
tene, e conte di Brenna di Francia, onde ne segni alla
noatra città di Firense grandi e grandiaaimi muta-
BMnti e sovversioni, e pericolo e disCMimento deUa
nostra città per la tirannia, cobm per innanai leg-
gendo si potrà chiaramente trovare.
DI GIOVANNI VILLANI.
4U
LIBRO DUODECIMO
CAPITOLO PRIMO.
Qm cùtmmcia il duodecimo liltro; come U duca (T À^
iene e conio di Brenna di Francia occupò la tt-
gnoria di Pirente^ e quello che ne seguì.
CoDTieae cominoitre il daodecimo libro, che
rìoliiede lo siile del noitro Imitato; perch'è nooTa
materia, e grandi matamenti e diverse .rìyolasioiii
arrennero io qoesti tempi aUa Dostra città di Piren-
se per le nostre discordie tra* cittadini, e per lo male
regfimenlo de>enti della balia, come addietro aye-
BO fatta mansione; e fieno si diverse, che io ante-
re, che Ini presente, mi fa dnbitare che per gli no-
stri successori fieno appena credute di vero ; e fu-
rono pare così, come diremo appresso. Tornando la
detta nobile e grande oste e malawentarata da Loc-
ca, e rendotui Locca a* Pisani, i Fiorentini parendo
loro male stare, e feggendo che messer Malatesta
nostro capitano non s'era ben portato nella detta
goerra, e per tema del trattato tenuto col Bavaro,
come addietro toccammo, e per stare piik sicuri, e-
lessono per capitano e conservadoredel popolo mes-
ser Gnaltieri duca d'Atene e conte di Brenna di Fran-
cia, all'entrante di giugno 1342, con salare e ca-
valieri e pedoni ch'avea messer Malatesta, per ter-
aaine d' uno anno. B volle il detto duca, o per suo
•giamento, o per sua sagacità, o per quello che ne
aegid appresso, tornare a Santa Croce al luogo de*
firati minori, e la gente sua alloggiò d'intorno. B poi
in calen d* agosto appresso, finito il tempo di mes-
ser Malatesta, gli fu aggiunta la capitaneria gene-
rale della guerra, e che potesse fare giustizia per-
sonale in città e di fuori della città. Il gentiluomo
Tcggendo la città in divisione, ed essendo cupido di
moneta, che n^avea bisogno come viandante e pelle-
grino, e bench' egli avesse il titolo del ducato d'A-
tene non lo possedeva, avvenne che per sodduzione
di certi grandi di Firenxe, che al continuo vi cerca-
Tano di rompere gli ordini del popolo, con certi
grandi popolam', per essere signori e per non ren-
dere il debito loro a cui doveano dare, e senlendo
le loro compagnie essere in male stato (de' quali per
innansi al luogo e tempo ci converrà fare menzio-
ne) al eontinovo a Santa Croce P andavano a censi-
glbre, e di di e di notte il confortavano che si
recasse al tutto la signoria libera della città in mano.
D quale duca per le cagioni dette, e vago di signo-
ria, cominciò a seguire il malvagio consiglio, e a
diventar crudele e tiranno, per lo modo che nel se-
guente capitolo faremo mansione, sotto titolo di fare
gfustisia, e per easere temuto, e al tutto farsi si-
gnore di Firenze.
CAPITOLO IL
Di cerio giusOUe che 7 duca fece in Firenze per
esterne signore.
Avvenne che il dì di San Jacopo di luglio,
negli anni 1342, essendo molti Pratesi iti alla fe-
sta a Pistoia, Ridolfo di messer Tegghiaio de' Pu-
gliesi venne per entrare in Prato, che n' era ribello,
con forza degli Ubaldini e del conte Niccolò da Cer-
baia, e con eerti suoi fedeli, nimid de^ Guazsalotti,
e con eerti nostri contadini sbanditi in quantità di
quaranta a cavallo e da trecento fanti a piedi, pe-
rocché gli doveva essere data l'entrata della terra,
e per sua disavventura non gli venne fatto, ma fa
preso con venti nostri sbanditi andandosene per Mu-
gello agli Ubaldini, e menatone in Firenze preso con
gli altri insieme : il duca lasciò i nostri sbanditi so-
pra i quali avea la giaridizione, e al detto Ridolfo,
che non gli era suddito né sbandito del comune di
Firenze, a torto fece tagliare la testa ; e questa fu
la prima giustizia ch^ egli fece in Firenze, onde molto
ne fa biasimato da' savi uomini di Firenze di cru-
deltà, e dissesi che n^ebbe moneta da' Guazzalotti di
Prato, eh' erano suoi nimici, ovvero il fece come dice
il proverbio de* tiranni, che dice, chi uno offende
moia minaccia. Appressò all' entrare d'agosto il do-
ca fece pigliare messer Giovanni di Bernardino de'
Medici stato per lo nostro comune capitano di Luc-
ca, e fecegli tagliare la testa, apponendogli (e fe-
cegli confessare) che per danari avea luciato fug-
gire di Lucca e ire nel campo de' Pisani messer
Tariato d'Arezzo, il quale aveva in aua guardia; e
i più dissono ch^gli non ne avea colpa, se non di
mala guardia. Appresso del detto mese d'agoato fece
pigliare Guglielmo degli Alleviti stato per lo nostro
comune capitano d'Arezzo, e fecegli tagliare la te-
sta, trovando per sua confessione per lui fatte molte
baratterie, e alcuno disse che fu procaccio e spen-
dio de^ Tarlati d* Arezzo, i quali egli avea mandati
presi a Firenze, come detto avemo addietro; e a ciò
diamo in parte fede ; e condannò uno nipote di que-
sto Guglielmo e Matteo di Borgo Rinaldi stati ufi-
ciali in Arezzo e in Castiglione Aretino, ciascuno
in cinquecento fiorini d^oro, per avere commesse
baratterie. Ancora fece pigliare Naddo di Cenni dagli
Oricellai grande popolano, il quale era stato in- Lucca
uficiale sopra le masnade de' soldati, e fecegli rimet-
tere nella camera del comune quattromila fiorini d'o-
ro, i quali si disse eh' egli avea avuti da' Pisani sotto
falso trattato tenuto con loro, e giurato sopra Cor-^
pus Doptim di fare loro compiere l' accordo di Luc-
ca, quando Cenni di Naddo suo padre era de'priori
di Firenze, come toccammo nel quinto capitolo ad-
dietro. B oltre a ciò fece rimettere fiorini duemila-
444
CRONICHE
oinqneoento d* oro, i qatli eoafoMò avaro gatdt-
gaati in Lucca nalle paghe de' soldati e della fiUoa-
glia ; e per grazia e per prìeghi di molli popolaai
gli perdonò la vita, e prese da lai mallevadorìa di
florìai dieoiaiila d' oro, e diegli i confini a Pemgia. B
pei' simile modo fece rìmeUere in camera' a Rosso di
Ricciardo de' Ricci, compagno del dello Nad^o e ca-
marlingo in Locca, fiorìni tremilaoltocenlo d'oro con-
fessali che avea avuti in sua parte, e guadagnali in
Lucca sopra i soldati e sopra la vittuaglia ; e per si-
mile modo a grandi prìeghi gli perdonò la vita, e
miselo in prigione per V avere e per la persona.
CAPITOLO III.
Come il duca (T Atene ingannò e prese e frodi i
priori^ e fece$i signore di Firenze ovvero tiranno.
Per le dette giustizie fatte in avere e in per-
sona di quattro popolani i maggiori di Firenze e
delle maggiori case, Medici, Alloviti, Ricci e Oricel-
lai, il duca fu mollo temuto e ridottato da tutti I
cittadini, e i grandi ne presono grande baldanza, e
il popolo minuto ne fece grande allegrezza, perchè
avea messo mano nel reggimento; e quando il duca
cavalcava per la città, andavano gridando viva il tt-
gnore^ e quasi in ogni canto e palagio di Firenze
era dipinta Tarme sua per gli cittadini, per avere la
sua benivolenza, e chi per paura. In questo tempo
spirò Tuficio de' venti della balia sUli rettori ovvero
guastatori della repubblica di Firenze, tra per le ca-
gioni dette nelli loro processi addietro, e lasciando
il comune in debito di più di quarantamila fiorini
d' oro co' cittadini, sanza il debito promesso a messer
Hastino. Per le dette cagioni il duca ne montò in
grande pompa, e crebbegli la speranza del suo pro-
ponimento d' essere al tutto signore di Firenze col
favore de' grandi e del popolo minuto, e così gli
venne fatto, e per consiglio di certi grandi ne ri-
chiese i priori, eh' allora erano nel!' uficio. I delti
priori con gli altri ordini cioè, i dodici buoni no-
mini e i gonfalonferi delle compagnie, e con altri
consiglieri, in nulla guisa vollooo acconsentire di sot-
tomettere la libertà della repubblica di Firenze sotto
giogo di signoria a vita di neuno, il quale ^ non fu
mai acconsentito né sofferto per gli nostri padri an-
tichi, né all' imperadore, né al re Carlo, né a neuno
suo discendente, che tanto fossero amici o confi-
denti in parte guelfa o parte ghibellina, né per iscon-
fitte 0 male stato eh' avesse mai il nostro comune. Il
detto duca per sodducimento e conforto qussi di tutti
i grandi di Firenze, spezialmente principali, di quegli
della possente casa de' Bardi, e Rossi, e Frescobaldi, e
Cavalcanti, Bondelmonti, Adimari, Caviccinli, Donati,
Gianfigliazzi, Tomaqoinci e Pazzi, per rompere gli
ordini della giustizia eh' erano sopra i grandi, e così
promise il duca di fare: de' popolani fàrono questi:
Pemszi, Acciainoli, Bonaccorsi, Antellesi e loro se-
' conflfcare, aasegBAra al tesero pubblico. La parola ea-
nera è una giunta deUa Giontina.
' Questo U gikUe, vale U À^^ la qualcoio^ pare a me.
Innansl ad esso la Giuntina fa punto.
guad, per cagione del male stalo defle loro coaipa-
gnie, perchè il duca gli sostenesse in istato, non
lasdaiìdogli rompere, uè stringere a pagare i loro
creditori. B gli artefici minuti, a cui era spiaciulo il
reggimento stato de* venti popolani grassi della balia,
tutti se gli proffersono in aiuto e in arme. Il duca, il
qual era sagace e nutrito in Grecia e in Puglia più che
in Francia, veggendosi tanto favore e seguito, la vi-
gilia di Nostra Donna di settembre fece ire uno bando
per la città, che volea fare parlamento la mattina
vegnente in sulla piazza di Santa Croce per bene del
comunel I priori e gli altri reggenti sentendo la tra-
ma del duca e del suo mal consiglio, e non senten-
dosi forti né provveduti, e temendo che fsccendosi
il detto psrlamento non fosse discordia o remore,
0 commutazione di città, sì v' andarono parte dei
priori e de' loro oolleghi la sera a Santa Croce a
trattare accordo col duca; e dopo mollo, tirata e
dibattuta la querela, essendo molto di notte rina-
sono in questa concordia col duca, cioè : che 0 co-
mune di Firenze gli darebbe la signoria della cittii
e del contado per uno anno, oltre al tempo ch'egli
r aveva, con quella giuridizione e patii e gaggi che
ebbe messer Carlo duca di Calavra e figlinolo del re
Ruberto gli anni di Cristo 1326; e questo accordo
si fermò per vallati e pubblici istmmenti e carte per
più notai dell* una parte e dall' altra, e aaramentò in
sul messale che conserverebbe in sua libertà il po-
polo e r uficio de' priori e gli ordini della ginstisia,
rfducendosi il detto ordinato parlamento la mattina
in sulla piazza de' priori per osservare i patti so-
praddetti. La mattina di Nostra Donna, a dì 8 di set-
tembre 1342, il duca fece armare la sua gente in-
tomo di centoventi uomini a cavallo, e avea in Fio-
renza da trecento de' suoi fanti, e quasi tutti i grsadi
di Firenze erano dal suo lato : messer Giovanni della
Tosa e i suoi consorti furono con lui a eavallo in-
sieme con gli altri grandi e popolani suoi amici con
l'armi coperte, e accompagnaronlo da Santa Croce
alla piazza de' priori presso all' ora di terza. I priori
insieme con gli altri ordini del conuine scesono del
palagio, e assettati a sedere col duca in su la rin-
ghiera, fatta la proposta, messer Francesco Rustichelti
giudice eh* era allora priore, si levò suso ad arringare
sopra ciò ; ma com* era ordinato il tradimento, non h
lasciato troppo dire, ma a grida di popolo per certi
scardassieri ' e popolazzo minuto, e certi munadieii
di certi grandi uomini, cominciarono a gridare dicen-
do : Sia la signoria del duca a vitay sia il duca nostro
signore. E preso per gli grandi pesolone^ il porterò*
no in sul palagio, e perchè il palagio era serrato gri-
darono alle scure ; sicché convenne che s^ aprisse tra
per forza e per inganno il palagio, e misonlo in pa-
lagio e in signorìa ; e i prìorì furono messi di sotto
nella camera dell'arme del detto palagio vilmeale. 8
fu tolto per certi grandi il gonfalone e il libro degh*
' Quegli che raffinarono la lana cogli soardaasi, obe so-
no stromenti a denti di fll ferro uncinati
' PerutoUme, pèndente^ spiega la Crusca, ma lo eredo A-
gniflobi di jMfo, tutto di p€$Of alto UwUo. U rocabolo |M-
sdtoìM è una giunta della Giuntina.
DI GIOVANNI VILLANI.
44&
ordini della gioitizia sopra ì grandi, e poste le ban-
diere del duca in sn la torre, e sonate le campane
a Dio landamo. B feee 1^ mattina air entrare del pa-
lagio in su la porta doe cavalieri, messer Cerret-
fiieri de* Visdomini ok* era ano scudiere e famigliare,
e Rinieri di Giotto da San Gimignano stato capitano
dei fanti de* priori, il qnale acconsenti al tradimento
d* aprire e di dargli il palagio del popolo, che a-
gevole gli era a difenderlo, cornagli era tenuto e
doTea fare per suo onore. Assenti al detto tradimento
messer Guglielmo d*Asciesi allora capitano del po-
polo, il quale rimase poi con lui per suo bargello e
carnefice, dilettandosi di fare crude giustiue deno-
mini. Messer Keliaduso d*Ascoli, allora podestà di
Firenze, non volle asseotire al detto tradimento, anzi
volle rinunziare 1* uficio .della podesteria ; benché si
disse per alcuno che tutto il fece a frodo e ingaono,
perocché poi rimase pure suo uficiale. Il duca e i grandi
feciono grande festa d' armeggiare, e la sera grandi
kuninarie e falò: e ivi a due di appresso si fece il
dnca confermare signore a vita per gli opportuni con-
sigli, e mise i priori nel palagio de' Figliuoli Petri
dietro a S. Piero Scheraggio con venti fanti solamente,
che ne solevano prima avere cento, levando loro o-
gni uficio e signoria ; e levò V arme a tutti i citta-
dini privilegiati, e di che stato si fossono, e poi
all'ottava di Nostra Donna fece il duca grande festa
e solennità a Santa Croce per la sua signoria, e
fece offerire più di centocinqoauta prigioni ; e il no-
stro vescovo sermonando molto il lodò di magnifi-
cenza al popolo. In questo modo con tradimento il
dnca d'Atene usurpò la libertà della nostra città e
annullò il popolo di Firenze che era durato intorno
di cinquanf'anni in grande libertà e stato e signoria. B
noti chi questo leggerà, come Iddio per gli nostri
peccali in poco tempo diede e permise alla nostra
città tanti flagelli, come fu diluvio, carestia, fame,
mortalità, sconfitte, vergogne d* imprese, perdimento
di sustanze e di moneta, fallimenti di mercatanti, e
danni di credenza, e ultimamente di libertà ha re-
cati a tirannesca signoria e servaggio. B però, per
Dio, carissimi cittadini presenti e futuri, correggia-
mo i nostri difetti, e abbiamo tra noi amore e ca-
rità, acciocché noi piacciamo all' altissimo Iddio, e non
GÌ rechiamo ali* ultimo del giudicio della sua ira, come
usai ci mostra chiaro e aperto per le sue visibili mi*
nacce: e questo basti a* buoni intenditori, tornando
a noatra materia de^ processi del duca. Poi appresso
eh* egli ebbe la signoria di Firenze, a di 24 di set-
tembre ebbe la signoria d* Arezzo, e quella di Pi-
stoia, dove avea già suoi vicari il duca per lo co-
mune di Firenze, gli si dierono a vita ; e poco ap-
presso per simile modo si dierono Colle di Valdelsa
e San Gimignano e poi la città di Volterra, onde
Albergò il esl le pelerin^ tnai$ il y a mauvaii ostel^
il quale fu uno proverbio molto di vera sentenzia e
profezia, come poco tempo appresso gli avvenne. An-
cora non è da dimenticare di mettere in nota una
breve lettera d'ammonizione e di grande sentenza,
che si trovò in uno suo forziere quando e* fu cac-
ciato di Firenze, la quale gli avea mandata il re Ru-
berto quando seppe eh* egli avea presa la signoria
di Firenze senza sua saputa o consiglio, la quale di
latino facemmo recare in volgare per seguire il no-
stro stile, la quale dicea così:
CAPITOLO IV.
La copia della lettera che il re Ruberto mandò al
duca d^ Atene quando seppe cfC egli avea presa la
signoria della città di FirenM.
^ Non senno, non virti!i, non lunga amistà, non
" servigi a meritare, non vendicatogli delle loro on-
^te, t'ha fatto signore de* Fiorentini, ma la loro
* grande discordia e il loro grave stato, di ohe se*
^loro più tenuto, considerando 1* amore eh* eglino
^ t* hanno mostrato, credendosi riposare nelle tue
^ braccia. U modo e** hai a tener volendoli bene go-
^ vernare si è questo. Che tu ti ritenga col popolo
^ che prima reggeva, e reggiti per lo loro e nel loro
^ consiglio non loro per lo tuo, per la tua fortificazio-
^ ne, e osserva giustizia e i loro ordini; e com* eglino
^ si governavano per sette, fa che tu ti governi per
^ dieci, eh' è numero comune, che lega in se tutti i
^ singulari numeri, ciò vuol dire non gli reggere per
** sette né divisi, ma a comune. Abbiamo inteso che
^ traesti quelli rettori della casa della loro abitazio-
^ ne, ciò vuol dire de* priori, del palagio del po-
*polo fatto per loro, rimettivigli a contentamento
^del popolo, e tu abita nel palagio ove stava no-
^stro figliuolo, cioè nel palagio ove stava il loro
« podestà, ove abitava il duca di Calavra, quando fu
^signore di Firenze. B se questo non fai, non ci
^ pare che tuo stato ai possa sostenere' innanzi per
^ ispazio di molto tempo. Robertus rex Jerusalem
^ et Siciliae. Dai. Neapóli die XXIL Septembris
^ MCCCXLII. octava indilione^» E non é da lasciare
di fare memoria della sformata mutazione d* abito,
che ci recarono di nuovo i Franceschi, quando venne
il duca in Firenze, che colà dove anticamente il loro
vestire e abito era il più bello e nobile e oneato che di
ninna altra nazione, a- modo di togati Romani; si si
vestivano i giovani una cotta ovvero gonnella corta e
stretta, che non si poteano vestire sansa 1* aiuto al-
trui, e una correggia come cigna di cavallo con isfpg-
giata fibbia e puntale, con isfoggiata scarsella alla
tedesca sopra il pettignone, e il cappuccio vestito
molto si crebbe lo stato suo e signoria, e ricolse a a modo di scoccobrino col batolo' infino alla cintola
e più, eh* era cappuccio e mantello, con molti fregi
e intagli ; e il becchetto del cappuccio lungo infioo
in terra per avvolgerlo al capo per lo freddo, e
se tutti i Franceschi e Borgognoni eh* erano al soldo
io Italia, di ohe tosto ne ebbe più di ottocento, sanza
gi* Italiani, e molti suoi parenti vennero a lui infine
di Francia per le novelle ile di là di lui, e della sua
signoria e gloria. B quando ciò fu rapportato al re , . ^ » * • . j • • va n
«?. j. w . • i.a . j. % ' che tua mute •» vetta ttendere timaiMi ecc. Ed. O.
Fibppo di Francia suo sovrano, subitamente disse a* a ^j giocolare, di mattaduo col batoìo o hatah, dea eolia
suol baroni che gli ersno d* intomo in sua lingua tlfiaa» dal eappucofo Inftno alla cintola.
446
CRCmGHB
eoHe barbe loBffce per mostrarsi pia ieri io ante.
B i oaralieri yeitili d*aio soroolto^ orrero goamac-
ca atreUa ciiitaYi aiiflo *, e le ponte 4é* naoiceltoli
loof he infloo a t^ra foderali di vaio e ennellini
Questa straDiaosa d* abito noo bello oè ooesto, Ul di
preseote preso per gli giovani di Fireaxe,*e per le
donne gioTaoi eoo &ordioati manioottoli, eome per
natora siamo disposti ooi yani cittadini delle aola-
sioni de^nooTi abiti, e i strani oontraffure oltre al
■odo d*ogni altra naiione, sempre traendo al dis-
onesto e a Tanitade ; oiò U segno di fetora mota-
sione di stato. LuoereuM di ciò, e diremo d^ altre
novità di Inori di noi che furono ne' detti tempi.
CAPITOLO V,
Cow^ i ghikeUM iT ArezJiO e$Uranmo per fitrio
nelia terra, e furono eacdaii poL
Nel detto anno 1342, a di 7 di giugno, non
essendo ancora il duca al totto signore di Fìrense,
ma era capitano della goardia della terra e come
genMvIe della goerra, i Tarlati rimasi foori d* Arex-
so coU^ttoto del capitano di Farli, e di quello di
Cortona, e di qoegli da Faggioola, e Passi di Val-
damo e Uberlini, in quantità di trecento cavalieri e
tremila pedoni, la mattina per tempo, per trattate
di certi ghibellini oh^ erano dentro, forono intorno
ad Aresxo, e lo data loro porta Baia, e qaeHa ta-
gliata e aperta, boona parte n' entrarono dentro per
correre la terra. La masnada del doca e del comane
di Ftrense eh* era in Aresso a cavallo e a piedi con
gli nitrì cittadini goelfi che v* erano frahcamente com-
battendo difesono Is terra, e cacdarono fuori per
fòran i ninùci con grande danno di morti e di pre-
si. B poi cacciarono d* Arezso molti ghibellini chi
per ribelli e chi per confini, i qaaU poi eoo molte
castella de* Tarlati , M eglino rnbeUarono , fedone
grande gnerra ad Aresso. Poi a di 29 di loglio mes-
ser Tariate d* Aresso con quattrocento cavalieri e pe-
doni assai valicò V Ambra, e venne di qaa da Mon-
tevarchi, guastando quello che vi trovò di fuori, sansa
ninno contrasto. In quegli tempi Francesco di Guido
Molle degli libertini, fratello del vescovo d' Aresso,
mbcDò al comune di Firense Castiglione per tndi-
BMnto di certi terrasxani, salvo la torre eh* era in
sn la porta, che v* era il castellano per lo duca ; il
quale Francesco di Guido malproweduto, per lo soc-
corso tostano delle nostro masnade a cavallo e a
piedi che erano in Montevarchi, con gli altri Va-
dameni, si ricoverarono il castello, e fo preso il
detto Firancesco di Guido e menato a Firenze al du-
ca, ed egli gli fece tagliare la testa ; e poi il detto
Cutiglione degli Ubertini prima fa totto robato , e
poi arso e diroccato e disfiitto.
* quasi topracootU, B<^>ravvMfta pia stretta a più eorta
dalle ordinarie, che ai portaT» aopra l' arme da' eavalteri.
' ivi iu^cinta, dice la edizione de' Giunti
CAPITOLO VL
Quando mori Cario Umberto re tf* Ungheria.
Nel detto anno 1342, del mese d* sgosto, BMrt
Cario Umberto re d^Ungherìa e nipole del re Ro-
berto e figlinolo che fa di Carlo Martello; del qn^s
fo grande danno, perchè era signore di grande va*
loro e prodeisa. RinmsOne di fcn tre figlinoli, Lo»
dorico, Stefano, e Andrensso; fl qnide Lodorico
primogenito lo coronalo re del reame d* Ungheria,
il secondo, ovvero il terso, lo coronato del reame
d^ AppoUonìa, e poco tempo appresso In reim d*UB-
gheria, sMglie che fa del detto Cario Uflri>erlo e
figUoola del re d*Appollohia, valente e snvia deant,
sspnta la morte del re Roberto, ohe BM>ri il gennaio
vegnente, cobm sppresso si fsrà mimikmQ, si pa»>
so in Puglia e a Nap<di con Taltro ano figlinoio A»?
drensso, n onì soceedevn il renme di Cicilia e di
Puglie, con nuilti grandi baroni angari por dare Ih
VOTO e consiglio al detto Andreasso, oh* era sK>lte
giovane; e all'altro flglioolo rinmne il rensM d^Ap^
pollonia per retaggio della madre.
CAPITOLO VIL
Come papa Clemente sesto fece pia cardinali^ in-
/rn* quali fece cardinale meuer Andrea Gkim di
vescovo di TomaL
Nel detto anno, per le digiune di settesibre
pape Clemente sesto appo Vignone, ov* era la corte,
fece dieci cardinali, i nove oltramontani, e T altro
messer Andrea Ghini Malpigli antico dttndino di Fi-*
rense d' Orto San Michele, il quale era vescovo di
Tornsi, e molto asrico dd ra di Ffnncia, e a sua
preghiera fu fatto cardinale. Ma, come piacque a Die,
mori fra r anno andando in Ispagnn per legato, on-
de ne fu grande danno, eh* era savio e valente, e se
fosse rivuto avrebbe fatto onore e prò alla nostra rit-
ta. Aveaue fatta memoria, perchè pochi cardinali e
papi sono stati di tanta città com'è Firense, perle
poco studio che i Fiorentini fanno fare alloro flgUaoi
per essere cherici, che di piti non si ricorda che vo-
nisse a tanta dignità, se non il cardinale Ottariano
degli Ubaldini ; e dioesi, ma non 1* affermo, die fanno
papa fiorentino di casa i Papeschi, e uno cardiaale
de'Bellagi di porU San Piwo al tempo d'Arrigo tef^
so imperadore. Lasceremo alquanto dette novità d'in-
torno, e seguiremo i proces» dd duca d'AIssat
che asssi ne cresce materia.
CAPITOLO vm.
Quello che il duca d* Atene fece in Firenze meiUrs
che ne fu signore^ ovvero tiranno.
Come il duca d'Atene fii fitto n vitn rignore,e
avuta la signoria di Firense per lo modo detto, par a^
vero meno a contendere di f^ìorì, crodendod fortifl«tf*
dentro il suo stato e signoria, d foco di presente pas«
e accordo co* Pisani e con tutti i loro aeguaoi^ i^
1 ' àtteffnti dice la Giuntina in hiogo di seguaci.
DI GIOVANNI VILLANI.
447
gnirdtndo • onte o vergogoe del oomane di Fìreose,
ore i Fiorenlini spertrano ch^egli facesse ogni loro
Tendetla ; e ■ di 14 > d* ottobre si pnbblioò e btndì in
questo modo, cioè: che la città dì Lncca rimanesse
a* Pisani per quindici anni, e poi rimanesse in ista-
€o comune, rimetleadori al presente gli usciti guelfi
di Lucca che tornare vi volessono, rendendo loro i
loro beai, e mettendo i Lucchesi in Lucca per po-
destà cui eglino yolessono, il detto tempo rimanen-
do a' Pisani la guardia' del castello dell' Agosto eh' è
in Lacca, e tutta la guardia e dominasione della terra.
D podestà di Lucca non arerà altro che il salario
e *1 nome, che altra signoria poco potea fare più che
piacesse a* Pisani, ma pure era una possessione per
lo nostro comune, e freno a* Pisani mentre che il
duca dominare Firenze, dando i Pisani al duca ogni
anno ottoadla fiorini d^oro; e i detti danari daran
per censo il di di Saa Gioraani ia una coppa d'ar-
gento dorata: faccende franchi i Fiorentini in Fisa
per cinque anni, dorè prima erano franchi per sem-
pre per gli patti antichi, rimanendo d* accordo a'Fio-
teatiai totte le castella di Valdarao e di Valdiaierole,
ohe egliao si tenerano, e Barge e Pietrasanta; e che
i Fiorentini doressono rimettere in Firenze e trarre
di bando tetti i loro rubelli nuori e rocchi, stati al
aerrigio e lega co' Pisani, e perdonare agli Ubaldini
e a' Pazzi di Valdamo e agli libertini, e trarre di
pregione i Tarlati d'Arezzo rendendo loro pace, e
trarre di pregione messer Giovanni Visconti di Mi-
lano; e cosi fu fatto di presente; il quale messer
Gioranni Vuconti il duca resU nobilemente, e forni
di carelli e di danari, e fecelo accompagnare infino
a Pisa. U detto messer Giovanni domandò a' Pisani
l'aaimeada de' suoi danni e interessi avuti per loro;
gì' ingrati Pisani noi voUoao udire, ma appuQsongli
che egli era venuto in Piiia per trattare cospirazione
per lo duca e comune di Firenze nella terra, e cosi
ai parti rillanamente; della quale cosa messer Luchino
signore di Milano prese molto sdegno centra' Pisani,
oome si potrà trovare leggendo. Per lo detto ac-
cordo dal duca a' Pisani tornare i Bardi e i Fre-
acobaldi e i loro seguaci ia Firenze, com' era di pat-
to, e i Pisani lasciarono ogni prigione fiorentino, e
i loro collegati eh* erano presi in Pisa e in Lucca.
A dì 15 d'ottobre il duca fece in Firenze nuovi
priori, i più artefici minuti, e mischiati di quegli che
i loro antichi erano stati ghibellini; e diede loro uno
foafaloae di giustizia cosi fatto di tre insegne, ciò fu
di eosta all'asta l'arme del comune, il campo bianco e
il giglio vermiglio ; e appresso in mezzo la sua, il
campo azzurro e bilottato^ un leone ad oro, e al collo
del leone uno scudo coU'arme del popolo ; appresso
Tarme del popolo il campo bianco e la croce vermi-
glia, e di sopra il rastrello dell'arme del re; e mise i
priori nel patagietto dove prima stava V esecutore in
auDa piasse eoa poco uficio e miaore balla, con poco
onore, sansa sonare campana o congregare il popolo,
compera nsansa. Del detto nuovo e dissimulato goata-
loaOy i graadi che aveaao fatto signore il duca, cre-
* a di 13 data U edUione de' Giunti.
* hUiotato, asperso di macchie a guisa di gocciole.
dendosi ohe al tetto egli annullasse il popolo in detto
e in fatto, come avea promesso loro, si si turbarono
forte, e massimamente perchè in que'dl fece condan-
nare subitamente uno delta casa de' Bardi in cinque-
cento fiorini d' oro a condizione della mano, perchè
avea stretta la gola a uno suo vicino popolano perchè
gli diceva villania. B cosi puttaneggiando dissimulava
il duca co' cittadini, togliendo ogni baldanza a' grandi
che Taveano fatto signore, togliendo la libertà e ogni
balia e uficio, e altro che il nome de' priori e popolo
non rimase loro ; e cassò Toficio de' gonfalonieri delta
compagnie del popolo, e toUe loro i gontaloni, e ogni
altro uficio e ordine del popolo che fosse levò vta,
se non a suo beneplacito reggendosi co' beccai, vinat-
tieri, e scardassieri e artefici minuti, dando loro consoli
e rettori al loro volere, dimembrando loro gli ordini
antichi dell'arti a chi erano aottoposti per volere mag-
giore salario di loro lavorìi. Per le sopraddetto cagioni
e altre fatte per lui, come si troverà leggendo assai
poco appresso, si formò cospirazione contro il duca
per i grandi e popolani medesimi che Taveano fatto
signore, tosto si potrà trovare. E fece tutto le balestra
grosse a' cittadini, e fece fare l'antiporto diaaazi al
palagio del popolo, e ferrare le finestre delta seta di
sotto ove si facea il coasiglio per gelosia e aospetto
de'cittadiai, e fece comprendere tutto il circuito dal
detto palagio a quegli che furono de' Figliuoli Petri,
e le tofri e case de' Manieri, e de^ Mancini, e del Bel-
lo Alberti, comprendendo tutto V antico gardingo^ a
entrando in sulla piazza. U detto compreso fece co-
minciare e fondare di grosse mura e torri e barba-
cani per fare col palagio insieme uno grande a forto
castello, lasciando il tavorio d'edificare il Ponte vec-
chio, ch'era di tanta necessita al comune di Firen-
ze, togliendo di quello pietre conce e legname. Fe-
ce disfare le case di santo Romolo per fare piazza
fino alle case del Garbo. B mandò a certe al papa
per licenza di potere disfare San Piero Scheraggio,
Santa Cicilia, e santo Romolo, ma non gli fu assen-
tito per la Chiesa di Roma. Fece torre a'oittadiai
certi palagi e fortezze e belle case ch^eraao neUa
circumstanza del patagio, e miseri dentro suoi ba-
roni e sua gente sanza pagare alcuna pigione. Fe-
ce fare alle porte nuovi antiporti di costa a' vecchi
per più fortezza^ e rimurare le porte. Di donne e di
donzelle de' cittadini per se e per sue genti si eo-
mindarono a fare di forze e di violenze e di laide
cose; e infra T altre per cagione di donne tolse San
Sebbio a' pprerì di Cristo, eh' era alta guardta del-
l' arte di Calimata, e diello altrui illicitamente. B per
amore di donna rendè gli ornamenti alle donne di
Firenze, e fece fare il loco comune delle femmine
mondane, onde il suo maliscalco traeva molti danari.
Fece fare le paci tra' cittadini e' contadini, a questo
fu il meglio che tacesse, ms bene ne guadagnò egli
e' suoi uficiali grossamente da coloro che le chie-
devano. Levò gli assegnamenti a' cittadini sopra le
* rocca, ohe dioosl anche guardingo^ voce antica, donde
si originò V add. guardingo^ nsatisiimo per diligmU a guoT'
dare clMeàcttiay o cAs 8i guarda e $ta attento a non sif€r
colto € off$$o»
44a
CROMICUB
gabelle^ de^ danari ooovenatl prestare loro per forza
al oommie di Rrense per la guerra di Lombardia e
quella di Laoca, come addietro facemmo meozione,
oh* erano più di trecentodoqnaota migliaia di fiorini
d^ oro, assegnati in piii anni con alcuno guiderdone.
E questo fu grande male, onde i cittadini più si gra-
Tarono, e fu rompimento di fede al comune per molti
cittadini che doyeano avere grossamente dal comune,
e ne furono diserti ; e recò a se tutte le gabelle, che
montavano più di dugentomila fiorini d*oro l'anno
sania V altre entrate e gravezze. Pece fare l' estimo
in città e in contado e fecelo pagare, che montò più
di ottantamila fiorini d'oro, onde i grandi e' popo-
lani e* contadini, che viveano di loro rendite, se ne
leneano forte gravati. E quando fece fare V estimo,
promise e giurò di non fare di nuovo altre gravezze
0 imposte 0 prestanze, ma non T osservò, ma al con-
tinno gravò i cittadini di prestanze, e fece criare e
orescere nuove e isformate gabelle per uno Ber Ar-
rigo Pei, a cui egli era amico, che sapeva trovare
modo d* avere danari, onde che si venissero. Sicché
in dieci mesi e diciotto di eh' egli regnò signore,
gli vennono alle mani di gabella, e d* estimo, e di
prestanze, e di condaonagioui, e d* altre entrate pres-
so che quattrocentomila fiorini d' oro solo di Piren-
ze, senza quelli ohe traeva dell' altre terre vicine eh' e-
gli signoreggiava, de' quali rimandò tra in Prenda e
in Puglia più di fiorini dugentomila d' oro, perocché
non teneva fra tutte le terre eh' egli signoreggiava
ottocento cavalieri, e quegli pagava male, e al biso-
gno della sua mina se n'avvide con suo danno e
vergogna. Gli ordini de' suoi uficiali e consiglieri e-
rano in qneato modo. 1 priori, come noi avemo det-
to, erano in nome, ma non in fatto, eh' erano san-
sa alcuna balia. Era il podestà messer Bsglione
de'Baglioni da Perugia, che guadagnava volentieri ^
e messer Guglielmo d'Asciesi chiaoiato conserva-
dorè, ovvero assassino di lui, e bargello, e stava
ne' palagi de' Cerchi Bianchi nel Garbo. Aveva il du-
ca tre giudici ordinari, che si chiamavano delle som-
male \ che teneano corte nelle nostre cue e cortili
e logge de' figtiuoli VUlani da San Brooolo : e questi
giudici rendeano ragione di fatto con molte barat-
terie. Bravi uno messer Simone da Norcia giudice
sopra di rivedere le ragioni del comune, ed era più
barattiere di coloro che condannava per baratteria, e
abitava ne' palagi che fnron de Cerchi da san Bro-
eolo. Di suo consiglio era il giudice* della Leccia di
sua terra di Poglia ; e suo cancelliere era Prancesco
il vescovo d' Aadesi fratello del conservadore : il ve-
scovo d'Arezzo degli libertini, e messer Tarlato da
Pietnimala, e il vescovo d; Pistoia e quello di Vol-
terra, e messer OtUviano de'Belforti di Volterra:
questi tenea per sioortà di loro terre, e i vescovi
per una coperta ipocrisia. Co' cittadini aveva di ra-
do oonsiglio, e poco gli prezzava e meno gli serviva,
ristrignendosi solo ni consiglio di messer Bsglione,
e del conservadore, e di messer Cerrettieri de' Vìb--
domini, uomini corrotti in ogni vizio a sua maniera.
■ soaMMTii, ha la Gtoitìna.
* f«eav9| ha la edizione de' Oinntl t non ^mmUos.
Faceva i suoi decreti di fatto e sotto a«o mffeDo,
il quale il suo cancelliere si faceva bene vaiare* Si-
gnore era di piccola fermezza e di meno fede di cose
che promettesse, cupido e avaro e male grazioso^
piccoletto di persona, e brutto e barbncinOf e pa-
rca meglio Greco che Francesco, sagace e malizioso
molto. E fece al suo conservadore impiconre meaaar
Piero da Piacenza uficiale della mercataniin opponen*
dogli baratterìa, e ohe mandava lettere a messer
Luchino da Milano, e chi disse in parte ^ fé* torto.
Pece costrìgnere i mallevadorì di Naddo di Cenni de-
gli Orìcellai, ch'era a'confioi a Perugia, e fncelo tor-
nare con sua sicurtà, ed egli tornò a di 1 1 di ge-
naio, e non osservandogli fede, il fece'impiocare con
una catena in collo, acciocché non potesse essere
ispiccato, e tolse a' suoi mallevadori cinqueoulacia-
quecentoquindici fiorini d'oro, opponendo eh' egli gli
avea frodati al comune in Lucca, oltre agli altri ehV
gG avea tolti prima, levandogli prima tutti i suoi
beni e confiscati a se, opponendogli eh' 041! avea
trattato col comune di Siena e di Perugia fXMitra lui, i
quali non amavano la vidnanza e signorìa del duca;
e forse io parte fu vero. Questo Naddo fa aagaoe e
sottile uomo , e molto grande e presuntuoso nomo in
popolo e in comune, e bene guadagnava volentierì. H
padre Cenni di Naddo, stato molto grande in comune,
per dolore del figliuolo e per temenza del dnca si
fece frate di Santa Maria Novella, cioè di San Do-
menico, e fece bene dell' anima sua, se '1 fece con
buona intenzione, per fare penitenzia delle colpe com-
messe in comuoe, spezialmente in sturbare V aceordo
co' Pisani, il quale si potea avere auai onorevolemente
per lo nostro comune, come toccammo addietro. In
questi tempi, del mese di marzo, fece il duca lega
e compagnia co* Pisani, e taglia di duemila cavalieri
centra ogni loro a weraario. I Pisani teneano ottocen-
to cavalieri e il duca milledugento cavalieri ; la quale
compagnia molto dispiacque a' Fiorentini e a totti i
Toscani guelfi, e poco s'osservò, perché non era
piacevole mischiato, nò buona compagnia. Del mete
di marzo detto il dnca fece nel contado di ^enxa
sei podestà, uno per sesto, con grande balia di po-
tere fare giustizia reale e personale e con grandi
salarii, e i più furono delle case de' grandi, e di qaeOi
che di nuovo erano stati rubelli, e rimessi in Fireaze
di poco. La qual nuova signoria molto dispiscqaa
a' dttadini, e più a' contadini, che portavano la spesa
e la gravezza. Pece pigliare uno Matteo di Moroszo,
e in su uno carro il fece attanagliare, e levargli le
carni co' rasoi d'addosso, e poi dalla piazza alle for-
che istrascinare sanza asse, e poi il fece impiccerà,
perch'svea rivelato uno trattato de' Medici e d'altri
che doveano offeodere il dnca : egli noi volle cre-
dere, che venia a suo pericolo e danno di quello
ohe gli avvenne. L'ultimo di di marzo fece impic-
care in su '1 monte Rinaldo Lamberto degli Abati, ti
quale era auto valente uomo nell'oste nostra a Locca
oh' era colle masnade di messer Mastino, perchè gli
uvea rivelato uno trattato che certi grandi di Fi-
renze teneano contro il duca con messer Guido Rie-
d da Fogliano capitano della gente di measer Masti-
n0| opponendogli il oontrarioi eh* egli lenen trattato
DI GIOVANNI VILLANI.
449
cott mesier MastiDO di torgli la signorìa. La qual cosa
non fa Toro, ma fii vero quello che il detto Lamberto
gKaTearìTelato; na per le sue opere viveva in gran-
de iospetto e gelosia, e chiunque gli rivelava trattato
0 da beffa o da dovero, o parlava contra Ini, il faceva
morire, onde più altri di piccolo affare fece a torto mo-
rire di cmdeli tormenti di mano defsno carnefice con-
servadore di male opere. Per la Pasqua della Resnrre-
sione, Tanno 1343, il dnca tenne grande festa a* citta-
dini e a^snoi baroni e conestabili e soldati con grandi
corredi, ma con mala volontà de* cittadini, e fece te-
nere giostre neHe piazza di Santa Croce per più gior-
ni, ma pochi cittadini vi giostrarono, che già a* gran-
di e a* popolani cominciavano a dispiacere i suoi pro-
cessi. All' uscita d'aprile del detto anno ordinò e co-
minciò ad afforzare e chiudere San Casciano per ri-
dueervi dentro le villate d'intorno, e che si chiamas-
se Castelducale , ma poco andò innanzi. Pecesi in
Firenze sei brigate per fare festa, di ^ente di popolo
mmuto vestiti insieme ciascuna brigata per se, e
danzando per la terra. La maggiore fa nella Città
rossa, e il loro signore fu chiamato lo Impéradore.
L' altra a San Giorgio, e chiamavasì quella del Pa-
glialoeo ; e ebbono zuffa queste due brigate insieme.
L'altra fu a San Friano, e una nel borgo d'Ognis-
santi. L' altra da San Paolo. L' altra nella via Larga
degli spadai ; e fu movitura e consentimento del du-
ca per recarsi l' amore del popolo minuto, per quella
isforzata vanità; ma poco gli valse al bisogno. Per
la festa di San Giovanni la fece fare all' arti al mo-
do antico senza i gonfaloni, e la mattina della festa
oltre a' ceri osati delle castella del comune, eh' erano
da venti, ebbe da venticinque drappi ovvero pali! ad
oro, e bracchetti, e sparvieri, e astori per omaggio
d' Arezzo, Pistoia, Volterra ; e da San Gimignano, e
df Colle, e da tutti i conti Guidi e da Mangona e
da Cerbaia, e da Monte Carelli, e da Pontormo, e
digli Ubertini e da' Pazzi di Valdamo, e da ogni
baroBcello e conticello d* attorno e dagli Ubaldini,
che coli' offerta de' ceri fu una nobile cosa e festa ;
e nvaaronsi lutti i ceri e palii e gli altri tributi tutti
illa ptasu di Santa Croce, e poi l'uno appresso l'al-
tro andaro al palagio dov' era il duca, e poi gli of-
fersono a San Giovanni. Pece aggiognere al palio
deHo sciamito chermisi da rovescio una fodera di
viio isgrigiato quanV era lunga l' asta, eh' era mol-
to rioco a vedere. B fece molto ricca festa e nobile, e
il la prima e la sezzaia ch'egli dovea fare in Firenze
psrlesue ree operazioni. All'uscita di giugno fece fa-
re tma sconcia giustizia, che uno Battone Cini da Cam-
pi) de' menatori de' buoi dell' antico carroccio, il qua-
le di poco il duca l' avea fatto de' priori per la dl-
Nlà del carrocde, o vestitolo di scarlatto, poich' e-
fH osci dell' uficio, ai dolse e disse alcuna parola
<^osa per una imposta che gli era stata fatta, il duca
|ii fece eavare la lingua inflno alla strozza, e con
<nislls innanzi in au una lancia per dilegione il man-
^^ P«r tutta la terra, e poi il mandò a' confini a ?t^
>tro, e per quella tagliatura della lingua mori Di
questa giustizia si turbarono molto i cittadini, e cia-
ccone la riputava in ae di non potere parlare, o do-
lerti de' torti e oltraggi che gli fossero fatti ; ma la
persona di Bottone era degna di quello e di peggio,
eh' egli era pubblicano e villano gabelliere, e eolia
peggiore lingua che uomo di Firenze, sicché mori
nel peccato suo. A di 2 di luglio il duca fermò lega
e taglia con messer Mastino della Scala, e co' marchesi
da Bsti, e col signore di Bologna, e con lui con-
trasse parentado, ma più gli era utile la compagnia
e beoivolenza 4^* buoni cittadini di Firenze, la quale
al tutto s'aveva levata e tolta, e quella che fece con
quelli aignori poco o niente gli valse al suo bisogno,
e poco durò. Assai sverno detto sopra i processi e
opere del ^uca d'Atene fatte in Firenze mentre ne
fu signore, e non si potea fare di meno, acciocchò
sieno manifeste le cagioni perchò i Fiorentini ai ru-
bellarono dalla sua signoria, e perchò prendano e-
sempio per lo innanzi quelli che sono a venire di non
volere signore perpetuo nò a vita. Lasceremo alquanto
di questa materia, faccendo incidenza, per raccontare
altre novitadi che furono altrove in questi tempi, tor-
nando assai tosto a contare la fine ch'ebbe in Firen-
ze la Bua signoria. Ma di tanto volemmo fare prima
memoria, e questo sentimmo e sapemmo di vero. Il dì
e r ora che prese la signoria, per gli aavi astrolaghi
fu preso l'ascendente, che fu gradi ventidue del segno
della Libra, segno mobile e opposito del segno d'A-
riete significatore di Firenze, e in termine di Marte v e
•Marte nostro significatore era nel detto segno della
Libra contrario alla sua casa, e il suo signore Venus
nel Leone gradi otto faccia di Saturno e contrario
alla sua triplicità. Per la quale costellazione dissono
d' accordo i detti astrolaghi, che la sua signoria non
dovea compire Tanno, e come, l'uscita saa doveva
essere vituperevole e con molti tradimenti e remore con
armi, ma con pochi omicidii. Ma più credo che fosse
la cagione il suo male reggimento e le aue ree ope-
re per lo suo pravo e libero arbitrio, usandolo male.
CAPnOLO IX.
Ifuna compagna di gente (T arme che feeiono
i soldati de* Pisani,
Come fu fatta la pace tra il duca e i Pisani,
come dicemmo addietro, quasi tutti i soldati ch'e-
rano co' Pisani intomo di millecinquecento tedeschi
a cavallo, e più di duemila pedoni di masnade ghi-
bellini, si partirono da Pisa e fedono una compagna
con alcuno piccolo soldo per levarglisi d' addosso, e
far fare danno a decloro vicini. Vennobo per quello
di Samminiato, e di Sangimignano; e di Colie senza
fare danno alcuno, e non toccarono di nostro contado,
perchò era alla signoria del duca; toccarono il borgo
di Staggia e poi stettono più di a Fonte Boccia, tanto
che i Sanasi si ricomperarono quattromila fiorini d'o-
ro ; e però non lasciarono di rubare e ardere più loro
ville in Valdambra, e simile fedono in Valdichiana so-
pra quello di Perugia e d' Asdesi, e dò fu ordine
del duca d'Atene co' Pisani; e anche vi mise danari
per fare danno a^ Sanasi e a' Perugini, peroceh' avea-
no rifiutata sua signoria e compagnia, che voleano
vivere liberi e franchi. B poi cresduta la detta com-
pagna valicarono in Romagna sopra Armino per fa-
re vergogna a messer Malatesta stato nostro capi-
tano di guerra , e fedono danno assai : e poi si
«9
4M
CRONICHE
Aelro. I prineipali ftarono tre ietto e oonfivaflion ;
dellt prima fi eepo il DOttro TeaeoYù degli Aecbì-
uoK finite prediettere, cèe il eoniBdine&to delle ioe
prediche tasto il nafUifloata e gl^yriara, e con lui
teneaao i Bardi ; eiò fàroBO i principali : meai er Fiero e
meaaer Glerosso e meaier Jacopo di meaaer Guido, e
Andrea di Pilippozio e Simone di Gerì, tutti della ca-
sa de^ Bardi, e rìmesai in Firenae per lo dnca; e de'
Bossi, Saltestrìno e messer fino, e pifc loro consorti.
E de* Frescobaldi de^ caporali il priore di San Jacopo
messer Agnolo e Giramonte anche rìmesai in Firense
per lo dnca, e Ugo di Vieri degli Scali, e più altri
grandi e popolani, Altoriti, Magalotti, Strosii e Man-
cini. Della seconda congiura era capo messer Manno
Donati e Corso di messer Amerigo Donati, e Biado
e Beltramo e Mari de* Paul, e Niccolò di messere
Alamanno, e Tile di Guido Benii degli Adimari * e
certi degù Albliri. Dell'altra teru setta e conginra
era capo Antonio di Baldinacdo degli Adimari, e
Medici, e Bordoni, e Oricellii, e Luigi di Lippe AldO-
bran^ai, e più altri popolani e mediani E treriamo
che in più modi cercavano di togBerii la signoria e
chi la Yita, chi ttttttata co* Pisani, e chi co* Saneai e
Peragiai e co'eonti Chiidi, e alcuno d'assalirlo in pala-
gio andando al consiglio; ma per soa gelosia, di ciò
ai prorride, che dve Tolte mntò i sergenti e famigliari
che gnardavano fi palagio, e per aospetto fece ferrare
le flineatre del palagio; e alcuno disse di saettarlo
quando andava per la tenra. L' altra setta ordinò
d'aasaliilo in casa gli ABiBti fl di di San Giovanm,
ohe Ti dorea andare a Todere correre il palio, e an-
che per aospetto non Vendè. La tersa setta aTora
-ordinato, fanperoech* egli caTalcaTa soTcate per a-
more di donna, da casa i Bordoni aHa Croce al Tlrab-
bio. OtteaK t' aUogarono due case una da ciascuno
capo d^a ria, e qneOe guemirono d*arme e di ba-
lestra e di sbarre per asserragliare la Tia dalT uno
oapo e daU* altro per fincUuderìo in messo, e ordi-
nato arcano da cinquanta masnadieri arditi e franchi,
^e '1 dOToano aasaHre con eerti caporali gioTani e
grandi e popohm a cui se calcTa, e aTcanne Togtta
di farlo, e asaalito il duca, lerare la terra a remore.
I caporali di fhori doTeano essere in arme a ca-
Tallo e a pie al soccorso per attetrare M e la sua
compagnia, perocché al principio egli caralcaTa con
Tcnticinque in frenta oompagni di sua gente disar-
mati, con alquanti cittadini grandi e popolani, di co-
loro medesimi eh* erano congiurati contro a lui Ma
tanto gli fh measo sospetto, che poi menare a sua
guardia due mainade di cinquanta suoi esTalieri e da
cenìo fanti armati, e ismontato da caTallo restsTano
armati in sulla piana del palagio a sua guardia : ma
poco gli TaloTano al suo riparo per 1* ordine preso
per le detta congiure alla sua mina; perocdiè quasi
tutti i cittadini erano commossi centra lui p« le sue
ree opere. Ma come piacque a Dio, per lo meno
male, la tene setta e congiura, la qual era più pron-
ta a dò fare, fu iscoperta per ano masnadiere sanese,
che doTcaeasere a ciò fhre,e rìreloHaà meaaer Fran-
cesco Brunelleschi, non per tradimento, ma per con-
M CknkMit Bggluan l'sdlsieaa di^Qhmtf.
sìglio ooBM a suo m'gnore, credendo eh* egli fl sapesse
e tenesse suno alla congiura: tt quale caTaMere^ per
paura di non n* essere incolpato, OTrero per aule
de* suoi nimici, che di tali erano caporali aHa dette
congiura, il manifeatò al duca, e menogli il dette
fute sotto Sdaosa, il quale ritenne segreto e disa-
minollo, e seppe d* slcuno eh* era de* detti oongiarali
e caporale de* masnsdieri. Di presente fece pigliare
Pegole di Francesco del Mameea orrerole pepolsne
di porta San Piero, tutto che féaae brigante, e une
Simone da MonterappoU a di 18 di luglio, e questi
confessarono e annifeatarono, come Antonio di Bai-
dinacdo degli Adinmri era loro capo con pib altri ;
il quale Antonio richiesto, per sicurtà di sua graades-
sa compari. H duca il fece ritener nel palagio; e, lai
preso, tutti gli altri principali d*ogn aetta chi si perii
della cittì, e dii ai nàaooae per tema di loro, caie
tutu la dttl fìt in geloaia e in grande sosp«tto e ia
tremore. Il duca troTando la congiura eoQfro a lai si
grande, e che tanti grandi e poaseili dttadiBi ri le-
neano mano, non ardi di fere giuatisia do* delti preri;
che se subito TaTesse Ihtia, e corea la tenra colla saa
gente e col popohisso minuto che *l aegurrano» rism-
noTa signore; ma il suo peccato raceìeeò, e gli mise
tsnU TBtè e paura ueH* animo, che non aapea che
si Aire : e mandò d* intorno alle terre e castella per
la sua gente, e al aignore di Bologna per aiuto, O
quale gK mandò trecento caTalieri. E ai pensò di k-
re una grande Tcndetta e crudele di molti dttadiBi
con grande tradimento. Che perchè sabato maMiBa,
a di 26 d lugKo, era il di di Sant'Ansa, fl A di-
nanii fece richiedere molti dttadini dio farono pia
ed trecento de' maggiori di Firense, grandi e popo-
lani d' ogni Ihndgtia e casato, eh* eglino Ycaisaeae
dinansi a lui in palagio per condgliafe queHo oh*a-
Tease a fhre de'presi, con intensione (e questo pel
fo ftaori di Firense manifesto) ohe eomo fessone
rauoati nella sala del palagio, che airoTa le Ine^
atre ferrale, come detto aTcmo, di fare aertare le
sete, e quanti dealro to n*aTeaae di fergli ueei*'
dorè e tagliare, e correre la terra a modo che fece
1* empissimo Telila fhgMm Dei quando dialrosee
Firense. Ma Iddio, che sempre guarda U mene mde
e fl bisogno della noatra dttà, per le lemosiBa e
p« gli meriti delle sante persone religion e Ud
che ri aoao innocenti, la guardò di tanto mde e
pericolo; che prima meaae aospetto in onore a tatti
i richieati di non andare in palagio d dello consigBef
intra* quali to n* areano molti de' congiurati, e poi fl
di mededmo quad tutt'i dttadini di grande aeoerdo
insieme^ dlponendo tra loro ogni ingiuria e maiale*
gliensa, acoprendod Fune setta ali* altra, di lereei^
dine e trattati lutti s* armarono per rabeUarm dahd,
come diremo appreaao nd aeguenle capitolo. Di quo-
to macello che fl duca doToa fhre fu ssanifeatato a
noi, poiché fl duca fta uadto fuori deUa dttà.
CAPITOLO XVIL
Còme U ciuà di FwmoB si beò a rùmort^ e M^
dò U dmca t Atene che n* era tignore.
Essendo la dì^ di Firense in tasto hoUora, •
sospetto e gdosia, d per lo duca et ondo scoperte
DI GIOVANNI VILLANI.
453
le coDgiorazioiii fette per tasti oittadiai ooiitra lui,
e feUttegU il 800 proponimeBU) di non potere rac-
cogliere i nobili e poaaeeti cittadini al falso e dis-
leale consiglio ; e da altra parte i cittadini e i più
possenti sentendosi in colpa delle congiare fatte con-
tri lui,- e acntendo il mal volere del dnca, e che già
netta terra avea più di seicento cavalieri di sue ma-
snade, e ogni di ne giugnevano; e la gente del si-
gnore di Bologna e certi altri Romagnuoli che vernano
in suo ainto, e aveano già valicate 1* Alpi, dubitaro-
no che lo indugio non fosse a loro perìcolo, ricor-
dandosi del verso di Lucano che dice:
TdUe morai; gmypér noeuU d\ferr$ pairati$,
ffli Adimarì, Medici, e Donati principali, sabato, so-
nata nona, usciti i lavoranti delle botteghe, a di 26
di loglio, il di di madonna Sant^Anna, 1343, ordi-
narono che in Mercato vecchio e in porta San Piero,
certi rìbildi e fenti fittisiamente si aazuffassono in-
sieme, e gridassono: alT arme^ altarmey e cosi fe-
cioiio. La terra era insoluta* e in paura ; incontanente
tott^ i cittadini corsone a sgomberare i cari luoghi
e di presente, com* era ordinato, tutti i cittadini fu-
rono armati ciascuno a cavallo e a piedi, e ciascuno
alla sua contrada e . vidnania traeva, traendo fuorì
bandiere dell'armi del popolo e del comune, comV
ra ordinato, gridando ; Jftfota U duca e % suoi seguaci^
e rtea il popolo e U comune di Ferente e libertà. B di
presente fu sbarrata la città a ogni capo di via e di
contrade. Quegli del sesto d'oltrarno grandi e po-
polani ai giurarono insieme e si baciarono in bocca
e abarrarono i capi de' ponti con intensione che, se
lotta l'altra terra di qua dalP acqua si perdesse, di
tenersi firancameiite di là. B mandarono il dì dinanzi
da parte del coniane segretamente per soccorso e
ainto a'Sanesi; e certi de' Bardi e de'Frescobaldi
stati in Pisa e tornati di nuovo in Firenze manda-
rono per loro ispecialità per aiuto a* Pisani. La qual
cosa quando si seppe per lo comune e per gli al-
tri cittadini, forte se ne turbarono. La gente del duca
sentendo il remore si s' armò e montò a cavallo, e
ehi potè di loro al cominciamento corsono alla piaz-
nn del popolo ^ in quantità di trecento a cavaDoi
gli altri, dii fu preso, e chi rubato per gli alberghi,
e chi per le vie fediti, morti e scavallati, e per gli ser-
ragli erano impacciati, e rubati i cavalli e V arme. B
al coaundameato del rumore trassono al soccorso
del duca in sulla piazza de' priori certi cittadini a-
mid del duca, cui egli avea servito, che non sapevimo
if segreto delle congiure : dò furono dei principali;
Biesaer Ugucdone Bondelmonti con alquanti suoi con-
sorti e con gli Acdaiuoli, e messer Giannozzo Ca^
valcanti e de* suoi consorti, Peruzzi, Antellesi, e certi
soardassieri e alcuno beccaio, gridando : Viiea il #•-
finora lo duca. Come eglino s'avvidooo che quasi
tatti i dttadini erano sommossi a furore di centra
Ini,, n tornarono a cua', e seguirono il popolo, sal-
vo messer Ugucdone, cui il duca ritenne seco in pa-
lagio e i priori delTarli per sicurtà di sua persona.
* iadMta ha la Giuntina, ma per orrore di stampa.
Dtl significato del partìc. vmÌMUo vedi pag. 86, eoi. II, n. 1.
^ piogio e non popolo leggi eolia Óiontina.
i quali erano rifuggiti in palagio. Bd essendo levato
il detto remore e tutta gente ad arme, quelli dei
dnque sesti, ond' erano capo gli Adimari, per i-
scampare Antonio di Baldinacdo loro consorto e
gli altri presi per lo duca, i Medici, Alteriti, Ric-
ci, Oricellai, e gli altri offesi da lui, come è detto
addietro, presono le bocche delle vie che vanno in
sulla piazza del palagio de' priori eh' erano più di
dodid rie, e quelle sbarrarono e afforzarono si che
nullo vi polca venire né entrare uè uscire dal pa-
lagio alla piazza, e di di e di notCb si combatterono
colla gente del duca, eh' erano in palagio e 'n su
la piazza, ov'ebbe alquanti morti, ma molti fediti de'
dttadini per lo molto saettamento e pietre che ve-
nivano del palagio. Ma alla per fine la gente del duca
eh' era in su la piazza, la sera medesima, non pos-
sendo durare e non avendo da rivere lasdarono i
loro cavalli, e i più di loro bì fuggirono nel com-
preso del palagio dov' era il duca e' suoi baroni, e
alfuanti §ì guarentirono tra' nostri lasciando L'armi
e' cavalli, e chi preso e chi fedito. Come si comindò
il detto remore, Corso di messer Amerigo Donati co'
suoi fratelli e consorti e altri segnad eh' aveano loro
amici e parenti in prigione, assalirono e combatte-
rono le carceri delle Stinche mettendo faoco nello
sportello e bertesche ch'erano di legname e coU'aiuto
de' pregioni d'entro ruppono le dette carceri e usci-
rono tutti i detti pregioni, e con quello impeto, cre-
scendo loro seguito di messer Manno Donati, e dì Nic-
colò di messer Alamanno e di Tile di Guido Benzi
de' Cavicduli, e degli altri consorti e fratelli d'An-
tonio di Baldinaccio degli Adimari, e di Beltramo
de' Pazzi e di più altri, ch'avevano loro amid in
bando e presi in palazzo, assalirono e combatterono
il palagio dd podestà, ov*era messer Baglione da
Perugia podestà per lo duca, il quale né egli né sua
famiglia si misono a resistenza, ou con grande pau-
ra e pericolo si fuggi e guarenti in casa gli Albizzi
che '1 ricolsono; e chi di sua famiglia fuggi a Santa
Croce; e rubato il palagio d'ogni loro arnese in fino
alle finestre e panche del comune; e ogni atto e
scritture n furono prese e arse, e rotta la carcere
ddla Yolognana, e acapolati i pregioni; e poi rup-
pero la camera del comune, e di quella tratti tutti i
libri ov' erano acritti tutti gli sbanditi e rubelli e con-
dannati del comune, e arsi tutti ; e simile rubati tutti
gli atti dell' ufidale della mercatanzia sansa contrasto
niuno. Altra ruberia ed offensione corporale non fu
fatta in tanto scioglimento di dttà, se non centra alla
gente del duca, che fu grande cosa, e tutto avvenne
per l'unità in che si trovarono i cittadini a ricove-
rare la loro libertà e quella della repubblica. B dò
fatto, il detto sabato, quelli d'Oltrarno apersono l'en-
trata dei ponti, e valicarono di qua a cavallo e a
pie in arme, e con gli altri dttadini de^ dnque sesti
fedone levare le sbarre e serragli delle rughe mae-
stre, e colle insegne del comune e dd popolo ca-
valcarono per la città, gridando : Viva il popolo e
il comune e sua liberlày e muoia il duca e'^suoi: e
trovarn i cittadini più di mille a cavallo bene ar-
mati in arme tra di loro cavalli e di quelli tolti alla
gente del duca, e più di diecimila dttadini armati a
454
CRONICHE
corazze e a barbute come cavalieri, sanza T altro po-
polo minato tutto in arme, aanza alcano foreatiero
o contadino ; il quale popolo fu molto nobile a vedere
e pofsente, e unito. Il duca e sua gente veggendoai
cosi fieramente assaliti e assediati dal popolo nel pa-
lagio (ed era con piìi di quattrocento uomini, e non
Y*era quasi altro che biscotto e aceto e acqua), ma cre-
dendosi guarentire dal furioso popolo la domenica
mattina fece cavaliere Antonio di Baldinaccio degli
Adimari, il quale iion ai volea fare di sua mano ; ma i
priori ch^ erano rinchiusi in palagio, vollono ch^ egli ai
facesse a onore del popolo di Firenze, e cosi fece ; e
poi lasciò lui e gli altri cV egli avea presi in palagio
e puose in sul palagio bandiere del popolo, ma però
non cessò V assedio e furia del popolo. La domeni-
ca di notte giunse il soccorso de^ Sanesi, trecento
cavalieri e quattromila balestrieri molto bella gente
e con loro sei grandi popolani cittadiui di Siena
ambasciadorì. E i Samminiatesi mandarono al servigio
del liostro comune dugento pedoni bene armati, e"*
Pratesi cinquecento fanti. E vennevi di presente il
conte Simone da Battifolle, e Guido suo nipote con
quattrocento fanti. E di nostri contadini armati il
seguente di vennono in grandissima quantità al co-
mune e a^ singulari cittadini, onde la città fu piena
d' innumerabili cittadini e contadini in arme. I Pisani
mandarono alla richiesta di loro amici, come toccam-
mo addietro, aanza assento del comune cinquecento
cavalieri i quali vennono infino al borgo della Laatra
di là da Settimo. Sentendosi in Firenze, se n^ebbe
grande gelosia e mormorio contro a que' grandi a
cui richiesta venivano ; e per lo comune a loro fu
mandato contro che non venissono, e cosi fecciono ;
ma tornandosi addietro da quegli da Montelupo e di
Capraia e d* Empoli e di Pontormo furono assaliti,
e morti e presi più di cento pure de^ migliori ; e per-
derono più di cento ^ cavalli tra morti e presi.
Arezzo sentendo come il duca era al di sotto
assediato da' cittadini di Firenze nel palagio, incon-
tanente si rubellarono alla gente e uficiali del duca
per gli guelfi, E il castello d' entro fatto per gli Fio-
rentini fu assediato, che v* era Guelfo di messer Binde
Bondelmonti per castellano, il quale di subito rendè
agli Aretini, sanza alcuna difensione. E in Castiglio-
nearetino era Andrea di Tingo de' Bardi, e Iacopo
di Laino de' Pulci per castellani, e sanza alcuno con-
trasto renderono a' Tarlati d'Arezzo. E ciò veduto i
Pistoiesi, si rubellarono, e ridussonsi a loro libertà
e a popolo guelfo, e disfeciono il caatello fatto per gli
Fiorentini e ripresono Serravalle. E rubcUossi Santa
Maria a Monte e Montetopoli tenendosi per loro; m-
bellosai Volterra, e tornossi alla signoria di messere
Ottaviano de' Belforti, che prima la signoreggiava ;
e Colle e San Gimignano si rubellarono dalla signoria
del duca, e disfeciono le castella, e rimasono in loro
libertà: e tale fu la mina della aignorìa del duca in Fi-
renze e in intorno. E in pochi giorni venuti in Firen-
ze i Sanesi e l'altra amistà, il vescovo con certi altri
buoni cittadini grandi e popolani feciono richiedere a
bocca, tutta buona gente rannata, e sonare la campana
del palagio del podestà ^ e bandire parlamento per ri-
formare lo stato e signoria di Firenze. E congregati
tutti in Santa Reparata in arme il lunedi appresso,
di grande accordo elessono gì* infrascritti cittadini,
ciò furono quattordici, aette grandi e sette popoli-
ni ; con grande balia di riformare la città e fare ufi-
ciali, e leggi e statuti, per tempo e termine inaino
a calen d'ottobre vegnente ; ciò furono del sesto d'Ol-
trarno messer Ridolfo de' Bardi, messer Pino de* Ros-
si, e Sandro di Cenni do' Biliotti; e di San Piero
Scheraggio messer Giannozzo Cavalcanti, messer Si-
mone Peruzzi, e Filippo Magalotti; e per lo sesto
di Borgo messer Giovanni Gianflgliazzi, e Binde Al-
toviti; per lo aesto di San Brancazio messer Testi
Tornaquind, e Marco degli Strozzi ; per lo sesto di
porta del Duomo messer Biodo della Tosa, e messer
Francesco de' Medici ; per lo sesto di porta San Piero
messer Talano degli Adimari, e messer Bartolo de'
Ricci. 1 detti quattordici elessono per podestà il conte
Simone, e raunaronsi nel vescovado. Ma il detto conte,
come savio, rinunziò e non volle essere giustiziere
de' Fiorentini ; e però chiamarono messer Giovanni
marchese da Vallano, e infino che penasse a venire
elessono luogotenente del podestà gì' infrascritti sei
cittadini, uno per sesto, tre grandi e tre popolani;
Oltrarno, messer Berto di messer Stoldo Frescebal-
di; San Piero Scheraggio, Taddeo di Donato del-
l' Antella ; in Borgo, Nepo degli Spini ; San Branca-
zio, Paiolo Bordoni ; porta del Duomo, messer Fran-
cesco Brunelleschi ; porta San Piero, Antonio degli
Albizzi, e stettono in Palagio del podestà con du-
gento fanti pratesi, e teneano ragione sommaria di
ruberie e forze e simili, sanza altro uficio. In questa
stanza non cessava l'assedio del duca, e di di e di
notte combattendo il palagio, e di cercare i suoi ufi-
ciali. Fu preso, uno notaio del conservadore per gli
Altoviti stato micidiale e reo, e fu tutto tagliato a
bocconi. E appresso fu troVato measer Simone da
Norcia stato uficiale aopra le ragioni dei comnne,
il quale molti cittadini cui a diritto e cui a torto
avea tormentati crudelmente e condannati, per si-
mile modo a pezzi fu tutto tagliato. In porta Santa
Maria in su la fogna uno notaio napoletano, ch'era
stato capitano de' sergenti a piedi del duca, reo e
fellone, chiamato Filippo Terzuoli, tutto fu abboc-
conato dal popolo. E uno ser Arrigo Fei, eh* era
sopra le gabelle, fuggendosi da' Servi vestito coaie
frate, fu conosciuto da San Gallo, e fu morto, e poi
da* fanciulli trainato ignudo per tutta la città, e poi
in sulla piazza de' priori impeso per li piedi, e spa-
rato come porco e sbarrato : tale fine ebbe della sna
sforzata industria di trovare nuove gabelle, e gli
altri suddetti della loro crudeltà. I aignorì quattor-
dici col vescovo, e col conte Simone e con gli am'
basciadori di Siena al continuo erano in trattato col
duca per trarlo di palagio, e sovente a vicenda a
parte a parte di loro entravano in palagio e usci-
vano, benché poco piacesse al popolo. Alla fine nulla
concordia asaentio il popolo, se non avessooo dal
duca' il conservadore, e il figlinolo, e mesaer Cer-
' duecento cavoUif dice la edizione da' Giunti.
* n T. Davaozati è qui supplito dalla Giuntina.
DI GIOVANNI VILLANI.
455
rettieri Visdomini per fame giastizia. Il duca in nnlla
guisa rasseoUva, ma i Borgognoni eh* erano assediati
in palagio s'allegarono insieme, e dissero al duca
che innanzi che volessono morirò di fame e a tor-
mento, darebbono preso lui al popolo, non che i
detti tre, e ordinato Taveano, e aveanne il podere
di farlo, tanti ve n* erano, e sì v' erano forti. Il du-
ca veggendosi a tale partito acconsenti; e il ve-
nerdì, il primo dì d* agosto, in su V ora della cena,
i Borgognoni presono messer Guglielmo^ dUseiesi,
detto conservadore della tirannia del duca d^ Atene,
e un suo figliuolo detto messer Gabbriello, d*età di
diciotto anni, e di poco fatto cavaliere per lo duca;
ma bene era reo e fellone a tormentare i cittadini,
e pinsonlo fuori dell* antiporto del palagio in mano
deir arrabbiato popolo, e de^ parenti e amici di cui il
padre avea giustiziati, Altoviti, Medici, Oricellai, e
quegli di Bettone Cini principali, e più altri. I quali in
presenza del padre per più suo dolore, il suo figliuo-
lo pinto fuori innanzi il tagliarono e smembrarono
a minuti pezzi ; e ciò fatto pinsero fuori il conser-
vadore e feciono il simigliante, e chi ne portava un
pezzo in su la lancia e chi in su la spada per tutta
la città ; ed ebbonvi de* sì crudeli, e con furia sì
bestiale e tanto animosa, ohe mangiarono delle loro
carni crude e cotte. E cotale fu la fine del traditore
e perseguitatore del popolo di Firenze. E nota, chi è
crudele crudelmente more, dixii Dominus, E fa^a la
detta furiosa vendetta molto s* acquetò e contentò
la rabbia del popolo ; e fu però scampo di messer
Cerrettieri, che dovea essere il terzo, e bene lo me-
ritava: ma saziati i loro avversari non lo addoman-
darono ; e fuggendosi poi la sera fu nascosto e por-
lato ^ da certi di casa de^ Bardi, e altri suoi amici
e parenti il trassono di palagio e menaronlo via. E
per la detta furiosa vendetta fatta sopra il conser-
vadore e il suo figliuolo, che avea giudicato a mor-
ie Naddo di Cenni e Guglielmo Altoviti e gli altri,
poco appresso si feciono cavalieri due degli Ori-
cellai e poi due degli Altoviti ; la qual cosa fu po-
co lodata da* cittadini. Ma torniamo a nostra mate-
ria de* fatti del duca. Che la domenica appresso, dì
3 d* agosto, il duca s* arrendè e diede il palagio al
vescovo ; e a* quattordici, e a* Sanesi e al conte Si-
mone, salve le persone di lui e dr sua gente. La
qual sua gente n^uscirono con grande paura accom-
pagnati da* Sanesi e da più altri buoni cittadini. U
duca rinunziò con saramento ogni signoria e ogni
giuridizione e ragione eh* avesse acquistata sopra la
citti e contado e distretto di Firenze, dimettendo e
perdonando ogni ingiuria, e a cautela promettendo
di ratificare ciò, quando fosse fuori del contado e
distretto di Firenze. E per paura della furia del po-
polo, con sua privata famiglia rimase in palagio alla
guardia de* detti signori infino al mercoledì notte dì
6 d* agosto; racquetato il popolo, in su *1 mattutino
usci fuori del palagio accompagnato dalia gente de*
Sanesi e del conte Simone, e da più nobili e pos-
senti grandi e popolani e possenti cittadini, ordinati
1 €Huiio, ba V edinone de' Gianti
' e poi traviato ecc. leggi colla Giuntina , cioè cavato
di via, Qiesso per tragetti ecc.
per lo comune. E uscì per la porta a San Niccolò, e
passò r Arno al ponte a Rignano salendo a Vallum-
brosa e a Poppi ; e là fatta la ratificazione promes-
sa, passò per Romagna e a Bologna, e dal signore
di Bologna fu bene veduto e ricevuto, e donogli
danari e cavalli ; e poi se n* andò a Ferrara e a Vi-
negia. B là fatte armare due galee, sanza prendere
congio di più di sua gente che gli erano iti dietro,
lasciandogli malcontenti di loro gaggi, privatamente
di notte si partì di Vinegia, e andonne in Puglia.
E cotale fu il fine della signoria del duca d* Atene,
che avea con inganno e tradimento usurpata la li-
bertà sopra il comune e popolo di Firenze, per lo
suo tirannesco reggimento mentre che la signoreg-
giò, e come egli tradì il comune, così da* cittadini
fu tradito. Il quale n* andò con mólta sua onta e
vergogna, ma con molti danari tratti da noi Fioren-
tini, detti orbi per antico volgare e proverbio per
gli nostri difetti e discordie, lasciandoci di male se-
quele. E partito il duca di Firenze, la città s* acque-
tò e disarmaronsi i cittadini, e disfecesi i serragli,
e partironsi i forestieri e contadini, e apersonsi le
botteghe, e ciascuno attese a suo mestiere e arte.
E i detti quattordici cassarono ogni ordine e decreto
che*l duca avea fatto, salvo che* confermarono le paci
tra* cittadini fatte per lui. E nota, che come il detto
duca occupò con frode e tradimento la libertà della
repubblica dì Firenze il dì di Nostra Donna di settem-
bre, non guardando sua reverenza, quasi per vendetta
divina così permise Iddio, che i franchi cittadini con
armata mano la racquistassono il dì della sua madre
madonna Santa Anna, a di 26 di luglio 1343; per
la qual grazia s*ordinò per lo comune, che la festa
di Santa Anna si guardasse come Pasqua sempre in
Firenze, e si celebrasse solenne nficio e grande of-
erta per lo comune e per tutte 1* arti di Firenze.
CAPITOLO XVIII.
Come la città di Firenze si recò a . quartieri^ e si
raccomunarono gli tifici co"* grandi^ ma poco Arò.
Riposata alquanto la città di Firenze del furore
della cacciata del duca, i signori quattordici col ve-
scovo tennono più consigli -co* cittadini di riformare
la terra coiruflcio de* priori e collegio de* dodici e*
gonfalonieri delle compagnie e degli altri nfici. A*
grandi pareva loro ragionevole, siccome erano itati
principali a ricoverare la libertà del comune, d*avere
parte deiruficio del priorato e di tutti gli altri; e certi
popolani grassi ch*erano usi di reggere sì vi si accor-
daro per tornare in istato con loro appoggio de*grandi,
co* quali aveano molti parentadi. Gli altri artefici e
popolo minuto erano contenU di dare parte loro d'o-
gni uflcio, salvo del priorato e de* dodici e* gonblo-
nierì delle compagnie del popolo, e a questo s'accor-
darono per pace del popolo più al convenevole. Ma
pure si vinse per lo vescovo e per Tuficio de* quat-
tordici e per consiglio degli ambasciadorì de* Sanesi,
che i grandi avessono parte de* loro nfici per più
unità di comune. E con ciò sia' cosa che quegli del
sesto d' Oltrarno e di San Piero Soheraggio parca
* Questo che è aggiunto dalla Gionttna.
n
456
CRONICHE
loro che non fosse giusto disverò uno priore per
sesto, e dicevano eh* enmo più grandi sesti che gli
altri, e portavano delle gravexxe del comone più che
la metà, cioè il sesto d' Oltrarno della prestanza di
centomila fiorini d* oro ne portavano più di ventot-
to migliaia, e San Piero Scheraggio ne portava
più di ventitremila, e Borgo dodici migliaia, e San
Brancasio tredici migliaia; e porta del Duomo undici
migliaia, e porta San Piero tredici migliaia; si s'ac-
cordarono di recare la terra a quartieri in questo
modo : che Oltrarno il primo, • chiamassesi il quar-
tiere di Santo Spirito colla insegna in arme, il
campo aszurro, e nna colomba bianca co* raggi
d*oro e in bocca un ramo d^nlivo. Il secondo quar-
tiere fu tutto il sesto di San Piero Scheraggio,
togliendo più che U terzo di porta San Piero, co-
minciandosi a Calimala fiorentina al chiasso de'
Rimaldelli con tutto Orto San Michele, e giù per la
via di San Martino, e giù della Badia e da San Bro-
colo, rimanendo le dette chiese e più che mezzi i
popoli loro nel detto quartiere; e fu al diritto la
via di San Brocolo per la città rossa infino di costa
alla porta guelfa e mura noove, ricogliendo del po-
polo di San Piero Maggiore e di Santo Ambrogio
in fino a mez^ alla via Ghibellina, e più quella
eh* era di là dalla via del detto popolo; e questo si
chiamò il quartiere di Santa Croce, coli* arme il cam-
po azzurro e la croce ad oro. U terzo quartiere fu
il sesto di Borgo • quello di San Brancazio, e chia-
masi quartiere di Santa Maria Novella, coli* arme il
campo azzurro • uno sole con raggi d* oro. Il quarto
quartiere fu porta del Duomo col rimanente di porta
San Piero, e chiamasi il qnartier di San Giovanni,
coli* arme il campo azzurro e colla cappella di San
Giovanni ad oro, con due chiavi allato al Duomo
per contentare in parte quelli di porta San Piero,
che solo di cinque sesti era partito quello per lo
modo che ho detto ; che in prima i gonfaloni di
porta San Piero cominciavano alla casa dell*arte della
lana • tatto Orto San Michele, dividendo la via che
viene da casa i Cerchi bianchi, volgendo nel Gar-
bo al chiasso che parte le case de* Sacchetti e le
case della Badia a mezzo* il palagio del podestà, e
tutta quasi quella via dall* uno lato infino alla via
delle Taverne, e poi mezza la via Ghibellina, e poi
passava quella al Crocicchio di sopra infino al Tem-
pio, e tutta quasi risola dentro alle mura del popo-
lo di Santo Ambrogio, ed era del sesto di porta San
Piero. Partita la terra in quattro, s* ordinò per lo
vescovo e per gli quattordici lo squittino per fare i
priori, ed elessono diciassette popolani e otto gran-*
dì per quartiere, e oon loro i detti quattordici e *1
vescovo, sicché a numero furono centoquindici; e
per lo oonsiglio de* Senesi e del eonte Simone, per
recare la città più a comune, si ordinarono d*eleg-
gere dodici priori per afide, tre per quartiere, uno
grande e due popolani, e otto consideri a dilibe-
nre le gravi cose co* priori, in luogo di dodici co-
me soleva essere, cioè qoattro grandi e quattro po-
polani, due per quartiere, e tatti^li altri ufioi fos-
' àUi coM déUa Badia § mmu aoc. legga la Gttuntina.
sono a mezzo co* grandi. Compiuto lo sqoittiaie di
grande accordo, fu messa una voce per la terra,
che de* priori dovea essere messer Manno Donali e
simili caporali di .case troppo possenti, onde fl po-
polo si turbò forte, e fu quasi in arme per con-
tradiare infino a tanto che non furono tratti e pa-
lesati i nuovi priori ; e ciò fa a di 3 ali* ascila di
agosto, dovendo stare infino a Ognissanti I noau
di quegli furono questi: per lo .quartiere di Santo
Spirito, Zanobi di messer Lapo de* Mannelli de* grandi,
Sandro di Simone da Quarata e Niccolò di Cioae
Ridolfi popolani ; nel quartiere di Santa Croce bms-
ser Ruzzante de* Foraboschi de* grandi, Borghino Tad-
dei e Nastagio di Bonaguida Tolosini popolani: per
lo quartiere di Santa Maria Novella, Ugo di Lapo
degU Spini de* grandi, messer Marco Marchi giudice
e Antonio d'Orao Valentini popolani ; nel quartiere
di San Giovanni, messer Francesco deUa Trita degli
Adimari de* grandi, e Bellincione degli Albizzi e Ne-
ri di Lippe popolaci. E gli otto -che furono loro coa-
aiglieri, due per quartiere, furono questi : Bartolo di
messer Ridolfo de* Bardi, Adoardo Belfiredelli, Dome-
nico di messer Ciampolo Cavalcanti, messer France-
sco di messer Lotto Salviati giudice, Nepo di Dotto
degli Spini, Piero di ser Feo da Signa, Beltramo
de* Pazzi, e Piero RegalettL Veggendo il popolo ohe
erano convenevoli e pacifichi grandi, e non di li-
ranni gli eletti, s*aoquetarono, ma non però mai con-
tenti di si fatto mischiato, come appresso si nKMtrerà.
E messi i detti priori in palagio, i quattordici si
toroarono a casa loro, riserbandosi la loro balia, e
ragunandosi alcuno di della settimana in vescovado
per ordinara 1* altre bisogne del comune.
CAPITOLO XIX.
Come ilpopoh di Firetue ira$$€ i gramdi delpakgiQ
e riformarono la terra a popolare tiato.
Ma il nimico deH* umana generazieae e d*eg&l
concordia seminò la sua superbia e invidia neU*anÌBio
di certi malvagi grandi e popolani Prima veggendesi
eerti rei de* grandi il favore della signoria , e noa
essendo rifermi gli ordini della giustizia; e bene a-
veano ordinato i quattordici, che si facesse uoo libro
de* malabbiati, ove si s^vessono i maUSOtori de*
grandi, e quegli fossono puniti, ma però non si nf*
frenarono i malvagi grandi, ma cominciarono a ftfe
delle fono e de* micidii in città e in contado, e di
false accuse contro a' popolani, onde i popolani si
teneano mal contenti della loro consorteria degli ufi-
ci, e cominciarono forte a dubitare di auggiora pe-
ricolo, sentendo che nelle bone dello squittino avea
de* maggiori caporali grandi di Firenze. Onde il po-
polo si commosse contro a* grandi coli* aiuto e fa-
vore di messer Giovanni della Tosa e di messer Aa-
tonio di Baldinaccio degli Adimari, e di messer
Geri de* Pazzi, cavalieri del popolo, a' quali mollo
dispiaceva. i modi di tali loro consorti e degli allrì
grandi contro al popolo, e non parca loro slsle
fermo. Bene e* ebbe ancora colpa la invidia di certi
popolani, ohe non voleano negli nfici volentieri con-
^
DI GIOVANNI VILLANI.
457
pagnia di loro mag^ori, e per eaaere più signori,
e per fare del cornane a loro guisa ; onde tegre-
tamente trattarono co* detti cavalieri, e con certi ca-
porali del popolo, e col reacovo degli Acciainoli, e
con certi de* priori medesimi, eh* erano all^uficio del
nomerò de* popolani, di recare il secondo nficio che
nscisM de* priori pnre agli otto popolani, dne per
quartiere, e uno gonfaloniere di giustizia, e nullo
de* grandi per lo meglio del comune e del popolo,
rimanendo a comune co* grandi gli altri ullci; ed era
ben fatto per acquetare il popolo. Il vescovo cre-
dendo ben fare, se ne scoperse ai compagni suoi
quattordici di* erano, oom*è detto, sette de*/grandi
de* maggiori, dicendo, eh* era pure il meglio di far-
lo d' amore e d* accordo co* grandi ; onde ne ten-
nero i detti suoi compagni insieme e con altri gran-
di più consigli in Santa Felicita Oltrarno,- ov* erano
capi i Bardi e' Rossi e* Frescobaldi e di più altre case
di grandi di Firenze, pregandoli che ci assentissono;
i quali nulla ne voUono udire, parlando di grosso e
con minacce, dicendo : Noi vedremo che ci torta la
parte nostra della stgtwria, e chi ci vorrà cacciare
di FireuM^ che la campammo dalle mani del duca ^
E di ciò erano i più principali i Bardi, chiamando
il vescovo traditore, ch*avea tradito prima il comu-
ne e il popolo, e data la aignoria al duca, e poi
tradito e cacciato lui, e ora vuoi tradire noi ; e co-
minciaronsi a fornire d' arme e di gente, e a man-
dare per amici di fuorì^ Sentendosi questo per la
dttà, tutta fu in gelosia e sotto 1* arme, col consi-
glio e ordine de* detti tre cavalieri, ciò furono mes-
ner Antonio, e messer Gerì, e messer Giovanni che
n* erano capi del popolo. Sì vennero molti popolani
armati in su la piazza de* priori gridando: Viva il
popolOy e muoiano i grandi traditori; e gridando
a* priori popolani eh* erano in palagio : .Gittate dalle
finestre^ gittate dalle finestre % priori de" grandi
vostri compagni, o noi vi arderemo in palagio con
loro insieme; e recata la stipa, e*misono fuoco nel-
r antiporto del palagio. I priori popolani scusavano
i loro compagni de' grandi, dicendo eh* elli erano
diritti e leali e bene in concordia con loro, eon
tutto che i più di loro lo dicessono ali* infinta, ed
era stato loro operazione. Alla fine crescendo loro
la forza e la potenza e furore del popolo, conven-
ne che lutti i priori rinunciassero all*uficio, e per
grazia uscissoao di presente di palagio sotto scorta
del popolo, e con grande paura accompagnati a casa
loro; e ciò fu il lunedi, a di 22 di settembre 1343.
B nota, che in cosi piccolo tempo la città nostra
ebbe tante novità e varie rivoluzioni, come avemo
fatto menzione, e faremo nel seguente capitolo e
nel terzo. B bene diflnl il grande fth>8ofo maestro Mi-
chele Scotto quando fu domandato anticamente della
disposizione di Firenze, che si confà alla presente
materia: disse in brieve motto in latino:
Kon diu itabU stolida FlorenHa jhnim;
Deeidet in faetidum^ di$tmulata vivtt.
Cioè in volgare: Non lungo tempo la sciocca Fi-
renze fiorirà: cadrà in luogo brutto, e dissimulando
' frimwmM M dwa. Ed. G.
vivrà. Bene disse questa profezia alquanto dmanai la
sconfitta di Montaperti, ma poi pure asseguito ciò
fd vede manifesto per gli nostri processi. B *1 no-
stro poeta Dante Allighierì sclamando centra il vi-
zio della incostanza de* Fiorentini nella sua Comme-
dia capitolo sesto del Purgatorio, disse infìra 1* altre
parole :
Atene e Lacedemona, che fanno
L'ftntiche leggi e faron si civili,
Pedono al viver bene nn piccol cenno,
Verso di te, che fai tanto sottili
Provvedimenti, eh' a meszo novembre
Non giugno quel che ta d'ottobre fìli.
B bene fu profezia e vera sentenzia in queato nostro
fortuito caso, e in quelli che seguiranno appresso, per
le nostre dissimulazioni. Partiti i quattro priori di pa-
lagio de* grandi, e diafatto 1* uficio degli otto loro
consiglieri mischiato co* grandi, col consiglio delle
capitudini delle ventuna arti, i priori popolani ch*e-
rano rimasi ali* uficio elessono dodici consiglieri de*
priori tutti popolani, tre per quartiere, ed elessono
i gonfalonieri delle compagnie del popolo ; e di di-
ciannove gonfaloni eh* erano prima che 1 duci re-
gnasse gli recarono a sedici, gonfalóni quattro per
quartiere; e fecìono gonfaloniere di giustizia Sandro
da Quarata, eh* era de* priori ; e feciono il consiglio
del popolo settantacinque per quartiere. Cosi for-
tunò, e dissimulando si riformlò la città alla signoria
del popolo.
CAPITOLO XX.
Di quello trattato medesimo^ e d'altre novitadi che
ne seguirono in questi tempi alla città di Firenze.
Tegnendosi i grandi forte gravati della villania
ed espulsione de' loro priori, e volentieri a loro po-
dere n* avrebbono fatta vendetta, e minacciavano al
continuo, e d* altra parte temeano della forza e furia
delFarrabbiato e commosso popolo, si si guernirono
d* arme e di cavalli, e mandare per gente di loro
amistà. Il popolo non racquetato, rifeciono i serragli
per la città più grandi e più forti che quando fu cac-
ciato il duca, faccende grande guardia di di e di notte,
e atando sotto V armi, temendo che i grandi non fa-
cessero novità, e rimandarono pe* Sanesi e per al-
tra amistà. In questo bollore di città si levò uno
folle e matto cavaliere popolano, messer Andrea de-
gli Strozzi, centra il volere de* auoi oonaorti, e mon-
tò a cavallo coverto armato, raunando ribaldi e scar-
dassieri e simile gente volenterosi di rubare, in gran-
de numero di parecchie migliaia, promettendo loro di
fargli tutti ricchi, e di dare loro dovizia di grano, e
fargli signori, menandoglisi tutti dietro per la città
il martedì appresso a di 23 di settembre, gridando:
Viva il popolo minutOy e muoiano le gabelle e *i
popolo grasso; e cosi ne vennero senza contrasto
sulla piazza de* priori per assalire il pafagio, dicendo
di volervi mettere e fare signore del popolo messere
Andrea. E fattigli ammonire da* priori e da* consorti di
messere Andrea ed altri buoni popolani, e comanda-
re al detto commosso popolo e a messere Andrea
458
CBONiaiE
che ri partiMoiio, non ebbe luogo inriao cke àaà
palagio non si coniodò a gittare pietre e a aaellare
verrettoni \ onde alcmio ne fa morto e molti fediti
Allora lo scomnoato e iafrenato ' popolo col loro pas-
so caporale ai partirono, e vennero al palagio della
podeatà per prenderlo, ma per simile modo saettan-
doti dal palagio per la gente del marchese da Valia-
no che n^era podestà, e coiraiato de' buoni popo-
lani vicini, gli mandarono via, e cominciaroosi a sciar-
rare \ e chi andare in una parte e chi in nn^altra lo
scomunato popolo ; e messer Andrea bestia, tornato
a casa, fa preso da* consorti snoi e vicini, e mandato a
sao contradio faori della città, e fa poi condannato
nelfavere e nella peraona siccome ribello, e sommovi-
tore di romore e di congiara contro alla repubblica
e pacifico stato di Fireose. E di questa commozione
del popolo minato, i grandi, che aveaoo mal vole-
re centra il popolo, furono molto allegri, credendo si
dividessono insieme il popolo; e presono speranza
d' accostarsi insieme col popolo minato, gridando
a* loro ridotti e serragli : Viva il popolo minu-
to^ e muoia il popolo grasso e le gabelle^ affor-
zandosi al coqtinuo e aspettando gente in loro aiuto.
E sentendo i grandi, che i Senesi venivano a richie-
sta e al soccorso del comune e popolo, mandarono
alcuno di loro, ciò fa messer Giovanni Gianfigliaszi,
e altri grandi, per ambasciadorì infino a San Cascia-
no, pregandogli che non dovessero venire a Firenze,
che la loro venuta poteva generare scandalo tra'cit-
tadinL E credendolo i Sanesi, s* arrestarono più d'uno
dì. . Questo, si disse, che i grandi feciono per paura
di loro, ma i più dissono che il facevano, acdoc-
cbè il loro soccorso giungesse prima che i Senesi
venissono a Firenze per assalire il popolo; ma a buona
opinione noi crediamo, che il guernimento che facevano
i grandi era più per paura di loro che per assalire il
popolo ; con tutto ci fosse la loro mala voglia, non ci
era il podere, se già il popolo minuto non gli avesse
seguiti: onde pure n'aveano alcuna vana speranza.
Ma i priori, ciò sentendo de^Sauesi, vi mandarono
per lo comune ambasciadori popolani con lettere,
pure che venissono, che a^aveano gran bisogno per
sicurtà e aiuto del comune e del popolo, per la com-
mozione della città, e per i malvagi cittadini che la
voleano guastare. I quali Sanesi vennero incontanen-
te molto bella gente a cavallo e a piedi, altrettanti
0 più quanto quegli che vennono quando il duca fu
cacciato; e i Perugini ci mandarono centocinquanta
cavalieri, e d' ogni parte venia gente d* arme, chi in
servigio del popolo e chi de' grandi, onde la città
era tutta in arme, e con molti forestieri e contadini,
e tutta iscommossa in gelosia e paura, il popolo de*
grandi, e i grandi del popolo. Ma il comune e il
popolo si trovò più possente, che aveano il palagio
e la campana e la dominazione delle porte della città,
salvo di quella di San Giorgio, che teneano i Bardi.
E avea il comune da trecento soldati a cavallo sen-
za le amistà, sicché là forza de* grandi non era a com-
' Specie di freccio grosse che lunciavansi colla balestra.
^ disarmato popolazzo, dice la Giuntina.
' a dividersi, a rompersi| a sbarattarai.
paraiione di quella del popolo, ae ivovo aoeeoiao
non fosse venuto da Pisa e di Lombardia aggrandì,
onde per lo popolo a* avea grande gelosia ; e chi
avea cose care o mercatanzie le foggia in chiese e
in luoghi religiosi e aieorì. E tale era la diàpOsiziOBe
defla nostra infortunata città.
CAPITOLO XXL
Come il popolo di Firenze assalirono e eombaUero-
no i grandi^ e rubarono i Bardi e misono fuoco in
casa loro.
Stando tutti in arme e in gelosia, i grandi del
popolo, e *l popolo de* grandi, com'è detto addie-
tro, dicevansi molte e varie novelle per la terra, co-
me i grandi avrebbono molto grande aiuto da' Coati
e dagli Ubaldini e da' Pisani e d*altri tiranni di Lom-
bardia e di Romagna, e che doveano afforzarsi 01-
tramo, e che aveano la signorìa di tutti i ponti, e
di qua fare cominciare l' assalto il giovedì, di 25 di
settembre; il popolo del quartiere dì San Giovanni,
onde si faceano capo i Medici e'RondinelK e messer
Ugo della Stufa giudice, e* popolani di borgo San
Lorenzo co* beccai e altri artefici, sanza ordine di
comune, in quantità di mille nomini sanza altra com-
pagnia 0 forza di gente al comiociamento, mercoledi
dopo desinare, a di 24 di settembre, per non aspet-
tare il giovedì vegnente, che si diceva che i grandi
doveano fere l'assalto e correre la terra, con tre
di loro gonfaloni delle compagnie del loro quartiere,
tutti armati e a barbute e a corazze, tutti a piedi,
e molte balestra, assalirono da più parti quegli del
Iato degli Adimari chiamati i Caviccioli, i quali con
grandi serragli e guernimento di torri e di palagi
alle loro case dal crocicchio del Corso dalla loggia
loro ella piazza di San Giovanni s'erano afforzati
con molta gente d' arme. E cominciato per lo po-
polo l'assalto e battaglia manesca a' serragli, saet-
tando e gittando pietre l'uno ali* altro, crescendo il
continuo la forza del popolo; i Cavicdoli veggendo
che non poteano resitere, e non aveano aiuto di fuo-
ri d' altri grandi, incontanente s' accordarono, e pat-
teggiati s'arrenderono al popolo, salve le loro per-
sone e le loro case, e disfecionsi i serragli, e pso-
sonsi in su* loro palagi le bandiere dell'arme del
popolo. E chi di loro andò in ni^o luogo e chi in
un altro a casa di loro parenti e amici popolani,
sanza danno ninno se non de* fediti dell* una par-
te e dall' altra, per amore di loro consorti che te-
neano col popolo. Ed essendo vinta ad ogni parte
la prima dletta pugna e assalto sopra i Cavicciuli
(eh* erano i più virili e arditi e possenti grandi di
Firenze 4i qua de* cinque sesti) e disfatti i loro ser-
ragli e forza per lo detto popolo, ripresono i po-
polani molto ardire e vigore, e al continuo crescea
loro la massa del popolo e aiuto d* alquanti soldati
del comune eh* erano in Firenze, corsono a casa i
Donati e poi a casa i Cavalcanti. E eglino senten-
do come i Cavicciuli s'erano arrendati al popolo, non
feciono nulla resistenza, ma per simile modo s* ar-
renderono al popolo. In somma, in pooo d* ora tut-
te le case de' grandi di qua d*Arno feciono il «o-
DI GIOVANNI VaiANI.
459
migliaiite, e disarmaronsi e disfedono loro gnerni-
gioni e serragli. Le ease de' grandi d'Oltrarno, Bardi,
e Rossi, e Frescobaldi, e Mannelli e Nerli s'erano
affbnati molto, e prese le bocche de' ponti.- Il detto
commosso popolo volendo passare Oltrarno per lo
Ponte Tecchio, ch'ancóra era di legname, non T'eb-
be luogo, perocché la forza de' Bardi e de' Rossi era
si grande e di sì forti serragli, e armata la torre
della parte e 'i palagio de' flgliaoli di messer Vieri
de' Bardi, e le case de' Mannelli di capo del Ponte
vecchio, che '1 popolo non vi potea accedere né pas-
sare. Ma combattendo però francamente il serraglio,
molli ve n* ebbe fediti e di sassi e di verrettoni e
di balestra. Veggendo il popolo che da quella parte
non poteano passare, e dal ponte Rubaconte peggio,'
per la forza de' palagi de' Bardi di San Gregorio, si
presono partito di lasciare alla guardia del Ponte
vecchio parte de' gonfaloni del quartiere di Santa Cro-
ce e di quelli di borgo di Sant' Apostolo, e parte ne
rimasono alla guardia del ponte Rubaconte di qua in
verso casa gli Alberti. L'altro popolo molto ere-
scinto co' soldati a cavallo si misono ad andare dal
ponte alla Carraia, il quale guardavano i Nerli ; ma la
forza de' popolani di borgo San Priano e della Cu-
culia e del Fondaccio fu si glande, che innanzi che
passasse il popolo di qua dall'Arno presono il capo
del ponte e le case de' Nerli, e loro ne cacciarono;
e preso per gli popolani d'Oltrarno il ponte alla Car-
raia, il vittorioso popolo di qua passarono il detto ponte
incontanente, e accozzaronsi co' popolani d'Oltrarno,
e furiosamente assalirono i Frescobaldi, i quali pri-
ma erano stati assaliti e combattuti a' loro serragli
da quegli di via Maggio e circostanti popolani, ma
però non vinti : ma veggendosi venire addosso la fu-
ria del detto popolo di qua d'Amo, ebbono grande
paura , e abbandonarono la -piazza loro, lasciando
ogni fortezza e guernigione, e balestra, e pavesi,
e iaettamento; e fuggendosi in casa, e faocendo cro-
ce delle braccia, e chieggendo mercè al popolo, il
quale gli ricevette sanza fare loro alcuno male. E ciò
fatto, corsono alla piazza a ponte a casa Rossi, i
qaali, saputo come i Frescobaldi s'erano arrenduti al
popolo, e tutte le case de' grandi di qua dall' acqua,
sanza alcuna resistenza s' arrenderono al popolo. Que-
gli di casa i Bardi veggendosi abbandonati da' Rossi
e da' Frescobaldi ebbono grande paura, ma pure fran-
camente si misono alla difesa de' loro serragli com-
battendo, gittando e saettando, dov' ebbe di morti
alcuni, e di fediti assai dall'una parte e dall'altra,
perocohò i Bardi erano molto forti e guemiti a ca-
valla e a piedi, e con molti masnadieri, sicch' era
invano al popolo di vincere i serragli per forza ; ma
ordinarono quegli del popolo con tre gonfaloni d'Ol-
trarno si assalissono al poggio di San Giorgio per
la via nuova del pozzo Toscanelli, e cosi feciono,
e cominciarono con loro la battaglia al di dietro. I
Bardi veggendosi si aspramente combattere, e assa-
liti da tante parti, isbigottirono forte, e cominciaro-
no ad abbandonare parte di loro serragU dalla piaz-
za a ponte, ch'era sotto la guardia della torre di
parie gnéifia e del palagio de' figliuoli di messer Vie-
ri de* Bardi, per difendersi di dietro dal canneto di
San Giorgio. Allora uno Strozza tedesco eonestabile
con sua brigata si mise dentro al serraglio della piazza
a ponte con grande pericolo, ricevendo di molti sassi
e quadrella, e corse in fino a Santa Maria sopr'Arno, e
il popolo francamente dietro; a quelli corsono gli altri
del popolo ch'erano di qua alla guardia del Ponte
vecchio, e valicarono di là al tutto, e con gli altri po-
polani di' erano di là ruppono la resistenza e la for-
za de' Bardi, i quali tutti si fuggirono nel borgo di
San Niccolò, raccomandandosi alla vicinanza, onde
le loro persone furono guarentite e salve da quelli
da Qnarata e da quelli da Panzane e dall' altra vici-
nanza, e dal gonfalone della Scala, i quali per lo popolo
aveano prima alquanto, per non essere corsi e ru-
bati, presi i palagi de' Bardi di San Gregorio alla guar-
dia del capo del ponte di là, e incontanente i popolani
che erano di là alla guardia del capo del ponte Ruba-
conte da casa gli Alberti del quartiere di Santa Croce;
e quello iscaropò i Bardi da morte, i quali per la loro
buona vicinanza di San Niccolò ritennono il furioso po-
polo con quella forza per guarentire la loro contrada.
Ha tutti i palogi e case de' Bardi da Santa Lucia alla
piazza del Ponte vecchio furono rubate dal minuto
popolo d' ogni sustanza, e masserizie e arnesi quel-
lo dì e l'altro, eziandio le case de' loro vicini, non
possendosi difendere; dalla rabbia del popolo rubate
le case, misono fuoco in casa loro, e arsovi ven-
tidue tra palagi e case grandi e ricche, e stimossi
il loro danno tra di ruberie e arsioni il valore di
più di sessantamila fiorini d' oro. E tale fu la fine del-
la resistenza de' Bardi centra il popolo per la loro
grande superbia e maggioranza per lo sfrenato po-
polo. Ma fu grande maraviglia e grazia di Dio, che
di tanta furia di popolo e di tanti assalti e battaglie
fatte in quella giornata, come avemo raccontato, non
mori in Firenze nullo uomo di rinomea, e degli al-
tri pochi, ma fediti assai. Per la ghiottornia della ru-
beria da casa i Bardi, che infino alle Uistre del tetto
e ogni vile cosa, non che le care ne fu portato, tale
fu il giudicio contro a' Bardi, che infine le femminelle
e' fanciulli, non che gli uomini, non si poteano saziare
nò raffrenare di rubare. Il giovedì medesimo si levò
una quantità di malandrini di più di mille a pie, e si
raunarono per combattere i Visdomini e rubarli, sotto
titolo de' difetti di messer Cerrettieri loro consorto
fatti intonto al duca, ma non ci era intorno a dò pe-
rò giusta cagione ; che de' difetti e falli di messer
Cerrettieri i Visdomini erano stati crucciosi; ma noi
vollono fare se non per rubare solamente, e non sa-
rebbono rimasi a tale, ma tutta la città corsa e ru-
bata, e' grandi e' popolani; ma la viciuanza con molta
altra buona gente armata, e le signorie e' soldati del
comune a cavallo e a pie corsono al soccorso e riparo,
e cessarono tanta rovina e pestilenza alla nostra città,
andando per la terra le signorie in più parti coU'a-
iuto della gente de' Senesi, e de' Perugini, e dell'al-
tre amistadi, e degli altri buoni dttadini a cavallo e
a piò, con ceppi e mannaie, per tagliare di fatto piedi
e mani, a' malfattori; e in questo modo s'attutò l'ar-
rabbiato e furioso popolo disposti a rubare e a mal-
fare, e cominciarsi ad aprire i fondachi, e* le bot-
teghe, e ciasonno a fare i fatti suoi.
460
CRONICHB
CAPITOLO XXIL
Come si fece nuoeo squitUno d^eleM<mede*priorieéU*
dodicit e de gonfalonieri tuiH popolani^ per più tempo.
RipoMta la dttè di Firense di tanta furia e pe-
ricolo, e il popolo fatta tutta la sua praova contro
a' grandi^ e vinto tatto le loro forte e resistonie in
ogni parto, il popolo montò in grande stato e bal-
dania e signoria, apeualmento i mediani e artofld
minati, che allotta il reggimento della città rimase
alle ventana capitadioì delf arti. E per riformare la
terra di naovo de' priori^ de^ dodid, e* consiglieri e*
gonfalonieri delle compagnie, i priori e^dodid col
consiglio degli ambasdsdori di Siena e di Perugia
e del conto Simone, aodocchò V elesione andasse più
. comune, diedono arbitrio noli* infrascritto modo, e di
grande concordia segai, e celebrarono in casa i priori
nuovo squittino ; che fossono nove de' priori, dodid
consiglieri, sedici gonfalonieri delle compagnie, cin-
que della mercatanda, cinquantadue uomini delle ven-
tuua capitudini dell' arti, e ventotto arroti per quar-
tiere, popolani, tatti artefici, sicché in somma furon
dagentosei, mettendo allo squittino ogni buono uomo
popolano degno d' essere airufldo, e vincendosi, che
rimanesse priore e gonfaloniere di giustixia, e ffon-
faloniere delle compagnie e de' dodid consiglieri per
centodied fave nere il meno; e andarono allo squittino
tremilatrecentoquarantasei* uomini, ma non rìmasono
il dedmo, e ordinarono che fossono otto priori, due
per quartiere, e uno gonfaloniere di ginstìsia, ac-
coppiandosi in questo modo, che dovessono essere
per prioratico due popolani grassi, e tre dd OMdiam
e tre artofld minuti, e il gonfaloniere della giustisia
in simile modo, uno d'ogni sorta detta, traendosi a
vicenda a quartiere a quartiere come venisse, comin-
dandosi a Santo Spirito, e fosse gonfatoniere del
numero de' popolani grassi. B il detto squttioo fu
compiuto a dì 20 d'ottobre 1343. L'ordine fu assai
comune e buono, quando non fosse poi corrotto. Ma
trovossi poi per li tempi, quando si traevano i priori,
che degù artofld aùnuti v' avea piii per rata, che
non fu r ordine dato ; e dò addivenne, che quando
si fece lo squittino, furono più forti nelle voci gli
artefici delle ventuna capitodini e arroti e popolani mi-
nuti, che le voci de' popolani grasd e mediani ; e però
si ruppe fl buono ordine dato per gli ambasciadori
di Siena e di Perugia, e per lo conto Simone.
CAPITOLO XXUL
Come ii rifermarono gli ordini della giustima so^
pra i grandi^ e 8i ricotresiono in alcwia parte; e
più schiatte de'' grandi tutte e t» parte furono re^
cote a essere del popolo.
Riforma^ la dttà di Firenie a signoria del po-
polo, come detto avemo, volendo il popolo rifare gli
ordini delta ginstida oontra i grandi, i quali aveva
annullati il duca, e poi f ufldo de' quattordid, co-
m* è detto addietro, gli ambasdadorl di Siene e que-
gli di Perugia e '1 conto Simone, che a ogni nostra
' La Oinnilaa dice: qmaiiroemUofuarantaiéL
' Ri/ormata e sopri mi titolo r^om^areno ha la soprao-
dtata Giuntina.
fortona e perìcolo d aveano soooord e difen, e col
loro buono condgUo riformata la dtU a signoria del
popolo, per amore e grada de* loro comuni e di loro
mededmi, e per bene e padflco stato dd popolo e
comune, e oontontamento in alcuna parto de' grandi
che voleano bene vivere, addomandarono al popolo
due petisioni: V una, che i oapitolì degli ordini detta
giustiua, dov' era la rigida crudeltà the i buoni ao-
mini grandi consorti de' malfattori portatsono la pena
dettero malifidi, d correggesse: l'altra, che eerte
schiatto di grandi meno possenti e non malefidii si
recassono ad essere del popolo ^ Le qusli petiiiod fu-
rono esaudito in parto, come diremo appresso, e
fermate per gli condgli, di 25 d'ottobre 1343. Pri-
lla dove diceva l' ordine delta ginstida, che dove fl
malfattore de' grandi (acesse middio contro ta per-
sona d'uno popolano, oltre dia sua pena, latta la cau
e schiatta pagasse d comune lire tremila, si corresse,
che non toccuse se non a' suoi prossimani propin-
qui, se non infine nd torso grado per diritta linM;
e dove mancuse fl tono grado, toconsse d quarto,
con patto che dove e quando rendessono preso il
malfattore, o Tuoddessono, rìavessono dal comune
le lire tremila, oh' avessono pagato. Tutti gli dtrì or-
dini delta giostixta rimasono nel loro primo stato.
Le schiatto de' nobili di dttà e . di contado che fu-
rono recato ad essere dd numero de' popolani, fu-
rono questo: i figliuoli di messer Bernardo de'Rosii,
quattro de'MannelU, tatti i NerU di borgo San Ia-
copo, e due di quelli del ponto alta Carrda, tutti
i Manieri, tutti gli Spini, tatti gU Scali, tutti i Bm-
neUeschi, parto degli Agli, tatti i Pigli, tatti gli A-
liotti, tatti i Compiobbed, tatti gli Amieri, messer
Giovanni della Tosa e fratolli e nipoti, e Nepo di
messer Pagolo^ messere Antonio di Bddinaccio de-
gli Adimari e fratolli e nipoti, e deano altro loro
consorto, tatti i Giandonati e' Gmdi, e dtre schiatte
quasi spento. De'nobili dd contado, il conto da Certd-
do e' figliuoli e nipoti, il conto da Pontormo e figtino-
li e nipoti; e con tutto ch'avessono nome di conti era-
no annullati si, ch'erano al pari degli altri meno pos-
senti gentili uomini *, tatti quelli da Lucardo, e quelli di
Quona, e quelli da Monto Rinddi, e quelli dalla Torricd-
la, e quelli da Sexaata, e quelli da Muguano, e i Benddi
Fegghino, e quegli da Lncolena, e quelli da Colle di Vii-
damo, e quelli da Montolungo della Berardinga, e pri^
dtre schtatte di contado annallato e venuti lavoratori di
terra. In somma furono da dnquecento tratti di fr*B*
di e recati a essere popolani, per fortificare il P<^
polo e affiebolire e a partire la potensia de'gnnai
con gr infrascritti patti e ordini. Ma certi diri graiidii
onde ne faremo meodone^ che s' erano mesd n«w
detta petaxione, ohe s' erano mesd a morto per ^^
care il popolo, e francarodo, per invidia non tnrovo
accettati per lo ingrato popolo; e tali sono I0 P^'
volto i meriti de' servigi che d fanno «'P^P®.^' *
ìspedalmente e queUo di Firense. I patti e salvi lo-
rono questi. Che i detti grandi e nobili recati ab«-
fido d'essere popolani non potessono essere de prio*
* fi reeoifono a popolo* Bd. O. . t
« Pino fqH$Ho nome ri cove dtUla Uggt d^MofT^ *
timti)f eoo. Ed. O.
DI GIOVANNI VILLANI.
461
ri, -aè de' dodid, né gonfaloyierì di compagoiOi né
capilaai di leghe del contado infra cinque anni ; o-
gni altro nfteio potesiono avere ^ e se alcuno deMetti
infra dieci anni appeniatamente facesse omicidio o
tagliasse membro, o desse fedita enorme ad alcuno
popolano, 0 facesse fare, o ingiuriasse possessione
di popolano, dichiarandosi per consiglio del popolo,
dee essere a perpetuo rimase de' grandi. Ma nota,
che parecchie schiatte e case di popolani erano più
degni d'essere messi tra* grandi, che la maggior
parte di quelli che per grandi rimasono, se andas-
SOBO di pari le bilance della giustizia, per le loro
ree opere e tirannie ; e tutto questo è per difetto del
nostro male reggimento. Fermati i detti ordini, e
tratti del nuoyo squittino i priori, e' dediti, e' gonfa-
lonieri, che entrarono in calen di novembre appres-
SO) si trovarono i più artefici minuti, onde il po-
polo fii contento, e acquetossi la città d'ogni so-
spetto e gelosia. B nota ancora, e ricogli, lettore,
die quasi in poco più d^nno anno la nostra città ha
avole tante rìvolture, e mutati quattro stati di reg-
gimento, ciò sono : innanzi che fosse signore il duca
d^ Atene signoreggiava il popolo grasso, e guidKn-
dosi male, come addietro arete inteso, che per loro
difetto vennono alla tirannesca signoria del duca, e
eaocinlo il duca ressono i grandi e' popolani insie-
me, tutto che fosse piccolo tempo, e con riuscita di
grande fortuna. Ora siamo al reggimento degli ar-
tefici e del popolo minuto. Piaccia a Dio che sia e-
saltamento e salute della nostra repubblica, onde mi
fa temere per gli nostri peccati e difetti, e perchè i
cittadini sono vuoti d* ogni amore e carità tra loro,
ma pieni d^ inganni e di tradimenti V nno cittadino
contro all'altro; ed è rimase questa maledetta arte
in Firenze in quelli che ne sono rettori, 4i pro-
mettere bene, e fare il contrario se non sono prov-
veduti 0 di grandi prieghi o di grande utile; onde
nott ennsa cagione permette Iddio il suo giudicio a'
popoli ; e questo basti a dù se ne ' intende.
CAPITOLO XXIV.
Alquanis eoie fatte di nuoto in Firenze in questi
tempi.
Ne' detti tempi e mese di settembre, per ser-
vigi ricevuti dal conte Simone da Battifolle e da
Oddo ano nipote figliuolo del conte Ugo, il comune
gli reetitui le terre d' Ampinana, Moncione, e Bar-
hiechio* B deliberossi il comune d'Arezzo dalla si-
gnoria del comune di Firenze, dando al servigio e
al bisogno del nostro comune cento cavalieri di qui
a quattro anni, rendendo al comune gli Aretini per
anno fiorÌBÌ..M d' oro, che ve n' avea mesn il nostro
oomnne dngentomila fiorini à" oro. B diessi il castello
di Pietrasanta al vescovo di Luni, acciocché guer-
reggiasse i Pisani coli' aiuto di messer Luchino si-
gnore di Milano sno cognato, come assai tosto fa-
remo più stesa menzione. Per la rivoltora del duca
si perde la signoria d'Arezzo e di Pistoia, e Ser-
ravalle, e Volterra, e San Giorignano, e Colle, e
Pietrasanta, e Santa Maria a Monte, e Montetopoli,
e Castiglionearetino, e più altre castella e ter-
re, por colpa dei più de' nostri rei e barattieri cit-
tadini e castellani di quelle. B così riescono i nostri
maH acquisti, quando il comune è io divisione e male
guidato. Ancora del detto mese s' apprese il fuoco
in Firenze in più luoghi da Santo Apostolo, e ar-
sonvi dodici case, e una a San Giorgio, e una a San
Piero Gattolino, e una nel Corso de' tintori, e una
a San Piero Celerò con grande danno; e tutto que-
sto è del giudicio di Dio per i nostri peccati.
CAPITOLO XXV.
Come i Fiorentini feciono di nuovo pace co^Pisani.
Riformato il nuovo stato del popolo in Firenze
per lo modo ch'avemo detto, per non avere guerra di
fuori per lo nostro variato stato, si fece accordo co'
Pisani per lo nostro comune con poco nostro onore,
e guardando più secondo il tempo, con questi patti; che
Lucca rimanesa0 libera a' Pisani e a loro signoria,
rimettendo in Lucca i loro usciti, chi vi volesse tor-
nare, e i loro beni rendere alle loro famiglie, e di
dare al comune di Firenze di censo di Lucca, per lo
debito obbligato a' Fiorentini e per quello di messer
Mastino, fiorini centomila d'oro in quattordici anni,
ogn'anno come tocca per rata per la festa di San
Giovanni di giugno ; rimanendo al comune di Firenze
tutte le castella e terre di Lucca che si teneano, e
franchi i Fiorentini in Pisa di quello venisse per mare
per la valuta di dugentomila^ fiorini d'oro aOo stimo
della mercatanzia, che sono la valuta del quarto più, e
da indi in su pagare danari due per libbra ; che sem-
pre ab antiquo erano i Fiorentini al tutto liberi e
franchi in Pisa, e i Pisani in Firenze. Ma per questi
nuovi patti sono i Pisani franchi in Firenze V anno
la valuta di fiorini trentamila d'oro di loro mercatanzia
che venisse da Vinegia, e se soprappiù ve ne venisse,
pagasse danari due^ per libbra. Tale fu la infinta pace
co' Pisani rimanendo la mala volontà; e fu piuvicata
e bandita a' di 16 di novembre 1343. E con tutto
che il duca la facesse co' Pisani al suo reggimento,
come detto è addietro, fu in più casi più onorevole
per lo nostro xomune, che non fu quella.
CAPITOLO XXVL
Come mesier Luchino Visconti di Milano si fece
nimico di nuoto de'* Pisani^ e quello ne seguk
I Fiorentini, come toccammo addietro, lascia-
rono a' Pisani una mala azione, quando diedono Pie-
trasanta al vescovo di Luni, de' marchési Malespini,
il quale era cognato per la scrocchia eh' era moglie
di messer Luchino Visconti signore di Milano, il
quale era indegnato contro a' Pisani, perchò teneano
Serrezzano, e Lavenza, e Massa de' marchesi, e altre
loro castella in Lunigiana, né per suoi prieghi non
le aveano voluto rendere, né a lui né alla promessa
data di molti danari che gli restavano a dare del
gran serfigio fatto per lui della forza di sua gente
contro al nostro comune, quando ci sconfisse a Luc-
' a chi »e»U e ecc. ha la Giuntina.
' La Ginntiaa Ugge: vnitimih^ e più sotto: «loiierìiffi*
dici per Uhòru,
* Qui noyam€nte Isggc undici la succitata.
46t
CROMCilB
ca, e poi a tostenere V assedio, ond^ ebbe la città
di Lucca ; per la quale ingratitudioe de* Pisani^ e per
la vergogna che feciono a messer Giovanni Visconti
stato loro capitano, quando uscì della nostra pregio-
ne, come toccammo addietro, e perchò aveano cac-
ciati di Lucca i figliuoli di Gastruccio suoi amici e
raccomandati ; e con coperto conforto de* Fiorentini e
col vescovo di Luni e colla scrocchia, messer Luchino
si fece nimico de* Pisani, e messe in pregione dodici
stadlchi ch*avea, figliuoli de* maggiori cittadini di Pisa,
e mandò in aiuto al vescovo di Luni milledugento
de* suoi cavalieri, e capitano il detto messer Gio-
vanni Visconti, i quali con altri che mandò appresso
feciono molta guerra a* Pisani, faccendo capo a Pie-
trasanta, come tosto faremo menzione. Lasceremo
alquanto de* fatti di Firenie e di Pisa, e diremo d^al-
tre novità degli strani state in questi tempi per se-
guire il nostro stile.
CAPITOLO XXVJL '^
Di grandi tempeste che furono in mare^ e della rotta
della Tana.
Nel detto anno 1343, del mese di novembre,
il di di Santa Caterina, fu in mare grandissima tem-
pesta per lo vento di scirocco in ogni porto dove
ebbe potere, e spezialmente in quello di Napoli; che
quante galee e legni avea in quello porto tutti li
ruppe e gittò a terra, e quasi tutte le case della ma-
rina ov* erano i magazzini del vino greco e delle
nocelle, per lo crescimento del mare tutte allagò, e
molte ne rovinò e guastò, e menò via tutte le botti
del greco e nocelle, e ogni mercatanzia e masserizie,
onde si stimò il danno più di quarantamila once d'oro,
di fiorini d*oro cinque 1* oncia. Questo fu segno di
grande novità e mutazione, che doveva avvenire as-
sai tosto in questo paese. E per simile modo avven-
ne in porto di Pera in Romania incontro a Costan-
tinopoli, con grande danno de* Genovesi e di chi vi
era alla terra. E in questi tempi essendo cominciala
una grande zuffa uno giorno alla città della Tana nel
mare maggiore in Romania tra* Veneziani e* Saracini
della terra, avendo i Veneziani nella detta zuffa so-
prasteti i Saracini, e morUne alcuni, e fediti molti
onde quegli della terra u commossono a furia e rubaro-
no e uccisono quanti Veneziani e Genovesi e Fioren-
tini trovarono, e alquanti altri cristiani che nella terra
si trovarono alla zuffa, e chi non potò fuggire alle
loro galee \ e presono più di sessanta mercatanti latini,
che al romore non furono morti, e tennergli in pri-
gione da due anni, e poi per danari e per ingegno si
faggirono, e con grande pericolo scamparono. E sti-
mossi il danno delle mercatanzie e spezierie rubate
per li Saracini a' Genovesi più di trecentocinquanta-
mila Aorini d' oro, e a* Veneziani da trecentomila fio-
rini d*oro, senza il danno degli altri mercatanti che
erano nel paese. E tali sono gli stimoli e perìcoli de*
mercatanti per le loro peccatli e follie ; e per que-
sta cagione rincarò in qaesto nostro paese ogni spe-
sìeria, e seta, e ogni avere sottile di Levante, cinquan-
ta e più per centinaio subitamente, e tale il doppio.
CAPITOLO XXVnL
Della notila fatta in Firenze per quelli cka
reggetano la eiità.
Nel detto anno, del mete di dicembre^ per al-
cuna gelosia mossa in Firenze per gli grandi e non
vera, furono dati i confini a cinque de** Bardi, e a
quattro de^Frescobaldi, e a due de* Rossi, e a tre de*
Donati e a due de* Pazzi, e a nno de* CaTÌcciuli, con
tutto che la maggior parte de* detti e éi loro ed al-
tri, per levare sospetto al popolo e fuggire la furia
se n* andarono in contado agli loro laoghl ad abi-
tare, e lasciarono la città. A dì 3 di marso del detto
anno fu ferma e piovicata lega e compagnia tra *1
comune di Firenze e quello di Perugia e di Siena e
d'Arezzo per fortificare il loro stato, e per abbattere
i Tarlati d* Arezzo e drogai altra tirannia d* intorno.
E in questi tempi i Fiorentini i*accordarono di nuovo,
e feciono ragione con messer Mastino delia Scala,
che gli restavano a dare per la matta compera di
Lucca fiorini centottomila d* oro, e cosi glieli asse-
gnarono sopra la gabella del macello e de* contratti,
ogni mese duemila fiorini d*oro, tomaodo i nostri
ventisette stadichi cari cittadini slati a Verona più
di due anni : bontà del duca d* Atene, che non ne cu-
rava niente, ma gli lasciava stare per abbandonati, e
per la sua avarizia non gli dava danaio, oè le pa-
ghe promesse, che fu intra gli altri suoi difetti questo
uno di quelli che molto gravò e dispiacque a* citta-
dini. Handovvisi poi dodici cittadini a vicenda di quat-
tro mesi in quattro mesi a soldi cinquanta ' il di p^
uno per loro spese, e a fiorini uno al cavaliere.
CAPITOLO XXDL
Ancora della guerra della genie di tnesser Luchino
Visconti co* Pisani,
Neil* anno 1 344, a di 5 d* aprile, avendo la
gente de* Pisani eh* era in Versilia in Lunigiana fatti
grandi fossi con Isteccati e bertesche dalla marina
al castello di Rotaia, e poi inaino alla montagna al
castello di Montegioli eh* eglino teneano, acotocchè
la gente di messer Luchino che erano in Lunigialia,
non gli potessono correre né danneggiare aopra il
contado di Pisa, e quelle fortezze si guardavano di
di e di notte con loro gente assai grossa a cavallo
e a pie; quella notte la gente di messer Luchino
ruppono la fortezza tra Rotaia e MontegioH, e ptf-
aarono, e vigorosamente assalirono h gente de' Pi-
sani: e dopo la grande battaglia, la gente de* Pi-^
sani furono sconfitti, e molti presi e morti, onde i
Pisani molto isbigottirono. E poi a dì 2 di mfggio
menando messer Benedetto Maccaione de* Goalandif
rubello di Pisa, trecento cavalieri di quegli di maa-
ser Luchino, eh* erano venuti^ in Maremma con loi a
guerreggiare i Pisani e loro terre per accozzarsi
colla gente grossa di messer Luchino, che per la
* quaranta^ dice l'edisùone de' Giunti.
' vernati ha la Giuntina , cioò : fvcrnati^ o dimor<^^ »
v^rno in Maremma ecc.
DI GlOVArUM VOLANI.
463
vittoria avuta a Rotaia volieno passare il Serchio, e
venire di qua in sa quello di Pisa, essendo il detto
Benedetto e sua gente albergati a Santa Gonda, prov-
vedutamente e a posta fatta furono presi da cinque-
cento cavalieri de* Pisani e molti balestrieri eh* erano
stati al Pontadera per attendergli ; e rimasonvi tra
presi e morti più di cento uomini a cavallo, e tutti
erano tra presi e morti, se non che si fuggirono
alla spiaggia di San Miniato, e quivi coir aiuto de*
Samminiatesi quegli che scamparono si ridussono a
salvamento. Sentendo questa novella messer Giovanni
da Oleggio de' Visconti, capitano della gente di mes-
ser Luchino, si parti da Versilia con settanta bandie-
re, che furono millecinquecento a cavallo e passa-
rono il Serchio al ponte a Moriano, e vennono per la
Cerbaia e passarono la Guisdana a Rosaiuolo , e poi
guadarono V Amo e ricoisero la loro gente a San-
ta Gonda, e accamparonsi a Casteldelbosco in sulla
Cecina, guerreggiando il contado di Pisa per piik
tempo e prendendo più loro terre e castella. La gente
de* Pisani, eh* erano mille cavalieri, s' afforzarono al
fosso Amonico e al Pontadera per gnardare la fron-
tiera, senza avvisarsi co'nimicl. E partiti dal Castel-
delbosco, osteggiarono per più campi la Valdera e
la Maremma infino ali* agosto, e più vi sarebbono
dimorati, se non fosse che per la soperchio caldo
e disagio vi si cominciò una corruzione, onde assai
ve n* ammalarono e morirono; e fra gli altri ca-
porali vi mori messer Benedetto Maccaioni grande
nimico de* Pisani, e Arrigo di Castruccio che fu
signore di Lucca, Per la mortalità e pestilenzia si
parti la detta oste con quegli eh* erano iscampati,
e tornaronsi in Versilia con grande loro dannaggio
di gente. Lasceremo alquanto di questa guerra, e
diremo d* altre novità occorse in questi tempi.
CAPITOLO XXX.
Come quelli di Castelfranco di Valdamo presono
Campogiallo^ e uccisono certi de* Pa^bii di Valdarno,
Nel detto anno, a di 29 d* aprile, quegli di Ca-
stelfranco di Valdarno di sopra con altri Valdarnesi
e masnade d* Arezzo cavalcarono sopra' Pazzi di Val-
darno, e per tradimento ebbono una porta del ca-
stello di Campogiallo, eh* era de* Pazzi, e in quello
enbrati, corsono il castello e uccisono uomini e fem-
mine senza nulla misericordia, e uccisonvi dieci della
casa de* Pazzi de* migliori di loro , e rubarono la
terra e misonvi fuoco, onde caro costò a' Pazzi la
guerra e oltraggi fatti a quelli di Castelfranco e agli
altri Valdarnesi del contado di Firenze per lo tempo
passato.
CAPITOLO XXXL
Come U re di Spagna ebbe per assedio la forte terra
di A%ÌMra in Granata,
Nel detto anno, a di 25 di marzo, s* arrendè
al re di Spagna la forte e grande città d' Azizera in
Granata eh* era de* saracini, alla quale era stato ad
assedio più di quattro anni per mare e per terra
con grande aflanno e spendio e mortalità di cristiani ;
peroochò sovente erano assaliti dal re di Granata e sua
gente, e guerreggiati e per mare e per terra da*8a-
racini di Marocco e da quegli di Barberia, che ogni
anno vi veniano al soccorso più volte con grande
navilio e gente innumerabile di saracini, ov* ebbe
più battaglie, e per mare e per terra, quando a danno
de* cristiani e quando de* saracini, che sarebbe-lunga
materia a raccontare; peroccbò i saracini aveano porto
in mare sotto il forte castello di Giubeltaro, il quale
i saraceni aveano racquistato sopra i cristiani per tra-
dimento, come addietro facemmo in alcuna parte men-
zione. Ma tutto era invano 1* impresa e assedio del re
di Spagna, perocché la città era fortissima di mura
e torri e fossi con buono porto e forte, fornita di
vittuaglia per grande tempo, e di buona gente d*ar-
me e d* arcieri, e di balestrieri, e saracini ali* aiuto
di fuori, come detto avemmo, e se non fosse 1* aiuto
del papa e della Chiesa, che coli* aiuto di moneta e
di decime e é* altri sussidii atava e forniva il redi
Spagna, onde al soldo della Chiesa egli mantenea al
continuo in mare venti galee armate de*Genovesi, sen-
za quelle de* Catalani e SpagnuoU, e diede il papa in-
dulgenza e perdono di colpa e di pena a chi v* andasse
0 mandasse aiuto. Per la qual cosa molti conti e baroni
e cavalieri di Francia, e d' Alamagna, e d'Inghilterra,
e di Linguadoca v* andarono alle loro spese al ser-
vigio, standovi ad osto chi quattro e chi sei mesi;
e andovvi il conte d*Analdo con cento cavalieri, e
cosi più altri baroni ; per la qual cosa si continuò la
guerra e l'assedio e fu si stretta la terra per mare
e per terra, che nullo ne potea entrare né uscire;
e dentro v* avea più di trentamila uomini d' arme sa-
racini senza le femmine e i fanciulli ; sicché faUi
loro la vittuaglia per lo lungo assedio, e per fame
s* arrenderono salve le persone, che se u* andarono
tutti in Granata fra terra ; onde fu nobile acquisto
al re di Spagna e a tutta la cristianità ; e trovossi
dentro molto tesoro, cose e arnesi. Ora ha il re di
Spagna e i cristiani buono porto e entrata del reame
di Granata da potere guerreggiare e acquistare il
paese. Lasceremo de* fatti de* saracini, e torneremo
alle novità di Firenze occorse in questi tempi.
CAPITOLO XXXIL
Di certe novità state in FirenM in questi tempi.
Nel detto anno 1344, del mese di giugno e di
luglio signoreggiandosi il reggimento di Firenze per
lo popolo ricciuto cioè minuto, come più tempo dinan-
zi fu detto che dovea avvenire, cioè per le capitudini
delle ventuna arti, come dicemmo addietro nella rifor-
magione della terra, cacciato il duca d* Atene, si si cer-
cò per certi uficiali, e fecesi inquisizione di tutti i dft--
tadini, rettori e castellani stati per lo duca nella città
d* Arezzo e nel castello fatto per gli Fiorentini in quella
e di Castiglionearetino, e della città di Pistoia e del
Castello che v' era dentro, e di Serravalle, e di più
altre castella di Valdanio e di Valdinievole, e delia
citlà di Volterra, e di Colle di Valdelsa e di più
altri, i quali alla rivoluzione della cacciata del du-
ca e di sua signoria, e certi de* detti che v* erano
*M
CRONICHE
CAPITOLO XXXVL
Di certe tumià eMe nella dUà di Firenze
ne* deiH iemjn.
Nel detto imo 1344, dèi mese di dicenbre,
la campint del popolo, cbe saooa per lo consiglio,
là ore ella fti posta era stata sopra i morii del pa-
lagio de* priori, sì si tirò e acconciò ad alto in sìdla
torre, acciocché sbadisse meglio Oltrarno, e per tatto
la città: e era di nobile snono della sna gnndex-
aa. B nel luogo dor* era qndla, fn posta la campa-
na che renne dal castello di Venia, e ordinato fa
che aonasse solamente qnando s^ apprendesse il fuo-
co di notte netta città, acciocchò al snono di quella
traessono i maestri e g^ altri che aono ordinati a
apegnere n fàoeo. E del mese di gennaio aeguente
ai fece per lo comune di Firenze accordo e lega e
compagnia col TescoYO d* Arazzo, oh^era degli liber-
tini, e con suoi consorti, e trattigli d^ogni bando;
ed egli diede in gaggio le castella del vescoTado
e le fortezze al conte Simone da Battifolle e a* auoi
fedeli per died anni, riccTente per lo comune di
Firanze, per fiiffe guerra a* Tarlati e a*rabelli d'A-
rezzo, e avere amici per amici e niniici per nimid.
Le castella principali furono: Civitella, Connina, e
il palagio di Castiglione degli Ubertini e più altre
fortezze. E ali* uscita del dette mese s* apprese il
fuoco nel monastero delle donne del Prato d^Ognis-
aanti, e fece loro danno assai E appresesi il pri-
mo di febbraio nella Cittarossa, e arsevi una casa
e una femmina dentro. E a <fi 15 di febbraio fu-
rono condannati per processo fatto tutti quelli deHa
casa degli Ubaldini nell'avere e nella penona sic-
come rubelli (salvo il lato di quegli da Senno, che
non si trovarono colpevoli) per la cagione della
cacciata e della battaglia e aguato che feciono alla
nostra gente a Rifiredi, qnando andarono a soccor-
rere Firenznota ed il castello di Tirii, e per la presa
detta detta Firenzuola e del castello di TirU atta cac-
data del duca d'Atene, come in alcuna parte ad-
dietro facenuno menzione; e tuttM loro beni ch'e-
rano nel contado di Firenze furono messi in comu-
ne ^ Nel detto mese di febbraio vennono in Firenze
ambaadadori del re di Francia a petizione del duca
d' Atene ; e dò fhrono uno cavaliere e uno eberi-
co, e In pieno consiglio domandarono l'ammenda
del detto duca. E nel detto consiglio in loro pre-
senza furono pubbHcate le sue operazioni e difetti, e
mostrate le «uè quetanze; e ordinati e mandati al
re di Francia ambaadadori cotta rispoata per lo no-
atro comune, come dicemmo addietro ; e quegli am-
baadadori del re furono onorati e presentati per lo
comune, e fatto loro le spese e compagnia e onore
assai, mentre che dimorarono in Firenze e per lo
noatro contado ; onde n' andarono molto contenti;
ma però non lasdò il re di Francia di non proce-
dere centra i Fiorentini per lo duca, come innanzi
ai farà menzione. E nel detto mese éi febbraio per
lo comune si tech ordine, cbe qualunque cittadino
dovease avere dai comune per le- prestanao fatte al
' Vedi ta nota 1, pag. 200, col. L
tempo de' venti detta batta, come addietro facemBO
menziono, che ai trovarono più di ctnquecentosetUn-
tamila fiorini d'oro, sansa fl debito di messer Mas^
detta Scala, di' erano presso a centomtta (lotim d*o-
ro, che d mettessono in uno registro ordinatanea-
te ; e dare il comune ogni anno di prowisieac e
usufrutto a ragione di dnque per centiamo, dando
ogni mese la paga per rata ; e dipntosd a foroira
fl detto gmderdone parte atta gabella delle poiti, e
parte ad altre gabette, che montava Tanno da ftormi
venticinquemfla d'oro, dov'erano assegnato le paghe
di meaaer llastmo; e pagato lui, fossonoassignati atta
detta aatiafauone ; U quale meaaer HastifiO fa pagato
del mese di dicembre, per lo modo che diremo in-
nanzi. E cominciosn la paga della detta prowisicae
del mese d* ottobre 1S45. Nel detto anno, a di 14^
di marzo, passò di questa vita e santificò uno Jacopo
figUuolo che fu di messer Bono Giamboni giudice,
6he stava nel popolo di San Brocofo, il qnal era
stato di aanta vita, e vergine di ano corpo, secondo
che si disse, standosi in casa rinchiuso pfò di ven-
tìcinque anni, che non usci mn se non alenna vetta
innanzi giorao andandoai a confessare o a prendere
fl corpo di Cristo ; e avea dato per Dio a' poveri tetta
aua sttstanzia e patrimonio, e poveramente in dlgiu&i e
orazioni vivea, e scrìvea Kbri a prezzo^ dittando da
se di sante e buone cose ; e chi gtt mandava lemo-
dna non la ricevea, ae non da' divotì suoi amid ; e
il soperchio del suo guadagno a giornata dava par
Dio a' poveri. E finito poveramente, fece Iddio n*
aibiU e aperti miracoli atta sua morte'; e poi fa sep-
pelUto a Santa Croce a guisa di aanto. E a aua vita
predisse a certi suoi amid più cose futore per la
virtù dello Spirito Santo, che awennono netta no-
stra dttà, e detta signoria e cacciata del duca d'Atene.
Laaceremo alquanto de' fatti di Firenze, che assai
n'avemo detto a questa volta, e diremo degU stram.
CAPITOLO xxxvn.
Di not>iià state nella città di Genota in questi
tempi.
Nel detto anno 1344, dl'nsdtadi decembre, il
dogio del popolo di Genova, che avea nome Simone di
quegtt di Boccanegra, fl quale era regnato aignora da
quattro anni, come addietro ò fatta menzione, per sol
motiva, e aentendo che quegli d* Oria, e gli Spinott,
e' Grimddi e dtrì nobiU con l<Mt> sforao veniano alli
terra, si rinundò la signoria dinanzi al pariamente dd
popolo, e andossene a Pisa con tutta sua famiglia e pa-
renti, con più di centomila fiorini d^oro, ehe d disse
che gli avea guadagnati, ovvero trabaMati' al ano afi-
de, e se gli portò seco. E il popolo di Genova, ac-
docchò i grandi non prendessono la signoria, di pre-
aente elessono dogio dd popolo e misere in aigno*
* a dh 12f data U Giuntina.
* 0*1 woperekio di Ho guadagno^ finito po9er<mmtfi «^
mcmgiare d^ giornata^ dava per D^ a\ povcrL .F^cs 144^
viaibUe e aperti miracoU per lui aUa sua tnorte ecc. Ed. G.
* V. A. traftigatì. Dicesi imcho: tribaldati. Vedlapag-
162, col. n, nota 1. '
DI GIOVANNI VILLANI.
4d7
n« uso GiòViBBi 4« Moiilereot^ il quale cevÌBelò a
Ngfare la iigaorìa fraooaneata par lo popolo, e
ooBlradire «' detti fraudi e potenti, ohe veniaDO eoa-
ira al popolo* B poi per ordine e trattato del detto
4ogio quegli della dite di Saona levarono la città
a rottore a di 8 di gennaio aegnente, e feoiono po^
polo, e eacoiarono della terra i loro grandi, e a
quanti grandi e nobili v^ ayea di Genova tolfono lo-
ro le caateUa e ogni fortesaa eh' aveaoo in Saona.
B poi il di seguente il popolo di Genova fece il
iimigUante; e perchè gli Squardafichi e i Salvati-
ehi, grandi di Genova, feciono alcuna reaiitanu, fu-
rono aaaalitì e combattuti dri popolo, e morti di lo-
ro, e cacciati dalia terra. Vegnendo in quo" dì Ot-
tone Dona e suoi seguaci e amici con settecento
cavalieri e popolo assai dentro de* borghi di Porca,
il popolo di Genova usci deUa terra, e con armata
BMBO gii assalirono e combatterono e misongli in
{•confitta, e rìmasoao assai de' morti e de'presL E
il febbraio seguente il dogio e il popolo di Genova
feciono lega e compagnia con messer Luchino Vi-
sconti signore di Milano, ed egli promise loro d' a-
vere amid per amici e ninùci per nimici, e servirgU
al loro bisogno di cinquecento cavalieri. E poi del
detto mese, gente d'arme di Genova^ eh' erano iti a
cavallo e a piò a porto Morici, furono rotti e scon-
fitti daMoro nimici uscilL Ma poi T aprile vegnente
quegli di Genova coli* aiuto di messer Luchino v'an-
darono ad oste per mare e per terra, e presono il
detto porto Morìd e la terra. Ma poi all'entrare di
loglio 1345 messer Luchino Visconti fece fare la
pace dal popolo di Genova a' loro usciti.
CAPITOLO xxxvm.
Aucora della guerra di messer Luchino Visconti
co* PisanL
Nel detto anno e mese di febbraio i Pisani fe-
cero lega e compagnia con certo ordine con messer
Mutino della Scala, e col signore di Bologna, e col
marchese da Ferrara, e con certi Romagnuoti per
dispetto e contrario di messer Lnchino Visconti e
richiesono i Fiorentini : ma non vi si voUooo accor-
dare. Per la quel cosa la gente di messer Luchino,
ch'era a Versilia, passarono il Serchio in quantità di
cinquecento cavalieri.e popolo assai, e corsone infine
presso alla città di Pisa per la via di Valdiserchio fac-
oendo grande danno d' arsione .e levando grandi pre-
de d' uomini e di bestie e d' arnesi, e tomaronsi in
Versilia sani e salvi, che di Pisa non usci uomo a
contradiarglL fi poi del mese di maggio 1345 morto
il marchese Maiispina cognato di messer Lnchino, a
coi petizione manteneva la detta guerra ; e poi a prego
del dogio e del popolo di Genova messer Luchino fece
pace co* Pisani, ed ebbe di menda centoaula fiorini
d' oro, rimanendo a^ Pisani le terre di Lucca, che
allora si teneano per messer Luchino, ed egli rendè
gli stadichi a' Pisani. E questo è il fiae de' tiranni di
Lombardia, per trarre il loro utile delle guerre, e dis-
sensioni di noi ciechi Toscani. Lasceremo alquanto
de' nostri fatti di Firenze, di Toscana e d' Italia, e
diremo di certe novità d' oltremare.
CAPITOLO XXXIX.
Cofne i erisHani presono la dUà delle Smirne
eopra a' Turchi.
Nel detto anno 1344, essendo per Io re di Ci-
pri e per lo mastro dello spedale e della magione,
che teneva l'isola di Rodi, e per lo patriarca di Co-
stantinopoli con gli ammiragli delle galee de' Ge-
novesi, de' Catalani e de* Veneziani, eh' erano al soldo
della Chiesa, ordinarono sopra i Turchi una grande
armata di navi a cocche e galee con molta buona
gente d' arme, per andare sopra i Turchi, e rauna-
ronsi sopra l' isola di Negroponte in Romania, ovvero
in Greda ; e di là si parti la detta armata addi... del
mese di maggio, e puosonsi alla città delle Smirne
nel paese che oggi ai chiama Turchia, assai presso
dove anticamente fu la grande città di Troia, e in
quello golfo di mare. La qual dttà si te^iea per gli
Turchi, ed era molto forte fornita di Turchi e sara-
oini. E la detta armata di cristiani entraron nel porto
d^Ue Smime, e quello combatteron con aspra bat-
taglia, e con difidi e torri di legname fatte in sulle
cocche e navi, e per forza presono le torri del por-
to, e tagliarono e gittarono in mare i Turchi che vi
erano alla difesa. E vinto il porto, assalirono la terra
da più parti, e combattendo per fona d' arme l'eb-
bono con grande tarlata e uoddone di saracini e
Turchi, che non vi lasciarono né uomo, nò femmina,
uè fanciullo, e che non fosse messo al taglio delle
spade chi non si foggi, i quali furono innumerabile
gente ; e trovaronla fornita di molte ricchezze e cose
e masserizie e vittuaglia. . Sentendo ciò il soldano
de' Turchi, ch'uvea nome Marbasdano, eh' era in^,
terra a' suoi castelli, di presente vi venne con tren-
tamila Turchi a cavallo e con genie a pie innomera-,
bile, e puosesi di fuori ad assedio alla detta terra-
delie Smirne con più eampi. I oristiam eh'aveano.
presa la terra, la guerniroio e afiorzarono di loro-
genti, e la terra era fortissima di mura e torri, e so-,
vento venivano fuori alle scaramucce e a' badalucchi
contro a' Turchi, quando a danno dell' una parte e-
quando dell'altra; e il detto assedio divo parecchi me-
si, combattendosi al oontiauo di di e di notte. Io que-.
sta stanza Marbasdano,. addano de* Turchi, veggendo.
che seguendo l'assedio perdea al continuo di sua
gente, e poco potea fare alla terra, al era forte, e',
provvide maestrevolmente per tirare i erìstii^ni fuori
al campo, e d ritrasse colla maggiore parte deUa sua
gente addietro alquante màf^xsi alle montagne, e la-
nciò addietro certa parte di sua oste a campo fuori,
della terra. I cristiani ch'erano nelle Smime, veg-
gendo eh' era assottigliato il campo de' m'mici di
gente, stimandod che fossono per assedio stracchi,
il di di Santo Antonio, adi 17 di gennaio, popolo
e cavalieri *u8drono della città, e assalirono il cnmpo
de' Turchi vigorosamente, e qudlo con poco contra-
sto di battaglia francamente misono in isconfitta e
fuga oon grande mortalità de^ Turchi; e preso e ru-
balo il campo, intendendo certi alla caccia de* Tur-
chi ohe fii^[ìvaBO, e eerli a spogliare il campo, e i
capitani dell'oste con buona parte della migliore mes- .
gente intendendo a fare grande festa, e celebrare
4eg
CROmCUB
•t, e Mcriiloare nel oampo, oredendoii arere tallo vhi-
tOy e 101 prendendoti guardia deU^agoato, Marbudano
GO^aaoi Tarohl, com^area ordii|alo per certi aegni,
diiceae della montagna ^ e gli crutiani oh* erano apar-
ti, e male in ordine e peggio a guardia, ohi armato
e chi diaarmato, di presente asaall, e con poco affan-
no gli ebbe rolli e aconflttì e meati in Tolta. B chi
fi faggi nella terra; e de* migliori rìmuono nel cam-
po della battaglia, la qnale dorò poco, perocché i
crittiani erano pochi alla eomparauone de' Torchi;
e quegli ohe retsono al campo rimasono tatti morti.
Infra gli altri tì fti morto H patriarca di Costanti-
nopoli, uomo di grande valore e antoriti, e metter
Martino Zaccherìa ammiraglio de* Genoveti, e metter
Piero Zeno ammiraglio de* Yenesiani, e *1 malitcalco
del re di Cipri, e più frieri della magione dello tpe-
dale, con pia di cinquecento bnoni nomini de* crì-
fltiani che t* erano combattendo al campo, onde fu
grande danneggio; tatti gli altri crittiani uggirono
nella terra dèlie Snune. B aTtenne loro bene, che per la
detta rotta e aoonfltla non itbigottirono, ma Tigoro*
semente ealTarono e difetono la terra da*Tarchi, aio-
ehè per battaglie che tì dettono non la poterono
wrere né racqnittare, i» fnvTi morta molta di loro
gente per gli molti balettrìeri che dentro v* erano
olla goardia. Venata la detta noTcUa in ponente e al
papa, lieti ne furono molto per lo acquieto delle
Smirne, e ornoeioti della rotta e perdita di quella
buona gente ohe tì rimatone mortL Per la quel cote
{noontanente fece fl papa indnlgenaia di perdono di
colpa e di pena a chi Vendette o lundatte al toc-
oorto, e andarouTi di Pirente di loro Tolontè, e che
d furono mandati alle apeae di chi Tolle il perdono,
da quattrocento nomini tegnati di croce con toHe ar-
mi con eopratberghe* bianche con giglio e croce Tcr-
niglia, e per loro mededmi ordinatiti con conettabifi
e bandiere. B di Siena Te n^andarono bene trecen-
todnquanta, e coti di BMMe altre terre di Toacana
6 di Lombardia, e £ qoali pochi, e di quali attd per
lore mededmi, aaiiìi ordine di eomme, fcccendo la
tia -di Yinegia, peroeehè là era ordinalo il patto e
i naTflii alle apete della Chieta, e del papa. B fe-
done capitano de*crociati il Delfino di Vienna, e con
eoa compagnia fli gente d* arme al tolde della Chieta
pattò per PireniealTentnre dd mene d*otlobre 1845,
e andonne a Vinegia per teguire il detto Titggio e
impreta, e più diri caTalieri oltramontani t* andarono
per aTcre U perdono ; e chi al flato * deUa Chieta.
Leaceremo d pretente della detta imprete, e diremo
d* altre noTità alale nd detto tempo.
CAPITOLO XL
Com9 fi$ wèorto il r§ d" Emmia.
ffel detto anno 1844, il re d* Erminia, il qude
iTca per moglie la figlinola dd preme di Tanmto e
della Morea, e nipote del re ftuberto, per amore della
moglie, ti dOettaTa oo* baroni e caTalieri Tatibi, che
* Soprarrotta da iodoatare aopn V eabtfgo.
* al feudo, o che i^aga fio, tribeto di feudo. In tal tea-
IO k -parola nnoya alla Cmsca. La adiaiona de' Oianti re-
ca t^fitdOi a vale dlrettamaate fmdatarìOf tribntario di Aado»
più gH piaceTU i loro eottumi dM qnegli degli Br«
mini, e quanta boona gente di ponente cepitaTa ia
aua corte gli riteneTi a tuo toMo, chi e cardio, chi
a piedi; per la qud cote i baroni ermini per ìutì-
dia ordinarono tradimento, e acdcono 9 dello lore
re. B ancora d ebbe, e fti grande cagione della tu
morte, che il papa per auoi collegati gU aTCa pro-
metto tutddlo e doto dk ^fbndone de*aaracini,
e 1 re di Francia più tempo dinann prete la deca
e promite di pattare oltremare al conquialo ddlaTem
Santa : e datcuno de* delti dgnori lennono al conti-
nuo in Tana aperaue il dello re d*Brminto e i tud
baroni, e datcuno gli iilll, doè fl papa e il rt di
Francia, e*taracini cortono Ire Tolte TBrminia con
grande danno dd paete; e però i baroni dd paete
ti tdegnarono contro d dello re, e 1* nodeono. La-
tceremo de*fMli d*oltremare e d'dtre noTità dHntor^
no, faccende digretdone, raccontando d*nna grande
congiunaione di certi gruTi pianeti die fti in quedi
tempi, die tono di grandi dgniflcaiioni d aecole.
CAPITOLO XU.
DMa caugiunmomB di Saturno e di Giove • di
Marie ne/ segno d* Aquario.
Neirknno 1845, a di 28 di marxo, poco dopo
r ora di nona, tecondo Padequatione di mattro Pe-
gole figliuolo di ter Piero, grande maettro in que-
tta tdenxa d* attrologia, fti la conginniione di Sa-
turno e di GioTc a gradi Tenti del tegno ddPA-
quarìo coU* iofratcritto atpetlo degli diri pianetL Ha
tecondo 1* almanacco di Profkuo Giudeo e delle Ta-
Tole Toletane, doTca attere la detta congiundone a
di 20 del detto mete di mano ; e *1 pianato di Marti
era con loro nd dello tegno d* Aquario a gradi Tcn-
titette; e la Luna otcurata tutta a di 18 di mano
detto nd aegno della Libra gradi tette, aH* enChtfe
che fece il tele nd tegno dell'Ariele. A di f 1 di
mano f\i Saturno in tuli* ateendente nel tegno d*A-
quarìo gradi didotto e efgnore ddPanno ; e Sere
nel detto Aquario gradi aedid; e Marte nel detiò
Aquario gradi Tcntidne. Ma tegnendo Pequadone
dd detto mattro Pegole, oh* è de* maetlri moder-
ni, e* ditte che co* tuoi itiromenti Titibilemente
Tide la congiundone a di 28 di manto, ettendo la
detta congiundone ndf articolo^ angolo di ponente;
il Bole era quoti a meazo 0 ddo un poco dedineoie
dl*anÌcofo, a gradi nedid dell* Ariete in tua uér
tadone.; e fl Leone, tua cete, era in adi* ateendente
gradi Iredid, e Marte era già nel Petce gradi tette;
Venut nel Tauro gradi quattordid, tua cata, in meato
fl ddo ; Mercurio in Tauro in primo grado, e la Luna
in Aquario gradi quattro. Oaetla congiundone eo*tuoi
atpetti e degli altri pianeti e aegm, aecondo fl detto e
acrilto degli altri ne*libri degli antichi e grandi maettri
di ttrelogia, tignifica. Iddio contendente, grandi cote
d mondo, doè battaglie, omiddi, e grandi commn-
tadoni de* regni e de* popoli, e morte di re, e tratta-
dono di cignone e dì tette, e apparimenlo d*dcu-
' La parola artìeolo maoea alla Gidntina, ed in qaetto
•ignifieato attronoideo anche alle Crotca.
DI 6I0VANNI YILLAN!.
469
no profeta e di duotì errori di fede, e nuove reonta
di lignorì e pesaemento di gente, e oareatia e mor-
talità appreaao in ifoelli climati, regni, e paeai e cit-
tadi. In cni inflaenia aMetti aegni e pianeti è at-
tribuita; e talora la nascere in aere alcuna stella co-
anta, o altri segni di diluvi o di soperchie piove,
peroock* eli* è grande congiunaione per la propin-
quità di Marte, e al per V eolisai prooedente dalla
Lune, o al per la figura annuale a ciò concordevole,
e sì ancora perchè poco tempo appreuo retrogra-
dando Saturno e Giove a* appressarono a gradi uno,
nunuti trentnoinque, tanto che si possono un* altra
volta congiunti riputare; bene darà più tardeaan alli
effetti per la ritrogradagione. Questo non diciamo
ehe aia di necessità, nui fla il più e il meno al p\a-
eera di Dio di provvedere a* detti corpi celestiali me-
diante k sua giustisia e misericordia, e secondo i
meriti e peccati delle genti e de* regni e de* popoli
per punire e remunerare; e diacci la libertà del li-
bero arbitrio delfuomo, quando il voglia adoperare ;
la quel cosa è in pochi per lo difetto del visio la-
adbile, e la poca ooatania delle virtù, onde per gli
più si vive al corso di fortuna. B nota anoora e
troverai, che il pianato di Marte entrò nel segno del
Cancro a di 12 del mese di settembre nell^anno
1345, e atette nel detto segno tra diretto e retro*
grado infino a di 16 di febbraio, e ritornò poi in
Cancro ', e stette poi in quello infino a di 2 di mag-
gio 1346, sicché mostra sia atato in Cancro da mesi
sei e meuo tra due volte, che secondo il suo usato
corso non sta nel segno più che cinquanta di. Onde
per molti maestri si disse che il reame di Francia
avrebbe molte avversità e mutasioni, perchè il segno
del Cancro è eaaltasione del pianato di Giove dolce
e pacifico, e dà riocheaze e nobiltà. U quale aegno
del Cancro è attribuito al reame di Francia. Ancora
il pianato df Giove fu sopraatato da Saturno e da
Marte, il quale pianato di Giove a' attribuisce alla
Chiesa e al re di Francia. Ancora nota, che, partito
Giove dalla congiunaione di Saturno e di Marte, ed
entrato nel segno del Pesce sua caaa, al continuo fu
eongiunto in quello colla cauda draeonisy eh* ancora
egli fa detraaione nel paeae ov* è attribuita la aua
influensa. Ora potrà dire chi queato capitolo leggerà,
che utile porta di aapere queata strologia al presente
trattato? Rispondiamo a chi fla discreto e provveduto,
e vorrà investigare delle mutaaioni ehe sono state per
gli tempi addietro in queato noafro paese e altrove,
leggendo le croniche aaaai potrà comprendere per
ooaqparaaione delle cose che sono passate a pronosti-
care delle future, acconsentiende cbe questa coogiun-
lione in questa triplicità de* segni deiraere fu e cornin-
olo a queati nostri presenti tempi gli anni 1305 nel
aegno della Libra; e poi gli anni 1325 nel segno di
Gemmi. A ciascuno fu ed è assai manifeato le novità
atate nella nostra città e altrove, che aaaai sono fresche
dalPuna congiunaione airaltra, ohe sono state quasi di
venti anni in venti anni poco mei^o ; che la più leg-
■ Ij^edlilont da' Qionli laf^a: ^/laa a éR 10 di piii-
naiOf ehi r$trogradando ritornò im Gmmi^ eco.; • apprM*
90 : 91 a maggio.
giara, e in aeaaanta anni intorno, ch*è più grave e
muta triplicità. E ancora ai possono leggiermente ri-
trovare le novità che furono e la discordia e guerra
dalla Chiesa allo *mperio, e Talfre novità dell* an-
tico popolo di Firenze, e della traslazione della si-
gnorìa del re Manfredi al re Csrlo, in dugentoqua-
ranta ovvero in dugentotrentotto 1* avrà fatta dodici
volte in dodici aegni, le novità che furono in quegli
tempi addietro ; il passaggio d^oltremare e altre gran-
di cose, la mutazione del regno di Cicilia al re Ru-
berto Guiscardo B in novecentosessanta, ovvero in
novecentocinquantatrèanni fomite le quarantotto con-
giunzioni ; e tornando alla prima, eh* è la più po-
derosa di tutte, chi cercherà indietro troverà il co-
minciamento del calo della potenzia del romano im*
perio alla venuta de* Goti e de^Vandali in Italia, e
molte turbazioni a Santa Chiesa, el caetera. B que-
sto basti alla preaente materia, e direuK) d* altro*
CAPITOLO XUL
Quando morì mei ter VberHmo da Carrara iignoro
dt Padota^ e quello che teg^^ della iua morte.
Nel detto anno 1345, all*uaolta del mese di
marzo morì messer Ubertino* da Carrara aignore fi
Padova, il quale i Fiorentini e* Veneziani al conqui-
sto della città di Padova da messer Mastino, come
dicemmo addietro, ne feciono aignore; e melane fu
conoscente come fanno gli altri tiranni Bgli morì,
e Issciò in suo luogo messer Marailio suo consorto
eh* era assai valente e dabbene; ma 1* invidia, che
aempre ditrae ogni beneficio, eommoase Iacopo da
Carrara ano conaortq, nipote carnale del aopraddetto
meaaer Ubertino, e con ano aeguito, poco appreaao
per tradimento di notte tempo ucciaono il detto mea-
aer Marailio, e coree la terra, e come tiranno ae ne
fece aignore.
CAPITOLO XLIU.
*
B* una atpra le§fe che fece U eemume dk Fkmma
conerò a* cèertei.
Nel detto anno 1345, a di 4 d'aprile i reg-
genti e maestri del popolo di Firenze uomini e col-
leghi della qualità che detto avemmo addietro, fecio-
no una aspra e crudele legge aopra i oberici contra
ogni ordine e dicroti di Santa Chieaa, con molti capi-
toli contro a libertà di Santa Chieaa. Intra Taltre coae,
che qualunque cherica offendease alcuno laico d*alou-
no maleficio criminale, foaae fuori della guardia del co-
mune e poteaae eaaere punito peraonalmente dalle si-
gnorie secolari in avere e in peraona, non riaerbandpgU
dignità ; e quale cherico o laico impetraaae in corto
di papa, o appo altro legalo lettera o privilegio di
giudice delegato in sua oauaa o queatione, ohe da ninna
signoria di comune non foaae udito né ammeaso ; ma
che i propinqui e parenti di quegli che aveaaono faKa
la impetrazione, fessone costretti in avere e in perao-
na, tanto ohe Csoeaaono rinunziare la aua impetragio-
ÀSbetfme a àSbwlò lagfa la Giuntina.
470
CRONlCnE
ne. Di qaesla leggd, e altri membri che si cootengfono
nella detta riformagioDe, fu la motiva* che certi che-
rici rei di grandi e di possenti popolani pare feciono
sotto titolo della franchigia di loro chericato di scon-
cie cose a* secolari impotenti E per cessare 1^ op-
posizione de^ contratti nsorarì, e per cagione di molte
compagnie, che in questi tempi e dinanzi erano fal-
lite, levarono che non si potessono impetrare privi-
legi di giudice delegato. Tatto che queste fossono le
cagioni, e abbiano alcuno colore di giustisia, da^
savi uomini fu molto biasimata la detta legge e rì-
formagione, e benchò il comune la potesse fare non
era lecito di farla contro la libertà di Santa Chiesa,
DÒ mai più fu fatta in Firenze ; e chi vi diede a-
iuto 0 consiglio 0 favore, issofatto fu iscomunicato.
E se in Firenze fosse stato in quello tempo uno va-
lente vescovo non cittadino, come fu il vescovo Fran-
cesco da Cingoli antecessore del presente, non sa-
rebbe stato sofferto; ma U presente vescovo, no-
stro dttadino e della casa degli Acciainoli, invilito
per lo cessare e fallimento de* suoi consorti, non ebbe
ardire a fame riparo della iniqua legge e ingiustizia.
La quale saputa in corte, ne fa fatta grande querimo-
nia* al papa e a* cardinali ; e poi Ira per quegli e per
altri processi fatti per lo comune di Rrenze cen-
tra a^ cherìci, nacque scandalo dalla Chiesa a* Fioren-
tini, come innanzi faremo menzione. E nota, che fa
il reggimento delle citte, essendone signori artefici
e gente manovali e idioti, perocchò i più delle ventu-
na capitudini dell* arti, per le quali allora si reggeva
il comune, erano artefici minuti venutici^ di contado o
forestieri, a cui poco dee calere della repubblica, e
peggio saperla guidare; perocché volenterosamente
fanno le leggi alla straboccata^#anza fondamento di
ragione, e male si ricordano quegli che danno le si-
gnorie delle città a così fatta gente, quello che n'am-
maestra Aristotile nella sua Politica^ cioò che i rettori
delle cittadi sieno i più savi e i più discreti che si
possano trovare. E il savio Salomone disse : Beato è
quello regno cK è' retto per gli iati signori. E questo
basti aver detto sopra la presente materia con tutto
che per i grandi falli de* nostri cittadini e per li uostri
peccati male fassimo retti per gli grandi e peggio per li
popolani, come poco addietro avemo fatta menzione:
è da dubitare del reggimento^ ora di questi artefici
minuti e idioti e ignoranti e senza discrezione, i quali
si reggono a volontà^ Piaccia a Dio, che sia con buo-
na riuscita la loro signoria, che me ne fa dubitare.
CAPITOLO XLIV.
Come il popolo di Firenze tolse certe possessioni
e beni a certi grandi gentili uomini donati loro
per lo comune di Firenze.
* E poi del mese di maggio del detto anno, per
gli detti reggenti e maestrati del popolo di Firenze
' V. À. cagione I origine; da muovere
^ cUmun-By hA il T. de' Giunti.
' vmiiieeif leggi U OiimtiBa ; dò è avunUicdy iopraggiunii.
^ aìfvolontatammte fanno U leggi strahoeaUe, Ed. 0.
^ Senxa senso il T. DAvansatì : è ora abboTwtantc di ecc.
* e awdcntaUf ha il Testo deUa Giuntina.
fhr tolti di subito', e centra ogni debito di ragione,
a* più nobili de* beni donati* per lo eomune per anti-
co e per loro meriti e de* loro antieessori, o per ra-
gioni fatte per lo comune, come diremo appresso; intra
gli altri a quelli della casa de* Pazzi, le possessieni
e beni che il popolo e comune di Firenze atea dai
e donati a* loro antecessori con ogni sdlennità che
fare si potesse, dagli anni 19fl^ quando il po^
polo di Firenze fece cavalieri e difbndilori del po^
polo quattro di loro, cioè due figliuoli di messer Paz-
zino e due suoi cugini, per la morte del detto messelr
Pazzino, stato morto in servigio del popolo ; e h» vi-
vendo, era capo e difenditore del popolo co* suoi
consorti centra ogni grande, che eontn al popolo fa-
cessono o operassono, come addietro in questi tempi
facemmo nìenzione ; e il suo padre messer Iacopo del
Nera ^ morto a Montaperti, caporale e gonfaloniere
del popolo; e gli altri suoi consorti le grandi ope-
razioni fatte per lo comune e popolo di Firenze a
Colle di Valdehra, come addietro è fatta menzione; e
per tanti benefidi fatti per lo comune e popolo di
Firenze antichi e moderni, non volloDO essere uditi
in ninna loro ragione^ né commetterla in qualunque
giudice che fosse in Firenze o in Bologna, che al co-
mune piacesse. Ma il meglio era non dare il dono
che la cosa donata villanamente ritorre centra ra-
gione. E per simile modo tolsono i beni a^figliaeli
di messer Pioo e di messer Simone della Tosa, do-
nati per lo comune e popolo di Firenze, quando gli
feciono cavalieri del popolo, che tanto per lo popo-
lo adoperarono, come in questa è fatta menmone. E
per simile modo tolsono a* figliuoli di messer Giovanm
Pino de* Rossi, il quale mori ad Avignone in Proensa
essendo ambasdadore del comune al papa Giovanni
per grandi cose. E montarono le dette possessioni
più di fiorini quindicimila d* oro e convertironsi a
rifacimento de* ponti, ma non tornarono al oomoBe
in danari la metà di quello che valeano. Di questo
torto fatto per li reggenti del popolo a* sopraddetti
gentili uomini, con lo inzigamento degli altri grandi
per invidia, avemo fatta menzione per dare esempio a
quegli che verranno, come riescono i servigi fstti allo
ingrato popolo di Firenze ; e non è pure avvenuto a*
detti. Ma se noi ricogliamo le ricordanze antiche pare
di questa nostra cronica, intra gli altri notabili no-
mini che feciono per lo comune si fa messer Fari-
nata degli liberti, che guarentì Firenze che non fòsse
disfatta ; e messer Giovanni Soldanieri, che fu capo atti
difensione del popolo centra al conte Guido I^oveBo^
agli altri ghibellini ; e Giano della Bella, che fu co-
minciatore e fattore del secondo e presente popolo;
e messer Vieri de* Cerchi, e Dante Alighieri, e altri
cari cittadini e guelfi, caporali e sostenitori di que-
sto popolo. I meriti e guiderdoni ricevuti i detti e
loro discendenti dal popolo, assai sono manifesti, che
pieni di grandissimo vizio e ingratitudine, e con gran-
de oflfensione a loro e ai loro descendenti, si d*e-
' di fatto, ha lo stesso T. de" Giunti.
' nobvUindoUati dal oomme, senza senso legge la Gioflt.
> La Giuntina ha: i312,
* dtUa Nocca, Ed. G.
DI GIOVANNI VILLANI.
47t
bìUo e disliBiioD0 de* loto beni, e d^tllri danai fatti
loro per lo ingrato popolo maligno, che discese de*
Romani e de* Fiesolani ab antiquo^ ancora, se leggìa^
mo V antiche storie de* nostri padri romani, non veg-
giamo tralignare. Intra l'altre notevoli ingratitudini
fatte per io detto popolo romano, assai sono mani-
feste ; come il merito che ricevette il buono Cammillo
che difese Roma e deliberoUa da* Gallici : per certo
fa sama colpa cacciato e isbandito in esilio. Che di-
remo del buono Scipione AITricano, che deliberò la
città di Roma e ^1 suo imperio d* Annibale, e vinse
e sottomise Cartagine e tutta la provincia d'Affrica al
comune di Roma e per simile modo dallo ingrato popolo
fu mandato in esilio per invidia a grande torto ? Che di-
remo ancora del valente e nobile Giulio Cesare? Quante
nobili cose e grandi fece per lo comune e popolo di Ro-
ma in Italia e poi in Francia, in Inghilterra e nella Ma-
gna, e sottomisele con tanto affanno al popolo di Ro-
ma, e per invidia del senato e rettori del popolo fu
rifiutato da* cittadini, e poi, lui, imperadore, da* rettori
del senato e suoi propinqui, esso, loro benefattore, fu
morto ! Certo questi antichi e moderni esempli danno
materia che nullo virtuoso cittadino s* intrametta ne*
beneficii della repubblica e de* popoli; ch*ò grande
male appo Dio e al mondo, che col vizio della *nvi-
dia, e della superbia, e ingratitudine s*abbatta le no-
bili virtudi della magnanimità e della grata libera-
lità, fontana di beneficii. Ha non senza giusto giudi-
ciò di Dio sono le punizioni de' popoli e de* regni
soventi per li detti falli e difetti : pognamo che Iddio
non punisca di presente commesso il fallo, ma quando
il dispone la sua potenzia. Se nella presente materia
avessimo detto di soperchio, il soperchio del maledetto
vizio e disordinato dell* ingratitudine ce ne scusi, per
le opere degli straboccati vizi de* nostri rettori.
CAPITOLO XLV.
Come volle essere tolto il castello di Fucecckio
al comune di Firewbe,
Nel detto anno 1345, a di 27 d* aprile, quelli
della volta di Fucecchio nobili e de* più possenti della
terra, coiraiuto de* loro amici di Samminiato e di gente
del contado di Lucca, corsone la terra di Fucecchio
per mbellarla e torla al comune di Firenze sotto ti-
tolo di cacciarne quegli di messer Simonetto, nn*al-
tra casa de* maggiori di Fucecchio, loro nimici. E
sarebbe loro venuto fatto, se non fosse il subito soc-
corso delle masnade de* Fiorentini eh* erano nelle
castella di Valdamo e di Valdinievole, che vi tras-
aono di presente ; e combattendo, per forza d* arme
quegli della Volta e i loro seguaci furono sconfitti
e rotti e cacciati della terra, ov* ebbe assai di morti
« di fediti e presi, e impiccati per la gola. E poi la
state appresso, da cinquecento fanti de* Pisani eh* e-
rano alla guardia del Cerruglio e di Vivinaia e di
Montechiaro, di notte tempo scesono in Cerbaia, e
parte ne passarono la Guisciana per trattato d*aver
Fucecchio; per la buona guardia si guarenti; onde i
Fiorentini si dolsono forte a* Pisani per loro amba-
sciadorì, onde èglino si scusarono molto, ehe ìion e-
ra loro fattura ; ma come sempre hanno nsato, il vi-
zio pisano d* inganni e tradimenti fu questo, peroc-
chò non ne fecero ammenda e punizione ; e se l*aves-
sono preso, se lo averebbono tenuto a onta e dis-
petto de* Fiorentini. B per la detta novità di Fucec-
chio, onde i Malpigli e Mangiadori di Samminiato
furono adoperatori e cagione, il lugUo appresso ebbe
zuffa e battaglia tra loro in Samminiato, cioè tra*
Mangiadori e Malpigli e i loro seguaci \ ma i Fioren-
tini vi mandarono e messonvi accordo, perchè non
si guastasse quella terra. Ancora poi ali* entrare di
marzo nel detto anno volle essere tradito Fucecchio.
e più terrazzani di ciò colpevoli ne furono morti e
giustiziati E nel detto anno, ali* entrare di giugno,
fu fatta pace e accordo dal comune d'Arezzo e ì
Tarlati e gli altri loro usciti ghibellini per mano '
de* Perugini e de* Fiorentini.
CAPITOLO XLVI.
Di certi lavori e altre cose fatte per lo comune
di Firenze in questi tempi.
Nel detto anno 1345, a dì 18 di luglio, ai com-
piè di volgere e di serrare il nuovo ponte rifatto so-
pra 1* Arno ove anticamente era stato il Ponte vec-
chio, con due pile e tre archi, molto bello e ricco,
e costò bene fiorini. . . d* oro ; e fu bene fondato
e largo braccia trentadue, colla via che vi rimase lar-
ga braccia sedici, che fu troppo grande al nostro pa-
rere, e basse Tarcora braccia due; e le botteghe dal-
Tuno lato e dall* altro larghe braccia otto, e lunghe
braccia otto, e furono fatte in sul sodo dell* arcora
con volte di sopra e di sotto, e furono quarantatre ^
botteghe, onde il comune n* ebbe 1* anno di rendita
di pigione da ottanta fiorini d*oro o più, eh* anti-
camente erano di legname sportate sopra 1* Amo, e*l
ponte stretto braccia dodici in tutto. E nel detto an-
no si cominciò a rifondare con nuove pile il ponte
a Santa Trinità, e compiessi Tanno 1346 a dì 4 d* ot-
tobre, e fu molto bello e forte, e costò ventimila fio-
rini d* oro. E il palagio antico, ove sta il podestà
dietro alla badia e a Sant* Apollinare, si merlò con bec-
catelli^, e misesi in volta il tetto di sopra perchè non
potesse ardere, come fece altre volte. E nel detto
anno si cominciò a rivolgere e rinnovare la coperta
del marmo del duomo di San Giovanni, e la cornice
d* intorno troppo più bella che non era prima, perocché
per lungo tempo la coperta de* marmi in prima in al-
cuna parte era rotta e guasta e faceva acqua e guasta-
va le dipinture d*entro e le storie del musaico. Lasce-
remo alquanto delle noyità di Firenze e d* intomo, e
diremo di novità fatte per lo re d* Inghilterra e sna
gente nel reame di Francia, e in Fiandra e Brettagna
e in Guascogna, ch*assai furono maravigliose cose.
* per mezzo, per consiglio e persuasione.
' quarantaqwUtro ba la Giantlna, e appresso ottocento
Invece di ottanta^ e più sotto hreeeia mtUei ptr dodieL
' mensole o peddeei ohe, fitti nel muro, sostengono i
capi delle travi o gli sporti sotto terrazzini, volte, corri-
doi eco.
47S
CROMCIIB
CAPITOLO xtvn.
Come U ré Adomrào in%o d" InghSU&nta e«Ma m
Fiandra^ 0 mandò fuo o$ié m Gua$cogna 0 tu Br$i'
iagna conira il ré di Francia,
Nel detto aino, Adoardo teno re d* Inghilterra
fece UDO grande appvwokiamento di naviglio e di
gente d^ arme, per panare di qoa dal mare nel reame
di Francia, oh* erano fallite le triegne del meae di
giugno; e mandò il conte d^Orbi * ano aio, cugino
della oaaa reale, in Guascogna con dogento nari ca-
riche di cavalieri e d* arcieri. B mandò il conte di
Monforte in Brettagna, a cui la duchea di quella a
ragione aucoedea, come dicemmo addietro, con altre
dugento navi con gente d* arme assai a cavallo e a
pie; e quello ohe i detti due aignori colle dette ar-
mate adoperarono in Brettagna e in Guucogna di-
remo ordinatamente nel presente capitolo. Lo re Ado-
ardo in persona col figliuolo e con altre dugento
navi, ovvero cocche, con gente d* arme assai, arrivò
alle Schiuse in Fiandra a dì 6 di luglio, con inten-
lione e con ardire e con trattato di fare, con or-
dini deHe comuni di Fiandra, conte di Fiandra fl fi-
gliuolo duca di Brabante : dall' altra parto avea trat-
tato con Luigi conte di Fiandra di lega e compagnia^
e fatto matrimonio e parentado con lui, e dava al
suo figliuolo la figliuola del duca per moglie, e do-
vealo rimettere ecrfle sue fono e de' Brabanioni nella
signoria e contea di Fiandra. B stando il re Adoardo
alle Schiuse sopra i detti trattati, ed essendo andati
al re d* Inghilterra Giacomo Artivello di Ganto, ca-
porale e maestre di tutta la comune di Fiandra, con
altri ambasdadori dì Ganto e deir altre ville di Fian-
dra, e dopo molti parìamenti, i detti ambasdadori
ai partirono in accordo ool re, e Giacomo d' Artivello
rimase col re alquanti di a trattare, secondo ai dis-
se, sue ispexialità, onde grande sospetto generò nelle
oomuni di Fiandra; e lui poi tornato a Ganto, facea
oome signore sgombrare certi palagi e case de* bor-
ghesi di Ganto, e lire V apparecchiamento per lo re
d* Inghilterra, che vi dovea venire; e per quello so-
spetto preso, 0 per V arregania del detto Giacomo,
0 per operazione del duca di Brabante, certi ddla
comune di Ganto levareno la terra a remore, e cor-
sono e combattereno e assalirono afle case il detto
Giacomo d*Artirello, appellandolo per traditore; ed
egli co' suoi seguadai difendea, e uccisa due della
comune, e molti fediti. Alla fine non potendo durare
aU'eserdto del popolo, fu morto egli e il fratello e
il nipote con bene settanta suoi amid e iimigUari, e
disfatte le ano possessioni. E dò fu a di 19 di lugtfo.
B fecesi capo della comune di Ganto uno eh' avea
nome.... B come addietro dicemmo in altro capitolo
de' fatti di Firense, tali sono le fini degli uomini
troppo prosuntuod, e che d fanno caporali decloro
comuni; e questo basti a tanto. Lo re Adoardo sen-
tendo la detta novdla, e non veggendo ^*e* si fòr-
niNo in Fiandra il ano trattato, al d partt col ano
navilio dalle Schiuse, e tornosd in Inghilterra; e
■ Virvieh, diot la Giuntina; t tod più ianand.
feoe dhielo, eira lane, né vittoaglia, né ano uaviMo,
né altro che partisse di suo paese, non crrivasse
in Fiandra 0 in Brabante, onde i Fiamminghi rima-
nono molto confusi. Bene ai raocondarono poi, co-
me ai dirà in altro capitolo innansi. U conte dXMi
arrivò in Guascogna, e d puoae ad assedio atta dttl
di Bdchirago che teneano i Franceschi, eh^en dd
siri di Lebrette; e del sMse d*agoato del detto an-
no, il ainiscilco di Guascogna per lo re di Flran-
da e il conte di Pelagorga con cinquecento cava-
lieri e diedmila pedoni vennono in una notte per
aocoorrere la detta terra, credendod biprowiso avere
Borpreso il conte d' Orbi e sua oste; il qude stando di
dì e di notte in buona goardi)i, d difese firaneamente
dal detto assalto, e mise in isconfitta In genie ed te
di Francia, ove ne rimasono molti morii e preiL B
poi il conte d*Orbi con sua gente combattè la la^-
ra, a per fona ebbela, ove ta grande ncddoae e
nÀeria. B soggiornando il detto conta alla dilla
dttà di Bdchirago co* suoi Inghilesi a Guuconi di
sua parte, l' oste dd re di Francia, in quantità di
tremila caralieri con innumerabile genia a piedi, k
maggior parte Guasconi e di Unguadoca, eaaendo a1-
r asseto d* Albarocda in Guaaeogna, che leaeano |U
Inghileai, meaaer Gianni figliuolo del re di Frauda
con più di dnquemila cavalieri, e con gran baronia
di Frauda, era presso a died leghe ad Albarocda; e
perdio egli prese isdegno dogi' Inghilesi, avendoli
per niente, non volle easere al detto assedio. Gli as-
sediati sentendod essere molto stretti, mandarono
al conte d*Orbi per soccono, 0 a loro convenia ren-
dere la terra. Il quale conte d'Orbi, come vdeala
dgnore, non temendo di tanta cavdleria e poteniia
del re ài Francia, eh* avea al detto assedio e nel pae-
se con messer Gianni di Frauda, d d partt da Bd-
chirago con quanta gante potè oon seco menare; e
quando s* appresaò a' nimid, quelli eh* erano a ca-
vallo, iscesono tutti a piedi, laadando i cavdH ad-
dietro agli loro paggi, eh* erano da mffledugento ca-
valieri e arcieri e gente a pie innumerabfle, e ced
a piedi aasalirono la delta oata una matlinB alla punta
del giano, a dì 21 d* ottobre del detto anno, Ofc
fii upra e dura battaglia, e grande uccisione dalTn-
na parte e dall'altra, e durò infino al meuogiono,
che non d sapea chi aveaaa il migliore. Alla fine
essendo malmenala la gente del re di Francia d'uo-
eisione di gente e di loro cavalli, gTInghiled e'Gai-
sconi di loro parte, i cavalieri rimontarono firesohi bi
su i loro cavalli, e per fona misono in volta tutta
la gente dd re di Frauda, ov'ebbe moHi morti e
presL Infhi gli altri signori pred Anrono messer Lui-
gi di Pittieri, e fl conte di Valentino >, e il conte ddli
Ula, e il visconte di Nerbona, e oSriaconle di Vf-
Intrico, e il visconte di Caramtgna, e messer Ri-
naldo d'Ori' nipote che fa di papa Clemente sesto', •
messere Ugotto del Batoo, e il siniscalco di ToIom,
e più altri dgnorì e baroni quad tutti di Lingoadoca;
i quali ai ricomperarono per loro redendone pia di
libbre dnquemila * di sterlini. Messer Gianni di FrtD-
< Tuìmtinm Ed. O.
* QitmmtU pml9. Ed. O.
* UoaL Ed. a
4 — * ^ — jt" 1^ w>
DI fflOVANia VILLANI.
4T8
«il, che in pnao collt ìoa barenfadi PriBoi«i oome
diti» «raBO, BOB tbdbb ti fOMono, né tenae cam-
po. Bit li Umtbò addietro; OBde fti fa mciio ia frau-
da Titta, a prato gnuida totpatto par quelli di Iìb«
fiiadoca che teaeaio col re di FraBcìa. B par la
delta daa vittoriei ti coate d^ Orbi e tot geate t*ar-
leadaroBO tra ia Goatcogaa a ia Tolotaaa più di tea-
lo tra dite, terra a oattella iMurate. la qaetti tempi
i Nonaaadi, eh* eraao tolto al re di Plraacia, fe-
ciOBO tra loro eomnae al modo de^Fiamaiioghi, bob
ahbideado gli aficiali del re di Fraada e Irattaado
eoi loro aaporali ootpiraiioBe eoi re d'Iaghillerra,
te qaale poco tempo appretto partorì fraadi cote.
flealaBdo le dette Boyelle il papa e^cardiaali di taa-
la aomiMiTiitOBe del rotaie di Fraacia per la detta
gVBnBi TÌ buumIò di preteate doe legati cardiaali per
mattare pace o Iriegaa tra* detti tigaori, ma aieate
ae potaroao fare; perocché il papa teaea troppo la
parta ia totteaere le rtgioai del re di Fraacia, più
che quelle del re d' laghilterra, oade poi ae crebbe
aM>llo male, coaie iaaaaii ae fareaio aioBiioae. B toUo
i papa procedere coatra d re di laghilterra, a» di
ciò BOB ebbe coacordia, che graade parte de* tuoi
cardiaali bob coatei^iroao, e però rimate. Btteado
Itila ia Oaitcogai le topraddelte battaglie a daaao
de* Fhiacetchi, metter CKiaai di Pnacii eoa latta
taa geala, eh* art graadittiBm, i cavillo a i pie,
paota ittadio ti forte cutello d*Agaglioae,e giurò
di BOB partirteae ami che Tafrabbe; e deatro Vera
haoaa brigata di geate d^anae Gaatcoai e laghileti ;
a tpatto metter Gioviaai ficea combattere il catleb-
lo, e qae* deatro torcale Tcaitao fuori a tcaraaiaa-
ciira a itttlira il campo. ATTcaae, che a di 16 di
giagao TCgacado da Tolota per le floaiaBe ali* otte
de* Praaoetchi doe grotte aavi cariche di Tcttoaglia
e d*araeti da coaibaltara, qaegli d*Agaglioae otci-
roBO fuori per terra e per acqua, a per fona oom-
balteodo pretoao le dette atti e aiiterle ael cutello
eoa graade daaao dei aiaiici, e aadaado eoa gnade
aadacia iafra l' otte de* Praacetohi predaadogli e ae-
ddeadogli, oade tatto il caaipo de* Praacetchi fu a
roBiora, ch*era iaaumerabile genia e per la loro molli-
tadiaa topnppretoao ilqaaali di loro aimid eh* eraao
udii d*Agaglioae all*attillo dell* otte, e iaaiaii che
tatti ti potettOBO ricogliere al cutello, to ae rlBNH
tOBO uÌmì morti e preti GÌ* iafcitcritti ciponli pre-
ti, metter Alutiadro di Cimoate, Gioliiao ' di Po-
lveri, il daitcìlco di Bordello, il tigaore di Laa-
drot, Ugo il fritello del tiaitcìlco di Stverago', Giaa-
ai Colombo di Bordello, i qaali i più n cambiaroao eoa
parla da* prui dalli addietro, ed eraao tutti Guatoa-
bL U ooate d* Orbi eoa tai otte Taaae Torto Aga-
gMoae, e riforai il cutello di geate e di Tiltuigtii.
Luceremo alquato di quuit auiterìi e diremo d* al-
tre BOTitè, mi itttt lotto d toraereaio, perocché la
della guerra dal re di Fraada d re d* laghiltaira
crebbe diTorumeate, come iaBaaii fareaio BMadoac.
. CAPITOLO nvm.
Comr U re d'Ungheria venne in hekiavenin^
e come fn morto U re di PoUomtk
Nel detto anao 1345, del mete di logb'o, il re
LodoTieo d* Uagheria eoa grande uereilo a caTallo
e a pie Tcnae la Itchiavooia par racquittarla, ch*era
di ritorto del tuo reame, onde ti rubellò i*Veacufl-
ai li dtlà di Giara, eh* egliao CTcano tenuta lungo
tempo, e arreadetti d detto re d* Uogherìt, li qutle
i Veaeniai teaieno, per foru e polenzii eh* itm-
ao per mare, tiranaetoameate con toperohie griTca-
le; oade a* Giaratiai parca loro male tiare, ch'aera
uaa gruta terra e buoao comuae, od di tiare ia loro
libertà, nWo di piccolo ritorto^ ritpoodetao per lo-
tico al re d' Ungheria, e qauta fu la cagioaè della
loro robdluiooe. Per dmile modo ai rubelltroBO a*
Veaeziaai più attre terre; e lotta la SohiaTOoia era
per raoquititre il re d'Ungherìt, te bob che per to-
perchio di tui gente gli foUl li Tittutglit, ticché
per aeceuità gli coaTcaae addietro rìtoraare. Aa-
cora ia quatti ttiau ebbe botcUi, che *1 re di Pol-
loaii fratello delle amdre, iToado coaibatlulo la cam-
po eoa Cario figlinolo del re GioTaaai di Boeada,
era alalo tcoafltio e morto, tenia kradare alcuno fi-
gliuolo. Per la quel coti d tonò ia Ungherie, e poi
indo ia Polloaii, e iacoroaò del detto reame Stefa-
ao ano tecoado flratello, a cui tuccedea per retag-
gio della madre. Laaceremo di dira alquaalo de*firtli
degli atnai, e loraeremo a dire de* filiti di Plrease.
CAPITOLO XLIX.
Carne i Fioreniim t* accordarono con meeeer Ma-
iOno delia Scaia de* danari gH restavano a dare
per la compra di Lucca.
Nd deHo aaao 1845, del mwe d* agotlo, u-
teado metter Matliao della Beate ia ditcordii co*
FioreaUai per gli diatri che tuIiti id irere del co-
mune di Pireaie per te bmIIi e fòlla impreti di ooah-
prara da hii la dita di Lucca mediala, come ad-
dietro é fatta meadone, domaadaado meuer MuIIbo
tra di retto e d*ammcada più di ceatotrealamila Bo-
riai d* oro, i FioreatÌBÌ aaTtemeala fedoao ordiao e
decreto, che più tladichi aoa gH d maadattoao,
deche ilio tctariiiira, doT* eraao dodiei, a* iTCtte
Tcatiquallro tra Tecohi e buotI, ibbiodonando quegli
che V'erano, e che aullo PiorealiBO ttette io tue
terre, ee bob a loro ritchio; oade meuer Maatiao
eruedalo, riochiute ia oorlue pregtooe i dodid tla-
dichi che «rea, e fece preadere quanti Piorealiai a-
Tca ia Verooa e ia Vieeaia. B aota, lettore, a che
fiae riueoBo le compagda e imprwe da* oomuai a*
linad, e te metter llatliao d teppe Tcadicare eoa
daaao e Torgogaa dd aoatro comuae delle iagiurio
e guerra fatU eoBira hd co* VeBedaai iuieme, co-
rno loagameota addietro flMeaimo aMadoae. Attcb-
> Omglidme. Ed. O.
* mpwn a aìgnaco laggc te CHmtfiic • «ggteaft : il
fiMOnH dì Tmum frwUBo dd dgetin di denrmoe.
> y. A. tnbuU>. E dtrore andit forraniM, djwiiifo. Ve-
di eap. LUX di qnMlc sudaiimc Hbio.
474
CRONICHE
ne poi, die per bisogno ehe metter Mattino ebbe
di moneta per la ^mpreta fatta fare al nuirchete da
Ferrara dell'otte di Reggio contra quelli da Gon-
zaga tignorl di Mantova, e per proeaeeio del mar-
chese da Ferrara ch^ era ttato meisano del soprad-
detto mercato della compera di Lacca da^Fioreatini a
messer Mastino, mandò al comune di Firenze cbe
voice acconciare la qiiittione, i quali vi mandarono
ditcreti ambisciadorì. E venne metter Mattino in per-
tona a Ferrara, e là ti difftn) il detto accordo per
tctsantacinqaemila fiorini d*oro, qnitando tatto al-
l' uscita del mese di settembre, promettendo di pa-
gare infra due mesL La quale dvansa^ del detto pa-
gamento si trovò in Firense di presente per uno or-
dine ch'allora si fece per lo comune; cbe a qualun-
.que cittadino dovesse aver dal comune danari per gli
impresti vecchi, prestando altrettanti contanti, affos-
serò loro assegnati sopra le gabelle ordinate a mes-
ser Mastino, e ohe infra due anni dovesse riavere i
vecchi e nuovi prestati ; e trovossi la dvansa di pre-
sente, che fu bella cosa ; e messer Mastino fa pa-
gato, e fini il comune, e tornarono gli stadichi.
CAPITOLO L.
Di più no9iià fatte e occorse m Fire$èM
in questo amno.
Nel detto anno, a di 26 d' agosto, si diede al
comune di Firenze il castello delle Foci in sutrAm-
bra di là dal Badno, ch*era delle terre del visconta-
do, e avienvi su ragione i conti da Porciano. Ma '1
comune compensò per quello doveva dare al comune
di condannagioni Guido Alberti conte di quelli, e per
offese fatte al comune, che fu uno bello acquisto
coir altre terre del viscoatado detto eh' avea il co-
mune, tutto siano di giuridizione d' imperio; ma dal
fiume d'Ambra in qua tutto ò oggi del comune di
Firease. In questi tempi eerti da San Gimignano cor-
sero la villa di Campourbiano con grande ruberia
. e arsioni e micidii, opponendo riteneano loro sban-
diti; per la qua! cosa si turbò forte il comune e po-
. polo di Firenze, perch' altra volta, come addietro fa-
cemnu) menzione, havieno Catto il simigliante, e però
ne fu condannato il comuno di San Gimignano in
diedmila fiorini d*oro, e i terrazzani nell'avere e
nella persona. Ma poi del mese di novembre per ri-
chiesta de' Saned, e Volterrani e Collegiani e per
cessare scandalo, e per grazia, fu fatta composizione
con loro, e pagarono per menda fiorini cinquemila
d'oro, e rimasono in bando solamente qudli quattro
de' caporali della detta cavalcata, e non più. In questo
anno, a di 12 di settembre, e poi a di 22 di di-
cembre, di notte, furono grandi tremnoti, ma dura-
rono poco. In questo anno furon molte piogge in Fi-
renze e io questi paed d' intomo, che da ir usdta
del mese di luglio fino a di 6 di novembre non fini
. di piovere qnau al continuo ; onde fu molto scon-
cio di rìcolte, e guastò molto grano e biade ne' cam-
pì e UToneHe vigne, enonfa Udetto anno il lino oè
digetto nènalnrale, e le terre u potarono ayde ÌKto^
rara e «eminare. Per le qnali soparchie piagge TAno
per due volte aférnuitanente di ottobre a di novaaa-
bre crebbe per modo, che oopene tolta la piazaa di
Santa Croce, e allagò gvan parte del detto quar-
tiere, e venne l' acqua infiao al palagio del padaaU.
E la Tersolla crebbe al sfbnaatamante, cIm valicò il
ponte a Rifradi e quello dal BorghettOt e raìnò casa
e mura con gran dtanno e perdimento di «osa a §aa-
stameata di tarrenL E simile diinviò il Mogaoae a 'I
Rimaggio a tutti i fossati d' intorno eoa gcanda daar-
no delle contrade, ed abbati grande paura in Firan-
ze di generale diluyio. E la congiunzione passala
comindò a mostrare le sue influenae^ e fa aagio a
cagione che avvenne il segnante anno di mala ri-
colta e oareatia di vittuaglia, ooom innanzi faremo
menzione. Lasceremo alquanto de* noatrì (atti di Fi-
renze, e lacoonteremo d' uno screpio^ a scellerata
peccato e tradioMato eoaunasto per la rada a con-
giunti del re Ruberto tra loro, coma diraau» nei
tegnente capitolo.
CAPITOLO LI.
CiHae e perchè modo fu morto Andreasso^ che do^
rea essere re di Gerusalemme, di Ciciiia e di Puglia.
In quetti tempi e anno 1345, regnando nel
ragno di Puglia Andreaato figliuolo di Carlo Um-
berto re d* Ungherìa, il quale avea per moglie Gio-
vanna figliuola prima e roda di Carlo duca di Ca-
lavra e figliuolo del re Ruberto, a cui dovaa tacca-
dere il reame, per lo modo e ardine, come addietro
in alcuno capitolo facemmo menzione ; il re Rober-
to eoa ditpentagione del papa e della Chieta, avea
diliberato che Andreaato fotte re dopo la tua mor-
te. E aspettavasi di presente d' esser coronato del
reame di Cidlia e di Puglia, e ordinato era in corta
per lo papa uno legato cardinale che '1 vanisse a co-
ronare. Invidia e avarìzia de' suoi cugini a consorti
reali, i quali vizi guastano ogni bene, collo scellerato
vizio della disordinata lussuria della moglie, che par
leaemente si dioeva che stava in adulterio con mes-
ser Luigi figlinolo del prense di Taranto suo cugi-
no, e col figlinolo di Carlo d'Artese, e con master
Iacopo Capano, e collo scellerato ^ consiglio, ti dis-
se, della zia, scrocchia della madre, e figliuola che
fu di messer Carlo di Valois di Frauda, cl^e si fa-
oea chiamare imperadrìce di Costantinopoli, che anche
di suo corpo non avea buona fama; e per consi-
gilio del suo figliuolo messer Luigi di Taranto, co-
gioo carnale della reina per madre, e d'Audraasso
secondo cugino, il quale d diceva eh' avea affare di
lei, ed era in trattato di iorla per moglie eoa di-
spensagione della Chiesa per succedere ed essera re
' empitale, aomma d'avanzo, di aoprapptù, par il detto
pagamento.
* È comuione forse di screzio e vale discordia ^
ozia. Taluno £a dì questa parola un aggettivo antico del
volgo fiorentino col significato di wihtperosù* La adiaione
de' Giunti Veneiia 1559 e la citata del 15S7, leggono
pure icrepio voce mancante al Vocabolario.
* atsento a, ha la GiontiBa» doè : aaenso.
DI GIOVANNI VILLANI.
47S
dopo Andreatso; e diisesl ancora, chel duca di
Dnrazzo suo fraleno 1* assenU, ch^avea per moglie
la scrocchia della detta Giovanna, acciocché ella mo-
risse sansa reda, perchè in lui sarebbe succeduto il
reame ^; per questi suoi consorti e cugini della casa
reale, si disse che con ordine della moglie e sog-
giunto* degi* infrascritti traditori, se Tero fa come
ne corse la fiima pubbUeamente, ordinarono di fare mo-
rire il detto giovane e innocente re Andreasso. Ed
essendo il detto re Andreasso ad Aversa colla mo-
glie ni giardino de* frati del Marrone a diletto, e
neHa camera con la moglie nel letto, di notte tem-
po, « dì 18* di settembre, con ordine e tradimento
de*snoi damberlani, e alcuna cameriera della moglie,
a petìsione degI* infrascritti traditori, il feciono chia-
mare òhe si levasse per grandi novelle venate da
Napel!. Per conforto della moglie si levò, e usci fuo-
ri della camera; e di presente per la cameriera della
faina sna moglie gli fu richiusa la camera dietro;
ed essendo nella sala Carlo d'Artese e il figlinolo,
e*l eonte di Tralizzo, e certi de* conti delh Leo-
nessa e di quelli di Stella, e messer Iacopo Capano
grande maliscalco, il quale si dicea palese ch^avea
affare coDa reina, e due figlinoli di messer Pace da
Tnrpia, e Niccola da Mirizzano suoi ciamberlani, fu
preso il detto re Andreasso le messogli uno capresto
alla gola, e poi spenzolato dallo sporto della detta sala
sopra il giardino, essendo per parte di quegli traditori
preso e di sotto tirato per gli piedi tanto che lo stran-
golarono, credendo sotterrarlo nel detto giardino, e
eh* altri noi sapesse. Avvenne eh* una sua cameriera
nngara il sentì, e vide, e cominciò a gridare, onde i
traditori si fuggirono, e lasciarono il corpo morto
nel giardino. Tale fu la repente morte del giovane e
innocente re, che non avea più che diciannove anni,
per li fÌEilsi traditori. Fu recato il corpo a Napoli e
seppellito co* reali, e la moglie ne fece piccolo lamen-
to, a quello oh^elladoveafare; e quando egli fe mor-
to, BOB ne fece clamore né pianto come quella, che
il disse palese^, e corse la foma, ch*ella il fece Care.
B une messer Niccola Ungaro, balio del dettò re An-
dreasso, passando per Firenze, che n* andava in Un-
gheria, il disse al nostro fìratello suo grande acconto^
e dimestico a Napoli, per la forma per noi iscritta
di sopra, il qual era uomo degno di fede e di grande
aotoritè : onde ne seguirono molto cose come per in-
ssmì si farà menzione. Ma la reina pur rimase grossa
d*ano fanciullo di sei mesi, o là intomo ; e di cui si
fòsse ingenerato, diceva ella ch*era del re Andreasso.
CAPITOLO LU.
Di quello che seguì poi della morte di Andreasso,
Della detto morto scellerata e crudele del gio-
vane re Andreasso fu molto parlato e biasimato per
' ae la prima morisse senza reda^ a lui succedesse il
reame. Ed. G.
' è seguito legg« la cii GioDtina. Soggiàento h voce man-
cante al Vocabolario, e vaio oooperazions^ soggiugnkntnU).
' a dì 28, Ed. G.
* palesemente.
^ accontato, confidente, IntrinsMo.
tutti gli cristiani, e per tuHi coloro che Todirono. B
venuta la novella in eorto, molto se ne torbò il papa
e tutto il collegio de* cardinali, dogliendosi il papa
in pubblico concistoro, eh* eglino erano cagione deOa
sua morte per avere tonto indugiata la sua incoro-
nazione ; e scomunicò e privò d'ogni beneficio spi-
rituale e tomporale chiunque avesse operaio, o dato
consiglio 0 aiuto o favore alla morto del re Andreasso.
6 commise nel duca' d'Andri, detto conto Novello di
quelli del Balzo, che andasse nel Regno, e facesse gin-
stizis di chinnque di ciò fosse colpevole, in persona e
in beni, cosi in eedesiastichi come in secolari ; e non
risparmiasse neuno per nonna dignità che fosse in ini.
Egli andò a Napoli; ma prima per la università di
Napoli isbarrata la torre, a rumore di popolo fu preso
messer Ramondo di Catania, eh' andava per Napoli co-
mandando per parto della reina e sommovendo, e come
traditore fu preso, e di presente anche fu preso il fi-
gliuolo di messer Pace stato ciamberlano del re An-
dreasso: e disaminato, chi ebbe colpa dell* omicidio, ^
confessatolo, gli misono ano amo nella lingua, perchè
non potesse parìare; e menato in sul carro, e levato-
gli le vive carni da dosso, fu impeso e fatto morire;
e poi il conte Novello fece inquisizione, e più ba-
roni e altri fece mettere in prigione; e due femmi-
ne, la maestra della regina e donna Ciancia Capa-
ne, che apparia che sentissono il tradimento; i. quali
traditori e le dette donne la regina difendea a suo
podere, di non lasciare fare giustizia. Ma poi, a di
2 d*agosto vegnento 1346, il detto conte Novello
fece morire il conto di TraKxzi, che fn di quegli d*A-
lardo Franceschi^, e il conto d* Bboli grande siniscal-
co, quegli, si diceva, che giaceva colla reina; man-
dogli in su dne carri, dalle genti furono lapidati, e
poi arsi. E poi, a dì 7 d*agosto, per simile modo
fece giustiziare messer Ramondo di Catania, e *l no-
taio Cola da Nurazzano, e riserbandosene degli al-
tri a giustiziare. Per la morto del detto re Andreas-
so si scompigliò tutto il regno di Puglia; chi tene-
va colla regina, ch*avea tutta la signoria e il castel-
lo in Napoli e tolto il toserò del re Ruberto, ciò era
messer Luigi fratello del prenze di Taranto, soldan-
do gento d* arme per la regina, e per forza voleva
entrare in Napoli con cinquecento cavalieri; ma il
firatello del duca di Duraszo e gli altri baroni e il
popolo di Napoli il contrastarono. E cosi chi teneva
colla regina e con messer Luigi di Taranto, e ehi
col prenze di Taranto, e chi col duca di Dnrazzo ; e
ciascuno soldo gento assai a cavallo per sua guardia,
e chi per paura dal re d' Ungheria fhitollo del re An-
dreasso, eh* era venuto a Giara in Schiavonia, come
innanzi faremo menzione, e minacciava eolle sue forse
venire nel Regno per essere re, e per fare vendetta
di quegli reali e della regina, che si diceva che a-
veano fatto moi^e il fratollOi Per la qnal cosa tetto
il regno slava sciolto e scomnnato e ìà tremore, n-
bandosi I comuni sanza ninno ordine di giustizia ; e i
detti reali male in accordo insieme, o da dovMO, oper
^ eofUe, Ed. G.
' del Boiardo FreoMseOy ha il T. citato de' Giunti , e
pi& sotto Cóla da Miratzano,
480
CROnCHB
ou, proeaccìò d* etiere eletto imperadore per coBtre-
stare al BaTaro, perooohò fl re di Francia avea di lai
pia stalo e latore, perocch^ era suo lipote, e yenne
al re di Francia bene al bii ogno, come ai troTerà;
e a?rebbono bene procurata la detta eleuone per lo
re GioTanni di Boemia ano padre, se non obe per
ana malattia era qnasi perdnto della vista degli oc-
cbi. Ma il dello Carlo era pro^ e savio e sentito si-
gnore, e d^ età d* anni IrentueL Per cagione della
detta eleaione, grande dissensione ebbe nel collegio
de' cardinali Ira per la morte del re Andreaaso, e
percbè gli ambasdadori del re d*f7ngberia non era-
no esauditi dal papa. Ed erano in dae sette partili
i cardinali, obe dall' nna parte era capo il cardinale
flratello del conte di Pelsgorga, e qoesli volea Te-
lesione del detto messer Carlo, e cantradiava ti re
d' Ungheria e teneva co* cardinali lìranceacbi, ed e-
rane capo in favore del re di Francia ; dell^ altra setta
era capo il cardinale fratello del conte di Comingia
eo* cardinali gnasconi e loro segnaci, cbe voleano il
contrario : e dasenna era di grande poteniia e se-
gnilo ; e finrono a tanto, cbe in pubblico condstoro
dinanii al papa n dissono onta e villania insieme,
risiproverando quello di Conungia e quello di Pela-
gorga eh* egli era stato di quelli cb' avea ordinato e
fallo morire il re Andreasso, e chiamando V uno T al-
tro traditore di Santa Chiesa, levandosi dascnno da
sedere per offendersi insieiM, e fatto Tavrebbono,
che daschedano era gnemito d* arme da offendere
privatamente, se non Tossono qaegli che entrarono in
messo, onde lotta la corte ne fu scompiglista e in
aroM. Onde tutti gli altri cardinali e le faaiiglie loro
e i sopraddetti due cardinali abarrarono le loro case,
e dascnno stette armato in guardia buona peisa ; se
non che il papa con gli altri cardinali gli ricond-
liarono indeme, rimanendo ducono con mala vo-
glia : e a tale stalo venne il collegio dell* apostolica
nostra Santa Chiesa di Roma, per le disaendoni dei
snoi cardinali. Di dò è grande cagione e colpa de'
papi ch'hanno eletti cardinali come sono i detti due
grandi e possenti Galli e dmiglianti a queati, e que-
sti sono gli esempli che d danno a noi Idd, e se-
guono bene fl contrario de' Santi Apostoli e deil'n-
Bultà di Oristo, fl ed ordine eglino rappresentano.
Iddio gli addriid nella sua aanla via d'nmUtà, i riposo
e stalo di Santa Chiesa. Per la delta dissendone non
badò però fl papa di prooedere e di fare nuovi pro-
oesd centra U Bavero e fl figliuolo, e chi loro desse
mulo 0 favore, privandogli d*ogni titolo d'imperio,
con BMlli altri artiooU ; e la delta sentenxia fece pub-
blicare in corte, e poi mandare per lutto fl crisHa-
nesisM), per potere meglio fornire la sua inlenuone.
B questo fu ben folto, per^è fl Bavero era perse-
guitalore di Santa Chiesa , come a dietro ne* suoi
proéesd facenno mansione; e poi di far fare col
ano fsvore la elesione deUo 'mperio nella persona
dd dello messer Cario. Perchè rardvescovo di Ma-
gama, eh^nra uno degli elettori, non gli volea dare
la sua voce, si 1 dispuose fl papa, ed dessene un
diro a sua pelixione, e questo fo di rinforsata ^ E
* per riafonorn* il proprio «rbitrìo.
partito fl detto messer Cario di corte eofla bcnedi-
mone dd pepa e cofla sua diymsssione, dM non
ostante che la ledono d dovesse per consuete kn
a Norimbergo^ nella Magna, e la prima corona pren-
dere ad Asia la Cappella colle solennità usate, chV
gli le potesse fere ove gli piacesse, perchè fl Eavaro
uè i snoi dglinoli colla potensa degli Alamaani, cbe
i più 0 quasi tutti lenoano con loro, noi potesse
conlrutare. E giunto Ini nel suo paese, a di 12 di
luglio 1346 (ù detto fl detto Carlo a re de' Roaisd
per r ardvescovo di Cologna e per quello di Trieri
suoi congiunti per parentado, e per lo nuovo detto
per lo papa arcivescovo di Magante, e per lo dnoa
di Sassogna, e confermato per lo re di Boemia soo
padre, e figliuolo deUo 'mperadore Arrigo di Lnun-
borgo : fdligli la voce del duca di Baviera e quefla
del figlinolo marchese di Brandimborgo ; nm per di-
spetto della delta eledone, per gli più d chiaauva
lo 'mperadore de' preti Lasceremo di questa dedoae
e di quello che ne aegul, e torneremo a dire defla
guerre di Guascogna e della venula del re d' laghO-
lerra in Normandia, eh*asssi ne cresce grande e bm-
ravigliosa materia.
CAPITOLO LXL
Di eerU rotta che la gmUé del redi Fraoieia rketeUe
dalla gente del re df Imgkilterra in Guaecogna.
Tornando a raccontare della guerra di Guasco-
gns, essendo messer Gianni figliuolo del re di Frsn*
da intomo d castdlo d'Aguglione, e per lo pae-
se, per conlrutare al conte d* Orbi e a'snoi Isghi-
led che non ascendessono in verso Tolosa (fl detto
messer Gianni era in Guascogna con bene sdails
cavdieri e dnquantamila pedoni Ira Franeeachi e di
Linguadoca, Genoved e LosAbardi) del detto campo
d parti fl siniscdco di Gieniche con ottocento ca*
velieri e con quatiromfla pedoni, per prendere uno
cesleUo dd nipote dd esrdiaale della Motta presse
ed Aguglione a dodid leghe. Sentendo dò l' ard*
veacovo d'Unforlo che teneva fl detto castdlo, sa*
dò aUa Roda dov*era fl conte d' Orbi eoUa bua osta
per genie, per soccorrere U detto cesleUo; onde I
conte gli diede gente assd a cevaUo e ardori ia-
ghfleai a pie, e cevdcarono tutta la notte, e giaa-
sono d detto cesleUo la mattina per tempo, a di 81
di luglio 1346; e trovando che la gente dd re di
Frauda v' ere giunta fl di dinansi, e forte combat-
teano fl cesleUo, la gente del re d* loghfllerre sansa
piùallendere,snbitemente asssUrono i Franeeachi, deve
ebbe aspra e dura battaglia. Alla fine fbrono isconfittii
Franeesohi, e rimueri preso fl dello ainiscdco di Gied-
che con molti diri gentili nomini, che furono tra morti
e pred da quattrocento cavalieri e da duemfla a piedi
Tornati al campo quegli di meaaer Gianni, i quali i-
acamparono della detta battaglia, meaaer Gienni ebbe
suo consiglio, e dfliberarono di combattere fl ca-
stello d' Aguglione. Tra per la detta aconfltta, e per-
chè avea novelle del re d' Inghfllerra eh* ere erri-
> a Midétbwrgo, ha il T. de* Oiontl.
DI GIOVANNI VILLANL
479
re mia bandiera la quale sempre si mandata in-
tiamf, cioè il campo nero, e lo re Andreasso den-
tro dipinto e impiccato, di' era nna orribile cosa a
Tederò. Per fare la detta vendetta si proffèrse loro
il Bavaro re della Magna, e il figlinolo marchese di
Brandimborgo, e '1 dogio d' Osterich, e più altri si-
gnori della Magna con tutto il loro podere per Tol-
traggio enonne a loro fatto, i quali per loro s** ac-
cettarono, e giurarono a dò fare lega e compagnia. Il
re d' Ungheria mandò a corle al papa grande amba-
scerìa richeggendolo che yolea essere coronato del
reame di Cicilia e di Puglia, che a lui succedea ; e
che Tendetta fosse della morte del re Andreasso così in
cherìci come in laid, dandone colpa al cardinale di
Pelagorga tio^ del duca di Duraszo, che TaTea sen-
tito e ordinato. Acquali ambasdadorì non fu dato
coucestoro pubblico per la detta cagione, opponen-
dosi per lo papa, che 1 re d^ Ungheria avea fatta
lega e compagnia col dannato Bavaro. Onde il re
d' Ungheria e tutti gli Alamanni si tennero mal con-
tenti del papa e della Chiesa ; ma però non lascia-
rono di fare loro impresa per passare in Puglia e
per soccorrere la sua città di Giara, come diremo
appresso. Essendo la città ^ii Giara in Schiavonia ru-
bellata a' Veneziani, come addietro facemmo men-
sione, e partito di Schiavonia il re d* Ungheria con
suo eserdto fanno passato 1345, i Venesiani v'an-
darono incontanente ad oste con grande potenza, e
assediarla per terra e per mare, mandandovi^ soldati
a cavallo e a piede di Lombardia e di Romagna e di
Toscana con grande soldo ; onde di Firenze v' an-
darono per ingordigia del detto soldo tre di casa i
fiondelmonti con trecento masnadieri, i qnaK Fioren-
tini al continuo dalle mura erano rimbrottati da'Gia-
ratini, che si partissono dal loro assedio, ch'erano
loro amid, e andassono a farsi sconfiggere a Lucca,
e servissono i Veneziani che gli avieno traditi alla
guerra di messer Mastino. E cosi vi continuò Toste
dal mese d'agosto 1345 al maggio 1346, dando
alla terra continue battaglie e assalti, e quei d'entro
al continuo uscirono fuori a badalucchi e scaramucce,
e francamente assalivano il campo. Ma quegli di Gia-
ra dubitando che per lo lungo assedio non manoasae
loro la vittuaglia, rimandarono per lo re d' Unghe-
ria; il quale sentendo ciò per gli messaggierì di
quegli di Giara, e per seguire la sua impresa di ve-
nire in Puglia, ritornò in Ischiavonia con più di tren-
tamila tra Ungari e Tedeschi, a cavallo la maggior
parte, che bene t ventimila erano arcieri, e gli altri
buoni cavalieri. Sentendo i Veneziani la sua venuta
ringrossarono loro oste di gente e di navili, e per
non aspettare in campo la sua venuta, vollono prov-
vedere^ innanzi d'avere hi città per forza. A dì 16^
di maggio 1346 ordinarono di dare alla terra una
grande battaglia per mare con quattro navi grosse
Incastellate, e con ponti da gittare in sulle mura, e
con venti piatte imborbottate, e con difidi, e con qua-
' conflato, legge la Giootifia.
' menandovi, ha la 8accitAta.1
' ^ovare^ reca il T. anzìcitato.
* a dì 26. Ed, O. cit.
ranta gfaiaueruole* e trentadue galee armate con moM
balesU^eri ; e per terra eon tutto l'eserdto dell'oste,
i quali fdrono tra per mare e per terra più di di-
daasettemila nomini in arme, tra* quali avea di quat-
tromila balestrieri. La battaglia fu aspra e dura; e
continovò dalla mattina alla sera, saoza potere ac-
quistare niente ; perocché la dttà era forte di torri
e di mura e fossi, dall' altra parte il porto forte alla
marina ; e perchè quegli di Gl^ra erano buona gente
d' arme, si difesono valentemente ; e verso la sera,
quando ì Veneziani si ricoglievano, apersono nna
porta della terra seguendogli, vigorosamente combat*
tendo, e moriwi della gente de' Veneziani più di cin-
quecento, e fediti gran quantità. Veggendo i Vene-
ziani, eh' e' non poteano avere la dttà per battaglia,
e sentendo che il re d' Ungheria con suo esercito era
presso a Giara a trenta miglia, e ogni di s' appres-
sava, i Veneziani si levarono da campo dov* erano
di costa, e quasi intomo alla dttà, e ritrassonsi In-
sieme in su uno forte colletto di lungi da Giara uno
mezzo miglio sopra alla marina, e quello come bastia
afforzarono con fossi e steccati e torri di legname.
Come il re d' Ungheria s'appressò alla terra con sua
oste, mandò parte di sua gente d' arme a richiedere
i Veneziani di battaglia, ma non ebbe luogo che la
volessono accettare, ma si stavano rinchiusi neHa loro
bastìa con grande paura e soffratta di vittuaglia, per
più di. 11 re d' Ungheria fece fbmire Giara di vit-
tuaglia perocché n'avea bisogno, e alcuno disse che
v' entrò in persona sconosciuto, per dare a' Giaratini
vigore. 1 Veneziani con loro ambasdadori stavano
in continui trattati col re, promettendogli di dare loro
navile in aiuto a passare in Puglia, ma voleano Giara
alla loro signorìa con dare a lui uno piccolo censo
di risorto ; il quale trattato non piacque al re, e non
ebbe luogo. E però i Veneziani co' loro danari cor-
ruppono certi de' suoi baroni ungheri, e consiglia-
rono dislealmente il loro signore che si tornasse in
Ungheria, perchè quello anno era caro di vittuaglia
nel paese d'Italia, a tanto eserdto, e in parte era ve-
ro, e non avea ordinato il naviglio da potere passa-
re in Puglia ; e però si tornò in Ungheria, lasciando
fornita Giara. La bastia de' Veneziani rimase la detta
state con grande spendio loro, rinnovandosi spesso
di gente; e bisognava bene, perocché erano assa-
liti sovente da quegli della terra. E per disagi vi si co-
minciò grande infermeria e mortalità, e moriwi molta
gente, intra gli altri i sopraddetti nostri tre cittadini
de' Bonddmonti con più de* loro masnadieri, che non
ne tornò il quarto. Lasceremo di parlare di questa ma-
teria, e torneremo a dire deHa elozione del nuovo im-
peradore che venne Cario figliuolo del re di Boemia.
CAPITOLO LX.
Come Carlo figliuolo di Giwtmni re di Boemia fn
elello re de' Romam,
V anno 1 346, del mese d' aprilo, venuto in corte
dì papa Carlo figliuolo del re Giovanni di Boemia, e
sommosso dal papa per sodducimento del re di Fk^n-
' Specie di nave antica. Il Testo Dav. ha propriamcnfe
zazgentoH^ voco mancante alla Crmsea.
482
CROraCHB
couibttteDdo, iiooMif m fl detto eonettabBe e tu ^ente
•IquMto fuori della terra. ATVta la TÌttoria del detto
eoneatabile e di fna feste, neoilaaeBte ebbe preaala
terra dì Caano, ebe non era guarì forte ae aoo il eaatel-
lo. B preae alla detta battaglia il detto eoneatabile,
e r araveacofo di Terrana, e il oaaMrliago di Mollù,
e più altri eaTalieri e baroai in quantità di ottanta-
cinque, e morifri aaaai gente in qoantità di cinque-
mila; e mbata la terra, obe bene quarantamila panni
ebbe tra di Camo e dell' altre terre e rille dette, <e fece
metter fuoco in Camo, percb'avea fatta.reaiitenaa,e ar-
sene assai; e* prigioni né mandò presi in logbilterra
eolla preda, E così cominciò la fortuna del franco
re Àdoardo d'Inghilterra; e driuò sua oste verso
Rueme crescendoli ogni dì gente d'Inghilterra, che
tutto ^ Ti passavano di volontà per guadagnare, e
aeguendolo molti Normandi gentili uomini e altri cbe
non amavano la signoria de' Franceschi ; sicché si
trovò con quattromila cavalieri di buona gente, e
più di cinquanta migliaia di gente' a pie co' Norman-
di, cbe i trentamila erano arcieri inghilesL'
CAPITOLO LXIV. •
CofM U r0 d* IngKUterra si partì di Normandia e
9mim9 freno a Parigi^ ardendo e guattando ii paese.
Sentendo il re di Francia come il re d' Inghil-
terra era arrivato in Normandia, e prese le soprad-
dette terre e 1 auo eoneatabile e di sua gente, in-
contanentie si partt da Parigi con quanta gente potè
raunare a cavallo e a piò, per andare a soccorrere
Rueme in Normandia che non si rubellasse, sentendo
che certi baroni del paese, ribelli del re di Francia
ne teneano trattato col re d* Inghilterra e con al-
quanti della città di Rueme ; e puosesi a campo il
re di Francia al ponte ad Arce sopra il fiume della
Senna, e quello fece tagliare, e tutti gli altri ponti
ch'erano fopra Senna, acdocchò'l re d'Inghilterra
nò sua gente non potesse di qua passare ; e fornì
Rueme di sua gente a cavallo e a pie; e lasciò,
quando si partì di Parigi, al suo proposto di Parigi
che facesse disfare le oue eh' erano di fuori e dentro
di costa le mura di Parigi, per afforsare la città. Per
la quel cosa i cittadini di cui erano le cue comin-
ciarono a levare remore, onde la terra fu tutta acom-
^ pigliata e sotto V arme, e a pericolo di rubellarsi al
re, se non fosse che in quegli giorni giunse a Parigi
il re Giovanni £ Boemia e meuer Carlo suo figliuolo
eletto re de' Romani con cinquecento cavalieri rimasi
loro della rotta del vescovo di Uegge, come dicemmo
addietro. Costoro rinfrancarono Parigi, e feciono ac-
quetare il remore, e rimanere la detta disluione
delle case per contentare i borghesi di Parigi Lo
re d'Inghilterra era accampato con sua oste di là
da Rueme a tre le^e ; e là venuti due cardinali le*
gati del papa, messer Annibaldo da Ceceano e mes*
ser Piero di Chiermonte, i quali cardinali mandava
H papa per fare accordo tra lui e '1 re di Franoia,
volendo che si rimettesse nel papa ogni quistione; il re
Adoardo d* Inghilterra non fidandosi del pi^, scali
volle udire dell'accordo, e per più fiate si ruppe dal
trattato de* detti legati^ ptfch' a lai pareva che'l pipa
iivoreggiaase troppo la parte del re di Frucia; aui
furono d' alquante loro cose rubati dagl' Inghilesi;
ma il re Adoardo gli fece ristitaire, dando loro del
suo assai per amoMuda, e cosà si tornarono vano
Parigi Lo re Adoardo perduta la aperansa d' tvere
la città di Rueaae, end' era in alcuno trattato, pe-
rocché v' era giunto al soccorso il re di Francia con
grande oste di oavalieri e popolo^ si mise ad andare
verso Psrigi di là dal fiume di Senna, ardendo e
guutando .il paeae con molte prede e pregioni, pe-
rocché il paese era molto popolato e ricco. B la vi-
gilia di Nostra Donna d' agosto s' accampò a Pusd
e a San Germano dell' Aia, e la eoa gente acoese
inaino presso a Parigi a due leghe, e arsone la.riUa
di Sanerò e quella di Luvieri, e più altre ville grandi
e piccole, prima rubate, e poi arse, eh' era il più
bello paeae e '1 più caro del mondo del tanto^, stato
più di cinquecento anni in riposo e tranquillità sana
guerra, onde fu gran danneggio. 0 maledetta guerra,
quanti mali fai a disertamento di reami e di popoli,
per puoiaione de' peccati delle gentil Lo re di Fraacia
aentendo che il re d' Inghilterra con aua oste era ve-
nuto presso a Parigi, ai partì dal ponte d* Arce, e
venne costeggiando la riviera di Senna, eh' era in
mezzo dall'una oste all'altra; e giunto a Parigi,
mandò a messer Cerio Grimaldo e Ottone' Doria di
Genova anuniragli delle trentatré galee eh' erano a
Rifiore in Normandia, che disarmassono, e con tutte
le ciurme delle galee venissono a Parigi, e così fe-
done ; e lo re di Francia a' accampò fuori di Parigi
messa lega a San Germano de' Pnti, e là fece ine
mostre, e trovossi più di ottomila buoni cavaUerì e
più di aessantamila sergenti a pie, che più di seiadla
ve n'avea di Genovesi a baleatra, tra delle galee e
venuti da Genova per terra al soldo del re; intra 1
quale esercito avea, aansa il ro di Francia^ cinque re
di corona; ciò era il re di Navarra suo cagino, il re di
Maiolica, e il re di Boemia, e '1 suo figliuolo eletto
re de' Romani, e il re di Seoaia ; ciò fu David figliuolo
di Ruberto di Brus rubello del re d' Inghiltemu
CAPITOLO LXV.
Come U re d tngkiUerra si pariì di Pasci per aa*
dare in Piccardiaper accodarsi co" Fiammàngii
di smrgmH ha la edisione de' Giunti
Come il re d* Inghilterra seppe la vennta del
re di Francia a Parigi, e avea guasto le ville tra '1
fiume dell' Bra e quello delia Senna, fallendo la vit-
tuaglia all'oste, per non essere soppreso, come or-
dinava il re di Francia, sì ordinò e foco fare ano
ponte di legname e barche a Pasci in sulla. Senaa»
bene ohe fosse contrastato dalla gente del re di Fran-
cia ch'era dall'altra riva: per forse d'arme e di
auoi aroeri gli sconfisso, e fece compiere il ponte; o
levarono il campo da Puscì e da San Germano del-
' in proporskme, propondonstamenta.
' AttioniOf legge la edia. city e cosi più
DI GIOTAHKI VILLANL
483
V Ala, iM* quali fece meUere fttoeo, e con ina oate
passò il fiame di Senna a ^ 26 d' agosto, e yenne
a Pontosa, e là trovò resistenza di gente ohe v'avea
ttandata il re di Franofa a oaTallo e a pie, e fornito
fi eaitello; onde combattè la terra per dae di; alla
fine la vinse per forca, salvo il castollo ; e quanta
gente vi trovò mise a morte, salvo le femmine e i
fiueialli, a^ qnali diede licenza che si partissono con
tiò die ne potessono portare, e gaastò la terra, salvo
i monisteri e le chiese. E poi segni suo cammino per
andare ad Albavilla in Ponti per ritrovarsi co^ Fiam-
BÙngla ch^ erano usciti fuori con piik di ventimila in
arme, ed erano stati a Bottone, e poi presso ad Arras
a quattro leghe guastando il paese, e poi à* erano ri-
dotti a Scosierì^ in Artese per accozzarsi col re d^ln-
ghiltorra, compera dato T ordine tra loro. E messer
Ugo d'Astighe, parento e barone d«l re d'Inghilterra,
venne a A 1 6 di luglio in Fiandra con venti navi e
seicento arcieri, per soUedtare i Fiamminghi a ciò
fare, i quali erano ritornati all' assedio di Bottone,
o a quello diedono più battaglie con loro danno di
morti e di fediti. Lasciamo alquanto di dire de' Fiam-
nùnghi, e torneremo a dire degli andamenti del re di
Francia, che seguiva il re d* Inghilterra.
CAPITOLO LXVL
Come U re di Francia con sua oste seguiva U re
<f Inghilterra,
Come il re di Francia seppe la partita del re
d^Inghiltorra, si partì da Pontosa e da San Germano
de* Prati, e andonne con sua gente a San Dionigi per
seguire il re d'Inghilterra, per cosdbattore con lui in
campo, acciocché non distruggesse il paese, e in-
nanzi che s' accozzasse' co' Fiamminghi suoi ribelli;
o lasciò a Parigi a guardia della torre e della reina
sua moglie e di più figlinoli eh' egli avea, i borgesi
possènti di Parigi, con alcuna altra gento d'arme
de^suoi ostieri e ilimfglia : furono milledugento cava-
lieri. E mandò di sua gento innanzi in Piccardia, ohe
togfiesserò i passi e gli andamenti al re d'Inghilterra e
la vittaaglia, e tagliassono i ponti alle riviere ; e fece
stare sue genti d'arme a guardare i detti passi e rivie-
re; e il re di Francia con suo esercito n'andò ad Alba-
villa in Ponti, e cosi fu fatto. Per la quel cosa il re
d' Inghilterra fu a grande perìcolo coUa sua osto, e
a grande soffìratta di vittoagtia, che otto di stottono,
che non abbono se non poco pane e non punto di
vino, e vivettono di carne di loro bestiame, che n'a-
vevano assai, o mangiando alcuna frutta e bevendo
aoqua, ed ebbono grande difetto di calzamento ; e non
poterono andare ad Albavilla per gli passi che erano
tolti e tagliati innanzi. Il re d* Inghilterra caprese par-^
lito d' andare verso Fiandra; ma i Franceschi e'Pic-
oardi gli furono a petto alla riviera di Somma^, che
egli avea a passare. Ma per sólUcitadine di certi^ an-
dò a un rita'O passo in un altro luogo, dove la ri-
viera faceva uno grande marese ohe iettava, ma avea
' Semsierif ha la OiontiDa.
^ f aecoHasu, leggiamo nella ediskme citata.
* Smma, ha la soodtata edia.^ e ooaà più InaaikaL
uno saldo fondo, che gli fh insegnato, d»ve mai non
era slato veduto passare a cavallo; e là alla ritratta
del fiotto passò ma notte con tutta sua gento sal-
vamento, lasciando parto delle ano tonde e fuochi ac-
cesi ove era stato accampato, per mosbare la netto
a' nimici che ancora il campo vi fosse la netto, e
che vi fosse accampato. B come fa passato, la mat-
tina per tompo andò ad assalire parto de' suoi ni-
mici che gli aveano contrastato il passo, che v'era-
no assai presso accampati, e non si prendeano guar-
dia, ohe credeano eh' eglino non avessono potuto
passare la riviera di Somma, e misegli in isconfitta,
che furono totti morti e presi ; che furono tra a ca-
vallo e a pie parecchie migliaia. Appresso seguirono
loro cammino affamati e con grandi disagi, e anda-
rono il venerdì a <tt 25 d'agosto ba '1 dì eia notte
bene dodici leghe piccarde, sanza riposarsi, con gran-
de afianno e fame, e arrivarono presso ad Amiensa
a sei leghe a uno luogo e borgo di costa a uno bo-
sco, che si chiama Greci. E avendo a passare una
piccola riviera ch'era profonda, convenne che ^as-
sassono a uno e a due insieme, tanto che uscirono del
passo, che non aveano contrasto : e sentendo che *1 re
di Francia gli seguiva, sì s'accamparono in quello luogo
fuori della villa di Croci in su uno colletto tra Greci
e Albavilla in Ponti: e per afforzarsi, sentondosi
troppo meno gento che i Franceschi, e per loro si-
curtà, cinsono l'osto e il campo di carri, che n'a-
veano assai di loro e del paese, lasciandori un' en-
trata, eon intonzione, che non potondo schifare la
battaglia, disposti di combattere e di volere anzi
morire in battaglia che morire di fame, che la fuga
non avea luogo. E ordinò il re d'InghUtorra i suoi
arceri, che n' avea grande quantità su per le carra,
e tali di sotto con bombarde che saettano paUotto di
ferro con fuoco, per impaurire e disertare i cavalli
de' Franceschi. E della sua cavalleria il dì appresso
fece dentro del canino^ tre schiere;* della prima fece
capitano il figliuolo, della seconda U conto di Hon-
dello, della terza se medesimo re d' Inghilterra ; e
chi era a cavallo iscese a piò co' eavalli a destro
par prender lena e confortarsi di mangiare e bere.
CAPITOLO LXVIL
D'una grande e sventurata sconfitta ch'ebbe il re
Filippo di Francia con sua gente da Adoardo temo
re dP Inghilterra a Crecì in Piccardia»
Lo re Fflippo di Valois re di Francia, il quale,
col suo eawcito seguiva il re d'InghiHma e sua
gento, sentendo come s'era accampato presso di Greci
e aspettava la battaglia, si andò verso di lui firan-
eamento crédendolo avere soppreso, come straccato
e vinto per la disagio e fame sofferta in cammino.
E sentendosi avere più de' tre tanti di buona gente
d' arme a cavallo, perocché '1 re di Francia avealiene
da dodicimila cavalieri, e sergenti a pie quasi in-
nnmerabili, ove il re d' Inghilterra non avea che quat-
tromila cavalieri, e da trentamila arceri inghilesi e
* Trincea o riparo fatto alla riofasa colle carra: dieeai
anche carreggio.
484
CRONICUB
gttileii, t alquanti oon dulondacche' e lance corte;
e veoQto presso al campo defrioghilesi quanto uno
balestro' potesse trarre, ano sabato dopo nona, a dì
26 d'agosto 1346, U re di Prsncia fece fkre alla
sua gente tre schiere a loro guisa, dette battaglie;
nella prìnta avea bene sei mila balestrieri genoYesi
e altri Italiani, la quale guidava messer Carlo Gri-
maldi e Ottone Dona, e co* detti balestrieri era il re
Giovanni di Boemia, e messer Carlo ano figliuolo e-
letto re de^ Romani, con più altri baroni e cavalieri
in quantità di trecento' a cavallo. L'altra schiera gui-
dava Carlo conte di Laniona fratello del re di Fran-
cia con più conti e baroni in quantità di quattro-
mila cavalieri e sergenti a pie assai. La tersa schiera
guidava il re di Francia, e in sua compagnia gli altri
re nomati, e conti, e baroni, con tutto il rimanente
del suo esercito, ch'erano innumerabiJe gente a ca-
vallo e a pie. Innanzi che la battaglia si cominciasse,
apparvero aopra le dette osti due grandi corbi gri-
dando e gracchiando; e poi piovve una piccola ac-
qua: e ristata, incominciò la battaglia. La prima
schiera de' balestrieri de' Genovesi con gli altri a
cavallo si strinsono al carrino del re d' Inghilterra e
cominciarono a aaettare con loro verrettoni ; ma fu-
rono ben tosto rimbeccati, che in su' carri e sotto i
carri alla coverta di sargane^ e di drappi che gli gua-
rentivano da*quadrelli\ e nelle battaglio del re d'In-
ghilterra, ch'erano dentro al carrino nelle achiere
ordinate tra' cavalieri, avea da tremila arceri, come
detto è addietro, tra Inghilesi e Gualcai, che quando
i Genovesi saettavano und quadrello di balestro, que-
gli saettavano tre saette d' arco, che parca in aera
una nuvola e non cadevano invano sansa fedire genti
o cavalli, aanu i colpi delle bombarde, che facieno
ai grande tremuoto ^ e remore, che parca che Iddio
lonMse, con grande uccisione di gente e sfonda-
mento di cavalli. Ma quello che peggio faceva all'o-
ste de' Franceschi si fu, che essendo il luogo stretto
da combattere quant'era l'aperta de' carri del re d'In-
ghilterra, e percuotendo e pignendo la seconda bat-
taglia ovvero achiera del conte di Lansona, strinsono
si i balestrieri genovesi a' carri, che non si potevano
reggere, né saettare colle loro balestra, essendo al
continuo al di aotto da quelli che erano in su' carri
fediti di aaatte dagli arceri e dalle bombarde, onde
molti ne furono fediti e morti. Per la quel cosa i
detti balestrieri non potendo sostenere, essendo dai
soldati stretti e da' loro cavalli al carrino per mo-
do, che si misono in volta, i cavalieri franceschi e
loro sergenti veggendoli fuggire, credettono gli a-
vessono traditi, ed eglino medesimi gli uecidevano,
ohe pochi ne aeamparono. Veggendo Adoardp fi^artó
figlinolo del re d* Inghilterra e prenze di Gualca che
guidava la priaui schiera de*auoi cavalieri, ch'erano
' liane» qnoata voce alla Cruaca. Erano arme taglienti
slmili alle scuri. E appunto la Giuntina legge: aeutU
guaUti.
' im 9or9ò di emfoUOf dice la edis. dt.
' «re flMÌla, abbiamo nella Giuntina.
* Specie di panno da coverte di carri, muli e simili.
' Preeeie o altri ferri di punta quadrangolari.
* kmuUùt liggMl naU'adlBloaa citala.
da mille e da seimila arceri gualcai, mettere in volta
la prima achiera de'baleatrìeri del re di Francia, mon-
tarono a cavallo e uscirono del carrino; e asulirono
la cavalleria del re di Francia, dov'era il re di Boe-
mia e '1 figliuolo colla prima schiera, e il conte di
Lansona fratello del re di Francia, e il conte di Fian-
dra, e il conte di Brois, e il conte d*Aliccrte, e
messer Gianni d' Annido e più altri conti e grandi
baroni, e quivi fu la battaglia aapra e dura; peroc-
ché appreaso lui il segui la accenda baUagtia ovvero
schiera del re d' Inghilterra, la quale guidava il conte
di Rondello, e al tutto miaono in volta la prirn e
seconda bsttaglla de' Franceschi, e maasiaMmcnte per
la fuggita de' Genovesi. In quella battaglia rimasono
morti il re Giovanni di Boemia, e '1 conte Carlo di
Lansona fratello del re di Francia, con più conti e
baroni e cavalieri e aergenti molti. B lo re di Fran-
cia veggendo volgere sua gente, coUa aun lena bat-
taglia e con tutto il rimanente di aua gente percosse
alle achiere degl' IngUleai, e di aua persona fece
maraviglie in araM, tanto che fece ritrarre gì' laghi-
lesi al carrino; e sarebbono atati rotti, ae non fosse
il ritegno del re Adoardo colla sua lena achiere
eh' usci fuori del carrino per un' altra aperta ohe fece
fare al carreggio per uscire fuori addosso a'nimioi
al di dietro, e per essere al soccorso de' suoi, fran-
camente assalendo i nimici, e fedendo per costa coi
Buoi Gualcai e Inghilesi a pie coli' arcora e lance gua-
lcai, intendendo solo a sventrare i cavalli. Ma quello
che più confuse i Franceschi fto, che per la moltitu-
dine della loro gente, che erano tanti a cavallo e a più,
e non attendeano se non a pignere e a urtare co' loro
cavalli, credendo rompere gì' Inghilesi, eglino SMde-
simi s' affollavano V uno sopra V altro al modo che
avvenne loro a Coltrai co' Fiamminghi, e speaìalmenle
gì' impedirono i Genovesi morti, che n'era 4)operta
la terra per la prima rotta battaglia, e i cavalli dei
aoldati morti e cadati, che lutto il campo n' era co-
perto, e de' fediti delle bombarde e aaelle, che non
v'ebbe cavallo de' Franceschi che non fosse fedito,
e innumerabili morti. La dolorosa battaglia darò da
ianansi vespro a due ore infra la notte. Alla fine non
potendo più durara i Francea^ si misono in fuga,^
e il re di Francia si fuggi la notte ad Amienaa fedi-
to, coli* arcivescovo di Rems, e eoi vescovo d' A-
miensa, e col conte d'Alsurro, e col figlinolo del can-
celliere di Francia con da aessanta a cavallo aotto il
pennone del Delfino di Vienna; perocché tatto le sue
bandiera e pennoni reali erano rimaai ai campo ab-
battuti* E fuggendo la brigala la noUe a covrilo e
a pie, da' paeaani del loro paese medesiaM erano
rubati e morti ; e per queato modo ne perirono assai
sansa l'altra caccia. La domenica mattina aegnente,
essendo della gente del ra di Francia foggiti la notte,
e ridottiar ivi preaao ov'era alata la battaglia in an
uno poggetlo preaao al boaco in quantità di otto-
cento^ a cavallo e a pie, intra gli altri v'era messer
Cario eletto imperadora aoampalo dalla prìaM rotta,
e ili alfirontatosi, non sappiendo ove fuggire, il ra
d* Inghilterra vi mandò il conte d'Orbi e quello di Chia-
1 Abbiam naU'sdlsIona dlatot aOa mila.
DI GIOVANNI VILLANI.
48^
ranUiDa^ h>b gente t cafallo e a pie asMi\ e aifalen-
éo quegli, come genie leonttlUi, poeo reseono, e fug-
gendo, assai ne furono presi e morti, e 1 detto mea-
sor Carlo dì Boemia con Ire fedite si faggi alla htt^
dia di Riscasipo, ov* erano i cardinaU. E la domedoa
mattina medesima gionse il duca del Loreno nipote
del re di Francia in sol campo, ohe Tenia in aiuto
con tremila oatalieri e quattromila pedoni dì sno pae-
ae, essendo ignorante della battaglia e sconfitta della
notte, e non sapeva chi sbavasse Tinto; veggendo
quella gente del re di Francia die detto avemo, che
per paura ai teneano schierati al poggetto,'egli si die-
de e percosse sgl' Inghilesi ; ma toato fu rotto, e
rimaseri morto il duta con da cento de^suoì cavalieri,
ma la maggior parte di quegli a piò rìmasono morti,
e gli altri sì ftiggìrono. Nella delta doloroaa e sventu-
rata sconMa del re di Francia, si disse per gli più che
Ti furono presenti quasi in accordo, che bene ven-
timila nomini tra a cavallo e a pie vi rimaaono morti,
e cavalli innumerabile quautiti, e più di milleseicento
Ira conti e baroni e cavalieri di pareggio^ asma gH
scudieri a cavallo, che furono più di quattromila, e
presi altrettanti, e tutti i foggiti erano fediti di saette.
Intra gli altri notabili signori vi rimase morto il re
Oiovanni di Boemia con cinque conti della Magna che
erano in sua compagnia, e il re di Maiolica, e il
conte di Lansona fratello del re di Francia, e il conte
di Fiandra, e il conte di Brois, e il duca del Lore-
no, e il conte di Sansurro, e il conte d* AUioorte, e
il conte d* Albamala, e il figliuolo del eonte di Sa-
lerani eh' era col re di Boemia, e messer Carlo Gri-
maldi e Ottone Doria genoveai, e molti altri signori
che non si sanno per noi. 11 re Adoardo rimue in
ani campo due di, e fecevi cantera solennemente la
meeaa del Santo Spirito, ringraziando Iddio della sua
vittoria, e la measa e 1* uAiio de' morti, e consagrare
il luogo, e dare sepoltura ammorti cosi a'nimici co-
me a^i asrici, e trarre i fediti tra* morti e fargli me-
dicare, e alla minuta gente fece dare loro danari, e
mandogU via. I signori nobili ch'erano morti, rilro-
Tati che furono, fece nobilmente soppellire ivi presso
n una badia, e tra gli altri molto grande onore ed
osequìo fece al corpo del ra Giovanni di Boemia,
aicoome a corpo di re, e per ano amore, piangen-
dosi di sua morte, egli e ognuno de* suoi bnoni si
vestirono a nero, e rimandò il suo corpo molto o-
noravolemente a messer Carlo suo figliuolo eh* era
alla badia di Riaeampo, e di là ne lo portò il figliuolo
a Luiifflborgo nella Magna. E dò fatto, il detto ra
Adoardo colla sua benawenturosa vittoria, che poca
di sua gente vi mori a comparasione de* Franceschi,
ai parti da Cred il terzo di, e andonne a Mosle-
raolo. 0 sanctus, sanctus^ sanehss Dotnktus Deus
Saba0ik, doè a dire in latino, santo de* santi no**
atro aignora Iddio dell* osto, quant* è la potenza tua
in delo e in terra, e spezialmente nelle battaglie I
che talora brae aovente fa, che meno gente e po-
tenzia vincono gli grandi eserciti, per mostrara la
* Narentana, ba la edizione de' Giunti.
' capaliere di paraggio^ uomo di paraggio è quanto ea-
PùUer di famiglia nobikj uom nobiU,
eoa potenzia, e abbattere le aoperbie e gli orgogli,
e punire le peccata de* re e de' signori e de' popoli.
In questa sconfitta ben si mostrò la sua poteaiia, che
i Franceschi erano tra cotanti che gì* Inghilesi. Ma
non fu sansa giusta cagione, e non avvenne questo
pericolo al re di Francia, che in tra gli altri pec-
cati, lasciamo stare il torto fatto al re d* Inghilterra
e sgU altri suoi baroni d*occupara loro retaggi e
signorie, ma più di dieci anni dinanzi avea giurato
a papa Giovanni e presa la croce, promettendo in-
fra due anni d'andare oltremare a racquietare la
Terra Santa, e prese le decime e'snssidiii di tutto
sno reame, faccendone guerra contro i signori cri-
stiani ingiustamente ; per la cui cagione morirono e
furono schiavi de'saracini d'oltremare ed Erminied
altri centomila criatiani, che per sua speranza aveano
comindata guerra a'saracinidi Seria: e questo ba-
sti a tanto.
CAPITOLO LXVIII.
Quello che il re d'Inghilterra cen sua oste fece do^
pò la detta vittoria wouta a Greci,
Partito il re Adoardo dal campo di CrecI ove
avea avuta la detta vittoria, ed easendo con sua oste
a Mosteraolo, credendolosi avere, eh* era della con-
tea e dote della madra, la terra era bene guernita
per lo re di Frauda de' molti Franceschi rifuggiti della
aoonfitta ; si si difesono, e non la potò avara ; gua-
stolla intono, e poi n' andò a Bologna in su lo mare
e fece il somigliante. Poi ne venne a Guizzante, e
perchè non era murato, il rubò tutto, e poi vi mise
fuoco, e tutta la villa guastarono. E poi ne vennono
a Calese, e quello era murato e aObrzato, e dieronvi
battaglia più volte e noi poterono avere; e ivi si
puosono ad assedio per terra e per mare, e fecevi
una bastia di fuori d* intorno com*una buona terra
afforzata e acconcia da vernarvi, e ivi con sua oste
stette all' assedio bmgamente, come innanzi faremo
menzione ; e in dò mise ogni suo podera per ac-
quistare e per avere porto forte e ridotto di qua da
mara in sul reame di Francia. E in questa stanza ven-
ne al re d' loghillerra la madra e la moglie e due
serocchie e la figliuola, e poi il conte d' Orbi con
mollo naviglio e gente d'arme e rinfirescamento di
vittuagHa ed ogni guenimento da oste. In queata atan-
za i due legati cardinali con altri baroni di Francia
e d' Inghilterra furano più volte prasso di Calesse a
parlamentare di pace, ma non vi potè avere accordo.
Ancora stando il ra d' Inghilterra al detto assedio di
Caleae, e avendo d'accordo promeaaa la figliuola
per moglie al giovane conte di Fiandra, e'doveasi
allegare con lui ; ma per soddudmento^e trattato del
re di Francia e per onta, rimprocciandogli che il
padre era stato morto essendo col ra di Francia alla
battaglia di CrecI, come addietro facemmo menzione,
si si parti dal ra d' Inghilterra di nascoso, e venne-
ne al re di Francia, e tolse per moglie la figliuola
del duca di Brabante ; e '1 detto duca ai parti dalla
lega del re d' Inghilterra, e allegossi col re di Fran-
cia e imparentossi con lui: e diede il duca al suo
486
CRONICHE
mBggìOTt figUoolo li flgtiaoh di mesfer dkaiii fi-'
glioolo del re di Franda, e ali* altro k figlioola del
duca di Borbone d^a cua di Franeia; e il detlo
duca di Brabante diede per moglie la sua ieoonda
figlinola al duca di GheDeri nipoto del re d'Inghil-
terra figliuolo della aerocchia, aTondo prima tolta e
sposata la figlinola del marchese di Ginllieri. Tutte
queste rivoltnre e leghe fece fare fl re di Francia
contro al re d^InghQterra per danari, onde il deca di
Brabante ne fn molto ripreso: ma però il re d* In-
ghilterra non lasciò sua impresa alP assedio di Ca-
lese. B messer Gianni, figlinolo del re di Francia, col
duca d* Atene e con altri baroni e grande cayalieria
e sergenti a piedi in grande quantità, stava in Bolo-
gna in su lo mare e d* intorno a ftire al continuo
guerra guerrìata al re d'Inghilterra e a sua oste per
terra e per mare con galee e altri nariiii, per fornire
Calese ; oy^ebbe piti assalti e badalucchi e scontrassi,
quando a danno dell' una parte e quando dell' altra,
che lunga storia sarebbe a raccontare. E dair altra
parte fece il re di Francia un* altra oste, e fece porre
Tassedio a Casselhi di Fiandra, acciocché i Fiammin-
ghi non potessono venire in aiuto nò aocoszarsi a Ca-
lese coli' oste del re d'Inghilterra, onde i Fiamminghi
per comune, fatto con ordine del re d'Inghilterra loro
capitano e guidatore il marchese di Ginllieri, vennono
verso Cassella per combattere co' Franceschi, i quali
rifiutarono la battaglia, e partironsi dall'assedio di Cas-
sella, e andaronsene a Santo Hieri. Lasceremo alquanto
de* processi della detta guerra de' due re infino che
avrà altra riuscita, e diremo de' nostri fatti di Firenze
e d' altre norità che furono ne' sopraddetti tempi.
CAPITOLO LXIX.
Come Luigi U gioeane^ che Hene la CieiHùy riebbe
Mela%%o e iraitò di fare parentado e lega col re
if Ungheria,
A di 5 d'agosto V anno 1346, Luigi il gio-
vane figliuolo che fu di don Piero figliuolo di don
Federico, che possiede l' isola di Cicilia, sentendosi
per lo suo balio e aio don Guglielmo, valente uomo
d'arme, e per gli Ciciliani, la discordia ^'era nel regno
di Puglia tra reali e le redo del re Cario e Ruberto
per la morte del giovane re Andreasso, onde addietro
è fatta mansione, si puose ad assedio alla terra di
Melaszo in Cicilia, che si tenea per gli detti reali,
per mare e per terra, e atettonvi più tempo all' as-
sedio, perocdi' eli' era molto fòrte e bene guemita di
gente e di vittuaglia. Ma i capitani che v'erano alla
guardia, per le dette discordie de' reali del Regno non
potendo avere le loro paghe per loro e per la gente
che v'erano alla guardia, e veggendo non potere a-
vere né soccorso nò rinfrescamento del Regno, cer-
carono loro accordo co' Ciciliani, e per danari che
n' abbono renderono la terra il detto di. E nel det-
to mese essendo venuti in Cicilia ambasciadori del re
d'Ungheria per contradire a'detti reali del Regno per
trattare lega e compagnia col detto Lm'gi il gio-
vane che tenea la Cicilia, addomandarono trenta ga-
lee al soldo al detto re d' Ungheria al suo passaggio
nel regno. Guglielmo aio del detto giovatte Ldgi
che si faoea chiamare duca d' Atene ed era balio M
detto Luigi e governatore dell'isola di Cicilia, sì trat-
tò e ragionò di fare parentado col detto Luigi, eh'egfi
terrebbe per mo^e la seroochia del re d'Ungheria,
e promise di dargli aiuto, quando volesse paasare nel
Regno, dì quaranta galee armate al soldo del detto
Luigi ; e mandò in Ungheria suoi ambaaciadorì in su
una galea armata per confermare la detta lega e su-
trimoniò. Ma venuti in Ungheria gli ambasciadori di
quello di Cidlta, dimandarono di rimanere libero le
di Cicilia, e dnandavano Reggio in Calavm ed al(M
terre che teneva l' avolo suo don Federigo ; la qnal
domanda il re d' Ungheria non aeoettò, bmi anrebbe
condisceso al lasciargli l'isola riapondendogU cerio
censo, e rimanendo a qodlo d'Ungheria il risorto e
l'appello, come sovrano, e il titolo del rennae^ A eie
non s'accordarono quegli di Cicilia, e riasafle fl trair
tato, e poi il tennero co' reali di Puglia. U ine a che
ne vennero si dirà dinansi a tempo e Inoge, qeando
saremo sopra alla detta UMteria.
CAPITOLO LXX.
Come certe galee de'* Genovesi panarono nel wtare
Maggiore^ e pre$ono Sinopoli e Pisola di Sde.
Nel detto anno e tempo §ì partirono quaranta
galee armate da Genova in Romania per fare vendetta
del Cerabl signore de' Torchi del mare Maggiore,
per lo tradimento e danno ch'egli avea fatto a' Ge-
novesi, come in alcuna parte addietro faeenuno man-
sione ; e presono la terra di Sinopoli, e quella ru-
barono e guaatarono, e corsone il paeae, e re^roBO
molta roba émercatanaia de' Turchi; e rimile fecio-
no all' isola di Scio in Arcipelsgo di Romania, e
quella presono e fnronne signori, e tolsonla a'Greci,
ove nasce la mastica, la quale è di gran frutto e ren-
dita. Lasceremo di dire delle norità degli strani, e
torneremo a dire de' noatri fatti di Firense e d'aUn
parti d' Italia.
CAPITOLO LXXI.
Di certe notila che fkrono in questi tempi nel
regno di Puglia.
Nel detto anno 1346, a di 8 d'ottobre, passò
per Firense il cardinale d' Ombruno legato del papa,-
che andava nel regno di Puglia per reearlori ia 0M
guardia per la Chiesa, per le discordie de* reali p«
la morte del re Andreasso, e da' Fiorentini gii ^
iHto grande onore. Andato luinel Regno, male ri fii
veduto da quo' reali e per la reina, e peggio ^ ^
ubbidito, e M paese qnari tutto scommosso in ribel-
lione; e rubellossi l'Aquila per uno aer Lalli ^^'
dine di quella col suo seguito, e coli' aiuto e fovore
di messer Ugolino de' Trinci signore di Fnligno, e pia
altre terre d'Abruszi a petizione del re d'Uogheritf^
il paese tutto corrotto a rubare i cammini, e chi piì^
pelea. U legato colla reina fedone più signori p«f
giustizieri, ma poco furono ubbiditi e temuti. Il 1^
DI GIOVANfn VILLANL
467
gaio veggMido coti oorrollo n pMi e, se n^ «adò a
diflK>ffaro a BeneveBto, e poco ara tettato a capitale.
CAPITOLO LXXU.
Di eerH ordini che si feciono in Firenzey che ninno
forestiere potesse avere ufki di comune^ e come si
compiè il ponte a Santa Trinità.
Nel detto anno, a di 18 d* ottobre, si fece or-
dine e dicroto ii Firease che nioBo forestiere fatto
«ttadino, il ^ude il padre e V avolo ed egli non fos-
MBO nati in Firense o nel contado, non potesse a-
vere alcano nfieio, non ostante ohe fosse eletto [o
insaccato S sotto certa grande pena. E questo si fece
per molti arleftd minoti venuti^ delle terre d* attorno,
mUo titolo de' reggenti delle ventane capitndini del-
r arti ed erano insaccati fra i priori e altri assai a-
ftd. Ed era il loro ano grande fastidio, che con mag-
fiore aodacia e presanxione osavano il loro maestrato
e signorìa, che non faceano gli antichi e orìginali
cittadini. Bene fa questo motivo e opera de' capi-
Uni di parte guelfa e del loro consiglio, che pareia
loro vi si mischiassono de' ghibeUini, e per afficbo-
lire il reggimento delle ventane capitudini deirarti che
reggevano la città ^ e fu quasi ano cominciamento di
rivolgimento di stalo per le sequele che ne segui-
rono appresso, comò indanzi faremo menzione. Nói
detto anno a di 4 d' ottobre, si serrò V arco di mez-
so del ponte da Banta Trinità con tre pile e quattro
wohi ; molto bene fondato e rìcco lavorìo rìuscl, e
costò da ventimila florìni d' oro, e fecevisi in su una
pila ona molto bella cappella di San Michele Angelo.
CAPITOLO LXXIIL
IT una grande carestia che fu in Firenze e d^ in-
tomo in più parti.
Nel detto anno 1346, cominciandosi la cagio-
ne del mese d' ottobre e di novembre 1345, al tem-
po della sementa furono soperchie piove, sicché cor-
rnppono la sementa, e poi l'aprile e il maggio e
il giugno vegnente 1346 non fino di piovere, e tal-
ora tempeste, onde per simile modo si perde la
sementa delle biade minate, e le seminate si gua-
starono ; e dò avvenne in più parti di Toscana e
d' Italia, e in Proenza, e in Borgogna, e in Fran-
cia, onde nacque grande fame e caro nei detti paesi,
e a Genova e ad Avignone in Proenza, ov'era il papa
eolia corte di Roma. E ciò avvenne, secondo disso-
no gli astrolagi e maestri di natura, per la congiun-
BÌone pusata di Saturno e di Giove e di Marte nel
segno d'Acquano, come addietro ò per noi fatta men-
sione. Onde avvenne, che già cento anni passati
non fu si pessima ricolta in questo paese di grano
e di biada e di vino e d' olio, e di tutte cose, co-
me fa in questo anno. E il vino valse di vendem-
mia il comunale da fiorini sei in fiorini otto il co-
' Dft tniaceof e, più comanemente »m&or«ar0; e vale : met-
tere Q nome altrui nel sacchetto, o borse, onde si eetrae-
▼ano gli nffldali di un governo qualunque.
' Aneb* qui U Giuntina ha : vemtieci. Tedi pag. 470,
eoi. I, n. 2.
gno ; e quasi non rimasono colombi e poUi per difetto
d* esca, e valse il paio de* capponi fiorini uno d*oro
e lire quattro, e non se ne trovavano ; e* pollastri
per Pasqua soldi dodici il paio, e^pippioni soldi die-
ci, e Tuova danari quattro o cinque Tuno, e non
se ne trovavano ; e V olio montò in lire otto Tor-
do. Per difetto di dò la carne di castrone e di bue
grosso e di porco montò da danari venti in soldi
undid la libbra, e la vitella da soldi due e mezzo
in soldi tredid* la libbra, e fu grande caro di frutta
e di camangiare; e tutto ciò fa la cagione soprad-
detta. Per la qual cosa, avvegna che per gli tempi
passati alcuno enne fosse caro, pure si trovava della
vittnaglia in alcona contrada ; ma in queato anno
quasi non se ne trovava, imperciocché le terre non
rispuosono al quarto, né tali al sesto del dovuto e
usato tempo. E valse di ricolta lo staio del grano
presso a soldi treota, montando ogni di; e innanzi
che fòsse 1* altra ricolta, a calendimaggio 1347,
montò a fiorini uno d^oro lo staio ; e lo stdo del-
y orso e delle fave montò a soidi dnquanta lo stdo,
e r altre biade ali* avvenente ; e la crusca a soldi
undid lo staio e più, che non se ne trovava per
danari; e sarebbe il popolo morto di fame, se non
fosse la larga e buona provedenza fatta per lo co-
mune, come diremo appresso. E fu si grande la ne-
cesutà, che le più delle famiglie de* contadini ab-
bandonavano i poderi, e rubavano per la fame Tuno
all*dtro ciò che trovavano, e molti ne vennono
mendicando in Firenze, e cosi de*forestieri d^intor-
no, eh* era una pietà a vedere e udire, e non si po-
teano lavorare le terre uè seminare ; se non che co-
loro di cui erano le terre, se volevano che '1 pode-
re si lavorasse, convenia, e convenne, die pasces-
sono quegli che lavoravano, e fornire di seme con
grande necessità e costo. E con tutto che f anno
1329 e del 1340 fosse grande caro, come addie-
tro in quegli tempi facemmo menzione, pure del
grano e della biada si Covava in città e in contado;
ma in questo anno non si trovava né grano né biada,
e specialmente in contado a più de*lavoratori e con-
tadini. 11 comune si provvidde e comperonne e fece
mercato con caparra di moneta con certi merca-
tanti genovesi, e fiorentini e dtri, di quarantamila
moggia di grano e di Pelago, di Cicilia, di Sardi-
gna, di Tunisi, di Barberia e di Calavra, e di quattro-
mila moggia d* orzo, ma non se ne potè condurre
per la via di Pisa in tutto più che moggia ventidue-
mila di grano, e moggia millesettecento d' orzo, il
quale venne costato, posto in Firenze, fiorini unaid
d* oro il moggio del grano, e fiorini sette il mòggio
dell* orzo. Ma perchè non avemmo tutto quello che
per lo nostro comune fu comperato, fu la cagione
che i Pisani aveano caristia grande e aimile i Geno-
vesi, che per forza si prendevano il grano della no-
stra compera giunto in Porto pisano, tanto che ai
fornivano innanzi a noi; è questo d diede grande di-
fetto, e più volte grande stretta e paura, e non ce
ne potevamo alare. Il cornane ne fece venire di Ro-
magna e di Maremma quello che potè avere di gra-
' frf, leggiamo nel T. de' Giunti.
494
CROMCHB
a certo lermiiie; e i nobili e*frudi aveano mandalo
loro ambnf dadorì al dello che gfiek voleaio dare U-*
bera la signorìa, lenendosi male conlenti del reggi-
mento del doge e del popolo; onde meiter Lnehi-
no idegnò eonira il popolo non volendogli dare
libera la signorìa. Per la qnal cosa tornali a Ge-
nora i detti ambasoiadorì, ai levò il popolo a remo-
re ed arme, e corsone sopra i grandi, e presono da
oinqnanta di loro, pure de" migliori, e impnosono lo-
ro di pena lire centomila di genovini, e convenne che
gli pagassono al comune ; e racchelossi il remore nella
citli, rìmanendo il doge e il popolo signorì della città;
e de* caporali delle case de* grandi il doge mandò a*
eonflni in diverse parti ; ma i più mppono i contni e
fedonsi mbelti, e poi, come diremo innansi, vennono
sopra Genova. B in questo mese d* aprìle essendo
arrivate in Porlo pisano due galee carcbe di grano
che veniano di Cicilia, comperato per gli nfidali del
oomnne di Firenze ed essendo in Genova grande caro,
mandarono loro galee in Porto pisano, e combatte-
rono le dette galee, e per fona le menarono a Ge-
nova, pagandone poi con mali pagamenti i mercatanti
che aveano il carco, dandone loro qnel che a loro
piacque. Per la quale ingiurìa e tirannia Citta per li
Genovesi al comune di Firenze, subitamente montò
il grano, e valse in Firenxe soldi quarantacinque
lo staio, e poi salì tosto a fiorini uno d'oro, e più. B
per questa cagione e oltraggio de' Genovesi, ebbe in
Firenze grande gelosia e paura che non mancasse la
vitlnaglia e mandarono in Romagna a fame venire con
gran costo e interesso del nostro comune, come ad-
dietro facemmo menzione nel capitolo della carestia.
CAPITOLO LXXXIX.
Come r Aquila e Poltre terre d^Ahruvki si rubellarono
a' reali di Puglia^ a petizione del re <r Ungheria.
Nel detto anno, essendo quasi rubellata TA-
qnila alla reina di Puglia e agli^allrì reali rode del re Ru-
berto, per uno sor Larì dell'Aquila, che se n*era
fono signore per lo re d'Ungheria, gtunsono nella
dita deir Aquila del mese di maggio per lo detto
re Tardvescovo d*Ungherìa e messer Niccola Un-
gerò, il quale messer Niccola era stato nel Regno
baMo del re Andreasso, ed oravi quando fu morto.
I delti erano venuti all'Aqiili con grande quantità
di moneta per mantenere quegli dell* Aquila, e per
soldare gente d* arme a cavallo e a pie per lo dello
re d' Ungheria, sicché tosto ebbene mille cavalieri, e
più. B del mese di giugno scorsone il paese, e più
terre d* Abruzzi si mbellarono alla regina e a* reali,
lenendon per lo re d* Ungheria. Ciò ta Civita di
Chicli, e Civita d*Abbruzzi', e Popoli, e Laudano,
e la Guardia e altre terre e castella ; e puosono oste
alla dita di Sermone^. Sentendosi dò in Napoli per
i detti reali, assai tosto fedone, tra di baroni del
regno e soldati, più di duemilaoinquecento cavalieri e
gente d'arme a pie assai, e fedone capitano dell*oste
il duca di Dorazzo figliuolo che fu di messer Gianni, e
nipote del re Ruberto, e vennero a soccorso di Ser-
* Civita di Penna. Ed. G. ' Suhnona, Ed. G.
mona. Sentendo dò quegli dell* Aquila, che v* erano
a oste, si se ne levarono con atenno dminoi, e ri-
dussonsi neU'Aqdla a guardia della tarm, e qneila
affusarono e guemirono di villaaglia. Il énon di D«-
razzo colla sua oste, (eh* ogni di gli creaea genU),
si pnose ail'aasedio deUa dita d* Aquila, dwogai
di d credevano averla, e quivi stettono fino tU' u-
sdla d'agosto gnaalando d'intorno; ed ebbevipiù
soontrszzi e badalucchi, quando a danno dell'una
parie, e quando éeU' altra. In questa etnann arrivò
in Italia il vescovo delle Cinquechiese, ovvero da'
Cinquevesoovadi, fratello bastardo del re d* Uaf^e-
ria (si diceva savio signore e valente in arme) eoa
dngenlo gentili uoidni d' Ungheria e della Magna a
cavallo e in arme, e con danari assai, e aoggiemò
a Forlì in Romagna, e aasai prima rioevnto grano-
samente da messer Mastino della Scala al suo vsh-
care, e poi da tulli i dgnori di Romagna, o ivi Mldò
quanta gente potè avere a cavallo, e arrivò a Fdi-
gno; sicché colta gente ch'egli aveva, e eoa quegli
che soldo, si ^vò a Foligno che d tallo n teneva
daUa parta del re d* Ungheria, end' era capo HMSser
Ugolino de' Trinci, vi si b'ovò con più di mille a-
vaiieri, e ndl*Aqttita e d'intorno al paese n'avea
bene da altri mille al soldo dd re d' Ungheria. Sea-
lendo dò quelli eh* erano all'assedio dell* Aquila, ed
essendo già fornito il servigio de* Ire mesi, ch*e'ba-
reni devono servire la corona, e non avendo soldo
delta cortei d conundarono a partire; e *i primo
ohe d parti fu il conto di San Severino, ohe d disse
eh* aamva più ta signoria del re d' Ungheria che quella
de'reali ; e parlilo lui, tutti gli altri d partirono scoa-
damento e sdarrati, e certi ricevetlono aleano danno
daUa genta ch'era nell'Aqnita. E giunti ndl'Aqdla,
ta gento eh' era a Fuligno dd re d' Ungheria, cor-
sone il paese, e presono il castello delta Leonessa,
e qudlo arsone. Lasceremo alquanto di questa im-
presa dd re d'Ungherta, e diremo d'nna grands
novita che fu in Roma di mntaaone di popolo e di
nuova signoria.
CAPITOLO XC.
Di grandi notila che furono tu ilonia, e come
i Romani feciono tribuno del popolo.
Nd dello anno 1347, a di 20 di ma^io, fl
dì delta Pen^costo, easendo tornalo a Roma aao
Niccotaio di Renzo, ch'era ilo a corte di papa per
lo popolo di Roma a richiederlo che venisse a di-
morare alla sedia di San Piero, cobm dovea, ooUa
sua corto; e avendogli di dò il papa data buons,
ma vana speranza, si ragonò parlamento ta Roma,
dove d congregò molto popolo, e m queUo ispesta
sua ambasctata con savie e ornate parole, come qaeg^
che era di reltorica ordtaato maestro, e cott*eg^
avea ordinato con certi caporali dd popota auaato,
a grida di popolo fa litto tribuno, e messo in Ce*-
pidoglio in dgnoria. B di presento che ta. l*tto
signore tolse ogni signorìa e stato a' nobili di Ho-
mo, e fecene prendere de'capordi, che mantene-
ano le ruberìe in Roma e d' intorno, h fece i^^
aspre giustizie, e mandò a' confini certi degli Or-
DI GIOVANNI VILLANI.
489
0«r LneluDO, 6 male poteàno avere aoccorsso da mea-
aer Haatino né da altri loro aonìoi né da Ferrara
aaoM grande loro perìcolo ; sì cercarono loro ac-
cordo con mesaer Luchino, al qoale ^ ai diede com-
pimento airoioita del mese di settembre 1346, e si
feciono compari di messer Luchino d'uno suo fi-
gUttolOy e rederongli Parma, ed abbono da lui ses-
saetaflula fiorni d' oro ; e riebbouo per patti il loro
caitello di San Felice e i loro pregioni che tenea-
BO quegli da Gonzaga, e con grande festa n^ anda-
rono con measer Luclifaio a Milano a fare il suo fi-
gliiH^ cristiano, e fermarono lega e compagnia in-
aieme* E nota, alagli ha tra' cristiani nullo re, se
non fosse quello di Francia e quello d' Inghilterra
e d'Ungherìa, di tanto podere com'è messer Lu-
cliifio ; che teneva al continuo più di tremila cava-
liori a itto soldo, e talora quattro in cinquemila e
pìhj che non è re tra'cHsttam che gli tenea. E si-
gnoreggiava le *nfirascrìtte dicfiMette città colle loro
castella e contadi, ciò sono : Milano, Como, Bergamo,
Brescia, Lodi, Mencia, Piacenza, Pavia, Cremona,
Crema, Asti, Tortons^ Alessandria, Noara, Vercelli,
Tonno, e ora Parma. Ma guardisi del proverbio che
disse Marco Lombardo al conte Ugolino di Pisa,
quand' egli era nella sua maggiore felicità e stato ;
come dicemmo nel ano capitolo, ch^egli era meglio di-
aposto a ricevere la mala meccianza, e così gli
avvenne. E messer Mastino aignore di undici città
le perde tutte, se non se Verona e Vicenu, e in
quelle fu osteggiato. B però non si dee ninno glo-
riare troppo della felicità mondana, e spezialmente
i turanni; perocché la fallace fortuna come dà loro
oon larga mano, così la ritoglie; e queato basti a
tasto, che ae ne vedrà il fine, che non fia lungo.
CAPITOLO LXXV.
C&me il conte di Fondi sconfisse la genie della
reina moglie che fu del re Àndreasso,
In questi tempi il conte di Fondi, nipote che
fd di papa Bonifazio a petizione del re d' Ungheria
prese Terradna e '1 castello d'Uri presso a Gaeta
per cominciare guerra da quella parte alla regina e
a* reali di Napoli, i quali vi mandarono da seicento
cavalieri e pedoni assai del Regno, per aasediare il
detto CMteRo d'Itri. Il conte fece ano isforzo di
gente di campagna, e con dngento cavalieri tede-
schi eh*avea, e furono quattrocento a cavallo e gente
a pie asssl, e con questa gente assalì la detta oste
a misegliin isoonfitta: ed ebbevi assai di presiedi
morti ; e la eiltà di Gaeta quasi si ribellò, tenen-
dosi per loro medesimi senza rispondere Marcali o
alla regina di NapolL In queati tempi, air entrala
d* ottobre, meri a Napoli quella che si facea chia-
mare imperadrice di Coatantinopoli, figliuola che fu
di meeser Carlo di Valoia di Francia, e moglie ohe
fu del prenze di Taranto. Di costei si disse, ch'or-
dinò colla moglie del re Àndreasso sua nipote la
morte del detto re, e con più altri signori e baroni.
' loteodi: tU quale accordo.
come raccontammo nel capitolo addietro della morte
del re Àndreasso, per darla per moglie a messer
Luigi di Taranto suo figliuolo, come fece poi, come
diremo alquanto innanzi. Ed ella dopo la morte del
prenze suo marito portò mal nome di sua persona^
se vero fu che palese si dicea, che infra gli altri
suoi amadori tenea messer Nicola Acciainoli nostro
cittadino per suo amico, ed ella il fece cavaliere e
fecelo molto ricco e grande. Lasceremo alquanto
de7atti del Regno, e torneremo a' fatti del re d'In-
ghilterra.
CAPITOLO LXXVI.
Come fu sconfitto il re David di Scoria dagli
Inghilcsif e preso»
Essendo il re Adoardo d'Inghilterra rimase di qua
da mare all' assedio di Calese, come lasciammo ad-
dietro, il re di Francia dopo la sua aconfltta tornò a
Parigi, e sommosse tutto il suo reame ed i suoi a-
mici per ragunaré gente maggiore che di prima, per
vendicarsi del re d" loghilterra, e levarlo dall' asse-
dio di Calese. E oltre a ciò rimandò in Scozia David
di Bruco re di Scozia, che fu con lui alla battaglia
di Croci, e diegli molti danari e gente d* arme, ac-
ciocché di Scozia venisse con sua oste in Inghilterra.
11 quale giunto in Scozia, e ssppiendo cheM re d'In-
ghilterra era colla sua oste degl' Inghilesi a Calese,
raunò aua oste di bene cinquantamila uomini tra a
cavallo e a pie di suoi Scotti, e la gente che gli a-
vea data il re di Francia, e passò in Inghilterra inaino
alla città di Durem, faccende grande danno al paese
di ruberia e d'arsioni. Certi baroni ch'erano rima-
si in loghilterra alla guardia del reame, onde fu ca-
po .. . non isbigottiti perché non vi fosse il loro
re, raunarono bene sedicimila uomini di buona gen-
te d' arme tra a cavallo e a pie la più grande par-
te Inghileai e Gnalesi, e francamente vennono contro
al re di Scozia e sua oste, eh' erano tre tanti di
loro, e nei valico della riviera dell'Ombro gli as-
salirono vigorosamente. Gli Scotti del subito assalto
dubitandosi che T Inghilesi non fossono in maggior
quantità di gente, ai misero in volta e furono acon-
fitti e molti Scotti vi rimasene presi e morti , e
fuvvi preso il loro re David e il figliuolo, e menati
presi a Londra; e ciò fu a dì 16 d' ottobre 1346. B
nota, che ancora é, e fia esemplo ', che 'i nostro Iddio
Sabaoth fa vincere e perdere le battaglie a cui gli
piace, non guardando a numero o forza di gente,
secondo i suoi giudioii per gli peccati de' re e de' po-
poli.
CAPITOLO LXXVn.
Ancora della guerra di Guascogna dalla gente del
conte if Orbi a' Franceschi,
Dopo la sconfitta eh' ebbe il re di Francia dal
re d' Inghilterra a Greci, siccome addietro facemmo
menzione, il conte d' Orbi, eh' era per lo re d' In-
semjtref ha la edizìono de* Giunti.
4^4
CIZ^K
ii ««inMIali
ddte
•pfr««ati ptt fa ^rwn •
m €n\hUtm9tuumimt à étx
tesdMÌ per fli cAfiteBi £ perle f9e^'«, fe fns e
■M»#M b lem p«r aod^, che !• pnnt 4citt kfxe, f«iU
0 d) 30 éi fcasup, fi conferma. « forUi<u pia (ersi
# CMi BSfipon pcas, cottCra •< T*krt éeJa saf-
gl'ore parte del detto aicio de' priori ck*tÌ!ora era
g Imm diate il proprio fl ■arrtr» licWlo Seodo
^* bui di Fircate, cko étssimulmmém aere err. Lo-
octirowo alqMolo delie oocita di Fìrcuo, toolo càe
ovrgno doUo pia freacèe ; o loroercso a diro de
d* oMreaeeli, e deila fverra dal re di Fraecta al
d^lagyUem» ch'ai cooCìooto m creaco BaUrio.
CAPITOLO XaiL
Cooie «ester C^rìo di Brois fm kcom^lo
mBreiisgns.
Hel detto «bbo, a di -22 del neee di fiegeo,
^0§§er Carlo di Broli, che ti focera chianart doca
di Brelltfiui per retaggio della moglie figliaola della
igUsolt che fii del dact di Brettagaa, come eoo-
I^Bflia addietro nal capitolo dc^ morte del duca,
^gg0^o im Brettagoa eoa grande otte al cattello di
H^^^^ tf ÀriariS che gli t'era rabellato, il conte di
H^l^yrto Igliaolo del fratello caraale che lo del doca
di Br#i<*f**9 > ^ <^ì ragione tacccdea il detto do-
«at» por lisM mateolioa, tenteado che il re di Fran-
ca lo oootraddicoTa, e toltogliele, Tavea dato al
Carlo di Broit tao nipote, come di-
aleaaa parte addietro, aentendo la detta
ordinata, ti raaaò tao itforso di qnegli
Efettow ch'eraao di tot paHe coli' aiate eh' arca de-
fflnghOcti e Gaaleai dil re d' laghillerra, e bene
(^^^slsrooaaeate attalirono la detta otte, e mison-
fli in itcoafilla, ore rimatoao morti e preti molta
genio del re di Fraacia, trainali W rimatOBO
^ preti BM>1U caporali ék rinoaMa, Cra'qaiU ri
i §àn deUa V»Ue, e me*ser Bottello e meater
^^^^^ _ fratelli, o il Titconle di Darea^ e il
I» ^ 1 Mnore di Bog ««•, • U tignore di Malotiretto, e
i mmmn * CuaHiinifét o i aignore di Bitta, e
ps àM tmnmn e ncBiecn, rèe non tappiatM i
S à éeoo Hiaaif Cario di Broat con molti -^
tre
e cottioatore i dello deca £ Brabnmin. K fm|^i
Liegra atcifaao tori a battaglia, poynla e laidìa
ri col loro aiolo o fbru d'aauci e loro aBipÉ;
netti qui baCtigfia qaegli di Liegge fonmo laraaMt
e grande qeanlità awrti e preaL B il 4otto èan t
Tcoco^o, arsU la dotta rittortA, aUN>BO la ctt i
Liegge taaia coairatlo anno, o la tarra éi Dn$ •
qa^ di Vinnnle, che tono della periineaan £ Uf-
f e, grotte terre e ricche e bene popolato. E prett k
dette terre e patte, eoa roloatà del resooro, ildaci
di Brabaalo te nt fece tigaore, eoa lotto tà' eTt
foatoao terre ch^tpparteaeraao alla Cluoaa di B«-
au. B aota, che Liegge è aaa aohila cUtn o di ric-
chi borgheti, e anticameate fa ediicmta por gli 1a-
BMaì, imperocché ia quello laogo, eh* è Ira Frana
e Alaamgaa, e* tenerano le loro logiomi, qfansdo de-
adnarano qaelle proviade, e da qaoUo obbe e £inì
il proprio nome Liegge da legia, iegiomi,
CAPITOLO XCV.
Come ii natiUo che U f éi Frmuim mamàfmm per
fornire C^dete^ fu tcomfmo dsiUgmU dei red'h-
ghilitrra.
C4.»rT:tO \CVf
Nel detto tnao ali* atciU di gìatso* arando S
.e di Fraacia fotte apparoochiare al porto ài Btf«t
in Normandia aettanta nari, orrero coocbe armMU «
fomite e cariche di aK>lta ritlaaglio, e «T anw e
d'altri ametl da gaerra per fornire la latra di rif-
letè, ch'era attediata dal re d'IngUUerrs, o la com-
pagnia del detto narilio erano do£cì ^nioo nrmalf
di GeoOTCti; e paatando il detto nnrifio di oonira i
Dovere in Inghilterra, ore aTon da daigrmio cocche
inatte del re d'Inghilterra, le qnall H ntoToe appa-
recchiate per fornire V otto di Calete eoi re d' U-
ghilterrt, con piene Tele e Botto o nanrta Tcnaoat
iddosto al detto aanUo del re di Framcia; e ciò
reggeado V ammiraglto detto galee dd ra 4c Ava-
ria e delle galee de' Genorati i noporvhào aariht
de' aimid bob rettoao, am per lem éi nmimò-
Irattoao addietro, e abbini e narona lo 4cOo nnri, 1«
quali farono tatto prete con Inttn la laam xiÈm^
o farri morta b maggior parte éeOa gtmlo étl atfi-
lio del re di Franda ; e k riBaofisi cte Vara taio
^ilea diaari astai cètfii panda laatuta ni io /b-
gkiltem a alla tna aale e gnmdo tpaa^ma d'ait'*
lotto 11 terra di Cakoo; e agli aaaaAali 4» C^iitt ae 6
frtndc dolom, a ninno e ditparaannw dk Im wit^
CàPtTv^O XCVL
DI GHOVAimi VILLANI.
497
^ f Jwn
? '.-,B I
'A,t
- •3£t.saoi baroni che s' apparecchiassono ia arme per se-
* a:^ gulrlo come avea ordinato nel ano parlamento, come
y^ -^ dicemmo addietro, e cosi fu fatto. E ai parti da Pa-
. . rìgi del mese di loglio con sna oste, i t|aali erano
• . ^ più di diecimila nomini » cavallo, quasi tutti gentili
, ^^ nomini e buona gente d^arme, e con trentamila pe-
,.^ doni, ove aveva buona parte di Genovesi a balestra
.^ ' e altri Lombardi e Toscani al soldo. E venuto lui io
Artese, s'accampò presso air oste del re d'Inghil-
terra a mezza lega, a di 27 di luglio. Il re d'Inghil-
terra con sua oste era accampato intomo a Calese
' con più di quattromila gentili uomini a cavallo, e con
'"'^ ^ più di trentamila arceri guaìesi e inghilesi, ed era con
rr^oiLk 1^1 II Q|3|.|.||^g0 ^1 Giulieri capitano de' Fiamminghi,
rrMf .. £^ ^Q p*^ ^2 ventimila Fiamminghi armati a piedi. Il re
.-..■iMr* d'Inghilterra avea affossato e ateccato Calese tutto
^ ^ ^ intomo dal lato di terra, e simile abbaìrato per mare
'^ di fuori con pali e con traverse di legname, e con suo
ii 'f> * navilio alla guardia, sicchò né per mare né per terra
non vi si potea entrare nò uscire persona. E di fuori
IO III avea tre campi, quello del re, quello de' Fiamminghi,
e quello del eonte d' Orbi con parte della cavalleria e
à f^"' co' Gualesi a piò : tutti i detti tre campi erano affossati
. .' ^ e steccati intorno ; e dentro alle liccio^ si potea andare
-i dall' uno campo all'altro, ed erano signori di prendere
e di schifare la battaglia a loro posta. In questa stan-
• : :s za venne nell' oste messer Ànnibaldo da Ceccano car-
f 1 :' dinaie, e '1 cardinale di Chiaramonte legati mandati
- . per io papa^ andando dall' una oale all'altra per ra-
^ . gionare e trattare accordo di pace dall' uno re al-
.' : r altro e con loro a' acc9zzaTono, con ordine del-
l' uno re e dell' altro, nel mezzo de' due campi cin-
que baroni da ciascuna parte. E dopo tre di atati ne'
detti trattati, non vi potò avere accordo, da cui che
si rimanesse. Dissesi che cimaneva dal re d'Inghilterra,
perché il re di Francia non gli accettava le sue ragioni
e addimande, e non volea recare il giuoco vinto a
partito, aspettandosi d'ora in ora d'avere Calese, che
più non si potea tenere. Yeggendo il re di Francia,
che non potea avere nò pace nò triegua, fece spia-
nare tra' due campi, e richiese il re d' Inghilterra di
battaglia ; e a di 2 d' agosto usci fuori del suo campo
cosi ordinato e schierato, faccendo della sua gente sei
battaglie a loro guisa, cioè sei schiere. La prima era di
mille uomini e più cavalieri. Alamanni e Annoieri al
soldo, la quale condnceva messer Gianni d' Analdo e
il conte di Namurro suo genero. La seconda fu di più
d' altri mille- cavalieri del fiore de' Franceschi, la
quale guidava il maliscalco di Francia. La terza era
di presso a quattromila cavalieri con tntti i pedoni del
paese e bidaU ^ di Navarra e Linguadoca e di nostro
paese, e questa era la sua schiera grossa, la quale
guidava messer Gianni duca di Normandia, figlinolo del
re di Francia. La quarta era di mille cavalieri di Lin-
guadoca e Savoini, la quale conduceva il conte d' Ar-
mignacca, e 'i figliuolo del conte dell' Ula. La quinta
era di presso a duemila cavalieri, la quale condnceva
il conte di Sansuro. La sesta, ov' era più di duemila
* Lo atesto ohe Zicfé .* ripari o trinceei detti altrove ciìecAi,
modemamento dighe,
> Soldati osati nella GallU, pedestri e vestiti alla leggera.
cavalieri e' damberlani del re, eonduceva il re di
Francia, ed era schierata alla deretana guardia. Lo re
d'Inghilterra fece armélre e sclnerara sua genie den-
tro al suo campo, ma non volle venir fuori alla bat-
taglia; e mandò a dire al re di Francia, che volea pri-
ma Calese, e poi , se volesse combattere, passasse in
Fiandra, ed egli con sna oste vi sarebbe apparec-
chiato di combattere. Il re di Francia non volle ac-
cettare il partito d'andare a combattere in Fiandra
tra la moltitudine de' Fiamminghi suoi rubelli e nimici.
E veggendo che quiVi non potea avere battaglia, nò
soccorrere Calese sanza suo gran pericolo, si parti
con sua oste, e si ritornò addietro sei leghe quello
primo di, e poi seguendo sue giornate, si tornò verso
Parigi, lasciando di sua gente d' arme alla guardia
delle frontiere, con poco suo onore, ma al contrario
con grande iapendio. Quo' di Calese veggendo par-
tito il re di Francia e sua oste, si patteggiarono col re
d'IngWlterra di rendergli la terra, salve le persone, e
uscendone i forestieri in camiscia e scalzi col capresto
in gola, e' terrazzani alla sua misericordia ; e questo
fu a di 4 d'agosto nel detto anno. 11 re e sua gente
entrò nella terra a di 5 d' agosto ; e trovarono cho
non v' era rimaso di che vivere, e che ogni vile a-
nimale aveano mangiato per fame, e trovò nella ter-
ra molto tesoro, si disse, delle ruberie di quegli di
Calese, che tutti erano ricchi di danari guadagnati in
corso sopra ^gl' Inghilesi e' Fiamminghi e altri navi-
canti per quello mare ; perocché Calese era uno ri-
cetto di corsali, e spilonca di ladroni e pirati di mare.
Ancora v'erano dentro tutti i danari delle paghe man-
dati per lo re di Francia in più tempo eh' era durata
la guerra^ eh' erano buona quantità, e tutti ve gli la-
sciarono, e uscironne nudi, come detto avemo ; e tor-
mentarongli per farsi insognare la pecunia nascosa e
eh' aveano sotterrata. Volendo il re d' Inghilterra far
fare giustizia de' terrazzani, siccome di pirati di maro
e tutti impenderli alle forche, i detti due cardinali
furono con molti preghi al re e alla regina, che per-
donasse loro la vita per V amore di Dio, e per la
grazia e vittoria che Iddio gli avea data ' *, e dopo molti
preghi de' cardinali e della madre o della moglie, per-
donò loro la vita, e tutti gli mandò col capestro in
gola. E questa vittoria di Calese fu grande onore e
acquisto al re d' Inghilterra. I Fiamminghi dh'erano con
lui neir oste, gli richiesono che '1 disfacesse, ac-
ciocché non potesse far loro più guerra e ruberia al
loro paese, e 'loro porti ne fessone nugliori. Lo re
noi volle disfare, anzi fece crescere la terra verso la
marina, e afforzare di mura e torri e fossi e steccati
e popoloUa di suoi Inghilesi, e fornilla di vittuaglia o
d' arme. E bene che Calese fosse piccola cosa al ro
d' Inghilterra gli fu grande acquisto, perché é terra
di mare e di porto, e per vincere si grande punga
contro al re di Francia e il suo grande podere nel suo
paese medesimo. Ma le sopraddette vittorie avute, il
re d' Inghilterra oontro al re di Francia si in Guasco-
gna che in Brettagna e in Francia, e poi nella batta-
glia e vittoria avuta a Croci, come addietro ordina-
tamente è fatta menzione, non Tebbe in dono; che tor-
* gli aoéa fàUé* Bd. Q.
B2
498
CftONlCUB
nato il detto re Adoardo eoo sua Oite ia loghUterra, tra*
morti in battaglia, e poi al aao ritorno morti d'infera
mità e dì malattie, ai trovarono meno da cinquantamila
Inghileai ; e però non ai dee neoao gloriare delle pompe
e Yittorie mondane, che le piti aono con mala rìoacita.
Lasceremo alquanto di dire della sopraddetta gaerra
de* due re, ^e ha avuto aloono fine di trìegua e tome-
remo a ^re di Firenxe e del nostro paese dMtalia.
Ma innanii che lo re Adoardo si partisse da Calese e
del paese, assai guerra e correrie fece la sua gente a
Santo Mieri e all' altre terre d' Artese, con grandi
prede e dannaggto del paese. In questo mexso i le-
gati cardinali cercarono accordo e triegua dal re di
Francia a quello d^ Inghilterra infino al San Giovanni
a venire, mandando ciascuno de' detti re suoi am-
basciadorì a corte di papa a dare compimento d'ac-
cordo, n re d' Inghilterra vi s* accordò volentieri, per-
chè avea il migliore della guerra, ed ^ra per la detta
guerra molto affannato e stai|co egli e sua gente, e
eon grande spesa. B ciò ordinato, si partì il detto re
Adoardo del reame di Francia con sua oste lascian-
do fornito Calese : passò il mare, e tornò in Inghil-
terra con grande festa e allegreaza, faccendo gio-
stre e torniamenti e grandi gioie.
CAPITOLO XCVIL
Carne tu Pken%e si fece nuova monéia^ peggiorando
la prima.
Del mese d'agosto, del detto anno 1347, es-
sendo in Firenze montato 1* argento della lega d'on-
ce undici e messa di fine per libbra in lire dodici
e soldi quindici a fiorino, perocché i mercatanti per
guadagnare il ricoglievano e portavanlo oltremare,
ov*era molto richiesto; per la qualcosa la moneta da
aoldi quattro fatta in Firenze l' anno 1 345 dinanzi alla
moneta di quattrini, si sbolzonava' e portavasi via,
onde il fiorino dell' oro ogni dì calava, ed era per
calare da lire tre in giik ; onde i lanaiuoli, a coi tor-
nava a interesso, perchè pagavano i loro ovraggi a
piccioli, e vendeano i loro panni a fiorini, easendo
possenti in comune, fedono ordinare al detto comu-
ne che si dovesse fare nuova moneta d'argento e
nuovi quattrini, peggiorando Tuna e l'altra moneta
per lo modo che diremo appresso, acciocché '1 fio-
rino d'oro montasse, e non abbassasse. Ordinossi e
fecesi una moneta grossa d'argento, alla quale die-
dono il corso a soldi cinque l'uno, e chiamaronsi
guelfi, di lega d'once sei' e mezzo per libbra, come
la lega de' grossi di soldi quattro l' uno, faccendone
aeldi nove e danari otlo^ per lira, e rendere la mo-
neta del comune soldi nove e danari tre, e tre quinti;
6 costava ogni overaggio e calo soldi sei la lira di
picdoU, sicché il comune ne guadagnava settantadne^
piccioli per lira, eh' era oltraggio a mantenere buo-
na moneta, peggiorando i quella di soldi quattro il
grosso più di undici^ per centinaio. E la moneta di
' le ai gniatavA il conio, quasi a colpi di hoUone, che
era una aorta di firaccia.
* La (Mnntina raam due, * nove, ha la citata.
* aoMj aaaUdiiii legge la stessa.
•das. BdiCK
quattrini si peggiorò non di lega, ma di peao, che
dove prima se ne faceva soldi ventitré per libbra, e1
comune ne rendea soldi • . per libbra, ni fbciono di
nuovi soldi ventisei e danari sei per libbra, e ren-
denne il comune soldi ventiquattro e danari nove di
quattrini per lira, e coaUva d*ovraggio a calo da-
nari sei^ per libbra; al che a oomone a^aranzm
danari dodici piccioli per lira; e, ehi aa di ragio-
ne, la moneta grossa peggiorò ondici* por cealiaaio,
e quella di quattrini , da quindici per ceatiMia, a
quello eh' era la moneta fatta mesL . • • dìaaasL E
noU, ohe bene disse il nostro poeU Dante 11 pro-
prio nella aua Commedia, dove esclamando co^ra i
Fiorentini, disse eomindsndo : Godi FtrMM ecc. ; e
certe conseguenti ancora:
Del tempo che rimembre
Legge, moneta e oflcl e eoatame,
Btk* ta mutate e rinnovate membre, eee.
CAPITOLO xcvra.
Come MI cielo apparte una cometa.
Nel detto anno, del meae d'agoato, apparve ia
cielo una stella cometa, che ai diiama Nigra, nd
segno del Tauro, a gradi sedici nel capo della figu-
ra del segno del Gorgone, e durò quindioi dL Que-
sta Nigra è della natura di Saturno, e per sua ia-
fiuenza sì si creò, secondo che dice Zael filosofo e
astrolago, e più altri maestri della detU aciensa, la
quale significa pure male e morte di re e di potenb' ;
e questo dimostrò assai tosto in più re e reaU, cbo
leggendo si mostrerà assai tosto, e ingenerò assai
mortalità ne' paesi ove il detto pianato e segno si-
gnoreggiava ; e bene lo dimostrò in oriente e neOs
marine dMntorno, come dicemmo addietro,
CAPITOLO XCIX.
Come messer Luigi preme di Taranto prese per
moglie la regina di Puglia sua cugina carnale.
m
Nel detto anno 1347, a di 20 d* agosto, mes-
ser Luigi figliuolo che fu del prenze di Taranto se-
condogenito, sposò la reiaa Giovanna figliuola the
fu del duca di Calavra sua cugina oarnale dal lato di
madre, e eh' era stata moglie del re Andreasso fi-
gliuolo del re d' Ungheria. B fa dispensato il detto
scellerato parentado per Clemente acato papa, e fatto
duca di Calavra e balio del Regno. B ciò fa par
procaccio e opera del cardinale di Pelagofga soo
zio, onde fu ripreso da tutti i cristiani che lo soa-
tirono, e ciascuno che '1 seppe ne significò e disie
che sarebbe con mala riuscita si abbominevole pec-
cato, con tutto che palese si dicesse che '1 detto
messer Luigi aveva a fare di lei vivendo il re Aa-
dreuso suo marito, e, come contammo addietro, «-
gU ed eUa furono trattatori della viUana e sbbofii-
nevole morte del re Andreasso, con più altri che i
misono ad asseguiaione ; onde seguì molto male, co-
me innuzi per noi se ne farà menzione. *
1 soldi 9€i di picckflh Ed. a. ^ d$ie.
DI GIOVANNI VILLANI.
490
CAPITOLO C.
Di certe battaglie che feciono i Genovesi co* CatOF-
lani in Sardigna e ù» Corsica.
Del mese d' agosto^ del detto anno, il vicario
del re di Araona, oh' era in Sardigna, ai pnose con
•na oste alla terra detta Allegbiera, la quale terra
per laDgki tempi aveano tenuta quegli della casa Do-
na di Genova, volendola recare alla signoria del re.
I quali di casa Doria v' andarono con loro isforzo,
e misono in isconfitta la detta oste de' Catalani e
morivenne più di seicento. B poi coir aiuto del co-
mune di Genova, che male erano contenti della vi-
dnauM de' Catalani, si puosono ad oste a Sasseri,
• a quello vennero al soccorso i Catalani con tre-
cento cavalieri e popolo assai, e levarne i Genovesi
in isconfitta; e cosi va di guerra. E nel detto mese
e anno i Genovesi ebbono la signoria di tutta Cor-
sica con r aiuto ^ di tutti i baroni e signori dell* isola
di Corsica; e fu loro uno bello acquisto colla terra
di Bonifazio, eh' eglino teneano ; so non che fu con
mala riuscita, che per la mortalità venuta di Levante
e dell' isole e marine, furono sì maculati d' infer-
mità e di morte le dette isole di Sardigna e di Cor-
sica, che non vi rimase il terzo vivi degli abitanti
del paese e de' Genovesi.
CAPITOLO CI.
(knne volle essere tolto per tradimento il castello
di Laterino a"* Piorentmù
Nel detto anno, in caien di ottobre, per trat-
tato de' Tarlati usciti d' Arezzo, volle essere tradito
e tolto a' Fiorentini il castello di Laterino per da-
nari che doveano avere certi terrazzani ghibellini e
delle guardie .che v' erano per Io comune di Firen-
ze. Il quale trattato si disse che menava uno frate
minore guardiano de' frati di Montevarchi; il quale
tradimento fu scoperto, e presi i traditori, e parte
di loro ne furono impiccati ad Arezzo, e parte a Fi-
renze. E '1 detto frate fu preso e menato a Firenze
e messo in istretta carcere sotto la scala del capi^
tano, e quivi stette piii mesi con grande inopia. Alla
fine non trovandolo in colpa, e a prego de' frati,
fu liberato. Lasceremo alquanto di dire delle novità
di Firenze, tornando alquanto addietro a dire d' una
grande e scellerata opera oh' avvenne a' reali di Tu-
nisi in pooo tempo, dicendolo il più brieve che si
potrà, come l' avemmo da uno nostro amico merca-
tante fiorentino degno di fede, che a tutto fu a Tu-
nisi presente.
CAPITOLO CU.
Come i reali del regno di Tunisi in Barbaria per
loro discordie 5' uccisono insieme.
Regnando in Tunisi e nel suo reame Mole Buc-
chieri (che tanto è a dire Mule in saradnesoo, co-
' con prìontii quQsi di tuUi i haronù Ed. G.
me re in nostro latino), questi ia quello re, di cui
facemmo menzione addietro nel capitolo della trasla-
zione del detto reame di Tunisi; questi era grande
signore e sotto lui più rettni, e avea più figliuoli di
più mogli e amidie, al modo saradneseo, e venne a
morte del mese d'ottobre 1346. B a loro costume
fece suo testamento, e lasciò ohe fosse re appresso
di lui uno suo figlinolo chiamato Calido, il quale,
quando mori il padre, non era in Tunisi. Un altro
suo figliuolo giovane d'età di ventisei anni, prò' e
ardito, eh' avea nome Amare, che alla morte del pa-
dre si trovò in Tunisi, e accordandosi col siniscalco
del regno, il quale avea nome Co Bretteframo, ed
era appresso il re il maggiore uomo del reame, con
suo aiuto allora si fece coronare re senza alcuno con-
trasto. Sentendo ciò Calido l'altro firatello, cui il pa-
dre avea lasciato che fosse re, s'accozzò^ coi signori
degli Arabi, i quali signoreggiavano le terre campe-
stri e le montagne (e sempre stanno a campo con
loro tende, 0 non hanno nò città né castella né ville
né case murate) e con grande sforzo d' Arabi venne
« Buggea con sua oste. Amare che s*era fatto re,
col suo siniscalco e con sua oste uscirono di Tu-
nisi, e di lungi a dieci miglia verso Buggea s' ac-
camparono. Ma il vizio della ingratitudine che re-
gnava nel re Amare, non trattava bene il suo sini-
scalco, che gli avea data la signoria, ma tuttodì il
minacciava di farlo morire. Il quale per tema della
fellonia del re Amare si parti dell' oste da lui, e tor-
nossi a Tunisi ; e di là con sua gente se n'andò nel
Garbo, e il re Amare con tutta sua oste se n\indò
a Buggea. Calido con gli Arabi venne a Tunisi, e
senza contrasto entrò nella terra, e di presente, si
si diede a' diletti carnali, standoti in Tunisi a' giardini
reali, che sono molto dilettosi, soggiornando in bagni,
e con sue femmine stando in vita dissoluta. E avendo
con una buona provedenza dato comiato agli Arabi
che r avieno rimesso in signoris, e non proveden-
dosi della guerra del fratello, il re Amare venne a
Tunisi con duemila cavalieri; e giunto di fuori a Tu-
nisi fece sapere a' soldati cristiani, eh' erano nella
terra, di sua venuta : i quali gli promisono, per da-
nari che fece loro profferire, di seguirlo; ed egli con
tremila^ uomini a cavallo scalò in più parti le mura
della terra, ed entrò dentro ssnza contrasto. Lo re
Calido sentendo ciò, montò a cavallo disarmato
con due suoi fratelli, l' uno re di Susa e 1* altro di
Saohisi, i quali egli avea traiti di pregione, che ve
gli avea messi il re Amare loro fratello, quando pre-
se la signoria. E andando i detti per la città di Tu-
nisi gridando a loro genti che gli dovessoao se-
guire e stare, rìspuosono die di ciò non si trava-
glierebbono, che cosi aveano per loro signore l' uno
fratello come l'altro. E andando per lo detto modo lo
re Calido per la terra, certi cristiani rinnegati Y as-
salirono, e uno gii lanciò nna lancia, e fedillo, onde
cadde a terra del cavallo, e incontanente gli fu ta-
gliata la testa, e presentata al re Amare; la qua!
fece mettere in su una lancia, e mandare per tutta
* i^accoHh. Ed. G.
* trecento. Ed. G.
50#
CKOMICHB
la torri; e gii altri dae fratolli preai, fece loro to-
gliare le marni, e poi infra tre dì gli fece morire, e di
più altri caporali degli Arabi, ch^aveano seguito il re
Calido, lece il aimigliante. E ciò fatto il re Amare ae-
detto nella aedia reale come re, faccendosi fare omag-
gio e reverenxa a lotto maniera di gento, e regnò
preaio a dieci meai in pace, faccendo grandi fasto
con dissoluta vita per tatto suo reame, e con male
reggimento. Brettoframo e Bettaro siniscalchi che si
esano ribellati da lui, e iti al re del Garbo, detto Bn-
lassare*, come addietro facemmo menzione, commos-
sono il detto re del Garbo centra il re Amare per
le sue scellerato opere, e mossesi con grande osto
di trentamila a oaTallo, tra* quali avea duemila cri-
atiani ; e Tenne Terso Tonisi, e per mare mandò un
suo ammiraglio con noTe galee e con altri legni ; e
giunto il detto Bulassare re del Garbo con sua oato
a Buggea, V ebbe aenza contrasto, e simile la torre
di Costantina, e trasse delle dette torre i reali e
possenti, e quegli mandò nel Garbo con buona guar-
dia, e forni le detto terre di sua gento. Lo re A-
mare sentondo la Tenota del re del Garbo, s^ appa-
recchiò e raonò soa oate per Tenirgli incontro infino a
Boggea, e uscì di Tunisi a di 11 d*agosto 1347 con
duemilaainquecènto suoi caTalierì, aspettando a cam-
po il ano soccorso, che tuttora gli Teniva. lo que-
ata starna ebbe noTelle, che il naTÌlio del re del
Garbo era arriTato nel porto di Tunisi, onde tornò
addietro per difendere la torre, e al continuo facea
badaluccare con balestra e archi, aociocchò quegli del
naTigUo non poteasono iamontare a torra^ In questa
stanaa il re del Garbo con sua oate, a picciolo gior-
nata, ne Tenne Terso Tunisi. Veggendosi così assa-
lire il re Amare per «torre e per mare, e che ta sua
forza e seguito non era forto a petto della fona del
suo nimico', si partì di Tunisi con mille barbari, e i
soldati cristiani noi Tollono seguire per la sua aTa-
risia, e andonne Terso il Caroano per andarsene alla
citta di Snsa. Allora T ammiraglio ch'era nel porto
iscese alla terra con cinquecento balestrieri, e istrin-
gendosi alta terra, furono ricoTUti in Tunisi come
signori. E poi appresso tì renne, entrando delta gento
del re del Garbo ; e*l re del Garbo sentondo che *l re
Amare a* era partito di Tunisi per la Tia del Caro-
ano, il fece seguire a un suo ammiraglio con tremila^
nomini a caTallo, e coniandogli che gli appresentas-
ae la peraona del re Amare o morto o tìto ; il quale
aeguendo lo rìtroTarono da lungi a Tunisi cento mi-
glia con poca compagnia a una fontana, oto abbe-
TeraTano loro e i loro caTalli ; il quale assalito dal
detto ammiraglio, fa fedito e morto, e tagliatoli il
capo \ ti* compagni che furono presi gli menò pre-
giooi al re del Garbo, e appreaentogli lo testa del
re Amare. Certificato il re del Garbo eh* egli aTea
la aua toata, la mandò a Tunisi, e là feceta seppel-
lire tra^reaU. E lo re Bulaasare con sua osto s*ap-
pressò alta citta di Tunisi, e la citta e '1 regno ebbe
•I suo comandamento sanu contruto ninno, che gii
* Bvlafar, ha il T. de' Qiimt!| e così innanzi.
* mm prmdeitùHO Urrà, Ed. G.
^ non $ra fcru aUa /anta éUf 9Uoi nwUei Ed. G.
^ flMMroaiOa. Ed. Q. oit.
t' era dentro la sua gento e per mare e per terra,
come aTemo detto dinanii, e solo uno di tì ai stette;
e ciò fu del bmso di gennaio 1347. E rìforaiata la
citta e '1 reame d* nfidali e di sua gente, fece pren-
dere tutti i regoU, oTTcro i reali, discendenti del re
Mnlebucbierf detto dinansi, oto che foasono nel rea-
me, che da quaranta* erano, o più, e con booMt guar-
dia gli mandò nel Garbo; e doT*egli era stato a
campo prèaso a Tunisi a quattro miglia, ordinò che
si facesse una terra a modo di bastia, e qnÌTi sog-
giornò con sue femmine a grande feata. B nota, let^
toro, e rìcogli quello eh* avemo detto nel presenta
capitolo, e troTcrai, che per li peccati della ao-
perbia e aTarizta e Inasuria principalmenle oTreauto
tra fratolli e congiunti, Tolendo 1* uno ali* altro torre
lo stato e signoria, quanti omicidi e altre distruzioni
avTenne in poco tompo Ira* figliuoli e discendenti reali
di Mulebuchien di Tunisi, onde il loro regno' fu di-
strutto. E per simili modi in questi tompi nTrenne tra
noi cristiani del regno di Puglia, compera già co-
minciato per la morto del re Andreasso, e segninne
appresso, come aasai tosto ne faremo meenione. La-
aceremo de* fatti de' barbari e del regno d'Affrica^
che assai n* aTemo detto, e torneremo a dire de* fatti
dei nostri paesi d* Italia, eh* assai ne creace materia.
CAPITOLO cm.
Come la città di Sermotui e altre terre s* mrrende"
rono alla gente del re d* Ungheria,
Nel detto anno 1347, del meae d^ottobre, es-
sendo la gente del re d* Ungheria ali* aaaedio di Ser*
mona, non essendo soccorsi per la reina né per gli
altri reali, si patteggiarono di rendere ta terra a*oo«
mandamenti del re d* Ungheria con questi patti, se
da* reali non foaaono soccorsi infra quindici dì ; e
rimanendo nella loro franchigia e costumi comperano
col re Ruberto, e che dentro delta torre non do-
Tessono entrare aoldati nò gento d^arme più cbe
dieci per Tolta, se già non fossero colla peraona del
re d* Ungheria, o suo fratollo ; e di ciò dierono Teati
stadichi de* migliori della torre. E aTuta Sermone,
non rimase persona in Abruzzi che non fosse all'ub-
bidienza del re d* Ungheria. E del mese di noTombre
appresso, della detta gento d*arme del re dUngherìt
che faceano lor capo ali* Aquila, in qnantita di auHe-
dnqnecento caTalieri e pedoni assai, aTuto Sermooa,
passarono la montagna di Cinquemiglia, e scesono in
Terra di LaToro, e preaono Samo, e V antica città
di Venafri e Tiano', che tonea il* figliuolo del conta
NoTello; e dierono alla detta gente il mercato e la
reddita, perocché, come il padre, amaTa più ta ti'
gnoria del re d* Ungheria che degli aUri reali. E il
conto di Fondi, nipoto che fu di papa Bonifazio ot-
taTO, entrò in San Germano colle nsegne del re
d'Ungheria e ta gente d*arme con lui.
* teuanta. Ed. 6.
* lignaggio. Ed. O.
* Caino. Ed. G. Al capitolo CXI anche la Giuntina ha
Tiano*
DI GIOVANNI VILLANI.
éoì
CAPITOLO CIV.
Come i reali di Puglia si rcmnanmo con loro
itfoTMO alla ciiià di Capota,
Sapendo la reina e f li altri reali, onde ai fa-
cea capo mesaer Luigi di Taranto, cfa^ avea aposata
la detta reina che fa moglie del re Andreasao, co-
me Sermona e V altre terre dette d* Abniszi sperano
arrendnte air ubbidienza del re d' Ungheria, incon-
tanente feciono capo grosso alfa città di Capeva, ac-
doeehè la forza del re d^ Ungheria non potesse pas-
sare il fiume -del Volturno per andare yerso Napoli.
U prenze di Taranto e il duca di Durazzo vennero a
Capova con più altri baroni, e con loro isforzo di
gente d*arme, e ritrovaronsi con messer Luigi con
più di daemilacinquecento cavalieri, bene e riccamen-
te montati e bene in arme, e con popolo grandis-
•imo, e quivi si raunarono a modo d' una oste nella
terra e di fuori, e ogni dì cresceva loro forza e po-
dere per modo, che se i detti reali fossono stati co-
stanti e uniti insieme, per forza di gente che '1 re
d* Ungheria avesse, e eziandio venisse in persona,
oon avea podere di passare. Ma a cui Dio vuole per
le peccata giudicare, toglie a^ signori e a^ popoli la
forza e la concordia. B così avvenne fra gli detti
reali ; che tuttora con poca fermezza ciancellavano ^
insieme, e tali di loro e degli altri baroni del Re-
^0 t^ intendeano con lettere alla segreta col re
d^ Ungheria. In questa stanza ebbe più scontrazzi
dalla gente de^ reali a quella del re d* Ungheria, e
quando a danno delKuna parte, e quando a danno
deir altra. Lasceremo alquanto di questa materia in-
ino alla venuta del re d' Ungheria, e diremo d'al-
tre novità che in quegli tempi furono in Roma. La
regina e gli altri reali mandarono letteie e amba-
Sciadorì a mezzo novembre al comune di Firenze per
aoccorso di seicento cavalieri: fu loro risposto sa-
viamente, come il nostro comune non era acconcio
di travagliarsi tra loro reali in opera di guerra, ma
di travagliarsi tra loro d* opera^ di pace, siccome cari
amici e maggiori.
CAPITOLO CV.
Di novità e battaglie che fitrono in Roma : come i
Cohnnesi furono sconfitti, e poi come il tribuno
fa cacciato della signoria.
Nel detto anno 1347, del mese^ d'ottobre, am-
basciadori del re d* Ungheria vennero a Roma prof-
ferendosi al tribuno e al popolo di Roma, il quale
a grido dì popolo il detto re d' Ungheria ricevet-
te a lega e compagnia del popolo di Roma. B a
dì 20 di novembre, del detto anno, essendo fatta
una congiura cpoospirazione per gli signori Colon-
nesi e parte degli Orsini dal Monte loro parenti, per
^ TadiUvano, il medeaimo (credo) che cancdlavanOj an-
tiquata e brutta yoce venutaci dal francese.
' frammetterti^ ha la Giuntina.
* all' entrante. Ed. O.
abbattere la signoria del tribuno, per cagione che *l
tribuno con tradimento, essendo venuti a* suoi co-
mandamenti il prefetto, e H conte Guido, e U fra-
tello e due figliuoli di Currado e altri baroni ve-
nuti in loro compagnia, e dato loro desinare, gli
fece pigliare e incarcerare con onta e loro vergogna.
Per avere presi i detti, quegli di Viterbo corsono la
terra e tagliarono la testa a dodici pure de* maggiori,
che a quello tradimento diedono opera col tribuno. Gli
amici loro di Roma, Colonnesi e altri, raunarono molto
di segreto, coiraiuto del legato del papa ch'era a Mon-
tefiascone, da cinquecentocinqoanta cavalieri e pedoni
assai, ond* erano caporali messer Stefono e Stefanuc-
cio Gianni Colonna e Giordano di Marino ; e di notte
ginnsono a Roma,. e ruppero la porta che va a[San
Lorenzo fuori delle mura, per entrare dentro. Sen-
tendosi in Roma la detta venuta, sonando la cam-
pana di Campidoglio, il tribuno col popolo furono in
arme chi a cavallo e chi a pie, e coir aiuto di certi
degli Orsini di Campo di Fiore e da Ponte Sant'Angelo,
e di Giordano dal Ifoate, e assalirono vigorosamente
i fedltori di quegli della Colonna, che già per forza d'ar-
me e con danno d' alquanti del popolo di Roma s' e-
rane pinti dentro alla porta, i quali erano da centocin-
quanta uomini a cavallo; ma per lo soperchio de'Roma-
ni d*entro, furono ripinti di fuori dalla porta in iscon-
fitta; e uscendo fuori della terra la gente del tribuno e
del popolo, ond* era capitano Cola Orsini e Giordano
dal Monte, per nimistà de* suoi consorti e de* Colonne-
ai, cacciandogli, isconflssono quegli ch'erano di fuori,
perchò non ressono, ma si misono in fuga ; ove ri-
masene morti e presi assai, intra quali caporali fu-
rono morti sei di casa i Colonnesi, e ciò furono Ste-
fanuccio e Gianni Colonna suo figliuolo, e il pro-
posto di Marsilia, e Gianni figlinolo d*Agabito, e
due altri loro bastardi valenti in arme ; onde i Co-
lonnesi ne ricevettono grande danno e abbassamen-
to, e il tribuno ne montò in grande pompa e su-
perbia. B mandonne lettere e messi con olivo al no-
stro comune significando la' sua gran vittoria, e a quel-
lo di Perugia e di Siena e ad altri comuni vicini suoi
confidenti. Il quale messo che venne in Firenze, fa
riccamente vestito. Avuto il tribuno la detta vittoria,
il secondo dì fece grande processione di tutto il
chericato di Roma a Santa Maria Maggiore. E poi a
dì 23' di novembre, fatta la mostra de* suoi cava-
lieri, fece cavalcare il suo figliuolo andando a San-
to Lorenzo, e fecole nominare messer Lorenzo della
Vittoria. E poi poco appresso venne in Roma uno
ricario del papa, e il tribuno il ricevette per com-
pagno, faccende uno grande parìamento io Campi-
doglio, e ivi aringando propose 1* autorità : Legem
pone mtAt, Domine^ etom justificationum tuarum;
mostrando al popolo di volere ubbidire al papa, stan-
do in grande festa e pompa. Ma poco durò al tri-
buno la sua vanagloria e felicità, come diremo; che
per le sue audaci e aspre giustizie, avendo fatto
citare, e poi non venendo al suo comandamento, fi
conte Paladino d*Altemura di Puglia, il fece isban-
dire, perchè nelle parti di Terracina in Campagna
* a dì 24j nota la Qiuntina.
soft
CRONICHE
usiva, seeondo ohe li dioeva, ruberie e forse. U
perchò il detto conte Tenne a Roma con centodn-
qaanta cavalieri coU' aiuto del capitano del Patri-
monio, e per operazione del legato del papa. £ no-
ta, ohe la Chiesa al cominciamento diede al tribuno
favore, e poi, di cui fosse la cagione, fece il con-
trario. U detto Paladino si ridusse nella contrada
de' Colonnesì da Santo Apostolo, e con certi de' Co-
lonnesi rimasi con loro vicini e amici, fece sonare
a martello le campane della detta chiesa e deiraltre
della fona de^ detti Colonnesi in quelle contrade, le-
vò la terra a remore, e ragunò gente assai a ca-
vallo e a piò amici de' Colonnesi, e ciò fu a di 15
di dicembre del detto anno, gridando : Viva la ro-
lonna, e muoia il tribuno e* suoi seguaci, A questo
remore le contrade di Roma si sbarrarono, ciascuna
colle sue fono e fortexze, guardando ciascuna sua
contrada. Il detto conte e il popolo eh* era co' Co-
lonnesi, vennero a Campidoglio, e il tribuno non fu
seguito, come dovea, né dagli Orsini né dal popolo.
Perché veggendosi così abbandonato, sconosciuto usd
di Campidoglio, e vennesene in castello Santo Agno-
lo, e là segretamente si dimorò infino alla venuta
del re d' Ungheria a Napoli ; e cui si disse che andò
per mare sconosciuto in su uno legno. Tale fu la
fine della signoria del tribuno di Roma. E nota, let*
toro, che le più volte, ma quasi sempre, avviene a
chi si fa signore o caporale de' popoli avere sì fatta
riuscita, perocché di veri segni della fortuna sono,
che i subiti avvenimenti di felicità e di vittoria e
signoria mondana tosto vengono meno. E bene ac-
cadde al tribuno il adotto che disse in sua rima un
savio:
KeMana tignoiift mondanA dura,
E la vana sptranui f ha seoperto
n fine della fallace ventura.
Lasceremo alquanto de* fatti di Roma, la quale
rimase in pih pessimo stato in tutti i casi, che non
la trovò il tribuno, quando prese di quella la signo-
ris, credendo per sua audacia correggerla, essendo
in ruina ; e diremo come morì il Bavero che si chia-
mava imperadore.
CAPITOLO evi.
Come morì Lodotieo di Baviera che si chiamava
imperadore^ e fu eletto imperadore il re Adoardo
d'Inghilterra.
Nel detto anno 1347, all' entrata d'ottobre, Lo-
dovico di Baviera, che si chiamava imperadore, es-
sendo alla sua dttà di.... e cavalcando, gli cadde
sotto il cavallo, e della detta caduta fu subitamente
morto, sansa peniteosa, scomunicato e dannato da
Santa Chiesa ; imperocché n' era perseguitatore e ni-
mico, come addietro in pia parti avemo fatta men-
zione. Fu seppellito dal figliuolo e da* suoi baroni a
grande onore come imperadore nella sua terra di . . .
Il figliuolo, ch'avea nome . . • , ed era marchese di
Brsndimborgo, uomo prode e valoroso, rimase nella
Magna in grande stato e signoria e ricchezza. E
nota, che chi muore in contumacia di Santa Chiesa e
scomunicato, sempre pare che faeda mala fine; e
questo si vede palese per antico e per novello. Mor-
to il Bavaro, parte degli elettori dello ^napeiio, dò
furono per contradio del papa e della Cldesa, per-
ch* aveano fatto eleggere e poi confermare Cario di
Boemia quasi per contrario di piò signori e popoli
d'Alamagna, vivendo Lodovico detto Bavaro,. per ^
spetto e dilegione della Chiesa, gli AlamaBni il chìa-»
mavano lo 'mperadore de' preti; il perchè i detti det-
iori col seguito che aveano nella Magna, elessono
nuòvo imperadore, ciò fa Adoardo terxo re d' In-
ghilterra, al quale fu mandata la elezione con gran-
di promesse di baroni e signori della Magna, per
aggrandirlo, e per dispetto del re di Frauda, pe-
rocché avea procacdato col papa 1' dexione e eon-
fermazione di Carlo di Boemia. Il quale re Adoardo
e il suo figliuolo aveano deliberato d' accettare hi
detta elezione ; ma la maggiore parte de' baroni d*In-
ghilterra e i espi del comune noi consigliarono e
rimue pertanto sospesa la detta elezione. Lasceremo
alquanto della elezione de' detti due imperadori, ch'a
tempo, quando seguiranno i loro processi, tornere-
mo a ciò ; e diremo dell' avvenimento in ItaUa del
re d* Ungheria, e come ne seguirono grandi cose e
novitadi.
CAPITOLO cvn.
Come il re d!' Ungheria passò in Italia per andare
in Puglia à fare la vendetta del suo f^^Ueilo
Andreasso,
Lodovico re d' Ungheria non avendo dimenti-
cata la crudele e vituperosa morte fatta in Aversa
del suo fratello AndreMSO, il quale succedeva d'es-
sere re di Cidlia e di PogÙa, come istesamente rac-
contammo in un capitolo addietro, e avendo da' suoi
capitani e genti, i quali aveano per lui mbellata la
dttà dell* Aquila, e al continuo prosperavano felice-
mente, come in quegli processi addietro é fatta men-
zione, non si volle più indugiare di venire a fare
vendetta, parendogli tempo accettevole a racquistare
il regno di Puglia, che di ragione per retaggio del
re Carlo Martello suo avolo gli succedeva. Bene av-
venturosamente si psrtì da Buda sua terra d' Ungheria
a dì 3 di novembre 1347, sabato mattina nn*ora o pib
innansi che il sole fosse levato, con da mille cava-
lieri 0 piik eletti Ungari, e con molti suoi baroai,
e con molto tesoro e fiorini coniati da spendere, i
qudi per abbondanza d' oro fece battere in Unghe-
ria contraffatti a* nostri fiorini d'oro di Firenze, salvo
dd nome, che diceva Lodovico re d* Ungheria, E
lasciò in Ungheria suo fratello re di Pollonia colla
madre e eolla moghe, e ordioò, oh' al contiaao il
segulssono gente d'arme, come sofférisse il tempo S
per lo caro eh' era stato l' anno passato ed era an-
cora e di là da' monti e in Italia. E a dì 26 di no-
vembre giunse in Udine ; il quale dal patriarca d*A-
quilea fu ricevuto graziosamente. E là giuguendo gii
ambasdadori del comune di Vinegia per profferir-
' U cammino. Ed. G.
DI GIOVANNI VILLANI.
503
glifi, qaegli isdegnò» e a pena gli volle vedere nò
adiréy lenendosi gravato dal cornane di Vinegia della
presa fatta per loro di Giara contro al ano onore,
come contammo addietro in altro capitolo. E en-
trando in Italia il detto re d'Ungheria, arriva a Cit-
tadella, e il signore di Padova gli mandò ^ incontro
a fargU onore, e proffersegli cinqnecento cavalieri,
ma però non volle entrare in Padova. E segoendo
suo viaggio -a di 2 di dicembre entrò in Verona, e
da messer Hastino deUa Scala fa ricevuto graxiosa-
mente, faecendogli grande onore; e ivi soggiornò
alquanti dl« E alla saa partita gli die trecento de'
suoi cavalieri della migliore gente ch'egli avesse,
che gli feciono compagnia infino a Napoli. Partito il
re d' Ungheria, non volle entrare in Ferrara, ma fece
la via da Modena, e là giunse a dì 10 di dicembre;
e da* marchesi gli fa in Modena fitto grande onore; e
vennevì messer Filippino da Gonzaga de' signori di
Mantova e di Reggio con centocinquanta cavalieri, e
seguilo infino a Napoli E partito da Modena, giunse in
Bologna a di 11^ di dicembre, e dafaignore di Bo-
logna fa ricevuto graxiosamente e a grande onore,
non lasciandogli spendere né a lui né a sua gente
ninno danaio, né in Bologna, né nel suo distretto.
E partitosi dì Bologna, andò per Romagna, e il conte
che v'era per la Chiesa noi lasciò entrare nò in
Imola né in Faenza, ma ne' borghi di fuori alber-
gò. E il signore di Forlì gli andò incontro fino in sul
contado di Bologna con dogento cavalieri e mille
fanti a pie in arme, e con grande onore il ricevette
in Forlì, a dì 13 di dicembre, fornendogli le spese
a lui e a tutta sua gente, e ivi soggiornò tre dì con
grande festa e carole d'uomini e di donne e di donzel-
le; e fece cavalieri il signore di Forlì e doe suoi fi-
gliuoli e poi altri Romagnnoli, e messer Pazzino Donati
nòstro cittadino. E partissi di Forlì, e giunse a Rimino
a dì 16 di dicembre, e da messer Malatesta fu ricevuto
a grande onore al modo degli altri signori, e più
magnificamente, e li soggiornò alquanti dì, e di li il
segui il signore di Forlì con trecento cavalieri di sua
migliore gente infino a Napoli onorevolemente. Par-
tito il detto re da Rimino, faccendo il cammino da
Urbino, giunse in Fuligno a dì 20 di dicembre, il
quale da messer Ugolino de' Trinci, che n' era si-
gnore, fu ricevuto a grande onore, e soggiornovvi
da tre dL E là venne a lui uno cardinale legato del
papa, e ragionò con lui di più cose delle bisogne
del Regno, e ammonì il re non facesse crudele ven-
detta contro a' reali divoti di Santa Chiesa, e che
qaegli che furono colpevoli, furono solamente due,
a quegli furono giustiziati, e tutti gli altri erano in-
nocenti. Appresso l'ammonì, che centra k signoria
di Santa Chiesa, di cui era il Regno, non dovesse
usare signoria e dominazione sanza il consentimento
del papa e de' suoi cardinali, sotto pena di scomu-
nicazione ; bene che di ciò dicesse, che dal papa
non aveva ispeziale mandato e commissione, ma di
questo il consigliava ed ammoniva. Al quale il re ris-
puose saviamente e con altre parole e franche, di-
cendo, ohe di sua venuta non s' avea a tramettere
né egli nò la Chiesa, e dove diceva ohe f^ono due,
sapeva ch'elli erano dugento; e che il regno era
suo per giusta successione dell'avolo, e che riaven*
do la signoria, come intendea d' avere coir aiuto di
Dio, alla Chiesa risponderebbe quello che dovesse
fare ragionevolemente. La scomunica a torto se gli
fosse fatta, poco curava, perocché Iddio, maggioro
che '1 papa, sapea la sua giusta impresa; e questo
sapemmo da alcuni nostri ambasciadori, con cui il
legato ne parlò, uomo degno di fede. Lasceremo al-
quanto della materia e degli andamenti del detto re,
quando o come entrò nel Regno, e de' suoi processi,
che ne faremo assai tosto nuovo capitolo, e diremo
innanzi d' una ricca e grande e nobile ambasceria
che '1 comune di Firenze mandò al detto re, e anche
il comune di Perugia,
CAPITOLO CVIII.
Come il comune di Firenze mandò una ricca
ambasciata al re éf Ungheria,
Sentendo i Fiorentini la venuta del re d'Un-
gheria, e come già era a Verona, ordinarono di man-
dargli una solenne ambasciata; ciò furono gl'infra-
scritti dieci grandi popolani, e niuno de'grandl,
cioè nobili, per gelosia che i grandi non lo infor-
massono in nulla cosa contro lo stato del popolo. E
in questa parte i rettori, e quegli del loro consi-
glio eh' ebbono a provvedere, da' savi ne furono
ripresi, imperocché diedono materia a' grandi e a^
nobili di sdegnare essendo isehiusi degli onori del
comune in sì fatta cosa, e d' avere piuttosto riotte
e discordie cittadinesche, e al signore fare ammi-
rare. Ma più chiaro consiglio e migliore era d'ave-
re mandato co' detti ambasciadori almeno ite nobili
buoni uomini e confidenti al popolo ; ma quello che
pare all'impeto del popolo, non si può riparare,
con tutto che il più delle volte sia con mala riuscita.
I detti ambasciadori furono questi: messer Antonio
di Baldinaccio degli Adimari, tuttoché fosse de' più
grandi e nobili, per grazia e per sua virtù era fitto
popolano ; messer Oddo di messer Binde degli Al-
toviti giudice, dìesser Tommaso de' Corsini giudice,
messer Francesco degli Strozzi, messer Simone de'
Peruzzi, messer Andrea degli Oricellai, tutti tre ca-
valieri popolani; Antonio di Landò degli Albizzi,
Giovanni di Manno de' Medici, Gherardo di Chele
de' Borboni, Pagolo di Beccuccio de' Vittori; questi
tre ultimi si feciono fare cavalieri al detto re d^ Un-
gheria; e ciascuno de' detti ambasciadori per ordine
del comune si vestirono di roba di scarlatto a tre
guernimenti foderati di vaio. E ciascuno de' detti am-
basciadori menò seco chi due e chi tre compagni
vestiti d' on panno divisato molto apparente. E oltre
a ciò, ciascuno de' detti menò chi due e clu tre fami-
gli vestiti d' una assisa d' una partita di due colori,
e con loro due cavalieri di corte ; onde furono con
da cento cavalli, e bestie colle some, che non si ri-
corda a' nostri dì che uscisse di Firenze sì ricca amba-
aciata e onorevole. E partironsi di Firenze a di 1 1 ^
di dicembre 1347, e giunsono il re d'Ungheria in
andò. Ed. G.
^ a di 2, Ed. Q.
a di 2. Ed. G.
504
CBOHICHE
Foro, e li gli feeioio la rhrereua, e da In foroBO
rìcemtì Molto gmiosaHMite, e tiaiìlo molto onorali
da.qaegli fignorì di Ronagaa. B 1 re volle a casto-
la e a nagaificoaza di so oh* eglino fl aegaiaaoao
inilao a Pafigno; Mh a Riadao gli ipaosoao Faa-
basciata, la qoale aadiasciata e risposta fa aeUa for-
ma eh* è ritratta qai appresso per messer TomsMao
Corsini, che ne fa didiore. B poi ginnti in Pofigno,
pregarono il re i nostri aadMSciadorì che tre di
loro facesse catalieri, il quale di buona Togtia fece
caralierì di sna suno i sopraddetti tre ambascia-
dori con grande festa ; e poi fl di appresso si parli
da PnlignOy e andossene Terso TAqniia, e gli aadm-
sciadori nostri si tomsrono in Fireue a di 11 di
gennaio^. Qoi appresso scrireremo Tambasciala isposla
in Ariaiino per gli nostri asd^taciadori al re d* Unghe-
ria, e recitata nel cospetto del re per messer Tom-
maso Corsini in grammatica con molto siti o belli
latini, fatti Tolgarixzare, per segnire fl nostro stfle.
CAPITOLO COL
Cerne fm impoila F ambasciata al re d^ Ungheria a
Bkmmo per wtesser Tommaso Corsimi dottore di legge.
PnegoU, che gli orecchi taoi jtieno aperti alla
mia orazione, la quale oggi diaanm a te turò per
gli tuoi figliuoli e di?oti Fiorentini Le parole dette
sono parole di Geremia profeta, le quali si descriro-
BO nel proeauo del libro suo.
^ Serenissimo prìncipe, fl quale a tutti gPI-
^ talisni siccome isplendente e chiara stella gitti razzi,
'^ fl quale per la chiarezza di te ogni altro lume di
^ splendore disunuisce, siccome sYriene alla luna e
^ al sole in comparazione a Dio, nel cospetto del
^ quale la luna non risplende, le stelle non risplen-
* dono né rilucono, e immonde sono : la presente
^ orazione, la quale con istopore e paura parlerò per
^ tanta presenzia di cosi grande re, futura è e di
^ grande e alta materia, la quale infino a' cieli paa-
* seri Tenore e lo stato reale da ogni parte rignar-
^ dando, per la quale ancora dipenderà lo atato de^
^ difoti della casa reale, la quale se sarà con soa-
^ rità d* amore compresa, dolcissimi frutti partorirà,
^ e graziosi aTrenimenti apparecchierà. Questa è o-
^ razione, per la quale i Fiorentini vegghieroli con
^ animata divozione a* progenitori luoi egualmente e
'^ a te, la tua celsitudine amantissimamente destano,
^ acciocché quella desta, tutte le nebbie passino ria,
^ e al tutto Tengano meno. Sieno adunque intomo
^ alle parole promesse le orecchie della tua mae-
^ sta aperte aUa mia orazione, acciocché per quello,
^ sì allo alalo reale, come aUo stalo de* suoi diTOli
* si possa saluteTolmente proTTodere. La presente
* orazione, acdoeché quelle cose che si debbono dire
^ chiaramente si possano Todere, si diride in tre par-
^ ti : la prima é raccomandatorìa e offeritoria; la se-
^ eonda é narratoria e supplicatoria ; la tersa é con-
^ fotatoria. La prima : i priori dell* arti, e gonfalo-
** niere della giustizia, fl popolo e *1 comune di Fi-
' renze impuosono a noi, che appiedi della tua
* €i di 2 di gennaio f ha U Qiontiiia, che ommette il
reato del capitolo, rifaao nel titolo del aeguenta.
"" Sia, loro e la loro città e latti gli airi dh«ll di' I-
* talia eoa roTerenzia a te doiniaimn neaomaBdafe,
^ e quo" Fiorentini aiceoaae deTOtisiimi, • la kvo
^ realissima città, aiccomo aaaro e stcocalo raala,
^ quella diTOzione, con che a' taoi progeaìtofi,
^ coaae a padri e beaeCattori snoi,
* la pubblica fama fl saanifBala, a le
' sisao capo della Ina achialla pò*
^ menti ti dobbiasao offerire quella eoae,
* aUegro aniaio rapportiamo, naniaHi
^ aao la reale eecelatedine Ina, la
^ e Tofferta di tanti iooi dÌTOli con
^ degni d*accettare. La seconda: quale
^ uomo ai può dire, per rirtade paò
^ co della diTOzione e della benerolenaa Ira k caan
*^ reale e* tuoi progenitori e H coaìwne di Flraaao da
^ lunghi tempi congiunta, e con graaiori eielti o di-
^ vera! aTTenimenti per suocessiono di laaapi
^ Tata? A te ancora, aaMtisaiaao principe, ai
^ ne di questa benoTolenza de* taoi progeattafi, dola
^ noatra diTozione, almeno per udita o per
^ ria lama, la quale qaealo neU* nnÌTerae
^ da essere aaanifesto. Noi ancora detta
^ zioae reale, e ancora del circalalo de* carnieri dì
^ quella é conTenoTole de* lor fatti rinnovare aacao-
^ ria, acciocché non periscano per lo paasata tempo
" quelle cose e* hanno meritato in perpetuo aTore vi-
^ gore. Se adunque con allento aniaNi rivolgerai
^ le cose msgnifiche falle, e' beneici fatti detta pre-
^ darà memoria del cristianissiBao prncipe re Carlo
^ trisavolo tuo, or non i Fiorentini guelfi, detta città
* di Firenze cacciati, colla sua poleazia e eoa ar-
^ mala mano in quella città gloriosissimameato gli
" rimise? Se del secoado re Carlo bisavolo tao lo
^ cose fatte rivolgerai, partissi egli datt* opere dei
^ padre suo? certo no. Ma con queUo provedato e
^ favorevole seguire lui seguitando, aaolta bene a^Fio-
" reatini fece. Se del sapientissimo de* sari re Ra-
^ berlo tao zio, il quale fu specchio non eorrollo di
^ tolti i re (avvegnaché per generazione Ruberto, e
^ per unzione re Ruberto fosse nomalo, per la aau-
^ aurata e non udita aapienza, per tatto le goaera-
^ zioni deverebbe essere appettato fl novello Salo-
^ mone) seta riguarderai i suoi fatti, paiiiaai egtt del-
^ le yit de* suoi progenitori? certo no. Quando della
^ dignità ducale usava ad ialanza de' Fiorentini n alri-
^ gnere e rincere la città di Piatola, eoa riapleado-
^ volo coaapagnia di cavalieri personalmento veaae?
^ Poi veaulo a dignità r^le partissi egli dallo eoao
^ incomindale? e innumerevoli beaeftcii a qaelH Fio-
' reatini fece, in tanto che in caso dd bisogno al
^ suo unigenito figlinolo non perdonaaae? Che oo
' rivolgerai le cose Catta da messer Filippo prindpo
* di Taranto, che se di messer Piero suo fratello grandi
* taoi za ; che se di messer Cario figliuolo dd deUo
^ prindpe di Taranto consubrino Ino le cose Calta
* ripensi; i due ultimi morirono nel piano di Montaca-
' tini vincendo i nimici ; il loro sangue battaglievol-
^ menta fa sparta, il quale saague ancora netta terra
^ crudelmenta grida vendetta? Qaal lingua di qualua-
* que doquenta tanta cose potrà narrare? CÒtoagti
^ é meglio sotto sflenzio posare, che dire pia pa-
DI GIOVANNI VILLANI.
505
^ role, OOD ciò sia che per silenzio a* dirittamente
^ raggnardanti più e maggiori cose si deono inten-
* dere. Adnnqae acciocché i detti beneficii non pa-
^ iano dimenticati, la nostra intendone ò questa e-
' siandio, se de' fancinili infanti domandi, i figlinoli,
^ le ricchezze, la vita e Tessere riconosciamo essere
^ proceduti da* detti tuoi progeftitorì. Ma se addo-
^ mandi quello che abbiamo fatto a questi tuoi prò-
^ genitori, se lecito ò de' fatti benefici! raccordare,
^ che feciono i Fiorentini centra lo scomunicato re
^Manfredi? che contra Curradino? che centra allo
^ imperadore Arrigo ? ohe contra al dannato Bavero?
* a* quali i detti Fiorentini contrastanti, per conser-
* vare la casa reale, con gran potenza si feciono ?
^ L* altre cose sotto silenzio passiamo, sotto il quale
^ silenzio la reale circuspezione eziandio più e mag-
^ giori cose comprenderà. Le quali sono ancora più
^ vere ohe le sopraddette, in tanto che noi non sia-
" mo solamente de* tuoi progenitori e di te figliuoli
^ d' adozione , ma più tosto congiunti di vera na-
^ tura. Adunque, gloriosissimo re, chi potrà sì fatta
^ congiunzione e divozione individua spartire? chi la
^ potrà divellere o maculare o turbare ? certo ninno.
^ Adunque per le dette cose la preghiera nostra ò
^ questa. Reverendissima corona, noi ti preghiamo,
^ che gli occhi della tua eccelsitudine a noi e a gli
^ altri divoti d'Italia benignamente converta, accioc-
^ che sempre nel cuore reale sia legame indisso-
^ lubile di benivoglienza e d' amore, e questo non
^ abbandoni, ma in te per ordine di successione si
^ palesi quella divozione e amore indissolubile radi-
^ ceto ne* cuori de' Fiorentini, a te siccome a padre
^ e benefattore nostro pe* nostri e delle dette comu-
^ nità preghiere ci offeriamo, com*ò detto. Terza e
^ ultima : awegnaddio, amatissimo principe, che la
^ maestà reale la circonvenzione degli emuli e le
^ sforzate macchinazioni a suo podere con somma
^ provvedenza scacci, nientedimeno la faccia di detti
^ invidiatori, che con tante arti e con tanti colori
^ adornati noi, provveduti con somma ragione, cauti
^ ci rende, e ancora ci stringe la maestà reale di
^ queste cose informare, e ancora più attentamen-
^ te pregare, acciocché nelle vie de' tuoi progenitori
^ fermamente perseverante, li sforzamenti di quelli e-
^ muli, siccome contagioso morbo, con sottile inge-
^ gno di lungi da te cacci e distrugga. Per la qual
^ cosa r astuzia de* detti emuli diverrà vana e non
^ potrà prevalere, ma come il fieno subitamente si
^ secchi, e l'amore nostro e degli altri della casa rea-
^ le divotì crescerà e sarà immutabile. Iddio altissi-
^ mo benedicenti e lodanti, e senza fine dicenti : Be^
^ nedicius qui venU tu nomine Domini eie.
CAPITOLO ex.
Risposta fatta in presenta del re (T Ungheria a^nO"
stri ambasciadori per lo venerabile uomo mes^
ser Giovanni ckerico di Visprimiense ^ a cui il
re la commise,
^ L* ambasciata del comune di Firenze così so-
^ lennemente e ordinatamente sposta a messer lo
* re, e volentieri udita, e le cose fatte per gli suoi
^ progenitori, e la benevolenza, la quale al comune di
^ Firenze, a' Fiorentini, e a quella città i progeni-
* tori suoi sempre hanno avuto, e la congiunzione
* che sempre fu tra loro e il comune predetto, con
^ grazioso animo ha accettato, preferendosi ancora
^ quella sempre essere presto a servare, e le vie de*
^ suoi progenitori sempre seguitare „. E mentre che '1
detto eletto questa risposta faceva, e il re gli s' ac-
costò air orecchio manco, e in silenzio a lui parlò,
il quale eletto incontanente disse : ^ U nostro signore
^ dice, eh* egli intende i guelfi d* Italia sempre a-
* vere per raccomandati „. Poiché giunti fummo a
Foligno, e quivi furono gli onorevoli ambasciadori
del comune di Perugia, e avuta tra noi e loro col-
locuzione e diliberazione, in prima con loro ci ap-
presentammo dinanzi al cospetto reale, e quelle cose
in diversi sremoni spartitamente e per loro e per
noi alla maestà reale furono recitate, le quali erano
in effetto una medesima cosa, in comune sermone
recate per lo detto messer Tommaso, di comune con-
cordia dell' uno comune e dell* altro furono isposte ;
il quale oltre alle predette, Io stato e la libertà de* detti
comuni e degli altri di Toscana e di tutta Italia di-
voti della casa reale e de* suoi progenitori, alla cel-
situdine reale raccomandò. Il re udite le predette
cose, tutte graziosamente accettò, e offersesi di fa-
re tutte quelle cose che nella petizione erano pie-
namente enarrate, e che il comune di Firenze, e quel-
lo di Perugia, e quello di Siena, gli rimandassono
per comune due o tre di loro ambasciadori savi e
discreti, i quali voleva nel Regno intorno a lui per
suo consiglio ; e a' detti ambasciadori diede grazioso
congio di tornare a Firenze. I nostri ambasciadori
partiti di Foligno, vennono a Perugia, e quivi sog-
giornarono alquanti dì a parlamentare col legato car-
dinale, e co' rettori di Perugia e con altri ambascia-
dori de' comuni eh* erano stati al re d' Ungheria, e
dello stato di Toscana e del paese intorno in be-
neficio di parte guelfa e della Chiesa, per la venu-
ta del detto re d* Ungheria e dello imperadore Carlo
suo suocero, che pareva loro, che *1 detto re aves-
se presa troppa famigliarità co* tiranni e signori di
Lombardia e di Romagna e della Marca di parte ghi-
bellina. 11 quale legato consigliò i detti comuni, che
mandassono loro ambasciadori al papa a pregarlo
ch'egli si traponesse coli' imperadore Carlo, che non
passasse, acciocché la parte imperiale non crescesse
collo appoggio e favore della potenza del re d'Un-
gheria suo genero, e che piò piacerebbe al papa e
a' cardinali, e eh' egli ne sapea bene 1' opinione sua
segreta, e s* egli V avea creato e fatto, era per con-
trario del dannato Bavero, e vivendo; ma da poi ch'e-
gli era morto, non faceva per la Chiesa che la si-
gnoria del detto Carlo, colla potenza del re d* Un-
gheria signoreggiando il Regno, crescesse in Italia:
questo segreto sapemmo da alcuno de' nostri amba-
sciatori. E nota, lettore, l' esempio de* rettori di San-
ta Chiesa, di fare e di volere disfare la signoria del-
lo *mperio al suo utile e beneplacito ; e questo ba-
sti per tanto.
50«
CRONICHE
CAPITOLO Ca.
Come il re ^Ungheria enirò nel regno di Pkgìia^
ed ebbe la signoria a cheto e sanza contrasto,
Soggioraand* in Fuligno il re d'Ungheria dae
di con grande festa, e fatti cavaUerì detti nostri am-
basciadori, come detto avemo, e fatti cavalieri più al-
tri di Perugia e di Foligno e della Marca e del Du-
cato, poi si parti di Faligno a di 22 di dicembre, e
giunse air Aquila la vigilia di Natale, e là fece la
festa, e vennevi air Aquila al re il conte di Celano, e
il conte di Loreto, e il conte di San Valentino, e
Napoleone d^Orso, e più altri conti e baroni d'Abrus-
li, e fedongU T omaggio e la fedeltà; e poi si parti
dair Aquila, fatta la festa di Natale, e andonne col
conte di Gelano a Castelvecohio sua terra. B a di 27
di diceaibre entrò il re in Sermone, e da* Sermonesi fu
ricevuto onorevolemente come loro signore; e parti-
to da Sermone andò a Castello di Sanguine, e poi
a Samo, e di là n' andò a Bruxuno ; e ivi presso
a tre miglia avea due castelletta, dov* erano messer
Niccola de' Caraccioli e messer Agnolo di Napoli, i
quali feciono alcuna resistensa, onde furono combat-
tuti dalla gente del re, e per forza vinti e tutti rubati,
e poi arsi ; e i detti due cavalieri napoletani presi
con più altri. E sappiendo il re che a Capova era
messer Luigi e gli altri reali con loro isforzo di gente
d*arme, non si volle mettere al contrasto di quella
gente nel passo del fiume del Volturno, ch'era là mol-
to grosso e profonda, e però fece la via che fece an-
ticamente il re Cario vecchio per la contea d* Alife e di
Morcone ', e poi arrivò a Benevento a di 1 1 ^ di gennaio:
e giugnendovi la sua gente, e quegli di Benevento per
tema di non essere rubati, ch*assai danno avea sua gente
di ratto fatto per cammino, però serrarono le porte ;
ma quando videro la persona del re d' Ungheria, s' as-
sicurarono, e T apersono. E venuto il re a Benevento,
soggiornovvi da sei di, e là venne tutta la sua gente
ch^erano stati sli'Aqnila e a Tiano ; e in quello paese,
e con suoi Uogarie con Lombardie Romagnoli, ch'e-
rano venuti al suo servigio, si trovò in Benevento
con più di seimila cavalieri e popolo inAnito; e là
vennono tutti i baroni del paese a farli riverenza e
omaggio. E vennevi una grande ambasceria di Na-
poli, e proffersegli la terra come a loro signore.
Sentendo i reali e gli altri baroni ch'erano a Ca-
pova con messer Luigi, che il re era a Benevento,
e prosperava felicemente e sansa contrasto, si par-
tirono con loro gente, e andaronne a Napoli, e ab-
bandonando messer Luigi, e lasciandolo con poca
compagnia, ordinarono di venire al re a fargli re-
verenza, come s* appressasse a Napoli. Lo re si parti
da Benevento a di 16 di gennaio, e vennene a Ma-
talona, e nella sua partita quegli di Benevento s' ar-
marono, e azzuffaroosi co' malandrini che segnivsno
r oste del re e rubavano dove potoano, ed ebbevi
de' morti assai da una parto e dall'altra, e fu arso
parte d' un borgo di Benevento. La regina Giovan-
na, che s' era ridotta e afforzata nel castello di Napoli,
sentendo che il re veniva con tanta forza verso di
' Ali/c da Marcùne. Ed. G. ^ a di 2. Ed. G.
NapoH, nuoosamento e di notte, ■ di 15 di gen-
naioi si parti del castollo con sua privata ffuù^e
con quello tesoro che potova trovare nel cutello,
che poco ve n' era rimase, si n'era fatta mala guar^
dia dopo la morto del re Ruberto; e per la via di Pie
di grotta si ricolse la regina in su tre galee annata di
Provenzali, ch'ella avea fatto stare in concio, e feeesi
porre a Nizza in Proenza, a di 20 di gennaro ; come
fece in Proenza diremo poi assai tosto in altro capitole.
Messer Luigi sentondo come la regina s'era partita da
Napoli, e il re d'Ungheria prosperava felicemente, di
notte con messer Niccola Acciainoli suo fidato compa-
gno e consigliere, prendendo loro male stare, e' veg-
gendosi abbandonati dagli altri reali e baroni, si parti-
rono da Capova, e vennero a Napoli. E non trovandoti
galea armata, con grande fretta e paura si ricolso-
no con loro fidata famiglia in su uno paB£ano,noa
potando avere galea di cui si fldassono ; e eoa qnelr
lo, con grande pena e disagio, arrivarono a Porto
Ercole in Maremma, e là acesero a di 20 di gen-
naio, e vennero a Siena a di 24 di gennaio prìva-
tamento; e poi vennero nel contado di Firenze, e là
soggiornarono alquanto, come in altro capitolo di-
remo più stesamento, tornando a dire de' processi del
re d' Ungheria, e della morto del duca di Durano
e della presa degli altri reali.
CAPITOLO cxn.
Come il re d'Ungheria fece morire Uducu di Dwrai%o^
e fece pigliare gli altri reali^ e come entrò in Napoli,
Partito il re d' Ungheria di Benevento, fece la
via di Matalona, e giunse in A versa a di 17 di gen-
naio. Qne* d' Aversa abbono grande paura, perchè
si diceva ohe '1 re la farebbe distruggere, perchè vi
era morto il re Andreasso suo fratoUo, e aseosono
e sotterrarono tutto loro taaoro e cose care; ma il re
ordinò uno suo vicario chiamato Framoriale co* sooi
Ungari in arme alla guardia della torre, e fare giu-
stizia di rubatori e matandrini, eh' assai ne segai-
vano sua osto. E in Aversa soggiornò il re da lei
di, dimorando nel castollo reale d' Averaa. E là vi
vennero più di mille gentili uomini di Napoli a ve-
dere il re, e vennevi il conto di Fondi, nipoto che fii
di papa Bonifazio, di Campagna, con più di cinque-
cento cavalieri al suo servigio; e più altri bareai
del paese vi vennero a farli omaggio. Vennonvi i
reali, ciò furono il prenze di Taranto, nominato Ru-
berto, con Filippo suo minore fratello, che messer
Luigi, come abbiamo detto, a' era fuggito di Napoli.
E vennevi Carlo duca di Durezze, e messer Luigi e
Ruberto suoi fratolli, e figliuoli che furono di mei-
ser Gianni prenze della Morea. E vennevi con loro
Giovannone di Cantolmo, e Gioffredi conto di Squilla
ammiraglio del Regno, con molti altri baroni e cava-
lieri (avendo il re data loro fidanza, con patto che
non fossono stati colpevoli della morto del suo fra-
tello), e giunti al re al castello d' Aversa, gli fe-
ciono omaggio, e tutti gli badò in bocca, e diede
loro desinare; e ciò fu a di 24 di gennaio. E dopo
il mangiare il re fece arnure tetta ana gente, ed
egli medesimo s* armò, e mossesi per venire a Na-
DI -GIOVANNI VILLANI.
607
poli, eVeali erano disarmati con lai, e altri baroni in-
torno di Ini faccendogli compagnia. Come il re ta
montato a cavallo, disse al duca di Durazzo : Menatemi
ove fu morto Andreasso mio fratello. Il dnca ri-
spnose: Non ve ne travagliate^ eh^io non vi fui
mai, credendo levarlo dalP opinione, e già temeva
per li crudeli sembianti del re. 11 re disse, che pu-
re vi voleva andare a vedere : e giunti al monistero
de* frati del Morrone, smontati da cavallo salirono
in sulla sala, e domandando dov'aera lo sporto sopra al
giardino dove il re Andreasso fu gittate e strangolato
e morto, allora gli fu mostrato ; di che il re si volse
«1 duca di Dardzzo, e dissegli : Tu fosti traditore e
operatore della morte del tuo signore e mio fra-
iello^ e operasti in corte col tuo %io cardinale di
Pelagorga^ che a tua petizione s"* indugiò e non si
fece, come dovea^ per lo papa la sua coronazione.
Lo quale indugio fu cagione della sua morte, e con
frode e con inganno ti facesti dispensare al papa
di potere torre per moglie la tua cugina e sua co^
gnatay acciocché lui morto e la reina Giovanna sua
moglie, tu succedessi ad essere re ; e se'* stato in
arme contro alla nostra potenza col traditore mes-
set Luigi di Taranto tuo cugino, e nostro ribello e
nimico, il quale ha fatto come tu, con frode e sa-
crilegio sposando quella adultera e malvagia fem-
mina traditrice del suo signore e marito, e nostro
fratello re Andreasso. E però e' conviene che tu
muoia ove tu facesti morire lui. Il duca di Durazzo
si voleva scuserò non essendo colpevole, e domandò
al re misericordia. Lo re gli disse : Come ti puo^ tu
scusare ?* mostrandogli lettere col suo suggello che
egli avea mandate a Carlo d*Artugio del trattato
della morte del re Andreasso. E incontanente, come a-
vea ordinato, il fedi nel petto, che non avea arme, uno
messer Filippo ungerò, avendolo il re preso per gli
capelli, e tagliogli la testa, non per ispicco il collo
affatto, ma però de* dotti colpi mori di prosente. B
da certi Ungari, che gli erano d' intomo, fu proso
il corpo e gittate da quello verone nel giardino ove
fu gittate Andreasso; e comandò che non gli fusse
data sepoltura senza sua licenzia. B ciò fatto, gli altri
quattro reali ftirono presi e messi in buona guardia di
cavalieri ungari nel castello d'Aversa ; e di certo si
disse, e credessi, che scegli avesse preso con loro
messer Luigi e la regina Giovanna, tutti gli avrebbe
fatti morire con lui. £ loro presi, tntti i loro ca^
valli e arnesi furono rubati, e simile tutti i loro o-
stelli di Napoli, salvo quello del preoze di Taranto.
E la moglie del duca di Durazzo eh' era in Napoli,
di notte, male vestita e peggio in arnese, con due
piccole fanciulle in braccio, si fuggi nel monistero
di Santa Croce, e poi di là nascosamente, vestita in
abito di frate, ne usci con poca compagnia e arrivò
a Montefiascono al legato del papa; e poi iscono-
scittta se n* andò verso Francia. Tale fa la fine del
duca di Durazzo, e la presura degli altri reali, e
scacciamento di loro donne e di loro famiglie. Per
molti si fece qnistione, opponendo al re tradimento del
800 sangue, avendogli fidati e baciati in bocca, e ca-
rìtevoleméole mangiato con loro, e poi fatto morire
il duca di Dorazzo, e gli altri reali innocenti presi.
E certi dissono che non era tradimento a tradire il
traditore, se colpa v' ebbe, come gli appose. Ma per
gli savi si giudicò, che quella cmdeltà e quello che
ne segni di male,, fu dispensato e operazione di Dio,
per li laidi peccati commessi nella persona del re
Andreasso, eh* era giovane e innocente, ehe per lo
peccato deir invidia e covidigia della signoria sua
con superbia fu commesso tradimento con scellerato
patricida di loro signore", e ancora ci fu il laido e
abominevole peccato per cagione di avolterio e sa-
crilegio tra congiunti, come n' avemo addietro fatta
menzione, che fu cagione della morte di quello in-
nocente. B già la vendetta di Dio non passa sanza
penitenzia e meriti di sì enormi peccati. La presura
degli altri reali fece più per sua sicurtà che per col-
pa ch^ eglino avessono se non d* essere in arme a
Capua contro a lui e alla sua signorìa. Lo re d^Un-
gherìa in quello medesimo dì, a di 24 di gennaio,
con sua gente armata ed egli medesimo armato con
la barbuta in testa, con una sopravveste di sciamito
porporino indosso ivi su i gigli di perle seminati,
entrò in Napoli, e non volle pallio sopra capo né al-
tra pompa, com" era ordinato e apparecchiato per lui
dai Napoletani di fare. Egli smontò a Castelnuovo,
e intese a riformare la terra e il reame, faccende
nuovi decreti e nuove inquisizioni della morte di suo
fratello, rinnovando ufici e signorìe, e togliendogli a
cui trovò colpevoli, e dandoli a quegli cheTaveano
servito, che sarebbe lunga mena a dire. 1 Napole-
tani i più erano tristi e impauriti, sì per le grasce
degli ufici del Regno e i vantaggi eh* eglino aveano
da' reali, e allora furono mutati e tolto assai per la
morte del duca, che, come dice Seneca, chi a uno
offende molti ne minaccia. Ivi a pochi di mandò il re
al castello delF Uovo, per lo fanciullo che si diceva
essere rìmaso del re Andreasso, nominato Carlo Hap-
tello, e videlo graziosamente, e fecelo duca di Ca-
lavrìa. E con buona compagnia di cameriere e di ba-
lie che '1 nutrìcavano e governavano, in una bara
cavalchereccia nobilemente, a dì 2 di febbraio il
mandò *ad Aversa, e di là, con gli altrì reali ohe vi
erano presi, con buona guardia d* Ungari il mandò
ad Ortona, e di là per mare passarono in Ischiavo-
nia, e di là in Ungheria. Avendo assai larga pri-
gione, con buona guardia, ai riposarono con loro
vergogna in Ungheria, e con poco avere, e meno da
spendere. E cosi si muta la fortuna di questo secolo
in poco tempo, quando pare essere ad altrui in mag-
giore stato e fermezza.
CAPITOLO CXUL
Come de* soldati stati al soldo del re d* Ungheria^
e di quelli stati con messer Luigi di Taranto, si
fece una gran compagnia per partirsi del Regno,
Riformata il re d' Ungheria la sua signoria in
Napoli, e mandati i reali suoi congiunti in Ungheria,
trovò che uno duca Guemieri Tedesco stato al suo
soldo, e capitano di saa gente alP Aquila, il dovea
tradire per danari a petizione del re Luigi di Taranto
e della regina Giovanna ; del quale tradimento appel-
lò, e vellosi combattere in campo contro a uno si-
508
CRONICHE
g&ore ted«MO ohe lo aveva accusato ; ma il re savia-
mente procedette di non volere quistione. Ma il detto
duca e gli altri soldati dk» Taveano servito pagò cor-
tesemente, e fece g ìarare loro di non prendere soldo
dalla Chiesa di Remarne dalla regina, nò da messer Lai-
gt, né da ninno suo nimico nò contrario, nò da mes-
ser Luchino Visconti da Milano, e di non essere cen-
tra Ini e suoi amici, spesialmente Fiorentini, Peru-
gini e Senesi; e diede loro'congio ch^nscissono del
paese e del Regno con gli altri soldati, eh* erano
stati al soldo di messer Luigi di Taranto e della re-
gina. E fedone una compagnia, onde ne fu capo il
duca Guemieri, e furono intomo di tremila cavalieri,
e vennonsi in Campagna nelle contrade di Terracina
vivendo di ratto. Partita del Regno la detta com-
pagnia, se n' andò il re in Puglia in pellegrinaggio
a Monte Santo Agnolo e a San Niccolò di Bari, e
per sagire i baroni e paese di Puglia alla sua si-
gnoria, e per cessare la pestilenzia della mortalità,
che già era cominciata a Napoli grandissima. Innanzi
che si partisse di Napoli, mandò al comune di FirenEe
e a quello di Perugia e di Siena per suo messo a ca-
vallo la *nfrasoritta lettera, la quale facemmo volgarit-
sare di verbo a verbo, eh' era in latino ; e il messo
che mandò, fu vestito nobilemente, e donatogli ca-
valli e danari dal nostro comune, e dagli altri.
CAPITOLO CXIY.
La ietterà che mandò il re tT Ungheria ai comune
di Firenze,
^ A' nobili e potenti signori priori, e consiglio e
^ comune della città di Firenze, amici nostri carissimi
" e diletti, Lodovico per la Dio grazia re d' Ungheria,
^di Gerusalemme, e di Cicilia. Imperocchò, favo-
arandoci la divina potenza e grazia, noi tegniamo
'^libero e intero tutto il regno di Cicilia di qua dal
^ Faro, a noi già lungo tempo per debito di ragione
^conceduto, siccome la evidenza del fatto a tutto
^il mondo fa manifesto e dichiara, noi ad alcuni
^ soldati a cavallo, e del servigio de' quali 'noi al
^ presente non abbisogniamo, con soddisfazione piena
^ e intera prima a loro fatta, facemmo dare licenza,
^ intra* quali il duca Guemieri con certi suoi seguaci
^ùi V uno, dal quale caporale giuramento alle sante
^ Iddio evangele ricevemmo con lettere della sua pro-
^ missione fatte alla nostra eccellenza, che centra
^ alla maestà nostra, o centra alcuni diletti nostri o
^ fedeli, e spezialmente e nominatamente contro a voi,
^ ovvero alla vostra comunità o città o distretto vo-
^ atro, in ninna cospirazione fari lega, ovvero com-
* pagaia per protesto, ovvero da cagione, della quale
^ noi, o voi, 0 qualunque altri nostri diletti o fe-
^ deli, potessimo essere danniflcati, molestati o per-
^ turbati' in alcuno modo. Ma imperocchò ninna fede
^ e ninna pietade ò in coloro che seguitano le bat-
^Uglie, e il detto duca Guemieri ha altre volte
^ molte pericolose cose, sotto protesto di compagnia,
^ avvisato di fare, e però la dilezione e carissima
^amistà vostra con chiara affezione vi rechiamo a
^ memoria, acciocché con diligente cura e solledtudi-
^ ne vegghiate, acctocchò akuna malvagia concezione
'^ 0 rea affezione di quegli soldati non potesse a voi
^ generare alcuno nocimento. E se avvenisse, che per
^ r avversità de' detti soldati o d' altri nostri invi-
^ diatori, contro a voi o la vostra dttà in alcuna no-
^ cevole cosa volesse mandare furioso veleno, iafino
^ ad ora siamo pronti con tutto il nostro podere a
^ voi dare il nostro aiuto e consiglio opportuno, ac-
^ docchò la sincerità deiramore, il quale tra' geaitorì
^ nostri e voi già lungo tempo, e da noi e voi fa ed
^ ò indissolubile, insieme con noi perseveri e conli-
^ nuamente cresca, e gli rei de' suoi malevoli proposi-
^ ti e inique operazioni confusióne patiscano, e pene
^ sempiterne. DaU in Napoli nel nostro castello reale,
^ a dì 8 del mese di febbraio , prima Indizione «.
E nota, lettore, come felicemente e prospera-
mente il re d' Ungheria passò in Italia senza alcàao
contrario, ma fattogli grande onore e riverensìa, e
datogli aiuto di cavalieri da tutU i signori e comoai
guelfi e ghibellini, che trovò per cammino ; che fa
tenuta grande cos9, e quasi maraviglia, che in ot-
tanta di che egli si parti di suo paese, e' fece in gran
parte la vendetta del suo fratello Andreasso, ed ebbe
a questo il regno di Puglia, per piacere di Dio, sansa
contrasto o battaglia ; che per gli più si stimò, che
se messer Luigi di Taranto e gli altri baroni e reali
del Regno eh' erano rannati a Capeva, fessone stati
d' accordo e messosi al contrasto, mai non avea la
signoria. Ma a cui Iddio vuole male per le peccata,
gli toglie il podere e la concordia. E 1' Ecdesiastico
dice : // regno si trasporta di gente in gente per le
ingiustizie e ingiurie e contumelie e diversi inganni
ecc.; e così appare manifestamente, che pe^ giudicio
d' Iddio avvenisse a'reali del regno di Puglia, e desse
prosperità al re d'Ungheria. Ren si disse per alcuno a-
strolago che venne con lui d'Ungheria, ch'egli si parti
di sua terra, come dicemmo addietro, a di 3 di no-
vembre la mattina, e prese Tasceu dente di sua mossa,
onde fece la figura che disegniamo qui appresso,
Caput Draconis gr. 18, in Leone.
DI GIOVANNI VILLANI.
509
come 81 potrà vedere, che per gli detti segni appare
chiaramente Tossono tntti disposti alla sna prosperità e
signorìa. I! suo ascendente pare che fosse il segno
dello Scorpione a gradi nove, e Io suo signore pia-
neta di Marte, il quale era nella decima casa, che
si dice casa reale, e nella faccia di Giove e termine
di Venere fortunati, e nel segno del Leone sua trì-
plicità, e attribuito al paese d'Italia, e con caput
draconis fortunato e forte, eh* assai chiaro mostrò
in parte quello che gli avvenne in suo avvenimento.
L* altre significazioni e suo fine giudichi chi è del-
r arte d* astrologia maestro. Ma noti, che quando il
re entrò nel Regno, ciò fu a dì 24^ di dicembre, il
ano pianelo Marte cominciò a retrogradare ; e quan-
do entrò in Napoli ed ebbe la dominazione, a di 23
di gennaio, era retrogradato. Lasceremo di questa
materia, che non ò ora di necessità al nostro trat-
tato, ma per dare alcuno diletto a chi della scienza
8** intende il ci misi. Ancora lasceremo di procedere
del re d* Ungheria, e diremo come la reina Giovanna
e messer Luigi e la prenzessa di Taranto arrivarono
in Proenza.
CAPITOLO CXV.
Come messer Luigi di Taranto e la regina Giovanna
arrivarono in Proen%a.
Come in brieve dicemmo addietro, quella che
si facea chiamare la regina Giovanna, moglie che fu
del re Andreasso, arrivò a Nizza in Provenza a dì
20 dì gennaio con tre galee, e *n sua compagnia
messer Maruccio Caraccioli di Napoli, cui ella avea
fatto conte camarlingo, e di sua compagnia colla
regina si parlava dMnfamia e di male e di sospetto.
Come presono porto a Nizza , se n' andarono ad
Achisi ; e loro giunti ad Achisi, il conte d' Avellino
de* signori del Balzo e il signore di Salto con altri
grandi signori di Provenza furono alla detta regi-
na, e di presente feciono pigliare il detto messer
Maruccio con sei suoi compagni, e mettere nella pre-
gione di Nuova, e la regina con cortese guardia me-
narono al castello Arnaldo, e nullo le potea parlare
in segreto, sanza la presenza da'* detti baroni di Pro-
venza ; imperoccV erano entrati in sospetto e in ge-
losia, eh' eya non facesse cambio della contea di
Provenza a un' altra contea di Francia con messer
Gianni figliuolo di messer Filippo di Valois re di
Francia e suo cugino, il quale in quei giorni .era
venuto al papa in Avignone col conte d'Armignac-
oa, e statone in trattato col papa, onde i Proven-
zali se n* erano molto scandalezzati, non volendo
essere sottoposti al re di Francia, e quasi volendo
fare rubellazione di Provenza col Dalfino di Vienna
per la detta cagione, e a petizione del re d'Un-
gheria; per la qnal cosa il papa temendo rimandò
messer Gianni in Francia, e contentollo di molti da-
nari; e dissesi che gli diede dugento migliaia di fio-
rini d'oro e le decime di cinque anni del reame di
Francia a venire a pagare in dne anni, che sono
grandissimo tesoro. E così dispensò il tesoro della
Chiesa pel conquisto della Terra Santa.
^ a di 28f legge la Qinntlna»
Messer Luigi di Taranto e messer Niecola Ac-
ciainoli di Firenze ano fidato compagno venuti ■
Siena, messer Niecola volendolo menare in Firenze
(e già r avea condotto nel nostro contado in Val-
dipesa), sentendosi ciò per gli priori e per gli altri
rettori di Firenze, e dubitando che la sua venuta non
generasse scandalo tra' cittadini e indignazione del
re d'Ungheria, ritenendolo in Firenze, di presente
mandarono loro incontro due grandi popolani per
ambasciadori, dinegando loro che non entrassono
nella, città, ma seguissono loro cammino ; 0 stando
con loro del continuo, acciocché nullo altro cittadi-
no andasse loro a parlare; e così dimorarono in
Valdipesa a*" luoghi degli Acciainoli per dieci dì, ohe
nullo cittadino v' andò, se non il vescovo di' Firen-
ze, eh' era degli Acciainoli, che voleva andare con
loro, e andò, in corte di papa. Di questa venuta di
messer Luigi ebbe grande mormorio tra' cittadini,
che parto de' guelfi ch'amavano i reali, e ricorda-
vansi de' servigi ricevuti dal prenze di Taranto suo
padre, e come messer Carlo suo fratello rimase morto
in serrigio del nostro comune con messer Piero suo
zio insieme alla sconfitta di Montecatini, l'avessono
volentieri ricevuto in Firenze e fattogli grandissimo
onore. Ma i rettori, temendo di non dispiacere al re
d' Ungheria, tennono il modo detto, e per gli savi
fu lodato per lo migliore del comune. 1 detti non
potendo venire in Firenze, avendo mandato a Genova
a fare conducère e armare a' loro amici due galee,
per la via di Volterra n' andarono, e '1 vescovo con
loro, a Porto pisano ; e là si ricolsono a di 1 1 di
febbraio nel 1347. E giunti in Provenza, sentendo
10 stato della regina Giovanna, non s'ardirono di
porre né a Nizza né a Marsilia, anzi arrivarono ad
Acquamorta, e di là 9 Belcaro nelle terre del re di
Francia, e poi contro ad Avignone di là dal Rodano*
11 vescovo e messer Niecola vennono ad Avignone al
papa, e tanto adoperare con lui, che la regina Gio-
vanna fu dilibera del castello Arnaldo, ed entrò in
Avignone con pallio sopra capo, e tutti i cardinali le
vennono incontro a cavallo, ricevendola graziosa-
mente a grande onore. E a dì 15 di marzo messer
Luigi ne venne al papa, e in quel dì rifermò il papa
il disonesto matrimonio da messer Luigi alla detta
regina Giovanna. Ancora di questo fu il papa molto
calunniato da' più cristiani che '1 seppero. E poi a
dì 27 di marzo il papa diede la rosa deli* oro al
detto messer Luigi, essendo in Avignone il re di
Maiolica ; e poi cavalcò per Avignone col pennone
sopra capo a guisa di re, e la regina con Ini; si
tornarono poi di là dal Rodano, e '1 papa diede loro
tre cardinali a udire la quistione da loro al re d'Un-
gheria, eh* erano in corte suoi ambasciadori. Lasce-
remo ora questa materia, e diremo d'altri signori e
donne che in questi di passarono per Firenze.
CAPITOLO CXVI.
Di certi signori e donne che passarono
per Firenze,
A dì 27 di febbraio, messer Filippino da 6on«
saga de' signori di Mantova^ tornando oon ina fon-
510
CRONICHE
le d*arme dal re d^ Ungheria, che V avea accompa-
gnato Ùùù a Napoli, paaaò per Firenze, e fu rìce-
Tnto a grande onore, e accompagnato da'* rettori e
da più cittadini. E di ciò fa ancora grande rumore
per li guelfi di Firenze, dicendo: / nostri rettori
ricevono in Firens^e e fanno onore a* tiranni ghi-
bellini che ci sono stati contro co* nostri nimici^ e
non vollono ricevere messer Luigi di Taranto^ co-
me n^ è detto di aopra; ma pure fu preso il mi-
gliore e lodato per gli savi, e però n' avemo fatta
memoria per esempio per V avvenire. E a di 1 0 di
marzo passò per Firenze la moglie del prenze di Ta-
ranto, che si facea nominare imperadrice di Costan-
tinopoli sanza lo ^mperio; ed era figliuola del duca
di Sorbona, figliuolo che fu di Chiaramente della
casa di Francia; la quale, poiché il marito con gli
altri reali era mandato preso in Ungheria, se n'an-
dava in Francia. Fulle in Firenze fatto grande ono-
re d' accompagnarìa da cavalieri e da donne, e al-
bergò in casa i Peruzzi, fiiccendo il comune le spese
per lo cammino, andando e venendo; e due dì ci
dioMirò^ E il comune le fece lettere al papa, pre-
gandolo, e raccomandandogliele, che s^ adoperasse
col re d' Ungheria della diliberazione del suo marito
e degli altri innocenti reali. Lasceremo alquanto delle
sequele occorse per Tavveoimento del re dTngheria,
eh' assai n* avemo detto, e torneremo a dire d' altre
novitadi state in Firenze e altrove in questi tempi.
CAPITOLO CXVU.
Quando si cominciò a fondare il muro diS, Gregorio
in Amo^ che richiude due pile del ponte Rubaconte,
In questo anno 1347 si cominciò a fondare
in Amo di costa a San Gregorio uno grosso muro
con pali ■ castello, e presono due pile e due arco-
ra a capo del ponte Rubaconte di là dall'Arno andan-
do diritto verso levante infino alla coacia del ponte
reale, che s^ ordinò di fare. E di qua dal ponte più
tempo dinanzi s'era cominciato similemente uno muro,
prendendo una pila e arco del detto ponte, andando
inaino al castello Altafronte. Questi muri s'ordinarono
per conducere l'Amo dentro alla città per diritto ca-
nale e accrescere terreno alla città, e spezialmente
verso San Niccolò, ed era la città più forte e più
bella avendo riguardo al parapetto del muro a mo-
do di pila^, sicché l'ordine e '1 lavorio de' detti mu-
ri fa bene provveduto, faccendosi una aggiunta, che
è di necessità, cioè di fare un muro di qua dal fiu-
me d' Arno alla coscia del ponte reale, e continuan-
dolo verso levante infino alle mulina di San Salvi;
allargando la bocca e 1' entrata del fiume d' Arno,
acciocché crescendo 1' Amo non venisse di sopra
a' fossi e mura di qua dalla porta alla Croce o più
oltre, come avvenne l'anno 1333 al tempo del di-
luvio : e aarebbe la terra più forte e più bella, e
racquisterebbesi terreno, che varrebbe più che non
costerebbe il muro, il quale si farà, quando quegli
reggono la città piacerà loro.
CAPITOLO CXVBL
Come i Boston furono cacciati cT Àre^zo^
e il perchè.
Nel detto anno 1347, all' uscita d' ottobre, que-
gli della casa de' Beatoli a rumore di popolo fu-
rono cacciati d'Arezzo per forza e tirannie che fii-
ceano a' cittadini popolani di quella città, e benché
in Arezzo e' fossono capo di parte guelfa, erano
isconoscenti e ingrati, spezialmente conlra il comu-
ne di Firenze; che quando erano fuori d'Arezzo
con gli altri guelfi, dal nostro comune erano soste-
nuti a soldi a provvisioni, e fatta per loro la guerra
contro a' Tarlati, e poi per lo noatro comune ri-
messi in Arezzo in grande stato e signoria. Ed e-
glino per loro superbia peggio trattavano i nostri
rettori e cittadini che v' erano per lo comune di Fi-
renze, del continuo puttaneggiando col comune di
Peragia, per diminuire la signoria del comune di Fi-
renze, e per meglio potere tiranneggiare la città. Ma
a ciò non guardò il nostro comune, perché erano
guelfi, e fece loro rendere i beni loro, e ordinogli
a'conflni a loro castella e possessioni fuori d'Arez-
zo ; ma male atettono contenti ne' termini e confini
loro dati, che al continuo stavano in trattati con loro
amici d' entro. E a di 1 1 d' aprile seguente, la not-
te, con loro amici a cavallo e a pie vennono alia
terra con iscale scalandola per entrare dentro ; fu-
rono sentiti e ripinti per forza fuori, e presi di quelli
d'entro, che rispondevano loro; e di certi fu fatta
giustizia, ed eglino e i loro seguaci furono condan-
nati per traditori e ribelli.
CAPITOLO CXIX.
Di certe novità che furono in Fitreme in questi
tempi.
* facendoU U eomttne U §pt$e riecammte, e due di ci di-
morbt € ptr lo cammino andando e venendo per lo contado
e diitretto di Firenze. Ed. G.
* dì Piw. Ed. 6.
All'uscita di novembre, e all'entrata di di-
cembre del detto anno 1347, aubitamente montò il
grano in Firenze, da aoldi ventidue che valea Io
staio, in uno mezzo fiorino d' oro, e inftno in sol-
di trentacinque lo staio, onde il popolo si maravi-
gliò, temendo e dubitando forte che non* tornasse la
carestia passata. E ciò avvenne, perché la Roma-
gna, d' onde soleva venire il grano delle circustan-
ze del Mugello, tutto n' andava in Romagna, perchè
in Vinegia era gran caro di grano, e per la gene-
rale mortalità e infermità delle terre marine, come
detto avemo addietro, e per la venuta del re d' Un-
gheria in Puglia, i Veneziani non poteano avere
tratta di grano né di Cicilia, né di Puglia ; e anche
poteano male navigare ; e però vi si prowidde per
gli uficiaU dell' abbondanza éi fare guardare i passi
a' confini del nostro contado e distretto verso Roma-
gna, e di fare venire grano da Pisa e di Maremma e
di Siena e d' Arezzo, onde per la buona provvisione
tosto tornò il grano in soldi ventidue e soldi venti lo
staio. E a di 1 1 di gennaio ai fece riformagione per
lo comune, e ordinossi che le signorie, doè il po-
destà, entrafio al suo ufido a calen di gennaio e io
DI GIOVANNI VILLANI.
511
calen di loglio, e il capitano del popolo in oalen di
maggio e in calen di novembre, ed entrasie V ese-
cntore degli ordinamenti della gioitiaia in oalen d*a-
prile e in calen d'ottobre, come era neato per gli
tempi passati ; i quali tempi s' erano rimossi per la
tirinnia del doca d* Atene, che gli faceva a soo be-
neplacito, qnando signoreggiò Firenze. E ordinossi,
ehe^ come fnssono entrate le dette signorie, incon-
tanente infira qnindid dì appresso i priori e gli al-
tri eoUeghi ch'hanno ad eleggere le dette signorie,
gli dovessono eleggere sotto certa pena, per cessare
le preghiere de' rettori, e non avere cagione di raf-
fermarli; che fo buono e ottimo decreto, quando
s^ ossetvasse. Ma il nostro difetto di mutare spesso
leggi e ordini e costumi col non isianie che si mette
nelle riformagioni del comune, guasta ogni buono
ordine e legge, ed è nostro difetto e vizio naturale,
Che a mezso novembre
Non gingne quel ohe tu d'ottobre fili,
come disse Dante.
CAPITOLO CXX,
Come la città di Pisa mutò stato e reggmento.
Nel detto anno 1347, reggendosi la città di
Pisa sotto il governo di messer Dino e di Tinuccio
della Rocca di Maremma loro distrettuali sotto titolo
di loro conti (eglino erano giovani di tempo, e mor-
ti i loro maggiori), i detti detta Rocca con altri loro
seguaci popolani V aveauo retta buono tempo a loro
senno, e si chiamavano la setta de* Raspanti ; ma as-
sai bene reggeano la terra, se non che se n' erano
signori liberi. L* altra setta, che non reggeva e non
aveva nficio in comune, e per dispetto gli chiamavano
i Bergolini^ i quali erano Gambacorti e AgliaM e al-
tri ricchi mercatanti e popolani, e de' nobili e grandi
Y* erano poco richiesti e peggio trattati ; parendo
a' detti nobili e popolani essere male trattati e schiusi
degli ufici, segretamente s'accordarono insieme, e
poi co* conestabili delle masnade avendo fatte di
grandi impromesse, la vigilia di Natale, • di 24 di
dicembre , levarono la città a rumore , gridando :
Viva il popolo e libertà^ e corsono la terra, e cac-
ciarono i conti e i detti della Rocca e loro seguaci,
ganza fare altro male nelle persone, se non di ru-
bare e mettere fuoco nelle case di quegli della
Rocca, mandando a' confini i conti e loro seguaci in
diversi luoghi e paesi j e Andrea Gambacorti e suoi
segnaci se ne fedono signori.
CAPITOLO CXXI.
D*uno grande miracolo^ chiappane in Avignone in
Drovenìta.
Nel detto anno, a di 30 di dicembre, la mat-
tina levato fl sole, apparve in Avignone in Provenza,
ovverà la corte del papa, sopra i palagi del detto papa,
come una colonna di fuoco, e dimorowi per ispazio
d* un* ora ; la quale per tutti i cortigiani fu veduta,
e fecesene grande maraviglia, e con tatto che dò
possa essere nainralmente per li raggi del sole a
modo dell' arco, tuttora fu segno di futura e grande
novità, che avvenne, come appresso si troverà leg-
gendo.
. CAPITOLO cxxn.
Come i guelfi furono cacciali di Spuleto.
Nel detto anno, a di 10 di gennaio, messer
Piero di messer Cello di Spuleto, il quale n' era
fuori a* confini, a petizione degli altri grandi guelfi
di Spuleto, perchè usava contro a loro e gli altri
soperchia maggioranza cittadina, il detto messer Pie-
ro con suoi seguaci e amici e aiuto del capitano del
Patrimonio e del duca di Spuleto venne alla terra con
suo sforzo di genti a cavallo e a piedi; e datogli
r entrata d' una porta, entrò combattendo nella terra.
Sentendo ciò i cittadini di Spuleto, levaronsi a ru-
more, e presono l'arme, onde si feciono caporali i
guelfi della terra medesimi, e per forza .combattendo
ruppono messer Piero e i suoi, e con danno di loro
gli cacciarono della terra. B pochi dì appaesso i
ghibellini della terra avendo sospetto de' guelfi, con
tutto che fossono stati con loco a cacciarne messer
Piero e i suoi seguaci, come ingrati e sconoscenti
gli cacciarono di Spuleto; onde, tutto fosse loro
fatta sconcia cosa, fu giusta vendetta e presta, per-
chò n' aveano cacciati i loro guelfi medesimi ; e av-
venne loro la parola del Vangelo: ornne regnum in
se divisum desolabitur. Lasceremo di questa materia
per raccontare uno grande giudicio, e quasi incre*
dibile, che a questi tempi avvenne per tremoti nella
città di Pisa, di Vinegia e di Padova, ma più in
Friuli e in Baviera.
CAPITOLO CXXIII.
Di grandi tremoti che furono in Vinegia, in Padota,
Bologna^ e Pisa.
Nel detto anno, nel venerdì notte, a dì 25 di
gennaio, furono diversi e grandissimi tremoti in Ita-
lia nella città di Pisa, di Bologna, di Padova, e mag-
giormente nella città di Vinegia, nella quale rovi-
narono infiniti fumaiuoli, ovvero cammini, che ve ne
avea assai e belli, e piii campanili di chiese e molte
case s'apersono e tali minarono nelle dette città. E
significavano alle dette terre danni e pestilenze, come
leggendo innanzi si potrà trovare, che furono grandi
segni. Ma il pericolo fu la detta notte in Friuli, in
Aqnilea, e in parte dalla Magna, e furono sì fatti e
per tale modo e con danno, che dicendolo o scri-
vendolo parrà incredibile ; ma per dire il vero e non
errare nel nostro trattato, sì ci metteremo la copia
della lettera che di là ne mandarono certi nostri
Fiorentini mercatanti, degni di fede, il tenore della
quale diremo qui appresso, scritta e data in Udine
del mese di febbraio 1347.
512
CRONICHE DI GIOVANNI VILLANI.
CAPITOLO CXXIV.
Di grandi tremoti che furono in Friuli^ e in Ba^
vtrra, e in Chiarentana^ e nella Magna e in più
contrade.
Avrete adito dì diversi e pericolosi tremoti che
sono stati io questi paesi, i qaali hanno fatto gran-
dissimi danni. Correndo gli anni del nostro Signore,
secondo il corso della Chiesa di Roma 1348 indi-
zione prima, ma secondo il nostro corso delP An-
nnntiatione della Nostra Donna correvano gli anni
1347, a di 35 di gennaio, il di di venerdì, e il di
della conversione di San Paolo, a ora ottava e quarta
appresso vespro, che Viene ore cinque in fra la notte,
furono- grandissimi tremoti, e dorarono per ispasio
di più ore, i quali non si ricordano j>er niooo oo-
m« vivente simili. Io prima io Silici^ la porta di verso
Friuli tutta cadde. In Udine parte del palagio di mes-
ser Io patriarca cadde, e più altre case ; e cadde il
castello di San Daniello in Friuli, e morìronvi più
nomini e femmioe. Caddono due torri del castello di
Ragogna, e iscorsono ioftno al fiume del Tagliamento,
cosi nomato, e morironvi più genti. In Gelmooa la
metà e più delle case jono rovioate e cadute, e *l cam-
panile della maggiore chiesa tutto si fesse e aperse,
e la figura di San Crìstofano intagliata in pietra viva
si fesse tutta per lo lungo. Per gli quali miracoli e
paora, i prestatori a nsura della detta terra convertiti
a penitenzia, feciono bandire, che ogni persona ch^a-
vesse loro dato merito e usura, andasse a loro per
essa; e più d^otto dì continuarono di renderla. In
Vincione il impanile della terra si fesse per meuo,
e più case rovinarono; e il castello di Tormezzo e
quello d* Orestaguo e quello di Destrafitto caddono
e rovinarono quasi tutti, ove morì molta gente. Il
cutello di Lemborgo, ch'era in montagna, si scom-
mosse; rovinando fu trasportato per lo tremoto, da
dieci miglia dal luogo dove era in prima, tutto dis-r
fatto. Uno monte grandissimo, dov' era Itf via ch^ an-
dava al lago d^Orestagno, si fesse e partissi per mez-
zo con grande rovina, rompendo il detto cammino
Bacile.
tutto. E Ragni e Vedrone, due castella, con più di
cinquanta ville, che sono sotto il conte di Gorizia,
intomo al fiume di Gieglia, sono rovinate e coperte
éa due monti, e qsasi vi morirono tutte le genti di
quelle parti, che pochi ne scamparono. AUa città di
Villatco nellenlrare della Magna vi rovinarono totle
le case, se non una d' nno buono nomo, giusto e
caritevole per Dio. E poi nel contado del detto Vil-
lacoo e d'intorno vi subissarono più di settanta' ca-
stella e ville di sopra al fiane d' Otri, e per simile
modo andarono sottosopra, che vi b* aperse una non-
tagna grandissima per mezzo, e riempii tolta la valle
ov' erano le dette ville e castella, e coperse beae
dieci miglia dove correva il detto fiume d' Otri; e ubo
monistero d'Orestagno rovinò e sommerse, e morìvri
molta gente. EU detto llnme non avende sua uscita
e corso usato, al di sopra ha fatto ono nuovo e grande
lago. Nella detta città di Villacco molte maraviglie
apparvono, che la grande piazza di quella si fesse a
modo di croce, della quale fessora prima oad sangue
e poi acqua in grande quantità. E nella chiesa di Su
Iacopo di quella città vi si trovarono morte dnqve-
cento persone che v^ erano fuggite, senza gli altri
morti della terra, che furono più delle tre partì degli
abitanti. Gli altri scamparono per divino miracolo,
latini e forestieri e poveri. Per Cernia più di mille-
cinquecento nomini femmine e fanciulli sono trovati
morti per gli tremoti ; e tutto le chiese e case di
Cernia sono cadute, e il monistero di Osoaleccha e
quello di Velchiera^ : quasi tutti morirono, e i rina-
nenti tutti sbigottiti, e quasi fuori di loro senno, b
Baviera la città di Trasburgo, e a Palnzia, e alla Nnda^
e alla Croce oltramonti, la maggior parte delle case
sono cadute, e morta nna grande parte della geate.
E nota, lettore, che le sopraddette rovine e perìodi
di tremoti sono grandi segni e giudicii di Dio, e aoo
senza gran cagione e permessione di Dio; e soio
di quelli miracoli e segni, che Gesù Crbto vaage-
lizzando predisse a' suoi discepoli, che doveano ap-
parire alla fine del secolo.
* iesaanta, roca il T. de' Giunti.
' Oigalehe e Vercki, ha il citato Testo.
' Fatima e Muda, Ed. G.
FINE DELLA CRONICA DI G. VILLANI.
INDICE
DEL PRIMO VOLUME.
pore H noftro numero de* Ciqiholi non confronta con qn^Ho della Giuntina citata (Flrense 1587), notammo tra pa-
reateri il nunero yariante. Coil potranno I filologi agevolmente mettere a confronto col nostro Testo gli e-
sempU allegati nel Vocabolario della Cmaca.
Cflttoi intorno alla Tìta di GioTaani Villani.
Bibliografia dalle Croniche de' tre Villani .'
LIBRO PRIMO.
Pag.
5
6
Cap. L Qaeato libro fi chiama la noova ero-
nioa, nel quale ai tratta di più cose paasate,
e apeaialmente deli^ origine e eominoiamento
della città di Firenze, poi di tutte le muta-
sioni oh* ha avute e avrà per gli tempi : co-
minciato a compilare negli anni della incar-
naaione di Geaù Criato 1300. Comincia il
prolago, e il primo libre 7
Cap. II. Come per la confusione della torre di
Babai ai cominciò ad abitare il mondo . • ivi
Cap. ni. Come ai parti il mondo in tre parti, e
della prima detta Asia 8
Cap. IV. Della seconda parte del mondo detta
Alfirica, e de* suoi confini ivi
Cap. V. Della tersa parte del mondo detta
Europa, e de* suoi confini ivi
Cap. VL Come il re Attalante nato di quinto .
grado di Giafet, figliuolo di Noè, prima ven-
ne in Europa 9
Cap. vii. Come il re Attalante prima edificò la
città di Fiesole ivi
Cap. VUL Come Attalante ebbe tre figliuoli, I-
telo, e Dardano e Sicano 10
Cap. IX. Come Italo e Dardano vennero a con-
cordia a cui doveaae rimanere la città di •
Fiesole e il regno d* Italia ivi
Cap. X. Come Dardano arrivò in Frigia, e e-
dificò la città di Dardania, che poi fa la
grande Troia ivi
Cap. XI. Come Dardano ebbe uno figliuolo ch*eb-
be nome Trìtamo che fii padre di Troie, per
lo quale la città di Troia fu cosi chiamata . ivi
Cap. XIL Dalli re che furono in Troia; e come
Troia fu la prima volta diatrntta al tempo
del re Laomedonte 11
Cap. Xni. Come il buono re Priamo reedificò
la citU di TroU ivi
Cap. XIV. Come Troia fu distrutta per li GrecL ivi
Cap. XV. Come i Greci che ai partirono dal-
r assedio di Troia, quasi tutti arrivarono
male
Cap. XVL Come Eleno figliuolo del re Priamo
co' figliuoli d^Ettore*" si parti di Troia . .
Cap. XVn. Come Antinoro e Priamo il giova-
ne, parliti di Troia, edificaro la città di Vi-
negìa, e quella di Padova
Cap. XVIII. Come Priamo il terzo fu re in A-
lamagna e' suoi discendenti re di Francia .
Cap. XIX. Come Ferramonte fu il primo re di
Francia e* suoi discendenti appresso . .
Cap. XX. Come il secondo Pipino padre di
Carlo Magno fu re di Francia ....
Cap. XXI. Com' Enea si parti di Troia e ar-
rivò a Cartagine in Affrica .....
Cap. XXIL Come Enea arrivò in Italia . .
Cap. XXin. Come il re Latino signoreggiava
Italia, e come Enea ebbe la figliuola per
moglie, e tutto il suo regno
Cap. XXIV. Come Giulio Ascanio figliuolo d'E-
nea fu re appresso lai, e gli re e signori
che discesone di sua progenia ....
Cap. XXV. Come Silvio secondo figlinolo di
Enea fu re appresso Ascanio e come da lui
diacesono gli re de* Latini, d'Albania e di
Roma
Cap. XXVI. Come Romolo e Remo comincia-
rono la città di Roma
Cap. XXVII. Come Noma Pompilio fu re de'Ro-
mani appreaso la morte di Romolo . . .
Cap. XXVni. Come furono in Roma sette re
l*uno appresso Taltro infino a Tarquinio, e
come al suo tempo perderono la aignoria .
Cap. XXIX. Come Roma si resse luogo tempo
per la signoria de* consoli e sanatori, infi-
nochè Giulio Ceaare si fece imperadore .
Cap. XXX. Come in Roma fu fatta la congiu-
rasione per Catellina e suoi seguaci . . .
Cap. XXXI. Come Catellina fece ribellare la
città di Fiesole alla città di Roma . . .
Cap. XXXIL Come Catellina e suoi seguaci furo-
no sconfitti da* Romani nel piano di Piceno .
33
Pag.
12
IVI
IVI
. .
IVI
13
• •
IVI
14
IVI
15
IVI
16
IVI
17
IVI
IVI
18
. .
m
. «
ir
514
INDICE.
Gap. XXXUL Come Metello con sae miliue fe-
ce gaerrt a* Fiesolaiii 19
Gap. XXXIV. Cone *Heiello e FioiÌBO icoDif-
fono i Fiesolani ìtì
Cap. XXXV. Come i Romani la prima volta
aiiediaro Fiesole e come morì Fiorino. . ivi
Cap. XXXVL Come per la morte di Fiorino i
Romani tomaro aU'aaaedio di Fieaole . . 30
Cap. XXXVU. Come la città di Fieaole a* ar-
rendè a^ Romani e fa diatmtta e gnaata ivi
Cap. XXXVin. Come di primo fa edificata la
città di Firenze ivi
Cap. XXXDL Come Ceiare ai parti di Firenie
e andonne a Roma, e fu fatto consolo per
andare contro a* Francesdii 31
Cap. XL. Come i Romani e gl*imperadori ab-
bono insegna, e come da loro V ebbe la
città di Firenze, e altre dttadi .... 23
Cap. XLL Come la città di Firenze fu camera
de* Romani e dello imperio ivi
Cap. XLIL Come in Firenze fa fatto il tempio di
Marti, il quale oggi si cbiama il Duomo di
San Giovanni ivi
Cap. XUII. Racconta del sito della provincia
di Toscana 23
Cap. XUV. Della potenzia e aìgnoria ch^avea
la provincia di Toscana innanzi che Roma
avesse stato 24
Cap. XLV. Questi sono i vescovadi della città
di Firenze ivi
Cap. XLVI. Della citU di Perugia ivi
Cap. XLVn. DeUa città d'Arezzo ivi
Cap. XLVUL Della città di Pisa 25
Cap. XLIX. Della citU di Luca ivi
Cap. L. Della città di Luni ivi
Cap. LL DeUa dttà di Viterbo ivi
Gap. UL Della città d' Orbivieto .... ivi
Gap. lui. Della città dS Cortona ivi
Gap. LIV. DeUa città di Chiusi 26
Gap. LV. Della città di Volterra ivi
Gap. LVI. Della dttà di Siena ivi
Gap. LVIL Toma k storia a' fatti della dtU di
Firenze e come Santo Miniato vi fa marti-
rizzato per Decio imperadore ..... ivi
Gap. LVUL Come Santo Cresd e' suoi compa-
gni fiffono martirizzati nel contado di Fi-
renze 37
Gap. UX. Di Gostantuio imperadore e de* suoi
discendenti, e le mutazioni che ne furono in
Itafia ivi
Gap. LX. Come la fede cristiana fu prima nella
dtU di Firenze 38
Gap. LXL (uu e uui.) Della venuta de* Goti
e de* Vandali in Italia, e come distnmso-
no il paese, e assediare la dttà di Firenze
al tempo di Santo Zenobio vescovo di Fi-
renze ivi
Pag.
LIBRO SECONDO.
Gap. I. Qm comincia il aecondo libro : come la
dtU di Firenze fu distrutta per ToUle Fia-
geUwm Dei re de* Goti e de* Vandali . . 29
Gap. IL Come Totile fece reediflcare la città di
Fiesole 30
Gap. IU. Come Totile si parti di Fiesole per
andare verao Roma, e distrusse molte dt-
tadi, e morì di mala morte iri
Gap. IV. Come i Goti rimasono signori d*I-
talia dopo la morte di Totile .... 31
Gap. V. Còme i Goti furono cacciati la prima
volta d* Italia, e come ricoverare la signoria
per lo giovane Teodorico loro re ... ìtì
Gap. VL Come i Goti al. tutto furono caodati
d* Italia per Belisario patrice de* Romani • SS
Gap. VIL Della venata dei Longobardi in Italia, .iti
Gap. VUL {Qui manca alla Gmntìna^ ma è tra
le rimesse a pag. 932 in fine al volume,')
Del cominciamento della legge e setta de*
Saracini fatta per Maometto 88
Gap. IX. (vn.) De* successori di Jlotario re de*
Longobardi 35
Cap. X. (vili.) Come Carlo Martello venne di*
Frauda in Italia a richiesta della Chiesa
contro a* Longobardi, e 1* origine della dttà
di Siena 36
Gap. XI. (ix.) Come Braco Longobardo re di
Puglia tornò all*nbbidienza di Santa Chiesa . ivi
Gap. XIL (x.) Com^ Telofre re de* Longobardi
perseguitò Santa Chiesa, e come il re Pipino
a richiesta di papa Stefano venne di Fran-
cia e sconfissolo e preselo in
Gap. XIIL (xi.) Come Deuderio figliuolo di Te-
lofire ricomindò guerra a Santa Chiesa, per
la quel cosa Carlo Magno passò in Italia e
sconfisselo , e prese e distrusse la signoria
de* Longobardi 37
Gap. XIV. (xii.) Della Progenia di Carlo Ma-
gno, e di suoi successori iti
Gap. XV. (xni.) Come Carlo Magno re di Frau-
da fu fatto imperadore di Roma .... 88
Gap. XVt. (xiv.) Come appresso Carlo Magno
fu imperadore Lodovico suo figliuolo . • 39
Gap. XVIL (xv.) Come i Saracini di Barberia
passarono in Italia e furono sconfitti e tutti
morti ìtì
(^p. XVm. (xvi.) Ancora come i Saradni pu-
sarono in Calavra e Normandia in Francia . ivi
Gap. XIX. (xvn.) Come, e in cui falli lo*fflperio
e reame di Francia alla progenia di Pipino • 40
Gap. XX. (xvin.) Di quello medesimo, e come
regnare appresso il lignaggio d*Ugo Già*
petta iri
Gap.. XXL (xix.) Confb la la dttà di Firenze
stette guasta e disfatta 350 anni .... in
LIBRO TERZO.
Gap. I. Come la città dì Firenze fa rediflcala
colla potenzia dì Carlo Magno e de* Romani,
tornando alquanto addietro ..... 41
INDICE.
515
Paf.
Cap. n. Della forma e grandeiza, che fa re-
dificata la città di Firenze 42
Gap. III. Come Carlo Magno veniie lo Firense
e brivileggiolla, e fece fare Santo Apostolo. 43
€▲?. IV. Come, e perchè lo *mperio di Roma
tornò agritaliani • • 44
Gap. V. Come Otto primo di Saiaogna passò
in Italia a rìchesta della Chiesa, e abbattè
la signoria degl' imperadorì italici ... ivi
LIBRO QUARTO.
Cap. I. Come V elezione dello ^mperio di Roma
Tenne agli Alamanni, e come Otto primo di
Sassogna fa consegrato imperadore. . . 45
Cap. II. Del terzo Otto imperadore, e del mar-
chese Ugo che fece la badia di Firenze 46
Gap. IIL (^Continua il ii nella Giuntina,') De*
sette prìncipi d^Alamagna eh* hanno a e-
leggere lo'mperadore ivi
Gap. IY. (in.) Della progenia delli re di Francia,
che discesono d'Ugo Ciapetta • . • .47
Gap. V. (iv.) Come Arrigo primo fa fatto im-
peradore 48
Gap. vi. (v.) Come al tempo del detto Anrigo,
ì Fiorentini presono la città di Fiesole, e fe-
cionla disfare ivi
Gap. vii. (vu) Come molti Fiesolani tornarono
■d abitare in Firenze e fecionsi uno popolo
co^ Fiorentini 49
Gap. VUL (vu.) Come la città di Firenze crebbe
lo cerchio, prima di fossi e steccati, poi di
mora ivi
Gap. IX. (vili.) Come Corrado primo fa fatto
imperadore 50
Gap. X. (ix.) De* nobili eh' erano nella città di
Firenze al tempo del detto imperadore C^-
rado : prima di quelli d* intorno al Duomo . ivi
Gap. XL (x.) Delle case de* nobili del quartiere
di porta San Fiero ..•••... 51
Gap. XII. (xi.) Di quelli del quartiere di porta
San Brancazio ivi
Gap. XUI. (xn.) Di quelli del grande quartiere
di porta Santa Maria e di San Fiero Sche-
raggio ivi
Gap. XX. (xix.) De* successori di Ruberto Gui-
scardo che furono re di Cicilia e di Puglia .
Gap. XXL (xx.) Della contessa Mattoide . .
Gap. XXU. (xxi.) Ancora come Arrigo terzo di
Baviera rìcomindò gnerra centra la Chiesa .
Gap. XXUI. (xxu.) Ck)me il detto Arrigo impe-
radore assediò la città di Firenze . . .
Gap. XXIV. (xxui.) Come in questi tempi fu il
gran passaggio d* Oltremare
Gap. XXV. (xxiv.) Come i Fiorentini comincia-
rono a crescere il loro contado ....
Gap. XXVI. (xxv.) Come i Fiorentini vinsono e
disfeciono il castello di Prato • . • •
Gap XXVII, (xxvi.) Come fu eletto imperadore
Arrigo quarto di Baviera, e come perseguitò
la Chiesa
Gap. XXVUL (xxvii.) Come alla fine il detto Ar-
rigo quarto imperadore tornò ali* obbedienza
di Santa Chiesa
Gap. XXIX. (xxviu.) Come i Fiorentini sconfis-
sero il vicarìe d* Arrigo quarto imperadore
Gap. XXX. (xxix.) Come nella città di Firenze
per due volte s'apprese il fuoco, onde arse
quasi gran parte della città
Gap. XXXI. (xxx.) Come i Pisani presono Maioli-
ca, e* Fiorentini guardarono la città di Pisa .
Gap. XXXII. (xxxi.) Come i Fiorentini presero
e disfecero la rocca di Fiesole . . • •
Gap. XXXIII. (xxxii.) Ove si pigliano le misure
delle miglia del contado di Firenze . .
Gap. XXXIV. (xxxiu.) Come Ruggerì duca di
Paglia ebbe guerra colla Chiesa e poi si ri-
conciliò col papa, e come poi furono in Ro-
ma dae papi a uno tempo
Gap. XXXV. (xxxiv.) Conta del secondo pas-
saggio d'oltremare
Gap. XXXVL (xxxy.) Come i Fiorentini disfe-
ciono il castello di Hontebuono ....
Gap. XXXVII. (xxxyl) C^me i Fiorentini toona
sconfitti a Montedicrooe da* conti Guidi • .
Gap. XXXVIII. (xxxvii.) CJome i Pratesi furono
sconfitti da' Pistoiesi a Carmignaio . . •
LIBRO QUINTO.
Pag.
55
56
57
58
IVI
IVI
IVI
59
IVI
60
IVI
. .
IVI
• •
IVI
61
IVI
. .
IVI
62
IVI
IVI
Gap. XIV. (xiu.) Come in quelli tempi era poco
abitato Oltrarno ivi [Gap. L Qui comincia il quinto libro: come il
Gap. XV. (xiv.) Come fu fatto imperadore Ar- primo Federigo detto di Stuffo di Soave fa
rigo secondo detto terzo, e le novità che imperadore di Roma, e de* suoi discendenti,
furono al suo tempo 52 conseguendo i fatti di Firenze che furono
Gap. XVL (xv.) Come Arrigo terzo fu fatto im- a* loro tempi e di tutta Italia
peradore, e le novità d* Italia che furono Gap. IL Come papa Alessandro tornò di Francia
al suo tempo, e come la corte di Roma fu a Vinegia, e lo 'mperadore venne alle sue
in Firenze ivi comandamenta
Gap. XVn. (xvi.) Come santificò Santo Giovanni Gap. III. Come lo *mperadore Federigo Barba-
Gnalberti cittadino di Firense, e padre del- rossa si riconciliò colla Chiesa, e passò ol-
r ordine di Valembrosa 53 tremare, e là morfo
Gap. XVIÌL {xvii.) Narrazione di pih cose che Gap. IV. (iome il re di Francia e quello d' In-
furono a questi tempi ivi ghilterra andarono oltremare al passaggio .
Gap. XIX. (xyiiL) Di Ruberto Guiscardo e dei Gap. V. Come i Fiorentini sconfissone gli Aretini
suoi discendenti i quali furono re di Cicilia Gap. VL Come si cominciò la prima guerra da*
e ài doglia . . . ' . . . . • . . 541 Fiorentini a' Sanesi
62
64
m
. «
IVI
65
IVI
516
INDICE.
Gap. vii. Como «di prima fa edifioato fl nobile
e forte caf teDo di Poggiboniszi, e quello di
Colle di Valdelsa
Cap. VUI. De* grandi fuochi che furono nella
città di Firenze
Cap. IX. Come in Firenze ai cominciò batta-
glia cittadina tn, gli liberti e la signoria de*
conaoH
Cap. X. Come i Fiorentini presono il castello
di Montegrossoli
Cap. XI. Come i Fiorentini presono il castello
di Fogna
Cap. XIL Come Federigo primo imperadore tolse
il contado alla città di Firenze, e a più altre
dttà di Toscana
Cap. XnL Come i Fiorentini si crociaro e an-
darono oltremare al conquisto di Damista, e
però ne libererò il contado loro . . .
Cap. XIV. Come i Fiorentini ebbono il braccio
del beato apostolo Santo Filippo • . •
Cap. XV. Come il papa paciflcò i Pisani e* Ge-
novesi per fornire il passaggio d* Oltremare .
Cap. XYI. Come Arrigo di Soavia fu fatto im-
peradore per la Chiesa, e datogli per mo-
glie Costanza reina di Cicilia ....
Cap. XYIL Come lo *mperadore Arrigo con-
quistò il regno di Puglia
Cap. XYIDL Come Arrigo imperadore si ribellò
dalla Chiesa e funne persecutore, e com* egli
morie
Cap. XDL Come Otto quarto di Sassogna fu e-
letto imperadore
Cap. XX. Come iscurò tutto il corpo del sole .
Gap. XXI. Come i Samminiatesi disfecero la loro
terra per discordia
Gap. XIL Come i Fiorentini comperarono Mon-
tegrossoli
Gap. XXIIL Come fu fatto papa Innocenzo terzo.
Gap. XXIV. Come si cominciò V ordine de' frati
minori
Cap.*XXV. Come si cominciò T ordine de* frati
predicatori
Gap. XXVI. Come i Fiorentini disfeciono il ca-
stello di Frondigliano
Gap. XXVII. Come i Samminiatesi disfeciono San-
gimegio, e tornarono ad abitare al poggio .
Gap. XXVin. Come i Franceschi e* Viniziani
presono Costantinopoli
Gap. XXIX. Come i Tartari scesono le mon-
tagne di Gog e Hagog
Gap. XXX. Come i Fiorentini disfeciono il ca-
stello di Simifònti e quello di Gombiata
Gap. XXXI. Disfacimento di Montelupo, e come
i Fiorentini ebbono Montemurlo ....
Gap. XXXII. Come i Fiorentini elessouo di pri-
ma podestade
Gap. XXXIU. Come i Fiorentini sconfissono i
Sanasi a Montalto
Gap. XXXIV. Come i Ssnesi richiesono di pace
i Fiorentini ed ebbonla
Gap. XXXV, Come Otto quarto fu coronato im-
P«g.
65
66
IVI
67
IVI
IVI
IVI
IVI
68
IVI
69
IVI
• •
IVI
• •
IVI
• «
IVI
70
• •
IVI
IVI
a •
IVI
IVI
. *
IVI
• •
m
71
. .
in
• .
IVI
. .
in
« a
ITI
peradore: e come si fece nimico e perse-
cutore di Santa Chiesa 72
Gap. XXXVL Come vivendo Otto fa eletto im-
peradore Federigo secondo di Soaria a ri-
chiesta della Chiesa di Ron» .... 73
Gap. XXXVn. Come morì il conte Guido vec-
chio, e di sua progenia .ivi
Gap. XXXVnL Come si cominciò parte guelCi •
e ghibellina in Firenze 74
Gap. XXXIX. DeDe case e de* nobifi che di-
vennero guelfi e ghibdlini in Firenze . • ivi
Gap. XL. Come fu presa la città di Damiata per
i cristiani, e poi perduta 75
Gap. XLI. Come i Fiorentini fecero giurare alla
città tutti i contadini, e si cominciò il ponte
nuovo dalla Carraia ivi
Gap. XLIL Come i Fiorentini presono Horten-
nana, e compiessi il ponte nuovo detto dalia
Carraia ivi
LIBRO SESTO.
Gap. I. Come Federigo secondo fu consecrato e
fatto imperadore, e le grandi novitadi che
furono 75
Gap. II. La cagione perchè »i cominciò la guerra
da* Fiorentini a* Pisani 76
Gap. IIL Come i Pisani furono sconfitti da* Fio-
rentini a Gasteldelbosoo ...... 77
Gap. IV. Come i Fiorentini andarono ad oste
a Feggbine, e fedone T Andsa . . . . i^
Gap. V. Come i Fiorentini fecero oste sopra
Pistoia, e guastarla intomo in
Gap. vi. (vi. e vii.) Come i Senesi ricominciare
la guerra ai Fiorentini per Montepulciano • i^
Gap. vii. (viri.) D' uno grande miracolo eh* av-
venne a Santo Ambrogio in Firenze del corpo
di Cristo 78
Gap. Vm. (IX.) Ancora della guerra da'* Fio-
rentini a* Senesi
Gap. IX. (x.) Di novità di Firenze ....
Gap. X. (XI.) Ancora della guerra di Siena
Gap. XL (xii.) Ancora della guerra co* Sanasi .
Gap. XIL (xiu.) Di novità di Firenze . . .
Gap. XDL (xiv.) Come fu fatta pace da'* Fio-
rentini a* Sanasi M
Gap. XIV. (xv.) Come lo *mperadore Federigo
venne in discordia colla Chiesa .... 79
Gap. XV. (xvi.) Come fu fatto accordo da pa-
pa Gregorio e Io *mperadore Federigo . . ivi
Gap. XVL (xvii.) Come la Chiesa ordinò il pas-
aaggio oltremare ond*era capitano lo *nipe-
radere Federigo, il quale, mosso Io stuolo,
si tornò addietro 60
Gap. XVIL (xvni.) Come lo 'mperadore Fede-
rigo passò oltremare, e fece pace col sol-
dano, e riebbe Gerusalem, centra volontà
della Chiesa iri
Gap. XVm. (xix.) Come lo 'mperadore tornò
d' oltremare perchè gli era rubellato il re-
gno, e come ricominciò la guerra colla
Chiesa Si
in
hi
. •
m
hi
hi
LNDICB.
517
Cap. XIX. (xx.) Come lo ^mperadore Federigo
fece ch^ e' Pisani presono in inare i prelati
della Chiesa ohe venieno al concilio . . 81
Cap. XX. (xxi.) Come i Milanesi furono scon-
fitti dallo *mperadore 82
Cap. XXf. (xxu.) Come Federigo imperadore
assediò e prese la città di Faenza • . • ivi
Cap. xxu. (xxiri.) Come lo ^mperadore fece
pigliare il re Arrigo suo figliuolo ... 83
Gap, XXllI. (xxiv.) Come si cominciò la gaerra
tra papa Innocenzio quarto e lo ^mperado-
re Federigo ivi
Gap. XXIV. (xxv.) Della sentenzia che papa
Innocenzio diede al concilio a Leone sovra
Rodano, sopra Federigo imperadore . . ivi
Gap. xxv. (xxyi). Come il papa e la Chiesa fe-
eiono eleggere naovo imperio centra Fe-
derigo dispósto imperadore 84
Gap. XXVI. (xxvii.) Incidenza; e diremo de*
fatti di Firenze 85
Gap. XXVIL (xxviii.) Come, e quando scurò
totto il sole ivi
Gap. xxviii. (xxix.) Della venuU de' Tartari
nelle parti d' Europa infino in Alamagna • ivi
Gap. XXIX. (xxx.) D' uno grande miracolo di
tremuoto ch'avvenne in Borgogna ... 86
Cap. xxx. (xxxi.) D'uno grande miracolo che
si trovò in Ispagna ivi
Cap. xxxi. (xxxii.) Coihe fu rifatto, e poi
disfatto il borgo Sanginiegio ivi
Cap. xxxii. (xxxiii.) Come i Tartari sconfis-
sone i Turchi ^ivi
Cap. XXXIIL (xxxiv.) Come di prima fu cac-
ciata la parto guelfa di Firenze per gli ghi-
bellini e la forza di Federigo imperadore . ivi
Cap. xxxiv. (xxxv.) Come Toste di Federigo
imperadore fu sconfitta da' Parmigiani é dal
legato del papa 88
Gap. xxxv. (xxxvi.) Come i guelfi asciti di
Firenze furono presi nel castello di Capraia, ivi
Gap. xxxvi. (xxxyii.) Come il re Luis di Fran-
cia fu sconfitto e preso da' saracini alla
Monsura in Egitto ivi
Cap. XXXVII. (xxxviii.) Come lo re Enzo fi-
glinolo di Federigo imperadore fu sconfitto
e preso da' Bolognesi 89
Gap. XXXVin. (xxxix.) Come certi ghibellini di
Firenze furono sconfitti nel borgo di Feg-
ghine dagli asciti gaelfi ivi
Cap, XXXIX. (xl.) Come in Firenze si fece il
primo popolo con ordine e gonfaloni per
riparare le forze e le ingiurie che facieno
i ghibellini. . ivi
Gap. xl (xu.) Delle insegne per guerra ch'a-
uva il comune di Firenze 90
Gap. XLL (xui.) Come lo imperadore Federi-
go morì a Firenzuola in Puglia .... ivi
Cap. XLn. (xuu.) Come il popolo di Firenze
rimisono per pace i guelfi in Firenze • . 91
Gap. XLIII. (xliv.) Come al tempo del detto
popolo i Fiorentini sconfissone i Pistoiesi,
Pag.
e poi cacciarono certe case di ghibellini di
Firenze 91
Cap. XLIV. (xiv.) Come lo re Corrado figliuolo
di Federigo imperadore venne d* Alamagna
in Puglia, ed ebbe la signoria del reame di
Cicilia, e come mori 92
Cap. XLV. (xlvi.) Come Manfredi figliuolo na-
turale di Federigo prese la signoria del re-
gno di Cicilia e di Puglia, e fecesi coronare, ivi
Cap. xlvi. (xivn.) Della guerra che fu tra pa-
pa Alessandro e lo re Manfredi .... 93
Cap. XLVIL (xlviu.) Come i Fiorentini sconfis-
sone gli Ubaldini in Mugello .... ivi
Cap. XLVIIL (xux.) Come i Fiorentini presono
Montala, e misono in isconfitta le masnade
de' Sanasi e de' Pisani ivi
Cap. XLIX. (l.) Come i Fiorentini presono
Tizzano e poi sconfissone i Pisani al Pon-
tadera, avendo i Pisani sconfitti i Lucchesi. 94
Cap. L. (li.) Quando fu fatto il ponte a Santa Trinità ivi
Cap. li. (lii.) Come i Fiorentini presono il
castello di Fegghine ivi
Cap. Ln. (un.) Come i Sanasi furono scon-
fitti da* Fiorentini a Montalcino .... ivi
Cap. lui. (liv, lv.) Come di prima si feciono
in Firenze i fiorini dell'oro ivi
Cap. liv. (lvi.) Come i Fiorentini feciono o-
ste a Pistoia ed ebbonla, e poi la città di
Siena, e presono più loro castella. ... 95
Cap. lv. (lvii.) Come i Fiorentini feciono oste
a Siena, e' Sanasi feciono le comandamenta
e fu pace tra loro ivi
Cap. lvi. (lviii.) Come i Fiorentini ebbene il ca-
stello di Poggibonizzi, e quello di Mortennàna ivi
Cap. lvii. (lix.) Come i Fiorentini sconfissone
ì Volterrani, e combattendo presono la città
di Volterra ivi
Cap. LVin. (lx.) Come i Fiorentini andaro ad
oste sopra Pisa, e' Pisani feciono le loro co-
mandamenta 96
Cap. lix. (lxi.) Come il grande cane de' Tar-
tari si fece cristiano, e mandò sua osle col
fratello sopra i saracini in Seria •* . . . ivi
Cap. lx. (lxii.) Come si cominciò la prima
guerra tra* Genovesi e* Viniziani .... ivi
Cap. lxi. (ixni.) Come il conte Guido Guerra
cacciò la parte ghibellina d'Arezzo, e come
i Fiorentini la vi rimisono 97
Cap. LXIL (lxiv.) Còme i Pisani ruppono la pa-
ce; e come i Fiorentini gli sconfissone al
ponte al Sarchio ivi
Cap. LXni. (lxv.) Come i Fiorentini disfecero
la prima voUa il castello di Poggibonizzi . 98
Cap. LXIV. (lxvi.) Incidenza, raccontando uno
grande miracolo del corpo di Cristo ch'av-
ventfe nella città di Parigi ivi
Cap. lxv. (ixvii.) Come il popolo di Firenze
cacciò la prima volta i ghibellini di Firenze,
e la cagione ivi
Cap. LXVL (lxviii.) Come gli Aretini presono
e disfeciono Cortona 99
518
INDICE.
Cap. LXVU. (uux.) Come i Fiorentioi presono
e disfedono il cuiello di Gressa ....
Cap. LXVm. (lxx.) Come il popolo di FireDKO
preie i caitelli dì Vernia, e di Maogont •
Cap. LXIX. (lxu.) Incidenza, de' fatti che ia-
rono in Firenze al tempo del popolo . . .
Cap. LXX. (lxxii.) Come il PagUalooo impera-
tore de' Gred tolse Costantinopoli a* Fran-
ceschi e a' YinizianL
Cap. LXXI. (lxxiu.) D' nna grandissima batta-
glia che fa tra gli re d' Ungheria e quello
di Boemia
Cap. LXXIL (lxxiv.) Come il grande tiranno
Azxolino da Romano fu sconfitto da' Cher-
monesi, e morì in pregione
Cap. LXXIU. (lxxv.) Come furono eletti re de*
Romani il re di Castello e Ricdardo conte
di Comovaglia
Cap. lxxiv. (lxxyi.) Come gli usciti ghibellini
di Firenze mandare in Puglia al re Manfredi
per «occorso
Cap. LXXV. (lxxtii.) Come il comune e popolo
di Firenze fedone una grande oste, inftno
alle porte di Siena col carrocdo. . . •
Cap. LXXVI. (lxxviu.) Come i Senesi e gli usciti
ghibellini di Firenze ebbono dal re Manfre-
di in loro aiuto il conte Giordano con ot-
tocento Tedeschi
Cap. LXXVn. (lxxix.) Come gli usciti ghi-
bellini di Firenze ordinerò d* ingannare e
fare tradire il comune e popolo di Firenze
Cap. LXXYilI. (lxxx.) Come i Fiorentini fe-
dono oste per fornire Montaldno, e furono
sconfitti dal conte Giordano e da* Sanasi a
Montaperti
Cap. LXXIX. (lxxxi.) Come i guelfi di Firenze
dopo la detta sconfitta si partirono di Fi-
renze, e andarsene a Lucca
Cap. LXXX. (lxxxii.) Come la novella della
sconfitta de' Fiorentini fu in corte di papa,
e la profezia che ne disse il cardinal Bianco
Cap. lxxxi. (lxxxui.) Come i ghibellini di To-
scana ordinarono di disfare la città di Fi-
renze, e come messer Farinata degli liberti
la difese
Cap. LXXXn. (lxxxiv.) Come il conte Guido
vicario colla taglia de* ghibellini di Tosuna
andarono sopra Lucca, e ebbono Santa Ma-
ria a Monte, e più castella
Cap. LXXXIIL (lxxxy.) Come gli usciti guelfi
di Firenze mandarono loro ambasciadori in
Alamagna per sommovere Curradino centra
Manfredi
Cap. lxxxiv. (lxxxvi.) Come gli usdti guelfi
di Firenze presono Signa, ma poco la ten-
nono • ' . .
Cap. LXXXV. (lxxxvu.) Come il conte Guido vi-
cario colla taglia di Toscana e colla forza
de* Pisani fedone oste sopra Lucca; per la
qual cosa i Lucchesi a' accordare a pace, e
cacciarono di Lucca gli usciti guelfi. . .
P*g.
99
IVI
IVI
100
IVI
IVI
Ivi
101
IVI
IVI
102
103
104
IVI
105
m
106
IVI
106
107
IVI
in
IVI
Pag.
Cap. LXXXVI. (uxxviii.) Come gU usdti guelfi
di Firenze, e gli altri usdti di Toscana cac-
darotto i ghibellini di Modena, e poi di
Reggio
Cap. LXXXVIL (lxxxix.) Come Manfredi per-
seguitò papa Urbano e la Chiesa co' suoi
saradni di Nocera, e come fu predicata la
croce contro a loro , .
Cap. LXXXVUI. (xc.) Come la Chiesa di
Roma elesse Carlo di Francia a essere re
di Cicilia e di Puglia .108
Cap. LXXXIX. (xci.) Come Carlo conte d'An-
giò e di Proenza accettò la elezione fattagli
di Puglia e di Cicilia per la Chiesa di Roma.
Cap. XC. (xcii.) Incidenza, raccontando del buo-
no conte Raimondo Berlioghieri di Proenza.
Cap. XCL (xchi.) Come in quegli tempi appar-
ve una grande stella comata, e le sue si-
gnificazioni . • 109
LIBRO SBTTIMO.
Cap. L Qui comincia il libro settimo, il quale
tratta dell' avvenimento del re Carlo, e di
molte mutazioni e novitadi che ne seguirono
appresso 110
Cap. Ù. Come i guelfi usciti di Firenze ebbono
r arme di papa Clemente, e come segdrono
la gente francesca del conte Carlo . . • ìtì
Cap. m. Come il conte Carlo si parti di Frau-
da, e per mare si passò di Proenza a Roma .111
Cap. IV. Come il conte Guido di Monforte, colla
cavalleria del conte Carlo passò per Lom-
Iwdia ivi
Cap. V. Come lo re Cario fu coronato in Roma
re di Cidlia, e come incontanente si parti
con sua oste per andare incontro al re Man-
fredi ua
Cap. VL Come il re Carlo avuto il pauo di
Ceppèrano, ebbe per forza la terra di San
Germano • • . i^
Cap. vii. Come lo re Manfredi andò a Beni-
vento, e come ordinò sue schiere per com-
battere col re Carlo US
Cap. VIU. Come il re Carlo ordinò sue schiere
per combattere col re Manfredi ... « ivi
Cap. IX. Come la battaglia dal re Carlo al re
Manfredi fu, e come il re Manfredi fu scon-
fitto e morto U^
Cap. X. Come lo re Carlo ebbe la signoria del
Regno e di Cicilia, e come don Arrigo di Spa-
gna venne a lui . 115
Cap. XL Come i saradni di Barberia passarono
in Ispagna, e come vi furono sconfitti • .11^
Cap. XIL Come i Fiorentini ghibellini assedia-
rono Castelnuovo in Valdarno, e come se ne
partirono a modo di sconfitti vn
Cap. XUL Come in Firenze si fedone i trenta-
sei, e come si diede ordine e gonfaloni al-
l'arti ivi
Cap. XIY. Come in Firenze si levò il secondo
popolo, per la quale cagione il coaie Guido
mDICB.
519
Novello 00* caporali ghibollkii mcirono di Pi-
renio 117
Gap. XV. Come il popolo rimifo i guelfi io Fi-
rense, e come poi ne cacciarono i ghibellini. 118
Cap. XVI. (xtii.) Come cacciali i ghibellioi di Fi-
renze, ti riformò la città d'ordine e di configli 119
Cap. XVIL (xYi.) Come i guelfi di Firense ordina-
rono gli ordini di parte ivi
Cap. XVlll. Come ilsoldano de^saracini prese
Antiocchia . . • ivi
Cap. XIX. Come i guelfi di Firenze prei ono il ca-
•tello di Santellero con molti ribelli ghibellini 120
Cap. XX. Come molte città e terre di Toscana
tornarono a parte guelfe ivi
Cap. XXI. Come il maliscaloo del re Carlo co*Pio-
rentini fbciono oste ■ Siena, e come il re
venne in Firenze, e prese Poggibonizzi . . ivi
Gap. XIQL Come il re Carlo co* Fiorentini an- .
darono a oste sopra la dttà di Pisa ... ivi
Gap. XXHL Come il giovane Curradino figliuo-
lo del re Currado, venne d*Alamagna in Italia
contro al re Carlo 121
Cap. XXIV. Come il maliscalco del re Carlo fu
sconfitto al ponte a Valle per la gente di Cur-
radino ivi
Cap. XXV. Come Curradino entrò in Roma, e
poi con sua oste passò nel regno di Puglia . 122
Cap. XXVI. Come 1* oste di Curradino e quella
del re Carlo s' affrontarono per combattere a
Tagliacozzo ivi
Cap. XXVU. Come Curradino e sua gente furono
iconfitti dal re Carlo 123
Cap. XXVUL Della visione eh* avvenne a papa
Clemente della sconfitta di Curradino . • 124
Cap. XXIX. Come Curradino con certi suoi ba-
roni fàrono presi dal re Carlo, e fece loro
tagliare la testa ivi
Cap. XXX» Come lo re Carlo racquietò tutte le terre
di Cicilia e di Puglia che gli s' erano rubellate. 125
ICap. XXXI. Come i Fiorentini sconfissone i Sa-
nesi a.pièi dlColle.di Valdelsa ..... Ivi
Cap. XXXII. Come i Fiorentini presone il ca-
stello d' Ostina in Valdamo 126
Cap. XXXIlIv Come i Fiorentini in servigio de*
Luoohesi andarono a oste sopra Pisa ... ivi
Cap. XXXIV. Come fngrande diluvio d'acqua, e
rovinarono il ponte a Santa Trinità e quello
della Carraia ivi
Gap. XXXV. Come a certi nobili ribelli di Fi-
renze furono tagliate le teste ivi
Gap. XXXVI. Come i Fiorentini presono il ca-
stello di Piandimezzo in Valdamo e come dis-
feciono Poggibonizzi 127
Cap.^ XXXVII. (Manca il seguente num. atta
Giuni.) Come lo re Luis di Francia fece il
patteggio a Tunisi nel quale morie ... ivi
Gap. XXXVHL (xxxix.) Come il re Carlo patteggiò
accordo col re di Tonisi, e partissi Io stuolo. 128
Cap. XXXIX. (xi.) Come fu fatto papa Gregorio
decimo a Viterbo, e come vi fu morto Ar-
rigo figliuolo ieL re jd* Inghilterra . ... ivi
ph.
Gap. XL. (xu.) Come i Tartari scesono in Tur-
chia, e come ne cacciarono i Saraeini . .129
Gap. xu. (xlu.) Come lo re Enzo figliuolo dello
imperadore Federigo mori in pregione in.Bo-
logna ivi
Gap. XLIL (xun.) Come papa Gregorio colla cor-
te venne in Firenze, e fece fare pace tra*
guelfi e* ghibellini ivi
Gap. XLIIL (xuv.) Come papa Gregorio fece
concilio a Leone sopra Rodano 130
Gap. XLIV. (xlv.) Come la parte ghibellina fu
cacciata di Bologna 131
Cap. xlv. (xlvi.) Come il giudice di Gallura
con certi guelfi fu cacciato di Pisa • « • . ivi
Gap. XLVL (^Manca alla Gfitnt/.) D' unc^ grande
miracolo ch'avvenne in Baldacca e Mansnl
oltremare • ivi
Gap. XLVIL Come il conte Ugolino con tutto il
rimanente de* guelfi fii cacciato di Pisa . .132
Gap. XLVIU. Come i Bolognesi fàrono sconfitti
al ponte a San Brocolo dal conte da Monte-
feltro e da*Romagnuoli ..•••.. ivi
Gap. XLIX. Come i Pisani furono sconfitti da'
Lucchesi al castello d' Asciano ^ ... ivi
Gap. L. Della morte di papa Gregorio, e di tre
altri papi appresso iri
Gap. LL Come i Fiorentini e' Lucchesi scoifif-
sono i Piuni al fosso Amonioo . • . .133
Gap. LII. Come furono sconfitti i signori deUa
Torre di lUlano m
Gap. LIIL Come il re [Filippo di Francia fece
pigliare tutti i prestatori italiani . . • .134
Gap. LIV. Come fu fatto papa Niecola terzo de-
gli Orsini, e quello che fece al suo tempa • ivi
Gap. LV. Come lo re Ridolfo della Magna scon-
fisse e uccise il re di Boemia vrì
Gap. LVL Come il cardinale Utino per mandato
del papa fece la pace tra guelfi e^ghibellim
di Firenze e tutte T altre paci della città . 135
Gap. LVU. Come fu il trattato e tradimento, ohe
risola di Cicilia fosse rubellata al re Cario. 136
Gap. LVIU. Come morì papa Niecola degli Orsini,
e fu fatto papa Martino dal Torso di Francia . 137
Gap. LIX. Come il re Pietro d' Arsone giurò e
promise al Paglialooo e a* Cidliani di venire
in Cicilia e prendere la signoria .... ivi
Gap. LX. Come U detto re Piero d' Araona s'ap-
parecchiò di fare sua armata, e come il papa
gliele mandò difendendo iri
Gap. LXL Come e per che modo si mbellò Pi-
sola di Cicilia al re Cario 138
Gap. LXIL Come Io re Cario si compianse alla
Chiesa e al re di Francia e a tutt*i suoi a-
mici,^e r aiuto ch'ebbe da loro .... ivi
Gap. LXni. Come quelli di Palermo e gli altri
Cictliani mandarono a papa Martino loro am-
basciadori 139
Gap. LXIV. Dell* aiuto che '1 comune di Firenze
mandò al re Carlo ivi
Gap. LXV. Come lo re Cario si pose a osta a
Messina per mare e per terra ivi
5sa.
EnHCfi.
ph
Cap. LXVL ComB fai genio M re ebbene IMas-
tOy e oome i Messinesi mandarono per lo le-
gato per trattare accordo col re Carlo • .
Gap. LXVn. Cono si rappe il trattalo dM' ac-
cordo ch'avea menato il legato del re Carlo
a Meesìnesi « . •
Gap. LXVUl. Come Messina fo combatlnta dalla
gente del re Carlo, e come si difosono . •
Cap. LXIX. Come lo re Piero d' Araona si partt
di Catalogna e venne in Cicilia, e oome fn
fatto e coronalo re da' Ciciliani ....
Cap. LXX. Del parlamento che '1 re d* Araona
tenne in Palermo per soccorrere la dttà di
Messina
Cap. LXXI. La lettera che *1 re d* Araona mandò
al re Carlo
Cap. LXXn. Come lo re Carlo tenne sno consi-
glio, e rispnose al re d'Araona per sna lettera.
Gap. LXXIU. Come lo re Carlo rispnose per sna
lettera al re d' Araona
Cap. LXXIV. Como il re d' Araona mandò il
sno ammiraglio per prendere il naTilio del re
Carlo
Cap. LXXV. Colile allo re Cario convenne per
necessità partire dall' assedio diMessna, e
tomossene nel Regno
Cap. LXX vi. Chi Ita il primo re d* Araona cri-
stiano
Cap. LXXVIL Come i Lucchesi arsono egnasta-
reno la terra di Pescia ^ .
Cap. LXXVDL Come Ridolfo eletto imperadore
mandò sno vicario in Toscana
Cap. LXXIX. Come di prima si creò raflcio de*
priori in^FirenEo
Cap. LXXX. Come papa Martino mandò messer
Gianni de Pà conte in Romagna, e come prese
U città di Faeua, e assediò ForU ....
Gap. LXXXL Come BMSser Gianni de Pà conte
dì Romagna fn sconfitto a Fori! dal conte
da Montefeltro
Gap. LXXXn. Come ForU s' arrendè aUa Chiesa,
e fu accordo in Romagna
Gap. LXXXni. (lxxxu per errore di stampa.)
Come il re d* Brminia con grande gente di
Tartari fd sconfitto alla Cammella in Seria
dal soldano d' Bgilto
Gap. LXXXIV. (ulxxiu.) Come ai cominciò la
gaerra de' Genovesi a' Pisani
Gap. LXXXV. (lxxxiv.) Come il prense figlinolo
del re Carlo con hiolta baronia di Francia
e di Proensa passarono per Firenie per an-
dare sopra i Ciciliani
Cap. LXXXVI. (lxxiv.) Come lo re Carlo e lo
re Piero d' Araona s'ingaggiarono di com-
battere insieme a Bordella in Guascogna per
la iMiaa di Cicilia
Gap. LXXXVU. (uulxvi.) Come lo re Piero d'A-
raona Idll la giornata promessa a Bordella,
onde per lo papa fii scomunicato e privato.
Gap. LXXXVUI. (uixivii.) Come in Firenie fu
diluvio d' acque, e grande caro di vittoaglia.
140
ivi
IVI
141
m
142
iTi
• •
ITI
ivi
143
M
. •
IVI
144
a *
in
ivi
145
ivi
146
ivi
ITI
147
IVI
148
Iti
149
150
iri
ITi
P«g.
Cap. LXXXDL (uxxvni.) Come neUa città di Fl-
rense si fece una nobile corte e fetta, ve-
stiti tutti di robe bianche 148
Gap. XG. (lxxxuu) Come i Genovesi feciono gran
danno a' Pisani che tornavano di Sardigna . in
Gap. XGL (io.) Ancora de' futi de* Pisani ce'
Genovesi ....•••.... iti
Gap. XGIL (xcl) Come i Genovesi sconfissone
i Pisani alla Meloria
Gap. XCin. (xcn.) Come Cario prenie di
lemo h sconfitto e preso in mare da Rug-
gieri di Loria coir armata de' Ciciliani • .
Gap. XCIV. (xeni.) Gobm il re Cario arrivò a
Napoli colla sua armata, e poi s' apparec-
chiò per passare in (Scilia
Gap. XCV. (xciv.) Come lo buono re Cario passò
di questa vita alla città di Foggia in Puglia.
Gap. XGVL (xcv.) Come il preme figlinolo del
re Cario Ai condannalo a norie da' Ciciliani,
e poi per la reina Coslanaa nMndalo in Ga-
talognn preso • • • 151
Gap. XCVU. (xcvl) Come in Firenie fìi grasde
diluvio d'acqua, e rovinò parte del poggio
de'Magnoli iti
Gap. XGVIIl. (xcvu.) Come i Fiorentini co' Ge-
novesi e co' Toscani feciono lega sopra i
Pisani, onde i ghibellini furono oneeiati di
Pisa
Gap. XCIX. (xcvm.) Come i Fiorenliy eoaùn-
ciareno a fondare le porle per §ut le nuove
mura alla dttade 153
Gap. G. (xcix.) Delle grandi novitadi che furo
tra' Tartari dal Turigi ifi
Gap. GL (c.) Come i saradni presono e distms-
sono Margatto in Seria
Gap. CIL (ci.) Ck)me fl re Filippo di Francia
andò con grande esercito sopra lo re d'A-
raona
Gap. GUL (cu.) Come lo re d' Araona in scon-
fitto e fedito da' Franceschi, deUa quale fé-
dita poi morie 153
Gap. GiV. (cui.) Come lo re di Francia ebbe
la città di Girone, e come la sua armala fii
sconfitta in suro 154
Gap. GV. (civ.) Come il re di Francia si parli
d' Araona, e morì a Perpignano ... ivi
Gap. GYl. (cv.) Della morte di papa Mtftino
quarto, e 'come fta fatto papa Gnorio de'Ra-
veUi di Roma in
Gap. CVn. (cvl) Come oerlo navilin de' Geno-
vesi furono presi da' Pisani ...... iti
Gap. GYIIL (cvn.) (^me il conte Guido da Mon-
tefeltro signore in Romagna s' arrendè aOa
Chiesa di Roma 155
Gap. GDL (ovm.) Come papa Onorio bmIò IV
bito a' fMi carmellili
Gap. ex. (cix.) Come il vescovo d^Aresio fece
rubelfaire il Poggio a Santa Gidlia nel con-
tado di Siena, e come si racquisiò . . •
Gap. (^L (ex.) Come in Italfai ebbe grande ca-
restia di vittuaglia ^
rn
in
ifi
iti
mDICB.
519
Novello 00* caporali ghibollkii mcirono di Pi-
rense 117
Cap. XV. Come il popolo rìmiie i gaelfl in Ff-
renie, e come poi ne cacciarono i ghibellini. 118
Cap. XVL (xyii.) Come cacciati i ghibellini di Fi-
renze, si riformò la città d'ordine e di consigli 119
Cap. XVIL (xvi.) Come i guelfi di Firenze ordina-
rono gli ordini di parte ivi
Cap. XVIU. Come ilsoldano de^saracini prese
Antiocchia ivi
Cap. XIX. Come i gaelft di Firenze presono il ca-
stello di Santellero con molti ribelli ghibellini 120
Cap. XX. Come molte città e terre di Toscana .
tornarono a parte gnelftì ivi
Cap. XXI. Come il maliscaloo del re Carlo co*Fio-
rentini fbciono oste a Siena, e come il re
venne in Firenze, e prese Poggibonizzì . . ivi
Cap. XXII. Come il re Cario co* Fiorentini an- .
daroBO a oste sopra la dita di Pisa ... ivi
Cap. XXHL Come il giovane Corredino figliuo-
lo del re Currado, venne d*Alamagna in Italia
contro al re Carlo 121
Cap. XXIV. Come il maliscalco del re Carlo fu
sconfitto al ponte a Valle per la gente di Cur-
radino ivi
Cap. XXV. Come Curradino entrò in Roma, e
poi con sua oste passò nel regno di Puglia . 122
Cap. XXVI. Come V oste di Curradino e quella
del re Carlo a* affrontarono per combattere a
Tagliacozzo ivi
Cap. XXVIL Come Curradino e sua gente furono
sconfitti dal re Carlo 123
Cap. XXVIIL Della visione cb* avvenne a papa
Clemente della sconfitta di Curradino • • 124
Cap. XXIX. Come Curradino con certi suoi ba-
roni (orono presi dal re Carlo, e fece loro
tagliare la testa ivi
Cap. XXX. Come lo re Carlo racquietò tutte le terre
di Cicilia e di Puglia che gli a' erano rubellate. 125
IDap. XXXI. Come i Fiorentini sconfissone i Se-
nesi a pia di Colle, di Valdelsa ..... ivi
Cap. XXXII. Come i Fiorentini presono il oa-
stello d* Ostina in Valdamo 126
Cap. XXXDL Come i Fiorentini in servigio de*
Lucchesi andarono a oste sopra Pisa ... ivi
Cap. XXXIV. Come fugrande diluvio d'acqua, e
rovinarono il ponte a Santa Trinità e quello
della Carraia ivi
Cap. XXXV. Come a certi nobili ribelli di Fi-
renze furono tagliate le teste ivi
Cap. XXXVI. Come i Fiorentini presono il ca-
stello di Piandimezzo in Valdamo e come dis-
feciono Poggibonizzi 127
Cap. XXXVIL (Manca il seguente nnm. alla
GiuntJ Come lo re Luis di Francia fece il
passaggio a Tunisi nel quale morie ... ivi
Cap. XXXVm (xxxuc.) Come il re Carlo patteggiò
accordo col re di Tunisi, e partissi lo stuolo. 128
Cap. XXXIX. (xl.) Come fu fatto papa Gregorio
decimo a Viterbo, e come vi fu morto Ar-
rigo figliuolo .del re jd' Inghilterra • ... ivi
ph.
Cap. xl. (xu.) Come i Tartari scesono in Tur-
chia, e come ne cacciarono i Saraeini . .129
Cap. XLL (xui.) Come lo re Bnzo figliuolo dello
imperadore Federigo morì in pregione in.Bo-
logna ivi
Cap. XLIL (xun.) Come papa Gregorio colla cor-
te venne in Firenze, e fece fare pace tra*
guelfi e* ghibellini ivi
Cap. XLin. (xuv.) Come papa Gregorio fece
concilio a Leone sopra Rodano 130
Cap. XLIV. (xlv.) Come la parte ghibellina fu
cacciala di Bologna 131
Cap. xlv. (xlvi.) Come il giudice di Gallura
con certi guelfi fu cacciato di Pisa . « . • . ivi
Cap. xlvi. (^Manca alla Giunl.) D* unc^ grande
miracolo ch'avvenne in Baldacca e MansnI
oltremare W
Cap. XLVIL Come il conte Ugolino con tnlto il
rimanente de* guelfi fh cacciato di Pisa . .133
Cap. XLVIU. Come i Bolognesi forono sconfitti
al ponte a San Brocolo dal conte da Monte-
feltro e da* Romagnuoli M
Cap. XLIX. Come i Pisani furono aconfitti da'
Lucchesi al castello d* Asciano ^ ... ivi
Cap. L. DeUa morte di papa Gregorio, e di tre
altri papi appresso ivi
Cap. LL Come i Fiorentini e* Lucchesi sconfis-
sono i Pisani al fosso Arnonico . • • .133
Cap. LU. Come furono sconfitti i signori deUa
Torre di Milano ì^i
Cap. lui. Come il re [FiUppo di Francia fece
pigliare tutti i prestatori italiani . . • .134
Cap. UV. Come fu fatto papa Niecola terzo de-
gli Orsini, e quello che fece al suo lampa • ivi
Cap. LV. Come lo re Ridolfo della Magna scon-
fisse e uccise il re di Boemia ivi
Cap. LVL Come il cardinale Utino per mandalo
del papa fece la pace tra guelfi e*ghibeUim
di Firenze e tutte 1* altre paci della città . 135
Cap. LVIL Come fu il tratUto e tradimento, che
risola di Cicilia fosse rubeUata al re Carlo. 136
Cap. LVIU. Come morì papa Niecola degU Orsini,
e fu fatto papa Martino dal Torso di Frauda . 137
Cap. LIX. Come il re Pietro d*Araona giurò e
promise al Pagiialoco e a* Cidliani di renire
in Cicilia e prendere la signoria . . • • ivi
Cap. LX. Come il detto re Piero d* Araona s*ap-
parecchio di fare sua armata, e come il papa
gliele mandò difendendo iri
Cap. LXL Come e per che modo si rnbellò Pi-
sola di Cicilia al re Carlo 138
Cap. LXIL Come lo re Carlo si compianse alla
Chiesa e al re di Francia e a lotl*i suoi a-
niici,^e 1* aiuto eh* ebbe da loro .... ivi
Cap. LXni. Come quelli di Palermo e gli altri
Ciciliani mandarono a papa Martino loro am-
basciadori 139
Cap. LXIV. Dell* aiuto che '1 comune di Firenze
mandò al re Carlo ....•••. ivi
Cap. LXV. Come lo re Carlo si pose a oste a
Messina per mare e per terra ivi
5S2
«DICE.
Cap. il Come il popolo di Pirenxe foeiono paoo
co* Pisani, e molte altre notabili to$t . .
Gap. UI. D*ano grande fuoco che fa in Firenie
nella contrada di Tordcoda
Cap, IV. Come si cominciò la foerra intra '1
re di Francia e quello d* Inghilterra . . .
Gap. Y. Come fu eletto e fatto papa Celestino
quinto, e come riButò il papato . . . .
Cap. VI. Come fu eletto e fatto papa Bonifazio
ottavo
Cap. VIL Quando si cominciò a fondare la nuo-
ra Chiesa di Santa Croce di Firenze . . •
Cap. Vili. Come tu cacciato di Firenze il gran-
de popolare Giano della Bella
Gap. IX. Quando bì cominciò a fondare la chie-
sa maggiore di Santa ReparaU
Gap. X. Come messer Gianni di Celona Tenne
in Toscana vicario dM'mpero
Gap. XL Come fu canonizzato Santo Luis re che
fu di Francia
Gap. XII. Come i grandi di Firenze misono la
città a romore per rompere ed abbattere lo
stato del nuovo popolo
Gap. XIII. Come lo re Carlo fece pace col re
Giano d'Araona
Gap. XIV. Come la parte guelfa furono per forza
cacciati di Genova
Gap, XV. De'faltì de' Tartari di Persia . . .
Gap, XVI. Come Maghinardo da Susinana scon-
fisse i Bolognesi e prese la città d* Imola.
Gap^ XVII. Come il popolo di Firenze fece fare
la terra di castello Sangiovanni e Castelfran-
co in Valdamo
Gap. XVIIL Come lo re Giano d' Araona venne
a Roma, e papa Bonifazio gli privilegiò V i-
sola di Sardigaa
Gap. XIX. Come il conte dì Fiandra e quello di
Bari si mbellarono al re di Francia . . .
Gap. XX. Come il conte d*Artese sconfisse i
Fiamminghi a Fomea, e come il re d'Inghil-
terra passò in Fiandra
Gap. XXI. Come papa Bonifazio privò del car-*
dinalato messer Iacopo e messer Fiero della
Colonna
Gap. XXII. Come Alberto d*Osterich sconfisse
e ncdae AtUulfo re d'Abmagna, e oom'egli
fu eletto re de' Romani
Gap. XXIII. Come i Golonneai vennero alla mi-
sericordia del papa, e poi si rabellarono v-
n' altra volta
Gap. XXIV. Come i Genovesi sconflssono i Vi-
niziani in mare •.«......
Gap. XXV. De*grandi tremuotì che furono in cer-
te città d'Italia
Gap. XXVI. Quando si eoaunoiò il palazzo del
popolo di Firenze ove abitano i priori . .
Gap. XXVII. Come fu fatta pace tra *1 comune
di Genova e quello di Vinegia
Gap. XXVUI. Come fu latta pace In *1 comune
di Bologna e '1 marchese da Bsti e Maghinar-
do da Susinana per gU Fiorentini ....
P*g-
170
171
IVI
• •
IVI
172
173
• •
IVI
174
• •
IVI
. .
IVI
IVI
175
ivi
176
IVI
in
IVI
177
in
178
IVI
• •
in
* .
IVI
179
• «
IVI
Gap. XXIX. Coaie il re Giamo d' Araona eeh
Ruggieri di Loria e eoH' armala del re Carle
sconflssono i Ciciliani a capo Orìando . .
Gap. XXX. Come fu fatU pace Ira' Genoveai e'
Pisani
Gap. XXXI. Quando di nuovo si cominciarono
le nuove mura della città di Firenze . • .
Gap. XXXIL Come il re di Francia ebbe a qnelo
tutta Fiandra, e in pregione il conte, e* fi-
gliuoli
Gap. XXXIII. Come il re di Francia a'imparoftlò
col re Alberto d' Alaougna ....*..
Gap. XXXIV. Come il prenze dì Taranto fa scon-
fitto in Cicilia • •
Gap. XXXV. Come Cassano signore de' Tartari
sconfisse il soldano de'aaradni, e preso la
Terra Santa in Scria .•
Gap. XXXVI. Gobm papa Bonifazio ottavo die
perdono a tatti i cristiani eh' andassono n
Roma l'anno del giubileo 1300 . . . •
Gap. XXXVIL (¥afiea aila GmmtmaO Como fl
conte Guido di Fiandra con due snoi figUooU
s' arrendeo al re di* Francia, e come foroio
ingannati e messi in pregione ....
Gap. XXXVOL (xxxvn.) Come si cominciò parto
nera e bianca prin» nella città di Pistoia •
Gap. XXXUL (xxxvut.) Come la città dì Firenzo
si parti e ai sconciò per le dette parli bianen
e nera
Gap. XL (xxux.) Come il cardinale d'Aoqnn-
sparla venne per legato del papa per raceoo-
dare Firenze, e non lo poteo faro ....
Gap. XLl. (u.) Do' nuli e de* pericoli che lo-
guirono alla nostra città appresso . • .
CAf. XLIL (zu.) Di quello medesimo . . .
Gap. XLDI. (xin.) Come papa Bonifiuio mandò
in Francia per messer Cario di Valoia • •
Gap. XUV. (xuu.) Come i Guelfi furono eao-
ciati d*Agobbio, o poi come riooveraro In
terra e cacciame i Ghibellini
Gap. XLV. (xuv.) Come la parte nera furono
cacciati di Pistoia
Gap. XLVI. (xlv.) Come gì' Intemunelli e loro
seguaci furono cacciali di Lucca ....
Gap. XLVlL (xlvl) Come i guelfi nseiti di Genovn
per pace vi furono rimessi
Gap. XLVnL (xiyìl) Come apparve in cielo no
stella cometa
Gap. XLIX. (xLvni.) Come messer Cario di Va-
lois di Francia venne a papa Bonifiuio, o
poi venne in Plrenso e caeoiamo la parto
bianca
Gap. L (xux.) Come BMsser Cario di Valois p«a-
aò in GiciUa per faro guerra per lo ro Cario,
e fece ontosa pace
Gap. LL (l) Come si cominciò la compagna di
Romania •
Gap. lo. (u.) Come i Fiorentini o' Lncchesi fo-
eiono osle sopra la dita di Pistoia, e oomo
ebbono per assedio il castello di SerravaHe .
Gap. lui. (lu.) Come i Fiorontini ebbono fl
179
• •
m
• •
in
180
iti
• «
Iti
m
182
in
• •
m
188
184
m
185
« *
m
. .
in
186
ivi
ivi
188
IVI
IVI
INDICE.
523
casMlo di Pianlreyigne e più altre castola
ch*aveano nabellate i bianchi 189
Gap. LIY. (un.) Come V boia d' Iscbia gettò
maraviglioao faoco ivi
Cap. LV. (uy.3 Come il popolo minato di Brug-
gia ai rabellò tial re di Francia, e oocisono
i Franceichi ivi
Cap. LVL (ly.) Della grande e diiavventorosa
icofitta eh' ebbono i Franceichi a Coltrai da*
Fiamminghi 190
Gap. LYII. ilo slesso nella Giuntina per fallo
ài stampa.) Di .quale lignaggio furono i pre-
lenti conti e aignori di Fiandra . . . .193
Cap. LVilL Come lo re di Francia rifece sua
Dite, e con tutto suo podere venne iopra i
Fiamminghi, e tornossi in Francia con poco
onore , ivi
Cap. LIX. Come Folcieri da Calvoli podestà di
Firente fece tagliare la testa a certi cittadini
di parte bianca 194
Cap. LX. Come la parte bianca e* ghibellini usciti
di Firenze vennero e Fuliciano e partirsene
in isconfitta 195
Cap. LXI. Incidenza, contando come messer
feo Visconti fu cacciato di Milano .... ivi
Cap. LXII. Come si cominciò la questione e ni-
mistà Ira papa Bonifazio e 'i re Filippo di
Francia 196
Cap. LXIII. Come il re di Francia fece [prendere
papa Bonifazio in Anagna a Sciarra della co-
lonna, onde mori il detto papa pochi di ap-
presso ivi
Cap. LXIV. Ancora diremo de' morali eh' ebbe
in se papa Bonifazio : 197
Cap. LXV. Come i Fiorentini ebbono il castello
del Montale, e come feciono oste a Pistoia
co' Lucchesi insieme 198
Cap. LXYI. Come fu eletto papa Benedetto on-
decimo ivi
Cap. LXVIl. Come il re Adoardo d' Inghilterra
riebbe Guascogna, e sconBsse gli Scotti . ivi
Cap. LXVIII. Come in Firenze ebbe grande
novità e battaglia cittadina, per volere rive-
dere le ragioni del comune . . . . . ivi
Cap. LXIX. Come il papa mandò in Firenze per
legato il cardinale da Prato per far pace, e
come se ne parti con onta e con vergogna . 199
Cap. LXX. Come cadde il ponte alla Carraia, e
morivvi molta gente 200
Cap. LXXI. Come fu messo fuoco in Firenze, e
arsene una buona parte della citlade . . .201
Cap. LXXU. Come i bianchi e i ghibellini ven-
nero alle porte di Firenze e andarne in iscon-
fitta ivi
Cap. LXXIII. Come gli Aretini ripresono il ca-
stello di Laterino che *1 teneano i Fiorentini . 203
Cap. LXXIV. Ancora di certe novitadi che fu-
rono in Firenze ne' detti tempi .... ivi
Cap. LXXV. Coinè i Fiorentini feciono oste e pre-
sono il castello delle SUnche a Montecalvi
che '1 teneano i bianphi ....... ivi
Pag.
Cap. LXXVI. Incidenza; tornando alquanto ad-
dietro a raccontare delle storie de' Fiam-
minghi 203
Gap. LXXYU. Come fu sconfitto e preso in mare
messer Guido di Fiandra colla sua armata^ dal-
l'ammiraglio del re di Francia 205
Cap. LXXVUI. Come lo re di Francia sconfis-
se i Fiammiogbi a Monsimpeveri . . ... ìtì
Cap. LXXIX. Come poco appresso la sconfitta
di Monsimpeveri, i Fiamminghi tornarono per
combattere col re di Francia, e ebbono buo-
na pace . 207
Cap. LXXX. Come morì papa Benedetto, e della
nuova elezione di papa Clemente quinto . • ivi
Gap. LXXXI. Della coronazione di papa Cle-
mente quinto, e de'cardinali che fece . . . 209
Cap. LXXXII. Come i Fiorqptini e Lucchesi as-
sediarono e vinsono la città di Pistoia . . ivi
Gap. LXXXliL Come la città di Modona e di
Reggio si rubellarono al marchese da Esti e
come furono cacciati i bianchi e* ghibellini di
Bologna 210
Gap. LXXXIV. Come si levò in Lombardia un fra
Dolcino con grande compagnia d' eretici, e
furono arsi 211
Gap. LXXXY. Come papa Clemente fece legato
in Italia messer Napoleone degli Orsini car-
dinale, e come fu male ricevuto .... ivi
Gap. LXXXYL Come i Fiorentini assediaro ed
ebbono il forte castello di Montaccianico e
disfecionlo, e feciono fare la Scarperia . . ivi
Gap. LXXXYIL Come i Fiorentini raffortìficaro
il popolo, e feciono il primo esecutore de-
gli ordini della giustizia 212
Gap. LXXXYIII. Di grande guerra che si comin-
ciò al marchese da Ferrara, e come morie . ivi
Gap. LXXXIX. Come messer Napoleone Orsini
legato venne ad Arezzo: e dell* oste eh' e'
Fiorentini feciono a Gargosa ivi
Gap. XC. Come morio il buono re Adoardo
d'Inghilterra 213
Gap. XCi. Come il re di Francia andò a Pitteri
a papa Clemente, per fare condannare la me-
moria di papa Bonifazio ivi
Gap. XGU. Come e per che modo fu distrutto
r ordine e magione del tempio di Gerusalem,
per procaccio del re di Francia 214
Gap. XGUL Di novitadi e sconfitte che furono in
Romagna e in Lombardia . . . ... .215
Gap. XCIY. Come fu morto il re Alberto d'A-
lamagna ivi
Gap. XCY. Come la podestà di Firenze si f^ggi
col suggello deirErcole del comune ... ivi
Gap. XCYL Come fu morto il nobile e grande
cittadino di Firenze messer Corso de' Donati ivi
Gap. XGYII. Come arse la chiesa di Laterano di
Roma 217
Gap. XCYIII. Come i grandi di Samminiato dis-
feciono il loro popolo ivi
Gap. XGIX. Come i Tarlati furono cacciati d'A-
rezzo, e rimessivi i guelfi ivi
524
INDICE.
Cap. C. Come gli Ubaldini tornarono a nbbidion-
M del comune di Pirenie 217
Cap. ci* Per che modo fu eletto imperadore di
Roma Arrigo conte di Loiimborgo . . . ìyì
Cap. CII. Come Arrigo impendere fu confer-
mato dal papa 218
Cap. Cnt Come i Yiniiiani preaono la città di
Ferrara e poi la perderò ivi
Cap. CIV. Come il maestro dello spedale preae
l'isola di Rodi 219
Cap. CV. Come il re d' Araona a* apparecchiò
di venire aopra Sardigna ivi
Cap. CVL Come i gnelfl furono cacciati di Pra-
to e poi lo racqniitarono ivi
Cap. CVII. Come i Tarlati tornarono in Arezzo
e oacciame i gnelfl ivi
Cap. CVm. Quando morì «il re Carlo secondo
di Puglia ivi
Cap. CIX. De* segni eh* apparirono in aria . . ivi
Cap. ex. Come i Fiorentini ricominciarono guer-
ra ad Arcuo ivi
Cap. CXT. Come i Lucchesi voUono disfare Pi-
stoia, e* Fiorentini furono contradianti . . ivi
Cap. CXll. Come il re Ruberto fa coronato del
regno di Cicilia e di Puglia 220
Cap. CXUI. Come gli Anconitani furono scon-
fitti dal conte Fedrìgo ivi
Cap. CXIV. Come messer Ubicino Spinoli fu cac-
ciato di Genova e sconfitto ivi
Cap. CXV. Come i Yiniiiani furono sconfitti a
Ferrara ivi
Cap. CXYI. Della guerra de* Yolterrani e queMi
Sangimignano ivi
Cap. CXYU. Come gli Orsini di Roma forono
sconfitti da Colonneai ivi
Cap. CXYUl. Come gente d* Arezzo furono sco-
fittì dal maliacalco de* Fiorentini . . . .221
Cap. CXIX. Come i Fiorentini feciono oste ad
Arezzo • . . ivi
Cap. CXX. Come gli ambasciadori d* Arrigo re
de* Romani vennero in Firenze .... ivi
Cap. CXXI. Di miracolosa gente che a* anda-
rono battendo in Italia ivi
LIBRO NONO.
Cap. I. Come Arrigo conte di Luzimborgo fu
fatto imperadore 222
Cap. II. Come parte guelfa fu cacciata di Yi-
negia ivi
Cap. ih. Delle profezie di maeatro Arnaldo da
Yillanuova ivi
Cap. IY. Come in Ferrara si fece congiura per
ribellare la terra alla Chieaa ivi
Cap. Y. Come i Todini furono sconfitti da*Pe-
rugini . ivi
Cap. YI. Come i guelfi furono cacciati di Spu-
leto ivi
Cap. YIL Come Arrigo imperadore si parti della
Magna per passare in Italia ivi
Cap. Ym. Come il re Ruberto venne in Firenze
tornando dalla sua coronazione
Cap. IX. Come Arrigo imperadore entrò in Ita-
lia, e ebbe la città di Milano
Cap. X. Come i Fiorentini chiusone di fossi lo
nuove cerchie della cittade. ......
Cap. XL Come quegli della Torre furono cac-
ciati di Milano
Cap. XIL Come in Firenze ebbe grande caro
e altre novitadi
Cap. XIII. Come in Firenze vennono reliquie di
Santo Barnaba
Cap. XIY. Come lo *mperadore assediò Cremo-
na, e sua gente ebbe Yicenza ....
Cap. XY. Come lo *mperadore ebbe la città di
Cremona • •
Cap. XYI. Come i Fiorentini per la venuta del-
lo *mperadore trassono di bando tutti i guelfi .
Cap. XYII. Come i Fiorentini con tutte le torre
guelfe di Toscana feciono lega insieme con-
tra lo*mperadore
Cap. XYm. C-ome il re Ruberto fece pigliare
per inganno i ghibellini di Romagna . .
Cap, XIX. (Jè conteso nei nvmero aniece-
dente.') Come il marchese del papa preso
Fano e Pesaro
Cap. XX. (xix.) Come lo*mperadore Arrigo eb-
be la città di Brescia per assedio ....
Cap. XXL (xx.) Come i Fiorentini e' Lucchesi
guemirono le frontiere per la venuta dello*m-
peradore
Cap. XXII. (xxi.) Come papa Clemente diede
legati allo *mperadore Arrigo che *1 coronas-
sonó
Cap. XXIII. (xxii.) Come papa Clemente fece
concilio a Yienna in Borgogna e oanonizzò
Santo Lodovico figliuolo del re Carlo . . •
Cap. XXIY. (xxiii.) Come lo 'mperadore Arrigo
venne nella città di Genova
Cap. XXY. (xxiv.) Come in Arezzo venne vica-
rio d* imperio
Cap. XXYI. (xxv.) Come in Firenze vennero am-
basciadori dello *mperadore, e fnronne cac-
ciati
Cap. XXVn. (xxvi.) Come i Fiorentini manda-
rono loro masnade in Lunigiana per oon-
tradiare i passi allo *mperadore ....
Cap. XXYni. (xxvii.) Come in Genova mori la*m-
peradrice
Cap. XXIX. (xxvui.) Come lo *mperadore fece
suo processo centra i Fiorentini . • . .
Cap. XXX. (xxix.J Di scandalo ch'ebbe in Fi-
renze tra* lanaiuoli
Cap. XXXL (xxx.) Come il re Ruberto mandò
gente a* Fiorentini per contrastare lo 'mpe-
radore
Cap. XXXU. (xxxi.) Come la dtU di Breacia n
rubellò allo *mperadore ....'...
Cap. XXXUL (xxxu.) Come in Firenze ebbe gran-
de novità per la morte di messer Pazzino de*
Pazzi
P»«.
223
m
IVI
224
IVI
. .
m
. .
IVI
225
IVI
m
• •
IVI
IVI
IVI
226
• «
IVI
m
227
in
in
iri
ìtì
in
in
iri
iri
in
INDICE.
525
Cap. XXXIV. (XXX1I1.) Come la città di Cre-
mona ii rnbellò dallo ^mperadore ....
Cap. XXXY. (xxxiv.) Come il maìiacaico dello^m-
peradore giiuiae in Pisa, e cominciò guerra
a* Fiorentini
Cap. XXXVI. (xxxv.) Come i Padovani ai ru-
bollarono dalla aignorìa dello 'mperadore .
Cap. XXXVII. (xxxvi.) Come lo'mperadore Ar-
rigo venne nella città di Pisa
Cap. XXXVin. (xxxvii.) Come gli Spuletini fu-
rono sconfitti da' Perugini
Cap. XXXIX. (xxxvin.) Della rannata che 1 re
Ruberto e la lega di Toscana feciono a Roma
per contrastare la coronazione d'Arrigo im-
peradore .
Cap. XL. (xxxix. j Come lo 'mperadore Arrigo
si partì di Pisa e andonne a Roma . . .
Cap. XU. (xl.) Come messer Galeasso Vi-
sconti di Milano prese la città di Piacenza .
Cap. XLn. (xu.) Come i Fiorentini levarono in
isconfitta i Pisani da Cerretello ....
Cap. XLin. (xiii.) Come Arrigo di Luzimborgo
fu coronato ìmperadore in Roma . . . .
Cap. XLIV. (xun.) Come lo 'mperadore si parli
di Roma per venire in Toscana ....
Cap. XLV. (xliv.) Come lo ^mperadore venne
alla dttà d'Arezzo, e poi come venne verso
la città di Firenze
Cap. XLVI. (xlv.) Come i Fiorentini furono quasi
sconfitti al castello dell' Ancisa da gente del-
lo 'mperadore
Cap. XLYIL (xlvi.) Come T imperadore Arrigo
si puose ad oste alla città di Firenze • .
Cap. XLVIII. (xlvi|.) Come lo 'mperadore si parti
dall'assedio da San Salvi e andonne a San
Casciano, e poi a Poggibonizzi ....
Cap. XLIX. (xlviii.) Come lo 'mperadore si parti
da Poggibonizzi e si tornò in Pisa, e fece molti
processi contro a Fiorentini
Cap. L. (xlix.) Come lo 'mperadore condannò
il re Ruberto
Cap. li. (l.) Come lo *mperadore s'apparecchiò
per andare nel Regno contro al re Ruberto
e si partì di Pisa
Cap. LII. (li.) Come lo 'mperadore Arrigo mo-
rio a Bonconvento nel contado di Siena . .
Cap. LUI. (ui.) Conta come, morto lo 'mpera-
dore, ai divise la sua oste, e' suoi baroni ne
portarono il corpo alla città di Pisa . . .
Cap. LIV. (lui.) Come Federigo detto re di Ci-
cilia, venne per mare alla* città di Pisa . .
Cap. LV. (liv.) Come il conte Filippone di Pa-
via fu sconfitto a Piacenza
Cap. LVI. (lv.) Come i Fiorentini diedono la signo-
rìa di Firenze al re Ruberto per cinque anni .
Cap. LVIL (lvi.) Come gli Spinoli furono cac-
ciati di Genova
Cap. LVin. (lvii.) Come Ugucdone da Faggiuola
signore in Pisa fece molta guerra a' Lucchesi
sicché misono i ghibellini usciti per isforzata
pace in Lucca
Pag.
228
IVI
• »
IVI
. .
IVI
IVI
IVI
IVI
229
. •
IVI
. •
IVI
. «
IVI
230
IVI
IVI
231
232
IVI
IVI
233
m
IVI
IVI
234
. ■
IVI
• •
IVI
IVI
Cap. LIX. (lviii.) Della morte di papa Cle-
mente
Cap. LX. (lix.) Come Uguccione da Faggiuola
co' Pisani presono la città di Lucca, e ruba-
rono il tesoro della Chiesa
Gap. LXI. (lx.) Come messer Piero fratello del
re Ruberto venne in Firenze per signore . .
Cap. LXII. (un.) Come il re Ruberto andò con
grande stuolo sopra Cicilia, e assediò la
città di Trapali
Cap. LXIIL (lxii.) Come i Padovani furono scon-
fitti a Vicenza da measer Cane della Scala .
Cap. LXIV. (lxiii.) Come i Fiorentini feciono pa-
ce con gli Aretini
Cap. LXV. (lxiv.) Come apparve una stella co-
meta in cielo . • • •
Cap. LXVI. (lxv.) Della morte di Filippo re di
Francia e de' suoi figliuoli
Gap. LXVU. (lxvi.) Della elezione che fu fatta
in Alamagna di due imperadori, l' uno il do-
gio di Baviera, e l' altro quello d' Osterich.
Gap. LXVni. (lx?ii.) Come Uguccione signore di
Pisa fece grande guerra alle terre vicine .
Gap. LXIX. (lxvui.) Come coronato il re Luis di
Francia, andò a oste sopra i Fiamminglii, ma
niente v'acquistò
Gap. LXX. (lxix.) Come Uguccione signore di
Lucca e di Pisa fece porre l'assedio al ca-
stello di Montecatini
Gap. LXXI. (lxx.) Come il prenze di Taranto
venuto in Firenze, i Fiorentini uscirono ad
oste per soccorrere Montecatini e furono
sconfitti da Uguccione della Faggiuola . .
Gap. LXXII. (Compreso nel numero anteced.)
Ancora dell» detta battaglia e sconfitta de'
Fiorentini e del prenze. . • ' . . • .
Gap. LXXni. (lxxi.) Come Vinci e Ceretognidi
si rubellarono a' Fiorentini
Gap. LXXIV. (lxxii.) Come ii re Ruberto man-
dò in Firenze per capitano il conte Novello .
Gap. LXXV. (lxxiii.) Come Uguccione fece ta-
gliare la testa a Banduccio Bonconti e al fi-
gliuolo, grandi cittadini di Pisa . . . •
Gap. LXXVL (lxxiv.) Come i Fiorentini si divi-
sone tra loro per sette, e feciono bargello .
Gap. LXXVU. (lxxv.) Come si murarono parte
delle mura di Firenze, e fecesi una mala moneta.
Gap. LXXVIII. (lxxvi.) Come Uguccione da
Faggiuola fu cacciato della signorìa di Pisa
e di Lucca, e come Castmccio di prima ebbe
la signorìa di Lucca
Gap. LXXIX. (lxxvii.) Come il conte di Batti-
folle fu vicario in Firenze, e caccionne il
bargello, e mutò stato in Firenze ....
Gap. LXXX. (lxxviii.) Conta di grande fame e
mortalità ch'avvenne oltremonti ....
Gap. LXXXI. (lxxix.) Della elezione di papa
Giovanni ventiduesimo •
Gap. LXXXII. (lxxx.) Come il re Ruberto e' Fio-
rentini feciono pace co' Pisani e' Lucchesi. .
Gap. LXXXin. (ixxxi.) Come i Fiorentini dis-
Pag.
234
235
. .
IVI
IVI
236
. .
IVI
. .
m
ivi
237
IVI
IVI
IVI
238
. .
ITI
ivi
239
. •
IVI
. .
IVI
IVI
240
. .
IVI
ivi
241
1
534
mDICB.
Cat. C. Cob6 ^ Ubtldìii toraaroBO a ibbidiea-
M del coMM di FIreBM 217
Gap. ci. Per che nodo fu eletto inperadore di
RiMM Arrtfo conte di Lesinbor^ ... iti
Gap. CD. Cobo Arrigo inpendore fa coafer-
■ato dal papa 218
Gap. cai Gom i Yiniaiam preaoao la città di
Ferrara e poi la perderò ìtì
Gap. GIV. Goae il Baeatro dello spedale prese
r isola di Rodi 219
Gap. CV. Goae il re d* Araona s* appareecluò
di Teaire sopra Sardifaa ivi
Gap. GYL Goae i fieli furono cacciali di Pra-
to e poi lo racqvistaroBO ìtì
Gap. Cyil Gone i Tarìati toraarono in Areno
e cacdarse i gvelf ivi
Gap. GvilL QiaBdo mori «il re Carlo secondo
di Paglia tri
Gap. gol De* segai ck^ apparirono in aria . . iri
Gap. GX. Gobm i Korentini ricoaunciarono gaer-
ra ad Areno ivi
Gap. cu. Gohm i Lacckesi voUono disfare Pi-
stoia, e* Fiorentini fnrono contradianti . . tri
Gap. GXII. Gobm il re Rab^to fa coronalo del
regno di Gicilia e di PngUa 220
Gap. GXUL GonM gli Anconitani fnrono scon-
titi dal eonte Fedrìgo ìtì
Gap. GXIV. GoaM BMSser UUdno Spinoli fa cac-
ciato di GeaoTa e seonitlo ÌTÌ
Gap. GXV. Cobo ì Vininani furono sconitli a
Ferrara ìtì
Gap. CXYL DeUa gnerra de* YoHerrani e qne^di
Sogiangnano iri
Gap. GXVn. GoaM gli Orsini di Rou fnrono
seonitti da Golonnesi iri
Gap. GXVnL GoaM geaied* Aresio fnrono sco-
liti dal HMlìscnIco de'Fiorentin .... 221
Gap. GXDL Gohm i FlorentÌBi féciono oste ad
Areno • iri
Gap. GXX. Goim gli aaibasciadori d^ Arrigo re
de* RoaMni Tennero in Firensa .... ìtì
Gap. GXXL Di nùraeolosa gente che s* anda-
rono battendo in Italia iri
LIRRO NONO.
Gap. L GoaM Arrigo conto di Latadiorgo fn
fatto iaperadore
Gap. n. Goaae parte gnelfa fa cacciata di Vi-
negìa .
Gap. in. Delk profesie di BMeatro Arnaldo da
YiDannoTa
Gap. IV. GoaM in Ferrara si fece conginra per
rìbeilare la terra alla GUesa
Gap. V. GoaM i Todini fnrono sconMì daTo-
rngini
Gap. VL Goom ì gnell fnrono cacciali di Spo-
leto
Gap. Vn. GoaM Arrigo ìnperadore si parti della
Magna per passare in Italia
222
ITI
• •
ITI
• •
• •
ITI
ÌTÌ
Gap. VDL Gene il re Roberto Tenne m Pirenu
tornando dalla soa coronasione 223
Gap. DL Gohm Arrigo inperadore entrò in Ba-
lia, e ebbe la città di Milano iri
Gap. 2L Gome i Fiorentini cbìnsono di lassi le
naoTO cercbie della dttade. ...... iri
Gap. XL GoaM qoeglì della Torre fvono cac-
ciali di Milaoo 224
Gap. XD. Goom io Fireose ebbe grande caro
e altre noritadi iri
Gap. Xm. Goae in FireoM Tonnono rcBfaie di
Santo Ramaba iri
Gap. XIV. Goaie lo ^nperadore assediò Gresil
na, e soa gente ebbe Vìcenn .... iri
Gap. XV. GonM lo *nipcrndore ebbe fa città di
GreaMMM . 225
Gap. XVL GoaM i Fiorenlìnì per fa Tonata del-
lo *Bperadore traaaono di bendo lotti ì goeli . iri
Gap. XVn. Goom i Fioreotioi eoo lotte fatano
goelfe di Toscaoa fedooo lega iosieoM coo-
tra lo *oiperodore ni
Gap. XVm. Goom fl re Roberto Seco pìgfiore
per iogoono i gbibellfai di RoMgoo . . iri
Gap. XOL ÌÈ compreso mei mrnwtero
ieole.) Gome il Barcbese del popò
Faoo e Pesaro i^
Gap. XX- (xix.) Goom lo^oipcradore Arrigo ek-
be fa città di Rreada per aaaedio . . . . rri
Gap. XXL (xz.) Gome i Fiorentini e'LoedMaì
goeroirooo fa irootiere per fa Tooota éeOo'oi-
peradore ^^^
Gap. XXn. (xxi.) Goom pepo GIomoIo diede
legrà aflo 'aiperadore Arrigo cba *1 coffonos
sooó
Gap. XXnL (xxn.) Gom pape GteMato feco
coocilio 0 Vieona fa Rorgogna e cononinò
Santo Lodorieo iglinolo del re Carlo . . .
Gap. XXIV. (xzm.) Goaae fa 'aiperadoro Arrigo
Tenne nelfa città di GenoTO
Gap. XXV. (xxit.) Goaae fa Amso Tenne tìco-
rio d^iaperìo
Gap. XXVL (xxt.) GonM fa Krenso Tennero ns-
bosciadorì deUo ^aiperodore, e faioooe coo-
cfati W
Gap. XXVn. (xxtl) Goom ì Fioreotini
rono loro auanade fa f<nigfana per
tradiare ì passi aHo *oiperodore ....
Gap. XXVIIL(xitil) Goioe fa GenoTO BMri fa*oi-
peradrioe
Gap. XXDL (xxyol) Goom fa 'aiperadoro faoo
soo prooesso coolro i Fioreotioi ....
Gap. XXX. (xxn.) Di scaodafa cb'ebbe io Fi-
reose tra* lanainoli
Gap. XXXL (xxx.) Goaae il re Roberto
gente a* Florenlioi per eootraatoro fa
radere ^
Gap. XXXn. (zxxl) Gooie fa città di Rroodo oi
robellò alfa 'oiperodore rri
Gap. XXXUL (xxxn.) Goom fa Pinoso ebbe fron-
de oorità per fa aM»rte di oMsser Panico de*
Pani iri
m
m
227
m
ITI
in
m
m
INDICE.
527
Cap. CXXXIV. (cxxxui.) Come Federigo di Ci-
cilia fu scomanicato, e come fece coronare
il AgUaolo del «reame* 253
Cap. CXAXV. (cxxxit.) Come i Fiorentini man-
darono in Frioli per cavalieri ivi
Cap. CXXXYI. (cxxxv.) Come fa il poeta Dante
Alighieri di Firenze ivi
Cap. «CXXXVn. (cxxzvi.) Come i Fiorentini rì-
masono fuori della signoria del re Ruberto
e feciono parte delle mura della città • . 254
Cap. CXXXVIIL (cxzxvu.) Come il re d' In^
ghilterra fece uccidere il cugino e più iuoi
baroni, e come gli Scotti gli cominciarono
guerra ivi
Cap. CXXXIX. (cxxxviu.) Come i Perugini eb-
bono la città d' Ascesi per assedio ... ivi
Cap. CXL. (cxxxix.) Come la parte ghibellina
furono cacciati di Fano ivi
Cap. CXLI. (cxl.) Come Federigo conte da
Montefeltro fu morto a remore da quegli
d* Urbino ivi
Cap. CXLII. (per fallo cxl.) Come la città d'O-
simo si rendè alla Chiesa 255
Cap. CXLIII. (cxu.) Come la città di Recanati si
rendo alla Chiesa, e come il marchese la
fece disfare ivi
Cap. CXUY. (cxlii.) Come i Visconti signori
di Milano furono scomunicati, e come la Chie-
sa fece venire centra loro il dogio d' Oste-
nti ivi
Cap. CXLY. (per fallo cxuv.) Come i signori
di Milano sotto trattato d'accordo colla Chie-
sa corruppono il dogio d* Osterich, sicché
si tornò in Alamagna • ivi
Cap. CXLVI. (cxlv.) Come i Pistoiesi fedone
trìegua con Castruccio centra '1 volere de' Fio-
rentini 256
Cap. CXLVII. (cxlvì.) Come in Siena ebbe re-
more e novitade ivi
Cap. CXLVIIL (cxivii.) Come i ghibellini di
Colle Tollono prendere la terra e furono
sconfitti ivi
Cap. CXLIX. (cxiviu.) Come il soldano della Se-
ria corse e prese quasi tutta V Erminia . . ivi
Cap. CL -(cxux.) Come il re Tunisi cacciato di
signoria la racqnistò . • ivi
Cap. CLL (ci.) Come il vescovo d'Areizo co-
minciò guerra a* Conti, e prese Castelfoco-
gaano ivi
Cap. CLn. (cu.) Come Romeo de' Feppoli e suo
seguito vennono per prendere Bologna e an-
darne in isconfitta 257
Cap. CLUI. (cui.) De'romori e grandi novità
eh' ebbe nella città di Pisa per la setta de'
cittadini ivi
Cap. CLIY. (cuii.) Come Castruccio fece uno
grande cutello in Lucca ivi
Cap. CLV. (ouv.) Come il re di Tunisi fu rì-
oacciato della signoria • . . . . . .258
Cap. CLYI. (clv.) Come morì messer Maffeo Vi-
sconti capitone di Milano ivi
Cap. CLVn. (clvi.) Come nella Chiesa di Roma
nacque grande quislione sopra la povertà di
Cristo
Cap. CLVIII. (clyii.) Come in Firenze s* ordinò
una fiera, e altre novitadi
Cap. CLIX. (clviii.) Di guerra che fu in Cicilia
e in Calavria
Cap. CLX (clix.) Come messer Ramondo di Car-
dona capitano per la Chiesa fu sconfitto al
ponte a Basignano
Cap. CLXI. (cuc.) Conta di grande guerra tra
il re d' Inghilterra e quello di Scozia . .
Cap. CLXII. (clxi.) Come la città d' Osimo si
rubellò alla Chiesa • . •
Cap. CLXIIL (cuiii.) Come i Fiorentini feciono
una grande rannata di gente cred^dosia-
vere alcuna terra di Castruccio . . .
Cap. CLXIV. (cxliii.) Come ambasciadori del
dogio d' Osterich feciono fare triegua in
Lombardia a danno della Chiesa ....
Cap. CLXV. (clxiv.) Come i Pisani in certa
parte ruppono la pace a' Fiorentini . . .
Cap. CLXVI. (clxv.) Come i Fiorentini racqui-
staro il castello di Caposelvoli ....
Cap. CLXVII. (clxvi.) Come il signore di Man-
tova e quello di Verona vennono a oste a
Reggio
Cap. CLXVlll. (clxvu.) Come nella città di
Parma ebbe battaglia tra' cittadini . . .
Cap. CLXIX. (clxviii.) Come i signori di Ra-
venna s'uccisone insieme
Cap. CLXX. (clxjx.) Come gli usciti di Geno-
va abbono Albingano
Cap. CLXXI. (clxx.) Come papa Giovanni fe-
ce battere moneta, fatta come il fiorino
d'oro
Gap. CLXXH. (clxxi.) Come il re di Francia
lasciò la prima moglie, e prese la figliuola
che fu d'Arrigo imperadore
Cap. CLXXIIL (clxxii.) Come il r6 Ruberto
voUe essere morto a Vignone ....
Cap. CLXXIV. (clxxiu.) Come i Fiorentini ri-
feciono Casaglia, e ripresone le ville e po-
poli d'Anpinana in Mugello
Cap. CLXXV. (clxxiv.) Come 1' eletto d'Oste-
rich fu sconfitto da quello di Baviera. . .
Gap. CLXXVI. (clxxv.) Come il re d'Unghe-
ria venne sopra il re di Russia ....
Cap. CLXXVIL (clxxvi.) Come gli Ubaldini si
diedono alla signoria de' Fiorentini . . .
Gap. CLXXVUL (clxxvii.) Geme messer Ver-
giù di Landa rubellò Piacenza a messer Ga-
leasso Visconti di Milano ......
Gap. CLXXIX. (clxxviii.) Di grande fortuna che
fu in mare e in terra
Gap. CLXXX. (clxxix.) Come gli Scotti scon-
fissone (^l'Inghilesi
Gap. GLXXXI. (clxxx.) Come messer Calcasse
Visconti fu cacciato di Milano
Gap. GLXXXII. (clxxxi.) Come Mencia fu pre-
sa e corsa per quegli di Milano • • • «
Pag.
258
• «
IVI
• •
IVI
IVI
259
. .
IVI
IVI
IVI
260
■ •
IVI
ivi
• •
IVI
• •
IVI
. .
IVI
m
261
IVI
IVI
. .
IVI
• •
IVI
• •
IVI
262
IVI
IVI
• •
IVI
263
5S8
INDICE.
Cap. CLXXXm. (CLxzxu.) Cone certi deUt ca-
sa de' Tolonei fedono grande gaem nel
contado di Siena • • 863
Cap. CLXXXIY. (clxxxiu.) Come mesaer 6a-
leaaso Visconti ritornò in Milano • • . ivi
Cap. CLXXXY. (clxxxiv.) Come Luis d'Univer-
sa fa fatto conte di Fiandra ivi
Cap. CLXXXVI. (clxxxv.) Del grande freddo
che fa in Italia e carestia ivi
Cap. CLXXXVIL (clxxxvI.) Come i Fiorentini
mandarono loro gente In Lombardia sopra
Milano . S64
Cap. CLXXXVIII. (clxxxvo.) Come gli usciti
di Genova furono sconfitti e levati dall^asse-
dio di Genova ivi
Cap. CLXXXIX. (cuuucvm.) Come il re di Tu-
nisi cacciato ricoverò la signoria. . • . ivi
Cap. CXC. (clxxjcu.) Come la città di Tortona
s'arrendo alla Chiesa e al re Ruberto. . . ivi
Cap. CXCL (cxc.) Come V oste di Milano fu-
rono sconfitti da quegli della Chiesa in sul
fiume d'Adda ivi
Cap. CXCII. (cxci.) Come i Padovani si paci-
ficaro insieme co' loro usciti 265
Cap. CXCIIL (cxai.) Come Castruccio riacqui-
stò certe castella di Garfagnana che gli e-
rano fatte rubellare per gli Fiorentini • . ivi
Cap. CXCIY. (cxciii.) Come pace fu tra Te-
letto imperadore di Baviera e quello d'Osterioh ivi
Cap. CXCV. (cxciv.) Come Alessandria in Lom-
bardia si rendè al legato del papa e al re
Ruberto ivi
Cap. CXCVI. (cxcv.) Come il dogio di Baviera
eletto imperadore mandò al legato in Lom-
bardia che non guerreggiasse le terre del-
lo ^mperio ivi
Cap. CXCVU. (cxcvi.) Come la città d'Orbino
si rubellò alla Chiesa ivi
Cap. CXCVm. (cxcvu.) Come giudice d'Ar-
borea di Sardigna si rubellò da' Pisani a pe-
tizione del re d'Araona ivi
Cap. CXCIX. (txcvili.) Come messer Marco
Visconti di Milano fu sconfitto dalla gente
della Chiesa 266
Cap. CC. (cxcix.) Come il conte di Gorizia
mori per veleno ivi
Cap. CCL (ce.) Come il conte Novello venne
in Firenze per capitano di guerra • . • ivi
Cap. CCn. (coi.) Come grande scandalo fu nel-
l' oste della Chiesa a Monda ivi
Cap. CCIIL (ccu.) Ancora di grande scandalo
che fu in Piacenza tra la gente della Chiesa . ivi
Cap. CCIV. (ccui.) Come i Fiorentini per let-
tere di papa fedono imposta al cherlcato . ivi
Cap. CCV. (cciv. e ccv.) Come gli Aretini fe-
dono oste sopra la terra d'Ugucdone da
Faggiuola 267
Cap. CCVI. Come lunga triegna fu fatta dal re
d' Inghilterra e quello di Scozia » • . . ivi
Cap. CCVll. Come i Perugini tornarono all'as-
sedio di Spulcio • • • • ivi
Pig.
Cap. CCVm. Come il capitaM) de'soMali frio-
Uni, di' erano co' Fiorentini, se a' andò a
Cutrucdo • • • 267
Cap. CCDL Come Cutrucdo fece oste aUe ca-
stella di Valdarno di ponente ivi
Cap. CCX. ComeNanfus figliuolo del re d'A-
raona andò con sua armata in su l' isola di
Sardigna ivi
Cap. CCXI. Come messer Ramondo di Cardona
•olla gente della Chiesa e della lega di To-
scana e Lombardia paone oste alla città di
Milano 368
Cap. CCXIL Cosm la dttà di MUano fu soc-
corsa, e come l'oste della Chiesa se ne
parti tri
Cap. CCXHL Come quegli di Milano assedia-
ro l'oste della Chiesa in Monda, ma levar-
sene in isconfitta. .••••••• ivi
Cap. CCXIV. Come Cutrucdo venne ad oste a
Prato, e come i Fiorentini vi cavalcarono,
e le novità che ne furono in Firenze • . 269
Cap. CCXV. Come il vescovo .d* Arezzo prese
il cMtello di Rondine 270
Cap. CCXVI. Come Cutelfranco d mbellò a'Bo-
lognesi, e come loriebbono ..... ivi
Cap. CCXVU. Come died. galee de' Genoved
furono prese da' Turchi per tradimento . ivi
Cap. CCX Vili. Come Santo Tommaso d'Aquino
fu canonizzato da papa Giovanni .... ivi
Cap. CCXIX. Di grande novitade eh' ebbe in
Firenze per cagione degli sbanditi • . . ifi
Cap. CCXX. Come Cutrucdo guastò le cutella
di Valdarno di sotto 271
Cap. CCXXl. Come quegli di Bruggia in Fian-
dra presono e arsone il porto delle Schiuse, iti
Cap. CCXXII. D' uno vento putilenzioso che fìi
in Italia e in Francia • M
Cap. CCXXIU. Come quegli di Bergamo furono
sconfitti da gente della Chiesa • • . . ivi
Cap. CCXXIV. Come i mercatanti viniziani scon-
fissono gì' Inghilui in mare iW
Cap. CCXXV. Come i Fiorentini perdorono il
cutello della Trappola con loro vergogna . M
Cap. CCXXVl. Come il vescovo d'Arezzo ebbe
la dttà di Cutello per tradimento • . . 272
Cap. CCXXVn. Come il papa scomunicò Lodo-
vico di Baviera detto imperadore ... ivi
Cap. CCXXVIII. D'una grande tempwU che fu
nel mare maggiore • i^
Cap. CCXXDL Di novità che furono in Firenze
per cagione degli ufid e delle sette • . M
Cap. CCXXX. Come Cutrucdo yoUe pigliare
Pisa per tradimento i^
Cap. CCXXXL Come la gente della Chiesa ab-
bono danno a Carrara in Lombardia . • 273
Cap. CCXXXII. Come il popolo minuto di Fiu-
dra si rubellarono centra i nobili e dislrus-
songli i^
Cap. CCXXXUL Come Cutmcdo prese Fa-
cecchio, e incontanente ne fo cacdato in
isconfitta . M
INDICE.
529
Pag.
Cip. COXXXIV. D' ano grande miracolo eh* ap-
parve in Proenza .*•••••.. 273
Gap. CCXXXV, Come il vescovo d* Arezzo ebbe
e prese la rocca di Caprese 274
Cap. CCXXXVI. Come gli usciti di Piacenza fu-
rono sconfìiti dalla gente della Chiesa . . ivi
Cap. TCXXXVn. Come i Pisani furono sconfitti
in Sardigna dallo *Dfante d'Araona ... ivi
Gap. GCXXXVIIJ. Come i Fiorentini mandarono
in Francia per cavalieri ivi
Gap. CCXXXIX. Come messer Ramondo di Gar-
dena fa sconfitto da quegli di Milano, e preso, ivi
Gap. CCXL. Come il vicario del re Roberto fu
cacciato da* Pistoiesi ivi
Gap. CCXLI. Come i Tartari di Gazzeria corso-
sono Grecia 275
Gap. CCXLU. Come papa Giovanni ancora fece
processo contra 1' eletto di Baviera ... ivi
Gap. GCXLIU. Come Toste di Milano si parti
dair assedio di Mencia con loro danno • . ivi
Gap. CCXUV. Come i Perugini coli* aiuto de*
Toscani ebbono la città di Spoleto . . , ivi
Gap. CCXLV. Di certi ordini fatti in Firenze
contra gli ornamenti delle donne, e di trar-
re di bando isbanditi [ivi
Gap. CCXLVI. Come il papa scomunicò il ve-
scovo d* Arezzo ivi
Gap. CCXLVII. Come il conte Novello prese
Carmignano 276
Gap. GCXLVIII. Come il re di Francia, venne in
Proeoza per procacciare d'essere imperadore. ivi
Gap. GCXUX. Come il re Roberto si parti dì
corte di papa e andonne a Napoli ... ivi
Gap. CCL. Come gente di Milano furono scon-
fltli da messer Arrigo di Fiandra .... ivi
Gap. GCLI. Come i Pisani forono sconfitti un*
altra volta in Sardigoa ivi
Gap. CCLIl. Come gente di Castruccio ricevet-
tono danno a Castelfranco ivi
Gap. GCLUL Come i Fiorentini mandarono a-
ìuto a' Perugini sopra la città di Castello . i?i
Gap. GCLIV. Come il conte Novello si tornò a
Napoli 277
Gap. CCLY. Come il dogio d' Osterich e quello
di Chiarentana passarono in Lombardia con-
tro a messer Cane ivi
Gap. CCLVI. Della grandezza ed edificazione della
città di Firenze alle nuove cerchia e mora . ivi
Gap. CCLVII. (per fallo cclviu.^ Ancora della
edificazione delle mura d* ol^rno .... 278
Gap. GCLVUI. (cclix.) Come gente della Chiesa
furono sconfitti da quelli di Milano • . . 279
Gap. CCUX. (cclx.) Come i Pisani fecero pace
con r infante d* Araono io Sardigna • . ivi
Gap. CCLX. (cclxi.) Come il legato ebbe Castel-
laqoaro ivi
Gap. CCLXL (cclxh ) Come messerFilippo Tedici
di Pistoia tolse la terra air abete da Facciano
600 zio ivi
Gap. CCLXU. (cxlxiii.) Come il re di Francia
tolse por moglie la cogina . . • • • ivi
Pag.
Gap. GCLXHI. (ccuav.) Come ai cominciò gaer«
ra in Goascogna tra '1 re '^di Francia e quello
d'Inghilterra 279
Gap. CCLXIV. (cclxv.) Come il papa Giovanni
scomunicò Lodovico di Baviera eletto re dei
Romani 280
Gap. cclxv. (cclxvi.) Come i Halatosti da Ri-
mine furono sconfitti a Orbino ivi
Gap. GCLXVI. (cclzvu.) Come i ghibeUini di
Romagna vollono pigliare Cesena .... ivi
Gap. GCLXVn. (ccu^iu.) Come il re di Francia
si credette essere eletto imperadore ... ivi
Gap. GCLXVill. (cclxuc.) Come messer Carlo
di Valois acquistò parte di Gnascogna . . ivi
Gap. GCLXIX. (cclxx.) Come i Pistoiesi fedo-
ne triegua con Castruccio contra '1 volere
de' Fiorentini • ivi
Gap. cclxx. (cclxxi.) Come il signore di Milano
riprese Mencia 281
Gap. CCLXXI. (cclxxii.) Come moto stato di
reggimento in Firenze ....... ivi
Gap. CCLXXII. (cclxxiii.) Come il comune di
Firenze acquistò il castello di Lanciolina . . ivi
Gap. cclxxiii. (cclxxiv.) Come in Mogello ai
fece una terra ivi
Gap. CCLXXIV. (cclxxv.) Dell* appello ohe V e-
letto di Baviera fece contro al papa . . • ivi
Gap. cclxxv. (cclxxvi.) Come i marchesi da
Esti tolsono Argenta alla Chiesa ... ivi
Gap. cclxxvi. (cclxxvii.) Della venuta de'ca-
valieri franceschi in Firenze 282
Gap. cclxxvii. (cclxxviii.) Come il legato car-
dinale credette avere la città di Lodi, e furo-
no sconfitti « ivi
Gap. CCLXXVUL (cclxxix.) Come il papa sco-
municò chi facesse contraffare il fiorino d'oro ivi
Gap. cclxxix. (cclxxx.) Come Carmignano si
rendè al comune di Firenze ivi
Gap. CCLXXX. (cclxxxi.) Come il re Ruberto
volle esser morto in Napoli ivi
Gap. cclxxxi. (cclxxxii.) Come il prenze della
Morea passò in Romania ivi
Gap. CCLXXXII. (cclxxxiu.) Come quelli della
terra di Bruggia ai rubellarono al eonte di
Fiandra ivi
Gap. cclxxxiu. (cclxxxiv.) Come in Firenze
ebbe mutazione per cagione delle sette . . 283
Gap. CCLXXXIV. (cclxxxv.) Di motazione mossa
nella città di Siena • * • i^i
Gap. cclxxxv. (cclxxxvì.) Come Castraccio
prese la Sambuca, e* Pistoiesi s* accorda-
rono co' Fiorentini ivi
Gap. CCLXXXVL (cclxxxvii.) Come la taglia de*
cavalieri eh* erano a Castello cavalcarono so-
pra gli Aretini . • ivi
Gap. cclxxxvii. (cclxxxviu.) Come si Iras-
sono de* grandi certe schiatte di Firenze . ivi
Gap. cclxxxviu. Ccclxxxix.) Come Azze Vi-
sconti di Milano prese il borgo San Donnino . 284
Cap. GCLXXXIX. (ccxc.) Come Castruccio volle
fare uccidere il conte Nieri di Pisa . . • ivi
34
5S0
INDICE.
Cap. CCXC. (cczci.) Cobo nuova moneta pio-
dola fi foco in Firento .......
Gap. CCXCI. (ccxcii.) Di mirtoolosa neve che
venne in Toscana
Cap. CCXOIL (ccxciu.) Come Castruccio ordinò
tradimento in Firenze .......
Cap. CCXCIIL (ccxciv.) Come aloono accordo
fa tra gli eletti della k agna
Cap. CCXCIV. (ccxcv.) Come Castmceio tigno-
re di Lacca ebbe la città di Piatoia . . .
Cap. CCXCV. (ccxcvi.) Come meaaer Ramondo
di Cardona venne in Firenze per capitano
di gnerra
Cap. CCXCVL (cczcvii.) Come il duca di Cala-
vra con grande armata andò aopra la Ci-
cilia
Cap. CCXCVH. (cczoyui.) Di segno eh* apparve
in aria
Cap. CCXCVm. (ccxcu.) Come i Fiorentini eb-
bono il castello d* Arlimino
Cap. CCXCIX. (ecc.) Come la gente del marche-
se della Marca fu sconfitta ad Osimo . .
Cap. ecc. (ccci.) L* apparecchiamento delP o-
ste de* Fiorentini
Cap. CCCI. (cccu.) Come Toste de* Fiorentini
andò a Pistoia, e come presono il passo della
Goisciana
Cap. CCCU. (ceni.) Come i Fiorenliai ebbono
Cappiano e '1 ponte, e poi Montefalcone
Gap. CCCIU. (ccciv.) Come il castello d*AUopa-
scio s* arrendè a* Fiorentini
Cap. CCCIV. (cccv.) Come i Fiorentini forono
sconfitti ad Altopascio da Castrnccio . . .
Cap. CCCV. (cccv. È unito colV antecedente.')
Di quello medesimo
Cap. CCCVI. (cccv. £ fino eo^ due anteceden-
ti,) Di quella materia medesima ....
Cap. CCCVU. (cccvi.) (k>me a Cortona fu resti-
tuito il vescovado ........
Cap. CCCYIII. (cccvii.) Come il legato del pa-
pa fece fare oste al borgo a San Donnino .
' Cap. CCCIX. (cccviii.) Come il re d* Araona ri-
cominciò guerra a* Pisani
Cap. CCCX. (cccix.) Come il conte di Fiandra
fu sconfitto e preso a Coltrai da quegli di
Bruggia
Cap. CCGXT. (cccx.) De' fatti di Firenze . . .
Cap. CCCXII. (cccxi.) Come il conte di Savoia
fu scoufilto dal Delfino di Vienna . . .
Gap. CCCXIII. (cccxii.) Come il conte Alberto
da Mangone fu morto, e il suo contado rimue
a* Fiorentini
Gap. CCGXIV. (cccxui.) Come il Monte a San-
savino fu distrutto
Cap. GGGXV. (cccxiv.) Come si compiè pace
tra 1 re di Francia e d* Inghilterra per la
guerra di Guascogna .......
Gap. GGCXVI. (cccxv.) Come i due eletti d*A-
iamagna feciono accordo insieme, e Federigo
d* Osterich fu tratto di pregione ....
Gap. GGCXVil. (cccxvi.) Come Castruccio con
Pag.
284
. .
ivt
• •
IVI
• .
IVI
. .
IVI
285
IVI
• •
IVI
• •
IVI
. .
IVI
286
IVI
• •
IVI
287
• •
IVI
288
• •
IVI
289
• •
IVI
290
IVI
• •
IVI
■ •
IVI
IVI
291
IVI
IVI
sua oste venne in sul contado di Firenze
presso alla città, ardendo e guutando . .
Gap. (XCXVin. (cccxvi. jÈ campre$o ne^on-
teeedemte). Della materia medesima . . .
Gap. GGGXIX. (cccxvii.) Come Castruccio con
Azzo di Milano ritornò con loro oste alla
città di Firenze • . ,
Gap. GCGXX. (cccxvu. È legato eolTanieced,)
Dello stato di Firenze medesimo . • . .
Gap. GCGXXL (cccxvui.) Come il conte Ugo
da Battifolle ritolse certo contado a* Fioren-
tini in Mugello
Gap. GGGXXIL (cccxa.) Como Castruccio ven-
ne a oste a Prato
Gap. GGCXXIlT. (cccxx.) Come Castruccio tornò
in Lucca con grande trionfo per la aoa vit-
toria
Gap. GGGXXIV, (cccxxi.) Come i Fiorentini es-
sendo in male stato si provvidono di mo-
neta e di gente
Gap. CGGXXV. (cccxxii.) Come i Bolognesi fu-
rono sconfitti da messer Passerino signore
di Mantova e di Modena
Gap. GGGXXVI. (cccxxii. Sta coU*anUced.) Di
quello medesimo
Gap. GGGXXVU. (cccxxui.) Come messer Pas-
serino signore di Mantova e di Modona ven-
ne a oste alla città di Bologna ....
Gap. GGGXXVllI. (cccxxiv.) Come Castruccio
fece trattare*falsa pace co* parenti fiorentini
de* suoi pregioni
Cap. CCCXXIX. (cccxxv.) Dell* assedio e per-
dita di Montemurlo
Gap. GGGXXX. (cccxxvi.) Di gente che mandò
il re Ruberto a* Fiorentioi
Gap. CGCXXXI. (cccxxvu.) Della sconfttU che*e*
Pisani ebbono in mare in Sardigna dal re
d* Araona, e come feciono pace . . . -.
Gap. GGGXXXll. (cccxxviii.) Come la gente di
Castruccio eh* erano in Sigoa corsone infi-
no alla città di Firenze
Gap. GGGXXXni. (cccxxix.) Come i Fiorentioi
stanziarono di dare la signoria della città e
contado al duca di Calavra figliuolo del re
Ruberto
Gap. GCCXXXIV. (cccxxx.) Come quegli di
Bruggia in Fiandra furono sconfitti, e Iras-
sono il loro conte di pregione ....
Gap. GGGXXXV. (cccxxxi, cccxxxii.) Come lo *n-
fante figliuolo del re d* Araona tolse le de-
cime del papa
Gap. GGGXXX vi. (cccxxxiii.) Come i Fioren-
tini feciono loro capitano di guerra messer
Piero di Narsi
Gap. GGGXXXVIL (cccxxxiv.) Come per gli ghi-
bellini della Marca fh presa la Roccacontrada .
Gap. CGGXXXVUI. (cccxxxv.) Come Castmceio
arse Saucasciano e venne infino a Peretola
e poi arse e abbandonò Signa
Gap. CGGXXXIX. (cccxxxv. È compreso nel^
Vantecedente») Di quello medesimo . • •
Pif.
291
293
ITI
m
293
ITI
ITI
ITI
294
ITI
ITI
295
m
* •
ITI
m
296
m
m
in
•hi
2»r
ivi
H
INDICE.
581
ITI
298
ITI
• •
ITI
ITI
ITI
m
290
ITI
• •
ITI
Cap. CCCXL. (ecciixTi.) Come i Bolognesi fé-
ciotto pece con meMer PaBierino .... 297
Cap. CCCXLL (ccgxzztil) Come certe nunade
d^Areuo furono sconfitte da quelle deTemgìni ìtì
Cap. CCCXLII. (cccxxxtui.) Come la gente della
Chiesa, capitano messer Vergiù di Landa,
cominciò guerra a Modona , .
Cap. CCCXLIII. (cccxuux.) Come il tcscoto
d'Arezto fece disfare Laterino
Cap. CCCXLIV. (cccxl.) Come i ghibellini della
Marca corsono la città di Fermo, e ruppono
la pace ordinata colla Chiesa .....
Cap. CCCXLY. (cccxu.) Come Castmccio con
sua gente caTalcò in Creti e infine a Empoli
Cap. CCCXLVI. (cccxin.) Come il tcscoto d'A-
rcuo fa priTato dello spiritaale per lo pape,
e come fu eletto legato per Tcnire in To-
scana
Cap. CCCXL vii. (cccxiiii.) Come si ricominciò
guerra in Romsgna
Cap. CCCXLVIU. (cccxut.) Come Castracelo
caTalcò in su quello di Prato, e fece fare u-
na fortezza al ponte Agliana
Cap. CCCXLDC. (cccxlt.) Como Azzo Visconti fe-
ce guerra a' Bresciani, e tolse loro più castella
Cap. CCCL. (cccxlti.) Come messer Piero di
Narsi capitano de' Fiorentini fu sconfitto dalla
gente di Castmccio, e poi mozzo il capo .
Cap. CCCLL (cccxiTn.) Come il duca d'Atene
Tenne in Firenze Ticarìo del duca di CalaTra
Cap. CCCLIL (cccxiTin.) Come Tarmata del re
Ruberto andò in Cicilia, e poi come tornò
in Maremma e nella RiTiera di GenoTa . .
Cap. CCCUII. (cccxux.) Come il legato del
papa arriTÒ in Toscana e Tenne in Firenze .
Cap. CCCLIV. (cccl.) Come trecento caTalieri
di quegli del signore di Milano furono scon-
fitti a Tortona
Cap. CCCLV. (cccu.) Come Tano da Iesi scon-
fisse la gente de* ghibellini della Marca, e come
in Rimino fu fatto uno grande tradimento .
Cap. cccl vi. (cccùi.) Come il duca di CalaTra
Tenne in Siena, ed ebbe la signoria cinque anni
LIBRO DECIMO.
Cap. L Conta della Tenuta in Firenze di Carlo
duca di CalaTra figliuolo del re Ruberto, per
la cui Tenuta fu cagione, che lo re eletto
de' Romani Tenne della Magna in Italia . .301
Cap. n. Di quisUoni che *l duca mosse a* Fio-
rentini per istendere sua signoria ... ìtì
Cap. III. Come il cardinale pubblicò processo
con^a Castmccio e *1 tcscoto d* Arezzo . 302
Cap. IV. Del fallimento della compagnia degli
Scali in Firenze ìtì
Cap. V. Come si murò il castello di Signa per
gli Fiorentini ìtì
Cap. VI. Conta della prima impresa di guerra
cbe^l duca di Calanti fece centra Castmccio. ìtì
Cap. VIL Come la reina d' Inghilterra fece oste
sopra il re suo maritOf e preselo • • • 303
ITI
300
ITI
ITI
a .
ITI
Cap. Vni. (th.) Di quello medesimo • . .
Cap. IX. (tiu.) Come ì Parmigiani e poi ì Bo-
lognesi diedono la signoria al legato del papa
Cap. X. (ix.) Come il re Ruberto e '1 duca mos-
se ì primi patti a* Fiorentini
Cap. XI. (X.) Come alle donne di Firenze fu ren-
duto certo ornamento .
Cap. XII. (xi.) Come il papa fece nnoTO tcscoto
d'Arezzo • . . . .
Cap. Xin. (xii.) Come Castmócio Tolle torre a'
Pisani Vico loro castello ......
Cap. XIV. (xin.) Come più terre di Toscana si
diedono al duca
Cap. XV. (xit.) Di caTalcata fatta sopra Pistoia.
Cap. XVI. (xt.) De' fatU degli usciti di GenoTS .
Cap. XVIL (xvi.) DelF estimo fatto in Firenze.
Cap. XVIIL (xtii.) Come la parte ghibellina fe-
ciono Tcnire in Italia LodoTÌco duca di Ba-
TÌera eletto re de' Romani
Cap. XIX. (per fallo xix.) Come l' eletto di Ba-
TÌera detto BaTaró si fece coronare in Milano
Cap. XX. Di noTÌtadi che fece il popolo di Ro-
ma per r aTTcnnto del BaTaro che si chia-
maTa loro re
Cap. XXI. Come il re Ruberto mandò il prenze
della Morea suo fratello con mille caTalieri
nelle terre di Roma
Cap. XXn. Come al duca di CalaTra nacque uno
figliuolo in Firenze
Cap. XXIII. Come la città di Modona si rubellò
dalla signoria di messere Passerino di MantoTa
Cap: XXIV. Di noTÌtà fatte in Pisa per la coro-
nazione del detto' BaVaro
Cap. XXV. D' uno trattato che '1 duca ordinò
per torre la dtlà di Lucca a Castmccio e fa
discoperto
Cap. XXVL Come il legato cardinale pubblicò
in Firenze ì processi fatti per lo papa sopra
il BaTaro
Cap. XXVU. Della mbellazione di Faenza in
Romagna, il figliuolo al padre ....
Cap. XXVUL De' fatti di Firenze ....
Cap. XXIX. Come il duca e' Fiorentini feciono
oste sopra Castruccio, e presono per forza
il castello di Santa Maria a Monte . . .
Cap. XXX. (per fallo xxxi.) Come Toste de' Fio-
rentini e del duca abbono per forza il ca-
stello d' Artimino
Cap. XXXI. (xxxii.) Come il BaTaro dispnose
della signoria di Milano ì Visconti e misegli
in pregione
Cap. XXXIL (xxxiil) Come il BaTaro, fatto suo
parlamento in Lombardia, passò in Toscana.
Cap. XXXin. (xxxit.) Come il BaTaro si puose
ad assediare la città dì Pisa
Cap. XXXIV. (xxxt.) Come il BaTaro ebbe la
città di Fisa
Cap. XXXV. (xxxti.) Come quegli che fu tc-
scoto d' Arezzo si parti male in accordo
dal BaTaro e tornando ad Arezzo mori in
Maremma .•«•••
Pag.
303
304
ITI
305
. .
IVI
• •
ITI
. .
ITI
. .
ITI
. .
ITI
306
ITI
. .
ITI
ITI
307
308
« •
ITI
• •
IVI
ITI
ITI
309
• •
ITI
ITI
310
. *
ITI
311
• •
IVI
. .
IVI
312
532
INDICB.
Gap. XXXVI. (xxxvii.) Come il papa diede al-
cuna fentenzia coolro al Bavaro ....
Gap. XXXVII. (xxxviii.) Gome il Bavaro fece
Caatniccio duca di Lucca e d'altre terre .
Gap. XXXVIII. (xxm.) Gome il re di Scozia
corte in Inghilterra
Gap. XXXIX. (xl.) Gome il popolo della città
d' Imola fa sconfitto dalla gente della Chiesa.
Gap. xl. (xli.) Gome in Firenze fu arso maestro
Cecco d* Ascoli astrolago, per cagione di
resia
Gap. xli. (xui.) Della morte del gran medieo
maestro Dino di Firenze
Gap. XLIl. (xuii.) Gome messer Cane della Scala
ricominciò guerra a' Padorani ....
Gap. XLIU. (xiiv.) Gome i conti da Santa Fiore
riebbono Msgliano
Gap. XLIV. (xlv.) Gome la gente della Chiesa
osteggiarono Faenza
Gap. xlv. (xlyi.) Quando morì il re Giamo d*A-
raona •
Gap. XLVL (xlvii.) Gome il Bavero diede a Ga-
struccio più castella de' Pisani ....
Gap. XLVII. (xLvin.) Gome il duca fece cacciare
uno popolono di Firenze, perchò aringo con-
tro a lui
Gap. XLVIIL (xux.) Gome il Bavero si partì
di Pisa per andare a Roma
Gap. XLIX. (l.) Come il duca di Galavra si partì
della città di Firenze, e andonne nel Regno
per contrariare al Bavaro
Gap. L. (li.) Gome il borgo a San Donnino s'ar-
rendo alla Chiesa
Gap. li. (lii.) Gome fu fatlo accordo tra* Peru-
gini e la Città di Castello
Gap. lii. (lui.) Gome il papa fece dieci cardinali.
Gap. lui. (liv.) Di certe novità che il legato del
papa foce in Firenze
Gap. liv. (lv.) Gome il Bavaro si partì di Vi-
terbo e andonne a Roma
Gap. lv. (lvi.) Gome Lodovico di Baviera si
fece coronare per lo popolo di Roma per
loro re e imperadore
Gap. lvi. (lvii.) Gome quelli da Fabbriano fu-
rono sconfitti dalla gente della Chiesa . .
Gap. lvii. (lviii.) Conta de* fatti di Firenze .
Gap. LVIIL (lix.) Gome la città di Pistoia fa
presa per lo capitano del duca e de* Fio-
rentini
Gap. LIX. (lx.) Come Castruccio si partì di Ro-
ma dal Bavaro sì tosto come seppe la per-
dita di Pistoia .
Gap. lx. (lxi.) Gome o quando morì Carlo re
di Francia
Gap. LXL (lxii.) Gome in tutta Italia fu cor-
ruzione di febbre
Gap. LXIL (lxiii.) Gome il conte Guglielmo Spa-
dalunga prese Romena e poi la lasciò . .
Gap. LXIIL (lxiv.) Come i Genovesi ripresone il
castello di Volteri
Gap. lxiv. (ixv.) Come si cominciò guerra tra*
Pag.
313
IVI
• •
IVI
• •
IVI
314
• •
IVI
• •
IVI
. .
IVI
• •
IVI
• •
IVI
. a
IVI
315
IVI
IVI
316
• •
IVI
• •
IVI
• •
IVI
• ■
IVI
317
318
• •
IVI
IVI
319
320
• .
IVI
m
IVI
Vinisiani e gli asciti di Genova e que* di
Saona S20
Gap. LXV. (lxvi.) Gome il Bavaro fece comin-
ciare guerra alla città d*Orbivieto . . .321
Gap. lxvi. (lxvu.) Gome il Bavero fece torre
la signoria di Viterbo e il suo tesoro a Sal-
vestro de* Gatti che n* era signore ... ivi
Gap. LXVH. (lxviii.) Gome il cancelliere di Be-
rna si rubellò al Bavaro ivi
Gap. lxviii. (lxix.) Di certe leggi che fece in
Roma Lodovico di Baviera siccome impera-
dore in
Gap. LXIX. (lxx.) Sì come il detto Lodovico
diede sentenzia, e come poteo dispnose pa-
pa Giovanni ventesimosecoodo . . . .323
Gap. lxx. (lxxi.) Gome il figliuolo di messer
Stefano della Colonna entrò in Roma, e pub-
blicò il processo del papa contro al Bavaro . 323
Gap. lxxi, (lxxh.) Come il Bavaro e *l popolo
di Roma feciono legge centra qualunque pa-
pa si partisse di Roma ivi
Gap. LXXn. (lxxiii.) Come Lodovico di Bavie-
ra col popolo di Roma elossono antipapa
coDtra al vero papa
Gap. LXXUI. (lxxiv.) Gome la città d*OsUa fu
presa per le galee del re Ruberto . • •
Gap. lxxiv. (lxxv.) Gome Tantipapa fece set-
te cardinali i^
Gap. lxxv. (lxxvi.) Gome Lodovico di Bavie-
ra si fece ricoronare e confermare impera-
dore al suo antipapa
Gap. lxxvi. (lxxvii.) Come gente del Bavaro
furono sconfitti presso a Nami ....
Gap. lxxvii. (lxxviii.) Come il Bavaro adoperò
con sua oste in Campagna per passare nel
Regno, e come si tornò a Roma. ... ivi
Gap. LXXVIIL (lxxix.) Gome papa Giovanni a-
natemizzò di scomunica il Bavaro e* saoi so-
lfi
324
m
325
guaci
m
Gap. lxxix. (lxxx.) Gome fa pace tra 'I re
d* Inghilterra e quello di Scozia .... ivi
Gap. lxxx. (lxxxi.) Gome Castruccio fece ru-
bellare Montemassi a* Sanasi ivi
Gap. LXXXI. (lxxxii.) Gome fu preso e disfatto
il castello del Pozzo sopra la Guiscìana. . ivi
Gap. LXXXII. (lxxxhi.) Come Castruccio corse
la città di Pisa e fecesene fare signore . . 326
Gap. LXXXIII. (lxxxiv.) Gome i Fiorentini ren-
derono il castello di Mangone a messer Be-
nuccio Salimbeni di Siena ivi
Gap. lxxxiv. (lxxxv.) Come Castruccio pnose
Tassodio alla città di Pistoia ivi
Gap. lxxxv. (lxxxvi.) Come i Fiorentini fe-
ciono grande oste per soccorrere la città di
Pistoia, e come Castruccio Tebbe a patti . 327
Gap. lxxxvi. (lxxxvh ) Come morì il duca
Castruccio signore di Pisa e di Laect e di
Pistoia^ e messer Galeasso de* Visconti di
Milano 328
Gap. LXXXVn. (lxxxviii.) Gome Filippo di Va-
iola fu coronato re di Francia . • . 329
INDICE.
533
Pag.
Gap. LXXXVIII. (lxxxix.) Come il dello re di
Francia sconfisie i Fiammioghi a Caisella . 329
Gap. lxxxix. (xc.) Cerne fa canonizzalo Sanie
Fìelro di Hurrone papa Celeslino . . .330
Cap. XC. (xci.) Come gli uacili di Genova pre-
80DO VoUeri e U riperdero ivi
Cap. XCI. (xcii.) Come quegli di Pavia ruba-
rono la moneta che "1 papa mandava a^ suoi
cavalieri ivi
Cap. XCn. (xcin.) Come la genie del re Rn-
berlo presono Alagna 331
Cap. xeni, (xciv.) Come i ghibellini della Mar-
ca furono cacciali da quelli di Rimini . . ivi
Cap. XCIV. (xcv.) Come nella citlà d^Avigno-
ire fu grande diluvio d^ acqua ivi
Cap. XCV. (xcvi.) Come Alberghellino di Faenza
venne ad accordo col legalo ivi
Cap. XCVL (xcvii.) Come i Parmigiani e^ Reg-
giani ai rubellarono dal legalo e dalia Chie-
•a di Roma ivi
Gap. XCVII. (xcvur.) Come il Bavero, che ai fa-
cea chiamare imperadore, col suo anlipapa
si parli di Roma e venne a Viterbo ... ivi
Gap. XCVIII. (xcix.) Come il Bavero andò a
osle a Boliena con Irallalo d'avere la città
d'Orbivielo 332
Gap. XGIX. (c.) Come il Bavero essendo a Todi
ordinò di venire sopra la città di Firenze, e
Fapparecchiamenlo che feciono i Fiorentini, ivi
Gap. G. (ci.) Come fu morto il tiranno mes-
•er Passerino signore di Mantova. . . .333
Cap. ci. (cu.) Come quegli di Fermo della Mar-
ca presono Sanlupidio ivi
Gap. Cn. (cui.) Come i Senesi abbono Mon-
temassi colla forza de* Fiorentini .... in
Gap. chi. (civ.) Come don Piero di Cicilia
colla sua armala e di quegli di Saona ven-
nono in aiuto del Bavero, e come arrivaro-
no a Pisa là dov' era il detto Bavero . . ivi
Gap. GIV. (cv.) Come messer Cane della Scala
ebbe la signorìa della città di Padova . .334
Gap. cv. (evi.) Come i Fiorentini presono il
castello di Carmignano per forza ... ivi
Gap. GVI. (cyii.) Come il re di Francia fece fa-
re pace Ira *1 conte di Savoia e '1 Delfino di
Vienna 335
Gap. CVU. (cvin.) Come il Bavero andò a Luc-
ca, e dispuose della signorìa i figliuoli dì
Castruccio ivi
Gap. CVIU. (cix.) Come certi della gente del
Bavero si rubellarono da lui, e vennono in
sol Cerruglio di Vivinaia 336
Gap. cix. (ex.) Come il re Ruberto e 1 duca
suo figliuolo mandarono in aiuto de' Fio-
rentini cinquecento cavalierì ivi
Gap. ex. (cxi.) Come mori Carlo duca di Ca-
lavra e signore di Firenze ivi
Gap. CXI. (cxii.) Come i Fiorentini riformarono
la città di signorìa dopo la morte del duca . 337
Gap. CXn. (cxni.) Come io Firenze fu fatta n-
ne imposta sopra il cherìcalo 338
Pag.
Gap. CXIII. (cxiv.) Come sobissò per tremuoti
gran parte della città di Norcia del Ducato
con più castella ivi intorno 338
Gap. GXIV. (cxv.) Come il Bavero nella città
di Pisa condannò papa Giovanni, e papa
Giovanni appo Avignone die sentenzia con-
tro el Bavero ivi
Gap. cxv. (cxvi.) Come T antipapa con suoi
cardinali entrò nella città di Pisa e predicò
contro a papa Giovanni ivi
Gap. CXVI. (cxvii.) Di certe cavalcate che la
gente del cepilano del re Ruberto colla gente
de* Fiorentini feciono sopra il contado di
Pisa iyi
Gap. cxvii. (cxviii.) D*uno certo tradimento
che fu scoperto che si dovea fare in Firenze. 339
Gap. CXVIIL (cxix.) Come rantipapa fece suo
cardinale messer Giovannino Visconti di Mi-
lano . ivi
Gap. CXIX. (cxx.) Come il capitano del Patri-
monio e gli Orbilani furono sconfitti in Vi •
lerbo credendo avere presa la terra. . . ivi
Gap. cxx. (cxxi.) Come i Romani per cerestia
lolsono la signoria di Roma al re Ruberto . 340
Gap. CXXl. (cxxii.) Come il dello anno, e più
il seguente, fu gronde caro di viltuaglia in
Firenze e quesi in tutta Italia ivi
Gap. CXXll. (cxxiii ) Come rantipapa del Ba-
vero fece in Pisa processi contro a papa Gio-
vanni e lo re Ruberto e* Fiorentini ... ivi
Gap. CXXIII. (cxxiv.) Come la parte ghibellina
della Marca presono la città di Iesi, e taglia-
rono il capo a Tano che n*era signore . 341
Gap. cxxiv. (cxxv.) Come gli Aretini ebbero
il borgo a Sansepolcro per assedio . . . ivi
Gap. CXXV^ (oxxvi.) Come il Bavero andò a
Lucca, e fece correre la terra, e dispuose
delle signoria i figliuoli di Castruccio . . ivi
Gap. GXXVI. (cxxvii.) Come i seguaci de* fi-
gliuoli di Castruccio con messer Filippo Te-
dici corsone le città di Pistoia, e come ne
foro cacdati . 342
Gap. GXXVll. (cxxvui.) Come la gente del le-
galo vollono prendere Reggio, e come Forlì
e Ravenne feciono le comandamenla del le-
galo ivi
Gap. GXXVIU. (cxxix.) Come la gente di mes-
ser Cane di Verona furono sconfitti nel ca-
stello di Salò in Bresciana ivi
Gap. GXXIX. (cxxx.) Co'me il Bavero si parti
di Pisa e andonne in Lombardia e fece oste
sopra Milano • ^. • . ivi
Gap. cxxx. (oxxxi.) Come^ la compagnia de*
Tedeschi dal Cerruglio vennono a Lucca e
furono signori delle terra ivi
Gap. CXXXI. (cxxxii.) Come fu falU pace tra*
Fiorentini e* Pistoiesi 343
Gap. CXXXIl. (cxxxiii.) Come il legalo di Lom-
bardia fece fere oste sopra Parma, Reggio e
Modena, e come feciono le sua comanda-
menta 344
534
INDICE.
Cap. CXXXm. (cxxxnr.) Come il legato di To«
scana co* Romani fece oste aopra Viterbo « 344
Cap. CXXXIV. (cxxxv.) Come i Pisani caccia-
rono di Pisa il vicario del Bavaro e le sae
masnade ivi
Cap. CXXXV. (cxxxvi.) Come messer Marco
Visconti venne in Firenze per certi trattati e
poi tornato ia Milano fa morto da' fratelli e
nipote 4 .... . ivi
Cap. CXXXVI. (cxxxvii.) Come le castella di
Valdinievole feciono pace e accordo co' Fio-
rentini • . . • , 345
Cap. CXXXVn. (cxxxvui.) Come i Pisani trat-
tarono di comperare Lucca, e come la gente
de' Fiorentini cavalcarono in su le porte di
Pisa, e come si fece pace tra' Fiorentini e*
Pisani ìtì
Cap. CXXXVm. (cxxxix.) Come i Fiorentini
ripresone il castello d'Ampinana che '1 te-
nea il conte Ugo ìyì
Cap. CXXXIX. (cu.) Come si rnbellò il castello
di Montecatini dalla lega de' Fiorentini . . 346
Cap. CXL. (cui.) Come messer Cane della Scala
ebbe la città di Trevigi e incontanente di
malattia vi mori ivi
Cap. CXLI. (cuu.) Come il legato di Lombar-
dia ebbe la città di Faenia a patti ... ivi
Cap. CXLII. (cxliii.) Como le città di Parma e
di Modena e di Reggio si rnbellarono al le-
gato ivi
Cap. CXLin. (cxuv.) Ancora come i Tedeschi
ch'erano in Lacca voUono venderla per da-
nari a' Fiorentini, e non la seppono prendere, ivi
Cap. CXLIV. (cxlv.) Come messer Gherardino
Spinoli di Genova ebbe poi per danari la si-
gnoria della città di Lacca 347
Cap. cxlv. (cxlvi.) Come i Milanesi e' Pisani
si riconciliarono col papa e colla Chiesa, e
furono ricomunicati per l'ofTese fatte per lo
Bavaro e antipapa ivi
Cap. CXLVI. (cxlvu.) Come il legato di Tosca-
na ebbe Viferbo, e mise in pace tatto il Pa-
trimonio, e simile la Marca ..... 348
Cap. CXLVn. (cxLvm.) Come il Bavaro ranno
ina gente in Parma credendosi avere la città
di Bologna, e poi come si partt d' Italia e
andonne in Alamagna ivi
Cap. CXLVin. (cxlix.) Come la citU di Bolo-
gna volle essere tradita e tolta al legato car-
dinale per lo Bavaro ivi
Cap. cxlix. (ci.) Come i Pistoiesi diedono il
loro castello di Serravalle in guirdia al co-
mune di Firenze 349
Cap. CL. (cu.) Come i figlinoli di Castruccio
volloQO torre la città di Lucca a messer
Gherardino Spinoli ivi
Cap. CLI. (cui.) Come i Turchi e* Tartari ìoob*
fissone i Greci di Costantinopoli ... ivi
Cap. CLIL (cliii.) Come il re d'Inghilterra fece
tagliare la testa al conte di Cantibiera suo
zio e al Mortiffliere. ivi
P«6.
Cap. CLIIL (cuv.) Come i Fiorentini per loro
ordini tolsono tutti gli ornamenti alle loro
donne 350
Cap. CLIV. (clv.) Come messer Gherardino Spi-
nola signore di Locca cavalcò con suo isfor-
zo per fornire Montecatini, e noi potè fornire, m
Cap. clv. (clvi.) Come il maliscalco della Chie-
si e gente del re Ruberto furono sconfitti
presso alla città di Modena da' Modenesi . 351
Cap. CLVI. (clyu.) Come papa Giovanni per
paura non lasciò passare in Proenza il conte
d'Analdo ifi
Cap. CLVIL (clvui.) Come il legato fece oste
sopra Modena, e tornò con poco onore. . ifi
Cap. CLVIII. (cux.) Come i Fiorentini per lun-
go assedio ebbene il forte castello di Mon-
tecatini 352
Cap. CLIX. (cul) Come in Firenze ebbe gran-
de quistione di disfare Montecatini . . . irì
Cap. CLX. O^lxi.) Come in questi tempi scorò
il sole e la luna 353
Cap. CLXI. (clxii.) Come il re Filippo di Francia
venne ad Avignone al papa a parlamentare
con lui ivi
Cap. CLXH. (guuii.) Di certe osti che furono
in Lombardia vn
Cap. CLXIII. (clxiv.) Di certo tradimento ordi-
nato in Pisa, e come i Pisani mandarono preso
l'antipapa a papa Giovanni ad Avignone ivi
Cap. CLXrV. (clxv.) Come il re di Spagna scon-
fisse i saràcini di Granata 854
Cap. clxv. (clxvi.) D' una nuova e bella limo-
sina che uno nostro cittadino lasciò a^ po-
veri di Cristo M
Cap. clxvi. (cuvii.) Di certe no^itadi ch^ ebbe
in Lucca e come per tradimento riebbono
il castello di Buggiano ivi
Cap. CLXVII. (cuiviti.) Come i Fiorentini puo-
sono oste e assedio alla città di Lucca . . iti
Cap. CLXVIIL (clxix.) (k>me le castella di Fu-
cecchio e di Santacroce e Castelfranco di
Valdarno si diedono liberi al comune di Fi-
renze 355
Cap. clxix. (cuix.) Come di prima il re Gio-
vanni di Boemia passò in Italia ed ebbe la
dttà di Brescia e quella di Bergamo . . ivi
Cap. CLXX. (clxxi.) D*uno grande diluvio d'ac-
qua che fu in Cipri e in Ispagna .... ivi
Cap. clxxi. (clxxik) (k>me si trovò il oorpo
di Santo Zenobio 356
Cap. CLXXn. (clxxiu.) Come si levò l' oste de*
Fiorentini da Lucca, e come i Lucchesi si
diedono al re Giovanni di Boemia ... ivi
Cap. CLXXin. (clxxiv.) Come la gente del re
Giovanni cavalcarono in su il contado di
Firenze nella contrada di Greti .... 357
Cap. clxxiv. (cuixv.) Come al re Giovanni fo
data la signoria dì Parma, di Reggio, e di
Modena i^
Cap CLXXV. (clxxvi.) Come si cominciò gran-
de guerra in mare tra' Catalani e' Genovesi 359
INDICE.
535
359
IVI
lYl
IVI
IVI
Pag.
Cap. CLXXVI. (cLxxvii.) Come il popolo di
Colle di Valdelsa nccijOBO il loro capitano
e aigDore, e diedonsi alla guardia de' Fio-
rentini 358
Cap. CLXXVII. (cLxxvin.) Quando •{'comincia-
rono le porte del metallo di Santo Giovanni,
e ai compiè il campanile della badia di Fi-
renze ivi
Cap. CLXXVIH. (clxxix.) Di corti miracoli che
furono in Firenze ivi
Cap. CLXXIX. (clxxx.) D* uno parlamento che
fu fatto intra M re Giovanni e 1 legato di
Lombardia ivi
Gap. Clxxx. (clxxxi.) Come ai divise e partì
la caia de* Malatesti da Rimino . • • .
Cap. clxxxi. (clxxxii.) Come la città di Fi-
renze fa lungamente interdetta ....
Cap. CLXXXII. (cixxxni.) Come il re Giovanni
•i partì di Lombardia, 'e andonne oltremonti
Cap. CLXXXni. (clxxxiv.) Come delle masnade
de' Fiorentini furono sconfitti a Baggiano .
Cap. clxxxiv. (clxxxv.) Come papa Giovanni
ricomunicò i Milanesi e' Marchigiani . .
Cap. clxxxv. (clxxxvi.) De* fuochi che s*ap-
presono nella città di Firenze in questo anno 360
Cap. clxxxvi. (clxxxvh.) Come in Firenze nac-
quono due leoncelli ivi
Gap. CLXXXVlI. (cLxxxvni.) Come i Fiorentini
presono la signorìa di Pistoia .... ivi
Cap. CLXXXVIU. (clxxxix.) Come i Senesi o-
steggiarono e sconfissono i conti da Santa-
fiore, e' Pisani ebbono Massa iri
Cap. clxxxix. (cxc.) Come i Catalani con loro
armata vennono sopra Genova, per la qual
cosa i Genovesi co* loro usciti fecionopace 361
Cap. CXC. (cxci.) Come il legato di Lombardia
fece assediare la città di Forlì e s* arrendè
alni
Cap. CXCL (cxcu.) Come il duca d* Atene passò
in Romania con gente d* arme e non potè
acquistare niente ivi
Cap. CXCn. (cxcm.) D* avvenimenti di guerra
da noi a quo' di Lucca, onde morì messer '
FiUppo Tedici di Pistoia ivi
Cap. CXCIIL (cxciv.) Come il marchese di Mon-
ferrato tolse Tortona al re Ruberto . . .362
Cap. CXCIV. (cxcv.) Come il fiume del Po rup-
pe gli argini dei Mantovani ivi
Gap. cxcv. (cxcvi ) Quando si ricominciò a
lavorare la chiesa di Saita Reparata di Fi-
renze, e fu grande dovizia quello anno • . ivi
Cap. cxcvi. (cxcvit.) Di guerra che fu mossa
in Boemia al re Giovanni ivi
Cap. CXCVU. (cxonn.) Come il re di Francia
promise di fare il passaggio oltremare . . ivi
Cap. CXCVm. (cxcix.) Come gli Aretini vollono
prendere Cortona 363
Cap. CXCIX. (ce.) Come gli usciti di Pisa ven-
nono sopra Pisa, e come i Fiorentini man-
darono loro soccorso ivi
Cap. ce. (cci.) Come i Bolognesi si diedono
IVI
liberamente alla Chiesa, e come il legato fece
uno castello in Bologna
Cap. CCI. (con.) Come il legato fu fatto conte
di Romagna ed ebbe libera la città di Forlì .
Cap. CGIL (coni.) Come il comune di Firenze
ordinò di fare la terra di Firenzuola oltre
Alpe
Cap. CCIII. (cciv.) Come i Turchi per mare
guMtarono gran parte di Grecia. . . .
Cap. CCIV. (ccv.) Come que* della Scala tolso-
no al re Giovanni la città di Breada e di
Bergamo, e come s*ordinò lega da noi a*Lom-
bardi • . • «
Cap. CCV. (ccvi.) D*una grande pugna fatta
sopra Barge, e come i Fiorentini la perderò
Cap. CCVI. (ccyii.) Come i Genovesi con loro
armata corsone la Catalogna
Cap. CCVIL (ccviu.) Come e perchè il eomune di
Firenze condannò il comune di Sangimignano.
Gap. CGVIII. (ccix.) Come il capitano di Mi-
lano rìcominciò guerra al legato di Lom-
bardia e al re Giovanni
Gap. CCIX. (ccx.) Di più fuochi appresi nella
città di Firenze
Cap. ccx. (ccxi.) Come Poste de* marchesi
da Ferrara fu sconfitta dal figliuolo del re
Giovanni a San Felice • .
Gap. CCXL (ccxii.) Come messer A zzo Visconti
tolse la città di Pavia al re Giovanni t
Gap. ccxii. (ccxiii.) Come il re Giovanni andò
ad Avignone a papa Giovanni ....
Gap. ccxiii. (ccxiv.) Come i Senesi sconfisso-
no i Pisani, e poi i Pisani cavalcarono in-
fitto presso a Siena
Cap. ccxiv. (ccxv.) Come il figliuolo del re
Giovanni venne a Lucca, e come il detto re
Giovanni tornò in Lombardia
Gap. ccxv. (ccxyi.) Come il legato mandò ai
Fiorentini che ai partissono dalla lega de*
Lombardi
Gap. CCXVI. (ccxvii.) Come 1* oste del legato
sconfinsono i Marchesi a Consandoli, e poi
puosono 1* oste a Ferrara, e i Fiorentini vi
mandarono soccorso
Gap. ccxvii. (ccxviu.) Come il re Giovanni ven-
ne in Bologna, al legato
Gap. CCXVIH. (ccxix.) Come 1* oste del legato
eh* era air assedio di Ferrara fu sconfitta .
Gap. CCXIX. (ccxx.) Di fuochi e altre novità
state nella città di Firenze
Gap. ccxx. (ccxxi.) Di certi andamenti del re*
Giovanni a Bologna a richiesta del legato .
Gap. ccxxi. (ccxxii.) Come furono morti il con-
te dell* Anguillara e Bertoldo degli Orsini da*
Colonnesi
Gap. CCXXIL (ccxxiii.) Come i Saracini presono
il forte castello di Giubeltaro in Ispagna .
Gap. ccxxiii. (ccxxiv.) Come il re Adoardo il
giovane sconfisse gli Scotti a Vervicche
Gap. ccxxiv. (ccxxv.) Come il delfino di Vienna
fu morto dalla gente del conte di Savoia •
363
364
IVI
IVI
IVI
365
. .
IVI
366
IVI
. .
IVI
IVI
367
IVI
IVI
368
IVI
m
369
. •
IVI
IVI
370
IVI
IVI
• •
IVI
371
538
INDIC5E.
Gap. CCXXV. (ccxxn.) Come il re d' Ungheria
veone a Napoli, e il flgliaolo iiposò la fl-
gliaola del duca di Calavra 371
Cap. CCXXVI. (ccxxYn.) Come fa fatta pace tra
Pisani e' Sanesi ivi
Cap. CCXXVII. (ccxxnu.) Come la città di Forlì
e quella d^ Arinuoo e di Cesena in Romagna
si robellarono al legato 372
Cap. CCXXVUL (ccxxix.) Come i figlinoli che
furono di Castmccio ToUono torre Lnoca al
re Giovanni, e com' egli si partì d* Italia, e
lasdò Locca a* Rossi di Parma ....
Cap. ccxxix. (ccxxx.) D* una grande questione
che mosse papa Giovanni, die V anime beate
non poteano vedere Iddio perfettamente infl-
no al dì del gindicio .
IVI
ivi
LIBRO UNDECIMO.
Cap. I. D^ ano grande diluvio d* acqua che venne
in Pirenie e quasi in tutta Toscana. . .
Cap. II. D^una grande questione fotta in Fi«
renze, se ^ detto diluvio venne per giudisio
di Dio 0 per corso naturale
Cap. in. Lettera e sermone che il re Ruberto
mandò a* Fiorentini per cagione del detto
diluvio
Cap. IV. Ancora di certe noritadi che furono in
Firenze per cagione del diluvio ....
Cap. Y. Come fallirò le triegue, e rìcominciossi
guerra dalla lega al legato, e le terre che
tenea il re Giovanni
Cap. YL Come il legato perdéo Argenta, e poco
appresso fu cacciato di Bologna
Cap. Yn. Di novità ch^ ebbe in Bologna dopo
la cacciata del legato
Cap. Ym. Come la lega di Lombardia ebbe Cre-
mona, e altre novitadi ch^ avvennero per quel-
la in Lombardia e in Toscana
Gap. IX. Di certe sante reliquie che vennero
in Firenze
Cap. X. Di novità che furono nella città d^Or-
•
bivieto
Cap. XI. Di certo fuoco che s* apprese in Fi-
renze
Cap. XII. Quando si cominciò a fondare il cam-
panile di Santa Reparata, e M ponte alla
Carraia
Cap. XIII. Come messer Mastino ebbe il castello
di Colornio in Parmigiana
Cap. XIY. Come i Fiorentini riebbono il castel-
lo d' lizzano in Yildinievole. . • . . .
Cap. XY. Come il re Giovanni simulatamente
donò la città di Lucca al re di Francia .
Cap. XYI. Come i Fiorentini per guardia della
terra fecero sette bargellini in Firenze . .
Cap. XYII. Conta di guerra tra' Genovesi e' Ca-
talani
Cap. XYIII. Come i Turchi furo sconfitti in ma-
re da galee della Chiesa e del re di Francia .
373
375
379
381
382
• •
IVI
383
384
• •
IVI
• •
IVI
• •
IVI
IVI
385
• •
IVI
• •
IVI
. .
IVI
• •
IVI
• .
IVI
ph.
Cap. XIX. Della morte di papa GioTaini ven-
tiduesimo 366
Cap. XX. Del tesoro che si trovò la Chiesa
dopo la morte di papa Giovanni, e di sua
vita e costumi ivi
Cap. XXI. Dalla elezione di papa Benedetto de-
cimosecondo 387
Cap. XXIL Di certo diluvio d' acqua che fu in
Firenze e in Fiandra. ivi
Cap. XXIII. Come uno frate Yenturìoo da Ber-
gamo commosse molti Lombardi e Toscani
a penitenza ìyì
Cap. XXIY. Come i ghibellini di Genova ne cac-
ciare i guelfi e la signoria del re Ruberto. 388
Cap. XXY. Come cominciò V abbassamento de'
Tarlati d'Arezzo, e come fu tolto loro il
borgo a Sansepolcro ivi
Cap. XX YI. D'una rovina che fece parte della
montagna di Falterona 389
Cap. XXYIL Di certi scontrazzi che furo ki
la nostra gente e quella dì Lucca. . . . ìtì
Cap. XXYIII. Come i Perugini furono sconfitti
dagli Aretini ivi
Cap. XXIX. D' una armata che '1 re Ruberto fece
sopra Cicilia 390
Cap. XXX. Come le città di Parma e di Reggio
s' arrenderò a' signori della Scala, e quello
che di ciò seguitò ìtì
Cap. XXXI. Come messer Azzo signore di Mi-
lano ebbe a patti la città di Piacenza e di
Lodi, e' Marchesi Modona . ivi
Cap. XXXII. Come i Fiorentini presono in guar-
dia il castello di Pietrasanta, e con vergogna
il lasdaro 891
Cap. XXXIII. Di grande corruzione di vainolo
che fu in Firenze m
Cap. XXXIY. Come si rubellò Grosseto a' Sa-
nesi, e poi il riebbono per danari. . . . ifi
Cap. XXXY. Come i Sanesi per inganno pre-
sono la città di Massa, e ruppono pace a*
PisanL ìtì
Cap. XXXYI. Di certi fuochi appresi in Firenze. W
Cap. XXX YIL Come i Perugini e' loro collegati
ebbono la città di Castello ìtì
Cap. XXXYllL Come il re d'Inghilterra sconfis-
se gli Scotti ivi
Cap. XXXIX. Come i Fiorentini crearono di nuovo
r uficio del conservadore e quello ne seguì . ìtì
Cap. XL. Come messer Mastino della Scala eb-
be la dttà di Lucca 393
Cap. XLI. Come le terre del Tiscontado in Yal-
dambra si diedono al comune di Firenze. . 394
Cap. XLII. Come nella città di Pisa ebbe batta-
glia, e furonne cacciati certa parte. . . . irì
Cap. XLUI. Come il marchese Spinetta ebbe Ser-
rezzano 395
Cap. XLIY. Del tradimento che messer Mastino
della Scala fece a* Fiorentini della dttà di
Lucca • iti
Cap. XLY. Dell' ordine che presono i Fioren-
tini al riparo del Mastino 396
INDICE.
539
441
442
• «
IVI
Pag.
Cap. CXXXIX. (cxzmii.) D^ani gnnde e no-
bile Olle che i Fiorentlli feciono poi per
levare i Pieeni idall' asiedio della città di
Lucca 410
Cap. CXL. (czxziz.) Come V oste de' Fiorenti-
ni si strinse a Lucca per fornirla, e non
potendo fornirla, Lacca s'arrendè a' Pisani .
Cap. CXLL (cxl.) Come in Meilina in Braban-
te s'apprese il fuoco e arse le due parti della
terra
Cap. CXLIL (cxu.) Come il popolo d'Ancona
corse a remore e cacciò tutti i loro grandi.
Cap. CXLin. (czui.) Come mori il duca di Bret-
tagna, e la guerra che ne seguì .... ivi
LIBRO DUODECIMO.
Cap. I. Qui comincia il dnodedmo libro ; come
il duca d* Atene e conte di Brenna di Fran-
cia occupò la signoria di Firenze, e quello
che ne segui 443
Cap. U. Di certe giustizie che'l duca fece in Fi-
reme per esserne signore ivi
Cap. IIL Come il duca d'Atene ingannò e pre-
se e tradì i priori, e feoesi signore di Fi-
renze ovvero tiranno 444
Cap. IV. La copia della lettera che il re Ru-
berto mandò al duca d'Atene quando seppe
eh' egli avea presa la signorìa della città di
Firenze 445
Cap. Y. Come i ghibellini d'Arezzo entrarono
per furto nella terra, e furono cacciati poi . 446
Cap. \L Quando mori Carlo Uberto re d' lun-
gherìa . . . ' . ivi
Cap. VIL Come papa Clemente sesto fece più
cardinali, infra' quali fece cardinale messer
Andrea Chini di Firenze vescovo di Tomai, ivi
Cap. VIIL Quello che '1 duca d'Atene fece in
Firenze mentre che ne fu signore, ovvero ti-
ranno ivi
Cap. IX. Qper fallo viu.) D'una compagnia di
gente d' arme che feciono i soldati de' Pi-
sani 449
Cap. X. (ix.) Quando morì il re Ruberto di Ci-
cilia e re di Gerusalem 450
Cap. XI. (x.) Come papa Clemente sesto ordi-
nò il giubbileo e perdono a Roma nel 1350 ivi
Cap. XII. (xi.) D' uno grande fuoco che fu in
Pietruanta ivi
Cap. Xin. (xii.) D'alcuna novità stata in Fi-
renze in questo anno ivi
Cap. XIY. (:pii.) Come Messina si mbellò a
quelli di Raona che la signoreggiavano, e
come la racquistsrono 451
Cap. XV. (xiv.) Come il re d' Araona tolse Ma-
iolica al re di quella suo cugino ... ivi
Cap. XVI. (xv.) Di certe congiurazioni che fu-
rono fatte in Firenze contro al duca d'A-
tene ohe n' era signore, ovvero tiranno . . ivi
Cap. XVII. (xvi.) Come la città di Firenze si
P»g.
levò a remore, e cacciò il duca d' Atene ohe
n' era signore 452
Cap. XVIIL (xvii.) Come la città di Firenze si
recò a quartieri, e si raccomunarono gli
oflci co' grandi, ma poco durò . . . .455
Cap. XIX. (xviii.) Come il popolo di Firenze
trasse i grandi del palagio e riformarono la
terra a popolare stato 456
Cap. XX. (xix.) Di quello trattato medesimo e
d' altre novitadi che ne seguirono in questi
tempi alla città di Firenze 457
Cap. XXI. (xx.) Come il popolo di Firenze as-
salirono e combatterono i grandi, e rubaro-
no i Bardi e misono fuoco in casa loro . . 458
Cap. XXU. (xxi.) Come §ì fece nuovo squittino
d'elezione de' prìorì e de'dodici e de' gon-
falonieri tutti popolani, per più tempo . . 460
Cap. XXnL (xxii.) Come si rifermarono gli or-
dini della giustizia sopra i grandi, e si ri-
corressono in alcuna parte; e più schiatte
de' grandi tutte e in parte furono recate a
essere del popolo ivi
Cap. XXIV. (xxui.) Alquante cose fatte di nuo-
vo in Firenze in questi tempi 461
Cap. XXV. (xxiv.) Come i Fiorentini feciono di
nuovo pace co' Pisani • ivi
Cap. XXVI. (xxv.) Come messer Luchino Vi-
sconti di Milano si fece nimico di nuovo de'
Pisani e quello ne segui ivi
Cap. XXVII, (xxvi.) Di grandi tempeste che fu-
rono in mare, e della rotta della Tana . .462
Cap. XXVIIL (xxvu.) Della novità fatta in Fi-
renze per quelli che reggevano la città . . ivi
Cap. XXIX. (xxviu.) Ancora della guerra della
gente di messer Luchino Visconti co' Pisani . ivi
Cap. XXX. (xxix.) Come quelli di Castelfranco
di Valdarno presono Campogiallo, e ncciso-
no certi de' Pazzi di Valdarno 463
Cap. XXXL (xxx.) Come il re di Spagna ebbe
per assedio la forte terra di Aziaera in Gra-
nata • ivi
Cap. XXXIL (xxxi.) Di eerte novità state in Fi-
renze in questi tempi ivi
Cap. XXXIIL (xxxii.) Come il conte Simone da
Battifolle racquistò Fronzolo colla forza del
comune di Firenze 464
Cap. XXXIV. (xxxiu.) Ancora di novità fatta in
Firenze per gli rettori e governatori di quella
città ivi
Cap. XXXV. (xxxiv.) Come il marchese da Fer-
rara ebbe la città di Parma 465
Cap. XXXVI. (xxxv.) Di certe novità state neUa
città di Firenze ne' detti tempi. . . . .466
Cap. XXXVII. (xxxvi.) Di noviU sUte nella città
di Genova in questi tempi ivi
Cap. XXXVUL (xxxvn.) Ancora della guerra di
messer Luchino Visconti co' Pisani. . . .467
Cap. XXXIX. (xxxviii.) Come i cristiani preso-
no la città delle Snurne sopra a' Turchi. . ivi
Cap. XL. (xxxix.) Come fu morto il re d'Er-
minia 468
538
INDICE.
Cap. LXXXIX. (LxzxTni ) Come la nostra gente •
de* Veneuaiii entrarono ne* borghi di Vicensa 4 1 G
Cap. XC. (lxjuix.) Come i Veneziani tradiro-
no i Fiorentini, e fedono pace con mesier
Mastino, e convennela fare al nostro comune, ivi
Cap. XCI. (xc.) Del potere e entrata eh' avea
il comune di Firenze in questi tempi . .418
Cap. XCII. (xci.) Entrata ch^ avea il comune di
Firenze in questi tempi ivi
Cap. xeni, (xcu.) Della spesa eh* avea il co-
mune di Firenze in quegli tempi . . • .419
Cap. XCIV. (xciu.) Ancora della grandezza e
stato e magnificenza del comune di Firenze ivi
Cap. XCV. (xciv.) Di che progenia furono
quelli della Scala di Verona 420
Cap. XCVI. (xcv.) Come i Romani feciono pace
tra loro, grandi e il popolo, e mandarono a
Firenze per avere leggi e statuti . . .421
Cap. XCVII. (xcyi.) Di più battaglie e scofitte
che furono uno giorno in sul contado di
Milano, e per che modo elleno riuscirono ivi
Cap. XCVUI. (xcvii ) Come messer Mastino della
Scala venne alla città di Lucca . . . .422
Cap. XCIX. (xcviu.) Come i Saracini furono
sconfitti dal re di Spagna in Granata • . ivi
Cap. C. (xcix.) Di certi segni eh* apparvono in
Firenze e altrove, onde poco appresso ne se-
guì assai di male 423
Cap. ci. (c.) Come mori messer Azzo Visconti
signore di Milano, e fu fatto signore mes-
ser Luchino Visconti suo zio ivi
Cap. CIL (ci.) Come la città di Genova e quella
di Saona feciono popolo e chiamarono nuovo
dogio ivi
Cap. chi. (cu.) Di discordie che furono in Ro-
magna, e poi fu pace tra loro .... 424
Cap. CIV. (cui.) Come il marchese di Monfer-
rato tolse Asti al re Ruberto .... ivi
Cap. CV. (civ.) D* accordo e lega fitU da* Fio-
rentini a* Perugini ivi
Cap. evi. (cv.) Di certi ordini dell* elezione
de* priori di Firenze, i quali furono corretti
per lo migliore ivi
Cap. CVIL (evi.) Come la oitlà della Marca uc-
cisono e cacciarono i loro tiranni e feciono
popolo ivi
Cap. CVIH. (cvn.) Come la gente del re Ru-
berto prese risola di Lipari, e sconfisse i
Messinesi ivi
Cap. CIX. (cviii.) Come ricominciò la guerra
dal re di Francia al re d'Inghilterra • . 425
Cap. ex. (cix.) Come il re d* Inghilterra scon-
fisse in mare Tarmata del re di Francia . ivi
Cap. CXL (ex.) Come parte de* Fiamminghi fu-
rono sconfitti a Santo Mieri ivi
Cap. CXII. (cxi.) Come il re d' Inghilterra co*
suoi collegati si puosono ad assedio alla
città di Tomai, e poi fu triegua da loro al
re di Francia 426
Cap. CXIIL (cxii.) Come Tarmata dei re di Spa-
gna quui peri per fortuna ivi
Pig.
Cap. CXIV. (cxni.) Di grande norUlità e ca-
restia die fu in Firenze e d'intorno, e d*una
cometa che apparve in cielo 426
Cap. CXV. (cxiv.) C^me gli Spuletini levarono
da oste in isconfitta quelli di Rieti . . .427
Cap. CXVL (cxv.) (k>me messer Ottaviano de*
Belforti si fece signore di Volterra ... ivi
Cap. CXVIL (cxvi.) Come certe galee de* Geno-
vesi sconfissone i Turchi in mare . • . 428
Cap. CXVUL (cxvii.) Come in Firenze fu fatU
una grande congiurazione, e la dttà fta tutta
a remore e ad arme ivi
Cap. CXIX. (cxvni.) Chi furono i congiurati
che furono condannati 429
Cap. CXX. (cxix.) Come il re di Spagna scon-
fisse i Saracini in Granata 430
Cap. CXXI. (cxx.) Come arse Portoveneri . . ivi
Cap. CXXIL (cxxi.) Come la casa de* Pugliesi
e i loro seguad furono cacdati di Prato ivi
Cap. CXXIIL (cxxii.) Come in Firenze si fedo-
no due capitani di guardia iti
Cap. CXXIV. (cxxiii.) Come la città di Lucca
volle essere tolta a messer Mastino della Scala iW
Cap. CXXV. (cxxiv.) Come il castello di San
Bavelle s' arrendè al comune di Firenze . 431
Cap. CXXVI. (cxxv.) Di uno grande fuoco che
si apprese in Firenze ivi
Cap. CXXVII. (cxxvi.) Come messer Azzo da
Correggio rubellò e tolse Parma a messer
Mastino i^
Cap. CXXVIII. (cxxvii.) Come il re Roberto
ebbe per assedio Melazzo in Cicilia . . . 432
Cap. CXXIX. (cxxviu.) Come messer Alberto
della Scala andò sopra Mantova e tornò in
isconfitta i^
Cap. CXXX. (cxxix.) Come i Fiorentini patteg-
giarono di comperare Lucca da messer Ma-
stino, e mandarono loro stadichi a Ferrara in
Cap. CXXXL (cxxx.) Come i Pisani si puoso-
no ad assedio alla città di Lucca. • . . 433
Cap. CXXXIf. (cxxxi.) (k>me i Fiorentini si for-
nirono essendo i Pisani ali* assedio di Lue-
cs, e cavalcarono sopra quello di Pisa. .. 434
Cap. CXXXIU. (cxxxn.) Come i Fiorentini, con-
chiuso il mercato della dttà di Lucca con
messer Mastino, presono la possessione es-
sendo assediata dai Pisani 435
Cap. CXXXIV. (cxxxin.) Come V oste de' Fio-
rentini fu sconfitta da quella de* Pisani . . 436
Cap. CXXXV. (cxxxiv.) Digressione sopra alla
detta sconfitta ricevuta per i Fiorentini da*
Pisani 437
Cap. CXXXVI. (cxxxv.) Della sconfitta mede-
sima 438
Cap. CXXXVIL (CXXXVI.) Come il re Ruberto
domandò a* Fiorentini la signoria della dttà
di Lucca ed ebbela, promettendo d* atargli
in questa guerra i^ì
Cap. CXXXVni. (cxxxvii.) Come i Fiorentini
mandarono al re Ruberto per aiuto e non
V ebbene, e ciò che ne seguì 439
INDICE.
539
P*g.
440
441
442
IVI
IVI
Caf. CXXXIX. (cixxTdi.) D^ont grande e no-
bile oste che i Fiorentini feciono poi per
levare i Piieni idairusedio della città di
Lacca
Cap. CXL. (cxxxiz.) Come V oste de' Fiorenti-
ni si strinse a Lacca per fornirla, e non
potendo fornirla. Lacca s'arrendè a' Pisani .
Gap. CXLL (cxl.) Coooie in Mellina in Braban-
te s'apprese il faoco e arse le due parti della
terra •
Gap. CXLII. (cxu.) Come il popolo d'Ancona
corse a romore e cacciò tatti i loro grandi
Gap. CXLm. (cxui.) Come morì il daca di Bret-
tagna, e la guerra che ne segai ....
LIBRO DUODECIMO.
Gap. L Qoi comincia il duodecimo libro ; come
il daca d' Atene e conte di Brenna di Fran-
cia occupò la signoria di Firanse, e quello
che ne segui 443
Gap. il Di o^te giustixie che'l duca fece in Fi-
rense per esserne signore ivi
Gap. IIL Come il duca d* Atene ingannò e pre-
se e tradì i priori, e fecesi signore di Fi-
rense ovvero tiranno 444
Gap. IV. La copia della lettera che il re Ru-
berto mandò al duca d'Atene quando seppe
eh' egli avea presa la signorìa della città di
Firenze 445
Gap. V. Come i ghibellini d'Arauo entrarono
per fhrto nella terra, e furono cacciati poi . 446
Gap. vi. Quando morì Carlo Uberto re d'Un-
gheria ... * ivi
Gap. VIL Come papa Clemente sesto fece più
cardinali, infra' quali fece cardinale messer
Andrea éhiai di Firense vescovo di Tomai, ivi
Gap. Vm. Quello che '1 duca d'AUne fece in
Firanxe mentre che ne fu signore, ovvero ti-
ranno ivi
Gap. IX. Cper fallo vni.) D'una compagnia di
gente d' arme che feciono i soldati de* Pi-
sani 449
Gap. X. (ix.) Quando morì il re Ruberto di Ci-
cilia e re di Geruialem 450
Gap. XL (x.) Come papa Clemente sesto ordi-
nò il giubbileo e perdono a Ronu nel 1350 ivi
Gap. XII. (xl) D' uno grande fuoco che fu in
Pieirasaata ivi
Gap. XID. (xu.) D' aloana novità sUU in Fi-
reaie in questo anno ivi
Gap. XIV. (jqn.) Come Messina si rubellò a
quelli di Raona che la signoreggiavano, e
come la racquietarono 451
Gap. XV. (xtv.) Come il re d' Araona tolse Ma-
ioUea al re di quella suo cugino ... ivi
Gap. XVL (xv.) Di certe congiurasioni che fu-
rono latte in Firense contro al duca d'A-
tene che n' era signore, ovvero tiranno . . ivi
Gap. XVIL (xvi.) Come la città di Firense si
Pag.
levò a romore, e cacciò il duca d' Atene che
n' ere signore 452
Gap. XVUL (xvil) Come la città di Firenze si
recò a quartieri, e si raccomunarono gli
uflci co' grandi, ma poco durò . . . .455
Gap. XIX. (xviii.) Come il popolo di Firenze
trasse i grandi del palagio e riformarono la
terra a popolare stato 456
Cap. XX. (xix.) Di quello trattato medesimo e
d' altre novitadi che ne seguirono in questi
tempi alla città di Firenze 457
Gap. XXI. (xx.) Come il popolo di Firenze as-
salirono e combatterono i grandi, e rubaro-
no i Bardi e misono fuoco in casa loro . .458
Cap. XXII. (xxi.) Come si fece nuovo squittino
d'elezione de' priori e de'dodici e de' gon-
falonieri tutti popolani, per più tempo . .460
Gap. XXUL (xxji.) Come si rifermarono gli or-
dini della giustizia sopra i grandi, e si ri-
corressono io alcuna parte; e più schiatte
de* grandi tutte e in parte furono recate a
essere del popolo ivi
Gap. XXIV. (xxui.) Alquante cose fatte di nuo-
vo in Firenze in questi tempi 461
Cap. XXV. (xxiv.) Come i Fiorentini feciono di
nuovo pace co* Pisani ivi
Gap. XXVI. (xxv.) Come messer Luchino Vi-
sconti di Milano si fece nimico di nuovo de'
Pisani e quello ne segui ivi
Gap. XXVII. (xxvi.) Di grandi tempeste che fu-
rono in mare, e della rotta della Tana . . 462
Gap. XXVIIL (xxni.) Della novità fatta in Fi-
renze per quelli che reggevano la città . . ivi
Gap. XXIX. (xxviu.) Ancora della guerra della
gente di messer Luchino Visconti co' Pisani . ivi
Gap. XXX. (xxix.) Come quelli di Castelfranco
di Valdarno presono Campogiallo, e ucciso-
no certi de' Pazzi di Valdarno 463
Gap. XXXI. (xxx.) Come il ra di Spagna ebbe
per assedio la forte terra di Azizera in Gra-
nata ivi
Cap. XXXIL (xxxi.) Di eerte novita state in Fi-
renze in questi tempi ivi
Gap. XXXIIL (xxxii.) Come il conte Simone da
Battifolle racquietò Fronzolo colla forza del
comune di Firenze 464
Gap. XXXIV. (xxxiu.) Ancora di noviU fatta in
Firenze per gli rettori e governatori di quella
città ivi
Gap. XXXV. (xxxiv.) Come il marchese da Fer-
rara ebbe la città di Parma 465
Gap. XXXVI. (xxxv.) Di certe noviU state nella
città di Firenze ne' detti tempi 466
Gap. XXXVn. (xxxn.) Di novita state nelU città
di Genova in questi tampi ivi
Gap. XXXVIIL (xxxf p.) Ancora delta guerra di
messer Luchino Visconti co' Pisani. . . . 467
Gap. XXXIX. (xxxvin.) Come i cristiani preso-
no la città delle Smirne sopra a' Turchi. . ivi
Gap. xl. (xxxix.) Come fa morto il re d'Er-
minia. 468
540
INDICe.
Pag.
Cap. XLl. (xi.) Della congiaosìone di Sttunio
e di GÌ0T6 e di Mtrto nel segno d' Aquario. 468
Gap. XLIL (xu.) Quando mori meiser Ubertino
da Carrara lignore di Padova, e quello che
icguì della iua morte 469
Gap. Xmi. (xLii.) D^ona aspra legge che fece
il comune di Firenze contro a^ cherici. . . ivi
Gap. XLIY. (xuii.) Gome il popolo di Firenze tolse
certe possessioni e beni a certi grandi gentili
nomini donati loro per lo cornane di Firenze. 470
Gap. XLV. (xliv.) Gome volle essere tolto il ca«
stello di Fucecchio al comune di Firenze. . 471
Gap. XLVI. (xlv.) Di certi lavori e altre cose
fatte per lo comune di Firenze in questi tempi, ivi
Gap. XLVn. (xlvi.) Gome il re Adoardo terzo
d* Inghilterra venne in Fiandra, e mandò sua
oste in Guascogna e in Brettagna contra il
re di Francia 472
Gap. XLYIII. (xivii.) Gome il re d* Ungheria
venne in Ischiavonia, e come fu morto il re di
PoUonia 473
Gap. XLIX. (xlviii.) Gome i Fiorentini s* accor-
darono con messer Mastino della Scala de*
danari gli restavano a dare per la compra
di Lucca ivi
Gap. L. (xux.) Di più novità fatte e occorse in
Firenze in questo anno 474
Gap. li. (l.) Gome e percbò modo fu morto An-
dreasso, che dovea essere re di Gerusalem-
me, di Gicilia e di Puglia ivi
Gap. LII. (li.) Di quello che segui poi della mor-
te di Andreasso 475
Gap. lui. (m.) Come in Firenze si fece nuova
moneta d* argento 476
Gap. LIY. (lui.) Gome furono morti il conte d'A-
naldo e *1 marchese di Giullieri da^ Frosoni . ivi
Gap. LV. (liv.) Del fallimento della grande e
possento compagnia de^ Bardi in Firenze ivi
Gap. LVl. (lv.) Di novità state in Firenze in
questi tempi 477
Gap. LVII. (ivi.) Gome il re di Francia diede
rappresaglia sopra i Fiorentini per tutto suo
reame a petizione del duca d' Atene ... ivi
Gap. LVIIL (lvii.) D*una grande dissensione che
fu in Firenze dal comune allo inquisitore de*
paterini . ivi
Gap. LIX. (lviii.) Gome il re d^ Ungheria seppe
la morte del re Andreasso, e venne in
Isohiavonia con grande esercito per soc-
correre Giara, e passare in Puglia per fare
la sua vendetta 478
Gap. LX. (lix.) Gome Carlo figliuolo di Gio-
vanni re di Boemia fu eletto re de* Romani .479
Gap. LXI. (lx.) Di certa rotta che la gente del
re di Francia ricevette dalla gente del re
d'Inghilterra in Guascogna . . . , . 480
Gap. LXII. (lxi.) Gome il vescovo di Liegge con
sua gente fu scofitto da quelli di Liegge . 48 1
Gap. LXIIL (lxu.) Gome il re d' Inghilterra
passò con sua oste in Normandia sopra il
re di Francia, e quello che vi fece ... ivi
P«|.
Gap. LXIV. (ixin.) Gome il re d' Inghilterra si
parti di Normandia e venne presso a Parigi,
ardendo e guastando il paese .... 489
Gap. LXY. (lxiv.) Come il re d' Inghilterra si
parti di Puscl per andare in Piccardia per
accozzarsi co* Fiamminghi ìtì
Gap. LXVI. (lxv.) Gome il re di Francia con
sua oste seguiva il re d* Inghilterra . . .483
Gap. LXVII. (lxvi.) D' una grande e sventurata
sconfitta eh' ebbe il re Filippo di Franota
con sua gente da Adoardo terzo re d' In-
ghilterra a Greci in Piccardia ivi
Gap. LXVin. (lxvii.) Quello che il re d'In-
ghilterra con sua oste fece dopo la detta
vittoria avuta a Greci 485
Gap. LXIX. (lxviii.) Gome Luigi il giovane, che
tiene la Cicilia, riebbe Melazzo e trattò di
fare parentado e lega col re d' Ungheria . 486
Gap. LXX. (uix.) Gome certe galee de' Geno-
vesi passarono nd mare Maggiore, e preso-
no SinopoU e l' isola di Scio ivi
Gap. LXXI. (lxx.) Di certe novità che farono in
questi tempi nd regno di Puglia .... in
Gap. LXXIL (uxi.) Di certi ordini che ai fe-
ciono in Firenze, che ninno forestiere po-
tesse avere ufld di comune, e come ai com-
piè il ponte a Santa Trìnita 487
Gap. LXXIIL (lxxii.) D* una grande carestia che
fu in Firenze e d'intorno in più parti . . ivi
Gap. LXXIV. (lxxiii.) Gome messer Luchino Vi-
sconti ebbe la città di Parma 488
Gap. LXXV. (lxxiv.) Gome il conte di Fondi
sconfisse la gente della reina moglie ohe fu
del re Andreasso 489
Gap. LXXVI. (lxxv.) Gome fu sconfitto il re Da-
vid di Scozia dagli Inghilesi, e preso . . ivi
Gap. LXXVIL (ixxvi.) Ancora della guerra di
Guascogna dalla gente del conte d' Orbi a'
Franceschi ivi
Gap. LXXVIII. (lxxvii.) Gome Carlo re di Boe-
mia fu confermato per lo papa e per la
Chiesa a essere imperadore, e come prese la
prima corona 490
Gap. LXXIX. (ixxvin.) Di novità fatte in Firen-
ze per cagione degli ufici del comune . . ivi
Gap. LXXX. (lxxix.)Dì novità che furono io A-
rezzo per simile cagione degli ufici . . .491
Gap. LXXXI. (lxxx.) Gome la città di Giara in
Ischiavonia s' arrendo a' Veneziani ... ivi
Gap. LXXXU. (lxxxi.) Di certe novità ohe fu-
rono nel castello di Samminiato del Tede-
sco, e come si dierono alla signorìa e guar-
dia del comune di Firenze per cinque anni ivi
Gap. LXXXIII. (uu^u.) Di certe novità e ordini
che si feciono in Firenze per lo caro ch*era,
e per la mortalità che fu ivi
Gap. LXXXIV. (lxxxhi.) Di grande mortalità che
fu in Firenze io qaesti tempi, ma piìi grande
altrove, come diremo appresso .... 492
Gap. LXXXV. (lxxxiv.) Come Carlo di Boemia
eletto nuovo imperadore venne in Chiarentana 493
INDICB.
541
Pag.
Cap. LXXXVI. (lxxxv.) Di certo parlamento che
fece il re di Francia per andare contro al
re d* Inghilterra 493
Cap. LXXXVU. (lxxxvi.) Del parlamento che
fece il re d* Inghilterra co' Fiamminghi e col
daca di Brabante • . . ivi
Cap. LXXXVIII. (lxxxyii.) Di novità e discor-
dia che furono nella città di Genova . • ivi
Cap. LXXXIX. (lxjcxvui.) Come V Àqoila e FaU
tre terre d' Abruzzi ai rnbellarono a' reali
di Puglia, a petizione del re d* Ungheria • 494
Cap. XC. (lxxxix.) Di grandi novità che furo-
no in Roma, e come i Romani feciono tri-
buno del popolo ivi
Cap. XCL (xc.) Di certe tempeste e fuochi che
furono in Firenze 495
Cap. XCII. (xci.) Ancora di novità che furono
in Firenze, e di certi ordini che si feciono
contro a* ghibellini ivi
Cap. xeni, (xcii.) Come messer Carlo di Brois
fu isconfitto in Brettagna 496
Cap. XCIV. (xcui.) Come quegli della città di
Liegge furono sconfitti dal loro vescovo e
dal duca di Brabante ivi
Cap. XGV. (xciv.) Come il navilio che il re di
Francia mandava per fornire Calese, fu scon-
fitto dalla gente del re d* Inghilterra . . ivi
Cap. XCVI. (xcv.) Come il re di Francia s'af-
frontò con sua oste per combattere col re
d* Inghilterra, e come a^ arrendo Calese agli
Inghilesi . ivi
Cap. XCVU. (xcvi.) Come in Firenze si fece
nuova moneta, peggiorando la prima . .498
Gap. XCVIU. (xcvii.) Come in cielo apparve
una comete ivi
Cap. XCIX. (xcvni.) Come messer Luigi prenze
di Taranto prese per moglie la regina di Pu-
glia sna cugina carnale • . ivi
Cap. C. (xcix.) Di certe battaglie che fecio-
no 1 Genovesi co' Catalani in Sardigna e in
Corsica 499
Cap. CL (c.) Come volle essere tolto per tra-
dimento il castello di Laterino a* Fiorentini, ivi
Cap. cu. (ci.) Come i reali del regno di Tu-
nisi in Barbarie per loro discordie à* ucciso-
no insieme ivi
Cap. CHI. (cu.) Come la città di Sermone e
altre terre à* arrenderono alla gente del re
d'Ungheria 500
Cap. CIV. (cui.) Come i reali di Puglia si rau-
narono con loro isforzo alla città di Capovi. 501
Cap. CV. (civ.) Di novità e battaglie che fu-
rono in Roma : come i Colonnesi furono
Pag.
sconfitti, e poi come il tribuno fa cacciato
della signoria 501
Cap. evi. (cv.) Come mori Lodovico di Ba-
viera che si chiamava imperadore, e fu eletto
imperadore il re Adoardo d* Inghilterra. . 502
Gap. GVII. (evi.) Come il re d' Ungheria passò
in Italia per andare in Puglia a fare la ven-
detta del suo fratello Andreasso .... ivi
Cap. CVIII. (cvii.) Come il comune di Firen-
ze mandò una ricca ambasciata al re d* Un-
gheria 503
Cap. CIX. (cviii.) Come fu imposta T amba-
sciata al re d* Ungheria a Rimino per mes-
ser Tommaso Corsini dottore di legge . . 504
Cap. ex. (cix.) Risposta fatta in presenza del
re d* Ungheria a* nostri ambasciadori per lo
venerabile uomo messer Giovanni cherico di
Visprimiense, a cui il re la commise . . .505
Cap. CXI. (ex.) Come il re d' Ungheria entrò
nel regno di Puglia, ed ebbe la signoria a
cheto e senza contrasto 506
Cap. CXII. (cxi.) Come il re d* Ungheria fece
morire il duca di Durazzo, e fece pigliare
gli altri reali, e come entrò in Napoli . . i\i
Cap. CXIII. (cxii.) Come de' soldati stati al sol-
do del re d' Ungheria, e di quelli stati con
messer Luigi di Taranto, si fece nna gran
compagnia per partirsi del Regno. . . .507
Cap. CXIV. (cxiii.) La lettera che mandò il re
d'Ungheria al comune di Firenze. . . .508
Cap. CXV. (cxiv.) Come messer Luigi di Ta-
ranto e la regina Giovanna arrivarono in
Proenza 509
Cap. CXVI. (cxiv. Sta nelV antecedente.) Di certi
signori e donne che passarono per Firenze ivi
Cap. CXVII. (cxv.) Quando si cominciò a fon-
dare il muro di San Gregorio in Arno, che
richiude due pile del ponte Rubaconte . .510
Gap. CXVIIL (cxvi.) Come i Bostoli furono
cacciati d* Arezzo, e il perchè .... ivi
Gap. CXIX. (cxvii.) Di certe novità che furono
in Firenze in questi tempi ivi
Gap. GXX. (cxviii.) Come la città di Pisa mutò
stato e reggimento 511
Gap. GXXL (cxix.) D*uno grande miracolo ch'ap-
parve in Avignone in Provenza .... ivi
Gap. GXXII. (cxx.) Come i guelfi furono cac-
ciati di Spulato ivi
Gap. GXXIIL (cxxi.) Di grandi tremoti che fu-
rono in Vinegia, in Padova, Bologna, e Pisa, ivi
Gap. CXXIV. (cxxu.) Di grandi tremoti che fu-
rono in Friuli, e in Baviera, e in Chiarenta-
na, e nella Magna e in più contrade. . .512
544
INDICE DELLA CRONACA
Aglionif popolani guelfi di Firenze, cacciati, VI, 79.
Agnulfo^ antipapa, IV, 27.
Agobbinij aiutano i Fiorentini, IX, 47 e Ivi, 71 — fanno
taj^Ua con loro, ivi, 226 ~ gli aiutano ancora, IX, 302
e XI, 132.
Agohhioy d*. V. OàtyrieUif Landò,
— Davcsoue d', vicario in Pisa pel Bavaro, preso dnCa-
strucclo, X, 82.
Agolantif famìglia ghibellina di Firenze. V, 39 e Vly 33.
Agosta, città in Sicilia, presa da Rinaldo da Velli, VII, 117
^assediata e presa da don Giacomo di Aragona, ivi.
— V , castello di Lucca ordinato da Castruccio, V, 1 —
vi è data la possessione a' Fiorentini per Mastino della
Scala, XI> 1H3 — ne rimane la guai'dia a' Pisani,
xn, 8.
Agoatino (S.J^ sue reliquie, lì, 9.
Agostano, moneta, che cosa fosse, VI, 21.
Aguglione, castello in Guascogna, assediato, XII, 47 — si
lìbera, ivi, 61.
Aitoiif re d'Armenia, fa convertire Mungo grande cane
de' Tartari, e va con Aloon fratello di questo sopra i Sa-
racinì in Soria, VI, 69 — torna a domandargli soccor-
so, ed è tradito, VU, 83 — torna con Cassano soprai
Saracini, Vm, 35.
— frate, signore del Coleo d'Armenia, suo libro, V,29 e
VUI, 36.
Alagna, sede di papa Bonifazio Vili, V, 8 — condotta del
suo popolo nella presura di esso papa, VUI, 63.
Alamagna, provincia d' Europa, I, 5 — conquistata da Clo-
vis, I, 18 — da Belisario, II, 6.
— re d'. V. Adolfo, Corrado^ Otto, Rodolfo.
Alamanni^ come riavessero lo imperio, III, 6.
Alamo da Lentino, parte che ha nella congiura di Gianni
da Procìta, VII, 57.
Alani., ribelli dell'impero romano, soggiogati, I, 18.
Alania, provincia d'Europa, I, 6.
AUurdo consiglia il re Carlo, VII, 26.
Alavagna. V. Lavagna.
Alba o Albania, città fondata da Ascanio, I, 24 — presa
da Komolo e Remo, I, 26.
Albamala, conte di, guidatore di schiera francesca alla bat-
taglia di Coltrai, Vili, 66 — altro, muore con suo fi-
gliuolo nella battaglia di Crecl, XII, 67.
Albaroccta o Arbaroccia, in Guascogna, assediata dal conte
d' Orbi (\^emch), XII, 47 — battaglia combattutavi, ivi.
Albavilla, XII, 66.
Alherighij nobili antichi di Firenze, IV, 11.
Alberico f re dei Goti, passa in Italia, I, 61.
— re in Lombardia, li, 9 — egli e i suoi discendenti han-
no grande guerra con quelli di Ravenna, ivi.
— marchese, come chiamasse in Italia gli Ungari. Ili, 4.
— frate da Faenza, X, 27.
Albertif conti, ghibellini dì Toscana, VI, 81 — popolani
bianchi di Firenze, Vili, 71.
— Donato, giudice, di parte bianca, dicollato, VIU, 60.
— Iacopo degli, anibasciadore a Vìnegia pei Fiorentini,
XI, 90 — rivela la congiurazione de' Bardi, XI, 118.
— > da Porcìano, conte Guido, de' conti Guidi, sua parte
nella rinuncia di Arezzo a' Fiorentini, XI, 60 — perde
san Bavello, ivi, 1 26 — e il castello delle Poci, XII, 50.
Alb§rtOf antipapa, IV, 27.
— figliuolo di Berengario terzo, impera con lui in Italia,
III, 5 — fugge per paura di Ottone, e in lui cessa lo
imperio degl' Italiani, ivi.
— - d'Habsburgo, duca d'Austria, VII, 42 — manda Gianni
di Celoria vicario d'imperio in Toscana, VUI, 10 —
sconfigge ed uccide Adolfo re di Alemagna, ed ò eletto
re de' Romani, ivi, 22 — confermato dal papa, ivi, 63
— morto dal nipote per tradigione, ivi, 94.
Albingano, presa dagli asciti di Genova e dal marchese
dal Finale, IX, 169.
Albino, duca o principe romano, assedia Fiesole, I, 36 —
ha pajte nella edificazione di Firenze, ivi, 28.
Albizzi, popolani bianchì di Firenze, VUI, 71 — alcuni
d'essi congiurano contro il duca d'Atene, XII, 16 — al-
tri ricettano il podestà fuggente, ivi, 17.
— Antonio di Landò degli, luogotenente del podestà in
Firenze, XII, 17 — ambasciadore al re 4* OÉigheria,
ivi, 108.
Albizsi, Bellincione degli, priore di Firenze^ XII, 18.
Alcaram di Maometto, li, 8.
Aldobrandi. V. AdUiiari,
Aldobrandini, Luigi di Lìppo, congiurato contro il duca
d'Atene, XII, 16.
Alemagna, città in campagna, presa dalla gente del re Bo-
berto a quella del Bavaro, X, 92.
Aleppo, presa da Aloon ed Aiton, VI, 69.
Alessandria delia Paglia, sua origine, V, 2 — si rende al
legato del papa e al re Roberto, IX, 196 — signoreg-
giata da Luchino Visconti, XII, 74.
Alessandro, santo, vescovo di Fiesole, sua morte, U, 7.
— II, papa, fa concilio a Mantova, IV, 16.
— lU, papa, ha guerra con Federico Barbarossa, passa
in Francia e tiene il concilio di Tours, V, 1 — toma
di Francia a Vìnegia, V, 2 — perdona a Federico Bar-
barossa, e si pacilica con lui, ivi.
— IV, papa, ha guerra con Manfredi re di Puglia e Si-
cilia, VI, 46 — muore, ivi, 87.
Alfanif Gianni, popolano di Firenze, cacciato dal duca di
Calabria, X, 47.
Aìfarante, conte di Fettieri e di Lanzone, re di Francia. IV, 4.
Alfonso, re dì Spagna, eletto re de' Romani, VI, 73.
— primogenito di Pietro Ut re d' Aragona, coronato re di
Maiorica, VII, 102 — succede al padre, ivi, 103 —
muore, VUI, 13.
— figliuolo di Giacomo U, re d' Aragona, va con sua ar-
mata in su l'isola di Sardegna, IX, 210 — sconfigge!
Pisani, ha Villadichiesa, e assale Castellodicastro , ivi,
237 — li sconfigge nuovamente, ivi, 261 — fa pace
dopo conquistata l' isola, e parte, ivi, 269 — toglie le
decime del papa, ivi, 336 — succeda al padre, X, 45.
— conte di Barcellona e di Valenaa, assedia Carcasciooa,
V, 36 -» antico del legnaggio di Aragona, VII, 76.
Algise, figlio di Desiderio re de' Lombardi, XIU, 2.
Alidogi, famiglia d'Imola, X, 39.
Allotti, nobili Fiorentini, fatti popolani, XH, 23.
Alleghìera, terra in Sardegna, combattuta, XII, 100.
AUicorte, conte d', muore nella battaglia diCrec), XII, 67.
AUighieri, Dante, chi fosse, IX, 186 — sue sentenze so-
pra Firenze, XII, 19, e 97 — menziono diluì, ivi, 44.
Aloon, fratello di Mungo grande cane de' Tartari, prende
il calif e la città dì Bagdad, il soldano e la città d'A-
leppo, e Damasco ed Antiochia, VI, 69.
AUemura» conte paladino d', con la forza de'Colonnesi cac-
cia il tribuno Kiccola da Roma, XII, 105.
Altopascio, assediato e preso da' Fiorentini, e loro amistà,
IX, 303 — sconfitta che vi riceve l'oste fiorentina da
Castruccio, ivi, 304 — ripreso da Castruccio, ivi, 306 —
rimane a' Fiorentini per pace, XI, 90.
Altopascio, signore d'. V. Sagina,
Altoviti, nobili guelfi di Firenze, cacciati, VI, 79 — espi
di popolo in tMrenze, Vili, 12 — congiurati contro il
duca d'Atene, Xil, 16 — lo cacciano, ivi, 17 e seg.
— Bindo, riformatore in Firenze, XU, 17.
— Guglielmo degli, capitano dì guardia in Arezso, XI, 135
— giustiziato dal duca d'Atene, XII, 2.
— Oddo, giudice, ambasciadore al re d'Ungheria, XII, 108.
Alvagna, conte d', o Luflfo Mastro, o Mastro Siniscalco,
valente barone di Arrigo VII, IX, 37.
Alzurro, conte d', muore nella battaglia dì Mousimpevero,
Vili, 78 — altro, preso in battaglia presso Trevi nel
Viennese, IX, 312, V. anche Ililes.
Amare, reale di Tunisi, muore per guerra civUe, XU, 102.
Amasiu, re di Giudea, I, 25.
Amidei, famiglia ghibellina di Firenze, V, 38 — sono cac-
ciati, VI, 66.
— Lambertuccio degli, ha parte nell' assasainio di Buon-
delmonte de'Buondelmonti, V, 89.
Amieri, famiglia nobile ghibellina di Firenze, V, 39 e \1|
33 — sono cacciati, VI, 65 — fatti popolani, XIl, 23.
Ammirati, popolani guelfi di Firenze, cacciati, VI, 79.
Ampinana, castello preso e disfatto da' Fìoreutini, Vii,
150 — no riprendono i popoli e contado, X, 138 —
reòtituito »ì conlc da Baltit'ollc, XII, 2i.
Il
DI OIOVANNI VILLANI.
545
AmitUot SUtìo, regnm in Alba cacoUmd* Namitore fuo
maggior fratello, I, 25 — fii rinehlndero in moniatoro
Bea ana nipote, ivi — la fa feppellire Tira, M — è
ucdfo da Romolo e Remo, i?i, 26.
AnacUto, antipapa, IV, 34.
Analdo, conte d*. V. CHannif Bràbante^ daca di.
Analdo, contea d', a chi passa per mancanza di erede
maschio, XII, 54.
Anoitoiio, Corrado di, di Foligno, capitano di parte ghi-
l)el]ina, IX, 6.
— IV, papa, IV, 35.
Ancelle, assediata da re Piero d'Aragona, VII, 69.
AneKumif famiglia ghibellina di Firenae, VI, 89.
Anchiie, padre d'Enea, parte con lui di Troia, I, 21 —
muore in Cicilia, ed è seppellito dove è oggi Trapali, ivi.
Ancisa, T, castello posto da* Fiorentini, VI, 4 — raiTor-
sato, X, 99.
Anco Karao, re di Roma appresso Tallio, I, 28 — fa il
tempio di Qiano, ivi.
Ancona (Marca di), provincia d'Italia, I, 5.
Anconitani, sconfitti dal conte di Montefeltro e' ghibellini,
Vili, 113 — fanno popolo, e cacciano dalla terra i lo-
ro grandi, XI, 142.
Andlborgo, città corsa da' ribelli di Bniggia, Vm, 55 —
la assediano, IX, 282.
Andreoiio, del legnaggio d' Ungheria, toglie gran parte di
qnel reame a Carlo Martello, VII, 185.
-» figlinolo di Carlo Umberto re d'Ungheria, fatto duca
di Calabria, X, 225 — come fa morto per tradimento
de' suoi consorti e della moglie, XII, 51 — di quello
che ne segui, ivi, 52.
Andri, conte d'. V. NovéUOt conte.
iliMlronieo n, imperadoredi Costantinopoli, fa lega co' ghi-
bellini d'Italia, IX, 95 e 111 — ha discordia co' suoi
figliuoli, IX, 183.
— m, imperadore di Costantinopoli, riceve grande ab-
bassamento da' Turchi e Tartari, X, 151.
Angeli, moneta di Francia, XI, 72.
AnghianOf signori d', si rubellano ai Fiorentini, IX, 73.
Angieri, conte di. V. Oddo od Ugo, Roberto,
Angibj conte. V. Carlo, Palatino (conte).
AngioUerif Tomagna degli, ha parte nella congiura de'Bar-
di in FIrenae, XI, 119.
Angiuliem , 8. Giovanni , città presa dal conte d' Orbi
(Vervich), XH, 77.
AnguiUara, conte dell', morto in rissa fra gli Orsini e i
Colonnesi, VUI, 117 — altro, morto da'Colonnesi, X, 2 2 1.
Ajmiboldeichij nemici de' Colonnesi, VII, 54. V. anche i?oto.
Annibalet dove passasse l'Alpi appennine, I, 43.
Annoveri^ fan lega contro al re di Francia, XI, 109 — as-
soldati da lui, XU, 96.
Ansaraco, figlio di Troio, I, 12.
AtudmOf conte di Bibuamonte, crociato, IV, 24.
Ansione, vescovo di, santo uomo, sua prediaione, Vm, 64
e X, 60.
AnteUoy dell', o Antellesi, popolani bianchi di Firenie,XI,
138 e XII, 55 — confortano il duca d'Atene a farsi
tiranno di Firenze, XII, 3 — hanno parte nella cac-
ciata di lui, ivi, 17.
— Taddeo dell', luogotenente del podestà inferenze, Xn, 17.
AftUnoro, uno de' maggiori signori di Troia e fratello di
Priamo re, parte di Troia con Priamo il giovine figlio
di quello, ed edifica Vinegia e Padova, I, 17.
Antiochia, presa dai crociati, IV, 24 — da' Tartari, VI, 59
— dal fidano de'Seracini, VII, 15.
Antiochia, re d'. V. Federigo bastardo.
Antìocfda, Corrado di, della casa di Svevia, barone del re
Manfredi, VII, 7 — come i suoi fossero ricevuti dal re
Roberto, XII, 14.
Anziani, uficio di Firenze, V, 32 e VI, 39.
ApolUno, maestro e astrologo del re Attalante, segue Dar-
dano in Frigia, I, 10.
Aquila (1'), città di Puglia, ha battaglia dtUdina, XI, 80
— si rubella alla regina Giovanna, XU, 71 — assedia-
ta dal duca di Durazzo, ivi, 89.
AguUa, Piero dell', inquisitore di Firenze, muove grande
dissensione cittadina, XU, 58.
AquUea, assediata da Totile, II, 1.
— patriarca di, aiuta i signori della Torre, Vm, 61 —
guerreggia contro i Visconti, IX, 29. V. anche Tom,
della.
Aquino, preso da re Carlo d'Angiò e sua oste, VII, 6.
AquiUmia, re d'. V. Dodone, Pipino,
Aragona, protincia d'Europa, I, 5.
— (casa di), suo legnaggio, VII, 76.
— re d'. V. AlfotiiOj Pietro, Carlo di Vaioli, Giacomo.
Arborea, giudice d', signore d' Arestano, si rubella dai Pi-
sani a petizione del re d'Aragona, IX, 198.
Arca, dell', nobili antichi Fiorentini, IV, If,
Arci, preso da re Carlo d'Angiò e sua oste, VII, 6.
Arcidosso, castello, preso da'Sanesi, X, 188.
ArdingfU, nobili antichi Fiorentini, IV, 11 — sono di par-
te guelfa, ivi, 11.
Arduino, principe della Morea, capitano di Carlo d'Angiò
alla battsglia di Tagliacozzo, VII, 26.
Aretini, come s'inimicarono coi Fiorentini, IV, 37 — co-
me Airone sconfitti da loro, V, 5 — prendono e disfan-
no Cortona, VI, 66 — tornano in briga co' Fiorentini,
VII, 115 — loro danni, ivi, 120 — sconfiggono lJ3a-
nesi alla pieve al Toppo, ivi — schifano battaglia co' Fio-
rentini; poi guastano lor contrade, ivi, 124 — cavalcano
inaino a S. Donato in collhia, ivi, 127 — co' ghiballini
di Toscana e d'altre parti sono sconfitti da' Fiorentini
e' guelfi a Certamondo in Casentino, ivi, 131 — vanno
co' bianchi e' ghibellini sopra Firenze, Vm, 72 — ri-
prendono il castello di Laterino, ivi, 73 — sconfitti
da' Fiorentini, ivi, 118 — - ricevono Arrigo VII impe-
radore, IX, 44 — si partono dell' oste di lui, ivi, 53 —
fanno oste sopra la terra d'Ugueeione da Faggiuola, ivi,
205 —- nemici de'Fiorentini, ivi, 225 — sconfitti da'Pe-
rugini, ivi, 341 — tengono parte d'imperio, X, 99 —
hanno il borgo a Sansepolcro per assedio, ivi, 124 —
voglion prendere Cortona, ivi, 148 — hanno per patto
il castello di Mercatello, ivi, 220 — sconfiggono i Pe-
rugini, XI, 28 — trattano di accordo prima co' Perugi-
ni, poi co' Fiorentini, ivi, 59 — aiutano questi sopra
Lucca, ivi, 63 — fanno pace co' Tarlati, e rimettono i
ghibellini, XII, 45.
Arezzo, sua origine, e perchè' cosi nomata, I, 47 — come '
ne fu cacciata e rimessa la parte ghibellina, VI, 61 —
come ne furono cacciati i guelfi — VII, 115 — è as-
sediata da'Fìorentini, ivi, 182 — il legato Orsini vi fa
rannata di ghibellini e bianchi. Vili, 89— ne sono cac-
ciati i Tarlati e rimessivi i guelfi, ivi, 99 — tomanvi
i Tarlati, ivi, 101 — come vi è messo vicario d'im-
perio, IX, 25 — acquistato da'Fìorentini col suo con-
tado, XI, 60 — si dà al duca d'Atene, XII, 8 — se gli
rubella, ivi, 17 — si delibera dalla signoria de' Fioren-
tini, ivi, 24.
— vescovo di. V. Pietramala, UberHm^ Qmdi,
Argenta, assediata da' marchesi da Este, s'arrende, XI, 6.
Argon, figlio d'Abagà cane de' Tartari, togh'e regno e vita
a Tangador suo zio, VII, 100.
Ariano, castello in Brettagna, assediato, XII, 93.
Aristol^o. V. Teolqfire.
Arlotto, Gianni d', popolano di Roma, fatto cardinale da
Nicolò V antipapa, X, 74.
Armano, conte d', viene in Firenze, al seguito del duca
di Calabria, X, 1.
Armeni, ammazzano il loro re, XII, 40.
Armenia. V. Erminia,
— re di. V. Aiton,
Armignaeca, conte di, viene in Italia al seguito del re
Giovanni, X, 214 — va al soccorso di Ferrara, ivi, 216
— è preso, ivi, 218 — sconfigge i Fiamminghi, XI, 111
— ha parte nell'assedio di Calese, XII, 96.
Amo, fiume msggiore di Toscana, suo corso, I, 41 — sue
memorie, ivi, 43 — trabocca rovinosissimamente, XI, 1
e seg.
Arnoldo o Arnolfo, barone di Francia, è eletto imperadore
dai baroni dell'imperio, dopo Carlo il Grosso, II, 14 e
20 — vince i Normandi e que' di Danimarca, ivi, 20 —
muore, e in lui fallisce lo imperio a' Franceschi, ivi.
Arriano, Bernardo d', podestà pel re Cerio in Firenze, VII, 85.
85 -A.
546
INDICE DELLA CRONACA
AmgOf santo, daca di Baviera, I come ixnperadore, II come
re di Alemagna, IV, 4.
^ li detto III, imperadore d* Alemagna dopo Corrado, IV,
15 — paasa in Itab'a, vi fa eleggere papa Clemente U,
ivi — ha guerra e battaglia con papa Gregorio VI, da
lai già dipoBto, ivi
— m detto IV, imperadore dopo Arrigo II, fa fare papa
Vittorio, e a' incomincia scisma e perdecozione della
Chiesa, IV, 16 — sae contese con Gregorio VII, e
nuovo scisma che ne consegne, ivi, 22 — come asse-
diasse Firenze senza niente acquistare, Ivi, 23 — sua
mala fine, ivi
— IV, di Baviera, figlio di Arrigo IH, è eletto re de' Ro-
maid, IV, 27 — viene in Italia per la corona, ed è
confermato imperadore da papa Pasquale, ivi — sua
violenza al detto papa, e sì n*è coronato, ivi — fa
eleggere antipapa Bordino, ivi — toma a coscienza, e
si ricomunica con papa Calisto, ivi, 28 — muore, e
in lui finiscono gì' imperadori delle caso di Baviera, ivi.
— conte di Lussemburgo, eletto e incoronato imperadore,
Vm, 102 — maoda ambasciadori a Firenze per pace,
ivi, 120 — passa in Italia, IX, 1 — attende a Lo-
sanna le ambascerie delle terre d'Italia, ivi — vie-
ne a Milano per la corona del ferro, evi rimette i Vi-
sconti, ivi, 9 — assedia Cremona, òà ha per forza Vi-
cenza, e per accordo Padova, ivi, 14 — ha Cremona,
ivi, 15 — va ad osto sopra Brescia, ivi, 16 — le ha
per rese, ivi, 20 — viene a Genova, e n' ò ricevuto
signore, ivi, 24 — manda ambasciadori a Firenze, ivi,
26 — fa processo oontro a' Fiorentini, ivi, 29 — sua
stanza in Pisa, ivi, 37 — parte di Pisa, e va a Roma,
ivi, 40 — vie coronato imperadore, ivi, 43 — muove
alla volta di Toscana, ivi, 44 — si pone ad oste alla
città di Firenze, ivi, 45 — poi a San Casciano, poi a
Poggiboniazi, ivi, 48 — toma in Pisa, e fa molti pro-
cessi contro a' Fiorentini, ivi, 49 — condanna il re Ro-
berto di Puj^ia, ivi, 50 — s' apparecchia per andare
contro a lui, ivi, 51 — muore a Bonconvento, ivi, 52
— si divide la sua osto, ed i suoi baroni ne portano il
corpo a Pisa, ivi, 53.
— duca di Svevia, prende aua moglie Costanza erede
del regno dì Sicilia e Puglia, IV, 20, e V, 16 — ò co-
ronato imperadore da papa Celestino ; ftodolentomento
prende e la morire Guglielmo re di quel regno, e tutto
lo acquista, V,^]6, e 17 — diviene nemico della Chie-
sa, e muore scomunicato, V, 18.
— Bglio di Corrado I, regna dopo lui in Alemagna, III, 4.
— lo Sciancato, primogenito di Federigo II, VI, 1 — re
de' Romani, ivi, 14 — è fatto morire da suo padre, ivi,
22 — e i suoi figliuoli da Manfredi, ivi.
— I, figlio di Uberto, regna in Francia, IV, 4.
— I, figlio di Guglielmo, regna in Inghilterra, V, 3 —
fa uccidere il beato Tommaso di Cantorberì, ivi, 4.
— n, figUo di Stefano, re d' Inghilterra, V, 4.
— m, figlio di Riccardo, re d' Inghilterra, V, 4.
— re di Polonia, sconfigge i Tartari, VI, 28.
<— conto di Cornovaglia, figlio di Riccardo re d'Inghil-
terra, come f^ ucciso in Viterbo da Guido conte di
Monforte, VII, 39.
— > don di Spagna, cugino di Carlo d'Angiò, passa di
Tunisi in PuglU, ed è fatto senatore di Roma, VU, 10
— entrano in discordia, ivi — fa lega co' ghibellini
di Toscana per commuovere Conradino a passare in I-
talia, VII, 23 ^ lo accoglie a Roma, ivi, 25 — passa
con lui nel regno contro a Carlo, ivi — capitano degli
Spagnuoli nella battaglia di Tagliacozzo, ivi, 26 — vi
è preso, ivi, 27 — condannato a perpetuo carcere, ivi, 29.
— duca d' Austria, fratello di Federigo re de' Romani,
mandato in Italia centra 1 Visconti, IX, 144 — lo cor-
rompono, ed ei si toma in Alemagna, ivi, 145 — è
preso in battaglia da Lodovico di Baviera, ivi, 175.
— flg^o del conto Guido di fiandra, sua parte nella
aeonfitta di Monsimpevera, Vili, 78 — fa guerra a'
Fiorentini per Arrigo VII imperadore, IX, 35 e seg. —
prende Pietrasanta, ivi, 50 — ricusa la signoria di Pi-
sa, ivi, 54 — fatto capitano degli oltramontani nell'oste
deUa Chiesa, ivi, 195 — ha parto nella battaglia di
Gargazzuola, ivi, 199 — è preso dai Visconti, ma si
riscatta, ivi, 238 — capitano dell' oste della Chiesa a
Monza, ivi, 243 — sconfigge Vercellino Visconti, ivi,
250.
Arrigueci, famiglia nobile di Firenze, IV, 10 — è di parte
guelfa, V, 39 e VI, 33 — cacciate, VI, 79 — gran parte
d' essi tiene parte bianca co' Cerchi, Vm, 39 — e gli
altri parte nera, ivi.
Arriguccio Compagno degli, consolo in Fh*enze, V, 22 —
famiglia guelfa, ivi, 39.
ArriOf origine della sua eresia, I, 59.
Artese, contea d', tolte dal re Filippo al conte Ferrante
di Fiandra, V, 35.
ArUte, conte d', balio di CarloT Martello e del Regno, mao-
da armati in Sicilia, e sono sconfìtti, VII, 117 — osteg-
gia al castello di Catanzaro, ivi, 134 — vince Ruggieri
di Loria, ivi, — sconfigge i Fiamminghi a Fomes, VIII,
20 — ne riceve grande sconfitte a Coltrai, ivi, 56 —
gitte nel fuoco le lettere di papa Bonifazio al re Filip-
po di Francia, ivi, 62.
— Roberto conte d', va in Terra Sante e muore, VI, 36
— altro, guardiano e difenditore del regno, VII, 95.
— Uberto d', della casa di Fraincia, rnbello di Filippo di
Valois, ritenuto da OdoardoIU re d'Inghilterra, XI, 56
— sconfitto in Fiandra, ivi, 111.
ArtiforUy conte di, fatto dicapitare daOdoardoII re d'In-
ghilterra, IX, 138.
Artimio, castello, preso per forza dall' oste de' Fiorentini e
e del duca, X, 30.
Artivdlc. V. DarHveUo.
Artàf re di Brettagna, II, 4.
Artmgio^ Carlo d', di Provenza, viene In Firenze al seguito
del duca di Calabria, X, 1.
ArzeUnto, villa della contessa Matilde, IV, 21.
Aicamio (Giulio) figliuolo di Enea, rimane signore del re-
gno de' Latini dopo la morte di suo padre, I, 24 — la-
scia a Lavina sua matrigna ed al figlinolo di lei la si-
gnoria di Laurenzia, ivi — edifica Alba ovvero Albania,
e quella fa capo del suo regno, ivi.
Aicui, V. Atnrù
— Giulio d', capitano del popolo in Firenze, traditore,
XII, 3 — conservadore, ovvero assassino e bargello del
duca d'Atene, ivi, 8 — fatto a pezzi col figliuolo, ivi, 17.
— vescovo d', cancelliere del duca d' Atene in Firenze,
XII, 8.
Asciano, castello de' Senesi, disfatto da' Fiorentini, VI, 11
— lo prendono per forza, VII, 33 — rimane a' Lucche*
si, ivi, 49 — i Lucchesi Io riprendono a' Pisani, ivi,
122 — preso e disfiatto da' Pisani, IX, 68 — rimane
a' Fiorentini per pace, XI, 90.
AtcoU^ Melandoso d', podestà in Firenze al tempo dell'u-
surpazione del duca d'Atene, XH, 8 e 34.
Asia, sue provincie e suoi confini, I, 8 — da chi fosse pri-
mamente abitate, ivi.
Asinalunga, castello, preso dai Tolomei ribelli di Siena, IX,
183.
Assiria, provincia d'Asia, I, 3.
Assisi, assediate da' Saradni di Nocera, VI, 14 — robel-
lasi A'Perugùii, IX,' 104 — la hanno per assedio, ivi,
139.
Asti, rubellata al re Roberto, XI, lOi, — signoreggiate da
Luchino Visconti, XII, 74.
AiHght, Ugo d', barone d' Inghilterra, passa in Fiandra per
la guerra centra Filippo di Valois, XII, 65.
Astigiani, ricevono per signore Arrigo di Lassemborgo,
IX, 9.
Astone, castello, si rende a Federico II, VI, 18.
Asturi, terra degl' Infìragnipani , VII, 29 — rubellate al
Bavaro, X, 67 — presa, ivi, 103.
AtetUj Gualtieri duca d', e conte di Brenna, viene in Fi-
renze vicario del duca di Calabria, IX, 351 — lasciato
in Arieti dal prence della Morea, X, 21 — come passò
in Romania con gente d'arme, e non vi potè acquista-
re, ivi, 191 — eletto sovrano capitano al servigio del
comune di Firenze, XI, 136 — giunge all'oste fioren-
tina sotto Lucca, ivi, 140 — vi combatte, ivi — co-
cupa la signoria di Firenze, XII, 1 •» tiranneggia, ivi,
DI GIOVANNI VILLANI.
547
2 — ingftDna e tradisee i priori, e usurpa la sovranità,
ivi, 3 — sue azioni in Firenze mentre ne ta signore,
ivi, 8 e seg. — fa lega co' Pisani, con Mastino, co' mar-
chesi da Este e col signore di Bologna, ivi — come
dispiacesse la sua signoria e ne sorgessero cospirazioni,
ivi, 16 — suo feroce disegno, ivi — cacciato, ivi, 17
e seg. ^ gli è messa taglia da' Fiorentini, ivi, 34 >-
vengono a Firenze ambasciadori a chiederne V ammen-
da, ivi, 36 — fa fare rappresaglia sopra i Fiorentini,
ivi, 57 — combatte gl'Inglesi all'assedio di Calese,
ivi, 68.
AttàUmte, o Attalo, sua genealogia, I, 6 — viene d' Africa
in Italia con Elettra sua moglie, e fonda Fiesole, ivi,
7 — suoi figliuoli, ivi — altro re, de' discendenti di
Cam, ivi.
AuguMto, Ottaviano, signoreggia dopo Cesare l' universo
mondo, I, 29.
Àuguttolc, teutonico, occupa lo'mperio di Roma e d'Italia,
II, 5 — è discacciato da Guamor, e diventa monaco, ivi.
Austria, conquistata da Ridolfo di Habsburgo, VII, 42.
— duca di, capitano di Corradino alla battaglia di Taglia-
cozzo, TU, 27 — fugge con lui, ivi — è preso, e Carlo
d' Angiò gli fa tagliare la testa, VII, 29. V. anche AU
' herto, ArrigOy Otto, Federigo, Leopoldo,
Avellano, castollo, rimane a' fiorentini per pace, XI, 90.
Avellino, conte d', de* signori del Balzo, arresta la regina
Giovanna in Provenzs, XII, 95.
Averies, Gianni d', come fosse stipite de' signori di Fian-
dra, Vm, 67.
Avogadi, casa di Lucca, rimessavi da Gherardino Spinoli,
X, 66.
Avogaro di Trevigi, maggioreggia nel comune, X, 140 —
sua parte nella sconfitta data al legato sotto Ferrara,
ivi, 218 — si ribella a Mastino della Scala, e s'allega
alla lega guelfa in Vinegia, XI, 62.
Babele (Torre di) ordinata da Nembrot, I, 2 — come ri-
manesse incdmpiuta, ivi — si tramuta nelle mura di
Babilonia, ivi.
BacherelU, Rosso, uno de' tre primi priori delle arti in
Firenze, VU, 79.
Bachini, famiglia fiorentina. Vili, 71.
Bacco, figlio di Boccata cane de' Tartari, sconfigge il sol-
dano d'Aleppo e quello di Turchia, VI, 32.
Bagdad, presa da Alooo, VI, 59.
Baglione da Perugia, podestà in Firenze al tempo del duca
d'Atene tiranno, XÙ, 8 — ripara in casa agli Albizzi,
ivi, 17.
Bagnesif famiglia guelfa di Firenze, V, 39 e VI, 33 —
cacciati, VI, 79 — tengono parte nera, VIII, 39.
Bcàdo, cane de' Tartari, ha guerra con Cassano suo nipote
• n'è morto, VUI, 15.
Baldischio, terra restituita da' Fiorentini al conte da Bat-
tifolle, Xn, 24.
BaldoUo, prete e ruffiano del re Edoardo II, preso dal conte
di Lancastro, X, 8.
BcUdowneiti, nobili guelfi di Firenze, cacciati, VI, 79.
Baldovino conte di Fiandra, eletto imperadore di Costan-
tinopoli, V, 28 e Vn, 42 — cacciato daPaleologo, VII, 57.
— fratello di GotUfredi di Buglione, crociato, IV, 23.
BMueei, Pera, come per lui ebbero i Fiorentini franchigia
in Tunisi, VI, 53.
Balliuolo, città di Normandia, presa dal re d'Inghilterra,
xn, 63.
Balzo, del. V. Avellino, conte di. Novello.
— Beltramon del, come fu fatto conte d'Avellino da re
Carlo d' Angiò, VII, 10 — conduce aluto del re Roberto
e del duca di Calabria a' Fiorentini, X, 109, — cavalca
aopra quel di Pisa, ivi, 117 e 127 — sconfitto da'Mo-
danesi. Ivi, 155 — capitano de' Fiorentini all' assedio
di Lucca, ivi, 172 — cavalca sopra quel di Lucca, XI,
8 e 27.
— > Ramoado del, combatte per la Chiesa, X, 155.
— Ugo del, capitano pel re Roberto in Piemonte, scon-
fitto ed ncdso da Marco Visconti, IX, 102.
BàUo, Ugotto dal, preso in battaglia, XII, 47.
Bandini, Iacopo di Braccio, guelfo uscito di Pistoia, tra-
disce la patria a' Fiorentini, X, 58.
Banducdar, soldano dei Saradni, VII, 40.
Barhadori, popolani guelfi di Firenze cacciati, VI, 79,
Barbagnano o Oarbagnano, Francesco da, uno de' dodici
rettori di Milano, IX, 181 — morto alla Ghiaradabba,
ivi, 191.
Barbaniccki, chi fossero, IX, 255.
Barbavara da Portovenere, gran console, ammiraglio de'
Genovesi in aiuto del re dì Francia, XI, 110.
Barberia, provincia d'Africa, I, 4.
Barberino, castello, preso da Arrigo di Lussemburgo, IX, 48.
Barbischio, tolto da' Fiorentini a' conti Guidi, Vili, 2 —
si rubella, XI, 53.
Bardi, famfglift guelfa di Firenze, V, 39 — cacciata, VI,
79 — nemici de' Mozzi, Vm, 1 — si pacificano, ivi,
12 — parte di loro tengono parte bianca co' Cerchi, ivi,
39 — e gli altri parte nera, ivi — crescono in poten-
za, XI, 74 — ricevono gran danno per le guerre tra il
re d' Inghilterra e Filippo di Valois, ivi, 88 — si fanno
capo di congiura in Firenze, ivi, 118 — condannati, ivi,
119 — falliscono, ivi, 138 — confortano il duca d'A-
tene a farsi tiranno di Firenze, XII, 3 — tornano in
Firenze, ivi, 8 — capi di congiara contro di lui, ivi,
16, — lo cacciano, ivi, 17 e seg. — resistono sa po-
polo, ivi, 19 e seg. — sono rubati, ed arse le case lo-
ro, ivi, 21 — come fiillisce la grande e possente loro
compagnia, ivi, 55.
— Aghiuolfo e Pozzo di Piero, e Rabecchio del Piovano,
falsari di monete in Firenze, Xn, 53.
— Andrea de', manifesta la congiurazione de' suoi consorti
in Firenze XI, 118 — vende Mangone al comune, ivi,
119 — congiura contro il duca d'Atene, ivi, 16.
— Bartolo di messer Iacopo de', uno de' tre primi priori
delle arti in Firenze, VII, 79.
— Bartolo di Ridolfo, consigliere de' priori di Firenze,
xn, 18.
— Geroazo de', ha parte nell' assedio di Montecatini, X,
158 -- capitano pe' Fiorentini in Pietrasanta, XI, 32 —
capitano della cavalleria fiorentina, ivi, 50 — condan-
nato per congiura, ivi, 119 — congiura contro il duca
d'Atene, XII, 16.
— Gualterotto de', arrende il castello di Laterino agli A-
retini, VIII, 73.
— Piero de', condannato dal capitano delle guardie in
Firenze, XI, 118 — cede Vemia al comune, XII, 16 —
congiura contro il duca d'Atene, ivi, 119.
— Ridolfo de', riformatore in Firenze, XII, 17.
Bardo, rocca assediata dal marchese di Cavalcabò, IX, 129.
Barga, s'arrende a' Lucchesi dopo grande sangue, XI, 133
— ceduta da Mastino a' Fiorentini, X, 205 — rimane
a loro per accordo, XII, 8.
Bargellini, moneta di Firenze, IX, 77 — disfatta, ivi, 83.
Bargello, quando fatto in Firenze, IX, 76 -^ cacciato, ivi,
79 — n'è rinnovato l'ufdcio, XI, 16.
Bari (conte di) e di Borgogna, fa lega con Ottone IV im-
peradore, V, 35 — ribelle al re di Francia, VTII, 19.
Barili, Gianni, ambascladore del re Roberto a' Fiorentini,
XI, 137.
Barlaa, Gianni di, guidatore di schiere alle battaglie di
Coltrai, Vra, 56.
Barletta, ha gran battaglia cittadina, XI, 80.
Baronedli, popolani bianchi di Firenze, Vm, 71 — confor-
tano il duca d' Atene a farsi tiranno di Firenze, XII, 3.
— Salvestro Manetti de', sindaco del comune di Firenze e
compare del duca di Calabria, X, 22 — fatto prender*
dall'inquisitore e riscosso dal comune, XII, 58.
Barocci, famiglia antica di Fbrenze, IV, 10 — è di parte
ghibellina, V, 89 e VI, 33.
— Aldobrandino, consolo di Firenze, V, 30 — famiglia
ghibeUioa, V, 39.
Baichiera della Tosa, capo di lato della casa Tosinghl fio-
rentina, tiene parte bianca co' Cerchi, VUI, 89 — ha
parte nella prima zuffa tra' bianchi e neri, ivi — in al-
tra, ivi, 41 — mandato ai confini, poi revocalo, ivi, il,
— esce di città, col suo lato della casa, ivi, 49.
548
INDICE DELLA CRONACA
BoichUra, Bindo del, de* Tosinghi, rìnuse morto nelle bat-
taglie di Certoinondo in Caeentino, VII, 181.
Boichio, Nicolncoio da, condottiere al senriùo del Bayaro,
X, 48.
Stumtino^ siri di, assoldato dai Fiorentini, IX, 276.
Basignano, assediato dalle genti della Chiesa, IX, 160 —
reso a Harco Visconti, ivi, 164.
BoàtaitOy in Trevigiana, dato da Mastino della Scala ai
' Veneaiani, XI, 90.
BaHari, famiglia fiorentina, Vm, 85.
BatìnOf tiranno di Grosseto, lo rabella a* Sanesi, poi lo
rende e n'è ingannato, XI, 84.
BaU^olUf conti da, de' conti Quidi, entrano in guerra eoi
rescoYO d'Areaso, IX, 151 -^ aiutano i Fiorentini con
tra Castruccio, ivi, 808.
— conte Carlo da, muore colla sconfitta di Montecatini
IX, 72.
— conte Guido da, fatto vicario del ra Roberto in Firen
se, IX, 79 — aiuta 1 Fiorentini a cacciare il duca d'A
tene, XIT, 17 e seg.
— conte Simone da, viene in soccorso de' Fiorentini con
tro il duca d'Atene, Xn, 17 — fatto podestà, rinunzia
ma s'adopera per la liberaaione dlFirense, ivi e seg. —
gli sono restituite alcune terre, XII, 24 — racquista
Fronsole, Ivi, 88.
— Ugo figliuolo del conte Guido da, ritoglie a' Fiorentini
certo contado in Mugello, e n'è condannato, IX, 821 —
perde certe terre in Valdarno e in Chianti e n' ha danno
da Fiorentini, XI, 58.
SaUincenniy popolani guelfi di Firenze, cacciati, VI, 79.
BwarOj il. V. Lodovico duca di Baviera.
Bavelle (sau), castello, si arrende a' Fiorentini, XI, 125.
Baviera (Casa di), donde sia stratta, n, 16.
Baviera^ Rodolfo duca di, al seguito di Arrigo VII impe-
radore in Pisa, IX, 87.
Bathy re al Reno, I, 19.
BeeeadeUi^ nobili di Bologna, cacciano i Peppoli, IX, 182
— sono in parte cacciati, XI, 7.
Beechemtgi, nobili guelfi di Firenze, cacciati, VI, 79.
Beccari in Firenze, ftirono un tempo molto innanzi agli
nffid della città, n, 8.
Beccheria. V. VaUomhroaa,
Bela, V. TùtiU.
Be(/bHJ, casa di Volterra, rispondono alla congiurazione
de'Bondi in Vlrense, XI, 118.
BeVorti, 0 ci» Bé^orUy Ottaviano, ai fa signore di Volter-
ra, ]n, 116 — manda suo figlio in aiuto de* Fiorentini
centra i Pisani, ivi, 82 — questi è Catto prigione, ivi,
84 •— tenuto per sicurtà dal duca d'Atene in Firenze,
xn, 8 — toma signore di Volterra, ivi, 17.
BéyredelUy popolani guelfi di Blrenze, cacciati, VI, 79.
— Odoardo, consigliere de' priori di Firenze, XII, 18.
Bdgiày sire di, preso in battaglia, IX, 812.
— * Guglielmo di, capitano in Aori, la difende vigorosa-
mente contro i Beracini, VII, 145.
BiUiariOj patrizio de' Romani, è mandato in Italia da Giu-
stiniano imperadore, II, 6 — vince e sconfigge 1 Goti,
e li cacda tutti quasi d'Italia, ivi.
BiOa^ della, nobiU antichi Fiorentini, IV, 11 — sono di
parte guelfi^ V, 89 — nella seconda cacciata de' guelfi
rimangono, VI, 79.
— Gianno della, popolano di Firenze, primo antere del
secondo popolo, VUI, 1 — è cacciato, ivi, 7 »- men-
zione di lui, xn, 44.
Bètktgi^ famiglia fiorentina, XII, 7.
Bellaspera, castello di Castruccio, X, 58.
SMneiom^ lato degli Adimarì di Firenze, di parte bianca,
esce quasi tutto di città, VIU, 49.
— degli Adimarì Bonaccorso, ambasdadore dei guelfi di
Toscana a Corradino, VI, 88»
BeUuio, fratello di Brenne, assedia Romii, I, 24«
Bellosguardo, casteUo riposto da Castmcdo degl' Intermi-
nelli, IX, 269.
BéUugOf Guido, vescovo d'Alparro, barone del conte di
Monforte, VÓ, 4.
Belluno, si arrende a Carlo figliuolo del re Giovanni di
Boemia XT, 64 e XlT, 85
BdmoiUij Arrigo, eonte di, muore nella batta^ di To^
nes, vm, 20.
— Guglielmo di, barone del conte di Monforte, VII,4 —
il re Carlo d'Angiò lo manda al raoquisto di Sieilis,
ivi, 80.
— Piero di, barone del conte di Monforte, VII, 4.
BéUdvéj Guglidmo di. V. Maliscalco del re Carlo.
Benedetto V, papa, Catto da' Romani, muore in prigk»e per
Ottone I imperadore, IV, 1.
— vm, papa, censura imperadore Corrado I, IV, 9.
— IX, papa, deposto, IV, 15.
— X, papa, in Firenze, IV, 16 — è àspoBìo, ivL
— XI, papa, vm, 66 — manda il cardinale da Piato a
pacificare Firenze, ivi — muore, ivi, 80.
— xn, papa, sua eleaione, XI, 91 — determina l'opi-
nione di papa Giovanni XXn della visione delle anime
beate, ivi, 47 » manda legati per metter pace frailie
d'Inghilterra e quello di Francia, ivi, 72 — rende sua
pace a' Visconti ed a Mastino della Scala, ivi, 111.
Benevento, è data in dote da Carlomagno alla Chiesa di
Roma, n, 18 — assediata da Ottone secondo, IV, 1 —
perchè la Chiesa tengala per sua, V, 8 — è presa da'
Franceschi dopo la battaglia della Qrandella, die diea4
di Benevento, VII, 9.
Beast, nobili da Fegghine e da Lncolena Catti popdsai,
xn, 23.
Berengario I, imperadore in Italia dopo Luigi, m, 4.
— n, figlio del primo, imperadore in Italia dopo suo pa-
dre, m, 4.
— in, imperadore in Italia con Alberto suo figlinolo, dopo
Lotario, m, 5 — sua tirannide e oeme punita, ivi ^ sao
fine per Ottone re d'Alemagna, e come in lui fiallisce lo
imperio agl'Italiani, ivi.
Berg, città di Fiandra, conquistata da rubelli, Vm, 56.
Bergamaeckif sconfitti da quelli della Chiesa, IX, 228.
Bergamo, si dà alla signoria del re di Boemia, X, 169 —
poi a quella dei signori della Scala, ivi, 204 — signo-
reggiata da Luchino Visconti, Xn, 74.
Birgamoy Guglielmo da, cardinale dotto, Vm, 64.
Bergeracco (Bergherago), in Guascogna, assediata e presa
dal conte d' Orbi (Vervich), Xn, 47.
BergóU^ chi fossero in Pisa, Xn, 120.
Berignone, castello, assediato da Ottaviano Belforti, XI, 116.
Berlinghierif conte Raimondo, di Provenaa, suol fitti, VI,
90.
Bernardi di Porco, Iacopo, podestà in Firenze, VI, 65.
Bemarduecif Arrigo, capo di setta in Lucca, IX, 68.
BerrOf signore di, viene in Firenze al seguito del duca di
Calabria, X, 1.
Bertaldi, Guglielmo, rimane morto nella battaglia di Cer-
tomondo in Casentino, Vn, 181.
Bettrframo e BeUairo, siniscalchi del reame di Tunisi, si
rubellano, e commuovono il re del Garbo contro 1 reali
di Tunisi, xn, 102.
Bottone, città, lasciata al re di Francia per patti, IX, 128
— assediata dai Fiamminghi, Xn, 65.
BeiUma^ Roberto di, conte di Fiandra, e barone del conte
di Monforte, Vn, 4 — capitano d' una schiera alla bat-
taglia di Benevento, ivi, 8 — uccide, presMita re Carlo
d'Angiò, il giudice che condannò Corradino, ivi, 29.
Bianehiy origine della loro parte, Vm, 88 — - sono ricolti
a casa de' Cerchi in Firenze, ivi, 89 — quali fossero
in Firenze, ivi — vi guidano la signoria della terra,
ivi, 41 — ricevono onta da' neri, ivi — quel di Lneea
son cacciati da parte nera e' gu^fi, ivi, 46 — que' di
Firenze son cacciati da Carlo di Valois, Ivi, 49 — de-
gli nsdti guerreggiano co' ghibellini In Valdarno, ivi,
58 — poi in Mugello, ivi, 60 — slmilmente Tengono
alle porte della città, e ne vanno sconfitti. Ivi, 72 —
son esodati di Bologna, ivi, 88 — e di tutta Romagna,
IX, 18.
Bibiena, castello disfatto da' Fiorentini, VU, 181.
Bidali, che cosa fossero, Vm, 78.
Bigkwréaù V. Boetu
Binata (il), castellano del Pontadera, fiitto morire, vn, 148.
JB&ott, Sando di Cenni de', riformatori di IHrenae» XI!, 82.
Bigane, città, presa da' Genovesi guelfi, IX, 108.
>
DI GIOVANNI VILLANI.
549
Bi9»nòf Hinuodo dm, ma parte in una sconfitta de'Piiani,
vn, US.
Séogdinoè, figlio di Roberto Qniflcardo, primo daca di Ta-
ranto, IV, 19.
Boceanegra^ Simone dì, primo doge di Genova, XI, 102 —
rinunzia, XII, 37.
Boceatondef nobili guelfi di Firenze, cacciati, VI, 79.
Boemia, prorincia d'Europa, I, 5.
— re di, irrita Federico Barbarosaa contro la Francia, V,
1. y. anche Oiùvamii.
Bomo (santo Severino), consolo di Roma, patisce prigio-
nia per Teodorico, ed ivi compone il libro della FUo-
9ofea conaoUmUmet II, 5.
BogoUiù V. ^/afi<».
Boiffro da Tolentino, sua parte nella cacciata de' guelfi di
Genova, XI, 84.
Bologna, sta contro l'imperadore Arrigo VII, IX, 11, —
osteggiata da Passerino, ivi, 327 — come volle essere
tradita e tolta al legato del papa per lo Bavero, X, 147
— acommosaa per la cacciata del legato, XI, 7 — viene
alla signorìa di Taddeo de'Peppolt, ivi, 70«
^ in sul mare, dttà assalita da Odoardo DI, XII, 68.
Bcioffnaf Taddeo da, sommo fisiciano, Vili, 65.
Bolognesi, sconfiggono e prendono re Enzo figlio di Fede-
rigo n, VI, 87 — hanno parte nella rotta ài Monta-
pertì, ivi, 78 — vanno ad oste sopra Faenza^ VII, 64
— sconfitti da Guido di Montefeltro, ivi, 48 — danno
aiuto a Gianni de Pa per la Chiesa, ivi, 80 — hanno
parte nella vittoria di Certomondo in Casentino, ivi, 131
— cavalcano ad Imola, ivi, 144 — sono sconfitti da
Ifaghinardo da Susinana, VQ, 16 — fanno pace con
iva e col marchese d'Este, ivi, 28 — si reggono a parte
bianca, ivi, 60 — aiutano i ghibellini e' bianchi usciti
di Firenze, ivi, 72 — fanno lega co' Fiorentini e' Luc-
chesi, e con gli altri guelfi di Toscana, ivi, 85 — simil-
mente contro Arrigo VII imperadore, IX, 17 — hanno
parte nella sconfitta di Montecatini, ivi, 71 — caval-
cano sopra Modena, ivi, 88 — cacciano Romeo de' Pep-
poli, ivi, 132 — mandano gente per la Chiesa sopra
i Visconti, ivi, 187 — aiutano i Fiorentini centra Ca-
■truccio, ivi, 302 — • sconfitti gravemente da Passerino
de' Bonacosi, ivi, 315 — fanno pace con lui, ivi, 320
— mandano aiuto al duca di Calabria in Firenze, X,
1 — danno la signoria al legato del papa, ivi, 9 —
mandano aiuto a'FiorentÌDÌ sotto Pistoia, ivi, 85 •— si
danno liberamente alla Chiesa, ivi, 200 — taglieggiati
dal re Giovanni, ivi, 217 — si rubellano al legato, lo
cacciano e ne abbattono il castello, XI, 6 — fanno le-
ga co' Fiorentini contro Mastino, ivi, 45 — gli ainta-
no sopra Lucca, ivi, 63.
Bolsena, osteggiata dal Bavero, X, 98.
BonaceorHf casa fiorentina, falliscono, XII, 55, e X], 138.
Bonmeoiij case guelfe di liantova, X, 100.
— Passerino de', vicario e capitano per Arrigo VII in
Mantova, IX, 20 — signore di Mantova, va sopra Reg-
gio, ivi, 167 — dà passo a' cavalieri franceschi soldati
da' fiorentini, ivi, 276 — signore anche di Modena,
manda aiuto a Castruccio centra i Fiorentini, ivi, 806
(a guerra a' Bolognesi, ìyì, 325 — 11 sconfigge, ivi, —
va ad oste alla città di Bologna, ivi, 327 — fa pace
coi Bolognesi, ivi, 340 — va al parlamento di Trento,
X, 18 — e di Uorci, ivi, 32 — come fu tradito e
morto, ivi, 100.
BùmaUi, Guido, suo augurio al conte Guido da Montefel-
tro, vn, 8i.
BimeonH, Cola di Piero, capo di parte in Pisa, XI, 42.
»* Vanni di Banduccio, tratta col Bavaro per dargli Pisa, X, 34.
Bonddmtmti, V. Bwmddmontì,
— Benghi, podestà in Montepulciano, VII, 136.
— Bondehnonte de'i come fosse prima cassone delle partì
guelfa e ghibellina in Firenze, V, 38 — la sua casa è
capo di parte guelfa, ivi, 29.
— Ceco de*, sua fine, VI, 85.
— Guelfo di Bindo, rende il castello d'Areaso agli Are-
tini, Xn, 17.
Bimetta^ Manfirc^, conte camarlingo del re Manfredi, che
nomo fosse, VI, 46.
Bonétto, tedesco, capitano in Brescia per Mastino della
Scala, XI, 73 — capitano in Lucca per lo stesso, ivi,
131 — combatte co' Fiorentini contro i Pisani, ed è
fatto prigione, ivi, 134.
Bonifazio, terra posseduta da' Genovesi, XII, 100.
Bonifano VIII, papa, VI, 8 — suoi diportamenti, ivi —
canonizza santo Luigi di Francia, VIU, 11 — accorda di
pace il re Carlo n d'Angiò e' figlinoli col re Giacomo
d'Aragona, ivi, 18 — privilegia al re Giacomo l'isola
di Sardegna ivi — priva del cardinalato Iacopo e
Piero della Colonna, ivi, 21 — iogaona i Colonnesi,
poi gli scomunica e perseguita di nuovo, ivi, 23 —
pubblica il giubileo del 1300, ivi, 36 — s'intromette
inutilmente fra le parti nera e bianca di Firenze, ivi, 39
— vi manda legato il cardinale d' Acqnasparta, ivi, 40
— manda in Francia per Carlo di Vaiola, ivi, 43 —
come s'inimicasse col re Filippo di Francia, ivi, 62 —
è fatto prendere da lui, e ne muor di dolore, ivi, 63
— de' morali eh' ebbe in sé, ivi, 64 — sua memoria
perseguitata da Filippo, ivi, 91 — giudicata nel con-
cilio di Vienna, ivi, 101.
BoiwiUé, Gianni di, capitano di assoldati pe' Fiorentini al-
l'aiuto per l'assedio di Pistoia, X, 86.
BordéUo^ siniscalco di, preso in battaglia, XII, 47.
Bordino^ antipapa, è preso da' Romani e maltrattato, IV,
27.
Bordoni, nobili guelfi di Firenze, cacciati, VI, 79 — po-
polani principali di setta coi Donati, Vm, 96 — vo-
gliono più che parte nel reggimento IX, 271 — son
condannati e mandati a' confini, ivi, 283 — coogiura-
DO contro il duca d'Atene, XII, 16.
— Gherardo, ucciso da Boccaccio Cavicciuli, vm, 96.
— Gherardo di Chele, cavaliere ed ambasciadore al re
d'Ungheria, XIB, 108.
Borgoy Matteo di, condannato dal duca d' Atene, XH, 2.
Borgogna^ re di, morto in battaglia, II, 1.
Borgognoni^ hanno parte nell'assedio di Lucca al soldo de*
Fiorentini, X, 173.
Bornio, di Borgogna, maliscalco di Raimondo di Cardone,
sua parte nella guerra de' Fiorentini contro Castruccio,
IX, 300, e seg.
BotHchit fÌEuniglia nobile di Firenze, IV, 13 — tien parte
guelfa, V, 39 e VI, 33 — cacciata, VI, 79 ^ nemici
de' Foraboschi, Vili, 1 — gran parte di essi tiene parte
bianca co' Cerchi, ivi, 39 — e gli altri parte nera,
ivi.
BoHoli, famiglia guelfa capo di parte in Arezzo, XB, 80
— cacciati, ivi, 118.
— Rinaldo de', rubello d'Arezzo, VII, 115.
Bottacci, Giovanni, podestà di Firenze, VI, 6.
BoiHceUay figlio del signor di Mantova, podestà per Mastino
I della Scala in Vei-ona, XI, 95.
BovaUiiri, cacciati di Bologna, XI, 7.
Bovolento, bastìta e terra di Trivigiana, chiusa e afibr-
zata dall' oste della lega guelfa centra Mastino, XI, 54.
Brahante, duca di, vince in battaglia il conte di Lussem-
burgo e conquista il ducato di Lamburgo, VII, 133 —
difende Guanto per suo zio Guido conte di Fiandra,
vm, 19.
— duca di, e conte d'Analdo, fa lega contro al re di
Francia, XI, 55 — va sopra il vescovo di Liegi, e
s' accordano, ivi, 78 — osteggia con la lega nel reame
di Francia, ivi, 83 e 112 — tratta con Filippo di
Valois, ivi, 118 — si parte dalla lega per danari, e s'im-
parenta col re di Francia, XII, 68 » è fìitto signore di
Liegi, ivi, 94.
Brabanzoni, fan lega contro al re di Francia, XI, 119— -
vi mancano, ivi, 118.
Bracchia, provincia d'Europa, I, 5.
BrambennOf duca di, ci^itano dei Tedeschi del Cermglio,
X, 108.
Branca^ Manno della, d'Agobbio, podestà in Firenze, DC,
219.
— Piero della, d'Agobbio, podestà in Firenze, Vm, 96.
Brandehttrgo marchese di, figliuolo del Bavaro, ra col
duca di Brabante sopra il vescovo di Liegi, XI, 78 —
osteggia con la lega sopra il reame di Frauda, ivi; 85 —
550
INDICE DELLA CRONACA
va contra Carlo di Boemia in Chiarentana, XIX, 85. Y.
anche Ugo»
SniMcOf don, d' Aragona, capitano di don Federico signore
di Sicilia, Vili, 34 — contestabile de' Fiorentini, muore
nella sconfitta di Montecatini IX, 72.
Brenna^ conte di, e duca d'Atene capitano del re Carlo
d'Angiò, prende Melazzo, VII, 66 — è vinto in mare
da Roggeri dell'Oria, ivi, 117 — duca d'Atene, capitano
e signore della compagnia di Romania, è sconfitto e
dicoUato da' suoi, Vili, 51. V anche AUne, duca di.
— Gualtieri, conte di, ammazzato, IV, 20.
Brenne, assedia Roma, IV, 20.
Brescia, è assediata e presa a patti da Federico II, VI, 20
— come i ghibellini ne cacciarono i guelfi; e questi
rimessivi per Arrigo imperadore, ne cacciarono i ghi-
bellini, e a luì si rubellarono, IX, 11 — Arrigo vi si
pone ad oste, ivi, 15 — la ha per resa, ivi, 20 — gli
si mbella, ivi, 82 — come i guelfi ne cacciarono i
ghibellini, e diedero la terra a' signori della Scala, X,
. 204 — si rubella a Mastino, e si dà alla lega de'Lom-
bardi, XI, 73 — signoreggiata da Luchino Visconti,
Xn, 74.
Bresciani hanno guerra col marchese Azzo da Este, Vili
88 — sono sconfitti dalla gente dell' imperadore Arrigo
Vn, IX, 20 •— difendono Salò da Cane della Scala, X,
128 — si danno alla signoria del re di Boemia, ivi,
169.
Bresigliaf Gianni di, maliscalco del conte Carlo d'Angiò,
VII, 4 — capitano de' Fiorentini e lor taglia, ivi, 20 —
li conduce ad oste sopra Siena, ivi, 21.
Brettagna, provincia d' Europa, I, 5 ~ da ehi nomata,
ivi, 24 — è signoreggiata dai Brettoni, poi da diverse
nazioni, ivi. V. anche Inghilterra.
— eonte di, ano consiglio al re Carlo d'Angiò, VII, 72.
— duca di, muore senza redo, e ne segue guerra, X, 143.
V. anche MonforU,
Brettinoro, castello assediato da' gaelfi di Romagna, Vili,
93.
Brettoni, da chi originati, l, 24 — come finisce il le-
gnaggio e signoria loro, ivi — si rubellano a Carlo di
Bros, e fanno loro duca il conte di Monforte, XI, 143.
Brots, conte di, muore nella battaglia di Croci, XH, 67.
Bronci^ Ferraino de', avvelenato, VHI, 41.
Brezzi, paese rubato da Castruccio, IX, 317.
BruggiOf tiene pel re di Francia, Vili, 20 — se gli ru-
bella il popolo minuto, e uccidono i Francesi, ivi, 55
— mandano per Guglielmo di Giulieri, e Io fanno lor
signore, ivi, 56 — prendono e ardono il porto delle
Schiuse, IX, 221 — come ne fu mutato lo stato e si-
gnoria, ivi, 232 — si rubella al conte di Fiandra, ivi,
282 — quo* della terra con qne' di Coltrai, sconfiggono
e prendono il conte, poi sconfiggono que' di Ganto, ivi,
310 — sono sconfitti e traggono di prigione il conte,
ivi, 334 — sono puniti, X, 88.
Bruggia^ signore di. V. Guido.
Brunelleeehif famiglia nobile ghibellina di Firenze, V, 39 e
VI, 83 — tengono parte nera, Vm, 39 — hanno parte
nella uccisione di Pazzino de' Pazzi, IX, 33 — fatti po-
polani, XII, 23.
— Bette, principale di parte nera, Vili, 71 — citato dal
papa, ivi, 72 — capo di setta contro Corso de' Donati,
ivi, 96 — sua superba risposta agli ambasciadori di Arri-
go imperadore, ivi, 120 — ucciso dai Donati, IX, 12.
— Francesco preso nella battaglia d' Altopascio, IX, 305
— ed in quella di Lucca, XI, 134 ~ scuopre una con-
ginra contro il duca d'Atene, XII, 16 — fatto luogotenente
del podestà In Firenze, ivi, 17 — ambascladore al
papa, ivi, 58.
— Ottaviano, capitano di cavalieri nell' oste fiorentina con-
tra Castruccio, IX, 302.
BrunelU de' Razzanti, Brunellino, consolo in Firenze, V, 31.
BrunOf Gillo il, contestabile di Francia, barone del conte
di Monforte, VII, 4 — suo consiglio con Carlo prima
della battagUa di Benevento, ivi, 8 — capitano d' una
schiera in quella battaglia, ivi, 9.
Bnuchìnoy tedesco, ha parte nella guerra tra' Fiorentini e'
Pisani sotto Lucca, XI, 140.
Bnuciati, Tedaldo, caporale di Brescia, fatto squartare da
Arrigo vn imperadore, IX, 20.
Bruta, Corrado della, capitano di guardia in Firenze, XI,
123.
Bruto, figlio di ^Silvio e nipote di Asciano cacciando uc-
cide disavvedutamente suo padre, I, 24 — fìigge eoo
seguito, arriva in Brettagna e le dà suo nome, ivi, —
sua discendenza, ivi.
— senatore, primo consolo in Roma con Lucio Tarquinio,
I. 28.
Bucelli, popolani guelfi di Firenze, cacciati, VI, 79.
— Talento, ha parte nell'assedio di Montecatini, X, 1(8.
Buechierì Mulo. V. Tunisi.
Bucino, castello, si dà a' Fiorentini, XI, 41.
Buggea, presa dal re del Garbo, XII, 102.
— redi, prima di Tunisi, ricupera suo signoria, IX, 105.
Buggiano, castello, fa pace e accordo co' Fiorentini, X,
136 — mbellasi e toma co' Lucchesi, X, 136 — ì
Fiorentini ne abbandonano e ardono il boi^, ivi, 166
— rimane a loro per pace, XI, 90.
Buiamont^ duca di Puglia, ha parte nella crociata di 6o^
tifredo, IV, 24.
Buiamonti, famiglia fiorentina, Vm, 71.
Bulafar, re del Garbo, s'insignorisce di Tunisi, XII, 101
Bulgaria, provincia d'Europa, I, 5.
BuoneontL V. Boneonti.
— Banduccio, come Uguodone della Faggiuola gli facesse
tagliare la testa a lui e al figliuolo, IX, 75.
Buonddmonti, famiglia antica di Firenze, IV, 13 — come
da essa sorgessero le parti guelfa e ghibellina in Fi*
renze, ed ella si facesse capo di parte guelfa, V, 39 —
entrano nella prima cacciata di guelfi da Firenze, VI,
33 — son ricacciati, ivi, 89 — si rappaciano cogii
Uberti, vn, 56 — nemici de' Cavalcanti, e, in parte, de*
Giaadonati, Vili, 1 — tengono parte nera, ivi, 89 —
hanno piato col legato di Toscana, X, 181 — eonfb^
tano il duca d'Atene a farsi tiranno di Firenze, Xn, 8.
— Rinieri Zingano de', capitano de' guelfi usciti la prima
volta di Firenze, preso e risparmiato da Federigo H}
VI, 35.
— Rosso di Gherardncoi de', dicapitato pel consenradore
di Firenze, XI, 39.
—- Tegghia di Bindo, podestà di Buggiano, X, 166— di
Massa, XI, 85.
— Uguecione de', ha parte nella guerra contro a'I^sam
sotto Lucca, XI, 140 — e nella cacciata del duca d'A-
tene, XII, 17 e seg.
Buovo, Gianni, grande cittadino romano, piglia la crociati,
V, 1.
Burano, castello, rimane a' Fiorentini per paoe, XI, 90.
Bufi, castello de' Lucchesi preso dalla gente di Arrigo di
Lussemburgo, IX, 37.
Buttafuoco, Gianni, di Gianville, muove al passaggio delU
Liscia, Vni, 78.
Butzaecherini, Benedetto, ammiraglio de' Pisani, VH, 9Ì«
— Ugolino, ammiraglio de' Pisani, sconfigge l' annata de'
Genovesi, VI, 19.
Buzzano, terra in Chiarentana, arsa da Cario di Boemia,
xn, 85.
Buzeecea, Saracino, grande ginocatore di acacohi, VH, IS*
Caca (il) da Reggio, chi fosse, VI, 86.
Cacchiano, da, nobili del contado di Firenze, fatti popo-
lani, xn, 23.
Cagli, città presa da' Perugini, XI, 85.
Caino, in Terra di Lavoro, si arrende alla gente del re
d'Ungheria, XH, 118.
Caio, Antonio, consolo di Roma mandato contro Catelfins
e sopra Fiesole, I, 31.
Calabria (Calavra), provineU d'Italia, I, 6 — guastata da'
Saracini, III, 4.
OcHabria, duca di. V. Carlo, Roberto,
Calcagni, Gianni, di Vaccherecda, anziano del popolo di
Firenze con lo Spedito, VI, 77«
DI GIOVANNI VILLANI.
551
Colei, laoopo da, ambasciRdore de' Pisani al yescovo d'A-
rezzo, X, 83 — preso, Ivi.
Caldea, provincia d'Asia, I, 2.
Calenzano, castello preso e arso da Castracelo, IX, 318.
Calese, assediato da Odoardo III re d'Inghilterra, Xn, 68
— b' arrende, ivi, 96.
CoZ/tteet, nobUi antichi di Firenze, IV, 11.
Calido, reale di Tunisi, muore per guerra civile, XII, 102.
Cali/ di Bagdad, preso e morto per V imperadore de' Tar-
tari, VI, 59.
CaUsto n, papa, scomunica Arrigo IV, IV, 27 — si rico-
munica con lui, ivi.
— antipapa, V, 1.
Calvmgno, conte, suo consiglio a Manfredi, VII, 7 — ca-
pitano de' Tedeschi alla battaglia di Benevento, Ivi —
capitano d' una schiera d' italiani per Corradino alla bat-
taglia di Tagliacozzo, ivi, 26 — fogge col re, ivi, 27 —
è preso, e Carlo d'Angiò gli fa tagliare la testa, ivi, 29.
Calvoli, assediato dalla gente del capitano di Forlì, XI, 103.
Cottoli, Folcieri da, di Bomagna, podestà di Firenze, fa ta-
gliare la testa ad alcuni cittadini di parte bianca, VII!, 59.
Camaiore, arsa e rubata da Marco Visconti e' Tedeschi del
Cerruglio, X, 130.
Cambrai, osteggiata dall'oste della lega centra Filippo di
Valois, XI, 85.
Camerata, contrada, perchè così nomata, I, 36.
Camerino, manda aiuto a' Fiorentini contro Castmccio,
IX, 302.
ComerUngOf conte, suo consiglio a Manfredi dopo la presa
di san Germano, VII, 7 — lo tradisce alla battaglia di
Benevento, ivi, 9.
Comertino, duca romano all'assedio di Fiesole, I, 36.
Camìa, provincia d'Asia, I, 3.
Camino o Cammino, signori da, mbellano Arrigo a quelli
deUa Scala, XI, 50.
Cammino, Ricciardo da, signore di Trevigi, X, 42.
Cammone, conte, fatto duca di Puglia, IV, 34.
Camo (Carnea), in Normandia, si rende a Guido di Fian-
dra Vm, 56 — presa, rubata ed arsa da Odoardo ni
re d'Inghilterra, XH, 63. •
Camonte, Alessandro di, preso in battaglia, XII, 47.
Campana, come si trovò di prima, n, 11 — quale siala
maggiore, VI, 46.
Campi, paese rubato da Castrucclo, IX, 317.
— di Firacchi, preso da' Fiorentini guelfi, a' ghibellini
usciti, VII, 19.
Campiobbeii, famiglia nobile guelfa di Firenze, V, 39 —
cacciati, VI, 79 — fatti popolani, XII, 33.
Campodifiore, V. Orsini,
Campogiallo, rubellato a' Fiorentini, XI, 139.
Camporena, castello, preso da' Fiorentini, X, 137.
Composampiero, Giovanni da, capitano dell' oste de' mar-
chesi da Ferrara, preso da' Tedeschi, X, 210.
Campo san Piero, villa, si rubella a Mastino della Scala,
XI, 58.
CanceUi^, nobili di Pistola potentissimi, come tra loro si
originassero le parti nera e bianca, VOI, 38 — i Fio-
rentini li traggono di Pistoia e li mettono a confini in
Firenze, ivi.
Caneelliai, Schiatta de*, capitano pel comune in Firenze,
vm, 49.
Candazia, bellissima figlinola di Sicano, I, 8.
Cangiut, fabbro, come fa ftitto primo imperadore, cioè ca-
ne de' Tartari, V, 29.
Camigiani, popolani guelfi di Firenze, cacciati, VI, 79.
Canneto, castello, si rende alla lega de' Lombardi, XI, 73.
Canossa, rocca fondata dalla contessa Matilde, IV, 21.
CanUUmo, Giacomo di, vicario del re Roberto in Firenze,
IX, 56 — viene in Firenze al seguito del duca di Ca-
labria, X, 1.
Camiiihiera, conte di, fatto dicollare da Odoardo ni re d' In-
ghilterra, X, 152.
Ca€T§a, Iacopo di. V. Oiovaami XXII.
Capacela, palagio di Firenze, da che nomato, I, 38.
Capalle, castello preso e arso da Castmccio, IX, 318.
Capano, Cincia, ginstidata per 1' assassinio di Andreasso
dnca di Calabria, XII, 52.
Capano, Iacopo, ha parte nell'assassinio di Andreasso dn-
ca di Calabria, XII, 51.
Capitani di parte in Firenze, che cosa fossero, VII, 16.
Capitano della guardia, uficio in Firenze, XI, 18 — rad-
doppiato, ivi, 23.
— di popolo, come fosse primamente eletto in Firenze,
VI, 39.
Capitndini dell'arti, hanno il reggimento di Firenze, XTI, 22.
Caponèacehi, famiglia antica di Firenze, IV, 11 — è di
parte ghibellina, V, 39 e VI, 33 — sono cacciati, VI, 65.
Caposelvoli in Valdambra, disfatto da' Fiorentini, VI, 6 —
si rende all' imperadore, IX, 45 — racquietato da' Fio-
rentini, IX, 166.
Cappiano , castello de' Fiorentini preso da Castmccio signo-
re dì Lucca, IX, 106 — da' Fiorentini, IX, 301 — ri-
preso da Castmccio, ivi, 306 — disfatto da lui, ivi, 301.
Cappiardi, famiglia antica di Firenze, IV, 13 — tengono
parte ghibellina, V, 39.
Capponi, Paolo di Boccnccio de', cavaliere ed ambasoia-
dore al re d'Ungheria, XII, 108.
Capraia, castello assediato da Federigo II, VI, 35.
Capraia, conti da, s' oppongono alla reedificazione di Fi-
renze, II, 21 — hanno guerra co' Fiorentini, V, 31.
— Anselmo da, nipote del conte Ugolino, fatto da lui av-
velenare, VII, 121.
— Ridolfo, conte da, capitano de' guelfi usciti la prima
volta di Firenze, è morto da Federigo II, VI, 35.
Caprese, rocca presa dal vescovo d'Arezzo, IX, 235.
Coprono, Filippo da, preso da Castracelo, X, 82.
— Guido da, cittadino di Pisa, ucciso da Corbinio de'
Lanfranchi, IX, 153.
Capua, città, da chi edificata, I, 25.
CapuR, principe di. V. Carlo, Pandolfo.
Caracdoli, Maruccio, camerlingo della regina Giovanna,
fogge con essa in Provenza, XII, 115 — imprigiona-
to, ivi.
— Nicola de', resiste al re d'Ungheria, ed è preso, XII,
111,
Caramagna, visconte di, preso in battaglia, XII, 47.
Carcassona, assediata dal conte [di Barcellona e Valenza,
V, 35.
Card, nobili fiorentini guelfi, cacciati, VI, 79.
Cardinale Mauro. V. Porto, vescovo di.
Cardinale legato. V. Orsini, PoggeUo, Acquatparla, OÌU'
rardo, Oervatio, PUestrino (vescovo di). Porto (vescovo
di). Latino, Ombruno (arcivescovo di), Pétagrà, Chiaro-
monte (Piero di), Cieccano (da).
Cardinale ostiense. V. Acquaaparta, ZéoHno, Pt<Uo (da), Pog-
geUo (dal).
Cordona, Raimondo di Cardo di, d'Aragona, ammiraglio
del re Roberto a Genova, IX, 113 —capitano di guerra
per papa Giovanni e re Roberto, ivi, 129 — è scon-
fitto al ponte a Basignano, ivi, 160 — prende Tortona,
e più castella del contado di Pavia, ivi, 190 — entra
in Alessandria, ivi, 195 — è mandato capitano gene-
rale neir oste della Chiesa a Monza, ivi, 203 — eolia
gente della Chiesa e colla lega di Toscana e Lombar-
dia pone oste a Ifilano, ivi, 211 — si ritira, ed è as-
sediato in Monza, ivi, 213 — sconfitto e preso da' Vis-
conti, ivi, 238 — scampa, ivi — capitano di guerra in
Firenze, ivi, 295 — sua parte nella guerra contro Ca-
stracelo, ivi, 301 e seg. ^ preso nella battaglia d'Al-
topascio, ivi, 306 — tratto di prigione pel Bavaro, X,
107.
Carignano, castello reso da fllippo di Valois a Filippo di
Savoia, IX, 110.
Carlo I il Calvo, figlio di Luigi primo imperadore, re di
Francia, poi quinto imperadore Franeesco, II, 14 e 18
— caccia i Saradni di Sicilia, ivi, 19 — è avvelena-
to, ivi.
— n il Semplice, figlio apostumo di Luigi il Balbo, è
fatto re di Francia da' baroni, II, 14 — Oddo gli muove
guerra, ivi — sconfigge e uccide Roberto fratello di
Oddo, ivi — è preso da Roberto conte di Vermandois,
e muore in prigione, ivi.
— in il Grosso, figlio di Carlo il Calvo, imperadore e re
di Francia, II, 14 e 19 — vince i Normandi, fa pace,
552
INDICE DELLA CRONACA
• dà loro abitare la Laida Barena, n, 14 a SO — è di-
posto da* baroni, ivi, 14 e 19.
Coirlo IV figUo di fllippo U Bello, conte deUa Merda, p<4 re
di Francia, IV, 4 e IX, 66 — succede a Filippo ano
fratello, IX, 131 — lascia la prima moglie, e prende
la figlinola dell' imperadore Arrigo, ivi, 172 — viene in
Provenza per procacciare d'essere imperadore, ivi, 848
— prende per moglie la cugina, ivi, 262 — comincia
guerra in Guascogna col re d' logbilterra, ivi, 26S —
ai crede d' essere eletto imperadore, ivi, 267 — H pace
con Odoardo re d'Inghilterra, ivi, 315 — muore, X, 60.
— figlinolo del re Giovanni di Boemia, lasciato da suo
padre in Italia, X, 182 — sconfigge V oste de' marchesi
da Ferrara, ivi, 210 — viene a Lucca e la taglieggia,
ivi, 214 — mena aiuto alla lega contro Mastino della
Scala, ed ha Belluno e Feltro, XI, 64 — sconfigge Q
re di Polonia, Xlf, 48 — è eletto re de' Romani, ivi,
60 — detto imperadore de' preti, ivi — va a Parigi,
ivi, 64 — combatte a Greci, ivi, 67 — confermato im-
peradore dal papa e dalla Chiesa, prende la prima co-
rona, ivi, 78 — viene in Chiarentana e fa conquiste,
ivi, 85.
— duca di Calabria, figliuolo del re Roberto, ha guerra
con Federico re di Sicilia, IX, 169 — va con grande
armata sopra la Sicilia, e assedia Palermo, ivi, 296 —
accetta la signoria offertagli did fiorentini, ivi, 333 —
▼iene in Siena ed ha la signoria per cinque anni, ivi,
856 — viene in Firenze con gran seguito, X, 1 —
muove quistioni a' Fiorentini per estendere sua signorìa.,
ivif 2 — sua prima impresa di guerra centra Csstrue-
cio, ivi, 6 — gli nasce un figliuolo maschio in Firenze,
ivi, 22 — ordina trattato per torre Lucca a Castmocio,
e gli è discoperto, ivi, 25 — si parte di flrenie, èva
nel regno per contradiare al Bavero, ivi, 49 ~ manda
aiuto a' Fiorentini, ivi, 109 — muore, ivi, 110.
— I, conto d'Angiò e di Provenza, figlio di San Luigi
re di Franeia, IV, 4 ~ è dalla Chiesa di Roma eletto
re di Sicilia e di Puglia, VI, 88 — accetta, e si ap-
parecchia di passare in Italia, ivi, 89 — sue virtù e
condiaioni, VII, 1 — si parte di Francia, e per mare
si passa di Provenza a Roma, ivi, 8 — è coronato in
Roma, e di presente muove con sua oste per andare
incontro a Manfredi, ed ha per tradimento il passo di
Cepperano, ivi, 6 — indi, per forza, la terra di San
Germano, ivi — di là va a Benevento per affrontarsi
col re Manfredi, ivi, 7 — dispone le sue schiere contro
a quelle del nemico, ivi, 8 — sua vittoria, ivi, 9 — ha
la signorìa del regno e ^ Sicilia, Ivi, 10 — rifiuta
quella di Firenze, ivi, 15 — fatto vicario generale di
Toscana per lo papa e la Chiesa, va all'assedio di Pog-
gibonizzi, ivi, 21 — indi co' Fiorendni ad oste sopra
Pisa, ivi 22 — se gli ribellano molte terre a sommossa
de' ghibellini di Toscana, ivi, 23 — parte di Toscana e
va in Puglia, ivi — assedia Nocera de' Saracini, ivi, 24
— * muove oontro all'oste di Corradino nel piano di San
Valentino, ivi, 25 — s' affronta, ivi, 26 —vince la bat-
taglia di Tagliacoazo, ivi — prende Corradino e certi
suoi baroni, e fa loro tagliare la ^ta, ivi, 29 — è ri-
preso di tal sentenza, ivi ^ come racquietò e riformò
tutte le terre di Sicilia e di Puglia che gli s'erano ru-
beliate, ivi, 30 — passa a Cartagine in soccorso de'
Cristiani, ivi, 37 — patteggia accordo col re di Tunisi,
e partasi con lo stuolo ivi, 88 — seffiro in presenza la
vendetta del conte Guido di Monforte sopra Arrigo di
Comovaglia, ivi, 39 — va a Firenze con Gregorio X
e Baldovino imperadore, ivi, 42 — come si oorruceiasse
col papa, ivi — rifiuta d'imparentarsi con Nicola m,
ivi, 54 — dispone un grande passaggio in oriente, e
ne viene sturbato per la eongiura di Gianni da Procita,
ivi, 57 •— ik eleggere papa Martino IV, ivi, 58 — non
cura gli avvertimenti di Filippo re di Francia e del
papa, ivi, 60 — oome gli si rnbellasse l' isola di Sicilia,
ivi, 61 — ai compiagne al re Filippo ed al papa, e
n'ha aiuto, ivi, 62 — ne ha pure da Firenze, Lom-
bardia e Toscana, ivi, 64 — si pone ad oste a Mes-
shia per mare e per terra, ivi, 65 — ricusa i patti de'
Messinesi, ivi, 66 — sua risposta al re Piero d' Ara-
gona, ivi, 78 — li parte con soa gante dall'assedio di
Messina sconfitto, e tornasi a Napoli con gran dsolo,
ivi, 75 — ingaggiasi a Roma col re d' Aragona ^ eom-
battere insieme a Bordella in Gkiascogna perdiffinh^U
tenzone di Sicilia, ivi, 86 — toma a NapoU e fk graadi
apparecchio per passare in Sicilia, ivi, 94 — moore,
ivi, 95.
Cirrlo n d'Angiò, prence di Salerno, è mandato ambasciadore
di suo padre Carlo d' Angiò al re di Francia, ivi, 71 —
toma, ed è ricevuto in Firenze, ivi, 85 — è sconfitte
e preso in mare da Buggeri di Loria, ivi, 93 — 1 Si-
ciliani vogliono farlo morire, ma Io ricovera la ràia
moglie del re Piero d' Aragona, ivi, 96 — esce di pri-
gione, ivi, 95 — soggiorna in Firenze, ed h coronato
in Rieti dal papa Niccola IV, ivi, 130 — Da tregua con
don Giacomo d'Aragona, ivi, 194 — s'accorda conivi
di pace, e fia rinunziare Carlo di Valois al privU^o
del reame d' Aragona, Vm, 13 — soggiorna a Fireais,
ivi — va in Francia, ed ordina triegua fra Filippe il
Bello e Odoardo I ed il conte di Fiandra, ivi, 20 —
muore, ivi, 108.
— figliuolo di Carlo Magno, rabeUa Lamagna a no frir
tallo Luigi, n, 19.
— Conte di Vaiola, e secondogenito di Filippo m re di
Francia, è privilegiato del reame d' Aragona da papa
Martino IV, VII, 87 — suo padre lo manda in Guasco-
gna, ed egli prende molte terre sopra il re d' Inghilter-
ra, vm, 4 — Cario n d'Angiò gli fia rinunziare il
detto privilegio, ivi, 13 — mandato in Fiandra da suo
fratello, gliela soggetta tutta, ivi, 32 — è chiamato in
Italia da papa Bonifazio Vili, ivi, 43 — viene al papa,
poi in Firaize, e ne caocia parte bianca, ivi, 49 —
paasa in Sicilia per fare guerra per lo re Carlo, e b
ontosa pace, ivi, 50 — è chiamato in Francia da Fi-
lippo ivi, 58 — sua parte nella battaglia di Moosioi-
povero, ivi, 78 — come gli fallisce d'esser creato im-
peradore, ivi, 101 — mandato in Guascogna da suo
nipote Carlo re di Francia, centra il re d'Inghilterra,
IX, 263 — acquista parte di Guascogna, ivi, 268.
— duca di Durazzo, capitilo pel re Roberto sopra Sid-
Ila, XI, 79 — ha parte, nell'assassinio di Andreasso
duca di Calabria, XH, 5Ì — capo di partito in Napob',
ivi, 52 — capitano deU' oste dei reaU di PugUa centra
i rabeUl d' Abruzzi, ivi, 89 — unito a Capna oon g&
altri reaU di Puglia oontro Q re d' Ungheria, ivi, 104
— tktto morire dal re, ivi, 112.
— prence ^ Capna, VII, 1.
— figlio di Filippo prence di Taranto, viene a combattece
pe' Fiorentini, K^ 71 — muore nella battaglia di Mon-
tecatini, ivi, 72.
— d'Arteae, ha parte con suo figlio nelTassaaiinio di An-
dreasso duca di Calabria, XII, 51.
— di Brois (Bros), nipote di FUippo di Vaiola, Catto doea
di Bretagna, XI, 143 — sconfitto e preso dal conte di
Monforte all' assedio di Ariano, Xli, 93.
— di Valois, detto Senzaterra, figUo di FUippo redlFtas-
cia, IV, 4.
— il Grande, zio dell'ultimo Lnigi re di Francia, ha guer-
ra con Ugo Capoto, ma è sconfitto e morto» II, 14.
— Magno, figliuolo di Pipino, re di Francia e imperadert
di Roma, II, 14 — libera SanU Chiesa da Deaiderio re
de' Lombardi, e disperdei], ivi, 13 — suoi discendenti,
ivi, 20 — persegue i Saradni, e colla forza da* palsdim
distmggeli, ivi, 13 — sue imprese oltremare, ivi — sua
grande signoria, ivi — dklamato da Leone in papa, Ci
vendetta de'rabelU romani, lombardi e toscanlt a rimette
il papa e la Chiesa in libertà, onde k eletto iooperadore
di RonM, ivi, 15 — cede lo imperio ed il reame di
Francia a Luigi suo figlio, dispensa suo tesoro e muore
nella terra d' Aquisgrana, ivi — oome fialliaea H suo li-
gnaggio, n, 20.
— Magno, figlio di Luigi il Balbo, regna in Francia con
Luigi il Semplice suo fratello, H, 14.
— Martello, figliuolo del primo Pipino, oonqoiata tutta A-
lamagna, Soavia e Baviera, e Frigia e Lotteringia, e
recale sotto il reame di Francia, I, 19 — governa sotto
Chilperico, Federico ed Elderigo, ivi — chiamato dalla
DI GIOVANNI VILLANI.
553
Cki«0a • d«' Romani, liberati dall' occapaaione dei Lon-
gobardi, II, 10 — perchè cognominato Martello, ivi.
Carlo Martello, figlio di Carlo II d'Angiò, VH, 95 - è co-
ronato re d' Ungheria, ivi, 135 — suo soggiorno a Fi-
renze, Vni, 18.
— Martello, figlinolo di Giovanna di Napoli, XII, 52 —
fatto daca di Calabria e mandato in Ungheria, ivi, 113.
— Rimberto o Uberto figlio di Carlo Martello, re d' Un-
gheria, IX, 29 — manda aiuto a Federigo d' Àostria,
ivi, 176 — va aopra il re di Russia, ivi, 176 — viene
a Napoli, poi toma al suo reame, X, 225 — muore,
xn, 6.
— d'Amelia, podestà di Firenze, fugge col suggello del-
l' Ercole del comune, VOI, 95.
Carmigoano, castello, come V ebbero i Fiorentini, VI, 5 —
preso dal conte Novello, IX, 247 — si rende al co-
mune di Firenze, ivi, 279 — è abbandonato a' Pistoiesi,
ivi, 317 — se ne arrende la rocca a Castruccio, ivi,
318 — è preso da' Fiorentini per forza, X, 105.
Caro di vittovaglia in tutta Italia, Vn, 111 — In Firen-
ze, Vm, 59, 68, 82; IX, 12 — oltremonti, in Roma-
gna, nel Casentino e in Mugello, IX, 80 — in Puglia
e tutta Italia, ivi, 186 — in Firenze e quasi in tutta
Italia, X, 121 — in Firenze, XI, 100, 114 — grande
in Italia e Francia e Borgogna, XII, 73 — a Vinegia
e Firenze, ivi, 119.
Carrara^ signori di Padova, la danno a Cane della Scala,
X, 104 — ne tornano signori per tradimento, XI, 65.
— Albertino da, fatto signore di Padova, entra nella lega
contro Mastino, XI, 65 — manda soccorso a' Pisani so-
pra Lucca, ivi, 131 — sua ingratitudine, ivi, 135 —
muore, XII, 42.
^ Iacopo da, uccide Marsilietto e si £a signore di Pado-
va, xn, 42 — accoglie il re d'Ungheria, ivi, 107.
— Marsilio o Marsilietto da, tratta per far avere Parma
a' signori della Scala, XI, SO — tratta con Piero de'
Rossi capitano della lega guelfa contra Mastino, ivi, 58
— diviene signore di Padova, ed ò tosto morto da Ia-
copo suo consorto, XII, 42.
— Ubertino da, scopre un tradimento, XI, 82.
Carroccio d'Aragona, contestabile de' Fiorentini, muore nella
aconfitta di Montecatini, IX, 72.
Carroccio di Firenze, che cosa fosse, VI, 75.
Cartagine, edificata da Dido, I, 21.
Casaglia, castello, rifatto da' Fiorentini, IX, 174.
CoMcitnOj monaco, traditore, IX, 292.
Caaciano (San), borgo presso Firenze, assalito da Arrigo VU
imperadore, IX, 48 — arso da Castruccio, ivi, 339.
Caacina, borgo goastato ed arso da' Fiorentini, XI, 132.
Casciole, castello tolto da' Fiorentini a' Sanasi, VI, 75.
Ca$9rtay conte di, tradisce Manfredi al passo di Ceppera-
no, VII, 5 — e alla battaglia di Benevento, ivi, 7.
Casiandra^ figliuola di Priamo, scampa dalla mina di Troia,
Cassano, sconfigge e vince Baldo suo zio cane de* Tartari,
ed h fatto lor sigùore. Vili, 15 — sconfigge il soldano
de' Saraceni, e prende la terra santa in Soria, ivi, 35 —
manda ambasoiadori al papa, ivi — come divenisse
criatiano, ivi — signore de' Tartari in India, XII, 84.
Cassella, in Fiandra, assediata da' Franceschi, XII, 68.
Castélhrialdo, signore di, muore combattendo per Carlo di
Brois, xn, 98.
Castelfiorentino, combattuto da Arrigo imperadore, IX, 52.
Castelfocognano, preso a' Conti dal vescovo di Arezzo,
IX, 151.
Castelfranco, si rubella da' Bolognesi, IX, 216.
— in Trivigiana, dato da Mastino a' Vinidani, XI, 90.
— di Valdamo, castello fondato dal popolo di Firenze,
Vni, 17 — preso, IX, 61 — si dà a Fiorentini, X,
168 — rimane a loro per pace, XI, 90.
Castella, provincia d'Europa, I, 5.
— re di. V. Spagnoy re di.
CastéUani, casa fiorentina, falliscono, XI, 138.
CaateUaquaro, si arrenda al legato cardinale e al eomune
di Piacenza, IX, 260.
Castello (Città di), presa dal vescovo di Arazzo, IX, 226 —
guerreggiata da' Perugini e dalla taglia di Toscana, ivi.
253 — ne rimane la signoria a' Tarlati d'Arezzo e a'
figlinoli di Tano degli Ubildini, X, 51 —presa da' Pe-
rugini e* loro collegiiti, XI, 37 — mnnda aiuto a' Fio-
rentini sopra Lucca, ivi, 63.
Castello, signore di Città di. V. Guélfueci.
Castello a mare in Sicilia, preso dal re Roberto, IX, 62.
Castellodicastro in Sardegna, assediato da Alfonso infante
d'Aragona, IX, 237 — rimane a Pisani, ivi, 259 —
lo cedono al re d'Aragona, ivi, 331.
Castello Imperiale, fondato da Arrigo imperadore, IX, 48.
Castelnuovo di Napoli, come fosse fatto, VII, 10.
— in Valdamo, assediato da' ghibellini di Firenze, VU, 1 2.
Castelvecchio, in Val diluna, rimane a' Fiorentini per pace,
XI, 90.
Castiglione, castello assediato e preso da' Parmigiani e'
Piacentini, IX, 288.
— Aretino, preso da' Fiorentini, Vn, 132 — reso a* Tar-
lati, XII, 17 e 24.
— degli Ubertini o di Valdarno, castello preso da' Fio-
rentini, VII, 120 — dato loro in guardia, XI, 74 —
mbellato ivi, 139 e Xn, 5 — mbato, arso, diroccato e
disfatto, xn, 5.
— di Val di S rchio, assediato da' Fiorentini, VII, 33 —
disfatto da Pisani, IX, 68.
CattigUonef da, famiglia ghibellina di Firenze, V, 39 e VI,
88 — sono cacciati, VI, 65.
— (e da Cersina) Lancia de' cattani da, capo de' ghibellini
in Firenze, VI, 33.
Castracani degl' Interminelli, Francesco, vicario del Bavaro
in Lucca, X, 25 -^ fa scandalo con Gherard no Spi-
nola, ed è preso e mandato a Lucca, ivi, 154 — vuol
tórre Lucca a Mastino della Scala, e ne ha danno, XI,
124 — capitano d'una schiera de' Pisani contra i Fio-
rentini, ivi, 134.
Castro. V. Castello.
Castrone, capitano dell'oste della Ciiiesa in Ghiaradadda,
IX, 191 — e alla Gargazzuola, ivi, 199.
Castracciui, moneta, che cosa fossero^ XI, 322.
Castruccio. V. Interminelli.
Catalani, in guerra co' Genovesi, X, 175 — vengono con
armata sopra Genova, ivi, 189 — ricevono gran donno
da' Genovesi, XI, 17 — li sconfiggono in Sardigna,
xn, 100.
Catalogna, provincia d' Europa, I, 5.
Catania, Pace di Raimondo di, ciamberlano del re Andreas-
so, preso, XII, 52.
— Raimondo di, giustiziato per 1' assassinio di Andreasso
duca di Calabria, Xn, 52.
Catanzaro, castello rabellatosi al re Carlo d' Angiò, vn,
134.
Catanzaro, conte di, viene in Firenze al seguito del duca
di Calabria, X, 1.
CatelUna, sua congiurazione in Roma, I, 30 — Marco
Tullio il fa partire della città, ivi — egli con parte
do' suoi seguaci va in Toscana e fa ribellare Fiesole,
ivi, 31 — sono sconfitti dai Romani nel piano di Pice-
no, ivi, 32.
CateUini, nobili antichi di Firenze, IV, 12.
Caterina, figlia di Carlo di Valois, sedicente imperadrice
di Costantinopoli, ha parte nell'assassinio di Andreassfo
duca di Calabria, xn, 5 1 — muore, ivi, 75.
Catignano racquistato da' Fiorentini, Vili, 2.
Cattania, guasta da Carlo duca di Calabria, IX, 296.
Cavalcabb, marchese , colla lega di Toscana, sconfitto e
morto in Lombardia, IX, 129.
Cavalcanti, famiglia guelfa di Firenze, V, 39 e VI, 33 —
cacciati VI, 79 — nemici de'Bondelmouti, VUÌ, 1, —
gran parte d' essi tiene parte bianca co' Cerchi, VOI,
39 — e gli altri parte nera, ivi — alquanti n' escono
di città, ivi, 49 — fan setta con Corso Donati, ivi, 68
— dieadono e sono cacciati, ivi, 71 — rabellano due ca-
stella a' Fiorentini, ivi, 75 — cacciati ancora, IX, 33
— confortano il duca d'Atene a farsi tiranno di Firenze,
xn, 3 — s' arrendono al popolo commosso, ivi, 21.
— Domenico ^ Ciampolo, consigliere de' priori di Firen-
ze, xn, 18.
«- GiannozEO, ha parta nella prima impresa del duca di
35 -B.
554
INDICE DELLA CRONACA
CalabrU eontm Castrnceto, X, 6-~iieirM9ttdio di Hon-
teoatioif ivi, 108 — podestà in Gtnova pel reBoberto,
XI, 24 — ha parte nella eaceiata del dnoa d'Atene,
XII, 17 — fatto riformatore, ivi
Cavalcatici, Guido, ha parte in una saffa tra* neri e bianchi
in Firense, VIU, 42 — mandato a* eonfini, muore, ivi.
— Masino de', firentino di parte bianca, dioollato, Vili,
59.
— PafGera de', uccide Passino de' Passi, IX, SS.
Cavalieri della banda, ivi, 48.
Cavalieri del Cerruglio. V. Tedetehi,
— della colomba, chi fossero, XI, 28 — al soldo de'Fio-
rentini, ivi, 64.
Cavo, le, castello de' conti Guidi, si rubella, XI, 53.
Cavicciuli, Baldinacdo degli Àdimarì, mbella il castello
di Cerretoguidi ai Fiorentìol, e lo rende dopo tratto di
bando, IX, 73,
— Boccaccio, uccide Gherardo Bordoni, Vili, 96.
— Niccolò di Alamanno e Tile Benai dei, congiurano
contro il duca d'Atene, XII, 16 — loro parte nella cae-
ciata di lui, ivi, 17.
CaviccivoU o CavieeiuU, lato di casa Adimari in Firense,
Vili, 39 — tengono parte nera, ivi 89,71 ~ loropre-
potensa, ivi, 71 — fanno setta contro Corso Donati,
ivi, 96 — confortano il duca d'Atene a farsi tiranno
di Firense, XII, 5 — hanno battaglia contro il popolo,
ivi, 21.
CucanOy signori da, aiutano Sciarra della Colonna a pi-
gliare il papa, Vni, 63. V. anche Cieecano.
— Aonibaldo di quelli da, arcivescovo di Napoli, fatto
cardinale, X, 52.
— Annibaldo dia, cardinale legato del papa ad Odoardo m,
XU, 64 e 96.
Cecchin Baldo, guelfo uscito di Pistoia, tradisee la patria
a' Fiorentini, X, 58.
Cecco d'Ascoli, maestro astrologo, arso in Firense, X, 40.
Cecero, monte, da che nomato, I, 86.
Cefalonia, signoreggiata da Gianni prence della Morea,
IX, 281.
C^alù, vescovo di, corona in Messina il re Piero d'Ara-
gona, Vn, 69.
CdanOf conte di, d'Abrosai. fa omaggio al re d'Ungheria,
XII, 111.
Cdeitino II, papa, IV, 85.
— m, papa, corona imperatore Arrigo di Svevia, IV, 20
e V, 16.
— IV, papa, VI, 20.
— V, papa, rifiuta il papato, Vili, 5 — caoonissato, X, 89.
Celoniaf Gianni di, a sommossa de' gliibellini , viene in
Toscana vicario d'imperio, Vili, 10 — è mandato via
da' guelfi, ivi.
Cenina, castello, si dà a' Fiorentini, XI, 41.
Cenni di Naddo. V. Naddo.
Cepperano, passo del regno di Puglia, superato dal re
Carlo d' Angiò, VU, 5.
Cérchi, famiglia nobile di Firense, IV, 11 — è di parte
guelfa, V, 39 — ricetu la parte de' bianchi di Pistoia,
Vni, 88 — s'incomincia setta tra essa e la easa de*
Donati, facendosi i più de' Cerchi capo di parte bianca,
ivi, 39 — loro prepotensa, ivi — s' assuffano co' neri,
ivi, 41 — co' Donati, e son mes^ in prigione, ivi —
co' Giugni, e si difendono, ivi, 71.
— Bonifasio de', sbandito di Firense, scopre una congiura
in Pisa, IX, 230.
— Cerchio de', uno de' trentasei del secondo popolo di
Firense, VU, 14.
— Gentile de', ha parte In una suffa tra' neri e' bianchi
in Firense, VIII, 41 — mandato a' eonfini, ivi, 42.
— Carbone de', caporale di parte guelfa, è mandato a'
confini, Vm, 42.
— bianchi, Niccola de', è morto da Simeone Donati suo
nipote, che ne rimane ferito, VIII, 49.
— Ricoverino di Ricovero de', ha il naso tagliato nella
prima suffa tra' neri e' bianchi in Firense, Vm, 39.
— Vieri de', capitano dei feritori alla battaglia di Certo*
mondo in Casentino, sua prodessa, VII, 131 — capitano
di parte in Firense, ivi, 148 — capo della sua casa e
di parte bianca, VIIT, 89 — dolnde Y latromtsalofM A
papa Boni&sio Vili, ivi — sua saviessa,ivi, 41 -» li-
scia entrare in Firense Corso Donati, ivi, 49 — mea-
sione di lui, XII, 44.
Cerra^ Ricciardo, conte della, figlio di Roberto Gniseardo,
IV, 19 — tradisce Manfiredi alla battaglia di Benevento,
sione VII, 9.
Cerretami, Ciniglia di Firense, VII, 116.
Cerretello, castello assediato da' Pisani, IX, 42 e 47.
Cerretoguidi, castello mbelle ai Fiorentini, IX, 73 — com-
battuto dalla gente del re di Boemia, X, 178 — corso
da quelli di Mastino della Scala, XI, 51.
CerrMerù V. Vitdominù
Cerruglio, luogo occupato da cavalieri Tedeschi nibelli
del Bavaro, X, 107 — preso e abbandonato da' Fioren-
tini, ivi, 205 — tolto da' Pisani a Mastino della Scala,
XI, 131 » combattuto da' Fiorentini, ivi, 140.
Cb-MNo, da, famiglia ghibeUina di Firense, V, 89 e VI,
33 ~ è cacciata, ivi, 65.
Certaldo, racquisUto da' Fiorentini, Vili, 2.
GertoUo, conti di, s'oppongono alla reediflcasione di Fi-
rense, II, 21 — iktti popolani, Xll, 22.
Certomondo, battaglia combattutavi fra i Fiorentini e gli
Aretini, VU, 131.
Cervia, è data per tradimento al oonte Gianni de' Fa,
vn, 12.
Cuore, Giulio, vinoe Pompeo, leva l' ufìicio de' consoli e
dittatori, e primo si fa chiamare imperadore, I, 29 e
39 — va all'assedio di Fiesole, ivi, 86 — la distrugge,
ivi, 87 — ila comineiare ad edificare Firenze, ivi, 38 ~
si parte di Firense e va a Roma, ed è &tto consolo
per andare eontro a* Franceschi, ivi, 39.
Cesena, roinaU da Totile, II, 8 — assediata per Maghi-
nardo da Susinana, VII, 149 — rubellasi al legato, X,
227.
Catello, frate Michelino da, predica centra papa Giovanni
XXII, X, 144.
Chiaramumit^ CkiarmonU o ChmmomU^ conte di, rubello di
Sicilia, viene in Firense col duca di Calabria, X, 1 —
capitano di guerra de' ghibellini della Marca, ivi, ISS
^ eapitano d'armata del re Roberto sopra Sicilia, XI,
29 — sconfitto e preso dalla gente del rt Roberto, i-
vi, 108.
— Piero di, cardinale legato del papa ad Odoardo UI rt
d'Inghilterra, XU, 64 e 96.
CkiaromonUii, nobili antichi di Firense, IV, 11 — sono
di parte gnelfk, V, 89.
Chiarentana, duoa di, signore di Padova, IX, 192 —passa
in Lombardia contro Cane della Scala, ivi, 255 — &
triegua con lui, ed interviene al parlamento di Trsolo,
X, 18.
Chiaro GirolamI (Salvi del), uno de' ttt primi priori dellt
arti in Firense, VII, 79.
Chiavello, fortessa degli Stressi, presa da Castruoeio, IXt
829.
Chiaverì, guastato da'ghibeUini usciti di Genova, IX, 117.
Chiesa di Roma. Sua perseeusione sotto Teodorioo, li, 5 —
oome Telofre le lasoiaase per patti e privilegii il reaois
di Puglia e di SicUia e il pa^monio di Santo Piero,
ivi, 12 — Carlomxgno le oonferma le donadoni di Pi*
pino, e oltre a ciò la dota del ducato di Spoleto e Be-
nevento, ivi, 18 — come per essa fosse ristabilito lo
imperio. Ivi, 15 — come avesse a confermaréi da estt
la elesione dello imperadore alemanno, IV, 8 — inoomio-
clamento di suo scisma e psrsecusione con l'imperio,
ivi, 16 — come la contessa Matilde lasciassela erede di
tutto il suo patrimonio, ivi, 21 — nuovo scisma perle
contese tra Arrigo ni impersdore e Gregorio VII psp«i
ivi, 22 — continua lo scisma a più riprese sotto Ar-
rigo IV, ivi, 27 — si rinova sotto Federigo Barbaresss,
V, 1 — guerra tra la Chiesa ed Ottone di Sassonis,
ivi, 35 — eomindamento del grande sdama d'Italia
per papa Onorio IH e Federigo n Imperadore, VI, 14 —
come la Chiesa fosse Infievolita per oostul e vacasse,
ivi, 20 — persecuzione che le muove Manfredi, !▼!«
87 — elegge Carlo oonte d' Angiò re di Puglia e di
Sicilia, ivi, 88 — per la vittoria di Benevento U vo^
DI GIOVANNI VILLANI.
555
parte gaelfa ritoraa In signoria, VII, 20 -- è afflitta dal
conte Goido di Montefeltro, Ivi, 81 — scatenata dal re
Roberto, contrasto fortemente in Italia, IX, 82 — vitto-
ria della sua oste io Ghiuradadda, ivi, 191 — e alla
Qargazznob, ivi, 199 — scandalo nella sua oste a Mon-
za, ivi — è tradita nt^ll' assedio di Milano, ivi, 212 -
la sua oste è assediata in Monsa da quelli di Milano,
ivi, 213 — riceve danno da Marco Visconti, ivi, 231 e
258 — il suo legato è sconfitte a Lodi, ivi, 277 —
nuova sconfitta della sua oste ad Osimo, ivi, 298 ^
come il suo leg«to fa fare oste al borgo a San Donni-
no, ivi, 808 — la sua gente comincia guerra a Mode-
na, ivi, 342 — riceve danno e vergogna a Beggìo, X,
127 — è sconfitta da' ghibellini e suoi mbellia Mattel-
lica, hrl, lil — da' Modenesi a Formigine, ivi, 166 —
vi comincia alcuno sdegno tra essa Chiesa e il re di
Franda, ivi, 197 — del tesoro ch'essa si trovò avere
alla morte di papa Giovanni XXlì, XI, 20 — vende sua
pace a' Visconti ed a Mastino della Scala, ivi, 101 —
aiuta il re di Spagna contro a' Saraeini, XII, 81 ~ solda
galee e mandale contra i Turchi, poi ordina passaggio,
ivi, 39 — fa eleggere Carlo figliuolo del re di Boemia
in re de' Romani, ivi, 60.
ChUpgricOf figliuolo di Lottieri I, regna in Francia dopo
di lui, I, 19 — è fatto uccidere dalla moglie Frede-
gonda, ivi.
— figlinolo di Lottieri ÌU, regna In Francia dopo di lui,
I, 19.
Chiusi, sua antichità e potenza, 1, 64 — n' è caeelata parte
guelfa, VII, 115 — come v'è rimesso ogni nscito dagli
Orbivietani, X, 119.
CMusMi, fan lega co' gblbeUini d'Jlrezso contro a' Sanesi,
VII, 115 — sono sconfitti da' loro guelfi usciti, e li ri-
mettono in città, ivi, 136.
CiampoUy nobili guelfi di Firenze, cacciati, VI, 79.
CiM$Ulwt Tebaldo di, conestabile fhtncese, preso da' Luc-
chesi a Montecatini, X, 158.
davignì, siri di, assoldato dai Fiorentini, IX, 276.
CieeroHt. V. TiUlio Marco,
CielOf figliuolo di Cres, e padre di Saturno, I, 6.
Cietica, castello disfatto da' Fiorentini, VII, 140.
Cigoli, caitello preso da Uguccione della Faggiuola, IX, 68.
Cingoli, Franceseo da, vescovo di Firenze, capo di parte,
X, 130 — capo di congiura contro al duca d'Atene,
Xn, 16.
Cult, Bettone, da Campi, giustiziato dal duca d' Atene,
XII, S.
Clnquechiese o Clnquevescovadi, vescovo di, conduce aiuto
al re d'Ungheria sopra la reina di Puglia, XII, 89.
Oipriani^ famlgUa ghibellina di Firenze, V, 39 e VI, 33.
— Lapo de', preso e dicoUato da' Fiorentini, Vili, 60.
Cipro, re di, fa lega contra I Turchi, XII, 39. V. anche
Ctrlo cTAnglb,
Citema, castello preso dai Perugini, XI, 37.
Cittadella, villa, si rubella a Mastino della Scala, XI, 58.
Ciuffagm, nobUi antichi di Firenze, IV, 13.
Civita BoUuna. V. Belluno.
— di Chieti, al rubella a' reali di Puglia pel re d' Un-
gheria, XU,89.
— di Tieti, Giovanni da, consigliere di Filippo da 8an-
gioeto, X, 49.
— Papale, fondata da Bonifazio VIU, VIU, 23.
— di Penna, si rubella a' reali di Puglia per lo re d' Un-
gheria, XII, 89.
Civitella, rocca, data io guardia a' Fiorentini, XI, 79.
CUmenU II, papa, eletto per Arrigo III, lo corona impe-
radore, IV, 15.
— Ili, papa, chiama Arrigo di Svevia, e gli fa prendere
moglie Costanza erede di Sicilia, V, 15.
— IV, papa, VI, 91 — manda messi e legati a trattenere
Corradtno che non passi, VII, 23 — ha ^-isione della
sconfitta di Corradioo a Tsgliacozzo, ivi, 28.
— V, papa, come fosse eletto. Vili, 80 — sua corona-
zione a Leone sopra Rodano, e novità che ne seguono,
ivi, 81 ~ s'interpone tra' Fiorentini e' loro usciti, Ivi,
82 — fa legato In Italia Napoleone degli Orsini, ivi,
85 — va in Avignone, ivi, 91 — fa eleggere impera-
dore Arrigo di Lussemburgo, Vili, 102 — manda legati
a coronare lui e Carlo Btmberto re d' Ungheria, IX,
22 — fa concilio a Vienna in Borgogna e canonizza
Sun Lodovico arcivescovo di Tolosa, ivi, 23 — muore,
ivi, 59.
ClemttiU VI, papa, fa cardinali, XII, 7 — ordina il giu-
bileo e perdono a Roma, ivi, 11 -» riconosce il ma-
trimonio della regina Giovanna col prence di Taranto
suo cugino, ivi, 99 e 115.
— antipapa, fatto eleggere da Arrigo III Imperadore, IV, 22.
Clemenza^ relna di Francia, X, 106.
CUrmont^ Luigi di, guidatore di schiera firancesoa alla bat-
taglia di Coltrai, VIII, 56 — uno de' pochissimi scampa
da quella sconfitta, ivi.
ClodiuM 0 Clodovoot il Capelluto, figliuolo di Ferramonte,
regna in Francia dopo di lui, I, 19.
Clovi$ I, detto Cfodoveoj figliuolo di Blderigo, regna In
Francia dopo di lui, I, 19 — come fosse il primo re
cristiano di quel reame, e avanzasse tutti 1 suoi ante-
cessori in grandezza e possanza, ivi.
— II, figliuolo di Godoberto, regna In Francia dopo di
lui, I, 19
— UT, figliuolo di Federigo, regna in Francia dopo di
lui, I, 19.
Cooche, sorta di navilio, quando si cominciasse osare,
Vili, 77.
Cocchi, casa fiorentina, fallisoono, XI, 138 e XII, 65.
Coderini de' Galigai, Nuccio, fiorentino di parta bianca, di-
coUato, Vili, 59.
Co' di Fare, torre di Genova assediata, IX, 90.
Cola di Renzo. V. Nicola,
Coldaia (. . . da), assassino, IX, 313.
Coldigrano, villa, si rubella a Mastino della Scala, XI, 58.
CoUaltOi conti da, si rubellano a' signori della Scala, XI, 54.
Colle, il, castello, fa pace e accordo co' Fiorentini, X,
136 — rimane a loro per pace, XI, 90.
— > di Valdelsa, castello, sua edificazione, V, 7 — si dà al
duca d'Atene, XI, 3 — si rubella, ivi, 17 e 24.
Cotte, Coscetto da, capo di popolo in Pisa alla cacciata
d' Uguccione, IX, 78 — e de' Lanfiranchi , ivi, 86 —
è tradito al conte Nieri, che il fa tagliare a pezzi. Ivi,
153.
Colle di ValdamOf da, nobili, fatti popolani, XII, 23.
Collecchio, castello preso dalla gente del re Roberto, IX, 352.
Collegonsi, castello, preso ed arso dalla gente del re Gio-
vanni di Boemia, X, 173.
ColUii o Colligiani^ hanno parte nella sconfitta di Monta-
perti, VI, 78 — tornano guelfi, VII, 20 — combattono
co' Fiorentini a pie del castello contro i Sanesi, Ivi,
31 — s* allegano contro a' Pisani, ivi, 98 — hanno
parte nella battaglia di Certomondo in Casentino, ivi,
131 — ed in quella di Montecatini, IX, 72 — cacciano
i ghibellini, ivi, 148 — aiutano i Fiorentini contra
Castruccio, ivi, 802 e 320 — danno la signoria al duca
di Calabria, X, 14— mandano aiuto a' Fiorentini sotto
Pistoia, ivi, 85 — uccidono il lor signore, e si danno
alla guardia de' Fiorentini, ivi, 176 — rinnovano il
patto, XI, 46 0 81 — mandano loro aluto sopra i Pi-
sani, Ivi, 133.
OoUihiano, Simone da, signore di Vercelli, preso dai Vis-
conti, IX, 110.
CoUigiani. V. ColUii.
CoUioni^ famiglia di Bergamo, chiamano a signore il redi
Boemia, X, 169.
Collodi, castello, s'arrende a Gherardino Spinoli, X, 144.
Colombo, Gianni, di Bordello, preso In battaglia, XII, 47.
Colonna, della, o Col<mnt$i^ casa di Roma, parteggia per
Federico Barbarossa, IV, 1 — son cacciati dai Romani,
i\'i — perseguitati da Bonifazio VIU, papa, VIU, 21 »
vengono alla sua misericordia, poi si rubellano ancora.
Ivi, 23 — cacciano i guelfi d'Amelia, ivi, 112 — scon-
figgono gli Orsini, ivi, 117 — tengono per l' impera-
dore a Roma contro i guelfi IX, 39 — tornano a rom-
persi con gli Orsini, X, 221 — congiurano contro Nic-
cola tribuno e sono sconfitti, XU, 105 — trionfano, Ivi.
— Gianni di Stefanuccio, muore in battaglia cittadina,
XU, 105.
556
INDICE DEUA CnONACA
ColonnOy Giovanni di Sufdno della, fatto cardinale, X,
5S — capo di setta in conclave, XI, 21.
— Iacopo della, cardinale, capo dì parte, VII, 151 — è
diposto da Bonifaaio VIII, insieme con Piero della Co*
lonna e tatti della casa de' Colonnesi, VIII, SI — 80>
no' restituiti da ClemcLte V, ivi, 8 1 .
— Iacopo di Stefano della, entra in Roma e pubblica il
processo del papa contro il Bavaro, X, 70 — fatto ve-
scovo, ivi.
— Sciarra della, mandato da Filippo il Bello a prendere
papa Bonifawo, Vili, 63 — è cacciato da Alagna, Ivi —
aiuta i ghibeinni di Rieti, IX, 125 — capitano del po-
polo in Roma, X, 20 e 54 — corona il Bavaro, ivi, 55
— fugge di Roma, ivi, 97.
— Stefano della, ricoverato in Francia e lavorato dal re,
\ÌU, 63 — suo consii;liere, ivi — mandato a' confini
da' Romani, X, 21 — non vuole entrare aforsain Roma
colla gente del re Roberto, ivi — suo cavaliere, ivi 54
— fatto senatore dal popolo di Roma, ivi. 97 e 120 —
caporale di sommossa contro Cola di Ricnao, XII, 105.
^ Stefanuccto figlio di Sciarra della, assalisca il conte
deirAnguillara e Bertoldo degli Orsini, X, 221 — muo-
re in battaglia cittadina, XII, 105.
CvlottnatOy Guglielmo da, ammassato in Pisa, X, 34.
Coloroio, castello, preso da Mastino della Secala con la le-
ga de' Lombardi, XII, 13.
Coltrai, castello in Fiandra, fieramente combattuto tra' Fiam-
minghi e Franceschi, Vili, 56 — rubeliasi al conte Lui-
gi, IX, 310.
Combiati, castello, disfatto da' Fiorentini, V, SO ~ lo af-
Corsane, IX, 324.
Comete apparse, IV, 24; VI, 91; VIII, 48; IX, 65; XI,
6S e 114; XII, 98.
Comingia, cardinale di, capo di parte in collegio, XII, €0.
Como, signoreggiata da Luchino Visconti, XII, 74.
ComOf signore di, va al parìamento di Hacheria, X, 129.
Compagna, la, che cosa fosse, IX, 183.
Compagnia della colomba. V. CaoaiUri.
Concilio a Roma, II, 10 e 15 — a Mantova, IV, 16 —
a Chiermonte in Alvemia, ivi, 94 — al Torso o Tours
in Torena, ivi, e V, 1 — a Roma, IV, 34 e V, 86 —
a Lione sovra Rodano, VI, 94 — a Viterbo, VII, 39 —
a Vienna in Borgogna, IX, 23.
Conestabile del re Filippo VI di Francia, viene in lUlia
col re Giovanni di Boemia, X, 214 — difende Cam-
brai, XI, 85 ~ e Tomai, ivi, 112.
Congfunaione di Satomo, di Giove e di Marta nel segno
dell'Aquario, XU, 41.
Conie, le, castello preso da' Fiorentini, VII, 120 — ai m-
bella, XI, 53.
Consandoli, villa presa dalla gente della Chiesa, X, 216.
Cooservadore, uficio, quando creato da' Fiorentini, XI, 39.
Consoli in Firenze, lor signoria in Firenxe, V, 9 ~ come
fosse mutata, ivi, 32.
Conte Teatino. V. Pandolfc,
CoreggiOf da, signori di Parma, mandano soccorso a' Fi-
sani sopra Lucca, XI, 131.
— Matteo da, di Parma, podestà in Firense, VI, 63.
Corego o Cweggioy Azzo da, vicario di Mastino a Lucca,
XI, 63 ^ gli rubella e toglie Parma, ivi, 127 ~ la
dà al marchese da Ferrara, XII, 35.
— Ghiberto da, signore di Panna, cacciato, vi ritorna.
Vili, 93 — vicario a capitano per Arrigo VII in Far-
mi, IX, 20 — se gli rubella, ivi, 32 — la vende al
marchese da Ferrara, Xfl, 35.
Cornato, signore di. Catto impiccare da Niccola di Benao,
Xn, 90.
Comovaglici^ conte di, muore in battaglia, XI, 38 — V. an-
che Ricciardo,
Corona di ferro, sua descrìBlone, IX, 9.
Corredino, figlio di Corrado re d'Alemagna, VI, 45 —
Manfredi suo aio ordina che sia avvelenato, ma la ma-
dre il salva, iri — a sommossa de* ghibellini paaaa con
gran gente d'Alemagna in Italia per contrastare al re
Cario, VII, 23 — è ricevuto in ItaUa quasi come Im-
peradore, ivi — non bada a' comandamenti né alla
scomunicaaione del papa, e vi siede In Pisa, ivi — va
ad oste sopra Lucca, VII, 23 — indi sopra Poggiboniaù,
ivi, 24 — paaaa a Siena, ivi — indi a Roma, ivi, 95 —
• muove contro a Cario nel Regno, ivi — egli a V oste
aua s' affrontano con quella del re Carlo a Ta^iaeoiao,
ivi, 26 — è sconfitto In battaglia, ivi, 97 — come
egU con certi suoi baroni furono presi dal re Carlo, e
questi fece loro tagliare la testa, e così fini la casa di
Svevia, iv{, 29.
Corrado di Sassonia, primo re tedesco di Alemagna, n,
20 e m, 4.
— I, di Svevia, Imperadore di Roma, sut geate In Italia,
IV, 9.
— n, di Sajsonia, re de' Romani, non coronato d«llo im-
perio, IV, 84 ~ suo passaggio in Terra Santa, ivi, 36.
^ IV, secondo figlio di Federigo II imperadore, VI, 1 ~
eletto re de' Romani, ivi, 92 — ha guerra ooa 6n-
^ielmo conte d' Olanda eletto imperadore, e, morto lai,
regna in Alemagna, ivi, 25 — viene in Puglia, coiKiai-
sta il regno, poi si muore, ivi, 44.
— figlio di Federigo U e duca di Svevia, VI, 14.
— detto Caputo d'Antiochia, discendente dell' impcrador
Federico, capitano de' rubeOi di Sicilia al re Cario
d'Angiò, è preso e fatto impiccare, VII, SO.
Correggio. V. Coreggia.
Coreica, iaola d' Europa, I, 5 - posseduta da' Pisani, VII,
84 — da' Genovesi, XII, 100.
Conimi^ easa fiorentins, falliscono, XI, 138 e XII, 56.
— Tommaso de', giudice, ambasciadore al re d' Ungheria,
XII, 109 — recita l' ambasciata, ivi
Cortona. Sua antichità, suo primo nome, I, 63 >— praaa
e disfatU dagli Aretini, VI, 66 — coma vi ta readtaito
il vescovado, IX, 307 — manda aiuto a' Iloreatini ao-
pra Lucca, XI, 61.
Cartono, Guglielmo signore di, U lega co' Perugini, XI, 96.
Corvano, castello de^i Aretini rubeUato, Vii, 124.
Corvaray Pietro da, antip^>a eletto dal Bavaro e dal po-
polo di Roma. V. Nicolb V.
CoiCHMay Arrigo di, capitano d'una schiera di Carlo d'An<
giò nella battaglia di Taglìaeosao, VII, 27 — vi ano-
re, ivL
0^', fomiglia antica di Firenie, IV, 11.
Costa, U, castello abbandonato da' Fiorentini, X, 173.
CoitamUy Oùttantino e Cbtiaiiao, figliuolo di Coatantino im-
peradore, hanno guerra fra loro, I, 69.
Costantina, presa dal re del Garbo, XII, 109.
Costantino, città In Normandia, si arrende al re dlnghO-
terra, XII, 60.
Oosteiitùio, imperadore, abbatte il paganeabno , riforma la
Chiesa, ne ordina il temporale, pone sede in Biaaaslo,
e lascia suoi patricii ovvero censori, cioè vicari!, neDo
imperio di Roma, I, 60 — come dopo Ini la signorìa
di Roma andaase al dichino, ivi
— V, figlio di leeone 111, imperadore di Costantinopoli,
n, 12.
Costantinopoli, è presa da alquanti baroni di Francia co'
Veneaiani, V, 98 — il Paleologo imperadore de' Greci
la toglie loro, VI, 70.
— patriarca di, ai riconcilia con Roma, VII, 43 — altro,
muore combattendo 1 Turchi alle Smime, XII, 39.
Costansa, città di Normandia, si arrende al re d'Inghil-
terra, XII, 63.
OoHmnwOy fi^ e reda ài Manfredi, mo|^ di re l^cro
d' Aragona, VII, 69 ^ aalva Cario II d' Angiò, prin-
cipe di Salerno, ivi, 96.
— sorella di Guglielmo re di Puglia e Sicilia, me ragioni
aopra quel regno, IV, 90 ^ à &tta monaca, poi si ma-
rita ad Arrigo duca di Svevia, ivi e V, 16.
Conile, il, castello, £a pace e aooordo eo' Fiorentini, X,
136 — lo lasciano, Ivi, 173 -> rimane a loro per pa-
ce, XI, 90.
Craito (n) di Monreale, castello in Terra Santa rìtaanto
dal soldaoo, VI, 17.
Onri, Gianni di, eapkano d' nna tdiiera di Carlo d' An-
giò nella battaglia di TsgKacosso, VH, 96.
Creei, gran battaglia combattutavi tra Q re di Francia e
quello d' Inghilterra, XII, 67.
CreioBa, signoreggiata da LÓduno Visconti, XU, 74.
DI GIOVANNI VILLANI.
557
Cremona, si nibella a Federigo Barbarossa, V, 1 — ad
Arrigo di Lnssembargo, IX, 11 — assediata da lui, ivi,
14 '~ e presa, ivi, 15 — se gli nibella, ivi, 34 —
assediata dai gbibeUini di Lombardia, ivi, 88 — la han-
no per tradimento, ivi, 91 — presa da Galeazzo Vis-
conti^ ivi, 130 — signoreggiata da Luchino, XII, 74.
CVatTumo, signore di, va al parlamento di Blacheria, X,
129 — patteggia con quello di Milano, XI, 8.
Cremonesi, sconfiggono il tiranno Ezzelino da Romano,
VI, 72.
Creif primo re ed abitatore dell'isola di Creti, I, 6.
Ore$eiiudo, consolo e signore di Roma, caccia Gregorio V
del papato, IV, 2 — è vinto e fatto dicollare da Otto-
ne m, ivi.
Crescif santo, co* suoi compagni è martirizzato, I, 58.
Creuta, figliuola di Priamo, scampa da Troia, I, 13.
CreveUi o Craicdlif Simone o Simonino, uoo de' dodici ret-
tori di Milano, IX, 181 — morto alla Ghiaradadda, i-
Ti, 191.
CiveUt, Danese, di Milano, podestà di Firenze, VI, 67.
Croce di Cristo, come racquietata, II, 1 1 — Carlo Magno
ne prende il legno dall' imperadore Michele, ivi, 13.
— (Santa) V. Santacroce.
Crociata. V. Passaggio.
Cumani, sconfiggono Baldovino imperattore di Costantino-
poU, V, 29.
Comania, provincia d'Europa, I, 5.
Cmtegonda, santa, imperadrice, IV, 5.
Cuosa, eastello disfatto dn' Pisani, IX, 68.
CurUiano^ conte, di Calabria, capitano di armata del re
Roberto sopra Sicilia, XI, 29.
Cuirif Gianni di, cavaliere francese assoldato dai Fioren-
tini, IX, 276.
C«f, figliuolo di Cam, e padre di Nembrot, I, 6.
Dal TvTM. V. Martino 17,
Damasco, città presa dai Tartari, VI, 59.
Damiata, come fu presa per li Cristiani, e poi la perde-
rono, V, 40 e VI, 36.
Damo, città di Fiandra corsa e rubata. Vili, 55 — pre-
sa da Roberto fratello del conte di Fiandra, IX, 124.
J^miiio, figlio d'Ansaraco e padre d'Anchise, I, 21.
Danesmarche, provincia d* Europa, I, 5 — il suo re aiuta
Federigo Barbarossa contro la Francia, V, 1.
Damgohwio^ figlinolo di Federigo, regna in Francia dopo
tuo fratello Idelberto, I, 19.
Dania o Danimarca. V. DcMetmardu,
DtmU. V. AUigHm.
DardanOf primo cavaliere, figlio d' Attalante, I, 8 — viene
ft concordia con Italo, parte di Fiesole, arriva in Frì-
gia, edifica Dardania, che fu poi Troia, ivi, 10.
DoTtif Gianni, signore inglese, pussa in Fiandra con V o-
sta del re Odoardo III, XI, 72.
DartivtUOf Giacomo, capo di ribellione in Ganto, XI, 83
— caporale e maestro di tutta la comune di Fiandra,
tratta col re Odoardo HI, ed è morto da' suoi, XII, 47.
Dovfttf, re d'Israele, I, 25.
Davide, figliuolo di Roberto di Brus re di Scozia, scon-
fitto dagl'Inglesi, X, 223 — toma al re Filippo di Fran-
cia, XI, 38 — combatte per lui contro il re d'Inghil-
terra, XII, 64 — sconfitto e preso dagl'Inglesi a Du-
rem, ivi, 76.
I>8ci0, imperatore, perseguita i Cristiani in Firenze, e fa
dicollare santo Miniato, I, 57.
Decretali, chi ne facesse il sesto libro, vm, 64.
Dti, NofTo, Jorentino, sua parte nella distrazione dell' or-
dine e magione del tempio di Gerutalemme, Vili, 92.
— Sozzo, capo di sommossa in Siena, cacciato, IX, 96.
Detfebo, figliuolo di Priamo, I, 13.
Di.lMno di Vienna, sconfigge il conte di Savoia, IX, 312
*- ha parte nc^a sconfitta data ai Fiamminghi a Ce-
sella, X, 88 ~ è morto all' assedio della Perìera, ivi,
224 - aiuto FiUf^ di Valois contro U re d'InghU-
tarra e sua lega, XI, 86 — capitano de' crociati, XII,
39.
Duiderio, re de' Lombardi, allegasi con Costantino impe-
radore, e persegue santo Chiesa, II, 13 — è vinto e
preso, e fktto morire in prigione da Carlomagno, ivi.
Diamante, terra In Brabante, presa dal vescovo di Liegi,
XU, 94.
DidOf reina di Cartagine, accoglie Enea, n'è presa d'a-
more, e si uccide alla presenza di lui, I, 21.
Diluvio d'acqua in Italia e particolarmente a Firenze, VII,
34 — simile a Firenze, con grande caro di vittova-
glie, ivi, 88 — altro a Firenze, ivi, 97 e 126 — in
Avignone, X, 94 — in Cipri e in Ispagna, ivi, 170-
grandissimo in Firenze e quasi in tutto Toscana; e
grande questione che ne nacque, se esso venne per giu-
dizio di Dio o per corso naturale ; e lettera e sermone
che per cagione d' esso il re Roberto mandò a' Fioren-
tini, XI, 1 — altro in Firenze e in Fiandra, Olanda ed
Islandd, ivi, 23 — in Firenze, XII, 50.
DUmigio dal Borgo a Sansepolcro, agostiniano, sua profe-
zia, X, 86.
Dittotori, uficio in Roma, I, 20.
Dandola de' conti Guidi, Ruggieri, capitano de' Sanesi, IX,
183.
Doagio 0 Doai, città in Fiandra, si rende a Guido di
Fiandra, VIU, 58 — lasciato da' Fiamminghi al re di
Francia, IX, 123.
Dodone, re d'Aquitania, U, 10.
Dùleino, frate, si leva in Lombardia con grande compa-
gnia d'eretici, e sono arsi. Vili, 84.
Domenico, sauto, comincia l'ordine de' frati predicatori,
V, 25.
Donati, nobili antichi Fiorentini, IV. 11 —sono di parte
guelfa, V, 39 e VI, 33 — cacciati, VI, 79 — tengono
parte contro gli Adimari, VII, 56 — inimicizie tra lo-
ru, Vili, 1 — s' incomincia setta tra essi e la casa dei
Cerchi, ivi, 39 — si fanno principali di parte nera,
ivi — s'azzuffano co' Cerchi, e son messi in prigione,
ivi, 41 — uccidono Bette Bruuelleschi, IX, 12 — con-
furtotso il duca d' Atene a farsi tiranno di Firenze, XII,
3 — hanno parte nella cacciato di esso, ivi, 17 » si
arrendono al popolo sommosso, ivi, 21.
— Amerigo, ha parto in una cospirazione, IX, 219 —
capitone de' Fiorentini airaiuto de' Perugini, ivi, 253 —
poi coli' aiuto de' Bolognesi, ivi, 324 — ha parte nella
prima impresa del duca di Calabria* centra Castruccio,
X, 6 — capitano de' Fiorentini osteggia Montecatini,
ivi, 139 — sconfitto dalle masnade di Lucca, ivi, 183.
Donati, Corso, sua prepotenza in Firenze, VII, 114 —
podestà di Pistoia e capitano nella battoglia di Certo-
mondo in Casentino, ivi, 131 — sua prodezza, ivi —
suo processo per micidio, e sconvolgimento ohe ne se-
gue in Firenze, VIII, 8 — capo di sua casa e di parto
nera in Firenze, ivi, 39 — ha zuffa co'bianchi, ivi, 41
— è autore di chiamare per papa Bonifazio i France-
schi a rimettere parte guelfa in Firenze, ivi, 42 — e
ne viene condannato, ivi — sbandito, viene in Firenze
con seguito e mette la città a soqquadro, ivi, 49 — vi
muove battaglia cittodinesca per voler rivedere le ra-
gioni del comune, ivi, 68 — sta di mezzo fra bianchi
e neri, ivi 71 — citato dal papa, ivi, 72 — come fti
combattuto, cacciato e morto, ivi, 96 — dissotterrato,
IX, 12.
— Corso di Amerigo, congiura contro il duca d'Atene,
Xn, 16 — sua parte nella cacciata di lui, ivi, 17 —
condannato, muore a Forlì, ivi, 32.
— Manno de', ha parte nella guerra contro a Pisani
sotto Lucca, XI, 140 — capo di congiura contro il du-
ca d'Atene, XII, 16 — sua parte nella cacciato di lui,
ivi, 17.
— Pazzino de', fatto caviUiere del re d' Ungheria, XII,
107.
— Simone, ambasdadore do' guelfi di Toscana e Corra-
diao, VI, 83.
— Simeone di Corso, ammazza suo zio Nicola de' Cerchi
bianchi, e feritone muore appresso, Vin, 49.
Doneratieo, Gherardo, de' conti da, di Pisa, barone di Cor-
radino, fbgge con lui alla battaglia di Tagliacozzo, ivi,
27 — e preso e fktto dicollare da Carlo d'Angiò, ivi, 29.
558
INDICB DELLA CRONACA
Donnino (San), borgo, robellasi alla Chiesa, IX, 808 —
se le arrende, ivi — lo hanno i Parmigiani, X,
167.
Doria^ famiglia di Genova, capo di parte ghibellina, Vm,
li, — cacciata, vi rientra per forsa, ivi, 114 <• pacificata
eon gli Spinoli, IX, 24 — torna a battaglia cittadina e
rimane alla signoria coi Grimaldi, ivi, 67 — s'accorda-
no con gli Spinoli ed escono della città, ivi, 87 —
fanno oste sopra Attingano e travagliano lo stato di
Genova, ivi, 90 — tornano a maggioreggiare in città,
XI, 24 — CHCciati di Saona, ivi, 102 — difendono Al-
leghiora in Sardigna dai Catalani, XII, 100.
— Antonio, ammiraglio di Genova al servigio del re di
Francia, XII, 64 — muore nella battaglia di Greci,
ivi, 67.
— Corrado, ammiraglio de'ghibellini usciti di Genova, IX,
99 — dell'armata loro congiunta a quella di Federigo
re di SidUa, ivi, 112.
— Federico , ammhraglio di don Federico d* Aragona ,
sconfitto da Rugtireri di Loria, Vili, 29.
— Guasparri, ammiraglio de' Pisani, sconfitto, XI, 331.
— Lamba, ammiraglio ^e' Genovesi, sconfigge i Veneziani,
Vili, 24 — mena aiuto all' imperadore, IX, 61.
-— Odoardo, rubella Saona al comune di Genova, IX, 90.
— Ottone, combatte col popolo di Cknova, XII, 87.
— Uberto, ammiraglio de' Genovesi, VII, 92.
DoM», Nanni de', sua parte nella cospiraiione di Bologna
contro la Chiesa, X, 148.
Dovara^ Buoso da, di Cremona, tradisce Toste di Man-
firedi, VU, 4.
Dm, conte di, capitano di schiera francesoa alla battaglia
di Coltrai, Vili, 66 — preso in battaglia dal re O-
doardo Ul d' InghUterra, XII, 63.
Durante, Guglielmo, di Provenza, conte di Romagna per
papa Onorio IV, VII, 108.
DuroMMOf duca di. V. Corto, Oìaimi,
Durem, visconte di, e '1 fratello e '1 figliuolo muoiono com-
battendo per Carlo di Brois, XII, 98.
Duy, terra in Brabante, presa dal vescovo di Liegi, XII,
94.
EboU, Guglielmo «ente d', viene in Firenteal seguito del
duca di Calabria, X, 1 -~ entra in Roma con gente
del re Roberto, ivi, 97 — giustisiato per l'assassinio
di Andreasso duca di Calabria, XII, 62.
Eclissi, V, 20; VI, 27; VIU, 116; IX, 131 e 205 e 261;
X, 160; XI, 100.
Eeuba, moglie di Priamo, scampa da Troia, I, 16.
Egitto, provincia d'Africa, I, 3.
Etarieo o Elario^ re de' Goti, conquista Spagna, Na^arra,
Proventa e Guascogna, li, 4 — è sconfitto e morto da
Clovis nella battaglia di Pettierì, ivi.
Elba, isola d' Italia, posseduU da' Pisani, VU, 84.
EUUàrigo I, figliuolo di Heroveo, regna in Francia dopo
di lui, I, 19 ~ pel suo mal reggimento è cacciato, e
fugge al re Basin, ivi — è rappellato da' Franceschi,
ivi.
— II, figliuolo di Clovis II, regna in Francia dopo suo
fratello Federigo, I, 19.
— Ili, figliuolo di Federigo IV, regna in Francia dopo
di lui, ma non ha se non il nome di re, e Carlo Mar-
tello la signoria, I, 19 — è diposto siccome uomo
disutile al re»me, rendesi monaco, muore senza figliuoli,
e In lui fallisce il primo lignaggio de' re di Francia,
• •
IVI.
EUna, moglie di Menelao, è rubato da Paride, I, 13 —
per questa ruberìa Menelao, Telamone ed Agamennone
fanno lega, e con mille navi assediano Troia, ivi.
£Zeao, figliuolo del re Prìamo, co' figlinoli d'Ettore si
parte daUa diserto Troia, arriva in Grecia, e popoU la
Macedonia, I, 16.
Elettori d'Alemagna, come istitnìti, IV, 3 — quali fosse-
ro. Ivi — loro discordie, ivi, 27 e IX, 67.
EUttm, moglie del re Attalante, converUto in istella, I, 7.
EUa, santo. V. Fratì Carmelitl.
EUprando, re de' Longobardi, grande gigante, donde si
prese la misura delle terre detto pie d' EUprtuidc, II,
10 — fa ritrovare il corpo di S. Agostino e lo ripone
in Pavia, ivi — comincia guerra co' Romani e con
papa Gregorio 1(1, ivi — Carlo Martello ne libera Ro-
ma e la Chiesa, ivi.
Eluei, nobili antichi di Firenze, IV, 11.
EUera, vescovo di, aiuto il Bavero, X, 64 — lo consacra,
ivi, 66 — capo degli usciti di P'sa, ivi, 199.
EmmoHuelio Comneno, imperadore di Costontinopoli, pa-
cificato dal papa con Federigo Barbarossa, V, 3 — ub-
bidiente a Santo Chiesa, ivi, 14.
Empoli, parlamento che vi tennero i ghibellini di Toscana
per minare Firense, VI, 81.
EaM, parte della distruzione di Troia con seguito, 1,21 —
sua navigazione, ivi — arriva a Cartagine in Africa,
ivi — parte di Africa e arriva in ItaUa, ivi, 22 — La-
tino gli promette Lavina sua figlia, ed egli per averla
combatte e vince Turno ; e la ha per moglie, e con
essa la metà del regno di Latino, ivi, 23 — regna solo
dopo U morte del suocero, ivi.
EnMOf bastardo di Federigo II, e re di Sardegna, VI, 14 »
muove i Pisani ad armare per suo padre, ivi, 19 —
è da lui lasciato vicario generale in Lombardia, ivi,
36 — è sconfitto e preso da Bolognesi, ivi, 37 — muore
in prigione e in lui finisce la progenie di Federigo,
vn, 41.
iS^occo, re di Puglia e de' Longobardi, viene per diatmg-
gere Roma, ed è convertito dal papa e ai to monaco,
U, 11.
ErcoUmo, santo, vescovo di Perugia martirizzato, I, 46.
Ercole, fidinolo della reina Armene figliuola del re Lan-
dau di Greti, distrugge Troia, I, 12 ~ usato per sug-
gello del comune di Firenze, VUI, 96.
ErieorU, Gian d', conteatobile e maliscalco dell'oste fran-
cese, centra il re Piero d'Aragona, VII, 103.
Eri/orU, conto di, muore in battaglia, X, 223.
Erminia, provincia d' Asia, I, 3 — corsa e presa quasi
tutto dal soldano di Scria, IX, 149.
Ervmla, signore di, e 'I figliuolo muoiono combattendo per
Carlo di Brois, XII, 93.
Eàoodioy msestro di storie, I, 6.
Bsto, castello, preso da Cane della Scala, IX, 89 e X, 42.
EiUy Marchesi da, si fanno signori di Ferrara, IX, 86 —
soccorrono i Visconti contro la Chiesa, ivi, 212 — tol-
gono Argenta alla Chiesa, ivi, 276 — aiutano Paaa^
rino centra i Bolognesi, ivi, 325 — vanno alla corona-
zione di Lodovico il Bnvaro in Milano, X, 19 — entrano
nella lega lombarda, ivi, 204 — come U loro osto fa
sconfitto dal figlinolo del re Giovanni, ivi, 210 — cor-
rono sul bolognese, ivi — sconfitti dall' oate del legato,
ivi, 216 — cavalcano aopra Modena, XI, 6 » bnnno
Argento e cavalcano sopra il contodo di Bologna, ivi,
6 — hanno Modena da Mastino della Scala, ivi, 31 —
mandano iduto alla lega contro Mastino, ivi, 64 — a'
Fiorentini centra i Pisani, ivi, 132 — trattano eon
Mastino pel mercato di Lucca a' Fiorentini, ivi, 133 —
fanno lega col duca di Atene tiranno in Firenze, XII, 8.
— Azzo, marchese da, signore di Ferrara, ha guerra co*
Bolognesi, Vm, 16 — la pace, ivi, 28 — ha guerra
co' Veronesi, Mantovani e Bresciani, poi muore, ivi, 88
— Francesco da, cacdato di Ferrara da' Vlnizlani, Vm,
103 — muore all'assedio di Reggio, XII, 36.
— Niccolò marchese da, preso dall'oste della Chiesa, X,
216 — si fa mallevadore del trattato de' Fiorentini con
Mastino per la vendito di Lucca, XI, 133 — conforta
gli stadichi de' Fiorentini in Ferrara, e si offre par la
vendetto della sconfitto di Lucca, ivi, 136 — manda
soccorso all'oste Fiorentina contro i Pisani, ivi, 139.
— Rinaldo de* marchesi da, va al parìamento di Lioxci,
X, 32.
Estimo nuovo fatto in Firenze, X, 17.
littori, figliuolo di Priamo, valentissimo duce, e sigoora
di grande prodezza e senno, I, 14 — muore in batto-
gUa all'assedio di Troia, ivi.
Eugmio UI, papa, IV, 36 — crocia Corrado re de* fio-
mani e Luigi re di Francia, ivi.
DI GIOVANNI VILLANI.
55d
Europa, me prortncle « tnol eonflDÌ, T, 5 — dn chi fosse
primamente abitata, hi.
Effaneièr, greco di Ratina, viene co* Rutini in Italia, dis-
caccia Aognstolo ed I Goti, e tiene la signoria d'Itulia,
IT, 5 — Teodorico il giovane gli h mandato contro da
Zanone, e lo prende ed uccide in Ravenna, ivi.
Ewméro^ re de' sette colli, U, 29.
Cecilia, re di Oiuda, U, 27.
Fabbriano, mbellato alla Chiesa, IX, 162 — qnelli della
terra sono sconfitti dall' oste della Chiesa, X, 56 — ne
aon cacciati i signori, XI, 75.
FMìTiaMOy frate Niccola da, ordina la diposizione di papa
Giovanni XXII, X, 69 — ha parte neUa eleaione del-
l' antipapa Niccolò V, ivi, 72 — fotto cardinale, ivi, 74.
Faenza, è assediata e presa da Federigo II, VI, 21 —
è tradita a Gianni de Pa per la Chiesa, VII, 80 —
presa da Haghinardo da Sasinana, ivi, 144 — manda
alato a' Fiorentint contra Castmccio, IX, 302 — è osteg-
giata dalla gente della Chiesa, X, 44 — la hanno a
patti, ivi, 141.
Fùggiuola^ della, casa di Hsa, datano i Tarlati a correre
sopra Arezzo, XII, 5.
— Knieri di Ugocdone dalla, senatore in Roma pel Ba-
varo, X, 75 — pei Perugini toglie a' Tarlati il borgo
a Santepolcro, XI, 25 — gli aiuta ad avere C^ttà di
Castello, ivi, 37.
— Uguceione della, ha trattato con Corso Donati sao ge-
nero, Vni, 96 ^ capitano degli Aretini, è sconfitto dai
Fiorentbi, ivi, 118 — vicario dell' imperadore Arrigo
in Genova, è chiamato alla signoria di Pisa, IX, 57 —
fa molta guerra a' Lucchesi, ivi, 58 — prende co' Pi-
sani la dttà di Lucca, e rubano il tesoro della Chiesa,
ivi, 60 — fk gran guerra alle terre vicine di Pisa, ivi,
€8 — signore di Lucca assedia Montecatini, ivi, 70 —
aconfigge i Fiorentini e il prence di Taranto, ivi, 71 —
ha Montecatini e Montessomano, ivi, 72 — è cacciato
dalle dgnoriedl Pisa e Lucca, ivi, 78 — toma per
rientrare e gli fkllisee, ivi, 86 — muore all'assedio di
Padova, ivi, 121.
FideeoumUf sire di, entra nella lega contra Filippo di Va-
lois, XI, 55 — osteggia nel reame di Francia, XI, 85,
109, 112 — muore, XII, 62.
Fo/eoftim, nohili Fiorentini, nemici de' Visdomlni, Vili,
1 — fatti popolani possenti, tengono parte bianca co'
Cocchi, ivi, 39.
Falterona, montagna in Mugello, scoscende in parte e ro-
vina, XI, 26.
Fanatici, in Piemonte e tutta lUUa, Vm, 121.
Fano, si rubella si papa, IX, 19 — se gli rende, ivi, 140.
Fano, Iacopo da, aluta i Fiorentini contro Arezzo, VII, 120.
Fmmo^ figliuolo di Pico, regna in Italia dopo di lui, ed
è morto da' suoi, I, 23.
Fauttulo^ pastore, trova Romolo e Remo, I, 25.
Fazio^ da Doneratico conte, grande cittadino di Pisa, VII,
84 — preso da' Genovesi in mare, ivi, 91 ~ capita-
no de* Pisani e Fiorentini usciti sopra Firenze, Vili,
72 — tratta col Bavaro per dargli Pisa, X, 34 — ha
in guardia 1* antipapa, ivi, 145 — il papa gli donaMon-
temaasi, ivi — d'accordo co* Pisani manda presso l'an-
tipapa ad Avignone, ivi, 163 — capo di seta in Pisa,
XI, 42 — fatto da' Pisani lor capitano di guerra, ivi.
— 11 giovane, conte, ordina di dare Pisa a Marco Viscon-
ti, X, 185.
Febbre, per tutta Italia, X, 61.
Ftderùo I Barbarossa, di Svevia, detto n Grande, e so-
prannomato Astolfo, è eletto imperadore, V, 1 — ami-
ce prima della Chiesa, poi ha guerra con Alessandro III,
e fa fare quattro antipapi, ivi — distrugge Milano, ivi
— entra in Borgogna, ivi — toma in Italia, th guer-
nggiAra i Romani, poi assedia Roma, ivi — si ricon-
ellia oon la Chiesa, passa oltremare e quivi muore, ivi,
8 — come tolse il contado a Firenze e a più altra città
di Toscana, ivi, 12.
Ftdtrieoll^ imperadore, di chi nacque, IV, 20 e V, 16 —
fanciullo, è guardato dalla Chiesa come madre e tutrice,
V, 18 ~ è da papa Innocenzio III fatto eleggere re
de' Romani, ivi, 36 — ha grande vittoria contro Ot-
tone di Sassonia, ivi — come fu consecrato e fatto im-
peradore, VI, 1 — sua ingratitudine verso la Chiesa, ed
altre sue qnalitadi, ivi — come usurpasse le ragioni
della Chiesa, e fosse scomunicato da papa Onorio III,
poi da papa Gregorio IX, ivi, 14 — fa accordo col
papa, e diviene capitano del passaggio oltremare, ivi,
15 — tradisce la cristianità, ed è di nuovo scomunicato,
ivi, 16 — fa pace col soldano, e coronasi re di Geru-
salemme contra volontà della Chiesa, ivi, 17 — toma
in Poglia, racqnista il paese rubellatoglisi a petizione
del papa, toglie tutto alla Chiesa, e assedia papa Gre-
gorio in Roma, ivi, 18 — toma in Puglia, ivi — fa
che i Pisani prendano in mare i prelati della Chiesa
che venivano al conoil^'o, ivi, 19 — sconfigge i Mila-
nesi e la lega Lombarda a Cortenuova, ivi, 20 — as-
sedia e prende a patti Brescia, ivi ~ indi Faenza, ivi,
21 — fa morire re Arrigo suo figliuolo e il maestro
Piero dalle Vigne, ivi, 22 — fa guerra a papa Inho-
cenzo IV, ivi, 23 — è sentenziato da esso papa nel
concilio di Lione, e deposto, ivi, 24 — appella al suc-
cessore d' Innocenzo, ivi, 25 — la sua oste è sconfitta
dai Parmigiani e dal legato del papa, ivi, 34 — va in
Toscana ad assedio de' guelfi usciti, ch'erano nel ca-
stello di Capraia, ivi, 85 — muora a Firenzuola in Pu-
gUa, ivi, 41.
— bastardo di Federico II imperadore, e re d'Antiochia,
VI, 14 — mandato dal padre sopra Firenze, ivi, 83.
— fratello di Giacomo re d'Aragona, è coronato re di
Sicilia, Vm, 13 — e sconfitto in mare da Giacomo e
da Ruggeri di Loria, ivi, 29 — sconfigge Filippo pren-
ce di Taranto, Ivi, 34 — stracca con guerra guerriata
Carlo di Valois, e si fa pace con lui, ivi, 50 — man-
da ambasciadori ad Arrigo VII con danaro, per fermare
lega con lui contro al re Roberto di Puglia, IX, 49 —
— viene per mare a Pisa, e ne rifinta la signoria, ivi,
54 — come perdesse Reggio di Calabria e più castella
intr>rao, ivi, 84 — fa triegua col re Roberto, ivi — è
in lega co' ghibellini usciti di Genova, ivi^ 95 — gua-
dagna con inganno da due re saracini di Tunisi, ivi, 105
— manda sua armata di galee all'assedio di Genova,
ivi, 112 -*- è scomunicato, e fa coronare del reame
Piero suo figliuolo, ivi, 134 — ha guerra con Carlo
duca di Calabria, ivi, 159 — arma nuovamente contro
Genova e re Roberto, ivi, 160 — manda ambasciadori
al parlamento di Trento, X, 18 — muore, XI, 71.
Fed&rieOj duca d'Austria, ereato imperadore, IX, 67 — si
affronta con Lodovico di Boemia altro eletto, ivi, 126
»- a richiesta della Chiesa manda in Italia suo fratello
contro i Visconti, poi per trattato lo richiama, ivi, 144
— manda ambasciadori a far triegua in Lombardia con
danno della Chiesa, ivi, 164 ~ è sconfitto e preso da
Lodovico, ivi, 175 — liberato, ivi, 194 e 293 — s'ac-
corda con lui, ivi, 316.
— conte, barone di Manfredi, VII, 7.
Fegghine, castello, è assalito e guastato intorno da'Fiorentini,
VI, 4 — gli usciti ghibellini lo mbellann, e i Fiorentini
lo prendono e contro a' patti lo distruggono, ivi, 51.
^ei, Arrigo, consigliere del daca d'Atene tiranno in Fi-
renze, Xn, 8 — morto, e sparato e sbarrato come por-
co, ivi, 17.
Fdieej duca di Colmano in Pannonia, sconfigge i Tartari,
VI, 28.
Feltre, o Feltro, si arrende a Carlo figliuolo del re Gio-
vanni di Boemia, XI, 64 e XII, 85.
Fermani, cacciano i guelfi da Sanlupidio, X, 101.
Fermo, corsa de' ghibellini della Marca, IX, 344.
Ferramonte^ figliuolo di Marcomene, e re de' Franchi, en-
tra in Francia e la toglie a' Romaid, I, 19 — regna
quarant' anni, ivi.
Ferrante, conte di Fiandra, ultimo di suo lignaggio ma-
scolino, vm, 57.
— Pietro, di Linguadoca, barone di Carlo di Valois, co-
spira, co' neri di Firenze per tradire parte bianca, Vili, 49.
560
INDICE DELLA CRONACA
Ferrara, presa da' Viuìxiaui, poi perduta, Vm, 103 —
congiura orditavi per rubellarla alla Chiesa, IX, 4 —
si rateila e cade in signoria dei marchesi da Bste,Ì7Ì,
85 — assediata dall'oste della Chiesa, X, 216.
Ferrara, Marchesi da. V. KaUj da.
— Obixzo, marchese da, signore di Modena, ha Parma da
Azzo da CorregKio, onde ha gnerra co' Qonsaga, XU, 35.
Ferriy figlio del daca di Lorena, capitano di schiera fì'an-
cesca alla battaglia di Coltrai, Vili, 56.
Ferriera^ Pietro da, arcivescovo d' Arli, cancelliere e mae-
stro del re Carlo d'Angiò, IX, 81.
Fiamminghi, danno grande sconfitta a Coltrai a France-
schi, Vin, 56, — ne imbaldantiscono, ivi, 58 ^ li com-
battono ancora a Santomieri, ivi, 76 — ricevono onta
da' Toscani e Lombardi a Ternana, ivi — assediano
Tomai, ivi — sono sconfitti da Filippo il Bello a Mon-
simpevera, ivi, 78 — tornano per combatterlo, ed han>
no buona pace, ivi, 79 — fanno pace definitiva, IX,
183 — corseggiano sopra gl'Inglesi, ivi, 161 ~ rubel-
lansi a Luigi conte dì Fiandra, e sono sconfitti a Ca>
sella dal re Filippo di Valois, ivi, 88 — fedeli al conte
ed al re, XI, 72 — si rubellano al re e cacciano il
conte, ivi, 83 — ri fermano lega contra al re di Fran-
cia, e guerreggiano la san gente, ivi, 108 — pHrte so-
no sconfitti a Santomieri, ivi, 109 — si sconciano col
re Odoardo III, XII, 47 — combattono per lai contro
il re di Francia, ivi, 96.
Fiandra, provincia d' Europa, I, 5 — Carlo di Valois la
conquista al re di Francia, VIII, 82 — di qua] lignag-
gio ne fossero i seguenti conti e signori, ivi, 57.
Fiandra, conte di. V. Baldovino, Guido, BeWme,
— U giovane, eonte di, figliuolo di Luigi, passa ad Odoar-
do m, e patteggia con lai, XII, 68 e 87. V. anche Bal-
dovino, Roberto, Ferrante, Guido, Luigi,
Fico, Iacopo, stipite di quelli della Scala di Verona, XI, 95.
Fie»eo, dal, o Fie$cadori, famiglia guvlfii prepotente In Oe-
nova, IX, 87.
-.- cardinale dal, s'intromette per la resa di Brescia ad
Arrigo VII, IX, 20 ~ lo corona a Roma, ivi, 43.
-^ Carlo dal, capitano di Genova, IX, 87.
— Giovanni dal, capitano de' Milaneù, sconfitto t morto
da Loderigo Visconti, XI, 97.
— Prinsivalle dal, de' conti di Lavagna di Genova, vi-
cario d'imperio in Toscana, VII, 112 • fa capo ad
Arezxo con tutti i ghibellini di Toscana contro a' fio-
rentini e Sanasi, ivi, 115.
Fieiclani, come Metello con sue milizie facesse lor guerra,
I, 33 — lo rispingono, ivi — sono sconfitti dallo stesso
e da Fiorino in sulla riva d'Amo, ivi, 34 — conten-
dono alla reediflcasione di Firenze, II, 21 - altro non
potendo, la sturbano. III, 3 — durante Io imperio de*
Franceschi e degli Italiani guerreggiano continuo Fi-
renze, ivi, 5 — come, disfatta Fiesole, si raccomuna-
rono co* Fiorentini con legge ed arme, IV, 6.
FietolanOf signore di Fiesole, I, 32.
Fiesole, prima città edificata in Europa, da chi, I, 7 —
sua eccellenza, ivi — sua potenza, ivi, 9 — Catellina
la fa ribellare a Roma, ivi, 31 — come i Romani l'as-
sediarono la prima volta, ivi, 35 — come tornarono ad
assediarla. Ivi, 36 — come s' arrendè a Romani e fu
distrutta, ivi 37 — come Totile la ripose, II, 2 — sua
decadenza, IH, 5 — è disfatta da' Fiorentini, salvo la
rocca, IV, 6 — come anche questa fosse presa e db-
fatta, ivi, 32 — i Fiorentini la afforzano nnovamente,
IX, 320.
Fifanti, detti Bogoltsi, nobili antichi di Firenze, IV, 13 —
tengono parte ghibellina, V, 88 -» sono cacciati, VI, 65.
-» Oderigo de', trae a morto Bondelroonte de' Bondel-
monti, V, 38 ~ conduce i Fiorentini a vendetta de' Pi-
sani in Roma, VI, 2.
Fighiera, in Ampurl, presa dal re Filippo di Francia, VII, 102.
Filipputhi, casa d' Orbivieto, capo di parte ghibdlina con-
tr' a' Monaldeschf, IX, 40.
Filippi, nobili antichi di Firenze, IV, 18.
— Simone, da Pistoia, ambasciadore di Arrigo di Lus-
•emborgo a Firenze, Vili, 120 — vicario in Lucca dal
re Giovanni di Boemia, X« 183 i 205.
Filippo I, figlio di Arrigo I, regna in Francia, IV, 4.
— U il Bornio, figlio di Luigi il Pietoso, regna in Fran-
cia, IV, 4 — ha grande guerra con Bieeardo re d'In-
ghilterra, ivi — come passaaae con lai oltremare, e là
incominciasse loro discordia, V, 4 — sconfigge Ottone
di Sassonia, e i suoi baroni ribelli, ivi, 35.
— in, figlio di aanto Luigi, regna in Frauda, IV, 4 —
va in Terra Santa col padre, VII, 37 — toma col re
Carlo di Sicilia, e soggiorna in Itelia, ivi, 39 — Ripi-
gliare, pw cupidigia, tutti i prestatori italiani di suo
reame, ivi, 53 — avverte re Carlo degli apparecoliia-
menti di Piero d* Aragona, ivi, 60 — gli manda aiuto
di cavalleria, ivi, 62 — muove un grande esercito eoa-
tro re Pietro, ivi, 102 — assedia Girona, ivi — la
prende, ivi — si parte di Catalogna, e muore a Per-
pignano, ivi.
— IV il Bello, re di Francia, IV, 4 — eucoede a suo
padre Filippo III, VII, 105 — fa prendere i prestatori
di suo reame, ivi, 147 — entra in guerra coire Odo-
ardo d' Inghilterra, Vili, 4 — va ad osta sopra il conta
di Fiandra, e prende Lilla, ivi, 19 — fa triegua, poi
pace con Odoardo, ivi, 20 — com'ebbe a queto tutta
Fiandra e in prigione il conte e* figlinoli, ivi, 32 —
s' imparenta ool re Alberto d' Alemagna, ivi, 33 — rifa
sua oste dopo la sconfitta di Coltrai, e con tutto sno
podere va sopra i Fiamminghi, e tornasi in Franeia con
poco onore, ivi, 58 — come s'inimicasse eoi papa Bo-
nifazio Vin, ivi, 62 — lo fa prendere, ivi, 63 — passa
in Fiandra con grande armamento, ivi, 77 — sooniOgge
i Fiamminghi a Monslmpevera, ivi, 78 — va a Poitkrs
a papa Clemente por far condannare la memoria di papa
BoniCasio, ivi, 91 — distrugge spietatamente l'ordine
de' Tempieri, ivi, 92 — ordina di far eleggere impert-
dorè Carlo di Valois, e gli fidlisoe,ivi, 101 — muore,
IX, 66..
~ V, figlio di Filippo il Bello, conte di Pet^:eri o Poi-
tiers, poi re di Francia, IV, 4 e IX, 66 — fis pace coi
Fiamminghi, IX, 123 ~ muore, ivi, 181.
<- VI, di Valois, figlio di Carlo, rifiuto la aignorìa di Fi-
renze, IX, 76 — vicario del papa e della Chiesa in Lom-
bardia, ivi, 109 — toma in Francia con vergogna, ivi,
110 — governatore del reame per la morte di re Carlo,
X, 60 — come (b coronato re di Francia, ivi, 87 —
sconfigge i Fiamminghi a Casella, ivi, 88 — fafarpsot
tra '1 conte di Savoia e '1 delfino di Vienna, ivi, 106 —
parlamento col papa in Avignone, ivi, 161 — promette
di fare il passaggio oltremare, ivi, 197 — eome pren-
desse audacia sopra papa Giovanni* ivi, 229 — comin-
cia grande guerra centra Odoardo m re d'Inghilterra,
XI, 55 — fa prendere gì' Italiani del suo reame, e peg-
giora la sua moneto, ivi, 72 — va con sua oste sopra
il re d'Inghilterra, ivi, 86 — s' aiIh>ntaQo e si partono
senza combattere, ivi, 87 — come la sua gente gaer-
reggiasse in Fiandra, ivi, 109 ~ la sua armato rioere
grande sconfitto in mare dal re d'Inghilterra, ivi, HO —
fa triegua, ivi, 112 — toma in guerra, XII, 47 — ài
rappresaglia sopra i Fiorentini per tutto il reame a pe-
tizione del duca d' Atene, ivi, 57 — continua la guerra
con Odoardo III, ivi, 61 e seg. ~ lo segue con sci
osto, ivi, 66 — riceve grande e sventurato sconfitta a
Crecl, ivi, 67 — £a parlamento per andare contro al r«
d'Inghilterra, ivi, 86 — come la sua armato fo scon-
fitto in mare mentre andava al soccorso di Calese, ivi,
95 — s' affronto con la sua oste per combattere ool re
d'Inghilterra, ivi, 96.
— di Svevia, è eletto re de' Romani da una parto degli
elettori, V, 19.
— d' Evreux, re di Navarra, aiuto Filippo di Valois con-
tro il re d' Inghilterra e sua lega, XI, 86 e XH, 64.
— figlio di Carlo I d' Angiò, e prence delto Morea, VH, !•
— prence di Taranto, figlio di Carlo II d'Angiò, e scon-
fitto in Sicilia da don Federico d'Aragona, VIII, 84 —
va con Roberto re suo fìratello sopra Sicilia, IX,6S "
viene a soccorso de' Fiorentini, ed è sconfitto da Ugno-
clone della Faggiuola, ivi, 71 — va con Roberto in
Genova, ivi, 93.
^ despoto di Romagna, figlio del prence di Taranto, vÌsb*
DI GIOVANNI YIUANL
561
fai Flr«aie eoi due» di Calabria, X, 1 — prMide Ale-
magna Ui Campagna, ivi, 92 —preso dal re d' Unghe-
ria, XII, 112.
FUàfpOf figjUo del oonU Qnido di Fiandra, lascia Foglia, e
▼n in Fiandra ov'è &tto signore e oapitano di guerra,
Vm, 76 — sua parte nella sconfitta di Monsimpevera,
ivi, 78 — difisnde Lilla, ivi, 79.
— Uttgaro, Csrisoe Cario duca di Dorazso, XU, 119.
FO^^pOH»^ conte, da Pavia, k sconfitto e preso a Piacenza,
IX, 65.
FÌMoUt marchese del, aiata gli asciti di Genova alla pre-
sa di NoU, IX, 118 — e di Albbgano, ivi, 160.
FùnpÈmrrm^ da Sanmartino Donato e Tegghia, firatelli, di
parte bianca, dicoUatl, Vili, S9.
Fiorentini, prendono e ditlanno la città di Fiesole, salvo
U rocca, IV, 6 — tengono la parte della Chiesa, ivi,
28 — come oomineiarono a crescere il loro contado,
ivi, 26 — come vinsero e disfocero il catello di Pra-
to, ivi, 26 — come disfecero Montecasololi, ivi, 29 —
come, pregati da' Pisani, stessero a guardar Pisa dd
Lucchesi, ivi, 81 -— come presero e disfecero la rocca
di Fiesole, ivi, 82— come disfecero il castello di Uon-
tebnono de* Boondelmonti , ivi, 86 — oome disfecero
Monte di Croce, ivi, 87 — come sconfissero gli Aretini,
V, 6 -« oome si cominciò gaerra tra loro ed i Sanasi,
e questi ne furono sconfitti, ivi, 6 — prendono il ca-
etello di Hontegrossoli in Chianti, Ivi, 10 — e quello
di Fogna, ivi, 11 ^ si crociano e vanno oltremare al
conquisto di Damiate, e però fanno libero lor contado,
ivi, 18 — comperano il castello di Uontegrossoll, ivi,
22 — disfanno qnello di Frondlgllano, Ivi, 26 • e
quello di Shnifonti e quello di Combiati, ivi, 80— dia*
fiume Malborghetto, e pongono il castello dì Monteinpo,
ivi, 81 — come elessero di prima podestà in Firenze,
ivi, 82 — sconfiggono i Senesi a Hontalto, ivi, 88 —
vanno sopra i Sanasi, e si pacificano, ivi, 84 — fanno
giurare alla città tutto il contado, ìrì, 41 — disfanno
Mortennana, ivi, 42 — perchè ai cominciò guerra tra
loro ed i Pisani, VI, 2 — li sconfiggono a Castel del
Bosco, ivi, 8 — vanno ad oste a Fegghine e pongono
il castello dell' Ancisa, Ivi, 4 — fanno oste a Pistoia
ed hanno Carmigoano, Ivi, 5 — > fanno oste aopra iSa-
nesl che loro aveano rotta la pace, ivi, 6 — disfanno
Oaposelvoli in Valdambra, ivi — > vanno e tornano ad
oste aopta 1 Sanasi, ivi, 8 — fanno pace con loro, ivi,
18 — sconfiggono i Pistoiesi, ivi, 48 — gli Ubaldini
e loro amistà In Mugello, ivi, 47 — prendono Monta-
la, e mettono in isconfitta le masnade de' Sanasi e
de' Pisani venutivi a soccorso, ivi, 48 —come presero
Tiazano, e poi sconfissero i Pisani al Pontadera, ivi,
49 — come presero il castello di Fegghine, ivi, 81 —
come sconfissero i Sanasi a Montaldoo, ivi, 52 — co-
m'ebbero ohieaa e franchigia e fondaco in Tunisi, dal
re di Tunisi, ivi, 58 — oom' ebbero castello in Pistoia,
poi gaastarono Siena e tolsero a' Sanasi più castella e
fortezze, ivi, 54 — tornano sopra 1 Saoesf, e fan pace,
Ivi, 55 — com' ebbero 11 caatdlo di Poggibonlszi e
quello di Mortennana, ivi, 56 — come sconfissero i Vol-
terrani, e combattendo presero la città di Volterra, ivi,
57 •» vanno ad oste sopra Pisa e fanno stare i Pisa-
ni alle loro comandamenta, ivi, 58 — rimettono la par-
te gfaibellioa in Arezzo, ivi, 61 — sconfiggono 1 Pisani
al ponte al Sarchio, ivi, 62 — disfanno la prima volta
il castello di Poggibonizzi, ivi, 68 — sono scomunicati
per l'assassinio dell'abate di Vsllombrosa, ivi, 65 —
condizione morale del popolo di Firenze a questo tempo,
ivi — prendono e disfanno il castello di Grassa, ivi,
67 — e quelli di Vemia e di Mafigone, ivi, 67 — co-
stami e fogge loro al tempo del primo popolo, ivi, 69 —
fanno grande oste infino «Ile porte di Siena col carroccio,
ivi, 75 — aono Ingannati da' ghibellini usciti, ivi, 77
— tornano ad oste per fornire Montalcino, e patiscono
la grande aeonfitta di Montaperti, ivi, 78 — si levano
a remore contro 11 eonte Guido Novello, VII, 14 —
fanno oste aopra Siena, ivi, 21 — sconfiggono i Sanasi
appiè di eolie di Valdese, ivi, 81 — prendono il ca-
stello d'Ostina in Valdamo, ivi, 82 — in servigio dei
Laeohesi vanno ad oste sopra Pisa, VII, 88 — prendo-
no il castello di Piandimeszo in Valdamo, e disfanno
Poggibonizzi, ivi, 86 — co' Lucchesi ed il conte Ugo-
lino sconfiggono i Pisani, ivi, 51 — mandano aiuto al
re Carlo d'Angiò, ivi, 64 — slmilmente a Gianni de
Fa per la Chiesa, ivi, 80 — a' allegano co' Genoveei e
Toscani per disfiir Pisa, Ivi, 98 — fanno accordo col
conte Ugolino, la salvano, ivi -— fanno co' guelfi di To-
acana grande oste sopra Arezzo, ivi, 120 — loro ca*
valcata a Laterìno per tornare sopra Arezzo, ivi, 124
— co' guelfi di Toscana sconfiggono gli Aretini a Cer-
tomondo in Casentino, ivi, 181 — vanno con loro oste
sopra Arezzo, e l' assediano e la guastano tutta intomo,
ivi, 182 — loro nuova cavalcata per prendere Arezzo,
ivi, 138 — oome con loro amistà fecero la terza oste
sopra Arezzo, Ivi, 140 — co' Genovesi e' Lucchesi van-
no ad oste sopra Pisa, e prendono lo Valdera più ca-
stella, ivi, 141 — due volte ordinano oste centra i Pi-
sani, e due volte la fialliscono, ivi, 148 — prendono e
disfknno il castello di Ampinana, ivi, 150 — vanno con
oste fino alle porte di Pisa, Ivi, 154 — dopo ordinato
il secondo popolo, crescono in possanza, Vni, 2 *-
mettono pace fra i Bolognesi e il marchese da Este e
Maghinardo da Susinana, ivi, 28 — fanno oste coXnc-
chesi sopra Pistoia, Ivi, 52 — com' ebbero il castello
di Piantrevigne e più altre castella eh' aveano rabeUate
i bianchi, ivi, 58 — com' ebbero quello del Montale, e
f^Msero oste a Pistoia co'Lacchesi, Ivi, 65 — prendono
a' bianchi il castello delle Stinche e Montecalvl, ivi, 75
— co' Lucchesi assediano e vincono Pistoia, ivi, 82 —
assediano ed hanno Martaocianico, e fiume fare la Soar-
perla, ivi, 86 — raffortiflcano il popolo, e fiume 11 pri-
mo eeecotore degli ordinamenti della giustizia, Ivi, 87
— fiume oste a Gargosa, ivi, 89 — rioomindano guer-
ra ad Arezzo, ivi, 110 — pacificano i Sangimignanesl,
Ivi, 116 — cavalcano sopra Arezzo, ivi, 119 — s'ini-
micano Arrigo di Lussemburgo Imperadore, IX, 7 —
per la venuta di lui traggono di bando tutti gli aban-
diti guelfi cittadini e contadini, ivi, 16 — fanno parla-
mento e ferman taglia con le altre terre guelfe di To-
scana, ivi, 17 — gueroisoono le firontiere, ivi, 21 —
cacciano gli ambasdadori dell' imperadore, ivi, 26 —
mandano lor maanade in Lunigiana per contradiargll i
passi, ivi, 27 — son processati da lui, ivi, 29 — in-
cominciano guerra col suo maliscalco, ivi, 85 — le-
vano in isconfitta i Pisani da Cerretello, ivi, 42 e 47
— si guemiscono contro l' imperadore, ivi, 44 — sono
quasi sconfitti al castello dell' Ancisa dalla gente diluì,
ivi, 46 — rotti da' Tedeaehi a Cerbala, ivi, 48 - dan-
no la signoria di Firenze al re Roberto per cinque an-
ni, ivi, 56 — prendono le oaatella guelfe di Valdamo,
ivi, 61 — fanno pace cogli Aretini, Ivi, 64 — acon-
fitti da Ugucdone della Faggiuola a Montecatini, Ivi,
70 — si dividono tra loro per sette, e fanno bargello,
ivi, 76 — fiume pace co' Pisani e Lnocheai, ivi, 82 —
disfiinno la mala moneta, e fanno la buona del guelfo
nuovo, Ivi, 88 — hanno parte nell' assedio di (Genova,
ìyI, 95 — > ne fanno tornare Castracelo, Ivi, 115 — al-
leluiti col marchese Spinetta contro a Castracelo, ne
hanno vergogna. Ivi, 127 — mandano in Friuli per ca-
valieri, ivi, 185 — rimangono fuori della signoria del
re Boberto, Ivi, 187 — s'apparecchiano contro il ve-
scovo d'Arezzo, ivi, 151 — fiume rannata credendosi
avere alcuna terra di Castracelo, ivi, 163 — raoqui-
stano il castello di Caposelvoli, ivi, 166 — rifiuino Ca-
*saglia, e riprendono le ville e' popoli d' Ampinana In
Mugello, ivi, 174 — mandano gente per la Chiesa so-
pra i Visconti, ivi, 187 — falliscono in Garfiagnana
contro a Castracelo, ivi, 198 — per lettere di piq^a
Giovanni fiume Imposta al chericato, ivi, 204 — ca-
valcano a Prato contro Castracelo, e ne segue lor danno
e vergogna aenza combattere. Ivi, 214 — perdono 11
castello della Trappola, ivi, 225 — mandano in Fran-
cia per cavaU^, ivi, 288 — battono la gente di Ca-
Btraccio, ivi, 252 — mandano aiate a' Perugini, Ivi,
258 — sono scemati da' Pistoiesi, Ivi, 269 — acqui-
stano U castello Ili Lanciolllna, ivi, 272 — cavalcano
86-A.
Ui
CIDICB DBLU CRONACA
«opra I PSttol«il, IX, S05 — haimo 11 CAttéllo d' Arti-
mino, ivi, 298 ^ appareechiuio grande otte contra
Cattraeeio, ìtì, 800 — vanno con l' otte aopra Piatola,
e prendono 11 paaso della Guisciana, Syl, 801 -*- hanno
Ciippiano e'I ponte di Montefalcone, iri, 809 — a* ar-
rende loro il castello d' Altopasdo, iri, 808 — rleoTo-
no grande aconfitta da Caatruccio, Ìtì, 804 — laaeiagìi
correre a guastare lor contado fin presso alla città, Iri,
817 — amarriti, mandano per soccorso e non ne han-
no, irf, 8S0 — affonaoo Fiesole e San Miniato a mon-
te, Ivi — nnorl lor danni In Mogello e in quel di Pra-
to, ivi, 8S1 — come essendo in malo stato, ai provi -
dero di moneta e di gente, ivi, 824 — mandano alato
a* Dologneal coatra Passerino, ivi, 835 — staoiianodi
dare la signoria della città e contado al daca di Cala-
bria Carlo, ivi, 888 — fanno lor capitano di gnerra
Piero di Nardi, ivi, 887 — fanno col daca di Calabria
oste sopra Castracelo, e prendono per fona il castello
di Santa Maria a mont«, X, 28 — e quello d*Artimi-
no, ivi, 80 — preodono Pistoia, ivi, 48 — prendono e
disfanno il castello d«l Poaso sopra la Goisciana, Ivi,
81 — rendono il castello di Mangone a Berocdo 8a-
limbenl di Siena, ivi, 88 — fanno grande oste per soc-
correre Pistoia da Castracelo, ivi, 86 — fanno appa-
recchiamento oontra 11 Bavaro, ivi, 89 — aiutano i Sa-
nasi ad avere Montemaasi, ivi, 102 ^ prendono il ca-
atollo di Carmignano per forse, ivi, 105 «- riforouno
la città di aignorìa dopo la morte del duca, ivi. 111 —
ianoo pace co' Platolesi, ivi, 181 — cavalcano s^pra
quel di Pisa e fanno pace co' Plaanl, ivi, 187 — ri-
prendono Ampioana, ivi, 188 — come non aeppero pren-
dere la aignoria di Lucca, Ivi, 148 — rubellano Col-
lodi presso Lucca, ivi, 144 — mandano soccorso a* Bo-
lognesi, ivi, 148 — stringono Montecatini, ivi, 150 —
tolgono gli ornamenti alle lor donne, e f4nno altre leggi
suntuarie, ivi, 158 — aostengono Taasedio di Monte-
catini, ivi, 154 — lo hanno, ivi, 158 — dopo gran
qni^one lo lasciano In piedi, ivi, 159 — pongono as-
sedio a Lucca, Ivi, 167 — come ne levassero l'oste,
i>Ì, 172 — come presero la sigooria di Pistoia, Ivi, 187 •
mandano ainto al legato di Lombardia, ivi, 1 90 — guer-
reggiano co' Lucchesi, ivi, 191 — aiutano i Piaani con-
tro i loro asciti, ivi, 199 — entrano nella lega lom-
barda, ivi, 204 — perdono una pugoa aopra Barge
contra a' Lucchesi, ivi, 205 — negano aiuto a' Sana-
si, ivi, 213 — ne mandano ai marcheai da E^te, ivi,
116 — loro parte nella aconfitta data al legato aotto
Ferrara, ivi, 119 — cavalcano aopra Baggiano, XI, 5 —
aalvano il legato dal furore de* Bolognesi, ivi 6 — man-
dano a Bologna per riparo de' cittadini, ivi, 7 — ca-
valcano sopra il contado di Lucca, ivi, 8 «- come rieb-
bero Ussano, Ivi, 14 — al acontrano co' Lucchesi, ivi,
27 — aintano 1 Perugini contra gli Aretini, ivi, 28 —
e il re Roberto sopra Sicilia, ivi, 29 -~ e Mastino della
Scala ad avere Parma, Ivi, 80 — come per lui rima-
nessero delusi dei patti della lega, ivi, 81 — prendono
In guardia il castello di Pietraaanfa, e con vergogna io
lasciano, ivi, 82 — creano nuovo uficio, e quel che ne
aegul, ivi, 89 — acquistano le terre del viscontado di
Valdambra, ivi, 41 — mandano aoooono a' Piaani con-
tra una cosplraiione cittadina. Ivi, 42 — coma furono
traditi da Mastino, ivi, 44 — ordinano guerra contro
di lui, ivi, 45 — fanno noa rocca aopra Colle di Val-
delsa, ivi, 46 — ricominciano guerra contra I signori
d'Areiso, ivi, 48 — finno compagnia e lega col co-
mune di Vlnegia, Ivi, 49 — combattono le masnade di
Mastino, ivi, 51 -— tolgono tà conti Guidi certe terre
di Valdamo a di Chlanti^e iknno castello Santa Maria,
ivi, 58 — co' Vinisiani fanno otta a Bovolenta centra
Mastino, ivi, 54 — vogliono aoccorrere Pon tremoli, ivi,
56 — hanno per patti Areiso e il suo contado. Ivi,
^0 — ordini che vi fanno. Ivi — riprendono Monter-
chi a' Pemgiol, ivi — fanno osta sopra Lnoca, ivi, 68
— pacidoano gli libertini co' Tarlati, ivi, 74 — sono
sconfitti a Bnggiano, hri, SI — ridotti a male stato per
la guerra tra 11 re d'Inghilterra e Filippo di Vaiola, Ivi,
88 — traditi da' VentBlani, fanno paoe per fona con
Mastino della Scala, XI, 90 — loro potere •à entrata e
apeae nel tempo della gnerra eontn Mastino, ivi, 91 e
aeg. — fanno accordo e lega co' Perugini, ivi, 105 —
patteggiano di comperar Luoca da Mastino, e mandano
perciò loro atadichi a Fenrara, ivi, 180 —al forniscono
contro a' Pisani per l' assedio di Lucca, e cavalcano eo-
pra quel di Piaa, ivi, 188 — conchiuso il marcato con
Mastino, prendono la posaesaione di Lacca aasendo as-
sediata da' Pisani, ivi, 188 — grande aconfitta che ri-
cevono la loro oate da quella de' Pisani, ivi, 184 —
danno a Roberto re la signoria di Lacca, ivi, 187
— > mandano a lai per aiuto e non 1' hanno, di ohe se-
gue loro gran danno, ivi, 188 — Iknno grande a no-
bile oste per levare i Piaani dell' aasedio di Lacca, iri,
139 — ai strìngono a Luoca per fornirla e noi ponaO)
ivi, 140 •- tiranneggiati dai duca d'Atene, XU, 7 —
lo cacciano, ivi, 17 — riformano la aigooria loro, e A
combattono fra popolo e grandi, ivi, 18 — rìfiinno di
nuovo paoe co* Pisani, Ivi, 25 — perdono la aignorìa
di più terre, i%i, 26 — confinano alcuni de* nobili, Cu-
ne lega con Perugia, Siena ed Aremzo, e nuovo accordo
con Maatino. ivi, 28 — aiutano il coote da BattiluUs
contro i Tarlati, ivi, 83 — fanno accordo e lega e com-
pagnia col vescovo d*Areiao, ivi, 86 — fanno aspn leg-
ge rootro a* cherici, ivi, 48 — tolgono a certi grandi
certe possessioni donate per lo comune, ivi, 44 — 6ni-
acono di p<«g>ire Mastico, ivi, 49 — perseguitati in Praa-
da, ivi, 57 — aiutano i Vinisiani All'aaaedio di ladra,
ivi, 59 — mandano cavalieri a Niccola di Kenao, ivi, 90
— mandano grande ambasciata al re d' Ungheria, ivi, 108.
FieriiWf de' Fracchi o Fioraoclil, capitano dm* Romani,
d' ordine di Metello sconfigge 1 Fiesolanl, I, 84 — coma
morisse, ivi, 85.
Fiorino d'oro, sua origine, VI, 58 e 62 — aue vicenda,
IX, 171 e 278 — d'argento, ano valore, V, 10.
Pìrcnse o Fioreos^. Come di primo fu edificata, I, 88 —
come ebbe suo boodc, ivi — come ebbe insegna da' Ro-
mani, ivi, 40 — come fa camera d'imperio di Rooia,
ivi, 41 — come vi ai edificò il tempio di Marte, oggi
duomo di Stn Giovanni, ed altri notabili, ivi, 42 —
come si reggea ne' tempi degl'imperadori pagani, ivi,
57 — persecuiione che vi fa Decio, ivi, 58 — qoaado
fosse recata alla vera fede, ivi — quanto stette a lagga
pagana, ivi, 59 — come, lasciato 11 paganeaimo, colti?6
la fede di Cristo, e consacrosai il duomo di San Gio-
vanni Battista, ivi, 60 — à assediata da Goti, ivi, 61
» come fa distrutta per Totile, li, 1 — come stsUa
disfatta, e' Fiesolanl e altri nobili eentendeano allasss
reedificasione, ivi, 21 -^ come fa reediflcatn colla po-
tente di Carlo Magno e de* Romani, III, 1 — come fii-
rono ordinata le porte o mura di casa nella sua retdi-
fieazione, ivi, 2 — come dopo la aua reedificasioaa h
popolata e abitata, ivi, 8 — come Cario Magno ne fees
franco e libero il comnoe e* cittadini, ivi — saa con*
diaione durante lo imperio de' Franceschi • degl'Ita-
liani, ivi, 5 — è favorita da Ottone I, IV, 1 — 0
marchese Ugo ne fa la Badia, ivi, 2 — è favorita an-
che da Ottone II e III, ivi, 6 — sua arme eoniiot
con Fiesole, ivi, 7 — come rrebl>e dopo dtetrotta Fie-
sole, Ivi — come si fecero le seconde cerchia delle bqs
mura, ivi, 8 — chi furono i suol nobili antichi od
quartiera di porta del duomo, ivi, 10 — chi in porta
San Piero, ivi, 11 — chi in porta San Brancasio, Ivi,
12 — chi in porta Santa Maria, ivi, 18 — come a'
tempi di Corrado imperadora era poco abitato OItra^
no, ivi, 14 -* papa Vittorio vi fa concilio, ivi, 16 —
come vi stesse alquanto tempo la corte di Roma, a si
casa ne crescesse, iri ^^ è assediata da Arrigo UI Io-
peradora. Ivi, 28 — patisce incendio per due volte,
ivi, 80 -^ misura delle miglia del ano contado. Ivi, S9
— incendio e rovina del ponte Vecohioi V, 8 — !•
è tolto il contado da Federigo I, ivi, 12 -- eooi I
Fiorentini lo lib«mssero, ivi, 18 — come vi venne U
reliquia del beato apostolo Santo Filippo, ivi, 14 — oodm
vi si cominciasse parte guelfa e parta ghibelHna, iri,
88 — come sHnoominciasse e compieste 11 ponte nao-
vo ali» Carraia, ivi, 42 — come al lastricassero tatti
DI GIOVANM VULAm.
563
le fue vfe, YT, 26 — come vi st fece fl primo popolo
con ordini e gonfaloni per riparare le forxe e le ini^a-
rie che faceano i gtiibelHni, ivi, 39 — come il popolo
ordinò a fare il palagio di comune, ivi — qaando fu
fatto il ponte a Santa Trinità, ivi, 50 — come vi bì
cominciarono a batterete monete del fiorino d'oro, ivi,
5.9 — come vi fu rotto ed annullato il primo popolo, ivi,
78 — come vi risorse nuovo popolo e ordini e gonfaloni
per la vittoria del re Carlo d'Angiò a Benevento, VII,
13 — come dopo la nuova cacciata de* ghibellini si
riformò la città d* ordine e di consigli, ivi, 17 — co-
me vi venne papa Gregorio X con re Carlo d' Angiò
ed altri signori, e ni v* ordinò pace tra' guelfi e ghi-
bdlioi ; e to<«to si ruppe, ivi, 42 -» come il cardinale
Latino la pacificasse di nuovo, ivi, 66 — come di pri-
ma vi si creasse 1' uficio de' priori, ivi, 70 — nobile
corte e festa che vi si fece, vestiti tutti di robe bian*
che, ivi, 89 — come furono fondatele porte d«Ue ter-
ze mnra, ivi, 99 — suo felice stato, ivi, 132 — co-
me vi fu fatto il secondo popolo con grande rivolgi-
mento. Vili, 1 — come vi si fondò la chiesa di Santa
Croce, ivi, 7 — novità che v* ebbe per cagi9ne del
nuovo popolo, ivi, 8 — cernevi fiipel comune reediflca-
ta e accresciuta Santa Reparata, e nominata Santa Ma-
ria del Fiore, ivi, 9 — come i grandi mettono la cit-
tà a remore per rompere ed abbattere lo stato del
nnovo popolo, ivi, 12 —- come il popolo fece fare due
castella per scemare Ia forza de' nobili, ivi, 17 —
quando si cominciò il palazzo del popolo, ove abitano
I priori, ivi, 26 — come di nuovo vi si comin-
ciarono le nuove mura, ivi, 31 — come la città si par-
ti e sconciò per le parti nera e bianca, ivi, 39 — ma-
li che le ne seguirono, ivi, 41 — altri peggiori, ivi,
42 — come vi ebbe battaglia cittadinesca per voler
riveder le ragioni del comune, ivi, 68 — nuovo snbu-
glio, ivi, 69 — come vi cadde il ponte alla Carraia, ivi,
70 — come vi fu messo fuoco e arsene buona parte
delia città, per inimicizia tra' bianchi e'nerl, ivi, 71 —
come ne faron chiuse di fossi le nuove cerchie, IX, 10
— scandalo che v* ebbe tra' lanaiuoli, ivi, 30 — as-
sediata da Arrigo VII imperadore, ivi, 47 — come se
ne murò psrte delle mnra, ivi, 77 — come vi si mu-
tasse stato pel conte da Battifolle, ivi, 79 — vi si fan-
no altre mura, ivi, 83 ~ novità d' ufio^ ivi, 128 —
si continuano le mura. Ivi, 137 ~ vi si ordina una
fiera, ivi, 168 — grande novitade che v'ebbe per ca-
gione degli sbanditi, ivi, 219 — altre novità per ca-
gioni degli ufici e delle seìit, ivi, 229 — ordini fatti-
vi centra gli ornamenti delle donne, e per trarre di
bando gli sbanditi, ivi, 245 — sua grandezza ed edi-
ficazione allo nuove cerchia e mura, ivi, 256 — come
vi si mutasse regKtmento, ivi, 276 — nuova mutazio-
ne per ragione delle sette, ivi, 283 ^ vi si tra(rg3no
dei grandi certe schiatte, ivi, 287 — come vi si fece
nuova moneta piccola, ivi, 290 — infelice sta-
to a cui è ridotta da Castruccio, ivi, 320 — come alle
dònne vi fa reso certo loro ornamento, X, 11 «- co-
me vi si fere nuovo estimo, ivi, 17 — vi si edificano
porta e mura, ivi, 57 — come vi fu ftttta imposta so-
pra il chericato, ivi, 112 — quando vi si cominciaro-
no lo porte del metallo di San Giovanni e si compiè il
campanile della Badia, Ivi, 177 — erme fu lungamen-
te interdetta, ivi, 181 — quando si cominciò a livo-
rare la chiesa di Santa Reparata, ivi, 195 — vi si fan-
no rrdini sopra le grasce, ivi — quando vi si
cominciasse la gran porta dii San Friano o da Verza-
ia, ivi, 219 — di due brigate d' artefici che vi furo-
no fatte, ivi — inondata e mezzo minata dall' Amo,
Xr, 1 — novità che vi furono por cagione di tal
. diluvio, ivi, 4 — di certe sante reliquie che vi venne-
ro, ivi, 9 — quando vi si cominciò a fondare Ìl cam-
panile di Santa Reparata ed altre opere, ivi, 12 —
quando I pilastri della loggia d'orto San Michele, ivi,
67 — vi si fa decreto contro i grandi, Ivi, 75 — sua
grandeiBa e stato nel tempo della guerra centra Ma-
ttino, Ivi, 94 — come \i fa fatta grande congiurazio-
ne, e la città fu a romore e ad arme, ivi, 118 — co-
me vi fti annullato il popolo del duca d'Atene, Xlf, 8
» vi si fa una nuova via, con altre novità, ivi,
13 — come vi furono fatte congiurazioni contro al
duca d' Atene, ivi, 16 — si leva a rumore, e recupe-
ra libertà, ivi, 17 — come si recò a quartieri, e
vi si raccomunarono gli nfici co' grandi , ma poco
darò, ivi, 18 — come il popolo trassero i grandi del-
l' ufizio del priorato, e rifarmarono la terra, ivi, 19 —
novità che ne sereno, ivi, 20 — nuove rifor-
me degli ordini della giustizia e de'casati nobili, ivi, 23
— vi si fa inquisizione de'cittsdini stati rettori per lo
duca, ivi, 32 — nuove riformagioni contro a' grandi e
il duca tiranno, ivi, 84 — altre novità, ivi, 36 —
ponti ed altri lavori fattivi pel comune, ivi, 46 — dis-
sensione mossavi dal comune allo inquisitore de' paté-
ritti, ivi, 58 ^ vi si fa decreto contro a* forestieri, ivi,
72 — vi si compie il ponte a Santa Trinità, ivi, 73
— altre novità per le elesioni, ivi, 79 — altre, pe^
Io caro e la mortalità, ivi, 83 — altre sopra i priori
e centra i ghibellini, ivi, 92 — vi si fa nuova mone-
ta, ivi, 97 — quando vi si cominciasse a fondare il
muro di San Gregorio in Amo, ivi, 117 — come visi
fece riformagione pegli ufici, ivi, 119.
Firenze^ vescovo di V. Cingoli, Acdaiuoli.
Firenzuola, come fosse fondata, X, 202 — arsa e disfat*
U dagli Ubaldini, XI, 139.
— città in Puglia, ove muore Federigo II, VI, 41.
Fogliano, signori da, di Reggio, ne hanno la signoria dal
re Giovanni, X, 228 ~- la rendono a Mastino dell»
Scala, XI, 30.
— Giovanni Riccio da, capitano della gente di Mastino,
ha trattato contro il duca d'Atene, tiranno di flrenze,
XII, 8.
— Ghilberto da, uscito di Reggio, combatte co' Fioren-
tini contro i Pisani all' assedio di Lucca, XI, 134 —
preso combattendo pel marehese da Ferrara a Parma;
XU, 35.
~ Matteo da, di Reggio, podestà di Firenze, VII, 114.
Fondi, conte di, sconfigge la gente della regina Giovan-
na, XII, 75 — entra in San Germano, ivi, 103 — fa
omaggio al re d'Ungheria, ivi, 112.
Fondo, del, casa di Lucca di parte bianca» oacdata, Vili,
46.
Fontana, Rinaldo di, contestabile francese assoldato dai
Fiorentini, IX, 276.
Fontanabuona, Iacopo di, capitano di cavalieri friulani al
servigio de'Fiorentini, ivi, 135 — per tradimento pas-
sa a Castraccio, ivi, 208.
Foraboichi, famiglia di Firenze, IV, 13 — tien parte
guelfa, V, 39 — cacciati, VI, 79 — nemici de' Bosti-
chi e de' Malispieri, Vili, 1 « tengono parte nera,
ivi, 39.
« Ruzzante de', priore di Firenze, XII, 18 — rinunzia,
ivi, 19.
Fora», conte di, barone di Arrigo VII in Pisa, IX, 37
— toma in Italia col re Giovanni di Boemia, X, 214.
Fori), assediata da Gianni de Pa per la Chiesa, VII, 80
— s' arrende alla Chiosa, ivi, 82 — presa da Maghi-
nardo di Susinana, ivi, 149 — si ribella al legato, X;
227.
Forlimpopolo, città distratta da T etile, II, 3.
Forlivesi, vengono a' comandamenti del legato a Bolo-
gna, X, 127 — rabellati, tornano ad arrendersi, ivi,
190 — gli danno liberamente la signoria della terra;
ivi, 201.
Fomcs, città di Fiandra conquistata da'rabelli. Vili, 55.
Foraoli, castoro assediato dall' oste della Chiesa, X, 56.
Fortuna straordinaria in mare e in terra, IX, 179.
FoTztUi, Berto, sua visione, VII, 50.
Fosdinuovo, fortissimo castello del marchese Spinetta, tol-
togli da Castruccio degl' loterminelH, IX, 86.
Foi&raeco, Antonio da, di Lodi, condottiero de' Fiorentini
contro Arezzo, VII, 120 — ha parte nella cacciata di
Maffeo Visconti da MUano, Vni, 61.
Fraeauini^ Baldo, ambascladore al papa, XII, 58.
Ftaneavilia, ciamberlano di, capitano di schiera franoescs
alla batUglia di Coltrai, Vili, 56.
564
miMCB DBLLA CRONACA
FrancMobi, quando e pBrohè oo^ nonuiti, I, IO — - «ome
falliBM loffo U Ugniggio • lo Imperio 4ol Bomaoi e U
aifDoria d' Atomagna, II, SO — oonaagaono 1* impario
di Coatandnopoli, V, 98 —lo perdono, VI» 64 — lo*
ro aTTenimento in Italia eoi oonto Cario d'Angiò, VII,
1 — ri ai fiuino prepotenti, Ivi, 57 — aono trucidati
tutti nell' iaola di SidUa, ivi, 61 -- patiseono grande
aeonfitta a ForB, iri, 81 — fono morti in prigione
dai Meaelneai, iri, 96 « loro impresa in Catalo-
gna contro re Piero d'Aragona, iri, lOS — Bonifa-
aio Vm e i neri di Firenae li chiamano in Italia,
Vili, 48 — aono Qcelai dal popolo minnto di Bmg-
già» ivi, 65 — grande sconfitta oh' ebbero a Coltrai
da' Fiamminghi, ItI, 56 •» Tenota di lor caTalleri a
firenae In aerrigio del comnne, IX, S76 — recano a
Firenae una sformata mntasione d*abito, XII, 8 — scon-
fitti dagl'Inglesi a Cred, iri, 67.
W^rmmcmea, aanto di Assisi, corninola Tordlne de' frati mi-
nori, V, 84.
— bastardo del marchese Asso da Este, ikTorato da' Vi-
niaiani, VIU, 88.
Franchi, ehi fossero e perchè con noma^ I, 18 — quan-
do e perchè nsdrono di Sicambra, e conquistarono cit-
tà e castella nella Kagna, iri, 18.
Frameia, i« dL V. CmrlQ, FiUppo, LmgL
Francia (reame di). proTÌncla d'Europa, I, 5.
Franeetit Biceio, firentino, suo triste consiglio al re Filip-
po U BeUo di FraooU, Vn, 147 e VID, 56.
— Uusciatto, fiorentino, triste consigliero di re Filippo il
Bello, Vn, 147 e VIU, 56 — sua parte nella cacciata
di parte bianca da Firenae, Vm, 49 — nemico degli
Abati, ivi, 59 — sua parte nella presura di papa Bo-
nifkaio Vili, ivi, 68 — mena In Francia una masna-
da di Lombardia, iri, 76.
Frati, camerlinghi della pecunia in Firenae, VII, 17.
— canneliti, come Onorio IV papa matasse loro l' abito,
vn, 109.
— godenti, che coca fossero, VII, 13.
— minori, come si cominoiasse lor ordine, V, 84 — - due
di loro si fonno messaggi di tradimento al popolo di
Vlrenae, VI, 76 — foono capitolo generale a Perugia,
pei quale il papa decreta centra loro, IX, 151.
— predicatori, come si cominciasse lor ordine, V, 85.
Freddo straordinario, VIU, 88.
Fredegemd4tf fa morire Cbilperioo re di FHmcia suo ma-
rito, I, 19.
FrémeborgOf tcscoto di, ambasdadore di Federigo U al
concilio di Lione, VI, 94.
/tmcoòoM», fomiglia guel£s di Firenae, V, 39 — caccia-
ta, VI, 79 — iaimiciaie tra loro, VIU, 1 _ ricettano
la parte nera di Pistoia, VIU, 38 — parte di loro
tiene parte bianca co' Cerchi, ivi, 89 — e ^ altri
parte nera, Ivi — parte di loro si fanno capo di
congiura in Firenae, XI, 118 — condannati, ivi, 119 —
confortano 11 duca d' Atene a farai tiranno di Firenae,
XU, 8 — tornano in Firenae, iri, 8 — hanno parte
nella cacciata del duca, ivi, 17 e aeg. — resistono al
popolo, ivi, 19 e seg. — smarrendone, ivi, 81.
— Agnolo Giramonte de', priore di San Iacopo, congiura
centra il duca d'Atene, XU, 16.
— ' Baldo del, uadto di Firenae, f«tto prigione dal Fio-
rentini, XI, 184.
— Berto, portansegne de'Florentini, VU, 194.
— Berto di Stoldo, luogotenente del podestà in Firenae,
XU, 17.
-« Bonaccorso de', cherloo, ambasciadore si papa, iri, 58.
— Schiatta de', dicoUato per congiura, IX, 919.
^- Tegghia, col suo lato tiene dal popolo, IX, 919 —
condannato per cospiraaione, Iri, 999.
— Tommaso, traditore della patria, XU, 54.
Frosoni, rubelll al conte d'Analdo, I, 49.
FridUmOf santo, primo veacovo di Lucca, I, 10.
Frigia, prorincia d'Asia, da chi nomata, I, 10.
FHgnoMOf da Sesso, capitano In Lucca per Mastino della
Scala, XI, 181 — combatte co' Fiorentini centra I Pi-
aani, ed è morto, Iri, 134.
Frioli, prorincia d'Europa, I, 5.
Friainlanda, pfovinda d' Europa, I, 8.
FrondigUano, castello disfotto daTiorentlni, ▼, 96.
FrùiUmo, reca la fede di Cristo a Firenae, I, 58.
Fronsole, castello preso dal tcscoto d' Arasao, IX, 151
— racquistato dal conte da BattifoUe, XU, 33.
Fucecchio, castello, assediato da' ghlbdUni di Tcsctts,
VI, 89 — si dà a' Fiorentini, X, 167 — rimsas •
loro per pace, XI, 90 — è quasi tolte loro da qsal-
U della Volta, poi da' Piaanl, poi da altri nbelU, XII,
45.
I^UbtrH^ Persona, cozaone Fiorentino, senre a dsUbersn
Odoardo d' Inghilterra prigione del conto di Konforti,
VII, 88.
Fuoco In cielo, VUI, 109 e IX, 897 ^ uadto dailalv-
ra, XU, 84 — in colonna sopra la corte dd pepa,
Iri, 191.
Gabelle dd comune di Firenae, XI, 99.
ChhritUiy Bino, d'Agobbio, podestà e capitano ddI*ostedi
Firense, VIU, 89.
— d'Agobbio, Cantucdo di Binde, capitano de' Fiorentini
aU'assedio di Lucca, X, 167 e 179.
— Filippo, d' Agobbio capitano de' Fiorentini In CSiia-
radadda, IX, 191 — e alla GargassuoU, iri, 199.
•» Iacopo, d'Agobbio, primo consenradore In Firenae, H,
89 — Ti toma come capitano di goecrm o bargdlo,
ivi, 74 ^- capitano della guardia dd popolo, tlramMf-
già, [ìtì, 100 e 118 ~ parto di Firenae ricco di
aangue, ìtì, 193 — tu in aoocorso de' Fiorentini cen-
tra 1 Pisani, iri, 139 -^ fotte prigione, ivi, 134.
^ Bosso, d'Agobbio, podestà di Firense, VII, 140.
Gaeto, sssediata da don Giacomo d'Aragona, iri, 134 —
ha battaglia cittadina, XI, 80.
Gaggiante, Isola, presa, rubato ed arsa per BarbaTara di
PortoTcnere, XI, 110.
OaUttrcmé^ Simone, suo processo contro Corso Denafi, •
sconvolgimento che ne aegue in Firense, VIU, 8.
Galatrone, castello, d dà d Fiorentini, XI, 41.
OoUaaMO, fratello dd re Roberto di PugUa, oombatto per
la Chiesa in Lombardia, V, 155 — capitano In To^
tona, iri, 198.
OoUgm, fomiglia ghibeUina di Fh^ae, V, 89 e VI, SS
— sono esodati, VI, 65. V. anche OodmimL
Galisia, proTinda d'Europa, I, 5.
QoUérì, conto di, muore in battaglia, VU, 188.
OalUif prence di. V. Odoardo IV.
Qalled, combattono a Croci contro 1 Franced, XU, 67 —
a Durem contro gli Scotti, Iri, 76 » all' aasedlo di
Cdese, ìtì, 96.
Oatti, fiuniglia antica di Flreoae, IV, 18 — tengono fu-
te ghibeUina, V, 39.
Galli o Gallid, chi fossero, e doTC stonsiasnero, I, 18^
come furono chiamati Franchi, ivi, 18.
OaUvra, Nino, giudice di, de' ViacootI, grande dttadÌBO
di Pisa, VU, 84 ^ capo di una parte de' gnelfl, i
cacciato per tradlgione di Ugolino, Itì, 121 — va coi
Lucched ad osto sopra I Pisani, Iri, 199. V. aaebs
OiovaimL
OaUmMMi, ribelli di Bologna, fanno guerra slla patria, IXy
895.
— . . . de', ardpreto di Bologna, traditore della patri»»
X, 148.
Gallale, nome Tolgare delle sette stelle dd Tauro In dM
sì conTcrtirono le setto figliude di Attalante, I, 7.
Oamhaeorti, popolani di Ksa capi dì parte, XU, 190.
— Andrea, sì fo dgnoredl Pisa, Itì, 190.
Gambasd, racquistato daVIorentinI, VIU, 9.
QambaUita^ Ricciardo, d' Abrusiì, Tlcario dd re Boberto
a Genova, IX, 98.
Oandone, Gian di, eretico, ivi, 964.
Gangdandi, castollo, fatto correre ed ardere da Castrte-
do, IX, 818.
QangaUmdi, conti da, fomiglia antica di Firenze, IV, IS
— è di parto ghibellina, V, 39 ^ dntano I Fioféati-
ni contro Castrucdo, IX, 801.
DI 6I0VARNI VlLUra,
565
GùMgaìandi, Dnruio d«' conti da, ba parto neU'aaaedSo di
Montecatfni, X, 148.
OaDgbereto, o Gaogbereto, tolto da* FiorentiDl a' conti
Qoidi, Vm, 8 -* rovinato, XI, 58.
0€mim€d$, figlinolo di Troio, I, 12.
Ganto, città in Fiandra, difesa dal conte Gaido, Vni, 19
e ivi, 20 — presa da Carlo di Valois, ivi, 82 — sna
fortoiza, ivi, 66 — > per fedeltà al suo conto ha batta-
glU cittadina, IX, 810 » rabeUasi, XI, 88.
Garbagnano. V. Barbagnano.
Garbo (il), provincia d'Africa, I, 4.
Ooròo, del, biancbi di Firenie, mercatanti di papa Bene-
detto XI, Vm, 71.
-— Dino del, eccellentissimo medico, muore in forense,
ne, 41.
Garfisgnana, posseduta dalla conteua Matilde, IV, 21. -
Gargosa, castello assediato da'Fiorentini, VIII, 89.
Garaagli, castello assediato dalla regina Isabella dlnghil-
terra, X, 8.
€hui, casa di Barletta, ha parto in battaglia cittadina,
XI, 80.
— Silveetro o Salvestro de', signore e tiranno di Viter-
bo, X, 48 — Iktto pigliare dal Bavaro per torgli il
tesoro, ivi, 68 — è morto da un figliuolo del prefetto,
ivi, 146.
Gcmra, sire di, muore nella battaglia di Tornea, Vni, 20.
Otltuio, n, papa, fogge a Gaeta, poi in Frauda, IV, 27.
Genova, presa e distrutta da* Saraoini, HI, 4 — come
ne fo per fona cacciata la parto guelfa, vm, 24 ^-
vi muore la ioiperadrioe moglie di Arrigo VII, IX, 28
— assediato da Marco Visconti, ivi, 90 — soccorsa
dal re Roberto, ivi, 93 — assediato di nuovo dai
suoi usciti e' Lombardi, ivi, 99 e seg. — toma aUa
dgnoria de' ghibellini, XI, 24 — il auo doge manda
aiuto a' Pisani sopra Lucca, ivi, 181 — come vi fosse
guerra tra il popolo e 1 grandi, e di questi uscissero,
XU, 88.
Genovesi, idutano la Chiess sopra Ruggieri duoa di Pu-
glia, IV, 34 — il papa Gregorio li pacifica co' Pisani,
V, 16 — a spese della Chiesa annano per condurre i
prelati al concilio, e sono sconfitti da' Pisani, VI, 19
— come si cominciò la prima guerra tra loro ed i Vi-
niaiani, ivi, 60 — aiutano il Paleologo a conquistare
Costantinopoli, e ne hanno per istanza Pera, ivi, 70
— son cacciati di Acri da* Pisani, e perciò muovono
loro guerra, Vn, 84 — prendono certo naviglio de' Pi-
sani che venia di Sardegna carico d'argento e di mer-
cataosia, ivi, 90 — assalgono un' altra armata dei Pi-
sani che andava in Sardegna, e sconfiggonla. Ivi, 91
— sconfiggono nuovamento i Pisani aUa Meloria, ivi,
92 — s' allegano co' Fiorentini e Toscani contro Pi-
sa, ivi, 98 -— guastano Porto pisano, ivi — coi
Fiorentini e Lucchesi vanno ad oste sopra Pisa, ivi,
141 — sconfiggono i Venesiani in mare, Vm, 24 —
fiumo pace con loro, ivi, 27 — e co' Pisani, ivi, 30
— ricevono a signore Arrigo VII di Lussemburgo, IX,
24 — armano per lui, ivi, 61 -* pel re Roberto di
Puglia, ivi, 62 — danno a questo la signoria loro, ivi,
94 — son loro prese da' Turchi, dieci galee per tra-
dimento, ivi, 217 — crescono per sei anni la signoria
al re Roberto, ivi, 24é — sconfiggono in mare i Ca-
talani, ivi, 836 — riprendono il castello di Volterrì,
X, 68 — in guerra oo'Catalani e Vinizìani, ivi, 176 —
ai pacificano tra loro, e prolungauo la signoria al re
Roberto, ivi, 189 — corrono le riviere di Catalogna e
Maiorica e Mioorica, ivi, 206 — fanoo gran danno ai
Catalani, XI, 17 ~ battagliano in mare co* Viniaiani,
ivi, 69 — fanno popolo e chiamano doge, ivi, 102 —
•occorrono il re di 1-ranoia contro quello d' Inghil-
terra, ivi, 110 — sconfiggono in mare i Turchi, ivi,
117 — sono sconfitti dagl' Inglesi, ivi — caocia-
no i loro grandi di Genova, poi aono pacificati da Lu-
chino Visconti, XII, 87 — combattono i Turchi, ivi,
89 -*- aiutano il re di Francia contro quello d'Inghil-
terra, ivi, 66 — sono sconfitti nella battaglia di Creo),
ivi, 67 — eom' ebbero Sicopoli e l' isola di Solo, ivi,
70 — abbandonano I F^ranoasi in mira, ivi, 96 —
sconfitti dai Catalani in Sardigna, XII, 100 ^ hanno
Corsica, ivi.
Georgia. V. Giorgia.
Germano (San), terra di Puglia, presa per forza da Carlo
d'Angiò,VU, 6.
Gerusalemme conquistata da Carlo Magno, n, 18 — pre-
sa da'Saracini e ripresa da'Cristiani crociati, IV, 24 —
ritolta da Saladino, V, 3 e VI, 16 — presa da'Tarta-
ri e ripresa da'Saracini, Vili, 35.
Qerutàlanmef re di. V. Amerigo, Carlo cT Angib, OotH-
/redo.
Oervoiio, detto Giancoletto, cardinale legato presso Flllp-
pò re di Francia, VII, 102.
OhéìUrif conte ovvero duoa di, entra in lega contro il re
di Francia, XI, 66 — osteggia quel reame, ivi, 86 e
112.
Ohérardeichi, famiglia guaita di Pisa, cacciata, VII, 121.
•— Gaddo de', fatto signore di Pisa dal popolo, IX, 78
" ta lega con Castrucdo, ivi, 86 — muore, ivi,
122.
— Manfredi figliuolo del conte Nieri de', ospitano d' ar-
mata pisana, sconfitto e morto dall' intante d' Aragona
in Provenza, IX, 237.
— conte Nieri de', signore di Pisa, IX, 122 e 163.
— conto Ugolino de'. V. Ugolino.
Qherardinif tamiglia guelladi Firenze, V, 39 — cacciati,
VI, 79 — nemici de' Manieri, Vili, 1 — la maggior
parte di loro tiene parte bianca co' Cerchi, ivi, 39
•— e gli altri parto nera, ivi — i bianchi rubel-
lano due castelta a' Fiorentini, ivi, 63 — stanno col
popBlo, ivi, 68 — dicadono e son cacciati, ivi, 71.
— Bette, firentino di parte bianca, dicollato. Vili, 69.
-» Ceco de', suo coraggio civile prima della battaglia di
Montaperti, VI, 77.
— Clone de', uscito, muore in isconfitta, Vili, 118.
— Lotterigo de', muore in battaglia cittadinesca, Vili, 68
— - altro di tal nome, condannato per cospirazione, ivi,
219.
•— Naldo de', ha parte neUa prima zufiìs tra' bianchi e'
neri in Firenze, Vili, 89 —e io altra, ivi, 41 —man-
dato a' confini, poi revocato, ivi, 42 — esce di città,
col suo lato della casa, ivi. 49.
Gherardo, da Parma, cardinale legato di Martino IV in
Puglia, VII, 62 — come gli fallisce trattate fra Carlo
ed i Messinesi assediati, ivi, 66 — domanda perdono
a re Carlo d'Angiò, ivi, 94.
GfUanmtoIo, Goszello da, capitano in Lucca pel conto Gui-
do, VII. 86.
Ohiazzuolo, castello disfatto da'Fiorentini, VII, 140.
GMbelUni, d' Arezzo, son cacdati da Guido Guerrs, e
rimessi dai Fiorentini, VI, 61 — cacciano i guelfi,
Vn, 116 — entrano per furto neUa terra, e ne son cac-
ciati, xn, 6.
— di Bologna, cacciati, VII, 44 — combattono i Bo-
lognesi al ponto a San Brocolo, ivi, 48 — cacciati,
vm, 88.
— di Chiusi, sono sconfitti da' loro usdti guelfi, e li ri-
mettono in città, VII, 136.
— di Colle, vogliono riprendere lor terra, e sono scon-
fitH, IX, 144.
— di Fano, cacciati, IX, 140.
— di Firenze. Orìgine di questo nome, V, 38 — quali
fossero in Firenze, ivi, 89 — servono Federigo II nal-
r assedio di Brescia, VI, 20 — e in quello di Faen-
za, ivi, 21 — sono sconfitti a Fegghine da' guelfi u-
sdti, ivi, 88 — - come il popolo di Firenzo cacciasse
certo case di loro, ivi, 48 — come gli usciti con ma-
snade di Tedeschi ruppero e cacciarono i cavalieri di
Firenze a Montala, ivi, 48 — come e perchè il popo-
lo di Firenze ne li cacciasse la prìma volta, ivi, 66 —
gli usciti mandano in Puglia al re Manfredi per soc-
corso, ivi, 74 — ordinano d'Ingannare e (ar tradire il
comune e popolo di Firenze, ivi, 77 — rientrano in
Firenze, ivi, 79 — assediano Castelnuovo in Valdamo,
e ne partono a modo di sconfitti, ivi, 82 — sono di nuo-
vo caoeiati dal popolo, VU, lo — vi tornano per ^
pera di Gregorio X, ivi, 42 — > come si rompassa.to-
566
OiDICB DELLA CRONACA
Ito la paea loro eo' gnolfl, VII, 42 — gli luefii s! uni-
soono «'ghibellini romagnoli ed axli asciti di Bologna,
contro a' Bolognesi, ivi, 48 — tornano a paceco'guelfi
per opera del cardinale Latino, ivi, 66 — gii usciti
aiutano i ghibellini d'Arezzo a cacciarne a psrte guelfa,
ivi, 115 — Unti quelli della città a' accostano a parte
bianca co* Cerch», Vili, 41 — e aitano aopra parte
guelfa, ivi, 48 — molti ton caccÌ9ti con parte bianca,
i\i, 49 — de* nuovi usciti guerreggiano oo' b'anchi in
Valdarno, ivi, 53 poi iu Muj^eilo, ivi, 60 — simil-
mente vengono alle porte della città o ne vanno scon-
fitti, ivi, It — ricevono altra sconfitta cogli Aretini,
ivi, 118 — hanno parte nella vittoria di Montecatini,
IX, 73 — trattano col Bavaro, X, 99 — condannati
dal comune di Pisa, ivi, 107.
— > di Genova, vengono a battaglia cittadina, IX, 67 —
escono, ivi, 87 — travagliano il comune, ivi, 98 —
prendono i borghi di Prora, ivi — fanno viva
guerra co' Lombardi al re Roberto, ivi, 95 — sono
sconfitti e si partono dall' assedio del' a c't'à, ivi, 97
— vi tornano, ivi, 99 — riprendano i borghi, ivi,
108 — parte di loro sono sconfitti a Lerice, ivi, lo 7
— battaglie ohe danno alla terrai, ed hanno il peggio*
re, ivi, 116 — guastano Ch'averi, ivi, 117 — hanno
Koll e fanno diversa guerra, ivi — hanno Albin-
gano, ivi, 159 — sono sconfitti e levati dall' assedio
di Genova, ivi, 188 *- prendono Sestri o Monaco, X,
16 ~ mandano ambasciadori al parlamento di Tren-
to, ivi, 18 — hanno guerra in mare co' Vinizianì,
e sono accordati da Castruccio, ivi, 64 — prendo-
no Volteri e *ì riperdono, ivi, 90 — con loro* arma-
ta vanno in aiuto del Bavaro a Pisa, ivi, 103 — si
pacificano co' guelfi e tornano in città, ivi, 189 — li
caociMUO e con essi la signoria del re Roberto, XI, 24.
Ghibellini di Lombardia, stanno con Manfredi contro la
Chiesa, VI, 89 — > assediano Crem<nn, IX. 88 ^ la
hanno per tradimento, IX, 91 — soccorrono i Visconti
all'assedio di Milano, ivi, 212 — loro naviglio scon-
fitto da quello della Chiesa sul Po, ivi, 808 — ainta-
no Passerino contro 1 Bolognesi, ivi, 825 — e contro
l'oste della Chiesa, ivi, 348 — chiamano Lodovico il
Bavaro in It«lia, X, 18 — con e«so vanno ad oste
sopra Milano, ivi, 1S9.
— della Marca, sconfiggono gU Anconitani, Vili, 113 —
si partono dtll' oste dell' imperadore, IX, 53 — aiuta-
no i ghibellini di Spoleto, ivi, 104 — - sconfiggono
i MalatfSti, ivi, 264 — aiutano Castruccio contra i
Fiorentini, Ivi, 301 — prendono la Rocca contrada,
ivi, 838 — - corrono la città di Fermo, e rompono la
pace ordinata colla Cbie«a, ivi, 844 — catcinii da
quelli di Rimini, X, 93 ^- prendono la ritta di le-
gif e tagliano il expo a Tuno che u* era signora, ivi,
133 — aiuUno 1 Tarlati contro il conte da lialtifolle,
XII, 83.
— di Modena e di Reggio, cacciati da' guelfi di Tosca-
na, VI, 86.
— di Pudova, rimessi, IX, 89 e X, 100.
— di Pfirma, ne cacciano i guelfi, IX, 111.
— di Pisa, vogliono tradirla, X, 137 — fanno lega e
van sopra Pisa, ivi, 199.
— di Pistoia, ri^)es^ivi da Castruccio, X, 86 — s'accon-
ciano co'guelfi, ivi, 130.
— di Rieti, cacciati, IX, 125 — rientrano, ivi.
^ di Romagna, sconfiggono i Bolognesi, VII, 48 — han-
no parte nelle battaglie di Certomondo In Casentino,
Ivi, 131 — aiutano i ghibellini e' biarchi esciti dì
Firenze, Vili, 60 — scot>figgono i guelfi, ivi, 93 —
fon pigliati per inganno dal re Rolcrto, IX, 18 — si
partono dcll'osfo di Arrigo VII, {%i, 53 — rntrnno in Ce-
sena e no snro cacciati, ivi, 2C6 — i<iutano C>'Stroc-
cio centra i Fiorentini, ivi, 301 — cavalcano sopra I-
mola pel Bavaro, X, 98 -» mandano aiuto a' Pi.<mni
sopra Lucca, XI, 131 — soccorrono gli Ubaldini con-
tra 1 Fiorentini, ivi, 139 ^ i Tarlati contro il conte
da Baftifolle, XII, 33.
— di Spoleto, lo riprendono, IX, 104 ^> ctcdatl, XI,
48.
GhihéUini di Toscana, fanno parlamento in Empoli, e ordina
di disfare la città di Firenze, ma Farinata degli Ubertl
la difende, VI, 81 — fiinno oste sopra il contado di
Lucca ed hanno p*ù castella, ivi, 88 — tornano sopra
Lucca co' Pii«ani ed il conte Guido, ivi, 85 — tengo-
no per Manfredi, ivi, 89 — a hro sommossa Conta-
dino passa in Itilia, VII, 23 — fanno lor capitano di
guerra Guido di Montffeltro, VII, 44 — cedono ai
guelfi neirassedio di P«'ggio a Santa Cecilia, ivi, IIU
— fiinno corpo ad Arezzo con Prinzivare dui Fiesco
vicario dello imperio, ivi, 112 — loro esaltamento, ivi,
121 — - co' ghibelliiii d«-lla Blarca e del ducato di
Romagna e crgli Aretini sono sconfitti da' guelfi a
Certomondo In Casentino, ivi, 131 — fanno veniro
in Toscana vicario d' impero Gianni di Celori», Vili,
10 —aiutano i ghibellini e* hiinchi di Firenze, ivi, 71
— hanno parte nella vittoria di Montecatini, IX, 71 —
chiamano Lodovico il B«varo In Italia, X, 18.
Ghibellino, castello in Alamagna, V, 38.
Ohibtrti, nobili guelfi di Firenze, cacchtl, VI, 79.
OMni. V. Ualpighi.
OhìogM', casa di Massa, cacciata, X, 188.
Ghisolieri, famiglia di Bologna, XI, 70.
Giacinto o Zante, signor<;ggiata d>l prence della Morea,
IX, 280.
Qlacomoy conte, figlinolo del conto Alfonso di Barcello-
na e di Valenza, diviene re di Aragona e Catalogna,
Vn, 76.
— II, secondogenito di Pietro III d'Aragona, è lasciato
re di Sicilia da suo padre, VII, 113 — assedia e pren-
de AgosU, ivi, 117 — viene di Sicilia in Ca'abrìacon
sua armata, e vi riceve a!cnn danno; e poi si pone
ad assedio a Gaeta, ivi, 184 — fa tregue col re Car-
lo II, Ivi -* si aooirda di pace con lui e con la
Chiesa, e va in Aragona a farsi coronare di quel rea-
me, Vin, 13 — vieue a Romt, e papa Bonifazio VIU
il privilegia del reame di Sardegna, ivi, 18 — cr>n
Ruggieri di Loria sconfìgge in mare I Siii)Ì*ni, ivi,
29 — 8* apparecchia di venire sopra Sardegna o ne
rimane por moneta, ivi, 105 — ricomincia guerra al
Pisani, I.X, 309 — fa pace con loro, iv', 331 — muo-
re, X, 45.
— I. di Aragona, re di Madori ro, VII, 76 ~ alleato df^l
re di Francia contra suo frafollo Pittro III, ivi, }03
— gli ò r<si Maiorica, ivi, 103.
— II, ro di Maiorica, privato del regno da Pietro IV da
Araf(ona, Xil, 15 — muore a Crecl combattendo per
Filippo di Valois, ivi, 67.
Oiaeoppi^ detti Ro^si, famiglia gneifa di Firenze, V, 39 e
VI, 33 — cacciati, VI, 79 — nemici de* Tomaquinci,
Vili, 1 — parte di loro tengono parte bianca co' Cer-
chi, ivi, 39 — e gli altri p»rte nera, ivi — par-
to di 1 ro si fanno capo di congiurazione in Firenze,
XI, 118 — condannati, Ivi, 119 — confortano il duca
d'Atene a farsi tiranno di Firenze, XII, 3 — congiu-
rano contro di lui, ivi, 16 — rcsbtonó ti popolo, ivi,
19 — s'arrendano. Ivi, 21.
— de'Rossi Stoldo, di Firenze, podestà in Arezzo, VI, 66
^- portansegna degli usciti guelfi di Firenze alla presa
di Sun Germano, VII, 6.
OiaeoUi MMlispini, Giovanni, ha parte nella prima auffa
de'biancli e neri lo Firenze, Vili, 39 — mandato ai
confini, ivi, 48 — capitano di Ugocciono alla batta-
glia di Montecatini, \i muore, IX, 71.
Oia/ei^ figlio di Noè e padre di Gomor, I, 8 e 6.
Giacino. V. Gioeomo re d'Aragona.
Giaìlicola, pesciaiuolo di Bruggia, sua parte nella batta-
g ia di Casella, X, 88.
Giamhtrtaldo^ vicario del re d*Angift e della taplia di To-
scana, guida i Fiorentini contro a' Sanesi, VII, di-
poi sopra Pifa, i\i, 33.
GUmhon», Iacopo di Bono, giudice del popolo in Firenze,
mnoro santamente, XII, 36.
Giomhrifta^ altro de'cnpi del'a mbellatione di Bmggia eon-
(ro a'Frantesihi, Vili, 55.
Gioncoìetto. V. Gerta^io*
Oiandonati, £aun''glia nobile antica di Fhrense, IV, 13 '—
DI GIOVANNI VILLANL
867
è di parte gnelf», V, 59 e VI, S5 ^ cucciata, ivi, 79
-* nemici de' nondelmonti* VJIT, 1 — gran parte di
loro tiene parte bianca co' Cerchi, ivi, 89 — e gli al-
tri parte nera, ivi — f.ttì popolani, XII, 28.
OianfiffliatKiy fumiglia gne:f4 di Firenze, V, 39 o VI, 38
— cacciata, VI, 79 — tengono parte nera, VII!, 89
— confortano il duca d'Atene a farai tiranno di Firen-
ze XII, 8.
— Gio\anni, riformatore in Firenze, XII, 17 — amba-
acittdore de'xrandi a'Saneai, ivi, 20.
Oìanni^ tiglio di 8. Laigi re di Francia, va eoo lui alla
rr«>ciata. VII, 57.
— figlio del daca di Borgogna, maoro nella battaglia di
Uon^iimpevero, VIH, 78.
— primo, conte di Analdo,VIIT, 57.
— figliti del primo conte d* Annido, guidatore di sohfera
iìrancesca alla battaglia di Coltrai, Vili. 66 — gli è
tolta la contea d'Olanda e d'l8ilan<ia da Guido su*) cu-
gino di Fiandra, ivi, 76 — capitano dell' armata d' I-
aabella regina d' Inghilterra cantra il ro Odoardo II
suo marito, X, 7 -^ entra in lega contro il re di
Francia, XI, 55 — osteggia qu^I reame, ivi, 85, 109
e US ~ è all'assedio dì Ziiera in Granata, XII, 81 *
muore combattendo i Frisoni rub«Ili, ivi, 5 1.
•^ d'Analdo. ha parte nella battaglia di Greci, XII, 67
— e neirassedio di Calorie, ivi, 96.
— di Brettagna, morto dagli Scotti In batta;;IÌ4, IX, 180.
•^ prence delli Morea e duci di Durazzo, Satollo del re
Roberto di Puglia, tuo cipit«no con la lega di Tosca-
na a Roma, ivi, 39 -^ va on lui sopra Sicilia, Ivi.
68 al soccorro di Genova, ivi, 93 — passa in Ro-
mania, Ivi, 281 » viene in Firenze al regu'to del daca
di Calabria, X, 1 — gacrreggia le terr« di Roma pel re
Ruberto, ivi, 21 -* tenta indarno d'entrare in Roma, ivi.
— conte di Namurro, figlio del cmte Guid^ di Fiandra,
ditende CoItrNÌ, Vili, 19 ~ è fatto generale capitano
da' Fiamminghi contro a' Franceschi, ivi, 58 — • soa
parto nella sconfitta di Monsimpero, ivi, 78 — riarma
i Fiamminghi, ivi, 70 ~ ha guerra con Luigi di Fian-
dra soo zio, IX, 231.
— di Normandia, figlio di Filippo di Vaiola, sua vlltft,
XII, 47 — assedia il castello d'Aguglione, ivi, 47 —
ne parte senza prò, ivi, 60 — combatte gl'Inglesi al-
l'asiedio di Calese, ivi. 68 e 90
Giano, figlinolo di Noè nato dopo il diluvio, I, 5 _. a-
bìta in Italia, ivi -^ signoregi^ia il pae-ic di Roma,
ivi, 28 — si fa compagno nel regno Saturno, Ivi.
OianvUla, OotTredi o Giutfrè di. barone del seguito del
dura di Ciliibria in Fireniei X, 1 — muore noli' as-
salto di Roma, Ivi, 21.
Oiatone, figliuolo di Anson, dlstmggo Troia, I, 12.
Gibilterra, preaa d^i Saracini, X, 222.
Oifmve, siniscalco di, sconfitto e preso dagV Inglesi, XII, 61.
OUiberto, tedesco, vicario di Masino in Lucca, XI, 40.
OimiHiano, santo, salva Modena da Tutìle, li, 1.
OimazztnOy Stefano da, dei Colonnesi. conte di Romagna
per la Chioda, preso ed ucciso da' Ravignani, VII, 144.
Oinenti, conti, IV, 21.
Oinevra, vescovo di, vicario dell' imperadore io Padova,
IX, 14.
Oiordano, figlinolo di FederliroII imperadore, VI, 1 e 15.
— conte, mena aiuto di Tedeschi a' Sanesi, VI, 76 —
•configge i Fiorentini a Montaperti, ivi, 78 — capitano
— di guerra e vicario generale io Firenze per lo re Man-
fredi, ivi, 79 — abbandona il passo di Ceperano, VII,
5 — suo consiglio a Manfredi dopo la presa di San
Germano, ivi, 7 — capitano d'un^ schiera alla battaglia
di Benevento, ivi — è preso da' Franceschi, Ivi, 9.
Giorgia, provincia d'Asia, I, 8.
Oiorgio, re di, va coi Tartari sopra i Saracini, Vili, 85.
OioUo, maestro, mnore a Firenze, XI, 12.
Oiovanna, figlia di Carlo duca di Ca'abiia, ha massima
parte neli' asaasslnio di Andreasso suo marito, XII, 51
— sposa Luigi di Taranto suo cugino, ivi, 99 — fug-
ge, ivi, 111 — come arrivò In Pfovenzn, ivi, 115 —
menata al castello Arnaldo, ivi ^~ liberata ed accolta
da) papa io Avignone, Jvl.
OhwtìmatMO, Glortnol di, consigliere di Filippo da Son-
gioeto, X, 49.
Oiovantii I, papa, è fatto morire da Teodorico, II, 5.
— Vili, corona imperadore Carlo il Calvo, II, 19.
— X, papa, con Alberigo marchese suo firatello, ha bat-
taglia contr' a' Saracini, III, 4.
— XII, papa, fatto da Alberto figlio di Berengario, III,
5 — sua mala vita, ivi — è deposto, ivi ^ mnore in
adulterio, IV, 1.
— XIV, è cacciato da Piero prefetto di Roma, rimesso da
Ottono II, IV, 1.
— XVI, papa, fiitto da Crescenzio, cacciato e martoriato
da Ottone III, IV, 2.
— XXI, papa, VII, 50.
~ XXU, papa, IX, 81 ~ gli h data la signoria di Ge-
nova, Ivi, 94 — scomunica i Viacontl, interdice Mila-
no e Piacenza, e fa vicario della Chleaa in Lombardia
Filippo di Vaiola, Ivi, 109 — fa predicare croce contro
i Montefeltro, ivi, 141 — sc<^*mnnica 1 Visconti, e fa ve-
nire centra loro il duca d'Austria, ivi, 144 — fa de-
creto centra i frati minori sopra la povertà. Ivi, 151 —
fa battere moneta come il tioiino d'oro, ivi, 171 —
scomu>iira Lodovico di Baviera eletto imperadore, ivi,
227 — fa ancora precesso contro di lui, Ivi, 242 —
scomunica 11 veicnvo d'ArfzZ'^, ivi, 246 — scomunica
nuovamente Lodovico, ivi, 264 — scomunica chi fa-
cesse contratTare il fiorino d'oro. Ivi, 278 — scomuni-
ca Cas*ruceio, ivi, 811 — fa nuovo vescovo d' A-
rezzo, X, 12 — dà ultima sentenza contro al Bavero,
ivi, 86 — fa dieci cardinali, ivi, 62 — s.^ntenziiito e
deposto dal Bavaro, ivi, 68 — scomunica lui e i suoi
seguaci, ivi, 78 — dà nuova aentenza centra di lui, ivi,
114 — come per paura non lasciò passare in Proven-
za il conte d'Analdo, ivi, 156 — sua dissimulazione,
ivi, 174 e 179 — ricomunica i Milanesi e' Marchigiani,
ivi, 184 — sua promessa solenne a' Bolognesi, ivi, 200
— continua a diislmolare, ivi, 212 — muove grande
quistione che le anime beate non possano vedere Iddio
perf ttamente infino al di del giu'iizìo, ivi, 229 — muore,
XI, 19 — di sua vita e costumi, ivi, 20.
— I, nipote di Filippo il Bello, e re di Francia per venti
dì, X, 60.
— re di Boemia, passa In Italia, ed ha Brescia e Ber-
gamo, X, 169 — e Luoca, ivi, 172 — la sua gente
cava'cA su quel di Firenze, Ivi, 178 — come a lui fa
data la signoria di Parma, Modena e Reggio, ivi, 174
— fa parlamento segreto col legato di Lotnbardia, ivi,
179 — si parte di iH)mbardia e va oltremonti, ivi, 182
— come gli fu mossa guerra in Boem'a, Ivi, 196 — va
ad Avignone a popa Giovanni, ivi, 212 —• toma in Lom-
bardia, e perde Pavia, ivi, 214 — viene In Bologna al
legato. Ivi, 217 — per certi suol andamenti il legato
indegmi con lui, ivi, 220 — Impegna Lucca a' Roasl
di Panna, e parta inonorato d' ItMlia, ivi, 228 — simu-
latamente dona Lacca al re di Francia, XI, 15 — aiuta
Filippo di Valois contro il re d' Inghilterra e sua lega,
ivi, 86 — va a Parigi, XII, 64 — mnore nella batta-
glia di Greci, ivi, 67.
— re di Gerusalemme, accorda papa Gregorio e Federi-
go li imperadore pel passaggio d' oltremare, VI, 15 —
discordati con l' imperadore e tiene dalla Chiesa, ivi —
a petizione di papa Gregorio rubella il regno di Puglia
a Federigo, ivi, 18.
— figlio d'Arrigo II, e re d'Inghilterra, V, 4.
— cherico Viprimi nse, risponde pel re d' Ungheria al-
l'ambasciata de' Fiorentini, XII, 110.
— giudice di Gallura, con seguito di guelfi è eaoeiato di
Pis«, e prende MontetnpoH, VII, 45.
— Gualbertl, santo, padre dell* ordine di Vallombroaa,
IV, 17.
— da Vespignano, santo uomo, X, 178.
— nobiii Fiorentini, III, 1 e IV, 10.
Oiov^i re di Greti, caccia Saturno suo padre del regno, I, 6.
Oiramomté. V. Frt§cobuìdL
Girone, assediata da' Franceschi con Filippo III loro re,
VII, 102 — presa, ivi, 108 ^ rìpigliau dal re d'A-
ragona, i«i.
MB
VmCB DELLA MONACA
OM/o, rt di Pofl^ £i Ul Ugge longobardat mtdii Ro-
ma «1 papa, n, 9.
GiabU«o del 1800, piibbliceto per U primA volta da Bo*
nifaalo Vili, VIH, 36 ~ poi da Clemente VI, XU, 11.
ihM^€^ Alberto del, priore di Flrense, IX, 8S.
Giugni, popolani di parte nera in Firense, combattono eoi
Cerchi bianchi, VOI, 71.
OiuHmi, conte o marchese di, entra nella lega contro Fi>
lippe di Valois, XI, 55 — osteggia il reame di Fran-
eia, ivi 85 e Ut — muore combattendo i Frisoni m-
belli, XII, 54 — altro, capitano de' Fiamminghi al soc-
emrm del re d'Inghilterra, ivi, 88 — fatto guidatore
di Fiandra e del giovane oonte, ivi, 87 — combatte
aU' assedio di Calese, ivi, 96.
OimUeri, eonte Onglielmo di, muore nella battaglia di For-
nes, VIII, 90.
Oiulw, figlinolo di Giulio Ascanio e stipite de' Ginlii, I, 25.
Giulio nuovo, moneta fiorentina, IX, 88.
OimodUf famiglia antica di Firenie, IV, 11 — > è di parte
ghibellina, V, 39 e VI, 38.
GtMSfmtowo I, imperadore di Costantinopoli, II, 6.
Oiuttino I, imperadore di Costantinopoli, n, 5.
— n, imperadore di CoetantioopoH, II, 6.
Oivaiadm^ aoldano di Turchia, VI, 8S.
Oobcltt il, tedesco, capitano all'assedio di Montecatini, X,
157 — ed a quello di Lucca, ivi, 167 e 171.
Oodam^ indovino longobardo, II, 7.
Godendae, che cosa fosse, VOI, 56.
OodoUrto I, figliuolo di Lottieri H, regna in Francia do-
po di lui, I, 19.
Oog§indÌHÌy popolani di Bologna, cacciano e confinano de'
eittodini, XI, 7.
— Brandaligi de', sommuove i Bolognesi contro il legato,
XI, 6 — cacciato, ivi, 70.
Golfollina, che cosa fosse, I, 43.
Qùmer, figlio di Giafet e padre di Tlrras, I, 6.
Gonikloni di Firenae, come furono primamente dati al po-
polo, VI, 89 — > quali fossero quelli del secondo popo-
lo, Vn, 13.
Gonfalonieri di glustiaia, come da prima creati in Firen-
ae, Vm, 1 ~ riformati, ivi, 69.
Goitso^o, slirnori di Mantova, hanno Reggio da Mastino
della Scala, XI, 30 — mandano aiuto alla lega centra
Mastino, ivi, 64 — aiutano Asso da Correggio ad aver
Parma, ivi, 187 — mandano soccorso a' Pisani sopra
Locca, ivi, 181 — hanno guerra co' marchesi da Fer-
rara, XII, 85.
— Filippino da, fa seguito al re d'Ungheria fino a Na-
poli, Xil, 107.
Luigi da, tradisce ed uccide Passerino signore di Manto-
va, e si fia signore della terra, X, 100 — entra nella
lega lombarda, ivi, 904 — cavalca sopra Reggio, XI, 5.
fiMsMi, conte di, soccorre Padova pel duca d'Austria, IX,
191 ~ muore, ivi, 900.
Goti, come passarono in Italia, e assediando Firenie fu-
rono morti e rotti, I, 61 — come occuparono Italia e
fhronne signori, U, 4 — come ne ftirono cacciati la
prima volta, e come ricoverarono la signoria per Teo-
dorico, ivi, 5 — come furono ai tutto eaceiati d'Italia
per Belisario patricio, ivi, 6.
GottPfiredi di Buglione, capitano di crociata, poi re di Ge-
rmsalemme, IV, 4.
— firatello del duca di Brabante, combatte per suo fra-
tello, vm, 88 » ospitano di schiera franoesea alla bat-
taglia di Coltrai, ivi, 56
— duca di Spoleto, caccia i Normandl dalla campagna di
Roma, IV, 91.
OoUinieri^ fatti signori di Asti, XI, 104.
Gosia, provincia d'Europa, I, 5.
Oroconto, siri di, assoldato dai Fiorentini, IX, 976.
Gragnuola straordinaria in Flienae, XI, 114.
OrandlL V. TolonuL
Grén$éha, abate di, preso, X, 918.
GravaUngua, città di Fiandra, conquistata da'rubelU, Vili,
66.
Grmrifua, marchesato di, toma alla signoria di Genova,
IX, 108.
Greci, partenti da Troia, hifoUce fortuna eh' ebbero, I» 15.
Greei^ famiglia di FIrenie, IV, 18.
Grecia, provincia d'Europa, I, 5.
Gregorio HI, papa, ha guerra con Eliprando, II, 10.
— IV, papa, manda per soccorso contro i Saraciiii, in Foras-
ela a Lodovico imperadore, e In Lombarda al mar-
chese di Monferrato, II, 17.
— V, papa, corona Ottone III, IV, 9 — è eaedato da
Cresoensio, e rimesso da Ottone, ivL
^ VI, papa, ha guerra e battaglia con Arrigo II impe-
radore, IV, 15.
— VII, papa, sue contese con Arrigo ni imperadore, IV,
99 — assediato in caste! Sanf Angelo, Roberto Gniacar-
do lo libera, ivi.
— IX, papa, succede ad Onorio m, VI, 14 — eoomn-
nica Federigo n, ivi ^ si accordano insieme, ordinano
il passaggio d'oltremare, ivi, 15 — lo scumunlea £
nuovo, ivi, 16 — fa rubellare allo imperio certe tetre
di Paglia, e n'à assediato in Roma dallo imperadore,
ivi, 18 — ordina concilio generale in Roma, ivi, 19 —
muore, ivi, 90.
— X, di Piaeenta, k eletto pi^ a Viterbo, VU, 89 —
viene eolla corte in Firenae, e v* ordina pace tra' guelfi
e ghibellini, poi scomunica la cittik, ivi, 49 — tieae
concilio a Lione, riunisce i Greci alla Chiesa di Roma,
e s' adopera pel passaggio d' oltremare, ivi, 43 — sco-
munica Ridolfo d' Habsborgo, Ivi ^ muore, ivi, 50.
Grassa, castello del vescovo d'Areaso, diciatto da' fio-
rentini, VI, 67 — perduto da' ghibellini usciti di Fi-
renae, vn, 19.
Grifoni, Binde de', da Fegghine, ribelle di Firenae, preso
e d' ordine del re Carlo d' Angiò dicollato, VII, 85.
Grimaldi, fiuniglia di Genova, capo di parte guelCa, Vm,
14 — cacciati, ivi — rimessi, ivi, 47 — cacciati ancora
vi rientrano, ivi, 114 — rimangono alla rignoria eoi
Doris, IX, 58 — soprastanno co' Fiescadori, ivi, 87.
•^ Carlo, ammiraglio di Genova, al servigio del re di
Francia, XII, 64 •— muore nella battaglia di Cred, ivi, t» i.
— Guasparre, capitano di Genova, IX, 87.
— Natta, rubello di Genova, conduce i Pisani contro la
sua piUria, VII, 84.
— inferi, de', di Genova, ammiraglio del re di Prenda,
sconfigge Guida conte di Fiandra, Vm, 77.
GrimiàUo di Morava, re de' Longobardi, I, 56.
Qrimoaldo, re in Benevento, II, 9.
Qrossetto, manda aiuto a' Fiorentini centra Castruocio, IX,
809 — assediato dal Bavero e sua amistà, X, 108 — tà
rubella a' Sanasi, e poi si rida a patti, XI, 34.
GrosHUOt signore dL V. BaUmt.
Grossetto, vescovado di, dato all'arcivescovado di Pisa,
IV, 84.
Grotto, Ugo del, di Pisa, podestà in Firenae, V, 5.
Gn^/o, vesoovo di, ambasdadore del re Roberto a' Fioren-
tini, XI, 187.
Gualandi, famiglia ghibellina di Pisa, VH, 191.
^ Eeoedetto Maocaioni de', rubello di Pisa, morto com-
battendo i Pisani per Luchino Visconti, XII, 19.
Gualdrada, contessa, moglie del oonte Guido, il Vecchio,
IV, 1 e V, 87.
Guai/e, signore di, viene al soccorso de' Padovani, DC, ISl*
Guai/erano, conte, barone di Corredino, fhgge con lui daUa
rotta di Tagliacoaso, VII, 97 •* è preso e fatto morire
da Cario d' Angiò, ivi, 99.
Gua^fr$doUo, da Milano, primo podestà di Firenae, V, 89.
Gual/rtducei, ghiheUini <U Pistoia, X, 196 e 181.
G^aoZ^oiio, primo vescovo di Siena, I, 56.
GuaìUrctH, famiglia antica di Firenae, IV, 18 — è di
parte guelfi^ V, 89.
GualUm, di Catalagirone, parte che ha nella congiura di
Giovanni da Prodta, VII, 57 — suo parere nel parla-
mento che II re d'Aragona tenne in Palermo, Ivi, 70.
Guanto, dttà. V. Gante.
Guardia (la), dttà di Puglia, si rubella a que' reali per lo
re d' Ungheria, XH, 89.
Guardingo, dto di Firenae, ohe cosa da, I, 88.
Guarmeri, duca tedesco, capitano pd re d'Ungheria al-
l' Aquila, traditore , d fa ei^iteno d' una gran coi^a-
DI GIOVANNI VILLANI.
56d
gnla di folcUti stati il Mrvfglo del re d' Ungheria e di
Luigi di Taranto, XII, 113.
Qnaacogna, ducato di Francia, cagione di grande guerra
tra Filippo il Bello e Odoardo I, Vili, 4 — Odoardo
ne fa omaggio a Filippo, iyi, 67 — vi riarde la guerra
fra Odoardo II e Carlo il Giovane, IX, S63 — poi fra
flUppo di Vaiola e Odoardo III, XI, 55.
'Oua$eognay Arnaldo di, cardinale, corona Arrigo VII a Ro-
ma, IX, 48.
— siniscalco di, combatte pel re di Francia, Xn, 47.
Guasconi, fanno danno al re di Francia, Vili, 4.
Ouattaj da Radioofano, capitano de' Fiorentini alla guar-
dia della città, IX, 8S0.
Guastalla, fondata dalla contessa Matilde, IV, 21.
Ouatanit famiglia guelfa di Pisa, cacciata, VII, 121. V.
anche OrtimL
— Francesco, cardinale, capo di parte. Vili, 80.
ijfuamtalotHf potente casa nera e guelfa di Prato, Vni, 69
' — rispondono alla congiurazione de' Bardi in Firenze,
XI, 118 — rimangono signori di Prato, ivi, 122.
^Mcc» de' Tolomei, Deo, capo di sommossa in Siena, cac-
ciato, IX, 96.
Oueeio.,, di, signore di Cortona, sua mala fine, X, 198.
Guelfi. V. Lega.
— d' Agobbio, come ne furono caooiatì dai ghibellini, poi
ricoverarono la terra e ne cacciarono i ghibellini, Vm,
44 — hanno parte nella sconfitta di Montecatini, IX,
71 — ed in quella d'Altopascio , ivi, 802 — mandano
— aiuto a' Fiorentini contro i Pisani, XI, 132.
— d'Amelia, cacciati da' Colonnesi, Vili, 112.
— d'Areszo, usciti, fanno lega co' guelfi di Toscana con-
tro agU Aretini, Vn, 115 — rimessivi, Vm, 99 —ri-
cacciatine co' verdi, Vm, 107 — tiranneggiano, XII, 80.
«— di Bologna, hanno parte nell'assedio di Genova, IX, 95.
•— di Brescia, eacoiatì, IX, 82 — cacciano i ghibellini,
X, 204.
•— di Carmignano, aiutano i Fiorentini eontra Castruceio,
IX, 802.
— di città di Castello, hanno parte nella sconfitta di Mon-
tecatini, IX, 72.
— di Comete, caocdano i ghibellini, X, 170.
— di firenze, origine di questo nome, V, 88 — quali
fossero in Firenze, ivi, 39 — servono Federigo II nel-
r assedio di Brescia, VI, 20 — e in quello di Faenza,
ivi, 21 — son cacciati dai ghibellini per la forza di Fe-
derigo, ivi, 83 — gli usciti s'arrendono in Capraia al-
l'imperadore, ivi, 35 — sono rimessi in città dal po-
polo e comune, ivi, 42 — si partono dopo la sconfitta
di Motttaperti e vansene a Lucca, ivi, 79 — dove quivi
facessero stanza, ivi, 81 — sono rimessi dal popolo in
Firenze, VII, 15 — danno la terra al re Carlo, ivi —
ordinano gli ordini di parte, ivi, 16 — prendono il ca-
stello di Santellero con molti ribelli ghibellini, ivi, 19
— fanno pace co' ghibellini e tosto tornano in discor-
dia, ivi, 42 — si riconciliano per opera del cardinale
Latino, ivi, 66 — signoreggiano la terra, ivi, 89 —
mandano a papa Bonifazio Vili, per tema delle partì
nera e bianca. Vili, 89 — raunati co' neri, huno con-
giura di chiamare p«r papa Bonifazio i Franceschi a ri-
metterli in istato, ivi, 42 -^ maggioreggiano co' neri
nella terra, ivi, 69 — si dividono per sette, IX, 8 —
quelli sbanditi son tratti di bando, ivi, 16 — altri num-
dano per signoria firancesca, altri per tedesca, ivi, 76.
— di Genova, cacciati. Vili, 14 — rimessi, ivi, 47 —
altri usciti vi rientrano a forza, ivi, 114 — assediati,
mandano per aiuto al re Roberto, IX, 98 — si difen-
dono lungamente, ivi, 95 — cacciati dai ghilMllini, XI,
24 — rubano in mare, ivi.
— di Lombardia, loro lega contro l' imperadore Arrigo,
IX, 9 — con l'oste della Chiesa assediano Milano, ivi,
210.
— di Lucca, n'escono, IX, 60 — aiutano 1 fiorentini
centra Castruceio, ivi, 802.
^ di Pisa, cacciati, VU, 47 — rimessi, ivi, 51 ~ si di-
vidono per cagione di signoria, e sono ricacciati, Ivi,
121 — prendono co' Lucchesi il castello d'Asciano, l-"
vi, 122.
Guelfi di Pistoia, aiutano i Fiorentini oontra Castruocio, ivi
302 •» rubellangli Ravignano e Mammiano, X, 6 —
corrono Pistoia e ne son cacciati, ivi, 126 — ricacciati,
ivi, 187.
— di Prato, cacciati oo' neri, e rimessivi età. Fiorentini,
Vin, 106.
— di Romagna, sconfitti da* ghibellini, Vni, 93 — hanno
parte nella sconfitta óì Montecatini, IX, 72 — nell'as-
sedio di Genova, ivi, 95 — fknno lega oo' Fiorentini
contro Blastino, XI, 45 — mandano loro aiuto eontra
i Pisani, ivi, 132 e 139.
— di Siena, mandano aiuto a' Fiorentini centra i Hsanl,
XI, 182.
— di Spoleto, cacciati e rimessi, IX, 6 — cacciati anco-
ra, ivi, 104 — cacciano i ghibellini, XI, 48 — cacciati,
XII, 122.
— di Todi, rimessivi, DC, 6 — cacciati dal Bavaro, X, 98.
— di Toscana, dopo la sconfitta di Montaperti si rifugia-
no a Lucca, VI, 81 — sono assediati a Pucecchio da'
ghibellini, ivi, 82 — mandano ambasoiadori in Alema-
gna per sommuovere Corradlno contro Manfredi , ivi,
84 — prendono Signa, ma poco la tengono, ivi — son
cacciati di Lucca da' Lucchesi e vanno a Bologna, ivi,
85 — cacciati i ghibellini di Modena e poi di Reggio,
ivi, 86 — hanno l'arme da papa Clemente, VII, 2 —
seguono la gente francesca del re Carlo d'Angiò, VII,
4 — loro gloria alla presa di San Germano, ivi, 6 —
e alla battaglia di Benevento, ivi, 9 — prendono e dis-
fknno Poggio a Santa Cedila, ivi, 110 — ricusano ob-
bedienza al vicario dell' imperio, ivi, 112 — fanno co'
Blorentini grande oste sopra Arezzo, ivi, 120 — lo-
ro abbassamento, ivi, 121 — co' Fiorentini sconfig-
gono i ghibellini a Certomondo in Casentino, ivi, 131
fanno oste oo' Fiorentini sopra Pistoia, VIII, 82 — loro
lega contro l' imperadore Arrigo di Lussemburgo, IX,
7 — fanno parlamento e fermano taglia, ivi, 17 —
sconfitti a Montecatini da Uguccione della Faggiuola,
ivi, 71 — fanno pace co' Pisani e Lucchesi, ivi, 79 —
hanno parte nell'assedio di Genova, ivi, 95 — fanno
lega co' Fiorentini contro Mastino, XI, 45.
— di lega, moneta nuova di Firenze, XII, 97.
— nuovi, moneta nuova d'argento in Hrenze, XII, 58.
9ve^0f duca di Svevia, come gli fidlisce matrimonio con
la contessa Matilde, IV, 21.
Guelfo, castello in Alemagna, V, 38.
Out^fued, Branca, tiranno di città di Castello, IX, 226 —
Querraf conte Guido, caccia la parte ghibellina d'Arezzo,
VI, 61 — sconsiglia il popolo e comune di Firenze dal
fare oste a Siena, ivi, 77 — capitano dogli usciti guelfi
di Toscana, VII, 4 — è alla presa di San Germano, ivi,
6 — ed alla battaglia di Benevento, ivi, 9.
Ouglielmo I, figlio di Roberto il Bastardo, regna in Inghil*
terra, V, 4.
-> I, figlio di Buggeri II, re di Puglia e di Sicilia, IV, 20.
— Ili, figlio di Tancredi, succede a lui nel regno di Pu-
glia e Sicilia, IV, 20 — è preso da Arrigo imperadore
e fatto morire, ivi, 20 e V, 16.
— conte d'Olanda, a petizione di Innocenzo IV, papa, 4
eletto imperadore, VI, 25 — ha guerra con Corrado fi-
glio di Federigo II, e muore, ivi.
— figlio di Roberto, duca di Normandia, IV, 18.
— figliuole di don Federigo di Sicilia, vicario dell'isola
per suo nipote, racquieta Messina rubellata, XII, 14.
— figliuolo del conte Guido di Fiandra, difende Doagìo,
vm, 19 ~ prigione del re Filippo di Francia, ivi, 32
e 37 — Uberato, Ivi, 79.
— duca d'Atene, balio di Luigi il Giovane e governatore
di Sicilia, tratta col re d'Ungheria, XU, 69.
— conte di Giulieri, fratello del morto a Pomes, è chia-
mato signore da qne' di Bragia e fa molte conquiste so-
pra i Franceschi, Vili, 56 — dà loro grande sconfitta
a Coltrai, ivi, 56 — - muore nella sconfitta di Monsim-
pevera, ivi, 78.
— lo Stendardo, barone del conte di Monforte, VII, 4 —
portansegna del re Cario alla battaglia di Benevento, ivi,
9 — è da lui lasciato in Toscana contro a Corredino,
ivi, 23 — capitano di una schiera alla battaglia di T«>**
86 -B.
5tO
moiCB DELLA CRONACA
gfiaoono, VH, S6 — n re Carlo lo mancia al racqalsto
di Sicilia, ivi, 30.
ChtgUAmt Longaspada, o Spadalanga, dù foase, IV» 19 e
V, 4.
Onidàloai, £uniglia gaelfa di Flrense, V, 89 e VI, 83 —
cacciati, ivi, 79.
— di Balia, nobili gndfi di Firenae, cacciati, VI, 79.
Guidandola, si dà a patti a' Fiamminghi mbelli, VOI, 56.
OuidireUo d' Alessandro da Orbivieto, capitano portansegne,
muore nella battaglia di Certomondo in Casentino, VII,
181.
Guidi, conti, loro incominciamento, IV, 1 e 11 ^ s'ini-
micano co* Fiorentini, ivi, 87 — ne sono aiutati con-
tro a' Pistoiesi, V, 81 — ancora della loro schiatta e
progenie e come fossero partiti i guelfi e ghibellini, ivi,
87 — tengono parte gMbellina, VI, 83 — sono cac-
ciati, ivi, 66 — parteggiano per Y imperadore Arrigo VII,
IX, 47 — quelli di parte guelfa mandano aiuto a* Fio-
rentini sotto Pistoia, X, 85 — parte di loro rispondono
alla congiurasione de' Bardi in Firenze, XI, 118 —
condannati, ivi, 119 — aiutano i Pisani sopra Lucca,
131 — quelli di parte guelfa aiutano i Fiorentini con-
tro i Pisani, ivi, 139 — fatti popolani, XH, 23 — V.
anche Bottt/oZls, Charra^ Alb^f Doadala^ PoràanOf
Spadahmga,
— Bendino de' eonti, da Rimiid, vescovo d'Arezzo, fatto
conte di Romagna dal papa, VII, 149.
•» Marcovaldo de' conti, capitano di guerra de' Senesi, XI,
34 — ha parte in cougiurazione di Firenze, ivi, 118.
Guido, conte. V. Nudilo.
— conte di Fiandra, si rubella al re di Francia, vm, 19 —
gli si arrende con due suoi figliuoli e n'è inganuato e
messo in prigione, ivi, 32 e 87 — suo lignaggio ivi,
57 — è lasciato sotto sicurtà, toma in prigione e vi
muore, ivi, 79.
— di Namurro, figlio del conte Guido di Fiandra, s'ac-
cozza con Guglielmo di Giulieri contro a' Franceschi,
vm, 56 — danno loro grande battaglia e sconfitta a
Coltrai, ivi — gli ai arrendono tette le terre di Fian-
dra, ivi, 58 — toglie al conte d' Analdo la contea d* O-
landa e d' Isilanda, ivi, 76 — à sconfitto e preso in
mare dall' ammiraglio del re di Frauda, ivi, 77 "li-
berato, ivi, 79 — muore all'assedio di Bresda, IX, 20.
— fratello dd delfino di Vienna, al seguito di Arrigo di
Lussemburgo In Pisa, IX, 87.
— marchese di Monferrato, caccia i Saradni d'Italia, 1, 17.
— Besangne, padre dd eonte Guido il Vecchio, V, 87.
— Vecchio, conte, stipite de'oontì Guidi, V, 37.
GuinOdi, nobUi fiorentini, m, 1 e IV, 10.
GuinieéUi, Sismondi Lemme, ambasdadore de' Pisani al
vescovo d'Arezzo, X, 83 — preso, ivi.
GuiiUnffò, firatello di Gottifi-edi di Buglione, crociato, IV,
24.
Goissante, dttà rubata ed arsa da Odoardo m, xn, 68.
Hiriairé, bdio di Federigo m, re di Francia, governa il
reame, I, 19 — è sconfitto in battaglia e morto da Pi-
pino, ivi.
IToceata, Cane, imperadore de* Tartari, sconfigge i Tur-
ohi, i?i, 32.
I.
Iacopo, frate, de' predicatori, ambasdadore dd papa a
Pietro m re d'Aragona, VH, 60.
ladra, d rubdla a' Viniaiani, XII, 48 ~ assediata da lo-
ro, ivi, 59 — s'arrende, ivi, 81.
lanne, dttà di Boadglione, assediata e presa da SHippo m
re dì Francia, VII, 102.
Iddbmio m, fi^ di Federigo in, regna in Frmnda dopo
suo fratello Clovis m, l, 19.
Idolatria. Sua origine nella torre di Babde, I, 2.
/est, FUippaooU) da, aiata i Ftorentini contro Aresio, VII,
120.
^- signore di. V. Tomo.
Itci, Contidno da, di Blaremma, eon dqnanti soldati di
Pisa, è sconfitto da' guelfi di Firenze, VII, 128.
HioH, figlio di Troie, edifica la fortezza per lo suo reame
chiamato Bion, in Troia, I, 12.
lUana, figliuola di Priamo, I, 13.
Illa, conte della, preso in battaglia, XH, 47 — suo figlio
guida una schiera all'assedio dd Cdese, ivi, 96.
Imola, presa da Haghinardo da Susinana, Vili, 16 — m
tiene per li bianchi e ghibellini, ivi, 85 — manda aiuto
a' Fiorentini centra Castrucdo, IX, 802 — è eona e
rubato da Ricciardo de' Manfredi, X, 89.
Imperadore di Costontinopoli. V. Baidotnno, Nteeforo, E-
manudlo, Leone, Zenone, Giuitino, Giuiiiniano, Androni'
eo, Coitantino, Miehde,
Imperadrioe di Costontinopoli. V. Maria, CaUrina,
Imperio di Roma. Come fosse tolto a' Gred e d rinno-
vasse in Carlo Magno, e a obbedienza di questo fosse
lo imperadore di Costantinopoli, II, 15 — come fallis-
se a' Franceschi e ritornasse agi' Italiani, ivi, 20 — co-
me fdlisse andie a questi, e passasse a' Tedeschi, in,
5 — come fosse fatto dettivo, confermandod poi per
la Chiesa, IV, 3 — come imperando Arrigo IH inco-
minciasse lo scisma tra le due potestà, ivi, 16 — come
eontinuasse sotto Arrigo IV, ivi, 27 -* si rinnova per
Federigo Barbarossa, V, 8 ^ e più sotto Ottone di
Sassonia, ivi, 35 — diviene grandisdmo tra Gregorio IX
e Federigo U, VI, 14 — come l'imperio divenisse pre-
potente in Itdia, ivi, 19 — dicade la sua autorità dopo
la morto di Federigo, ivi, 41 ~ è quasi nulla in To-
scana sotto Rodolfo, Vn, 78 e 112 — riceve nuovo ab-
battimento per la sconfitto di Certomondo in Casentino,
ivi, 131 — toma a maggioreggiare in Italia per Arrigo
di Lussemburgo, IX, 7 — è alleato con la Chiesa, ivi,
144 — la tradisce, ivi, 145 — tento accordo per d-
gnoreggiare in Itdia, ivi, 816 — come per parto ghi-
bellina fosse chiamato in Itdia Lodovico il Bavero, •
l'imperio vi ripigliasse potenza, X, 18 — toma a di-
cadere per la partenza di lui, ivi, 147.
Importuni, famiglia antica di Firenze, IV, 18 — e di parta
guelfa, V, 89.
Incendio a Firenze, IV, 80; V, 8; VI, 9; VH, 118,189;
Vni, 8 e 71 — a Roma ne' pdagi papali, Vm, 97
— aFirenze, IX, 156, 811; X, 28, 57, 185,209,219;
XI, 11, 36, 58, 67, 74, 81, 114 — in Portovenere, ivi»
121 — in Firenze, ivi, 126 — in Melina, ivi, 141 —
a Pietrasanta, XII, 12 — a Fhrenze, ivi, 24, 82, 36,
56, 91.
India, povinda d'Asia, I, 8.
If\fangatij famiglia antica di Firenze, IV, 13 — è di parto
ghibellina, V, 89 — sono cacdati, VI, 65.
— Mangia degli, è ncdso dd popolo di Firenze, VI, 65.
— Ubddino, condannato dd comune di Firenze, XII, 79.
Iirfragnipani, gentili nomini di Roma, com* ebbero da re
Cario terra e signoreggio dia Filosa, VII, 29.
Inghilterra, isola d'Europa, I, 5 — Guglielmo Bastardo la
conquista, ivi, 24. V. anche Brettagna.
IngkHUrra, re d'. V. Odoardo, Guglieimo, Ricciardo.
Inglesi, a£aitti dagli Scotti e dd Fiamminghi ad un tem-
po, IX, 161 — sconfitti dagU Scotti, ivi, 180 — bat-
tati in mare dd Viniaiani, ivi, 224 — vincono i Fran-
ced a Cred, XH, 67 — e gli Scotti a Dorem, ivi, 76.
lunoeenao II, papa, ha scisma con Anadeto, e ripara in
Frauda, IV, 84 — e rimesso in sedia da Lotario im-
peradore, ivL
— m, papa, scomunica Arrigo di Svevla, V, 18 e 23 —
fa fare Ottone di Sassonia imperadore, ivi, 28 — lo co-
rona, ivi, 85 — entra in guerra con lui, ivi — £a e-
leggere U giovane Federico di Svevia re de* Romani,
ivi, 86.
— IVf come di cardinale amico divenne papa nimico di
Federigo II imperadore, VI, 23 — va a Lione sovra
Rodano, ordina concilio generde, e d vi sentenda Fe-
derigo, ivi, 24 — toma colla corte a Roma, ivi, 48 —
d metto con osto nd regno di Puglia, e racquieto molto
terra, ivi, 45 — muore a Napoli, ivL
— V, papa, vn, 50.
— antipapa, V, 1.
w
DI GIOVANNI VILLANI.
571
Inqalsitort de' ptterìni in Firtnit, moort grande dissen*
alone cittadina, XII, 5$.
Insegna, come i Romani e gP imperadori Y ebbero, e come
da loro l'ebbe la città di Firense, e Perugia e Pisa e
Viterbo e Orvieto, I, 40 — qnal fosse de' guelfi, VI,
SS — quali usasse per guerra il comune di Firenze e
popolo in oste, ivi, S9 — quali fossero del secondo po-
polo di Firenze, VII, 18 — come i Fiorentini presero
la insegna reale dell' arme del re Carlo, ivi, 124.
Insubrìa, qual provincia fosse d'Italia, II, 7.
InUrminelli, casa di Lucca di parte bianca, cacciati da'
neri e guelfi. Vili, 46 ~ rimessi, IX, 58 — tradiscono
la patria, ivi, 60 — hanno dissensione co' Poggingbi,
X, 126.
— Arrigo, figlio di Castrucdo degli, X, 58 — lasciato
dal padre duca di Lucca, ivi, 86 — corre Lucca e Pi-
sa, e rompe il popolo di Pisa, ivi — egli e' suoi fra-
telli sono diposti di signoria dal Bavaro, e condannati
dal comune di Pisa, ivi, 107 e 125 — corrono Pistoia
coi figliuoli di Filippo Tedici, ivi, 126 — sono a setta
coi Visconti, X, 129 — confinati dal Bavaro, ivi — co-
me vollero torre Lucca a Gherardino Spinoli, ivi, 150 —
poi al re Giovanni, ivi, 228 — fatto prigione dai Fio-
rentini, XI, 1S4 » muore, XII, 29.
— Castmccio degl', com'ebbe la signoria di Lucca, IX,
78 — va sopra il marchese Spinetta, ivi, 86 — ha le-
ga co' ghibellini usciti di Genova, ivi, 95 — rompe pa-
ce a' Fiorentini, e conquista più castella, ivi, 106 — va
ad oste nella riviera di Genova, ivi. 111 — è fatto tor-
nare dai Fiorentini, ivi, 115 — va ad oste sopra il mar-
chese Spinetta e' Fiorentini, ivi, 127 — fa un grande
castello in Lucca, ivi, 154 — racquista certe castella
di Garfagnana ohe gli erano fatte rubellare per li Fio-
rentini, ivi, 198 — fa oste alle castella di Valdamo
in ponente, ivi, 209 — va ad oste a Prato, poi si ri-
tira, ivi, 214 — guasta le castella di Valdarno di sotto,
ivi, 220 — vuol pigliar Pisa per tradimento, ivi, 230
— prende Fucecchio, e incontanente n' è cacciato in
{sconfitta, ivi, 238 — la sua gente riceve danno da'
Fiorentini, ivi, 251 — fa oste sopra Pistoia, e n'ha
triegua, ivi, 269 — prende la Sambuca, ivi, 285 —
manda assassini pel conte Nleri, ivi, 289 — ordina tra-
dimento in Firenze, Pistoia e Prato, ivi, 291 — come
ebbe Pistoia, ivi, 294 — incomincia guerra centra i
Fiorentini, ivi, 301 — li sconfigge ad Altopascio, ivi,
802 — è scomunicato da papa Giovanni XXII, ivi, SII
— viene con sua oste ardendo • guastando il contado
di Hrense presso alla città, ivi, 317 — vi ritoma con
Azio Visconti, ivi, 319 — viene ad oste a Prato, ivi,
882 — toma in Lucca con grande trionfo, ivi, 323 —
fa trattare falsa pace co' parenti Fiorentini de' suoi pri-
gioni, ivi, 328 — assedia e prende Montenuvolo ed al-
tre castella, ivi, 329 — le sue masnade di Signa cor-
rono fino alla dttà di Firenze, ivi, 332 — scopre una
tonsura, ivi, 387 — arde Sancasciano e va infino a
Peretola; poi arde e abbandona Signa, ivi, 839 — ca-
valca in Creti e fino ad Empoli, ivi, 845 — cavalca
su quel di Prato, e fa fare una fortezza ad Agliana, ivi,
848 — ia mozzare il capo a Piero di Narsi, ivi, 350 —
come si riparasse dalla prima impresa del duca di Ca-
labria centra di lui, X, 6 — gli fallisce di avere Vi-
copisano, ivi, 13 — manda ambasciadori al parlamento
di Trento, ivi, 18 — punisce una congiura in Lucca,
ivi, 25 — manda ambasciadori al parlamento di Liord,
ivi, 82 — prende quelli de' Pisani, ivi, 84 — assedia
Pisa col Bavaro, ivi — fatto duca di Lucca e altre terre,
ivi, 37 — sua risposta agli ambasciadori de' Romani,
ivi, 54 — k (atto dal Bavaro cavaliere, poi conte del
palazzo di Laterano, e lo tiene alla cresima nella sua
incoronazione, ivi, 55 — è fatto senatore e suo luogo-
tenente, ivi — saputa la presa di Pistoia per li Fio-
rentini, si parte di Roma dal Bavaro e toma a Pisa,
ivi, 59 — accomoda i Vinizianl co' Genovesi, ivi, 64 —
diposto dal papa Giovanni, ivi, 78 — > fa rubellare Mon-
temassi a' Sanasi, ivi, 80 — corre la città di Pisa, e
fassene signore, ivi, 82 — pone 1' assedio a Pistoia, ivi,
84 — la ha per patti, ivi, 85 — muore, ivi, 86.
IniermméUi Franoesoo. V. Ooiiraeani,
— Vallerano degl', figlinolo di Castracoio, X, 58.
Joatofi, re di Giuda, I, 25.
/open, Gualterano conte di, figlinolo del conte di Brenna,
IV, 20.
Ioaafatj re di Giuda, I, 25.
ijpra, siri d', assoldato dai Fiorentini, IX, 276.
Ipro, dttà in Fiandra, si rende a Guido di Fiandra, VIII,
56 — si mbella, IX, 310 — presa dal re di Francia,
X, 88.
Irlanda, isola d'Europa, I, 5.
ItabeUa, regina d'Inghilterra, fia oste sopra Odoardo suo
marito, e lo prende, X, 7.
Ischia, isola, gitta meraviglioso fuoco. Vili, 54.
Isilanda, provinda d'Europa, I, 5.
Istria, provincia d'Europa, I, 5.
Italia, paese d'Europa, I, 5 — come per un italiano di
Chiusi vi passassero di prima, indotti Intra le altre ca-
gioni dalla ghiottoraia del buon vino, i Galli ed i Ger-
mani, ivi, 44 — come i Goti vi passarono, ivi, 61 —
come la occuparono e furonne signori, II, 4 — come
ne fhrono cacciati la prima volta, e come ricoverarono
la signoria per Teodorico; e sua infelice condizione a
questi tempi, ivi, 5 — come ne furono al tutto cacciati
per Belisario, Ivi, 6 — come i Longobardi vi passaro-
no da prima e signoreggiaronla, ivi, 7 — come Carlo
Magno ne addirizzasse lo stato facendola rimanere in
sua lil>ertà e franchigia, ma sottoposta a signoria di luì,
ivi, 18 — sua condizione sotto gì' imperadori f^anceschi,
ed italiani. III, 5 — come si dividesse tutta in parte,
di Chiesa e d'imperio, IV, 22 — rinnovansl le divi-
sioni per Federigo Barbarossa, V, 1 — pace generale,
ivi, 22, • sta senza imperio da 12 anni, Ivi, 32 —
come si dividesse tra la Chiesa e Federigo II impera-
dore, VI, 16 — come costui quasi tutta tirannescamente
la signoreggiasse, ivi, 21 — commossa per la venuta
del Bavaro, X, 18.
Italiani, come lo imperio da' Franceschi ritornasse a loro,
n, 20 — come fallisse anohe a loro, DI, 5 — come il
re Filippo il Bello di Francia fece prendere e rimedire
tutti quelli eh' erano nel suo reame, VII, 47.j
Italo, figlio di Attalante, I, 8 — viene a concordia con
Bardano e rimane in Fiesole e signoreggia Italia, ivi, 9.
Itri, castello presso Gaeta, assediato, XII, 75.
Lacedonia, dttà in Abmczi, distrutta da Carlo Magno,
n, 13.
Laida o Lada Serena, prorincia, ora Normandia, II, 19
e IV, 18.
Lamh&rtoMnf capi di parte ghibellina in Bologna, VII, 44.
Lamòsrtt, nobili fiorentini, loro origine, IV, 1 e 12 — ten-
gono parte ghibellina, VI, 88 e 89 — sono cacciati, ivi,
65 — si levano contro i trentasd del seoondo popolo
di Firenze, VU, 14.
— Gherardo Ciocia de', ordisce con Farinata degli Uberti
inganno al popolo e comune di Firenze, VI, 77.
— Mosca de', ha parte nell'assasdnio di Buondelmonte
de' Bttonddmonti, V, 88.
Lancia ... de' marchesi di Lombardia, madre di Man-
fredi, VI, 46.
LancioUna, castello, si arrende al comune di Firenze, IX,
272.
LancatirOf conte di, capo di parte, fatto decapitare da O-
doardo II re d'Inghilterra, IX, 138.
— conte di, fratdlo dd dicapitato, ne piglia vendetta so-
pra il re Odoardo, X, 8.
Lanciano, si mbella a' reali di Puglia per lo re d'Unghe-
ria, XII, 89.
Landa, Manfredi di, con gli usciti di Piacenza, sconfitto
dalla gente della Chiesa, IX, 286 — perde Castellaqua-
ro, ivi, 260.
— Obizzo chiamato Vergià della casa di, mbella Piacen-
za a Galeazzo Visconti e vi è fatto vicario della Chie-
sa, IX, 178 — sconfigge Marco Visconti in Chiara d' Ad-
wa
IMDICB DELLA CRONACA
^ IX, 191 — • alla GargiiszaoU, ìyì^ 199 — lasoU
1» rigaorU di PiAceoza e va ambasciadore al papa, ivi,
11)3 — caratano in Monsa, l'arrende a Oaleaxso, iyi,
270 — comincia gaerra a Modena, iyi, 842 — mandato
dA* Bolognesi in ainto de' Fiorentioi contra Castniooio,
X, 29 — ha parte nell'alato contra l'assedio di Pi-
stola pe' Fiorentini, ivi, 85.
Landò d'Agobbio detto Longino, soa cmdoltà, Vm, 82
— &tto bargello, gon&loniere e signore in Firense,
IX, 76.
Lando^Of Pietro, di Roma, esecutore della giostf aia in Fi-
renae, sua traootansa, IX, 283 — fatto cavalière, ivi,
294.
LandolOf Boderigo di, cavaliere frate godente di Bologna,
fatto primo podestà del secondo popolo di Firenae, VII, 18.
Landroif signore di, preso in battaglia, XII, 48.
Lanfranchij famiglia ghibellina di Pisa, VII, 121 — per-
seguitata dal popolo, IX, 86 — ha parte in battaglia
cittadina, XI, 43.
— Benedetto Maccidoni de', mbello di Pisa, tenta per Ca-
stmocio di prendere Vicopisano, X, 18 — cavalca in
Maremma, XI, 74.
— Betto Malepa de', vaol tradir Pisa ed è Scapitato, IX,
230.
— Corbino de*, acdde Onido da Caprona ed è morto dal
popolo di Pisa, IX, 158.
— • Gherardo del Pelalo de', capo di oospiraiione in Piaa,
X, 168.
— Maccaioni de'. V. Maeeaumi,
Lameri^ Baolino, contestabfle francese, assoldato dai Fio-
rentini, IX, 276.
LmutonCf conte di, mandato al re Filippo di Francia in
ainto del re Carlo d'Angiò, VII, 62.
— Carlo conte di, capitano d'nna schiera franoesca alla
battaglia di Greci, vi muore, XII, 67.
lAumtdofUA, re di Troia, vieta il porto di Troia ad Er-
cole e Giasone, e perciò vien distratta Troia ed egli
morto, I, 12.
Lari, castello tolto da' Fiorentini a' conti Goidi, VII, 7.
Laterino o Laterina, castello ripreso dagli Aretini a' Fio-
rentini, VOI, 73 — fatto disfare dal vescovo di Area-
zo, IX, 343 — riposto e afforzato da' Fiorentini, XI,
53 — come volle esser loro tradito per on frate a' Tar-
lati asciti d'Arezzo, XII, 101.
Latùn, ser Brunetto, ambasoiadore de' guelfi di Firenze
ad Alfonso re di Spagna, VI, 78 — è cacciato di pa-
tria co' suoi, ivi, 79 — sua morte, Vm, 10.
Latino^ re d' Italia, sua genealogia, I, 28 — noma Lau-
renida, la città di Lavina, ivi — ammenda la lingua
latina, ivi ^- accoglie Enea e gli promette Lavina sua
figliuola, ivi — dà metà del suo regno al .genero, ivi
— fra, cardinale d' Ostia, legato di Niccola m in Bonui-
gna, Vn, 54 — per mandato del papa fa pace tra' guelfi
e' ghibellini di Firenze e pacifica la terra, ivi, 56.
Lavagna, conti di. V. Fieico^ dal.
Lavenza, terra de' Pisani, XH, 26.
Lavina, figlia di Latino, già promessa a Turno, è pro-
messa ad Enea, I, 23 — guerra che ne consegue, ivi
— Enea vince e la ottiene, ivi — rimane grossa di
Enea alla morte di lui e fugge nelle selve per paura di
Ascanio, ivi, 24 — è richiamata con suo figlio e trat-
tata benignamente dal figliastro, ivi.
Lavino, figliuolo cH Fauno, regna in Italia dopo di lui e
fbnda Lavina, I, 22.
Lébrme, sire di, signore di Bergherago, Xn, 47.
LeeeiOf vescovo di, consigliere del duca d'Atene in Fi-
renze, xn, 8.
Lega guelfa di Toscana, IX, 17 — si rauna eoi re Ro-
berto a Roma, ivi, 89 — aiuta i Fiorentini assediati
dall' imperadore, ivi, 47 — fii pace con gli Aretini, ivi,
64 — sconfitta a Montecatini da Ugucdone della Fag-
giuola, ivi, 71 — in Lombardia da Galeaaio Visconti,
ivi, 129 -— con l'oste della Chiesa assedia Milano, ivi,
211.
— de* guelfi oacoiati di Firense, VI, 88.
— lombarda, h sconfitta in grandissima battaglia a Cor-
teouova da Federigo H, VI, 20 — altra (V. OìMUmi
di Lombardia) — altra, contra al Bavaso a il re Qio-'
vanni di Boemia, X, 204 — aluta i marchesi da Fer-
rara, ivi, 210 — dà dolorosa sconfitta al legato, ivi,
218 -* fa parlamento a Larici, XI, 5 — parte di sua
oste è sconfitta da' Parmigiani e dalla gente del legato,
ivi — ha Cremona, poi va sopra Reggio e Modena, indi
si soiarra tutta per tradimento de' Tedeschi, ivi, 8 ^-
aiuta Mastino della Scala ad avere Colomio, ivi, 18 —
come a tutti 1 collegati ne fossero osservati i patti, tranne
a' Fiorentini, ivi, 80 — li rinnova contro Mastino, ivi,
45 — vi si aggiungono i Viniziani, ivi, 49 — è rìfsr-
mata, e vi si allega l'avogaro di Trevigi, ivi, 62 —
ordina oste sopra Verona, ivi, 64 — vi cavalcano e ne
partono con poco onore, ivi — acquista Brescia e al-
tre castella, ivi, 78 — la sua oste guastano il Verone-
se, ivi — vanno fino alle porte di Verona e corronvi
il palio ed hanno Montecchio, ivi, 77 — recano nuovi
danni a Mastino, ivi, 82 — si scioglie per la pace Catta
da' Veneziani con Mastino, ivi, 90 — come gran parte
delle masnade di sua oste s'acconciano con Loderigo
Visconti, ivi, 97 — rifatta, assedia Reggio, XII, 85.
Legato. V. ^eròono, arcidiacono dL
Leghe del pop<^o in Firenze, VHI, 1.
LmUinOf Roggeri da, rubellasi al re Pietro di Sicilia, XI,
79 ~ come i suoi fossero ricevuti dal re Robert»,,
xn, 14.
Leena, castello, preso da' Fiorentini, VII, 120.
Leone II, santo, papa, II, 8.
— m, papa, co' cardinali e concilio generale, toglie Io
imperio di Roma a' Greci, ed elegge Carlo Magno im-
peradore, lo corona e consacra, II, 15.
— IV, papa, rifa le chiese di Roma e fii le mura della
città Leonina per lui detta, II, 18.
— vm, papa, eletto per Ottone re d'Alemagna, IV, 1 —
lo corona imperadore e £a decreto che ninno papa sia
fittto senza l'assentimento dello imperadore, ivi — è de-
posto dai Romani, poi rimesso da Ottone, ivi.
— I, imperadore di Costantinopoli, II, 2.
— II, imperadore di Costantinopoli, II, 2.
— in, imperadore di Costantinopoli, II, 12.
Leone, pietoso in Firense, VI, 69 — altro ucciso da on
asino, Vni, 62 — altri due nati in Firense, X, 186 —
altri sei similmente, XI, 67.
Leonessa, la, castello in Abruzzi preso ed arso dalla gente
del re d'Ungheria, XII, 89.
Leoneeea, conti della, hanno parte nell'assassinio di An-
dreasso duca di Calabria, Xn, 51.
Leoni, moneta di Francia, XI, 72.
Leonina, dttà, presa da' Saradni, n, 17 — murata, ivi, 18.
Leopoldoy duca d'Austria, s'allega colla Chiesa e col re di
Francia e fa gran guerra a Lodovico di Baviera, IZ,
267 e 298 — muore mentre vuol farsi signore d'Ita-
lia, ivi, 816.
Liegi, data in signoria al duca di Brabante, XU, 94.
Liegi, vescovo di, al seguito di Federigo U in Pisa, IX,
87 — preso in battaglia a Roma e morto, ivi, 43 —
altro, ha guerra con quelli della sua città e n'è scon-
fitto, XII, 42 — col duca di Brabante li sconfigge, i-
vi, 94.
— Tano da, capitano della gente della Chiesa, sconfigge
quelli da Fàbbriano, X, 56.
— vescovo di, barone di Arrigo Vn, a Pisa, IX, 37 — >
morto in zuffa a Roma, ivi, 48.
Lilla, si rende al re di Francia, Vm, 19 — a Guido di
Fiandra, ivi, 58 ~ assediata da Filippo il Bello, Ivi,
79 — lasdaU a lui per patti, IX, 128.
Limosina, nuova e bella fatta da un cittadino di Flrenaa,
X, 165.
Lione, città presa da Otto I imperadore, n, 14.
Liorci, castello in Bresciana, ove il Bavaro tien paxi»-
mento coi caporali di parte d'imperio di LombanSi» •
di Toscana, X, 82 — si rende alla lega de' Lombardi,
XI, 78.
Lipari, isola e suo castello, presi dalla gente del re Ro-
berto, XI, 108.
Lippaecio, signore d' Osimo, ne oacda la gente della Chie-
sa, IX, 162.
k
DI eiOVAMNI YILLANL
573
2Ji^^ Kerì dì, priore di FireiUM, XII, 18.
X^iMt, ùuniglia ghibellina in Firenze, V, d9 e VI, S3.
Liseo, cestello occupato dai Visconti, X, 32.
Usigoano, città in Gaascogna, presa dal conte di Vervich;
Xn, 77.
rdTomo, i Lacchesi e* Genovesi ne guastano il porto, VII,
141.
X^isia, data in dote al conte Tigrino, IV, 20.
Zjoddo d'Alemagna,. vicario di Rodolfo re de' Bomani in To-
scana, s' acconcia co' guelfi e tornasi in Alemagna, VII, 78.
XfOdi, privilegiata ad Arrigo di Fiandra, IX, 195 — s'ar-
rende ad Asso Visconti, XI, 81 — signoreggiata da Lu-
chino Visconti, XII, 74.
Liadigiani, sconfiggono il cardinale legato, IX, 277.
JJodovicOf santo, arcivescovo di Tolosa, canonisiato, IX, 28.
-» imperadore. V. Luigi,
— firatello del duca di Baviera, detto Bavaro, creato im
peradore, IX, 67 — s'affronta con Federico d'Austria
altro eletto, ivi, 126 — lo sconfigge, ivi, 194 — man-
da al legato in Lombardia per proteggere i ghibellini
ed 1 Visconti, ivi, 196 — scomunicato, manda amba-
sceria al papa, ivi, 227 -^ ancora scomunicato, ivi, 264
— fa appello, ivi, 274 — s'accorda in parte eon Fe-
derico, ivi, 298 e 816 — è chiamato in Italia dai ghi-
bellini e' tiranni di Lombardia e di Toscana, X, 18 —
soomunioa papa Giovanni, ivi — si fk coronare in Sfi-
lano, ivi, 19 -- s' intitola re dei Bomani, ivi, 20 —
depone dalla signoria di Ifilano i Visconti e metteli in
prigione, ivi, 81 — la parlamento a Lioroi e passa in
Toscana, ivi, 82 ^ si pone ad assediare Pisa, ivi, 83
— come la ebbe, ivi, 34 — & Castinccio duca di Luc-
ca e altre terre, ivi, 87 — gli dà più castella de' Pi-
sani, ivi, 46 — si parte di Pisa e va a Viterbo, ivi,
48 — si parte di Viterbo e va a Boma, ivi, 64 — si
fa coronare pel popolo di Boma in loro eletto re e im-
peradore, ivi, 56 — fa cominciar guerra alla città di
Orbivieto, ivi, 65 — fa tórre la signoria di Viterbo e
il suo tesoro a Salvestro de' Gatti, ivi, 66 — leva im-
posta in Boma, ivi, 67 — fa certe leggi come impera-
dore, ivi, 68 — dà sentenza e depone papa Giovanni,
Ivi, 69 — fa legge contro qualunque papa si partisse
di Boma, Ivi, 71 — elegge antipapa, ivi, 72 — si fa
incoronare e confermare imperadore dal suo antipapa,
ivi, 74 — adopera con sua oste in campagna per pas-
•are nel Begno e si torna a Boma, ivi, 77 — scomu-
nicato da papa Giovanni, ivi, 78 — si parte da Boma
svergognato col suo antipapa e va a Viterbo, ivi, 97
— va ad oste a Bolsena con trattato d' avere Orbivie-
to, ivi, 98 — caccia i guelfi di Todi e perseguiu la
Bomagna e '1 ducato, ivi — ordina di venire sopra Fi-
renae, ivi, 99 — assedia Grossetto, poi va a Pisa e vi
riordina sua signoria, ivi, 103 — va a Lucca e depo-
ne della signorìa i figliuoli di Castruccio ed il Porcaro,
ivi, 107 — se gli rubellano certi della sua gente, ivi,
108 — condanna papa Giovanni in parlamento e n'è
a vicenda sentenziato, ivi, 114 — va a Lucca, fii cor-
rere la terra e la riforma, deponendo d'ogni signorìa i
figliuoli di Castruccio, ivi, 125 — va in Lombardia e
fa oste sopra Milano, ivi, 129 — ranna sua gente in
Parma credendosi avere Bologna; e poi si parte d'I-
taUa e va in Alemagna, ivi, 147 — & lega a Colonia
col re d'Inghilterra e* signori di Fiandra contra Filip-
po di Valois, XI, 72 -* invitato di venire in Italia nuo-
vamente, ivi, 188 — sua avversità con la Chiesa, XII,
60 e 78 — muore, ivi, 106.
— figliuolo di Carlo Uberto, gli succede nel reame d'Un-
gheria, XII, 6 — viene in Ischiavonia contro a' Vini-
siani, ivi, 48 — vi toma con grande esercito per pas-
sare in Puglia e si parte dopo soccorsa ladra, ivi, 59
— tratta con Luigi il Giovane signore di Sicilia, ivi,
69 — > passa in Italia per andare in PngUa, ivi, 107 —
sua alteasa d' animo, ivi — sua risposta all' ambasciata
da' Fiorentini, ivi, 110 — entra nel regna, ed ha la si-
ICnorla a cheto e senza contrasto, ivi, 111 ~ fa morire
il duca di Durezze e fa pigliare gli altri reali di Pu-
glia ed entra in Napoli, ivi, 112 — sua lettera al co-
mune di Firenze, di Perugia e di Siena, ivi, 114.
LogUapo, manda dato a* Fiorentini contra Castracelo, IX,
302.
Lombardi, guerreggiano in Fiandra, vili, 76 — hanno
parte nella battaglia di Montecatini, IX, 71 — nell'as-
sedio di Genova, ivi, 95 — combattono in Francia pel
re, xn, 61. V. anche Longobardi.
Lombardia, paese d'Italia, qual fosse, quando e da chi no-
mato, n, 7.
Lombardo^ Marco, sua profezia al conte Ugolino, VII, 121
e xn, 74.
Londra, si rivolta contro Ugo il Dispensiere, X, 7.
Longino, V. Jjando,
Longobardi, come passassero di prima in Italia e signo-
reggiaronla, II, 7 — loro legge fatta da Gisulfo, ivi, 9
— si convertono in paesani e abitanti di tutt4 Italia, ivi
~ come fallisce la loro signoria in Italia e come vi si
disperdessero, ivi, 13. V. anche Lombardi.
LoTMOf duca del, muore nella battaglia di Cred, XII, 67.
Lorenzo della Vittoria, figliuolo di Cola di Benso, XII,
105.
Loreto^ conte di, d'Abruzzi, fa omaggio al re d'Ungheria
xn. 111.
Loria (Buggeri di), ammiraglio del re Pietro d' Aragona,
Vn, 69 — è mandato a prendere il naviglio del re
Cario che adduoeva vittuaglie, ivi, 74 — grande pre-
sura che £a, ivi, 75 — coli' armata de' Siciliani scon-
figge e prende Carlo prence di Salerno, ivi, 93 — scon-
figge in mare l'armaU di Filippo m re di Francia, ivi,
104 — sconfigge i baroni Franceschi ed abbassa la parte
di Carlo Martello e del conte d'Artese, ivi, 117 »
scende a soccorso del castello di Catarzano ed è scon-
fitto, ivi, 134 — sconfigge i Siciliani a Capo Orlando,
vni, 29.
Lo$f conte di, muore in battaglia, VII, 133.
~ conte di, alleato di Odoardo 111 all'assedio di Tornai,
XI, 112.
L0ttariOi II di Sassonia, imperadore dopo Arrigo IV, IV,
28 — rimette in sedia papa Innocenzo U, ivi, 84 —
ha guerra per la Chiesa con Buggeri re di Puglia, ivi.
— n, imperadore in Italia dopo Berengario II, ni, 4.
Lotteringia, conquistata da Carlo Martello, I, 19 — di-
strutta da Totile, n, 8.
LoUieri^ figlio di Luigi I, imperadore, prima è fatto luo-
gotenente in Italia, poi diviene terzo imperadore fran-
cesco, n, 18 — cede l'imperio al figliuolo e si fa mo-
naco, ivi.
— I, figliuolo di Clovis I, regna in Francia dopo di lui,
I, 19.
— n, figliuolo di Chilperìco I, regna in Francia dopo di
lui, I, 19.
— m, figliuolo di 'Clovis n, regna in Francia dopo di
lui, I, 19.
— IV, figliuolo di Dangoberto, regna in Francia dopo di
lui, I, 19.
— figliuolo di Luigi figliuolo di Carlo il Semplice, regna
in Francia dopo suo padre, II, 14.
Lucarden o da Lueardo, famiglia nobile guelfa di Firenze,
V, 39 — cacciati, VI, 79 — fatti popolaoi, XII, 23.
Lucca, sua origine, e perchè cosi nomata, 1, 149 •— asse-
diata da Corredino, VU, 28 — presa da' Pisani e ru-
bata, IX, 60 — in signoria di Uguccione della Fag-
giuola, ivi, 70 — di suo figliuolo, ivi, 78 — di Ca-
struccio degl' Interminelll, ivi — corsa da* Tedeschi e
riformata dal Bavaro a sua signorìa, X, 107 — asse-
diata da' Fiorentini, ivi, 166 — come ne fosse levata
l'oste, ivi, 172 — il re Giovanni ne lasciala signorìa
ai Bossi di Parma, ivi, 228 — è dato a Mastino della
Scala, XI, 60 — quasi gli è tolta, ivi, 124 — asse-
diata da' Pisani, ivi, 181 — i Fiorentini ne prendono
possessione per trattato con Mastino, ivi, 133 — ne
continua l' assedio, ivi, 135, s' arrende a' Pisani, ivi,
140 — rìmane a loro per accordo, Xn, 8.
Lucca, Uberto da, prìmo capitano di popolo in Firenze,
VI, 89.
Lucchesi, han privilegio di batter moneto da Ottone I im-
peradore, rv, 1 — vanno ad oste sopra Pisa, ivi, 81
— aiutano i Fiorentini contro i Senesi ed i Pisani, VI,
574
INDICE DELLA CRONACA
48 — lono sconfitti da questi a Ifootetopoli, e veDdi-
eati da' Fiorentiiii, VI» 49 — noTunente iMiliti da' Pi-
■ani e difesi da' Fiorentini, iri, 6S — hanno parte nella
sconfitta di Montaperti, iyi, 78 — cacciano di Lucca
gli usciti guelfi e s'accordano col ricario di Manfredi,
ivi, 85 — tornano a parte guelfa, VII, 20 — sconfig-
gono i Pisani, ivi, 49 — nuovamente co* Fiorentini, ivi,
51 — ardono e guastano la terra di Poscia, ivi, 77 —
s'allegano contro a' Pisani, ivi, 98 — prendono loro
più castella, ivi — prendono a' Pisani il castello d'A-
sciano, ivi, 12S — hanno parte nella vittoria di Cer>
tornendo in Casentino, ivi, 131 — colla forza de' Fio-
rentini fimno oste sopra Pisa, ivi, 1S7 — co' Genovesi
e Fiorentini vanno ad oste sopra Pisa, ivi, 141 — co'
Fiorentini fanno oste sopra Pistoia ed hanno Serravalle,
Vm, 52 — ancora, ivi, 65 — mettono pace tra' cit-
tadini in Firenze, ivi, 68 ^ co' Fiorentini assediano e
vincono Pistois, ivi, 82 — vogliono disfare Pistoia, ma
i Fiorentini vi riparano, ivi, 111 — entrano nella lega
guelfa di Toscana contro Arrigo VII, IX, 17 — guer-
nlscono le frontiere, ivi, 21 — si danno alla signoria
del re Boberto, ivi, 56 — han guerra co' Pisani e son
costretti a rimettere in città i ghibellini, ivi, 58 — fan-
no pace col re Roberto e la lega guelfa di Toscana, ivi,
82 — taglieggiati dal Bavaro, X, 107 — danno la si-
gnoria della terra a Marco Visconti ed a' Tedeschi del
Cerruglio, ivi, 129 — difendono Montecatini, ivi, 158 —
riànno per tradimento Buggiano, ivi, 167 — • si danno
alla signoria del re di Boemia, ivi, 172 — guerreggia-
no co' fiorentini, ivi, 192 — prendono Barga, ivi, 205
— taglieggiati dal re Giovanni, ivi, 220 — cavalcano
sopra Fucecchio e Santa Croce, XI, 5 — si scontrano
oo' Fiorentini, ivi, 27 — assediano Pontremoli, ivi, 56.
Lucchio, castello di Garfagnana, si rende a Castmodo, IX,
193 — rubellasi a' guelfi, i ghibellini lo difandono e
alla fine s'arrende a' signori di Faenza, ivi, 347.
Luccoli, castello, disfatto dagli usciti di Genova, Vm, 114.
Lucerà. V. Nocera.
iMceréy signore di Firenze, tiene per Cesare contro Pom-
peo, I, 41.
Lucignano d' Arezzo, si dà a' Peragini, XI, 69 — rima-
ne loro libero, ivi, 105.
ZjudnOt Giovanni da, di Como, podestà in Firenze, Vm, 8.
Lucio I, papa, IV, 85.
— m, papa, V, 15.
Luco, castello assediato dal conte di Trevento, XI, 115.
Luerenaj figliuola di Bruto senatore, è violata da Tarqui-
nio, I, 28 — si uccide, ivi.
Luffoma9trOj del Bavaro, mandato in Italia all'oste fioren-
tina sopra Lucca, XI, 148. V. anche Alvagna, contedi.
iMÌgi I, figlio di Carlo Magno, imperadore di Roma dopo
lui, n, 14 e 16 — è diposto da' suoi figliuoli, si fa
monaco, indi è rimesso in sua dignità, ivi, 16 — cac-
cia i Saraeini d'ItaUa, ivi, 17.
— secondo figlio di Lottìeri imperadore e quarto impera-
dore franoesco, II, 19.
— figliuolo del re di Puglia, primo imperadore italiano,
m, 4.
— figlio di Lmgi I imperadore, regna in Baviera e in A-
lemagna, n, 14 e 16.
— n, U Balbo, figlio di Carlo U Calvo, re di Francia,
n, 14.
— m, U SempUoe, figUo di Luigi il Balbo, re di Francia
con Carlo Magno suo fratello, II, 14. '
— rv, figlio di Carlo U Semplice e scampato in Inghil-
terra da sua madre, II, 14 — è fatto re di Francia a'
baroni, ivi — è preso da Ugo il Grande, liberato e pa-
cificato con lui da Otto imperadore, ivi.
^ V, re di Francia, ultimo del legnaggio di Carlo Ma-
gno, n, 14.
— VI, il Grosso, figlio di Filippo I, regna in Frauda, IV, 4.
— Vn, il Pietoso, figliuolo di Luigi il Grosso, regna in
Francia dopo di lui, IV, 4.
— vm, figlio di Filippo il Bornio, reca sotto la sua si-
gnorìa parecchie provinde, IV, 4 — regna in Frauda do-
po suo padre, ivi — sua prole, ivt
— IX, U Pietoso, U Santo o U Buono, figlio di Luigi di
Filippo n Bornio, regna in fVaada, IV, 4 — suo pai-
saggio in Teira Santa, ivi, 35 — h preso dal soldino
con molti baroni alla Monsura in Bgitto, VI, 36 — co-
me fece il passaggio a Tunisi e come morì, VH, 37 —
è canonizzato. Vili, 11.
Luigi X, figUo di Filippo U Bello, re di Navarra, poi re di
Francia, IV, 4 e Vm, 92 — fa strangolare sua mo^ie,
IX, 66.
— figlio di San Luigi re di Francia, ra con ìvA alla cro-
ciata, vn, 87.
— conte di Fiandra, ha trattato col duca di Brabante per
riavere la contea, Xn, 47 — muore nella battaglia di
Cred, ivi, 67.
— conte d'Anversa, figlio di Boberto conte di Fiandra,
IX, 123 — ha guerra con suo fratello Boberto, ivi, 1S4
•— come fu fatto conte di fiandra, ivi, 184 — va ad
oste sopra le Schiuse, ivi, 221 — è sconfitto e preso a
Coltrai da que' di Bruggia, ivi, 310 - Uberato, ivi, 334
— va in Frauda per aiuto, X, 88 — ricovera la signorìa
e fia vendetta de' Fiamminghi, ivi.
^- fratello di Boberto, prence di Taranto, ha parte nel-
l'assassinio di Andreasso duca di Calabria, XO, 51 —
capo dd partito della regina Giovanna, ivi, 52 — It
prende per moglie, ed è fatto duca di Calabria, ivi, 99
— fa capo grosso a Capua con gli altri reali di Pu-
glia, ivi, 104 — è abbandonato da' baroni e fugge, irì,
111 — come arrivò in Provenza, ivi, 115.
— il Giovane figliuolo di don Pietro figliuolo di don Fe-
derigo re di Sicilia, assedia e ricupera Blelasso, XII, 69.
— fratello di Carlo duca di Durazzo, preso dal re d' Un-
gheria, xn, 112.
Lungara, castdlo, della lega de' Lombardi, XI, 77 —as-
salito da Mastino, ivi, 82.
LunghareUOy Guglielmo di, di Provenza, sua parte ncOa
presura di Bonifazio Vili, papa, Vm, 63.
Luni, sua antichità, e come rimanesse poi diserta e mal
sana, I, 50.
Luni^ conte di, da Haona, capitano dd re Boberto d Fio-
rentini, IX, 31.
Luni, vescovado di, dato dal Bavaro in dgnoria a Ca-
strucdo, X, 37.
LwU, vescovo di. V. MaUipim,
Lunia, qual contrada fosse, I, 2.
Lupidio (San), castello preso da' que' di Ferma, X, 101.
L»pidiot Gherardo da San, caporale gudfo delia BIsrea,
IX, 60.
Lupo salvatico in Firenze, XII, 56.
LuMiemhurgOf conte di, è sconfitto e morto in aspra bat-
taglia contro il duca di Brabante, Vn, 188.
— €Ndlerano di, muore all'assedio di Bresda, IX, 20.
Lnviemi, villa presso Parigi, rubata ed arsa dagl'Intesi,
xn, 64.
BI.
Maccakmi de' Gualandi. V. GualandL
— de' Guatani Ceo, capo di parte in Pisa, XI, 42.
— de' Lanfranchi. V. LtmfranchL
Maeei, famiglia fiorentina, Vm, 71.
— Tignoso dei, fiorentino, muore in su la colla, Vm, 59.
Macedonia, reame di, come fu distrutto, Vm, 51.
MaekiavilH, popolani gudfi di Firenze, cacciati, VI, 79.
ìiaerinOf duca romano, nell'assedio di Fiesole, I, 35.
Macrino, monte, perchè cosi nomato, I, 86.
Maffeo da Ponte Caradi, di Bresda, podestà in Firenie,
XI, 118 — fatto capitano di guardia, ivi, 123 — et-
pitano generale ddl' oste fiorentina ed amistà centra t
Pisani, ivi, 132 e 134 — fatto prigione, ivi — moo-
re all'assedio dì Seggio, Xn, 35.
Magalotti^ popolani guelfi di Firenze, cacciati, VI, 79 --
capi di popolo in Firenze, Vin, 12 — di parte bianca,
ivi, 71 — fanno sètta contro la signoria de* Franeesdii,
IX, 76 — congiurati oontra il duca d'Atene, Xn, 16.
— Filippo, riformatore in Firenze, XU, 17.
Maggio^ ... di, vescovo diposto di Brescia, corona in Mi-
lano Lodovico il Bavaro, X, 18.
Magli, popolani guelfi di Firenze, esodati, VI, 79.
DI GIOVANin YTLlhm.
575
Uagliano, oaitallo preso dalla gente del re Boberto» IX,
863.
Maiolica, isola d'Europa, I, 5.
Mala, maniere del conte di Fiandra, preio, Vili, 65.
Maladetta (la), gran torre d*Acrì, presa, VII, 146.
MalatatOf signori di Rimini, tengono per la Chiesa, VII,
80 e IX, 140 — sconfitti da Urbino dai ghibellini deUa
Marca, IX, 266 — come la loro casa si divise e partì,
X, 180 — si pacificano, XI, 74.
— da Rimini, condottiero de* Bolognesi, VII, 48.
— Ferrantino, tradito da' suoi consorti, IX, 366.
— il Giovane, figlinolo di Pandolfo, traditore de' suoi con-
sorti, X, 180 — ribella Rimino al legato, ivi, 227 —
fa parte della lega centra Mastino, XI, 63 — capitano
di guerra de' Fiorentini, ivi, 74 e 136 — ripreso della
sna condotta, ivi, 140 — ricondnoe l'oste con gran
Tergogna, ivi — danneggiato da gente d' arme de' Pi-
sani, Xn, 9 — accoglie il re d'Ungheria, ivi, 112.
— Lamberto, suo tradimento in Rimini, IX, 866.
MidateMH, arciprete de', mbello di Rimini, X, 93.
— Ferrante de', condottiero della taglia di Toscana sopra
Cittadicastello, IX, 286.
MaUUeitinOy prigione di Passerino, IX, 326.
MalavoUi, Catalano de', cavaliere firate godente in Bolo-
gna, fitto primo podestà del secondo popolo di Firenze,
Vn, 13.
Malborghetto, è disfatto da' Fiorentini, V, 31.
MalborghetiOf signori da. V. Capraia^ conti da.
Malduri, popolani guelfi di Firenze, cacciati, VI, 79.
MaUfamiy soprannome de' Donati, Vm, 39.
MaUrbaf tedesco, capitano di Loderigo Visconti, sconfitto
da Luchino Visconti, XI, 97.
Male$piné, marchese. V. Spinetta.
MùU^nij famiglia ghibellina di Firenze, V, 39 » cac-
ciati, VI, 79 ~ nemici de' Foraboschi, VDI, 1 — ten-
gono parte bianca co* Cerchi, ivi, 39. V. anche Oiacotti
— marchesi, partigiani dell' imperadore Arrigo VII, hanno
per resa Serreazano, IX, 60 «- sconfiggono la gente
di Mastino della Scala, XI, 76.
«-..., vescovo di Lnni, hm Pietrasanta da' Fiorentini,
xn, 24.
Malina, in Brabante, arde, XI, 141.
Maliscalco del Bavero, sok strana morte, X, 122.
— del re Carlo d'Angiò, prende Volognano, VII, 19 —
capitano di taglia in Toscana, ivi, 20 — co' Fiorentini
f« oste sopra Siena, ivi — guarda Lucca, ivi, 22 — è
•confitto dallA gente di Corradino, ivi, 24.
'-— di Fiandra. V. Arrigo di Fiandra.
— di Francia. V. Erieorte,
— di Mastino della Scala, capitano de* Lucchefi, sconfitto
•otto al CerrugUo, XI, 62.
— del duca Roberto di Puglia, cavalca co' Fiorentini so-
pra Arezzo, VIII, 110.
MatottreUo, signore di, muore combattendo per Carlo di
Brois, xn, 98.
Màlpighi 0 Malpigli^ grandi di Samminiato, Vm, 98 —
hanno guerra co' Mangiadori, XII, 46 — levano a re-
more la terra, ivi, 82.
MalfigUt Andrea Ghini, di Firenze, fatto cardinale, XII, 7.
Xainmiano, castello, mbellato a Castruccio, X, 6.
Mana$tey re di Giuda, I, 26.
Mmteini, popolani guelfi di Firenze, cacciati, VI, 79 — •
capi di popolo in firenae, VUI, 12 — di parte bianca,
ivi, 71 — congiurati contro il duca d'Atene, XII, 16.
MandeUa^ Ottone da, di Milano, podestà in Firenze, V,
41 e VI, 6 — capitano del popolo di Piacenza, VII, 62.
— Roberto da, di Milano, podestà di Firenze, VI, 43.
— Rnbaconte da, podestà di Firenze, pone la prima pie-
tra del ponte nuovo, VI, 26.
Monetti. V. Baronceliù
Manfredi^ signori da Faenza, mandano aiuto al duca di
Calabria in Firenze, X, 1.
-» figlinolo naturale di Federigo II imperadore, VI, 1 — >
prence di Taranto, ivi, 14 — di Salerno, ivi, 41 — fia
morire i figli di Arrigo suo firatelio, ivi, 22 ~ soffoca
suo padre, ivi, 41 — fa avvelenare Corrado suo fra-
tello, ivi, 44 — ordina che sia avvelenato Corradino 1
suo nipote, e per la creduta sna morte prende la si-
gnoria del regno di Sicilia e di Puglia, e fessi corona-
re, VI, 46 — entra in guerra con Alessandro IV, papa,
ivi, 46 — di che donna nascesse, e delle sue qualita-
di, ivi — dà piccolo aiuto a' ghibellini usciti di Fi-
renze, ivi, 74 — manda il conte Giordano con ottocento
tedeschi a soccorso de' Senesi, ivi, 76 — per la vitto-
ria di Montaperti cresce in istato e podere, ivi, 82 —
perseguita papa Urbano e la Chiesa, ed è predicata la
croce contro di lui, ivi, 87 — suo costume, ivi, 88 —
si apparecchia d' impedire che Carlo, conte d*Aogiò, en-
tri in Italia, ivi, 89 — è tradito dal conte di Caserta,
Vn, 6 — va con suo sforzo a Benevento, ed ivi s'af-
fronta in battaglia col re Carlo, ivi, 7 — combatte, ed
è sconfitto e morto, ivi, 9 — trista fine de' suoi e del
suo corpo, ivi.
— Albergh Ottino figliuolo di Francesco, si fa signore di
Faenza, X, 27 — viene ad accordo col legato, ivi, 96
e 141 — dicapitato, ivi, 148.
— fVate Alberigo, sna ferocia, X, 27.
^- Ricciardo de', colla gente deUa Chiesa sconfigge e rom-
pe il popolo d' Imola, X, 39 — cavalca sopra Faenza,
ivi, 44.
— Francesco de', signore di Faenza, cacciato dal figlio,
X, 27.
— Tibaldello dei, tradisce Faenza sua patria, VII, 80 — >
è morto a Foriì, ivi, 81.
flfanfìredonia, da chi e come fondata, VI, 46.
Mangiadori^ grandi di Samminiato, Vili, 98 — hanno guerra
co' Malpigli, xn, 46 — levano a remore la terra, ivi, 82.
MangOy grande cane de' Tartari, si fa cristiano, e Dumda
sua oste col fratello sopra i Saracini in Seria, VI, 69.
Mangodamor^ capitano de* Tartari, tradisce i Cristiani in
Scria, vn, 83. *
Mangone, castello preso da' Fiorentini, VI, 66 — rimane
al comune di Firenze, IX, 313 — lo rendono a Benuo-
cio Salimbeni di Siena, X, 83 — comperato dai Bardi,
XI, 74 — dai Fiorentini, ivi, 119.
Mangone, conti da, s'oppongono alla reedificazione di Fi-
renze, n, 21.
^ conte Alberto da, assassinato, IX, 313.
— Spinello (da), bastardo, micida, IX, 313.
Manierif famiglia nobile guelfa di Firenze, V, 39 «- cac-
ciati, VI, 79 — nemici de' Gherardini, VUI, 1 — ten-
gono parte nera, ivi, 39 — f&tti popolani, xn, 22.
Manlio, capitano de' congiurati di Catellina, I, 31.
Mannelli, &miglia nobile ghibellina di Firenze, V, 39 e VI,
83 ^ parte di essa è cacciata come guelfa, VI, 79 —
parte di essa tiene parte bianca co' Cerchi, Vm, 39 —
e gli altri psrte nera, ivi — resistono al popolo, XII,
21 — alcuni di loro sono fatti popolani, ivi, 22.
— Zanobi di Lapo de', priore di Firenze, XU, 18 ~ ri-
nunzia, ivi, 19.
Mantova, Bonifazio di, capitano di schiera alla battaglia
di Coltrai, VIU, 66.
Mantovani, hanno guerra col marchese Asso da Este,
vm, 88.
Mantecca, Paolo di Francesco del, confessa la congiura
contro il duca d'Atene, Xn, 16.
Maometto, suo essere, vita e fine, e come per lui comin-
ciasse la legge e sètta de' Saracini, n, 8.
Marhaeeiano, snidano de' Turchi, fa oste centra i Cristiani,
xn, 39.
Marca, marchese della, guidatore dell'oste della Chiesa
sconfitto, IX, 298.
MarcenniUo, signore di Fermo, ucciso, XI, 107.
Marcheeano, duca de* Viniziani, chi sposa, IV, 20.
Marchi, Marco, giudice priore di Firenze, Xn, 18.
Marchigiani, ricomunicati da papa Giovanni XXU, X, 184
— * uccidono e oaociano i lor tiranni, e fanno popolo,
XI, 107.
Marco di sterlini, suo Valore, XI, 88.
Mareoglio, Berardo di, maliscalco di Filippo di Valois, lo
tradisce, IX, 110.
Mareomene, figlio di Priamo, e signore de' Franchi, I, 18
— regna trenf anni nella Magna, ivi.
Marcovàldo, conte. V. Ouidù
574
INDICE DELLA CRONACA
irr-
48 — sono sconfitti d« questi ft If ootetopoli, e vendi- 1
eati da' Fiorentini, VI, 49 — novamente asealiti da' Pi- 1
sani e difesi da' Fiorentini, ivi, 6S ^ hanno par^'
sconfitta di Montapert!, iyi, 78 — cr
t^ nsdtl guelfi e s'accordano r ''
ivi| 85 — tornano a par'
gono i Pisani, tri, 49 -
61 — ardono e guasta •
s'allegano contro a' I
più castella, ivi — r
sciano, ivi, 128 «»
tornendo in Casent*
rentini fknno oste **
e Fiorentini vao-
Fiorentini fannr '
Vm, 62 — a
tadini in Firr
▼incono Pia*
i Fiorentìn*
gnel£a di '
niacono ]
del re T
costret^
no pp
82 .
Filn
é» Lnediesi a Montecatini, X,
earaliere ed ambasdadore del re
'A
^'<H'^''
gnc
r
^^-p^
a BoiDa,Xn,
40.
'-' ^ ^J^^ ereSco, IX, 244 - muore
f i^- A* floelH * Montetopoll, IX, 220,
^ ì^'^r: M^'^'i^^ • Firenie, VI, 75 -Upo-
^U^'^'C^^Ì^ "•»• ~^ ^ Monti^KMrti,
f^fl noMi «>•»•» Vn, 58 — scomunica Pa-
K*- |0 pi^ 2 fri 59 — manda ^fendendo 1' ar-
f0^Jl i ^^Afi«o«»»» i^^ ^^ — «n*»^» Q5«^^
'lijS*' • ^RomMgtUi, ivi. 80 - privilegia del rea-
Sp»r<^"** Cerio, conte di Valois, ivi, 87 — muore,
t-i-*"*^
Irir ^^biA^ <>*> ^°°** ^* Squillace, ammiraglio del
00^,^^^, 107 e 128.
f« ^^^Z^ Tommaso da, conte di Squillace, ammira-
^ o ^jS^'siobérto, IX, 84 — viene in Firenae al se-
g^ ^ deca di Calabria, X, 1 — ha parte nella pri-
^^Apress del duca contro Castruooio, ivi, 6.
*** *flirt©flo, fa pace e accordo co' Fiorentini, X, 136
***SJiBe a loro per pace, XI, 91.
'^^TifArobesi, terra de' Insani, Xn, 26.
^ di Maremma, città, si dà a' Pisani, X, 188 — rimane
^libera, ivi, 226 — presa da' Ssnesi per inganno, XI, 85.
^ di Maremma, vescovado di, dato all'arcivescovado di
Pisa, IV, 34.
00t$eiam, sconfitti insieme co' Pisani, X, 213.
Mattino, V. SealOf della.
jiMdé^ contessa, sua origine e come ponesse sede e si-
gnoria in Italia, IV, 21 — come le fallisse il matri-
monio con Guelfo duca di Svevia, ivi — sue gesto a
prò della Chiesa, ivi — muore e lasciala redo di tutto
il suo patrimonio, ivi.
Mattellica, neUa Marca, assediata daU'oste della Chiesa,
X, 141.
MatUo d'Amelia, primo esecutore degli ordinamenti della
giustixia in Firense, VUI, 87.
MtmtocM^ nobili fiorentini guelfi, cacciati, VI, 79.
Media, provincia d'Asia, I, 8.
Méàici^ popolani di parte nera In Fbrense , Vm , 71 —
trattano per offendere il duca d'Atene tiranno, XII, 8
— congiurano contro di lui, ivi, 16 — hanno parte
nella oacdata di lui, ivi — capi del popolo contro a'
grandi, ivi, 21.
— Francesco de', riformatore in Firense, XII, 17.
— Giovanna di Bernardino de', sindaco e capitano in Luc-
ca pe' Fiorentini, XI, 183 — giustiaiato dal duca d'A-
tene, XII, 2.
,-*>*• oootessa Matilde, FV, 21.
T'^Mtftk presa per assedio dall' ammiraglio del
' ''^^JL Xlf 138 — assediata e ripresa da Loigi il
■'- C>fxfl, 69.
,- ^""^Uo assediato dalla gente della Chiesa, VII, 88.
if^Uy isola : grande battaglia combattutovi fili i Pi-
' '*i /^S2^ ^ Genovesi, VII, 92 — n'è rovesciato il fonile
.--; J^ ^' Loochesi, ivi, 141.
»^ ' jgtmonaUy fira, vicario del re d' Ungheria in Anversa, XII,
f/t f^^ / Mendicanti, caedati per carestia da' Perugini, Sanesì, Lac-
^ / obesi, Pisfarfesi, non da' Fiorentini, X, 121.
^i Sf» ^ lo-XÈiwAaOy re fratello del re Telamone, I, 13.
-' ^l^'^^é P{«S7 1 '^«"**o*M o MmAoù^ figliuolo di Titone, I, 12.
"^ Mercatello, castello, assediato dagli Aretini, X, 220.
ifertóio, profeta, ordina la tavola ritonda di eavtlieri er-
ranti, Q, 4.
MtrlOf signore di, viene in Firense al seguito del dactdi
Calabria, X, 1.
Merov€Qf figliuolo di Clodoveo, regna in Franoia dopo di
lui, e avansa il suo reame, I, 19.
Meeopotamia, provincia d^Asia, I, 8.
Messina, assediato dal re Carlo d'Angiò, VII, 65 — libe-
rata, ivi, 74 — assediato dal conte di Squillace, IX,
84 — rubellato a quo* d' Aragona, la racquietano, XII,
14.
Messinesi, mandano legato per trattare accordo col re Cario
onde sono assediati. VII, 66 — come si ruppe il trat-
tato (atto pel legato tra loro ed il re Cario, ivi, 67 —
come si difesero francamente, ivi, 68 — accolgono 3
re Pietro d'Aragona, ivi, 74 — ardono i Franceschi in
prigione, ivi, 96.
Mostri, castello di Mastino della Scala, oorso dall'oste de*
Fiorentini e Vlniaiani, XI, 64 — si rende alla lor lega,
ivi, 73.
ifsteUo, Quinto, con sue milisie ta guerra ai Fiesolani, I,
33 — è rispinto, Ivi, 34 — giovato da Fiorino, li scon-
figge, ivi.
Mezzano, castello tolto da' Fiorentini a* Saned, VI, 75.
Michde I, imperadore di Castantinopoli, chiama Cario Ma*
gno in Terra Santa, II, 13.
— Paleologo. V. PaUologo,
Middelborgo, in Silanda, presa da Guido di Fiandra, Vm, 76.
Miglioreìli, famiglia ghibellina di Firenae, V, 39 e V1,3S
— sono cacciati, ivi, 65.
Milanesi, come fìirono sconfitti da Federigo H, VI, SC-
Si riconciliano ool papa e colla Chiesa e vengono rieo-
municati, X, 145 e 184.
Sfilano, è occupato da' Longobardi, II, 7» — è assediata
da Corrado I, IV, 19 — si rubella a Federigo Barba-
rossa, V, 1 — questi la assedia, preiidela e distrogge-
la, ivi — come fosse rifatta, ivi, 2 — si rubellasFe-
derigo II, VI, 20 — pacificato da Ai rigo di LasMin-
bnrgo, IX, 11 — muto governo, ivi, 144 — assediata
per la Chiesa da Raimondo di Cardona, ivi, 211 —
soccorsa e liberata, ivi, 212.
MUanOt signore di. V. Torre della, VioeontL
MiUi d' Alzurro, contestabile franoesco, assoldato da' Fio-
rentioi, IX, 276 — U tradisce, ivi, 302.
ifinsròiftt, nobili guelfi di Firenze, cacciati, VI, 79.
jrineròtNO, conti di, han parto in battaglia cittadina a 6a^
letto e ne vanno diserti, XI, 80.
Ifiiuato, Santo, è fatto dicollare da Dodo imperadore, 1, 57.
Minorica, conquistato da Giacino re d'Aragc>na, VII, 76.
Minorto, città in Guascogna, presa dal eonte di Venriefa,
xn, 77.
Miracoli, I, 62; VI, 7, 80, 64; VU, 46, 143, 155; IXf
234; X, 178.
Mirandola^ Franoesco della, morto per Passerino BonaoosI,
X, 100.
ATtropescs, malisealoo di, barone del conte di Monforte, VII,
4 — capitano d'una schiera alla battaglia di Baieren*
to, VU, 9.
DI GIOVANNI VHIANL
577
Mirùmanù o MiraMMamo, NiccoU da, notaio, ha parte nel-
rassasainio di Andreasao duca di Calabrìa, XII, 51 —
giustiziato, ivi, 62.
Modanesi, aconfiggono la gente della Chiesa, X, 155.
Modena, battaglia tra le sue parti guelfa e ghibellina, VI,
86 — si rubella al marchese da Este, Vili, 88 — si
rubella a Passerino Bonacosi e si dà alla Chiesa, X,
23 — rubellasi e poi s'arrende al legato, ivi, 132 —
mbellasi ancora, ivi, 142 — si dà al re di Boemia,
ivi, 174 — lasciaU da lui ai Pii, ivi, 828 — la ha Ma-
stino e dàlia ai marchesi da Ferrara, XI, 31.
MoUaiy fra Giacomo de* signori da, maestro de' tempieri,
suo martirio, VIII, 92.
Mollò, camerlingo di, preso in battaglia, XII, 83.
Monaco, castello, preso dagli usciti di Genova, X, 16.
Monaldeichif casa d' Orbivieto , c«po di parte guelfa con-
tro a* Filippeschi, IX, 40 — cacciati, XI, 75.
— Corrado, si fa signore d' Orbivieto, 3U, 10.
— Nepolucoio de', signore di Orbivieto, ucciso, XI, 10.
— Ormanno, podestà di Firenze, VII, 15.
Moncione, castello tolto da' Fiorentini a' conti Guidi. Vm,
8 — si rubella, XI, 53 — ^ restituito, XII, 24.
Moneta. V. Guelfi, Marco, Leoni, Bargellini, Fiorino, An-
geli, Giulio, Agostaro, Padiglioni, Castruccini.
— di cuoio, ordinata da Federigo II in Faenza, VI, 21.
Monferrato, marchese di, signore di Piemonte, tiene colla
Chiesa, VII, 4 — sconfigge i signori della Torre di Mi-
lano a Cortenuova, ivi, 52 — è preso e messo in pri-
gione in Alessandria di Lombardia, ivi, 142 — ha pri-
vilegio di battere fiorini falsi dallo imperadore, IX, 49
— fa lega co' ghibellini usciti di (Genova, ivi, 95 —
toglie Tortona al re Roberto, X, 193 — gli fa rubel-
lare Asti, XI, 104.
Moi^orUf Filippo di, barone del oonte di Monforte, VII, 4
— capitano d'una schiera alla battaglia di Benevento,
ivi, 9 — re Carlo d'Angiò lo manda al racquieto di
Sicilia, ivi, 30.
— Giovanni IV, conte di, fatto duca di Brettagna, XI, 143
— mandato da Odoardo III in Brettagna a guerreggiare
oonfra U re di Francia, XII, 47 — sconfigge Carlo di
Brois, ivi, 93.
— conte Guido di, colla cavalleria del oonte Carlo d'An-
giò, passa per Lombardia, VII, 4 — quali fossero i
suoi caporali baroni, ivi — capitano d' una schiera alla
battaglia di Benevento, ivi, 9 — re Carlo lo manda a
Firenze in soccorso de' guelfi, ivi, 15 — ha parte nella
battaglia di Tagliacoszo, ivi, 26 — il re lo manda al
racquieto di Sicilia, ivi, 30 — uccide in chiesa a Vi-
terbo Arrigo figlio del re Riccardo d'Inghilterra e ne va
impunito, ivi, 39 — prende Melazzo, ivi, 66 — sue
parole all'ambasciata del re Pietro d'Aragona, ivi, 72
— capitano de' guelfi di Toscana, ivi, 110 — preso
iu battaglia da Ruggeri di Loria, muore in prigione,
ivi, 117.
— Simeone, conte di, ohi fosse, e perchè Odoardo figlio
del re Riccardo d'Inghilterra lo mettesse a morte, VII,
39.
Monselice, preso da Cane della Scala, IX, 89 — assaltato
dalla lega contra Bfastino, XI, 66 — s'arrende, ivi, 82.
Monaimpeveri, battaglia combattutavi tra' Fiamminghi e'
Franceschi, Vm, 78.
Montaocianico , castello, preso e disfatto da' Fiorentini,
vm, 86.
Montagliari, castello, rubellato a' Fiorentini, disfatto. Vili,
53.
Montagnana, castello tolto dalla lega lombarda a Mastino,
XI, 82.
Montaguto, castello in Val di Grieve ribelle a' Fiorentini,
disfatto. Vili, 53.
-. di Valdamo, castello disfatto da' Fiorentini, VII, 140.
MontaguiOy conte di, passa in Fiandra coli' armata del re
Odoardo IU, XI, 72.
Montaia, castello, preso ed abbattuto da' Fiorentini, VI, 48.
Montaldno, castello de' Fiorentini, è aasalito da' Sanasi,
VI, 52 — questi lo cedono al tutto a quelli, ivi, 54 —
serve di pretesto alla tradigione del popolo e comune
di Firenze pe' ghibellini usciti, ivi, 76.
Montale, castello, preso da' Fiorentini e disfatto, vm, 65
— fatto ardere e guastare da Castruccio, X, 6.
Montalto, come 1 Fiorentini 1' ebbero e disfecero, V, 33.
Montanina (la), campana, qual fosse. Vili, 65.
Montaperti, luogo in su quel di Siena, battaglia che vi
perdettero i fiorentini e loro amistadi contro a' Senesi
e ghibeUini usciti di Firenze aiutati da' Tedeschi di
Manfredi, VI, 78.
MonUj dal. V. Orsini.
— Giordano dal, caporale del popolo in Roma, XII, 105.
Montebuono, castello, afforzato da' Fiorentioi, IX, 324.
Montecalvi, castello preso da' ghibellini di Toscana, VII,
16 — da' Fiorentini, VIU, 75 e IX, 61 — s'arrende
ad Uguccione della Faggiuola, IX, 68.
Montecalvoli, castello reso a Castruccio, X, 46.
Montecarelli, conti da, s' oppongono alla reedificazione di
Firenze, II, 21.
MontecoMcino, abate di, signore della terra, VII, 29.
Montecascioli, castello disfatto da' Fiorentini, IV, 29.
Montecatini, castello preso da' Fiorentini, IX, 61 — as-
sediato da Uguccione della Faggiuola, ivi, 70 — si ar-
rende dopo grande battaglia, ivi, 71 — fa pace e ac-
cordo co' Fiorentini, X, 136 — si ribella e i Fiorentini
vi mandano oste, ivi, 139 — ne stringono l'assedio,
ivi, 150 — è preso, ivi, 168 — lasciato in piedi, ivi,
159 — rimane a' Fiorentini per pace, XI,JD1.
Montecchio, castello preso da' Fiorentini, VII, 132 — ri-
preso dal conte Guido di Montefeltro, ivi, 141 — si ar-
rende all'oste della lega in Lombardia, XI, 77 — as-
salito da Mastino, ivi, 82.
MontechiMro, castello, tolto da' Pisani a Mastino della Scala,
XI, 132.
Montecoloreto, castello, afforzato da rubelli di Firenze, XI,
139.
MonUcueekerif Guidinello da, sua parte nella cospirazione
di Bologna contro la Chiesa, X, 148 — dicapitato, ivi.
Montedicroce, castello preso e disfatto da' Fiorentini, IV, 87.
MontedogliOf conti da, diserUti da' Tarlati, XI, 25 — Ri-
baldo da, tradisce i Tarlati suoi consorti, ivi.
Montefalcone, castello, preso da Castruccio, IX, 106 — si
rende a' Fiorentini, ivi, 302 — a Castruccio, ivi, 306
— è disfatto da lui, ivi, 317 — fatto ardere e gua-
stare, X, 6.
MonUfdlro, conti da, disertati dai Tarìatì, XI, 25.
— Bonconte da, caporale d'Arezzo, sconfigge i Sanesi, VII,
120 — muore nella battaglia di Certomondo in Casen-
tino, ivi, 131.
— conte Federico da, sconfigge gli Anconitani, Vin, 113
— aiuta i ghibellini di Spoleto, e fa rubellare Assisi
a' Perugini, IX, 104 ^ è morto a romore da quelli di
Urbino, ivi, 141.
— Guido conte di, capitano de' ghibellini di Romagna e
degli usciti di Bologna, VII, 44 — sconfigge i Bolo-
gnesi al ponte a San Brocolo, ivi, 48 — tiranneggia
la Romagna e Bologna, ivi, 54 — fa ribellare molte
terre alla Chiesa, ivi, 80 — tradisce e sconfigge a Forlì
Gianni de Pa, ivi, 81 — si riduce nel castello di Mel-
dola, ivi, 82 — toma ad ubbidienza della Chiesa, ivi,
108 ^ è fatto capitano de' Pisani, ivi, 128 — ripren-
de Montefoscoli e Montecchio in Valdera, ivi, 141 —
signore di Pisa, riprende a' Fiorentioi il castello del Pon-
tadera, ivi, 148 — è mandato via dù Pisani, Vili, 2
— diventa frate minore, ivi, 23.
— conte Guido da, ha parte nella sconfitta data da'Pisa-
ni a' Fiorentini sotto Lucca, XI, 134.
— oonte Nolfo da, capitano di una schiera de' Pisani al-
l'assedio di Lucca, XI, 134 — capitano generale de-
lude Malatesta da Rimini, ivi, 139.
— Speranza da, fbgge nel castello di San Marino, IX,
141.
— conte Taddeo d«, ammazzato, VII, 81.
Montefiascone, fondato da papa Martino IV che vi fa se-
de, VU, 58.
MonUfiortf Gentile da, cardinale legato di papa Clemente
V in Ungheria, IX, 22 — lascia il tesoro della Chiesa
a Lucca, ivi -^ sua parte nel concilio di Vienna, ivi,
23.
87-A.
S78
INUICE DELLA CKUKACA
I, cuUllu, pruo dal rcaoTo
UontdbMppi
Aratini, XJ, 69.
MoDtjfortiDO, cuUIlo àiataUo da' Fiorentini, VII, 124.
HoatifiisDDli, cutel1i>, preao d*l conia Guido da IlonlO'
bttro, TU, 141.
HonlagroMoli, euteilo, proto da' Fiorentini, V, IQ, — lo
tìafillo da' Fiorealini i
UonUlitciu , caatellQ de' Sanali ,
VI, 6.
JTMC^bu» dalla Garardioga, da, nobili fitU popolani, Xlt, SS.
Hontelnpo, eaatello, come là posto di' Fìoreotini. V, 31 —
n'é ano il borgo dalli gente di Caatrnccio, IX, 318.
JAmltMtyito, Conado da, di PiatoJa, portanie^a de'gnelH
mclti alla batUglia di Benevento, VII, 8.
Monfemardano, castello diafano da' Fiorentini, VII, 1!4,
Hontamaed, caitalloi mballala da Caetmecio a' Saneai, lo
baiuio per palli, X, SO e lOÌ — donato dal papa al
wmta Fano, Ìtì, US.
UimUmtrto. Rinierì di, alliroo podetlfc in Flrcnie, VI, it.
Uonlamitrlo, cartello de'oontì Gnidi, è preeo da' Piatoleai,
ritolto da' Fioranlin! pe' Gnidi, e di questi a loro Ten-
dnta, T, 31 — anadiato e preso ila Caitrnecio, IX, 329
— reao «'Fiorentìnl, X, 131.
Mtmtenero, l'ietro di, aenalora di Itoma, corona il Divaro, '
X, G5.
Monteorlaoi^. caMcUo preeo e disfatto da' Fiorentini, IV, !5.
Hontepolciano, gnen-eggiate da' Saneai, V, G, SS i
— manda loro aiata contra Cutmccio IX, SOÌ.
ìlamta-appiili, Bùnone da, confeasi la congiari contro il
daea d'Atene, XII, Ifi.
Honlercbf, ciitello de'Tartali.preloda' marcila^ del mon-
ta Santa Maria, XI, 60 — ripreso da' Fiorentini, ivi.
UomUrdti. goardiini dì Città di Castello, la tradiscono,
Xt, 31.
Uoolereggioni, castello de* Sanasi, è assalito da' f^orenlini,
VI, 66.
Jtfaatemo, Gioraanl da, doge di Genova, XII, 37.
Itomttriiialdi, da, nobili del contado di Firenie, falli po-
polani, XII, !!.
MoateMUUOTioo a Monte a Sansovino. castello, preso da-
gli metti gaelfi d'Areno, VU, 116 — da' Fiorentini,
ivi, ISS — distratto dal vescovo d'Arezio, IX, 314 —
riposto da' IHorantini, XI, 41 — rimano a'Perngini, ivi,
105 — gaasUlo da' Fiorentini, ivi, ISS.
Montasantagnolo, terra in Puglia, presa di Olio cardinale
legato, VI, 46.
Ilonts Santa Maria, castello. V. Maria a Monti (SanU).
JfontesaatamariB, marcbeai del, prendono Uonterehl, poi
•ODO sconfitti dai Florsntini, XI, 60.
UonteseaglioBO, dato in dote ai conte Tigrino, IV, SO.
MoatlKaglùìto, conte di, e d' Andri. V. SottUa, conte.
Uottaommano, castello preeo da' Florenlini, IX, 61 — si
arrende ad UgnccioDo della Faggiuola , iri, TI — fi
paca e accorda co' Fiorentini, X, J36 — rimane a loro
per pace, XI, 90.
JfoattqMrloIi, Baldo ds, vuole noridere Gianni de Fa conte
di Romagna, e n' à ncciao, VII. SS.
MoDtetopoli, oastello prtso dal giudice di Gallura. Vii, 45
— preso da' Pioren tini, IX, 61 — rimana a loro per
pace, XI, 00 — ai rubella, XII, IT e Si-
Montevarchi, castello de' Fiorentini, li rende allo impera-
dore, IX, 49.
Uooteveglio, cnatallo rulellato a' Itolognail, da loro asse-
diato, IX, SIS —vi sono ■oonfllti da Passerina, ivi —
lo ritnno, IX, 310.
lo, fa para e accordo co' FloranUnI,
ellarsi, e i Fiorentini lo lianno in
- rimane a loro per pace, XI, 90.
per ijnelli di Milana, IX, ISS —
lia Cliieea, ivi, 19t — aMcdiata da
> liberata da Arrigo di Fiandra, ivi,
Qaleaaao, ivi, STO — signoreggiata
i, XU, 74.
Lacca, di parte bianca, cacciata,
Morta, prence della. V. ÌMitrlo, Gianni, Fdippo.
Morì. V. Saracinì.
Morieni, provinda d'Africa, I, 4.
ilarotte, Malteo di, f4tto impiccare dal duca d'Atene io
Fireuie, XU, S.
H«rtaliU>, grande. IX, SO - in Firenie, XI, 1 14 — ed
iu più parti, XII, 84.
Mortennana, castello, i disfatta dai FiorenUni, V, 4S e
VI, 66.
U«HÌMÌart, governatore del reame d'Inghilterra, fatta Im-
piccare da Odosrdo HI, X, 161-
Hostro umano can due corpi in Firauie, tX, T9.
Moslernolo, rittji assalila da OdoArdo III, XII. 68.
Molla, la, castello dato dai Collatlo ai Vinlxiini, XI. 54.
U. ai, famiglia gnelfa di Firanic, V, 38 — cacciata, VI,
79 — come salisse in nabillì, VII, 4a — nemid da!
Bardi, Vili, 1 — k pacificano, ivi, IS — tengono
parte bianca co' Cerchi, ivi, 39.
— Vanni de', portapennone nell'oste fiorentina aopra Pi-
sa, VII, 154 — nei rìvolgimenlo da' grandi contro il
nuovo popolo di Fìrente, ivi, IS.
Magnaiio, da, nobili del contado di Firenie, (atti popolani,
ZÌI, SS.
Mnlira, castello preso da'Itomsni e Tedeschi al re Ro-
htrto, X, 77.
MmU. V. liuedtitri,
UWi', ghibellini dì Pistoia, X, 1Ì6 e 131.
Morrò, caalello, assalito da' ghibellini della Marca, IX,
355.
Matrone, easlelia, preao dal re Carlo d'Angìb e donato
a'Lnccbesi, VU, SS — da'Pisani a'Luccbesi, IX, 68.
— presa dalla com-
NaliteodoMtitr, distrugge Oemtaleanne e il tempio, I, SS.
Katca, Iacopo del. V. Pani
Naddo, Cenni di, priora in Fìrente, contradia al trattato
per aver Locca, SI, 140 — ai fa frate, XII, 8.
— (Kaddo di Cenni di), sindaco e camerlin^ in Lacca
pel eomane di Firenie, XI, 183 — condannato dal du-
ca d'Atene, XII. 3 — fatto impiccare, iri, 6.
JV<raarro. oonta di, ha parte nell'assedio dì Caleae, XII, 96.
V. anehe Qiant.
— Gianni di, cardinale dotto in Isologil, IX, SS.
Napoli, è assediata e press da Belisario , II, 6 — i aa-
sediala invano da Arrigo di Srevia, imperadore, V, IT
— si rnbdla a Fsderìgo II, e lama alla Chiesa, TI, 44
— s'arrende a Currado, ivi, 46 — v'entra Carlo d'Ao-
giò, VII, 10 — poca aaa fede, ivi, 94.
. ragno di. V. Paglia.
Napoli, Agnolo di, resiate al re d' Ungheria, ed k preao,
XII, 111.
— re^na di. V. fìiavaaaa.
KitrttU, patri^D di Soma, caccia al tutto i Oott d'Italia,
1, 6 — si mbella, fa lega con Rotario re de' Longo-
bardi, e chiamali in Italia, ivi, 7.
Sarti, Piero di, capitano di guerra in Flrenie, IX, 3S8
— tenta di far uccidere Castmccio, ivi — cavalca so-
pra di lai, ivi — seonfiito dalla gente di Oastnedo,
preso e mijiiogli il capo, ivi, S60.
Navarra, provincia d'Enropa, I, 5.
rra, re d'. V. JVobalda, Fdì^po, Luigi,
nt, primo re, ovvero rettore e ragunatore di eoogr»-
liane di pinti, I, S — ordina la torre dt Babele, ivi.
Kepi, clllk de' Colonnesi. Vili, L'I.
A'rrhiiaa, Amerigo dì, capitano di guerra dato da Cario II
" tngìJi ai Fiorentini, VII, 130 — ha partito nella bal-
li» di Certomondo in Casentino, ivi, 181.
StrbaHa, arcidiacooo di, legala del papa Boniraiio al ra
Filippo di Franai, Vili, 6S.
. visconte di, preso in battaglia, XII, 47.
iri, origine deUa loro parte. Vili, SS — sono ricolti a
casa de'FV«acobaIdi ia Firenie, ivi, 39 — qoaii foMVD
iu Fireus, Iri — s' aatnffano co' bianchi, ivi — di nuo-
vo, e li rìncacriano, ivi, 41 — rannali co' guelfi, man-
dano a Bonllìulo perchi commuova alcuno di Pranda
DI GIOVANNI VILLANI.
579
chi^ rimetta in istato parfe guelfa, VII!, 43 — quelli di
Piatoia ne sono cacciati, ivi, 45 — esaltano in Firen-
ze, ivi, 49 e 59.
Ngrli, famiglia nobile antica di Firenze, IV, 13 — è di
parte guelfa, V, 39 e VI, 33 — cacciata, VI, 79 — parte
di loro tengono parte bianca co* Cerchi, VUI, 39 — e
gli altri parte nera, ivi — res'stono al popolo, XII, 21
— alcuni di loro sodo fatti popolani, ivi, 22.
— Giovaoni de', condannato per congiura, XI, 119.
Neve miracolosa in Toscana, IX, 291.
Nieeola, vescovo di, passa in Fiandra con Y armata del re
Odoardo III, XI, 72 — fa ribellare i Fiamminghi,
ivi, 83.
— di Renzo, tribuno del popolo in Roma, vi fa grande
rivoluzione, XII, 90 — cacciato di signoria, ivi, 105.
— Ungaro, balio di Andreasso duca di Calabria, XII, 51
— ambasdadore del re d* Ungheria a quelli dell' Aqui-
la, ivi, 89.
Niceolòf Nicola^ o Nieof€u> li, papa, eletto in Siena, IV, 1 6.
— ni, papa, VII, 50 — sua simonia pei parenti, ivi,
54 — sua grandigia, ivi — avversa re Carlo d' Angiò,
ivi — privilegia alla Chiesa la Romagna e Bologna, ivi
— manda il cardinale Latino a pacificare Firenze, ivi,
56 — parte che ha nella congiura di Gianni da Pro-
cita, ivi, 57 — muore, ivi, 58.
— rV, papa, VII, 119 — corona Carlo II re di Sicilia e
di Puglia, ivi, 130 — muore, ivi, 151.
— V, antipapa, X, 72 — fa sette cardinali, ivi, 74 —
entra In Pisa co' suoi cardinali e predica contro a papa
Giovanni, ivi, 115 — fa suo cardinale legato, ivi, 118
— come fece in Pisa processi contro a papa Giovanni
e il re Roberto e il comune di Firenze, ivi, 122 —
— preso da' Pisani e maudsto ad Avignone a papa Gio-
vanni, ivi, 163 — muore, ivi.
Nic'fcrOf I, imperadore di Costantinopoli, obbedisce Carlo
Magno, II, 15.
Nicotera, città in Calabria, guasta dal re Federigo, IX,
159.
Niella^ Rau di, capitano della schiera francesca alla bat-
taglia di Coltrai, Vili, 56.
Nitri, ci)nte. V. Ofurar^Ugchi.
Niftrif Bertoldo conte di, ambasciadore di Lodovico di
Baviera imperadore, IX, 196 — si fa fittiziamente vi-
cario d'imperio in Milano, ivi, 212.
Nimo^ primo re di Babilonia, I, 8 — fonda Ninive, ivi.
Nocera, in Puglia, come popolata • rifatta da' Saraeini di
Trapali, VI, 14 — si rubella a Carlo d'Angiò, VU, 24.
Nokf sua discendenza, I, 2 — come si partisse il mondo
per le schiatte dei primi tre figliuoli di lui, ivi, 3.
Noione, città in Francia, arde tutta, VII, 152.
Noli, si rende a' ghibellini usciti di Genova ed al mar-
ehes« del Finale, IX, 1 18.
Norcia del Ducato, in guardia del prence della Morea, X,
21 — subissata per tremuoti, ivi, 113.
Norcia, Simone da, giudice, barattiere pel duca d' Atene,
in Firenze, XII, 8 — tagliato a pezzi, ivi, 17.
Noren, Guglielmo di, contestabile al soldo de' Fiorentini,
IX, 276 — traditore, ivi, 292 — passa a Castruccio,
ivi, 302 — lo tradisce e u' è commiatato, ivi, 837.
NorentanOf conte di, ha parte nella battagli ji di Creci, II,
68.
Normandi, o Normanni, o Norveehi, con quelli di Dani-
marca, guastano Frnncia e Alemagna, II, 14 e 18 ~
si pacificano con Carlo il Groaso, si fan cristiani ed
hanno per abitare la Normandia, ivi, 14, 20 e IV, 19
— si rubrllaiio al re di Francia, XII, 47.
Normandia, provincia d' Europa, I, 5 — quando è perchè
cosi chiamata, II, 20 — come Filippo il Bornio la re-
casse a sua suggeziooc, IV, 3 — corsa da Odoardo 111
re d'Inghilterra, Xil, 68.
NorvMndiaj duca di. V. Arrigo, Ricciardo, Roberto.
Norvea, o Korvogin, provincia d^ Europa, I, 5 — soggio-
gaU da Carlo Martello, II, 10.
Norvechi, di Norvegia, come passarono in G^llia, II, 18.
Novara, signoreggiara da Maffeo Visconti, IX, 109 — da
■ Luchino Visconti, XII, 74.
Novara, vescovo di. V- Viiconti, Giovanni.
NovéUo, conte d'Andri, detto conte della casa del Balio,
capititno in Firenze pel re Roberto, IX, 74 — mandato
via, ivi, 76 — vi toma capitano di guerra pel comune,
ivi, 202 — sua insufficienza, ivi, 214 — prende Car<
mignano, ivi, 247 — toma a Napoli, ivi, 254 — am-
miraglio del re Roberto, conduce la sua armata in Si-
cilia e guasta l'isola; poi scende in Maremma e Cadau-
no a' conti da Santafiore; hi fine va al duca di Cala-
bria in Firenze, ivi, 352 — cavalca sopra Pistoia, X,
15 — capitano dell'oste fiorentina all'assalto di Santa
Maria a Monte, ivi, 29 — prende Alemagna in Cam-
pagna, ivi, 92 — per commissione del papa fa giusti-
zia della morte di Andrcasso duca di Calabria, XII, 52
— suo figliuolo rende Caino alla gente del re d'Unghe-
ria, ivi, 103.
— Guglielmo, gran capo di parte ghibellina in Padova,
ucciso, IX, 36.
— Guido, conte, de' conti Guidi, podestà di Firenze per
Io re Manfredi, VI, 79 — vicario generale e capitano
di guerra per esso re in Toscana, ivi, 81 — va colla
taglia de' ghibellini di Toscana sopra Lucca, ivi, 82 —
vi torna anche colla forza de' Pisani, ivi, 85 — signore
di Firenze, ivi — come gli fallisce di prendere il conte
Carlo d'Angiò a Porto pisano, VII, 3 — il popolo di
Firenze si leva a remore contro lui, ed egli fugge a
Prato, ivi, 14 — ritenta indarno d' entrare in Firenze,
ivi — guidi i Sanesi ad oste al castello di Colle di
Valdelsa, ivi, 31 — podestà in Faenza, combatte i Bo-
lognesi sotto il conte da Montcfeltro, ivi, 48 — pode-
stà in Arezzo, ivi, 131 — sua viltà nella battaglia di
Certomondo in Casentino, ivi, — come l' oste de' Fio-
rentini guasta le sue terre, ivi, 140.
— conte dlHufredi, figlio del conte GuidO| fa rabellare il
castello d'Ampinana a' Fiorentini, VII, 150.
Novoporto, città di Fiandra, conquistata da' mbelli, VIII,
56.
Nozano, castello, preso dal conte Guido, VI, 85 — dis-
fatto da' Pisani, IX, 68.
Numa Pompilio, regna in Roma dopo Romolo, I, 87 —
sua saviezza, ivi.
Numidia, provincia d' Africa, I, 4.
Numitore, figlio di Proca Silvio re d'Alba, è cacciato di
regno da Amulio, I, 25 — rimesso da Romolo e Re-
mo, ivi, 26 — fatto morire da Romolo, ivL
O.
Obizzi, Alamanno o Manno degli, capitano dell'oste fioren-
tina all'assedio di Montecatini, X, 159 e 167 — ha
trattato col re Giovanni di Boemia, ivi, 182.
— Luti degli, capo di setta in Lucca, IX, 58.
— Obizzo degli, giudice di Pistoia, ucciso da parte bianca,
Vin, 46.
Obriaehi. V. Ubriachi.
Oddo, re di Francia. V. Ugo.
~ da Perugia, capitano di guerra de' Fiorentini, IX, 320.
Odoardo I, re d'Inghilterra, nega l'omaggio personale per
la Guascogna al re Filippo III di Francia, e però entra
in guerra con lui, Vili, 4 - scende in Fiandra e poi
ne parte, ivi, 20 — - fa triegua, poi pace, con Filippo,
ivi — come riebbe Scozia e Guascogna e sconfisse gli
Scotti, ivi, 67 — muore, ivi, 90.
— II, re d' Inghilterra, succede ad Odoardo I suo padre.
Vili, 90 — fa uccidere il conte di Lancastro e più suoi
baroni, ed entra in guerra cogli Scotti, IX, 138 — scon*
fitto da loro, ivi, 161 e 180 — fa lunga triegua con
Robei'to re di Scozia, ivi. 206 — entra in guerra con
Carlo re di Francia per la Guascogna, ivi, 263 — fìt
pace, ivi, 315 — tratta male sua moglie Isabella ed è
per lei combattuto e preso e morto in prigione, X, 7
e 8.
— Ili, re d'Inghilterra, come coronalo, X, 8 — fk pace
col re di Scozia, ivi, 79 — fa tagliare la testa al conte
di Cantibiem soo zio e al Mortiniere, ivi, 152 ~ scon-
figge gli Scotti a Vervich, ivi, 223 — nuovamente, XI,
38 — comincia grande guerra contra Filippo di Valuis
580
INDÙ» DBLU CBONACA
re di Francia, XI, 55 — manda tua annata in Fiandra, 1
ivi, 72 — passa in Brabante ed è fatto Ticaflo dallo 1
imperio, ivi, 84 — va ad oste co* snoi alleati sopra il
reame di Francia, ivi, 85 — s'affronta con Filippo di
Valois e non combattono, ivi, 87 — si £fi nominare re
di Francia e torna in Inghilterra, ivi, 109 — sconfigge
in mare l'armata del re di Francia, ivi, 110 — si po-
ne co' saoi alleati ad assedio alla città di Tomai, ivi,
112 — fan triegua col re di Francia, ivi — cessate le
tìiegtte, toma in Fiandra e manda sua oste inOoasco-
gna e in Brettagna, XII, 47 — passa con sua osto in
Normandia e prende Camo, ivi, 63 — si parte di Nor-
mandia e viene presso Parigi ardendo e guastando il
paese, ivi, 64 — parte di Pasci per andare in Piooar-
dia per accozzarsi co' Fiamminghi, ivi, 65 — vince la
grande battaglia di Greci, ivi, 67 — sue gesto dopo
la vittoria, ivi, 68 — fo parlamento coi Fiamminghi e
col daca di Brabante, ivi, 87 — conquista Caleae e
toma in Inghilterra, ivi, 96 — eletto imperadore, ivi,
106.
Odoardo IV, prence di Galles, figlinolo di Odoardo III, ca-
' pitano di una schiera alla battaglia di Greci, XII, 67.
— figlio del re Riccardo I d* Inghilterra, passa a Tonisi
con San Luigi re di Francis, VII, 87 ^ come soffer-
se prigionia pel conte Simone di Monforte e deliberato-
sene il mise a morte, ivi, 89 — s' inimica col re Garlo
d'Aogiò, ivi.
Olanda, provincia d'Europa, I, 5.
— contea d', e di Silanda, tenuto dal conte d' Analdo,
Vin, 76.
Ombria, quel provincia fosse d'Italia, II, 7.
Ombrierti, Uttaso d', contestobile francese, assoldato dai
Fiorentini, IX, 276.
OmbrunOt cardinale arcivescovo di, parlamento pel papa
con la lega di Lombardia, XI, 6 — legato nel regno
di PogHa, Xn, 71.
One$tif famiglia di Lucca, tradisce la patria, IX, 60 —
— aiutano Gastruecio a farsi signore di Lucca, ivi, 78.
Onigo, castello, rubellasi a' signori della Scala, XI, 50.
Onorio II, papa, corona Ruggieri del reame di Sicilia,
IV, 34.
— lU, papa, corona imperadore Federigo li, VI, 1 — lo
scomunica, ivi, 14.
— IV, di casa Savelli, papa, VII, 108 — muore, ivi, 113.
— figlio di Teodosio, imperadore, viene in Italia contro
Radagasio, I, 61.
OrbivieUni, hanno parto nella sconfitto di Montoperti, VI,
78 — mandano aiuto al duca di Galabrìa in Firense,
X, 1 ^ sono sconfitti a Viterbo, ivi, 119 — lasciano
la signoria di Ghiusi a' signori di Montepulciano, ivi —
mandano aiuto a' Fiorentini sopra Lucca, XI, 63 —
fanno popolo e cacciano i Monaldeschi, ivi, 75.
Orbivieto. Sua origine e perchè cosi nomato, I, 52 — co-
me ne son cacciati i ghibellini, IX, 40 — v'è battaglia
dttodina, XI, 10.
Orci (gli). V. Liorci.
OreioUniy popolani guelfi di Firenze, cacciati, VI, 79.
Ordelaffiy Francesco di Sinibaldo, ribeila Forlì al legato,
X, 227 » manda aiuto a' Pisani sopra Lucca, XI, 181
— segue il re d'Ungheria fino a Napoli, XII, 107.
Ordilaffi, Scarpette degli, di Forlì, capitano de' ghibellhi!
e bianchi usciti di Firenze, Vili, 60.
Orgiale, castello de' Senesi, disfatto da' Fiorentini, VI, 11.
Orìfiamma. che fosse, XII, 86.
Oriù V. Dori<f,
Oringhif Piero, popolano di Roma, fatto cardinale da Nic-
colò V antipapa, X, 74.
Orlandi^ Gherardo, podestà in Firenze, VI, 4.
OrUmdueeio del leone, chi fosse, VI, 69.
Orleans, conquistoto da Glovis, I, 19.
Ortnannit nobili fiorentini, poi detti Foraboschi, IV, 13.
Oréinij cominciamento della loro grandezza, V, 1 — sal-
gono in potenza per Niccola III, VII, 54 ^- loro ini-
micizia co' Viterbesi, ivi, 58 » sono sconfitti da' Go-
lonnesi. Vili, 117 — tengono per la lega di Toscana
contro r imperadore Arrigo, IX, 39 — è tolto loro ca-
ste! Sant'Angelo, X, 54 — tornano a rompersi coi Go-
lonnesi, X, 221 — parto di quelli dal Monto congiu-
rano coi Gortini centra Nlceola tribuno e sono sconfitti,
xn, 105 — parto di quelli da Gampo di Fiore e da
Ponte tengono per Niccola, ivi.
urtimi . . . degli, cancelliere di Roma, si rubella al Ba-
▼aro, X, 67.
— Bertoldo degli, fatto conto di Romagna per la Ghiaaa,
VII, 54 — disfatto da Martino IV papa, ivi, 58.
— Bertoldo, fatto senatore dal popolo di Roma, X, 97 —
morto da' Golonnesi, ivi, 221.
— Gola, capo della gento del tribuno a Roma, XII, 105.
— Gentile degli, di Roma, capitano d' osto fiorentiua so-
pra Pisa, Vn, 154.
— Matteo Rosso degli, cardinale, capo di parto, VQ, 151
e vm, 80.
— Napoleone, mandato a' confini dai Romani, X, 21 — •
aiuto il prence della Morea a tentare V entrato in Ro-
ma, ivi.
— Orsino degli, senatore di Roma, corona il Bavaro, X, 55.
~ Poncello, fatto lor senatore da' Romani, X, 120.
Ortim di Gampodifiore, fira Matteo degli, vescovo di Si-
ponto fatto cardinale, X, 52.
Orsùit dal Monte, Gianni Guatani degli, cardinale legato
in Toscana, IX, 346 — arriva in Toscana e viene in
Firenze, ivi, 353 — pubblica processo contro Gastrue-
cio e '1 vescovo di Arezzo, X, 3 — • similmecto contro
il Bavaro, ivi, 26 — fa celebrar processione In Firen-
ze e ne ha dal papa la badia, ivi, 53 — viene in Ro-
ma e la riforma della signoria di Santo Ghiesa, ivi, 97
— co' Romani fa osto sopra Viterbo, ivi, 133 ~ la ha
e metto in pace totto il Patrimonio e la Marca, ivi, 146.
— > Giordano, capo della gento del tribuno a Roma, XII,
105.
^ Napoleone degli, cardinale, capo di parte, Vin, 80 —
legato in Italia per GlementeV, vi è male ricevuto, ivi,
85 — fa rannato di bianchi e ghibellini e muove so-
pra Firenze, ivi, 89 — con poco onore si parto di To-
scana, ivi — ancora capo di parto in collegio, IX, 81
— aiuto il prence della Morea a tontare l'entrato in
Roma, X, 21 — entra in Roma co' seguaci e la rifor-
ma, ivi, 97.
Or$Ot Antonio d*, priore di Firenze, XII, 18.
— Napoleone d', barone d'Abruzzi, fa omaggio al re di
Ungheria, Xn, 111.
Orlntghé, conto d', vicario dell' imperadrìce a Pisa, X, 82
— oonto in Romagna pel Bavaro, ivi, 99.
Osimo, si rende alla Chiesa, IX, 142 — se le rubella, ivi,
162.
OffÙRO, signore d*. V. Lippaedo,
Oste, in qual maniera la si bandisse e facesse presso ì
Fiorentini, VI, 75.
Ostia, come edificata, I, 22 — presa e rubato da' Geno-
vesi pel re Roberto, X, 21 -* presa per le galee del
re Roberto, ivi, 73 — rubata, arsa ed abbandonata,
ivi, 77.
Oitia^ vescovo dt V. Prato^ cardinale da.
Ostinii, castello di Valdamo, assediato da' Fiorentini, VI.
38 — preso e disfatto da' Fiorentini, VH, 32 e Vin, 82.
OUaviano. V. Augutto,
O^Of duca d'Austria, passa in Lombardia oontra Gsae
della Scala, IX, 255.
Ottoòtcom, Aldobrandino, sua virtù civile, VI, 62.
Ottoearo II, re di Boemia, ha battaglia con Bela IV re di
Ungheria, VI, 71.
OtUm$ I, re d' Alemagna, da chi chiamato In Italia, DI, 5
— viene Berengario e gli Ungari, ivi — è richiamato
in Italia, ivi — oome fU primo imperadore di Alema-
gna coronato dalla Ghiesa, IV, 1 — oome assediaste
Roma per rimettere papa Leone Vili, ivi — sne opera
a correggimento d'Italia, ivi.
— n, figlio di Ottone I, imperadore, IV, 1 — rìme^ in
sedia papa Giovanni XIV, ivi — è preso da' corsari
greci, ivi — assedia Benevento, ivL
^- m, imperadore, IV, 2 -» vince Gresoeniio e padfiea
Italia, ivi.
— di Sassonia, eletto re de' Romani da una parto de^li
elettori, è confermato da papa Innocenaio m, V, 19 —
DI GIOVANNI VILLANI.
&81
e da lai coronato, V, 95 ^ mnoTO g:aerra «Ut Chiesa,
ivi — & lega con più baroni di Francia ribelli, ed è
sconfitto da Filippo il Bornio, ivi — diposto dallo im-
perio e vinto da Federi^ il giovane, passa oltrenonre
e muore, ivi, 36.
Ottone cardinsle. V. PortOf vescovo dì.
OsM, re di Giada, I, 25.
Fa, Gianni de, conte in Romagna per papa Martino IV,
Vn, 58 — ba Faenza per tradimento e asseui^ Fori),
ivi, 80 — vi è tradito e sconfitto dal conte Guid > da
Hontefeltro, ivi, 81 — ha per tradimento Cervia, ivi,
82 — va ad oste al castello di Meldola, ivi — sua no-
tabile cavalleria, ivi.
Facciano, abate da, capitano de' Pistoiesi, IX, 14 G^ tie-
ne Pistoia, ivi, 247 — la perde, ivi, 261 — è preso,
ivi, 269.
Padiglioni, moneta di Francia, XI, 72.
Padova, da chi fondata, I, 17 — sta co' guelfi contro Ar-
rigo VII, IX, 9 — presa ds lui per accordo, ivi, 1 4 ~
data dai Carrara a Cane della Scala, X, 104 — asse-
diata dai Fiorentini e' Viniaiani, XI, 57 — presa per
tradimento, ivi, 65.
Padova, signore di. V. Carrara (da). Chiarentana (duca di).
Padovani, si rubellano all' imperadore Arrigo VII, IX, 36
— sconfitti da Cane della Sesia, ivi, 63 — fanno pace
con lui e rimettono dentro i ghibellini, ivi, 88 — tor-
nano in guerra, ivi, 100 — sconfiggono con l'aiuto dei
Tedeschi Cane della Scala, ivi. Vii — si pacificano in-
sieme co' loro usciti, ivi, 192 — si danno al daca di
Chiarentana, ivi, 255.
Paladini, fatti in Firenze, VI, 86 — d8gli Aretini, VU,
lai.
PaJLadUio (il). V. Minerhlno.
— conte. V. Altemura.
Palazzo, il, torre nobilissima de' Tosinghi in Firenze, dis-
fatu da' ghibelUni, VI, 33.
Paleologo, imperatore de' Greci, toglie Costantinopoli ai
Franceschi e a' Viniziani, VI, 70 — egli ed il patriarca
di Castantinopoli si riconciliano con la Chiesa di Ro-
ma, VII, 43 — parte che ha nella congiura di Gianni
da Procita, ivi, 57 — è scomunicato da papa Marti-
no IV, ivi, 58 — fa lega coi Genovesi, IX, 95 - ha
guerra co' figliuoli, ivi, 133.
Palerminif (amiglia nobile di Firenze, IV, 10 — è di parte
ghibellina, V, 39.
Palermitani, strage che (anno de' Franceschi, VII, 61 —
mandano ambasoiadorì al papa per misericordia, ivi, 63
— ricevono e gridano re loro Piero d'Aragona, ivi, 69.
Palermo, assediata da Carlo duca di Calabria, IX, 296.
Palùuij casa potente di Messina, rubollano Messina a don
Piero d'Aragona, XII, 14.
Pallai, gigante, ucciso da Turno, 1,23.
Palavieino, marchese, di Piemonte, parente e vicario di
Manfiredi in Lombardie, VI, 89 — guarda i ^mbì per
lui contro a* Francesi, VII, 4.
Palma, vescovo di, in Carcascese, preso per paterino dal
re PUippo, Vili, 62.
Palmieri, abate, ha parte nella congiura di Gianni da Pro-
cita, VII, 67 — è parlatore dei baroni di Sicilia al re
Piero d'Aragona, ivi, 70 — come i suoi furono rice-
vuti dal ré Roberto, Xn, 14.
Palnggiano, torre de' Pazzi, presa da Castruocio, IX, 329.
Fojui^o, Ettore dei conti da, capo di cospirazione in Bo-
logna, X, 148 — preso in battaglia, XT, 5 — scon-
figge in Parabico la gente di Loderigo Visconti, poi
prende lui e Ubera Luchino suo prigione, XI, 97.
— Macerello de' conti da, capo di congiura in Bologna,
XI, 70.
Patteiatichi, ghibeUini di Pistoia, X, 126 e 181.
— Corrado dei, podestà di Arozzo, XI, 60.
— Giovanni, podestà di Arezzo, XI, 60.
Pandoro, conta Teatino, fatto signore di Capua, IV, 15
— prindpa di Capua, preso da Arrigo II Imperadore,
IV, 15.
Pannonia, lo stesso che Ungheria, I, 18 — presa dai Lon-
gobardi, n, 7.
PaHM<mo, da, popolani di Firenze, XII, 21.
Paolino, reca la fede di Cristo a Firenze, I, 58.
Paolo, mastro, di sor Piero, astrologo, XII, 41.
Papa, Come per Lione Vili fa decreUto, ninno avesse ad
esser fatto senza l' assentimento dell' imperadore, IV, I.
— de' Saracini. V. Calif.
Papachi, famiglia fiorentiiis, XII, 7.
Parigi, presa da Otto I imperadore, II, 14 — assalita da
Odoardo TU re d' Inghilterra, XII, 64.
Parma, mbvUasi ad Arrigo VII, IX, 32 — come v'ebbe
battaglia cittadinesca, ivi, 168 — rubellasi alla Chiesa,
X, 142 si dà al re di Boemia, ivi, 174 — lasciata
da lui alla signoria de' Rossi, ivi, 228 — s' arrende a'
signori della Scala, XI, 30 — è loro tolta da Azzo da
Correggio, ivi, 127 — come la ebbe il marchese da
Ferrara, XII, 35 — come, Luchino Visconti, ivi, 74.
Parma, Gherardo da, V. Gherardo.
— signore di. V. Correggio da, e Rotei.
Parmigiani, sconfiggono 1' oste di Feder'^'u 11 e ne fanno
bottino, VI, 34 — sconfitti da Ghib rto da Correggio
e da Mantovani, Vili, 93 — manda.^o gente per la
Chiesa sopra i Visconti, IX, 187 — danno la signoria
al legato del papa, X, 9 — rubellansi al legato ed alla
Chiesa, ivi, 96 — si arrendono, ivi, 132 — ribelli an-
cora, tolgono San Donnino alla gente del legato, ivi,
157 — fanno lega co' ghibellini di Pisa, ivi, 199 —
sconfiggono gente della lega de' Lombardi, XI, 5.
Paride, figliuolo di Priamo, innamora d' Elena e la ruba,
I, 13.
Parlagio, edificio, che cosa fosse e da chi « rdinato, I, 86.
Pasquale li, papa, sue contese con Arrigo IV imperadore,
IV, 27.
— antipapa, V, 1.
Paeterino. V. BonacotL
Patricio de' Romani, che cosa fosse, II, 6.
Patrimonio di San Piero, è donato da Telofre alla Chie-
sa, II, 12.
Passaggio fatto oltremare per li cristiani nel 1089, IV, 24
— altro nel 1147 fatto per li Franceschi e Tedeschi,
ivi, 35 altro nel 1188 fatto per Feder go Barbaros-
sa, V, 3 e 15 — altro nel 1284 fatto per Federigo II
imperadore, VI, 15 — altro nel 1270 per Santo Luigi
re di Francia, VII, 37 — altro apparecchiato, ma non
seguito, per Carlo d' Angiò, ivi, 57 — altro nel 1344
ordinato dalla Chiesa, XII, 39.
Pavanico, castello, preso, arso e rubato dalla gente di Ca-
strucuio, X, 102.
Pavesi, rubano la moneta che '1 papa mandava a* suoi ca-
valieri, X, 92.
Pavia, è fatto capo del reame d' Italia pei Longobardi, II,
7 — è assediaU e presa da Carlo Magno, ivi, 13 —
dal Bavaro, X, 129 — da Azzo Visconti, ivi, 211 —
signoreggiata da Luchino, XII, 74.
Pazzi, nobiU Fiorentini, origine della dignità che hanno
della grande facellina, I, 60 — famiglia gnelia, V, 39
e VI, 33 — cacciati, ivi, 79 — tengono parte contro
gli Adimari, VII, 56 — si fanno quasi tutti principali
di parte nera. Vili, 39 — stanno col popolo, ivi, 65
— son loro tolti dal popolo certi beni già donati pel
comune, XQ, 44.
— Aldobrandino dei, sua franchezza, VII, SI.
— Botto di messer Pazzino de', portansegoa del re Ro-
berto a Roma, IX, 39.
— Bindo de', condannato per congiura, XI, 119 — con
Beltramo e Mari suoi consorti congiura contro il duca
d'Atene, XII, 16 — loro parte cella caociaU di lui, ivi,
17 — Beltramo è fatto consigliere de' priori nuovi,
ivi, 18.
— Francesco di Pazzino de', menatore di trattato di pace
tra' Fiorentini e' Pistoiesi, X, 181 — ha parte nell'as-
sedio di Montecatini, ivi, 148 — ambasciadore a Vine-
gia, XI, 90.
— Gerì de', capo del popolo contro a' grandi, XII, 19.
— Iacopo del Nacca de', caporale e gonfaloniere del po-
polo, morto a Montaperti, XII, 44.
582
INDICE DELLA CRONACA
Pagr'y Neri di Pazzioo de\ castellano di Montemorlo, IX,
82».
— Pazzino de*, principale di parte nera in Firenze, Vili,
71 — citato dal papa, ivi, 72 — capo di «etta contro
Coreo Donati, ivi, 96 — muore e no seguono uovìli in
t^rcnae, IX, 33.
— Pazzo de', stipite della casa, I, CO.
-— Uberto Spiovanato de*, guelfo di Valdarno, lun astuzia
di guerra, VII, J2.
Possi di Valdaruo, aiutano gli Aretini a riprendere Late-
rino, Vili, 73 — tolgono TrajpoU a» Fiorentini, IX,
225 rinpondono alla congiutiizione de' Bardi in Fi-
renae, XI, U8 — mbellano alcune castella a' Fioren-
tini, ivi, 139 — aiutano i Tarlati a correre sopra A-
rezzo, XII, 5 — perdonati da* Fiorentini, ivi, 8 — ru-
bati, uccisi ed arai da quelli di Castelfranco, ivi, 30.
— Carlino de', rubella a' Fiorentini il castello di Piantre-
vigne, poi io tradisce a loro, Vili, 63.
~ Guglielmo de', capiUno degli usciti gliibelliui di Fi-
renze, VII, 48 — muoro nella battaglia di Certomondo
in Casentino, ivi, 131.
— Guglielmo, capitano di guerra in Arezzo, sconfìgga i
Sanesi in aguato, VII, 120 — sturba il trattato del ve-
scovo d'Arezzo suo zio co' Fiorentini, ivi, 131.
PógolotU^ casa di Firenze, suo grande dannaggio in un in-
cendio, VII, 139.
— Arriguccio, sindaco di Mastino in Lucca, XI, 133.
PeUgorgo, cardinale dì, capo di setta in conclave, XI, 21.
Pelagrùj cardinale legato di Clemente V papa, sconfigge i
Viniziani, VIII, \15 •— U giustizia di congiurati in Fer-
rara, IX, 4 — manda in Firenze le reliquie di San Bar-
naba, ivi, 13.
Ptìaic, del. V. La* franchi.
Pennoni di Firenze, IX, 219.
Peppol»^ Romeo de', cacciato di Bologna, IX, 132 — viene
con suo seguito per prendere Bilogoa e vanno in iscon-
fitta, ivi, 152 — i suol figliuoli fiuino guerra a' Bolo-
gnesi, ivi, 325 — cacciano e confinano de' cittadini,
XI, 7.
— Taddeo di Romeo de', si fa signore di Bologna, XI,
70 — manda aiuto a' Fii»rentinl contra i Pisani. XI, 132
e 189 — tei fa mallevadore d*ì trattato di Mastino coi
Fiorentini per la vendita di Lucca, ivi, 133 — fa lega
c<I duca d'Atene tiranno in Firenze, XII, 8 — gli manda
aiuto, ivi, 16 — aiuta 11 marchese da Ferrara contro i
Gonzaga, ivi, 35 — accoglie il re d' Ungheria, ivi, 107.
Pera, daU da Paleologo a' Genovesi, VI, 70.
/Vo, della. V. Pet^uzti.
PeraborgOf contessa di, amica di papa Clemente V, IX, 59.
Peragcrga^ conte di, osteggia in Guascogna pel re di Fran-
cia, XU, 47.
Péragorgo, cardinale di, incolpato neir asaavainio di An-
dreasso duca di Calabria, XII, 59 — capo di parte in
collegio, ivi, 60 — procaccia il matrimonio di Giovan-
na con suo cugino, ivi, 99.
Peretola, villa arsa da Castruccio, IX, 317.
Periera, castello del conte di Savoia, assediato dal delfino
di Vienna, X, 224.
Ptrondoli, casa fiorentina, falliscono, XI, 138 e XII, 55.
Persia, provincia d'Asia, I, 3.
Perugia, sua origioe e prima isteria, 1, 46.
Perugia^ Iacopo da, podestà in Firenze. VI, 8.
Perugini, favoriscono i Sanesi oontr' a' Fiorentini, VI, tì —
hanno parte co* Fiorantini nella sconfitta di Montaperti,
ivi, 78 — danno aiuto a Gianni de Pa per la Chiesa.
VII, 80 — fanno oste sopra Todi, IX, 5 — sopra Spo-
leto, ivi, 6 — sconfiggono gli Spoletini, ivi, 38 — han-
no parte nella sconfitta di Montecatini, ivi, 71 — as-
sediano Spoleto, poi Assisi, ivi, 101 — hanno Assisi,
ivi, 129 - tornano all'assedio di Spoleto, ivi, 207 —
lo hanno coli' aiuto de' Toscani, ivi, 244 — fanno guerra
alla città di castello, ivi. 253 — aintano i Fiorentini
contra Castruccio, ivi, 300 — sconfiggono gli Aretini,
ivi, 341 — mandano aiuto al duca di Calabria, X, 1
— fanno accordo con Cittadi castello, ivi, 51 — aiuta-
no t Fiorentini all'assedio di Lucca, ivi, 167 — fiinno
lega co' ghibellini contro f Tarlati d'Arezzo, XI, 25 —
sconfitti dagli Aretini, XI, 25 — hanno CittadioastiUo e
Citerna, ivi, 37 — Dmno lega co' Fiorentini eontro Ma-
stiuo, ivi, 45 — cavalcano sopra quel d'Areazo, ivi, 48
— sotto trattato d'accordo voglion pigliare Aresio «
poi hanno Lucignano, ivi, 59 — sdegnansi co' Fioren-
tini per r acquisto d'Arezzo, ivi, 60 — si raooondano,
ivi, 61 — gli aiutano sopra Lucca, ivi, 63 — fumo
acc<irdo e lega co' Fiorentini, ivi, 105 — mandano lo>
ro aiuto contro i Pisani, ivi, 132 e 139 — danneggiati
da gente d'arme de' Pisani, XII, 9 — mandano aiuto
al popolo di Firense liberatosi contro a' grandi, ivi, 20
— al conte da BattifoUe contro i Tarlati, ivi, 33 — a
Niccola di Renzo signore di Roma, ivi, 90 — fanno am*
basciata al re d'Ungheria, ivi, 108 e 110.
Pcruzz , famiglia di Firense, IV, 13 — capi di popolo.
Vili, 12 — mercatanti del re di Francia, ivi, 62 —di
parte bianca, ivi, 71 — gran danno che ricevono per
la guerra tra Filippo di Vaiola e il re d' Inghìltera, XI,
88 — falliscono, I, 39 e XII, 55 — confortano il du-
ca d' Atene a farsi tiranno di Firenae, XII, 3 — hanno
parta nella cacciata di lui, ivi, 17.
— Bonifazio de', capitano di guardia e conservadore di
pace in Arezzo, XI, 60.
— Simone de', riformatore in Firenze, XII, 17 — cava-
liere ed ambasciadore al re d' Ungheria, ivi, 108.
Pesaro, si rubella al papa, IX, 19.
Pescia, arsa e guasUta dai Fiuccheai, VII, 77 — £a paee
e accordo co' Fiorentini, X, 136 — rìman« a loro per
pace, XI, 91 — guaataU da' Fiorentini, ivi, 14 e 63.
Prtrella^ Guido della, capitano delle masnade de' Fioren-
tini, IX, 127.
Pttri, figliuoli nobili di Firenze, IV, 13.
Petroio, castello preso da Castruccio, IX, 315.
PsOieri. V. PUtkrL
Piacentini, prendono Castiglione e sono guerrìati da Asso
Visconti, IX, 288.
Piacenza, presa da Evancier, II, 5 — si rubella a Federigo
Barbarossa, V, 1 — come ne furono cacciati i guelfi, IX,
41 — è toruaU alla Chiesa da Vergiù di Landa, ivi,
178 — grande scandalo che v'ebbe tra' citudini, bri,
203 — si rende ad Azzo Visconti, XI, 31 — signo-
reggiata da Luchino, XII, 74.
PiaceHzUf signore di. V. Visconti^ Galeazzo.
— Piero da, fatto impiccare dal duca d'Atene in Firen-
ze. XU, 7.
Piandimezzo, castello de' Pazzi in Valdamo, preso e di-
strutto da' Fiorentini, VII, 36.
Piantrevigne, castello, rubellato e tradito a' Fiorentini, Vili,
53.
Piocardia, provincia d'Europa, l, 5 — tolta ai conti di
Fiandra da Filippo il Bornio, IV, 4.
PicOf figliuolo di Saturno, regna in Italia dopo di lui, 1, 23*
PtemonUf Simone, di, capitano di schiera alla battaglia di
Coltrai, VUI, 56.
Piero. V. Pietro.
Pietracassa, castello reso a Castruccio, X, 46.
Pietralata; in Apuri, presa dal re Filippo di Francia, VII,
102.
Pie' ramala^ signori di. V. T flati.
— Delfo Saccone da, signore d' Arezzo, X, 35.
— Piero Saccone da, signore d'Arezzo, X, 85 — depo-
sto da papa Giovanni, ivi, 78 — toruato signore, mena
trattato per avere Cortona, ivi, 198 — corre sopra i
Perugini, XI, 28 — tratta con Mastino della Scala, ivi,
48 — coi Fiorentini, ivi, 60 — dà loro la possessione
di Arezzo, ivi — gli aiuta sopra Lucca, ivi, 63 — pri-
gione in Fireuzo, ivi, 139.
— Guido Tarlati dì, vescovo di Arezzo, comincia guerra
ai Conti e prende Castel focognano, IX, 151 — prende
Rondine, ivi, 215 — ha per tradimento CHttadicastello,
ivi, 226 — ha la rocca di Caprese, ivi, 235 — seo-
municato, ivi, 216 — aiuta Castruccio contra i Fioren-
tini, ivi, 301 — perseguita gli Ubcrtini, poi s'accorda
con loro, ivi, 307 — distrugge la terra di monte a San*
Savino, ivi, 314 — fa disfare Laterino, ivi, 343 — è
privato dolio spirituale per lo papa, ivi, 346 — tiran-
no 0 signore d'Arezzo, X, Vi — va ul parlamento di
DI GIOVANNI VILLANI.
583
Trento, X, 18 — corona in Milano Ijodovico il Ha va-
ro, ivi, 19 — va al parlamento di Liorci, ivi, 32 —
tratta co' Pisani, ivi, 33 — si parte male in arcordu
dal Bavaro e tornando ad Arezzo muore in Marciiiinu,
X, 85.
Pietrasanta, presa per forza da Arrigo di Fiandra, IX, 50
— tradita da Niccolaio de' Pogginglii a Mastino della
Scala, XI, 32 — ceduU a' Fiorentini, ivi, 133 e XII,
8 — arsa, XII, 12 — data al vescovo di Luni, ivi, 24.
Pietrat€MUif Gniscardo da, di Milano, podestà di Firenze,
VI, 66.
Pieiro III, re d'Aragona, parte cLe ha nella congiara di
Oiinnì da Procita, VII, 67 — giura di venire in Sici-
lia a prendervi la signoria, ivi, 69 — s* apparecchia di
fare soa armata a ciò, e il papa gliela manda difen-
dendo, ivi, 60 — si parte con quella di Catalogna e
▼iene in Sicilia e n' è coronato, ivi, 69 — tien parla-
mento in Palermo per soccorrere Messina, ivi, 70 —
sua lettera al re Carlo, ivi, 71 — manda il suo ammi-
raglio per prendere il naviglio del re Carlo die addu-
ceva vittovaglia, ivi, 74 — suo ricevimento in Messina,
ivi, 76 — ingaggiasi di combattere fol re Carlo a Bor-
della in Guascogna per diffinire la tenzone di Siciiia,
ivi, 86 — come fallì la giornata promessa, onde fu dal
papa scomunicato e privato, ivi, 87 — s'oppone al pas-
so delle Schiuse contro a Filippo lil re di Francia, ivi,
102 — sconfìtto e ferito da' Franceschi, muore della
ferita, ivi, 103.
— IV, re di Spagna, sconfigge i Saracini di Granata, X,
S64 — va al soccorso di Gibilterra, ivi, 222 — scon-
figge ancora i Saracini, XI, 99 — come la sua armata
quasi perì per fortuna, ivi, 113 — sconfigge ancora i
Saracini, ivi, 120 — toglie Maiolica al re suo cugino,
XII, 16 •— prende Zizera in Granata, ivi, 31.
— don, di Sicilia, figliuolo di Federico, è coronato di quel
reame da suo padre, IX, 134 — viene con armata sua
e de' Genovesi nsciti a Pisa in aiuto del Bavaro, X,
103 — toma in Sicilia e riceve grande sconfìtta di for-
tuna in mare, ivi — mentecatto, XI, 71 — vuol soc-
correr Melazzo e muore, XI, 128.
— fratello del re Itoberto di Puglia, mandato per signore
m Firenze con soccorso, IX, 61 — fa a' Fiorentini far
pace con gli Aretini, ivi, 64 — muore a Montecatini,
i^, 72.
«- eremita, sommuove alla prima crociata, IV, 24.
— le Boy o Konicberoy, tesserandolo di Bruggii, commo-
ve quel comune a rubellarsi da Francia e uccidere i
Francesi, Vili, 66 — fatto cavaliere sul campo di Col-
trai, ivi, 66.
— di Cello, nscito di Spoleto , vi muove remore e n' è
cacciato, XII, 122.
Pieve di Sacco, corsa dall'oste de' Fiorentini e Viniziani,
XI, 64.
Pigl»f famiglia nobile antica di Firenze, IV, 12 — sono
di parte ghibellina, V, 39 — si dividono anche in parto
g;uelfa, VI, 33 — questa è cacciata, ivi, 79 — gran
parte di loro tiene parto bianca co' Cerchi, Vili, 39 —
e gli altri parto nera, ivi, 461, fatti popolani, XII, 23.
Pi»\ casa di Modena, ne hanno la signoria dal re Giovan-
ni, X, 228.
PileatriDO, città resa di' Colonneai ai papa, Vni, 23.
PtlettrinOf Iacopo vescovo di, cardinale legato in Francia,
VI, 19.
Pini. V. Boiti,
Pioggia di vermini, XII, 84. V. Diluvio.
Pipino, il primo, de' maggiori signori di Francia, combatte
con Federigo re ed Ilertaire, suo balio, sconfiggegli in
battaglia, uccide Hertaire e metto in prigione il re, go-
verna fino alla morte di lui e sotto Clovis, Idelberto,
Dangoberto e Lottieri, come sovrano balio e governa-
tore di tutta Francia, I, 19.
— il secondo, figliuolo di Carlo Martello, è, come suo pa-
dre, fovrano balio del reame di Francia sotto El derigo,
I, 19 — con volontà de' baroni e di p»pa Stefano h
consacrato re di Francia, dopo diposto il detto Elderigo,
ivi — passa in Itallt, vioee e sconfigge Teolofire, ed è
fAtto pAtHiio di Roma, U, 12.
IHpinOy figliu di Carlo Magno, rubella iSpa^ua a suo tra-
tel'o Luip, II, JC.
— li^lio di Luigi I impcradorc, è re d'Aquitania, II, IG.
— Giovaimi, guidatore del regno di Puglia al tempo di
Carlo II, XI, 80,
Pirrene, passate da' Franceschi con Filippo III loro re,
VII, 102.
Pirro, figlio d'Achille, signore di Troia, I, 16.
Pisa. Sua orìgine, e perchè cosi nomata, I, 48 — tiene
con Federìgo I Barbarossa, V, 12 — obbedisce a Ro-
dolfo re de' Romani, VII, 78 — sua potenza, ivi, 84
— rivoluzione cagionatavi dal conte Ugolino, ivi, 121
— vi soggiorna Arrigo iniperadorc, IX, 49 — si leva
a rumore per le setto de' cittadini, ivi, 163 — si com-
muove per la venuta del Bavaro in Italia, X, 24 — è
presa da lui, ivi, 34 — Castrutcio la corre e se ne fa
signoro, ivi, 82 — il Bavaro vi entra e la ordina, ivi,
103 — vi si fa battaglia cittadina, Xi, 42 — muta stato
e reggimento, XII, 120.
Pisa, conte Bartolommeo da, suo consiglio a Manfredi,
VII, 7.
— signore di. V. Oherardcschi.
Pisani, come andarono sopra l'isola di Maiolica, IV, 31* —
aiutano la Chiesa sopra Ruggieri duc^ di Puglia, ivi,
34 — il papa Gregorio li pacifica co' Genovesi, V, 15
— perche si cominciò guerra ^ra loro e i Fiorentini, VI,
2 — ne sono sconfitti a Castel del bosco, ivi, 3 — come
a petizione di Federìco II presero in mare i prelati del' a
Chiesa, che co* Genovesi venivano al concilio, ivi, 19 —
ne sono scomunicati, ivi — aiutano il castello di Mon-
tala contro i Fiorentini, e ne fuggono in isconfitta, ivi,
48 — coli' aiuto dei Sanesi sconfiggono i Lucchesi, e
poi sono rotti di' Fiorentini al Pontadera, ivi, 49 —
tanno le loro comandamenta, ivi, 58 — rompono pace
a' Fiorentini e Lucchesi, e ne sono sconfitti al ponte al
Serchio, ivi, 62 — tengono dal re Manfredi, ivi, 84 ^
per loro il conto Guido mauca di prendere il conte Carlo
d'Angiò, VII, 4 — fanno lega co' ghibellini usciti di
Firenze per sommuovere Corradino a passare in Italifl,
ivi, 23 — sono sconfitti da' Lucchesi ad Asciano, ivi,
49 — nuovamente al fosso Arnonico, ivi, 51 — come
vennero a prìma guerra coi Genovesi, ivi, 84 — scon-
fitte e danni che sofirono da' Genovesi, ivi, 90 — vanno
a Genova, e poi son rotti alla Melorìa, ivi, 92 — mi-
nacciati di mina, sono salvati da' Fiorentini, ivi, 98 —
prendono un navilio de' Genovesi, ivi, 107 — fanno lor
capitano Guido da Montefeltro, e fanno morire di fame
il conte Ugolino e' figliuoli e nipoti, ivi, 128 — ripren-
dono il castello del PonUdera ai Fiurentlni, ivi, 148 —
fanno ribellare a' Samminiatcsi il castello di Vignale in
Camporeoa, ivi — si pacificano co' Fiorentini, Vili, 2
— e co' Genovesi, ivi, 30 — aiutano di danaro 1* im-
peradore Arrigo di Lussemburgo, IX, 7 — lo ricevono
per signore, ivi, 37 — sono da' Floreotini levati io i-
soonfìtta da Cerretelio, ivi, 42 e 47 — vanno in aiuto
dell' imperadore all' assedio di Firenze, ivi, 49 — offro-
no la signorìa loro al re Roberto, al conte di Savoia,
ad Arrigo di Fiandra, e finalmente ad Uguccione della
Faggiuola che 1' accetta, ivi, 54 — prendono Lucca, e
rubano il tesoro della Chiesa, ivi, CO -> conquistano pa-
recchie terre vicine di Fisa, ivi, 68 — guadagnano la
vittoria di Montecatini, ivi, 71 —- cacciano di signoria
Uguccione della Faggiuola, ivi, 78 — fanno pace col re
Roberto e la lega guelfa di Toscana, ivi, 82 — aiutano
i ghibellini usciti di Genova, ivi, 95 — in certa parte
rompono pace a' Fiorentini, ivi, 166 — perdono buona
parto di Sardegna, ivi, 210 — sconfitti in Sardegna dal-
l'infante d'Aragona, ivi, 237 e 251 — fanno pace, ivi,
259 — nemici di Castruccio, ivi, 301 -- ricevono nuova
sconfitta dal re d' Aragona, e fanno pace dilBnitiva, ivi,
33 1 — mandano àmbasciadori al parlamento di Trento,
X, 18 — trattano col Bavaro, ivi, 33 — son rovinati
da lui, ivi, 34 — gravati da Castruccio, ivi, 59 — ac-
colgono il Bavaro e sua signoria, ivi, 103 — ne tono
taglieggiati, ivi, 107 — cacciano di Pisa il vicario del
Bavaro e le aue masnade, ivi, 134 — vogliono compe-
rar Lucca, e non viene lor fatto, ivi, 137 — ai aocor-
584
niDICB DELLA CRONACA
dano co' Fioi^nlini, X, 137 — si rìcooeUiano col papa, ivi,
145 — mandano preso T antipapa ad A yigpaone, ivi, 163
— aiatano i Lucchesi assediati da' Fioreminl, ivi, 172
— eom' ebbero Massa, ivi, 188 — sconfitti da' Sinesi,
poi cavalcano infino a Siena, ivi, 213 — fanno pace
co' Sanasi, ivi» 226 — soccorrono Batino tiranno di
Grossetto, XI, 84 — ai turbano contro a' Sanesì, ivi,
85 — si pongono ad assedio a Lucca, ivi, 131 — la
loro oste hanno la fortezza di ponte Tetto, ivi, 133 —
danno grande sconfitta all'oste de' Fiorentini, ivi, 134 —
deludono il re Roberto, e rafforzano Y assedio di Lucca,
ivi, 137 — la hanno, ivi, 140 — fanno pace col duca
d* Atene signore di Firenze, XII, 8 — indi lega e com-
pagnia e taglia, ivi — mandano soccorso a' congiurati
contro il duca, ivi, 17 — rifanno p^ce co' Fiorentini,
ivi, 26 — hanno guerra con Luchino Visconti, ivi, 29
— aintano i Tarlati contro il conte d» Battifolle, ivi,
33 — fanno lega con Mastino ed altri per guerreggiare
la gente di Luchino, ivi, 38 — fanno pace con lui, ivi
— vogliono torre Fucecchio a Fiorentini, ivi, 45.
Pi$anOt maestro Andrea, autore delle porte di San Giovanni
a Firenze, X, 177.
Pistoia. Sua origine, e perchè cosi nomata, I, 32 — tiene
con Federigo I Barbarossa, V, 12 — i Fiorentini vi
vengono ad oste, VI, 49 — la hanno, e vi pongono
castello, ivi, 54 — come vi si cominciasse parte nera
e parte bianca. Vili, 38 — assediata da' Fiorentini e'
Lucchesi, ivi, 52 — assediata a vinta da' Ficrentini e'
liucchesi, ivi, 82 — tenuta dall' abate da Facciano, IX,
247 — muta signoria, ivi, 261 — è tradita a Castruc-
cio degl' Intermìnelli, ivi, 294 - datagli in signoria dal
Bavaro, X, 37 — come fu presa dal conte da Sangi-
noto e' Fiorentini, ivi, 58 — assediata da Castruccio,
ivi, 84 — si dà a patti, ivi, 85 — ì ghibellini ne cac-
ciano i Tedici e* seguaci, ivi, 126 — ne danno la si-
gnorìa a' Fiorentini, ivi, 187 —si dà al duca d'Atene,
Xll, 3 — libera dUla signorìa di Firenze, ivi, 24.
Fittoio, signore di. V. Tedici.
— vescovo di, cacciato per rubello, IX, 146 ^ stadico
in Firenze, XII, 8.
Pistoiesi, sconfiggono i Pratesi a Carmignano, IV, 38 —
tolgono Montemurlo a' conti Guidi, ed è loro ritolto da'
Fiorentini, V, 81 — i Fiorentini fan loro disfare la roc-
ea di Carmignano, VI, 5 — sono sconfitti da' Fiorentini,
iyi^ 43 — partecipano alla sconfitta di Montaperti, ivi,
78 — s'allegano contro a' Pisani, VII, 98 — hanno
parte nella vittorìa di Certomondo in Casentino, ivi,
131 — entrano nella lega guelfa di Toscana contro Ar-
rigo VII imperadore, IX, 17 ~ si danno alla signorìa
del re Uoberto, ivi, 56 — hanno parte nella sconfitta
di Montecatini, ivi, 71 — fanno pace co' Pisani e* Luc-
chesi, ivi, 82 — fanno triegua con Castruccio contro il
volere de' Fiorentini, ivi, 146 — cacciano il vicario del
re Roberto, ivi, 240 — fanno nuova triegua con Ca-
struccio contra il volere de' Fiorentini, ivi, 261 — s'ac-
cordano co' Fiorentini, ivi, 285 ~ fanno pace, X, 131
— danno Serravalle in guardia al comune di Firenze,
ivi, 149 — si rnbellaoo a popolo guelfo, e riprendono
Serravalle, XII, 16.
Pittierì, città in Guascogna, presa dal conte di Vervich,
Xn, 77.
PUtim, Luigi di, preso in battaglia, XH, 47.
Pimtano, Ugo di, di Borgogna, quasi fa morire re Roberto
di Puglia, IX, 173.
Po, rompe gli argini de' Mantovani e del Ferrarese, X,
194.;
Pod, castello delle, si dà al comune di Firenze, XH, 50.
Podestà in Firenze, come fu di prìma eletto, V, 32 —
come gli fu levata la signoria, VI, 39 — ohi fu il pri-
mo per sei mesi, VII, 140 —. che facessero i Fioren-
tini in occasione di sua vacanza, VIU, 74 — ne son
fatti di nuovi dal duca d'Atene, XII, 8.
PoggeitOf Beltramo o Raimondo dal, cardinale d' Ostia, le-
gato in Lombardia, IX, 109 — ha la signoria di Par-
ma dal comune, X, 9 — fa rubellare Modena a Passe-
rino, ivi, 23 — accusato di tradimento, ivi, 31 — man-
da alato a' Fiorentini sotto Pistoia, ivi, 85 — fa far
oste sopra Parma, Reggio e Modena, X, 132 — ha Pi-
enza a patti, ivi, 141 — come punisse i traditori di
Bologna, ivi, 148 — fa oste sopra Modena, e toras eoo
poco onore, ivi, 167 — vi fa oste ancora, ivi. Iti —
parlamenta in segreto col re Giovanni di Boemia, ivi,
179 - fa fare oste sopra Forlì, ivi, 190 — ingsnnsi
Bolognesi, e fa fare un castello in Bolo^a, ivi, 200 —
è fitto conte della Romagna, ivi, 201 ^ manda a' Fio-
rentini, che si partano dalla lega de' Lombardi, iri, 215 —
come la sua oste sconfissero i marchesi da Este, e poi
posero r oste a Ferrara, ivi, 216 — sono sconfitti grt-
vomente, ivi, 218 — come egli, saputo del diinrio di
Firenze, ne facesse gran festa, XI, 4 — incominoia gnenrt
dalla lega de* Lombardi a lui, ivi, 5 — la sua gente
sconfiggono di quelli della lega di Lombardia, ivi —
egli perde Argenta, e poco appresso è cacciato di Bo-
logna, ivi, 6 — va ad Avignone, e dissimula, ivi — or-
dina tradimento nell'oste della lega, ivi, 8.
Poggibonizzi, castello, come fosse edificato, V, 17 — co-
me l'ebbero i Fiorentini, VI, 56 — come lo dbfecero
la prima volta, ivi, 63 — è assediato e preso dal re
Carlo d'Angiò,^^II, 21 — si mbella e passa a Corri-
dino, ivi, 24 ~ è disfatto da' Fiorentini, ivi, 36— si
reca tutto all'obbedienza del comune di firenze, VUI,
8 — Arrigo VII imperadore vi ripone il castello in sol
poggio, e Io noma castello imperiale, IX, 49.
PoggingMf famiglia di Lucca, tradisce la patria, IX, 60 —
aiuto no Castruccio a farsi signore di Lucca, ivi, 78 —
hanno dissensione con gì' Interminelli, e parto son cso-
ciHtì, X, 125.
— Niccolaio de', signore di Pietrasanta, la dà in gosrdit
a' Fiorentini, poi la rende a Mastino, • n' è tradito,
XI, 82.
Poggio a Santa Cecilia, castello di Toscana, distrutto dt'
Sanasi e guelfi di Toscana, VII, 110.
Poggitazzi, cnstello, disfatto da' Fiorentini, V, 11.
Fogna, castello, preso da' Fiorentini, V, 11.
Pogna^ cnttanì da, gentiluomini del contado di Firense,
V, 11.
Polènta^ da, signori di Ravenna, tengono per la CUen,
VII, 80 — ai uccidono insieme, IX, 169.
Polidamante, va con Paride in Grecia, I, 13.
PolÌ9t€na, figliuola di Priamo, I, 13.
Pollonia, provincia d'Europa, I, 6.
Pollonia^ Venceslao re di, ha guerra oon Giovanni re di
Boemia, X, 196 — V. anche Stefano,
Polo, Marco, menzione del suo MUione, V, 29.
PonUerey signore di, preso in battaglia, XII, 47.
Pomieri, Guglielmo di, preso in battaglia, XII, 47.
Pompeo, è combattuto da Cesare, I, 29 e 89 — ha parte
nt'ir assedio di Fiesole, ivi, 36.
Ponei di Vacchereccia, Ponciardo de', suo sdegno cittadi-
nesco. Vili, 68.
Pontadera, castello, ripreso dai msani ai Fiorentini, VII,
148 — h disfatto. Vili, 2 — preso e arso dal mali-
scalco della Chiesa, X, 85.
Ponte Caradi, da. V. Maffeo,
Pontormo, borgo arso dalla gente di Castmodo, IX, 918-
V. anrhe Pnntormo.
Pontremoli, come rimase al Rossi di Parma, Xf, 40 — vi
sono assediati, ivi, 52 — s* arrende a Mastino, ivi, 56.
PoHBO, Imberto di, di Caorsa, fktto cardinale, X, 62.
Popiglio, castello combattuto da' Tedici, X, 192.
Popoli, città di Puglia, si mbella a qae* reaU per lo re
d'Ungheria, XII, 89.
Popolinghe, città di Fiandra presa dal re Filippo di Va-
lois, X, 88.
Poppi, castello disfatto da* Fiorentini, VII, 140.
Porcaro, barone del Bavaro, usurpa la signoria di Lucca,
e n'è diposto subito, X, 107 — ha danaro da Aszo
Visconti, e vassene in Alemagna, ivi, 118 — torna per
trattato all'oste de' Fiorentini sopra Lucca, XI, 140.
PoreeUetto d' Arli, seguace di Castruccio, preso da' Fiorea-
tini, IX, 252.
Porciano, conti da. V. AlberiL
Poranna, re di Chiusi, assedia Roma, I, 54.
Porlinari, Piglilo, avvelenato, Vili, 41.
DI fflOVANNI VILLANI.
585
Patio, Oddo 0 Ottone» veacoTodi, cardinale legtto in Fran-
da, VI, 19 — contro Manfredi, ìtì, 46 -> diviene pa-
pa. V. Bemtddlo XI.
Portogallo, provincia d'Europa, I, 5.
PoriògaUoy Alfonso m re di, crociato, VII, 11.
Porto Pisano, preso e disfatto dal re Carlo d'Angiò e' Fio-
rentini. Vn, 22 — novamente da' Genovesi, ivi, 98 —
e da' Lucchesi, ivi, lil.
Portovenere, nella Riviera di Genova, arde tutto, XI, 121.
Po9tUrìa^ Franeesoo da, cacciato di Milano, è da' Pisani
tradito a Luchino Visconti e morto da questo, XI, 131.
— Giacomino da, uno de' (lodici rettori di Milano, IX,
181.
Pozio, castello, preso da' ghibellini di Toscana, VI, 82 —
tolto da' Fiorentini a Castmccio e diroccato, X, 81 —
venduto ai Bardi, XI, 74.
Pratesi. Come flirono sconfitti da' Pistoiesi a Carmignano,
IV, 38 — liaono parte nella sconfitta di Alontaperti, VI,
78 — tornano guelfi, VII, 20 — s'allegano contro a' Pi-
sani, ivi, 98 — hanno parte nella vittoria di Certomondo
in Casentino, ivi, 131 — loro ubbidiensa al comune di
Firense, Vili, 2 — nettano contro il cardinale da Pra-
to, ivi, 69 — si danno alla signoria del re Roberto, IX,
56 — hanno parte nella aconfitta di Montecatini, ivi, 71
— si danno a perpetua signorìa al duca di Calabria, X,
14 — mandano aiuto a' Fiorentini sotto Pistoia, ivi, 85
— e centra i Pisani, XI, 132 ~ e centra il duca d'A-
tene, Xn, 17.
Pratiglione, castello, preso da' Fiorentini, X, 137.
Prato, castello, vinto e disfatto da' Fiorentini, IV, 26 —
ne rimangono signori i Gnazsalotti, XI, 122.
PratOf Niccolò cardinale da, legato in Firenae per fare
pace, ne parte con onta e vergogna, Vili, 69 — ordi-
sce tradimento ai Fiorentini, ivi, 72 — capo di parte
in collegio, ivi, 80 — consigliere di Clemente V, ivi, 81,
85, 91, 101 — legato di lui all' imperadore Arrigo VII,
IX, 22 — lo corona a Roma, ivi, 43.
Pf$èa^ della, nobili fiorentini, IV, 10 — sono eaooiati coi
ghibellini, VI, 65 — tradiscono i Fiorentini a Monta-
perti, ivi, 78.
Pretto^ Giovanni, è vinto nell'India da Caogius cane dei
Tartari, V, 29.
Rriamo^ il giovane, parte di Troia con Antinoro, I, 17.
— figlio di Laoraedoate, ristaura Troia e vi regna, 1, 13
— sua prole, ivi — è ucciso nella seconda mina di
Troia, ivi, 14.
— il Terso, si parte da Vinegia e va in Pannonia e si
fa re della Sicambra, I, 17.
Priore del popolo in Areaao, accecato, VII, 115.
Priori di Firense, come di prima si creasse il lorouflcio,
vn, 77 — suprema autorità a loro decretata da' popo-
lani, IX, 273 ~ avviliti dal re Roberto, X, 10 » co-
me si corressero gli ordini della loro eleaione, XI, 106
— perdono l'autorità, XII, 3 — ne son fatti di nuovi
dal duca d'Atene, ivi, 8 — son riformati, ivi, 19 —
nuovamente, ivi, 22.
Prùco, Tarquinio, re di Roma appresso Anco, 1, 29 — sue
gesto, ivi — è morto dai figliuoli di Anco, ivi.
Pro€t»9o^ Buccio di, senatore di Roma, corona il Bavaro,
X, 55.
Proeita (Gianni da), come ordinasse trattato e tradimento
per rubeUare al re Carlo l'isola di Sidlia, VII, 57 ^
induce il re Piero d'Aragana ad entrare nella congiu-
ra, ivi, 59 — toma a lui con ambasciata in Barberia
e il fa muovere e sì l'aiuta di consiglio, ivi, 69 —
sua arringa al re Piero nel pariamento di Palermo, ivi,
70 -> suo novello consiglio, ivi, 74.
Pro/curio Giudeo, astrolago, XII, 41.
Provensa, provincia d'Uuropa. I, 5 — conquistata da E-
larieo, II, 4 — da Carlo MarteUo, ivi, 10 — da' Sara-
cini, ivi, 13 — da Carlomagno, ivi, 15.
ProvauM^ conte di. V. Berlinghierij Boherto*
Publio Petreio, mandato da' Romani centra Catelllna e Fie-
sole, I, 81.
Puglia, provincia d'Italia, I, 5 — come con Sicilia dive-
nisse regno longobardo, II, 9 — è donato alla Chiesa
da Teolofre, ivi, 11 — come venisse in potere di Ro-
berto Guiscardo, IV, 18 — è conquistate da Arrigo di
Svevia, V, 1 7 — occupato da Ottone di Sassonia, rac-
quistato dalla Chiesa per Federigo II, ivi, 35 — Ja
Chiesa glielo rabella, VI, 21 — Federigo lo racquieta,
ivi — Manfredi ne prende la signoria, ivi, 45 — la
Chiesa ne fk re Carlo d'Angiò, ivi, 89.
PufUaf duca dL V. BmUunomiej Cammoney Bobirto,
— re di. V. OaHo d'Angiò, OugliOmOf Sobitto, Btiggiwo^
J\ìmerédL
PugUui, casa di Prato, cacciati, XI, 122.
— Ridolfo di Tegghiaio de', ribeUo di Prato, ginstiaiato a
torto dal duca d'Atene, XII, 12.
— Vita, cavaliere di Prato, traditore, IX, 292.
Pulei^ famiglia antica di Firenze, IV, 18 — è di parte
guelfa, V, 39 e VI, 88 — oaooiata, VI, 79 ^ di parte
bianca, VIU, 71 — à corso ed arso il loro castello,
IX, 818.
" Andrea e Iacopo Ldno de', rendono Castiglione areti-
no a' Tarlati, XU, 16.
— Uberto de', uno de' trentasei del secondo popolo di Fi-
rense, VII, 14.
Pulidano, borgo, preso da' ghibellini e' bianchi usciti di
Firenae, Vm, 60.
PmUagli, Giliolo, da Parma, podestà di Firense, riceve onta,
vm, 74.
PutUormOf conte da, fatto popolano co' figliuoli e' nipoti,
XU, 22.
Quadrella d' argento , saettate da' Pisani contr' a Genova,
vn, 84 e 92.
Quaracchi, paese rabato da Castracelo, IX, 317.
Quarantola, villa arsa dalla gente di Castracdo, IX, 318.
QuaraUiy Sandro da, priore di Firense, XII, 18 — fatto
gonfaloniere di giustiaia, ivi, 19.
QiKirttj^iM, famiglia di Lucca, tradiscono la patria, IX, 60
— s'accordano col duca di Calabria per tdr Lucca a
Castmccio e sono scoperti, in parte giustisiati e cac-
ciati, X, 25.
— Pagano da', aiuta Castracelo ad avere la signoria di
Lucca e n'è cacciato, IX, 78 — ordina tradimento e
gU è tagliaU la teeta, X, 166.
Quattordici, come al creasse il loro ufido in Firense pel
cardinale Latino, VII, 56 ~ come fòase dislatto, ivi, 78.
Querdagrossa, castello de* Senesi, dis&tto da' Fiorentini,
VI, 8.
Querini, fanno oongiura in Vinegia e sonno cacciati, IX, 2.
QuirieOy Gianni, capo di parte in Parma, IX, 168 — gli
è tolta da Mastino della Scala, XI, 127.
Quirioo (San), forteosa combattuta tra' Pisani e' Fioren-
tini, XI, 140.
QuoMo, da, famiglia guelfa in Firenae, V, 89. — oacdati,
VI, 79.
— Filippo da, 0 da Volognano, capitano de' ghibellini u-
sciti di Firense, VI, 79.
Badagatio o Bodagoio, re de' Goti, passa in Ralla, I, 61
— assedia Firense, ivi — è rotto e morto da' Roma-
ni, ivi.
Bamaìdo^ conte, ha parte nell'assedio di Fiesole, I, 36.
Rainaldo, monte, perchè così nomato, I, 86.
BaìU, cittadino dell'Aquila, la rabella alla regina Giovan-
na, XII, 71 e 89.
Raspanti, chi fossero in Piss, XII, 120.
Balta, Dego della, malitcalco del duca Roberto di Cala^
bria, Vni, 82.
Ravenna, è assediata e presa da Teodorico, II, 5 — bat-
taglia che vi combatte Belisario, ivi, 6 — maggiore e
più famosa dttà d'Italia dopo Roma a' tempi de' Lon-
gobardi, ha guerra con Alberigo e' suoi successori, ivi, 9.
Baifmna, ardprete di, signore della terra, uedso, IX, 169.
Ravignani, prendono il conte di Romagna ch'era in Ra-
venna per la Chiesa, VII, 144 — vengono a' comanda-
87 «B.
586
INDICB DELLA CRONACA
menti del legtto, X, 1S7 — ainteno i Fiorentini aopra
Lucca, XJ, 63.
HaTignano, caateUo nibellato a Castmecio, X, 6.
Ramando, figliuolo di Carlo prence di Salerno, atadico per
ano padre, VII, 126 — va a Firenxe col padre, VIU, 13.
Bapolano, castello, preso da' fiorentini, VI, 64.
BoMadùramj signore di , muore combattendo per Cario di
Brois, Xn, 98.
Rasi, Bau! di, barone franoeee nell'oste contra il re d'A-
ragona, yn, 108.
RoMoamU, popolare gbibelUno di Firenae, tradisce l'oste
de' Fiorentini a Montapertì, TI, 78.
RananH, famiglia ghibellina cacciata di Flrense, VI, 65.
y. anobe BnmtiU.
Rea Silvia, madre di Bomolo e Bemo, I, S6.
Reali di Puglia, vendetta che ne trae Lodovico re d' Un-
gheria per la morte di Andreasso duca di Calabria,
xn, 118.
Recanatì, si rende alla Chiesa, IX, 143.
Reggiani, mandano gente per la Chiesa sopra i Visconti,
IX, 187 — rubellansi al legato ed alla Chiesa, X, 96
— si arrendono, ivi, 188.
Beggio, in Calabria, come il re Roberto la usuipasse, IX,
84.
— di Lombardia, battaglia tra le sue parti gueUa e ghi-
bellina, yi, 86 ~ si rubella al marchese d' Este, Vili,
68 •— ad Arrigo VII imperadore, IX, 88 — alla Chie-
sa, X, 148 — si dà al re di BoenOa, ivi, 174 — U-
sciata da lui ai signori da Fogliano, ivi, 828 — s'ar-
rende a' signori della Scala, XI, 30 — assediata dalla
lega da' Lombardi, XII, 86.
Reggio, signori di. \, OonMoga.
Regno, y. Puglia.
Remigio, santo, battesaa Clodoveo, I, 19.
Remo, fratello di Romolo e sue vicende, I, 86.
Ribuamonte, conte di. V. Aneéìmc,
RicatoU, Albertaedo de', prigione de' Pisani nella batta-
glia di Lucca, XI, 184.
-RieeamoiUe, conte di, preso in battaglia, IX, 180.
Riccardo 1, re d'Inghilterra, ha grande guerra con Filip-
po il Bornio re di Frauda, IV, 4 — come passasse con
lui in Terra Santa e là incominciasse loro discordia, V, 4.
Ricci, popolani bianchi di Firense, Vili, 71.
— Bartolo de', riformatore in Firense, XII, 17.
— Rosso di Ricciardo de\ sindaco e cameriingo in Lucca
pel comune di Firenze, XI, 38 — condannato dal duca
d'Atene, XII, 3.
Ricciardo o Riccardo 1, figlio di Guglielmo, duca di Nor-
mandia, ly, 19.
— - U, figlio di Ricciardo I, duca di Normandia, IV, 19.
— ni, fi^io di Ricciardo n, duca di Normandia, TV, 19.
— conte di Comovaglia, eletto re de' Romani, \l, 73.
Riceomatmi, famiglia di Firense, XI, 74.
Ricorie, conte di, ha parte nella battaglia di Crecì, Xn, 67.
Ridolfi, nobUi fiorentini, m, 1.
— Niccolò di Ciene, priore di Firense, XU, 18.
Ridolfo, figlio del duca di Borgogna, è fatto re di Fran-
cia da' baroni, II, 14. V. anche Rodolfo,
Rieti, città, da chi nomata, I, 86 — la ha il re Roberto,
X, 81.
Rieti, Berardo da, contestabile, con alquanti fiorentini scon-
figge de' soldati pisani, VU, 183 — è mandato da' Sa-
nasi a aoecorso degli usciti guelfi di Chiusi, ivi, 186.
RigaleUi, Piero, consigliere de' Priori di Elrenae, Xn, 18.
RimaldeUi, casa fiorentina, XU, 18.
Rimino, rubellasi al legato, X, 887.
Rmaldeechi, casa di Prato, cacciati, XI, 188.
Rimeri, conte di San Gillo, cacciato, IV, 84.
Rinmcd, popolani guelfi di Firenze, cacciati, VI, 79.
— Alesso de', ambasoiadore de' Fiorentini a Vinegia, XI, 90.
Rùmeeio di Pappo, di Maremma, rinomato capitano, VII,
180.
Ripafratta, castello preso da' Pisani, IX, 68.
Ristruecioli , castello de' Pazzi in Valdamo, preso e dis-
otto da' Fiorentini, VII, 36.
Rcòerio di Bosco o di Busto o di Brusco o dlBrus, re di
Scosia, ym, 67 — vince Odoardo re d'Inghilterra e
(k lunga triegua con lui, IX, 806 — corre l'Inglultsr-
ra, X, 88 — fk pace con quel re, ivi, 79.
Roberto fratello di Oddo di Angieri , è fatto re di Francia
da parte de' baroni, n, 14 ~ à sconfitto e morto di
Carlo il Semplice, ivi.
— primo duca de' Normandi, n, 19 ; IV, 19 e V, 4.
— figlio di Guglielmo Longaspada e duca di Normandia, V, i.
— duca di Puglia, accoglie Roberto Guiscardo e il £a suo
successore, IV, 19.
— duca di Calabria e conte di Provenza, fi^ di Cario O
d' Angiò, yn, 96 — acende in SicUia con Cario di Va-
lois, yni, 60 — capitanq di guerra de' Fiorentini con-
tra Pistoia, ivi, 88 — riparte dell'oste per obbedienza
al papa, ivi — è coronato del regno di Sicilia e Pa-
glia, ivi, 118 — manda in Firense sua bandiera al suo
maliscalco, ivi, 118 — viene in Firenze per riconetHt-
re i guelfi e non può, IX, 8 — fa pigliare per ingan-
no i ghibellini di Romagna, ivi, 18 — manda gentsa'
Fiorentini per contrastare l' imperadore Arrigo, ivi, 31
— fk rannata a Roma con la lega di Lombardia, Ivi,
89 — condannato da Arrigo, ivi, 60 — £itto signore
di Firenze, ivi, 66 — va oon grande stoolo sopra Si-
cilia e assedia TrapìOi, ivi, 68 — manda in Flrsnie
per capitano il conte Novello, ivi, 74 — fiz pace co'
Pisani e' Lucchesi, ivi, 88 — manda sua armata in 8i-
dlia e £z gran danno, ivi, 84 — favoreggia i guelfi di
Genova, ivi, 87 — viene per mare al loro socoorao, M,
93 — à fatto signore di Genova, ivi, 94 — sostiene
viva guerra contro gli usciti di Genova ed i Lomberdl,
ivi, 96 — si parte di Genova e va a corte di papa in
Provenza, ivi, 98 ~ fa sua armata di galee per con-
trastare a quella di Federigo re di Scilla e combatte,
ivi, 113 — per poco non è morto ad Avignone, ivi,
178 — ai parte da corte del papa e va a Napoli, ivi,
849 — vi à quasi morto da assassini, ivi, 880 — man-
da aiuto a' Fiorentini contra Castrucdo, ivi, 830 —
manda loro il duca d'Atene, ivi, 361 — &tto dalla Chie-
sa vicario d' imperio in Italia, vacante imperio, ivi, 362
— come mosse 1 primi patti a' Fiorentini, e si recò il
tutto la signoria di Firenae, X, 10 — manda il prence
della Morea nelle terre di Roma, ivi, 81 — ed un'ar-
mata contra don Federico in Sicilia, ivi — manda aiuto
a' Fiorentini, ivi, 109 e 167 — pacifica i Genovesi co'
loro usciti, ivi, 189 — entra nella lega lombarda, ivi,
804 — come la sua parte della taglia rimane alle fron-
tiere, ivi, 816 — fa armata aopra Sardegna, XI, 29 —
entra nella lega contra Mastino, ivi, 46 — manda aiuto
a' Fiorentini sopra Lucca, ivi, 63 — mands una gran-
de armata sopra l'isola di Sicilia con poco acquisto, ivi,
79 — com'ebbe Lipari, ivi, 108 — e Melaaao, ivi, 128
— domanda a' Fiorentini la signoria di Lucca ed balle
promettendo d'aiutarli nella guerra contro a' Pisani, ìtì,
137 — manca alia promessa, ivi, 138 — sua lettera
al duca d'Atene quando seppe che avea presa la signo-
ria di Fhrenze, XII, 4 — muore, ivi, 10.
— prence di Taranto, capo di partito in Napoli dopo l'as-
sassinio di Andreasso, Xn, 68 — unito con gli altri
reali di Puglia contro il re d' Ungheria, ivi, lOA —
preso da lui, ivi, 112.
— fratello del duca di Durazzo, preso dal re d* Ungheria,
xn, 118.
— figliuolo di Carlo, prence di Salerno, stadioo per suo
padre, Vn, 186.
— figUo di Guido conte di Fiandra, difende Ulla, VlIIt
19 — prigione del re Filippo di Frauda, ivi, 83 e 37 —
liberato, diviene conte di Fiandra, ivi, 79 -^ compie
pace col re di Francia, IX, 123.
— figlio di Roberto conte di Fiandra, barone di Arrigo VII
a Pisa, IX, 37 — combatte co* Fiorentini, e frigge, iri,
48 — ha guerra con suo fratello Luigi, ivi, 124.
— fratello del delfino di Vienna, ò fiato delfino, X, 224
V. Dafmo di Vienna.
— conte di Fiandra, orociato, IV, 84.
— conte di Vermandois, prende Cario il Semplice, e il
tiene prigione, n, 14.
— di Bagliuolo, eletto e coronato re di Scoaia per Odo-
ardo in, re d' Inghilterra, X, 823.
01 (HOVANia YILLANL
&87
Afòirtofl Battodo, cose si ùtcMM t% d' Ingliittom, V, 4.
— Oidtovdo, fratello d«i dnea BieeUrdo m di Nomaui-
dim, ly, 19 — eome tcdim in Poflia, poi tì tornò oon
più earalMii, e infine fa fatto raoeoMore del daca Bo*
belio» ivi — caeda Alesalo imperadora, e rinee i Vi-
nisiai^, hi — ha gnerra con la cooteasa Matilde, ai
Hooaeilia eon U Chieaa, e n'ò fitto aignore, e re di
PoflSa e Sioilia, ivi — oon la conteaa libera pi^ Cho-
gorio Vn, ivi — ano! discendenti, ìyì, 20 — aanore
in Terra Santa, ivi.
— tadeaeo, vicario di Arrigo IV in Toscana, IV, S9.
Roboamo^ ra di Gindn, I, 15.
Boeeacontrada, castello, preso dai ghibellini della Marca,
n, S38.
Boeem di Mareasma, Dino della, capitano de* Piaani e Mas-
setaai, preso da' Sanasi, X, 218 — oon Tinnedo go-
vernano Pisa, sotto titolo di conti, poi sono cacciati,
Xn, 120.
IZoeaa/brft, Badino di, contestabile francese, assoldato dai
Fiorentini, IX, 275-
Bodaidi, cacciati di Bologna, XI, 7.
Bodi, preaa da'fitei dello spedale, VUI, lOi.
Bodo^o, conte d'Habsbnrgo, elettore de'Bomani per Ore-
gorìo X, Vn, 42 — si disgostano, poi si rappaciano,
ivi, 43 --> eletto imperadore, sconfigge ed aodde il re
di Boemia, e fa pace col figlinolo, ivi, 55 — come fosse
ridottato in Italia e da re Carlo d' Angiò, ivi, 56 ~
manda sno sicario in Toscana, ivi, 78 — muore, ivi,
146.
— dava di Sassonia, è eletto re de' Bomani vivente Ar-
rigo IV, IV, 22.
BoggéOf signore di, muore combattendo per Carlo di Brois,
xn, 98.
Boma, città, da ohi nomata, I, 26 — suoi re, ivi, 27 —
come si resse per la signoria dei consoli e senatori fino
a Giulio Cesare, ivi, 29 — come lo imperio suo an-
dasse al dichino da indi la dissensione de' figlinoli di
Costantino, ivi, 60 » assediate dai Goti, e liberata da
Belisario, n, 6 — assediate da Eliprando e Grimoaldo,
viene Uberete da Carlo MarteUo, ivi, 10 ~ assediate da
Ottone I, IV, 2 — da Ottone IH, ivi — da Arrigo UI,
ivi, 22 — da Federigo Barbarossa, V, 8 — da Fede-
rigo n, VI, 18 — rannate ohe vi fk il re Boberto con
la lega di Toscana, per contrastare la ooronasione d'Ar-
rigo imperadore, IX, 89 — interdette per la venute
del Bavero, — X, 52 — vi nasce grande auffa fra i
Bomani e* Tedeschi, ivi, 64 — è riformata all'ubbi-
dienaa della Chieaa e del re Boberto, ivi, 76.
Bomo, Angiolo di, podestà di Pisa, è preso da' Fiorentini,
VI, 49.
Bomagna, provincia d'Italia, I, 5 — come la Chiesa U
possegga per sua, VII, 43 — oombattate fra la Chiesa
e il conte di Monteftltro, ivi, 54 — viene quasi tette
aU' nbbidiensa della Chiesa, ivi, 82 — si rubella, ed è
rappacificate dal conte Bendino de' Guidi, ivi, 144 —
come per procaccio de' Fiorentini trattano di pace i suoi
signori e comuni, XI, 58.
Bomagna, conte di. V. Durante, Ouidiy OrsmL
BomagnuoU, mandano gente per la Chiesa sopra i Visconti,
IX, 186.
Romani Sconfiggooo Catellina e' suoi, I, 32 — sconfiggono
i Flesolani, ivi, 34 — assediano la prima volte Fiesole,
ivi, 85 — tornano ad assedio di Fiesole, ivi, 86 ~ la
distruggono, ivi, 37 — come ebbero insegna, n, 1 —
cacciano i Goti di Boma, ivi, 5 — quando s'inoomin-
darono a reggere per patrioii, ivi, 7 — si rubellano alla
Chiesa, ma Carlomagno li toma ad obbedienza, ivi, 15
— cacciano gli Dngari chiamati da Alberigo marchese,
in, 4 — depongono papa Leone Vili, IV, 1 — ten-
gono le parti di Federigo Barbarossa, poi tornano a
quelle del papa, e sono sconfitti da' Tedeschi a Monto
del Porco, V, 1 — cacciano i Colonnesl, ivi — accol-
gono Corredino, VII, 25 — si commuovono per la ve-
nute del Bavero in Italia, e dissimulano oon lui, col
papa e col re Boberto, X, 20 — impediscono 1* entrate
in Boma alla gente dei re Boberto, ivi, 21 — accolgono
Lodovico il Bavero, e il fanno senatore e capitano del
popolo, X, 55 ^ fkmno legge oontro qioalmiqiM papa
si partisse di Boma, ed eleggono antipapa, ivi, 71 —
tenno U coda roauma al Bavero che si parto di Boma,
ivi, 97 — per carestia tolgono la signoria al re Bo*
l>erto, ivi, 120 — vanno col legato aopra ViterÌ>o, ivi,
133 — Canno pace intra loro e popolo, e mandano a
Firenie per avere leggi, XI, 96 — si mbellano alte
Chieea, e tenne tribuno del popolo, XII, 90.
BoaMM, re de'. V. AdofM <^tt«^t ^^^^f^ Cbnn«lo, Fi-
ì^pOf JZieetardo, Bodd/o.
Bomania, provinete d'Europa, I, 5.
— Compagnte di, eome ai cominciò, Vm, 51.
Boaiciie, eonte, di Nola, viene a Firenie al seguito del
duca di Calabria, X, 1.
— Eaaelino da, grande tiranno, è sconfitto da' Cremonesi
e mnore, VI, 72 — chi fòsse, ivL
Bomena, castello preso da' conti Guidi ghil>ellini, X, 62.
BoaMNo, oonto da, perde la rocca di Caprese, IX, 285.
RomoàUo, re in Benevento, O, 9.
Bowutlo e BmmOf di ohi e come nasoessero, I, 25 — Amu-
lio li te gittare in Tevere; come campassero, ivi — oon
isforao di pastori, ladroni ed altra geoto disposte a mal
tere prendono Alba, uccidono Amuilo, e restituiscono il
regno a Numttore, ivi, 26 — edificano Boma, e vi re-
cano te signoria d' Alba, e la fanno capo del reame de'
latini, iri — Bomolo fa morire Numitore e Bemo e re-
gna solo, ivi — s'annega in un fiume, ivi.
BtmdéUOf conto di, capitano d' una schiera inglese alte bat-
taglia di Cred, XH, 67.
Bondine, castello, preso dagli usciti guelfi d'Areaao, VII,
115 — s'arrende agU Aretini, IX, 215 »aidà a'Fio-
rentini, XI, 41.
BondmMiy capi del popolo contro a' grandi in Firense,
xn, 21.
Ro$ii, di Parma, signori della città, X, 96 — la danno al
re di Boemia, ivi, 174 — hanno daini Parma e Lucoa
per danaro, ivi, 228 — vendono Parma ai signori delte
Scala, XI, 80 — tornano amici de' Fiorentini, ivi, 52 —
perdono Pontremoli, ivi, 56 — mentre sono per esaltare,
la loro casa è quasi annullata, ivi, 66.
— Marsilio de', signore di Parma, vuol tradirla, XI, 30 —
s' acconcte co' Fiorentini, ivi, 52 — capitano nell' osto
delte lega de' Fiorentini co' Viniaiani, ivi, 54 — ca-
valca sopra Verona, ivi, 64 — muore, ivi, 66.
— Orlando Bosso o de', di Parma, caccia Ghiberto di Cor-
reggio, poi n'è cacciato co' suol, Vili, 93 — rimane
signore di Parma, e vi rimetto Ì figliuoli di Ghiberto,
IX, 168 — tradito e imprigionato dal legato di Lom-
bardia, X, 142 — cambteto, ivi, 172 —tradisce la pa-
tria, ivi, 174 e XI, 80 — dà Lucca a Ifastino deUa
Scala, XI, 40 — lo aiuto nel tradimento de' Fiorentini,
ivi, 44 — s' acconcia oon questi, e diviene lor capiteno
di guerra, ivi, 52 — cavalca aopra Lucca, ivi, 58 e 64.
— Pietro Boaso o de', tiene Lucca pel re Giovanni, XI,
80 — cavalca sopra il poggio della Pedona, ivi —
perde Lucca, e va a Pontremoli, ivi, 40 — manda soc-
oorso a' ribelli di Pisa, ivi, 42 — ai acconcia co' Fio-
rentini, è tetto loro capitano di guerra, e sconfigge il
maliscalco di Mastino della Soate sotto al Cermglio, ivi,
52 — chiamato da' VinUianl per capiteno e duca del-
l' oste delte lega in Trivigiana, ivi ~ corre la Trivi-
giaoa, e si pone a Bovolento, ivi, 54 — otfre battaglia
a Mastino, ivi, 57 — cavalca sopra Padova più volto,
ivi, 58 — come fu quasi morto per ordine di Mastino,
ivi, 62 — sua provedensa per salvar l'osto centra Ma-
stino, ivi, 64 — assale Padova ed balte per tradimento,
ivi, 65 — muore nell'aasalto di Monseliee, ivi, 66.
— Ugolino de', da Parma, podeste di Firense, VII, 182.
— famiglia fiorentina. V. anche Oiacoppi.
— Bendino de', capitano di cavalieri nell' osto fiorentina
oontra Castruodo, IX, 301.
— Berna de', prigione de* Pisani nella battaglia di Lucca,
XI, 134.
— figli di Bernardo, fatti popolani, XII, 28.
— Giovanni Pini de', ambasoiadore al papa Giovanni XXII,
XII, 44 — son tolti a' suoi figliuoli dal popolo i beni
lor donati pel comune, ivi.
588
INDICE DBLLA CBORACÀ
Rosti Guido Biglierelli de', eutelUmo d«l Pontadara, &tto
morire, VII, 148.
— Pino de*, di Firense, liformatore, XII, 17.
Ro$»iglù>ne^ beatardo di, suo oonsi^o al re Filippo di Pran-
fcr-cia, VU, 102.
Boi9om, Dino, di Mugello, dotto in divinità e decreto, Vm,
64 — nrnore a Bologna, ivi,
RoUi, d^U Annibaldesobi Ricciardo della, morto in rissa
fra gli Orsini ed i Colonne^, VIU, 117.
Rotaia, castello reso da' Lnochesi a' Pisani, IX, 68.
Rotanoy re de' Longobardi, viene in Italia, la conqni^
e & suo capo del reame Pavia, n, 7 — sooi soooesiori,
ivi, 9.
Retina in Versilia, castello reso a Castmooio, X, 46.
Rovignani, nobili antichi Fiorentini, IV, II.
Ruedlait popolani di Firenae, XII, 8 — cengiorano contro
il doca d'Atene, ivi, 16 — lo caodano, ivi, 17.
— Andrea de', cavaliere ed ambasciadore al re d' Unghe-
ria, XU, 108.
— Guglielmo, podestà in Sammiaiato, XII, 8S.
BtuUaf sire di, muore in battaglia cittadina, IX, 310.
KufoH^ Baldo de', primo gonfaloniere di giustisia in Fi-
reme, vm, 1.
— Nanni de', fiorentino di parte bianca, ucciso, vm, 60.
Jhvyeri, I, duca di Puglia, poi coronato re di Sicilia e
Puglia da papa Onorio Ù, IV, 20 e 84.
— II, re di Puglia e Sicilia dopo suo padre Ruggeri I,
rv, 20 — è cacciato di regno da Lottario imperadore
co' Pisani e Genovesi, ivi, 34.
Rugffierif arcivescovo di Pisa. V. Ubaidùd,
Rngomagno, castello di Senesi, dlsfktto dai Fiorentini,
V, 84.
Russia o Rosala, provincia d'Europa, I, 5.
Muoia, re di, sconfitto da Carlo Umberto re d' Ungheria,
IX, 176.
JBuiUehdUf Francesco, giudice e priore in Firenat, aopraf-
£atto dal popolo, XII, 8.
Ratini, vengono con Bvancier in Italia, II, 6 — sono di-
strutti da Teodorico il giovane, ivi.
i9aòat<at, cacciati da Bologna, XI, 7.
— Guido, ha parte in una cospiraaione in Bologna, X,
147 — dicapitato, ivi.
Sabini, hanno guerra co' Romani, I, 28.
SaceJutiif famiglia di Firenae, IV, 13 — tengono parte
guelfa, V, 89 ^ cacciati, VI, 79.
Saceom. V. Pietramaki^ TarUtH.
Sagina, Nieri, tutore dei figliuoli di Castruccio, condan-
nato dal comune di Pisa, X, 107.
— Seraari, sedicente signore d' Altopascio, corre Pistola e
n'è cacciato, X, 126.
SaladmOf soldano di Babilonia, ripiglia Gerusalemme, V,
8 — combattuto dai crociati, Ivi, 4.
Baiamone^ re d'Israele, I, 25.
Salarli degli ufidali del comune di Fhrease, XI, 98.
SaUmmUf conte di, muore nella battaglia di Greci, XII, 67.
Salerno, ha battagUa cittadina, XI, 80.
SaUmOf prence di V. Carlo,
SaUmhmiiit meroanti di Siena, VI, 76 -* avversi a* Tolo-
mei, IX, 96.
» Benucdo, signore di Veroia, IX, 818 — ha Maagone
da' Fiorentini, X, 88 — U vende, XI, 74.
So^taòtara, conte di, guerreggia in Fiandra, ed è preso,
XI, 109.
Sallik, città In Normandia, al arrende al re d' Inghilterra,
XU, 68.
Salò, corsa e rubata dalla gente di Cane della Scala, X,
128.
SaUOf signore di, arresta la regina Giovanna in Provenza,
XU, 110.
Sakmù, Provenaano, maggiore del popolo di Siena, VI,
76 — guidatore dell* oste dei Sanasi contro a' Fioren-
tini, è preso e tagliatogli il capo, VU, 31.
Saivmtkkif oasa di Genova, ha gran parte nella caedata
de' guelfi, X, 24 — oaoeiati dal popolo, XI, 87.
Sohnit Franceaco, sua parte in eonglura a Firenze, X,
118.
Sàhif Francesco, giadice, consigliere de* priori di Flreo-
ae, XU, 19.
Salvi (San), badia di Firenae, assediata da Airigo VU,
IX, 47.
SmmbwféUo, V. BavéUo (San).
Sambuca, castello tenuto da Lippo Vergellesi, VIU, 111 —
si rende a Castruccio, IX, 288.
Sammartino di Palma, castello fiuto correre ed ardere da
Castruocio, IX, 818.
— in Colle, castello preso dai Fiorentini, X, 167.
Samminiateel, dlatruggono Sammlniato, e tornano ad abi-
tare Sanginegio e Santagonda, V, 21 — diafiumo San-
ginegio, e tornano ad abitare al poggio, rifiMendo Sem-
miniato, ivi, 27 — hanno parte nella sconfitta di Mon-
taperti, VI, 78 — e nella vittoria di Certomendo hi
Casentino, VU, 131 — aiutano i Fiorentini eontra Ca-
atruccio, IX, 302 e 318 — danno la signorìa al duea
di Calabria, X, 14 ^ mandano aiuto a' Fiorentim so-
pra i Pisani, XI, 132 — e centra il duca d* Atene,
XU, 17.
SammUiiato a monte, fortificato da* Fiorentini, IX, 330.
— del Tedesco, ubbidisce a Rodolfo re de' Romani, VU,
78 — come 1 grandi vi abbatterono il popolo e saoi
ordini, VIU, 98 — guemito da' Fiorentini, IX, 21 -
si dà alla signoria e guardia del comune di Firenae,
XU, 82.
8€mtpolOf conte di, capitano di schiera flranceaca alla batta-
glia di Coltrai, VIU, 66 — uno de* pochissimi scampa
da quella aoonfitta, ivi — sua parte nella battaglia di
Monaimpevero, ivi, 88.
— Giacche o Giacomo df, balio in Fiandra per Filippo re
di Francia, VIU, 82 — fugge con pochi dalla strage
de* Franceschi in Bruggia, ivi, 66 — guida una schiera
franoesca alla battaglia di Coltrai, ivi, 56.
Sancasdano. V. Casclano (San).
Sanerò, villa preaeo Parigi, rubata ed arsa dagl'Inglesi,
XII, 64.
Sandonato in Collina, eorso dagli Arethii, VU, 127.
— in Poggio, castello, preso da Arrigo ImperadOTC, IX, 48.
Sandonnino. V. Donnino (San).
Sanasi, come si cominciò guerra fra loro ed i Fioreatioi,
e come i Fiorentini gli sconfissero ad Asolano, V, 6 —
come pure gli soonfissero a BlontaUo, ivi, 83 —> ripa-
cificano, ivi, 34 — rompono la pace, VI, 6 — ne pa-
tlacono gran danni, ivi — guastano MontcipuleiattO, oade
i Fiorentini vanno lor sopra ad oste, ivi, 8 — riceveoo
nuovi danni, Ivi, 11 — come fu fatta pace tra loro, ivi,
18 — tornano in guerra e figgono in iacoofittaaìfon-
taia, ivi, 48 — aiutano i Pisani a sconfiggere i Lue'
obesi, ivi, 49 — sono sconfitti da' Fiorentini in Ifon-
taldno, ivi, 52 » perdono eontra loro molte castella,
ivi, 54 — fanno pace cedendo al tutto Hontalcino, iri,
55 — s'inimicano nuovamente, ivi, 65 — i Floreotiiiì
tolgono loro tre castella, ivi, 75 — casi hanno aiuto da
Manfredi, ivi, 76 — sconfiggono i Fiorentini a Monta-
parti, ivi, 78 ~ fanno lega co' ghibelUni usciti di Fi-
renae per sommovere Corredino a passare in ItaUa, VU,
28 — sono sconfitti da' Fiorentini appiè di Colle di
Valdehia, ivi, 31 — si rappaciano, ivi — s'allegano
contro a' Pisani, ivi, 98 — fanno accordo od conte U*
goUno, ivi — sono sconfitti dagli Aretini alla pieve il
Toppo, ivi, 120 — hanno parte nella vittoria di Certo-
mondo in Casentino, ivi, 131 — ritolgono molte terre
a^ Aretini, ivi, 132 — entrano nella lega guelfi di
Toscana contro Arrigo VU imperadore, IX, 17 — lo tra-
vagliano all'assedio di Firenae, ivi, 48 » hanno parte
nella aoonfitta di Montecatini, ivi, 71 — fimno pace coi
Pisani e' Lucchesi, ivi, 82 — aiutano i Fioroitiiii cen-
tra Castruccio, ivi, 801 — mandano aiuto al duca di
Calabria in Firenae, X, 1 — e a' Fiorentini sotto Pi-
stoia, Ivi, 85 — e sotto Lucca, ivi, 167 — osteggiano
e sconfiggono i conti da Santafiore, iri, 188 — eeon*
figgono i Pisani, ivi| 213 — fanno pace con loro, if'h
DI GIOVANMI VILLANL
580
SStf — seonAtti da BatiDO tirtimo di Orossetto, riatmo
qaosto a patti, iodi tradiaoono Satino, XI, 34 — per
inganno prendono Haaaa • rompono pace a' Pisani, ivi,
85 — ùwno lega co' Fiorentini eootro Mastino, ivi, 45
— mandano aiuto a' Fiorentini sopra Lacca, ivi, 63 —
mandano aiuto a' Fiorentini contro i Pisani, ivi, 132 e
139 — danneggiati da gente d'arme de' Pisani, XII,
9 — mandano soccorso a' congiurati di Firenae contro
il duca d'Atene, ivi, 17 — e nuovamente a qoel po-
polo liberatosi conteo i grandi, ivi, 20 — aiutano il
conte da Battifolle, ivi, 33 — si fimno amioo il re di
Ungheria, ivi, 109 e 113.
Sangimignanesi, hanno parte nella sconfitta di Montsperti,
VI, 78 — tornano a parte guelfi», VII, 20 — s' alle-
gano contro a' Pisani, ivi, 98 — hanno parte nella vit-
toria di Certomondo in Casentino, ivi, 131 — guerreg-
giano co' Volterrani e son pacificati da' Fiorentini, VIII,
116 — aiutano i Fiorentini contra Castruccio, IX, 302
— danno la signoria al duca di Calabria, X, 14 —
mandano aiuto a' Fiorentini sotto Pistoia, ivi, 84 —
ianno tacita tregua col Bavaro, ivi, 118 — numdano
aiolo a' Fiorentini sopra i Pisaui, XI, 132 — condan-
nati dal comune di Firenae, pagano ammenda, XII, 50.
Sangimignano, comune, come e perchè condannato dal co-
mune di Fhrenze, X, 207 — si dà al duca di Atene,
XU, 8 — si rubella, ivi, 17 e 24.
Sangmigncmot Rinieri di Giotto da, traditore, XU, 3 e 34.
Sanginegio, rìabitato da' Sanmiiniatesi, V, 21 — - disfatto
da loro, ivi, 27 — rifatto e poi disfatto ancora, VI, 3 1 .
Sam^neto, Filippo conte da, viene in Firenae col duca di
Calabria, X, 1 — lasciato da lui per suo luogotenente
e capitano de' Fiorentini, ivi, 49 — prende Pistoia, ivi,
58 — ha quistione co' rettori di Firenze, ivi, 84 —
sua parte nell' aiuto de' Fiorentini all'assedio di Pistoia,
ivi, 85 — conduce i Fiorentini alla presa di Carmi-
gnano, ivi, 105 — vuole contrastare alla venuta di re
Giovanni ad Avignone, ivi, 211.
Sangiovanni, castello fondato dal popolo di Firenae, VIII,
17 — si rende all' imperadore, IX, 45.
SamgmmOf signore del, viene in Firenae al seguito del du-
ca di Calabria, X, 1.
Saimella, della, nobili fiorentini, IV, 13.
Sanaalvadore, castello preso da' Palizai di Messina, XII, 14.
Sansovino (monte a). V. Montesansovino.
Sansepokro, borgo, preso da Nieri della Faggiuola a' Tar-
lati, XI, 25.
iSbuMeMTMO, conte di, ha parte in battaglia cittadina a Bar-
letta, XI, 80 — abbandona l'assedio dell'Aquila, XII, 89.
— Roggeri da, assedia Melaazo pel re Roberto, XI, 126.
Samone lo forte, I, 24.
Satumrrot conte di, muore nella battaglia di Monsimpeve-
ro. Vili, 78 — altro, muore nella battaglia di Crecì,
Xn, 67 — altro, ha parte nell'assedio di Calese, ivi,
98.
Santacroce, castello, preso da' ghibellini di Toscana, VI,
82 — si dà a' Fiorentini, X, 168 — rimane a loro
per pace, XI, 91.
ftmia/Sortf, conti da, nobili ghibellini di Toscana, VI, 81
— parteggiano per V imperadore Arrigo VII, IX, 47 —
itiutano Uguecione della Faggiuola alla battaglia di Mon-
tecatini, ivi, 71 — e Castruccio contra i Fiorentini, ivi,
301 — come riebbero Msglianu, X, 43 — sconfitti dai
Baneai, ivi, 188.
8ant»igelo, castello, dei Casentino disfatto da' Fiorentini,
Vn, 140.
Santangiolo, castello, tolto alla Chiesa da papa Niecola III,
Vn, 54.
Santellero, castello, preso da' guelfi di Firenze, VII, 19.
Santi, cìtià in Guascogna, presa dal conte di Vervioh (Orbi),
XII, 77.
BamtigUa, Giliberto da, visconte di Romagna per Roberto
di Puglia, IX, 18.
SaAtomierì, città, combattuta da' Fiamminghi e Franceschi,
Vm, 76.
Santorbe, caatello, preso dalla gente del re Carlo d'Angiò,
Vn, 30.
SantoiiofiOf Tibaldo di, caporale neUa rivolazione di Ro-
ma contro gli Orsini, X, 54 — ha parte nella corona-
zione del Bavaro, ivi, 55.
Sanvalentino^ contedi, d'Abruzzi, fa omaggio al re d'Un-
gheria, XU, 111.
SanzenOf abate di, capo di parte, IX, 168.
Saona, rubellata. da Odoardo Doria al comune di Genova,
IX, 90 — fii popolo e caccia i Doria e gli Spinoli,
XI, 102.
Saonesi, combattono dodici galee de' Provenzali, IX, 103
— fanno popolo e cacciano i grandi, XU, 37.
Saracini, oominciamento della lor legge e setta, U, 8 —
come d'Africa passarono in Italia per congiura di grandi
romani e toscani e come ne furono scacciati, ivi, 17 —
vi ripassano e guastano Puglia e Calabria infino a Ro«
ma. III, 4 — prendono e distruggono Genova, ivi — u-
niti ai Greci sconfiggono Ottone e gl'Italiani, IV, 1 —
prendono Gerusalemme e ne segue gran passaggio ol-
tremare per li Grìstiaoi, ivi, 24 — come, chiamati da
Federigo, rifacessero Nocera in Puglia, VI, 14 — que-
sti, di Nocera son messi da Manfredi nel Patrimonio di
San Piero, ivi, 87 — fuggono in Puglia, ivi — guar-
dano San Germano, VU, 5 — han parte nella batta-
glia di Benevento, ivi, 7 e 8 — quelli di Barbarla pas-
sano in Ispagna e vi sono sconfitti, ivi, 11 — son cac-
ciati di Turchia da' Tartari, ivi, 40 — prendono e di-
struggono Margatto in Siria, ivi, 101 — prendono Tripoli
di Soria, ivi, 129 — quelli di Granata sconfiggono il
fratello del re di Spagna, IX, 119 — come quelli di
Granata furono sconfitti dal re di Castello di Spagna,
X, 164 — prendono Gibilterra, ivi, 222 — sono scon-
fitti dal re di Spagna in Granata, XI, 99 — perdono
Zizera in Granata, XU, 31 — sconfitti co' Turchi da'
Cristiani alle Smime, ivi» 39.
Saragosa, capo del reame di Sicilia, I, 8. V. anche Sera-
gosta.
Sardegna, isola d' Europa, I, 5 — posseduta da' Pisani,
VII, 84 — rimane al re d'Aragona, IX, 331.
Sardegna^ re di. V. Enzo,
Sarno, si arrende alla gente del re d'Ungheria, XII, 103.
Sariéanoj conte di, da Chiusi, aiuta i Fiorentini contra Ca-
struccio, IX, 302.
Sasseti, in Sardigna, assediata, XU, 100.
Sassonia, o Sassogna, provincia d' Europa, I, 5 — sotto-
messa da Belisario, II, 6 — da Carlo Martello, ivi, 10.
fifasfoma, conte di, capitano di schiera firancesca alla bat-
taglia di Coltrai, VIU, 56.
— duca di. V. Arrigo^ Rodolfo.
Sassuolo, castello assediato dalla lega de' ghibellini e per-
duto da' suoi signori, IX, 308.
SatwmOf cacciato da Giove, viene in Italia e fonda Sutri,
I, 6 — come incivilisce la gente del paese dì Roma,
ivi, 13 — Giano il si fa compagno e gli dà parte nel
regno, ivi.
SavtUif Iacopo, capitano del popolo in Roma, X, 54 —
— ha parte nella coronazione del Bavaro, ivi, 55 —
fogge di Roma, ivi, 97.
— Pandolfo, ambasciadore di Arrigo VII a Furenze, IX, 26.
Savoia, corsa dalla gente del delfino di Vienna, X, 224.
Savoia^ conte di, sconfitto dal delfino di Vienna a Trevi,
IX, 312 — aiuta FiHppo di ValoU contro il re d'In-
ghilterra e sua lega, XJ, 86.
— Filippo di, ria Carignano, X, 110.
— Luigi di, ambasciadore d'Arrigo di Lussemburgo ai
Fiorentini, VUI, 120 — senatore di Roma, cacciato,
IX, 39.
Savona. V. Saona.
Savorigi, Guidingo, uno de' trentasei del secondo popolo
di Firenze, VU, 14.
Scala, signori della, di Verona, £umo osta sopra Brescia,
X, 162 — tolgono al re Giovanni Brescia e Bergamo,
ivi, 204 — entrano nella lega lombarda, ivi — caval-
cano sopra Parma, XI, 5 — la hanno per trattato, ivi,
30 — anche Reggio, ivi — loro abbassamento, ivi, 73
— di che progenie fossero, ivi, 95.
» Alberto della, figliuolo di Iacopo Fico e podestà in
Mantova, vendica suo fratello e si £a signore di Vero-
na, XI, 95.
590
INDICE DELLA CRONACA
Beala Alberto delU, lignore di Verona, muore» Vili, 47.
— Alberto della, entra in signorìa di Parma per Ha-
•tino, XI, 80 — racquieta Onigo mbellatoai, ivi, 60 —
difende Padova dalla lega de' Fiorentini e Vinisiani, ivi,
57 — è preso e mandato prigione a Venezia, ivi, 65
— liberato, ivi, 90 — va sopra Mantova e toma in
isoonfitta, ivi, 129.
— Bartolommeo della, figlinolo di Alberto e aignore di
Verona, XI, 95.
— Cane della, di Verona, aiata Arrigo VII imperadore a
tor Vicensa a' Padovani, IX, 14 — vicario di Arrigo
in Verona, ivi, 20 — caccia i guelfi di Brescia, ivi,
32 — sconfigge i Padovani, ivi, 63 — aiuta Ugncdone
della Faggiuola, ivi, 86 — capitano dei ghibellini di
Lombardia, ivi, 88 — toglie a' Padovani molte castel-
la, ivi, 89 — prende i borghi di Padova, ivi, 100 —
a quell' assedio è sconfitto da' Padovani e dal conto di
Gorìsia, ivi, 121 — va sopra Reggio, ivi, 167 — ri-
manda il duea d'Austria e quello di Chiarentana pas-
sati centra a lui, ivi, 255 — manda aiuto a Passerino
contro i Bolognesi, ivi, 825 • va al pariamento di
Trento, X, 18 — e alla coronazione di Lodovico il Ba-
varo in Milano, ivi, 19 — e al ptrlamento di Liorci,
ivi, 32 — ricomincia guerra a' Padovani, ivi, 42 —
oom'ebbe la signoria di Padova, ivi, 104 — come la
sua gente fu sconfitte a Salò, ivi, 128 — va ai parla-
mento di Maoberia, ivi, 129 — com'ebbe Trevigi e in-
contanente di malattia mori, ivi, 140.
— Cecchino della, figliuolo di Alberto e signore di Ve-
rona, XI, 95.
— Corrado della, contestebile tedesco, uccide Guglielmo
da Colonna, ed ha mozzo il capo, X, 34.
— Mastino I della, figliuolo di Iacopo Fico, capitene ge-
nerale di Ezzelino da Romano, poi capitano e signore
di Verona, è assassinato, XI, 95.
— Bfastino della, com'ebbe Brescia e Bergamo, X, 204
— sua risposte all'arcivescovo d'Ombruno mandato pel
papa Giovanni, XI, 6 — corre pericolo d'assassinio,
ivi, 8 — con la lega ha il castello di Colomio, ivi, 13
— inganna i Fiorentini, ivi, 30 — dà Reggio a' Gon-
zaga, ivi — ha Modena e la dà a' signori da Este, ivi,
81 — ha Pietrasante da Niccolaio de' Pogginghi e lo
tradisce, ivi, 32 — com'ebbe Lucca da traditore, ivi,
40 — ha parte in una cospirazione a Pisa, ivi, 42 —
tratta co' Fiorentini per Lucca e li tradisce; e final-
mente cavalca sopra di loro, ivi, 44 — sua potenza,
ivi, 45 — come le sue masnade ch'erano in Lucca ca-
valcarono sul contado di Firenze, ivi, 51 — tradisce i
Rossi di Parma, ivi, 52 — riceve danno dall'oste della
lega de' Fiorentini e' Viniziani in Trivigiana, ivi, 54
— toglie Pontremoli a' Rossi di Parma, ivi, 56 ^ ri-
ceve danno dall'oste di Bovolento e perde le saline di
Padova, ivi, 57 — fa metter fuoco al campo di Bovo-
lento, ivi, 58 — tenta di far morire Piero de' Rossi,
ivi, 62 — vince la pugna centra l'oste della lega a
Verona, ma non^può guastare quella di Bovolento, ivi,
64 — perde Brescia e tenta accordo co' Viniziani, ivi,
73 — riceve nuovi danni dalla lega, ivi, 78, 82 e 89
— fa pace coi Veneziani, poi coi Fiorentini, ivi, 90 —
va a Parma e la rifórma; va a Lucca e la taglieggia,
ivi, 98 — s'accorda col papa e con la Chiesa per mo-
neta, ivi, 101 — perde Parma, ivi, 127 — vuol ren-
der Lucca, ivi — manda aiuto a' Fiorentini centra i
Pisani, ivi, 132 e 139 — fa mercato di Lucca ce' Fio-
rentini, ivi, 131 — tratta col Bavaro, ivi, 138 — fa
lega col duca d'Atene tiranno di Firenze, XII, 8 —
s' accorda di nuovo ce' Fiorentini, ivi, 28 — aiute il
marchese da Ferrara cootre i Gonzaga, ivi, 85 — è fi-
nito di pagare da' Fiorentini, ivi, 49 — accoglie il re
d'Ungheria, ivi, 107.
Scàliy Ugo di Vieri degli, capitano de' Fiorentini al soc-
corso di Ferrara, X, 216 — e di Mastino della Scala,
XI, 13.
— famiglia nobile di Firenze, IV, IO — è di parte guelfa,
V, 39 e VI, 33 ~ cacciata, ivi, 79 — tiene parte bian-
ca co' Cerchi, VID, 39 — fallimento della loro compa-
gnia, X, 4 — fatti popolani, XII, 23.
SeàUf Vieri degli, congiara contro il duea d'Atene, XII, 16.
Scannahécchif Guglielmo Canacd degli, ghibeUiBO nsdto di
Bologna, vicario di Mastino in Lucca, XI, 98, 124 e
131 — tratta co' Pisani po' dar loro Lucca, ivi, 188.
Soarperia, la, quando fondata, Vm, 86.
Schiavonia, provincia d' Europa, I, 5 — oona dal re di
Ungheria, XII, 48.
Schiuse G«)} citta di Fiandra, conquistata da' mbdli, Vm,
56.
Sdo, isola, conquistata da' Genovesi sopra I GkeeI, XII, 70.
Scolmi, fami^ia ghibellina di Firenze, V, 39 e VI, 33 —
sono cacciati, ivi, 55 — ricacdati come guelfi, ivi, 79.
» Ciapo e Cinpo degli, uscito di Firenze, ospitano de'
Pisani, X, 213 — c^>Ìtano deUa gente di Mastino con-
tro a' Fiorentini, XI, 51 — capitano in Lucca par Ma-
stino, ivi, 131 e 183 — guida una schiera de' Rsani
nella batteglia centra i Fiorentini, ivi, 184 — ha gran
parte nella vittoria dei Pisani, ivi.
Scapolo, Buiamente delle, fa congiura in VJnegia, IX, 2.
SeotH, sconfitti da Odoardo re d' InghUterra, Vm, 67 —
cominciano guerra con Odoardo II, IX, 138 — hanno
guerra con gl'Inglesi e si ritraggono in foresto e for-
tezze, ivi, 206 — sconfiggono gl'Inglesi, ivi, 180 —
ne sono sconfitti a Vervich, X, 228 — naoTameils,
XI, 38.
— Alberto, di Piacenza, tradisce Maffeo Visconti, Vm,
61 — mena in Francia una masnada di Lombardia, ivi,
76 — è cacciato di Piacenza da Galeaiao Visconti per
inganno, IX, 41.
— casa di Piacenza, la rubellano ad Azze Visconti, XI, 31.
Scotto, maestro Michele, sua profezia sopra Cne deUa
ScaU, X, 104 e 140 — sopra i Fiorentini, XII, 19
e 92.
Scozia, isola d'Europa, I, 5 — conquistata da Odoardo I,
Vin, 67.
Scotia, re di. David, Rohaio,
Sedicia, re di Giuda, I, 25.
jS^, Giovanni del, da Carlone, traditore, X, 117 — at-
tanagliato, ivi.
Simiramidt, la più crudele e dissoluta femmina del mondo,
regna in Babilonia dopo Nino, I, 2.
Senatore di Roma. V. Ebole, Faggiuòla della, Oriim,
Setmo, da, lato degli Ubaldini, XII, 36
Serragosta, guasta da Carlo duca di CaUbrìa, IX, 296.
Sergio in, papa, fatto per forza di Arnolfo imperadore,
lì, 20.
— IV, pi4>a, ordina che lo imperio sta elettivo, confor-
mandosi pei per la Chiesa la elezione, IV, 3.
Sermona, città di Puglia, ha batteglia cittadina, XI, 80 —
s'arrende alla gente del re d'Ungheria, XII, 103.
Serra, Niccela della, d'Agobbio, mette tumulto in Pim-
ze, XI, 39.
Serraglini, che cosa fossero, IX, 27 1 e 283.
Serravalle, castello, preso da' Lucchesi, Vili, 52 — da'
Fiorentini, IX, 61 — dato loro in guardta da' Pistoiesi,
X, 149 ^ ripreso dai Pistoiesi, XU, 17 e 24.
Serravallin, battifolle di Castrucdo, disfatto, IX, 848.
Serrezzano, si rende a* marchesi Maleapini, IX, 50 — pre-
so da' Pisani a' Lucchesi, Ivi, 68 — ridato a Castrue-
cio, X, 46 — come lo ebbe il marchese Spinetta, XI, 48.
Servio Tullio, re di Roma dopo Prisco Tarqulnio, 1, 28 —
cresce Roma, ivi — ^ morto da Tarquinio Superbo, ivi
Sestri, castello, preso dagli usdti di Genova, X, 16.
Sette (reame di), provincia d'Africa, I, 4.
Senio, conte Tndertino e di Todi, ha parte neU'assedio di
Fiesole, I, 36.
Sezzana, presa dall' oste delta Chiesa, IX, 842.
Secsoto, da, nobili del contado di Firenze fatti pop4toit
XII, 23.
Sicambra, paese occupato da Priamo il terso, I, 8.
Sicatio, terzo figlio di Attalante e primo abitatore della Ci-
cUia, I, 8 — fonda Saragosa, ivi.
Sicilia, e Cidlia, da c^i prima abitata, I, 8 ^ reame i
lasciato da Teolofre alta Chiesa di Roma, n, 12-- co-
me venisse in potere di Roberto Guiscardo, IV, 19 (V.
Puglia) — come e per che modo si rubellò al re Cerio
d'Angiò, Vn, 61.
DI GIOVANNI VILLANI.
591
SuOiaf n di. V. AcétU, AgammnùHéf Cario d'Angiò, Fede-
rifOt Mmmfiredi, Buggeri,
Sioiliaoi, mmndano ambaseiadorì a papa Martino IV, VII,
€3 ^ si sollevano alla morte di Carlo d'Angiò e in
ogni terra fanno sindaco con ordine, ivi, 96 — voglio-
no £u> naorìre Carlo n, principe di Salerno, ivi ^ co-
ronano loro signore Federigo d' Aragona, Vili, 13 —
sono seonfitti dal re Giacomo d'Aragona e Ruggieri di
Loria a oapo Orlando, ivi, 29 — aiutati gli usciti di
Genova all'assedio, IX, 116.
Siena, soa origine nuova e perchè cosi nomata, I, 45 e n,
10 — assediata da Federigo I Barbarossa, V, 12 — dai
Fiorentini, VI, 10 — guastata da essi, ivi, 64 — si
regge a parte ghibellina, ivi, 63 — i Fiorentini ne cac-
ciano i ghibellini e vi rimettono i guelfi, VII, 31 —
cerne vi fa congiura e grande mutazione, IX, 96 —
altre novitadi, ivi, 147 — nuova congiura scopertavi,
ivi, 284 — n' è fatto signore U duca di Calabria, ivi,
356.
Siena, Biceiardo da, cardinale, dotto, Vm, 64 e IX, 23.
Signa, abbandonata da' Fiorentini a Castrucoio, IX, 317
» vi £a stanzia, ivi, 319 — la arde e la abbandona,
ivi, 339 — murata da' Fiorentini, X, 5.
Signoj Piero di Feo da, consigliere de' priori di Firenze,
Xn, 18.
%aaeo, Ugo fratello del signore di, preso in battaglia,
XU, 47.
SHeatri, vesoovo di, dicollato, X, 8.
Siligea, terra in SUanda, assediata da' Fiamminghi, Vm, 77.
8il9utro, santo, papa, I, 60.
— m, papa deposto, IV, 15.
SQmOf figliuolo di Ascanio, è ucciso disavvedutamente da
suo figlio Bruto, I, 24.
— Postumo, figliuolo di Bnea regna dopo Ascanio, suo
fratellastro, I, 24 — discendenti di lui tutti sopranno-
mati Silvio, ivi.
Simifonti, castello, disfatto da' Fiorentini, V, 30.
Sinopia, carabi di, grande ammiraglio de' Turchi, IX, 217.
Sinopoli, presa da' Genovesi, XII, 70.
SipsBto, città, distrutta da Manfredi, VI, 46.
Siponic, vescovo dL V. Ortini Matteo.
Sitmondi, fkmigUa ghibellina di Pisa, VII, 121.
fiìim, famiglila nobile di Firenze, IV, 10 — è di parte
guelfa, VI, 33 e 39 ~ cacciata, ivi, 79.
Smime, le, prese da' Cristiani sopra* Turchi e difese con
grande battaglia, XII, 39.
Soave, terra tolta a Mastino dalla lega di Lombardia, XI, 77.
Bifolco, conte di, passa in Fiandra coli' armata del re O-
doardo III, XI, 72 — preso, ivi, 109.
Soldania, provincia d'Asia, I, 3.
Soldainerif fiuniglia antica di Firenze, IV, 12 — sono di
parte ghibellina, V, 39 e VI, 33 — cacciati, ivi, 65.
— popolani guelfi di Firenzei cacciati, VI, 79.
— Gianni de', si fa capo del popolo di Firenze contro a'
ghibellini, VII, 14 — menzione di lui, Xn, 44.
Soldano, V. Banducdar, Marhateiano, Saladino.
Molitré (dal), guelfi d'Asti, cacciati, XI, 104.
Seria, provincia d'Asia, I, 3.
Sortono, Paolo da, podestà di Firenze, VI, 54.
Sorrentini, poca loro fede a re Carlo, VII, 93.
SpadaUmga, Guglielmo, de' conti Guidi ghibellini, prende
Romena e poi la lascia, X, 62.
Spagna, provincia d'Europa, I, 5 ~ oonquistats da Ela-
rioo, n, 4 — da Carlo Martello, ivi, 10 — eorsa da'
Saradni, IX, 119.
Spagna, re di. V. Al/on»Of Ferrante, Pietro.
SpedaUeri, come il loro ordine procacciasse per la distru-
sione di quello del tempio, Vili, 92 e IX, 23 —pren-
dono l'isola di Rodi, Vili, 104 — quivi sconfiggono i
Turchi con loro navilio, IX, 120 — hanno con loro bat-
taglia alle Smime, Xn, 39.
Speid^, anziano del popolo di Firenze, insulta messer Teg-
ghiaio Aldobrandi degli Adimari e consiglia di In oste
a Siena, VI, 77 — come fosse rimbeccato da messer
Tegghùuo, ivi, 81.
Spiniia, marchese, come fuggisse con sua famiglia a Ca-
ne dc^a Scala, IX, 86 — s'allega co' Fiorentini contro
Casbuccio, IX, 127 — toma a messer cane, ivi — vie-
ne in aiuto del duca di Calabria contra Castrucoio, X,
6 — toma in Parma, ivi — va in aiuto di Gherardino
Spinoli a Lucca, ivi, 154 — dei Fiorentini contra i
Lucchesi, ivi, 205 — sua parte nella sconfitta data al
legato sotto Ferrara, ivi, 216 — tratta per far avere
Parma a' Signori della Scala, XI, 30 — com' ebbe Ser-
rezzana, ivi, 43 — sconfitto dalla lega de' Lombardi a
Montagnana, ivi, 82 — muore, XII, 38.
Spimi, nobili Fiorentini guelfi, cacciati, VI, 79 •» tengono
parte nera, Vili, 39 — stanno col popolo, ivi, 68 — >
fatti popolani, XII, 23.
— Gerì, portansegna nell' oste fiorentina sopra Pisa, VH,
154 — e nel rivolgimento de' grandi di Firenze con-
tro il nuovo popolo, vm,. 12 — mandato a' confini,
ivi, 42 — ha parte nella chiamata di Carlo di Valois in
Italia, ivi, 43 — citato dal papa, ivi, 72 — psAteg-
gia tra gli Ubaldini e' Fiorentini , ivi, 86 — capo di
setta contro Corso Donati, ivi, 96.
— Lippo degli, ambasciadore al papa, Xn, 58.
— Nepo degli, luogotenente del podestà in Firenze, XU,
17 — consigliere dei priori, ivi, 18.
— Ugo di Lapo degli, priore in Firenze, Xn, 18 — ri-
nunzia, ivi, 19.
Spinola o Spinoli, famìglia di (Genova, capo di parte ghi-
bellioa. Vili, 14 — cacciata, ivi, 114 — rimessa e pa<
cificata con gli Crii a parte guelfa, IX, 24 — cacciata,
ivi, 57 — rimessa, esce co' suoi, ivi, 87 — travaglia
lo stato di Genova, ivi, 90 — toma a maggioreggiare
in città, XI, 24 ~ cacciata di Saona, ivi, 102.
Spinoli, Gherardino, sconfigge Raimondo di Gardena, IX,
203 — ha per danari la signoria di Lucca, X, 144 —
cavalca con suo sforzo per fornire Montecatini e noi
può, ivi, 154 — ferito da uno degli Interminelli, ivi,
158 — combatte i Fiorentini sotto Montecatini e toma
a Lucca con poco onore, ivi — corre la terra e fa giù*
stiziare alcuni traditori, ivi, 166 — perde la signoria,
ivi, 172.
— Luzimborgo, ha parte nell'assedio di Montecatini, X,
158.
— Ubizzino, signore di Gknova, sconfitto da' Genovesi u-
sciti, vm, 114 — rimesso in Genova co' suoi seguaci
da Arrigo imperadore, IX, 24 — ha da questi privi-
legio di battere fiorini falsi, ivi, 49.
Spoletini, sconfitti da' Perugini, IX, 38 — sconfiggono la
gente del Bavero, X, 76 — levano da oste in iscon-
fitta quelli di Rieti, XI, 115.
Spoleto, città, assediata dai Peragini, IX, 207 — la pren-
dono, ivi, 244.
— ducato, è dato in dote da Carlomagno alla Chiesa, II,
13.
Squardaficki, nobili di Genova, cacciati dal popolo, Xn, 37.
Squardàlupi, signori di Mortennana, V, 42.
SquiUace o Squillaci, conte di. V. Martano.
Staggia, castello, combattuto, VII, 5 — di Musciatto Fran-
zesi, vm, 63 — guastato, XII, 9.
Sufano, paps, in Firenze, IV, 17.
— ni, papa, toglie allo imperio il regno di Puglia e di
Sicilia, fa re di Francia Pipino, passa in Italia con lui,
ed è rimesso in buono stato, n, 12.
~ figlio d'Arrigo I, è re d'Inghilterra, V, 4.
— figlinolo di Carlo Uberto re d' Ungheria diviene re di
Polonia, XII, 6 e 48.
— conte di Brois, crociato, IV, 24.
SteUa, conti di, hanno parto nell'assassinio di Andreasso
duca di Calabria, XD, 51.
Stioche, le, prigione di Firenze, origine del suo nome,
vm, 75.
Strotsta, contestabile tedesco, ha gran parto nella disfatta
de' Bardi in Firenze, XII, 21.
Stroz9Ì, popolani bianchi di Firenze, VIII, 71 — congiu-
rati contro il duca d'Atene, XII, 16.
— Andrea degli, capo di sommossa in Firenze, condan-
nato come mbello, XII, 20.
— Francesco degli, capitano de' Fiorentini al soccorso di
Ferrara, X, 216 — cavaliere ed ambasciadore al re di
Ungheria, XD, 108.
592
INDICE DBLU CRONACA
Strozm Imcopo, sindaeo di oomone a Flrense, X, 131.
— Marco degli, riformatore in Firenie, XII, 17.
Stufoy Ugo della, giadice, capo del popolo contro a' grandi
in Firenxei XII, 21 — ambasoiadore al papa, ivi, 58.
Sugli, signore di, preso dagli Scotti, IX, 180.
Sulmona, assediata da' mbelli di Abmzai, XII, 89.
Bupino, signori da, aiutano a pigliare papa Bonifaiio Vili,
ym, 63.
Sutinana, Magfainardo da, capitano di guerra, co' Roma-
gnoli ha parte nella battaglia di Certomondo in Casen-
tino, yn, 131 — prende Faenza, ivi, 144 — e Fori),
ivi, 149 — qnal fosse, ivi — sconfigge i Bolognesi e
prende Imola, VII!, 16 — fa pace con loro, ivi, 28.
Sntri, città d* Italia, fondaU da Saturno, I, 6.
Saaaria, fondata dalla contessa Matilde, IV, 21.
Svevia, conquistata da Carlo Blartello, I, 19 e II, 10 —
da Rodolfo di Habsbnrgo, VII, 42.
Svezia, provincia d'Europa, I, 5.
V.
Taddd, Borghino, priore di Firenze, Xn, 19.
Tagliacozzo, contrada di Puglia, battaglia combattutavi tra
re Carlo d'Angiò e Corradino, VU, 27.
Tagram o Targomam, figlio di Tirras e padre dlAttalante,
I, 6.
Talamone, città in Sidlia, presa, X, 103.
Tancredi, re dì Sicilia e di Puglia, ha discordia con la
Chiesa, V, 16.
— duca di Taranto, succede a Quglielmo nel regno di
Puglia e Sicilia senza volontà della Chiesa di Roma,
IV, 20 — sua discendenza, ivi.
— Albizzo, arciprete. Desso e Àgnolo fratelli, tiranni di
Colle di Valdelsa, morti per ribellione del popolo, X,
176.
TangadoTy fratello d'Abagà, cane de' Tartari, perseguita i
cristiani, VII, 100 — gli è tolto regno e vita da Ar-
gon suo nipote, ivi.
TanOf signore di legi, o Iesi, sconfigge i ghibellini della
Marca, IX, 335 — n*è sconfitto e dicollato, X, 123.
Tanialo, re di Grecia, ha grande guerra con Troie re di
Troia, I, 11.
Tanto», visconte di, preso in battaglia, Xn, 47.
Taranto, prence di. V. Filippo, Mai^tdi, Roberto.
Tarlati, o da Pieiramala, cacciaU d'Arezzo, Vili, 99 ~
vi tornano, ivi, 107 ^ hanno dal Bavaro titolo della
signora d'Arezzo e Cittadlcastello , X, 124 — comin-
ciano ad abbassare, ed è lor tolto il borgo a Sansepol-
oro, XI, 26 — perdono te terre del viscontado di Val-
dambra, ivi, 41 — vogliono dare Arezzo a' Fiorentini,
ivi, 59 — la vendono loro col suo contado, ivi, 60 —
pacifioansi co' Tarlati, ivi, 74 — rispondono alla con-
giurazione de' Bardi in Firenze, ivi, 118 — si rubel-
lano agli Aretini e fanno lor guerra, ivi, 139 — en-
trano per forto in Arezzo e ne son cacciati, XII, 5 —
perdonati e liberati da' Fiorentini, ivi, 8 — perdono
Fronzolo, ivi, 33 — fumo pace cogli Aretini, ivi, 45.
— Guido de', prigione in Firenze, XI, 139.
— Lussemburgo de', prigione in Firenze, XI, 139.
— Ridolfo, signore di Cittadlcastello, preso da' Perugini,
XI, 37 — prigione in Firenze, ivi, 139.
— Roberto di Maso de'^ arrende la rocca del Borgo a
Sansepolcro, XI, 25.
— Tarlatino de' .vicario del Bavaro in Pisa, X, 103 —
cacciato, ivi, 134.
— Vanni de', morto in isconfitta, Vili, 118.
Tarlato, gran signore ghibellino d'Arezzo, VII, 115 —
fk giustizia di alcuni traditori della patria, ivi, 138 —
la vende a' Fiorentini, XI, 60 — va in loro duto cen-
tra i Pisani, ivi, 132 — fogge della battaglia in Luc-
ca, ivi, 134 — prigione in Lucca, fogge nel campo de'
Pisani, ivi, 139 — corre su quel d'Arezzo, XII, 5 —
tenuto per sicurtà dal duca d'Atene in Firenze, ivi, 8.
Tarquinio, figlio del Superbo, crudele e dissoluto in lus-
suria, giace per forza con Lucrezia, I, 28 — Roma si
eommove e lo caccia col padre, ivi.
TVir^ttifito Superbo, settimo re de' Romani, I, 28 -- sm
crudeltà, ivi — è cacciato di signoria, ivi.
Tartari, come uscirono di prima dalle montagne ove gli
avea rinchiusi Alessandro, V, 29 — loro conquisti, ivi
-> passano in Europa e disertano Ungheria, Polonia ed
Alemagna, VI, 28 — sconfiggono i Turchi, ivi, 32 —
scendono in Turchia e ne scacciano i Saradni, VII, i0
— notizia de' loro costumi, Vm, 85 — quelli 6ì Gai-
zeria e Russia corrono Greda, IX, 241.
Tavola ritonda di cavalieri erranti, da chi ordinata, II, 4
^ da ohi rinnovata, ivi.
Teechi, duca di, viene in Italia per trattato col Bavaro e
giugno In quel di Firenze, XI, 140.
T^daldi, detti deUa ViteUa, nobiU Fiorentini di parte godCiu
V, 39.
TedaUim, famiglia ghibellina di Firenze, V, 39 e VI, SS
— sono cacciati, ivi, 65.
Tedaldo, castello de' Vinisiani, Vm, 103 — lo perdono,
ivi, 119.
Tedtrigo I, figliuolo di Clovis I, regna in Francia dopo
suo fratello Lottieri I, I, 19 — è deposto da' baroni o
si rende monaco, ivi — morto Biderigo suo fratello e
successore, è rifatto re, ma lo governa Hertalre suo
balio, grande barone di Francia, ivi — Pipino lo com-
batte e sconfigge e mette in prigione, ivi.
— rv, figliuolo di Chilperioo II, regna in Frauda dopo
di lui, al governo di Carlo Martello, I, 19.
Tedeschi, sconfitti dagli usciti guelfi di Ph-enze, VI, 33 —
lor masnade aintano I ghibellini usdtl di Firenze a cac-
ciare i cavalieri della città, ivi, 48 — oento cavalieri
di loro sono morti da' Fiorentini, fuor di Slena, iri, 75
— Manfredi ne manda ottocento in aiuto da' Sanesl •
de' ghibellini usciti di Firense, ivi, 76 — rovinano i
Fiorentini a Montaperti, ivi, 78 — combattono i gneift
di Toscana, Ivi, 82 — hanno parte nella guerra di Man-
fredi contro re Carlo d'Angiò, VU, 8 — ne soendono
altri con Corradino per contrastare al detto re Carlo,
ivi, 23 — hanno molta parte nella vittoria di Minte-
catini sopra i Fiorentini, IX, 71 — combattono all'as-
sedio di Genova, ivi, 99 — ed a quello di Padova, iri,
121 — tradbcono la Chiesa all'assedio di Milano, ivi,
212 — loro poca fede, ivi, 231 — sconfitti dagli Spo-
letini, X, 76 — tradiscono la lega de' Lombardi, XI, 8
— aintano i Perugini contro i Tarlati, Ivi, 37 — ser-
vono alla lega de' Fiorentini e Vinizianl oontra Masti-
no, ivi, 57.
— del Cerruglio, tengono prigione Mareo Visconti man-
dato a loro per ambasdadore e c^>itano, X, 118 —
vanno a Lucca e si fanno aignorì della terra, ivi, ISO
— vogliono venderia a' Fiorentini, ivi, 143 — la ven-
dono a Gherardino Spinoli, ivi, 144.
Tedici, V. Adimari.
— abate de*. V. Facciano.
— Filippo, vuol tiranneggiare Pistoia, IX, 840 — U t(^
glie aU* abate da Pacdano suo zio, ivi, 261 — la tra-
disce a Castmedo, ivi, 294 — combatte per lui a danno
de' Fiorentini, ivi, 317 — 1 suol figliuoli corrono Pi-
stoia e ne sono cacdati, X, 126 —- come fa morto, Ivif
192.
Tegrino (conte), conte palatino, chi sposa, IV, 20 — sui
. profezia, VII, 160.
Tdamone, re di Salamina, ha parte nella prima mina di
Troia, I, 12 — ruba e prende Ansiona fi^ia di Lao-
medonte, ivi — vendetta che ne pigliano Paride e Troìlo,
Enea e Polidamante, ivi, 1 3 — fa lega con Menelao ed
Agamennone, ivi.
Tempeste in mare, IX, 228 e XII, 27 — in Firenze, tri,
91.
Tempieri, come per procacdo dd re di Francia fo distrutto
l'ordine loro, e la magione di Gerusalemme, Vili, 92.
Teobaldo m, re di Mavarra , accompagna San Luigi alla
crodata, VII, 37.
TeodericOy antipapa, IV, 27.
Teodorieo, re de' Goti, distrugge Danimarca e Lotteringia.
doè Brabantee Analdo e quasi tutta Frauda; passa io
Ispagna e quasi tutta distrugge; indi in Italia, U, 4 —
allegasi con Leone imperadore e guasta e consuma Ita-
DI GIOVANNI VILLANI.
593
lia, n, 4 ^ Zenone Imperadore s' AccoDcia con Ini ed
egli tiene per Ini lo imperio di Roma, ivi.
TnÀfrieo il giovane, ijtadico di suo padre presso 2^one,
II, 5 — è mandato contro Evancler in Italia, lo prende
ed uccide in Ravenna, ivi — rimane re e signore d' Ita-
lia, allegato con Zenone, ivi — si macula della eresia
arriana e diviene come tiranno e nemico di Santa Chiesa
e de* veri cristiani, ivi — mnore, ivi.
Teodotio, imperadore, n, 5.
Ttokifirey re di Lombardia e Pnglia, fa congiura con gì' im-
peradorì di Costantinopoli e quasi distruggono Roma, II,
IS — Pipino lo vince e sconfigge; ed egli fa ammen-
da e lascia aUa Chiesa il reame di Puglia e di Sicflia,
el patrimonio di Santo Piero, ivi.
Terracina, presa dal conte di Fondi, XII, 75.
2^aù>, iJ, come i Fiorentini ne togliessero la giurisdi'
none a' Gnidi, VOI, S — si mbeUa, XI, 58.
Ttrraoumda^ sire di, mnore in battaglia cittadina, IX, 810.
TVnuMia, arcivescovo di, preso in battaglia, XH, 63.
Tetto, ponte, fortezza presa da' Ksani, XI, 184.
Tevere, fiume, prima detto Albola, da chi nomato, I, 25.
Tib€rino^ ha parte nell'assedio di Fiesole, I, 36.
Tiholi, finito rifare da Federigo n, V, I.
TUri, figlinoli di, nobUi di Firenze, IV, 13.
lieti, contea di, di Lanciano e della Guardia in Abruzzi,
rinunziata al re Carlo di PogUa, VIU, 26.
Tiralla, città in Cliiarentana, assediata da Carlo di Boe-
mia, Xn, 85.
Tirii, caatdlo de' fiorentini, preso per tradimento dagli
UbaldSni, XI, 189.
2Vrra«, figlio di Gomer e padre di Tagran o Targoman, I, 6.
TiUme, fi^o d'Dion, I, 12.
Tùmom^ Nerino de', castellano del Pontadera, fatto morire,
Vn, 148.
Todini, sconfitti da' Perugini, IX, 5 — fanno oste sopra
Spoleto e si accordano, ivi, 6 — ricevono come signore
Arrigo vn, ivi, 44 — sono spogliati dal Bavaro e dal
suo antipapa, X, 99.
Tolomaide. V. Acri.
ToUnMif £uniglia di Siena avversa a' Salimbeni, IX, 96.
V. anche Qucei.
— Deo de*, capo della Compagna, fa grande gnerra nel
contado di Siena, IX, 188.
— Agnolino Granelli de', traditore, X, 176.
ToIotOj conte di, sua grande potenza, VI, 90 — sno li-
gnaggio, VII, 76.
— siniscalco d^, preso in battaglia, Xn, 47.
Toiosmif popolani bianchi di Firenze, Vili, 71.
— Nasta^o, priore di Firenze, XII, 18.
TommoBo, San, d'Aquino, canonizzato da papa Giovan-
ni XXU, IX, 218.
— santo, arcivescovo di Cantorberi, fatto morire, V, 4.
Torino, signoreggiata da Luchino Visconti, XII, 74.
Tomai, assediata da' Fiamminghi, Vili, 76 — da Odoar-
do m e* suoi alleati, XI, 112.
Toma^tnmeh famiglia guelfa di Firenze, V, 39 e VI, 33
~ cacciati, ivi, 79 — nemid de' Rossi, Vni, 1 —
tengono parte nera, ivi, 89 — confortano il duca d'A-
tene a farsi tiranno di Firenze, XII, 17. V, anche Ven-
traia,
— Biagio, capitano de* Fiorentini, all'aiuto de' Bolognesi,
IX, 824 — contra Castruccio, X, 6 — all'assedio dì
Montecatini, ivi, 158.
— Testa, capitano de' Fiorentini per aiuto a' Sanesi, X,
102 — riformatore in Firenze, XU, 17.
— UgoHno, sua savia risposta agli ambasciadori dell' im-
peradore, vm, 120.
— Zampagliene de', capitano de' Fiorentini in Ifassa, XI,
85.
Terre, signori della, di Milano, sconfitti a Cortenuova, VII,
52 — loro potenza, ivi — ricoverano la signorìa di
Milano, vm, 61.
— Alamanna della, di Milano, podestà di Firenze, VI, 61
— capitano del popolo di Bfilano, Vn, 62.
— Francesco della, capitano del popolo di Milano, VII, 52.
— Gianni della, capitano dell'osto della Chiesa a Gar-
gazzuota, IX, 199.
Jbrré, Guidetto della, capitano e signore di Milano, Vm, 61.
— sua lega co' guelfi per contendere all' imperadore Ar-
rigo di Lussemburgo, IX, 9 — cacciato, ivi, 11.
— Mosca della, si^ore di Milano, Vili, 61.
— Napo o Napoleone della, capitano dd popolo di Mila-
no, VII, 52.
^ Passerino della, Sconfitto da Marco Visconti, IX, 258.
— Ramondo della, patriarca d'Aquilea, possente, VII, 52.
— Simonino di Guidetto della, annega in battaglia contra
i Visconti, IX, 239.
Torre della fome, VII, 128.
Torrebecchi, castello degli Strozzi, si rende a Castruccio,
IX, 818.
Terrena, soggiogata da Luigi figlio di Filippo il Bornio,
IV, 4.
Torri, in Valdipesa, guasto da Castruccio, IX, 338.
Torri, quante ne fossero nella città di Firenze, III, 3 —
si accrescono, V, 7 — come fUrono tagliate e ridotte,
VI, 89.
Torricella, la, castello, si dà a' Fiorentini, XI, 41.
Torrieellay dalla, nobili del contado di Firenze fatti popo-
lani, XII, 23.
Torrita, castello, preso dai Tolomei ribelli di Siena, IX,
188.
Tortona, s'arrende alla Chiesa e al re Roberto, IX, 190
— rimane alla signoria del marchese di Monferrato, X,
193 — signoreggiata da Luchino Visconti, XII, 74.
Tortoma, signore di. V. VieconH Maffeo.
Toea, della. V. ToeinghL
— Baschiera della. V. Batckiertt,
— Bindo della, riformatore in Firenze, XII, 17.
-> Catalano dc^a, consolo in Firenze, V, 34.
— Giovanni di Rosso della, preso nella battaglia d'Alto-
pascio, IX, 305 — ed in quella di Lucca, X, 134 —
— sua virtù cittadina, XI, 8 — capo del popolo con-
tro a' grandi, XII, 19 — fatto popolano co' fratelli e
nipoti, ivi, 23.
— Lottieri della, di parte bianca, vescovo di Firenze, ca-
po di setta, VIU, 68.
— Pino della, capo di setta in Firenze, IX, 76 — tratta
coi Tedeschi del Cermglio per tor loro Lucca, X, 130
— come dopo morto fosse inquisito e il suo figliuolo
martoriato, XI, 39 — son tolti a' suoi figliuoli dal po-
polo i bei^ lor donati pel comune, XII, 44.
— Rosso della, principale di parte nera, Vili, 71 — ci-
tato dal papa, ivi, 72 — capo di setta contro Corso
Donati, ivi, 96.
— Simone di Rosso delia, capo di setta, reggente in Fi-
renze, IX, 76 — sindaco del comune e compare del
duca di Calabria, X, 22 — ordina trattato per aver
Pistoia e v' è lasciato capitano dal conte Filippo da San-
gineto, ivi, 58 — la difende contra Castruccio, ivi, 85
— impedisce a' Fiorentini la signoria di Lucca, ivi, 130
e 135 — son tolti a' suoi 6glinoli dal popolo i beni lor
donati pel comune, XII, 44.
Toscana, provincia d'Italia, I, 5 — perchè cosi nomata,
ivi, 23 — suo sito e suoi confini, ivi, 43 — della po-
tenza eh' avea prima che Roma avesse stato, ivi, 44 —
sue città e vescovadi, ivi, 45.
Toscani, guerreggiano in Fiandra, Vili, 76.
Toeehi, famiglia ghibeUina di Firenze, V, 89 e VI, 33.
Toscolano, assediata da' Romani, V, 1 — è data loro da
Arrigo di Svevia ed essi la distruggono, ivi, 16.
Toeinghit o della Toea, famiglia nobile di Firenze, IV, 10
e V, 39 — cacciati, VI, 79 — tengono parte contro
gli Adimari, VH, 56 e VIU, 1 — si pacificano, ivi, 12
— grande parte di loro tengono parte bianca co' Cer-
chi, hri, 39 — e gli altri parte bianca, ivi — ripu-
gnano alla signoria del duca d'Atene, XU, 3.
TotUe (FlagéUum Deijf re de' Goti e de' Vandali, invade
due volte l'Italia con proponimento di distruggere lo
imperio di Roma, U, 1 — assedia invano Firenze, vi
entra per inganno, fa scempio e spoglio de' cittadini;
ordina die sia distrutta, arsa e guasta la città, ivi —
ripone la città di Fiesole, ivi, 2 — distrugge più altre
terre e assedia Roma, poi muore, ivi 3.
Tours o Torso, città: vi è f«tto concilio generale, V, 1.
594
INDICE DELLA CRONACA
TraUi90, conte di, ha parta nell' aasassinio di AndreasBo
duca di Calabria, XH, 51 — gìnatiaiato, ivi, 62.
Trapali, in Sicilia, aasediata dal re Roberto, IX, 62 —
gaaatata da Carlo suo figliuolo, ivi, 296.
Trappola, castello, perduto da' Fiorentini, IX, 225.
Treggiaia, la, rabellaU a' Fiorentini, XI, 189.
Tremolo, castello di Sicilia, preso dall'oste del re Rober-
to^ XI, 79.
Tremnoto, in Borgogna, VI, 29 ^ in Italia, Vm, 25 --
in Firenze, IX, 297 — a Norcia del Ducato e intomo,
X, 113 — in Asia, XH, 84 — in Vinegia, Padova, Bo-
logna, Pisa, Friuli e Baviera, ivi, 123 e 124.
Trento, parlamento che vi si tenne per la chiamata di Lo-
dovico il Bavero in Italia, X, 18 — si arrende a re
Carlo di Boemia eletto imperadore, SD, 85.
Trento^ vescovo di, ha gran guerra co' Veronesi, Vin, 47.
Trevenio, conte di, vicario in RietipelreRoberto, XI, 115.
Trevìgi, presa da Cane della Scala, X, 140 — data da Ma-^
Btino della Scala ai Veneziani, XI, 90.
— (Marca di), provincia d'Italia, I, 5.
Treviffif signore di. V. Cammino da.
Tria, Rinaldo di, conduttore di schiera francesca allabat-
tagUa di Coltrai, Vm, 56.
Trìhaldo, conte, tedesco, anunazza il conte di Brenna,
IV, 20.
Tribuno di Roma. V. Niecola,
jfWeario, conte Iacopo dì, chi sposa, IV, 20.
Trincif Ugolino de', signore di Fuligno, aiuta la ribellione
degli Abruzzi alla regina Giovanna, XII, 71 e 89 —
accoglie il re d'Ungheria, ivi, 107.
THnciaveUi daMosciano, nobili antichi di firenze, IV, 12.
Trìpoli, in Soda, presa da' Saracini e disfatta, Vn, 129.
Trita. V. Adimarù
TrUoniOf figlio di Dardano, I, 11.
Trìvigiana. V. Gravigna.
Troia, da chi nomata, I, 11 — tuoi re e come fu la pri-
ma volta distrutta al tempo del re Laomedonte, ivi, 12
— riedificata da Priamo, ivi, 13 — distrutta la secon-
da volta dai Greci, ivi, 14.
Troiani loro origine, I, 29.
TroUo, figliuolo di Priamo, 1, 13.
TYoio, figlio di Tritonio, dà suo nome a Troia ove regna,
I, 11.
Tulivemo, castello distrutto da Carlo Magno, II, 13.
TuUio, Marco, consolo, per suo grande senno e bello par-
lare (a partire CateUina della città, prendere e nelle car-
cere strangolare più de' suoi congiurati e compagni, 1, 1
30 .- va aU'assedio di Fiesole, Ivi, 32.
— Ostilio, re di Roma dopo Numa Pompilio, I, 28 —
sottomette i Sabini, ivi.
TVifiin, re di, dà franchigia a' Fiorentini, VI, 55 — si fa
tributario di Carlo re di Sicilia, Vn, 34 — cacciato di
signorìa, la racqnista, IX, 105 — à rìoaociato, ivi, 184
— rìcovera ancora la signoria, ivi — muore e i reali
per loro discordie nella successione si uccidono insie-
me e si distrugge il suo lignaggio, XII, 102.
Turchi, sono sconfitti dai Tartari, VI, 32 — con l'aiuto
de' Tartari sconfiggono I Greci di Costantinopoli, X,
151 — per mare guastano gran parte di Grecia, ivi, 203
— sooi^tti in mare da galee della Chiesa e del re di
Francia e' Vinisiani, XI, 18 ^ da' Genovesi, ivi, 117
— da' Viniziani, XH, 27 — rubano loro e' Genovesi,
ivi — perdono le Smime con grande battaglia sopra i
Cristiani, XU, 39.
Turchia, provincia d'Asia, I, 3.
TumOf re d'Ardea, ucdso da Enea, I, 28.
Iktrpia, figliuoli di Pace da, hanno parte nell'assassinio
di Andreasso duca di Calabria, Xn, 52 — uno di essi
è giustiziato, ivi.
V.
Ubaìdini, casa fiorentina, fanno parte con ghibellini e ro-
magnuoli e sono sconfitti da' Fiorentini a Mugello, VI,
47 — hanno parte nel parlamento d' Empoli, ivi, 81
— ribellansi al comune di Firenze e ne hanno guastati
lor l)cni, Vili, 53 — aiutano i ghibellini e' bianclii u-
sciti di Firenze, Vm, 60 — ■jmllmente gli Arefini t
riprendere Laterino, ivi, 73 — perdono Monte Adnioo,
ivi, 86 — tornano ad ubbidienza del comune di Fi-
renze, ivi, 100 — si danno alla signorìa de' Fiorentim,
IX, 177 — tengono parte d' imperio, X, 99 ^ sodo
in dissensione e guerra fra loro, ivi, 202 — rispondo-
no alla congiurazione de' Bardi in Firenze, XI, 118 —
untano i Pisani sopra Lucca, Ivi, 131 — si mbeUsno
a' Fiorentini, XI, 13 ~ si pacificano, XH, 8 — con-
dannati per mbelli, ivi, 36. V. anche Seimo da.
— Maghinardo degli, inquisito per tradimento, XI, 39.
— Ottaviano degli, cardinale, XII, 12.
— Ruggieri degli, arcivescovo di Pisa, tradisce il conts
Ugolino, VII, 121.
— figliuoli di Tano degli, corrono CitUdicastello, IX, 226.
— Ugolino di Tano degli, ordisce tradimento in Firenze,
X, 117 — condannato, ivi.
UberUUif Andrea, condannato per congiura, XI, 119.
Uberti, famiglia di Firenze, di che progenie fossero, 1,41
e IV, 3, 13 — come si cominciasse battaglia cittadini
tra loro e la signoria de' consoli, V, 9 — si fan espi
di parte ghibellina, ivi, 39 e VI, 33 — tiranneggiaeo
il popolo, ivi, 39 — son cacciati di firenze, ivi, 95 —
si rappaciano co' Buondelmonti, VII, 56.
— Ezzelino, Neracozzo e Contìcino degli , ribelli di Fi-
renze, presi e messi a morte per ordine di re Carlo
d'Angiò, vn, 35.
— Farinata degli, suo consiglio a' ghibellini useiti di Fi-
renze, VI, 74 — ordisce inganno al popolo e cornane
di Firenze per trarli ad oste in Montapertì, ivi, 77 e 78
— difende Firenze nel parlamento d'Empoli, ivi, 81 —
vuole scampare Ceco de' Buondelmonti guelfo, ivi, 85
— suo proverbio, XII, 14 «- menzione di lui, ivi, 44.
— Lapo Farinata degli, capitano de' ghibellini di Chiusi,
VII, 136 — lo mandano via, ivi.
— Lupo degli, capitano del castello di Laterino, lo rende
a' Fiorentini e' guelfi di Toscana, VII, 120.
.— Piero Asino degli, sua mala azione, VI, 85 — è preso
nella battaglia cÙ Benevento, VII, 9.
— Ritrilla degli, preso per traditore, XI, 124.
— Conte Scalore degli, capitano in Molazze pel re Ro-
berto, xn, 14.
— Schiatta degli, ha parte nell' assassinio di Baondelmonte
de' Buondelmonti, V, 38.
— Sohiattuzzo degli, è ucciso dal popolo di Firenze, VI,
65.
— Tolosato degli, capitano di guerra In Pistoia, la di-
fende da' Fiorentini e' Lucchesi, VIII, 52 — muove so-
pra Firenze, ivi, 72 — difende ancora Pistoia, Ivi, 88.
— Uberto degli, stipite di casa Uberti, IV, 1.
— Uberto Caini degli, è ucciso dal popolo di Firenze.
VI, 35.
Vbertini di Valdamo, famiglia ghibellina, Vm, 17 —per-
dono più castella, ivi, 89 — nemici de' Fiorentini, IX,
225 — perseguitati dal vescovo d'Arezzo, s'accordano
con lui, Ivi, 307 — padficansi coi Tarlati, XI, 74 —
rispondono alla congiura de' Bardi in Firenze, Ivi, 118 —
rubellano alcune castella a' Fiorentini, Ivi, 139 — aiu-
tano i Tarlati a correre sopra Arezzo, XII, 5 — per-
donati da' Fiorentini, ivi, 8 — fanno accordo e lega e
compagnia con loro, ivi, 86.
— Aghinolfo, sconfitto e preso da quelli di Castelfiranco,
IX, 272.
— Francesco di Guido Molle degli, rubella Caatig^oneai
Fiorentini e ne perde il capo, XII, 5.
— Guglielmo degli, vescovo d'Arezzo, fa rubellare U Pog-
gio a Santa Cecilia contro a' Senesi, VII, 90 — si (a
capo de' ghibellini, ivi, 195 — vuol tradire la patria,
ed è morto nella battaglia di Certomondo In Casentino,
Ivi, 131.
Uberto^ figlio di Ugo Capoto regna in Francia, IV, 4.
— di Maremma, conte, lascia rode i Fiorentini, VI, 8.
UbitingM, famiglia guelfa di Pisa, oacciaU, VII, 121.
Ubriachi, famiglia ghibellina di Firenze, V, 39 e VI, 33
— sono cacciati, ivi, 65.
— Guglielmo, ammiraglio de* Gonovc*»ì, h sconfitto da* Pi-
sani, VI, 19.
DI GIOVANNI VILLANI.
595
UeeéUim, nobili fiorentini guelfi, cacciati, VI, 79.
Ughij famiglia nobile di Firenze, lY, 12.
Ugo il grande, fa guerra a Lmgi figlio di Carlo il Sem-
plice, II, 14 — si rende alla mercè d'Otto imperadore
e si pacifica con Luigi, ivi.
— figliuolo di Roberto conte d'Angieri, fatto re di Frau-
da da' baroni, dopo Carlo il Grosso, n, 14 — fa guer-
ra a Carlo il Semplice, ivi.
— frate, mastro della magione di Santa Maria degli Ala-
manni, ambasciadore di Federigo n al concilio di Lio-
ne, VI, 24.
— fratello del re Filippo I di Francia, crociato, IV, 24.
— marchese, vicario di Ottone DI, pone stanza in Firen-
ze e vi fa la Badia e molti cavalieri, IV, 2.
— padre d'Ugo il Dispensiere, impiccato dal popolo di
Londra, X, 8.
— il Dispensiere, favorito di OdoardoII re d'InghUterra,
IX, 138 — sua tracotanza, X, 8 — preso e squartato
per la regina IsabeUa, ivi.
^ di Paraldo, frate tempiere, confessando per martoro si
salva dallo scempio del suo ordine, Vm, 92.
— Capeto, duca d' Orleans, è fatto re di Francia da' ba-
roni, n, 14 ' — sue armi, IV, 4.
UgolinOy conte, de' Oherardeschi di Pisa, cacciatone coi
guelfi, va ad oste sopra Pisa, ed è scomunicato, VII,
47 — toma sopra Pisa co' Lucchesi e sconfigge i Pi-
sani ad Asciano, ivi, 49 — li sconfig^ nuovamente al
fosso Amonico ed è rimesso in città co' guelfi, ivi, 51 —
ne caccia i ghibellini per accordo co' Fiorentiui, Sane-
si ed altri Toscani, ivi, 98 — tradisce il giudice di
Gallura per cagione della signoria, è chiamato signore,
poi tosto tradito dall'arcivescovo Ruggieri e messo in
prigione co' suoi figliuoli e nipoti, ivi, 121 — i Pisani
gli fanno morire di fame, ivi, 128.
Ugonif Filippo degli, da Brescia, podestà in Firenze, VI,
48 6 49.
Ungarì, da chi chiamati in Italia, III, 4 — vi vengono di
nuovo col re Lodovico, XII, 107.
Ungheria o Ungarìa, provincia d'Europa, I, 5.
Ungheria^ re d'. V. AndricnaOj Carlo Umberto, Lodovico.
— reina d'. V. Maria.
Uotiy Gualdo d', preso in battaglia, XII, 47.
Urbano II, papa, fa concilio a Chiermonte in Alvemia,poi
al Torso in Torena, IV, 24.
— m, papa, V, 5.
— rv, papa, VI, 84 — predica la croce contro Manfredi
e* Saracini di l^ocera, ivi — propone di chiamare Carlo
d'Angiò in Italia, ivi, 88 — muore, ivi, 91.
Urbino, si ribella alla Chiesa, IX, 197 — osteggiato dai
Malatesti, ivi, 265.
UrìÀmbaeca, contestabile tedesco, ha parte nella vittoria di
Ghiaradadda sopra Marco Visconti, IX, 191 — fatto ca-
valiere in Firenze, ivi, 294 — preso nella battaglia di
Altopascio, ivi, 305.
Usciti. V. Guelfi e Ghibellini.
UUr^ Pandragone, regna in Brettagna, m, 4.
Uzza, castello, rimane a' Fiorentini por pace, XI, 91.
Uzzano, castello, fa pace e accordo co' Fiorentini X, 136
— lo pèrdono per tradimento, ivi, 183 e XI, 14.
Uttano, da, casa fiorentina, falliscono, XI, 88 e XSl, 55.
Vacca, Iacopo del, della casa de' Pazzi di Firenze, come
fu morto alla battaglia di Montaperti, VI, 78.
Vainolo, in Firenze, XI, 33.
Valdamini di sopra, rubelli, XI, 139.
Valdibura, guasta dal conte Novello, X, 15.
Valdtmarino, guasta da Castruccio, IX, 322.
ValetUinese, conte di, preso in battaglia, XII, 47.
VaUntinianOf imperadore, I, 18.
Valenzina, in Analdo, guasta dal conestabile di Francia,
XI, 109.
VaUe, sire della, e' suoi fratelli, muoiono combattendo per
Carlo di Brois, XH, 93.
VaUeri, Alardo di, barone franceaco, ha da Carlo d'Angiò
il reggimento dell'oste sua nella battaglia di Tagliacoz-
zo, Vn, 27 — suo merito in essa battaglia, ivi — ha
parte neUa sconfitta data da' Pi^i a' Fiorentini sotto
Lucca, XI, 134. .
VaUiana, marchesi da, trattano per dare Cittadicastello ai
Perugini, XI, 37.
— marchese da, capitano di taglia in Firenze, IX, 226 —
chiamato podestà da' riformatori di Firenze, XII, 17.
VaOina, Giovanni della, di Borgogna, ha l'insegna reale
nell'oste fiorentina centra i Pisani, XI, 134 — suo di-
fetto nelU battagUa di Lucca, ivi.
Vallombrosa, origine del suo ordine, IV, 17 — come il
suo abate, de' signori di Beccheria da Pavia fosse as-
sassinato dal popolo di Firenze, VI, 65.
Valori, Taldo, sua parte in congiura a Firenze, XI, 118.
Vandali, vengono in Italia, II, 1 — cacciati da Belisario,
ivi, 6. ^ ^ ,
Vandomo o Vandamm, Boccardo conte di, barone del conte
di Monforte, VH, 4 — sua parte nella presa di San Ger-
mano, ivi, 6. ,^
— Giovanni di, barone del conte di Monforte, VH, 4 —
sua parte nella presa di San Germano, ivi, 6.
Vauri, castello, preso da Raimondo di Cardona, IX, 139.
Vecchietti, famiglia antica di Firenze, IV, 12 — è di parte
guelfa, V, 39 e Vi, 33 — cacciata, ivi, 79 — gran
parte d' essa tiene parte bianca co' Cerchi, VIII, 39 —
e gli altri parte nera, ivi.
Veglia, madonna, come procurasse vescovado a Siena, I,
56. , ,
VeUi, Rinaldo da, ammiraglio e capitano mandato dal conte
Artese in Sicilia, prende Agosta, VII, 117.
Venafri, città in Terra di lav9ro, si arrende alla gente
del re d'Ungheria, XH, 103.
Venceslao, re di Boemia, muore senza rede maschio, IX, 1.
Ventimiglia, conte di, barone di Manfredi, VII, 7.
— conte Francesco di, si rubeUa al re Piero di Sicilia ed
è preso e morto co' suoi figliuoli, XI, 71 — come ri-
cevuto dal re Roberto, XII, 14.
Vento pestilenzievole in lUMa e in Francia, IX, 222.
Ventraia, Gherardo, de* Tomaqumci, portansegna de' Fio-
rentini, VII, 131.
Venturino, frate, da Bergamo, commuove molti Liombardi
e Toscani a penitenza, XI, 23.
VerceUi, partita tra' guelfi e' ghibeUini, IX, 109 — paci-
ficata per forza dai Visconti , ivi — signoreggiaU da
Luchino Visconti, XH, 74.
Vercdli, signore di. V. CoUibiano.
Verde, nome dì parte guelfa in Arezzo, VIII, 99.
VergèOeii, ghibellini di Pistoia, X, 126 e 131.
— Lipo, aiuta i Pistoiesi a ripararsi da' Lucchesi, Vili,
111.
Vergisi, V. Landa.
Verirtibergo, Gherardo da, tedesco portapennone al soldo
de' Fiorentini, è morto al Cerruglio, XI, 52.
Vermandese, tolto dal re Filippo al conte Ferrante, V, 35.
VemagaUo, pisano, sua astuzia, VI, 58.
Vemia, castello preso da' Fiorentini, VI, 66 — posseduto
da un Salimbeni, IX, 313 — comperato da' Bardi, XI,
74 — s'arrende a' Fiorentini, ivi, 119.
Vemia, signori da, V. Alberti conti.
Verona, signoreggiata da Mastino della Scala, XI, 45 —
assediata dalla lega di Lombardia, ivi, 77.
Verona, signore di. V. Scala della.
Veronesi, hanno guerra col vescovo di Trento, VM, 47
— col marchese Azzo da Este, ivi, 88.
Verre, Carniccio del, distinto popolano di Firenze, Vin, 2.
Verrucabuosi, castello, assediato dal marchese Spinetta.
X, 6.
Vervich, si arrende liberamente al re d'Inghilterra, X. 223.
Vervich (OrbO, conte di, della casa reale d' Inghilterra, man-
dato in Guascogna da Odoardo IO, guerreggia centra il
re di Francia. XU, 47 e 61 - ha parte nella battaglia di
Crecì, ivi, 68 — fa conquista in Guascogna, ivi, 77 —
è all'assedio di Calese, ivi, 96.
Viareggio, castello, preso da' Pisani, IX, 68.
ticchio, castello, tolto da' Fiorentini a' Sanesi, VI, 75.
Vicario. V. BattifoUe da, Bonacoti, Cantdmo, Cattracani,
Cetonia, Correggia da, Enzo, Fieeco dal, FUippi, Oam-
596
INDICB OBLLA CRONACA
hateUay OÌ€mberiaUo, OiUbertOf Ointwm^ yeteon» di,
LoddOf Memoriale fra, MamforUy Ni/eri conte di, No-
vello, Ortimghe conte di, iWovtcùio, itoòdrto, fkalc del-
la, TarlatìsM de* Tarlatif Trecento conte di, Ugo niar-
choso.
Vicenza tolta a' Padovani da Cane della Scala por Arri-
go Vn ixnperadore, UC, 14 - assediata da' Padovani,
ivi, 63 — dalla lega de' Lombardi, XI, 89.
Vico, terra fondata dal comune di Rrenze, IX, S73.
Vico, Albisso da, ambasdadore de* Pisani al vescovo d'A-
rezso, X, 83 — preso, ivi, 34.
Vicopisano, guastato dal conte Ugolino, W, 47 — e da'
Lucchesi, Fiorentini e guelfi di Toscana, ivi, 137 — i
Pisani ne cacciano la gente di Castmccio, X, 18.
Yiesca, come i Fiorentini ne togliessero la giurisdislone
a Guidi, VUI, 2.
Vignale, castello, mbellato da* Pisani a* Samminiatesi, VH,
148.
VigiUt Piero dalle, savio maestro, come Federigo n lo fo-
ce morire, VI, 2S — come l' imperatore lo avesse man-
dato ambasdadore al concilio ài Lione, ivi, 24 — epi-
stola per lui dettata contra la sentenza d' Innocenso IV,
ivi, 25.
ViUÙrieOy visconte di, preso in battaglia, XJI, 47.
VUla^ Guglielmo di, capitano di Carlo d'Angiò alla bat-
taglia di Tagliacosxo, VD, 26.
Villadichiesa, in Sardegna, presa dall'infante d'Aragona,
IX, 237.
VUlani, Giovanni, autore di questa storia, quando la co-
minciasse, Vm, 36 — priore di Firenze, IX, 82 e X,
106 — ufidale sopra far edificare le mura, IX, 137 e
256 — sopra la vettovaglia, X, 121 — menatore di
trattato con Gberardino Spinoli, ivi, 172 — ufidale al
lavorio delle porte di San Giovanni e dd campanile
della Badia, ivi, 177 — suo consiglio, ivi, 202— sta-
dico in Ferrara, XI, 130, 133 e 135.
ViUanwìvaj Arnaldo di, suoi errori di fede, IX, 3.
Vinci, castello rubelle a* Fiorentini, IX, 73.
Vinegia, da chi fondata, I, 17 — come ne fii cacciata
parte gudfa, IX, 2.
Vinegia^ vescovo di, scismatico, consacra il Bavero, X, 55
— fatto cardinale da Niccolò V antipapa, ivi, 74.
Vinisiani, sono vinti da Roberto Guiscardo duca di Pu-
glia, IV, 19 — accolgono papa Alessandro III, V, S
prendono Costantinopoli, onde ritengono titolo di parte
di qudlo imperio, ivi, 28 — danno navillo a Corrado
per passare in Puglia, VI, 44 — come si comindò la
prima guerra tra loro ed i Gonoved, ivi, 60 — il Pa-
leologo toglie loro Costantinopoli, ivi, 70 ^- sono scon-
6tti in mare da' Genovesi, Vili, 24 — fanno pace con
loro, ivi, 27 — prendono Ferrara, poi la perdono, ivi,
103 — sconfitti dal legato del papa, ivi, 115 — aiu-
tano di danaro Arrigo di Lussemburgo imperadore, IX,
14 — battono gl'Inglesi in mare, ivi, 224 — sonper-
cosd da' Genovesi usdti e accordano con anunenda,X,
64 — tornano in guerra co' Genovesi e similmente fan
pace per ammenda, ivi, 175 — sconfiggono i Turchi,
XI, 18 — fanno compagnia e lega co' Fiorentini con-
tra Mastino della Scala, ivi, 49 — loro oste a Bovo-
lento, ivi, 54 — come tolsero le saline di Padova a
Mastino, Ivi, 57 — battagliano in mare co' Genovesi,
ivi, 69 — tradiscono i Fiorentini e fanno pace con Ma-
stino, ivi, 90 — combattono i Turchi, XII, 27 e 39 —
assediano ladra, ivi, 59.
Viprimeme, cherlco. V. Oiov<umi,
Visconti, tenuti co' ghibellini taor di Milano da Guidetto
della Torre, IX, 9 — rimessi da Arrigo Imperadore,
ivi, 11 — soomunicati e perseguitati dalla Chiesa, ivi,
144 — corrompono il duca d'Austria chiamato contra
loro, ivi, 145 — sono deposti dalla signoria e messi
in prigione da Lodovico il Bavaro, X, 81 — a setta
coi figliuoli di Castrucdo, ivi, 129 — trattano col pa-
pa e colla Chiesa, ivi — entrano nella lega de' Lom-
bardi, ivi, 204 — cavalcano sopra Piacenza, XI, 5.
— Galeazzo , podestà di Piacenza se ne fa dgnore cac-
ciandone 1 guelfi, IX, 41 — con belle parole fa tornare
in FranciA Filippo di Vaiola, ivi, 110 — sconfigge lo|
Lombardia la lega gnella di Toscana, IX, 129 — ^
Cremona, ivi, 130 — d ik fiue capitano di Milsiio,lri,
156 — è caédato di dgnoria, ivi, 181 — la rìcapert,
ivi, 184 — vince con Marco, Raimondo di CirdoBt,
ivi, 289 — si parte con danno d^' assedio di Menu,
ivi, 243 — riprende Monza, ivi, 270 — la eoa gcali
è sconfitta da queOa della Chiesa, ivi, 354 — depoile
0 iktto prendere dal Bavaro, X, 31 «^ imprigionsto •
Monza, ivi, Ì12 ^ muore soldato alla mercè fi Csstn»-
do, ivi, 86.
ViàcomH . . . de', arcivescovo di Milano, Vn, 52.
— Azzo, figiiuolo di Galeazzo, cacciato di Placenta, H,
178 — prende il l>orgo a San Donnino, ivi, 288 ^
mandato da tuo padre in aiuto di Castrucdo contro &'
Fiorentini, Ivi, 304 — assediate in Borgo San Donni-
no dal legato dd p^a. Ivi, 308 — va con Castraceio
a correre e guastare Q contado di Firenze, Ivi, 819 —
aiuta Passerino contro i Bolognesi, Ivi, 325 — fi guem
a' Bresciani, ivi, 849 — va al parlamento di Treato,
X, 18 — Catto prendere dal Bavaro, ivi, 31 — lo meas
seco, ivi, 32 — fogge, ivi — confermato dal Bafwo
ndla dgnoria di Milano, ivi, 1 10 — non vuole nbbi-
dirìo, ivi, 129 — & morire Marco suo zio, ivi, 185 —
si ricondlia colla Chiesa, ivi, 145 — entra ndla Isgi
lombarda, ivi, 204 — ricomincia guerra al legato 4i
Lombardia e al re Giovanni, ivi, 208 — toglie Pads
al re Giovanni, ivi, 211 — si sdegna con Mastino deBs
Scala, poi s* accorda, XI, 30 — ha a patti Piacenza •
Lodi, i^-i, 31 — ha dalla lega la dgnoria dì Bresdì,
ivi, 73 — muore, ivi, 101.
~ Giovanni o Giovanndlo di Maffeo, cardinale legato in
Lombardia ddl' antipapa Niccolò V, X, 1 18 — ha parte
ndl'assasdnio di Marco suo nipote, ivi, 135 — rinun-
zia d cardhudato ed è fatto vescovo di Nocera, hri, 148
— capitano de' Milaned, sconfitto ddla gente di Lode-
rigo Visconti, XI, 97 — signore di Milano, ivi, 101 —
va d soccorso de' Pisani sopra Lucca, ivi, 131 — ca-
pitano d'una schiera della loro oste, ivi, 184 — fitto
prigione dd Fiorentini, ivi — liberato, Xn, 8 — man-
dato in duto del vescovo di Luni contro a' Pisani, id,
26.
— Loderlgo, rubdlo di Azzo Visconti, corre il Milanese,
colle masnade state della lega de* Lombardi e sconfig-
ge le genti di Milano, poi è vinto e preso, XI, 97.
— Lodovico 0 Ldgi, uno de' dodici rettori di Milano,
IX, 182 — ca^ di parte, duta Gdeazzo a rìoovrar la
signoria, ivi, 184.
— Luchino, fatto prendere da Lodovico il Bavaro, X, 81
— lo mena seco, Ivi, 82 — fugge, ivi — ha parte nel-
l'assassinio di Marco suo nipote. Ivi, 185 — capitano
generde dell' osts della lega oontra Mastino ddla Sesia
sopra Verona, sua viltà, XI, 64 — sconfitto e preso da
Loderigo Visconti, liberato da Ettore da Panago, ivi,
97 — fatto signore di Milano, Ivi, 101 — s'aoeorda
col papa e con la Chiesa, per moneta, ivi — vuol t6r
Lucca a Mastino, ivi, 127 — fa lega co* Pisani e man-
da loro soccorso per l'assedio di Lucca, ivi, 131 —
soccorre gli Ubddinl contro i Fiorentini, ivi, 139 —
d & nimico de' Pisani, XII, 26 — fk loro guerra, ivi,
29 e 88 — duta quelli da Gonzaga contro quelli da
Ferrara, id, 85 — mette pace In Genova Crai popolo
ed I grandi. Ivi, 37 e 88 — fa pace co' Pisani, ivi ^
com' ebbe Parma, ivi, 74 — sua grande potenza, ivi ^
gli è offerta la signoria di Genova, ivi, 88.
— Maffeo, capitano dd popolo di Milano, VII, 52 — eac-
dato di signoria. Vili, 61 — sua saviezza, ivi — rimesso
per ArHgo Imperadore, IX, 9 — tradisce Guidetto della
Torre, Ivi, 11 — vicario di Arrigo in Milano, ivi, 20
— manda duto ad Ugncdone della Faggiuola, Ivi, 71
— sua grande potenza. Ivi, 110 — sotto trattato d'ac-
cordo colia Chiesa corrompe il duca d'Austria chiamato
contra a lui, ivi, 145 — muore, ivi, 156.
— Marco, capitano di parte ghibellina, assedia Genova,
IX, 90 » sconfigge ed uccide Ugo dd Balzo, ivi, 102
— ha per forza la parte guelfa di Vercelli, ivi, 120 —
sconfigge Rdmondo di Gardena d ponte a Badgnano,
ivi, 160 » ha Basignano, ivi, 164 — è sconfitto dd-
01 GlOYANMl VILLANI
597
rotta delU Chiesa in CbUradadda, IX, 191 — e alU
Gargasiaola, ivi, 190 — sconfigge qae' della Chiesa a
Cairara, ed ha la rocca di Basciano, ivi, 281 — scon-
fiSK^ 0 prende Raimondo di Cardona, ivi, 239 — scon-
figge Passerino della Torre, ivi, 258 — va al parla-
mento di Trento, X, 18 — fatto prendere dal Bavaro,
ivi, SI — liberato, ivi, 82 — fogge, ivi — mandato
per ambasciadore e capitano a' Tedeschi mbelli del Cer-
roglio, lo ritengono prigione, ivi, 108 e 118 — fatto
Btgnore di Lacca, ivi, 180 — vuol tradire a' Horentint
i figlinoli di Castracelo, ivi — serve i Pisani e 1 conte
Fazio a cacciare il vicario del Bavaro e sae masnade,
ivi, 134 — tratto co' Flautini per dar loro Lacca,
promette di stare per la Chiesa, va a Milano ed è morto
da' firateUi e' nipoti, ivi, 186.
FiseoiKt Pietro, esdaao dalla signoria di Milano, VIU, 61.
— VeroeBlno, sconfitto da Arrigo di Fiandra, IX, 250.
— famiglia guelfa di Pisa, cacciata, VII, 121.
ViMdomimf nobili fiorentini, cominciamento del loro lignag-
(^o, IV, 10 ~ tengono parte gaelfa, V, 89 e VI, 33 —
cacciati, ivi, 79 — nemici de' Falconieri, Vili, 1.
— Cerrettieri de', fatto cavaliere dal daca d' Atene, XII,
3 — suo consigliere, ivi, 8 — scampa dalla vendetta
del popolo di Firenze, ivi, 17 — dipinto per onta in
efiO^, ivi, 34.
— Ticd dei, rimane morto nella battaglia di Certomondo
in Casentino, VII, 181.
KiteUo, della, popolani guelfi di Firenze, cacciati, VI, 79.
V. anche Tedaldo
Viterbesi. Come s'inimicassero con casa Orsini, VII, 58
— accolgono a signore il Bavaro, X, 48 — signoreg-
giaDsi por tiranno, ivi, 133 — corrono la terra e fanno
vendetta de' traditori, XII, 105.
Viterbo. Boa origine e percbi cosi nomata, I, 51 — in
signorìa da' Colonnesi, IX, 40 — osteggiata dal prence
della Morea, X, 21.
Vltolino, castello, assalito da Casiraccio, IX, 345.
ViUoriOf papa, fatto per Arrigo m imperadore, VI, 16 e
82.
— antipapa, V, 1.
VÙHtldif Manfirédi de', capo di ghibellini di Genova, X,
199.
Vivinais, castello, preso da' Fiordntini, X, 167 — rubato
ed arso, ivi, 172 — ripreso, ivi, 205.
Vótognano, da, famiglia gaelfa di Firenze, V, 89. V. an-
che Quona da.
Vòlta, della, nobili di Fucecchio, rubellansi e son oaodati,
Xn, 45.
Volteri, castello preso da* Genovesi, X, 68 — ripreso da-
gli asciti e perduto tosto, ivi, 90.
Volterra, sua antichità e suo primo nome, I, 55 — è presa
da' Fiorentini, VI, 57 — data in signoria a Castracelo,
X, 37 — se ne fa signore OtUviano Belfortì, XI, 116
— si dà al duca d'Atene, XII, 3 — si rabella, XII, 17
e 24.
VoUtrra, signore di, manda aiuto a' Fiorentini, XI, 182.
— vescovo di, capo di parte, cacciato, XI, 116 — stadi-
co in Firenze, XII, 8.
Volterrani, sconfitti dai Fiorentini, VI, 57 — hanno par-
te con loro nella sconfitta di Montaperti, VI, 78 —
tornano a parte guelfa , VII , 20 — s' allegano contro
a' Pisani, ivi, 98 — hanno parte nella vittoria di Cer-
tomondo in Casentino, ivi, 131 — guerreggiano co'San-
gimignanesi, Vm, 116 » entrano nella lega gaelfa di
Toscana contro Arrigo VII imperadore, IX, 17 — hanno
parte nella sconfitta di Montecatini, ivi, 71 — ed in,
quella d'Altopascio, ivi, 802 — mandano aiuto a' Fio-
rentini sotto Pistoia, X, 85 — fanno taciu tregua col
Bavaro, ivi, 118.
ZaeehmiOf papa, ha guerra con Eracco, li. 11.
— Martino, ammiraglio de' Genovesi, maore combattendo
i Tordii, xn, 89.
Zante. V. Giacinto.
Zeno, Piero, ammiraglio de' Viniziani, muore combattendo
i Turchi, xn, 89.
ZenoHo, santo, vescovo di Firenze, miracoli della sna mor-
te, l, 61 — come ne fu ritrovato il corpo, X, 171.
Zenone, imperadore di Costantinopoli, U, 4.
Zizera, forte terra di Granata, presa dal re di Spagna,
XII, 31.
FINE DEL PRIMO VOLUME.
CROINICHE
DI
GIOVANNI, MATTEO E FILIPPO VILLANI
SECONDO LE MIGLIORI STAMPE
B CORRBDATB
DI NOTE FILOLOGICHE E STORICHE
TESTO DI UNGUA.
VOL. II.
TRIESTE
SEZIONE LCTTERARIO-ARTISTICA DEL LLOYD AUSTIilACO
lSft9.
CROINICHE
GIOVANNI, MATTEO E FILIPPO v:
SECONDO LE MIGUORI STAlE'I
E COIBDin
DI NOTE FILOLOGICHE E ^J:^
TESTO MUKiU.
CROISICHE
DI
GIOVANNI, MATTEO E FILIPPO VILLANI
SECONDO LE MIGLIORI STAMPE
B CORREDATE
DI NOTE FILOLOGICHE E STORICHE
TESTO DI UNGUA.
VOL. II.
TRIESTE
SEZIONE LBTTERAniO-ARTISTlCA DEL LLOYD AUSTIUACO
CRONICHE
DI
GIOVANNI, MATTEO E FILIPPO VJLLANI
SECONDO LE MIGLIORI STAMPE
B CORRBDATB
DI NOTE FILOLOGICHE E STORICHE
TESTO DI UNGUA.
VOL. II.
TRIESTE
SEZIONE LSTTERAMO-ARTISTICA DEL LLOYD AUSTRIACO
1869.
TIpograflA M ìAo^à AniCrlMo.
DI MATTEO VILLANI
E
DELLA SUA CRONICA
l^carse notizie ci rimangono di Matteo Villani. Indarno sullo scorcio del passato se-
colo cercarono con sommo stadio di accrescerle i biografi ; ed ecco quel poco che ne sappia-
mo. Nato di Villano di Toldo^ ebbe due mogli, Taddea di Domenico Ciampelli prima, poi Lisa
di Monte Bondelmonti, e da queste sei figliuoli. Ammonito come ghibellino turbolento dai ca-
pitani di parte guelfa, si diede tutto agli studi, continuò la Cronica di Giovanni suo fratello,
e fini il 12 luglio 1363, anch* egli, come il fratello, colpito dalla peste fierissima che allora
desolava quasi tutta Europa e specialmente 1* Italia.
Della sua Cronica, divisa in 11 libri e condotta appunto fino all'anno 1363, si recò
fin qui ingiustissima sentenza. I primi letterati che la giudicarono non ebbero innanzi che le
scompigliate e adultere stampe del secolo XVI, onde, senza leggerne pure una pagina di ma-
noscritto, la proclamarono incerta, qua e là confusa, nò purgata nò gentile. I seguenti critici,
di mente pecorina, ridissero il detto, caricandone di proprio i colori : e passato in costume
r ostracismo, chi mai respingerlo o derogarlo? Ne fu traviato perfino il sommo Panni, scri-
vendo egli, che la Cronica di Matteo per riguardo alla lingua si leggerebbe con non molta
utilità. E il Tiraboschi, dannandola come di stUe troppo difiuso, mostrò miseramente di non
averla mai Ietta.
Matteo, come storico, ò veracissimo ; uomo anch* egli da partito, batte in politica tut-
t* altra via che il fratello, ma come lui non risente troppo dell* odio di parte; e molto più spesso
onora ed ama nelle virtù anche il nemico. Come scrittore, non ha la freschezza né Y ingenuo
e caldo racconto di Giovanni, ma lo vince nelParte della locuzione, la quale corre serrata,
composta, espressiva, se non ricchissima sempre, nò sempre di vena. Vivissimo dipintore^
dice Cesare Cantò, de" costumi e degli avvenimenti^ inspira reverema ed amore.
INITT. A. RACHBI^I.
CRONICA
DI
MATTEO VILLANI
DALL'ANNO MGGGXVni AL HCCGLXin.
LIBRO PRIMO
^1 comincia la Cronica di Matteo Villani, e pri-
ma U prologo, e primo libro.
Esaminando neir animo mio la voftra eaorUsio-
ne, earìfaim! amiei, di mettere opera a aerìTere le
itone e le novità ohe a* noitri tempi atrennero pen-
sai la mia piecola racollà eiaere debole a cotanta e
tale opera f cguire. Ma peroechè la vostra richiesta
mi rende per debito pronto a ubbidire, e il vostro
consiglio aggiogne vigore alla stanca mente; e pen-
sando che per la macchia del peccato la genera-
lione ornane totta^ è sottoposta alle temporali cala-
mità, e a molta miseria, e a innomerabili mali, i
qoali avvengono nel mondo per varie nuiniere, e per
diversi e strani movimenti, e tempi; come sono
vessazioni di goerre, movimenti di batlaglie, faro-
re di popoli, matamenti di reami, occapasioni di ti-
ranni, pestilensie, mortalità e fame, dilovi. Incendi,
naufragi e altre gravi cose, delle quali gli uomini,
ne* coi tempi avvengono, quasi da ignoranza soppre-
si, più forte si maravigliano, e meno comprendono
il divino giudido, e poco conoscono il consiglio
e*l rimedio deir avversità, se per memoria di sind-
gliand casi avvenuti ne* tempi passati non hanno al-
cuno ammaestramento: e in quelle che la chiara
faccia della prosperità rapporta non sanno usare il
debito temperamento ; rischiudendo^ sotlo lo scuro
velo della ignoranza 1* uscimento cedevole, e il fine
dubbioso delle mortali cose. Onde pensando che
r opera puote essere fruttuosa, e debba piacere per
li naturali desiderii degli uomini, mi mossi a comin-
' Con il Tetto DaTansAti, ohe è fondamonto • nonna
della nostra edidone. Delle varianti degli altri Teeti le più
importanti saranno introdotte a' loro luoghi o notate a pie
di pagina. Qui 1* ediz. cit in luogo di tutta legge m vita.
' lo stesso che rinchiudendo, racchiudendo. L'edis. dt
éUa chiudendo.
dare, per esempio di me uomo di leggieri scienza,
ad apparecehiar arteria a' savi di concedere del lo-
ro tempo alcuna parte, per lasdare agli altri memo-
ria delle cose che appariranno di ciò degne a* loro
temporali, e a' meno aperti speranza con fatica e
studio da poter venire a operazioni virtudiose, e a
coloro che avranno più alto ingegno, materia di ri-
strìgnere su brevità, e con più piacere degli udito-
ri, le noatre atorie. Ma perocchà ogni coaa è im-
perfetta e vana aenza l'aiuto della divina grazia,
chiamiamo in nostro aiuto la carità divina. Cristo
benedetto ; il quale è in unità col Padre e con lo
Spirito Santo, vive e regna per tutti secoli, e dà
cominciamento e mezzo e termine perfetto a ogni
buona operazione.
CAPITOLO L >
Della inaudita mortalità.
Trovaai nella Santa Scrittura, che avendo il
peccato corrotto ogni via della umana carne. Iddio
mandò il diluvio aopra la terra : e riaervando per la
aua misericordia V umana generazione in otto anime,
di Noè, e di tre suoi figliuoli e delle loro mogli nel-
r arca, tutta V altra generazione nel diluvio sommer-
se. Dsppoi per li tempi multiplicando la gente, aono
stati alquanti diluvi particolari, mortalità, corruzioni e
pistolenze, fami e molti altri mali, che Iddio ha per-
messo venire sopra gli uomini per li loro peccati. Tra
le quali mortalità troviamo venute le più gravi 1* una
al tempo di Marco Aurelio, Antonio e Lucio Aurelio
Commodo romani imperadori, gli anni di Cristo 171,
la quale cominciò in Babilonia d* Egitto, e comprese
molte provinde del mondo. B tornando L. Commo-
* Neir e^z. eit questo capitolo ha il tìtolo seguente :
7/ Hcondo proemio. Narrando eerte mortalità innanei al 1348.
8
CRONICA
do oolle legioni dei Romtni delle parti d^ Ami, pt-
rea oombtUeue otiilemente per la loro infeiione gli
uomini delle provincie ond^elli panavano: e a Ro-
ma fece grave ttermioio de* taoi abitanti. E V altra
Tenne al tempo di Gallo Ostilio Aagatto, e d* Bu-
dosio^ ino figlinolo, occopatori dello imperio, e gravi
persecutori de^ cristiani, la quale cominciò gli anni
di Cristo 254, e durò, ritornando di tempo in tem-
po, intorno di quindici anni : e Tu di diverse e in •
credibili infermitadi , e comprese molte provincie
del mondo. Ma per quello ohe trovar si possa per
le scritture, dal generale diluvio in qua, non fu uni-
versale giudicio di mortalità che tanto comprendes-
se r universo, come quella che ne* nostri di avven-
ne. Nella quale mortalità, considerando la moltitudine
che allora vivea, in comparazione di coloro ohe
erano in vita al tempo del generale diluvio, assai
più ne morirono in questo ohe in quello, secondo la
estimazione di molti discreti. Nella quale mortalità
avendo renduta V anima a Dio V autore della cronica
nominata la Cronica di Giovanni VilkuU cittadino di
Firenze, al quale per sangue e per dilezione fui
strettamente congiunto, dopo molte gravi fortune,
con più conoscimento della calamità del mondo che
la prosperità di quello non m^ avea dimostrato, pro-
puosi neir animo mio fare alla nostra varia e calami-
tosa materia oominciamento a questo tempo, come
a ano rinnovellamento di tempo e seoolo, compren-
dendo annualmente le novità ohe appariranno <U me-
moria degne, giusta la possa del debole ingegno,
come più certa fede per li tempi avvenire ne potre-
mo avere.
CAPITOLO IL
Quanto dvravail imnpo della moria in cahmo paese.
Avendo per cominoiamento nel nostro trattato
a raccontare lo sterminio della generazione nnuma,
e convenendone divisare il tempo e il modo, la qua-
lità e la quantità di quella, stupidisce la mente ap-
pressandosi a scrivere la sentenzia, che la divina giu-
stizia con molta misericordia mandò sopra gli uo-
mini, degni per la corruzione del peccato di final
giudizio. Ma pensando futilità salutevole che di
questa memoria puote addivenire alle nazioni ohe
dopo noi seguiranno, con più sicurtà del nostro ani-
mo cosi cominciamo. Videsi negli anni di Cristo,
dalla sua salutevole incarnazione 1346, la congiun-
zione di tre superiori pianeti nel segno dell* Aqua-
rio, della quale congiunzione si disse per gli astro-
laghi che Saturno fu signore : onde pronosticarono
al mondo grandi e gravi novitadi; ma simile con-
giunzione per li tempi passati molte altre volte stata
e mostrata, la influenzia per altri particolari acciden-
ti non parve cagione di questa, ma piuttosto divino
giudicio secondo la disposizione dell' usoluta volontà
di Dio. Cominciossi nelle parti d* Oriente, nel detto
anuo, inverso il Cattai e l'India superiore, e nelle
altre provinde circustanti a quelle marine dell*ooe-
' Cosi radia, di U T. PavanzaU : BotesfMo.
ano, una pestilenzia tra gU uomini d'ogni coidiiio»
ne di oatuna età e sesso, che ooadnciavano a «po-
tare sangue, e morivano chi di sobito, chi in dna
o in tre di, e alquanti sostenevano più al morire.
E avveniva, ohe chi era a servire questi malati, i|h-
piccandosi quella malattia, o infetti, di quella aae—
desima corruzione incontanente nuilavano, e moriTo—
no per somigliante modo; e a* più ingrossava Tao-
guinaia, e a molti sotto le ditella delle bracda m
destra e a sinistra, e altri in altre parti del corpo,
che quasi generalnMnte alcuna enfiatura singolare
nel corpo infetto si dimostrava. Questa pestilenzia
si venne di tempo in tempo, e di gente in genie
apprendendo, comprese infìra il ternane d'uno an*
no la terza parte del mondo che ai chiama Asia.
B nell'ultimo di questo tempo s'aggiunse allo na—
«ioni del Mare Maggioro, e alle ripe del MareTIrreoo,
nella Soria e Torchia, e in verso lo Egitto o le
riviera del Mar Rosso, e dalla parte settentrionale le
Rossia 0 la Creda, e l'Erminia e l'altre consegoonti
provinde. E in quello tempo galee di Genovesi e Cata-
lani n partirono del Mare Maggioro, e della Soria o di
Romania per fuggire la morte, e recare le loro mer—
catanzie in Italia : e' non poterono causare, che grae
parte di loro non morisse in mare di quella infer^
mila. E arrivati in Cidlia convorsaro oo'paeauii, e
lasciarvi di loro malati, onde incontanente si oo->
mindò quella pestilenzia ne' Cidliani. E venendo lo
detto galee a Piaa, e poi a Genova, per la conver-
saziono di quegli oomini oomindò la mortalità ne'del-
ti looghi, ma non generale. Poi conseguendo il
tempo ordinato da Dio a' paesi, la Cidlia lotta fu
involta in questa nM>rlale pestilenzia. E rAffirioa
nelle sue marino, o nelle sue provinde di verso il
levante, e le rive del noatro Mare Tirreno. E venoe-
do di tempo in tempo verso il ponente, oomproso
la Sardigns, e la Corsica, o 1' altre isole di questo
mare; e dall'altra parte, oh* è della Europa, por
simigliante bmkIo aggionse alle parti vidno vano
il ponente, volgendod verso il aMzzogiomo con jpik
aspro aasallmento che sotto le parti settenùnonay.
E negli anni di Cristo 1348 ebbe infella tolta Ita-
lia, salvo che la dita di Milano, e certi oirooslao-
ti all' Alpi, ohe dividono l' Italia daU'Alamagna, ove
gravò poco. E in questo mededmo anno cominciò
a passare le montagne, e stendersi in Proenza, e in
Savoia, e nel Delfinalo, e in Borgogna, e per la ma-
rina di Mardlia e d' Acquamorla, e per laCatdogna,
e nell'isola di Maiolica, e in Ispagna e in Granala.
E nel 1349 ebbe compreso Ihio nel ponente, lo
rive del Mare oceano, d'Europa e d' Affììoa e d'Ir-
landa, e l'isols d'Inghilterra e di Scozia, e T altre
isole di ponente, e tolto infra terra con qnad egua-
le mortalità salvo in Brabante ove poco offese. B
nel 1350 premette gli Alamanni, e gU Ungheri,
Frigia, Daneamarohe, Gotti, e Vandali, e gli altri
popoli e nazioni settentrionali. E la sucoeuione di
questa pestilenua durava nd paese ove s'apprende-
va cinque med continovi, ovvero cinque Innari: o
questo avemmo per isperienza certa di molti paesi.
Avvenne, perchè parca che questa pestifera infezio-
ne s'appiccasse per la veduta e per lo toccamento
DI MATTEO VILLANI.
9
che come V nomo, o la femmina o i fanciulli ti co-
nof cerano malati di quella enfiatura, molti n^ abban-
donavano, e innnmerabile quantità ne morirono, che
aarebbono campati se foaaono stati aiutati delle cose
bisognevoli. Tra gì* infedeli cominciò questa inuma-
nità crudele, che le madri e* padri abbandonavano i
figliuoli, e i figliuoli le madri e' padri, e Tuno fratello
r altro e gli altri congiunti, cosa crudele e meravi-
gliosa, e molto strana dalla umana natura, detestata
tra i fedeli cristiani, nei quali, seguendo le nazioni
barbaro, questa crudeltà si trovò . Essendo comin-
ciata nella nostra città di Firenze, fu biasimata da
discreti la sperienza veduta di molti, i quali si prov-
vidono, e rinchiusono in luoghi solitari, e di sana
aria fomiti d^ ogui buona cosa da vivere, ove non
era sospetto di gente infetta ; in diverse contrade il
divino giudicio (a cui non si può serrare le porti) gli
abbattè come gli altri che non s' erano provveduti.
B molti altri, i quali si dispuosero alla morte per
servire i loro parenti e amici malati, camparono a-
vendo male, e assai non Tebbono oontinovando quel-
lo servigio ; per la qual cosa ciascuno si ravvide, e
cominciarono senza sospetto ad aiutare e servire
r uno r altro ; onde molti guarirono, e guarendo e-
rano più sicori a servire gli altri. Nella nostra citlà di
Firenze cominciò generale air entrare del mese d' a-
prile gH anni Domini 1348, e durò fino al comin-
ciamento del mese di settembre del detto anno. E
morì tra nella città, contado e distretto di Firenze,
d^ogni sesso e di catuna età de' cinque i tre, e più,
compensando il minuto popolo e i mezzani e* mag-
giori, perchè alquanto fu più menomato, perchè co-
minciò prima, ed ebbe meno aiuto, e più disagi e
difetti. E nel generale per tutto il mondo mancò la
generazione umana per simigUante numero e modo,
seoondo le novelle che avemmo di molti paesi stra-
ni, e di molte provincie del mondo. Ben furono Pro-
vincie nel Levante dove vie più ne morirò. Di questa
pestifera infermità i medici in catuna parte del mon-
do, per filosofia naturale, o per fisica, o per arte
d'astrologia non abbono argomento né vera cura.
Alquanti per guadagnare andarono visitando e dan-
do loro argomenti, li quali per la loro morte mo-
strarono r arte essere fitta, e non vera : e assai per
coscienza lasciarono a ristituire i danari che di ciò
aveano presi indebitamente.
Avemmo da mercatanti genovesi, uomini degui
di fede, che aveano avute novelle di que' paesi, che
alquanto tempo innanzi a questa pestilenzia, nelle
parti deir Asia superiore usd della terra, ovvero cad-
de dal cielo un fuoco grandissimo, il quale stenden-
dosi verso il ponente, arse e consumò grandissimo
paese senza alcuno riparo. E alquanti dissono, che
del pozzo di questo fuoco si generò la materia cor-
ruttibile della generale pestilenzia: ma questo non
possiamo accertare. Appresso sapemmo da uno ve-
nerabile frate nunore di Firenze vescovo di . . . del
Regno, uomo degno di fede, che s* era trovato in
quelle parti dov' è la città di Lamech ne' tempi della
mortalità, che tre dì e tre notti piowono in quello
paese biscie con sangue che appuzzarono e corrup-
pono tutte le contrade: e in quella tempesta fu ab-
battuto parte del tempio di Maometto, e alquanto
della sua sepoltura.
CAPITOLO IIL
Della indulgenza diede il papa per la delia
pislolenza.
In questi tempi della mortale pestilenzia, papa
Clemente sesto fece grande indulgenza generale del-
la pena di tutti i peccati a coloro che pentiti e con-
fessi la domandavano a' loro confessori, e moriva-
no : e in quella certa mortalità catuno cristiano cre-
dendosi morire si disponea bene, e con molta con-
trizione e pazienzia rendevano l'anima a Dio.
CAPITOLO rv.
Come gli uomini furono peggiori che prima,
Stimossi per quelli pochi discreti che rimase-
ne in vita molte cose, che per la corruzione del
peccato tutte fallirono agli avvisi degli uomini, se-
guendo nel contrario maravigliosamente. Credettesi
che gli uomini, i quali Iddio per grazia avea riser-
bati in vita, avendo veduto Io stermiaio dei loro
prossimi, e di tutte le nazioni del mondo, udito il
simigliente, che divenissono di migliore condizione,
umili, virtudiosi e cattolici, guardassonsi dalPiniquità
e dai peccati, e fessone pieni d^ amore e di carità
r uno centra 1' altro. Ma di presente restata la mor-
talità apparve il contrario ; che gli uomini trovan-
dosi pochi, e abbondanti per T eredità e succes-
sioni dei beni terreni, dimenticando le cose passate
come se state non fossono, si dierono alla più sconcia
e disordinata vita che prima non aveano usata. Pe-
rocché vacando in ozio, usavano dissolutamente il
peccato della gola, i conviti, le taverne e delizie con
dilicate vivande, e^ giuochi, scorrendo senza freno
alla lussuria, trovando nei vestimenti strane e disu-
sate fogge e disoneste maniere, mutando nuove for-
me a tutti gli arredi. E il minuto popolo, uomini
e femmine, per la soperchia abbondanza che si tro-
vavano delle cose, non volevano lavorare agli usati
mestieri; e le più care e dilicate vivande volea-
no per loro vita, e allibito si maritavano, vestendo
le fanti e le vili femmine tutte le belle e care ro-
be delle orrevoli donne morte. E senza alcuno ri-
tegno quasi tutta la nostra città scorse alla diso-
nesta vita ; e cosi, e peggio, 1' altre città e provincie
del mondo. E secondo le novelle che sentire potemmo,
ninna parte fu, in cui vivente in continenza si ri-
serbasse, campati dal divino furore, stimando la mano
di Dio essere stanca. Ma secondo il profeta Isaia,
non è abbreviato il furore d' Iddio, né la sua mano
stanca, ma molto si compiace nella sua misericordia,
e però lavora sostenendo, per ritrarre i peccatori a
conversione e penitenzia, e punisce temperatamente,
CAPITOLO V.
Come si stimò dovizia^ e seguì carestia,
Stimossi per il mancamento della gente dovere
essere dovizia di tutte le cose che la terra produce,
12
CRONICA
por fattara roalofloa la reina parea strana dall* amore
del ano marito. Per la qnal cagione de' reali e u-
aai giovani baroni preaono aoua baldanza, e poco
onoravano coloi obe attendevano per loro signore.
Onde r animo nobile del giovane, vedendosi oflen-
dere, e tenere a vile a'suoi sudditi, lievemente pren-
deva sdegni. E moltiplicando le ingiurie per diversi
nodi, dalla parte della sua donna e de* suoi baroni,
per giovanile incostanza, alcuna volta con la reina,
alcuna volta con i Baroni usò parole di minacce, per
le quali coli' altra materia che qui abbiamo detta,
appressandosi il tempo della sua coronaaione s* a-
vacciò la crudele e violente sua morte. Onde av-
venne, ohe per fare la vendetta Lodovico re d' Un-
gheria firatello ansinato del detto Andreasso, con
forte braccio venne nel Regno non contrastato da niu-
no de' reali o da altro barone, se non solo da messer
Luigi di Taranto, il quale dopo la morte del duca An-
dreasso, per operasione della imperadrìce sua madre,
di messer Niocola Acciaiuoli di Firenie, suo balio,
avea tolta la detta reina Giovanna per sua moglie.
B innanzi la dispensagione , oh* era sna nipote in
terzo grado, temendo il giovane d* entrare nella ca-
mera alla reioa , confortatolo , e presolo per lo
braccio dal detto suo balio, in segreto sposò la
detta donna : e in paleso fu dispensato il detto ma-
trimonio da Santa Chiesa. Il quale messer Luigi si mise
a contrastare alcuno tempo alla gente del detto re
d* Ungheria, venuta innanzi che la persona del detto
re. Ma sopravvenendo il re, la reina Giovanna in
prima, e appresso messer Luigi, con certe galee in
fretta, e male provveduti fuori che dello scampo dello
persone, fuggirono in Toscana, e poi passarono in
Proenza.
CAPITOLO X.
Come il re it Ungheria fece ad Avena uccidere
il duca di Dura%%o,
Lodovico re d' Ungheria giunto ad Aversa, fe-
ce suo dimoro in quel luogo ove fu morto il fra-
tello. E ivi tutti i baroni del Regno T andarono a
visitare, e fare la reverenza come zìo, e governa-
tore di Carlo Martello infante, figliuolo del detto
duca Andreasso, e della reina Giovanna, a cui suc-
cedeva il reame. I reali, ciò furono messer Ruberto
prenze di Taranto, messer Filippo suo fratello, messer
Carlo duoa di Durezze, che avea per moglie donna
Maria siroochia della reina Giovanna, e measer Luigi,
e messer Ruberto suoi fratelli andarono ad Aversa
confidentemente a faro la reverenza al detto re d* Un-
gheria; e ricevuti da lui con infinta e simulata festa,
atettono con lui infino al quarto giorno. B mosso
per andare da Aversa a Napoli con grande comiti-
va, oltre alla sua gente, di quella de* reali e del
Regno, rìmaso addietro, e cavalcando con lui il du-
oa di Durezze, il re gli disse: Menatemi dove fu
morto nostro fratello. B senza accettare scusa con-
dotto al luogo, il detto duca di Durazzo soeso del
palafreno, già conoscendo il suo mortale caso, disse
il re : Traditore, del sangue tuo che farai ? B tirato
per forza, come ora ordinato, infino ove fa stran-
golato il duca Andreuso, tagliatali la testa da mi
infedele Cumino, in sul sabbione dal Gafo fa in dne
pezzi gittate, in quell* orto e in quello luogo proprio
ove era stato gittato il re Andreasso. B in qaeUo
stante furono presi gli altri reali, e ordinata la con^
dotta aotto buona guardia, e con loro il piooolo ài-
fante Cario Martello, furono mandati in Ungheria. Il
quale Carlo poco appresso giunto in Ungheria aaorl.
B measer Ruberto prenze di Taranto, e *1 firatello e*
cugini furono messi in prigione, e insieme ritennCi
sotto buona guardia.
CAPITOLO XI.
La cagione della tnorie del duca di Durauo*
Queato duoa di Durazzo non ai trovò che fossa
autore della morte del duoa Andreasso, ma però
eh' egli come molto astuto, avea, non aenza aleonn
espettazione di aperanza del Regno, coli* aiuto del
zio cardinale di Pelagorga, procacciato disponsaiio-
ne dal papa, colla quale ruppe quattro grandi mi-
steri. Ciò furono violando il testamento e V ordine
e la concordia presa dal re Ruberto, e Umberto Mar-
tello re d* Ungheria, ove era diaposto che il matri-
monio di dama Maria siroochia della reina Giovanna
ai dovesse fare, a conservagione della successione
del regno colla casa di Carlo Umberto, discendenti
dì Carlo Martello, in certo caso di morte, o di man-
camento di figliuoli alla reina. La quale Maria il
detto duca si prese per moglie. B il saramento di dò
prestato per lo detto duoa, e per altri reali in sul
corpo di Cristo ; e la dispensazione di poter pren-
dere la nipote per moglie, la quale si prese e menò
di quaresima. E bene che col duca Andreasso si ri-
tenesse mostrsndoli amore, nondimeno lungo iempo
segretamente fece impedire a corte la diliberaziono
della sua coronazione. Onde per questo aoprutnre
della coronazione fu fatto T ordine e mosso a esecn-
zione il detestabile patrioidio ^ della sua morte : e
questa fu la cagione perchè il re d'Ungheria il fece
morire. Di questa morte, e della carcerazione de'
reali nacque grande tremore a tutto il regno. B Ai il
re reputato crudele non meno per la carcerazione
dogi* innocenti giovani reali, che per la morte del
duca di Durazzo.
CAPITOLO XII.
Come il re d* Ungheria entrò in NapolL
Fatta il re d* Ungheria parte della sua vendet-
ta, e ricevuto in Napoli come signore, e ordinato i
magistrati, e comandato giustizia per tutto il regno,
cominciò ad andare visitando le città e le provincie.
B da tutti i baroni prese saramento per Carlo Mar-
tello suo nipote. B nelPanno 1348 quasi tutto il
regno 1* ubbidia, salvo che in Puglia era oontra lui
il forte castello d' Amalfi della montagna, il quale si
' U d$U$tabH4 § pMtrieidOf legge U T. Davaniati.
DI MATTEO VILLANI
iS
tenevt per la rana Giovanna, e per mesaor Luigi
di Taranto. E questo guardavano munade italiane
oon cento cavalieri tedeachi, capitano della gente e
del caitello measer Lorenzo figliuolo di meiser Nic-
Gola degli Acciainoli di Firenze, giovane cavaliere,
e di grande cuore, e di buono aspetto. Non avendo
ancora mandato il detto re sua gente in terra d' 0-
tanto, né in Calavra, i giustizieri che v' erano per
la reina faceano V ufido per lei, e non ubbidivano al
re d'Ungheria, ed egli non ne strignea il paese, e
però non vi si mostrava alcuna ribellione.
CAPITOLO XIII.
Come ti re éP Ungheria visitava il regno
di Puglia.
In questi di essendo la mortalità già comincia-
ta per tutto il Regno, nondimeno il re cavalcava
visitando le terre del Regno. Ed essendo stato in
Abruzzi, in Puglia, e in Principato, tornò a Napoli
del mese d* aprile del detto anno : e trovati già morti
alquanti de' suoi baroni, senti che certi conti e ba-
roni del Regno faceano cospirazione contro a lui. E
impaurito in so medesimo per la morte de* suoi, e
per la generale mortalità, avvegnaché fosse di mol-
to franco cuore, non gli parve tempo da ricercare
quelle cose con alcuno sospetto : anzi con savia con-
tinenza mestava a* baroni piena confidenza. E co-
pertamente (eziandio al suo privato consiglio) inten-
dea a fornire tutte le buone terre e castella del Re-
gno di gente d^arme e di vittuaglia. E con seco
aveva un barone della Magna che avea nome Cur-
rado Lupo. Costui aveva il re provato fedele e ar-
dito in molti suoi servigi, e a lui accomandò mil-
ledugento cavalieri tedeschi che aveva nel Regno. E
un suo fratello, eh* avea nome Guelforte, mise nel
castello nuovo di Napoli dove era V abitazione rea-
le, con buona compagnia, e bene fornito d*ogni
cosa da vivere, e d* arme e di vestimento e calza-
mento, e gli accomandò la guardia di quello ca-
stello ; e fond il castello di Capovana, e quello di
Santermo sopra la città di Napoli, e il castello dell'Uo-
vo. E tatto del Regno il doge Guemierì Tedesco,
cui egli avea soldato oon millecinquecento barbute
quando entrò nel Regno, non fidandosi di lui, lasciò
suo vicario alla guardia del detto reame il detto
Currado Lupo ; e *l doge Guemierì malcontento del
re, oon sue munade di Tedeschi si ridusse in
Campagna.
CAPITOLO XIV.
Còme il re df Ungheria parHtosi del Regno tornò in
Ungheria.
Avendo il detto re ordinato la sua gente e le
sue terre in tutte le parti del regno, le quali e*
possedeva, e smmaestati in segreto i suoi vicari e
castellani di buona guardia, non mostrando a* ba-
roni del Regno, nò eziandio a^ suoi, che del regno
si dovesse partire, si mosse da Napoli, dove avea
fatto poco dimoro, e andonnein Puglia; e ordinata
la guardia delle terre e delle castella di là in mano
di suoi Ungherì, avendo fatto armare nel porto di
Barletta una sottile galea, subitamente, improvviso
a tutti quelli del Regno, all'uscita di maggio Tanno
1348, vi montò suso con poca compagnia, e fece
dare de* remi in acqua, e senza arresto valicò sano
e salvo in Ischiavonia, e di là con pochi compagni
a cavallo se n* andò in Ungheria. Questa subita par-
tita di cotanto re fu tenuta follemente fatta da molti,
e da lieve non savio movimento d* animo, e molti
il ne biasimarono. Altri dissono che provvedutamen-
te e con molto senno T avea fatto, avendo delibe-
rato il partire nelF animo suo per tema della mor-
talità, e non vedendo tempo da potersi scoprire
conta i baroni, i quali sentiva male disposti alla sua
fede, come detto è, commendaronlo di segreto e
provveduto partimonto\
CAPITOLO XV.
NotUà del reame di Tunisi^ e più rivolgimenti di
quello.
In questo mese di maggio avendo Balue^ re
del Garbo e della Bella Marina prima conquistato il
reame di Trenusi, e montatone in superbia e ambi-
zione, trattò con Alesbi fratello del re di Tunisi : e
fatta sua armata per mare, e grande oste per torre,
improvviso al re di Tunisi fu addosso, e senza con-
tasto, avendo il ricetto d' Alesbi, entrò nella città, e
prese il re, e di presento il fece morire. E avuta
la signoria, non attenne i patti ad Alesbi, il quale
partito di Tunisi, e aggiuntosi grande copia d* Ara-
bi del reame, venne verso Tunisi. Il re Balase ac-
colta grande oste andò contro a lui, e commissono
iusieme mortale battaglia, nella quale morì la mag-
giore parto della gente del re Balase, ed egli scon-
fitto si fuggi in Carvano, suo forte castollo y e as-
sediato in quello dagli Arabi, per danari s* acconciò
con loro, e torneasi a Tunisi. Alesbi da capo co*gli
Arabi tornò sopra Tunisi: ma Balase si tonea la
guardia delle torre, sicchò gli Arabi non potondo
combattore si tornarono in loro pasture. Avea Ba-
lase quando si parti di suo reame luciato nella città
reale di Fessa Maumetto suo nipoto, e in Tremus
Buevem suo figliuolo. Costoro avendo sentito come
Balase era sconfitto e assediato dagli Arabi, senza
sapere V uno deir altro, catuno si rubellò e fecesi
' Vogliono alcuni eh' oi tornasse io Ungheria per iifog-
gire alle insidie del daca Guemieri. Costui, vedutosi preporre
negli affari del Regno certo Corrado Lupo, fondato aveva
nel 1342 una terribile banda di ventura, colla quale, mu-
tata V arte di guerra in un assassinio continuo, metteva a
ferro e a fuoco ogni terra che non gli si aprisse e non lo
pascesse d' oro e di libidini. Egli vestiva il petto di una
corazsa di ferro finissimo, sopra la quale una piastra d*Rr.
gonto recava le seguenti parole: Ouemierif duca tiguore
dtUa grande compagnia^ nemico diDiOf della pietà « dtlla
miaericordia. Il suo più ardente desiderio era quello di a-
vore il re d* Ungheria nelle mani per ucciderlo.
' Baldasearre, legge Tedili, cit. e più sotto io luogo di
Trenuei^ Tremfsenne*
14
CRONICA
fare re : il flglloolo in Tremus, e il nipote in Pesf a.
E f entendo Baefem che Maumetlo •* era levato re in
Fessa, parendogli eh* egli avesse occnpata la saa e-
redità, propose nelK animo sno d' abbatterlo, e così
gli venne ùitto, come innanzi al suo debito tempo
ordinatamente racconteremo.
CAPITOLO XVL
Come per la partita del re cT Ungheria del Regno
• baroni è" popoli si dohono.
Sentendo gli uomini e i baroni del Regno la
subita partita del re d' Ungheria ni maravigliarono
forte, non ne avendo di ciò conoscinto alcuno indi-
EÌo. E molte comunanze e baroni che amavano il ri-
poso del Regno, e portavano fede alla sua signoria
ne furono dolenti ; perocché non ostante che fosse
nato e nutricato in Uogheria, e avesse con seco as-
sai di quella gente barbara, molto mantenea grande
giustizia, e non sofferia che sua gente facesse oltrag-
gio 0 noia a* paesani, anzi gli puniva più gravemen-
te: e fece de* suoi Ungheri per non troppo gravi
falli aspre e spaventevoli giustizie. E le strade e i
cammini facea per tutto il Regno sicure. E avea spen-
te le brigate de* paesani, delle quali per antica con-
suetudine soleano grandi congregazioni di ladroni
fare, i quali sotto loro capitani conturbavano le con-
trade e* cammini, e per questo pareva a* paesani es-
sere in stato tranquillo e fermo da dovere bene po-
sare. E alquanti altri baroni che male si contenta-
vano, e gentili uomini di Napoli, per la morte del
duca di Durazzo, e per la presura de* reali a cui
e' portavano grande amore, e perchò il re non fa-
cea loro troppo onore, gU volevano male, e furono
contenti della sua partita. Gli altri se ne dolsono
assai, e parve loro che il Regno rimanesse in for-
tuna e in male stato, e che il peccato commesso
della morte del re Andreasso, e V aggravamento
de* peccati commessi per la troppa quiete de* pae-
sani, e per la soperchia abbondanza in che si co-
noscevano a Dio, non fosse punita, e meritasse
maggior disciplina e spogHamento di que*beni, dai
quali procedeva la viziosa ingratitudine, come av-
venne, e seguendo nostra materia diviseremo.
CAPITOLO xvn.
Come ii reggeva la sua gente nel Regno partito
il re.
Partilo il re d* Ungheria del Regno, la caval-
leria dei Tedeschi o degli Ungheri, governata per
buoni capitani, con le masnade de' fanti a pie to-
scani che aveano con loro, si manteneano cheta-
mente senza villaneggiare i paesani E rìspondea Tona
gente ali* altra tutti nbbedendo, a messer Currado
Lupo, cui il re avea lasciato vicario, il quale man-
teneva giustizia ov* egli distrignea. E gli uomini
del Regno benché si vedessono in debole signoria
non si ardivano a muovere contro ai forestieri, e
non parca però loro bene staro. Ma i baroni ohe
non amavano il re d* Ungheria, volevano che la reiia
e messere Luigi tomassononel Regno; e Fnniver*
sita di Napoli, co* gentiluomini di Capovana e di
Nido, d' un animo deliberarono il simigliante ; o
mandarono in Proenza, dicendo che di presente do-
vessono tornare nel Regno, e fare capo a Napoli evo
sarebbono ricevuti onorevolmente, mostrando come
i paesani si contentavano male della signorìa do'
Tedeschi e degli Ungheri, e che in brìevo lampo
col loro aiuto sarebbono signori del reame. Aggiu-
gnendo che i soldati Ungheri e Tedeschi si ramma-
ricavano forte, che il re d* Ungheria non mandava
danari per le loro paghe, ond* eglino erano di lui
malcontenti ; e il doge Guemieri colla sua compa-
gnia ^ de* Tedeschi eh* era in Campagna s* offeria
d* essere colla reina e con messer Luigi contro alla
gente del re d* Ungheiia, in quanto il volesse condu-
cere al suo soldo: promettendo fedelmente per sé
e per le sue munade d* aiutarli riacquistare il Regno.
CAPITOLO XYIiL
Come meuer Imgi si fé* titolare re al papoy m
mandò nel Regno,
Messer Luigi trovandosi in corte del papa ma-
rito della regina Giovanna, e non re, gli parve a-
vendo diliberato di tornare nel Regno, che li fos-
se di necessità avere titolo di re : acdocchò avendo
a governare eolia reina le cose del reame, e a fare
lettere da sua parte e della reina, il titolo non dis-
formasse, perocohò ancora la Santa Chiesa noa a-
vea diliberato di farlo re di Cicilia, si fece titolare
re d* altro reame, il quale non avea, né era per poter
avere. E d* allora innanzi cominciarono a scrivere
lettere intitolandole in questo modo : iMduvicus et
Ioanna Dei gratia rex et regina Hierusalem et Cici^
liae. E d* allora innanzi messer Luigi fu chiamato
re. Onde il detto re Luigi e la reina Giovanna a-
vendo il conforto del ritornare nel Regno, come
detto è, senza soggiorno procacciarono di ciò fare.
E trovandosi poveri di moneta, richiesono d* aiuto
il papa e i cardinali, il quale non impetrarono. Al-
lora per necessità venderono alla Chiesa la giu-
risdizione che la reina avea nella città di Avignone
per fiorini trentamila d*oro^ E nondimeno richiesono
baroni e comunanze e prelati limosinando d* ogni
parte per lo stretto bisogno. E con molta fatica fé-
ciono armare dieci galee di Genovesi, e pagaronle
per quattro mesi. E in questo mezzo il re Luigi
mandò innanzi a sé nel Regno messere Niccola Acda-
iuoli di Firenze sno balio con pieno mandato, il
quale trovando la materia disposta al proponimento
del suo signore incontanente condusse il doge Guer-
nieri, eh* era in Campagna con milledugento bar-
bute di Tedeschi, eh* erano in sua compagnia. E or-
' Il T. Dav., forse piùgenoiao, legge colla iua con^po-
gna dtf Tedeschi'
^ Lft regina Giovanna fu liberata di cattività, e potè tor-
nare con Laigi di Taranto sno marito nel Regno per aver
promesso di vendere al papa Clemente VI la soTranità d'A-
vignone; e tal vendita segui in effetto ai lO di giagno 1348.
DI MATTEO VILLANI
15
dÌBrto lo ooae prettaMeate, Mudò toDocìtaido il
re e la rana che ieosa iodofìo Teaiasono a Napoli
con le loro galee : che easeodo del Regno le loro
peraoae, eoa T aiolo di Dio e de^ baroni nel Regno
che deaideraTano la loro tornata, e de' Napolitani,
e del doge Gnemìeri, coi egli area condotto oon
bnone ausnade, e oon le ano galee e* sarebbono a
qieCo aignori del Regno, e non conoicea che la
gente del re d' Ungheria a qneato potease riparare,
aie^è in briere al tatto lerebbono aignorì.
CAPITOLO XDL
Come U re e la reina ritornarono nel Regno.
ATondo il re e la reina qaeate noTcUe incon-
tanente con quei baroni ohe poterono accogliere
di Proenza, e con la loro Tamiglia, ai raccolaono a
Marailia in aa le dette dieci galee de^ GenoYoai : ed
arendo il tempo acconcio al loro viaggio, aani e
aalyi in pochi giorni arrìrarono a Napoli alP aacita
del meae d'agosto del detto anno. B perocché le
cnatella di Napoli, e qnello dell* Uovo, e il castello
di Santermo, e 1 porto e la Tersana' erano nella si-
gnoria e guardia delle gente del re d* Ungheria, non
ai poterono mettere nel porto ne in quelle parti;
arni arrivarono fuori di Napoli sopra Santa Maria
del Carmino, di verso ponte Guicciardini, e ivi sce-
aono in terra; e il ré e la reina entrarono nella
Chiesa di Nostra Doma per aspettare i baroni e
r università di Napoli, che gli conducossono neUa
dttà.
CAPITOLO XX.
Come il re e la reina Giovanna enlrarono in Na-
poli a gran festa.
I baroni eh* erano accolti a Napoli, aspettando
la venuta del re e della reina con la loro cavalle-
rìa, de* quali erano caporali quegli di San Severino,
e della casa del Balzo, V ammiraglio conte di Monte-
f cheggioso, quelli dello Stendardo, il conte di Santo
Agnolo, qua' della casa della Raonessa, e di Catan-
zano, e molti altrì. I quali fomiti di molti cavalli
e di ricchi arredi e di nobili robe e arnesi, con
loro scudieri vestiti d* assise, e* gentili uomini di
Napoli con loro proprio, apparecchiati pomposa-
mente a cavallo e a pie con molta festa si misono
ad andare al Carmino per conducere il re e la rei-
na in Napoli con molta allegrezza; e da parte i
Fiorentini e Senesi e Lucchesi mercatanti che al-
lora erano in Napoli, e Genovesi e Provenzali e
altri foreatieri, catana gente per sé, vestiti di ric-
che robe divellati e di drappi di aeta e di lana,
eoB HM>lli stromenti d* ogni ragione sforzando la
dJSMwlata festa, andarono incontro al re e alla
reina. E gisnti a loro, e fatta catuna compagnia la
rrrareauy apparecchiali nobilissimi destrieri, mon-
' Va4o colla dUU. II T. DaTsozatì ba: e 7 porio e la
Uli a cavallo, addeatrati da* baroni aotto ricchi pa-
tii d* oro e di seta oon molte compagnie d' armeg-
giatorì innanzi, in prima il re^ a cui andava in fron-
te il duca Guernieri co*anoi Tedeschi, amovendo il
popolo, e dicendo : gridate viva il signore : e cosi
gridando, fu la parola da molti notata, perchè era
a loro nuovo tìtolo, non dicendosi viva il re, e
con ragione dire non lo potevano a quella atagione.
B con queata feata il conduaaono a Napoli: e per-
chè r abitazioni reali erano tutte nella fors« de*ne-
mici, il collocarono ad Arco aopra Capovana, nelle
case che furono di measer Aiutorio. B appresso di
lui con somigliante feata vi conduaaono la reina. La
gente benché sforzata ai fosse di fare festa, pure
s*avvedea per le molte città e castella che il re
d* Ungheria avea nel regno, e per la buona gente
che yera alla guardia, che questa tornata del re
Luigi e della reina Giovanna era piuttoato aspetto
di guerra e di grande spesa, e aconcio del paeae
e della mercataozia e de* forestieri, che cominciamento
di riposo, come poi n* avvenne'.
CAPITOLO XXI.
Come il re Luigi $i fé* fare cataliere^ e da cui.
Vedendosi il re Luigi, e conoaoendo il bisogno
che avea di buono aiuto, e veggendo che la mag-
gior forza de* auoi oavAlieri era nel doge Guer-
nieri, acciocché per onorevole beneficio più lo tra-
ease alla aua fede e amore, ordinò di farsi fare ca-
valiere per le aue mani, della qual cosa avvili aè,
per onorare altrui. E ordinata gran festa per la aua
cavalleria del mese di settembre del detto anno, ai
fece fare cavaliere al detto doge Guernieri, ed egli
in quello atante fece appresso ottanta altri cavalieri
della città di Napoli, e d* altri pacai del Regno. La
libertà grande che '1 re dimoatrò nel tedeaco doge
Guernieri Ioatò trovò vana in colui, come per la
aua corrotta fede nel proceaao della noatra materia
al ano tempo racconteremo.
CAPITOLO XXll.
Brieve raccontamento di cote fatte per il re tìn*
ghilterra centra quello di Francia.
Richiede il noatro proponimento, per le cose
che avremo a acrivere de* fatti del re di Francia e
di quello d* loghilterra per la loro guerra, che noi
ci traiamo un poco addietro alle coae oceorae più
vidne, acciocché quelle che aegulranno abbiano più
chiaro intendimento. Essendo il valoroao re Ado-
ardo d* Inghilterra paaaato in Normandia, del mese
d* agosto, gli anni di Cristo 1847, e avendo preso
' Le milizie lasciate quivi nelle fortnté dal re d'Un-
gheria, tofttoehè nnmeroee, non areraso però oppofta gran*
de reeistenxa air Ingresso della regina Giovanna nel Be'
gno ; poicbà la acortarano e la difendevano I ventorìeH dal
famoso Gnemierì, Il enl nome folo empiva 41 «pavento le
file 'ìt*f;\i Alemanni ^ degli UngberaaL
16
CRONICA
Cimo, t Baìosa, e Stola ' e più allre ville, venendo ver-
so Parigi con quattromila cavalieri e cinqaantamila
aergenti, tra** quali avea molti arcieri, e fatto d*ar->
aioni e di preda gravi danni al paese, s* accampò a
Possi e a San Germaoo, presso a Parigi a due leghe,
n re di Fraocia era andato colla soa forza verso
Camo per farlisi iocootro, e ooo trovaodolo oel
paese, si tornò addietro, e accolta molta barooia e
cavalieri e sergeoti di suo vassallaggio, a* accampò
fuori di Parigi eoo più di settemila^ cavalieri e ses-
santa mila sergeoti d* arme. Il re d' loghilterra sen-
teodo la toroata del re di Fraocia, si levò da campo
scostandosi da Parigi II re di Francia, con grande bal-
danza il seguitò con la sua gente, tanto ohe soprag-
giunse il re d** Inghilterra, che andava assai a lenti
battaglia, e campò per grazia della notte. Sol
pò si trovarono molti cavalli morti e bene quat-
tromila feriti. E fatta questa battaglia a di 26 d*a-
gosto nel 1347\ il re d* Inghilterra poco appresso
pose assedio al forte castello di Calese sulla au-
rina, e per assedio il vinse e fattolo più forte, per
avere porto nel reame e nella marina di Fraacia,
lasciato nel paese il conte d* Orbi duca di Lancaistro
suo cugino e guerreggiare, con doeaùla cavalieri e
ventimila pedoni i più arcterì, con grande onore si
tornò in Inghilterra. 11 conte d' Orbi entrò in Gua-
scogna r anno appresso, e conquistò più terre di
quelle che vi tenea il re di Francia : e rotti in più
abboccamenti i cavalieri franceschi, se ne venne ca-
valcando e predando il paese infino alla città di Tolo-
passi per non mostrare paura : e aggiugnendosi Fune I sa : ma aggravando la mortalità in quei paesi, si tor-
oste air altra, il re d' Inghilterra vedendosi presso nò addietro con grande preda. E fatta tregua dal-
il re di Francia, e quello di Boemia e quello di
Maiolica con molti baroni, e con più di due tanti
cavalieri che non avea egli, come aignore di grande
cuore e ardire, di presente s* apparecchiò alla batta-
glia, intra Cresci e Albavilla. E ordinò tutto il suo
carreaggio alla fronte a modo d*una schiera, e di sopra
allo carra mise i cavalieri armati, e a pie d^ogni
parte i suoi arcieri. E sopravvenendo V assalto de*
Franceschi baldanzosi, con grande empito comincia-
rono la battaglia. GV Inglesi fermi al loro carreag-
gio con r ordino dato agli arcieri, senza perdere
colpo di loro saette ferivano i cavalli e^ cavalieri
de* Franceschi. E vedendo gì' Inglesi feriti aM>lti
de* cavalli e de* cavalieri de' loro avversari, a uno
segno dato ordinate le guardie de' sergenti sopra il
carreaggio corsono i cavalieri a* loro cavalli che a-
veano a destro dietro al carreaggio, e montati e
assettati sopra i loro cavalli con savia condotta ven-
neno alle apalle do*nimici, ed assalirono i France-
schi con dura battaglia. 1 Franceschi che erano re
e baroni d* alto pregio manteneano la battaglia vi-
gorosamente, la quale durò da mezza nona alle due
ore di notte ; ove si dimostrarono di grandi ope-
razioni d*armi di valorosi baroni e cavalieri da cadau-
na parte. Ma perocchò i Franceschi e i loro cavalli
erano più stanchi e magagnati dalle saette degF In-
ghilesi, e molti conducitori di loro morti, comò fu
la volontà d* Iddio la vittoria rimase al re d* In-
ghilterra, con grande e grave danno do'Franceschi.
Morto vi fu il valente re di Boemia, figliuolo dello
imperatore Arrigo di Luzimborgo, il duca di Loreno,
il conte di Lanzone fratello del re di Francia^, e
sei altri conti, con milleseiceoto cavalieri grande
parte baroni e banderesi, e morironvi ventimila pe-
doni; fra i quali furono i Genovesi che erano an-
dati là con dodici galee, che pochi ne camparono.
Ed il re Filippo di Francia di notte, con sei tra
prelati e baroni, e sessanta sergenti a pie, usci della
* C(fmohoro$o e Sauiu^ logge il T. DuvuiMii o più aotto
quarantamila.
' oUcmilay legge Tedis. citata.
' Perirono eziandio il conte di Fiandra, il daca di Bor-
bone, il comandante Carlo Grimaldi, il capitano Antonio
Dorìa ed Ìl conte di Rtois nipote de) re Filippo.
Tuno re ali* altro, con grande onore del re d* Inghil-
terra, posò la guerra per alcuno tempo.
CAPITOLO XXIU.
Come gli Ubaldini furo cominciatori della guerra
che il comune di Firenze ebbe con loro.
Avendo narrati de* fatti do* due reami, comin*
ciamo le novità della nostra città di Firenze. Ite-
gli anni di Cristo 1348, essendo gli Ubaldini in
pace, ma in corrotta fede col nostro comune, fidan-
dosi nelle loro alpigiane fortezze cominciarono a ri-
cettare sbanditi del comune di Firenze : e insieme
con loro entravano di notte nel Mugello, rubasdo
le case e uccidendo gli uomini, e ricoglieansi Dei-
Talpe con le ruberie. E avendo fatto queato più
volte di notte, il cominciarono a fare di dL E tor-
nando d* Avignone uno Maghinardo da Firenze con
duemila fiorini d' oro, gli Ubaldini il seguirono e oc-
cisono rubandolo aul contado di Firenze. E non vo-
lendone fare ammenda alla richiesta del comune, i
Fiorentini mandarono nell* alpe suoi soldati a pie e
a cavallo col capitano della guardia. E stati più di
sopra le terre e sopra i fedeli degli Ubaldini feciono
loro gran danno, e senza alcuno contruto si torna-
rono a Firenze.
CAPITOLO XXIV.
Come i fedeli del conio GaleoUo si rubeliaromo da
lui e dieroMi al comune di Firenze.
In questo anno, i fedeli del conte Galeotto
de* conti Guidi si mbellarono da lui, perocché lun-
gamente gli avea male trattati, per sua crudeltà e
dissoluta vita : e ali* entrata del mese di marzo del
' Si ritiene che gì' Inglesi abbiano eaai introdotto 1* oso
del cannone in queuta battaglia. Non pare che ne aves-
sero eziandio i Francesi, i quali per altro dovevan cono-
scere e aver adoperato altrove le artiglierie poiché da un
registro della camera de' conti di Parigi si rileva, ch« fin
dall' anno 1328, otto anni cioè avanti alla battaglia di Greci,
Barthelemy de Drach, tesoriere per gli affari di gnerr«,
aveva sborsata una grossa somma a certo Enrico di Fa-
mtchon per polvere, cannoni e bombarde.
DI MATTEO VILLANI.
IT
dello aDDo gli toliono il forte castello di San roc-
colo, e tette le sue terre e tenute interno a quel-
lo, e 1 suo tesoro e arnesi, che n* era fornito no-
bilemente, e di presente si diedono al comune di
Firenxe. 11 quale, perocchò il detto conte sempre
aveva nimicato il nostro comune, perocchò era ghi-
bellino, ricevette la fortessa e gli nomini in sua
giurisdizione e libera signoria, con quelle solenni
cautele che i detti nomini poterono fare, e fecionli
popolani e contedini, dando loro per alcuno tempo
certe immunità. B ordinata la guardia delle castel-
la nelle mani de' cittadini, a^ popoli diede ' podestà
che gli reggeste, e messe le castella e gli uo-
mini ne* suoi registri. Dinominò e intitolò V acqui-
sto, il contedo di San Niccolò del comune di Firense.
CAPITOLO XXV.
Come i Fiorentini feciono guerra agli Ubaldiniy e
presero Montegemmoli e loro castella.
Vedendo i Fiorentini che la latrocina^ super-
bia degli Ubaldini non si gastigava per una battitura,
feciono decreto, che ogni anno si dovesse tornare so-
pra di loro, tanto ohe fessone privati delle alpigiane
spelonche. E per queste cagione, il verno furono
chiamati otto cittedini uficiali sopra provvedere e
fornire la guerra : i quali, del mese di giugno 1 349,
mandarono V oste del comune nelf alpe, la quale
si dirizzò a Montegemmoli, una rócca quasi inespu-
gnabile : nella quale era Maghinardo^ da Susinana
e due suoi figliuoli, con parecchie masnade di fran-
cbi masnadieri, i più usciti di Firenze ; ed era fuori
della rócca in su la strette schiena del poggio, alla
guardia della \ia eh* anduva al castello, una torre
forte e bene armate : e innanzi alla torre, una teglia-
te in su la schiena del poggio, con forte steccato :
e a queste guardia, per voglia di fare d* ai me, i
caporali de* masnadieri del castello erano scesi coi
loro compagni: e la gente del comune di Firenze
avendo fermo il loro campo, a intendimento di vin-
cere il castello per assedio, e molesterlo con difioii
i quali vi faceano conducere, alquanti masnadieri
8* appressarono verso la guardia della terre per
badaluccare. I valenti masnadieri d*entro, per trop-
pa baldanza, uscirono fuori della tegliate incontro
alla gente de* Fiorentini, badaluccando e facendo
gran cose d* arme per lo vanteggio che aveano del
terreno. In questo stente i cavalieri do* Fiorentini
mootando il poggio per dare vigore a' loro masnadie-
ri, cominciarono a scendere de* cavalli, e a pignor-
ai innanzi con fanti contra i nemici"*, i quali per non
perdere il terreno, con folle prodezza attesone ten-
to, che i cavalieri e* masnadieri de"* Fiorentini coi
balestrieri furono mischiali tra loro, Innanzi che si
potessono ritrarre alla fortezza. E volendoai ritrar-
re, per lo aoperchio de* loro avversari noi poterono
fare, che a un' ora con loro insieme non entra s-
sono dentro sili steccati i masnadieri de* Fiorentini, in
aiuto de* quali erano abbondati tenti balestrieri, ohe
non lasciarono a' nemioi riprendere la fortezza della
torre* : anzi la presono per loro. E ritraendosi i ma-
snadieri degli Ubaldini per loro scampo nella rócca,
continuando la battpglia strette alle mani, entraro-
no i Fiorentini cacciando gli avversari nel primo
procinto. E crescendo delle gente dell' oste la loro
forza, presono tutto, fuori de* palagi e torri del-
r ultima fortezza, ov* era racchiuso Maghinerdo e
la moglie, e due suoi figliuoli con loro compagnia:
i quali si difenderono vigorosamente. Essendo il di
e la notte combattuti dalla gente de* Fiorentini, Ma-
ghinardo e' figlinoli (benché fossero in fortezza da
potersi difendere lungamente) conobbono il loro
pericolo. E sentendosi male d* accordo per loro
quistioni con gli altri Ubaldini loro consorti, si de-
liberarono di dare la rócca a* Fiorentini, e di vo-
lere essere contro a* suoi consorti co* Fiorentini. E
fatti i patti, e fermi a Firenze, diedono la rócca
libera al comune di Firenze. E il comune prese il
saramento della fede promessa per loro, e li ricevette
in amicizia e cittedioanza : e ordinata loro la provvi-
gione promessa, e dato loro cavalieri e pedoni, si
mossone a guerreggiare gli altri Ubaldini. E in-
nanzi che r oste de' Fiorentini tornasse, assediarono
Montecolloreto, e presonlo ; e messovi fornimento
e buona guardia, andarono a Rocca bruna ed eb-
bonla^ ed entrarono nel Podere e presono Lozzole
per tratte to. E per tratteto fu dato loro la signo-
ria di Vigiano e di più altre tenute, che apparte-
nevano al detto Maghinardo e a certi altri degli Ubal-
dini che feciono il comandamento del comune. E
andarono intomo a Susinana, guastando le case e*
campi di fuori ; e tentendo di volerlo combattere,
trovarono il castello si forte e si bene fornito alla
difesa, che lo lasciarono atere, e andarono a Valda-
gnello, e dieronvi una batteglia, senza potervi ac-
quistare per la fortezza del sito, e perchè era be-
ne provveduto alla difesa ; e però guastarono i
campi e le ville d* intoroo. E fornito che ebbene
tutte le castella che aveano acquistate di vittuaglia
e d* arme e di buona guardia, avendo fatto agli
Ubaldini e a*loro fedeli gran danno, del mese d'a-
gosto, gli anni di Cristo 1349, senza alcuno im-
pedimento, sani e salvi con vittoria si tornarono alla
città di Firenze.
CAPITOLO XXVI.
Come il re di Francia comperò il Deffinato,
Il re di Francia posandosi nella tregua col re
d* Inghilterra, avendo p^pa Clemente sesto, suo
protettore ne* fatti temporali, perocchò per lui si
teneva essere al papato, e amava sopra modo d*ac-
crescere i suoi congiunti, i quali erano uomini dol
' L' ediz. citata : cittadini popolari diede loro potata.
' Vo colla ediz. citata. U T. Davanzali : latrocinia.
* Malnardo, intendi.
* Vo oblT edfz. eli. H T. Dav. : con fanti e a' nemici.
VlLUm H., Cronica, VoL. II.
* Il T. Dav. qui inciampica leggendo: moinadieri fiO'
rentinij a loro aiuto erano tratti tanti baUttitri^ che ecc.
Non noto le piccole divergenze de' Testi, tuttoché io adotti
or questa or quella a mio giudizio.
À
19
CRONICA
re di Francia, e però il re traeva da lui in suaidio
della goerra danari al bifogno ; e le decime del rea-
me e latte grame che volen domandare, il papa aensa
meuo le otriava^ trapaaaando V oneatè del ano pon-
tificato; e perocché i cardinali erano la maggior
parte di ano reame, non ai ardivano a contrappor-
re n cosa che volesae. Era in qne* dì il Delfino di
Vienna* nomo moUe, e di poca virtù e fermeaza.
Coatai alcuno tempo tenne vita femminile e lasci-
va, vivendo in molUsie: ed appreaao voUe naar Tar-
me; e andò capitano per la Chieaa al paesaggio
deUe Smirne in Torchia, e dove poteva acquietare o-
nore e pregio, tornò con poca buona fama; e per
bisogno impegnò alla Chieaa il Delfioato per fiorini
centondla d'oro : ed essendo morta la moglie', cre-
dendo proaperare in abito cherìcile, sperando in quello
divenire cardinale, vendè al re Filippo di Francia il
Delfinato^ contro alla volontà de* auoi paesani, e
pagò la Giiesa; e fatto cherioo fu dal papa pro-
mosso in patriarca d* Aquilea: nel quale fini aua
vita apegnendo la fama deUa caaa aua^ E il re di
Francia, perdendo per la guerra d'Inghflterra in po-
nente, accresceva sema guerra in levante i confini
al suo reame.
CAPITOLO xxvn.
la cagione perchè U re d' Araana tolee Maiolica
ai re.
Vera cosa fu, che il re di Maiolica nella aua
inlanxia ai nutricò co* reali di Francia, e poi che
fa re di Maiolica , easendo disaimiglisnte a' Cata-
lani onde traeva ano orìgine, moatrò d'eaaere mol-
to acienaiato e adorno di he* costumi Disdegnò di
rendere al re d* Araona V omaggio debito : il quale
ai pagava con la reverenxia d* un bacio : e achifo
della vita catalaneaca e di loro costnnu, seguiva i
Franceachi; la quel cosa il fece aospetto al auo
legnaggio. Cugino era del re d* Araona, e la ai-
rocchia carnale avea per moglie, della quale avea
' U donara, le eonoedeva. Vocabolo aatloo daUsdarii
al ViUftni.
* Umberto n, suecednto a Gaignes Vm e non a Gol-
goes VI come ht)TÌamo nel Disionario del Ladrocat
' Maria di Baoz. Costei tenendo in eolio l'unico tao
figUaoIetto maschio ad ana finestra del ano palano in Lione,
• scherzando con esso, lasdollo inarrertentemente cader
nel Rodano, donde noi potè hi trarre che cadarere. L'a-
cnttssimo dolore che n' ebbe le abbreriò la Tita.
* Era per ria di mo^ie in parentado con esso re di
Francia. A questa donasione, confermata nel 1849, lo a-
▼evan mosso anche il risentimento di molti aflhmti toccati
dalla casa di Savoia. Fa allora posto per eondisione che 1
fidinoli primogeniti del re di Francia porterebbero U ti-
tolo di Delfini ; e oltracciò U re FUippo di Valois diede a
Umberto in compenso 40000 sondi d' oro e V assegno di
10000 lire annne.
' Fatta la donazione, Umberto si rese domenicano, e
nel giorno di Natale 1861 ricerette tatti gli ordini sacri
alle tre messe dalle mani di p^pa Clemente VI, e indi fta
creato patriarca d'Alessandria ed amministratore deirar-
civescoTAdo di Reims e morì nel 856 in età di 48 anni;
alù-ettanto buon religioso e buon tcscoto qnanto era stato
prima guerriero pusillanime e principe indolente.
figliuoli Nondimeno il re d' Araona fece appirM-
chiamento d^ arme contro a lui, e trattato occulto
co' cittadini di Maiolica. Per lo quale, eaaeado egli
a Perpignano, e venendo il re d* Araona acfn fl
reame di Maiolica, i cittadini, volendo moatran di
volerai difendere, il feciono venire in Maiolica, bm»-
atrando di volerlo atare fedelmente. Venuta la gaato
del re d* Araona, e aceaa nell^ iaola , accoglieade
il conaiglio in Maiolica per volere dare ordine iIU
difeaa, eaaendo tempo di potere acoprtre il loro
tradimento, feciono dire al loro re, o che faeoiN
la volontà del re d^ Araona, o che ae n' andino.
Vedendoai tradito da^ auoi cittadini, i quali aroiie
già abbarrata la città contro a lui, ai ricolae in frotti,
per campare la peraona, in una galea. E partoadoa
dell* iaola , le porte della città furono aperte lUi
gente del re d* Araona: e data loro la aigtorii
di tutta riaola, con patto ohe ella non doveaoe tor-
nare per alcuno tempo al loro re, né a^ auoi difooi-
denti.
CAPITOLO xxvm.
Còme U re di Maiolica vendè la sua park
di Mompellieri al re di
n re di Maiolica eaaendo cacciato delTìiok
da* auoi audditi, venuta V iaola nella aigaorìt dd
re d* Araona, e avendo poco di quello che il ne
titolo reale richiedea , deaiderando d* accoftien
moneta, e d* avere aiuto dal re di Francia (olcii
aervigio era atato lungamente neUe sue guorre e
nelle aue battaglie penonalmente) , il richieae eoo
grande iatansa d^aiuto, acciocché poteaae riooTon-
re auo atato; ma da lui non potè avere alcuno doto.
B atretto da grave biaogno, vendè al detto re di
Francia la proprietà, e la ragione e giuriadiiione chV
vea in comune conaorteria col detto re nella seti
di Mompellieri, per quello pregio che il re di Pnacii
voUe, a grande mercato. E come povero e ateats-
rato re, venia cercando modo di riacquistare Ti-
aola di Maiolicai La quel coaa fu cagione deDim
finale morte, come innansi al auo tempo raeooi-
teremo.
CAPITOLO XXIX.
Come a* ordinò il generale perdono a Rama
nel i349.
Eaaendo atato il gindido della generale aior-
talità neir univerao per giuata cagione, fa §v^f^
ceto al papa che nel proaaimo fhturo cinquantoiino
anno la chieaa rinnovellaaae generale perdono ia Bo-
' A oomperar queste prorinde pensarono piùebeFifipf^
i popoli spulati e angariati La gabella del sale, ratasmeste
delle imposisioni, il fiur mescere alle droghe altre oosU&m
e ansi tatto le frodi sopra le monete riempirono D Bmp^
esansto tesoro reale. Filippo faoera giurare sopra gKercB-
geli agli nfidali della secca, di tener segrete le HUse k^
delle monete cbe si sostitairano alle baone antìcbe. — ^
prorincie di Maiolica foron da Carlo Vili senaa riwh^
di sorta restitnite ; ma Mompellieri restò per aonpre ^
Francia.
DI MÀTTBO VILLANI.
19
ma. n papa Clemente seato, col conaiglio de* auoi
cardinali, e di molti altri prelati e maestri in teo-
logia, trovando che per lo dicreto fatto per papa
Bonifazio, ogni capo di cento anni dalla natività di
Crìato foaae ordinato generale perdono a Roma,
per comnne conaiglio parve più convenevole (con-
siderando r età nmana che 6 brieve) che il perdo-
no foaae di cinquanta in cinquanta anni. Avendo
ancora alcuno riapetto all'anno Giubileo della Santa
Scrittura, nel quale catuno ai ritornava a* auoi pro-
pri beni : e i propri beni de' cristiani sono i meriti
della passione di Cristo ; per li quali ci seguita in-
dulgenxia e remiasione dei peccati. E per queata ca-
gione la Santa Madre Chieaa fece decreto e ordi-
nò: che nel prouimo futuro cinqnanteaimo anno,
per la natività di Cristo, cominciasse a Roma generale
perdono di colpa e di pena di tutti i peccati a' fe-
deli cristiani; i quali andassono a Roma, dal detto
termine a uno anno ; i quali fessone confessi e con-
triti de' loro peccati, e viaitaaaono ogni di la chie-
sa di San Pietro e di San Paolo e di Santo Gio-
Tanni Laterano. B le dette viaitaxioni furono atrìbuite
a* Romani in trenta dì continovi, aalvo che quello
fi intermetteaae si potesse con un altro riatorare ;
•d agr Italiani quindici di, e agli oltramontani, a
tali dieci, a tali cinque di, e meno, aecondo la di-
stanta de' paesi. B nondimeno la Chiesa discreta-
mente provvide, per molte csgioni e diversi cui
ohe possono avvenire, eh' e' cardinali e gli altri
legati ohe andarono per lo mondo, e stettono a
Roma, aveasono autorità di potere dispensare del
tempo come a loro paresse. B le lettere furono
fatte e mandate sotto le bolle papali, per corrieri
in prinm, per tutta la criatianità, e appreaao pe'
0uoi legati a predicare per tutto le aante indulgen-
se, acciocché ciaacuno a' apparecchiasse e dispo-
nesse a potere ricevere il aanto perdono. In Italia
furono mandati due cardinali, quello di Bologna
0opra lo mare' messer Annibddo di Ceccano, e
messer Ponzo di Perotto di Linguadoca veacovo
d' Orbivieto, uomo onesto, e di grande autorità,
il quale era vicario di Roma per lo papa, al quale
fa commessa piena e generale legazione a potere
a tutti dispensare il tempo delle dette visitazio-
ni come a lui paresse , eh' era presente conti-
nuo nella città di Roma. Lasciando alquanto la
•anta disposizione del perdono, ci occorrono* me-
no piacevoli, e più gravi cose al presente a rac-
contare.
CAPITOLO XXX.
Come U re di Maiolica andò per racquiitare
riiolOy e fuwi morto Fanno i349.
Lo aventurato re di Maiolica non trovando a-
ioto dal re di Francia, cui egli avea lungamente
f ervito nelle aue guerre, né dal papa, né da alcu-
no altro signore ; stringendolo la volontà e '1 biao-
■ La citata legge : in tuUa mera; e cosi nel eap. xxxn.
Xodorioale, grillo.
* ci volgvrvno^ dice non meno elegantemente la St. eli.
gno di raoquistare 1' isola, come disperato d' ogni
aiuto, avendo venduta la aua parte di Mompellieri,
accattò danari dal detto re di Pranda sopra la villa
di Perpignano, eh' altro non gli era rimasto, e con-
dusse cavalieri e pedoni, e dodici galee di Geno-
vesi fece armare al ano soldo, e alcuno navilio di
carico : aperando quando fosse con forza d' arme
nell* isola, gli uomini del suo regno tornassono a
lui, come forse a inganno gli era dato intendimento,
perocché con alquanti era in trattato. Apparecchia-
ta r oste, e '1 navilio con le dodici galee armate,
del meae di .... del detto anno ai mise in mare :
e senza impedimento arrivò nell' iaola di Maiolica,
preaao alla città a dieci miglia : e ivi scese in terra,
s' accampò con quattrocento cavalieri e cinquecento
masnadieri, aspettando che coloro della città con
cui avea trattato, e il popolo della terra il voles-
sono come loro benigno e naturai signore. Le do-
dici galee de' Genovesi avendo mesao in terra il
re, 0 che foaae di suo comandamento, per mo-
strarsi più forte agli uomini dell' isola, o per altre
cagioni, ai partirono da quella parte ove il re avea
posto il campo, e girarono da un' altra parte del-
l'isola; e rimase il re, e '1 figliuolo, e l'altra gente
aenza il favore dell'aiuto delle dodici galee, della
città di Maiolica subitamente uscirono più di sei-
cento cavalieri con grandissimo popolo e numero.
B vennero contro air oste del re per combattere
con lui. Il re vedendosi i nimici appresso, potea
atare alle difeae tanto ohe tornassono le sue galee :
ma con vana confidanza de' auoi regnicoli, che non
doveasero^ resistere contro a lui; e senza atten-
dere punto, si volle mettere alla battaglia, per trar-
re a fine la sua impresa come la fortuna il menar-
va. E ordinata la aua gente, e confortata al ben fare,
mostrando che quivi non era altro rimedio che nel
bene operare la virtù delle loro peraone, si feri tra
i nemici, i quali erano cavalieri catalani, maggiore
quantità e migliore gente che i suoi soldati, e gui-
dati da buoni capitani, i quali ricevettono il re e
i suoi cavalieri francamente, per modo, che in poca
d' ora furono aconfitti, e il re morto. Il quale ae a-
veasono voluto potieno ritener prigione, ma rade
volte in fatti d'arme tra' Catalani si trova mansuetu-
dine : U figliuolo fu preso, e rappresentato al zio re
d'Araona, l'altra gente fu rotta e abarattata, e Pisola
rimase libera al re d'Araona, e Mompelieri e Perpi-
gnano al re di Francia.
CAPITOLO XXXI.
Come i baroni italiani e catalani per loro
discordie guastarono l'isola di Cicilia.
Avendo detto dell' iaola di Maiolica, quella di
Cicilia ci a' offere con diaaimigliante fortuna. Ba-
sendo per la mortalità morto il valoroso duca Gio-
vanni, balio e governatore deir isola di Cicilia,
rimase picciolo fanciullo di dieci anni meaaer Lui-
gi figliuolo che fu di don Pietro, il quale ai fece
' La citata : che' iuoi regnicoli non poUttro*
so
CRONICA
epp«Uare re di Cicilia, a eoi «ipeltaTa V eredità
del dello reame. Costui avea due fratelli Bunorì di
•è, V ODO chiamato GioTaani, V altro Federigo. B
BOB easendo della casa reale Deaaaao in età che
gOTernasae V isola per lo faodoHo, discordia nac-
que tra i baroai : e dall^ tua parte eraao i Paliui
caporali) e eoa loro teaeano qaelli di Chiaramoa-
tCy e' coati di ViatimigGa, e i disoendeati coati
della casa degli liberti di Fireaie, de' qoali era
capo il coate Scalore, e eoa costoro teaeaao qoasi la
BMggiore parte degP Italiaai dclP isola. B qaesti si
faceaao chiamare la parte del re, e a loro segao
rispoadeaao le migliori città della marioa deirisola,
Messiaa, Siracosa, Melasse, Cefalo, Palermo, Tra-
pani, Mastara, Sciaoca, Girgeati, Taonaiaa, e graa
parte delle booae terre e cutella fra la terra del-
r isola. B dall' altra parte era doa Brasco d'Arao-
na, caporale eoa gli altri catalaai dell' isola, e il
flgliaolo^ di Gio?aaai Barresi, colla sua casa, geaero
di doa Brasco, e molti altri di Cataaia, i qoali a-
▼eaao a loro segao alla aiariaa la città di Cataaia,
laei. Alleata, Tose, la Catoaa, e U capo d* Orlaa-
do ; e fra terra graade aomero di città e di castel-
la. B per simigliaate modo si faceaao costoro chia-
■mre la parte del re. B per le loro dirisioai co-
Biiaciaroao a far goerra V oao coatra V altro. B
catoaa parte s' sraiaTa e aflfònava d^ arere segoi-
to di geate dell* isola : e catoao volea goveraare
il reame per lo re, e aoa poteadosi trovare ria
d^ accordo tra loro, oomiaoiaroao a caralcare l' oao
sopra Taltro : e dove si scoatravaao si combatteaao
mortalaieate. B spesso rompea e sooaflggea V oaa
geate V altra, e scasa misericordia a teaere pri-
gioae a* ocddeaao iasieme, e moataado la loro
sfreaata mala voloatà, comiaciaroao ad ardere le
loro, possessioai e le biade ae* campi, come fos-
soao ia terra di aiaiici ; e faceado qoeato goasto,
oggi ia ana ooatrada, e doaiaai aell' altra, coaso-
BiaroBO il paese scasa alcoaa misericordia. B se-
gaitaado V aao di appresso delP altro qoesta pe-
stileate farla tra loro, ia poco tempo fo taata tri-
bolasioae tra* paesani, e taata disfldaasa, che la-
sciaroBO il coltivameato delle terre, e il aotrìoa-
meato del bestiame : oade avveaae che qaello pae-
se, il qoale per aatico era foataaa viva di graao,
e di biade, e d' ogai vittoaglia, a apaadere per lo
moado tra i cristiaai e tra i saraciai, che' solo tra
loro aeir isola aoa avea che maaicare; e il be-
stiame per lo simigliaate modo fa consom^to e dis-
perso. Per la qoale cosa avvenne che Fanno 1349
a Palermo, e più altre città, per inopia convenne
che si provvedesse per comone consiglio graao me-
scolato eoa orso, e dare ogni settimaaa certa pic-
cola distrìbnsioae per testa d'uomo, acciocché po-
tessoBO Biiserevolmeate maateaere la loro vita. B
BOB poteadosi sosteatare i popoli eoa qoesta mi-
sera prowisioae, coavenne che il popolo minoto in
gran parte per necessità abbandonasse 1* isola, e mol-
I La citata : e % figlimoU,
* Qaesto che topcrchiii. Più innanzi la citaU legge : che
non Wfeano.
ti ne foggiroBO ia Calavra e aelP isola di Sardì-
gaa per scampare dalla fasM la loro vita. B qoe-
sta pestileasia bob avveaae a' Ciciliaai per steri-
lità di tempo avverso, che i campi aveaoo da Die
la loro stagioae fertile, e abboadevole della gra-
sia del cielo. B aoa era tolto loro il eoltivamao-
to da aiadci stroai, aè per robellione di loro si-
gnorie, aè per odio del paese eh* era patria dei
sooi sbitaati a catoaa parte e reame d* aao me-
deaimo re : ma stiamai che aweaisse per dimostra-
sioae del peccato della iagratitodiae , dell* ahboa-
daasa di troppi beai, e a dimoatrare come è difo-
ratrice scasa rimedio drogai booao stato e la dtta-
diaesca discordia, e il divoratore faoco della laidi'
iavidia.
CAPITOLO XXXIL
CoflBe ii re FiUppo di Francim eH figiimolo
ioUono mogiie dopo la imoriaiiià.
Bra Bella mortalità morta la OKiglle del re
Filippo di Fraacia, BUidre di mesaer Giovaaai prì-
Biogeaito, delllao dì Vieaaa^ la qaale fn airocchii
del doca di Borgogaa, e la moglie di meaaer Gio-
vaaai aao flglioolo, llglioola che fa del re Giovaaai
di Boemia della oasa di Lasimborgo, della qaala
rìmasoBo qoattro flgliooli auachi, che *1 primo ao-
Biato Carlo fo daca diNormaadia, e il aecoado mei-
ser Laigi duca' d'Aagiò, e il terso moaser Gio-
vaaai coate di Pittieri, e il qoarto Buaore meaiar
FiUppo: e tre figlinole, che la Biaggiore fa reiat
di Navarra, la secoada moaaca del graade noai-
storio di Pose), e oa* altra piccola aomiaata Lisabet-
ta. Bd easeado oataao scasa BH>glie, il doca Gio-
vaaai trattava di tórre per moglie la sirocchia dd
re di Navarra, eh' era delle più belle gìovaai e di
maggiore pregio di virtù che aioa* altra di qoe'pae- i
ai, e teoevaae bargagao. Il re Filippo soo pidn 1
sapeado che il flglioolo trattava d' avere qoesta di-
migella per moglie, nn di' che *1 doca sao flgliaolo
era cavalcato foori del paese, mandò per qaesto
giovane : e come fa veaata, aeasa lare altro trattalo
la tolae per moglie, perocché '1 piacere della ibi
bellesxa aoa gli lasciò coasiderare più iBaaasi. Tor-
Bato il flglioolo se ae iadegaò forte, e alla festa delli
aoBse del padre bob voUe easere. Ma passato alcooo
tempo, richiaaiato dal padre, veaae a loi. B riprea*
deadolo il re dolcemente, gli disse : Caro flglioolo, n
voi amavate d'avere a doooa questa damigella, foi
aoa dovevate tener bargagno. Onde egli coBoseoa-
do essere stato suo difetto, rimase contento. E al-
lora il padre gli die per moglie no' altra nobile di-
ma della casa di Bologna ao lo mare, eh* era stiU
moglie del doca di Borgogna : della qoal cosa i Bor-
gognoni fnrono mal contenti , essendo rimaio oi
picciolo fanciollo della detta donna, il qoale doTN
' della livida invidia^ dice Tedia, eitata.
* conte, dice il T. Davanzatt Vo colla citata.
' udì, troviam per errore nella citata e fn alesoa i^^
stampe di bel nome.
DI MATTEO VILLANI.
21
efiere loro dnca. B por lo detto maritaggio vendè ^ la
donna il governamento del figlinolo, con la forza del
re, e il re oocapò parte della gìurisdiuone di Borgo-
gna ; onde i baroni e' paesani forte si sdegnarono
contro al loro re. Ma perocché il re di Francia per
troppa giovanile vaghezza avea offeso il figliuolo e
sé, poco tempo stette con la sna giovane e vaga
donna : che sforzando la natara già senile nella bel-
lezza della damigella, raccorciò il tempo della sna
vita, come appresso ài debito tempo racconteremo,
narrando prima com' egli fn ingannato dagF InghilesL
CAPÌTOLO XXXUL
Come U re di Francia fu ingannato del traUaSo
di Calese con gran danno.
Il re Filippo avendo T animo curioso di trarre
del ano reame di Francia la forza del re d* Inghil-
terra, il quale teneva il forte castello di Calese in su
la manna, non potendo per forza farlo, pensava^ for-
nirlo per danari con trattato. Alla guardia di Calese era
uno gentile uomo d* Inghilterra, con sue masnade di
cavalieri e dì sergenti. Il re di Francia il fece tentare
se per danari gli rendesse il castello. L** loghilese
avveduto diede d^oreochie al fatto, e senza indugio il
fece segretamente sentire al suo signore-, il quale
confidandosi nella fede di costui, gli diede per co-
mandamento che menasse saviamente il trattato io-
fino al fatto. Costui seguitò con molta astuzia, tanto,
che per la sfrenata volontà che il re di Francia avea
di racquietarlo, s* indusse a dare i danari innanzi,
attenendosi alla fede del castellano, e dielli come
era il patto, seimila scudi d'oro, di ventimila^ che per
lo patto gli dovea dare, e del rimanente gli fece
quelle fermezze che volle, che mettendo dentro nel
castello quella gente che il re volesse, in sul ponte
compierebbe il pagamento. E cosi data la fede da
catuna parte, il re di Francia commise la bisogna ad
alquanti suoi baroni: i quali incontanente forniti di
cavalieri e di sergenti d* arme in grande quantità,
cavalcarono al castello ; e di fuori si misero a cam-
po stretti al castello; e come ordinato era per lo
castellano, aperta la porta, e calato il ponte, mise
dentro nel castello coloro cui i Franceschi vollono,
perchè vedessero a loro sicurtà che dentro non vi
fosse altra gente che la sua alla guardia, acciocché si
assicurassono a fare il rimanente del pagamento-, e
a costoro, com' egli avea provveduto, fece si vedere,
che del nascoso aguato non ai avvidono. Onde i Fran-
ceschi vinti dalla sprovveduta baldanza, b* affrettaro-
no a fare sul ponte il pagamento del rimanente fino
ne* ventimila scudi d* oro al castellano, ed egli mise
dentro nel caatello una parte de^ Franceschi, mostran-
do di volere asiegnare loro le fortezze del castello,
e r altra oste s* attendea di fuori U re d' Inghilter-
' Ottimamente così il T. Dar. n T. dtato legge: a/vm-
do la donna,
' proevravaf legge la citata.
* Cosi Tarìa Tedis. citata: «t condusse a dare innangi
fattemmìdoti aUa fede del eatteUano come erano % patti) ni-
mUa ecudi cT oroj di ventimila.
ra, che avea fatto menare questo trattato, era di
notte venuto nel castello egli e il figliuolo con buona
compagnia di gente eletta e fidata, come a quello
affare gli parve competente, i quali si stettono ri-
posti per modo, eh* e* Franceschi non se ne potero-
no avvedere. I Franceschi che si credettono senza
inganno essere signori del castello, da piii parti
furono subitamente assaliti dal re e da sue genti. E
bene che gV Inghilesi fossono pochi a rispetto dei
Franceschi, per lo improvviso e subito assalto i Fran-
ceschi eh* erano nel castello sbigottirono , e temet-
tono, vedendosi a stretta, e non ne essendo usi di
cotali baratti, per si fatto modo, che poco feciono
resistenza. GÌ* Inghilesi di presente, come ordinato
fu, presono le vie e le porti, e*l caatellano che si
mischiava al cominciamento co^ Franceschi, d'entro si
rivolse contro a loro. E vedendo i Franceschi che
non aveano 1* uscita libera della terra, lasciarono
Tarme, e arrenderonsi prigioni al re d'Inghilterra.
E fatto questo, a* Franceschi di fuori fu la cosa si
maravigliosa, che fortemente spaventarono. E sen-
tendo questo il re e^supi presono ardire, e usciro-
no fuori addosso agli spaventati, con grandi strida
e con grande ardire. E non ostante che i France-
schi fossono presso a dieci per uno degl* Inghileai,
tanta paura gli vinse, che si misono in fuga, e ab-
bandonarono il campo. Ed essendo seguitati alquanto
dagr Inghilesi, però che non gli poteano troppo se-
guitare perchè avevano pochi cavalli, presine e morti
alquanti, con doppia vittoria si ritornarono nel ca-
stello.
CAPITOLO XXXIV.
Come messer Carlo j eletto imperadore d' Alemagna^
fu presso che morto di veleno.
Nella cronica del nostro anticessore è fatta me-
moria, come la Santa Chiesa di Roma, aapendo co-
me Carlo figlinolo del re Giovanni di Boemia era
di virtii e di senno e di prodezza il più eccellente
prenze della Magna, morto il Bavero, che lungo
tempo in discordia colla Chiesa avea occupato lo
imperio, non ostante che il re Giovanni vivesse,
ordinò di farlo eleggere allo 'mperio. Ed essendo in
discordia gli elettori, perocché 1* arcivescovo di Ma-
ganza non gli volea dare la voce snn, papa Clemente
trovando eh* egli era stato de* fautori del Bavero, il
privò dell* arcivescovado, ed dessene nn altro, il
quale avendo il titolo, non ostante ohe non avesse
la possessione, come il papa volle diede la sua voce
al detto Carlo : e cosi ebbe piena la sua elezione.
Costui eletto era impotente di cavalleria e di mone-
ta a potere mantenere campo ad Aia la Cappella qua-
ranta di, a rispondere con la forza dell' arme a chi
lo volesse contrastare, secondo la consuetudine de-
gli eletti imperadori : e però la Santa Chiesa dispensò
con lui questa ceremonia, e levollo del pericolo e
della spesa. E in questo servigio la Chiesa prese sa-
ramento da lui, che venendo alla corona egli perdo-
nerebbe ai comuni di Toscana ogni offesa fatta al-
r imperadore Arrigo suo avolo e agli altri imperadori.
%%
CRONICA
e iraUerebbegU come amici senu dcuiia opprMfio- 1
ne. Dopo qaeiU), morto il padre nella battaglia del
re di Francia, come detto è, coatui ancoedette, e f^
chiamato re di Boemia. E cercando d'accogliere
forza per potere venire alla corona dello imperio,
ed esf ondo poco pregiato e meno ubbidito dagli Ala-
manni, tenendoai gravati della ina eleiione, egli
amile ai stava chetamente in Boemia aspettando ano
tempo. La reina con femminile consiglio volendo at-
trarre remore del marito dair altre donne (che era
giovane) avvegnaché assai onesta, gli fece dare a
mangiare certa cosa, la quale mangiata dovea cre-
scere r amore alla sua donna. Nella quel cosa o er-
ba 0 altro che mescolato vi fosse che tenesse ve-
leno, come presa V ebbe, ne venne a pericolo di
morte; e per aiuto di grandi e subiti argomenti, pelato
de^ suoi peli, ricoverò la salute del suo corpo. Della
qual cosa facendo condannare a morte due suoi sini-
scalchi per giustizia, la reìna, parendo che per sna
semplice operazione, più che per alcuna colpa che
avessono i famigli dello eletto imperadore, fosso-
no per morire innocenti, s^ inginocchiò dinanzi al re
dicendo, come quei cavalieri non aveano colpa di
quello accidente ; ma se colpa c^ era, era sua : peroc-
ché per femminile consiglio, volendo più attrarre a
sé il suo amore, non credendo far cosa che offende-
re il dovesse, li fece dare quella cosa a bere, ovve-
ro a mangiare : e però, se giustizia se n* avea a fare,
ella era degna per la sua ignoranza d*ogni pena, e
non coloro cV erano innocenti. D discreto signo-
re udite queste parole, considerò la fragile^ na-
tura delle femmine, e colla sua mansuetudine inchinò
r animo ali* errore dell* amore femminile, e con mol-
ta benignità perdonò alla reina dolcemente, e libe-
rò i suoi siniscalchi, rimettendogli neMoro nflci e
onori. Alcuni dissono, che messer Luchino de' Vi-
sconti di Milano il fece avvelenare per tema di per-
dere la sua tirannia. E easendo lo eletto imperadore
nel pericolo della morte, si disse che promise a Dio
se campasse, che perdonerebbe a chi P avesse of-
feso e non ne farebbe alcuna vendetta ; e quale che
fosse la cagione, T effetto seguitò, che vendetta
nessuna fece^.
CAPITOLO XXXV.
Come U re Luigi fMrese più caeUUa.
Tornando a* fatti d* lUlia, il re Luigi fatto ca-
valiere, e dato alcun ordine a* fotti del Regno che
r ubbidia, avvedutosi dei baroni che teneano col re
d* Ungheria, innanzi che voleaae procedere a fare al-
tra impresa attese a volere racquietare le caatella di
Napoli. E in prima cominciò al castello di Santermo
sopra la detta città, e quello per viltà di coloro che
r aveano a guardia, temendo delle minaccio più che
della forza della battaglia ch'era loro cominciata,
essendo da poterai bene difendere, a' arrenderono
al re. E avendo vittoriosamente acquistato queato
' la fragilità < la natura, legge {] T. Deyeazeti.
^ Così Ghinde la citata : che non h ne fece alama vutdetia.
forte oaatello, ae ne venne a qneUo di Capovana, che
é all' entrata della dttà, fortissimo, da non potersi
vincere per battaglia. Coloro che dentro v* erano afia
difeaa oomincìarono a reaiatere al primo assalto ; ma
inviliti per la presnra di quello di Santermo, e pil
perchè non vedeano apparecchiato loro soceorN,
trattaron la loro aalveua, e renderono il caeteDo al
re. Avuto il re queati due forti cutelH con poca fi-
tioa, a* addirizzò al casteUo dell' Uovo fuori di Na-
poli sopra il mare, il quale per battaglia nos ai potea
avere, ma era agevole ad aaaediare, che tutto era
in mare, salvo d' una parte ai cengtnngeva con una
cresta del poggio; in sul quale il re fece fare «n
battìfolle. Que' del castello sapendo che il loro soc-
corso non potea eaaere d* altra parte che per mare,
e in quello mare non era alcuna fona del re d' Uà-
gheria, innanzi che ai volesaono recare allo atreno,
ai patteggiarono col re, e renderongli il oaateOo. A-
vuto il re proaperameate queste tre caatella in poco
tempo, fece molto rinvigorire gli animi de* Napole-
tani. E vedendo che non v' era rimaao altro die il
oaatello Nuovo eh' è a capo della città, dove era l'abi-
tazione reale, il quale era sopra modo forte e bene
fornito, tanto era creaduta la baldanza, che nel fer-
vore del loro animo con molto apparecchiamento si
misono a combatterlo da ogni parte, con aspra e fiera
battaglia. Ma dentro v'era Gulforte fratello di Currado
Lupo, cui il re d* Ungheria avea laadato vicario ano,
ed era accompagnato di buona gente di masnade, e
bene fornito alla difeaa, sicché per niente m tra-
vagliarono deUa battaglia. E certificati che per for-
za non lo potevano avere (che Gulforte era fede-
le al ano signore), presono consiglio d'abbarrare tra
il castello e la dttà, e così fu fatto, e misonvi buo-
na guardia ; deche, fuori che dalla marina, il oaatello
era assediato. E poi senza combattere o assalirle,
r una gente e V altra d atettono lungamente.
CAPITOLO XXXVI.
Come U re Luigi prese U conte d* Apici,
Avendo il re Luigi vittorìoaamente racquistato
tre cosi forti castelli, e laadando il quarto assedia-
to per terra e per mare, con la aua cavallerìa, e
con le masnade del doge Guemierì si mise a ca-
vdcare aopra i baroni che si teneano col re d' Un-
gheria, e In prima andò sopra il conte d' Apici, fi-
gliuolo del conte d'Ariano. 0 conte vedendoai ve-
nire il re addoaso con gran forza d' uomini d^ame,
ai racchiuse in Apid, e ivi si afforzò alla difeaa co-
me potè il meglio. 0 re faceva apeaso aaaalire la
terra. Vedendo il conte che non ne attendea aoccor-
80, e che il cutello non era forte da poter fare lun-
ga difesa, s'arrendè' alla misericordia del re: fl quale
trattò d'avere dei suoi danari trentamila fiorini d^oro,
e rimiado nel auo atato, riconciliato alla aua grazia.
* f' aecordb, edii. duta.
DI MATTEO VILLANI.
23
CAPITOLO XXXVIL
Come il re Luigi a$sediò Noterà.
Prosperando la forlana il re Lu^ nelle lieyi
coie, gli dava iperanxa di prendere le maggiori, e
però si mise di presente con latta sna gente nel pia-
no di Paglia, e diriuossi a Nocera de^ Saracini, ohe
si guardava per la gente del re d^ Ungheria. Ma pe-
rocché la città era grande, e guasta e male accon-
eia a potersi difendere, sentendo gli Ungherì, che
dentro t* erano, l' avvenimento del re con la sua gen-
te, abbandonarono la terra, e ridnssonsi nella róc-
ca di sopra, ch'era larga, e molto forte alla difesa,
e ivi rldassono tutte le loro cose. E sopravvenen-
do il re Luigi, senza contraato con tutta sua gente
entrò nella città: e trovando il castello sopra la
terra forte e bene guemito alla difesa, conobbo-
no che non era da potersi vincere per forca di bat-
taglia, e però non tentarono di combatterlo : ma
avendo la città in loro balla, affonarono in ogni
parte intomo alla rócca, e puosonvi V assedio, spe-
rando d^ averla, poiché gli Ungherì e i Tedeschi e-
rano per la mortalità malati e mancati, e molti se
n' erano iti per lo mancamento del soldo, e non era
loro avviso che a tempo potessono avere soccor-
so ; e però tenendo que' del castello di Nocera as-
sedìatiy cavalcarono lutto il piano di Paglia infino
presso a Barletta ; e avendo cominciato a prendere
ardire, trovando che Currado Lupo vicario del re
d'Ungheria non ne aveva forse d'entrare in campo
col re Luigi \ nò di soccorrere gli assediati di Nocera,
era^ assai possibile al re di mantenere V assedio, e
di fare tornare T altre terre di Paglia alla sua volon-
tà, cavalcando oon la sua forza il paese. Ma il fal-
lace duca Guernieri, eh' avea milledugento cava-
lieri tedeschi in sua compagnia, conoscendo il tem-
po che for lo potea signore e trarlo di guerra, si
mise a fargli quìstione, e non lo lasciò muovere
dall' assedio, né andare ali* altre terre per luogo
tempo : dando luogo a Currado Lupo, avversario del
re, di potersi provvedere al soccorso. E il re non
era potente da sé di cavalleria né di moneta che sen-
n il duca potesse fornire le sue bisogne', e però
oonvenia che seguisse più la volontà corrotta del
duca Guernieri ohe la sua. B non ne avea ardimento
di mostrare sospetto di lui, per paura che peggio
non gli facesse, e da sé noi potea partire senza
peggiorare la sua condizione, e crescere la forza e '1
vigore a' suoi nimici. Ed essendo così intrigato e
male condotto^ per avere un capo a tutti i suoi sol-
dati^, perde tempo pia di cinque mesi al disutile as-
sedio, e diede tempo a* nimici di procacciare aiuto
e soccorso, come fatto venne loro, secondo che ap-
presso racconteremo.
* da Utter§ eaimpo contro td re iMÌgi^ «dis. citata.
* impreu, ha Tediaione dtmta.
' a tutta ìa fona ds* $uoi toldati ecc. Bdis. dtata.
CAPITOLO xxxvm.
Come Currado Lupo liberò Nocera,
Mentre che V usedio si manteneva per lo re
Luigi a Nocera, Currado Lupo, eh* era rimase alla
guardia del reame per lo re d'Ungheria, intese a
sollecitare il re, tanto che gli mandò una quantità
di danari per ristorare la gente che per la mortalità
gli era mancata : il qaale di presente cavalcò in A-
bruzzi, e condusse de' cavalieri tedeschi eh' erano
in Toscana e nella Marca, tanti, che co* suoi si trovò
con duemila barbute: e lasciatine una parte alla
guardia delle terre, che per lui si teneano, e eletti
milledugento cavalieri in sna compagnia, si propo-
se di soccorrere gli assediati del castello di Noce-
ra. Il re Luigi avendo sentito come Currado Lupo
avea accolta gente per venire centra lui, di presente
mandò il conte di Minerbino, e il conte di Sprecch
tedesco, con ottocento cavalieri a impedire i passi,
che Currado Lupo co* suoi cavalieri non potesse en-
trare nel piano di Puglia. Ma il detto Currado, come
franco capitano e sollecito, la notte si mise a cam-
mino, e fu prima, partendosi da Guglionese, vali-
cato i passi ed entrato nel piano di Paglia, che la
gente del re vi fosse a impedirio, e senza arresto,
co' suoi cavalieri in quello dì cavalcò quaranta mi-
glia, e la sera giunsono a Nocera in sul tramon-
tare del sole ; e perocché erano molto affaticati della
lunga giornata, e i cavalli stanchi e 1* ora tarda,
se n'entrarono nel castello senza fare altro assalto,
o riceverlo dalla gente del re Luigi. E questo av-
venne, imperciocché del subito avvenimento sbigottì
forte la gente del re, e specialmente essendo u-
sottigUato forte V oste, e non sapendo che della loro
gente andata a* passi si fosse avvenuto. Il re reg-
gendo la sua gente sbigottita, prese 1* arme e mon-
tò a cavallo, e confortò francamente i suoi : e so-
pravvenendo la notte, in persona ordinò buona e sol-
lecita guardia, attendendo il ritomo de' suoi cava-
lieri. I nimici eh* erano stanchi intesone a mangiare,
e a confortare la loro gente, e dare riposo a' loro
cavalli, per essere la mattina alla battaglia.
CAPITOLO XXXIX.
Come il re Luigi rifiutò la battaglia con
Currado Lupo.
La mattina seguente, Currado Lupo innanzi che
scendessono del castello nel piano, mandò a richie-
dere il re Luigi di battaglia, e per segno di ciò gli
mandò il guanto per lo suo trombetta. Il re rice-
vette il guanto, e con dimostramento di franco cuo-
re e d' ardire, senza tenere altro consiglio promi-
se la battaglia : perocdié la notte medesima il con-
te di Minerbino^ e 1 eonte di Sprecch erano tornati
con la loro gente al soccorso del re. Currado a-
vendo la risposta dal re, come accettava di venire
alla battaglia, non ostante che il re avesse assai
' di PaiadinOf legga la eitata.
28
CRONICA
Landò, oblerà da parte ooUa sua aohiera, lornò mi
poco di campo, e veline loro alle reni, e combatten-
doli dinanii e di dietro, avvegnaché v* avesse di
valorosi o»^ aliar!, per la loro mela prowedeoia in
poco d* ora con non troppa aspresaa di battaglia
gli ebbono vinti, e sbarattati e richiusi tra loro per
modo, che la maggior parte co* loro capitani fa-
rono presi, e pochi ve ne morirono. Qaelli che pote-
rono faggire ne faggirono, e non farono incalciati
perchè erano presso alla città, e i loro nemici n*a-
veano assai tra le mani a guardare, sicché non si
cararono d* incalciare gli altri. Onesta propriamente
non si potè dire battaglia, ma uno inretamento da
pigliare baroni e cavalieri di grandi ricchezie. 1 pre-
si farono tra conti e baroni venticinque de* mag-
giori del Regno, con molti ricchi cavilieri napole-
tani di Capo?ana e di Nido, e nobili scudieri e
grandi borghesi e baroncelli del Regno, i qaali era-
no tatti bene montati. B come i capitani de* Tede-
schi e degli Ungheri ebbono raocolti insieme i pri-
gioni e la preda, con grande festa e sollauo d*a-
vere acquistato grande tesoro senza fatica, gli con-
dussono ad Aversa ; e messi i baroni e* cavalieri io
sicure prigioni, V altra preda divisone tra loro. B
questo fu a' di sei di giugno 1349.
CAPITOLO XLIX.
Come i Napoleiam ricomperarono ia foemdemmù^
da" nimici.
Dopo la detta scon0tta, la gente del re d* Un-
gheria avendo presa grande baldania, cavalcavano
ogni di infino a Napoli, e per tutte le contrade cir-
costanti alla città, senza trovare alcuno contrasto.
Ch* e* cavalieri ch'erano in Napoli e qaelli che scam-
parono della sconfitta, tutti tornarono in loro pae-
se, e i Napoletani non ebbuno più ardire di monta-
re a cavallo centra i nimici ; per la quel cosa assai
picciola gente spesso entravano con grande ardire
tra Santa Maria del Carmino e il Santolo, rubando
e facendo preda in sul mercato : e per questo av-
venne che per terra non v* entrava alcuna vittuva-
glia, e però convenne che per mare vi veniase d*al-
tri paesi, e montasse ogni cosa, fuori del vino, in
grande carestia. Vedendo i Napoletani nella forte
de* loro nemici tutto il loro contado, temendo delle
loro vendemmie, e per avere alcuna posa, diedono
a Corrado Lupo e a* suoi compagni ventimila fiorini
d*oro e measer Ramondo del Balxo, e messer Ru-
berto da Sanseverino, e il eonte di Tricario anche
della casa di Sanseverino, e il eonte di Santo Agnolo,
e un altro barone, ch* erano presi, si ricomperarono
fiorini centomila d* oro, e gli altri baroni del Regno
e cavalieri si ricomperarono fiorini cinquantamila,
e' cavalieri e scudieri di Napoli si ricomperarono
altri cinquantamila fiorini d*oro : e al conte di Sprecoh
tedeaco, e messer Goglielmo da Fogliano e* altri sol-
dati foreatieri tolto 1* arme e' cavalli, Airone lasciati
alla fede. B trovandosi questa gente del re d* Un-
gheria fornita d* arme e di cavalli, e piena d* arnesi,
e abbondante d* ogni benoi e usai danari e gioielli
d* oro e d* anelito, ripoiergli nel easteno d* Avcm
senza partirgli, acciooché ninno avesse esfione di
partirsi del paese. B per accogliere maggiore loiora,
i danari del riscatto, e del tempo della veadeBaùa,
farono pagati, e quotò, il paese mentre che le vei*
deauue durarono, sooondo la loro prosMSsa, apu-
sato il tempo rìcomiiiciaroao la guerra eoaM jntìm,
rubando il paese , e aspettando danari frcKki étl
re e da* Napoletani, come appresso aegoeado si po-
trà trovare.
CAPITOLO L
Come si fé* triegua nel Regno,
il papa e* cardinali avendo sentita la rotti de'
baroni del Regno, e che *l paese si guastava, Banda*
rono nel Regno messer Annibaldo da Ceccano oir-
dinale di Santa Chiesa, a procacciare di conserraf»
il reame acciocché la discordia de* doo re aaa fii-
stasse quello ch* era di Santa Chieaa. U cardiule
giunto a Napoli trovò il re e* Napoletani in bmìc
atato, e i paesi pii Terra di Lavoro guaati, rabita
le castella, le ville, i casali ; e vedendo che la for-
za de* Tedeschi e degli Ungheri guastava tatto, li
mise a cercare via d* accordo, e asdava dall^ osa
parte all'altra, ma poco frutto di oonoordia sappe
fare. Onde il re e* Naìpolelani avvedendosi che il car-
dinale non facea loro profitto, ai condoasoae a oer-
care eglino con loro confidenti* B aundarono a Cir-
rado Lapo e agli altri caporali ad Aversa, e ia laa
vennono con loro a ooncordia ohe dovessoao li-
sciare in mano del cardinale Averan e Capevi e
tulte le terre e castella che teneano dal Voltano di
Tuli verno* in verso Napoli, per tutta Terra di La-
voro e di Principato, e facendo questo avouoio
contanti oontoventinùla fiorini d* oro*. Le terre fa-
rono laaciate nella guardia del cardinale, e i di-
nari furono pagati del mese di gennaio 1349. Al-
lora ridono il conto de' danari che nveano raasitif
e trovaronsi« in contanti più di cinquecento miglii-
ìa di fiorini d* oro, i quali di molta concordia ai di-
viaono a bottino. B* caporali dividitori foronOt Car-
rado Lopo, e il doca Guemieri, e il oonte di Laido
e messer Gianni d* Omiochi, e alcuni altri. B oltra i
questo tesoro, e oltre a nu>lti deatrierì, e ricchi ano-
si, e armadure che cetano avea, ebbono parte dinol-
te vassetlamenta d'argento, e di croci, e di calici e
d'altri ornamenti delle chiese ohe avieno spogliata,
e ornamenti delle donne, e drappi e veatiaieata di
grandissima valuta, de' quali erano pieni, aveadoaa
spogliate parecchie città, come detto abbiaiM. Co-
storo sopra modo ricchi, paasato il Voltarne, ai di-
liberarono di partirsi del Regno, e tutti, foori che Cur-
rado Lupo« e fra Moriale e gli Ungheri, che ti n^'
tennono per lo re d'Ungheria nel Regno, si partiro-
no e menandone molte donne rapite a' loro «iri^
e molte altre che non ne aveano marito, cosa straai i
disusata tra' fedeli cristiani ; e ricchi delle loro n-
* L*edfi. citati: TuUno.
^ Ridotti a tanto atramo, coma potarono aboraart ss*
tal aomma?
DI MATTEO VILLANI.
39
pioe, quali si tornarono in Alemagna. E gli altri ri
aparsoBO nell'italiane terre': e per questo modo il
Re^o ebbe alcuno sollevamento dalle ruberie e dalla
guerra, ohe catuno si posava volentieri. E dandoci
alquanto triegua le novità dello sviato Regno, d
s'apparecchia nuova e lieve cagione, della quale surse
«ome di picdola favilla fàoco di smisurata grandezza.
CAPITOLO LL
Di novità di barbari di Bella Marina.
Tornando alquanto nostra materia a' fatti de'
barbari, in questo tempo Buevem^ figliuolo di Balase^
della Bella Marina, a eoi, come addietro è narrato,
il detto Bnevem avea mbellato il regno di Tremu-
si, sentendo che Maometto suo cugino gli avea ru-
bellato Fessa e il suo reame, liberò di servaggio
mille cristiaoi e misegli a cavallo e in arme, e ac-
colse sua oste di quindicimila cavalieri, e di gran
popolo di Mori a piò, e andonne verso Fessa, con-
tro a Maometto, il quale trovò provveduto con ven-
ticinquemila cavalieri e di grande popolo, e fecelisi
incontro fuori della dttà di Fessa, e non troppo
lungi della città commisono aspra battaglia, nella
quale morirono grandissima quantità di Saradni da
catuna parte ; in fine, come piacque a Dio, per vir-
tù de' cristiani, Maometto fu sconfitto, e la sua gente
morta e sbarattata, ed egli u rifuggi nel castello di
Villanuova, ove Buevem il tenne assediato sei me-
ri senza speranza di poterlo avere per la grande
fortezza; e però argomentò di fare fuggire da sé
un grande caporale de' cristiaoi con sua masnada,
e mostrando di perseguirlo per uccidere, si fug-
gi a Maometto nel castello, il quale conoscendo la
prodezza e senno de' cristiani, pensò di difendersi
meglio, avendo costui dal suo lato, e però gli fece
onore e grandi promesse, perchè avesse materia
d* aiutarlo e d'essergli leale. Costui mostrandosi agro
nimico di Buevem, alcuna volta usci taoti percotendo
il campo, e ritornando^ con onore al caatello. Il re
Bnevem mostrando che onta gli fosse cresduta per la
fuggita dd malvagio criatiano, ordinò di volere com-
battere il eastello. Maometto sentendo dò, s'ordinò
alla difesa: e avendo presa confidenza nel eonesta-
bile cristiano, gli accomandò la guardia d' una por-
ta del castello. E venendo il re alla battaglia, il
traditore gli aperse la portai ed entrato dentro con
grande sforzo, prese Maometto, e incarcerato, in po-
chi dì il fece morire. E andato a Peasa, fu rice-
vuto come re e loro signore, e fu coronato re di
Morocco, e della Bella Marina e di Tremnsi in po-
co tempo, essendo il padre a Tunisi, il quale tor-
nando poi contro al figliuolo per lo regno^ gli av-
venne quello che appresso a suo tempo diremo^
' nelV itaUan$ guerre^ legge l' adiz. citata.
' Buafwrn^ legge la citata e coel appresso.
' Bàtata/r^ ediz. citata e cosi appresso.
^ percotendo al campo e iomandOf legge la dtata.
' E venendo Bnevem alla porta, cosi sena' altro dal prin-
cipio del periodo legge la citata.
^ ne diremOj ediaioae citata.
CAPITOLO Ln.
Come Balase tornando per lo suo reame contro
al figliuolo ebbe gratuie fortuna^
e poi fu avvelenato,
Balase avendo acquistato il reame di Tunisi,
e perduto quello di Bella Marina e di Tremusi, di
che Buevem suo figliuolo s' avea fatto coronare,
fece in Tunisi re uu altro suo figliuolo, ed egli con
sei galee armate e una nave di Genovesi carica di
grande tesoro eh' avea tratto di Tunisi, del meae
d' ottobre del detto anno, si mise in mare per tor-
nare nel suo reame : confidandosi, che essendo con
sua persona nel paese, i suoi sudditi 1' nbbidireb-
bono, non ostante che il figliuolo avesse la signo-
ria. E avendo lasciato il suo nuovo re in Tunisi, po-
co appresso la sua partita gli Arabi entrarono in Tu-
nisi, e uccisooo questo figliuolo rimaso, e fecionne
re il nipote del re di Tunisi, cui Balase avea morto;
e 'I detto Balase essendo in mare, una fortuna il
percosse, e tutte e sei le sue galee ruppe, e tutti
gli uomini perirono, salvo il re con alquanti com-
pagni che camparono in su uno scoglio : e indi le-
vato da certi pescatori fu portato a Morocco, ove
riconoaduto, fu ricevuto si come loro signore. La
nave col suo tesoro, messasi in alto pelago, arrivò in
Ispagna, e il re Pietro a'appropriò il teaoro. Baluse
essendo ubbidito in Morocco e nel paese, di presente
accolse sua gente di suoi baroni, e con grande oste
andò contro a Buevem ano figliuolo, inverso Fes-
sa; e oomiodato a guerreggiare, veggendo Buevem
che i suoi baroni comindavano a ubbidire al padre,
diaperandosi della difesa, argomentò con incredi-
bile tradimento. Egli avea seco una aua air occhia,
giovane fanciulla, figliuola di Balase : costd ammae-
strò di quello eh' egli volea ch'ella facesse : la quale
si parli da lui, mostrando contro suo volere essere
stata col fratello', e tornò al padre, il quale la
vide allegramente, ed ella lui come caro padre, e
commendatala della sua venuta, la tenea intorno a
so come figliuola. Ma la corrotta fanciulla osser-
vando la malizia del fratello, ivi a pochi di avve-
lenò il padre. Finito Balase il corso della sua vi-
ta, e delle sue grandi fortune prospere e avverse,
Buevem ano figliuolo rimaae in tutto re della Bella
Marina, e di Morocco e di Tremusi^; ma poco ap-
presso i Mori gli rubellarono Tremusi , ma egli di
presente vi mandò grande oate, e racquistò tutto.
E montato in grande potenzia, per forza si sottomi-
se il reame di Buggea e quello di Coatantina, e *1 lo-
ro re mise in prigione. E incrudelito, per ambizio-
ne di reggere la aignorìa con meno paura, in brie-
ve tempo fece morire ventidnque suoi fratelli di
diverse madri. Ed esaltato sopra tutti i Barberi, co-
minciò a usare senza freno la aua lussuria, e gli al-
tri diletti carnali, ove si riposa la gloria di quelli
saracini ; e a un' otta avea trecento mogli e grande
* Il T. Davanzati : mottrando mal tuo volere^ e tornò ecc.
^ Questi, brutale e tiranno, fece almeno tra i suoi sud-
diti fiorire U commercio,
80
CRONICA
BOYero di Tergiiii, le più nobili e le più belle de'saoi
reami : e quaodo gli piaceva, uaaTa con quella che
r appetilo della sua ooBcapiieenxa rìcbiedeva, e
qaella che gli era a grado mettea nel namero delle
sue mogli. Uomo fa ridottalo sopra gli altri signori,
e upro ponitore di giosliua ; e con grande guardia
e con molto ordine goYemava i suoi reami. Ai cri-
stiani mercatanti face* grande onore, e Tplentìeri
gli rìcettaya in snoi reami.
CAPITOLO LUI.
Come per Uewi eagiomi su$eiiò notiià m Bowutgna,
Essendo conte di Romagna messer Astorgio di
Daraforte di Proenxa, il quale avea per moglie nna
nipote di papa Clemente sesto, o che più vero fos-
se sua figliuola, il papa Tamava^, e intendeva a far-
lo grande. Costui il di della Pasqua di Natale del
detto anno, mostrando familiarità co^ gentiluomini di
Faensa, gU fece invitare a pasquare con seco. Ed
essendo a desinare, riscaldati dalle vivande e dal vi-
no, messer Giovanni de* Manfredi dimestico del conte
gli disse : in ootale mattina per cagione di padrona-
tico, ci è debitore il vescovo di Faenia di mandare
nna gallina con dodici pulcini di pasta, e con car-
ne cotta* : e quando questo e* non fa, a noi è lecito
mandare alla sua cucina, e trame la vivanda, e dò
che in quella ii trova. La gallina non è venuta, e
però piacciavi che con vostra licensa noi possiamo
usare la ragione del nostro padronatioo. La domanda
là indiscreta, essendo in casa altrui, ohe non era
certo che il vescovo avesse fallato: e fl conte con
poco sentimento, non considerando il perìcolo della
Doviti, concedette quella liceuu follemente. Il ve-
scovo avea fatto suo dovere, e avea mandata a casa
messer Giovanni d' Alberghettìno la gallina e i pul-
cini, a cui r anno toccava quello onore, e la donna
per un suo scudiere V avea mandata al manto al pa-
fagio del conte ; ma per comandamento fatto a^por-
tierì per lo conte che alcuno non vi lasciassero en-
trare, se n* era tornato a casa. Nondimeno messer
Giovanni, eh' avea avuta fa licenxia dal conte, disse
a* suoi famigli : Andate, e chiamate de' nostri amici,
e dite loro rechino le scuri, ed entrate nel vesco-
vado : e se le porte non vi sono aperte, coUe scurì
r aprite, e delia cucina del vescovo gitUte fuori vi-
vanda, e ciò che ri trovate dentro. Costoro andan-
do agli amici di messer Giovanni diceano: Togliete
le scuri, e venite con noi. Coloro eh* erano invitati
che togliessero le scuri non sapendo la cagione,
pigliarono anche T altre armi, e V uno confortava
r altro : e cosi armati traevano a casa messer Gio-
vanni. Le masnade del conte a pie e a cavallo che
il di ariano la guardia, temendo di queata norità,
Irassono a casa messer Giovanni, e cominciarono mi-
schia contro a coloro che ivi trovarono armati^* I
terrauani si difendeano non sapendo la cagione del
fatto : fa gente traeva da ogni parte a romore. Sen-
* aiutava^ «dii. oit. * € di carne eotto, edii. citaU.
* U Taato Davaaaatì: a coloro vi trovarono armoH.
tendosi fa norità al palagio dov* arano i eeoTiInti)
facendosi il conte alle ineatre, vide a pie del pa-
lagio uno Franoeschino di Valle, grande andeo di
messer Giovanni Manfredi, a cai commise che
se da sua parte a comandare alfa sua gente e m\
tadini che fasdaasono la lulh e non oontaadt
più insieme. Costui disarmato andò a fare fl
demento da parte del conte. La gente del coste, dM
conosoeano costai essere amico di messer CBovn^m,
presono maggiore sospetto, e rivofaonsi eontro n Ini,
e volendogli uno dare deUa spada in siflfa testa, pa-
rando la mano al colpo gli fu taglfata: e aegnesido
i colpi contro a lai, fa morto, e in quello alante tre
altri amici di messer Giovanni vi furono tagliali •
BH>rtL Per fa quel cosa, al autto movimeolo ag-
giunto la vergogna e fl danno, generò feUonfa e ade-
guo in messer Giovanni, e concepnto nel pollo, pro-
pose nelfa mente di tentare cose quasi incredftfli
a poterli venire fatte, secondo fl suo piccolo e po-
vero sfato, le quali per molto atadio ooperlaaMale,
come vedere si potrà appreaao, eondaaae al ano
tendioMnto.
CAPITOLO UV.
Come meuer
Manfredi rubeliò Pi
alia Chiesa.
Messer Giovanni Riooiardi de* Manfredi artméa
concepnto fl tradimento ch*egli intendea di fare, eo-
minciò segrefamente a dare ordine al fatto; e ar-
vennegli bene, che fl conte aopraddelto andò a corte
a Vignone. E per alcuno aenUmealo di gelosia, per
sicurtà menò con seco messer Guglielmo firalello
eamale del detto measer Giovanni, toma par grasde
confidenza di sua compagnia, e fasciò vececoatò aa
Provenzale di poca vktù, con trecento eavidieri a
sua compagnia e quattrocento munadieri per guardare
Faenza. E oltre a dò, fasciò fomite le fortaice de8a
città e le castelfa di fuori. Messer Giovanni di neaaer
Ricciardo de' Manfredi con molUastnua^ tenea gnnde
famiUarità col vececonle, e con singnfare studio trae-
va a sé r amore e la benivoglienza de^ citladiaL B
come gli parve tempo, comueiò a mettere coperte-
mente fanti in Faenza a pochi insieme, e feceli li-
cettara a' suoi confidenti. E seppe sì fare, ohe in
poco tempo ebbe nelfa dtkà cinquecento fanti fore-
stieri a sua petizione, innanzi che fl vececoale o
altri* se ne fosse accorto. Ma discordandosi da fan
messer Giovsnni dello Argentino^ sno eoasorlo, per
ria di setta, aent) come in oerU contrada del contado,
gli amid di messer Giovanni di messer Ricdardo de*
Manfredi non si trovnvano, e non si sapea dove foa-
sono. E per questo sospettando di tradimento, fece
sentire al vececonte, oom'egli sapea che gli amid
di messer Giovanni di messer Ricdardo in cotale e
in cotale parte^ non si ritrovavano, perchà teasea che
* n Testo DiTsnuti: tioiifMi.
* Così fa diàtiu II T. Divansati : atomo.
* La edii. dtaU: ^ AlbersheUino,
* eontradOf legg« l'edisioat dtata.
j
DI MATTEO VILLANL
31
ÌB Faenza non appariise novità ; il viaoonte avendo
con meiser Giovanni lingolare amioixia e conflden-
sa^ non volea intendere di lai alcuno sospetto, ma
provvedea^ al riparo. E appressandosi il tempo che
il fatto si dovea muovere, la cosa si venia piik sco*
prendo. Allora il visconte ingelosito mandò a fare
lichiedere degli amici di messer Giovanni: costoro
andarono prima a messer Giovanni a sapere quello
eh* avessono a fare. Messer Giovanni disse loro :
Tornatevi a casa, e armatevi co* vostri parenti e a-
mici, e levate il remore. Ed egli co* cittadini con cai
•gli si confidavB, e co* fanti che avea messi in Fa-
enza s* andò ad armare, e accolto il suo aiuto, osci
delle case armato, e fecesi forte a* sooi palagi. Le-
Tato il romore, il visconte fu a cavallo co* suoi ca-
yalierì e co' suoi soldati appiè', e dirizzossi alle
case di messer Giovanni, ove aentiva la gente ar-
mata. E giunto al luogo, trovando messer Giovanni
oc* suoi armati^ cominciò a combattere con loro for-
temente. Messer Giovanni co' suoi si difendeva vir-
tadiosamente, sostenendo il di e la notte, senza per-
dere della piazza. La mattina messer Giovanni prete
una parte della sua gente, e misesi sul fosso della
dttè, onde attendea soccorso da alcuni suoi amici
di fuori, e sforzandosi il visconte di levarlo di quel
laogo, non ebbe podere. La gente venne, e misono
un ponte, ch*aveano fatto però, sopra il fosso, e
atati da quelli d* entro valicarono senza contrasto, e
furono trecento Cuti di Valdilamone, e altri amici di
messer Giovanni, e due bandiere di quaranta cava-
lieri che vi mandò il signore di Ravenna. U Proven-
sale sbigottito per codardia, avendo la maggior parte
de* cittadini in suo aiuto, e tutte le fortezze della
città in sua guardia, e T aiuto delle masnade di Santa
Chiesa a cavallo e a pie, ed essendo vincitore, stan-
dosi fermo, tanta viltà gli occupò la mente, eh* egli
abbandonò le fortezze della terra, e la libera signo-
ria eh* egli avea nelle sue mani, e tutto il suo o-
Bore; e non stato cacciato^, abbandonò la città, e
fuggissi a Imola colla sua gente, ove per reverenzia
di Santa Chiesa fu ricevuto, e raccattato mansueta-
mente. E abbandonata per costoro la dttà di Faenza
e le sue fortezze, messer Giovanni di messer Ric-
ciardo de* Manfredi ne rimase libero signore^. E in-
contanente si ooUegò col capitano di Forlì, e col
signore di Ravenna, e oo* signori di Bologna, che
lemeano della Chiesa, perchè per tirannia teneano le
città contro al volere della Chiesa, e segretamente
davano aiuto e consiglio a messer Giovanni, ac-
docohè Faenza e la Romagna non rimanesse ali* ubbi-
' Edisione citata : àleun totp^Uo, e perb non proeedea
al riparo.
'UT. Daranzati : e con fanti appiè ioldati.
* Edis. citata : e no» ne estendo cacciato.
* Non avea la famiglia Manfredi mti avuto sovranità.
Nel 1850 0 in qnel torno, in cui entro al governo di Fa-
enza, Giovanni e Raineri e Ricciardo per tatto il loro re-
gno, come capi dei ghibellini, mantennero nna guerra o-
stinata colla Chiesa. Nel 1 956 il cardinale Egidio Albornoz,
inviato da Innocenzo VI, atrìnae d'aaeedio Faenza e la
costrinae a capitolare. I Manfredi a forza usciti della città,
non conservarono allora che il dominio d'alcuni castelli,
6 indarno nel 1861 ai levarono al rìacquiito dello stato.
dienza della Chiesa. Questo appresso si dimostrò
manifestamente, come leggendo nostro trattato si
potrà trovare. E questo rubellamento avvenne a di
27 di febbraio del detto anno.
CAPITOLO LV.
Come il capitano di Forlì prese BrelUnoro
per assedio.
Del mese di maggio seguente, gli anni Domini
1350, il capitano di Forlì vedendo che la Chiesa
avea perduta Faenza, essendosi collegato co* tiranni
di Bologna, con quello di Ravenna e di Faenza, che
desideravano al tutto sveglìere la Chiesa di Roma-
gna e la sua forza ; conoscendo il tempo, fece suo
sforzo, e andò ad assedio al castello di Brettinoro,
eh' era molto forte e bene fornito. E ivi stando lun-
gamente, la Chiesa non lo soccorreva per avarizia,
ma scrivea a* signori di Bologna, i quali amavano
ohe si perdesse, e ai comuni di Toscana, che aiutas-
sono al conte di Romagna a soccorrerlo senza darli
forza di gente d* arme. E stando d' oggi in domane
a speranza deli' aiuto degli Italiani, non avendo al-
cuna forza da so, il conte si trovò ingannato. U
capitano stringeva gli assediati con ogni argomento,
i quali disperati di soccorso, in prima i terrazzani
s* arrenderono al capitano, e appresso quelli della
ròcca la dierono per danari, che bene la poteano
lungamente tenere e difendere. Ma la viltà del non
sentire apparecchiare soccorso gli fece affrettare a
trarre il loro vantaggio.
CAPITOLO LVL
Come i crisiiani d* Europa cominciarono a tenire
al perdono.
Negli anni di Cristo della sua natività 1350,
il di di Natale, cominciò la santa indulgenza a tutti
coloro che andarono in pellegrinaggio a Roma, fa-
cendo le visitazioni ordinate per la Santa Chiesa alla
basilica di Santo Pietro, e di San Giovanni Laterano, e
di Saoto Paolo fuori delle mura di Roma : al quale per-
dono uomini e femmine d* ogni stato e dignità concor-
sero di cristiani, con maravigliosa e incredibile molti-
tudine, essendo di poco tempo innanzi stata la gene-
rale mortalità, e ancora essendo in diverse parti
d'Europa tra* fedeli cristiani; e con tanta doTOzione
e umiltà seguivano il romeaggio, che con molta pa-
zienza portavano i disagi del corpo ' : eh* era uno
smisurato freddo, e ghiacci e nevi e acquazzoni, e
le vie per tutto disordinate e rotte: e i cammini
pieni di di e di notte, gli alberghi e le case sopra
i cammini non erano sofQcienti a tenere i cavalli e
gli uomini al coperto. Ma i Tedeschi e gli Ungheri
in gregge, e a tarme grandissime, stavano la notte
a campo stretti insieme per lo freddo, standosi con
grandi fuochi. E per gli ostellani non si potea ri-
spondere, non che a dare il pane, il vino e la biada.
* U T. Davanzali : il disagio dtl tompOf dC era ecc.
32
CROmCA
ma di prendere i danari. B molte volte avvenne, che i
romei volendo seguire il loro cammino, lasciavano i
danari del loro scotto sopra le mense, loro viaggio
legnendo: e non era ninno de^ viandanti che gli to-
gliesse, infino che delfostelliere venia ohi gli prendea.
Nel cammino non si facea notte né romori tra" romei,
ma comportava e aiutava Tnno alP altro con pazien2a
e conforto. E cominciando alcuni ladroni in Terra di
Roma a rubare e a uccidere, dai romei medesimi e-
rano morti e presi, aiatando e soccorrendo Tuno Tal»
tro. I paesani faceano guardare i cammini, e spa-
ventavano i ladroni: sicché secondo il fatto, assai
furono sicure le strade e* cammini tutto queir anno.
La moltitudine de" cristiani eh* andavano a Roma era
impossibile a numerare : ma per stima di coloro che
erano risedenti nella città, che il dì di Natale, e
dtì* di solenni appresso, e nella quaresima fino alla
pasqua della santa Resurrezione, al contindvo fos-
sono in Roma romei dalle mille migliaia alle dodici
centinaia di migliaia. E poi per V Ascensione e per
la Pentecoste più di ottocento migliaia ; essendo pie-
ni i cammini il di e la notte, come detto è. Ma ve-
nendo la state cominciò a mancare la gente per Poc-
cupasione delle ricolte, e per lo diaordinato caldo ;
ma non si, che quando v^ ebbe meno romei, non
vi tossono continovamente ogni di più di dngento
migliaia d* nomini forestieri. Le visitasioni delle tre
chiese, movendosi d** onde era albergato catnno, e
tornando a casa, furono undici miglia di via. Le vie
erano si piene al continovo, che convenia a catuno
seguitare la turba a piede e a cavallo, che poco si
poteva avanzare; e per tanto era più malagevole. I
romei ogni di della visitazione offerivano a catnna
chiesa, chi poco, e chi assai, come gli parca. D santo
sudario di Cristo si mostrava nella chiesa di San
Pietro, per consolazione de* romei, ogni domenica,
e ogni di di festa solenne; sicchò la maggior parte
de* romei il poterono vedere. La pressa v* era al
continovo grande e indiscreta. Perchè più volte av-
venne, che quando due, quando quattro, quando
sei, e talora fa che dodici vi si trovarono morti
dalla stretta, e dallo scalpitamento delle genti I Ro-
mani tutti erano fatti albergatori, dando le loro case
a* romei a cavallo ; togliendo per cavallo il di uno
tomese grosso, e quando uno e mezzo, e talvolta
due, secondo il tempo; avendosi a comprare per
la eoa vita e del cavallo ogni cosa il romeo, fuori
che il cattivo letto. 1 Romani per guadagnare dia-
ordinata mente, potendo lasciare avere abbondanza e
buono mercato d* ogni cosa da vivere a* romei, man-
tennero carestia di pane, e di vino e di carne tutto
r anno, facendo divieto, che ì mercatanti non vi con-
dncessono vino forestiere, né grano, nò biada, per
vendere più cara la loro. Valsevi al continovo uno pane
grande di dodici o diciotto once a peso, danari dodici ^
E il vino soldi tre, e soldi quattro^ e soldi dnque il
peretto^ secondo eh* era bnono. 11 biado costava il
' imo pane di tedia e di dieioUo onde di ptio^ denari
ventidue, Edis. cltatn.
' Specie di misnrA della forim di un» pera. È nome
d» aginunt^ere al Vocabolario. Il Testo Davunzatì lu^^'i^c il
pìteUa, cioè U piccolo, voce Iranceiio Bno aita noia.
ragghio, eh* era dodici profeade cemnali, a com-
perarlo in groaso, quasi tutto V anso, da lire quattro
e aoldi dieci in Kre cinque : il ieno, la pafUa, le
legno, il pesce, e V erbaggio vi furono in grande
careatia. Della oame v" ebbe coufeaevole mereato,
ma frodavano fl macello^ mescolando e Tendendo
insieme, con sottili inganni. In mala cane colla
buona. R fiorino delP oro valeva soldi quaranta di
quella moneta. Nell^ ultimo delP anno, corno nel co-
mindameoto, v* abbondò la gente o poco meno. Mi
allora vi concoraoao più signori, e grandi dase, a
orrevoli uomini, e femmine à" oltre a* monti e di
lontani paesi, ed eziandio d"* Italia, che nel eomincia-
mento o nel mezzo del tempo : è ogni di presso
alla fine si faceano delle dispensagioni, del visitare
le chiese, maggiori grazie. E neir ultimo, acciocché
niuno che fosse a Rossa, e non avesse tempo a po-
tere Timire le visitazioni, rimanesse, senza la gra-
zia, senza indulgenzia de' meriti della passione di
Cristo, fu dispensato infino air ultimo di, che cotono
avesse pien smente la detta indulgenzia. E cosi fa
celebrato questo anno del santo giobbileo la diapen-
ssgione de' meriti della passione di Cristo, e di quelli
della Santa Chiesa, e remissione de' peccati de' fedeli
cristiant
CAPITOLO LVU.
Perchè s'ùUramesse il difUio di' Orio San Michele,
Era incominciato innanzi alla mortalità il no-
bile edificio del palagio sopra dodici pilastri nella
piazza d* Orto San Michele, per Carvi granai per lo
comune, aociocchò si stosse in continua provvisione
di grano e di biada, per aov venire il popolo ni leai-
po della careatia. Ma avvedendosi il comune, che il
minuto popolo era ingrassato e impoltronito dopo
la mortalità, e non volea servire agli osati mestierì,
e voleano per loro vita le più care o le più dilicate
cose che gli altri antichi cittadini, e con questo dis-
ordinavano tutta la città, volendo di aalario le fanti,
femmine rozze e senza essere ausate a servigio, e i
ragazzi della atalla, il meno fiorini dodici iranno, e i
più aperti dioiotto e ventiquattro d'oro Tanno: e cosi le
baUe, e gli artefici minuti d'opere manuali, volevano tre
cotanti o appreaso che V usato, e i lavoratori delle
terre voleano tutti i buoi e tutto seme, e lavorare le
migliori terre, e lascisre l'altre: penaarono i nostri
rettori con buono consiglio, di mettere ordine alle
cose, e raffrenare i soperchi ocn certe leggi, ma
per cosa che fare sapessono, a questa volta non vi
poterono porre rimedio, e convenne che a Dio si
lasciasse il corso e T addirrzzamento dì quelli so-
perchi, i quali ancora nel 1362 durano, poco cor-
retti, o mancati. Perocché V abbondanza del guada-
gno corrompeva il comune corso del ben vivere,
pensarono che più utile era a raffrenare lo ingrato
e sconoscente popolo la carestia, che la dovìzia. E
allora ai rimase coperto d' un basso tetto V edificio
del palagio d' Orto San Michele. E il oomuno avendo
bisogno, red.ioppiò la gabella del vino alle porte, e
do/c pagdva soldi trenta il cogui>, lo recò io soldi
DI IIATTBO VILLANI.
33
f MianU. E chi vendetse Tino a minato, dovesi e pa-
gare de* dne danari l'ano al cornane. E di nnoTO pao-
aono soldi due a ogni staio di farina che si logo-
rasse nella città, e danari quattro alla libbra della
carne, e che lo staio del sale si vendesse per lo co-
mune lire cioqae e soldi otto. E non voUono che
provvisione di grano o di biada si facesse per lo
cornane, ma in contradio ordinarono, che tatto il pa-
ne vendereccio si facesse per lo comone, e vendes-
sesi caro : e qaale fornaio ne volesse fare per ven-
dere, pagasse d' ogni staio soldi otto di gabella al
comone. Qaeste farono cose di grande gravexsa;
ma tanto era V utile che traeva d* ogni cosa U mi-
nato popolo, che meno se ne curavano che i mag-
giori cittadini.
CAPITOLO LVm.
Come la Chiesa mandò U conte per racquUtare
la contea di Romagna,
In questo anno 1350, parendo al papa e a*
cardinali, con vergogna di Santa Chiesa avere per-
duta la signoria e la proprietà di Romagna, ordina-
rono di volerla racquistare per forza ; e avendo pa-
pa Clemente sesto volontà d* accrescere onore e stato
a messer Astorgio di Dnraforte, conte di Romagna,
suo parente, il fece capitano della gente che la Chiesa
intendea di mettere in arme a questo servigio. Il
quale accolse quattrocento cavalieri gentUuomioi in
Proenza, e fece suo maliscalco messer Rostagno da
Yignone della casa de* Cavalieri, prò* e ardito e va-
loroso cavaliere. E la Chiesa gli ordinò noo teso-
riere, che ricogliesse^ i danari, e convertissegli nei
soldi e negli altri bisogni che occorressono nella
guerra, a volontà dei conte. E innanzi che il conte
si movesse di Proeoza, fece a Firenze e a Perugia
soldare ottocento cavalieri e mille masnadieri di
buona gente d^arme. E oltre a ciò, il pepa con
molta istanza fece richiedere i tiranni di Lombardia,
cetano per so, e i comuni di Toscana, che dovesso-
no aiutare al conte a racquistare la Romagna. L* ar-
civescovo di Milano gli mandò cinquecento barbute:
messer Mastino della Scala gliene mandò dugento :
i tiranni di Bologna glie ne mandarono dugento: il
marchese di Ferrara cento ; i comuni di Toscana non
vi mandarono loro gente. 11 conte di Romagna a-
vendo i suoi cavalieri e masnadieri, e questo aiuto,
a* di 13 di maggio del detto anno si parti da Imo-
la, e addirizzossi al ponte San Brocolo; ed essendo
il ponte molto afforzato e bene gnemito di gente
alla difesa per lo signore di Faenza, a* di 15 del
detto mese, con aspra e dura battaglia combattero-
no la fortezza e vinsonla, che fu assai prospero co-
minciamento. E rafforzata la bastita del ponte, e
messovi le guardie per difendere il passo, con tutta*
sua cavalleria s* addrizzò a Salervolo, uno castello
presso a Faenza a cinque miglia, il quale non era
murato, nò fortezza, né luogo S che avendolo vinto
fosse* grande acquisto. E ivi puose T assedio, la-
sciando per mala provvisione^ dì porsi a Faenza,
eh* era male fornita e poco intera alla difesa; e i
cittadini non amavano la signoria del nuovo tiranno,
e però fu reputato pe* savii follemente 'fatto.' Il ti-
ranno di Faenza, messer Giovanni di messer Ric-
ciardo de* Manfredi, che stava in grande paura della
città, sentendo posta V oste a Salervolo, fu molto
contento, e prese cuore alla difesa ; e di subito mi-
se masnadieri in Salervolo, che avea soldati in To-
scana, aperti a difendere e sapere guardare le ca-
stella, i quali francamente difesono la terra di molte
battaglie, che '1 conte vi fece dare, durandovi V as-
sedio dal di 17 di maggio, fino a di 6 del pros-
simo mese di loglio, senza lasciarsi avanzare alcu-
na cosa*.
CAPITOLO LIX.
. Processo de^ traditori di Romagna^ e di certi
PtocenMli,
Seguita il processo de* traditori, che si prov-
vedeano con molta sagacità a ingannare 1* uno V al-
tro, e catuno infine con la sua parte dell* impresa
rimase disfatto e ingannato. E dell* attizzamento di
questa maledetta favilla crebbe fuoco, il cui fumo
corruppe tutta Italia, e offuscò gli occhi a* liberi po-
poli, e ottenebrò la vista de* aacri pastori, e fu ca-
gione di nuovi avvenimenti di signori, e di grandi
e gravi revoluzioni di stati, come seguendo a* loro
tempi racconteremo. Per questa impresa della Chie-
sa, i tiranni di Bologna (che allora erano messer Gio-
vanni e measer Iacopo di messer Taddeo di Romeo
de* Peppoli di Bologna) avendo occupata la città alla
Chiesa di Roma sotto certo censo, ed essendo in gran-
de stato e pompa . dell9 signoria , temeano che la
Chiesa non racquistasse la signoria di Romagna ; e
dalPaltra parte si tenea dissimulando per lo conte,
che per lo loro caldo e favore messer Giovanni de*
Manfredi avesse rubellata Faenza alla Chiesa, e che
segretamente atassono a mantenere la difesa. E però
il conte, che era più aperto in coperta malizia, che
in aperta prodezza o virtù, contino vo attendeva a
tendere auoi lacci, come i tiranni i loro, e mostra-
vansi insieme con molta confidanza, e grande amistà,
e davansi aiuto e consiglio V uno ali* altro, coperto
di frode e di dolo.
^ HeevetHf ha Tedisioat citata.
' La citata : E rajff^ofMarono la hastita del ponU; e mi'
f em la gente per difeea del passo. E con tutta eco.
Villani M., C^^ntco, Yol. II.
I II T. Ricci: nel luogo.
' La citata : fosse stato*
' provvedefutUf ha la citata.
* Questo Astorgio di Dnraforte, o, secondo altri, Ettore
Dnraforte, mandato da Clemente VI sopra Faensa, ebbe
fallita l'impresa perchè gli Ordelaffl signori di Fori), i
Malatesta signori di Rimini e i Visconti di Milano, c^e
tutti aveano qaalcbe ruggine colla Chiesa, fornirono di
forti soccorsi il Manfredi
8
34
CRONICA
CAPITOLO IX
Come messer Giof^amU de* PeppoU cercò accordo
dal conte a messer GiotamU,
Io fira *|. tempo già detto dall' «Medio di S«-
lerrolo, crescendo coDtiaovo la fona del conte per
lo snsaidio de' danari della Chiesa, e dell* andata cke
giognea in aiuto al conte, meaaer Giovanni de^ Peppoli,
per tenere in tranquillo il conte e farli perdere teai-
pò cominciò un trattato, di Toler riducere meaaer Gio-
vanni Manfredi di Faenza air ubbidienaa di Santa Chie-
sa : e mandò a dire al conte die volea essere in
ciò mexsano, facendo a Santa Chiesa riaTcre suo
diritto e suo onore. U conte, ch^ era di natura e di
studio maliaioso, si mostrò molto contento di voler
seguire questo trattato, mostrando in questo e nelFal-
tre cose, volersi reggere per suo consiglio, dicen-
do, che cosi aveva in mandato dal Santo Padre : e
nondimeno sapea al certo, che per operazione de* si-
gnori di Bologna e del capitano di Forlì, e co* lo-
ro daniri, al presente era entrato il duca Guemieri
con cinquecento barbute alla difesa di Faenza. E dato
lo intendimento a messer Giovanni acciocché seguisse
il trattato, egU con sollecitudine mandava in Faen-
za auoi aoBbasciadori, e nell*oate al conte, e mostra-
vasi già il trattato venire a concordia. Allora il con-
te mandò a dire a messer Giovanni a Bolognaper li suoi
medesimi ambasciadori, che innanzi che fermasse la
concordia, volea essere personalmente con lui in
Bologna, o dovunque gli piacesse, per dare compi-
mento a questo, e ragionargli d'altre aegrete cose,
che dal Santo Padre avea in commissione di confe-
rire con lui : e però mandasse a dire dove e* volea
eh* egli veniase, die avuta la risposta, con piccola
compagnia aubito sarebbe a lui.
CAPITOLO LXL
Come messer GiotamU de* Peppole asulò nelT osie^
e fu preso.
Measer Giovanni de' Peppoli, signore di Bologna,
avendo dal conte dimostramento di tanta libertà, e
sentendo che il papa V amava e davali molta fede,
prese aicortà per lo trattato ch'egli menava, e perchè
avefa nell^oste del conte dngento de* suoi cavalieri,
e avea grande amistà con molti altri conestabili dei-
Toste. B volendo mostrare al conte com*egli era fedele
di Santa Chiesa, per ricoprire le sue coperte opera-
zioni fatte contro a quella, secondo la malizia del
conte, pervenne a sua volontà : e contro al consiglio
di messer Iacopo suo fratello, di presente prese in sns
compagnia de* maggiori dttadini di Bologna, e di suoi
soldati trecento cavalieri, e promettendo al fratello che
non passerebbe Castel San Pietro, si mise a cammino.
Ed essendo giunto la mattina a grande buon ora a Ca-
stel San Pietro (come il peccato il condnceva, e le fini
de' tiranni a* apparecchiano per non pensato aontie-
re)» come al vide a Castel San Pietro non attese la
promesia al firstello, ma volendo improvviso e tosto
giugnere al conte, cavalcò senza arresto : e prima
fn giunto al padiglione del eonte, che sapesse ohe
vi dovesse venire ; e scavalcò. D conio fl ricevette
con grande feata, mostrandogli ne*semÌNanti amare
fraternale : e molto a^ allegrava con lui della sna cor-
teae venuta. E qneato fn a* di 6 di loglio in anlla na-
na, che *1 caldo era grande. Innanzi fece venire vini,
fratte e confetti, per fare rìnfreacare lui e la sn
brigata eh* erano ivi. In questo soggiorno, veg-
gendosi il conte tra le nwni il Unauio di Bdogna,
0 ch^ egli avesse prima penaato il tradimento, o che
subitamente Tanimo il tirasse all^ inganno, bevendo e
mangiando insieme in grande soliszzo, mandò il ano ma-
liscalco a fare armare cavalieri e maanadieri cui egU
volle, dando vooe di fare assalto a quelli di Sakrvole. B
come furono armati, fece promettere a* cooestabfli
paga doppia e meae compiuto, acdocchè non si met-
tessono alla difeaa dd signore di Bologna. Messer Gio-
vanni che avea bevuto e mangiato, e preso rinfire-
acamento a volontà dd conte, aHendea ohe il conte
gli parlasse; e non vedendo ohe ne facesse sem-
biante', disse a quelli ambasdadori che quella am-
baaoiata gli aveano portata, che dioeasono d coste
die si dovea diUberare ; e già coBundava a du-
bitare. U eonte rìspuose, che attendeva il ano mah-
acalco, ohe di presente vi aarebbe, e fomirebbono il
loro parlamento. Ancora erano le parole, quando BNuer
Roatagno^ maliscdco dell*oste, giunse colla gente ar-
mata al padiglione del conte ove messer Giovanni attea-
dea, e fogli intorno : e apparecchiatogli ano oavdlo
de* suoi, disse : Messer Giovanni^ montate qui sn: e im-
mantinente vi fn poeto pih tosto ohe non vi sarebbe
montato, e senza conteaa o difesa^ di asilo fé me-
nato prigione a Imola^ Uno suo famiglio condndò
a gridare e a piangere, dicendo: Oimè, aignore mio:
e di presente gli fa morto a* piedi E giunlo in Imols,
' La citato : « vtdmtdo thè no» im faua smkbiamiL
* Aristagmo, ha 1' edizione dtaU.
' Dopo qneaf adone d'no traditore contro d'un tradi-
tore, il conte di Romagna ricondnaae le ine tmppe fopra
Bologna per impoisessard dell' dtro fratello Giacomo, ehe
regnara qnivl unitamente a Gio. Pq>oli : questi invano a
tde sorpresa lagrimevole s'era riydto d Tidni, peroe-
che odiandolo tatti dono rdeva soooorrere on tiranno. B
i Bolognesi, còlto n destro della sua avversità, gli si ribel-
larono, le campagne erano guaste e sacdieggiate dalle tmpps
nemiche, la città manomessa e spopolato dd soldati ansi*
Ilari dd P^U. Mediante però la somma di 80000 fierid
d' oro ottenne il riscatto dd fratello Giovand; ma dopo
avere ambldue lottato accanitamente contro gli scogli di
che la loro tirannia gli avera attorniati, vedendo die loro
mancaTano le forse a sostenerd, vendettero la sovradtà
all'ardvesoovo Visconti, dgnore di Milano, per due osato
mila florid d' oro, tradendo con infamemente la psirìti
ed il partito a ed i loro maggiori erano sempre sted ft-
delmente attocoati. Ritiratisi posda in castdia, di od si
erano riservato la possesdone, non andarono lungo tempo
impudti deUa loro perfidia. Giacomo, accusato di avtfs
cospirato contro la patria per rivenderla a' Fforeotid, vto*
ne messo alla tortura e condannato col figlio Obixso in
prigione a vita. Giovanni fti detenuto a Milano sotto ri-
gorosa sorvegUansa, e le castella, che lor erano stato lasctsts
nd contratto, loro vennero tolto col resto ddla fortaos,
che aveva formato l' ambidone dd loro padri. lUentrò nel
segdto la famiglia Popoli a Bologna, ma bob sorss pi&
alla prisca sua dtessa ; s' uni a quella dd BentivogUo, i
qudi duranto il loro regno erano stati favoreggiati Vedi
Famùffie illuiUi iP Italia,
DI MATTEO VILLANI.
85
fo Beffo nella ròoea, e ordiaalogli boona guardia.
I eiUadiai di Bologna, e fatta la compagnia che a-
¥ea annata di Bologna, e i dogento cavalierì che
atea tennli neir onte in aerrigio del conte, in quella
Biedefima ora, come preda di nemici tinla in bal-
laglia, furono prea i, e rohato loro V arme, e' cavalli,
e gli aneaL B i addati coal robati forono cacciati del
campo ; e i cittadini di Bologna forono ritennti pri-
gioni alqnanti ^ e manifeatato per tutto il grande
tradimento, furono laadati. E meaf er Giovanni rimaae
in prigione : il quale, dappoiché pervenne alla tirannia
di Bologna, non tenne fede a parte guelfa, né a*aaoi
cittadini, né ai Fiorentini, né air altre città di ana
vicinansa : e però forae degnamente con tradimento
fo punito della eoa corrotta fede.
CAPITOLO LXn.
Carne il eante scoperse T olirò iraitata che avea
con tneuer Mastina.
Non oatante che fl conte teneaae trattato con
meaaer Giovanni de^ Peppoli, avea trattato con meaaer
Mutino della Scala, che venendo egli aopra la città di
Bologna gli darebbe mille cavalieri in aiolo inflno a
guerra finita. Onde eaaendo venuto fitto al conte
d'avere meaaer Giovanni a prigione, prete grande ape-
ranaa d* avere Bologna con ì*ainto lU metter Mattino. E
aigniflcatogli il fatto, e domandatogli Taioto pro-
meaao, a di 10 di loglio, del detto anno 1350, ai
levò da Salervolo, e venne a Imola con tutta V otte.
E come uomo di poca diacrezione e provvedenaa pro-
mite un^ altra volta paga doppia e meae compiuto
a* tuoi cavalieri, ae per fona pigliaaaono Caatel San
Pietro. 1 quali cavalieri di preaente andarono al detto
cutello, che non era fornito di gente né provveduto
alla difeaa, e tenia trovarvi reaiatenaa in poca d*ora
I* abbono preao, che non vi morirono quattro per-
aone. E coti in meno di dieci di i toldati del conte
ebbono per vitoperoae cagioni guadagnate doe paghe
doppie e doe meai compioti, ohe montarono un gran-
de teaoro: e non parca che il conte ae ne coraaae,
ae non come aveate a diatriboire il teaoro di Santa
Chieaa. Le quali promeaae follemente fatte, con le al-
tre follie della tua pasia condotta, al fine rendè il
BMrìto a Santa Chieaa della prowiaione di ai fatto
capitano^ chente^ la diaeiplina della gnerra richiede.
Ed eaaendo il eonte con tutta Toate a Caatel San
Pietro, meaaer Mattino gli mandò ottocento cavalieri,
per compiere i mille ohe promeaao gli avea, ov'egli
venìaae ali*aaaedio di Bologna, come detto i
CAPITOLO LXllL
Carne tneuer Jaeapa PeppaU rimasa mi Balagna
si prateide alla difesa.
Infra queate aopraddette^ tempeate, meaaer Iaco-
po de' Popoli, eh* era rimuo in Bologna, aentendo
preao il fratello, e che V oate del conte aveo preao
Caatel San Pietro e venia aopra lui a Bologna, e come
meater Matt'ao, aignore di Verona e di Vicenia, a'era
tcoperto tuo nimico, non tapea che ti fare ; ma come
la neceatità intrigata dalla paura argomenta, man-
dò per toccorto al aignore di Milano, e al marchete
di Ferrara, e al comune di Firenze, e in ogni parte
onde tperava avere alcuno aiuto o contigUo ; e man-
date le lettere e* meaaaggi, richiese con grande i-
stanza i cittadini di Bologna che a questo punto toc-
correatono al tuo e al loro pericolo. I quali, già do-
mati dal aervile giogo della tirannia, ettendo ve-
nuto il tempo della franchezza, per povertà d*animo,
e per li loro peccati, non furono degni di cotanto
beneficio, dio aenza contratto a quei punto era in
loro potenzia di tornare in libertà. E aveano il co-
mune di Firenze vicino nimico della tirannia, il quale
per la libertà di quel popolo avrebbe prettato loro
aiuto e favore, e riparato allo attalto del conte, con
giuata cagione di pace e di concordia con la Santa
Chieaa, dipotto che il tiranno foMc della tirannia.
Ma perocché ne' popoli più regna coreo di fortuna
che libertà d' arbitrio, per apparecchiarai alle debite
pene de* peccati, per li quali V empio tiranno regna,
fu accecato^ il loro intendimento : e mollemente s'ap-
parecchiarono alla difeaa per paura del tiranno, com-
battuti neir animo dall' apparecchiata libertà. In que-
sto stante V ardveacovo aignore di Milano acuti la pre-
sura di meaaer Giovanni, e acoperto l'aninu) di meaaer
Maatino, mandò al conte auoi ambaaciadori dolendoai
dell'ingiuria fatta a metter Giovanni tuo amico, e di ana
lega* e compagnia, dimandando che di preaente il do-
vette' liberare : e quando quetto non facette, mandò
comandamento a'tuoi capitani ea^auoi cavalierì che e-
rano al servigio del conte, che di preaente si dovessono
partire da luL U conte ritpuoae di non volerlo laadare
perocché aapea al certo oh' egli avea fatta rnbcUare
la città di Faenza alla Chieaa di Roma. E come te-
nea trattato col capitano di Fnrli e col aignore di Ra-
venna e con quello di Faenza, di rompergli l' oate
a un di noBunato, e di prendere lui a grande tra-
dimento : e però avea preso il traditore, e intendea
tenerlo a volontà del papa e di Santa Chieaa. E però
fu comandato a' cavalieri dell' ardveacovo ohe ai do-
veaaono partire. Ma i cavalierì e' loro capitani, che
aveano promette dal eonte di due paghe doppie e
di due meai compiuti, non ai voUono partire, e rì-
iMaoBO caaai dal aoldo dell' ardveacovo; e il conte
con lo afrenato animo, non guardandod innanzi, gli
condnaae al tolde della Chieaa, facendo debito ao-
pra debito. E riveduta la ana gente, m trovò a Ca-
atel San Pietro con tremila barbute e con grande
popolo di aoldo.
CAPITOLO LXIV.
V aiuta che wtesser Iacopo accolse per guardare
Bologna,
Stando il conte colla tua oate a Caatd San Pie-
tro, e cavalcando il conlado di Bologna, l'ardve-
' quale, voce antlqatta.
* 9prov9edutef legge U Si dtata.
* accattato, leggono buone stampe.
* ed una ìega^ legge la citata.
' di prigiofM U dwuH, legge la dtata.
H
CRONICA
scovo di Milano mandò di proiento treeonto caTalieri
in Bologna, per ainto della guardia d^entro. E comin-
ciò a penaare, die mantenedo meaaer Iacopo nella città,
a poco insieme condncerebbe lai e la terra in tali
atremi, che agevolmente alf ultimo ne diverrebbe si-
gnore, come in fine fatto gli venne. Messer Malatesta
d* Arimino, eh' era allora nemico di Santa Chiesa, vi
venne in persona, e dato conforto a messer Iacopo, gli
lasciò dflgento cavalieri de* suoi, e tomossene in Ro-
magna. Ma i Fiorentini per ninno modo vi vollono man-
dare alcooa gente per riverenzia di Santa Chiesa : bm
incontanente vi mandarono ambasciadori a cercare se
tra loro e il conte potessero mettere pace o accor-
do ; e più volte andarono da Bologna al conte sensa
fare alcuno frutto tra le dette parti. Messer Iacopo ve-
dendosi più r uno di che V altro ^ infievolire, condus-
se il duca Guemieri, eh* era in Faenza, con cinque-
cento barbate; il quale volendo andare a Bologna,
convenne che valicasse per lo distretto del comune
di Firenze nelF alpi, ove lieve era a impedire per
li stretti passi : ed egli era nimico del comune, e
andava contro a Santa Chiesa. Trovossi die fu fat-
tura de* priori, che allora erano all*ufido, senza aen-
timenlo degli altri dttadini; della quel cosa in Fi-
renze ne fu grande rìpitio ; ma fatta la cosa, si ri-
mase a tanto% e il doge passò sema impedisMuto,
e con tutta sua compagnia se n* entrò in Bologna.
CAPITOLO LXV.
Del male stato che si condusse la città di Bologna^
e di certi trattati che allora si tennono.
Come il duca Guemieri co' suoi cavalieri fa in
Bologna, preso per suo abituro una contrada, e in
quella volle le caae, e le masserizie, e quello che io
esse trovò da vivere, come se egli avease presa la
dttà per forza e non era chi osasse parlare contro
al auo volere. Gli altri soldati ali* esempio di costui
cominciarono a fare il aiaugliante. I nemici ài fuori
cavalcavano ogni dì intomo alla terra, pigliando gli
uomini, e predando le ville del contado, venendo spes-
so fino alle porti. Per la quel coaa la dttà eomindò
a sentire grandissimi disagi e carestia d* ogni bone,
e i dttadini oppressati dentro e di fuori, non sa-
pendo che si fare, e non trovando accordo col conte
per ambiziosa superbia, messer Iacopo e* dttadini di
Bologna, di grande concordia, e d*uno consentimen-
to, vollono dam la guardia di Bologna libera al
comune di Firenze, disponendosi d tutto di volem
lasciare la signoria BMSser Iacopo, sperando che dò
fatto, colla Chiesa non mancherebbe accordo. B nel vero
questa era salutevole via : ma certi dttadini popolani
di Firenze della casa degli Alberti, che aveano in quel
tempo stato in Firenze, ed erano per la Chiesa al
servigio del conte e del tesoriere, per loro spezia-
lità avvisandosi, die venendo a Bologna alle mani
della Chiesa^, come speravano^ e' ne sambbono go-
I V WM d^ appr€$io delP àltrOf ediz. citata.
* ma fatta la eota «i rimoMe. A tanto il doge «oc edis. dt
' Il T. Ricd : del conte. Ne' doe fogli precedenti leggi
T. Ricci quante volte noi scrivemmo T. DavanaatL Lo
loaoibio fa per abbaglio.
vematori, e farebbonseie riochì e grandi ; e per que-
sta cagione smossono I dttadini di Firanze loro ami-
ci grandi e popolani : ed eglino medesimi eeaendo a
consigliare quello ch*era grandezza e stato del comu-
ne, e riposo di tutta Italia, d opposono d contrario,
dicendo, che il oomme n*oflSsnderebbe troppo il papa,
e* cardinali e la Santa Chiesa. Bd essendo iivoreg-
giati da* loro aodd, abbono podere di non lasciare
imprendere al comune di Firanze queato servigio, e
commisono grande materia di molto bmIo a latta Ita-
lia, e non ne pervennono atta loro corrotta intensio-
ne. I Bologned disperati di questo, ove riposava tutta
la loro speranza, e *1 oonte montato nella cima detta
sua auperbia, coloro non sapevano più che d fere,
e il conte credendo senza eoatrast6, per venire d suo
intendimento, d'avere la dttà per fona, e easendo stato
infino al settembre a Castel San Pietro, volle muo-
vere 1* oste, e porsi su le porti di Bologna j e sa-
rebbegli venuto fatto, tanto erano i dttadini op-
pressati da* soldati d* entro, e il disagio di tutte le
cose da rivere, le quali al continuo montavano in dis-
ordinata carestia, e non ne aveano capo a c«i i dt-
tadini V forestieri ttbbidiasono, ma come la mala prev-
vedenza dd conte meritò, i soldati mossono qoistto-
ne, come appresso diviseremo.
CAPITOLO LXVI.
Come i soUaH mouono quisHone al conte^ • fu
loro assegnato messer Qiotanni FeppoU,
La mala prowedenza del conto di Romagna a-
vendo moltiplicata gente d*arme al suo soldo, e
promesse paghe doppie e med compioti per niente,
e daUa Chiesa non veniaao i danari, come la saa
follia avea stimato : i soldati ooaoscendo loro tempo,
essendo a pagare di parecchi med di loro propri soldi,
senza le pronMsse dd conte, dissono, che di qud
luogo non si partirebbono, ae prima non fessone pa-
gati decloro propri soldi serritii e detto paghe doppie
e BMsi compiuti come proBMSso avea loro» il quale
aoldo, cotte promease latte, montava eenlociaquan-
ta miglida di fiorini d* oro. Il eonte vedendo che
la Chieaa non gU mandava danari, se non n stento^
e a pocfal insieme, temette ohe i soldati, cà* erano
tutti di concordia, a uno volere non lo pigUtisono;
onde trattò con loro per avere termine di fkra venire i
danari, e diede loro in pegno measer Giovanni de* Pep-
poU, e certi Bolognesi ohe avea prigioni a Imola,
e Caatel San Pietro, e queUo di Luco, e quetto di
Docda, eh* egli avea acquistati in sd Bolognese : e
fu con loro in accordo', come avessono la posses-
sione di tutto, aUora cavdcherebbono, e porrebbonsi
a campo stretto alla città di^logna. il conte fece
dare loro i prigioni e la guardia dette casteUa, e
avutole, volea che eavaleaasono. I soldati eoUa cor-
rotta fede, usati de* baratti, dissono che*! pegno non
era buono, e non voleano caralcare nò parlird da
Castel San Pietro. Measer Giovanni de' Peppoli sea^
tendo questo, di presente ebbe de* conestabili, e trattò
' in eoncordia, edia. dtata.
DI MATTBO VILLANI.
37
con loro di dare eoDta&li Sorìni TODlkula d^oro, e
per f tadiolù i saoi fiftinolì e qnelli di mefier Iacopo
MO fratello, e certi eittadiai di Bologna per lo rì-
maDCote, ed eUi lo liberaaaooo di prifione. L* accor-
do fa fatto con aaaenliaieoto del conte, ae infra cer-
to tempo la Chicca non aTcaae mandati i danari.
Venato il termine, e non i danari, i aoldatt preaero
fiorini ventimila contanti, e gli atadichi promeaai, e
lanciarono meaacr Giovanni^ il qnale tornò in Bolo-
gna, e il fratello e la parte loro forono più forti,
e aignori di potere fare della città a loro cenno, Sen-
na la volontà e consiglio decloro cittadini, perocché
aMcaer Giovanni era mollo temuto, e capeva bene
eaaere co' soldati ne' fatti della guerra.
CAPITOLO LXVn.
Come wèsuer (rtooofUN tenne suoi iraiiaH
delin dM di Bolognm,
Tornando meaacr Giovanni in Bologna , e la^
aciati a'aoMati della Chicca gU atadichi promeaai,
trovò la città in molto male stato per le cagioni gii^
dette, e non vide nodo come difendere si potesse,
e conobbe che perdere gli oonvenia la aignorìa di
Bologna in breve tempo. I cittadini di FircnEc, che
desideravano V accordo di qoella città colla Chiesa,
sentendo tornato in Bologna messer Giovanni, vi
mandarono de* loro cittadini pia solenne ambasciata,
i quali da' tiranni furono ricevuti a onore, e di lo-
ro volontà trattarono accordo col conte, e condus-
aono il trattato a questo punto : Che i tiranni lascias-
sono al tutto la signorìa della città e del contado,
e renderla alla Chiesa di Roma per lo modo usato :
ch'ella tornasse al govemamento del popolo, e a-
vcre continuo i rettori della Chicca, e pagare il censo
consueto ; e al presente voleano rìcevcre nella città il
conte con cinquecento cavalieri, e rìformare doveano
loro stalo al popolo, per le mani di quei cittadini che
il comune di Fireose vi aumdasse a ciò fare. N con-
te che uvea provati i rìmprocci de* soldati, e il pe-
rìcolo che correa con loro, dichinava le corna del-
la sua superbia, e accondavaai alla detta concordia.
Ma oome pomposo e vano, si strìnse al oonsiglio di
queato Spartito che potea pigliare con mcaser Gugliel-
mo^ da Fogliano, e con aMsser Frignano figliuolo
bastardo di messer Mastino, e altri conestabili che
v' erano per meaacr Mastino, i quali non v' erano
tanto per onore di Santa Chiesa, quanto per loro van-
taggio, per cai faceva la guerra, e speravano con
loro milisia conducere la città di Bologua piuttosto
in mano del loro signore, che del conte e della Chie-
sa di Roma ; i quali diaaono al conte : Tu vedi che i
aignorì di Bologna non possono più, e la città è con-
dotta a tanta stremità dentro, che delle suni tue non
puote uscire : e però non pensare a quecti patti,
che noi te ne faremo libero signore colla spada
in mano. Il conte poBqN>so, pieno di vanagloria,
con lieve teata, non pensò i caci che occorrono
' ti atrtMe é eonatfflSb di questo eco. Edis. ditta.
^ BmbmiOt legge U dtata.
nelle guerre, e per le vane promesse de* fallaci adn-
latorì ruppe il trattato menato per gli ambasciadori
del comune di Firenze fedelmente, a onore e a be-
neficio di Santa Chiesa, e a rìcoveramento di rìposo
al fortunoso stato di quella città.
CAPITOLO LXVm.
Come messer Giovanni tende Bologna e' suoi
cittadini alla città di Milano,
Vedendo i tiranni la sconcia volontà del conte,
si pensarono con tradimento de' loro cittadini e della
loro patria venire a un altro loro intendimento, già
mosso per la maliaia e per lo sdegno di messer
Giovanni; e però, acciocché più copertamente a' loro
cittadini poteasono fare l'inganno, dissono che al tutto
erano diliberati di voler mettere Bologna nella guardia
del comune di Firenie. E a questo i Bolognesi e grandi
e piccoli di buona voglia s' accordarono, e sotto que-
sta concordia elessono tre de' knaggiorì cittadini di cui
il popolo ficeva maggiore capo, e questi tre con altrì
compagtti, e con pieno mandato, mandarono a Fi-
rensc con diversi intendimenti. Il popolo credendosi
racquietare libertà e pace cotto la protcfione del co-
mune di Fireuie, e i tiranni avendone tratti i capo-
rali del popolo, pensarono scusa contrasto, come fat-
to venne loro, di venire al loro intendimento, di
potere vendere la città e i suoi c'ttadini all' arcive-
scovo di Milano. Gli ambasdadorì in fede e con gran-
dissima affezione vcnnono a Firenze, e spuosono la
loro ambasciata solennemente dinanzi a' aignorì, e
a' collegi, e a molti altrì grandi e buoni dttadi-
ni di Firenze, rìchiesti e adunati per la detta ca-
gione. B il didtore fu messer Ricciardo da Salice-
to, famoao dottore di legge, e la sua proposta fu :
Ad Dominum eum tribularer clamati etc, E con
nobile ed eccellente orazione, e con eficad ragioni
e induttivi argomenti, conchiuse la sua dimanda, a
inducere il comune di Firenze a prendere la guar-
dia della città e de' cittadini di Bologna. I governa-
torì del comune di Firenze già aveano alcuna api-
razione del trattato eh' e' tiranni di Bologna aveano
col signore di Milano, e comprendevano che questi
ambMdadorì fossero mandati a inganno : nondime-
no per non aversi a rìprendere, in quello consiglio
deliberarono di mandare aolenne ambasdata al conte*
per trovare accordo col papa, e in questo mezzo
di OMudare cavalieri, e de' cuoi cittadini alla guar-
dia di Bologna, per contentare il popolo. Ma l'al-
tro di vegnente fu manifesto a' signorì di Firenze
e agli ambasdadorì di Bologna, che i tiranni l' a-
veano per danari venduta all' arcivescovo di Milano ;
e fu per lettera de' tiranni detti comandato a' detti
ambasciadori, che non si dovessono partire di Fi-
renze aenza loro comandamento; allora fu al tutto
la cosa palese, e seguitò il fatto come appresso
racconteremo.
* n T. Ricd : mandare soleimi ambaseiadcri di presente
e earie.
88
CRONICA
CAPITOLO LXIX.
Secando tratUUo di Bologna,
M eiter GioraiiDi de* Peppoli aTrelMato di fde-
gDO della sua presura, yedendo che però perdea la
lirannia di Bologna \ ayendo con non piccola fatica
recato meaier Iacopo al ano Tolere, e vota la terra
de' caporali di coi temea, e fortificata la guardia del-
la città, avendo tegretamente tonato trattato coli* ar-
civescoTO di Milano, coli' impeto del ano diapettoao
onore ebbe podere di vendere la città e'aooi citta-
dini della ana propria patria^, e da cni avea ricevo-
to esaltamento di signoria e d' onore, e niente per
loro difetto del ano caso, cosa molto deteatabile a
odire. Costoi vedendo che *1 eoo trattato era scoper-
to, cavalcò di presente a Milano, e fermò la aula-
detta vendita per dogentonula fiorini d* oro, de*
qoali si dovea dare certa parte a' soldati della Cliie-
sa per riavere gli atatichi che avea loro lasciati
per liberare la soa persona, e a loi e al fratello
dovea rimanere in loro libertà il castello di San €^-
vanni per Ceaena^ e Crevalcoore....^ E tornato Ini,
manifestata la vendita, i Bolognesi grandi e piccoli
ai tennono aoggiogati di giogo d' incomportabile
servaggio, e molto si doleano paleaemente e in oc-
colto Tono coU' altro; e innanii che la terra si pi-
gliasse per lo signore di Milano grande gelosia' ab-
bono i kaditori della patria, e molto veggfaiarono e
di di e di notte alla gnardia della città. Ma i vili e
codardi cittadini non ardirono di levarsi contro a* ti-
ranni, né a moovere remore nella terra : che se fat-
te Tavessono, leggiermente eoll*aioto del eomone
di Firenie^, a coi dispiaceva la vicinansa di A po-
tente tiranno, sarebbe venato fatto di tornare in li-
bertà. Alcona triata vista no feciono mollemente, e
in fine ai lasciarono vendere e sottoporre al doro
giogo, del mese d^ ottobre gli anni di Cristo 1360.
CAPfTOLO LXX.
Come f arciteieovo di Milano mandò a pendere
la possessione di Bologna.
Come l'arciveacovo di Milano ebbe fermo fl
patto della compera di Bologna con messer Giovanni,
non goardò con alcona reverenaia o debito di ragio-
ne che la città fosse di Santa Cbieaa, ma creadnto
nella tirannesca soperbia sobitamente fece apparec-
chiare messer Bernabò ano nipote, figlinolo di mesaer
' la iua Urannia della iua eiUàf avendo eoo. Co8Ì l'e-
dizione dtaU.
' la ciuà co' mot eiUadinif § la sua propria pairia. Cosi
la oitftta.
'UT. Daraiunti : ia Perceeena § Nomandola,
* Qui il Testo citato ha una lacuna.
' n contrario. I Bolognesi si levarono a romore quando
fti loro pòrta la fatai notizia, ma ninno sorse In loro aiuto.
I Fiorentini sapevano di non bastare contro il possente
Visconti, e conyiene ben dire, che non ne avessero pare
il desiderio, se anch'essi in quella starano trattando ooÌ
PepoU la eompra di quella sovranità. Può pensare a di- 1
fondere la libertà di un popolo chi sta ^Mendone mereato T ,
StefiuOf valente noBM» e di grande ardire, e eoo ad-
lecinqoeeento barbnte di aoUatt eletti fl nne acasi-
mino, e aundoHo a pigUate la tennta di Bologaa.
Sentendo qneata vennla fl doen finenlnrì, ch'aia
in bando dell' arciveaeovo di Milano, con tolto saa
masnada ai porti di Bologna, e standnai liguri dsBi
città, accogUen gente aenta soldo per lare nna com-
pagnia. Meaaer Bernabò giunto alla cillà entrò dentro
aenia alcon contraato co' anoi oavalierì, e con Ira-
cento che prisM avea alla gnardm di Bologna vi si
trovò eon mUlecinqnecente barbnte: e praae la ta-
noU e la goardia deUa città e doBe caateBa ^ faori,
e appreaao convocò i cittadini a parinaMnto, e pir
fona fece loro ratificare la vendita fatta per i tiranni,
e dinoovo aggiodicarsi fedeli dell' arciveaeovo a de'
soci soccessorL B V obbligaiioni e le carte e il sa-
ramento fece fare fl meglio aeppe divisare; e qae-
sto fo fatto att* oacita del BMae d* ottobre 1150. E
cosi ebbe fine la tirannia della casa di RonMO do'
Peppoli, grandi ed antichi cittadini di Bologna, i
qoaU erano atati onorali e tatti aignori dn' loro cit-
tadini, daUn cacciata del cardinale del Poggetta le-
gato del papa, i qoali aveano loro signoria aumte-
nnta aasai doloemente eo* cittndinl Beaesdo di na-
tnra goelfi, per la tirannia erano qoaai alienati daQi
parte, e i Fiorentini, nmiciaaimi di qoèllo eemons,
trattavano in molte ooae con diaaimnlata e corrotta
fede ; e perocchò a*traditori delta patria Ioato para
ohe Iddio apparecchi la vendette, in breve tempo aegai-
tò a BMaser Iacopo e a nraaaer Giovanni, por addietro
tiranni di Bologna, peni del peoeato eomtaeaao, ce-
BM aegoendo noatra BMterta raecontereaM».
CAPITOLO LXXI.
Come eapiiò U conio di Romagna e t oste
detta China.
D oonte di Bonuignn ventoso di mqMibia, e
ineoatanto per poco ienno, fl qoale cotanta fól-
to potò avere con grande ano gloiia e onore di
Santa Chiana ta città di Bologna, e non volntob so
non colla spada in bmuio, secondo fl coniglio do'
nudvagi compagni, vedmidota neUe mani del potanlo
tiranno, vorrebbe avere credete al consiglio de'Pie-
rentini Non pwò dimeno perocchò per lotto qno-
ato ta citta non era aOargata di vittoagln, ma |iii
Ioato aggravata, e* aoldati erano per gli atadieài
che aveano, per li ventinula fimii ricevali, allargali
^ aperansa, e meaaer Mastino die dell^impreaa dell^
dveacovo era dolento a coore, offerendo al eonta tat-
to ano sfono di gento e di prestare danari aUa Chic-
aa, confortò fl conto a aegoitare l' impreaa. U coate
per qoesto si recò a condnoere fl doca Chiemieri oca
milledogento barbole, oacito di Bologoa, e raceolli
gento come detto ò, meaaer Maattao aoohe vi anodo
di noovo de' sooi cavalieri, e danari per cosaportare
i aoldati. B fl conte, fatto grandi impromeaae a' sei-
dati, moaae fl campo da Caatel San Pietro e voa-
ne con V osto a Bodri, in messo tra Bologna e Fer-
rara, e di là vaticarono ad ArgaUata e a San Gio-
vanni in Percesena, e ivi stettono dieci di aapettaado
DI MATTEO VILLANI
89
danari, oca ìnteazioso di poni preiao a Bologna
dalla parto di llodona, por lovaro ogni aocoorso a
noffor Bomabò : il quale era dentro in grande aof-
Aratta di Tittnaglia o di atrame, e naie rodato da*
eittadini, e però atava in panra e non a* ardiva a
mnoTore. Onde la dttà era a partito da non poter
durare : e per fona oonyenia ohe tornaaie alle ma-
ni della Chieaa, ae il pagamento o in tatto o in
parte foaae Tonato a* aoldati. Ma chi ai fida ne* fatti
della gaem alla viata delle prime impreae de*pre-
latì, e non oonaiden come la (%ieaa è naata a non
mantenere lo impreae, apeaao ae ne traeva ingan-
nato. E' non Talee al eonte aerirere al papa, né
mandare ambaaciadorì, né tanto moatnre come Bo-
logna ai raeqnìatava eon grande onore di Santa Chie-
aa, aaaai potè dolere la vergogna, che 1* arciveaco-
TO di Milano fheea d' aTere tolta Bologna, che da-
nari debiti a* aoldati , per Tineere coal onorevole
pagna^ veniaaero da corte. Per tanto i aoldati non
ai Tollono atrignere a Bologna, anzi di loro arbi-
trio moaaero il campo o tornarono a Badri, e ivi
eh' era luogo abertoaOi e che *1 mardieae dava co-
pioBO, ai miaono ad attendere ae i danari decloro aol-
dl e dell* altre promeaae Toniaaero : e ivi dimora-
rono inino a di 28 di gennaio del detto anno, e
però i danari non vennono. Per la qaal coaa al con-
te parca malo atare, e per panra di aè conaentt a*
aoldati che trattaaaero d' avere le paghe aoatenate
0 le paghe doppie promeaae per lai da meaaer Ber-
nabò, condotto in parte per la ana mala prowe-
deaia, che altro non poteva fare; rimanendogli al-
enna vana aperanza, che ae meaaer Bernabò non ai ac-
eordatao con loro, che gK farebbono più aapra goer-
ra, ma il tiranno a* accordò di praaente ad accor-
darli e pagarli, e riavere le caatella e li atadichì ; e
qneato forni de* danari della compra che avea fatta
di Bologna. In qnealo medeaimo trattato, eondaaae
aettanta bandiere di Tedeachi e Borgognoni aoldati
della Chiesa al ano aoldo. Ed eaaendo assediato, in
coUnto pericolo ricolie gii Mdichi, riebbe le caatella,
ruppe r oate de* nimici, liberò la città delF aaaedio,
e in ano di mise ih Bologna in eoo rfnlò de' ca-
valieri della Chiesa mMleoim|decento barbate ; e tat-
to gli aTvenae per V avarizia de* prelati di Santa
Ckios», e per la lem e targhesaa della sna pecania.
n dwoa Goernieri colla ana compagnia ai ridoaao in
Doccia, 0 la gente di meaaer Maatino e del maroheae di
Ferrara ai tornarono a* loro aignori ; e il conte, po-
vero e vitnperato del fino della soa impreaa, si tor-
nò oo*aaoi Provenzali in Imola, e Bologna ai rima-
ae aotto il giogo del potente tiranno, mettendo in
paura fotta 1* Italia, e apoziahnento la parte guelfa.
Abbiamo ateaamoafte narrato il processo di questa
gnorra per oaempio del pericolo che corre de* folli
0 ambisioai capitani: e come per troppa attporbia
apeaae volto volendo tutto ai perde ogni coaa : e a
dJmoatrafo corno é fbHo chi ha fidanza de' dainari
della Chieaa tn le impreae della guerra. Ancora que-
ata rivoltmra di Bologna fu cagiono d'apparecchia-
Qid n Tèato, oome hi altri luoghi, ha pmtga.
re a tutta Italia, per lunghi tempi grandi e gravi
novità di guerre, come aegnendo nostro trattato si
potrà vedere.
CAPITOLO LXXIL
Come i (jftiozzo/olrt di Prato cominciarono
a scoprire loro tirannia.
Tornando a* fatti della nostra città di Firenze,
il nobile caatello di Prato ci dà cagione di oomin-
daro da lui, nel quale la famiglia de' Gnazzalotri e-
rano i migliori e più potenti, e la loro grandezza
procedeva perocché erano amati aopra gli altri di
quella twra dal comune di Firenze : ed easendo guelfi,
portavano fede e ubbidienza grande al nostro comu-
ne. Vero é che quello comune vedendosi in libertà
e in vicinanza de* Fiorentini, per tema che alcuna
volta non ai aommetteaaono al comune di Firenze
aveano . provveduto, come si racconta nella cronica
del nostro antecessora, di darsi a messer Carlo duca
di Calavra, figtiuolo del re Ruberto, e a' suoi discen-
denti in perpetuo, con misto e mero imperio, ed e-
gli coal gli preae. Nondimeno si manteneano in fede
ed amore del comune di Firenze. Avvenne che morti
gli antichi e savi cavalieri della casa de'Guazzalotri,
i quali conoacevano la loro grandezza procedere dal
comune di Firenze, rimaaonvi giovani donzelli : i quali
trovandosi nella signoria di quella terra, mancando
allora il governamento della casa reale per le for-
tune del Regno, cominciarono i giovani a trapassa-
re r ordine e il modo de* loro antecessori nel gover-
namento di quel castello, conducendolo a modo ti-
rannesco. Della quale tirannia spesso veniva richia-
mo a* priori di Firenze, e il comune per lo antico
amora che portava a quelli di quella casa maudava
pe' caporali, tra* quali il maggiore e il più ardito e
riverito da tutti a quelle stagioni era Iacopo di Za-
rine, e riprandevali e ammonivano parentevolemente
per riducerU alla regola de* loro maggiori. Ma i gio-
vani caldi nella aignoria e poco savi, iniziati da mal
consiglio, non seguendo il consiglio de' Fiorentini,
Fon di appreaso all'altro più dimoatravano atto ti-
rannesco per tenere in paura più che in amore i loro
terrazzani. E per dimostrare in fatto quello che a-
vevano nella mente, feciono di aubito pigliare due
Pratesi, 1* uno era uno buono uomo ricco, vecchio e
gottoso, r altro era un giovane notaio ricco, onesto
e di leggiadra converaazione : a cui i Guazzalotri
a altro tempo aveano fatto uccidere il padre, e a
questi due appuosono, che voleano tradiro Prato, e
darlo a* Cancellieri di Pistoia. Sentendo questo il co-
mune di Firenze mandò per Iacopo di Zarino, e per
gli altri caporali de' Guazzalotri, e pregarongli che
non aeguissono questa novità, e che i presi dovesso-
no lasciare ; perocché manifestamenio sapieno eh' el-
li erano innooenti: tornarono a Prato, e contro alla
pragfaiera del comune di Firanze atrussono gì' in-
nocenti al giudicio : e aentendosi in Firenze, il co-
mune, vi mandò ambaaciadori e lettere; ed easendovi
gli ambaaciadori del comune, e avuto le lettere che
gli richiedeano che non giudicaasono a torto gl'in-
44
CRONICA
fi movesse contro a lui, che V alato delP arci-
yescoTO non gli mancherebbe. E avendo cosi pen-
sato, senza Indugio accolse cento fanti masnadieri,
e con alquanti cittadini disperati e acconci a mal
fare, i quali accolse a questo tradimento della patria,
subitamente corse in prima alle case dei suoi con-
sorti, e affocate e rotte le porte, prese messer Belo
di BMSser Canta, e messer Bino e Binuccio suoi fi-
gttuoli, e Petruecio di messer Bino e quattro altri pie-
eoli fanoiulli,e tutti gli mise io prigione ; e rubate le
case, vi mise il fuoco e arsele. E fatto questo, corse
al palagio deVonsoli rettori di quello comune : e non
▼olendo il gonfaloniere darli il palagio, corse alle
caso sue e arsele in sua vista. E tornato al palagio,
disse agli altri consoli, che se non gli dessono il
palagio altrettale farebbe delle loro ; onde per pau-
ra gli aprirono ; e preso il palagio, ^ lasciò sue
guardie, e eorse la terra. I cittadini sentendo pre-
ai i consorti di Giovanni, di coi avrebbono potuto
fare capo, si stettono per paura, e ninno si mise a
contrastano. E cosi disventnratamente coir aiuto di
meno di centocinquanta fanti fu occupata in tirannia la
città d'Agobbio in una notte, la quale aveva seimila
nomini d* arme. Ma I peccati loro, e massimamente
le ree cose commesse per le città d^ Italia per le
contittove rettorie eh* aveano gli uomini di quella
città, li condusse in quelle, e nella disciplina della nuo-
va e disusata tirannia. E per le discordie della casa
de* Gabbrielli a queir ora non avea la città pode-
stà, né capitano, né altro rettore. Avevavi alcune
masnade de* Perugini, i quali Giovanni ne cacciò
fuori ; e *l dì seguente avendo cresciuta la sua
forse dentro, se ne fece fare signore ; e di pre-
sente, come potò il meglio, si forni di gente, e di
notte facea sollecita guardia, e fortificava la sua si-
gnorìa.
CAPITOLO LXXXIII.
Come il comune di Perugia e il capitano del
Patrimonio andarono ad oste ad Agobbio.
Sparta per lo paese la nuova signoria d* A-
gobbio, messer Iacopo, eh* era capo della casa dei
Gabbrielli, e allora era capitano del Patrimonio per
la Chiesa, co^suoi cavalieri, e con aiuto d'alquanti
suoi amici, di subito cavalcò a Perugia; e il co-
mune di Perugia, che si sentiva offeso per lo cac-
ciare della sua gente d* Agobbio, a furore di po-
polo si mosse a cavalcare popolo e* cavalieri con
messer Iacopo, e puosonsi a oste intomo alla città
d* Agobbio. Vedendo Giovanni di Cantuccio, nuovo
tiranno, che il comune di Perugia, e messer Iacopo
e altri suoi consorti con forte braccio Tavieno as-
sediato, e che da so era male fornito a potere re-
sistere, e de* suoi cittadini d' entro non si potea
fidare, sagaoemente mandò nel campo a* Perugini
suoi ambasciadori, i quali da parte di Giovanni dis-
sono : Signori Perugini, Giovanni Cantuccio ci man-
da a voi a farvi assaporo, com* egli è di quella
casa de* Gabbrielli, ohe sempre furono amatori e
fedeli del vostro comune, e cosi intende d* essere
egli; e intende che M comune di Perugia aiqqa ia
Agobbio ogni onore o ogni giurisditiono ohe da
qui addietro avere vi solca, e maggiore., e vuole
rendere i prigioni ; ed e* si partisaono dall* naso-
dio, e mandassono in Agobbio quo* savi oittadiu
di Perugia cui elli volessono, a . metterò in ordiM
e riformare il govemamento del comune, o ricovero
i prigioni! La profferU fu larga, e* Poruguu pie
baldansosi che discreti, confidandosi fòUomoAte el-
la promessa del tiranno, eleasero ambasciadori ehe
andassono a ricevere i prigioni e riforauire la città,
e misongli in Agobbio : e dì presente si lovaroee
da campo della terra e tomaronsi in Perugia, e la-
sciarono messer Iacopo a campo colla gente d*anae
eh* avea della .Chiesa, il quale rimase ali* aaaedio
più di partiti i Perugini ; pensando eoli* aiolo dei
suoi cittadini d* entro potere da sé alcuna oose, e
se la fede di Giovanni fosso intera co* Penigioi,
potere tornare in Agobbio. Gli aasbasciadorì dot
Perugini entrati in Agobbio, con grandissisM feele,
odimostramento di grande amore e confidenza Cnroiio
ricevuti da Giovanni. E cominciolli prinui a convitare
e tenerli in desinari e in cene, e tranquillarli d*ogfi
in domane ; e strigoendolo gli smbasciadorì, diaae
che volea prima vedere partito N. Iacopo dati* as-
sedio. Messer Iacopo s* avvide bene dell* ingaaoo,
ma stretto dagli ambasciadori Perugini, acdoochè
a lui non si potesse imputare cagiono che por Ini
seguitasse la discordia, si parti dall' assedio e lor-
nossi nel Patrimonio. Gli ambasciadori di Perugia,
partitosi messer Iacopo, con pia baldanza atrigoeaao
Giovanni, di rivolere i prigioni, e ordinare il reg-
gimento della guardia della terra, com* egli avea
promesso. Il tirsnno vedendosi levato 1* assedio,
tenea con più fidanza gli ambasciadori in parole, e
trovando nuove cagioni a dilungare il tesapo, gli
tenea sospesi. Ma vedendo che oltre al debito mo-
do gli menava per parole per sdegno si partirono
d* Agobbio, e rapportarono al loro comune 1* in-
ganno che Giovanni avea fatto. A* Perugini ne par-
ve male : ma non trovarono Ira loro concordia di
ritornarvi ad oste. Nondimeno il nuovo tiranao,
pensandosi più gravemente avere offeso il comune
di Perugia, non ostante che fosse per nszlone e per
patria guelfo, si pensò d* aiutare coi ghibellini. E
mandò ambascisdori a M. Bernabò eh* era a Bolo-
gna, dicendo: che volea tenere la città d* Agobbio
dal suo signor messer Tarcivescovo : e pregollo che
gli mandasse gente d' arme alla guardia sua e della
terra ; il quale senza indugio vi mandò dngentooiB-
quanta cavalieri, e appresso ve ne mandò maggiore
quantità, parendoli avere fatto grande acquisto al-
la sua intenzione. Giovanni da so sforzò i saoi
cittadini per avere danari, e fornissi di gente d* ar-
me a piò e a cavallo; e vedendosi fornito alla
difesa si dimostrò palesemente nimico de* Perugi-
ni, come sppresso seguendo nostro trattalo raccon-
teremo.
I» MAITBO VILLANI
45
CAPITOLO LXXXIV.
Come cominciò T ì*m dà* Genovesi a* faiesiant.
Essendo cresciato scandalo nato d* invidia dì
slato Ira il comune di Genova e quello èi ^egia,
lenendosi ciascano il maggiore, comfiiciamento fu
di grave e grande guerra di mare. E \m pHina ca-
gione che mosse fu, che avendo avnOÒ i Genovesi
guerra e briga con Giannisbec imperadore utile Pro-
vincie del Mare Maggiore, a cai i Genovesi svelino
arsa la Taaa e fatto danno grande alla gente sua,
per la qual cosa i Genovesi non polieno colle loro
galee andare al mercato della Tana, anzi facevano
a Gaffa porlo, e per terra vi faceano venire la spe-
zieria e altre mercalanxie, con più costo e avarie
che quando usavano la Tana. I Yenetiani dopo la
detta briga s* acconciarono co|K imperadore, e alla
Tana andavano con loro navigli e colle loro galee
per la mercatantia, e traevanla a migliore mercato,
la qual cosa mettea male a' Genovesi. Per la qual
cosa richiesono i Veneaisni, e pregarongli ohe si
dovessono accordare con loro a fare porto a Caffé,
e darebbono loro quella immunità e fondaco e fran-
chigia eh' avieno per loro : e facendo questo, V a-
vrebbono in grande servigio; ed essendo in con-
cordia, non dottavano che Giannisbec si recherebbe
a far loro ogni yantaggio die volessono, per ritor-
narli al mercato della Tana : e questo tornerebbe in
loro profitto, e in onore di tutta la cristisnità. I
Veneziani non vi si poterono per alcun modo reca-
re, anzi dissono, che intendeano d* andare con loro
legni e galee alla Tana e dove più loro piacesse,
che dells briga che i Genovesi aveano coir impera-
dore non si curavano. Per la quale risposta i Ge-
novesi sdegnarono, e dispuosonsi dove si vedesso-
BO il bello, di fare danno a* Veneziani in mare, e i
Veneziani a loro ; e d* allora innanzi, dove si tro-
varono in mare si combatteano insieme, e in tra-
passo di non gran tempo feciono danno V uno al-
l' altro assai. E sentendo calono comune come la
guerra era cominciata in mare tra' loro cittadini,
ordinarono di mandare a maggiore riguardo e più
armati i loro navigli grossi ohe non solieno. E per
non mostrare paura nò viltà 1' uno dell* altro non si
risirìosono del navicare.
CAPITOLO LXXXV.
Come quattordici galee di Veneziani presono
in Romania nove de* Genovesi.
Avvenne che andando in questo anno alla Tana
quattordici galee di Veneziani bene armate, come
furono in Romania s* abboccarono in undici galee do*
Genovesi eh* andavano a Gaffa, sopra risola diNe-
groponte, e incontanente si dirizzarono colle vele e
co* remi in verso loro. I Genovesi vedendole venire,
Fallesono arditamente, e accondaronsi alla batta-
glia. E sopraggiungendo le galee de* Veneziani, com-
batterono insieme. E dopo la lunga battaglia, i Ve-
neziani sconfissone i Genovesi : e seguitando la fuga,
delle undici galee ne presero nove, e le due cam-
parono, e fuggirono in Pera. I Veneziani avendo
questa vittoria, trovandosi presso all'* Isola di Ne-*
groponte, acciocché non impedissono per tornare a
Vinegia il loro viaggio della Tana, tornarono a Can-
dia, e ivi soarioarono la mercatanzia presa delle nove
galee de*Genovesi, e misonla nel loro fondaco, e tutti
i prigioni incarcerarono : e i corpi delle galee de*
Genovesi lasciarono nel porto, pensado d*aver ogni
cosa in salvo alla loro tornata, e allora menar la
preda della loro vittoria a Vinegia con grande gaz-
zarra ; e fatto questo seguirono il loro viaggio. Ma
le cose ebbono tutto altro fino' che non si pensaro-
no, come appresso diviseremo. .^
CAPITOLO LXXXVI.
Come i Genovesi di Pera presono Negroponte^
e riebbono loro mercatanzia.
Le due galee di Genovesi campate dalla soon-
fitta, e venute a Pera, narrarono a* Genovesi di Pera
la loro fortuna. E sentito per quelli di Pera come
le quattordici galee di Veneziani erano passate nel
Mare Maggiore, e come i /Genovesi prigioni, e la
mercatanzia e i corpi delle loro galee erano in Caa-
dia, non inviliti per la rotta de* loro dttadini, ma
come uomini di franco cuore e ardire, di presente
avendo in Pera sette corpi di galee le misono in
mare, e quelle e le due de* Genovesi della sconfitta,
e quanti legni aveano armarono di loro medesimi, e
montaronvi suso a gara chi meglio potè, fornendosi
d*arme e di balestra doppiamente; e senza soggiorno,
improvviso a* Veneziani di Candia, i quali non sa-
pieno che galee di Genovesi fessone in quel mera,
furono nel porto. I Veneziani co' paesani, volendo
contrastare la scesa a' Genovesi in terra nel loro por-
to, tratti alla marina, per forza d* arme e dalle ba-
lestra de' Genovesi furono ributtali; e soesi in terra
i Genovesi di Pera, e remore levato per la dttà,
tutti trussono i cittadini alla difesa, per ritenere i
Genovesi che non si mettessono più innanzi verso la
terra. Ma poco valse loro, che con tanto empito di
loro coraggioso ardire i Genovesi si misero innan-
ti, che coir aiuto delle loro balestra rotti que* della
terra, e fuggendo ndla città, con loro insieme v*en-
trarono. Come si vidono dentro, affocando le ca-
se, e dilungando da loro i dttadini co* verreUonii
gli strinsono per modo, ohe già erano signori delk
terra ; ma pervenuti alla prigione la ruppono, e trae-*
sono tutti i loro cittadini presi; ed entrarono nel
fondaco e tutta la mercatanzia presa delle nove ga-
lee de* Genovesi, e quella che dentro v*era da'
Veneziani presono, e caricarono ne' corpi ddle lo-
ro nove galee prese nel porto, e sa le loro; e
rimessi i prigioni in su le galee, pensarono che
tanto erano rotti e sbigottiti gli abitatori di Can-
dia, che agevole parca loro vincere la terra, ma
vincendola e convenendola guardare, coavenia loro
abbandonare Pera, e però si ricolsono alle galee,
e con piena vittoria si ritornarono a Pera. E a Ge-
nova rimandarono le nove galee riacquistate per lo-
ro, e gli uomini e la mercatanzia, con notabile fama
di loro prodezza e di varia fortuna*
M
CRmncA
CÀFITOIO Lxxxvn.
/■ wuriù U foiriarca d*
e failmte
Il parto aaip, M Mese di fiofio,
lAuM di Sm GaÌBÌgi|Min«ra d'Aqoilea ctTalott-
éo per lo patriarcato, da certi terrieri noi mdditi,
aiate di caralieri del ooate d'AqvUiia, ch'era
di lai, tal ael eaaunao ataalito e bmuìo oob
aaa coapagaia, o icaaa caiere ooaoaeioti at-
tera».o^oro cIm fiMioao il Buifiieio ai rioolaoBO
ìa loro pa^^ Per ta-^uil ei^ riaaao ^ patriarcato
•asta capo, i coaiaai aaMMSoao il duca d'Octerieà,
i ^aale eoa daeaiita btfbate Teaae, e fa riceTuto
da tatti i pafiiaai aeasa oontrasto, e onorato da loro K
B risitato il paeae iaflao ael Frìoli, aeateado oèe ^1
papa area litto patriarca fl figUaol del re GioTaaai
di laaawa, aoa iUigittÌBM> bm legittimo*, ai toraò
ia aao paeae. B poco appreaao, il detto petriarea Tea-
■a ael paeae, e fa eoa pace riecTato e abbidito da
i eaaiwai e terrieri del patriarcato. B atatori
taflipo, certi ceatellawi il roUoao ftfe aYrele-
a faroao coloro ck*aTÌeao aH>rto V altro pa-
anrrado a ciò corrotto dae coaideali fuuflia-
ri^. Oade egli acoperto il tradiaieato,
eco CSìovaaai, graade terriere, capo di qaesti «al-
fattori, eoa certi e altri fartellani che ^ aegaitataao,
laroao da lai pcraefaitati aeaaa arresto; tanto cke
ai ridaiaaaa a gaardia aeOe loro fortetae, e in fa-
roao aaaadiati per BMido, cke a* arreaderono al pa-
li qaale priaa abbattè tatto loro caatelk, le
raso eagioae della loro alroaata aaperbia, e
al detto ■eaaer Fraaeeaeo eoa otto do' auifgiori ca-
ateltaai face tagliare la tasto e aa* altra parto no fe-
eo iaapeadare per la fola. Per le qaal ooaa tatto D
paeae riaMOo cbeto a alearo, o il patriarca teauto
o abbidito da tatti^ aeaaa aoapetto o eoatraato aleaao.
CAPITOLO LXXXVDL
a Iffolo dal papa si ptrA dal rcfao^
• ti ra rigNnata
Taraaado alla aovità del refao di Cicilia éi
qaa M Fvo, eoaaa è narrato, fittto 1* accordo dal
re Laifi a Canada Lapo o agK altri caporali eb^ e-
aotto il titoto del re d'Uafberia ia Terra di
to città e to Catella cbe teaeeao in qaella
Moegaato alla gaardia età cardiaale aaeaaer
Aaaibeldo da Ceeeaao, aahro lo torri di CapoTa. U
trovando tra la parti accordo, per de-
al re Laifi cbe ai poteaao riprendere le
perà del regno e andoraane a RaaM: ore da* RoaMni
fa aaale redato, paraccbè diapenaara e aecordaTa i
eontro ali* appetito
Con 1* St. ctlaKa.
della loro rarisia, »de pia Tolto atandoai noi ino
ostiere fa saettato da loro, e alla sua faaiiflia fatta
TcrfOfaas! e*- ai saliti e fediti caTalcaado per Roau.
Oade efii sdefaoso si parli, e aadoaaeae i Caaipa-
gpa; e aet.eaauMao spori di Tcleao con aasai^ saoi
IsmiglliitLOisaeai cbe ad Afsno era atato arrde-
B«to Tino MUe botti, del qoale non ebbono foar-
dia, o Jjll^iOt*: M per altro sMdo fa non si potè
ssperoJlbalta la città d' Arersa e la faardia del
cMteQo M eerti faaiìfKari del cardinale im nosM di
Saata Chiesa, fl re Laifi ri caTalcò eoa poca geato,
e fiseeai aprirò le porto del cestello scasa contrasto,
e nùseri fomiaaento e fcnto d* arme alla faardia. B
iacontaneato la città, cb* era troppo larfa e sparta
da aon potersi bene difendere, ristrinse, facendo
distare tatto ta case e^palefi cbe faori del cerchio
cbe prese rianaieao ; e delle pietre lece eoauBciare
a eifaero qaella ^ baone o frosse auira : o a ciò
tare aùao fraade aoUecitadìae, aicebè in poco teai-
po, innanai raTTenieento* del re d* Unfberia sei Re-
fao, ta aiora eraao aliato per tatto aei braccta ia-
torao aOa terra. B btto capitano meeaer hcopo Pi-
foattaro di Gaeta, Talento barone, di trocoato ea-
Talieri e di aeicento pedoni sManadieri, fli aoco-
nundò ta faardia delta citta d' Arersa e dd caateUo;
e neUa terra foce iMttere abbondania di TÌttaaglia,
perocché di qaetta terra, piò che dell' altro, ai da-
bitara alta tornata del re d' Uafberia. In qaal toa-
po Corrado Lapo aoa seateadori torto di caralieri,
cbe a' eraao partiti del Refao, a* era ridotto a Yi-
flioneae' ia Abraaii; e fli Uafheri in Paglta gaar-
daraao fl paaao delle toni di Copora, aapeitaBdo il
loro sifaoro.
CAPITOLO LXIXDL
CsoM il re d'Piapàrria rifoniò ài ht^iim
la qaeato anno, Lodorico re d" Uaglieria
tendo cbe ta ann fento aion scanjtto a Melalo i ha-
roai del re Laifi a i Napolatani, o araano oMlti a
prifioai: eaaaaila aolledtato por leltero a par aa-
beedadari da^coaaaai a da*baroai, ^o tanaaao nel
Refao ta aaa ptfta, eh* efIi ritornasse^ diliberA di
farìo. B di preaeato auadò iaaaaai do* saoi carnieri
aafberi eoa certi capitani ta lachtaToaia, parche di
ta pasaaaaara ta Paflia. B qaando fli aoatt paaaati,
aabitaMeato eoa certi aaoi delti baroai, eoa piccota
coapefaia, ai auae a caauaiao. B prisM la aBa aaa-
riaa di SiàkToata che sapere ai poteaao étBm sua
partita: e troraado al parto ta filaa a i lacai ap-
parecchiati, ri aMnIò aaaoi o arando fl taaapo bwK
no, Taheò ta Pofltaa aahaaaanta, aaaai piàtcMtocha
per i pacaaai nan ai atiasara. B aealitata
la Uafberia, franda ■eltitodiaa d* Uagheri fl
tarano, rahcando di
0 in piccoli tafai snudi A
DI hìttbo viLUm.
il n Ldgi neiM >Tiit« dae filM i amala isiiu I rìt del k 4^UojAeri«, « «nf obbidh Mli
hllo gli >Trebbe rotti e impediti per
Hrebbono potati panare : na oonie
il re Laig) vi mandò tre galee arai
aono iaTBDO. Ed eaieodo il re d' Udj
regnilo tutta la ina gente iniieme,!
diecinila civelieri. Io qoe' di il conte'
quale •' era ribelleto del detto re, sj
dui di Treoi, alla qoale il re ann
vedendosi il conte eenaa aperaiua di
aperalo di salate, col oapeitro in e
de asci delle citte, e gittoasi ginooc
pie del re domandandoli niaericordl
gberìa dimenticati i baratti e' ralli <
gDamenle gli perdonò, e rìniaelo i
leaciato nelle cittì e castella di Png
oba volle, Tenne io Principato. Le
essendo in oiUadioesobe discordie |
porte, e rìceTeltonlo a onore : e U
quanti di ; e nesso suo ricario nell* diti « castel-
lana nel cestello, se ne venne a Hocart de' crisdpni,
e in quelle ae n'entrò aenu oontrsato. H eaatelte-eta
forte e bene fornito alla difesa. Mi invilito'. il* <k^
Stellano, per codardia 1' abbandonòv H re il fece peèn^
dere e gaardere alla sna gente. E partito A lì tbbm
e Hatalona, nella quale entrò lensa contrasto. B lune
le cittì e castella di Terra dì Lavoro feciono il sno
eomaDdamenlo, salvo la cittì di Napoli ed Averaa.
B poi il detto re con tatto eao esercito ae db venne
ed Averse, del mese di maggio del detto anno, e
oredettelaai avere alla prima giunta; ma trovossì in-
gannato, peroccbè era cittì di mura dnla, e bene
cbe fossero bssse, era inbertesoata e fornita di le-
gname ella difeaa*: e dentro v'erano cavalieri a
maanadieri obe la difÌBndevaBO virlaoaamente ; e aa-
aaggiata per più volte dello tseelto dagli Ungberi, con
loro dennaggio, il re eonobbe obe non la potea vin-
cere per forca, e però vi mise essedio, e atrinsela
con pib campi per modo, cho da niona paria vi si
poteva entrare.
In Tem
«otta taro
no in ma-
issitì de-
ll comnnl
iBlUreiM
(■po%nè
p^jta non
lUvAelIl
i*f»d«al
terre Ab
contro ■
>io altro
CAPITOLO XC.
CoflM • Gmoteti ebbono Ventimiglia.
Il questo tempo dell' assedio d' Avarsa, il doge
dì Genove ed il suo consiglio, conosciuto loro tem-
po, armarono dodid galee e mandaronle nel porto
di Napoli, e diedooo il partito a prendere al re e
alla reioa : dicendo in questo modo : il doge di Ge-
nove e il ino consiglio ci banno msndati qd a ca-
lere in vostro aiuto, in qaento voi rendiete libere-
mente al nostro cornane le dttì di Veatimiglìa, la
quale i di nostra rìvlen, awegnacbì di ragione fosse
delle contea di Provenié. B se questo non fate, di
preaenle abbiamo cofflandaawnto d' essere contro
voi, e di servirà il re d' Ungherie. 11 re e In reina
vedendosi «uediati per terra delle grande cavalle-
' Ita ptrehì tra cinta di tauro, vi li Irwb ingam
bau eht foutrc laut, ma ertmo ÌB\itrlacalt, t Gota /arxiU
di Ugnane, alla diftta; » dtntnì ecc. Edli. citata.
UFira») xa '
Cerne fu àula f tittima banegSa ad Atena dal re
if Ungheria,
Stando r assedio ad Averaa, il re d'Ungheria
faeea smrrere oonliaovo la sue gente fino a Napoli
e per lo paese d'intorno d'ogni parte, e tatti i ee-
sali e le vidnanae l' abbidivaaa, e aundavano il mer-
cato eli' oste. A Nepoli per terra non entrava alonna
cosa de vivere, e però avea aoffrntta d' ogni bene,
salvo cbe dì grechi e di vici latini. E se il re d'Un-
gherie avesse evate gelee in mere, svrebbe vinte le
cittì dì Nepoli per esiedìo piti toste che Averaa:
perocchi non evesno donde vivere, se per mare non
veniva da Gaeta e di Bona con grande eosto'. Nel
cominciamenlo, 1' oste del re d' Ungheria fa abbon-
devole d'ogni grascia, per l' ubbidienia de' paesani:
ma eopraatando l'assedio, il servigio cominciò a rin-
crescere, e r oste ad avere mancamanto di molte
COBO, e Bpesialmente di ferri dì cavalli e di obiovì.
E i nobili regnicoli^ vedendo che il re in peraooa
con diecimila cavalieri non poteva prendere Averaa,
debole di mare e di fortesu e con poca gente elle
difcM, cominciarono ad avere a vile gli Ungheri, e
trarre le cose loro de' casali, e le vittuaglia non por-
tavano al campo come ereno aseli. B per questo le
mesnade degli Ungberi andavano a rubare oggi l'u-
no casale e domane l'altro, e spaventati i paesani,
la csreslis e' disagi montavano nell'oate. Il re te-
nendo die la vittna^ia nou Mlaue nel eoggionio,
deliberò di combattere la cittì con pìb ordine e con
pih fona cb' altra volu non avea fatto, come eppres-
so diviseremo.
' dalla lor parta, in loro difesa. U T. Divanutl legga :
Hon da Oaita, o di terra di Sona con eoo. Bdls. citata.
' del T4fito, adii, ottala.
-<Jome per tema di nllua^ia iè re d\r
fece eombatUre Averta e -fìnvi fèi
• Vedndo il re d'Uogberit ■anure li
peraMooo ^r>kiitt virlù, clia combittaid
n >■ vÌBtowa r cb' egli iftUirtM di volei
bittaglH Au ogDi parte vi li deiie aspn
•ìcch' ella ai vbcen*. I oapiUDi e' conesl
di grande animo e jitnopo TObra l'oBerai
e il re io peraooa (Uaaa bra d^ enera i
battaglia. ODeiR d'enlnr Che lentirOna i
veano eaaere conbatluti con latta la fona
gente barbara, Don ai afaigoltirooo, anti preiono
«■•re e ardire e argnuento alla loro dlfeii. Gif
Ungberi e ì TedOehi aprowedati d' inge^ th co-
prirai e da prendere aiato all' aiaalio delle' mar*,'
Hdandoai negli archi e nelle («elle, da ogni parte
a ano atgoo fatto aaialirono le mura. B il re in
penona ali' asailto, per fare da tè, e per dare vi-
gore agli altri. E data la batta^ia, e rìnTreicita
apcaaa, per atancare i difenditori, e fatto di loro
saeltamento ogni prova, ed essendo da qnelli del-
la terra io ogni parte ribntlatì, coli' ainto de' ba-
leilricri e delle pietre e della calcina gittata ao-
pra loro, e delle lancia e de' pali e A' altri argo-
menti, non abbono podere di prendere elcsni parte
delle nora, ma molti di loro aiorli e più feriti ;
e inBne, ferito il re, con acqniato d' onta e di
Tergogna li ritraiiono dalla battaglia. Qua' d' en-
tro avendo oombatlnto franoameDle, confortati e
ti di loro ferite, preeooo delle fatiche rìpoao.
CAPITOLO xcm.
Cowu il conte d'Atellitu con dieci galee tutte a
Nofoli, e AMt$a ■' arrendè al re.
Stando l'iaaedio ad Averne, la reina Giovan-
na non Miendo bene del re Loigi, perobè voice ca-
lere de Ini pid riverita che non le parea, perooobè
era donna e reina del reame, a il marito non era
ancora re, a ma 'ttania fece in Froenia al conte
d'Avellino', capo e maggiore della casa del Balio,
armare dieci galee; e all' mciu di giugno nel det-
to anno, ginnae nel porto di Napoli colla delta ar-
mata, atteao per aoccorao, del qnale aveano gren
a ma, ti Tute
II 1^ w .»»n.....;i«[c dtUa vit-
ati lomeiu a mr^na,- « ptrb
' Vo Mtr adii, aiuta. Ksn bcns, pus
BIcei : a era amoKta cht pw Ut
tmaalia il toggiorrit
gli riehiedtva scc,
' 4a VtUÙK), loggono alunpa anlcrevoli
Ibiiogoo. ^ t conio pieno di nulÌEÌa, conoacendo
il bisogM doFre Lnigi, ■ poco cnrandoii delle rei-
ri di volere trattare ano vantaggio,
rei teneva in allo aopra il porto dì
trarre vantaggio e mantenere l'arma-
^gni legno o barca che nel porto
fo nacire pagaiae certa quantità di
Aeato nodo aggravare i Napoletani,
jld grande la careitiB della viUaaglia.
!9lo nodo, trattava domandando van-
jigi, e il re gliel' olriava quanto aa-
, per avere V aiuto di qnelle galee,
i i priegbi della reina, mostrando
I galee poleano raoqnislare le terre di
in'de scgnirebbe loro grande aoccor-
a che bre Mpeose non poti amuo-
dorgli 1' ainto di qnell' armata, asti
9 per potere agìare la ciurma in tem
Mtello dell'Uovo: e comindA e trit-
Jdgheria di volergli dare per moglie
la reina, che fn moglie del deca di
s avvisato gli dava intendimento, per
;eIM tenere in contumace de' anoi
evveriarf . E itandA il copte in trattati e di It e di
qn'a, non si potei conoscere che faceste la volontà
della reina, ni che' foaie ribello al re Luigi, o in
che modo ai potease giudicare' easere col re d'Un-
gheria, tenendo colla au malistt ogni porte aoapesa.
Al re Luigi e ai Napoletaui fece danno, alla reina
non ne accrebbe beldenia ; ma al re d' Ungheria, per
lo Buo trattare, fece piuttosto avere Averaa : che
aenlendo gti assediati i trattati dei conte, affaticati
lungamente alla difesa d* Avena, penaando cheiiro
d' Uogheria rimanetae nel Regno' benché ancora ai
poleasono difendere' alcun tempo, preiono partito di
trattare per loro. B mesier Iacopo Pigaittaro loro
capitano, esaeado regnicolo, e di netnra mobile alla
nuova signorìa, tosto s'accordò col re, ed ebb« Botto
titolo di loro soldo, moneta dal re d'Ungheria, •
rendigli U città d'Aversi: il quale incontanente v'en-
trò dentro con tutta ina cavalleria, e '1 non lasciò fare
a' cittadini alcuna violeoia o ruberia. B questo fu del
mese di settembre del detto anno. Hnnifesto tu che
questa vittoria venne egli Ungherì a gran bisogno ;
perocché già era il alracct la gente, per lo lungo
diaagio e per la carestia, che poco pib vi poteaao
stare, e il partire seoan averli vinta tomani al re •
alla ani grande cavalleria ontosa vergogna.
CAPITOLO XCIV.
Come il re tCVngkeria e il re Luigi vennono
a cerio tregua.
Avendo non ìipedite guerre, ma ptBtloalo ar-
vilnppamentl dì quelle narrato de' fatti dd regno di
Cicilia, seguili non meno incognito' e avvilnppn-
to processo nella aegnente iucceisione di qne' fitti}
' coltra da H q<uUt galt*, a tour* w Mnannacs i «
ntnici, » tlaada ecc. EiUi. diati.
* Untrt, ediiione citata.
' incdii^'iiato, edlilODC litala.
01 MATno vulani.
49
■laeotàli cèenii tilt nottn materia itrflfonuio, con
BOitra sonsa gli raceontoremo. ÀTata*!! fa d*Us-
gkaria la dttà d*ATarfa^ alla qnria loagai tempo si
era dibattote eoo tutta la ma grande oate, a- non Ta-
vea potuta né per forse né per aasedie aeqniatare;
eaaendo debole eittà di mare e da peotg^edifisa^
si pensò oèe V altre maggiori e pi^ fonlr cttlà. ebe
ai teneano eentro a Ini sarebbono piùnAdagevoli a
eesqaistare : e, per esempio» d* ÀTerllacla^vetobbe
maggiore resisle&u. B i snoi baroni aveano già
eompioto oen Id il termine del debito senrigioy e a
volerli ritenere al coaqnisto del Begno bisognata cbe
desse loro danaro, cbe^ n* area poehi, e. del Regno
non nepotea trarre, essendo in guerra. E vide che il
re Lnigi, e i baroni comuni, e quelli che si teneano
dal ano lato erano disposti di stare alla difesa delle
mura: e però mntò Tanimo agevolemente, disposto a
troTare aoemiio, eoi quale con meno ina vergogna si
potesse partire del Regno, B dall' altra parte, il re
Luigi era a tanto condotto, che, non che potesse
con arme resistere al nimico, ma di mantenere bi-
eognose e necessarie spese di sua vita, era impo-
tente; e ae non fosse che T animo de' Napoletani
conoorrea a lai e alla reina aUa loro difesa', non
avrebbeno potuto sostenere. B per questa esgione
eruatta la materia da catuna parte a venire alla con-
cordia con piccolo aiuto d' alcuni mozaani. Onde al-
cuno prelato di Santa Chiesa, il quale era dal papa
BUindato nel regno, e il conte d' Avellino, che avea
da ogni parte puttaneggiato^ coli' aiuto d' alcuno al-
tro barone, movendosi a cercare se potessono tro-
vare via d'accordo^, con piccola fatica vi perven-
ttono alla cavalleresca, la questo modo. Che triegue
fossono fatte iuino a calen di aprile, gli almi Do-
mini 1351, con patto, che chi avesse nel Regno
dovesse sicuramente tenere sue città, castella e ville
in pace tutto il tempo detto. Che la questione ohe
si faceva contro ella reina Giovanna della morte del
re Andreasso, si dovesse commettere nel papa e
ne' cardinali : e dove fosse trovata colpevole, doves-
ae perdere il reame, e tornasse libero al re d' Un-
gheria: e dove ella non fosse giudicata colpevole
della morte del surilo, ma liberatane per sentenza
del papa e del collegio de' cardinali, dovesse rima-
nere reina del detto regno. B il re d' Ungheria le
dovea rendere tutte le città» castella e baronaggi
ohe vi tenea, riavendo da lei, per le spese fatte da
lai, fiorini trecentomila d' oro, per quello modo e
fermine competente che ordinato fosse per la Santa
Chiesa ; e per patto eatuno re si dovea partire per-
aonalmente, e la reina del reame. Per la fermessa
d'attenere l'ano all'altro questi patti non v'ebbe al-
tro legame, che la fé e la scrittura e la teatimonian-
na de' mesunL 11 re d' Ungheria che avea d' uscire
del reame maggior voglia, prese Y onesta cagione
d'andare in romeaggio a Robm al santo perdono ; e
in Puglia alle terre della marina lasciò de' suoi Un-
gheri alla guardia co' loro capitani, e forni di buona
guardia tutte le suo tenute in Terra di Lavoro ; e a
Capeva e Aversa, e per T altre terre e castella cir-
custanti lasciò suo vicario measer fra Moriale cava-
liere friere di San Giovanni di Provensa, valente e
ridottato cavaliere, con buone masnade di Provenaali,
di cui il detto re BM>lto si confidava; e a Yiglione-
se e a Lanciano e nell'altre terre che tener in A-
brusai lasciò vicario messer Currado Lupo, franco ca-
valiere, con sue masnade di Tedeschi a quella guar-
dia. B ordinato ch'ebbe la guardia- d^e sue terre nel
Regno, egli si mise a cammino per andare a Roma :
e incontanente il re Luigi j^f • mostrarq di volere
uscire del Regno, 6 tenera it putti, apparti da Na-
poli colla reina, e veline dlaicitlà di Gaeta in su'
confini del reame, e ivi attendeva che il re d' Un-
gheria si partisse d* Italia e tornasse in suo reame,
com' era in convegna ; e ciò fatto, il re Luigi e la
reina Giovanna doveano fuori del reame attendere la
seàtensa di Santa Chiesa. 1 Gaetaui ricevettono il
re Luigi e la reina Giovanna in Gaeta con grande o-
nore: e prowidongli di loro danari per aiuto alle
spese, che n' aveano grande bisogno. Ed ivi si fer-
marono con animo e intensione di non uscire del
Regno, bene che promesso l' avessono, parendo lo-
ro che il dilungamento da quello, al bisognoso e
lieve stato ch'aveano, fosse pericoloso al fatto loro^
Il re d' Ungheria «egui a Roma suo viaggio, e avuto
il saate perdono jena soggiorno se ne tornò in
Ungheria»
CAPITOLO XCV.
Come U conte d'Atellino die al suo figliuolo per
moglie la duehesea di Dwa^ao e furme pai morio.
U conte d' Avellino^ il quale colle sue galee
era rimsso sopra Napoli al castello dell' Uovo, ve-
dendo i fatti del regno rimasi intrigati per luogo
tempo ; ed essendo rimase la duchessa di Durasse,
sirocchia della reina, vedova, nel castello dell'Uovo,
chiamata Maria, non ostante che 'I detto conte fosse
suo compsre, ma per quello mostrando più fami-
gliarità, con piccola compagnia andò al castello per
visitarla, innanai alla sua partita; la duchessa eoo
buona confidensa gli fece aprire liberamente il ca-
stello, ed egli con due suoi figlinoli e colla sua fa-
miglia armata v^ entrarono : e entrati, fece prende-
re la guardia delle porte e la fortezza d' entro. Ed
essendo colla duchessa, disse che volea eh' ella fos-
se moglie di Ruberto suo figliuolo^ e per fona le
fece consumare il matrimonio^: e di presente la tras-
' danorif e egli n* avea pochi eee. Ed!i. ettett.
* coneorrea con lui e con la regina aUa difeèóf non a-
vrehbé eoo. £dii. dtato.
Villani M., Oromea, Vol. U.
' al hiiogno e lieve eiato che aveano, fo§H pericolo eco.
Bdii. dtiitiu
* fiffiiuoio primogenito, la gnale méttendosi al niegOf per
forza eoe. Edis. citata.
' Molti confutano questa proposta di forzato matrimo-
nio, dicendo cbe la dacbessa vedesae molto di baon occhio
il conte, ed aveste essa stessa pregato il padre di Ini di
portarlo seco ogni qnalyolta la volesse visitare. B non h
torme foor del probabile che per consolarsi della vedovan-
sa si gettasse allo spediente di fkre nn tal matrimonio sa
I'dne piedi, lasciando a scasarsene che poi corresse voce
d' esservi stata forcata dal conte.
50
CRomoÀ
se del oastello con tolti i saoi aniesf, • mmh neVà
ma galea, per menariafle in Proenaa. U re Luigi e la
reina che erano in Gaeta lentirono di preaento qne^
alo fatto, e ne furono molto torbati. B segoendo il
conte ano fiaggio per tornare in Proenia con latte
le galee, quando fìvono aopra a Gaeta V otto galee
entrarono nel porto, e i padroni e' nooeUerì e le eiur-
me aoeaono in terra per pigliare rìnfreacamento. il
conte colla dqcheaaa e eo^ figliuoli rimaaono fuori
del porto in tue galee, e attendevano V altre che
prendevano rinfreacamenlo per aeguire loro viaggio.
Il re Lnigi cantamepfe fece venire a aè i padroni
e* nocchieri telle otto galee^ e fece aegretamente ar-
mare de' Gaetani e utai^ 'alla guardia, che non pò-
teaaono aeaaa aua volontà tornare alle galee. B fitto
queato, diaae : Penaate di morire ae non fate ohe le
due galee doy* è il conte, e i figliuoli e la dachea-
aa, vengano dentro nel porto a terra; e alle mi-
nacce aggianae amore e preghiere : e ritenuti de*ca-
porali, coi egli volle per aicurti del fatto, laadò gli
altri tornare alle galee : i quali di presente a' acce-
alarono alle due galee del conte, ^e di qaeato fat-
to, come il peccato V accecava, non a* era avveduto,
e di preaente V abbono condotte a terra dentro al
porto. Allora il re mandò a dire al conte ohe ve-
niaae a lui. Il conte ai acuaò che non polca peroc-
ch* era forte atretto dalle gotte. Il re acceao di fu-
rore e infiammato d^ ira, per V ingiuria ricevuta della
vergogna fatta al aangue reale, e de* suoi gravi ^ e
pericoloai baratti, non ai potò temperare uè raffre-
nare il conceputo adegno ; ma presi certi compagni
di aua famiglia, e armati, in peraona si moaae: e
giunto al porto, montò in au la galea dov* era il
conte. Venuto a lui, in brieve aermone gli raccontò
tutti i auoi tradimenti, e la folle baldanaa che lo
aveva condotto a vituperare il aangue reale: e detto
qaeato, aensa attendere rìapoata, con uno atoeco il
feri del primo colpo ; e incontanente n' ebbe tanti,
che aenaa potere fare parola rimaae morto in an la
galea. La ducheaaa di preaente fu tratta di galea, e
collocata colla aua famiglia e co* auoi umeai in uno
ostieri in Gaeta, e i due figliuoli del conte furono
measi in prigione. Laaceremo ora dei ftitti del Re-
gno, che alando le triegue non v* ebbe coaa degna
di memoria ; e ritorneremo alla noatra materia de-
gli altri fatti d* lUlia, e della noatra città di Firense.
CAPITOLO XCVI.
Deild grande polewta delP arcwe$€ovo di Milano^
e come • PioretUini temeano di FiUoiay e quello
che ne segui.
In questo medesimo tempo, tra il fine del dn-
quantesifflo anno ed il cominciamento del milletrecento-
cìnqaantuno, i Fiorentini comindarooo forte a temere
della città di Piatola, la quale per dttadineache aette
era diviaa e in male stalo. B la caaa dei Pandali-
chi, che non erano originali guelfi, in que* di aveano
cacdato della dita measer Ricciardo Cancellieri e i
* pravi, «dis. citaU.
auoi coaaortl naturafa', gueM, di quella lem, e antkhi
aervidori del comune di Fireme : e meaaar Giovunm
Pandatichi j'avea recato in aaano il govennaaento
di quella terra, e per aembianti mostrava d* eaaere
-asueo dd comune di Firenae. 1 Fiorentini aontendo
r nrdveaoQV^ di Milano, il quale in qud teaapo uvea
aotto Da aua tirinnia ventidue dttà, tra in Louahardia
e in PiefiiOvle, e di nuovo avea contro la volontà
di SanVf'Cbteaa preaa la dita di Bologna» la qnale
confinava» col loro comune, temeano forte che Pi-
atola per le dttadineache diaeordie non perveiHaae
nelle aue mani, e però voleano la guardia di quella
terra. B quanto che aaeaaer Giovanni ai nuMlraaae
amico dd oomune di Firenae, con diverae e nove
cagioni tranquillava e metteva indugio col aegnito
de* dttadini ddla ana actta, che il oomune di Firen-
ae non aveaae la guardia, raffrenando V appetito
Fiorentini, col aoapetto dd potente vicino,
meno i Piateled guelfi pur voUono che il oomune
di Firenae v* avoaao dentro alcuna aua aicurtà, e ceo-
aentirono ohe i Fiorentini metteaaono in Piatola mea-
aer Andrea Salaaaoncelli, uaeilo di Lucca loro aoldn-
to, con cento cavalieri e con cenlodnqnanla
diari alla guardia di Piatola, alle apeae dd coi
di Firenae, e con patto eapreaao che il detto capìtn-
no e* auoi cavalieri e fanti giuraaaono di aaanleaere
quello alato ohe allora reggeva Pialoia, contro il
mune di Firenae, e ogni altro che offendere o
tare il voleaae. I Fiorentini vedendo che meglio
ai poteva fare aenaa grave perìcolo, benché eono-
aceaaono che queata non era la guardia che biao-
gnava, acconaentirono, e miaonvi il capitano e la
gente d'armo aotto il detto saramento: e con molle
disaìmuladoni e ludnghe manleneano qudla città, li-
lenendo i cavalieri' in Firenae aenaa mutaaione infi-
no al primo tempo.
CAPITOLO xcvn.
Come ^erH reiiori di Firetne 9oUono prendere
Pistoia per inganno,
Bra per auoceaaione de* rettori di Firenae, di
priorato in priorato, la aoUedtudine di mettere ri-
medio dia guardia di qudk città. E non Irovandod
da potere fare altro che fatto d foaae, donni aHora
rettori dd noatro coBume, con più preaundono che
il loro conaiglio non pormettea, prowidono di fiaro
tra loro aegretamente d* avere per non lede iagegmo
la aigttoria di quella terra ; • com* abbono oonco-
pulo il non debito fatto, cosi per non diacreto aè sa-
vio modo il vollono mettere a eaecuaione, e aotlo
altro titolo accolaono i aoldati dd comune a piedi e
a cavallo, e moaaonne delle leghe del oontndo ; e «-
vendo a queata gente dato ordine alla notte che d
doveano muovere, vollono provvedere di rimntare a
Piatola il capitano oh' avea giurato a* Piatoleei, che
era troppo diritto e leale cavaliere di aua promaaan,
e scambiare le masnade aotto il titolo della oondot-
la, acciocché poteaaono aenaa contraato dentro
I ' f CaneelUerif legge Tedia, citata.
DI HARBO mLAffL
51
glio fornire la ìwo isteiiKiona : a ■ dò fare malti-
■anta si confidarono a ano lar Piero ducei, ao-
prannomato Macini, allora noterò della condotta, il
qmle era parabolofo e di grande vista, e poco ve-
ritiere ne' fatti Onesti promise di fornire la bisogna
ehiaranMBte, e d' avvisare del fatto alcuni conesta-
bili confidenti : e preso a fornire il aervigio, i poco
discreti rettori del cornane ebbono la promessa di
colai come se la cosa fosse ferma e certa ; e per
qaeslo la notte ordinata, a dì 26 di marzo gli anni
Domini 1351, feciono cavalcare i cavalieri e* pedoni
eh' aveano apparecchiati, e con loro messer Ricciardo
Cancellieri, colle scale provvedute alla misura delle
mora. E a Pistoia Uaono la mattina imanzi di, ed ebbono
messe le scale ; e montati de* cavalieri e de* pedoni in
au le mora, e scesine dentro una parte, avvisando
d' avere V aiuto de* soldati del comune di Firenze che
V* erano dentro, come era loro dato a divedere, pen-
savano a dare la via agli altri e farsi forti, e tutto
era senza contrasto, perocché i cittadini si dormiva-
no aenza sospetto. E i soldati del oomtfne, che dentro
v'erano, di questo non aveano sentimento^ né av-
viso alcuno, perocché il notaio, a cui la bisogna fu
eommessa, fa trovato in Prato nell'albergo a dormire.
Messer Ricciardo, essendo co* suoi in sulle mura, si
acoperse innanzi tempo, facendo gridare : Viva il co-
rnane di Firenze e messer Ricciardo. I Pistoiesi sen-
tendo il rumore credettono fosse opera di messer
Ricciardo loro sbandito, il quale aveano in gran so-
spetto ; e però co* soldati de' Fiorentini insieme fu-
rono all'arme, e trassono alle mura francamente ad
aaaalire coloro che dentro erano scesi: e feritine
alquanti, tutti gli presono, e allora di prima seppono
che questa era fattura de' Fiorentini ; e tutti co' sol-
dati de* Fiorentini insieme intesone sollecitamente a
gaardare la terra il di e la notte. E la folle impresa,
mattamente condotta per li rettori di Firenze, generò
in Pistoia grave e pericoloso sospetto : e in Firenze
molta riprensione, per la disonesta e disusata im-
presa. E per la mala provvisione, il notaio, a cui i
aignori aveano commessa la bisogna, fu preso a fu-
rore di popolo e menato alla podestà, e avrebbe
perduta la persona, se non che il grande fallo ch'a-
veano commesso i suoi comandatori, perché non
gravasse loro, difesono lui. E di questo segui quello
che appresso diviseremo.
CAPITOLO xcvni.
Carne i Fiorenilni asitdiarono Pistoia ed fbòonla
a^ comandamenti loro.
Quando i Fiorentini s'awidono del pericolo, là
dove r indebita impresa de* loro rettori gli aveva mes-
si, di recare a partito i Pistoiesi, per la nuova in-
giuria ricevuta, d'aiutarai colla forza del vicino ti-
ranno : temendo che questo non avvenisse, non per
animo di volere di quella città alcuna giurisdizione
fuori che la guardia, per gelosia che al tiranno non
pervenisse, di presente dìliberarono, che la città si
stringesse per forza e per amore tanto che la guar-
dia solo se ne avesse, per loro sicurtà, e del nostro
comune, eh' altro non volea. E senza indugio alla
gente che andata v'era, s'sggiunsero cavalieri, quanti
«llora il comune ne poteva fare, e fanti a pie. E per
decreto del comune si die parola agli sbanditi che
catuno facesse suo sforzo, e alle sne spese menasse
gente neU* oste in aiuto al comuoe di Firenze secon-
do suo stato, e dopo il servigio fatto sarebbe riban-
dìto d* ogni bando. Per la quel cosa io tre di fu-
rono intomo a Pistoia ottocento cavalieri e dodici-
mila pedoni, e rìstrinsonla d'ogni parte con più cam-
pi, sicché di loro contado né d* altra amistà, den-
tro non poterono avere alcuno soccorso o aiuto.
E di Firenze vi s* aggiunse sedici pennoni, uno per
gonfalone, co* quali andarono duemila cittadini qua-
si tutti armati come cavalieri, e molti ve n'andarono
a catello ; e giunti nell* oste con loro capitani, fe-
ciono dirizzare intomo alla città otto battifolli. In
Pistoia aveva a questo tempo millednquecento cit-
tadini, 0 poco più, da potere con arme difendere la
terra, oltre alle masnade a cavallo e a pie che den-
tro v'erano a soldo de' Fiorentini, i quali si stavano
senza fare novità dentro o guerra di fuori : per la
quel cosa al gran giro della città parea che cosi pochi
cittadini non la dovessono potere difendere. E per
questa cagione i Fiorentini aveano speranza di vincerla
per forza, quando con loro non si potesse trovare ac-
cordo. I Pistoiesi d'entro, uomini coraggiosi e altie-
ri, con dura faccia intendeano di e notte francamen-
te alla loro difesa ; e perch'erano pochi à tanta guar-
dia quanta il di e la notte convenia loro fare, usci-
rono delle loro case, e vennono ad abitare intorno
alle mura: e le mura armarono di bertesche e di ventie-
re, e dentro uno largo corridore di legname, e forairon-
lo di pietre e di legname e di pali da gittare, e di travi
sopra i merli: e feciono a pie delle mura intorno
intorno molti fornelli con caldaie, per apparecchiare
acqua bollita per gittare aopra coloro che combattes-
sono : e apparecchiarono calcina viva in polvere per
gittare, e con ferma e aspra fronte mostravano vo-
lere difendere la loro franchigia; la qual cosa era
degna di molta lode, ae per antichi e nuovi e con-
tinovi esempli della loro cittadinesca discordia non
foase contaminata. E addurandosi di non volere pren-
dere accordo col comune di Firenze, soffersono il
gnaato di fuori de' loro campi ^; e vedendo i Fioren-
tini che più a* addnravano, deliberarono che la terra
si combattesse; e per levare loro la speranza del
oontradio, comandarono a messer Andrea Salamon-
celKy capitano e conestabile de' cavalieri e de' pedoni
dio dentro v' erano a soldo dd nostro comune, che
ne dovesse* oscire, e cosi fu fatto ; per la qual
cosa la nostra oste a* accrebbe^, e a loro mancò la
speranza : e ordinati di fuori ponti e gatti e grilli, e
castella di legname e altri fomimenti da combattere
' aentore, edls. citata.
' delle lùr vUle^ edis. citata.
' ei eimbaUesH per levare la eperanta loro del eontrario»
E eemandarono a meifer Andrea SaUmoneeUif capitamo, e
a* eonteetabiU de* eamiUeri e pedoni che deniro v' erano al
eoldo del noetro ecmunej che ne dovettero eco. Edis. citata.
I ^ per la qual cosa V otte de' Fiorentini crebbe, ediz. cit.
53
CRONICA
le mora, aodoochè eoo pia siooHè ai polaaae ii-
tendere alla battaglia, oùiaoao di boono ateacato
dair QBO battifoUe aU* altro. I Piatoleai Tedendo la
diapoaiiioM de* Fioraatini, e peoaando ebe eaiaB-
dio cbe ai difoideaaoBO, t* dod poteaao beoe rìaM-
nere, comiaciaroiio più a temere. la qneato bmuo
aaBibaaoiadori da Sieoa y' entrarono, BMndati dal
loro comane, per trattare aocordo, e eoaie obo ai
adoperaaaoBO oonforendo'coUe parti, manifesto fnobe
peggiorarono la oondiiione, e iaaoerbirono gli animi
e dentro e di faorì. B dato il di della battaglia, e
da ogni parte appareoobiata, i gnelfl di Pistoia, dimo-
rano la maggiore fona deUa città, a'aeeolsono inaia*
me cola pocbi gbibeUini, ed essendo al consiglio, ri-
eereareno eon V aninu) più ripoaato il perioolo a ebo
si eondaoeTano, a contrastare a* padri loro ; e cbe den-
tro vi mettesse genie il comune di Firense, alla guar-
dia loro e della citti, la qnale e* doreano con instan-
sa domandare a* Fiorentini, Tolendo mantenere fai città
a parte guelfa', e in più sicuro e pacifico stato cbe non
erano. E così parlato, misono il partito a segreto
squittino, e vinsero cbe la guardia della città foaae
messa liberamente nelle mani del comune dì Firenze,
e cbe dentro vi mettesse gente e capitano alla guardia
quanto al detto comune piacease : e cbe dentro alla
città in su le mura ai facease un castello alle spese
de' Fiorentini, per più sicura guardia, e cbe oltre a
ciò aveasono la guardia dì Serrafallo e quella della
Sambuca, e messi dentro de* cittadini di Firense. In
quel di, ogni cosa di grande concordia ai recò in
buona pace ; e dentro n suaono il capitano e* ca-
valieri e* pedoni cbe I nostri cittadini vollono ; e
presono la tenuta, e ordinarono la guardia diSer-
ravalle : e per fretta e mala prowideaxa indugiarono
di mandare per la tenuta deUa Sambuca nel passo
dell' alpe, la quale quando poi vollono, aenca di-
fetto de' Piatoleai, non poterono avere: onde poi
ne segui cagione di grande pericolo a' Piatoleai e
al nostro comune, cobm leggendo per innanaì si po-
trà trovare. E fotta la éetta ooneordia, i Fio^ealiai
levarono il caaipo e araono i battilaUi ; e
temente con graa faata toraò tutta la ben*
twata oate sana e salva aella noatra città, aH'nacila
d'aprile, gU anni di Cristo 1351. E pocU di ap-
praaao vi sMudò il oomaaa di Fìreaaa de*a«m grandi
cittadini con pieno uMudato, i quali riformaaaeno al
piacere de* ettladìai di Piatola lo stalo • fl reggi-
mento' di quello eoarane; o tiadaonvi maaaar B»-
ciarde CanoeUieri e' suoi, eon pace de' Paaeiatiabi,
fortificata o férma con più matrimoni dell*Biia
glia aU' altra.
CAPITOLO XCDL
Còma Ured* b^hiiimta icomlUig
gU SptigmtolL
Nel tempo delle tregue del re di Francia e di
quello d' Ingbilterra, gli Spaj^nuoli, i quali usavano
colle loro cdtcbe e navigli di nericare il asaro di
Fiandra, eoarinciarono a daaneggiare' i aerigli d' In-
gbiUerra, e a rubare in corso le loro mercalanaie:
e aeguitando con più foraa la loro guerra, par più
riprese feciono agi' IngbiWai onta e danno aaaaL 11
re d* lagbiUerra non potè diaaimniare qaeala ingiu-
ria, cbe aoBsa cagioae di guerra gli Spagnnoli gli
aveano fatta; e però aecolae ano nariglio, e in
peraona con due suoi figliuoU, assai giovaai, ai arine
in mate per -andare, in Spagna. U xojdt Cas|eika|ba
senti r annala del re d' bgbiUerra, lece ano afomo
d' armare nM)lta nari : e abboccaronai colT nnaala
d' hgbUterm neUa vicinansa delle loro aurina^ e
conunisono saprà e fiera battaglia^ deHa ^nale il i«
d' lagbillerra ebbe la rittoria, oon grande 4anBO
degli Spagnnoli e deUe loro navi. E litli la ava
vendetta, con piena vittoria m tornò in ingbilleffrm.
E qui finiace il nostro priaM» libio, gli anni di (Malo
1851.
LIBRO SECONDO
CAPITOLO L
Prologo.
Peroccbè anticamente gl'infedeli e i pagani
e le barbare nasioni, compiacendoai * alla reverenu
dtlle virtù morali, i cominciamenti della guerra al-
le ragioni della giuatiaia congiugneano, non aensa
' eon/ermandot edii. citata.
' n filo d'ArÌAimA non d caverebbe qui dal labirinto
che è il T. Blcd : U ptrieolo a ehé d condmciomnOf per
etnUrattam a* ptdri laro^ U mmumm éi FirmuUy la guardia
laro i détta viuà la ^aaU dovéotio eom iitatma domandar$
d FiormUmi chi la f^rmidéSHrCy vcUado aunitofMfi la città
a parte gutUfà,
' compioagnidoiif edii. citala.
(debita amaiiradono ne'noalri tempi, no* quali i eri-
atiani, non aolamente dalle moraK, ma dalle virlà
diviae amaaaestrati nella perfetta fedo di Crialo no-
atro redentore, molti trapaaaano con diaordinato
appetito la ria' eguale della vera giuatiKÌa, e aog«i-
tando la slrenata volontà della tirannaaoa aariiisio-
ao, aon eolle debile ragioai, nui con perverso o»-
gionl, con subiti e sprovveduti^ nssalti gti aprnvvo-
duU popoli aaaaliacono; le città o le terrò, ooni-
' eon pkno meadate: i foaU tyformaireme la tmra
ette de§U ucmimi di Pietoia « lo etato e *l reggìmmie
Edizione dtata.
' a moUitaréf edis. dtata.
' molH traviano con dieordinato appetito dotta rio, adi*
zione dtata. * «conotctuti, adii, dt
DI MAnSO VULANI.
53
daodoai sella loro quieto, per forti, per tradùnentì,
e per iDgaDDÌ npieoono ; e isforuadofi con ogai fé-
nerazionedMogaBfii^ quelle fogpogare, e fottomei-
lere al fiofo delle loro lireiima; e non meno la eri-
atianìtà, che le infedeli oaiionl, di qiieate maliiie e
iogasoi apeaao si conturbano. E arvegaechò qaeaie
ooae aeaxa Tergogna de' laici aecolari raccontare
non ai poiaono, ne' cherici, e naaaiaiamente ne* pre-
lati, i ^ali, invece di Cristo fatti apirìtnali pastori
delia aoa greggia, di?entando rapaci hipi, nelle pre-
dette cose sono con ogni abonunasione da detestare.
E però che Tenendo al cominciaaento del secondo
libro del nostro trattato, diverse e varie cagioni di
questa materia prima ci b* apparecchiano : vinti da
onesta neceasità, la verità del fatto, con aeguire
nostra materia, racconteremo.
CAPITOLO II.
Come il comune di Piren^ «fava la pace collo
arcivescovo di MUano,
I Fiorentini avendo per gelosm presa la goar-
gia del castello di Prato e della città di Pistoia,
asciti della paura di quelle, si stavano in pace, ri-
potandosi easere in amistà deli* arcivescovo di Ifila-
no, perocché gaerra non v' era, e contro a soa im-
preaa i Fiorentini non s'erano volati travagliare.
Con Bologna tenea le strade e i cammini aperti, e
le mercatanzie d*ogni parte andavano e venivano
•icore. E spesso il tiranno scrivea al cornane de*saoi
onori e de* singolari servigi, come accade a cari a-
mici -, e il comoae a loi, come a reverente signore e
ancora amico* E con folle igooransa stava il nostro
comune senza sospetto, e per non dare materia di
sospetto al vicino tiranno, si goardava di fornirsi
di capitano di goerra e di gente d'arme \ e appena
teneano fomite di guardie le loro castella. Il tiranno,
ch*avea fatta la eoa lega con gli altri tiranni d' Italia
e con tutti i ghibellini, si venia fortificando di gente
d* arme al suo soldo, a pie e a cavallo, e vegghia-
va al continovo contro al noatro comune nella con-
ceputa maliaia, attendendo il tempo che a ciò avea
diviaato. E in questo meno carezzava con doni e
con aervigi i suoi vicini tiranni, per averli più pronti
al suo servigio al tempo del bisogno. E si pensava,
che ingannando i Fiorentini, e venendo della città
al Bno intendimento, essere appresso al tutto signo-
re d' Italia. E i rettori della città di Firenze avendo
a* suoi confini il tiranno potente, viveano impro wiai,
sotto confidenza degna di biasimo e di grave puni-
zione. Ma così avviene spesso alla nostra città: pe-
rocché ogni vile artefice della comunanza vuole per-
venire al grado ed al beneficio del priorato e de*
maggiori ufici del comune, ove s' hanno a provvedere
le grandi e gravi cose di quello, e per forza delle loro
capitodini' vi pervengono ; e eoa! gli altri cittadini di
leggiere intendimento e di novella cittadinanza, i quali
per grande procaccio, e doni e apesa si fanno a* tem-
porali di tre in tre anni agli aquittini del comune io-
' cf imgegnif edis. citata.
' Le adnoanaa de' loro eapi| o consolL
saocare: é di questi tanta moltitudine^, che i buoni
e gli antichi, essavi e diacreti cittadini di rado pos-
sono provvedere a* ftitti del comone, e in ninno tem-
po patrocinare quelli, che è cosa molto strana dal-
l'antico govemamento de'nostri antecessori, e dalla
loro sollecita provvisione. E per qoesto avviene, che
in fretta e in furia spesso conviene che si soccor-
ra il nostro comone, e che più 1' antico ordine, e
il gran fascio della nostra comonanza, e la fortuna,
governi e regga la città di Firenze, che il senno
0 la provvidenza de*suoi rettori. Catuno intende i
due mesi e' ha a stare al sommo uficio al comodo della
Bvm utilità, a servire gli amici, o a diserrire i nimici
col favore del comune, e non lasciano usare liber-
tà di conriglio a' cittadini : e queato é spesso cagione
di vergogna e di grave danno del nostro comune,
ricevalo da* suoi minori e impotenti ricioL
CAPITOLO m.
Come Varcitescovo di Milano appuose tràdimenie
e condannò messer Iacopo de* Peppoli.
Era in qoeato tempo rimMO in Bologna messer
Iacopo de' Peppoli, il qnale fu traditore, con messer
Gìovanm ano fratello, della propria jmtria, vendendo
la città e i auoi cittadini all'arcivescovo, come det-
to abbiaaao, al quale la aoa malizia, e il commesso
peccato, tosto apparecchiò alcuna penitenna alle sue
male operazioni. Che trattando egK con certi tiran-
ni lombardi di fare rivolgere la città di Bologna, l'ar-
civescovo, o vero 0 bugia che Ioase, senti che trat-
tato si tenea per lui e per alcuni altri cittadini di
Bologna: e la voce coree che trattavano^ co* Fioren-
tini : e qoeato non ebbe sostanza alcuna di verità.
Ma II tiranno avea voglia di trarlo di Bologna, sicché
ogni lieve o ragionamento o materia gli fu assai :
e però di presente fece prendere lui e* figliuoli e
alcuni altri cittadini, e condannati gli altri a morte,
messer Iacopo per grande aervigio condannato a per-
petua carcere, e pubblicati i auoi beni alla auà ca-
mera, come di traditori^ e tolsegli i danari che gli
restavano della vendita di Bologna, e le castella che
dato gli avea, e il, proprio patrimonio ; e fattolo ve-
nire co' figliuoli a Milano, incarcerò lui nel castello
di Pavia, e i figliuoli in Cremona. E l'altro fratello
messer Giovanni, che a qoello tempo era io Milaoo,
non involse in qoesta aentenza, il qnale, dissimulando
suo dolore, rimaae in Milano in lieve stato, per pas-
sare il tempo alla provvigione del aignore con a-
maro coore. Assai tosto ha fatto suioifesto qoi il di-
vino giodicio la miaeria a che aono condotti i tradi-
tori della loro patria, i quali, per disperato cooaiglio,
i cittadini, i qoali gli aveano eoo graode ooore esal-
tati e latti aignori, sottopoo^ono per avarizia al gio-
go del crodele tiraono : e ora spogliati de* proprii
beni, e privati d*ogni amore de' loro cittadini, in ca-
lamitosa prigione danno esemplo agli altri di più in-
tera fede a* loro comnni.
■ è quuta tanta fncUUutdiné. T. BiccL
< eh' $jfii trattaioa, edis. citata.
* eam» traditore, edii. dtata.
56
auHacA
oagione di lostro Dillo S diife: tum mféie fot eoAi-
to osserwwe la pace^ e però vi facciamo ia guerra:
la qoale non era né onesta né éeÙta cagione ; e però
siamo mandati a joi dal nostro connine a eapere
la verità di queato moyimento. Udito il capitano la
loro ambasciata y raccolse il ano consiglio, e ap-
presso rispose altieramente in questo modo : Il no-
stro signore, messer l' arcivescovo di Wlano, è po-
tente, benigno e grasioso signore, e* non fa volen-
tieri male ad alcuna gente, ami mette pace e ac-
cordo in ogni luogo ove la sua potenia si stende;
è amatore di ginstixia, e sopra gli altrì signori la
difende e mantiene: e qm non ci ha mandali per mal
fare, ma per volere tntta la Toscana ridneere e
mettere in accordo e in pace, e levare le divisioni
e le gravesie che sono Ira* popoli e* comuni di que-
sti paesi. E perckè a lui ò pervenuto e «ente le di-
visioni, discordie e selle, e le gnveiie che sono
in. Firense, le quali conturbano e aggravano la vo-
stra città e tutti i comuni di Toscana, ci ha man-
dati qui affinchè voi vi governiale e reggiate* in pa-
ce e in ginstitia per lo suo consiglio, e sotto la
sua protettone e guardia ; e cosi intende di volere
addiriuare tulle le terre di Toscana. B dove questo
non si possa lare con dolcessa e con amore, in-
tende farlo colla fona detta sua polenia e degli a-
mici suoi. B a noi ha conunesso, ove per voi non
si ubbidisca al suo buono e giusto proponimento,
che mettiamo la sua oste in sulle vostre porte e in-
tono alla vostra città , e che ivi tanto manterrà
quella, accrescendola e fortiicandola, continuamente
combattendo d^ ogni parte il contado e il distretto
del vostro comune col fuoco e col Cerro, e colle
prede de' vostri beni, che tornerale per vostro bene
a fare alla volontà sua. Udendo gli aaibasoiadori la
superba risposta del capitano e del suo oonsigHo,
non parve che luogo e tempo fosse di quivi stendera
più loro sermone : e però domandarono sicurtà fino
a Bologna per loro potere andare al signora di Mi-
lano, come aveano in commissione dal loro comune,
la quale il capitano non volle dara. E però si tor-
narono a Firanze , e spnosono a* signori e al con-
siglio quello eh* aveano avuto dal capitano dell* o-
ste per risposta delle loro nadMacialn, per la quale
r animo de* cittadini di Firenie crahbe più in disde-
gno che in paura^.
CAFITOLO DL
Cotne r otte si ktò da Pislota e puóieù a Campi.
Essendo stata 1* oste del tiranno otto di sopra
la città di Pistois, e mancata la speranaa d* avere
la terra, per la buona guardia e soUeoila che '1 di
e la notte vi faeeano^ i Fiorantini: e il somiglinttte
di Prato, nelle quali terra' erano le Ire parli deila
gente d* arme clw nllon* aveano i fwntHaà^
do la città di Firenie quasi rimasa sansa aiolo di
soldati forestieri, e non avendo capitano di guerra :
messer Giovanni da Oleggio eoi consiglio de' capo-
rali ghibellini eh* avea con seco, i quali stavano sol-
leciti a sentira il fallo del nostro comune^ e sea^
vsno essera dentro grande sospetto e poco oonni-
glio, e minora fona d' arme che in Pistoia e in Pra-
to, oon molte veiìsiaEuli suasioni mossoao* fl eepiteBO
subitasMnle a stringersi sopra Firenie colla sua oste:
il quale essendo nomo di grande ardire, e aaiaoso
contro a* Fiorantini , sentendosi accompagnato èn
molti buoni capitani di guerra, e dn cinqueaBla
buie, e da duemila altrì cavalieri, e seimila
diari a piede, non bene provveduto di vittnaglia,
sperando nel contado di Firenae ftfsene nbbottd«-
vole, oome mostralo gli era, a di 4 d* agosto del
dello anno subitamente levò il campo da Pialoia, •
per la alrada dritta e pioui sansa amato valiealn in
terra di Prato, condusse la sua oste in snll* nm del
vespere a Campi, Bromi e Perelola, iaiprowtoOv
non che a* Fiorentini, ma egfi uondni di qnelle villo
e contrade. Per la qnd cosa non poterono enmpnro
alcuna cosa. Inori che le persone, e di quello vi
rimaaono aassi. Il espilano per non eondneerni al
tardi, e perchè il hM>go era albergato e pieno d* o-
gni bene, fermò il caaqio a CnmpL Della viBn di
Campi e d* altra d'nitono raecolsono grano e hindn
e carnagione aaaai, e nu>lto' luaseriiie e letta do*
paesani : e intesone a starsi ad agio e a rinfiresonro
la gento di vivanda, della quale intorno a Pietoin
aveano sostenuto disagio. B dato 1* ordine ni enoh-
po di buona guardia di di e di notte, prawidono
cho ogni cavalcata cho si faeease verso la citte dì
Firenae avease riscossa di mSle oaralieri il meno. B
ineontanento eondnctarano a caraloare per lo piano,
predando^ e raccogliendo il beatiauM e la roba che
rimasa v* era sema Irorara ripara, e alcuna volta
si stesone iiiAno alle mae della dita di Firanno, I
Fiorentiai aentendo questa subita venuta dell* osto
sopra la ettlà, e la bahlanta presa d* aversi lasciato
dietra Pistoia e Prato, sbigottirono disordinatamene
to, non trovandosi forniti nò prawednli A riparo.
B i rettori del comune per lo fallo commesso del-
1* sbbandonata prawirione non sapeano che si fora;
e molto tomeano che fessone venuti cori baldansod
a istania de* loro cittadini d* entro. B in questa
contumacia e sospetto si stolta insino ohe msnife-
sto spparve per roperasione de* cittadini grandi e
popolani grassi, ohe caluno era in fede ai ano co-
mune: e levata la nebbia che teneva intenebrata ta
mento del popolo e del comune, presono più ardi-
re, e feciono trarra fuori i gonfaloni, e andarono
coli* arme alle porte, e focionle serrara di verso U
parto d* ond* erano i niadd ; e ordinarono guardie
' dd nottro eomtmt, edii. dtata.
* noi vi gowmiamo e reggiamo^ edii. citata.
' in jnà 9degno che prima^ edis. citata.
* ne faeeanOf «db. citata.
* nella gmU toro, edla. dtata.
I i caporaU ghiòMni dC irono al comm^Ko di
Oiooanm dm OUggiOf i gnaU Havamo totUeiti a
difèUi dèi MoKro eommné^ cosi Tarla ì* adia. dtata.
* pmr molH verinmili wtoBHro, odia, dtata.
* • eamaggiOf • moU$f «dia. eltaia.
* prtndmdOf lagga il T. Rkod.
^^^^^ww^B ^m w
DI MAnSO VILLANI
57
di baom cittadini, facendo il di e It aoUe tee bao-
na guardia. E araMrono le aura di ventiere, e le
più deboli parti feeiono afforxare per difendere la
città, che di mettere genie in campo a qaeir ora
non areano podere.
CAPITOLO X.
Con$e rotte ebbe ^an diféUi a Campi e a CalenMuo.
Avvenne, che stando V oste a Campi, per ma-
la provfiaione, tolto il bealiame eh' avrebbe dato
con ordine Inngamenle carne air oite, in pochi di
si alraiiò e eonsnmò. B in quello tempo era sfor-
malo ealdo e secco grande, e tolte le mulina di qnelle
contrade erano state sierrale e gaasie \ per la qoal
cosa, 'benché Toste avesse del grano, non ne polca
fare farine, ed erano in grande soffratta di sale. B
la viUoaglia di quel piano cominciò a mancare, e
quella che venia da Bologna per iscorla era spesso
in preda de* cavalieri ch'erano in Pistoia'. E per
questo avvenne, che in pochi di all'oste mancò il pane
e il sale : e non aveano che manicare, se non carne,
0 di quella anche poca, e oocevanla col grano, che
luina non aveano. E da ninna parte del contado di
Firene aveano mercato, e cavalcate non poleano
stendere in parte onde recare poteasono fornimento
.al campo, perocché tatto le ciroostanie aveano agom-
borato e rHotto nella città. Onde cominciarlo a sen-
tire bme, e il caldo li consumava e affliggeva forte
i corpi degli uomini ; e il maggiore sussidio eh' a-
vessono era V agresto e le frulla non mature : e
poco tempo v' aveano a stare, che sema essere con-
Iraalali da' Fiorentini venivano in ultima disperazione.
Onde il loro capitano e conducilori vedendosi a que-
sto perìcolo, diedooo voce di volersi strignere alla
città, e per foru valicare nel piano di San Salvi. 1
Fiorentini lemetlono di questo : e non trovandosi
gente d* arme da potere contradiare il passo a' ni-
mici, feeiono una tagliata dal ponte della porta a San
Gallo infine alla costa di Montoghi: e ivi misono
molti balesirìeri e popolo alla guardia, con ordine
di soccorso se bisogno fosse. L' altra voce diedono
di tornarsene per lo piano d* ond' erano venuti ver-
so Pistoia; i Pistoiesi per questa tema ruppono i
passi, e abbarrarono i cammini con fossi e con al-
beri. E per questo i Fiorentini più lemeano che
non valicassono nel piano di San Salvi, e per que-
sta cagione afforsarono di bertesche e di steccali la
rócca di Fiesole, e fecionla guardare ; e nondimeno
tallo il contado da luogo e d' appresso fedone
sgombrare da quella parto. I capitani dell' osto ve-
dendosi a cotanto disagio, non srdirono di strì-
gnersi più, alla città, ami levarono il campo, a di
11 d'agosto del detto anno, e traendosi addietro
si puosono a Calemano. I Fiorentini stimando che se
n' andassono, sonarono le campane del comune a
stormo ; e il popolo volonteroso a cacciare chi fug-
gisse s* armò, o alquanti mattamento sema ordine e
sema capitano mdrono delta eittà : ma sentondo che
* imptdita dalla gente eh* era in Pietoia, Bdb. citata.
i nimici non fuggivano, tosto ritornarono dentro
dalle mura. Ma di questo nacque la voce per lo con-
tado e scorse per tutto, che se n' andavano per U
Yaldimarina; e di stormo in stormo si mossone i
contadini scusa ordine o comandamento del comu-
ne, e occuparono le montagne sopra la Yaldimarina
d' ogni parte, e furono loro tanto innami all' ora
del vespero, che forto fedone tomere e maraviglia-
re i nimici, eh' aveano intomione di passare in Mu-
gello' per quella via. Come i capitani ebbono fermo
il loro campo sotto Calenzano in sulla Marina, fe-
done combaltore la pieve e certo fortezze ov' era
raccolta la viltoaglia de' paesani, e presonle a patti,
salve le persone: e anche presono il castello di
Calenzano, che non era murato né affossato^, e in
questa tonuta trovarono alcuno rinfrescamento. Fino a
quell' ora non aveano fatta alcuna arsione : stando
ivi, uno grande coneslabile tedesco si stese^ a Piz-
zidimonto^, e fuvvi morto da' villani ; e per questa
cagione vi cavalcarono e arsonlo, e appresso alcu-
na altra villa intorno a Calenzano. E feeiono prov-
vedere i passi per valicare in Mugello, eh* ogni al-
tro viaggio era loro, in stremiU del pane, più pe-
ricoloso assai a pigliare.
CAPITOLO XI.
Come % rettori di Firenze abbandonarono il passo
di Valdimarina.
La necessità delle cose da vivere, più l'un di
appresso l'altro già tornata in fame, strignea l'oste
del Biscione, che cosi si chiamava allora, a partirsi
del piaoo^, ove senza speranza di potorai allargare,
di pane erano affamati. I dltadini di Firenze, a cui
era commessa la provvisione della guerra, eh' erano
oltre a' priori e a'collegi didolto tra grandi e po-
poUni, aapeano bene il difetto eh* aveano i nemici,
ma non aveano capitano, e da loro non sapeano la
maestria della guerra ; conobbono per lo comune gri-
do, che agevole era a tenere loro il passo che non
entrassono nel Mugello per la Yaldimarina, che per
natura il luogo era stretto, e'passi aspri e forti, da
tonergli poca gento con loro sicurU da tutta V cale,
e ridono manifesto, che dove queata via Fimpedis-
se loro, e' convenia che si partiasono, tornando ad-
dietro da Pistoia sconciamente^. Ma la tema della vo-
ce che non passassono a San Salvi, ch'era quasi im-
possibile, fece al comune non riparare a qael pas-
so. Ma uno gentile acudiere alamanno, il quale in
quel tempo per lo comune era capitano in Mugello,
da aè medesimo commise a uno della casa de' Me-
dia, il quale era in aua compagnia, eh' andasse a
provvedere ai passo, e diegli dugento fanti e cin-
quanta cavalieri. La conunissione fu debole a cotanto
* dì vaUemre nel Mugdlo^ legge il T. Rieef.
* né difeeo, legge U T. Rieei.
' 9% itnnee, legge U citata.
* A Pinzi di Monte.
' del paeee, edisione citata.
' tomandoei addietro eeondammU per latria di Pietoia,
Edia. citata.
58
CRONICA
dito: nofidimeio m il dttadino fosse stato taloroso,
e avesse Toloto acqustare onore grande, molto age-
vole gli era a guardare quel passo ; perocché i Mn-
gellesi sentendo che il capitano mandava a goardare
quel passo, con grande animo di ben fare trassono
da ogni parte allo stretto ov*era venato il provve-
ditore. Ed essendo nel loogo , videro che il passo
si difondea senza dubbio, a grande sicarti de^difen-
ditori, per la forteisa naturale di quelle valli ; onde
conveniva all*oste de* nemici valicare, a piede e uo-
mo innanzi uomo, che a cavallo insieme non v^era
modo da poter passare. Ha il cittadino deputato a
quel servigio disse a*Hugelleai che gli conveniva es-
sere altrove, e quivi per ninno modo si potea ritenere.
Onde i MugeUesi ch'erano tratti coraggiosi aOa di-
fesa, vedendo come colui cui doveano avere per ca-
pitano a quella guardia si partiva, perderono ogni
vigore; e partito il capitano, tornarono a casa, e
cominciarono a fuggire il loro bestiame, e le loro
bmiglie e masserizie, maladicendo il comune di Fi-
renze e* suoi governatori, con giusta cagione della
loro fortuna.
CAriTOLO XII.
Come r oste del Biscione valicò U passo
di VaUUmarina e andò in Mugello.
I capitani dell^oste che si vedeano in gran bi-
sogno d'uscire del luogo dov' erano atreUi dalla fiei-
me, seppono di presente come il passo era abban-
donato da* Mugellesi, e però incontanente mandaro-
no innanzi masnadierì eletti, e buoni balestrieri a
prendere il passo : e senza arresto levarono i\ cam-
po a di 14 d'agosto del detto anno, e misonsi lo-
ro appresso. In sul passo erano rimasi alquanti fanti
del paeae, i quali di loro volontà attesono i ma-
snadieri de* nemici : e alle mani con loro, li ributta-
rono indietro '. Ha vedendosi pochi e senza soccor-
so, e vedendo i nemici che riempieano le coste de'
poggi e le valli d'ogni parte, abbandonarono il pas-
so; e i nemici di presente il presono, e l'oste senza
contrasto o pericolo valicò, facendosi grandi beffe
del comune di Firenze, parendo a catuno di servo
essere divenuto signore. E pensando alla villi ch'a-
vevano trovata nei Fiorentini, a non avere fatto te-
nere e difendere quel passo, e al poco provvedimen-
to che mostravano ne' fatti della guerra, crebbe la«
loro superbia. E poiché si ridono essere valicati aen-
za contrasto nel piano di Mugello, presono fidanza
d*essere signori di tutto il paese senza contrasto, e
quel di medesimo csvalcarono a Barberino, e a Yil-
lanuova. Barberino era forte e bene fornito alla di-
fesa, e molta roba v'era dentro raccolta delle vici-
nanze, ad intendimento di difendersi, tanto ch'aves-
sono soccorso de' Fiorentini Ma Niccolò da Barbe-
rino^ antico castellano e de' nobili di quella terra,
* e furono aUe mani con laro.rilmHandoU addietro. Ed.
dUU.
• Corrara Toce che questi non aolo si fosse appigliato
al tradimento quando e' èra vedato alle strette, ma che
avendo la fede eorroHa al comune' di Fi
n' andò al capitano deiroste* e sena oonsiglM dm'
suoi casCeUaBi, a suo vantaggio trasse pnito, o leadè
il castello a' neaùei; e aùsonvi la loro gsaHlin, o In
vittovaglia che v'era fece dare ail'oelo. Yfllawm» •
Gagliano, e Latera, e altre terre eircnatnnti, ohe mw
erano di gran fortezza, né giardale da gente d*i
per lo comune di Fireme, fecìono fl
to del capitano dell*oste, e dieronH fl mesenlo. Tro-
vandosi la gente aSaauta in paeae largo e dovìiio-
ao e pieno d'ogni bene, soggtoraanwo voiaatiori
più di, per prendere confòrto dello loro parsaas, •
a'ioro aninuili, che tutti n'avevano gran biaogno. Mn
chi ha ne'fitti detta gnem il leaapo da avnuaro^
e per riposo lo indugia, tardi fl ncqniaitt ; • eoel
avvenne a costoro per lo detto sogfiomo^ ooao
presso diviseremo.
CAFITOLO un.
Come il come di Momteearetti si rmbellò a*
$im e tenne ni cnpiinne.
11 eonte Tane di Honteearelli rompendo la
ce ch'avea eoi eomnne di Firenze, esoendo con gU
aKrì ghibellini collegato coU'aroivesoovo, avendo n
prima per inganno e per mala prowedema del en-
stellano ritolta a' Fiorentni la ròcca di Honleviva-
gui, nella quale en a guardia uno popolare figlinolo di
Piero del papa, il quale fu però condennato per tradi-
tore; come senti l'oste del Biscione nel Mugello, fo-
ce suo sforzo di cavalieri in piooolo numero, e in
persona con i auoi eompagai a cavallo o oon
gente fanti venne nell'oate* E in MonteearoUi
la guardia per l'arciveaoovo e le suo insegne ; e
tre che l'oste stette in Mugello fu a nisueare fl
mune di Firenze, e a dare fl mercato atfoele, e ri-
cetto in Montecarelli a'nemid del comune.
CAPITOLO XIV.
Come si fontà la Scarperin e il Bor^
Avvenne, come foste del tiranno fu vaHcnla nel
Mugello e dilungata dalla città, a' Fiorentini parvo
al tutto essere fuori di sospetto, e ritornò loro fl
vigore e la virtù dell'animo a eonsigNare e a prov-
vedere a'rimedii. E in queUo atante che l'oato ai ri-
poaava a Barberino, misono nella Scarperia Iacopo
di Fiore, conestabfle tedeaco, uomo leale e vrioroao,
il qnal era capitano del Mugello. E a costui dierono
dugento* cavalieri eletti di buona gente, e treceolo
masnadieri esperti in arme, de'quali quasi tutti i oo-
nestabfli furono Fiorentini, uomini di grande pre-
ansi per saa istigazione Foste avesse marciato contro quella
terra; perocché se avesse volato fure gli opportnni appa-
recchi, e rendere avvertiti a tempo i Fiorentini, gli sarebbe
stato fiioU cosa il respingere il nenUeo rotto dalla strada,
dalla fatica ed infiaoehito pel bisogno di vettovaglia. Dra^
' aeefufo la fede corta al ammf, T. Ried.
* $€nUndo U captiamo deWoiU, edia. eitata.
' aniocinquanUi, edii. dtata.
DI MAHEO VILLANI.
39
gio io fatti d*anne. E foinirono la terra di molta
Yittaaglia, e d^arme, e di baleitra, o di aaettaraento, e
di legname e di ferramenti, e d^ beoni maestri da
fere ogni difllcio da oflTendere e da difendere ; e for-
nita drogai cosa bisognevole per un anno, al detto
capitano e conestabile^ accomandarono la guardia e la
difesa di qnello castello. E per simigliente modo e
forma fornirono il Borgo a San Lorenzo, e Pnliccia-
tto, e altre fortesse. E mandarono «rmadnre, saet-
tamento e balestra, e ammonirongli di bnona guar-
dia, confortandogli che a ogni bisogno avrebbono
aiuto e soccorso presto dal comune. E gli nficiali
deputati alla prorrigione di quella guerra bì comin-
ciarono a proTTedere, e ad aocogliere gente di soldo
a cayallo e a pie quanti avere ne poteano, per in-
tendere alla difesa.
CAPITOLO XV.
Come Foste assediò la Scorpena*
Messer Giovanni da Oleggio, capitano dell* o-
ste, e il conte Nolfo da Urbino maliscalco, veduto
la gente rinfrescata, e presa forza e baldanza per
lo abbondante paese dove si trovarono, con le spal-
le di Bologna, onde potevano avere prestamente a-
iuto e favore quando bisogno fosse, pensavano sen-
za contrasto essere signori di tutto. E con que-
sta baldanza, a di 20 del mese d* agosto del detto
anno vennero colle schiere fatte sopra il castello del-
la Searperìa, e con loro s'aggiunsero^ gli Ubaldini
ch*erano con tutto loro sforzo nelf alpe, e più altri
ghibellini nemici del comune di Firenze. La Scarpe-
ria era a queli' ora debole terra di piccolo compre-
so : e non era murata, se non dair una delle parti ;
ma in qnello stare a Barberino, in molta fretta s* e-
ra rimesso il fosso vecchio e trattone la terra, e in-
nanzi a quello fattone un altro piccolo, e racconciato
Io steccato assai debole. I nimici vi furono d* intor-
no con tanta moltitudine di cavalieri e di pedoni,
che copriano tutto il piano ; e avendo da ogni par-
te circondato il piccolo castello, e fermi i campi lo-
ro, domandarono il castello a coloro che '1 guarda-
vano, dicendo come i Fiorentini non lo potevano soc-
correre né difendere, ma perocchò sentivano che
dentro v^erano di prod'uomini e virtudiosi d^arme, vo-
leano far loro grazia d*avergli per amici, dove ren-
dessono la terra senza contrasto : e che quando que-
sto non facesrono nel breve termine loro assegna-
to, gli vincerebbono per battaglia, e la vita non per-
donerebbono ad alcuno: e cosi era deliberato per
lo capitano e per tutti i guidatori deiroste^. Gli as-
sediati risposono, che voleano termine a rispondere
e che dopo il termine forebbono quello che la for-
tuna concedesse con loro onore. Furono domandati
da^capitani quanto termine voleano. Gli assediati ri-
sposono, che con loro onore non vedeano che po-
' eoniutahiU de' mamtadUrif edisione dtata.
* n T. Bicd : ioggUmatmo,
' era dit$mm<Uo ptf eapiUmi e per tutti i ecnducitori
dOVotU. Edii. dtata.
tesse essere meno di tre anni: e dopo il detto ter-
mine intendeano prima morire in su i merli, che di
quelli ne dessono nno si* nimioi : e di oosl franca ri-
sposta molto feciono maravigliare i capitani deU'oste
parendo che si mettessono a grande pericolo a vo-
lere difendere cosi debole castello, e da cotanta for*
za. E fatta la risposta, di presente s^ordinarono e di
dì e di notte a molta sollecita guardia, e a bnona e
a franca difesa ; e cominciarono a regolare la vita
di tutti, come se Toste vi dovesse stare due anni. I
nimici cominciarono prima ad assalirli con grossi ba-
dalncchi, per tentare iljoro reggimento, il quale tro-
varono sollecito, e maestrevolmente provveduto al-
la difesa.
CAHTOLO XVI.
Come i Fiorentini afforzarono Spugnole.
I Fiorentini, eh* al contlnovo raccoglievano gente
d*arme a cavallo e a piò al loro soldo, e sollecita-
vano gli amici d' aiuto, e avendo già accolto un poco
di gente, deliberarono d* afforzare Spugnole e Mon-
tegiovi per guardare le contrade di qua da Sieve,
e per dare alcuna speranza agli assediati della Sear-
perìa ; e ivi misono de^ cavalieri eh' aveano, e parec-
chie masnade di buoni e valorosi masnadierì. E al
Borgo a San Lorenzo crebbono gente d*arme : e come
crescea al comune gente d^arme per soldo o per
amistà gli mandavano alle frontiere de* nemici in Mu-
gello. Onde avvenne più volte, che per gli agnati
da catuna parte, e per le cavalcate de* nimici v*ebbo
di belli e di grossi assalti, ove si mostrarono ope-
razioni di buoni cavalieri e di franchi masnadieri.
Per questo avvenne che i nemici non ardirono a
valicara la Sieve colle loro cavalcate inverso Firenze.
E tutte le loro cavalcate di là da Sieve faceano grosse
di mille cavalieri, o di millecinquecento, o di duemila
per volta, e nondimeno erano continuamente percossi
alla ritratta, e assaliti d* agnati ohe si metteano loro.
E in questo modo si venne domesticando la guer-
ra, e gli uomini del paese cominciarono a pigliare
cuore e ardire, per modo che i villani si raccoglieano
insieme e nascondevansi a* passi ; e come i oavalierì
si stendevano alle ville gli uccidevano. B avvezzi
a questo guadagno dell* arme e de* cavalli, con molta
sollecitudine intendevano a tendere i loro agnati in
ogni luogo. E per questo modo uccisono de* nemici
grande quantità nel tempo che durò la detta guerra.
CAPITOLO XVIL
Come si difese PuUcciano di gr<xve battagUa,
Al castello di Pulicciano fuDno condotti per
certi ghibellini della terra in una cavalcata dnque-
cento cavalieri e quattrocento fanti, e non essendo
se non pochi terrazzani nella fortezza di sopra, ap-
pena la difesono ; i borghi di fuori araono e rubarono
e mandaronne il besUame e la preda nel campo. Sen-
tito questo a Firenze, di subito vi mandò il comune
cento fanti masnadierì alla guardia :i quali vi furono
60
CRONICA
totlo a gnn bifo^no, perocché quelli delfosle per
•edocimeato di qae* traditori del castello, e per coo-
forto dei aoldati ch^erano stati in qaella cavalcata, si
peasaroBO viaeere la forteua, che non era chiosa
di mora, ma da on debole e vile steccato, e avendo
qnella, sigaoreggerebbono nn paese forte e pieno
d^ ogni bene da vivere : e però ona nuittina per tempo
vi feciono cavalcare daemila barbote, e miUe fanti e
piti balestrieri. B gianti a pie del castello, i cavalieri
scesono de' cavalli, e con gli elmi e colle barbate
in testa si recarono^ con le braccia insieme, tenendo
r nno r altro ; e tra loro ordinarono i balestrieri,
e eoadnciarono da ogni parte a un'ora a montare
verso gli steccati. I terraszani arditi e fieri, oo*sol-
dati che v^ erano, si miseno francamente aUa difesa
colle bilestra ch^ aveano e consessi maneschi. La forca
de* nemici era grande, tanto che per forza oondassono
un loro coneatabile con la sua bandiera^ qoasi al pari
dello steccato : il qoale come si fermò con V insegna
per dare favore agli altri, tra con le balestra e con
le pietre lo traboccarono morto giù per la ripa. Non*-
dimeno i nemici con grave battaglia gli strìngeano
forte ; e qaelli del castello molto vivamente, senza rì-
poao, difendeano gli steccati, per modo che da messa
tene fino n messo di, che la battaglia era durata
senza arresto, i nemici non aveano potuto abbattere
nn legno del loro steccato. Per la quel cosa vedendo
i cavalieri la franca difesa di qne* villani, e già morti
alquanti di loro, e che il giorno era nel calare,
dispersti di quetf impresa, con loro vergogna si ri-
trassono della battaglia e tomaronsi nel campo, e
pia non tentarono di ritornarvi^
CAPITOLO XVUL
Come i Tarlati^ e i Paw di Vaidamo e gli UherUni
vomimmo m sul contado di Féren^e^efuronne cacciaii
far forui da' Fioreutimi,
Dair altra parte messer Piero de' Tarlati d'A-
rezzo in prospera vecc^ieaza, valicati i novanta anni
deUa sua età, e il vescovo d'Arezzo della casa de-
gli libertini, e i Pazzi di Yaldamo, non ostante che
fossono in psee col comune di Firenze, avendo do-
gentocinquanta cavalieri di quelli deirarcivescovo, e
aggiuntovisi uno de' conti d' Urbino e altri ghibellini,
mentre che Toste era in Mugello, con trecentocin-
quanta cavalieri e con dnenUla pedoni si misono da
capo predando il contado di Firenze e vennono al-
l'Ambra, e di là intendeano entrare nel Yaldarno
e venire a Fegghine. 1 Fiorentini, sdegnosi di que-
sti traditori, subitamente trassono dalle loro fron-
tiere cinquecento cavalieri, e commisono a cento-
cinquanta cavalieri ch'avevano in Arezzo che do-
vessono venire a raccozzerai co' nostri. B mossone
il popolo del Vaidamo, il quale con grande animo e
■ ti Ugaromo, T. Bied.
' frn^oia, edizione dUU.
' L* Olegglo non ritentò più innansl V impresa, e ben a
ragione. Scemate e apossate per Inngo assedio eran le
squadre; ferocemente risolati a morire i terrasaani} dato
tatto l'agio a' Fiorentini di sooeorrerU.
di buona voglia andava in quello servigio. D ooBn-
ne di Firenze si confidò al tutto in questa cavalcata
di Albertaccio di messer Bindacdo da Ricasoli, uomo
savio, prò' e ardito e buono capitano, se fosse stato ta
fede nel servigio del comune di Firenze : e benché
altri buoni cittadini fossero mandati in detto servi-
gio, a costai fu dato il mandato che in tutto fosse
ubbidito. La gente a piò e a cavallo che cavakavaao
di volontà, sopraggiunsono i nimici in sul vespero,
all'Ambra, in parte, che avendo voluto fare quello che
si poteva per la nostra gente, non ne campaya te-
sta che non fossono morti o presi : perocché la gea-
te del comune di Firenze era due cotanti, e nugliora
gente d' arme, ed erano nel loro terreno intorniati
dagli amici. Questo Albertaccio avendo parenUdo e
amistà co' detti nimici, portò infamia di non ne avere
servito il comune lealmente. In prima d' avere soste-
nuta la gente del comune parecchie ore a Montevardii,
che potea più infra '1 di avere occupati i nimici : ap-
presso, che quando Ih a loro non gli lasciò per la no-
atra gente badaluccare, per tenerti coni e ristretti ^e
non ai potessono provvedere: peroeohé non lasciò
porre la sera la cavalleria de' Fiorentini nel luogo
dove si poteva tórre la via a' nimici che andare
non se ne potessono quella notte. Come per li sa-
vi che v' erano con lui si provvedeva, nondimeno
per lo pieno mandato ch'avea dal comune, fu ub-
bidito ; ed egli mostrava di fare buona e franca
capitaneria, e di volere vincere i nimici aenza peri-
colo della sua gente; e però pnose quella sera il
campo in luogo sicuro a' suoi, e utile a' nimict 0
vero o bugia che fosse, infiimato fu d'avere dato il
tempo e fatto assspere a' nimici che si dovessono
partire in quella notici I nimici traditori del nostro
comune, vedendosi sorpresi a loro gran pericolo,
intesone con ogni sollecitudine, senza dormire, a cam-
pare le persone : e non tennono per una via ; ma
per diverse parti, nello scuro della notte, presono la
fuga molto chetamente. La nostra gente non fu or-
dinata a quella guardia, e però innanzi che il capita-
no facesse armare il campo, i nimici erano pih di
sei miglia dilungati. Allora si strinsono ove la sera
aveano lasdati i loro avversari, e ninno ve ne tro-
varono: onde la infamia crebbe al capitano per lo
fatto ; e il ripitio fu grande tra i cavaUerì soldati e
il conducitore, eh' avea tolto loro quella preda per
mala condotta. B la gente che v'era d'Arezzo, forte
sdegnata di questo tradimento che parve loro avere
ricevuto, ai partirono senza lioenza del capitano, con
centodnquanta cavalieri, eh' aveano per loro guardia,
di Fiorentini, e tomaronsi ad Arezzo.
CAPITOLO XIX.
Come Busiaccio entrò e rendo la Badia a Agnano.
In quella notte Bustaccio degli libertini ai ri-
dusse con parte di quella gente a piede e a caval-
lo nella Badia a Agnano, la quale era moKo forte e
bene guernita. La cavalleria de'Fiorentini riausa eoa
* Nlnn altro storico di qne' tempi dabitb dalla perfidia
d' Albertacdo.
DI MATTEO VILLANI.
61
TergogM deHa partita de* nemici, sentendo come Bn-
slaceio era rìcoTerato in quella Badia, cavalcarono là
e trovaronlì raoohinai, e ordinati alla difesa di qdella
tenuta* Il capitano per volere ricoprire sua infamia,
Yolea combattere la fortesza. I conestabili de' cava-
lieri, stretti insieme, dissono eh* erano stati ingan-
nati, e per baratto aveano perduta la preda de' ni-
mici fuggiti ; e però non intendeano combattere se
prima non fossono sicuri della preda, se per patto
si lasdassoao i nimid partire. B in fine ne furono
in concordia, d*avere fiorini cinquecento d*oro, co-
me che i nimid si capitassono. E di presente com-
battendo certo borgo il vinsono. Poi combattendo
la Badia furono ributtati a dietro, e perderono tre
bandiere, eh' erano in sulle case, le quali i nimiei
presono, e per paura del passo ove si trovavano le
locare ritle in sull'altare maggiore della Badia. I ca-
valieri aontaii delle loro bandiere prese, d'uno ani-
mo si disposero per forza a vincere la badia, e
sarebbe venuto fatto loro, ma non senza grande dan-
no, perchè dentro v'erano buoni guerrieri. E però
innanzi che alla grave battaglia si venisse, il Roba
da Riccasoli, allora discordante per settaJ'Albertacdo,
volle parlare con quelli dentro, i quali stavano in
gran paura : e parlato loro, di presente s'acconcia-
rono a rendere la Badia, potendosene andare salvi,
le persone e i cavalli e Tarme. E presa per lo me-
no reo partito la detta concordia, e data la fede, i
nimid Mi partirono, e la fortezza e le bandiere s'eb-
bono senza vergogna del comune, e i conestabili
vollono i fiorini cinquecento d'oro a loro promessi
CAPITOLO XX.
Come Parcheicavo tentò i Pi$ani di guerra
centro a' EiorenHnk
Stando V oste intomo alla Scarperia e dando
opera i capitani a far fare difidi da traboccare nel-
la terra per rompere le torri ejnura, e gatti e al-
tri ingegni di legname per vincere la terra per bat-
tala, e i Fiorentini d' accogliere gente d' arme e
d'avere capitano per poterla soccorrere, l' arcivescovo
non restava di tentare i Pisani dalla sua parte in co-
mune e in diviso che rompessono pace a' Fiorentini,
con intensione di mandare messer Bernabò da quella
parte con duemila cavalieri ad assalire co' Pisani inde-
mit il nostro comune, e faceva loro grandi promesse.
I GaadNicorti, a cui segno il comune di Pisa si go-
vernava, non vollono rompere la pace: nondimeno
r ardvescovo, avendo favore dentro, e consiglio^ del
modo che avesse a tenere di muovere il popolo
naturale nemico de' Fiorentini, elesse una solenne
ambasdata, fornita d'autorità di savi uomini, e man-
dogli a Pisa: e giunti là, e sposta la loro ambasdata con
molte suadevoli ragioni, i Pisani, astuti, per pigliare
oonsigUo del tempo, dinono di rispondere all' ar-
civescovo per loro ambasdadorL E incontanenle gli
mandarono a ffilano, imponendo loro, che delia vo-
lontà dell'ardveseovo non si rompessono% ma trai-
quillassono il fatto. E in questo mezzo prowidono
pii^ riposatamente sopra il partito, e conobbono che
rompere pace al comune di Firenze non tornava in
loro utile : che se Tardvescovo prendea signoria in
Toscana, era loro soggezione e danno; e segreta-
mente fedone quello sentire a tutti i confidenti di
quello stato, buoni cittadini. L'arcivescovo avveden-
dosi del modo che con Ini tenevano coloro che go«-
vernavano la terra, li credette ingannare, per lo favore
oh'avea nel popolo, con molti altri otltadioi; e non
ostante che avesse gli ambasdadori pisani in Milano,
fece maggiore e più solenne ambasciata a* Pisani : e
commise loro, che in parlamento esponessono la sua
ambasciata e domanda, come detto gli era, spa-
rando che a grido di popolo avrebbe la sua inten-
zione contro a' Fiorentini. E come giunti furono in
Pisa senza sporre alcuna cosa a' rettori del comune,
addomandarono loro di volere il parlamento, e ri-
sposto fu loro di farlo adunare volentieri a certo
giorno. Onde gli ambasdadori furono contenti ; e
incontanente feciono a tatti i cittadini, con coi a-
veano conferito loro consiglio, dire che venissono
al parlamento. E bandito e sonato a parlamento,
come ordinato fu, si ragunò il popolo nella chiesa
maggiore in gran numero, ove furono tatti i dtta-
dini che temeano di perdere la loro libertà e il loro
alato. Gli ambasciadori ammaestrati in udienza di
tutto il parlamento, con molto ornato sermone, ri-
cordando i servigi grandi, per la casa de' Visconti,
fatti al comune di Pisa,, e come gli aveano onorati
e aggranditi sopra gli altri ^ cittadini di Toscana, e'
raccontarono per ordine la mala volontà che i Fio-
rentini aveano verso di loro, e l'ingiurie che altro
tempo inimichevolmente aveano loro fatte, e inten-
deano di fare, quando si vedessono il destro, mostran-
do loro come ora era venuto il tempo nel quale il lo-
co signore intendea d' abbattere in todto lo stato e
l'arroganza de' Fiorentini loro antichi neaud, e ape-
gnere la parte guelfa in Italia. E a dò fare avea mossi
tutti i ghibellini di Lombardia e di Toseana, e di Ro-
magna e della Marca, come per opera era loro ma-
nifesto. La quel cosa oonosduta per loro, ch'erano
capo di parte ghibellina in Toscana, molto doveano
essere contenti di poter fore in cotanta loro esalta-
zione la volontà del loro signore, la quale e* do-
mandava eofi tanta istanza a quello popolo. Essendo
uditi attentamente, d pensarono a grida di popolo
avere impetrata la loro dimanda ; ma la cosa andò
tutt' altrimenti, per la provvisione de' savi dttadinf ,
li quali si ritennero in silenzio in qudlo parlamento,
come per loro fa provveduto. E quando gli amba-
sdadori l'uno dopo l'altro abbono detto e confermato
loro sermone, pregarono gli ambasdadori che d at-
tendessono alquanto, e tosto risponderebbono di co-
mune consentimento alla loro ambasciata, e cod si
trassono del parlamento. E usciti gli ambasciadori,
gli anziani fedone la proposta che si consigliaase se
il comune di Pisa dovesse rompere pace a' Fioren-
^if ^%%^ loro 9iXoìd e loro vicini, o no ; e levatosi
alcuno a dire in servigio dell'ardvescovo, molti più,
é' c<m9i§\ih. T. Blocl. ' non ii pwritttenCf adla. alt. | * gli eeétmo riguerieU itpta g/U aM, adis. altatai
M
CR(WICA
i maggiori cittadini, si levarono a dire come gran-
de male e vergogna del loro cornane sarebbe, a-
vendo ferma e bnona pace col comune di Firen-
ze, a romperla contro a ragione, in perpetua infa-
mia del loro cornane. B fatto il partito, fa vinto che
pace non si rompesse a* Fiorentini. Gli ambascia-
dori, già preso sdegno per T uscita del parlamen-
to, avvedendosi dove la cosa riuscirebbe, sensa at-
tendere se n* erano andati air ostiere. E quando
gli snaiani mandarono per loro per fare la riapo-
sta del parlamento, sentendo che non sarebbe quel-
la eh* e* voleano, non vi vollono andare, e sensa
prendere comiato montarono a cavallo e tomaronse-
ne a Milano. 1 Pisani si scusarono saviamente all*ar-
oivescovo, perchè non stosse indegnato, e mandaron-
gli dugento cavalieri, che mandar [gli doveano per
loro convenienza alla guardia di nilaao. Allora ven-
ne meno ali* arcivescovo la maggior speranza che a-
vesse di potare vincere i Fiorentini. Il comune di
Firenze cercava in questo tompo d* avere capitano
di guerra che guidaise la sua gente, che al con-
tinuo la cresceva ; e avendo mandato a molti Tde-
zione con grande salario, tutti la riiutavano per pau-
ra del potente tiranno : nondimeno il comune pen-
sava d^atarsi con la capitaneria de* suoi cittadini. E
avendo Toste cosi grande in Mugello, non pareva
se ne curasse, e nella citta catuno faceva la sua mer-
catanzia e sua arte senza portare alcuna arme; e
continovo facea rendere ai cittadini i danari del mon-
te : e sapendo questo i nimici, forte se ne maraviglia-
vano, e molto n*abbassarottO ta loro superbia.
CAPITOLO XXI.
Come Poste deliberò combaUere la Scorpena,
Onando i oondocitori delfosto seppono che il
comune di Pisa non voleva rompere pace a'Fioren-
tini, e come alcano trattato eh* aveano in Pistoia
era scopeHo, con tetta la loro intenzione si rivolao-
no alla Scarperìa, e quella eominciarono a tormen-
tare con percosse di grandissimi dificii, che il dì
e la notte gettavano nel piccolo castello grossissi-
me pietre, le quali rompeano le case d* entro e le
mura e le bertesche gettavano a terra. E ogni dì
laccano aesalto loro alla terra: onde gli assediati
per te oontinova guerra^ e per la aoUecita guardia che
conveniva loro fare il dì e la notte alla difesa, e-
rano infieboliti, e pensarono che aenza soccorso di
fitori 0 aiuto di masnadieri freschi poco potrebbono
sostenere : e però scriveano a* Fiorentini per loro fan-
ti tedeschi, che si mescolavano con gli altri Tede-
achi di fuori, che avacciassono il loro soccorso. I
Fiorentini erano in ciò assai solleoiti, e già aveva«-
no al loro soldo accolti milleottocento cavalieri, e
tremilacinquecento masnadieri a piedi de*baoni d* I-
talia, e dugento cavalieri aveano da* Senesi, e sei-
cento n*attendeano da Pemgia, i quali erano a cam-
mino ; e avendo ordinato d*uscire a campo con que-
sti cavalieri, e con grande popolo, a petto a* nemici
sopra il Borgo a Clan Lorenzo, luogo detto a San Don-
nino, ove erano forti per lo sito, e con le spalle
al Borgo a San Lorenzo da potere strignere e dan-
neggiare i nemici, eh* erano assai di presso o data
vigore e baldanza agli assediati della Scarperk : ed
essendo ogni cosa provveduta, attendendo i oavalierì
perugini per uscire fuori, n*awenne k fortuna cte
appresso diviseremo.
CAPITOLO XXU.
Come % Tarlati sconfissono i cavalieri de'*PerugmL
In questi dì, del mese di settembre dd detto
anno, era giunto a messer Piero Saccone do* Tarlati
in Bibiena, mandato dal tiranno, il doge Riaoiéo
Tedesco con quattrocento cavalieri per incomiocttfe
più furto guerra a* Fiorentini nel Valdamo. lo i|ao-
sto stante, messer Piero molto avveduto, sooU che
seicento cavalieri, buona gente d* arme, che *l io—
ne di Perugia mandava in aiuto a* FiorentiBl, enato
in cammino, e venivano baldanzosi senza sospetto,
e la sera doveano albergare aU* Olmo fuori d* Areo-
zo a due miglia. Avendo messer Piero il certo del
fatto, col doge Rinaldo insieaw con qnattroeento ca-
valieri e con duemila fanti cavalcò la notte, e càe-
tamente ripose i fanti nella montagna sopra P Ol-
mo, per averli al suo soccorso nel fatto ; e la aaai-
tina per tempo co* suoi cavalieri e col doge Biaaldo
assalì la cavalleria di Perugia, che la maggior p«ie
era ancora per gli alberghi ; ma quelli eh* erano
montati a cavallo èì cominciarono fFàncameato a di-
fendere. E già aveano tra loro messer Piero, die
s* era messo molto innanzi nella via ov' era la bat-
taglia, prigione, con più altri de* caporali in aaa
compagnia. E se in quello assalto gli Aretini fos-
sono stati favorevoli ad aiatare gli amici del co-
mune di Firenze, come doveano , tutta la gente di
messer Piero rimaneva presa per lo stretto laogo
dove s* erano mesai. Ma usciti d* Arezzo i Braa-
dagli con loro seguito, che allora erano i auig-
giori cittadini, intesone a campare messer Piero con
gli altri prigioni che i cavalieri di Perugia avoaao
ritenuti, come gento che aveano T animo oorrotto
alla tirannia della loro città, come poco appfreaso
dimoatrerò. Campato messer Piero e* suoi, gli Are-
tini si tomsrono dentro senza aiutare que* di fe-
rugia, o dar loro la raccolta nelta città. In qneato,
messer Piero e^ suoi ripresone ardire, e fecdoBe
scendere della montagna i fanti loro, traboccaado
addosso a* Perugini con smisurato remore : i qoali
non vedendo essere soccorsi, né avere ricolta, aoa
poterono sostenere ; ma chi potò fuggire eanpè, e
gli altri tatti furono presi nelle vie e negli aS>er-
ghL Messer Piero, raccolta la preda dell* armo, e de*
cavalli, e de* prigioni, senza esser contraatoto dagli
Aretini, sì raccolse colla sua gento a sulvamento,
menandone più di trecento cavalieri prigioni, e vea-
tisette bandiere cavalleresche, e trecento cavalti ; e
giunto in Bibiena con questa vittoria, i cavalli e
1* armi e 1* altra roba partì a bottino, e i cavalìerì
prigioni poveri e mendidii lasciò alla Cade. A* Fio-
rentini levò V aiuto e ta spersnza d* uscire a campo
al soccorso deHa Scarperia, come ordinato era, e
a' Dimici diede maggiore baldanza di vincere il ca-
•tello.
DI MATTEO VILLANI.
63
s?
CAPITOLO xxm.
Come % Fioreniim procuraro di mettere gente
nella Scarperia,
Veggendo i FioreotiDi mancalo disarveotorata-
mente V alato de' Peragini, e cresciata baldanza ai
nimici per quella vittoria di meaaer Piero Tarliiti,
perderono al tutto la aperanza del campeggiare, e
quelli eh* erano assediati addomandavano soccorso
più sollecitamente. Avvenne che uno valente cono-
stabile della caia de^Visdomini di Firenze, che aveva
nome Giovanni, con grande ardire elesse trenta com-
pagni aperti in arme, buoni masnadieri, e una notte
si mise nel campo de* nimici, e per meuo delle
guardie, non pensando che gente de* Fiorentini si
mettessono tra loro, virtuosamente si misono nella
Scarperia ; la qnal cosa fu agli assediati alcuno con-
forte, e più per la persona del valente conestabile,
ohe per la sua piccola compagnia, a cotanto bisogno,
quanto aveano di e notte per gli assalti continovi
de' loro nimici. E i condueitori delP oste avendo
sentito r entrata di que', masnadieri nella Scarperia,
la feciono più strignere e più guardare il di e la
Botto. E tentato i Fiorentini per più riprese di met-
tervi anche gente, e non trovando per niuno pres-
so il modo, un altro eoneatabile cittadino di Firen-
ze della casa de' Medici, di grande fama tra gli
nomini d* arme, per accrescere ano onore si fece
dare cento fonti masnadieri a sua eletta, e avendo
eon aeco ano della Scarperia che sapeva Tore delle
vegghie deUe guardie, e le loro vie, presono il cam-
mino di notte per V alpe di verso quella parte don-
de meno si potea temere per quelli dell' oste, con
li insegna levata co' suoi compagni stretti si mise
arditamente per lo campo, dirizzandosi verso la
Scarperia^. E in sa V entrata del campo le guardie
B* awidono , e levato il romore , venti di quelli
fanti rìnuiaono addietro, e non poterono ristrignersi
co* compagni, e tornaronsi nell' alpe, e camparono :
e il eoneatabile con ottanta compagni aanza fare ar-
resto, innanzi ohe i nimici il potessono occupare
con la loro fona, aano e aidvo co* suoi compagni
entrò nella Scarperia ; e cosi per virtù di due co-
DeatabiU fa fornito quello castello dì quello che a-
Teva maggiore bisogao» E per qoeato soccorso gli
aaaediati preaono cuore e aperanza ferma della loro
difesa; e tra i capitani dell'oste n'ebbe ripitio e
grande aospetlo, temendo che gli Ubaldini non gli
avesaono condotti, ma niana colpa v* ebbono. E ao-
pfaatando alquanto allo infestamento de* niouoì so-
pra questo castello, ci occorre alcune altre materie
a eni ci conviene dare luogo per debito del nostro
trattato, e appresso ritorneremo con più onestà alla
presente materia.
' Ciò fa fi so agosto del 1861.
CAPITOLO XXIV.
Come la reina Giovanna si fece scusare in corte
di Roma,
Come addietro abbiamo narrato, quando l' ac-
cordo si fece dal re d^ Ungheria al re Luigi, ne'patti
venne fatta la commissione nel papa e ne* cardinali
per catuna parte: che se la reina Giovanna si tro-
vasse colpevole della morte d' Andreasso suo ma-
rito, fratello del re d' Ungheria , eh' ella dovesse
essere privata del reame; e dove colpevole non si
trovasse, dovesse essere reina. A questo patto ac-
consen^ il re d' Ungheria, più per 1' animo che avea
di tornare in suo paese, che per altra buona volontà
che di ciò avesse ; e però la commissione fu avvi-
luppata più che ordinato o spedito libello: e non
vedendo i pastori della Chiesa come onestamente
potessono deliberare questa cosa, la dilungarono.
Essendo lungamente gli ambasciatori di catuna parte
stati in corte senza alcuno frutto delPaltre cose com-
messe per li detti re nella Chiess, vedendo che questo
articolo non terminandosi portava infamia e perìcolo
alla reina, con ogni studio vollono che il suo pro-
cesso si terminasse. E perocché assoluta verità del
fatto non poteva scusare la reina, levare il luogo
della dubbiosa fama proposono; che se alcuno so-
spetto di non perfetto amore matrimoniale si potesse
proporre o provare, che ciò non era avvenuto per
corrotta intenzione o volontà della reina, ma per
forza di malie o fatture che le erano state fatte,
alle quali la sua fragile natura femminile non avea
saputo uè potuto riparare. E fatta prova per più te-
stimoni come ciò era stato vero, avendo discreti e
fsvorevoli uditori, fu giudicata innocente di quello
malificio, e assoluta d'ogni cagione che di ciò per
alcun tempo le fosse apposto, o che per innanzi le
si potesse apporre di quella csgione : e la detta
sentenza fece divulgare per la sua innocenza ovun-
que la fede giunse della detta scusa.
CAPITOLO XXV.
Come i GenofDesi e i Veneziani ricomnciarono
guerra in mare»
Seguita di dar parte, intra le italiane tempeste
della terra a quelle che in que' tempi concepute ne*
nostri mari Tirreno e Adriatico da superbe presun-
zioni di due comuni, in Grecia e poi nelli stremi
d'Europa partorirono gravi cose, come, seguendo
nostro trattato, si potrà trovare. I Genovesi infestati
dalla loro alterezza, ricordandosi che i Veneziani
r anno passato avevano soperchiato in mare le un-
dici loro galee, avvegnaché per 1* aiuto de* loro di
Pera si fessone felicemente vendicati, vollono per
opera mostrare loro potenza a' Veneziani, e per co-
mune consiglio, essendo a quel tempo catuna casa
de' loro maggiori cittadini tornata con pace in Ge-
nova, ordinarono di fare armata, la quale fosse for-
nita per più eccellente modo che mai avessono ar-
mato. E comandarono a' grandi e a' popolani marca-
64
CRMIICÀ
tanti, 0 agli artefici mioori e ad ogoi maniera di
gente, che dì dne l'ano a* acconcìasaono ad andare
in queir annata; e aimigliante comandanaento feciono
fere per tolta la loro riviera: e cerio la Yolontà
Tinae il comandamento, che pib volentieri à* accon-
ciavano d' andare die di rimanere. I corpi delle
galee fiirono per nomerò aeaaantaqoattro, e ammira-
glio fa fatto meaaer Paganino Doria ; i aopraaaa-
glienti furono aopra ogni galea doppii, armati nohO-
mente, e doppii i baleatrìerì e i galeotti, tutti for-
niti d* arme, e tutti ai veatirono per compagne chi
d^ un* aaaiaa e chi d^ an^ altra ; e comandamento eh-
bono del loro comune d^ abbattere la forza de* Ve-
neziani in mare « in terra giusta loro podere : e
fomite le galee di panatica e di ciò che arcano bi-
aogno, e pagati per ordine di mercatonzia e' dazii,
•enza trarre danari di comune, per aei meai, del
meae di luglio, gli anni di Cristo 1351, si partiro-
no da Genova, ed entrarono nel golfo di Yinegia fa-
cendo danno assai a' navigli ed alle terre de' Vene-
ziani, e senza lungo soggiorno ai partirono di là e
andaronne air isola di Negroponte. I Veneziani non
provveduti della subita armato de* Genovesi, aveano
mandato venti loro galee armato in Romania, le
quali erano nell* Arcipelago, deUe quali i Genovesi
ebbono lingua, e seguitandole, le aopraggiansooo al-
r iaola di Scio : ' le quali vedendosi di presso V ar-
mato de* Genovesi con la paura aggtnnaono forza ai
remi; e avendo aiuto d* alcuno vento alle loro vele,
essendo seguitato da* Genoveat, fuggendo le dieics-
aetto ricoverarono nel porto di Candia, e le tre pre-
aooo alto mare per loro scampo.
CAPITOLO XXVL
Come V armaia genovese andò a Ne^eponie
e assediò Ca$uUa^ e quello che ne segni,
V armata dtf Genoveai aeguendo quella de*Ve-
neziani ginnsono a Negroponto, ove i Veneziani con
grande atudio 0 paura erano arrivati 4 e avendo dai
terrazzani aiuto, appena aveano compiuto di tirare le
loro dkiaasetto galee in terra, laaciando le poppe
in mare per poterle difèndere, e in aringo 1* aveano
messe V nna a lato ali* altra a modo di bertesca per
potorie meglio di torre difendere; ove giunta Far-
Bwta de* Genovesi, senza amato Tasaatfrono con
aapra e folta battaglia; e preae l* avr^bono, ae non
fòaae che tutti gli nomini d* arme di quella terra fu-
rono alla loro difesa, e a guardare la marina che i
Genovesi non potossono scendere in terra : e in
quello assalto la feciono ai bene, ohe i Genovesi ai
avvidono per forza non poterle guadagnare né acen-
dere in torre nel porto: e però presono loro con-
siglio d* assediare la citta di Candia per mare e per
terra, e procacciare di Pera e dell* altre parti di
loro amici legni grossi, e gento e dillcii di legname
per combattere e vincere la terra, ae per loro vir^
to e forza fortuna V aaaenliaae. B allora laaciaroDO
guardia delle loro gatoe aopra il porto, e con I* al-
tre girarono alquanto, e misono in terra loro eaaa-
pOi attendendo gento e fornimenti che proeaeeitvMio
, per combattore ta terra ; e qne* dentro a' affonn-
vano alla difesa , e di e notto intondeano a Care
buona guardia, avendo mandato a* Veneziani per loro
soccorso,
CAPITOLO xxvn.
Come i Vetteùsmi feeiono lega etf CataUsni^ e di
nnoeo armarono cmquasUa galee.
Stando V armata de' Genoveai per nmre e per
torre all*aaaedio della citta di Candia, il coaume di
Vinegìa ebbe le novelle; ed eaaendo tanti loro gras-
di e buoni cittadini, e le toro galee e ta toro^ttà
aaaediata , ebbono grande dolonu nondimeno con
franco animo detiberarono di fare ogni loro afono
per aoccorrerli: e ricercando ta gento ohe allora
potoano fare di loro distretto, non trovarono cèe
bastasse a potare fornire loro aroMito, tonto era mas-
cata per la passata mortalita; e però eleaaoao di loro
cari cittadiai solenni ambasciadori, ì qnali naaad»-
rooo prima a Pisa, e appresso in Catatogna, per re-
carli a loro lega, e averli in loro aiuto, eoa ogni
largo patto che voleasono : e di ciò diedono agli
ambasciadori piena liberta e Italia, con ispendio di
grande somma di moneta. I Pisani essendo in pace
co' Genovesi, avvegnaché poco a* aauMaaono^ per
promesse o patto che foaae offerto l(m> non si vol-
lono muovere contro a* Genoveai, bm alquanto pie
■che*f consueto s*inaaùcafono*een lons rwerenio
grazie da* Genovesi per la fede mantenuta a ^ael
punto. 1 Catalani per grande odio che aveano a*Ge-
novesi, per inginne e danni ricevati da loro ib BMre,
di presento s* allegarono co* Veneaiaai, e proaaisono
di dare armato di loro «omini qnelle galee ohe i
Veaesiani voleaaono, dando i Veneziam loro i oeipi
delle galee e i debiti eoidi a'GatalanL E fama la
lega, i Veneziani incontanento ndsono 11 banco, e
coanaeiarono a aerivere e a aoldare la gente;, e bmui-
dareno a Venezta che vi aundaaaono i corpi deUe
galee e* danari, i quali eenza indugio vi aumdaroao
ventitré corpi di galee, e danari aaaai, e fecìonle
armerò di buona genie. I Veneaiaai a Veaezia pre-
atamento n* armarono ventiaetto; e mentre ohe Tar-
mata si facea in Catalogna e a Veneaià, i Venezinni
mandarono nn» galea aottile bene annata a portare
novelle del loro grande loeeecao, e mandarono in
quella danari per fare apparecchiare to galee eh* e-
rano là, che di presento al tempo detta veneto della
loro annata foaaono apparecchiato, aieehé eotttra ai
loro nimici foaaono pia poaaentL Qneato gnlea per
acentro di fortuna a'aMmtta in nna galea di Genovesi, e
combattendo inaieme, U veneziana fu vinto e presa
in segno del faterò danno. 1 Genovesi ebbene i da-
nari, e le lettere e V avviao dell* armato de' Vene-
ziani e de* Catalani per potorai provvedere ; il cor-
po della galea eggiunaono alle loro, e gli nonitoi
ritonnono a prigioni, con gran feata di questa av-
ventnra.
DI MATTEO VILLANI.
65
CAPIT9L0 XXVni.
Come la imperairice di CosiantmopoU col figliuolo
si fuggì in Salonicco,
AvTeDne che in questi medesimi tempi che Tar-
mata de^ Genovesi era a Negroponte, che Mega Do-
mestico, del lignaggio imperiale, il quale si faceva
dire CantacDzeno, cioè imperadore^ essendo rimaso
balio del figlinolo dell' imperadore di Costantinopoli
a cui snccedea V imperio, governava tatto per lui,
gli die la figlinola per moglie, ingannando la giova-
nezza del ano pupillo, senza consentimento della
madre. L^ imperatrice sentendo quello che Mega Do-
mestico avea fatto, prese sospetto, e fatto le fu ve-
dere che '1 figlinolo sarebbe avvelenato, perchò l'im-
perio come era in guardia rimanesse libero al detto
Mega, balio delP imperio e del giovine : onde T im-
peradrice col figliuolo, di furto e improvviso a Mega,
a* erano foggiti di Costantinopoli ; e andati nel loro
reame di Salonicco, ivi mostrando manifesto sospetto
del balio deirimperio, si dimorarono in grande guar-
dia. E Mega Domestico, come ò detto, vedendosi
rimaso nella forza delF imperio, si fece dinominare
imperadore : e senza fare guerra al giovane, si for-
tificava neir imperio, e aveasi confederato T amisti
de* Veneziani. L* imperadrice avendo sentita V armata
de* Genovesi a Negroponte, mossa da femminile fu-
ria e sprovveduto consiglio, mandò a trattare co'Gc-
novesi , in cui prendeva confidanza, perocché era
figlinola del conte di Savoia, assai presso di vici-
nanza a' Genovesi, e sapea eh^ elli erano nimici dei
Veneziani, amici di Mega Domestico suo avversa-
rio, n trattato fu fermo co* Genovesi, e le promesse
farono grandi ove rimettessono il figliuolo in signo-
ria deir imperio di Costantinopoli. I Genovesi per
questo si pensarono di passare il verno alle spese
deir imperadrice, e abbattere molto della forza de-
gli amici de* Veneziani, e d* essere piii agresti e
pili forti oontro alla loro armata ; e però ai dispuo-
iono a lasciar V assedio con loro onore, ove poco
profittavano, e a prendere il servigio dell* impera-
drice. Lasceremo al presente questa materia per ri-
prenderla al ano debito tempo, e torneremo a* fatti
di Firenze.
CAPITOLO XXDC.
Come la Scarperia sostenne la prima baitaglia
dal Biscione,
Tornando alF assedio della Scarperia, il capi-
tano deir oste col suo consiglio vedendo che la
Scarperia era fornita per la sua difesa di valorosi
masnadieri, e che dentro era bene fornita di vit-
tnaglia, e sentendo che i Fiorentini non si curava-
no di loro, e continovo accresceva loro forza, ed
essendo mancata la ferma de* loro soldati : per non
partirsi con vergogna di non avere vinto per forza
uno piccolo castello, rifermarono i loro cavalieri; e
avuti danari dell* arcivescovo, tatti gli pagarono, e
promisono paga doppia e mesa compiato a coloro
Vaxkni ÌLj (Vpftieat VCL. n.
che combattendo vincessono la Scarperia. D tempo
era già alPentrata d'ottobre, e la vittuaglia cominciava
a rincarare; e questo pìii gli spronava a volere vincere
la pugna. I dificii da combattere la terra erano ap-
parecchiati, scale assai, e grilli e gatti e torri di
legname, le quali aveano condotte presso al castello
al tirare della balestra, o poco più. E cosi appa-
recchiati, una domenica mattina, ordinati i combat-
titori, da più parti con molti balestrieri assalirono
il castello, e conduceano i dificii e le scale alle mu-
ra con gran tempesta di loro grida. Quelli del ca-
stello ordinati dentro alla difesa co* loro capitani, si
teneano coperti e cheti, e lasciarono valicare i ni-
mici il primo fosso e entrare nel secondo, che non
V* avea acqua, e accostare molte scale alle mura
innanzi che si movessono : allora dato il segno da*
loro conestabili, con grande romore sollecitamente
cominciarono dalle mura a percuotere sopra i nimici
colle pietre, lance e palli, e a traboccare loro le-
gname addosso ; e i balestrieri saettare da presso e
da lungi senza perdere io vano i loro verrettoni. In
questo primo assalto feriti e magagnati assai di
quelli che s* erano accostati alle mura e agli stec-
cati per forza ne furono dilungati : nondimeno i ca-
pitani per straccare di fatica quelli delle mura, ri-
mutavano spesso la loro gente dalla battaglia, rin-
frescando gente nuova, e non lasciando prendere
lena né riposo a que* delle mura e della guardia
degli ateccati ; ma i franchi masnadieri si difendeano
virtudiosamente, avendo in dispregio il riposo, e
confortando 1* uno 1* altro per modo, che per forza
né per rinfrescamento di loro battaglia, da innanzi
terza ali* ora di nona, per molte riprese di battaglie
non ebbono podere d'accostarsi alle mura, né agli
steccati ove le mura non erano. Nel primo fosso
condussono sessantaquattro scale, e nel secondo ac-
costa del muro tre, le quali abbandonarono, non
potendo avanzare ; e con poco onore di questa
prima battaglia, e con alquanti morti rimasi nel
fosso, e con molti feriti e magagnati, si ritrasso-
no dalla battaglia ; e qae* d* entro intesono al ri-
poso e a medicare i loro feriti, che ne aveano gran
bisogno.
CAPITOLO XXX.
Come la Scarperia riparò alla cava de^nemici.
Nonostante ì* ordine delle battaglie, i condn-
citori deli* oste con gran costo e con molto studio
oonducevano una cava sotterra per abbattere le mu-
ra della Scarperia, e molto grande speranza aveano
in quella di vincere la terra. Qué* d* entro pensan-
do e temendo ohe così dovessono fare i loro av-
versari, prowidono al rimedio, e feciono un fosso
dentro intorno alle mura, il quale era braccia quat-
tro e mezzo largo in bocca, e braccia tre largo in
fondo, e andava di sotto al fondamento delle mora
braccio uno e mezzo, acciocché se le mura cades-
sono, si trovassono V aiuto del detto fosso alla loro
difesa. B nondimeno providono di cavare di fuori
de^ fossi per ritrovare la cava de* nimici innanzi che
6
M
CROnCA
fiDgneMo alle mura. B a foniire qneato misoao
grande folledtadìoe ; ma i loro aTreraarì adopera-
roDO grande fona per rìlrarli da quel larorìo : e
eondoffono an castello di legname in snl primo
fosfo, al preaao, che con le pietre combatteano co-
loro eh* erano Ira Tono fosso e V alM alla goar-
dia de* loro cavatori ; e avvenne che a questa si ri-
volse grande parte dell* oste, e tutta la fona di
quelli d* entro. Quelli di faori combattendo con le
pietre e con le balestre, e rinnovando d'ora in o-
ra i freschi combattitori, quelli del foaso colle fosse
delle parate e co* palvesi francamente s* alavano,
con le loro balestre e con quelle del loro aiuto
dalle mura ; e di'putati a questa punga trecento di
que* d* entro, sostennono 1* assalto de*nimici il lu-
nedi e 'I martedì molto francamente, non lasciando
impedire i loro cavatori : i quali lavorando con
grande sollecitudine pervennero alla cava de'nemi-
ci, la quale era venuta innanzi centottanta braccia,
e presso alle mura a venti braccia : la quale di pre-
sente affocarono, e cacciarono i cavatori, e gua-
starono loro la cava. Essendo da catuna parte mol-
ti feriti, quei del campo abbandonarono I* assalto
con loro vergogna; e i valenti masnadieri alla ri-
tratta de* nimid presono e araono il castello del le-
gname ch'era sopra il foaso, e stesonsi ad assalire
un altro ch'era più di lungi, e per fona Taffocaro-
no; e toraaronai aani e salvi nel castello, avendo
presa grande baldanza della loro difesa, per la vit-
toriosa pugna di quella cava.
CAFITOLO XXXL
Del secondo aualto dato alla Scorpena*
Vedendo il capitano dell* oste e il eoo consi-
glio essere di ogni assalto fatto, con vergogna ri-
buttato da que* della Scarperia, e vedendoai venire
addosso il verno e non avere vinto il castello, e
che lo atra me mancava, penaavano che la partita
aarabbe con loro grande vergogna : però voUono
ancora da capo cercare la fortuna, innanzi che da
quello assedio si partissono. B per avere apparec-
chiato da riempiere i fossi, fedono tutto il legname
e* frascati che aveano ne* loro campi eondueere
presso a* fossi : e il giovedì mattina innanzi d), es-
sendo 1* oste armata, e le battaglie ordinate, e più
torri di legnami condotte presso a* fossi, con ordi-
ne di palvesarì e di loro balestrieri, senza contrasto
riempierono di frascati il primo fosso, e le torri
condussono sopr* esso fornite di molti balestrieri.
I cavalieri amontarono de* cavalli con gli dmi in te-
ata, e cominciata la battaglia a un* ora da ogni par-
te, i cavdierì si sforzarono di eondueere gatti, grilli
e scale alle mura. Que* d' entro, che aveano praso
maggiore ardire per gli altri assalti, lasdarono fare
molte cose innanzi che alla battaglia ai scoprisso-
no; ma ordinato da* loro conestabili, al segno dato
si mostrarono alla difesa, e con tanto impeto co«
mindarono a caricare di pietre e di pali aguti e di
legname i loro assalitori, con 1* aiuto de* loro buoni
balestrieri, che per forza gli ributtarono addietro
dd primo fosso. B avendo a gneUi ch'erano nelle tor-
ri ordinato di loro i migliori balestrieri, gli striaiOBO
per modo, che non d poteano scoprire, aè étn i
loro utile dutorio. B in questo assalto alenai co-
nestabili d* entro abbono ardire con certi loro oon-
pagni eletti d* usdra fàori ddla terra, e con le faurae
e con le spade in mano feriano per costa i cen-
battitori, e incontanente si ritraevano : e questo fe-
dono più volte danneggiando i nimici, e ritraen-
doli ddla battaglia dov* erano ordinati, senza ri-
cevere impedimento. Ed essendo dorata li batta-
glia infino a nona, senza avere qud deU* oste fat-
to alcuno acquisto, feciono sonare la ritratta. E di
prensente quei del castdlo misono fuori de* loro
masnadieri, i quali presono le torri e* difidi e ar-
sonli, che i nimid aveano condotti ; e dato opera ia-
fino alla notte a mettere dentro il legname utile,
tutto Taltro co*frascati araono nel fosso. E intesoao
a medicare i loro feriti, e a farei ad agio d* dcoao
riposo, del qusle aveano gran bisogno per quelli
giornata.
CAPiroLQ xxxn.
Del ter*o aesalto dato.
Afendo i capitani dell* oste quasi perduta ogai
speranza di potere vincere la Scarperia, volloao
tentare 1* ultimo rimedio con danari e con ingegno;
e in quello rimanente del di fedono venira a loro
tutti i conestabili tedeschi oon i più nomati cava-
lieri di loro lingua, i quali nelle battaglie date al
castello poco s* erano travagliati, altro che di ve-
dere, e dissono loro : 8e a voi desse il cuore di
vincere con forza e con ingegno questa terra, 1* o-
noré sarebbe vostro, e oltre alla paga doppia e me-
se compiuto, a calnno daremo grandi doni I oo-
nestabiU e i loro baccellieri d atrinsono indeme, e
moasi da presuntuosa vanagloria e da avarizia, rì-
spuosono : che dove e* fossono dcurì d* avere di
dono sopra le cose promesse fiorini diedadls d* o-
ro, che darebbono presa la Scarperia : e questo da-
va loro il cuore di fornire con 1* dato deU* altra
oate, ove fosse fatto quello che direbbono in quelli
notte. I capitani promiaono tutte senza indugio, de-
che rimasono contenti, e di presente fedono htt
comandamento a tutti i couMlabili ddle atasnado da
cavallo e da pie, che colà da mezza notte fossoao
spparecchiati dell* arme e de' cavalli; e fatto que-
sto, andarono a cenare e a prendere alcuno rìpoio.
Venuta la mezza notte, e armala 1* oate chetaneB-
te, il tempo era sereno e bello, e la luna hten
ombra in qudla parte della Scarperia che i Tedeschi
aveano pensato d' aasalire : e fatto tra loro dezioae
di trecento baccellieri, a loro coaunisono tutto il
fasdo della loro intendone ; i quali bene armati,
separati dall* altra gente, oon le sede a dò dipo-
tato e oon altri utili argomenti, senna alcuno lame,
s* addiriiiarono Torao quella parte della terra ofe
1* ombra gli copriva. Tutta 1* altra oate oon inna-
merabiU luminarie, e con ismisurato remore e saod
di tutti gli stromenti dell* oste, colle schiere fette
DI MATTEO VILLANI.
«7
0 colle battaglie ordinate ai eoniiMiaroiio a dltiisa-
re dell* altre parti Terao la Searperìa. I Irati della
Soarperìa, elie appena areano ancora dell* aflbnno
del di preso alcono rìpoao, sentendo lo stormo, e
cedendo V Meroito Yonire con ordine di loro bat-
taglie a combattere la terra, cacciata la paora e in-
TÌlito il riposo, di presente forono air arme : e con
r ardire delle loro difese appareoohiati, andò oatn-
no aUa sna gnardia delle mora e de' palancati ; e
stando cheti e sensa oMMtme i loro lami attesone
tanto, che le schiere e le battaglie s* appressarono
alle mura, e cominciato fa V assalto con snoni di
tanti atromenti e con grida d* aominiv che rìempiera
il cielo e tatto il paese molto di langL Qaest* a-
spreua delle grida era maggiore che dell* arme, per
attrarre V aiuto da quella parte di quo* d* eatro, e
Buinoario ot* era V aguato. Quelli della terra mae-
atrì di cotali cose deUe grida non si curayano,
e quelli che ai appressarano , francamente colla
balestra e colle pietre gli ficeano risentire e al-
lungare e ninno non ai partiva o mosse dalla soa
guardia. I trecento baccellieri riposti presso della ter-
ra aentendo il remore e TinfesUimento di quelli dei-
Toste, chetamente colle scale in collo passarono il
primo e il secondo fosso, che non v^avea acqua, e
condussono e dirissarono alle mura più scale, Te-
dendolo e sentendolo qneMella terra ch^eraao a quella
guardia, e lassandogli fare, finché cominciarono a
salire aopra esse, e aveano già i loro aiutori a piede;
allora quelli della guardia cominciarono a gridare e a
mandare aopra loro grandi pietre e legname e pali,
percotendoli e Dicendoli traboccare delle scale nel
fòsso fune sopra Taltro. E in un punto gli ebbene al
storditi e feriti e magagnali, che in caccia si partirono
da quello aasalto, e tomaronsi all'altra oste. Dall'altra
parte fu maggiore il grido che l'assalto ; ma per li
bnoni balestrieri molti ve ne forono feriti in qnella
notte. E facendosi di, in sulla ritratta uscirono del-
la terra un fiotto di buoni briganti e dieronai tra'
nimici e per forse ne presono e ne meimrono tre
di loro cavidieri nella Scarperia, e gli altri ritorna-
rono al campo, perduta ogni speransa d' atere la
Scarperia. Que' di dentro uscirono fuori un'altra Tolta
quella mattina, e arsone piii dificii di legname ch'e-
rano preaso, e uno caateUo ch'era pia di lungi, e
contamente sensa impedimento sani e aalri si ritor-
narono nella IScarperia.
CAPITOLO XXXIIL
La paifiUa deWotie dalla Scorpena.
Vedendo il capitano dell' oste e i soci consiglie-
ri aver fatta la loro oste ogni prora per rincere la
Scarperia, ed esseme con Torgogna ributtali per la
Tirtù de' buoni masnadieri che dentro v' erano, e tor-
nando r oste piena di molti feriti, e che la rittuaglia
Tenia mancando Tun di appresso l' altro fortemente,
e che ^k lo strame per i caTalli al tutto Tenia loro
meno, e il tempo ch'era stato fermo e bello lunga-
mente, 8* apparecchiaTa di corrompere all' acqua,
prese per partito d* andersene a Bologna ; e al se-
gno dato d'una lumiera alsata sopra ogni lume mol-
to, il sabato notte, a di 16 d'ottobre, l'oste si do-
Tosse partire, e ogni uomo si dovesse riducere Ter-
so l'alpe di Bologna, i cui passi erano tutti in loro
signoria, e il cammino era corto e il passo aperto
e la gente Tolonterosa di IcTarsi da campo ; per la
qnal cosa subito abbono passato il giogo dell'alpe ^
I Fiorentini aTcndo sentito che i nìnrici erano per
partirsi dalT assedio, aTeano mandati in Mugello i
caTaUeri che aTeano per danneggiarli, se potessono,
alla loTsta : ma gli ayrisati capitani dell'oste la do-
menica mattina innansi che la lor gente a' aTviasse
feciono una schiera di duemila buoni caTalieri, i quali
tennero ferma in snl piano, insino che seppono che
tutta la lor gente e la aalmeria erano Talioati il gio-
go e passati in luogo aalvo : la schiera della guardia
passò, non Tedendo apparire alcuno nimico, girò e
prese il suo cammino Terso la montata dell' alpe,
ch'era presso a due miglia di piano : ed abbono pas-
sato prima il giogo, che la caTalleria deTiorentini
si assicurasse di stendere per lo piano, temendo d'a-
gnato : e cosi sani e saWi si ricolsono a Bologna
sensa impedimento per lo senno de' loro capitani.
Onest' oste, mossa con tanto ordine e aiuto di tutti
i ghibellini d' Italia, Tenuta di subito sopra la nostra
città sproTTcduta d'ogni aiuto, stette ottantadue di
sopra il nostro contado sensa potere rincere per for-
za ninno castello, e de' quali, sessantuno di consu-
marono all'assedio del piccolo castello della Scarpe-
ria. E, come fu piacer di Dio, la sfrenata potensa di
cotanto signore, aggiunta con tutta la forse de'ghi-
bellini d'Italia, guidata da' buoni capitani, credendosi
soggiogare la città di Firense e'popoli circustanti, non
abbono podere di Tincere la Scarperia, da qui ad-
diamo rilissimo CMtello, non murato per tutto e di
piccola fortessa per sito, ma difeao da piccolo nume-
ro di Talorosi masnadieri : easendori a oste con pia
di cinquemila barbute, e duemila caralieri, e seimila
pedoni di aoldo, aensa la forse degli Ubaldini e de-
gli altri ghibellini con loro afono; per la qaal cosa
il tiranno che aToa l'animo loTato a inghiottire le i-
taliane proviocie, potè conoscere che un piccolo e
rile castello donìò e fece ricredente tutta la soa for-
se. E come era Tenuto a guisa di leone con la te-
ata alsata, spaTeuteTole a tutte le città di Toscana,
chinate le coma dell'ambisiosa superbia, tornò pieno
di Tergogna e di ritnperio, non UTcndo per sua po-
tensa potuto acquistare un debole caatello, e diede
materia a' popoli di grande confidensa della loro di-
fesa. Lasceremo ora finita questa materia, e tornere-
mo all'altre tempeste Italiane, che non bastando in
terra conturbarono l'altrui mare.
' Qui la Toea «^ à usata per mtmU sensa più. L' ar-
dTefcoTO, ordinata aopra i Milanesi un' imposizione di
500000 fiorini d' oro, ritentò V impresa nel 1352, rioeven-
do nell'oste lombarda gli Ubeldini, e cogliendo il destro
che i soldati del presìdio della Scarperia eran Tenuti co'
terrieri alle mani.
w
CROnOA
CAPITOLO XXXIV.
Come Varmaia de^ Gemnoeù $i pariì da tUgn^^oute
e andò a Salonicco.
In questo tempo, ooaiaeiattdo aipio • fortuio*
80 Temo, i GeBOveit che eoo le loto emete éi
fesiantaqnellro galee erano iteli tireseedio delle
città di Ceedìa mllMaoki di Negropente, senteido
r appareochiaaiealo delle ciaqiiaote gelee de* Ye»o-
aiani e de' Getalani che doreeno reoire contro a
loro al Boeeorao; e Tcdendo che lo stare ki per
aperanza d' arere la terra era invaio, e bob ninor
daBBO a loro che a^Veneiiam; o aYCBdo pronecio
il loro aiuto ali* imperadrioe di CoataaliBOpofi, che
era fuggita col fif^ioolo nel reeme di teloaieeo;
pareado per fucata cagione la loro leyata dell* aa*
aedio foaae eoa mcao vergogna, ed eatraBdo bcI-
r imperio aveano pia sicuro vernare, si pertirono
di là e dirizzarono loro viaggio verao Saloidoco ; e
giunti a Malvagia, iutcndeano levare V imperadrioe
e U igliuolo, e foro loro podere di rimetterli in
Costantinopoli con la loro forza e della perle che
amava il loro vero aignore. L* imperadrice senten-
do r armate di preaao, come femmina mutevole, non
avendo piena conidenaa del figliuolo, cominoiò a
sospettare : e il giovane medesimo non avendo a-
vuto più maturo consiglio ali' imprese, convenendo
la aua persona mettere nelle mani dell* altrui forte,
dubitò, e non lo volle fore ; e forse là più da biasi-
mare il Gominciamenlo della folle impresa che il
cambiamento del fenuntnìle e giovanile animo, i quali
non ai vollono abbandonare alla non provata fode
de* Genovesi ; per la quel cosa 1* amaùraglìo col
suo consiglio preseno sdegno, e rivolta la loro ar-
mata, deaìderoai di rapina e di preda, vennero al-
1* isola di Tenedo, piena di gente e d* avere, sotto-
posta air imperio, i quali de* Genoveai non pran-
deano dcuna guardia, ed elU la presono e ruba-
rono d* ogni aostanza. E quivi feciono dimoro gran
parte del verno, prendendo rinfrescamento, e ragu-
nando la preda di quella e dell* altre terre di Gre-
cia ; della quale deta a catuno la parte sua, si tro-
varono pieni di roba e ài danari, sicchò a foro non
fece biaogno altro soldo, e la loro vita tutta ^bero
per niente delle ruberie del paese. B ivi steltono
fino a Natale senza mutare porto.
CAPITOLO XXXV.
Coma i Venenum e* Caialani m* accoìuatono m
Romania eom T olirà armaim.
I Veneziani, come addietro abbiamo narrato,
avendo fatta compagnia e lega co* Catalani contro
a* Genovesi, armarono in Venezia ventisette galee
molto nobilmente, ove si ricolsono quasi tutti i mag-
giori e migliori cittadini di Venezia per governato-
ri e aoprassaglienti, fomiti a doppio di ciò che a
guerra faccia mestiero, e ventitre gelee armarono i
Catalani. B lauto bolliva negli animi loro lo infoca-
mento dell* izza eh* aveano presa contro a* loro
«wéraari genoveei, che nel tempo che V arante
sogliono abbandonare il mare e venne in tetra, m
aansaono da Veneaia e di Cntatogna, domando le
tempeste del aure, ad andare contro a* loro nimici
in Roaumia. Del meae di novembre a* acconarono
insieme in Cicilin, e di là seoaa aoggiomo si éÌRB-
zerono veaao 1* Arcipelago, e con giwidi e aspre
forluBe, avendo per quelle perdute selle galee ve-
neziane e due catalane, non acana danno deMa lore
gente, pervmwero ìb Tnreya, e poeono alla Malìa
e a AJMato ; e ivi, del nwse di diceaihre del detto
anno, avMido raeeolte fo galee che aveano a Ne-
groponle e nelle contrade, ai trovarono con acttanta
galee : e in Tnrobia aleltono gf«n perle del più for-
tunoso verno per rivedere i foro legni e avere no-
velle di foro nimicL in qnealn Iravatmunenlo d^
tea^po delle due annale ci occorre a raocontnre al-
tro cose rimase addietro ; e in prima uaa peana di
corrotta asente deir junMaione umana, la quafo al-
cuna voUa combatteado contro al suo prospero e
buono stato, abbatte e rorina sé SMdesìsso con debi-
to e degno traboccamento.
CAPITOLO XXXVI.
Come i BrandagU $i voilono fora signori ^Aratne.
Beppoich* e* Bost<^ per loro superbie Ihrono
cacciati deUa terra d* Arezso, una inniglia che m
chianmvano i Brandagli^, loro nìauci, coauncinreno
di nuovo ad avete alato in couniBe ; e aiutando Vmn
di appresso ali* altro vennono in BMggiori, ed era-
no al tutto govecnalori del reggimento di qneHo
comune, e per questo montati in grande riodMmo:
e della loro fiunglia Hariino e Guido di measer
BrandagUa erano i caporali. Costoro, ingrati del loro
buono etato, cercarono di farsene signori con tradi-
BMuto, non perchè fossono da tanto, nm per fiMmo
loro BMroatanzia, come nel fine del folto ai scoper-
sei Costoro trattarono col nuovo tiranno d* Agoh-
bio d*avere da lui al tempo ordinato cenlocinqnanin
cavalieri, e da quelfo di Cortona dugento cavalieri,
non che da aè gli avesse, ma per servire coetoro
n*accattò centocinquanta dal prefetto da Vico, ectn-
quanta dal conto Nolfo da Urbino, e feecB venire o
aoggiomare ali* Orsaia, cobm geato di paesaggio
che attondessono d'essere condotti; e olire a queala
gcBto a cavallo, di quello che non era ricbiealo,
mise in ordine d* avere apparecchiati undicisula
fanti a piedi, con intenzione, che se fortuna il met-
tesse in Areazo, di volerlo per sé. B ancora richieeo
messer Piero Tarlati, che aveva in Bibiena il do-
ge Rinaldo con trecento cavalieri ; benché fosse ghi--
beUino o nimico del toro comune, rieUeaelo non
manilfistandogli il fatto. Ma la volpe vecchia che co-
' Arezzo dopo aver lottato contro i Perugini, i Saomì
e i Fiorentini, da coi nel 1886 era stata soggiogata; dopo
•tsenene vendicata in libertà, edatwe stretta aUeanaa oo^
più potenti principi della peidsola, e cosi lisodato • Alto
fiorire lo stato, lacera da dvili dlseordia cadde la fogwm
dello armi straniere, che vilmente la Tcndettero nel 1884
alU BepubbUca Fiorentina. Vedi ifii ÀmaU JmH/ìù
DI MATTflO VILLANT.
69
nobbe la magagna, «i offerse loro molto Ubertmea*
te, speraDfU) altro fine del fallo cbe non peasavaao
i Iraditori, accecali nella cupidigia deUa sperala ti-
rannia. A condncere queala genie aveano fuori d'A-
reuo Brandaglia loro nipote \ e Guido intendeva a
raccogliere i masnadieri che gli capitavano segreta-
mente, e a nascondergli ne" loro palagi ; e Martino
stava nel palagio ce* priori della terra, a tutti i se-
greti del comune. In quel tempo si dava in guardia
a confidenti cittadini una porta della oittà che si
chiamava la porta di messer Alberto, la quale era a
modo d' un cassero, e dava V entrata tra le due ca-
stella. Questa guardia per procaccio di Brandaglia
era ne' figliuoli di messer Agnolo loro confidenti,
con cui elli si teneano in questo tradimento. E mes-
se le cose d' ogni parte in assetto, a' signori d'A-
reuo fu scritto per Io comune di Firenze e per
quello di Siena eh' avessono buona guardia, peroc-
chò sentivano che una terra si cercava di furare,
ma non sapeano come, nò quale. Martino BrandagU,
eh' era nel consiglio, co' suoi argomenti levava i
sospetti. E venuto il di che la notte si dava il se-
gno a que' di fuora, un conestabile fiorentino che
era in Arezzo, uomo guelfo e fedele, fu richiesto
da' BrandagU per la notte. Costui, per amore della
sua città e di parte, non potè sostenere per pro-
messe che avesse avute, che non manifestasse ai
priori il tradimento di quella notte. Incontanente i
priori mandarono per Martino, il quale confidandosi
nel suo grande stalo e ne' molti amici, andò di-
nanzi a' priori, e negava scusandosi che niente sa-
peva di quelle cose ; e in quello stante Guido suo
fratello corse a' loro palagi, e colla gente che avea
nascosa levò il remore, e tennesi co'suoi masnadieri
forte. 1 cittadini in furia armati corsone alla porta
di messer Alberto, che poteva dare l'entrata a' fo-
restieri, per fornire di guardia per lo comune ; ma
trovarono ch'ella si tenea per i traditori. E cosi la
città intrigata nel nuovo pericolo, e non provvedu-
ta, fu in grande paura. La porla era forte e bene
guernila alla difesa da non poter vincersi per balla-
glia ; e già era venuta la notte, e quei della torre
della porta d' entro feciono i cenni ordinati alla
gente di fuori, che venire doveano a loro aiuto per
vincere la terra.
CAPITOLO XXXYII.
Di quello medesimo,
I cittadini vedendo i cenni, temendo di non
essere sorpresi dall' aiuto provveduto da' traditori,
tempestando nell'animo, intrigati dalle tenebre della
notte e dalla paura, intendendo a combattere quei
della porta e mettere gente in su le mura ^ ma per
questo non poteano conoscere riparo che i fore-
stieri non entrassono per forza nella città: e però
s* avvisarono di rompere le mura della città ap-
presso a quella porta. E fattaae la rolla che vol-
lono, avendo per loro guardia cento cavalieri di Fio-
rentini e alcuni di loro, li misono fuori in uno bor-
go fuori di quella porta, ove dovea essere V en-
trata de' nemici, e accompagnaronli di cittadini e
d' altri fanti alla difesa con buone balestra ; e di
subito tagUarooo alberi, o abbarrarono e impediro-
no le vie al corso de* cavalli, e le mura guarenti-
rono di gente e di saettamento : e nondimeno fa-
cevano dal lato d' entro combattere di continovo
quelli della porla e della torre, ma e' si difendeva-
no, e di quella battaglia poco si curavano, e con-
tinovo manteaeaao cenni a loro soccorso : e dentro
i BrandagU difendeano i loro palazzi e la loro con-
trada co' masnadieri che aveano accolli, e atten-
dendo Brandaglia con la gente invitala, con la quale
non dottavano d' essere signori della terra s' ella
v' entrasse. I segni della torre furono veduti dal
principio deUa notte'; e il signore di Cortona, che
slava attento, fu in sul mattutino con dugento cava-
lieri e duemila pedoni giunto ad Arezzo, e Branda-
glia con altri dugento cavalieri. La gente di messer
Piero Saccone tardò più a venire, per riotla che
mosse il doge Riaaldo in sul fatto ; gli altri ch'e-
rano venuti baldanzosi, credendosi senza contrasto
entrare nella città, come furono presso alla terra,
mandarono innanzi cento cavaUeri che prendessono
e guardassono 1' entrata della porta, e queUa tro-
varono imbarrata dagU alberi e le vie innanzi al
borgo : ed essendo là venuti, e saettati da quelli
eh' erano alla guardia del borgo; e scorgendo in
su r aurora le mura piene di cittadini armali alla
difesa, e già morti due di loro compagni da quei del
borgo, si tornarono addietro ; e feciono assepere
a quelli dell'oste, che atlendeano, come stava il fat-
to. Di che spaventali s'arrestarono senza strignersi
più alla terra ; e gik per segni e ammattamenlo che
que' della torre e della porla iacessono, e e-
ziandio chiamandoU ad alte voci, non si attentarono
di venire più innanzi; ma ivi presso si fernurono,
attendendo come i falli dentro procedessono ; e così
stettono schierali dalla mattina sino presso a nona.
E in verso la nona messer Piero Sacconi giunse co'
suoi cavalieri e pedoni; il quale sentendo la cosa
scoperta e i cittadini alla difesa, senza attendere
punto co' suoi cavalieri die' volta e co' suoi pedo-
ni, e tornossene a Bibiena ; e veduto questo, tutti
gli altri si parlirotto, e i traditori rimasono senza
sperauM di soccorso. Questa novità sentita nel con-
tado e distretto de' Fiorentini, mosse senza arre-
sto i cavaUeri e' masnadieri che aUora avea in
quelle circostanze, e i Valdarnesi per venire al soc-
corso degli Aretini : i quali non bene confidenti del
comune di Firenze, parte ne ritennono per loro si-
cuFlà, 9 agli altri diedono commiato onestamente,
senza riceverU neUa città ; e dolcemente fu sostenu-
to. Nondimeno i traditori teneano i palagi e la tor-
re e la porta : e tanta miseria occupò 1' animo di
que' pochi cittadini in cui era rimase il reggimento,
per tema di non volere far parte agli altri da cui
e' potessono avero aiolo, ohe si misono a trattare
con Martino, cui egUno aveano prigione, dicendo di
lasciare andare e lui e' suoi, e i figliuoli di messer
Agnolo e le loro cose Uberamente, ed e' rendesso-
no la porta. E innanzi che questo venisse alla lo-
ro intenzione, convenne che i figliuoli di messer
70
CRONICA
Agnolo foMono tionri a loro modo d* «Ttre oonttnti
fiorini tremila d'oro; e aiuta la sicurtà, renderono
la porta e la torre al comune ; e facendoti loro il
pagamento per coloro che arcano fatta la promes-
sa, i danari forono staggiti per coloro che aveano
per loro soldo al comune, che eglino renderebbono
quella forteisa al detto comune. B cosi uscirono
della città co' Brandagli insieme ; e il seguente di
furono tutti condannati per traditori, e i loro beni
disfiUi e pubblicati al comune. TroTOSsi poi di To-
ro, che i traditori aveano trattato come aressono
presa la signoria, conciossiacosaché non erano d'aiuto
per loro lignaggio da poterla tenere, di renderla al-
TarcivescoTO di Milano, a graramento della loro de-
testabile malisia, la quale prese non il debito fine,
ma alcuno segno della loro rovina, per la viltà di co-
loro che non degni rimasono al govemamento di
quella terra.
CAPITOLO XXXYIIL
Come il re Luigi mandò il gnm siniscalco ad
accogliere genie in Romagna,
Tanto imbrìgamento di guerra sboglientava gli
animi degF Italiani per terra e per mare in questi
tempi, che volendo cercare delle novità degli stra-
ni, non ci lasciano da loro partire. H re Luigi, va-
licata la tregua dal re d' Ungheria a lui, non ostan-
te che rimesso avessono le loro questioni al giudi-
ciò del papa e de* cardinali, tentava con preghiere
e impromesse di recare dalla sua parte (ira Moriale,
friere di San Giovanni, il qaale teneva Aversa e
Capna dal re di Ungheria ; e questo (ira Moriale,
astuto e malizioso, mostrava di voler piacere al re
Luigi; e dandogli speranza, comindò ad allargare il
passo alla gente del re e a' paesani d' Aversa e di
Capua, sicché andavano e venivano sicuramente, e
non faceva guerra, ma nondimeno guardava le città
e le fortezze di quelle, e per questo corse la voce
che la concordia era fatta : ma però il re di lui, o
egli del re si fidava. Ma in questo tranquillo, il re
mandò il grande siniscalco nella Marca ad accoglie-
re gente d* arme, il quale con grandi promesse
mosse messer Galeotto da Rimini a venire al servi-
gio del re con trecento cavalieri, e messer Ridolfo
da Camerino con cento, a tutte loro spese ; e 1
grande siniscalco messer Niccola Acciainoli di Fi-
renze no condusse e menò quattrocento al soldo del
re, e con tutta questa cavalleria entrò in Abruzzi.
E mandò al re, che con la sua forza e con quella
dei baroni del Regno, i quali il re avea richiesti e
ragnnati a Napoli, venisse là, come era ordinato,
per vincere messer Currado Lupo, e racquistare le
terre d'Abruzzi che di là si teneano per lo re d'Un-
gheria.
CAPITOLO XXXIX.
Come il re Luigi accolse i baroni del R^gno
e andò in Abrwaù
11 re Luigi sentendo come il gran siniscalco
atea con seco in Abruzzi que' due buoni capitani
con ottocento cavalieri di buona gente, (ii molto
contento ; e avendo presa sicurtà che Ora Mortale per
la concordia eh' aveano non moverebbe guerra in
Terra di Lavoro» si mosse da Napoli per mare, e
capitò incontanente a Castello a mare del Yoltvr-
no, e tutta sua gente a pie e a cavallo fece andare
per terra da Pezzuole e per lo Gualdo al deUo Ca-
steQo a mare, non fidando la gente sua per gli
stretti passi d* Aversa e di Capua cV erano in
guardia dì fra Moriale : e seguendo di là loro cam-
mino, del mese d* ottobre del detto anno spaccone
in Abrozzi con la cavalleria accolta per lo gran si*
rilscalco : e fatta fare la mostra, si trovò con undi-
cimila cavalieri e oon grande popolo. Messer Cur-
rado Lupo avendo sentito V oste die gli veniva ad-
dosso, e non avendo gente da potere uscire a cam-
po, mise guardia nelle terre che teneva in Abrozu
e ordinoUe alla difesa ; e con cinquecento cavalieri
tedeschi bene montati e buoni dell' arme si mise in
Lanciano. Il re poeo provveduto di quello die a
mantenere oste bisognava, e povero di moneta, vo-
lendo usare 1' aiuto degli amid che quivi avea, ti
mise a oste a Laudano; e dopo non molti dì, ca-
valcando messer Galeotto co* suoi cavalieri intomo
alla terra, messer Currado Lupo nsd fuori con parie
de' suoi cavalieri e percosse i nimici, e danneggiò
molto la masnada di messer Galeotto ; e innanzi che
dalf altra oste fosse soccorso, si ritrasse in Lauda-
no a salvamento. Per questa cagione spaventato To-
ste, considerando 1' ardimento preso per lì cava-
lieri di messer Currado, e che la terra di Laudano
era forte e bene guemita, e il verno veniva loro
addosso, per lo migliore presono consiglio e levn-
ronsi dall' assedio : e stando in dubbio di quello
dovessono fare piii dì, a messer Galeotto e a mes-
ser Ridolfo, non vedendo di poter fare utile servi-
gio al re, rincrebbe lo stallo, presono congio dal
re e tomarond nella Marca ; e i baroni del Regno
fedone il simigliante. Il re con la sua gente invi-
lito e quasi disperato, avendo animo di volere en-
trare neII*Aquila, gli fu detto non se ne mettesse a
pruova, perocché non vi sarebbe lasciato entrare, e
scoprirebbe nimico messer Lallo che gli si mostra-
va fedele ; e cod rimase 0 re pieno di sdegno e
voto di forza e d'avere, si tornò a Sulmona a mez-
zo dicembre del detto anno, e ivi s' arrestò per
trarre da'paesani alcuno sussidio, e per fare in qud-
la terra la festa del Natale.
CAPITOLO XL.
Come U re Luigi sosienne gli Aquiltmi che
pasquatano con lui.
Vedendosi il re Luigi rotto da^suoi intendimenti,
e abbandonato del servigio degli amici, trovandosi
a Sdmona povero, si ristrinse nell* animo e diede
opera di volere fare in Sulmona gran festa per lo
Natale ; e fece a quella invitare quei gentilaomini e
baroni drcuitanti che potè avere. I Sulmontini il
providono di moneta e d* altri doni per aiuto alla
festa. Ciascuno si sforzò di comparire bene a quella
DI MATTEO VILLANI
71
festa, e iaCra gli altri principali fu invitato maa-
aer Lallo, il quale gorernaTa il reggimento dell'A-
quila ; e conoscendo la tua coperta tirannia ai du-
bitò d' andare al re, e infinaeai d* essere malato ; e
sotto questa scusa ricusò V andare alla festa. Per
fare più accetta la sua scusa al re elesse quindici
de' maggiori cittadini d Aquila col suo fratello car-
nale, i quali portarono al re per dono da parte del
comune dell* Aquila fiorini quattromila d' oro, e
costoro mandò a festeggiare col re : e giunti a
Sulmona furono ricevuti dal re graziosamente, non-
ostante che si turbasse perchè messer Lallo non
v' era venuto. B fatto il corredo reale con piena
festa, i cittadini dell* Aquila volendo prendere licen-
la dal re per tornare a casa, furono ritenuti prigio-
ni ; della qual cosa il re fu forte biasimato di mal
eonsigUo, parendo a tutti più opera tirannesca che
reale. La novella corse in Aquila : il tiranno molto
savio e buono parlatore raccolse il popolo, e con
argomenti di sua savia diceria infiammò il popolo
air ingiurìa, e mosselo alParme, e corse la terra, e
ordinò la guardia come se il re con 1* oste vi do-
vesse venire ; ma il re non era atto a poterlo fare, e
però li rimase, e messer Lallo più a' afforeò nella
aignoria.
CAPITOLO XLI.
Come papa Clemente Mesto fé" la pace de'' due re.
Stando il re Luigi in Sulmona maninconoso e
quasi in disperazione di suo stato, considerando
come in tutte cose la fortuna gli era avveraa, e
come con abbusamento di suo onore gli avea fatte
fare cose non reali, ma di vile e mendace tiranno,
e vedendosi povero e mal ubbidito, non sapeva che
ai fare, e parevagli per la baldanza presa pe* suoi
avversari eh' elli dovessono ristringerlo o cacciare
del Regno *, e de* suoi fatti da corte non avea po-
tuto avere alcuna speranza o novella che buona
foase. Il papa Clemente in questo tempo era stato
in una grande e grave malattia, nella quale rimorso da
coscienza di non avere capitato il fatto tra i due
re che gli era commesso, e di questo sostenere
era seguito danno e confusione di molti, propnose
neir animo come fosse guarito di capitare quella
questione senza indugio ; e come fu sollevato, mise
opera al fatto ; e per più acconcio di quello reame,
vedendo che il re d" Ungheria avea V animo al suo
reame, ed era appagato della vendetta fatta del suo
fratello, deliberò, poiché avea deliberato la reina,
che messer Luigi fosse re : e questo pubblicò eo'
suoi cardinali, e poi il mise a esecuzione, come
appresso nel suo tempo racconteremo. La novella
venne improvviso al re Luigi a Sulmona ; della qual
cosa fu molto allegro : e confortato nel fondo della
sua fortuna da questa prosperità, di presente co-
nobbe il suo esaltamento per opera ; che i baroni
e' comuni il comincitrono ad onorare e a viaitare
con doni e grandi profferte come a loro signore :
e tornato a Napoli con grandi onori, stette in festa
più di tutta la terra delle buone novelle. Lascere-
mo al presente alquanto de* fatti del Regno, aolleci-
tandoci le novità di Toscana, delle quali prima ci
conriene fare memoria, per non travalicare il debito
tempo della nostra materia.
CAPITOLO XLn.
Come metter Fiero Saccone prete il Borgo
a San Sepolcro»
Avendo messer Piero Saccone de* Tarlati a
Bibiena il conte Pallavicino con qnattlrocento ca-
valieri deir arcivescovo di Milano, e cento di suo
sforzo per fare guerra, e standosi e non facendo-
la, faceva maravigliare la gente ; ma egli nel sog-
giorno lavorava copertamente quello che prospera-
mente gli venne fatto. Il Borgo a San Sepolcro,
terra forte e piena di popolo e di ricchi cittadini,
e fornita copiosamente d* ogni bene da vivere, era
nella guardia de* Perugini con due casseri forniti
alla guardia de' castellani perugini e di gente d'ar-
me. Messer Piero aveva appo aè uno ano fedele
che aveva nome Arrighetto di San Polo ; questi era
grande e meraviglioso ladro, e facea grandi e belli
furti di bestiame, traendo i buoi delle tenute mu-
rate e guardate, e rompeva tanto chetamente le
mura, che ninno il sentiva ; e di quelle pietre ri-
murava le porte a' villani di fuori al contamente,
che prima aveva dilungate le turme de' buoi, e
tratte per lo rotto del muro due o tre miglia, che
i villani trovandosi murate le porte, e impacciati
dalle tenebre della notte e dalla norità del fotto,
le potessono soccorrere ; cosi ne avea fatte molte
beffe ; e accusatone di furto, messer Piero il difen-
dea, e davagli ricetto in tutta sua giurisdizione.
Questi saliva su per li canti delle mura e delle
torri co'auoi lievi argomenti incredibilmente, e quan-
to che fossono alte non se ne curava, ed era del-
r altezza meraviglioso avvisatore. Per costui fece
messer Piero furare la forte e alta torre del ca-
stello di Chiusi alla moglie che fu di messer Tar-
lato. A costui scoperse messer Piero come volea
furare il Borgo a San Sepolcro, e mandollo a prov-
vedere deir altezza della torre della porta ; il qua-
le tornato, disse, che gli dava il cuore di montare
in au la più alta torre che vi fosse ; e avuta mes-
ser Piero questa risposta, a* inteae con uno de*
Boccognani del Borgo e grande ghibellino, il quale
odiava la signoria de* Perugini ; e da lui ebbe, che
ae la porta e la torre fosse presa, e di fuori fosse
forza di gente a cavallo e a pie grande, eh' egli
con gli altri ghibellini d' entro verrebbono in loro
aiuto a metterli dentro. B dato 1* ordine tra loro,
messer Piero con cinquecento cavalieri e duemila
pedoni un sabato notte, a di 20 del mese di no-
vembre del detto anno, improvviso a* Borghigiani,
innanzi il di fu presso al Borgo ; e mandato Arri-
ghetto con certi maanadieri eletti in sua compagnia
a prendere la torre e la porta, il detto Arrighetto con
suoi incredibili argomenti in quello servigio, cintosi
corde, e aiutato di non esser sentito per uno gran-
de vento che allora soffiava, e avea ristrette le
7»
CBOmCA
gaardie sotto il coperto, montò in su la torre della
porta; ed essendovi due sole guardie, si recò il
coltello ignudo in mano, e mostrò d'avere compa-
gnia, minacciandoli d^ uccidere. Eglino storditi per
la novità, non sapendo che si fare, stettono cheti
per paura ; e Am'ghetto, data la corda a^ masnadieri
ch^ erano a pie del muro, con una scala leggeri di
funi tirò su Tuno de^capi e accomandollo a uno de^
merli; e incontanente montati suso per quella Tu-
no appresso 1' altro dodici masnadieri, e quando si
vidono signori della porta, feciono a quelli tradi-
tori d^ entro certo segno ordinato. Quello de^Boc-
cognani, veduto il segno come la porta era presa,
fece sonare a stormo una campana d* una chiesa,
al cui suono, come ordinato avea, tutti i ghibellini
del Borgo furono alKarme e traevano verso la por-
la. 1 guelfi, che non sapeano il tradimento, traevano
storditi alla piazza senza ninno capo ; e schiarito il
dì, vedendo aperta e presa la porta per i ghibellini, •
sentendo come messer Piero era di fuori con molta
gente, non vedevano da potere riparare ; ma i
ghibellini non volendo guastare la terra sicurarono
i guelfi che ruberìa non vi si farebbe, e senza
contrasto vi lasciarono entrare messer Piero con
tutta la sua gente e del conte Pallavicino, e non ?i
si die' colpo e non vi si fece alcuna ruberia : e cosi
messer Piero ne fu signore ; ma le due ròcche, che
erano forti e guardate per li Perugini, si misono alla
difesa, per attendere il soccorso dei Perugini. Mes-
ser Piero e il conte, senza prendere soggiorno, con
tutta la sua gente a cavallo e a pie* uscirono del
Borgo, e accamparonsi di fuori dirimpetto alle róc-
che, per tórre la via a' Perugini ; e fecionsi innanzi
al loro campo fare un fosso di subito e uno stec-
cato, e mandarono a tutte le terre, dov' avea gente
d'arme del signore di Milano, che mandassero loro
aiuto ; e in pochi di vi si trovarono con ottocento
cavalieri e popolo assai. E per impedire a' Peru-
gini, Giovanni di Cantuccio d* Agobbio con la ca-
valleria che avea del Biscione cavalcò sopra lo-
ro : nondimeno i Perugini, turbati di questa per-
dita, procacciarono da ogni parte aiuto per racqui-
stare la terra, tenendosi i casseri, e di presente
ebbono cinquecento cavalieri da* Fiorentini : e con
millequaltrocento cavalieri e con grande popolo se
ne vennono alla Città di Castello: e acconciandosi
per soccorrere quelli dei casseri, tanta viltà fu in
coloro che gli aveano in guardia, che senza atten-
dere il soccorso cosi vicino s' arrenderono a mes-
ser Piero ; e incontanente quelli del castello d'An-
ghiari cacciarono la guardia che v* era de* Perugi-
ni, e dieronsi al vicario dell'arcivescovo, ed egli lo
rendè a messer Maso de' Tarlati. In que' di il castello
della Pieve a Santo Stefano, e '1 castello perugino,
tenendosi mal contenti de' Perugini, anche si rubel-
larono da loro'.
' n loprannome di Saccone gli venne dal non esser
mal contento di quello che veniva acquietando. Oraa po-
litico e valentieeiino capitano aspirava egli a farsi re degli
Appennini tfassa Trabaria, principato di quo' della Fag-
giaola, era caduto in sue mani: combattute e prese le ca-
CAPiTOLO xun.
Com4 i FerugifU arsono iniomo al Borgo
e scomfiisono de* nhmci.
I Perugini avendo perduta la speranza di soc—
correre le rócche, cavalcarono al Borgo, e arsonlo
intomo guastando tutte le possessioni ; e già messer
Piero e *1 conte Pallavicino non ebbono ardire d'n—
scire della terra contro a loro : e fatto il guasto,
si tornarono alla Città di Castello. Messer Piero^
preso suo tempo, con tutta la cavalleria eh' avea
nel Borgo cavalcò fino alle porte della Città di Ca-
stello ; i cavalieri che v' erano dentro de' Perugini,
e singolarmente quelli de* Fiorentini, ch'erano buo-
na gente d* arme e bene montati, uscirono fuori
perchò i nimici aveano a fare lunga ritratta ; e se-
guitando i nimici quasi a mezzo il commino, s'abbat-
terono in un grosso agnato : e ivi cominciò V as-
salto aspro e forte, ove s' accolse la maggiore par-
te della gente d catuna parte senza fanti a piede;
e ivi dando e ricevendo, si fece aspra battaglia, e
durò lungamente; perocché catnno voleva mantene-
re r onore del campo; e non avendo pedoni che
r impedissono, feciono i buoni cavalieri grande
pugna, e in fina per virtù di certi conestabili della
masnada de' Fiorentini, ristringendosi insieme, con
impetuoso assalto ruppono la cavalleria di messer
Piero, e a forza in isconfitta gli cacciarono del cam-
po, e rimasene morti sessanta de' loro cavalieri in
sul campo e più cavalli, e presi sei de' loro cone-
stabili da* cavalieri de' Fiorentini, e messer Manfre-
di de' Pazzi di Valdarno, e più altri cavalieri tede-
schi e borgognoni, a* quali tolsono l' arme e' cavalli
secondo 1* usanza, e lasciaronli alla fede ; e questo
fu del mese di dicembre del detto anno.
CAPITOLO XLIV,
D^una cometa ck* apparto in orienie.
In questo anno 1351, del detto mese di di-
cembre, si vide in prima in cielo a noi verso levan-
te una cometa, la quale per li più fu giudicata Ni-
gra, la quale è di natura saturnina. Il suo apparimen-
to fu a noi all'uscita del segno del Cancro, e alcuni
dissono ch'ella entrò nel Leone: ma innanzi che per noi
si vedesse fuori del Cancro, fu fuori del verno ; sic-
ché approssimandosi il Sole al Cancro se ne perdo
la vista. Alcuni pronosticarono morte di grandi si-
stella de|^ libertini, la Città di Castello e Borgo San Se-
polcro. Suoi, in una parola, divennero tutti 1 monti della
Toscana, della Romagua e della Marca d' Ancona. Entrato
nel 1886 in guerra co' Fiorentini, a ftivore di Inastino della
Beala signor di Verona, capitò male: a' 10 mano 13ST
fu forsato a cedere loro Areaao, e nel 1842 perpooonon
ta dai Fiorentini fatto arrestare per sospetti in quella città.
Non era però uomo da paura. A estremo stato estremi ri-
medi. EgH fé' dare all' armi coraggiosamente a tutti i ano!
vassalU dell' Appennitto , e da Pietramala egli tenne tìte
la guerra contro i Guelfi e i Fiorentini, fluendo acoppiari
e dirìgendo le rtrolte nel Mugello, nel Casentino e in altri
comuni meno possenti.
DI MATTEO VILLANI.
TS
gnori, ovvero por decollazione e avvenimento di si-
gnorìe. Noi stemmo qneiranno a vedere le novità che
più singolarì e grandi apparìisono onde avere po-
tessimo novelle ; e in Italia e nel patrìarcato d*Aqai-
lea furono molte dicollazione di grandi terrieri e cit-
tadini, che lungo sarebbe a riducere qui i singnla-
rì tagiiamenti. E mortalità di comune morte in que-
sto anno non avvenne: ma per la guerra de^ Ge-
novesi e Veneziani e Catalani avvennono naufra-
gi grandi, e mortalità di ferro grandissima in quel-
le genti e neMoro seguaci; e per i difetti sostenuti in
mare non meno ne morirono tornando che combat-
tendo. Avvenne in Italia singolare accidente al gra-
no, vino e olio e frutti degli alberi, che essendo o-
gni cosa in speranza di grande ubertà, subitamente
del mese di luglio si mosse una sformata tempesta
di vento, che lutti gli alberi pericolò de^ loro frutti,
e i grani e le biade ch^erano mature batto e mise per
terra con smisurato danno.' Dappoi a pochi di fu il
caldo si disordinato, che tutte le biade verdi inari-
di e seccò. Per questo accidente avvenne che dove
B* aspettava ricolta fertile e ubertosa, fu generalmen-
te per tutta Italia arida e cattiva. E avvennono in que-
sti anni singuìari diluvi d'acque, che feciono in mol-
te parti gran danni, e gittò per tutta Italia generale
carestia di pane e sformata di vino. In questo me-
desimo mese di dicembre apparve la mattina anzi
giorno, a dì 1 7, un grande bordone di fuoco, il qua-
le corse di verso tramontana in mezzodì. E in que-
sto medesimo anno airentrare di dicembre morì pa-
pa Clemente sesto, e alcuno de^cardioali. AI nostro
lieve intendimento basta di questi segni del cielo e
delle cose occorse averne raccontato parte, lascian-
do agli astrolaghi Tinfluenza di quello che s'^appar-
tiene alla loro scienza ; e noi ritorneremo alla più
rozza materia.
CAPITOLO XLV.
Come fu preso il castello della Badia de^Perugini
e come si racquistd.
Essendo i Perugini imbrigati nelle rubellioni
delle loro terre per gli assalti de'Ioro vicini, con la
forza dell' arcivescovo di Milano, la quale di prima,
come addietro narrammo, nel tempo che si cercò di
fare lega con la Chiesa e co'Lombardi, dicevano che
non si potea stendere a loro, due conestabili di fanti
t pie, cittadini sbanditi di Firenze, partendosi dal
soldo del tiranno d' A gobbio co' loro compagni, di
furto entrarono nel castello della Badia, grosso ca-
stello, il quale era de' Perugini; e cominciarono a
correre e predare le villate vicine con V aiuto di
Giovanni di Cantuccio signore d'Agobbio. I Perugini
vi mandaro certe masnade di cavalieri che aveano
di Fiorentini e altra gente a pie: costoro vi si puo-
f ono a oste del mese di gennaio. Giovanni di Cantuccio
eoo la cavallerìa oh*avea delParcivescovo di Milano e co'
suoi fanti a pie, essendo tre cotanti di cavalieri e di
fanti che quelli de'Perugini, andarono per levarli da
campo e fornire il castello. Un conestidbile tedesco
delle masnade de' Fiorentini, valente cavaliere, ch'a-
vea nome M . . . . , si fece incontro a* nimid a un pon-
te onde conveniva cV e' nimici venissono, e franca-
mente li ritenne, tanto che Taltra cavalleria de' Pe-
rugini, ch'era alla Città di Castello, venne al soccor-
so del passo : e giunti, valicarono il ponte, e per
forza cacciarono Toste di Giovanni di Cantuccio in
rotta, e presono cento e più de' cavalieri del Biscio-
ne : e tornati al castello, i masnadieri che '1 tenea-
no, vedendosi fuori di speranza di avere soccorso, il
renderono a'Perugini, solvo le persone e 1' arme, a
dì 6 del detto mese di gennaio.
CAPITOLO XLVL
Come i Fiorentini cercarono lega co'comuni di
Toscana^ e accrebbono loro entrata.
Temendo il comune di Firenze la gran poten-
za del signore di Milano, iornito della compagnia
de' ghibellini d'Italia, con suoi ambasciadori smosse i
Perugini Sanesi e Aretini a parlamento alla città di
Siena, del mese di dicembre del detto aono, e ivi
composono lega e compagnia di tremila cavalieri e
di mille masnadieri, contra qualunque volesse fare
guerra a* detti comuni e ad alcuno di quelli ; e in-
contanente il comune di Firenze si fornì di cava-
lieri e di masnadieri di più assai che in parte della le-
ga non li toccava. E per avere l'entrata ordinata a
mantenere la spesa elessono venti riUadinì, con
balia a crescere I* entrata e le rendite del comune,
i quali commutarono il disutile e dannoso servìgio
de' contadini personale in danari, compensandoli che
pagassono per servigio di cinque pedoni per centi-
naio del loro estimo per rinnovata dell'anno, a soldi
dieci il dì per fante : e questo pagassono in tre
paghe l'anno, e fossono liberi dell' antico servigio
personale : o quando per necessità occorresse il bi-
sogno del servigio personale, scontassono di que-
sto. E questa entrata secondo l'estimo nuovo mon»
tò l'anno cinquantadnemila fiorini d'oro e fu gran-
de contentamento de'condannati. E a' cherici ordina-
rono certa taglia per aiuto e guardia e alla difesa
della città e del contado, la quale stribuirono e rac-
colsono i loro prelati, e montò fiorini . . . . d' oro ;
e raddoppiarono e crebbono più gabelle, per le quali
entrate il comune potè spendere l'anno trecentoses-
santamila fiorini d' oro. E, oltre a ciò, ordinarono e
distribuirono tra' cittadini la gabella de' fumanti, la
quale nel fatto fu per modo di sega, che catuno ca-
po di famiglia fa tassato in certi danari il dì per
modo, che raccogliendosi il numero montava fiorini
d'oro centoquaranta il dì : poi per ogni danaro che
l'uomo avea di sega, fu recato in estimo di soldi tren-
ta ; e questa gabella montava l'anno fiorini cinquan-
tamila d' oro ; e quando il comune avea necessità,
riscoteva questa gabella per avere i danari presti,
e assegnavali alla restituzione di certe gabelle. Per
queste sformate gravezze, avendo carestia generale
delle cose da vivere, era la città e il contado in
assai disagio, forse meritevolmente per la dissolata
vita, e' disordinati e non leciti guadagni de' suoi
cittadini.
74
CRONICA
CAPITOLO XLVfl.
Come i Romani fedone rettore del popolo.
In questo anno estendo per lo corso stato a
Roma del general perdono arrìccbito il popolo, i loro
prìncipi e gli altri geotilotti cooìinciarono a ricettare
i malandrini nelle loro teonte, che facevano assai di
male, rubando, e uccidendo, e conturbando lutto
il paese. Senatore fu fatto Giordano dal Monte de-
gli Orsini, il quale reggeva V uftdo con poco con-
tentamento dei Romani. E per questa cagione gli fa
mossa guerra a un suo castello, per la quale ab-
bandonò il senato. Il vicario del papa chiara in Ro-
ma, messer Ponsò di Perotto vescovo d*Orvieto, uo-
mo di grande autorità, vedendo abbandonato il se-
nato, con la famiglia che aveva, in nome del papa
entrò in Campidoglio per guardare, tanto che la chie-
sa provvedesse di senatore. Iacopo Savelli della par-
te di quelli della Colonna accolse gente d^arme, e
per fona entrò in Campidoglio e trassene il vica-
rio del papa; e Stefano della Colonna occupò la torre
del conte, e la città rimase sensa governatore; e oa-
tuno facea male a suo senno, perocché non v* era
luogo di ginstiaia. B per questo il popolo era in ma-
le stato, la città dentro piena di malfattori, e fuori
per tutto si rubava. I forestieri e i romei erano in
terra di Roma come le pecore tra^ lupi : ogni cosa
in rupina e in preda. A* buoni uomini del popolo
pareva star male ; ma l' uno s* era accomandato al-
Tuna parte,e Taltro all^altra di loro maggiori : e però i
pensieri di mettervi consiglio erano prima rotti che co-
minciati ; e la cosa procedeva di male in peggio, di di
in dL Ultimamente non trovando altro modo come a
consiglio il popolo si potesse radunare» il di dopo
la natività di Cristo, per consuetudine d^nna com-
pagnia degli accomandati di Madonna Santa Maria,
s* aocolsono avvisatamente molti buoni popolani in
Santa Maria Maggiore, e ivi consigliarono di vole-
re avere capo di popolo : e di ooncordia in quello
stante elessono Giovanni Cerroni| antico popolare dei*
Cerronì di Roma, nomo pieno d' età, e famoso di
buona vita. E eosl fatto, tutti insieme uscirono del-
la chiesa e andarono per lui, e smosso parte del
popolo, il menarono al Campidoglio ov' era Luca Sa-
velli. U quale vedendo questo subito morimento non
ebbe ardire di contrastare il popolo, ma dimandò di
loro volere : ed e* dissono che voleano Campidoglio,
il quale liberamente die loro ; ed entrati dentro, so-
narono la campana. Il popolo truse al Campidoglio
d*ogni parte della città senaa arme, e i principi con
le loro famiglie armati; ed essendo là, domandaro-
no la cagione di questo movimento, e quello che *1
popolo volea : il popolo d* una voce risposono che
voleano Giovanni Cerroni per rettore, con piena ba-
lia di reggere e governare in giustizia il popolo e
eomune di Roma. E consentendo i principi alfordi-
nasione del popolo, di comune volontà h fatto ret-
tore; e mandato per lo vicario del papa che lo
confermasse, come savio e discreto volle che prima
giurasse la fede a SanU Chiesa, e d'ubbidire! i co-
mandamenti del papa; e ricevuto di volontà del po-
polo 0 saramento dal rettore, fl confermò per qnel-
Pautorìtà ohe aveva : e tutto fu fatto in quella mat-
tina di Santo Stefano, innansi oh* e'Romani andan-
sono a desinare. E lasciato il rettore in Campidoglio,
catono si tornò a casa con assai allegreua di quel-
lo ch'era loro venuto fatto cosi prosperamente.
CAPITOLO XLVDL
Di una lettera fu trotaia in concistoro di /Mpo.
Essendo per lo papa e per li cardinali mollo
tratto innanai il processo contro ali* arcivescovo di
Milano, una lettera fu trovata in concistoro, la quale
non ai potè sapere chi la vi recasse, ma uno de'cstf-
dinali la si lasciò cadere avvisatamente in occulto :
la lettera venne alle mani del papa, e la fece leg-
gere in concistoro ^ La lettere era d*alto dittato, si-
mulata da parte del principe delle tenebre al ano
vicario papa Clemente e a* suoi consiglieri oardlnnU,
ricordando i privati e comuni peccati di catuno, ne*
quali li commendava altamente nel suo cospetto, e
confortavali in quelle operaiioni, acdocchò pie&n-
mente meritassono la graaia del suo regno; avvi-
lendo e vituperando la vita povera e la dottrina n-
postolica, la quale come suoi fedeli vicari eglino n-
veano in odio e ripugnavano, ma non ferventemente
nei loro ammaestramenti come nell*opero ; per la qual
cosa li riprendeva e ammoniva che se ne oorre^
gessono, acciocché li ponesse per loro merito in mag-
giore stato nel suo regno. La lettera toccò molto e
bene i visi de* nostri pastori di Santa Chiesa, e per
questo molte oopie se ne sparsone tra* cristiani*. Per
molti fu tenuto fosse operasione dell'arcivescovo di
Milano allora ribeilo di Santa Chiesa, potentissinio
tiranno^ acciocché manifestati i visi de* pastori, sì
dovessono più tollerare i suoi difetti, manifestati a
tutti i cristiani. Ma il papa e i cardinali poco se ne
curarono, eome per innansi 1* operaiioni si dimostre-
ranno.
' Tal lettera «bbe forae orìgine da qaeeto, die il papa
caduto malato e credendosi a pericolo di vita» aolla fina
dell'anno 1851| aveva mandato fìiori chiedendo scnsa delle
mancarne che contro la fede cattolica od i buoni eostami
gli poteiaero mai per avrentora esaere imputata tanto pri*
ma che dopo la sua elesione alla cattedra di S. J^otro.
' La lettera dopo aver commendate le pessime qualità
del papa e de' cardinali, e d' averli stimolati a continuare
a battere il sentiero tenuto per lo passato, passa ad aod-
curar loro la proteaione del Principe delle tenebre : Fosfra
madre la $vperhia (dice in fine la lettera) vi sofatta iatisis
con U iordU sue V ooorùio, la Untwia^ V invidio, V acci-
dia, V ira e la gola^ « tutte umammemtnts «t vania$u> dd
voitro eaUo, ttmetuUm ttenri e^ médioMU U vottro soccorso
t loro affari non po9$9nù pik dar* tia faUom Dato dal ctmira
ddV iìt^tmo im prtttaaa d^ nna moléUadin$ di damoaa.
* Costui avendo usurpato Bologna, era stato mlnaeciato
di scomunica da Clemente, se tosto non cedeva il domi-
nio di quella città. Dopo le grandi risa fatteri per quella
lettera, egli si rappattumò col papa, promettando di abor-
sara ISOOO fiorini d'oro all'anno.
DI MATTEO VILLANI.
75
CAPITOLO XUX.
Carne il re éTInghiUerraj essendo in tregua col re
di Francia^ acquistò la contea di Guinisi,
Ayyenne in questo anno, che un Inghilese pri-
gione nella forte rócca di Guiniii, la quale era del
re di Francia, essendo per ricomperarsi, avea lar-
ghezza d*andare per la rócca ; e così andando, proT-
fide Tordine delle guardie e Faltezza d^alcnna parte
della rócca, ond^lla si potesse furare. B pagati i
danari della sua taglia, fu lasciato ; e troratosi con
alquanti sergenti d*arme, suoi confidenti, disse : ove
potesse avere il loro aiuto, gli farebbe ricchi. E pre-
sa fede da loro, manifestò come intendea furare la
rócca di Guinisi, e avea provveduto come fare il
poteva ; i quali arditi e volonterosi di guadagnare,
promisono il servigio : ed essendo tra tutti cinquan-
ta sergenti bene armati, avendo scale fatte alla mi-
sura del primo procinto, una notte in su V ora che
ringhilese sapea che la guardia della mastra fortez-
za vi si rìnchiudea dentro, condotte le scale al mu-
ro, chetamente montarono sopra il primo procinto:
e sorprese le guardie, per non lasciarsi uccidere si
lasciarono legare, e cosi legati gli faceano rispon-
dere air altre guardie della rócca. Quando venne in
sul fare del à), gV Inghilesi feciono alle guardie
muovere riotta, e fare remore tra loro in modo di
mischia. Il castellano sentendo questo tra le guar-
die, mostrando non avere sospetto, scese della róc-
ca ; e sprendo V uscio per venire a correggere le
guardie, gf Inghilesi apparecchiati nell'agnato, im-
mantinente con Farmi ignudo in mano furono sopra
Ini, e presono Tusoio, ed entrarono nella rócca, e
presono il castello e le guardie. E incontanente man-
darono al re d'InghOterra, come aveano presa la for-
te rócca di Guinisi, la quale il re molto desiderava.
B di presente vi mandò gente d'arme, e fecola pren-
dere e guardare; e commendata la valenza e V indu-
stria del suo fedele e degli altri scudieri, fece loro
onore e provvidegli magnificamente. E per questa
rócca fu il re d' Inghilterra in tutto signore della
contea di Guinisi, il re di Francia forte conturbato.
E avvegnaché questa presura andasse per la forma
che è detto, e' si trovò poi che il castellano avea
consentito al tradimento ; e tornato di prigione, es-
sendo lasciato, in Francia fu squartato.
CAPITOLO L.
// piato fu in corte tra^due re per la contea di Guinisi.
Essendo furata la contea di Guinisi al re di
Francia sotto la confidanza delle triegue, trasse in
gindicio il re d'Inghilterra a corte di Roma per suoi
ambasciadori, dicendo che sotto la fede delle trie-
gue prestata il re d' Inghilterra gli avea tolto per
forto la rócca, e la contea occupata per forza. Per la
parte del re d* Inghilterra fu risposto, che avendo
per suo prigione il conte di Guinisi conestabile di
Francia preso in battaglia, e dovendosi riscattare
per lo patto fatto della sua taglia scudi ottantamila
d' oro, 0 in luogo di danari la detta contea di Guinisi,
e lasciato alla fede acciocché procacciare potesse la
moneta, il re di Francia appellandolo traditore, per
non averlo a ricomperare, o acconsentirgli la con-
tea di Guinisi, il fece dicollare : e così contro a giu-
stizia privò il re d'Inghilterra delle sue ragioni, le
quali giustamente avea racqnistate. La quistione fu
grande in concistoro, e pendeva la causa in favo-
re del re di Francia ; e però, innanzi che sentenza
se ne desse, il re fece restituire la terra di Guinisi
a queir Inghilese che data glie l'avea-, e seguendo la
morte di papa Clemente, non ne segui altra sentenza.
CAPITOLO U.
Come Varcivescovo di Milano ragunò i suoi soldati
per far guerra à'Fiorentini,
In questo tempo del verno, avendo Taroivesco-
vo di Milano fatto rivedere e rassegnare le sue ma-
snade tornate da Firenze, trovò ch'avea a fare am-
menda di bene milledugento cavalli. E turbato forte nel
suo furore, propose di fare al primo tempo maggio-
re e più aspra guerra a' Fiorentini. E trovando che
avea consumato senza acquisto grande tesoro, volen-
dolo rifare senza mancare la sua generale entrata, fe-
ce nuove colta in Milano e in tutte le sue terre per
si grave modo, che tutti i mercatanti si ritrassono
delle loro mercatanzie nelle sue terre: nondimeno t
catuno convenne portare la somma che gli fu im-
posta ; per la qude gravezza accrebbe cinquecento
migliaia di fiorini d' oro sopra le sue rendite ordi-
narie in piccolo tempo. In queste oppressioni molti
parlavano, biasimando l'impresa contro al comune di
Firenze e rimproveravano quello che avea fatto lo-
ro il rile castelletto della Scarperia per provvisione
del comune di Firenze, essendovi intomo la forza
de'Lombardi e de' ghibellini di Toscana. E in tra gli
altri un cavaliere bresciano di grande età, amico e
fedele alla casa de' Visconti, biasimò l'impresa, di-
cendo semplicemente il vero, come aveva ricordo di
lungo tempo, che qualunque signore avea impreso di
far guerra al comune di Firenze n' era mal capitato \
però per amore che aveva al suo signore non lo-
dava l'impresa. Le parole del cavaliere furono rap-
portate all' arcivescovo. Il tiranno inacerbito, non
considerando la fede dell'antico cavaliere, seguitan-
do l'impetuoso furore del suo animo, mandò per lui.
E venuto nella sua presenza, il domandò s'egli ave-
va usate quelle parole, n cavaliere disse, che dette
i'avea per grande amore e fede ch'avea alla sua si-
gnoria, ricordandosi dell' imperadore Arrigo, e del-
l'impresa di messer Cane della Scala e degli dtri che
non erano bene capitati. Il tiranno, infiammato nel
suo disordinato appetito, di presente fece armare un
suo conestabile con la sua masnada, e accomandó-
gli il cavaliere, e disse il rimenasse in Brescia, e in
su l'uscio della sua casa gli facesse tagliare la te-
sta; e cosi fu fatto. Costui per la sua fede degno di
premio e per l'utUe consiglio ricevette pena, la qua-
le soddisfece colla sua testa all' appetito del turba-
jto tiranno.
76
CRONICA
CAPITOLO in.
Come % PiorenHni é'Pemgini e' ^nii^f j mandarono
ambasciadori a corte.
Stando le città di ToscaDa in gran tema di fu-
tura guerra, i comuni della lega di parte guelfa man-
darono al papa e a' cardinali aolenne ambasciata, a
inducere la Chiesa contro alla grande tirannia delFar-
cirescovo di Milano per aggravare il processo che
contro a lui si faceva, e procurare V a^'uto e il fa-
vore di Santa Chiesa alla loro difesa. Gli ambasciadori
fiirono ricevuti dal papa e da* cardinali graziosamente.
Ma innanzi che guasti ambasciadori fossono a corte,
Tarciveicovo v' avea mandati i suoi per riconciliarsi
colla Chiesa, e fare annullare il processo fatto contro
a lui per Timpresa di Bologna ; i quali ambasciado-
ri erano forniti di molti danari contanti per spen-
dere e donare largamente; e facendolo con molta
larghezza, aveano il favore del re di Francia, che fa-
ceva parlare per lui, e quello di molti cardinali, e
de* parenti del papa e della contessa di Torenna,
per cui il papa si movea molto alle gran cose. E il
papa medesimo avea già Tingiuria futla a Santa Chie-
sa per Tarcivescovo ddla tolta di Bologna tempe-
rata, ed era disposto a prendere accordo coU^arci-
V( scovo: e per questo fu molto più contento della
venuta degli ambasciadori destre comuni di Toscana,
credendo fare raccordo delParcivescovo di loro vo-
lontà. Perocchò nel primo parlamento disse agli am-
basciadori: Eleggete delle tre cose che io vi pro-
porrò runa, quale più vi piace : o volata pace col-
Tarcivescovo, o volete lega colla Chiesa, o voleta
la venuta delfimperadore in Italia per vostra difesa.
L^ offerta furono larghe per conchiudere alla pace,
che parca più abile e migliore. Gli ambasciadori sa-
vii e discreti di concordia rinusono la detta elezione
nel papa, a fine di farlo più pensare nel fatto, dan-
doli gravezza, dimostrando grande confidanza nella
deliberazione. E cosi cominciata la cosa a praticare,
ebbono tempo e cagione gli ambaaciadori d^awisare
i loro comuni, e in questo si soggiornò la maggior
parte del verno, senza uscirne alcun frutto. Lucere-
mo alquanto gli ambasciadori e U processo del pa-
pa, e torneremo agli altri fatti che occorsono in que-
sto soggiorno, rendendo a catuno suo diritto.
CAPITOLO LUI.
Come t* ammiraglio di Damasco fece notila
a* cristiani.
* •
In questo tempo Tammiraglio del soldano che
reggeva la gran città di Damasco, si pensò di trarre
un gran tesoro dai cristiani di Damasco per sua ma-
lizia \ e una notte fece segretamento mettare fuoco
in due parti della città, il quale fece in Damasco gra-
ve danno. Spento il fuoco, 1* ammiraglio fece ap-
porre che questo era stato avvisatamente messo pe^
cristiani, e richiese i più ricchi cristiani della città,
che ve n^avea assai, e feceli martoriare; e per marto-
lio conlessarono che fatto Taveano a fine di cacciare
i saraoini : e coloro che di questo perìcolo vollooo
campare la vita, gli dierono danari assai ; e taali fu-
rono coloro ohe si rioomperaroac, che TaaiMiniflio
ne traMe gran teaoro : agli altri diede partito o cko
rinnegassono la fede di Cristo o ohe morissono !■
croce. Una gran parto di loro per corrotta fede
rinnegò per campare; rimuone ventidue, i queli
deliberarono di morire in croce, innanzi che k per*
fotta fede di Cristo volessono rinnegare. B però il
crudele ammiraglio li fece mettare in sulle croci, e
ordioolli in suso i cammelli che li conducessono per
la terra ; e in questo tormento vivettono tre dì. Ed
era menato il padre crocifisso innanzi al figliuolo,
e il figliuolo innanzi al padre rinnegato ; e i rin-
negati con pianto e con preghiere pregavano i cro-
cifissi che volessono campare la crudele morto e
tornare alla fede di Maometto ; ma i costanti fede-
li, il padre spregiava il figliuolo rinnegato, dicendo
che non era suo figliuolo, e il figliuolo il padre
rinnegato, dicendo che non era suo padre, ma del
nimico che 1 volea tantare e torli i beni di vita e-
toma; e molto biasimavano a* rinnegati la loro ia-
costanza per la paura della pena tamporale, dicen-
do che a 4oro era diletto e gran grazia potere se-
guitare Cristo loro redentore. E cosi consumale lo
loro tamporali vita in grave tormento e ingrandissima
costanza, nella veduta per tre dì de* saradni e de*
cristiani renderono Tanime a Dio. 11 soldano senU il
movimento reo del suo ammiraglio, mandò inconta-
nente per lui, e fecelo tagliare per mezzo.
CAPITOLO LIY.
Come % Fiorentini disfeciono (erre di thsgello.
In questo medesimo tempo, di verno, i Fioren-
tini mandarono certi loro cittadini per lo contado
a provvedere le loro castella e terre, a fine di af-
forzare le parti deboli, e fornire le torre di ciò ch'al-
ia difesa mancasse per averle guernito, sopravve-
nendo la guerra che s* aspettava del Biscione. Av-
venne, come è usanza del nostro comune, accioc-
ché il buon consiglio non fosse senza difetto di sin-
golare ovvero cittadinesco odio, che nel Mugello
furono loro fatto disfare alquante tenute forti e uti-
li alle difese di quello contado per modo, che dove
stato non vi fossono, era utile consiglio a portevi
di nuovo. E fé clono abbattere Barberino, Latore, Ga-
gliano e Marcoiano, th*erano al Mugello mura cen-
tra i nemici di verso Montecarelli, e di Monteviva^
gni e delle terre degli Ubaldini, ove in que* tempi
si faceva capo pe* nimici a fare guerra al nostro co-
mune; le quali tenute, con piccola spesa d^afforsa-
mento, erano gran aicurtà a tutto il Mugello, per le
cui rovine s'accrebbe campo ai nimici senxa contra-
sto di più di sei miglia di nostro contado, il quale
tutto 8* abbandonò, a danno e vergogna del nostro
comune. Riprenrione comune ne seguitò a coloro che
cosi mala provvisione feciono ; altro gastigamento no,
per la corrotta usanza del comune di Pirenxe di non
punire le cose mal fatte, né meritare le buone.
DI 1IATTE0 VILLANI.
77
CAPITOLO LV.
Come ia Scmrperia fu furtUa # racgukiaia.
Facendo il eomune di Firenxe eoa molta folle-
citndine tflònare il eailello della Searperìa di gran-
di fof ^ e di forti palancati, il tiranno e gli Ubai-
dini con ogni sottigliezsa d'inganno tentavano di pro-
cacciare ridotto nel Magello, e iopra tatto di levar-
si Tonta della Scarperia, e oontinovo cercavano co-
me la poteisono forare; per la qua! cosa cormp-
pono più loro fedeN, mandandoli per oMere mano-
vali, come se fossono Mugellesi, e alcuno maestro.
E messi al lavorio del votare il fosso, del qaale si
portava la terra al palancalo per alzare la parte den-
tro, costoro providono la via onde la terra si por-
tava : e segretamente tra le dae terre segnarono ai-
coni legni del palancato, e dierono la posta agli U-
baldini : i qaali di presente fedono scendere gente a
cavallo e a piò a Montecarellì, e alla Sambaca, e
a Pietramala, e nelP alpe e nel Podere per dare di-
versi rìgaardi ai Fiorentini, e seppono come po-
chi dt ionansi i soldati che guardavano la Scarperia
avevano fatto mischia co^ terrauani, e mortine pa-
recchi ; onde tra* terrazzani e* forestieri era sconfi-
danza grande. La notte che ordinata fa a questo ser-
vigio scesono dell' alpe e da Montecarellì nel piano
di Magello duemilacinqueoento fanti, e quattro ban-
diere di cento cavalieri a guida degli Ubaldini. Costo-
ro elessono dugentodnquanta i più pregiati briganti
di tutta quella gente con dieci bandiere, e conesta-
bili molto famosi d'arme, e lasciati gli altri fanti e
cavalieri riposti ivi presso per lor soccorso, cheta-
mente guidati per la via provveduta del fosso dalla
parte di Sant^Agata, e senza esser sentiti, entrarono
tutti nella Scarperia a di 17 di gennaio del detto
anno ; e stretti insieme si condossono in su la piaz-
za gridando : muoiano i forestieri e vivano i ter-
razzani. E in quella notte non avea nella Scarperia
tra forestieri e terrazzani centocinquanta uomini d'ar-
me, sicché al tutto n'erano signori i nimici. Senten-
do questo remore nella scurità della notte i soldati
forestieri, credettono che i terrazzani li volessono of-
fendere, e non ardivano d*uscire delle case; e i ter-
razzani temeano de' soldati, pensando che fòsse in
su la piazza inganno, e non voleano uscire fuori, e
cosi i nimici non aveano contrasto ; e dove Iddio per
sittgolar grazia non avesse liberato quella terra, senza
speranza di soccorso umano era perduta. Ma la vo-
lontà di Dio, fu che la grande potenza del tiranno
non avesse quello ridotto a consumazione del nostro
paese: onde a coloro ch'aveano presa la terra, e che
aveano presso a un mìglio tutta la loro gente, tolse
Taccorgimento, che non lasdassono guardia al passo
end* erano entrati, e non fedono il segno ordinato a
quelli di fuori; e diede Iddio baldanza manifesta a que'
d'entro e accorgimento perocché per la vista scura i
terrazzani conobbono all'insegne che coloro dalla piaz-
sa erano nemici: e incontanente assicurarono i conesta-
bili de*forestieri che v*erano, per paura che quella ^n-
te né quelle grida non erano per loro fattura, ma de'
nimici ch'erano nella terra. Come i valenti masnadie-
ri sentirono la verità del fatto, ragnnati insieme me-
no di dnquanta tra terrazzani e forestieri, gridando
aliamone^ alla morfe, si ferirono tra' nimici, che lun-
gamente erano stati ammassati in su la piazza, e nel
primo assalto senza fare resistenza li ruppono, cac-
ciandoli come se fossono stati altrettanti montoni; e
senza attendere Tono l'altro, affrettando d'uscire per
lo luogo stretto ond'erano entrati, e'cadeano nel fos-
so, e voltolavansi per quelle ripe. Quo' d'entro e-
rano pochi, e però non ve ne poterono uccidere
più di cmque, e dodici ne ritennono a prigioni ; tra'
quali ftarono conestabiK di pregio, che '1 signore a-
vrebbo ricomperati molti danari, ma tutti furono im-
piccati. Qoe' di fuori, che attendeano il segno per
entrare dentro, sentendo la tornata in rotta, senza
attendere il giorno chiaro, innanzi che hi novellasi
spandesse per il Mugello, si rieolsono nell' alpe a
salvamento; e cosi in una notte fu presa e libera-
ta la Scarperia con dubbia e maravigliosa fortuna.
CAPITOLO LVI.
Come messer Fiero Sacconi cavalcò con mille bar'
bute infine in iu le porte di Perugia.
Del mese di febbraio del detto anno, cresciu-
ta gente d' arme a messer Piero Sacconi de' Tarlati
dall'ardvescovo di Milano, trovandosi baldanzoso per
la presa del Borgo a San Sepolcro e delle terre vi-
cine, e trovando i signori di Cortona oh' aveano
rotta pace a'Perogini, ed eransi collegati col Biscione,
se ne andò a Cortona con mille cavalieri, e da' Cor-
tonesi ebbono il mercato e gente d' arme, con la
quale cavalcò sopra il contado di Perugia, ardendo
e predando le ville d'intorno al lago ; e per forza
presooo Vagliano e arsonlo, e combatterono Casti-
glione del lago e non lo poterono avere ; e partiti
di là se n'andarono fino presso a Perugia facendo
grandissimi danni. E non essendo i Perugini in con-
cio da potere riparare a'nemici, fatta grande preda,
senza contrasto si ritornarono a Cortona sani e sal-
vi, e di là al Borgo a San Sepolcro, onde partirono
e venderono la loro preda. Per questa cagione gran-
de sdegno presono i Perugini contro a' signori di
Cortona; ma la baldanza dell* ardvescovo gli aveva
si gonfiati di superbia, che non si curavano rompe-
re pace né fare ingiuria a' loro vicini : per la qual
cosa poco appresso ricevettono quello che avevano
meritato per la loro follia, come ne'suoi tempi rac-
conteremo.
CAPITOLO LVIL
Come i CMaratallesi di Todi voUono ribellare la
terra e furono cacciati.
Questa sfrenata baldanza de' ghibellini di To-
scana e della Marca per la forza del Bisdone facea
gravi movimenti, tra' quali, mentre che messer Piero
Sacconi guastava e predava il contado di Perugia, i
Chiaravalleai grandi dttadini di Todi, d' animo ghi-
bellino, fedono venire il profetta di Vico con tro«
80
CRONICA
prigioni feriti e magagDaU laaciaroDO qnaltrocento,
«ociocohè BOB corrompesiono la loro gente, e per
fare alcuna miaericordia della loro vittoria. Ma tanto
fu il loro danno xle' morti e feriti, e d'avere per-
dute le loro galeo, che della detta vittoria non po-
terono far festa. Questa battaglia non ebbe ordine
lè modo, ami fa avvilappsta e sparta come la tem-
pesta marina : e però com^ ella fa varia e non pe-
lata bene cernere né vedere, non 1* abbiamo potuta
con più certo e chiaro ordine recitare.
CAPITOLO LXI.
Come per le discordie d^ paesani la Sicilia era
in grave siato.
Partendoci dalle battaglie fatte per gì* Italiani
negli strani paesi, ci occorre Tintestino male delFi-
sola di Sicilia : la quale non avendo nemico strano,
tanto mortalmente crebbe il furore delle loro partii
che senza alcuna misericordia, come salvatiche fiere,
ovunque s^abboccavano s'uccidevano, per agnati, per
tradimenti, e per furti di loro tenute oontinovo ad-
operavano il fuoco e il ferro ; onde molti gentiluo-
mini, e altre genti del paese perderono la materia
delle paesane divisioni per le loro violente morti; e
ancora per questo tanto si disusarono i campi della
cultura, tanto si consumarono i frutti ricolti , che
r isola per addietro fontana d' ogni vittuaglia, per
inopia e per fame faceva le famiglie de^ suoi popoli
in grande numero pellegrinare negli altri paesi. B
per partirci un poco da tanta crudele inflsmia, la se-
guente ferina crudelezsa, con vergogna degli uomini
di quella lingua, sia per ora termine a questa mate-
ria. Un Catalano, il quale teneva una rócca nella
Valle di , fece a'suoi compagni tenere trattato
col conte di Ventimiglia, il quale avendo voglia d'a-
vere quella rócca, con troppa baldanzosa fidanza
sotto il trattato entrò nel caatello con centoquattro
compagni, benché più ve ne credesse mettere : ma
come con questi fu dentro, per V ordine preso pei
traditori furono chiose le porte, e ^1 conte e i com-
pagni presi; e avendovi uomini i quali si volevano
ricomperare a grande moneta, ed erano da rìserbare
per i casi fortunevoli delta guerra tanto incru-
deli r animo feroce de* Catatani, che senza arre-
sto spogliati ignudi i miseri prigioni, e legati colle
mani di dietro, V uno dopo V altro posto a' merli
della maggiore torre della rócca, sopra uno dirupina-
to grandissimo furono dirupinati senza ninna mise-
ricordia, lacerando i miseri corpi con Y impeto della
loro caduta a' crudeli sassi. 11 conte solo fo riser-
bato, non per movimento d* alcuna umanità, ma per
cupidigia di avere per la sua tosta alcuno suo Ca-
stolo vicino a* erodi nemici. Chi crederebbe questa
sevizia trovare tra* fieri popoli delle barbare nazio-
ni, la quale tra i orisliani, tra i contorti d'uno rea-
me, tra i vicini passò la crudeltà de' tigri, e la fie-
rezza de' più salvatiebi animali che ta terra produca?
B perocché trovare non si potrebbe maggiore, tra-
pazsiamo a un' altra di minore nunero, ma fonenon
di minore infamia.
CAPITOLO LXIL
Carne in Firenze furono tagliate le teste a' ptà
de' Guazzalotri di Prato»
Avendo narrata la grande crudeltà dei Catalam,
un' altra sotlo ombra di non vera scusa, non sinn
biasimo dell' abbandonata mansuetudine del nostro
comune, ci s' offera a raccontare. I Guaualotrì dì
Prato, come é detto addietro, innanzi che il cobidbo
il comperasse, usando la tirannia di quello tirasae-
scamento, ne furono abbattuti : per questo V anisto
di Iacopo di Zarine, caporale di quella casa, era ani
contento, avvegnaché assai oneatamente se *1 cobh
portasse. Avvenne che alquanti cittadini di Firesie,
animosi di setta, calunniarono lui e alquanti ctUa-
dini di Firenze di trattalo contro al comune: della
qual cosa convenne che in giudicio si scusassoao; e
non trovandosi colpevoli, fu infamia a quella gente cbe
quello aveano loro apposto, ed egli con gli altri info-
rnati furono prosciolti. Avvenne appresso, o per fof-
gire il pericolo degP infamatori, o per sdegno con-
ceputo, andando per podestà a Ferrara, fu riteant)
dal tiranno di Bologna e. poi lasciato, rimanendo
per stadico il figliuolo ; e tornato a Firenze, e preio
sospetto di lui, fu confinato a Montepulciano: i qoili
confini, qual che si fosse la cagione, e' non seppe
comportare, e fece suo trattato col signore di Bo-
logna per ritoroare in Prato ; per la qual cosa ven-
ne a Vaiano in Valdibisenzio, e fece riohiedera do'
suoi amieì, e da Siena vennono lettere al comaae
di Firenze di questo fatto: per le quali il nostro
comune di presento vi mise gento d' arme alla guar-
dia, per modo che non se ne potea dottare. Non-
dimeno i cittadini che reggevano allora il conane^
animosi per setta, volendo aggravare l'infamia, ii
su la mezzanotto feciono chiamare delle letta e ir-
mare i contadini, e trarre fuori i gonfaloni, cooie io
i nimici fossino alle porte ; di che i reggenti no fu-
rono forto biasimati. Nondimeno, seguendo loro inten-
dimento, aveano fatto venire da Prato tutti gli no-
mini di casa i Guazzalotri, i quali per numero furo-
no setto : e incontanento, come uomini guelfi e inno-
centi, e che dell' imprese di Iacopo di Zarino ermo
ignoranti, vennono a Firenze: ed essendo tutti ii
sulla porta del palagio de' priori, un fanto giunse il
di medeaimo, che le guardie erano rinforzato in Fn-
to, il quale diase loro da parto di Iacopo, com*^
intendea d' essere quella notto in Prato. Coatoro di
presento fàrono a^ signori e a^ loro collegi, e dis-
sono quello che in queir ora Iacopo avea loro man-
dato a dire, scusando la loro innocenza. I priori coi
loro collegi non dimostrando di loro alcuno sospot*
to, gli licenziarono per quel giorno : l' altra mattina
gli feciono chiamare, e tutti aenza sospetto andaro-
no a* signori, fuori d*un giovane, il quale qotato
ohe non fosse colpevole, tomette di venire ia est-
minazione; gli altri ftarono ritenuti, e messi ndle
mani del capitano del popolo, uomo di poca vktà:
e fatti pigliare certi Pratosi, e un Fiorentino de' Ca-
ligai, e due fabbri di contado, tutti per gravi mar-
tori confessarono^ come coloro che questo feciono
DI MATTEO VILLANI.
81
faro ToUoDo; e folnUimeBte, improTriio agli altri
dltadini, il detto capitano, dal meae di marzo 1351,
foco decapitare i botc, e i fabbri impiccare: la qual
coca fa tanta crudele e ÌDginatà aenteoza, e molto
diipiacque a* cittadini, perocché manifesto fd che non
erano colpcToli* Abbiamone detto iteao per dae ca-
gioni, r naa per manifestare di qoanto pencolo so-
no le sette cittadinesche, che i giosti spesso co-
m* e^ colperoli involgono in capitale sentenia; la
seconda per dimostrare qnanto a Dio dispiace qnando
si spande T innocente sangue: e per qnello che i
Qnazxalotri poco iananii sparsero per tirannia nella
loro terra, il loro per simigliante modo fa sparto
nella dttà di Firenze.
CAPITOLO LXin.
Come il Hran$M dtOrtieto fu morto.
In qnesto anno, del mese di marzo, essendo
tiranno d' Orvieto Benedetto di messer Bonconte
de* Monaldeschi, il qa^e poco dinanzi aveva morti
dae snoi consorti per venire alla tirannia, e stando
in quella per operazione de* suoi consorti^ da nno
fante nel ano palagio- fa morto. Per la morte di co-
stai la città fo in grave divisione ; ma coir alato di
gente e d* ambasoiadori perugini a* acquetò alquanto
il popolo con alcuno lieve e non fermo stato, pe-
rocché tutta la terra era int angainata per la divisio-
ne della casa de* Monaldeschi ; e avendo dentro poca
concordia, e di fuori sparti per lo contado e di-
stretto i cittadini cacciati, rimase lo stato dubbioso
n potere sostenere ; e per la cavalleria che V arci-
vescovo di Milano aveva in Toscana, e nella Marca,
i comuni di parte guelfa poco consiglio vi misono,
onde ne aegid la rivolta che appresso, seguendo no-
atro trattato, nel suo tempo racconteremo.
CAPITOLO LXIV.
Come % FiorenUni auediarono Veriine.
Nel predetto mese di marzo i Fiorentini fé-
dono porre V oste al castello di Vertine, e stri-
gnerlo con due campi al trarre 4elle balestra; e riz-
aaronvi due mangani che tutto di gìttavano, ab-
battendo e guastaodo le case della terra. Neil* oste
uvea aeicento cavalieri, e millecinquecento masna-
dieri di soldo, i quali deliberarono di combattere
il castello e vincerlo per battaglia ; ma avvenne mi-
rabile cosa, che quaai pareva fatta per arte magi-
ca, che il tempo si corruppe aU* acqua, che dì e
notte non riaté inino alla Paaqua ; e impedì tanto
r oste, che alla battaglia non si potè venire per
ninn moio, e quelli del castello ebbOno agio di
farlo più forte alla difeaa; e per questa cagione, e
perché dentro avea franca munada di buoni bri-
ganti, poco parca si curassono de^Fiorentini, e au-
nacciavano di darlo al Biscione; e cosi (rancamente
il tennono infino ali* uscita d'aprile, come appreaao
diviseremo.
Villani M., Or<mica. Vol. II
CAPITOLO LXV.
Come in corte fu fermata la pace dal re d*Ungheria
a^ reali di Puglia.
Essendo per lungo tempo trattata in corte di
Roma a Vignone la pace tra il Te d* Ungheria e ì
reali del regno di Cicilia di qua dal Faro, papa Cle-
mente essendo guarito della sua infermità, nella
quale aveva avuta grave riprenaione di coscienza,
perché aveva sostenuta la detta causa in contuma-
da, potendola acconciare, con singolare sollecitu-
dine mise opera che la pace si facesse. Ed essen-
do il re d* Ungheria con un solo fratello re di Po-
lonia, aenza avere altri consorti fuori de' reali del
regno di Cicilia, e già aoddisfatto in parte non pic-
cola della vendetta del fìratello, agevolmente si dis-
pose a volere la pace, gradendola al papa e a* car-
dinali che con istanza ne pregavano; e però mandò
a corte auoi ambasciadorì con pieno mandato, in-
formati di sua intenzione, lo eletto di cinque chiese,
e un vescovo d' Ungheria, e Qulforte Tedeaco fra-
tello di messer Currado Lupo, vicario nel Regno del
detto re; e del pese di gennaio 1351, i detti am-
basdadorì in presenza del papa e dei cardinali, co-
me ordinato fu per lo detto papa, ai fece la pace
con gli ambasdadorì del re Luigi e della rdna Òìo-
vanna in nome di tutti i reali di quella casa. E
per parte del re Luigi e della reina furono fitte
1* obbltganze, per le quali, secondo che *1 papa e
i cardinali aveano trattato^ il re e la reina doveano
dare e restituire al re d* Ungheria trecentonila fio-
rini d* oro in diversi termini, per sodìsfadmento
delle spese che il re d* Ungheria avea fatte in quel-
la impreaa del Regno. E fatte le dette cautele e la
detta pace, il papa per l' autorità sua e del consi-
glio db' suoi cardinali per decreto confermò ogni
cosa, confermando la pace, e consentendo all' ob-
bligagione pecuniaria del reame. E fornito ogni cosa
solennemente, innanzi che della casa si partissono
le parti, gli ambasdadori del re d* Ungheria, im-
prowiao a tutti, seguendo il mandato segreto che
ayeano dal loro signore, di grazia spontaneamente,
per propria volontà del re d' Ungheria, finirono e
quetarono al re, e alla reina, e a* reali di Puglia,
e al Regno, e alla Chiesa di Roma, di cui é il detto
reame, i detti trecentomila fiorini d* oro, dicendo,
come il loro aignore non avea fatta qnell' impresa
per avarizia, ma per vendicare la morte del suo fra-
tello. E incontanente si parti Gulforte, e tornò in
Ungheria a fare assapere al re come fdtto era quan-
to egli avea comandato, a grande grado e piacere
di Santa Chiesa. E i aopraddetti prelati andarono
nel Regno a trame gli Ungheri che v' erano salva-
mente, e a hn per comandamento del loro signore,
restituire al re Luigi e alla reina tutte le dttà, e
terre o castella che la ana gente vi tenea. E fatto
qneato accordò, qoale che si fosse la cagione, il
re d' Ungheria non lasciò incontanente i reali che
aveva prigioni in Ungheria, anzi gli tenne inaino al
aettembre proaaimo, come al suo tempo d diri, oc-
correndod altre cose che prima richieggono 11 debi-
to alla nostra penna.
82
CRONICA
CAPITOLO LXVL
Cam$ t arctveKoeo ÈtmUóita pace coUa Chieio.
Io qoesU iMipo, del Tema, l'arcivMcovo 4i Mi-
lano godIìboto naoUnoa a ciurto aoleiim ambaacla-
dori a procorare la tua rìconciliaaioiie con Santa
Cliioia; e a oìò morea il re di Francia con fona di
grandi doni cke gli faceva, e a! continovo ivegava
per ane lettere il papa e' cardinali che perdonaaso-
no all' arciTeaooYO, ed egli per eaaere più faroreg-
giato douMudaya pace. I parenti del papa e certi
cardinali erano ù altamente provvedati, e ai speaso,
che oontinovo pregavano per Ini il papa, e la con-
teiaa di Torenaa non finava: per la qoal cosa il papa
dimenticava 1* onore e V ingiurie di Santa Chiesa.
B non ottante ohe teneaae aoapeai gli ambaaciadori
de* comnni di Toscana delle cose che aveano prò-
poeto lon>, gli ambaaciadori continovo ricordavano
in concistoro V offese fatte per V arcivescovo e pei
snoi antecessori, e V ingiurie e violenie che fatte
avea, e conlinovo faceva a' oonuini di Toscana fe-
deli e divoti di Santa Chiesa. 11 papa, non ostante
ciò, favoreggiava oltre al modo onesto la eanaa del
tiranno ; onde per alcnno cardinale ne fn oortese-
aMnte ripreso ; a costai e egli altri cardinali che
moatfavano in concistoro di essere lelanti dell' o-
nore di Santa Chiesa, procedendo il tempo, col-
r ingegno e coli' arte e co' doni del tiranno fu-
rono racchiuse le bocche, e sporte le lingue in
suo favore; sicché nltimamente pervenne alla sua
intensione, come seguendo al ano tempo dimostre-
remo*
CAPITOLO LXVII.
DeUa gum fame cìCMono i barbari di Marocco,
Avvenne in quest'anno nel reame di Marocco
e nel reame della Bella Marina un' inopinata fame
per sterilità del paese, la qual fame gittò gran ca-
restia in Granata e nella Spagna, e stesesi per la
Navarra, e appreaso in Francia infino a Parigi ; che
per portare il grano a' barbari, per disordinato
guadagno che se ne iacea, venne lo staio di libbre
cinquanta di peso in Parigi in valuta di due fiorini
d' oro, o per lo paese, non molto meno. E i bar-
bari aaradni per aostentare la vita s' ordinarono
continovo digiuno, il quale soddisfacevano con tre
once di pane dato loro, e con un poco d'olio quanto
teneva la palma della mano, nel quale intignevano il
detto pane, e con questo mantenevano la loro vita :
nondimeno gran quantità ne morirono di fame in
quell'anno.
CARTOLO LXVUl.
Còme t fiUori di Fòrema coamneiaromo
Ècgraiamcnie a tmUar$ accorda eoa VoUUo
Mentre che il comune di Firense e di Siena
nveano gli ambaaciadori a corte di papa contro al-
V arcivescovo di Milano, avvedendosi che la Chiesa
per le preghiere del re di Francia o d^ aliri.bire»
ni, e per la grande quantità di moneta che fi ti-
ranno apendea in corte, eolla quale avea recato ia
ano favore tutta la oorte, ed era por essere rioan-
ciliato e fatto aasai maggiore che non era ia prt»
ma, difidandosi di non potere per loro i esistere aUa
sna poteua, ordinarono <«wllo aagratamenle di fa-
lere far nuMvero deHa Magna meeaer Cario re de*
RoBuini eletto imperadore, o però nmndaroao e
fedono venire d' Alemagne a Firenie segrelamwifte
nn ano oancelliere con grande mandalo : il quale fa
collocato e stette tutto il vamp racchiuso in Sta
Lorenso per modo, che i Fiorentini non sspeaae
chi si fosse, e di notte andavano a lai aegretari
del comune, i quali trattavano il modo della veaata
del detto eletto, col favore e aiuto grande del det-
to comune, per abbattere la tirannia dell' arcive-
scovo : e in fine vennono eoi dello ennc^ere a
piena concordia, tanto che, non ostante 1' antico o-
dio del nome imperiale a' detti eoanuu, fa loro
lecito di pubblicare la delta oonoordia accolla a* datti
popoli, come a ano tempo racconteremo.
CAPITOLO LXIX.
(Urna la gonio do' FioroaUai, cka aadaaana a
fornirò ìa>moIo^ faroao rotti dagli UbatdiaL
Entrando nel mese d* aprilo 1353, essendo
commesso per lo comune di Firenae al capiinno del
Mugello che forniaae Louole che i Fiorentini te-
nevano nel Podere, acciocché pia cUaaamente n
facease, si mise a farlo con sì poca prowiaioae,
che pie di innaoii fn paleso agli Ubaldini la caval-
cata che tuo ai doveva. 1 quali in quo' di aveano
colla gente dell*arciveaoovo di Mitamo preso il Men-
te della Fine n* confini di Romagna, il qnale «a
stato accomandato, ma non difeso da' Fiorentini, fi
avendo la gente apparecchiata, si misono in più a-
guali noli* alpe, ove stettono più di aspettando li
scorta de* Fiorentini per fornire Losiole. 0 folle
capitano di Mugello con quattrocento oavalieri e
con pedoni del Mugello, non avendo priaaa presi i
passi piii forti dell' alpe, nò fatto provvedere ae a-
guato vi foaae, si ause per ia ria del Reaaaolo eoa
la aalmeria e con la sua gente ad entrare nell'alpe,
e ksciossi uno degli agnati de' niamci addietro.
Quando abbono valicato Resanolo furono asaaliti da'
nimid dinanai e da lato e di dietro per wàùdo^ che
piccola difeaa v*ebbe, altro che di fuggire chi po-
tè. Rimaaonri morti cinqnanla nomini Ira a cavallo e
a piede, e ottanta presi con tutta la aalmeria; e di
questo fallo non fu altra vendetta in Firense, te
non che ohi fu morto o preso per la aula coadalta
s* ebbe il danno. 11 capitano fu Roaao di Ricciarào
de' Ricci di Firenae.
CAPITOLO LXX.
Còme f ' ebbe Vertìne a patii e disfeeen ia rócca.
Essendo stato il cuteUo di Verline hiagamen-
te assediato e traboccato da' dìAcii, e non volea*
i
DI MAtreO VILLANI.
Bi
dòsi arrettdtr», i Fiorentini diliberafono di farlo
eonbaltafo : e a dì 20 d* aprilo gli anni D&mnU
1352) con ibolth baldavca e eon poto ordino ii
aIrìtioBO ai oaatello aasalondolo da più pèrti, o in
alcimo Inogo fèrono ifiino al rompore dello mura ;
ma p&f non avoro diioH da eopriro^ né lo acato oho
biiognavaio a aaaaliro, oondoM aHo mora, oon dan-
no 0 con Toiii^ogna, mortino al^aanti, o foKii o ma-
gagnati aaaai dofN aaaatitori, ai ritraiaOno dotta
battaglia, la qvale avoano mantoanta irò orb dot dt.
L* aaaodlo vi ti fortiicò, o alrinsono il cailollo pie
di proaso, o ordinavano di eombatforto con più or-
dino 0 con maggioro forza. Qao' d^ entro vodendoai
aensa aperansa di ioccorso, per fagglre il pericolo
della battaglia trattarono di rendere la terra, aalve
lo parsone e V armi, e cbo poteaaono trarre tutto
il grano ohe avoeno nel oaaloUo di Vertlne di que'
della caia da Ricasoli, infra quindici di proiaimi. Il
trattalo fa fermo; o il primo dì di maggio del detto
anno n^nadrono qoe^da RicaaoK con ooaloeifeiqaan-
lotto maanadiori, molto bolla genio d* armo ; o 11
oomuo poae la terra, e inoontanonlo foce abbat-
loro duo fortezze obe t' erano a modo di rdccbe,
Tnna di qnoMa Ricaaoli, e Taltra dì quoMa Vertine,
ftodòcehè più per quello tenute non ai poteaao ru-
bollaro.
CAPITOLO LXXL
Eiempio di dUadineiea wtrieià di fortuna.
In qooato tempo awonno una cosa notorolo in
Fireoae, la qnalo per aè non era degna di memoria,
ma'oonoodeleai luogo por esempio delle cose arvo-
niro. Un giudico di logge di grande fama nella pra-
tica do' piali criminali e civili, di aaaai nuova pro-
gonio, o dì pìoeolo alato ne^ suoi prìacipiì, venne
por ano guadagno in ricchezza, e con prospera for-
tuna, 11 di dì calen di maggio del dello anno, dot-
toralo un ano igliuolo e menala moglie, con doto
dì iorini miHocinquecento d* oro, o con eredità di
palfimonio dì fiorini tromilacinquecento d* oro in
poaaeaaioni a lui pervenuto, celebrò solenne féali
in più di in grande allegrezza. B verificandosi la
parola della per Santo Gregorio aopra il Giobbe, il
qiMdo diaao : hraenutUia hibnlatUmis est laetUia
S0iéeia$i§^ poco approaao arvonno, cbo essendo io-
grati della non debila e sformata doto e suoceaaio-
no oroéitaria della delta donna, vollono alla madre
della laneinlia per male ingegno della loro arto
BOlIrarro ahrì certi beni ; la quale lurbata ai difen-
don a ragiono. I legiatì ordinarono un pialo tacito ;
o avendo avuta per altri fatti una procura dalla
delta donna, ai aforzarono, non avendo aweraario,
dì venire alla sentenza. Ma, come Iddio volle, la cor-
to a' avvide del baratto ; e scoperto V Inganno, il
figliuolo fu oondannato nd fuoco con un ano nipo-
te ; e il padre confidandosi dì difendere a ragione,
ai rappreaentò in giudiclo. Ed eaaondo per oaaéro
arao un ano mpolo eh* avea nome Lotto del mae-
stro Cambio do* Salviali, uomo di buona e; ndizione
e amalo da* cittadini, accadde essere de* priori di
Firenze, il quale per onore della aua casa operò
tanto che fu condannalo nel fuoco per falsità, a
condizione, che se infra dieci di non pagasse al co-
mune lire quattromila, e* slesse a Perugia un anno
a' confinì; od easendo già alato da dieci mesi a*
confini, tanto aeppé bdoperéro Con un altro pode-
stà, che rivocò ì suoi confini, e tornò a Firenze in-
nanzi al tempo, e mostrossi palese più d* un mese.
Volendosi fare cancellare del detto bando, e resti-
tuire alla matricola ov* era stalo raso^ e non tro-
vandosi modo tome dì regione fare ai potesse, ri-
mase in bando del fuoco per avere rotti i confluì,
ì quali aveva poco tempo a ubbidire ed era libero.
Coitai fu il primo f^he mise in pratica nella nostra
città di condttoere i dvilì piati in criminali, e per
qudla medesima cagione fu infamato e condannato
egli e *l suo figliuolo ; il quale poi dopo V esilio di
preàso a otto anni morì in bando, avendo prima il
padre ricomperato dal comune per grandi riforma-
gionì il ano fallo d* avere rotti i confini lire miUe-
dogenlo. B dopo la morte del figliuolo la donna
riirasao della casa la dote e '1 patrimonio, in grande
abbassamento dì quella famìglia, laacìando esempio
a* suoi dttadini, che tome la aeìenza convertita in
pratica dì male auàsionl, e le diaordìnate dote fanno
gli nomini arricchire e montare in stato, così quello
medeaime operazioni e doto spesso sono materia e
cagioni df gravi mino. Questo ci scusi averne fatto
qui la detta memoria.
CAPITOLO LXXII.
Come tm ^rafi re de* Tartari venne- sopra il re
di Proslavia.
Avvenne in quest'anno, cbo un re del Ugnag-
gio de* Tartari, avendo avuta la sua gente briga
col re dì Proslavla infedele, avegnachè suddito al re
d* Ungheria, e fatto danno T una gente airaltra, il
detto re de* Tartari aentendosi dì grande potenza,
per prosnnzione della sina grandezza, ovvero per
trarre la gente del ano paese che aveano a quel
tempo grandissima fame, uscì del suo reame con
inflnilo numero di gente a pie e a cavallo, ed en-
trò nel regno de* Proalavi. IT re de^ Proslavì colla
aua gente si fece inconbt) a quella moltitudine per
ritenerti a cerio frontiere, tanto che avesae il soc-
corso dal re d* Ungheria, il quale di presente vi
mandò quarantamila arcieri a cavallo: e aggiontor
ai colla gente del re de* Proslavi, di presente com-
miaooo la battaglia co* Tartari, de* quali taott n*uc-
ciaono, che la lena mancò agli uomini, e lo taglio
alle spade, e le aaette agli archi. Ha per la so-
prabbondanlo moltitudine de* Tartari, non potendoli
gli Ungheri e I Proalavì più tagliare, convenne che
abbandonassono 11 campo, non aenza grande danno
della loro gente. I Tartari vinti rimaaono vincitori:
ma per disagio di vivande, e per la corruzione
dell* aria, costretti prima a manicare de*corpi mor-
ti, aenlendo che per li due re si faceva apparec-
chiamento di ritornare in campo con maggiore e
più potente esercito, per panrn, e per lo gran di-
84
(«IONICA
ffelto ohe i Tartari avMBO di TiUuglia, ti tornarono
addietro in loro paese. Questa novella atemmo da
piìt e diverse parti in Firense del mese d^ aprile
1852.
Capitolo lxxid.
Come tu OrvUlo ehbe fnuiameiUo e micédio.
Ritornando all' italiane tampeste, essendo ri-
mase la città d' Orvieto con grande dissensione tra'
cittadini dopo la morte di Benedetto di messer Bon-
conto loro tiranno, i cittadini da capo si comincia-
rono a insanguinare insieme, e oocidea 1* uno V al-
tro nella città e di fuori, come s' uccidono le be-
stie al macello. Ed era sì corrotta la città ed il
contado, che in ninna parto si potova andare o
stare sicuro; e i Perugini e gli altri comuni di To-
scana erano si oppressati dalla gento del Biscione,
che appena poteano intendere alla loro difesa ; sic-
ché de' fatti d' Orvieto non si potevano intramette-
re come a quel tompo abbisognava. Avvenne che
Petruccio di Poppo Honaldeschi, come che d' animo
e di nazione fosse guelfo, avendo rispetto a piglia-
re la tirannia d' Orvieto, per suo trattato fece ve-
nire a condotta degli Ubaldini a Cotona dugento
cavalieri, e procacciò d' avere gento dal prefetto da
Vico: e quando si vide il bello, avendo raunato
nella torre assai fanti, levò il remore e oorse la
terra, e mise dentro i dugento cavalieri eh' avea in
Cotona, e uccise Bonconto suo consorto, nipote di
Benedetto, e più altri, e ridusse la città nella fona
de' ghibellini, credendo poterla tiranneggiare per
so ; ma in fino, come al suo tompo racconteremo,
la signoria rimase al prefetto da Vico e a parto ghi-
bellina, tradita ta patria e i consorti per singolare
invidia de' suoi congiuntL
CAPITOLO LXXIV.
(kme V armaia de' (leiioeett amdò m Tr^pemtm
per fumeggiare i nemicL
Dopo ta battaglia fatta in RosMuiia tra*6enove-
si, VouMiani e Catalani, avendo i Oenovesi preso ri-
poso per alcuno tempo, e ritornate le sei galee fug-
gito nel Mare Maggiore, rioonosoerono ta loro a-
mara vittoria, presono cuore dimenticando il dan-
no loro per Fanimosità ch'aveano ooniro alloro ne-
mici ch'erano rifuggiti a Trapenon, e procacciarono
aiuto da Pera, e mandarono por rinfrescamento di
galee armate, strìgnendo che quante più ne potes-
sono mandare armato il tacessono sensa indugio, a
fine di disfsre afEitto l'armata de' Veneciani e Catala-
ni, avendo anche speranza di vincere CostantinopolL
E racconce le loro galee, e rifornito le ciurme e'
soprasssglienti, se n'andarono a Trapenon, ove i Ve-
neziani e' Catalani s'erano rifuggiti \ e assai volto ton-
farono d' assalirli ; ma gli avversari aveano ta fona
delta (erra, e l'avvantaggio delta guardia del porto,
aicchè poco li curavano ; e quando ridono un tem-
po a loro riaggio fatto e fermo, e che era contra-
dio a' toro nenuci a poterli impedire, eon trentolta
galee neeonoe e riforaito si misono kt nuve; e a-
tandosi oon ta vele e oo'renn, avendo il vento in pop-
pa, a oontradio de' Genovesi valìempono in Candiate
giunti in Candia, misono in terra, e disermarone. B
atando nell' isola, per ta oorrmione di loro feriti e
de' disagi sostenuti infermarono e eormppono mol-
to ta terra, e mandarono dkie loro galee per avere
aiuto da Vinegia, le quali s'abbaltorono ia dieci ga-
lee ch'o'Oonovesi mandavano ,ia ahrto alta toro ar-
nmta; ma l'una per fona di remi eampò, Paltra diede
a torre, e abbandonato il corpo delta galea, salfaro-
no le persone.
CAPITOLO LXXV.
Cime i OeMeeii aseeéiaromo CeetamimopoèL
L'armata de'Gonovesi non avendo potuto im^
pedire Tannata de^Veneiiani e Cetalani ohe non fes-
sone passati all'isota diNegroponto, non attesone e
seguirli, BM atlesono ad aMOdiare CoetantÌBopoli por
mare, e fennarono di fare ogni loro podere per ab-
battere raiuto ohe i Venezieni aveano delTimporatere.
E stando ivi, giunse in loro aiuto seesanta legni ai^
matidi Turchi e lo dieci galee che fl comune di (fe-
nova avea mandato loro. Mega Domestico ohe al-
lora governava l' imperio eome tiranno, vedendo i
Veneziani rotti e soperchiati in quella gnem da'
Genovesi, e ^e le loro fona orescièva, e sentendosi
il vero imperatore, il quota s'avea tatto a genero, ae-
flrico, per non venire a peggio trattò paer oe'6«-
novesi, e feraHMsi la detta pace a^dl 6 maggio dol
detto anno: e fu ta patto, ^' e' Veneziani del paese
fossono sairi in avere e ta penona, e che i Geno-
vesi non dovessono pagare m Coetantinop<^ eom-
BMrcio, e che ri poteeeono tare porto, e andare e
stare oosm amici : e ohe d'allora innanzi l'impendo-
re non dovesse rioettare i Veneziani né i Catdani,
né dare loro aloono aiuto. E ferma ta peee, i Geno-
vesi oon totta loro armata ae ne vennono in Co-
dta per rinoera il paese ; e votando porro n ter-
ra, Àbono inoontro i paesani eon treoente oavd^
ri, e ta oimrme delle galee, e oontrn^yssMio ta pri-
ma seesa. I Genovesi si prowideno di faro pmte
e dietro a qudta misono i batastrieri, ò meeeo ta ssa-
le ta terra, a oontradio de'nenùoi preiono campo;s
stando ta torra trovarono il paese corrotto, e avve-
lenata l'aria e ta torra delta eorruzione epuUt Me
gatae de' Veneziani e Catalani, e an^o tra loro avea
de' foriti e degrtaformi; e por questa oegione, e por i
molti disegi sostenuti lungamente, pensarono che il
soprutare era pestilonzioso e mortale : af rìoolsoao
a galea, e misottsi ta mare per tonarsi a Genova;
e innanzi pervenissono atta patria più ék naifle eta-
queceato uomini unirti gettarono in mare : e Midi-*
meno lasciarono nel- golfo di Vinegta diod galee por
danneggiare i Veneziani. E dd meeo d'agosto dd
detto anno con trentedae galee tornarono a Genoft
col toro ammiraglio, e eon settecento prigioni Ve*
nentanì, e con molta preda dell'aequislo tatto sopra
i nomici e sopra lo spoglie dei Greci. Della qotl
DI MATIEO VILLANI.
85
TiUoria, avregnachè mollo no monUfio in fama il co-
nona dì OaiOTa, più trìatiiia oha allagrttxa» più pian-
to e doloro che fetta tornò alla loro patria ; e tro-
TOiai all*a||iaio di quatta maladetta gnarra di qua-
tta armato, cho tra morti in battala a annegati in
mare, e periti di pettUenaa, tra Tnna parto • V altra
fi morirono più- d'ottomila Italiani in qnoir anno.
R qneato aTYonno aolo per attixsamento d'inndia di
pari atalo di due popoli GenóTed e Veneaiani, ohe
ealuo ai Tolea tenero il maggioro.
CAPITOLO LXXVI.
Concordia falla daU'mperadore a* eommm
di Toscana,
Tornando al Inngo trattato menato in Pirenie
per li Fiorentini o Femgini e Sineti, molto aegre-
tamente oon aMtaer Arrigo propotto d' Btdria deiror-
dino <dì aerti frieri, ▼eceoanoalliere di meater Carlo
eletto imperadore, re di Boemia e re de' Romani ;
il quale con mollo tanno e gran diUgeua, arando il
mandato dal ano tignore, e per meziano tra lui e
gli ambateiadori de' topraddetti comuni metter Ra-
flMndo, Tuno dagli utciti guelfi di Parma, marchete di
Soraga, capitano di guerra del comune di Firense,
acrilte le convenense e'patti di concordia, ai totten-
ne la pnbMieaiione di quelli per lo detto vececancel-
yere e per li detti comuni, tanto eh* abbono la fer-
mescii da cofte^ come il papa area rieoncOialo per
aonlensa PardfoteoTO di Milano, e fatto la ooncor-
dm con lui, come nel principio del noatro terEO li-
bro ti potrà trotare ; e qneata concordia fu ferma
del detto meae d'aprile del detto anno.
CAPITOLO LXXVU.
Como $i Uoò iNM compagnia nel Bogno, o fit rolla
dal ro Luigi,
ATtenne, non oatante che la pace fotte fotta tra
il ro d' Ungheria e i reali di Puglia, e deliberato
foate per lo papa la coronaifone del re Luigi, per la
baldanu cho i toldati forealieri areano prete nel Re-
gno, uno Baltnmo della Motta, nipote dìi fra Mortale,
ehe ancora teneva la città d'Averta, fece raccolta di
cavaUorì di tua lingua, e di Tedetehi e d' Italiani
eh* erano nel Regno tenta toldo, ed ebbe quattro-
cento barbute e cinquecento matnadierì : e cominciò
n eorrere per Terra di Lavoro, di contiglio e con-
tontimento di fra Moriale, teoondo il tuono, benché
fecondo la vieta dimoatrava il contradio, e prendea
i cnaali, e facea rimediro la gente, e molto contur-
beva il paete : e i baroni e' cavalieri regnicoli, che
Toleano venire a Napoli alla coronazione del re, e-
rano da coatoro forte impediti, e i cammini erano
rotti per loro, e apeaao aaàaliti, e per aoperchla bal-
dauM t' erano ridotti a Ceaa, tra la città d' Averta
e r Acerra. B atando ivi, in gran vergogna del futu-
ro re Luigi ; il re, infiammato di quatta ingiuria, an-
bitamente e improwiao a' ladroni accolae de*baroni
ch'erano venuti a lui, e di Napoletani da mille cava-
lieri, e montò a cavallo in pertona ; e teguitato da*
tool, a di 98 d* aprilo del detto anno occupò Bel-
tramo della Motta e la ana compagnia, i quali per
lo tubito utalto non feciono retta, ma chi potò fug-
gire non attete il compagno: e coti fuggendo molti
ne furono mòrti e preti, che pochi ne camparono.
Beltramo della Mòtta con venti compagni fog^ a A-
lifo e campò. In Napoli furono giudicati a morte
venticinque paetani eh' erano in queHa compagnia ;
gli altri rimatone prigioni. E la detta compagnia fu
al tutto contnmata e apenta con onore del re Luigi
e oon più lieta fetta della tua eoronaiione, ehe ap-
preaao tegnitò, come lotto diviteremo.
CAPITOLO LXXVfll.
Como i Perugini guaslarono inlomo a Corlona,
In quetto mete d* aprile del detto anno, i ca-
valieri delf arciveacovo di Milano ch'erano alati lun-
gamente al tervigio del aignoro di Cortona all'Or-
tala, ti partirono di là^ e latciarono dngentocin-
quanta cavaUeri. I Perugini aontati dell'ingiuria fatta
loro da' Cortoneti, di pretenle, avuto trecento cava-
lieri da' Fiorentini, con aettecento barbute e con gran
popolo cavalcarono aopra Cortona, ardendo e gua-
ttando le cete e le vigne e' campi, e tagliando gli
alberi, aoperando il fuoco e il ferro; e guattàrla in-
tomo per moKi giorni, tenia potere i Cortoneti di-
fendere in ninna parte, di fuori che dalP Ortaia a Cor-
tona, per la guardia vi fecero i dugentocinquanta
cavalieri del Bitdone, ma aenxa artione: coti con-
twnarono que'cavalieri quella parte difendendo, co-
me i Perugini faltre parti per loro vendetta,
CAPITOLO LXXDL
Con^ i PiorenHni fornirono Lo%u>le,
I Fiorentini poco tempo innanii per mala con-
dotta rotti dagli Ubaldini nell' alpe, volendo fornire
Loxxole, prowidono di fornirlo con più awiao e
prowedensa; ohe tenia fare apparecchiamento nel
Mugello, avendo in Firente cavalieri e pedoni, e la
vitlnaglia apparecchiata, teuM alcuna vitta manda-
rono improwito agli Ubaldini; e fedone pigliare a
buoni matnadieri i patti e i poggi dell' alpe. E preti
i patti la notte, la mattina vi mandarono cento ca-
valieri, e quattrocento balettrieri eletti, e teicento
buoni mttnadieri di aoldo, e tutta la aalmeria con
loro, i quali andarono tenta contruto. E furono to-
pra il battifolle degli Ubaldini, il quale era topra
Louole, innansi che potettono avere toocorto; e
vedendoti torprendere alla gente de* Fiorentini, ab-
bandonerò la battita e V arme, e gittaronti per le
ripe per aalvare lo portone. I Fiorentini pretono
r arme e la roba eh' era nella beatila, e aggiuntonla
alla loro aalmeria, e mitono ogni cote nel castello
di Loixole, e artono il battifolle de' nimid, e tani
e aaWi aeota trovare contratto ti tornarono a Fi-
renxe del mete di maggio del detto anno.
86
CROMCA
LIBRO TERZO
CAPITOLO PRIKO.
Prologo,
Eendendo spesso Ustiniomaiiu delle omiUtoU
cose del mondo ogni stato amano» non è da pen-
sare cosa maraWgUosa quella ohe ha fatto maravi-
gliare ne* nostri di OTonque la sua fama aggionse. E
domandando la debita materia di fare cominciamento
al terzo libro, possiamo eon ragione dire, che la
corona dell' imperiale maestà e il sno regno, alla
qnale dìpendea ia monarchia dell' onirerso, era Ro-
ma ooir italiana protincia, delle provinde della qoale
ne* nostri tempi la città di Firenie, Perugia e Siena,
segnando alcune orme ^ quella, per li tempi av-
versi dello sviato imperio, in segno della romana li-
bertà, avendo veduto per li tempi passati T inco-
stanza degrimperadori alamanni avere in Italia ge-
nerate e accresciute tirannesche suggeiioni di po-
poli, hanno mantenuto la franchigia e la libertà di-
scesa in loro dair antico popolo romano : e solanti
di non sostenere quella a tirannia, molte volte per
diversi e lunghi tempi apparvono oontradii all' impe-
riale suggexione, intanto che non si poteva in que-
sti popoli sostenere senza sospetto, senza pericolo e
senza infamia il raccontamento delT imperiale nome.
B come subitamente gli animi di quo' popoli e de^
loro rettori per paora del potente tiranno arcive-
scovo di Milano ài casdiiarono, procurando V amistà
e r avvenimento in Italia di messer Carlo re di Boe-
mia eletto imperadora, i movimenti già narrati, e lo
operazioni che appresso ne seguirono , seguendo
nostro trattato il disMMitreremo.
CAPITOLO IL
La potenza delP arciteicoto di Milano^ e U pro^
caccio fece a corte per la sua liberazione.
Era in questo tempo potentissimo e temuto si-
gnore messer Giovanni de' Visconti areivescovo di
Milano, sotto la cui signorìa' si reggea la nobile e
grande città di Milano, e V antica e famosa città di
Bologna, Cremona, Lodi, Parma, Piacenza, Brescia,
Monda, Bergamo, Como, Asti, Alessandria della pa-
glia, Tortona, Alba, Novara, Vercelli, Bobbio, Cre-
ma, e più altre città e terre nelle montagne di verso
la Magna, co' loro contadi, ville e castella ; e i si-
gnori di Pavia, eh' erano qua' di Beccheria, lo ubbi-
divano come signore, benché la città fosse al loro
governamento. In Toscana aveva acquistato il Bor-^
go a San Sepolcro, e il castello d' Anghiarì o al-
tre castella d' intorno. B accomandati e ubbidienti
gli erano Cortona, Orvieto, Cotona, Agobbio, i Tar-
lati usdti d'Arezzo^ gli Ubaldini, t Pazzi di Val
derno, gli Ubaiiw, e qoe* da Faggiuola; e i coali
da Monteialtro, e de' eonti 6«di dal lato gttsii.
n», e il eonte Tano dn Montooorettì, e gli altrigli-
beUini caporali di Toscana e di Boattgna e dali
Marca l' nbbidivano. E a sna lega e a compagaia •-
vea il signore della Scala e di Mantova e di Pado-
va ; e il marchese di Ferrara in Lombardia , e il
comune di Genova e quello di Pìsb aotto ak«o er^
dinato servigio, e il capilano di Forlì, e il tiiaaao
di Faenza, e il signore di Ravenna tenevano eoa ha
in lega e in compagnia, eome nel aecoado nostro
libro narrato abbiamo. B non avendo T ardveacovo
altra guerra che col oomone di Firenze e di Pera-
gk, alla coi compagnia e lega a'aoeoalava debal-
BMnte il comune di Siena, era si potante e ditaals
aiuto e forza, che impossihilo pareva a questi po-
poli potersi difendere senza aiuto di pia potaala
bracdo; e però aveano aundato n corte, come detta
ò, per indttcere il papa e i cardinali conin lui, eoa-
tendo che la Chiesa per le grandi ingiorie rìoavate
procedeva contro a lui Ma T ardveacovo per ript-
rare, sentendo che gì' impugnatoti erano gtaadi,
penaò che non era tempo da nutrieam il lavorio,
osa di trarlo a fine \ e awedendoai gumlo l' aiaii-
zia movea le cortigiane coao, e diaponova i piaisti
all' olore della peonnia, e per questo U cose, aspit-
tendo maggior frutto, ai aoateneveno, dn capo ua-
dò più grande e più aolenne ns^MiKintn a ooila éi
suoi confidenti, uomini sporti e di grande antoi^
e mandoUi fomiti di più di dugenlomila fiorini d'o-
ro, con pieno mandato a operare e faro con doni a
con loco indnatna o iaipromesse, sonsa avere ri-
guardo alla pecunia, d' «vere la rìconoiliaaìeae di
Santa Chieaa, rimanendoli la aignoria di Bologna. B
oltre a dò aoperò per fiaran de' suoi don, eheaMi-
sor Giovanni di Vaiola re di Francia aMmdò altri
baroni auoi ambasciadori al papa e a* eardiash a
procurare la rìcondliazionn dell' ardveaeovo; e h
contessa di Torenna, governatore del papa ndle aaa
temporali bisogne, per cui il santo padre autUo a
movea nelle grandi bisognai procaeoiò con ismiia-
rati doni. Nel continuo tempeUamento del papa, par
lo suo aiuto, e ne' parenti del papa d prov^esoi
larga mano. E in certi cardinali che gti si sMSlra-
vano awerd per zelo dell' onore di Santa Chiosa li
provvide per ommIo, che agevole fu a eonoacece eka
1' onore di Santa Chieaa non a' apparteneva a loio.
E avendo l' ardveacovo tutta oomprean la corte is
sno iavore, aeguita il modo ohe papa Clemente taa-
ne con gli aaabafciadorl de'ooaMini di Toeoana, par
potere fare con più ana scusa qndlo che prtaM area
deliberato di Ivo.
'A
DI MATTBO VILLANL
87
CAPITOLO m.
Come popu CUmenU suto pr9po$e ire cose a* co-
mwù di ToiCima^ perchè pigUoisouo P urna,
BfieBdo tolta la oorle di Rosa ripieia di do-
ai e d^anbaaciadorì per i hlU dell' aPoivaacotOr e
▼oleoé^ il papa terariiare la tua oaoaa aeeondo k
doauwda de'aaoi ambasoiadorì , i quali nella Wata
proCarivaBe di Ini ogni ibbidìeBza di Santa Chiosa,
• nel aegrelo aveano robbidieDu del papa e é%i
eardinali alla aoa volontà, per le ragioni e cagioni
già narrate; volendo il papa aioataare agli amba-
aeiadori de' tre oomnni di Toacana aingoiare affa-
alone, da eapo gli ebbe in eonoiiloro ; e eomnen-
dato mollo i loro eomnoi di molle ooae, e aingo-
tarmente dell' aaM>re e della fede obe portavano a
Santa Chiesa, e dohiloai delle loro oppreaaioni per
le diviaioni e acandali d' ItaHa ; Mne conebindendo
dMae, ^e BMUea nella loro eleaione qoeUe Ire eo-
ae oh' aven idlre volta loro promeaae, eh* elU e-
leggeaaono Tona senza soggiorno : o di buona pace
ooU'arciveacoTO, o Ioga e compagnia colla Chiesa
contro a lui, o che facesse passare in Italia V eletto
imperatore. Gli ambasoiadori rìstreUi insieme, che
eonosoevano e aenlivano dove la causa dell' areive-
acovo era ridotta^ non ai voUono rimutare da quello
eh' altra volta aveano dello al papa , che quello
ohe a Ini paresse il mìglsore erano contanti che fa-
9^H9 loro, mnntanendo in ani folto la piena eonA-
denin eh" aveano a Santa Chiesa e al aomnM pa-
store, n papa conobbe che ta riapoata era intara
nlk non intemione, e che poteva precedere con giop-
alo titola aenaa offandere i comuni di Toscana nei
aaoi BMvimenIì, quanto che in fatti era M conlraéio,
nUa aontenBa di rioonciliare 1* arciveacovo ; e però
fn cootonto , e disse loro che provvederebbe per
■Mdo, che i loro oomnni avrebbono coli* ardvenao-
vo buona paee: detta qnale offerta ninna sperania
ai prese, oonoseendo manifentamenta eh' al lotto si
intendeva a magnificare il tiranno , e a fare k aoa
volontà.
CAnroLO IV.
Come il papa è* eardmaii mnmUiarono i proee$9Ì
conerò all' orcieeicoto.
Poco appreaao dopo la detta riapoata, avendo
gli naibasckdori significato a* toro comuni quatto
oh* aveano dal pap% e quello ohe aaolivapo di certo
de* talli dell' arciveacovo^ il pepa coavocè i cardi-
nali a coneiatero, i qnali tulli, nkno diaeoadanke, e-
lano d'aoaoedo con gli ambaacindori deU' areiyeaeo-
vo; fr però non eaaendo taa loro qaisliono, doaaenicn
mattine a di 5 di maggiot, «i anni Domini 1362^
fa per k aanta nbbidieena delF areiveaeovo aoprad-
dello annnttalo il precesso faUo contro a Ini, e n-
oonciliato a Santa Cbksa, e tratto d' ogni acomu-
nioaiione e d' ogni intardelto. B in queMo concistoro
pnbblieo, avendo per li suoi ambasdadori renduta le
cbkvi al papa in segno detta leetilnzione^ di Bo-
logna, il papa colla volontà de' suoi cardinali ne rin-
vesti gfi ambasoiadori, rioeventi per Io detto ard-
veacovo e de' suoi successori, netta signoria di Milano
e di Bologna, per tempo e tarmke di dodid anni
presumi a venire, con promessione che ogni anno
ne darebbe di censo fiorini dodidmtta alla camera
del papa ; e compinto il detto tarmine, la renderebbe
libera a Santa Chieaa; e allora reatituiranno con-
tanti, per nome del detto arcivescovo, fiorini cento-
mfla alla camera del papa, per la reatiluiione delta
spese che la Chkaa vi fece quando vi tenne V oato
il conta di Romagna. B cosi per pietà e per danari
ogni gran cosa si fornisce a' nostri tempi co' pastori
di Santa Chieaa.
CAPITOLO V.
Come gli ambatdaàori de' Toicani ii parUroM
di corte mal conienti.
K
U papa avendo grande appetito di aervire to-*
sto aH' arcivescovo, vedendo che '1 trattare detta paco
promeasa a' comuni di Toacana avea a aostenere la
cansa del tiranno, si fece promettere trìegoa per un
anno, in quanto tt comune di Pireme e gli altri co-
muni la volessono, acdocchè infra tt termine pia or-
dinatamente ai Iraltaaae delta pace. GU ambaadadori
eh* aveano assai dinanzi avvisali i loro comuni come la
cosa procedeva, acdoocbè provvedeasono al loro sta-
to, frustrali della loro intenxione, si partirono mal
contenti di corte, e tomarond in Toacana. B innan-
ai la loro tornata, in Firenze si pubblicò il trattato
e la concordia presa eoi vececancelUere dett^ eletto
ìmperadore, come appresso diviseremo. Avvenne po-
eo appresso che il vicario ddrarciveaoovo in Bolo-
gna nundò a Firenze un messo con uUvo in mano
e con ano Iettare, significando k tregua fatta e bandita
natte torre ddrardveseovo sno signore; e in qnetto dì
fece muovere sua geoto a cavetto e a pia da Monte-
coretti, e cavalcare nel Mugdlo predando, e ucdden-
éo e ardendo, cobm gravi nimid del comune, e ritras-
aonsi a salvamento; e ivi dopo pochi di ritornarono,
e mkono loro agnati, e furono scoperti, e rotti e
morti e presi gran parto di taro, aicchè più non si
attentarono di venire in MugeUo. Per queati segni
n scoperse, che tt trattato dd papa con k Iregne,
cotta té corrotta del tiranno^ non ebbe prìndpio di
buona intenzione.
CAPITOLO VL
Come i ire comuni di Toscana a' accordarono
a far passare Fimperadore,
I rettori de' tre eomnni di Toeeana, per l' in-
formazione eh' aveano avuta da corte da' loro am-
basciadori» sentivano a certo che la Chieaa gli ab-
^umdonva, ed era per magnificare tt loro aneraario:
e bene che senlissono le promesso dd papa, non
vedeano da potersene confidare; e però tempellava-
no negU animi Ira il sospetto e k paura, aggiu-
gnendo temenza di cittadinesche disoordie nel so-
i
88
CRONICA
prasUre : e bene che ancora non aveasono avuta
cerieua del fatto da* loro ambaaciadoii| aeasa ren-
dere al Santo Padre il debito onore, qnaaì palpando,
per lo trattato tenuto col veeecancelliere deU*im-
peradore, mostrando di prendere confidanza nella fa-
ma delle virtù e aenno e larghe profferte del detto
eletto imperadorOi per aiutarsi dal potente tiranno
nimico, valicando egli in Italia a istanza de* detti tre
comuni, come il suo cancelliere, promettea ; e per
questa cagione, d* uno animo e d*uno volere tutto
il reggimento di questi tre comuni, Firenze, Perugia,
e Siena, con pubblico consentimento de* loro popoli
si deliberarono d* essere air ubbidienza del detto e-
letto imperadore con certi patti e convenzioni, i
quali erano assai strani alla libertà del sommo im-
perio. Ma perchè le cose disviate con alcuno mezzo
piik tosto »i congiungono a unità e a concordia, non
fu a quel tempo tenuta sconvenevole la domanda,
uè ingiusto r assentimento del signore; e però al-
r uscita del mese d* aprile del detto anno , nella
città di Firenze, in pubblico parlamento si fermò il
trattato ordinato per lo veeecancelliere dell* eletto
imperadore, oon gli ambasciadori e sindachi de*detti
tre comuni, e pubblicossi i patti e le convenzioni; e
fattone solenni stipulazioni e carte, grande ammira*
zione ne fu per tutta Ita^a. I patti in sostanza rac-
conteremo qui appresso nel seguente capitolo ^
CAPITOLO VII,
Quaii furono i patti dalT imperadore a* tre comuM.
Promise il detto veeecancelliere, che per tutto
il prossimo mese di luglio reietto re de* Romani
imperadore sarebbe in Lombardia sopra le terre del-
1* arcivescovo di Milano per guerreggiare e abbat-
tere la sua signoria con seimila cavalieri : dei quali
duemila ne dovea avere al suo proprio soldo, ov-
Toro servigio, e mille che promessi gli avea la Chiesa
di Roma quando passasse ; i quali se dalla Chiesa
non avesse, promettea fornirli da aò, e gli altri tre-
mila cavalieri, i quali dovea soldare a sua eletta.
Questi tre comuni gli doveano dare per un anno
dugento migliaia di fiorini d* oro ; e oltre a ciò gli
doveano donare, come e* fosse in Aquilea, fiorini die-
cimila d*oro. La taglia era al comune di Firenze
per millecinquecentodnquanta cavalieri, Perugia ot-
tocentocinquanta, e Siena seicento. B so in uno an-
no la guerra non fosse terminata, si dovea provve-
dere del nuovo sussidio innanzi al tempo , confi-
dandosi catuna parte d* averne concordia. E i detti
tre comuni deono tenere il detto messer Carlo vero
re de* Romani, e futuro diritto imperadore ; ed egli
dee promettere di mantenere i detti tre comuni nella
loro libertà e ne' loro statuti ; e come avesse la
corona, avendo sotlomeaso il tiranno, i priori di Fi-
renze e* neve di Siena si doveano dinonunare vi-
carii dell* imperadore a^ntre che fòssono ali* akia
(i Perugini non a* obbligaroto a queato, faeeidoii
uomini di Santa Chieaa); e il comune di Firenze pre-
mise in detto caso pagare ogni anno per nose di
censo danari ventìsei per focolare: gli altri aoBoi
a* obbligarono senza distinzione di pagare ogni aaaa
quello eh* era consueto all' imperadore per aatiflo.
E fu in patto, che 1* imperadore ven^o atta cqiobi
dovesse privilegiare a* detti comuni tutte le tene,
ville e castella eh* al preaente ptsaédoano, ^ -^ t-
vessono posseduto sei anni addietro, quanto che en
non le poaaedessono , e che dalla eondanaagioBs
fatta per 1* imperadore Arrigo ano avolo, pnaiie
liberare e assolvere i detti oomuni. E '1 dette n^
cecancelliere per nome del detto eletto imperadeit
promise , che le dette coaveneaie e patti il detti
eletto confermerebbe infira meiao il prossimo fiilaio
mese di giugno del detto anno« Altre jinguUrieoN
vi ai promiaono, che non sono di necessità a no*
contare.
CAPITOLO vin.
Come il re Luigi e la reima Gioeamma fuinmo ccrth
fto/t per la Chiesa.
Avendo papa Clemente sesto e* suoi etfdìBali
mandati legati nel Regno, a di 27 di maglie dil
detto anno, il di della Santa Penleoeete, netta M
di Napoli, celebrata la solenne measa, eon la ein*
sueta aolennità consacrarono e corourono ÌBWom
di Santa Chieaa in prima il re Luigi, e dappram-li
reina Giovanna, del reame di GeraMlemme e di Cici-
lia. E queato fu fatto con molta leata dibaieniedi
cavalieri del regno, e de* Napoletani e de* iorsatiiri,
i qaaU tutti ai sfonarott» dimorare il re e la fcisi
in quella feata; e feceai atte case del preme di Tf
ranto sopra le Coreggie, eon molto gioatre e coi
grande armeggiare : e ventiti e adorai il re e la
reina in abito di reale maestà, ricevettono 1* OBif|
gio da tutti i baroni che non erano stati centnrìi
nella guerra, e da assai di quelli eh* aveano teaiti
contro a lui per lo re d* Ungheria, a* quali tatti per-
donò mostrando loro buono animo e hnoao volva
E a coloro che alla sua coronazione non «raae n-
nuti a fare V omaggio, assegnò termine gin^ a po-
tere venire con pace e con amore alla aua M-
diensa ; e quale dal tarmine innanzi non foase ve-
nuto, per decreto fece che foaae rubello detta ca-
rena. E dopo k coronazione cavalcò 0 re in ibHi
reale per la città di NapoU, montata in au mo gna^o
e poderoso destriere, addeatrato al freno e alla lefii
da*att0i baroni. Quando fu valicato pwta Petraoci
nella via di Porto, eerte donne per fargli onera e
' Uscita Krenze da guerra tanto gravosa, fa tribolata e ^^^ fittarono aopra lui ddta flneatr« rose e lori
seommoMa daUe compagnie di Tentara, oaiaate alla sproT- < ^ì grande odore: il doatriere aombrò, ed erse; l
vista, nà rìobìefte al soldo da prìoeipe alcuno. Aggioogi baroni, ch* erano al freno ai sforzarono d* ahbassire
le dviU discordie, le tragiche scene, e gli esigli rinnova- y ©ayiUo: il destriere, ch*era poderoso, ruppe le re-
tisi al npnstinarsi de capitani guelfi, in danno e oppres- ,. ,, ■ • • j j • «i j ^^^m^ ,«■
.ioD. della piirt. ghibdUn», e sÌTod^iU tri«t«st»toin che «•'»«• U w ÌJ«»f» vedeodOM «opra il d«rtn«re «p^
era rìcadat» la eitu. T«Dlato seuM redÌM, di fabito detiraaMle M ■*
DI MATTEO VILLANI.
89
gittò a lem, e otédegli la corona di capo, e nip-
poai in tre pesai, cadendoae tre merli ; aUa peraona
non ai fece male: rilegata la coroqa, di preaente,
ridendo, montò a cavallo, catalcando per la terra
con pan feata e onore. In qneato medeaimo di
moti nna ana fancinlla,>cliè altro figliuolo nonafCTa
della reina. Molti per lineati caai pronoaticarono non
proapere ooae alla maeatà reale.
CAf ITOLO !X.
CommendwUone in laude di me$8er
Niceola Acciaiuoli:
Degna coaa ne pare, e debito del noatro trattato,
appreaao la coronaaione del re Luigi, rendere bene-
ficio di memoria per chiara fama di meaaer Niceola
Acciainoli, cittadino popolare di Firenze, balio e go-
vernatore deirinfinsia del detto re; fl quale ea-
aendo prima compagno della compagnia degli Ac-
ciaiuoli, con animo più cavallereaco che mercantile
ai miao al aerviglo dell'imperatrice, moglie che fu
del pronao di Taranto, e quello eaercitò realmente
e peraonalmente con tanta virtù • con tanto piacere
d^ donna , eh' ella avendo tre auoi figlinoli di
piccola età , Ruberto primogenito, e meaaer Ln^
secondo, e Filippo il tono, tutti gli miao nel go-*
vemamento di Niceola Acciainoli, che allora non
ora cavaliere; e lutto il ano conaiglio V imperatrice
riatrinae in kiì, e con lei ae ne paaaò in Romania; e
ordinati i fitti delle terre e baronìe di là, con lei
ne no tornò a Napoli. Ed eaaendo creaciato di età
di anni quindici nMaaer Luigi, volendo il re Ruberto
mandare gente d* arme in Calavra , e dilettandoai
dell^induatria del giovane barone, fatta eletta di cin-
quecento cavalieri d'arme, e datili air ubbidienza di
BBoaaer Luigi, lui aeeonmndò a meaaer Niceola Ac-
ciainoli, comandandogli in tutto chrnbbidiaae al
ano maeatro. B queato fece il re di volontà dell'im-
peratrice ana auidre, avendo poco innanai fatto ca-
vaMero il detto meaaer Niceola; e da quali* ora ap-
preaao il detto meaaer Luigi ai reaae in tutto e go-
vernò per le mani di meaaer Niceola. E aopravve-
BUta la morto del duca Andreaaaa, per operazione
deir imperatrice e di meaaer Niceola Acciaiuoli fu
data la reina Giovanna per moglie a meaaer Luigi :
o ne* prìau coaùndamenli con aaaai proapera fortuna
accreacea il ano aignore. E cambiandoai le cose per
r avvenimento del re d'Ungheria alla vendetta del
fratello, eaaendo tutti gli altri reali all'ubbidienza
del potente re, coatui aolo, coli' aiuto d'alquanti
che ubbidivano aUa reinn, per lo oonaiglio e con-
forto di meaaer Niceola, aoatenne contro alla gente
del re d' Ungheria lungamente, e tentò di reaiatere
Idia peraona del loro re; e non ai partì dalla fìron-
tiem di Capava, iaflno che abbandonato dagli avari
rognieolif e già aoppreao dall' avvenimento del re
o del ano eaereito, fa coatreUo di partirai da Ca-
pava, o appreaao da Napoli, aprovveduto, di notte,
rieogUendoai per neeeaaità in au una vecchia a male
annata galea; e in quella raccolto, con poca nineae
a con Itavo coaipagnia valicò in Toacana in povero
atato. E per lo detto meaaer Niceola, e co' auoi da-
nari e di auoi amici fu atato e rifornito e confor-
tato nella grave tempeata della fortuna. Preai tutti
i reali, e morto il duca di Dorazzo, e il Regno venu-
to nelle mani del ano peraecutore, e non volendo i
Fiorentini ricevere nella loro città, uè aowenire di
alcuna cosa per tema del re d'Ungheria, ridottosi
parecchi di alla possessione del detto messer Nic-
eola in Valdipeaa, di là bì parti, e andò in Froenza
ove la reina era rifuggita. E tornato il re d' Un-
gheria per tema della generale mortalità^ in suo pae-
ae, per aollecitudine e trattato di messer Niceola,
prima tornato nel regno , e aommossi de' baroni e
de* cavalieri, e confortati i Napoletani, e accolta gen-
te d* arme in favoie del ano signore, in breve tem-
po ordinò la sua tornata e della reina nel Regno,
nel quale aaaai battaglie e varii e diversi assalti di
guerra aoatenne ; e per avveraa fortuna rotte le ano
forze in battaglia, per più riprese tradito dagli a-
mici , perseguitato da* nemici, condotto all' inopia,
aentina della fortuna, l' animo del valente cavaliere
fu di tanta potenza e di tanta virtù, che con pari
animo aoatenne il giovane barone suo signore in
speranza certa della saa esaltazione, sempre aiutan-
dolo e sostenendolo con sua induatrìa e suo pro-
caccio, e con fortezza e con pazienza fece compor-
tare r aaprezza della turbata fortuna. Onde avvenne,
che quella potendori maravigliare della costanza del-
l'uomo, aubitamente e improwiao mutò la turbata
faccia in chiara, e V aaprezza in dolcezza e in man-
anetudine: e colui che aveva ributtato per cotante
tempeate e varii pericoli, oltre ali* opinione degli
nomini, con felici e prospere successioni condusse
alla reale corona, e alla libera aignorìa di tutto il
corrotto e sviato regno in brevissimo tempo. E per
lo nobile conaiglio e avvedimento di messer Niceola
Acciaiuoli, i reali laaciati di prigione e tornati nel
Regno, ove per tutti ai stimava che il Prenze di Ta-
ranto, maggiore fratello del re, per adegno e per
forte inzigamento contro al re movesse scandalo nel
reame, con mananetudine e con caritatevole animo
il fece al re ricevere in compagno del regno ; e
fattogli prendere titolo dell' imperiato costantinopo-
litano, e aggiunto largamente alla sua baronia, co-
nobbe e manifeatò a tutti, che il padre loro meaaer
Niceola, appreaao la grazia di Dio, era cagione del
ricoveramento del regno, e deUo stato e onore. Per-
chè dunque dovevamo tacere ? innanzi vogliamo es-
sere da* denti degl' invidioai cittadini morso, che la
provata verità per li auoi effetti, e per la fine de*
auoi felici avvenimenti, aveaaimo lasciata aotto scu-
rità d' ignorante oblivione ^
I Ck>me rAcoiaiaoli poteva avare tanU autorità da far
Qsdr di prigione re Laigi e Giovanna? Molti dissentono
dal nostro Matteo, e attribaisoono il merito di tanto fatto
al Pontefloe.
90
CROMICA
CAPITOLO X.
Come fu cocciaio messer Iacopo Cavalieri
di Montepulciano.
In questo anno del mete d* aprile, sabato san-
to, avendo messer Iacopo de' Cavalieri di Ifontepol-
ciano trattato, coU' aiuto della gente e dell* aroive-
sooTO eh' era in Toscana, di farsi signore delk terra
di Ifontepnlciano, e a ciò consentivano una parte
de' terraxzani di suo seguito, messer Niccota ano
consorto senti questo trattato, e feoelo sentire a'go-
vernatorì del popolo ; e in questo di, levata la terra
a romore, cacciarono messer Iacopo di Montepul-
ciano, e venti altri terrauani suoi seguaci, nomini
nominati di stato intra il popolo ; e col consiglio di
niiesser Niccola de' Cavalieri rifornMrono la tersa di
loro reggimenti, e ischiusonno gli amici e' seguaci
di messer Iacopo ; il quale si ridusse a Siena, e là
ordinò grande novità e scandalo e suggeaione di
quella terra , come innanzi a' suoi tempi si potrà
trovare.
CAPITOLO XL
Come $i die' il guasto a Bibiena^ e sconfiui
i TarlaH da Fiorentini,
Del mese di maggio del detto anno, ricordan-
dosi i Fiorentini dell' ingiuria ricevuta da* Tarlati,
Pazzi e libertini per la ribeUione ch'aveano latta
al comune al tesipo della guerra deU' arcivescovo di
Milano, quando ruppono la pace e cavalcarono sopra
il contado e distretto di Pireme, accolsero seicenlo
cavalieri di loro masnade e gran popolo, e andar-
sene alla Cernia, e poi alla Penna, e a Gaenna, e
ad altre terre e ville che si tenevano pe' Passi e
Ubertini e Tarlati, e a tutte diedono il guasto; e
poi se n'andarono a Bibiena, ov'era messer Piero
Sacconi, e a àoci, e ivi dimorarono più di, ardendo
e guastando d' intorno : quelli da Bibiena fraaca-
mente si difesono dal guasto le vigne d' intorno
presso alla terra. Messer Piero avea in Bibiena mil-
ledugento buoni fanti e pochi oavalieri^ con li quali
si fece un grosso badalucco presso albi terra. Poi
la mattina vegnente, a di 10 di gìngAo, l'oste si
mosse per andare a Montecchio. Messer Piero, an-
tico e buono guerriere^ sapendo T andata de* Fioren-
tini, si pensò di lare loro danno; e la mattina per
tempo con settanta ««valierì e con mille buoni fanti
in persona occupò uà colie sopra l'Amo in sul
passo, e mise aguati per danneggiare k gente de*
Fiorentini. Avvenne che, mossa l'oste dall' altra parte
dell' Amo, vidono preso il colle dalla gente di mes-
ser Piero ; allora cominciarono a fare valicare della
gente dell' oste certi masnadieri, sì perchè tenessono
a badalucco i nemici e per trarli abbasso, e a poco
a poco li ringrossavano d* aiuto, ma non senza loro
grande pericolo ; ai quali in sul maggior bisogno
soccorsone parecchi conestabili a cavallo co' loro ca-
valieri. Ed essendo stticciata la battaglia, e stando i
nemici attenti a quella, sperandone avere vittoria, altri
cavalieri e masnadieri de* Fiorentini presono, seo-
standosi MI' ente, w' nltm via, che i nemìei non
s*aoconiono, e valicarono TAsno, e sopniweiBOBO
alia gente riposta di messer Piero dell* altra parie
del eolie, i quaM ruppono di presente, e montarono
^ P^PfM), e improwiM fàrono eopra la genie gros-
sa di messer Piero, che slava allenta a vedfope e ad
aiutare quelli del badaluoeo, e con grandi grida
correndo col vantaggio del terreno loro addosso, li
ruppono e sbarattarono. Messer Piero per bontà del
buono cavallo dov* era montato con pochi compagni,
non potendo ritornare in Bibiena , figgendo rico-
verò in Montecchio. Bella sua gente furono in sul
campo più di cento morti, e dugento presi, e molli
feriti. I prigioM, tonando 1* oste, li eondossono a Fi-
renae legali a una fune, e poco appresso furono la-
sciati ; e r oste tornò vittoriose, aveado preso nienna
vendetta degl'ingrati traditori.
CAPITOLO Xli.
Cùme st rwèeUà à'FiarenikU CorigHa e Sotì
In questo anno sentendo messer Franeseeo Gn*
stracani che i Fiorentini erano isabrifati per la gente
che 1* arcivescovo teneva a guerreggiare in Toscn-
na, essendo forte in Lunigma e ìm Crariignann, a
petizione de' Pisani fece furare n' Fiorentini la ròcca
di CorigKa, la quale appresso rendè a' Pisani, n e«
stanza 1* atea farete, e' Pisani la preaeno, rompendo
la pace a* Fiorentini; eh' espresso era neUa paee
nevata per k> duca d' Atene in nome del eomnne
Firenze, che in nion modo di qnella terra si do-
vessono travagliare. E appresso i detti Pìmw fe-
eiono con sagaeità di grande Irndiniento iànt n'Plo-
rentini, contro a* patti della paee. In lem di So-
rana, e rendntala da capo, la riletsono per indirelto,
e poi in palese la difésone, noo^nrando i patti delia
pace. I Fiorontini per queate due terre noo ai mee-
sono , benché grave li fesse l' oMreggio de' Fisaai.
Messer Francesco avendo avolo ùreeento oavaKaffì
dall' arcivescovo M Milano, montate in grande oigo-
glie, e confortato dai Pissni, si poso ad naeedio a
Barge, eh' era de' Fiorentini, e avendo grondo po-
polo la strinse intono con più bastie, sparnoéolani
avere per assedio. Lasceremo ora qnest' aniodio per
racconlan altn maggiori cose inoanai oke Barge
fòsse liberala.
CAPITOLO XIII.
Cernie t tre comium di ToecamamandaremQ iMofloscio-
dori in Boemia a fmr muoeere V ia^entdare*
Avendo i tre comuni di Toseann preso e poh-
blicetn In conoerdin col veceeooeellieee dell*olotto
imperadora, volendo nMttere ad eaeeoxiono yaeBe
che per loro era state promesso, eatnoo eienso do*
maggiori cittndini confidenti al reggìaBento dà qoelii
per suoi ambaeciadori, e mandaronli nW eletto iaapo-
raden a Boemia nello Magna per ferie mnovnro, o
per fargli il pagamento ordinalo, e per essere ni f no
DI HAneO VILLANI.
91
ooniiglio per li Ire oomiini, nella promesM impresa
paiaaBdo egli k Italia. Gli ambasciadori del nostro
ceainno di P^nse Airono einqne : messer Tommaso
Corsliif doUor» di legge, messer Pino de* Ross!, mes-
ser GiMrardo de^ Bnondeimonli eavaliere, Filippo d!
Clone Kagalolti, e Ugaodone di Ricciardo de* Ricci,
a* qnaiì fa data grande e piena legazione, e dato
loro nn popolare sindaco per lo comune, a potere
obbligare il comane, secondo le cose promesse al
veeeeancelMere, come paresse a* detti ambasciadori,
se altro bisognasse di fare. Costoro tutti vestiti di
fine panna searlalto e d* altro fine mellato, catane
con otto sendieri il meno vestiti d* assisa, a dì 1 7
di maggio, ti di deir Ascensione, si partirono di Fi-
reme. B partiti loro, molti cittadini pensando che
quatto M era ordinato dovesse venire fatto, peroc-
ehè tra gli ambascladorì erano i più reputati capo-
rali di dttadina setta, lemettono che essendo co-
storo al continuo con Timperadore, e di ano con-
siglio, che pericolo si commettesse contro al comune
e pnbbKca KberMi de' cittadini, e però si mosse que-
stione di limitare il loro tempo, e strignerli con
certe leggi : e di questo fu gara e lunga tira nel no-
stro comune. In fine si vinse, e fecesi per rifor-
magione di comune, che ninno cittadino di Firense
potesse stare in quel servigio appresso ali* impera-
dore più che quattro mesi, e che alcuna grazia, u-
fido, 0 benefido reale o personale per li detti am-
bnsdadorì o per loro successori d dovesse ricevere
o impetrare, sotto gravi pene, acdooehè In speranza
fi troncasse a tutti della propria utilità. E inconta-
iMDle elessono e insaccarono molti cittadini per suc-
oeèere di quattro mesi m quattro med a* detti am-
bnidadori In quello *servigio.
CAPITOLO XIV.
iempi itaiL
Non ò da lasciare in silendo quello che dd
nseoe di giugno del delt^anno avvenne; perocché fe
notabile eneo di tempo con diverse coodderadoni,
ohe eneado ne* campi seminati cresciute le biade e'
grani d'aspetto d'ubertosa ricolta vicina alla Idee,
in diverse contrade di Toscana, e arasdmamente nel
contado di Pireme, vennono dìiuvii d^acque, i quali
gueetarono bmHo grano e biade, e lèdono de'difidi,
o d'altro singniari danni a asoHi. E a di 14 del
detto mese cominciò un vento anatro spodestato e
impetuoso, con tanta furiosa tempesta, che ogni co-
sa parca che dovesse abbattere e mettere per terra ;
e tutte le granora e biade che trovò mature, ove
il suo impetuoso spirito potè percuotere, battè per
modo, che alla terra diede nuova sementa, e ndle
spighe lasciò poco altro che l'aride reste, e quelle
^e ancora non erano granate pereosso e inaridi ;
faoendo nello asonlagne in diverse parti sformale
grandini e diverte tempeste, e molte vigne guastò,
o abbaile alban molti, e di grandi difldi in diverse
paati di Toscana e di Romagna ; e in Firenae fece
rovinare il campanile dd monastero ddle donne de-
gli Scalsi} e nedio la badessa con ntì monache.
Nella sommità delle montagne di Pistoia levò gli uo-
mini di su* poggi, traboccandoli dove l'impeto gli
portava. E pubbUca fama fu, che quarantatre masna-
dieri eh' andavano in preda trovandosi in sul giogo,
senza potersi ritenere furono portati dal vento per
modo, che di loro non si seppe novelle. E restato
lo strabocchevole vento, ivi a pochi di fu caldo sfor-
mato senza aiuto d' alcuno spiramento, che il resi-
duo de' grani e de' biadi in molti paesi, singolar-
mente nel contado di Firenze, fece ristrignere e
invanire per modo, che ov' era stata speranza d' u-
bertosa ricolta generò sformala carestia anzi V avve-
nimento deir altra ricolta, come appresso dimostre-
remo. Alcuni diedono questo singulare accidente agli
effistti della coagiuazione , già narrata a! principio
del nostro primo libro, de' tre superiori pianeti onde
Saturno fu signore : perocché gli astrolaghi tengono
che 1* influenza di cotale congiunzione duri per di-
dannove anni, e altri tengono inflao in ventitre. Ar-
bitrò altri , che questo procedesse dall' influenza
ddla cometa eh* apparve in quest' anno; e quella fu
saturnina, sicché catuno trasse agli effetti satumalL
Altri tennotto che ciò fosse dimostramento d'assoluto
giudido divino per li disordinati peccati de* popoli
non domati da tante tribolazioni di guerre, quante
dimostrate abbiamo in poco tempo dopo la miserabile
mortalità.
CAPITOLO XV.
IhWinganno ricewtte il comune di FkenM
del braedo di Samia Reparaia,
Essendo stati certi ambasdadori del comune
di Firenze dia coronadone del re Ldgi per lo- detto
comune, domandarne di grazia al re e alla reina
alcuna parte del corpo ddla vergine Santa Reparata,
eh' è in Teano, per onorare la sua reliqma nella no-
bile chiesa cattedrale della nostra città, eh* è edificata
a suo nome. La loro petizione dal re e dalla reina
fu accettata; bui perocché la dttà di Teano era dd
conte Francesco di Montesdieggioso, figliuolo che fu
del conte Novello, amidsdmo del nostro comune,
convenne che con sua industria il braccio destro di
quella santa d precacdasse d'avere per modo, che
i terrazzam non se n' avvedessono, che si mostrava
loro, ed era nel paese in grande devodone ; e que-
sto si mostrò di fornire con industria, e con grande
soUicitudine. Gli ambasdadori credendosi avere la
santa reliqua, il significarono a' priori, acdocché al-
l'entrata deHa città l'onorassono. I rettori del co-
mune ordinarono^ solennisdma processione di tutti i
prelati cherid e religiod della città di Firenze, con
grandissimo popolo d* uomini e di femmine, con
molti torchii acced comandati per V arti e fomiti per
lo comune, e il vescovo di Firenae ricevuto colle
sue msni à santo braedo, colla mano segnando la
gente molte divota e lieta, credendod avere quella
santa reliquia, fu portata e collocata neMa nostra
chiesa, a di 22 di giugno 1352.
' orcNuoM, legga r edia. dtata.
93
CRONICA
CAPITOLO XVL
Di quello medetimo.
Avendo narrata la fede, la reverenza e la divosio-
ne die i noatri cittadini ebbene alla santa Tergine,
benché- 1* inganno rìcoTuto fosse dorato in fede del
detto comune quattro anni e mesi, infine si scoper-
se il sacrilegio e l'inganno ricevuto per la femmi-
nile astusia della badessa del monastero di Teano,
ov* era il corpo della detta santa, che vedendo che
quello braccio le conveniva dare per volontà del re
e delln reina e del conte, dissimulando gran pianto
colle sue suore per lo partimento della reliquia, lo
sostennero di assegnare alcuno dì. E in questo tem-
po feciono fare un simulacro di legno e di gesso,
che propriamente pareva quella santa reliquia; e
dando questa con grande pianto, fece credere agli
ambasctadorì che avesse assegnata loro la santa re-
liquia; e a Pirenxe fece onorare come santuaria
quello simulacro per cotanto tempo, essendo cagio-
ne di cotanto male, non manifestando la sua falsa
religione. Avvenne che il comune del mese d* otto-
bre 1356, volendo d*oro e d'argento odi pietre
preziose fare adornare quella reliquia, i maestri la
trovarono di legno e di gesso ; e segatala per mez-
zo, furono certi che niuna reliquia v* era nascosa,
e il comune fu certo del ricevuto inganno. Noi, non
ostante che cinquantadne mesi fosse questo ritro-
vato approMO alla sopraddetta venuta, contro all*or-
dine del nostro annuale trattato V abbiamo congiunto
insieme, acciocché avendo alcuno letto la venuta
del santo braccio, non fosse ingannato dalla simu-
lazione di quello, e dalla malizia della sacrilega ba-
deasa.
CAPITOLO xvn.
Come la gente del Biscione cavalcarono i Perugini^
Del mese di giugno del detto anno, accolti dne-
adla cavalieri deirarcivescovo di Milano alla città di
Cortona e popolo assai, ca?alcarono per la valle di
Chio, e strinsonsi alla città di Perugia predando e
ardendo il suo contado. Per la qual cavalcata cosi
baldanzosa i cittadini presono sospetto dentro, e pe-
rò non ebbonQ ardire di fare uscire fuori alcuna loro
gente contro a* nimìci. Conducitorì di questa gente
erano il conte Nolfo da Urbino, il signore di Cortona,
e Giacilo degli Ubaldini, i quali avevano trattato con
messer Crespoldo di Bettooa. Questo messer Crespoldo
era guelfo ; ma perocch^era male trattato da Perugini,
ricevette costoro in Bettona, e cacciaron coloro che
V* erano alla guardia per lo comune di Perugia. Que-
sta terra era presso a Perugia a otto miglia e neHa
loro vista ; e sentendo la gente che d'entro v' era, e
la potenza deirarcivescovo, furono in gran tremore;
e non senza cagione, che quella terra era forte, e
in frontiera ad Ascesi e airaltre terre de^ Perugini,
le quali non amavano troppo la loro signoria, e pe-
rò cominciarono incontanente a dare il mercato a'
nimici, e molto erano di presso a faro le comanda-
menta del tiranno ; e ciò che gli ritenne fo, eh* n-
spettavano quello che in questa novità facenae il eo-
mune di Firenze. Stando i Peragini in queato peri-
cofo, incontanente il eonuue dì Fireane li UMndft
confortando per loro aad>aaeiadorì^ proaietlando k>-
ro aiuto qutnto il cosMino potesse Iure; e
do col fatto, di aubito vi mandarono ottocento
velieri di buona gente, promettendo d'arrogere
ti hisognaase infino a tanto che Bettona fosso
quietata. Avvenne, ehe^ome Aaeeei e Tallre terre cir-
costanti de'Perogini intesono Painto e ilcoaforto che
i Fiorentini davano al oommie^ Pemgia, otre rtn*
vano sospesi e non rispondeano al coaume di Pe-
rugia, e davano il mercato a^niauei, di prenenin le-
varono il mercato» e acconciarsi alla difesa, e
darono a offerirai a' Perugini, e conunetaren n
raggiare quelli di Beltona. Onde oonvenne, per neeeaaità
delle coae da %iverè, che la cavalleria ah*em inBottoan
spalleggiasse; e lasciaronvi a guardia della terra aea-
cento cavalieri e più d'altrettanti maanadieri, e Tnltm
gente tornò a Cortona. Rtmaai in Bettona i soprad-
detti capitani, e' rìposono l'aaaedio a lionteeehio, e
ordinaronsi per accrescere loro forza e aoecorrero
Bettona, se il bisogno occorresse. Lasceremo al-
quanto de* fatti di Bettona per arguire dell'altre cose
ch^awonnono innanzi ch'ella si mcquistssse.
CAPITOLO XVDI.
Come i Romani andarono per puuiara KàAsrèo.
Di questo mese di giugno del detto 4mno, ve-
dendo il popolo roaaano ohe il prefolto da Yieo cre-
sceva in forza e ad acquieto oeenpando le terre del
Patrimonio, feciono in fretta CMorèuo del Monto do-
gli Orsini capitano di guerra, e aoeolnono tolta In
gento d'arme che fatta aveano eoi loro rettore a piò
e a cavallo, e aceozzaronli eoi capitano del Pntriase-
mo messer Niccola delle Serre cittadino d'Agohbio,
e in pochi di accolaono mflledagento envalieri e do-
didnula pedoni in arme^ e con gran fnrin ae n' on-
darono sopra la città di Viterbo per gnaalarla d*in-
tomo e porvi Tassedio, e alarri tanto, che Imita Ta-
vessono daUe mani del prefetto. Avvenne in su la
gionto, che a messer Niccok, capitano del Patrinranio,
cadde il ano cavalfo addoaao, e per la pereoann e
per lo disordinato caldo per spesimo mori di pre-
sento. Morto il espilano, l'osto senza fare alenna^o-
sa notovole, con poco onore del capitano de* Roanni,
si partì da Viterbo, e catone si tornò a eaan ann.
CAPITOLO XIX.
Come il re Luigi ebbe Nocera,
In queati di meaaer Currado Lupo, ch'em per
addietro atato vicario del re d'Ungheria nel- Refno,
sapendo che la pace era fatta dal re d* Ungherie a'
reali di Puglia, e che di volontà del ano aignore em
eh' egli rendeaae fo terre ohe tenne al re Luigi,
già coronato per la Chiesa del reame, oon T nato-
zia todeaca pensò di trarre suo vsntaggio ; e nceolao
DI MATTEO VILLANI.
03
tatti i Ted«Mlii ch^ erano nel Re^rno, e con f el-
looento iMiinite feoe teata a Nooera de' Saracini^ e
letò nn' inaefna imperiale, moato'ando che a atansa
deUivperadore voleaae rimanere nel Regno; e per
alquanti ai diaae che akoni baroni del reame il fa-
TOreggiarano. Temendo il re che qneali non aveaae
appoggio d'altro aignore, o che non 1' acqniataaae
stando, per lo meno reo prese di patteggiar con
kd, e dMegU oontanti trentaoìnqne mila fiorini d'o-
ro, e rendè Nocera e la contea di Gioglionese, e a-
sdaai del Regno con tatta la ana gente ; con patto
fermato per ano aaramento, che da ìtì a doe anni
non dovesse per alcnno modo tornare nel Regno,
flM valicati i doe anni vi poteaae tornare come ba-
rone del re per le terre della moglie, facendogli il
debito saramento e onmggio
CAPITOLO XX,
Come fu tconfUto il eonie di Caseria.
Segnitando i rivolgioienti dello sviato Regno,
ei occorre in questi di come il daea d'Atene, conte
di Brenna, il qnale altra volta per la ana incostan-
te tirannia meritò a forore easere cacciato della si-
gnorìa di FirenEC, easendo tratto di Francia all' o-
dore dello aviato Regoo non con intera fede, con
sue maanade di cavalieri franceschi fece in Paglia
spontanea guerra contro al conte di Caserta, figliuolo
che fd di mess«r Diego della Ratta, conte camarlingo,
il quale era con gente d'arme a Taranto, e con as-
sentimento del re Luigi guerreggiava le terre del
detto duca, secondo la comune voce ; l'infermità del
Regno non consentiva uè in guerra uè in pace co-
se aperte, né chiari movimenti. Il detto duca accolti
de'paeaani, co^auoi Franceachi combattè col conte e
sconfisselo, facendo alla sua gente grave danno. B
rìfaggito il detto conte in Taranto per sua sicurtà,
del detto anno, del mese di maggio, per lo detto
duca fu hmgamente aensa frutto assediato.
CAPITOLO XXI.
' La notità in Coiole di Volterra.
1 figliuoli di messer Ranieri da Caaole di Vol-
terra cacciati per lungo tempo da'loro nimid del ca-
stello, come giovani coraggiosi, accolsono segreta-
mente masnadieri e amici, e a di 15 luglio del detto
nnno entrarono nella terra di Casole, che si guarda-
Ta per lo comune di Siena, e improvviso corsone
n casa i loro nimid ; e quanti ve ne trovarono mi-
sono al taglio delle spade, e rubarono le case loro,
e appresso Parsone \ e gli altri che non furono mor-
ti cacdarono della terra, e la podeatà che v*era pe'
Sanasi riguardarono: la terra tennono tanto parle-
rò, che co*Saneai presono accordo di tenerri pode-
stà dal comune di Siena; e fedonsi ribandire, e ri-
maaono i maggiori nella terra.
CAPITOLO XXIL
Come furono decapitati degli Ardinghelli
di Sangimignano,
Seguita in questi medesimi di, coom Benedetto
di messer Giovanni degli Strozxi di Fireose, essendo
capitano della guardia per lo nostro comune di San-
gimignano, con ingiusto sospetto prese il Rosso e
Primerano di meaaer Gualtieri degli Ardinghelli, gio-
vani di grande aspetto e séguito, d' animo e di na-
sione guelfi ; e tenendoli aensa trovare vera cagio-
ne perchè preai gli aveva, per accidente v' occorse
caso, ohe gittarono una lettera a'Ioro amici fuori del-
la carcere, pregandoli che li veniasono ad atare li-
berare di prigione. Il capitano avendo questa lette-
ra, quale che fosse la cagione, o per xdo del suo
ufido, o per insìgamento de' Sanucd loro nimid,
deliberò di farìi morire. Il comune di Firense sa-
pendo che non erano colpevoli, volea che campas-
sono; e mandandovi in fretta ambaaciadori con e-
spresso comandamento al capitano che non gli do-
vesse fare morire, la fortuna impedì i messaggi per
disordinata grandezxa dell' Elaa, che non li lasciò
paasare in quella notte. Il capitano temendo non so-
pravvenisse il comandamento, a'affrettò di farli mo-
rire : e la vilia di San Lorenao, a di 9 d* agosto, con
un altro terrazaano a coi aveano acritto che fosse
a loro aeampo, in aulla piazsa li fece dicollare ; on-
de fu riputato grande danno, e il capitano ne fa mol-
to biasimato. Qneata decollazione ai tirò dietro ma-
teria di grande acandalo e rivoltura di quella terra,
come al suo tempo racconteremo.
CAPITOLO XXIU.
Come gente del re di Francia fu sconfitta a Guinisi.
Essendo il re di Frauda in aingoiare solle-
citudine di racquistare la contea di Guinisi che sot-
to le triegue gli era atata furata, vi nundò milledn-
quecento cavalieri e tremila pedoni, tra i quali eb-
be gran parte di maanadieri lombardi ; e avendovi
poeto l'assedio, difendendosi lungamente que'del ca-
stello, i Franceachi vi fedone bastite intomo, per
tenerlo atretto con meno gente. Il re d' Inghilterra
mettea con due barche di notte gente in Caleae per
modo, che i Franceschi non se n'accorgevano; e a-
vendori per questo modo accolta quella gente che
a lai parve, fomiti di capitani awiuti delle bastite e
della guardia de' Franceachi, una notte chetamente
uscirono di Calese, e improvviso da più parti assa-
lirono i Franceschi, i quali impauriti del non pen-
sato assalto intesone a fuggire e a campare, senza
mettersi alla difesa : e così in poca d'ora furono rotti
e sbarattati dagl' Inghilesi ^ e i battifolli arsi, con
pie vergogna che danno de' Franceachi per la gra-
zia della notte. E liberato il caatello dall' assedio, e
rifornito di nuovo, dd mese di luglio del detto an-
no gì* Inghiled d ritornarono nell'isola senza fora al-
tra guerra. Poco appresso il re di Frauda scoperse
che certi baroni il doveano uccidere per trattato del
94
CRONICA
re dlngliilterra ; per la qoal cofa a eerti ne fa ta-
gliata la testo : e il re a modo di tiranno ai faceva
guardare a gente armata, dentro e fnori di ano o-
atìere reale, a caTt No e a pie, di di e di netta nella
città di Parigi; coaa atrana e diaoaata alla maeatè
reale e a^ paenani.
CAPITOLO XXIV.
Come i Pemgmi assediarono Betiona.
Tornando alle vicine asaterie, avendo il co-
mune di Pemgia da^ Fiorentini ottocento cavalieri di
buona gente d* arme, con loro afono valicarono le
Giaci per porre Taaiedio a Battona, e con grande po-
polo raaaediarono. E volendoai partire de* cavalieri
deir ardveacovo della terra, ovvero per andare in
foraggio, otto bandiere furono aorpreae dalla gente
deiroata per modo, cbe la maggior parte rìmaaono
preai ; e d* allora innanai si ritennono dentro alla
guardia del castello. B procacciando di avere aoceor-
ao da* cavalieri e dagli amici deirarciveacovo cbe e-
rano per lo paese di qua, e per fare migliore guar-
dia, ai miaotto a campo fuori della terra, nella piag-
gia a petto al campo de^ Pemgini. I Perugini aggiun-
gevano ai continovo gente d* anne nel campo per
aoldo e per amistà, e mandaronri la maggior parte
de* loro cittadini ; e dall*altra parte della terra for-
marono due battifolli, percbè né vittusglia né aoc-
corso nella terra potesse entrare. E cosi aaaediata
la terra, procuravano di aCToraare e d^impedire i pas-
si, per riparare dalla lungi al campo cbe nim^ci non
poteiaono aoprawenire. E per questo modo durò
l*assedio infino ali* agosto vegnente, come appresso
diviseremo, e posto vi fu del mese di giugno del
detto anno.
CAPITOLO XXV.
Come fu liberalo Montecchio daW assedio
per soccorrere Beitona,
Era in queato tempo stato assediato lungamen-
te il piccolo oaatollo di Monteccbio presso a Caati-
glionaretino da* Tarlati e dal aignore di Cortona
colla cavalleria dell* arciveacovo, e recato a partito
cbe i [maggiori di quelli cbe '1 teneano erano ve-
nuti nel campo per volerlo dare. Temendo ì Tarlati
cbe avuto il caatello perla vicinanu non rimanea-
ae al aignore di Cortona, per consiglio aggiunte mi-
nacce a coloro cb^ erano venuti per darlo, ai ritor-
narono dentro alla difesa. E V oste sollecitata del
soccorso dagli assediati di Bettona, ae ne levarono,
e accoaxaronai i cavalieri dell* arcivescovo con gli
altri cavalieri loro compagni cb* erano in Agobbio
e nelle circostanae, e trovaronsi millecinquecento
barbute e masnadieri aaaai ; e per fare levare i Pe-
mgini da Bettona ai miaonoa oate alla città di Ca-
atello. E atativi alquanti di, feciono provvedere i pas-
si come potessono andare a aoccorrere Bettona, e
trovarono cbe i Perugini erano alla difesa de* paasi
molto bene provveduti e fomiti alla guardia ; toma-
ronai al Borgo per acoogliefe aufgiofe fenfoafor-
aa, e farlo per dtra pib lungi nau In qnnnlo meés-
aimo tempo gli asaodiàti per ta aperannn del sao-
oorso preaono ardire, e naaalireno Tiibo de* battitoi-
li de* Peragìni, e vìaaenlo e aiaonto, e mosMne
per aegnì di Inminarìa gran feata ; e con quella M-
danaa presa andarono ad aaaalire V Mn^ e tenne
occupati per modo dn*cavalieri dell'oato cIm tornaro-
no in rotto, presa parto éeUa leio gente ée cavillo
e da pie ; gli altri si uggirono tutti nelln terra, la-
vandoai da caaipo per «tare alta dilsaa dette man,
e da'Peragini lorono pia atretli. I capitani éelk gan-
te deiraroiveaeove feciono capitano genemle il
te Nolfo da Urbino, e nusonai per te valle ^
si, e andarono a Orrieto; e tratti i eavidieri €b*a-
veano in quella città, si trovarono eoa daemilabg-
bute ; e volendo aoccorrere gli assedia^ trovarono
in catuno paaao al provveduti i Perugini e al forti
alta difeaa, cbe per ninno modo ridono di poterlo
fornire. Ed eaaendo disperati deU* iaqireaa, voDobo
rimettere in Orvieto i loro cavalieri cbe n*aveiBO
tratti, e non furono votati ricevere, e oon gli diri
insieme se ne tornarono al Borgo; e gli aaaadiiti
furono fuori d*ogni aperanaa d*avere aoocorao.
CAPITOLO XXVL
Come i Perugini ebbono BeUona^ e arsonia e
dis feciono afàiio.
Vedendo i caporali ob* erano rincbioai in Bot-
tone, cbe a toro era mancato ogni apemaa di aoo-
corao, e cbe la riituaglia ara mancato, e mangioti
gran parte de' loro cavalli, vedendosi a mal partito,
oon induatria e oon danari pensarono allo aoavpo
delle loro peraone molto aegretamente, percbè oi-
peano bene cbe i Perugini avrebbono maggiore glo-
ria d*avere le loro persone cbe la terra di Bettoar,
e però strettisi insieme, e prestoto la fede 1* uno tl-
Taltro, il signore di Cortona, e il conto di Meato-
feltro, e Gbisello degli Ubaldini avendo procacoitto
per danari il nome di quelta notte, veatiti a modo
di ribaldi per mezzo il campo paaaarono a silvi-
mento; onde poi fu incolpato alcuno de* rettori di
Perugia. I aoldati aentendo campati i loro capitui>
incontanente presono measer Creapoldo aigaorodi
Bettona, e uno de* Buglioni di Perogta cb'aveano lo-
ro dato la terra, e patteggiarono co* Pemgini di di-
re costoro prigioni, e rendere la terra, salvo le
peraone loro aolamente; tasciando Tarme e* cavalli, e
giurando di non venira mai contro a quello coaume
né a quello di Firenze; e coal fu fatto: e avoodo
mangiati centocinquanto cavalli do' loro per fine,
a* uscirono delta terra, e i Perugini la presono; e
trattine tutti gli abitanti, e tette le masserìzia o o-
gni altra aostonza, e condotta a Perugta, arsooo li
terra ; e dopo V arsione abbatterono te mura den-
tro e di inori, acoioccbè non aveaae mai più oafio-
ne di rnbellarsi a* Perugini ; e a meaaer Crespoldo
e a quello de*Baglioni feciono tagliare le testo. B
questa fu ta fine deirantica terra di Battona, ripre-
aa a dì 19 del meae d*agosto, gli anni Domini 13^^)
DI MATTEO VILLANL
95
io gnu Titiiperìo de* Viioonli dlf Milano, e a onore
del cornane di Pirenae, per lo coi aiato e conforto
infine aHa fine i Perugini ebbono qneata vittoria.
OAPiTOLO xxvn.
Come la dtéà d'A§obbio w^aeeordò co* Pomgim.
Glofinm di Cnnl»ieio ngMre d'AfoMiio, ayen-
do Tedttlo come le coae non aoccedevano proapere
airimpreae fatte per lo tiranno di Milano, e ohe Bet-
tona non era potata soccorrere, ed era diafatta, dif-
fidandosi della sna difesa se la piena gli si volgesse
addosso, sapendo che i suoi cittadini non erano in
lede eoD 1«, con astata aMlisfa si prewide e mandò
a trattare pace co* Peragiaì. B fa fatto che gli asciti
vi tomassono, salvo messer Iacopo Gabbrielli, e tntti
awaaono Initti de' loro heni, e «he 4n% anni il detto
Giovanni vi poteaae eleggere pedeatà d* Agobhio cai
e^ volease; e vsliealj i dna anni, la dtlè rimanesse al
coniane, e i Perugini avessono la guardia deHa ter-
ra senza altra gioriadisione ; ma poco darò l'accordo,
come aegnendo si potrà vedwe.
CAPITOLO XXVIII.
Come ier Latto s'accordò con il re Lmi^
deir Aquila.
Avenu) addietro contato come la città dell* A-
qaila ai reggeva sotto il govemamento di aer Lello
suo piacelo cittadino, il qnale avea diaM>strato pie
volte di tenerla quando per lo re d'Ungheria e quan-
do per lo re Luigi, come bene gli mettea ; ma poi-
ché il re Luigi Ita coronato, e i Tedeschi e gli Un-
gherì partiti del Regno, vedendo che mantenere non
In potrebbe contro aUa corona, traaae suo vantag-
gio, e fecesi Isre conte di Montorio, ed ebbe altre
due eastella in Abrusai, e neir Aquila ricevette ca-
pitano per lo re e per la reina. Nondimeno i cit-
tadini ubbidivano più ser Lello che il re o ano capi-
tano, e convenne al re diaaimniare la aua offésa per
lo ouaore nude.
CAPITOLO XXDL
Coaie t Perugini e* PiorenUnfi tornarono a guastare
Cortona^
l Ptfugini, avuta la vittoria di Battona, colle ma-
snade del oonrane di Firente ritornarono sopra la
oUtà di Cortona, essendo messer Corrado lupo usci-
to del Regno ali* Oraaia con cinquecMto barbate, il
quale si stette di messo sensa pigliare arme ; e i
Perugini guastarono le ville intomo a Cortona come
f oppone il peggio. In questi medeaimi di, air uscita
d'agosto del detto anno, de' cavalieri dell*arcivesco-
vo, ch'erano tornati al Borgo a San Sepolcro, si par-
tirono milledugettto barbute, e andarono au quello
d'Areaao, e poaonai in aalla Chiaasa, e aflénarono
di steccati eerto poggio sopra il campo, per più loro
salveua ; e quivi si misono per vernare in luogo do-
viaioso e grasso. B per Ingannare gli Aretini comia-
ciarono a comperare e a pagare derrata per danaio,
non facendo vista d' a!cana violenza. B quando si
vidono fomiti, cominciarono a cavalcare per lo con-
tado, e fare preda di beatiame e d' uomini e di ciò
che trovavano, senza avere contrasto. E questo avven-
ne, che alquanti cittadini, meno di sette, avendo oc-
cupato il reggimento di quella città, per tema di
loro stato presono gelosia de'Florentini, e innanzi
soffersono il danno da* nemici, che volessono l*aiato
dagli amici. I Fiorentini nondimeno tennero ottocen-
to cavalieri alle frontiere di Valdaroo, e raflreoa-
vano alquanto le loro goaldane, e aalvarono 11 loro
distretto. 6H Aretini lungamente furono tribolati da
qaella gente, per la singolare non debita paura di
pochi loro cittadini, come detto abbiamo.
CAPITOLO XXX.
Come gli ambaseiadori de* tre comuni di Toscana
tornarono dairimperadore sema accordo.
In questi dì gli ambaseiadori de' tre comuni di
Toscana ch'erano stati con l'eletto imperadore, tor-
narono, avendo assai praticato sopra i patti e con-
venenze promesse per Io suo vececancelliere, non
trovando con lui concordia per la brevità del termi-
ne, e per la povertà del detto eletto, tempellato dal
conslf^io de* ghibellini che non si fidasse de' guelfi ;
ma qneata parte non ebbe in lui podere, che cono-
scea che la necessità lo strignea, volendo pervenire
al ano onore, d'avere l'amore e la confidenza de'gnel-
fi d'Italia; e però non ai rompeva, e non riasciva a
ninno effetto. In questo avvenne che, ragionando con
gli ambaseiadori, l' uno de' Fiorentini per corrotto
parlare, tenendosi più savio che gli altri perchè a-
vea maggiore alato in cornine, riprendendo reietto
imperadore, disse : Voi filate molto sottile. L' impe-
radore, che sapea la lingua latina, conobbe Tindiscreta
parola; e turbato temperò so medesimo, parendoli
che l'imperiale maestà ricevesse ingiuria dall'indi-
screta e vile parola ; ma d'allora innanzi poco volle
udire quel savio ambascisdore. E venuto il termi-
ne diputato a' detti ambaseiadori, convenne che tor-
naasono, lasciando la cosa sospesa da ogni parte.
CAPITOLO XXXI.
Come t arcivescovo cercava pace co* Toscani.
In questa sospensione, gli animi de' Toscani,
e principalmente de* Fiorentini, si comindarono a
cambiare veggendo ch'erano a nulla del loro propo-
nimento ; e in questo 1' arcivescovo conoscendo che
questi comuni di Toscana Intendeano a muovere con-
tro a lui gran cose, e veggendosi ributtato da* Fio-
rentini e da'Peragini, grave gli sarebbe a mantene-
re guerra in Toscana, e già sentiva che i suoi vi-
cini Lombardi non si contentavano di vederlo trop-
po grande, pensò che per lui facea d'avere pace coi
Fiorentini e Toacani; e confidandosi molto in Lotto
Gambacorti da Pisa, che allora era amico de' Fioren-
96
CROiaCA
tini, feeo naorere le parole e iniittere in qaelle. H
■ostro comirae oonoiceodo che delle pece del ti-
raoBO poco il poteano confidare, nondimeno feden-
do che colla Chiesa né coli' imperadore non a-
▼eano potato far quello che procuravano, diede a
intendersi a questo trattato. E avendo V ardvesoovo
a questo fio e mandati suoi ambasciadori a Serex-
sana, il comune yi mandò prima religiosi per suoi
ambasciadori per sentire se la sposizione fosse con
speranza d''alcuno frutto. E nondimeno ordinarono e
mandarono gli altri ambasciadori a Trevigi, ot^ era
venuto il patriarca d' Aquilea fratello dell* eletto e
altri ambasdadorì dell* imperadore futuro, per trattare
le cose cominciate co^ comuni di Toscana. Lucere-
mo al presente 1* ambasciate tanto che tomi il loro
frutto, e seguiteremo nell* altre cose la nostra materia.
CAPITOLO xxxn.
Come il prefetto da Vico fu fatto eignore (f Orvieto.
I cittadini d^Orvieto, rotti e divisi e insanguinali
per le cittadine discordie, e caduti nella forza de*
ghibellini, essendo naturali guelfi, voltandosi come
Tinfermo palpando, voltandosi ora da una parte ora
dairaltra, alla fine per la aagadU del prefetto da
Vico loro vicino fu fatto signore con certi patti ; e
messo nella città, comindò a far fare alcune pad, e
rimise dento'O de* cittadini cacciati, e di fuori riten-
ne cui e* volle ^ e la signoria reggea con poco con-
tentamento del popolo, e patto promesso non osser-
vava : sicché non si vedeano alleggiati delle divi-
sioni, né delle nimistà cittadiaesche ; e vedeansi sot-
toposti al tiranno, e signoreggiati da* ghibellini. Ma
dopo il fatto, aggiunta del vituperio é il pentirsi ;
che la soma sotto il tirannesco giogo convenne loro
portare. E questo avvenne ali* usdta d* agosto del
detto anno.
CAPITOLO XXXUI.
Novità itate a Roma.
Air entrata del mese di settembre del detto an-
no, il rettore del popolo romano, oltraggiato da Lu-
ca Sacelli e male ubbidito dal popolo, volle ragu-
nare il parìamento per rinunziare la signoria. Nel
popolo nacque dissensione*, che chi volea che ri-
nunziasse, e chi no. In questa contenzione messer
Rinaldo Orsini, ch*era senatore, prese Tarme ; e, se-
guitato dal popolo, cacciò di Roma Luca Savelli co*
suoi seguaci : ma poco stettono fuori, che si torna-
rono dentro. 11 rettore volendo fortificare il popolo
con ordini, acciocché i prìncipi non avessono so-
perchia audacia, fece richiedere il popolo per rioni
a bocca, e appresso colla campana; e non raunan-
dosi, prese sospetto della sua persona: e trovando
in sua balia seimila fiorini d*orOy che la Chiesa a-
vea donati al popolo per untare a mantenere quel-
la ufido, e altri denari eh* egli uvea accolti, si partì
di Roma e andossene in Abruzzi ; e comperato uno
castello, si stette nel paese, avendo abbandonata la
snervata repubblica, meritandolo per la sua incostanu.
CAnroLO XXXIV.
Come la gente del Biscione assediarono
la Città di Castello.
Airnsdta di questo meie, i eavalierì delP ar-
dveeeovo di Milano flati ad Areno e oonsaaalo il
loro contado, se ne paHirono; e andarono sopra la
Città di Casteflo, rubando per lo paese aadd e nì-
nùd. E stando ivi, per pia riprese i casleHani nsei-
rone a loro per assalti e per agnati, facendo d^nr-
me assai notevoli cose.
CAPITOLO XXXV.
Come i Fioresstim soccorsomo Bmrga e eeonfissono
i CoitraemU.
Del oMse d* ottobre del detto anno, essendo
stata la teira di Barge in Garfagnam, d^ comune
di Firenze, assediata quattro mesi e pie da menter
Francesco Castracani degl^Interaùnelli di Luoen col-
rduto dell*ardvescovo di Milano, per modo òhe pia
non si potea tenere per difetto di vittuaglia^ fl co-
mune di Firenze, quanto che quella terra gli fosse di
grande costo e di piccola utiMtà, per non abbando-
nare gli aadd ragunò a Pistoia seicento barfoule e
ventiaùk masnadieri, accomandati a messer Ramon-
do Lupo da Parma capitano di guerra, la quale mae-
strevolmente a di 7 d* ottobre , la notte, n mosse
colla gente e colla aalmeria per la montagna di Pi-
stoia, dando vista d*andarla a fornire da Sommaco-
lofua. E mandati cinquecento Canti con parlo della
salmeria per quella via, innanzi il di Iravwsè da Se-
ravalle e miseri per la Valdinìevole ; e caralento per
lo contado di Lucca, il di di 8anla Reparata n tro-
vò in Garfognana nel piano dinanzi al Borgo n Mez-
zana, in sul passo, dove era messer Pranoeeoo oon
trecento cavalieri e oon millecinquecento fanti, buona
gente d*anne, alla guardia \ il quale si mise fÉori del
borgo colle schiere fatte, prendendo 1* avvantaggio
del terreno. Il capitano ile*Piorentini avendo confér-
lata la sua gente di ben Cve, in snll* ora del mez-
zo dì percosse a* nimid con si fatto empito, che in
poca d*ora gli ebbe rotti e sbarattati, e morti dn cin-
quanta in sul campo, e centoventi n* ebbene n pri-
gioni; e tolto Tarmi e* cavalli, li lasciarono alla fede.
E preso il Borgo a Mezzano, messer Francesco cam-
pato della battaglia si fuggi in lizzano. 1 Fiorentini
coirempito di questa vittoria senza arresto se n*an-
darono a Barge; e trovando abbandonali i ballifoUi,
cb*erano quattro, gli presono e arsone ; e la vìUnn-
glia eh* aveano portata e la guadagnata adsono in
Barge, e fornitala doppiamente, toraati per la via on-
d*erano andati, con vittoria se ne tornarono a Pisleia.
CAPITOLO XXXVl.
Come si difese il borgo d'Arezio per li FiorenHnL
In questi di, sentendo i onvatieri dell*i
ve, ch*erane alla (Hllà di CanleUot cerne i cnmlieri
de*Fiorentini erano andati n Btfga, lomarono né A-
rezzo milleottocento cavalieri, e puosonsi n Qoarala.
DI MATTEO VILLANI.
97
Cento de'6avalierì«deTioreiitìni ebe lornivano di Pe-
rugia, albergarono la notte nel borgo d' Arozzo, o-
ve molti contadini erano rifuggiti col loro bestiame
per paura dei nimid : la cavallerìa del Biicìone ai
strinse al borgo, assalendolo aspramente per modo
cbo i cittadini T abbandonarono ; e sarebbe perduto,
se non ch'e'cento cavalieri deTiorentini fìrancamen-
te il difesono, e alla ritratta de'aimici uscirono fuori
del borgo, e fecionoalla codazaa danno e vergogna,
CAPITOLO XXXVIL
D*un segno mirabile eh" apparve.
Nel detto anno, a di 13 d'ottobre, venera se-
ra, tramontato il sole, si mosse tra gberbino e mez-
zogiorno una massa grandissima di vapori infocata.
In quale ardeva con sì gran fiamma, che tutto il cie-
lo di sopra e la terra alluminava maravigliosamente ;
e alla nostra vista valicò sopra la città di Firenze,
e cosi parve a tutti i cittadini di catuna città d'Ita-
lia. B perchè fosse in somma altezza, pareva agli uo-
mini in catana parte che dovesse toccare le sommità
delle torri e le cime degli alberi \ e spesso gittava
foori di so grandi brandoni di fuoco, che parca che
cadessono in terra. E il suo corso fa tanto veloce fra
tramontana e greco, che a tutti gritaliani, e a quel-
li del mare Adriatico, e aTrìolani, e agli Schiavoni
e Ungheri, e ad altri popoli più lontani, apparve
valicando in quelfai medesima ora che a noi ; e catuno
stimava che ivi presso dovesse essere data in terra.
Com'ebbe di subito valicata la nostra vista, essendo
il delo sereno senza alcuna macchia di nuvoli, a*
nostri orecchi pervenne un tonitruo^ grandissimo, ste-
so, tremolante, il quale tenne sospesi gli orecchi lun-
gamente, non come tuono consueto, ma come voce
di terremuoto ; e dopo il tuono rimase Feria quieta
e serena : e cosi in ogni parte 8*udì questa voce do-
po il valicamento della massa. Questo segno fece
■tolto maravigliare la gente, eziandio i più savii, non
meno per la novità del tuono che per la grande mas-
sa del fuoco. Dissono alquanti sporti, che quello in-
focamento deVaporì, o cometa o Asub che si fosse,
che ella fu nel cielo in somma altezza in quello dì
Slarte ; ed era si grande, che se venata fosse a ter-
ra, avrebbe coperta tutta V Italia e maggiore paese.
Vedemmo seguire in quest'anno diminuzioni d'acque ;
che dal maggio all' ottobre non furono acque che ri-
gassono la terra, se con tempesta di gragnuola e for-
tuna di disordinali venti non venne, e di quelle ninna
cbo con frutto nella terra entrasse.
CAPITOLO XXXVIU.
Come i Tarlati arsono il borgo di ligghine,
Messer Piero Sacconi de' Tarlati, d' età più di
Dovant' anni, e il vescovo d' Arezzo degli Ubertiui,
e'Pazzi di Valdarno con alquanti degli Ubaldini, a-
vendo al loro servigio le masnade dei cavalieri del-
l^ardvescovo di Milano, a di 13 del detto anno ai
mossone da Qaarata con duemila cavalieri, e due-
milacinqaecento pedoni; e la domenica mattina, a dì
14 d'ottobre, colle schiere fatte, coperti da una gros-
sa nebbia, valicarono Montevarchi, e lango la riva
d' Amo vennono fino all'Ancisa, e di là girarono ti
entrarono nel borgo di Figghine; il quale per la
subita venuta non era sgombro, ma pieno di masse-
rizie e di vittuaglia e di bestiame senza difesa, chò
ogni nomo avea inteso a guardare la persona. Il ca-
stello e il castellucdo de' Benzi erano fomiti e pie-
ni di gente alla difesa, e però non tentarono d' ss-
saKrli. In Firenze avea poca gente d'arme, che an-
cora non era tornata l'oste che andò a Barge ; quelli
die si poterono avere cavalcarono all'Ancisa. I ne-
mici stettono nel borgo di Figghine la domenica e
il lunedi, e raccolsono la proda, lasdando la vittua-
gKa. E durando la grossa nebbia contìnuamente, il
martedì mattina, affocate le case^ del borgo, si parti-
rono senza alcuno impedimento ; e prima abbono pre-
so e arso il Tartagliese, che quelli delle castella di
Figghine sapessono la loro partita, o che il borgo
fosse infocato ; tanto ingrossava il fumo la nebbia,
che tolto era loro del fuoco ogni vista. Allora cor-
sone al borgo a spegnere il fuoco; ma tardi, per
la maggior parte. Il danno fu grande, e la vergo-
gna non minore, avendo liberata Barge in Garfagna-
na, e perduto e arso il borgo di Figghine ; ma tornò
in bene, che fu cagione di fare una forte e grossa e
buona terra, come appresso a suo tempo racconte-
remo. I cavalieri dell'arcivescovo si tornarono ad A-
rezzo e posonsi fuori della porta alla fonte Guiniz-
zelli ; e tribolato alcuno tempo da capo il loro con-
tado, si divisone per vernare tra gli amici del Bi-
scione, e parte se ne tornò a Milano.
CAPITOLO XXXIX.
Come gli usciti di Montepulciano venuti alla terra
ne furono poi cacciati,
A dì 2 del mese di novembre del detto anno,
messer Iacopo della casa de' Cavalieri di Montepul-
ciano, poco innanzi cacciato della terra perchè ne vo-
ice essere signore, avendo cento cavalieri dell'ard-
vescovo, e accolti altri cavalieri e fanti a pie di sua
amistà, corrotto per moneta un notaio da Sanmlniato
del Tedesco, ch^era sopra la guardia, e alcuni di quel'
le guardie, un venerdì notte spezzò una delle por-
te, e con tutta sua gente entrò nella terra, e fu
insalla piazza; e levato il romore, messer Niccolò
suo consorto, cavaliere di grande ardire, di presente
fu all'arme; e montato a cavallo con pochi compa-
gni, subitamente senza attendere aiuto sì feri tra co-
storo, rawilfgli sì forte, che non fèdono resistenza :
ma volti in fuga, messer Iacopo s' nsd della terra
con venticinque cavalieri; gli altri errando per la
terra, desto il popolo, forono presi, ohe furon set^
tantacinque cavalieri, e il notaio colle guardie, de'
quali venticinque ne farono impiccati col notaio, e
gli altri smozzicati. Montepuldano fu libero per que-
sta volta ; ma cagione fu appresso della loro sugge-
zione, come seguendo si potrà trovare.
' Lo stesso ohe tuono^ alla latina.
Vilumi M-, Cronieo, VoL. U.
' messe a fboco, incendiato.
98
CRONICA
CAPITOLO XL
Come fra Mortale fa assediaio^ e rendessi
aire Luigk
Bra rimalo lel regno della geote del re d'Un-
gheria caporale meaaer fra Moriate solo, il qvale
teneva la città d' Avena, e col re disiìmalava, non
facendo goerra e non rendendogli la terra, fl re ve-
dendo ancora il reame tenero^ sotto la ana signoria,
e il Provenxale baldanxoso, temeva di muovergli
gverra ; e per essere più forte e meglio ubbidito,
mandò per messer Malatesta da Rimini con quittro-
cento cavalieri, e feeelo vicario del Regno ; il qua-
le cavalcando per lo reame, perseguitava i malfatto-
ri, e recava i baroni e' comuni ali* nbbidìenu del
re, e a tutti faceva pagare la colta', e fare i servigi
feudatarìi, e tenne per tutto i cammini aperti e si-
curi. E tornato a Napoli, fece che il re mandò a
fra Moriate che venisse a lui ^ e scusandosi, messer
Malatesta il fece citare più volte dalla corte della
vicberia: e non comparendo, di subito colla sus
gente, e con alquanta accolta del Regno, ae n' andò
ad Aversa, e nella terra se n* entrò senza contra-
sto. Fra Moriale si rinchiuse nel castello colla sua
gente, nel quale aveva il suo arnese e il tesoro ac-
colto delle prede e ruberie de' paesani, e pensavasi
essere sicuro, e potere con patti rendere il forte
castello al re quando a lui paresse, al modo di mes-
ser Currado Lupo : ma trovossi ingannato, che mes-
ser Malatesta di presente cinse il castello d' asse-
dio, e appresso in pochi di V ebbe cinto di fosso
e di steccato per modo, che né entrare né uscire vi
si potea; e dì e notte il facea guardare di buona
e sollecita guardia : e cosi il tenne stretto tutto il
mese di dicembre. E vedendosi fra Moriale dispe-
rato di soccorso, trasse patto di rendere il castello,
avendo per suo bisogno stretto solamente mille fiorini
d* oro e salvo le persone ; e per bonarietà del re
così fu fatto. E uscito del castello, rassegnò al re il
tesoro male guadagnato, e dispettoso se n* andò a
Roma, pensando alla vendetta del re e di messer
Malatesta, come poi per grande e fellonesco ardire
gli venne fatto, come innanzi per li tempi racconte-
remo', n cMlello e la dttà d' Aversa rimase al re, e
r ubbidienza di tutto il Regno e ài catnno barone
per operazione di messer Malatesta.
CAPITOLO XLL
Come i Pioreniini fornirono LoMole.
Air «scita di novembre del detto anno i Fio-
rentini, avendo con battifolli stretto il castello di
Lozzole per la forza degli Ubaldini nel Podere, man-
darono dugento cavalieri e millecinquecento masna-
dieri col vicario di Mugello nell'alpe, e presono in
sul giogo deir alpe il poggio di Malacodn e quello
di Vagliane, e fecìonli guardare a' fanti a pie e
' non risodatOi non oonfermftto. Vedi Taggionta Unero
con tal significato In Oiov. VUUuii alla pag. 24 1, od. II,
1. 26 della nostra edis. ; e U Fireniuola nella TWÀksùi, at-
to m, scena in, pag. 17 pare della nostra edls.
' Impoaizione, aggravio.
' Ben fece egli pentire I nemici della loro generosità.
I a' cavalieri, e con seicento SMfnadieri tennero i
Prati : e eletti cento buoni saasnadieri, oondusseao
il fornimento colla salmeria ; e rotti quelli del batti-
folle, che voleano oontrutare il paaso, per fona gii
riausono dentro, e la roba condauono nel castello.
Certi villani del paeae, pochi e male armati, eoa
trenta femmine eh' aveano con loro, saliti in alcBU
parte sopra Malacoda, gridavano contro n^ masas-
dieri eh' erano a quella guardia, e le femmine nrla-
vano senza arresto. 1 codardi masnadieri mandaro-
no per soccorso al vieario meaaer Giovanni degli
Alberti, il quale vi mandò cinquanta cavalieri, i quii
ai rimasono nella piaggia : il c-astello era fornito, e
r animo della genie codarda era di tornare in lo-
gello 'y que* di Malacoda non vedendo venire aoc-
corso, impauriti delle grida delie femmine, abbando-
narono il poggio, fuggendo alla diina. 1 fanti de-
gli Ubaldini, eh' erano aettanta per novero, gli to-
minciaroiio a aeguire, e lasciare i palveat per es-
sere più apediti) e le trenta feaunine aeguttavaDO
rinforzando le grida : allora tutta V oate ai mosso
senza atteadere V uno V altro, diropandoai e volto-
landoai per le ripe. Il vicario fa il primo che portò
la novella della rotta alla Scarperia. L* altra parlo
de' maanadieri eh' erano a Vagliano, aentendo fug-
giti il capitano, e* cavalieri e* pedoni de' Prati e di
Malacoda, ai diedono a fuggire aenza eaaere incal-
ciati, 1 cento fanti eh' aveano fornito il castello,
sentendo fuggita 1' oste d' ogni parte, vigorosa-
mente atretti insienù, eaaendo naciti quelli del bal-
tifoUe contro a loro, per forza gli riaisono nel
battifolle, e tornaronai nel castello, e di nuovo il
rifornirono di legno ^ e poi T altro di, bone acoea-
d e avvisati alla loro difesa, se ne tornarono a sal-
vamento* Degli altri rimasono prigioni centoveati
cavalieri, e più di trecento pedoni ; morii n' ebbe
pochi. Ooeata fu più notabile fortuna che gran fitto.
Ha meritato qui d' eaaere notata per eeooipio doUs
mala condotta, che apesso i vinti fa vincitori, e i
vincitori rinti. Nella noatra città, in questi tempi, <ti
coM Catti falli non ai tenea ragiono; però apeaso ri-
ceveva vituperoso gastigamento.
CAPITOLO XUL
Maratiglie falle a Roma per una fòlgore.
Non aenza cagione di aingoiare amaurarioas
vegnamo a foro aaemoria, come a di 11 del mass
di dicembre, già il cielo agravato da impolnoao cal-
do aolare, che anole nell* aria natoralmente gene-
rare folgori e tempeate, uoa disusata fortuna di
venti e di tuoni turbò f aria, e in quella lompeitt
una folgore cadde in Roma, e percosse il campani-
le di San Piero, e abbattè la cupola e parto del
campanile, e tutte lo grandi e nobili caaspane obs
erano in quello fece cadere, e trovaronai qnaai lat-
te fondute in quello punto, come fossono colato
neUa fornace. Questa pare una favola a raccontare i
ma fu manifesto a molti che 'I ridono, da cui ae
avemmo chiara e vera leatimonianza. E molti il
recarono in segno ovvero prodigio della aegnoate
materie.
DI MATTEO VILLANI.
99
GAPrroLO XLm.
Come morì papa ClemenU ieiio^ e di $ue
condiùoni.
In quelli di, eiMBdo malato papa Clamente
leaio Bella città d'ATÌgnone ia Provensa d^ina oon-
\mM\ ond' era giaoiato sei di, la notte tegnente
la fetta di San Nicoola, a di 5 di dicembre, paitò
da qaeata vita', arendo tennto il papato anni dieci
e meli eette. Coatoi fu natio di Francia, e ardve-
8C0Y0 di Rouen, e grande amico e prolettore del re
Filippo di Francia, e per lai, innanzi al papato e
poi che fu papa, assai cose fece \ e a papa Gio-
vanni venne per sao ambasciadore, e nella persona
del detto re promise e giurò che farebbe il passag-
gio d^ oltre mare. Costai fatto papa non restò di
fare quanto il detto re seppe domandare, e molto
scopertamente. Nella guerra cb* ebbe col re d* la-
gbilterra prese la parte del re di Francia, e assai
vi consumò del tesoro di Santa Chiesa. Larghissimo
papa fa di dare i benefioii di Santa Chiesa, e tanti
ne stribid a spettanti V uno appresso V altro, che
non si trovava chi più ne domandasse, senza il be-
neficio deir Anteferri, II suo ostiere tenne alla
reale con apparecchiamento di nobili vivande, con
grande tinello di cavalieri e scndieri, con molti
destrieri nella sua malistalla. Spesso cavalcava a suo
diporto, e mantenea grande comitiva di cavalieri e
acadierì di sua roba. Molto si dilettò di fare grandi
i suoi parenU, e grandi baronaggi comperò loro in
Francia. La Chiesa riforni di più cardinali suoi con-
giunti, e focene di sì giovani e di sì disonesta
vita, ehe n^ ascirono cose di grande abominasione^
e ewti dtri fece a richiesta del re di Francia, fra i
quali anche n*ebbe di* troppo giovani A quel tem-
po non s* avea riguardo alla sdenia o alle virtù ;
bastava saziare V appetito col cappello rosso. Uo-
mo, fu di convenevole scienza, molto cavalleresco,
poco religioso. Delle femmine, essendo ardveacovo,
non ai guardò, ma trapusò il modo de* secolari
giovani baroni ; e nel papato non se ne seppe con-
tenere né occultare, ma alle sue camere andavano le
grandi dame come i prelati ; e Ira T altre una con-
tessa di Torenna fa tanto in suo piacere, che per
lei fiicea gran parte delle grazie sue. Quando era
infermo, le dame il servivano e governavano, come
congiunte parenti gli altri secolari. U tesoro della
Chieaa atribol con larga mano. Dell* italiane discor-
die poco si curò; e 1* impresa fatta a soa 'stanza
contro al tiranno di Bologna in ani buono abbando-
nò, e della vergogna di Santa Chiesa non si fece
coscienza, ma per i molti danari che V arcivescovo
di Milano largamente sparse nessuni parenti e nel re
di Francip, ogni cosa gli perdonò, e intitoloUo per
la Chiesa vicario di Bologua. Vacò la Chiesa tredici
di La cometa Nigra pronosticò la sua morte, la fol-
' febbre continua, che gli antichi chiamarono anche sem-
plioemente cofUma.
' Mori a' 6 non al 6 dioambra del 1859. U suo corpo
Al trasferito a Cbaise-Dieny dova a' era in vita fttto eri-
gere vn sepolcro. U papa ne celebrò T Ingegno, la gene-
roaità e i modi gentili.
gore di San Piero a Roma la sua fama consumata
nel vile metallo.
CAPITOLO XUV.
Cime fa faiio papa Itmocenùo $esto.
Dopo la morte di papa Clemente sesto, i car-
dinali rinchiusi in conclave sentendo che il re di
Francia s* a&ettava di venire a Avignone per avere
papa a sua volontà, la quel cosa non gli potea man-
care, tanti cardinali aveva a sua stanza e di auo
reame; ma non ostante che tutto il collegio de*
cardinali fosse stato al servigio del detto re, tutta-
via, per la riverenza della libertà di Santa Chiesa,
voUono innanzi avere fatto papa di loro movimen-
to, che a stanza del re di Francia. E però di pre-
sente prosono accordo tra loro, ed elessono a papa
il cardinale d* Ostia, nativo di Limogi, il quale era
stato vescovo di Chiaramonte, uomo di baona vita,
e di non grande scienza, e aasai amico del re di
Francia ; la soa fama infra gli altri era di semplice
e buona vita, e antico d* età; e fecesi ne* papali
palagi in Avignone a di 28 di dicembre, gli anni
Domini 1352. Preso V ammanto di San Piero e la
corona del regno, e ne*suoi principii ragionò d'am-
mendare la disonestà della corte e focene alcune
buone costituzioni, e fecesi chiamare papa Innocenzio
sesto.
CAPITOLO XLV.
Come uscUi di prigione i reali del Regno^
i*arrestarono a Tretigi.
In queato anno del meae di novembre, essendo
liberati di prigione messer Ruberto prenze di Taran-
to e messer Luigi di Durazzo dal re d* Ungheria,
se ne vennono a Vinegia ; e ricevuto onore da quel-
lo comune, se n' andarono a Trevigi, e ivi attesono
gli altri loro due fratelli, messer Filippo di Taranto
e messer Ruberto di Durazzo. Il re d' Ungheria
volle che i primi due reali essendo in loro libertà,
faceasono certe obbligazioni, le quali non furono
paleai; ma certo fu, che a Trevigi vennero a loro
ambasdadori drt re d' Ungheria, e che da loro
presono certe obbligazioni. B, per avere questo, ten-
ne gli altri due fratelli tanto, che gli ambasciadori
furono da Trevigi tornati in Ungheria colie cantele
pubbliche di quello eh* olii aveano promesso ; e al-
lora furono licenziati messer Filippo di Taranto e
messer Ruberto di Durazzo, e vennonsene a Trevigi
agli altri loro fratelli. E partiti di là, se ne venno-
no a Ferrara, e appresso a Forli| ricevuti in catu-
na parte a grande onore. E stando in Romagna,
mandarono a Firenze per volere valicare nel Regno
per la nostra città e per lo nostro contado; ove
si pensavano poter venire confidentemente a gran-
de onore. Certi cittadini potenti, parziali di setta
dttadineaca, che allora reggevano il comune, vie-
tarono la loro venuta nella città, e il passo per lo
contado; cosa incredibile n narrare, considerato
r antico e incorrotto amore di quella casa reale al
100
ORiXnQA
DOitro oommie, e il Mifv» loro BMoolito oob
quello de^ cittadini di Firense, sparto uUo noilre
battaglie in difenaione di quella oitti ; e ora vieta
loro il pasao per lo aoo distretto, uomini uaciti di
prigione, sansa arme e senza oomiliTa. Io mi ver-
gogno a scrìvere che quello che il nostro comune
spesso concede a^ nemici, foase vietato a costoro.
Se il comune ci avesse fdlato, sarebbe detestabi-
le coaa n trovare sMmoria di cotanta ingratitadip-
ne; nui considamla la singolare vileua delle cit-
tadine sette, igora della sfrenala tirannia, non è
cosa maravigliosa. I reali non sansa giusta cagione
sdegnati presono altra via, e capitarono a Roma.
CAPITOLO XLVL
iMtUà sUiié im Samgmignamo,
Ricordandoci de' doe fMelli dicoUati degU Ar-
foghelli di Sangimignano, ci occorre come i loro
consorti tennono che '1 fitto fosse per operaiione
do^ Salvucci di quella terra : onde i detti Ardioghelli
provveduti d*-aiuto di loro parenti e amici, a di 20
di dicembre del detto anno levarono remore nella
lem, e seguitati dalla maggior parte del popolo
eorsono alle case dei Salvncci in sn la piasse della
pieve; e trovandoli sprovveduti alla difesa, aeasa
fare resistensa furono cacciati di Sangimignano, e
le loro case rubate e arse, e di tutti i loro segua-
ci ; e la terra, ch'era in guardia del comune di Pi-
rense, tennono per loro, temendo di non essere puni-
ti del malificio commesso. 1 Salvncci, cacciati co' lo-
ro aeguaci il di della pasqua di Natale, se ne ven-
nono a Pirense, domandando 1' aiuto del comune,
sotto la cui guardia erano rubati e cacciati della lo-
ro terra. Dall' altra parte gli Ardinghelli col titolo
e eoli' autorìti del coiuine mandarono aadiaseitdo-
ri a Pirenae, dicendo ch^ aveano cacciati i ghibelli-
ni di Sangimignano, e la terra teneano a onore del
comune di Pirenie e di parte guelfa ; e dove il co-
mune r aveà per piccolo tempo, la voleano dare
per maggiore, ove delle cose fatte non si facesse
alcuna vendetta, e che i loro nlmid non fossono rì-
messi nella terra. H comune tenne sospeso un pos-
so, cercando so modo v* svesse d' accordo ; ma
continovo creseeva la mala disposislone, diffidando-
si gli Ardinghelli e i loro seguaci d' avere remis-
sione di cpieUo ch'aveano commesso ; e aveano d'in-
torno a loro di mali consigUatorì ; onde per la
contumace e per l' impotensa poco appresso ne se-
gui Is suggesione di quella terra, come a ano tempo
racconteremo.
CAPITOLO XLVIL
Come i comuni di Toscana mandarono solenm
ambasciadori a SereMana a iraiiare pace.
Avvegnaché ne' oondnciameati poca fede si
prendesse per li Fiorentini e per gli altri comuni di
Toscana della pace eoli' arcivescovo di Milano, non-
dimeno avendo trattato prima co' retigiosf, e poi
con abboccamento d* altri ambasciadori, e trovan-
don convenienza ifla pace, al ordinò più solaaaa
ambasciata di tutti i comuni, i quali n convenooaa
a Firenze, e in segreto si conferì la sostanza de'
patti ; e il simigliante fece 1' arcivescovo co' suoi e
con gli ambaaoiadorì de' ghibettioi d' Italia, che eoa-
coirevano alla detta pece. E catuno comune diede
libertà a'suoi ambasdadorì di potere fermare la con-
cordia. B poi, il primo di di gennaio del detto urne,
andarono a Soreszann per ém compisiMito slls
detta pace.
CAPITOLO XLVUL
Di grandi Iremuoti tennono in Toscana
e in aUre pariL
A di 25 di dicembre del dello anno, in sai
vespro, furono grandi lerremuoti, i quali abbattero-
no al Sorgo a San Sepolcro una parte degli edifidi
della terra, con danno di bene ciaqnecanto tra uo-
mini e femmine e fiuioiuUi morti. B la ròcca d* BId,
in an* confini tra Arezzo e il Borgo subissò con
quo" viventi che v* erano a gnardarìa pw V arcive-
scovo di Milano. B sollevati i tremuoti' alquanti di,
poi a di 31 del dett > mese, la notte, vegnente te
mattina di calen di gennaio, in sul mattutino rm-
noveUarono maggìorì terrenraoti. B aUa delta terra
del Borgo furono sì terrìbili, che quMi tulli gli e-
dificii di quella terra fece rovinare; nel cui scotimea-
to, per la notte e per le mine d^ ogni parie, pochi
ne poterono campare, foggendosi ignudi negli otti
e nelle piazze della terra ; e quasi la maggior parte
de^ terrazzani e de' forestieri che v' erano, fedoao
delle CMC sepoltura a' lacerati corpi, e molli maga-
gnati e mezzi inorti stettono parecchi di aenza aiu-
to sotto le travi e^ palchi, e altre concavili fatte
dalla ruina ; e assai ne morirono, che sarebbono caai-
pati se avessono avuto aoccorso. Le mura della ter-
ra da ogni parte caddono ; e di vero gran pietà fa
a vedere V eccidio di cotanti cristiani involti in
cosi a^ro giudicio dalla loro morie, che, fatto con-
to, piò di duemila uomini d* ogni sesso spiraroao
sotto quelle rovine. B non ò da laadare senzs me-
moria quello eh' avvenne loro per easere sotto la
tirannia, che per paura dei prìmi teiremuoli eraao
usciti della terra e alavano a campo, e sarebbono
campati; ma per tema della terra mosser Piero Sac-
coni, e Nierì da Faggìaola col vicario dell' arcive-
acovo vi cavalcarono, e per fona coatrinaono i ter-
razzani e' soldati a ritornare nella terra. Akmd ffie-
veleggiando dissono, che questo fu aiegolare aea-
tenza di Dìo, perchè coaloro ftarono i primi in To-
scana ohe diedono ricetto alla gente del gran tiran-
no arcivescovo di Milano^ in confuaione do' loro
drcoslanti ; e tutte le prede indebitamente tolte a'
loro vicini comperavano per niente, ingrassando e
arricchendo di queBe indebitamente, non avendo i
detti lerremuoti fatto alcuno danno in Toscana.
' loitati, eetsati i tremaoti.
* Gran lampo dnrb oal popolo quatta siqiantlilooi, e
per eaaiara ohe si proiangaatoro i eaatlghi di Dio par to
colpo dall' sreivMcovo di mUno, i tacardoti bandiroeo
pubbliche preghiere.
DI HATTBO VILLANI.
CAPITOLO XUX.
Come i SmuH mutarono a otto a Monlepulàaito.
BMendo i ligiiori della oua de' Caralteri di
Honlepaldaiio diviii e cacciati 1' ni 1' altro. Mine
addietro è dÌMOstrato, <iiiellt ch'erano ilmeai ligoori
teaeano ranista de'ForngÌDÌ egli oadti qDelia de'
Saneii) onde avTeoDe che i Saneai rolevaao che la
terra toraaise al goTemsnento dal popolo : a
unendo coloro che la reggevano per h) monaonto
de' Saneai, ai fortiBcarono con aiuto di gante d'ar-
se da' Peragiu, e per qoeeto i Saneai ooMìnciiro-
no a caraleaie aopra loro. E i temiuni eolle ma-
•■ade de' Pengini e de' loro loldati a' Riatavano
(raBcamente, facendo vergogna alla c«TaIIerìe de'
Saoeai, e per qneato presone adegno contro a'Pe-
rogini. B del comune di Firenie si dolsono, perchè
richiesti a qnesla impresa non vollono contro agli
■Bici loro gualB dare loro aiuto. B tanto montò
r alteua dello adegno de' Saneai, che ai roroinao
di gento d' tme a pie e a citallo, e miaonai al-
l' assedio dì Moolepulciano, e qaello cootinoTarono
Infloo al naggio segneote 1353, e atrinaolo con
batlirolli ; e' Perugini per non dispiacere ■' Sauesi
ne rìtrasaono la gente loro. I Fiorentini e' Perugini
■andaroDO ^ ambaacìadori a trovare modo di pace
« di concordia tra '1 comune di Siena e qnello di
Hontepoldano, i quali vi dimorarono Inugamenk,
iananu che poteaaono recare le parti a coneoidia. E
perOochi nel detto teapo altre cose oocoraono, con-
viene, per dare parta a loro, alquanto soggiornare
alla preaenle materia.
CAPITOLO l.
Come Guaitieri Vbertiiii fu decapitalo.
In qneato msdeiimo ncie dì dicembre fa pte-
w ia nn agnato da' soldati del comone di PireHa,
a Civitella del veicovo dì Areno, Gualtierì Oglioolo
di Buataecio degli Uberlini, giovane di grande fama,
valoroBO e prò', e di grande aspetto e seguito, il
qaate per comandamento del comone fu menalo ■
Fireue; e credendosi campue, trovandoli il bando
generale di tnlti quelli della oaaa degli Ubntini per
la loro ribellione, la villa di Natale fu dicoUato; di
eoi gli Ubertini rìoeveltono gran danno, peroeciii
troppo art giovane di buono aapelto. A coatoi fa
tagliala ta lesta dirimpetto allo apedale di Ssnt' 0-
Bofrio ; e messo il corpo Mita caaaa io due peui,
e portandosi alla obieaa di Santa Croce, venoto a
pie del campanile di quella chiesa, per spailo d'una
aaeltata di balestro o più il corpo ai dibattè, e a-
porae le gÌDulure della cassa con tanto dioroUamen-
to, die a pena fu ritannta che non oaddo di collo
agli uomini che 'I portavano ; cosa aiaai maravigllo-
aa: ma fa vera a manifesta a molti ; e noi l'avemn
da coloro che '1 deHo corpo nella caaaa portaron
nomini degni di fede.
CAPITOLO IL
Come il Alca d'Aleno attediò Brandimo,
la questi di, avendo il re Luigi fatta certa ri-
ohieatt di baroni del Begoo, fra gli altri vi vanne
meaaer Filippo della Ripa di Braadiiio, ricco d'ava-
re e di piccola Btiione, da cui il i« con finte ca-
gioni ìntendea di trarre di molti danari. A costui
fu rivelala V inteuiiHie del re -, oad'egli seaia con-
gio si ritornò in Puglia. 11 re fattolo da capo ri-
chiedere per contumacia, ebbe cagione di farlo ban-
dire. 11 daca d' Atene, At colle sue terre gli era
vieine, por lorglì il ano, e per potere aotlo la co-
verta di coatoi prendere Braadiaio, ae n' andò ia
Paglia ; e preaa licenaa di procaeeiare di recare al
fisco i beni di coatni che era bsmdeggitlo, ranno
gente d' arme, e non aapendo il re che proce-
deaae per qnealo modo, fece di suoi Pranoesohi e
d' altri soldati qnaltrocento cavalieri e milleciaqiie-
oanto pedoni, e andò a oste a Braadiaio. 1 terraK-
sanl vedendosi questa gente addosso improvviso, si
maravigliarono forte, e conobbouo il fatto tirannesco,
di presente s' unirono alla difesa, e non lo lascia-
rono accostare alle citti. Puosesi a campo di Inori, e
cominciò a correre e fare preda per Io paese d'in-
torno, Smlendo questo il re Lnigi, ai nararigliò del
duca, che faceva dì suo arbitrio queUo ohe non gli
«ra comSeaao; d ìnooataBeala pM lettere gli mandò
comandando che da Braadisio ai dovesse levare : isa
pooo valaoBO i auoi eonandamenti ; chi vi a' affer-
mò, oredendosi occupare quella lem con tiraene-
soa ìnteniione. Sopnweana b torasla del Preaie
dì Taranto ; e il re per fargli onore, cbò era d' eli
' maggiore fratello, sentila la volontà dei oittadi-
ch' aveano amore al Prenne, ooil assediala glie
la privilegiò ; e i cittadini di concordia 1' aoooUa-
rono per loro signore, e aUora il dooa ao ne levò
da BStedie.
CAPITOLO Ln.
Come i Pervgini feeiono pace co^Corloneti.
In questo verno, aentandoai por l'Italia die a
certo la paee generale si dovee fare tra 1 eomnoi
Toscana, e l'arciveacovo di Hilaoo e* auoi ade-
renti ghibellini, i Cortoneai per mostrare ^ libere-
iità a' Perugini, e il comune di Perugia per non
obbligarsi al patto della gaaenle pace, di concor-
dia vollono pervenire a quella, e di buona volontà
feeiono pace tra loro. È vero che innanzi la paco i
Cortonesi non fidandosi de' Perugini domandarono
sodimenti; e il wntune di Perugia a grand* iatania
richiese il oomue di Firmise, che fosse mallevado-
re per Ini a' signori e al comune di Cortona di die-
cimila nurcU d' argento, ohe nanterrabbe a' Cor-
tonesi buona e leale pace. Il nostro comune, mosso
■ co sindaco un
per lai fnoe il
a' aigaori e al
>a i Perugini
102
CRONICA
CAPrroLO LUI.
Come il popolo di Gaeta uccisono dodici laro
cUladini per la careitia che avetano.
ABCora lo flato dello fviato Regno non era
qneto dalla fortuna e in debito reggimento, eaaendo
qneat* anno generale careetia in Italia, cìm il nunnlo
popolo di Gaeta, avendo invidia a* bnoni e rìcdii cit-
tadini mercatanti di quella città, del meae di dicembre
del detto anno si moa sono a fàrore e preaono Tarme,
e furiosi oonono per la terra, a intenrione d^ uc-
cidere qnanti trovare poteaaono di loro maggiori : e
in qneir empito necisono dodici de^ adgliori che
trovarono, aensa alcuna miaerìcordia, grandi e one-
sti e bnoni mercatanti ; gli altri ai fuggirono e rin-
chinaeno in luoghi ove il fàrore del popolo non si
potè stendere. B re Loigi avendo intesa questa ini-
quità vi cavalcò in persona con gente d* arme per
farne giuatiua ; e giunto in Ciaeta, fece inquisiiione
di questo latto. La cosa fu scusata per la furia d^alquan-
H, e furono preai e giustiiiali de* meno poasenti ; de-
gli altri si fece composizione di BMHieta: e ehi fa morto
s^ebbe il danno, e li corte pervertt ; e racquetata li
eoaa, il re gli ordinò, e tornossene a Napoli.
CAPITOLO LIV.
Come il papa 9olU iraiiare pace da* Oemove$i
a" Vet^CMiam.
In questo medesimo verro, papa Innoceniio
mandò al comune di Genova e a quello di Vinegia,
che mandassono a lui gli ambasdadorì eh' erano
stati a pepa Clemente a trattare della loro pace, e
per la morte sopravvenuta del detto papa se n' era-
no partiti sansa essere d* accordo, perocch' egli in-
tendea di metterli in pace, giusta suo podere. I Ge-
novesi non voHono tornare a corte, né entrare in
trattato di pace co' Veneriani ; ansi ordinarono lega
e compagnia col re d' Ungheria contro a* Venesiani.
E il detto re avendo promessa compagnia co' Ge-
novesi, mandò a Vanesia al comune che gli dovesse
restituire Giara, e V altre città e terre eh* aveano
occupate del suo reame nella Schiavonia. I Venesiani
feciono agli ambasciadori quella savia risposta che
seppono, facendosi tra loro beffe della aua domanda;
nondimeno non aensa paura, e con molta aoBicitudine
e con grande'spendio fornirono a doppio, oltra alPu-
aato, tutte le terre che teneano in quidla marina.
CAPITOLO LV.
Come i Fioreniini osteggiaro Sangimignano,
e fecionli ubbidire.
Addietro è narrato come queRi che roggeano
Sangimignano teneano trattato col comune di Fi-
renze; ma non fidando, non §i poteano per lo comu-
ne riduoere a fermessa ; e il comune temendo che
in questa vacillasione peggio non ne aeguisse, del
mese di febbraio del detto anno vi mandò messer
Paolo Vaiani di Roma, allora podestà di Pirense, con
seicento cavalieri e con grande popolo; i quali giunti
intorno alla terra, e non avendo risposta da quelli
d' entro, a volontà del nostro comune vi si misono
a campo, e cominciarono a dara il guasto : ma pe-
rò alcuno Sangimignaneae o loro gente d* arme non
usarono faori per fare alcuna resistema o altra vi-
sta ; ma dopo il ricevuto danno vennono alla con-
cordia, che il comune di Firanse dovesse fu« la
pace fn loro e gli usciti, e che d* allora gii usciti
aveaaono i frutti de' loro beni, ma dovessono stare
fuori della terra aei mesi ; e fìtta la pace tra gli Ar-
dinghelli e' Salvuoci, per lo comune di Fireaxe detto,
e*potessono tornare nella terra ; e che il comune di
Pirense, oltra al termine de* tre anni che ne doven a-
vere la guardia, Tav^ae anche cinque anni, e die per
patto vi teneaae aettantnciaque cavaUerì col capitalo
della guardia alle loro spese. B latto il decreto e le
cautele per i loro conaigli, e ricevuto il rapitnao
colla aua compagnia, V oste se ne tonò a Firàaxo.
CAPITOLO LVI.
Come tu Italia fu generale carestia.
In questo anno fa generale carestia in tntia
Italia ; in Firanse cominciò di ricolta a valera lo
staio del grano aoldi quaranta di libbre cnquaatn-
due lo ataio, e in questo pregio stette parecchi
mesi : poi venne montando tanto, che andò in liro
daque lo ataio, i grani cattivi e di mal peao. Le fa-
ve fira tre lo ataio, e eoal i mochì* e le vecce : il
panico soldi quarantacinque in cinquanta, e la anf-
ginn soldi tranta in Irentadaque. Il vino di ven-
demaua valse il cogno lorini sei d* oro del pie
rile, e otto e dieci il migliora ; e bmhiIò in lorini
quindici il cogno. La carne del poroo aensa gnbeBa
lira undici fl centinaio ; il caatrone denari veatotto
in tranta la libbra tutto V anno. U vitella di latto
montò danari trantadne in quaranta la libbra; l'uovo
danari cinque e sei l'uno ; 1* olio lira cinque e stes-
so in sei 1' orcio, di libbre ottantacinque. Tutti er-
baggi fàroao in somma careatia ; e in que* tempi
valea il fiorino dell' oro lire tre, soldi 4)tto di pic-
cioU. Tutti drappi da veatlre, di lana e di lino e di
seta, furono in notabile careatia, e così il MlsamoB-
to. B benché abbiamo fatto conto di Pirense, in
qoesl' anno fu tenuto in tutta Italia che Firanse a-
ytut così buono mercato comunalmente come aica-
na altra terra. Bd é da notare, che di così grande e
diausata careatia il minuto popolo di Pirense non par-
ve che ae ne curasse, e così di più altra terra ; e
queato avvenne perché tutti erano ricchi de' loro
meatieri : guadagnavano ingordamente, e più erano
pronti a comperare e a vivere delle migliori coae,
non oatanle la careatia ; e più ne davano per aver-
le innanzi che i più antichi e ricchi cittadini : cosa
sconvenevole e meravigliosa a raccontare, ma di
continova veduta ne poaaiamo fare chiara teatimo-
niansa. B quello che ad altri tempi innanzi alla ge-
nerale mortalità aarabbe stato tumulto di popolo
incomportabile, in quest' anno conlinovo impronti-
tudiue e calca del nunuto popolo fu nella nostra
città ad avara le cose innann a' maggiori, e di
dane più che gli altri. B coal festeggiava e ve-
* Specie di biade simile alle veccia ohe i cibo proprio
dei colombi.
DI MATTEO VILLANI.
103
stiva e convitaTt il minalo popolo, come se fosso-
BO in somma dovisia e abbondaoxa d'ogni bene.
CAPITOLO LVn.
Come i Romani uccisono colle pietre Bertoldo
degli Orsini loro senatore.
Senatori di Roma erano il conte Bertoldo degli
Orsini e Stefanello della Colonna, e dal popolo e-
rano infamati d*avere Tendala la tratta^, e lasciato
trarre il grano della loro Maremma ; e questo era
fatto per loro, non penssndo che *1 grano andasse
in così alta carestia. In Campidoglio si faceva il mer-
cato a di 15 di febbraio del detto anno, e là su a-
bitavano i senatori ; e accoltoviai grande popolo per
comperare del grano, e trovandone poco e molto
caro, corsono a forore al palagio de* senatori con
le pietre in mano. Stefanello, ch*era giovane, fa ac-
corto ; e innanzi che il popolo moltiplicasse al pa-
lagio col furore, si foggi per una porta dì dietro, e
salvò la persona. Il conte Bertoldo fu più tardo ; e
volendosi fhggire, fu sorpreso dal furore di quel
popolo, e colle pietre lapidato e morto : e tante glie
ne gittarono addosso, acciocché catuno fosse par-
tecipe a quella vendetta, cbe bene due braccia s'alzò
la mora^ delle pietre sopra il corpo morto del loro
senatore ; e fatto qaeato, il popolo comportò la ca-
restia più dolcemente.
CAPITOLO LVIII.
Come fu tagliata la testa a Bordone de^ Bordoni.
In questi di, del mese di febbraio sopraddetto,
essendo podestà di Firenze messer Paolo Yaiani di
Roma, uomo aspro e rigido nella giustizia, avendo
presa informazione di mala fama contro a Bordone
figlinolo che fu di Chele Bordoni, antico e grande
e potente popolano di Firenze, essendo questo gio-
vane sopra gli altri leggiadro e di grande pompa,
il fece pigliare per ladro, apponendogli molti farti;
e tutti per martorio gliel fece confessare. I suoi
consorti, eh* erano in grande stato in comune, co*
priori e collegi il difendeano, e non parca loro che
il podestà il dovesse condannare a morte ; il mor-
morio del popolo minuto era contro a lui, e 'I po-
destà non si volea muovere ad alcuno priego de* si-
gnori : onde avvenne, per male consiglio, eh* e* prio-
ri, acciocché '1 podestà non potesse fare uficio, cas-
sarono tutta la sua famiglia. Costui più inacerbito
lasciò la bacchetta della sua podesteria a' priori, e
tornossi al palagio come privato uomo. Il mormorio
si levò grande nella città contro a' priori; e paren-
do loro avere fatto male, con ogni preghiera cer-
carono di poterlo ritenere; ma V astuto Romano,
sentendo scommosso il popolo, la notte montò a
cavallo e andossene a Siena. Il popolo sentendolo
partito, quasi come comunità rotta trassono al pa-
lagio de* priori e a quello della podestà, e doleansi
dicendo, che i potenti cittadini, che facevano i grandi
* r endice, o il diritto di comperare, incettare o espor-
tare il grano. ' maocbiO| rovinai macia.
mali, non voleano che fossono paniti; e i piccoli e
impotenti cittadini d* ogni piccolo fallo erano im-
piccati e smozzicati e dicollati ; e per questa no-
vità fu la città in grande smovimento, operandosi
Tanimosità delle sette. I signori, vedendo la città a co-
tal condizione, di subito gli mandarono ambasciadori,
e con fiorini dnemilacinqnecento d*oro, ohe gli die-
dono per suoi interessi, feoionlo ritornare; e ritorna-
to, per grazia fece dicollare Bordone, e il popolo fu
racqnetato.
CAPITOLO LK.
Come si pubblicò la pace dalTarcivescovo J comuni
di Toscana,
Gli ambasciadori de* comuni di Toscana, che
furono mandati a Sarazzana per fermare la pace col-
r arcivescovo di Milano, e co* suoi aderenti ghi-
bellini di Toscana e d* Italia, trovarono la materia
si accóncia, eziandio contro alla speranza^ che di
presente vi dierono fermezza, del mese di marzo
1353; e appresso, il primo d) d* aprile 1353, si
pubblicò in parlamento di tutto il popolo. E quanto
che catuno desiderasse pace per cagione di riposo
e di fuggire spesa, ninna festa se ne fece, né ninno
rallegramento nel popolo se ne vide, quasi stiman-
do catuno la pace del potente tiranno troppo vicino
essere più nel suo arbitrio sottoposta a inganno, che
a fermezza di certo riposo. Nella pace in sostanza
si contenne, che generale e perpetua pace sia tra
r arcivescovo di Milano e tutte le sae città e di-
strettuali, e tutti coloro che con Ini furono nella
guerra contro a* Fiorentini, e* Perugini e* Sanasi,
e* loro distrettuali. Pistoiesi e Aretini, e altri si-
miglianti, tutti da catana parte e aderenti loro deb-
bano osservare bnona e leale pace ; e 1' arcive-
scovo é tenuto di mettere in mano comune la Sam-
buca e il Sambucone : e fatto questo, il comune di
Firenze un mese appresso debba disfare la ròcca di
Montegemmoli, con patto che, disfatta, debba riave-
re le dette castella depositate; e il detto Monte-
gemmoli non si debba per alcuna parte redificare :
e ohe i Fiorentini debbano rendere Lozzole agli
Ubaldini, e 1* arcivescovo Piteccio e 1' altre tenute
de' Pistoiesi : e che il comune di Firenze dee trar-
re di bando tutti coloro che fossono bandeggiaU
per quella guerra, e chinnque fosse dichiarato ade-
rente del detto arcivescovo : patto assai pregno, e
doppio, e poco accetto, la cui dichiarazione fa com-
messa a Lotto e a Franceschino Gambacorti di Pi-
sa, mezzani di questa pace. Questo fo usai lieve
legame di pace, avvegnaché ci si stipulasse pena
fiorini dugentomila d*oro ; ma per la grandezza del
signore di Milano, e per la potenza de* tre comuni
che non si avvilivano per lui, rimase contenta catana
parte al legame del titolo della pace, senza altra si-
curtà dimandare o prendere.
CAPITOLO LX.
V inganno ricevette il comune di Firen%e
dagli sbanditi.
Il comune di Firenze in questo fatto degli
sbanditi fu ingannato da* snoi medesimi ambascia-
106
CRONICA
con difordioato empito sopra la città e parto del
contado di Cremona mppe, mandando sopra quella
pietre sformate di lendine, la quale, cai trovò albi
scoperta, nomini e femmine percotendo li uccise, e
la città premette s) forte, che tutte le copriture de*
tetti ruppe e macinò senza rimedio, con grandissi-
mo danno de' cittadini E le pietre della grandine
ch^rano maggiori si trovarono di libbre otto e on-
ce tre, e le minori erano d* una libbra di peso. In
questo medesimo tempo V arcivescovo di Hilano
BMudò per fare rediflcare le mura e case del Borgo
a San Sepolcro, rovinate e guaste per lo tremuoto,
trecento maestri. I Borghigiani rimasi in vita erano
tutti ricchi sopra modo per 1' eredità de^ morti, e
per gli sconci guadagni . delle prede de' loro vicini
condotte al Borgo, e perchè a' soldati al continovo
aveano venduto caro la loro vittusglia e gli altri
arnesi ; e però, venuti i maestri, cominciarono a e-
diflcare le case e'palagi, e a fare troppo più nobili e
più belli abituri che prima non aveano : ma poco
poterono edificare, cbò la terra mutò stato, come
appresso nel sno tempo racconteremo.
CAPITOLO LXVI.
Come sotto le triegue procedetiono le cose in Francia.
Essendo alcuno tempo durate le triegue tra il
re di Francia e quello d' Inghilterra, infra il det-
to tempo alquante terre iu Brettagna e alcuna in
Guascogna, ohe si teneano per lo re di Francia, per
ingegno e per malizioso sommovimento s' arreca-
rono dalla parto del re d' Inghilterra; per la qual
cosa turbato il re di Francia, fece bandire la guer-
ra per tutto il suo reame : e a ciò lo indusse non
meno certi trattati scoperti contro della sua per-
sona, eh* e* baratti di quelle terre. E fatto questo,
del mese di maggfo del detto anno, il cardinale di
Bologna, e gli altri prelati e baroni che trattavano
la pace si misono al riparo ; e tanto operarono, che
triegue si feciono tra i detti re. E stando le cose
di là in successioni di triegue, non aocaddono in
lungo tempo eose notevoli in que' paesi.
CAPITOLO LXVn.
Come i Oenotesi spregiarono la pace de* Vene%iani,
Tornando nostra materia a* fatti de* Genovesi e
de* Veneziani, in questo primo tempo del detto an-
no i Genovesi levarono lo stendale di sessanta ga-
lee, le quali incontanente cominciarono ad armare,
e per la compagnia eh* aveano fatta col re d* Un-
gheria contro a* Veneziani v* aggiunsono l'arme del
detto re; e intendeano, che come e' fossono colla
loro armata in mare, che *1 detto re avesse in I-
schiavom'a i suoi Ungheri a fare guerra per terra a'
Veneziani, come avea promesso. E certe galee eh* a-
veano loro in concio d' arme mandarono improv-
viso nel golfo a* Veneziani, le quali feciono in quello
grave danno di rubare molti legni ohe vi trovaro-
no, traendone Tavere sottile, e profondando i legni
in mare ; e oon due loro galee sottili bene araute
valicarono San Niccolò del Lido, ed entrarono nel
canale grande, e nella città saettarono molti verret-
toni ^ E tornandosi addietro, le galee della guardia
del golfo, eh* erano per novero più che le genovesi,
potendosi abboccare oon loro, non ebbono ardimen-
to ; che la paura del re d' Ungheria gì* impaedava
forte più che de* Genovesi, per tema ohe non traboc-
casse loro addosso la sua grande potaua. Le ga-
lee genovesi non avendo contrasto s*nsoirono del
golfo, e andarono al loro viaggio, avendo ffsHogran
vergogna a* Veneziani.
CAPITOLO LXVm.
Come i Kfneatam it prottidono,
n comune di Vinegia sentendo 1* armala de*
Genoveai e le nùnaoco del re d* Ungheria, e non
volendoli rendere le terre marine della Schiavonia,
conobbòno che la necessità gli strignea a trovar mo-
do di difendersi per mare e per terra. E però guer-
nite le loro terre per la difesa, con grande e buoM
provvisione mandarono solenne ambasciata ali* im-
peradore, pregandolo che procacciasse in loro ser-
vigio che il re d* Ungheria non movesse loro guer-
ra a stanza de* Genovesi ; e un* altra ambasciala man-
darono in Catalogna al re d* Araona a fere Ioga e
compagnia con hrì, acciocch* egli armaase oon loro
contra a* Genovesi. In catuna parte ebbono prospe-
ramente loro intenzione : che 1* imperadoro ritonne
a sua preghiera il re d* Ungheria dal muovere guer-
ra a* Veneziani, non senza alcuna speranza d*a€cor-
do in processo di tempo ; o* Catalani, aontati della
sconfitta ricevuta co* Veneziani da* Genoveai in Co-
stantinopoli, lievemente si recarono, per animo di
vendetta, a fare la volontà de* Veneziani ; e di pre-
sente misono per opera d* armare trenta galea al
loro soldo, e venti alle spese del comune di ì^o-
gia ; e i Veneziani n' armarono altre venti a Vine-
gia ; e catuna parte sollecitava sua armata per es-
sere prima in mare; i Genovesi per la vittoria a-
vuta sopra loro dispettando e avrilendo i nioùci, o*
Catalani e* Veneziani desiderando la vendetta. B ap-
parecchiandosi catuna parte, innanzi al loro abboc-
camento ci occorrono altre eose a raocontare ; e pe-
rò al presente soprastaremo alquanto a questa ouilerìa.
CAPITOLO LXUL
Come fu guasto il castello di Picchiena^ e perchè,
I signori del castello di Picchiena*, non oatanle
che si tenessono in amistà col comune di Firenze,
furono principali con gli Ardinghelli a commuovere
lo stato di Sangimigoano quando furono cacciati i
Salvucci, essendo la guardia di quella terra nelle
mani del cornane di Firenze ; e di questo fallo non
feciooo scusa né ammenda a* Fiorentini : e però, nel
' VirrettóH» ohiamaTftsi una specie di grossa freoda,
che lanciavasi con balestra, o simile.
^ La famiglia de' Piocliieoa yendette questo castello a*
Fiorentini per atto rogato il 19 giugno 1358.
DI MATTEO VILLANI.
107
detto mese di gìagno del detto iiido, il comune di
Firenze mandò sue masnade co' maestri e guastatori
a Picchiena, e senza contrasto entrarono nella terra.
B acciocché quel castello non fosse più cagione di
fare sommuovere ad alcuna ribellione Sangimignano
e Cofie, a dì 20 del detto mese feciono abbattere le
mura e la ròcca, senza far loro altro danno.
CAPITOLO LXX.
Come Ruberto d' Avellino fu morto dalla duckesta
iua moglie.
Vedendosi la sventurata moglie ohe fu del du-
ca di Duraszo, Maria sirocchia della reina Giovanna
di Gerusalemme e di Sicilia, avvilita per Io violente
matrimonio oontratto con Ruberto figliuolo che fu
del conte d* Avellino della casa del Balzo, il quale
dopo la morte del padre, come addietro avemo fat-
ta menzione, era rìmaso prigione del re Luigi; la
donna, non tenendosi vedova né maritata, pensò che
per la morte di costui tornerebbe a certa veduitè,
• potrebbesi maritare. E assai apparve chiaro che
a questo consenti il re e la reina; perocché es-
tendo Ruberto detto in prigione altrove, fu menato
Bel castello delP abitazione reale, e collocato in u-
na camera con certe guardie; e valicati alquanti di,
il re e la reina feciono apparecchiare e andarono a
desinare e a cena agli scogli di mare, cosa nuova
• disosata alla corona ; e in questo di la detta du-
chessa Maria rimase nel castello, prese quattro ser-
genti armati, e andossene alla camera dov* era il
marito; e chiamatolo traditore del sangue reale,
ienza misericordia in sua presenza il fece uccidere;
• attagli tagliare la testa dell* imbusto, non affat-
to, fece traboccare dal castello in su la marina lo
scellerato corpo, condotto a questo per lo malva-
gio pensiero del sno presuntuoso padre. Il re e la
reina tornati a Napoli, si mostrarono turbati molto
di questo fatto, usando parole che b* ella non fos-
se femmina, ne farebbono alta vendetta : e il cor-
po, che giacca senza sepoltura, feciono sotterrare ;
e la donna rimase vedova di due mariti tagliati a
ghiado in piccolo travalicamento di tempo.
CAPITOLO LXXI.;
Come furono cacciati i ghibellini del Borgo,
AJX* entrante del mese di luglio del detto anno,
i guelfi del Borgo a San Sepolcro Vedendosi sotto-
posti a qucDi della casa de^ Bogognani, caporali
gUbellini e traditori di quella terra, la quale aveano
iottoposta air arcivescovo di Milano per trattato di
messer Piero Sacconi, e per li patti della pace era
rìmasa lìbera sotto il dominio de Bogognani ; e non
potendosi atare co^ Fiorentini e* Perugini per non
fiare contro a' patii della pace, s' accostarono con
Nierì da Faggiuola loro ricino e terrazzano del
Borgo, non ostante che fosse ghibellino, perocché
ai discordava co* Tarlati d* Arezzo e co' Bogognani ;
il quale avendo latta sua ragoiata, i gnelfi del Bor-
go levarono il remore, e Nieri trasse colla sua gen-
te ; e messo nella terra, ne cacciarono i Bogogna-
ni e tutti i ghibellini di loro seguito, e rubarono
le case degli usciti ; e appreaso riformarono la ter-
ra a comune reggimento di guelfi e di ghibellini,
oom* era loro usanza, ritenendo Nieri da Faggiuola
per alcuno tempo per loro capitano con certa limi-
tata balia ; il quale poi ne trassono, come innanzi si
potrà trovare.
CAPITOLO LXXn.
Di quattro leoni di macigno posti al palagio
de* priori.
Essendo in questo tempo un uftcio di priora-
to in Firenze, avendo poco ad attendere ad altre
cose per la quiete della pace, feciono fare quattro
leoni di macigno, e fecionli dorare con gran costo,
e fecionli porre in su* quattro canti del palagio del
popolo di Firenze, a ciascuno canto ano. E per fare
questo per certa vanagloria al loro tempo, lasciaro-
no di farli scolpiti, e fusi di rame e dorati, che co-
stavano poco più di quelli del macigno, ed erano
belli e doranti per lunghi secoli ; ma le piccole] cose
e le grandi oontinovo si guastano nella nostra cit-
tà per le spezialità de* cittadini.
CAPITOLO LXXIU.
Come Sangimignano fu recato a contado di Firen%e,
Avvegnaché per operazione de* Fiorentini la
terra di Sangimignano fosse riformata in pace e che
dentro vi fossono gli Ardinghelli e* Salvucci pacifi-
cati insieme ; nondimeno nell* interiore dentro era
tra loro radic4ita mala volontà, e non sapeano con-
versare insieme; e tenesno intenebrata tutta la terra.
I Salvucci vedendo arse e rovinate le loro nobili
possessioni, non si poteano dare pace; e gli Ardin-
ghelli per r offesa fatta stavano in paura e non si
fidavano non ostante la pace ; e il seguito eh* aveano
avuto da* terrazzani a cacciare i Salvucci non ri-
spondea loro in questo nuovo reggimento come pri-
ma. Per queste dissensioni i popolani della terra
canoscendo il loro male stato, e non trovando rime-
dio tra loro, stavano sospesi e in mala disposizione ;
e vedendo gli Ardinghelli il popolo commosso, e che
per loro non si potea mettere alcuno consiglio, che
i Salvucci non si mettossono al contradio, fàrono
consigliati di confortare il popolo, innanzi eh* altri
il movesse prima di loro, di darsi liberi al comune
di Firenze. E questo potea essere loro scampo, pe-
roceh* erano pochi e poveri a petto de* loro avver-
sari, eh' erano assai e ricchi, e conoscendo il popo-
lo, e vedendolo disposto a volere uscire de* perìcoli
ove la discordia de* loro maggiori gli coadocea, fu
agevole a muovere; e del mese di loglio 1858 fe-
ciono parlamento generale, nel quale deKberaroao
con molta concordia di mettersi liberamente nella
guardia del comoae di Firenze. I Salvucci si miso-
no con loro amici a operare co* cittadin ^ Fireazo
108
CRONICA
loro amici, che il coamoe non li prendeue \ dicendo,
che questa era operazione di fetta e non volontà
del comune: ed ehbono tanto podere, che il comn-
jie non li volle prendere, dicendo, che volea V a-
more e la buona volontà di tutto il comune, e non
la m'f noria di quella terra in divisione del popolo :
per la qual cosa il popolo commosso, d* ogni fami-
glia mandarono a Firenze pia di dugentocinquanta
loro terrazzani di maggiore stato e autorità, i quali
si sppresentarono dinanzi a^ signori priori, dicendo,
come la deliberazione del loro comune era vera, e
non violenta, nà mossa per alcuno ordine di setta,
ma di comune movimento e volontà di tutto il popo-
lo, conoscendo non potere vivere sicuri se non setto
la giurisdizione Ubera e protezione del comune di
Firenze ; e con viva voce gridarono^ e pregarono il
comune di Firenze, che ricevere il volesse al loro
contado; e se questo non facesse, quel comune era
per disbrsi e distruggersi senza alcuno rimedio, in
poco onore del comune di Firenze che Tavea a guar-
dia. In fine i signori feciono proposta al consiglio
del popolo; e tanto favore ebbono i Salvucd, che si
metteano al contrario delle preghiere de^ loro amici
da Firenze fatte a' consiglieri, e del popolo, ohe quello
che catuno doveva desiderare per grande e onorevole
accrescimento della sua patria, avendo molti contrarii
al segreto squittino, si vinse solo per una fava ne-
ra. Yergognomi averlo scrìtto, con tanto vitupero
de^ miei cittadioL Vinto il partito, la terra del no-
bile castello di Sangimigoano, e suo contado e di-
«tretto. In recato al contado del comune di Firenze,
e datogli V eslimo come agli altri contadini ; e tutti
i suoi cittadini e terrazzani furono fatti cittadini e
popolani di Firenze a di 7 d*agosto del detto anno;
e ne* registri del comune furono notate le cautele e le
sommissioni dette ; e carta ne fece ser Piero di ser
Grifo, notaio delle riformagioni del detto comune.
CAPITOLO LXXIV.
Datili segno apparve in cielo.
A di 11 del meae d'agosto, tramonto* il sole
nella prima ora, si mosse da mezzo il cielo fuori del
zodiaco un vapore grande infocato sfavillante, il quale
scorse per diritto di levante in ponente, lasdandosi
dietro un vapore cenerognolo traendo* allo stagneo,
steso per tutto il corpo suo, e dorò neir aria vali-
cato il ftiooo lungamente ; e poi i^ominciò a racco-
gliersi a onde, a modo d*una serpe ; e il capo grosso
stette fermo ove il vapore mosse, simigliente a capo
serpentino ; e il collo digradava sottile, e nel ventre
ingrossava e poi assottigliava, digradando con ragio-
ne infitto alla punta della coda ; e per lunga vista si
dimostrò in propria figura di serpe, e poi cominciò
a invanire dalla coda e dal collo, e ultimamente il
oorpo e *1 capo venne meno, dando di sé disuuta
vista a molti popoli Altro non ne sapemmo di sua in-
fluenza scemere, che diminuzioni d* acque, perocché
quattro mesi interi stette appresso senza piovere.
' tramontato, calato al tramonto.
* Coti U T. Rioei per traeHi€. Del gerandio osato in
luogo del participio, molti sono gli esempi del Trecento.
CAPITOLO LXXV.
Come fu auediaia Argenta,
Essendo Francesco de' marchesi da Bete ri-
bellato al Burchese Aldobrandino signore di Ferrara
e di Modena, figliuolo del marchese Obizzo, foeslo
marchese Obizzo avea acquistato suo figUoolo Al-
dobrandino d* amore, avendo per moglie la figlinola
di Romeo de' Peppoli di Bologna, della quale non
ebbe figliuolo ; e morta la detta donna, il marchete
fece legittimare questo suo figlinolo, e la mmdn ù
prese per moglie. B venendo a morte, laadò la ai-
gnoria di Ferrara e di Modena a queato suo figlino-
lo Aldobrandino, essendo d* iUeg^tiBso matrimonio.
11 marchese Francesco, figlinolo del marchese Ber-
toldo, a cui parca che di ragione a* apparteneese la
signoria, per la quel cosa temette che il marchese
Aldobrandino per tema della aigaorìa no 1 fnceaae
morire, e però si partì di Ferrara; ed easeado ra-
bello, trattò con Galeazzo de' Medici da Fecran,
eh* era potente, e del segreto oonsiglio del marche-
se Aldobrandino, e con altri cittadini di Ferrala ; e
per consiglio di costoro, per avere braocio forte,
s'accostò con messer Malateata da RiminL B del aseae
d^sgosto del detto anno messer Malateata in persona,
e il detto marchese Francesco, con cinquecento ca-
valieri e quattromila pedoni valicarono per le ter-
re del aignore di Ravenna con sua volonlé, e isn-
provviso furono ad Argenta. B stati quivi quattro Ut,
attendendo risposta da coloro con coi teneano fl
trattato in Ferrara, e avuto da loro oome q^uMo
eh' essi credevano poter fare non vedeaao veniaae
loro fatto, però senza soprastare o fue alcuno danno
di presente se ne partirono, dando voce ohe il albore
di Ravenna avea chiuso il passo alla vittnaglia. E
Galeazzo e altri che teneano al trattato uscirono di
Ferrara, e andaronsene al gran Cane di Verona.
CAPITOLO LXXVL
Come si temette in Toscana di caresOa.
Non é da luciare in silenzio quello eh' avven-
ne in Toscana in sulla ricolta: che nel contado e
distretto di Firenze e d'Arezzo, e nelle più oenlm-
de, fu assai ubertosa ricolta ; in quello di Siena e di
Ravenna fu msgra : e nondimeno sotto la vetta valse
per tutto soldi qusrantadne, e poi montò in soldi
cinquanta le staio fiorentino, di lire tre soldi otto
il fiorino dell'oro. Temendo il comune di disordi-
nata carestia, mandò in Turchia e in Provenza e ia
Borgogna a comperare grano, e molli meroali fece
co' mercatanti, che promisono di recarne di Calavria
e d' altre parti del mondo, costando lo ataio posto
in Firenie, Tono per l'altro, da soldi cinquanta in ses-
santa di piccioli ; e se foue venuto, come ai pen-
sava, perdea il comune di Firenze pia di cenlosaila
fiorini d* oro, perocché 'Ipopolo mobolatoS per pau-
ra della carestia passata poco dinanzi, ai fomia a
calca; e feciono montare il grano nella ricolta, e ri-
strìgnere i granai a chi n' avea conserva» Ma aenten-
ricso; che ha moboie, mobile} ^altà.
DI MATTEO VaiANI.
109
doti la grande qoaililà che il conone n^avea pro-
cvraia d* avere, catono temette di teaerlo, e aperao-
no Fendiche^, di mano e d* aprile del detto anno, e
davano il bnono grano a aoldi venticinqae lo staio.
B venendone al cornane dodicimila itala di Provenza,
venato di Borgogna^ il volle spacciare a soldi ven-
ti lo staio ; ed essendo buono grano, non si potè stri-
bvire; e perdenne il comune fiorini trentamila d'oro,
i quali investt male air ingrato popolo : V altro che
doveva venire di Turchia, e le compere fatte, come
a Dio piacque, non ebbono effetto per diversi acci-
denti. Abbianne fotta memoria per ammaestramento
di coloro che hanno a venire, perocché in cotali casi
occorrono diversi gravi accidenti, e spesso contradii
l'uno air altro. Le grandi compere in eoa) fatta ca-
restia fiinno perìcolo di disordinata perdita, e cer-
teeia non si può avere di grano che di pelago si
aspetta ; ma utilissima cosa è dare larga speransa al
popolo, che si h con essa aprire i serrati granai
de^ cittadini, e non con violenta ; che la violenta fa
il serrato occultare, e la carestia tornare in fame : e
di questo per esperienta più volte occorsa nella no-
stra città in cinquantacinque anni di nostra ricor-
danin possiamo fare vera fede.
CAPITOLO LXXVIL
Cèrne m Messina fu morto il conte MMzeo de^
Palim a furore^ e la moglie e due figliuoli.
Laadando alla testimonianza del consumato re-
gno deir isola di Cicilia molti micidii, incendii, vio-
lento e prede avvenuti in quello per sette e invidia
^1 reggimento, mancando per deboletia d'età la
aignorìa reale, diremo quello che in questo tempo,
del mese d' agosto del detto anno, più notabile av-
venne. Essendo il conte Matteo de' Palitti di Mes-
sina capo di setta degl'Italiani di Cicilia, contradio
a quella de* Catalani, per saa grandetta governava
il giovane e poco virtuoso figliuolo di don Pietro re
di Cicilia, il quale per retaggio doveva essère re, e
tutta la corte reggeva a contrario de' Catalani e della
loro parte per modo più tirannesco che reale; es-
sendo r itta e V invidia partiate cresciuta mor-
talmente, alla corte mancava l' entrata, e a' paesani
la rendita e le rìcchette, e la guerra del diviso re-
gno richiedeva aiuto di moneta ; e non essendovi
r entrata, il detto conte Matteo gravava i Measi-
nesi e g^ altri audditi moltiplicando gravette ao-
pra gravette. I cittadini si doleano ; e vedendosi pure
gravare, negavano e fuggivano il pagamento, e o-
dìavano chi guidava il fatto ; il conte infocando con-
tro a* sudditi la sua stracotata auperbia , fece de-
creto, che chi non pagasse fosse bandito, e dicea,
che chi non volea pagare, o non potea, ch'egli era
della setta de' Catalani; e per questo m:do abbat-
lea la sua parte, e crescea quella degli avversari. Av-
venne che il popolo di Messina s' accostò col conte
Arrigo Rosso e col conte Simone di Chiaramonte,
amondue della setta de' Palitti ; ma portavano invi-
' il grano 0 gli altri osreali raccolti e serbati ne' m«-
gatslni per fiuroe incetta.
dia al conte Matteo perch' avea troppo usurpata la
signoria, e aotto titolo di dire che voleano pace,
mossono il lieve popolo a gridare pace: e levato
il remore, con furore corsone al palagio del re, ov'a-
bitava il conte Matteo; e trovandolo nella sala col
giovane duca, in sua presenta ncciaono lui^ e la
moglie e due sugì figliuoli» lasciando il duca con
gran paura e tremore ; e legati i capestri al collo
de' morti, li tranarono per la terra vitaperosamenle,
e poi li arsone, e la polvere gìttarono al vento. E
in questi medesimi di quelli di Setacea feciono il si-
migliante a' loro maggiori della setta del conte Mat-
teo predetto. 11 duca, benché fosse sicurato dal po-
polo, per la concetta paura prese suo tempo e an-
dossene a Catania, accostandosi alla aetta de' Catalani.
Questo repentino caso di cotanto potente usurpatore
della repubblica è da notare per esempio di coloro
i quali colla destra della fallace fortuna in futuro
monteranno a somiglianti gradi, di non essere igno-
ranti de' nascosi aguati che nell' invidia e ne' furori
de' non fermi stati si racchiudono,
CAPITOLO LXXVm.
Come fu crealo nuovo tribuno in Roma,
EgU è da dolersi per coloro che hanno udito e
inteso le magnifiche coae che far solca il popolo di
Roma, con le virtù dei loro nobili principi, in tem-
po di pace e di guerra, le quali erano apecchlo e
luce chiarissima a tutto l' universo, vedendo ai no-
stri tempi a tanta viletta condotto il detto popolo
e* loro maggiori, che le novità che occorrono in
queir antica madre e donna del mondo non paiono
degne di memoria per i lievi e vili movimenti di
quella; tuttavia per antica reverenta di quel nome
non perdoneremo ora alla nostra penna. Essendo il
popolo romano ingrassato deir albergherie de' ro-
mei, e fatto e disfatto in breve tempo Tuficio de' loro
rettori, i loro principi cominciarono a tendonare del
senato, il popolo lieve e dimestioo al giogo, dimen-
ticata l' antica franchigia, aeguitava la loro diviaio-
ne. Faceva parte ovvero setta Luca Savelli con parte
degli Orsini e coi Colonnesi, e gli altri Orsini erano
in contradio ; e per questo vennero all'arme, e ab-
barrarono la città, e combatteronsi alle barre tutto
il mese d' agosto del detto anno. In fine il popolo
abbandonò d' ogni parte la gara de' loro principi, e
fece tribuno del popolo lo Schiavo Baronoelli, il
quale era acribasenato, doè notaio del senatore, uo»
mo di piccola e vile natione, e di poca sdenta. Tut-
tavia, perch' egli non conosceva molto i Romani e
i vili loro, cominciò con umiltà a recare ad alcsDO
ordine il reggimento al modo de* comuni di Toseana ;
e per partedpare il con^'gKo de' popolani, per ae-
greto squittìno elesso e insaccò assai buoni uomini
cittadini romani di popolo per suoi conaiglierì, dei
quali ogni capo di due mesi traeva otto, e con loro
deliberava le faccende del oomuno ; e fece camariin-
' TestimonUno, e particoUreggiano qaeato orribile latto
alcune Cronache inedite ohe si oonaervano nella Biblloteoa
di Monteoaasino.
no
CRONICA
ghi dell' entrtU del eonane, e coBudò a fere già*
stilla, e lerare i popolani del aegoito de' grandi, e
BBolto perseguitava I malfattori : sicché alcono sea-
timento di franchigia cominciò a gustare quel popo-
lo, la quale poi crebbe a maggiori cose, come in-
minsi al suo tempo racconteremo.
CAPITOLO LXXIX.
Come furono sconfUH in mare i Genovesi
alla Loiera.
Essendo venuto il tempo che la furiosa super-
bia de' Genovesi per far guerra a' Veaesiani e Ca-
talani avea da catuua parte apparecchiate in mare le
loro forte, del mese d'agosto del detto anno i Ge-
novesi si trovarono con seisanla galee armate, aven-
do per loro ammiraglio measer Antonio Grimaldi,
nella quale erano tratti di lutto le famiglie la metà
de' più chiari e nobili cittadini di Genova e della Ri-
viera ; il quale ammiraglio si trasse con ¥ armata a
Portoveneri, per non lasciare mettere scambio a'cit-
tadini che '1 procacciavano, dicendo, che col loro
aiuto e consiglio sperava d' avere la vittoria decloro
nimici, e aspettava lingua di loro sollecitamente. 1
Catalani aveano armate trenta galee tra sottili e gros-
se e uscieri, e venti galee alle spese de' Veneaiani,
con cinquanta galee e tre grandi cocche incutel-
hte, e armate di quattrocento combattitori per coc-
ca ; e avendo caricati cavalli e cavalieri assai per porli
in Sardegna, del detto mese d' agosto si partirono
di Catalogna, facendo con prospero tempo la via di
Sardegna, ove con T armata dei Veneziani si do-
veano raccouare. B i Veneaiani in questi medesimi
dì con venti galee armate di buona gente si diriz-
sarono alla Sardegna. 1 Genovesi^ avuta lingua^ ohe
catana arssata era in pelago, avvisarono d' abboc-
carsi con r una armata innanzi che insieme si coa-
giugneasono. B perocché le sessanta loro galee non
eraoo pienamente armate, lasciarono otto corpi delle
sessanta, e delle ciurme e de' sopraasaglienti forni-
rono ottimamente le cinqoantadue, e con quelle sen-
za arresto, standosi con le vele e co' remi, con gran-
de baldanza ai dirizzarono alla Sardegna. Ed easen-
do giunti presso alla Loiera, abbono lingua che l'ar-
mate de' loro nimici s' erano raccozzate inaieme ; e
passito eh' ebbono una punta scopersono V armata
de* Veneziani e de' Catalani, i quali s' erano rittretti
insieme, e le sottili galee aveano nascose dietro
alle groase per mostrarsi meno che non erano a'ioro
nemici, e ancora a'iacateaarono e stavano ferme senza
farsi incontro a' Genoveai, moatrando avvisatamente
paura, acciocché traeasono a loro la baldanza dei
Genovesi con loro vantaggia I Genoveai non ostante
che avessono perduta la aperaaza di non aver tro-
vate r armate partite, e ingannati dalla vista, ohe pa-
reva loro che le galee de' loro avversari fossono
meno che non erano, e poco più che le loro, bal-
danzosi della freaoa vittoria avuta aopra i detti loro
nimici in Romania, si misono ad andare contro a loro
vigorosamente. E valicata certa punta di mare, si
trovarono sopra la Loiera si presso a'ioro nimici,
' avuta uotixia, a:i[>uto che ecc.
ch'eUi scorsono eh'oUienmo frappo p^ ck'eUinoa
estisMvano ; e vìdongli acconci e ordinati atta bat-
taglia, e che presso di loro aveano le tre ooecbe
incastellate e armate di molta gente da combattere;
per la quel cosa l'animo si caaablò a' Geaoveei, e
la furia prese freno di teaqieranza, e vorrebbono non
essere si presso a' loro nimioi, e tra loro ebbono ri-
pitlo di non savia condotta ; tuttavia presono onore
e franchezza di mettersi aUa battaglia, sentendosi
r aiuto del vento in poppa, e alquanto contrario ai
loro avversari, conoscendo che T aiuto delle cooahe
non poteano avere durando quel vento ^ tuttavia più
per temenza che per frandiezza legarono e incate-
narono la loro armata, lasciando d' ogni banda quat-
tro galee sottiU, libere d'assalire oda sovvenire al-
l' altre secondo il bitogno. I Veneziani e' Catalani a-
vendo a petto i loro nimici, trassono della loro nr*
mata aedici galee sottili, e misonne otto libere da
catana parte della loro armata, la quale aveano or-
dinata e incantenata per easere più interi alla batta-
glia , ricordandosi che 1 essersi sparti in Rookania
gli avea fatti sconfiggere ^ e cosi ordinata V nna gan-
te e T altra con lento passo si veaiano appreaaando,
e le libere galee cominciarono l'assalto molto len-
tamente, che catuno stava a riguardo per attendere
suo vantaggio ; e nonostante che i Veneziani e^Ca-
talani fossono molti più che i Genovesi, tsnto gli ri-
dottavano, che non a' ardivano ad afferrare con lo-
ro. È vero che il vento alquanto gli noiava, più
per non potere avere l' aiuto delle loro cocche, che
per altro ; e però soprastavano. Dall'altra parte i Ge«
noveai, già impediti per lo soperchio de' loro niaùct,
non s' ardivano a strignersi alla battaglia ; e cosi
consumarono il giorno dalla mezza terza alla mezza
nona, con lieve badalucco' delle loro libere galee. 1
Genovesi vedendo che i loro nimici più potenti non
li ardivano ad assalire, presero più baldanza, o ael-
teronsi in ordine d' andarli ad aasalire con più saprà
battaglia. Ma colui che é rettore degli eaerciti, aven-
do per lungo tempo sostenuta la afrenata ambizione
de' Genovesi, per lieve spiramento di piccolo vento
abbatté la loro superbia; che ataudo oatuaa parte
alla lieve battaglia si levò uu vento di verso sci-
lecco, il quale empiè le vele delle tre cocche 1
Catalani animosi contro ai Genoveai, vedendosi atare
dal vento, apparecchiate loro lance e dardi o |He-
tre, con iamisurato remore, levate l'ancore del aaa-
re, con tutte e tre le cocche ai dirizzarono conlro
all' armata de' Genovesi, e con l' impeto del corpo
delle cocche si ferirono nelle galee de' Genovesi, die
nella prima percossa ne miaono tre in fondo ; e se-
guendo innanzi , alcun' altra ne roppono ^ e di aopra
gittavano con tanta rabbia pietre, lance e dardi so-
pra i loro nemici, che parca come la sformata gran-
dine pinta da spodestata fortuna d'impetaoai Tenti;
e molti Genovesi n' uccisone in quel subito assalto,
e annegaronne assai, e più ne ferirono e magagna-
rono. L'armata de' Veneziani e Catalani vedendosi
fatta la via a' loro naviUi, con più ardire ai misono
innanzi strìgnendosi alla battaglia. I Genovesi, no-
' scontro guerresco, avvisaglia.
DI MATTEO VILLANI
111
mÌDÌ yirtaosi o di grande cuore, soiteoDono franca-
mente il grave assalto delle cocche, atandosi con
1* arme e con le balestra, magagnando molti de' loro
nemici ; e alle galee rispondeano con si ardila e fol-
ta battaglia, che per vantaggio eh' e' loro nimici a-
vessono non potevano sperare vittoria. Ha P ammira-
glio de^ Genovesi, invilito nell' animo suo di questo
primo assalto, fece vista di volere ricoverare la vit-
toria per maestria di gaerra ; e sollevata la batta-
glia, in fretta fece sciogliere undici galee della sua
armata, e con quelle aggiunse le otto sottili eh* e-
nno libere dalle latora ' delfarmata, e diede voce di
volere volgere e girare dalle reni de' nimici: e per
questa novità i Veneziani e' Catalani ebbono paura,
e sollevarono^ la battaglia, e stettono in riguardo,
per vedere quello che le dette galee volessono fare.
Ma Tammiraglio, abbandonata la battaglia, e lasciate
r altre galee insieme alla fronte de' nemici, fece la
via di Genova senza tornare air oste ; e già si co-
minciava a tardare il giorno« Vedendo i Veneziani
e' Catalani che 1* ammiraglio de' Genovesi non. avea
girato sopra loro, ma era al disteso fuggito con di-
ciannove galee, con certezza di loro vittoria venno-
no sopra i Genovesi ; i quali vedendosi abbandonati
dal loro ammiraglio, senza resistenza chi non potò
fuggire si renderono' prigioni. Cosi i Veneziani e'
Catalani senza spandimento di loro sangue ebbono
de* Genovesi piena vittoria ; ed ebbono trenta corpi
di galee e pi j di tremilacinquecento prigioni, fra i
quali furono molti nominali grandi e buoni cittadini
di Genova. E morii ne furono e annegati con le
ciurme più di duemila. La detta sventurata battaglia
per li Genovesi fu il di di San Giovanni dicollato, a
di 29 d* agosto del detto anno^
CAPITOLO LXXX.
Come i Calaiani perderono loro terre in Sardegna.
Con piccolo travalioamento di tempo sosterre-
mo alquanto 1' altre cose, raccogliendo i fatti che
Dell' iso'a di Sardegna avvennono dopo la detta vit-
toria. I Catalani e' Veneziani con la loro armata, e
con le tre cocche, e con le galee prese de' Genovesi
a co' prigioni arrivarono in Sardegna ; e nella loro
giunta avendo messo in terra i loro cavalieri, e gli
altri soprasssgKenti, e molti delle ciurme, il castello
della Loiera, e *1 castello Lione, e il castello Geno-
rese, e Sassari e più altre terre che teneano i Ge-
novesi s* arrenderono a' Catalani Avendo senza fa-
tica fatto r acquisto delle dette Castells, aggiunte alla
loro vittoria, pensarono d' acquistare tutto il rima-
nente dell' isola che si possedea per lo giudice di
Alborea, e con più baldanzosa che provveduta vo-
lontà, 0 buon ordine, se n' andarono verao Aresta-
no, non pensando trovarvi resistenza. Ma il giudice
con molta gente d' arme e con molti Sardi, i quali
aveva accolti per difendere le sue terre, venne loro
incontro del mese di settembre; e abboccateei con
loro, vennono alla battaglia, e furono sconfitti i Ca-
' dai luti, modo antico.
' eessarono la battaglia; ti levarono, ■! tolsero da essa.
» Vedi il Foglietta, Storia di Qmow^ libro VI.
' talani : de' quali tra nella battaglia e nella fuga ri-
masono morti più di millecinquecento Catalani. E
per questa sconfitta, e per la mala guardia che delle
terre nuovamente acquistate faceano, e per l' aspra
signoria eh' usavano a' paesani tutte si rubellarono,
e ancora l' altre che prima vi teneano ; sicché tutto
perderono, fuori del castello di Castro, detto Csglie-
ri ; e volendole racquistare per forza, feciono mag-
giore oste, e un' altra volta s' abboccarono co' Sardi
e col giudice d' Alborea ; e dopo lunga battaglia, i
Catalani ritennono il campo e i Sardi V abbandona-
rono, con pochi più morti di loro che de' loro ni-
mici. Onde i Catalani ebbono poca lieta vittoria, la-
sciando morti in questa seconda battaglia cinquecento
combattitori, benché più ne fossono morti de' Sardi,
e però non racquistarono alcuna terra : e dopo longa
dimora, del mese di novembre, avendo perduti as-
sai de' loro prigioni genovesi eh' erano accomandati
nella Loiera, si partirono dell' isola, andandosene i
Catalani in Catalogna, e i Veneziani a Vinegia a
salvamento, vinti i Genovesi loro nimici, e abbas-
sata con piena vittoria la loro superbia.
CAPITOLO LXXXL
Come il prefetlo venne a oste a Todi.
In questo tempo, la Chiesa di Roma per rac-
quistare il Patrimonio occupato dal prefetto da Vi-
co, avea tenuta gente d' arme a Montefiascone guer-
reggiando il prefetto ; e in quosta guerra fra Moriale
di Provenza, grande guerriere e nomato soldato, con
sue masnade avea servito la Chiesa lungamente, sen-
za potere avere l' intero pagamento de' suoi soldi ;
e però s aecostò col prefetto, e andò dalla sua parte
con quattrocento cavalieri. E vedendosi il prefetto
sicuro dalla forza della Chiesa, avendo in aua com-
pagnia i Chiaravaifesi uaciti di Todi, con fra Moriale
e con altre sue genti d' arme di subito e improvvi-
so se ne venne a Todi, e con lui i Chiaravallesi, i
quali si sentivano tanti parenti e amici nella città,
che si credeano, come fossono con forte braccio ivi
presso, che li vi rimetterebbono dentro o per inge-
gno 0 per forza : ma trovaronsi ingannati, perocché
i cittadini, temendo della tirannia del prefetto e de'
loro cittadini si misono alla difesa, e il prefetto e i
Chiaravallesi ad assedio. Ma avendo i Todini aiuto
da' Perugini e dal comune di Firenze, che catuno vi
mandò gente d* arme, il prefetto perde la speranza
d' entrare nella terra ; e statovi a campo di settembre
e d' ottobre, e dato il guasto intorno alla città, si .
parti dall'assedio con suo poco onore.
CAPITOLO LXXXII.
Come fu presa e lasciata Vieorala.
Di questo mese di settembre del detto anno,
il conte ^uido da BattifoUe avendo accolta gente de*
suoi fedeli e del conte Ruberto, sentendo che Au*
drea di Filippozzo de' Bardi, signore del contado del
Pozzo e di Vioorata, era in bando del comune di
Firenze per malifido, tenendosi gravato da lui, im-
provviso di mezza notte venne a Vicorata, e con al-
112
CRONICA
cono trattato il di seguente entrò in Vioorata, ed ebbe
tatto il procinto, e rìnchinso Andrea e alcuni do*
fratelli nella torre ; alla quale accostato il conte iuoi
dificii, la facoTa tagliare, n comune di Pirense sen-
tendo i suoi cittadini a quello perìcolo, non ostante
che Tossono in bando, di presente mandarono co-
mandando al conte Guido che lasciasse queir impre-
sa, n quale udito il comandamento de* priori di Fi-
renze, essendo egli medesimo anco in bando del
detto comune per simile modo, di presente fu ub-
bidiente ; e non lasciando alcuna cosa tórre o rubare,
se ne partì, e toroossi nel suo contado. La de-
mensa del nostro comune poco appresso fece V una
parte e V altra yenire a Firenze ; e fotto fare pace
Ira loro, catuno per grazia trasse di bando.
CAPITOLO LXXXIIL
Conte il eonte di Caserta si rubetlò dal re Luigi.
n re Luigi di Gerusalemme e di Sicilia, in que-
sto anno, il di della Pentecoste, a?ea fatta solenne
festa co* suoi baroni per 1* annuale rinnovellamento
di sna coronazione. B in quella festa ordinò cosa
nnova e disusata alla corona : oh* egli elesse sessanta
tra baroni e cavalieri, i quali giurarono fede e compa-
gnia insieme col detto re, sotto certo ordine di loro
vita e di loro usaggi e vestimenti; e fatto il giuramento,
si vestirono d* una cottardita* e d* un* assisa ed*un
colore tutti quanti, portando nel petto un nodo dì
Salomone ; e chi ebbe V animo vano più magnificò
la cottardita e fl nodo d* oro e d* argento, e di pie-
tre preziose di grande eosto e di grande apparenza:
e fu chiamata la compagnia del nodo, il Prenze di
Taranto, fratello del re, non v*era, ma sopravvenne;
e il re gli aveva fatta fare la cottardita reale, eon
un nodo di perle grosse di gran valuta, e mando-
gliele air ostello : il Prenze non la volle vestire, di-
cendo che *1 nodo del fratemale amoro portava nel
cuore, e donolla a un suo cavaliere; la quel cosa il
re non ebbe a grado. In questo tempo il duca d*A-
tene avea messo grande odio tra il Prenze di Ta-
ranto e 'I conte di Caserta, figliuolo che fu di mes-
ser Dego della Ratta catalano, conte camarlingo; e
per questo amando il re il detto conte, e avendolo
trovato leale e fedele, a instigamento del Prenze
convenne che il re centra sua voglia il sbandeg*
glasse, n conte si ridusse a Caserta, e tenea il Se-
sto e TuUverno ; e il Prenze col duca d* Atene gli
andò addosso con cento cavalieri, e in persona vi
venne il re con trecento e con assai popolo, vo-
lendo compiacere al fratello. E nn di stando il re nel
cutello di Matalona sopra lo sporto che chiamava-
no Gheffo, la sua gente presono un Unghero soldato
del detto conte, e con tanta maraviglia il condus-
sono al re, eh* ogni gente gli traeva dietro come
s' elfi avessono preso il re degli Unni ; e per que-
sta pazzia caricarono si sconciamente il Gheffo, die
gran parte n* andò a terra, ove morirono didas-
' Specie di veste, forte colta ampia più dell* usato.
sette uomini, e molti se no magagnarono. Il re, che
era un . poco da parie apprendendosi col Prence, co-
me a Dio piacque, si ritenne in quello ria^nente
che del Gheffo non cadde ; messer Filippo di Taran-
to traboccò sopra i caduti, e non ebbe malei L*o-
ste stelle sopra il eonte più tempo senza avere
onore di cosa che vi si foeesse ; e slraecata se ne
parti II conte con sue BMsnade, parlila reale, eo-
ndndò a cavalcare per Terra di ùvoro, e rabare le
strade e rompere i eammini ; e eonlorbò taUo 3 pae-
se, cavalcando alcuna volta eoa trecento cavalieri
infine presso a Napofi senza trovar eeairaalo ; e Tea-
dicala sua onta, si ritenne alle terre ano sensa bre
pih danno o guerra.
CAPITOLO LXXXIV.
Come il cardinale legalo retine a Firenze.
La Chiesa di Roma veggendo che *1 prefetto de
Vico, lirsnnescamente oresdolo, aveva oceupalo il Pa-
trimonio, e che novellamente avea acquistata la eiM
d* Orvieto, il papa con deliberazione de* eardinaS
mandò legato in Toscana measer GiHo dì Spagne
cardinale, il quale era stalo al secolo prò* e valenle
cavaliere e ammaestralo in guerra, sccioechè con
r aluto degi* Italiani racquistasse le terre di Santa
Chiesa occupate nd Patrimonio. B datagli grande
legazione, il mandò per terra in Lombardia, ove dal-
1* ardvescovo di Milano fu ricevuto a grande onore,
facendogli fare per tutto suo distretto le spese eoa
largo apparecchiamento; ma in Bologna non volle
eh* egli entrasse, e però tenne la via da Pisa, e a
di 2 d* ottobre del detto anno giunse in Pirenie,
ove fu ricevuto con grande onore, e con solenne
processione e fests , con un ricco palio di seta e
d* oro sopra capo portalo da nobili popolani, e ad-
destrato al freao e alla sella da gentili cnvafieri di
Firenze, sonando tulle le campane delle chiese e del
comune a Dio laudiamo ; e condotto per la città fii
albergato in casa gli Alberti, ove fece suo diBore:
e presentalo dal comune confetti e cera e biada
abbondantemente, e tre pezze di fini panni scerbiti di
grana, e datogli centocinquanta cavalieri in aiuto alla
sua guerra, a A 11 d* ottobre si parti, e andò a ano
viaggio. B in questi di Cotona si robellò al prefetto,
e presela il conte di Sarteano con aiuto eh* ebbe
da* Fiorentini, e poi la rassegnò d legalo.
CAPITOLO iSSXV.
Bùmo9a»ione del paUo di Santa Bieparaim.
In questi di vacando in pace i Piorenliai, i
priori voUono chiarire perchè la chiesa callednde
di Firenze era dinominata Santa Reparata, e peroàè
per aelico costume in colai dì a* è corso il palio ia
Firenze ; e trovosd per deano scrittore, come Re-
dagasio re de* Goti, e Svèzi e Yanddì, avendo as-
salito l' imperio di Roma, e guaste in Italia molte
dttà e consumati gli abitanti, s' era messo ad asee-
dio alla dttà di Firenze con dugenlomila cavalierì.
DI MATTEO VILLANI.
113
esseodo vescovo di Firenze il venerabile San Zeno-
bio della caaa de* Gìrolami noalro cittadino, il qnale
avea seco dae santi cappellani ; e, stando alfassedio,
come a Dio piacque, Onorio imperadore di Grecia
in Italia venne al soccorso delP imperio di Roma,
e in sua compagnia non avea oltre a tremila oava-
lieri ; e venendo incontro a* nimici, tanta paura gli
occupò, che raccogliendosi dall' assedio, senza prov-
visione si misono ad entrare tra le droostanti raon*-
tagne, passando tra Fiesole e Monterìnaldi, e rat-
teneonsi nella valle di Mugnone. Credesi, avvegna-
ché Onorio fosse fedele cristiano, che Iddio facesse
questo per le preghiere di San Zenobìo e de' suoi
santi cappellani. I barbari essendo rinchiusi da aspre
montagne, senza acqua e senza vittuaglia, dalla gente
deir imperadore e dai fiorentini paesani che sapeano
i passi forono ristretti per modo che uscire non ne
poteano. Il loro re furandosi dal ano esercito fu in
Mugello preso e morto : e morendo i barbari di fame
e di sete, sentendo morto il loro re, gittate V armi
s* arrenderono , e per fame e per ferro infine tutti
perirono; e questo avvenne il d) della festa della
vergine benedetta Santa Reparata, per la cui reve-
renza a* ordinò e fece nuova chiesa cattedrale alla
nostra città, intitolata del suo nome. B perocché i
Boatri antichi non erano in troppa magnificenza in
que' tempi, ordinarono che in cotal dì si. corresse
un palio di braccia otto d* uno cardinalesco di lieve
costo, a piede tenendosi al duomo, e movendosi i
corridori di fuori della porta di San Piero Gattolino:
e per la rinnovazione di questa memoria il comune
r ordinò di braccia dodici di scarlatto fine, e che si
corresse a cavallo.
CAPITOLO LXXXVI.
Come i Genovesi si misono in servaggio
delV arcivescovo.
Nuova e mirabile cesa seguita a itccontare, in
considerazione del gran cambiamento ohe fortuna fa
degli alati del mondo. La nobile città di Genova, e
i suoi grandi e potenti cittadini, signori delie nostre
marine, e di quelle di Romania, e del Mare Maggio-
re, nomini aopra gli altri destri e sperti, e di gran
cuore e ardire nelle battaglie del mare, e per molti
teoipi pieni di molte vittorie, e signori al continovo
di molto navilio, usati sempre di recare alla loro
€ittà innumerabili prede delle loro rapine, temuti e
ridottati da tutte le nazioni eh' abitavano le ripe del
Mar Tirreno e degli altri mari che rispondono ra
quello, ed essendo liberi sopra gli altri popoli e
comuni d' Italia, per la sconfitta nuovamente rice-
vuta in Sardegna da' Veneziani e Catalani, con non
disordinato danno, vennono in tanta discordia e con-
fusione tra loro nella città, e in tanta misera paura,
che rotti e invìUti come paurose femmine^ il loro
superbo ardire mutarono in vilissima codardia, non
parendo loro potere atarsi: eziandio avendo il co-
mune di Firenze mandato là suoi ambasciadori t oon-
fortarli, e n profferere loro con grande affezione il
ino aiuto, e conaiglio e favore largamente, a mante-
nere e ricoverare loro franchigia e buono stato, tanto
ViLLAM tf., Orotdea. VOL. n.
erano con gli animi dissoluti per quella sconfitta e
per loro discordie, che non seppono conoscere ri-
medio al loro scampo, se non di sottomettersi al
servaggio del potente tiranno arcivescovo di Mila-
no ; e di comune concordia il feciono loro signore,
dandogli liberamente la città di Genova e di Savo-
na, e tutta la Riviera di levante e di ponente , e
r altre terre del loro contado e distretto, salvo Mo-
naco e Hentone e Roccabruna, le quali tenea messer
Carlo Grimaldi, che non le volle dare. E a di 10
d'ottobre 1353, il conte Pallavicino vicario dell'ar-
civescovo con settecento cavalieri e con millednque-
cento masnadieri entrò in Genova, ricevuto come
loro signore; e disposto il doge, e 'I consiglio, e
tutti gli altri reggimenti del comune, prese la signo-
ria e il govemamento delle dette città e de' loro di-
stretti, e aperte le strade di Lombardia con solle-*
citodine, procacciò abbondanza di vittuaglia a' suoi
servi, e prestanza al comune per armare alquante ga-
lee in corso, ebbe fornito il prezzo di cotanto ac-
quisto.
CAPITOLO LXXXVn.
Come i Pisani feciono confinati,
I Pisani vedendosi il tirannesco fuoco a' loro
confini, temettono de' loro cittadini animosi di parte
ghibellina, che per invidia de' loro reggenti avreb-
bono voluto la signoria deir arcivescovo di Milano.
E temendo per questo i Gambacorti e i loro seguaci
perdere lo stato, di presente votarono la città d' o-
gni sospetto, mandando a' confini de' loro cittadini,
e prendendo buona guardia dentro e di fuori, inten-
dendosi co' Fiorentini amichevolmente per la comune
franchigia. In questi medesimi dì, avendo il tiranno
preso sdegno contro a* Fiorentini per gli ambascia-
dori eh' aveano mandati a confortare i Genovesi della
loro franchigia, mosse loro lite dicendo, eh' aveano
rotta la pace, perocché non avevano disfatto Monte-
gemmoli nell' alpe, avendo voluto assegnare la Sam-
buca e 'I Sambucone, come diceano i patti della pa-
ce, a Lotto Gambacorti come amico comune, non o-
stante che per lui non fosse voluto ricevere, paren-
dogli avere osservato dalla sua parte: per la qual
cosa s* accozzarono ambasciadori di catuna parte a
Serezzana, e mostrato fu per ragione che per quella
offerta e' non era scusato , né aveva adempiute le
convenenze; e però i Fiorentini non erano in col-
pa. La cagione che acquetò V arcivescovo fu, che
non gli parve tempo utile a muovere guerra a' Fio-
rentini ; e però s' acquetò, e consenti alla loro ra-
gione. Poco tempo appresso nel detto verno 1' ar-
civescovo mise cinquecento uomini al lavorio, e fece
tutto il cammino per terra da Nizza a Genova, ch'era
screpoloso^ e pieno di molti stretti e mali passi, ap-
pianare e allargare, tagliando le pietre per forza di
picconi, e facendo fare molti ponti ov* erano i mali
valichi, sicché gli uomini a cavallo due insieme e le
some per tutto il cammino potessono andare, cosa
assai otile e notevole se fatto fosse a fino di bene;
' Male alcune stampe : Hrupoloto.
8
114
CRONICA
ma che T arcivescovo e^saoi t*aveaiono nelT animo,
a' Provensali n^ entrò grande gelof ia, e itettonne a
Nizsa e neir altre terre in hinga guardia , e poco
lasciavano osare quello cammino, temendo della pò*
lenza del tiranno.
CAPITOLO LXXXVin.
Come i Sonni ruppimo i paiU a MoniepuMomo,
Potendosi cetano dolere con ragione in sé della
corrotta fede odiosa a^ popoli, mercatanzia de^ tiran-
ni, cagione nascosa di gravi pericoli, ci muove a
dire con vergogna, come reggendosi il comune di
Siena sotto il govemamento occupato dall" ordine
de' nove, ruppono la fede promessa a^ signori di
Montepulciano, essendone stali mezzani i Fiorentini
e^ Perugini, e mallevadori alla richiesta di quello co-
muoe. E per giustificarsi della corrotta fede, aggiun-
sono una corrotta dannazione, mettendo il detto
messer Niccola senza colpa in bando per traditore,
acciocché non paressono tenuti a dargli fiorini sei*
mila d^ oro che promessi gli aveano, quando diede
loro la signorìa di Montepulciano. Della quel cosa
turbato il comune di Firenze e quello di Perugia,
mandarono loro ambasciadorì a Siena per far loro
con preghiere addirìzzare questo torto ; e avuto so-
pra ciò più volte udienza, e menati lungamente per
parole da* siguorì, e straziati da* loro consigli, in-
sieme mostrando coU* opere la corruzione conceputa
contro a^ detti comuni per lo detto ordine de^ nove,
agli ambasciadori dì caluno comune fu fatta vergo-
gna, e gittalo loro addosso cavalcando per la città
vituperoso fastidio \ e udendosi dire dietro villane
parole ; a quelli di Perugia furono gittati de* sassi,
e minacciati di peggio : e cosi senza altro comii^,
con accrescimento d* onta e di disonore, catoni am-
basciadorì tornarono a' loro comuni ; i quali cono-
scendo doppiamente essere ofiesi, per lo miglioro
dissimularono il latto, comportando con senno la
loro ingiuria. E questo avvenne del mese di feb-
braio del detto anno.
CAPITOLO LXXXDL
Conte si cominciò la gran compagnia nella Marca.
n frìere di San Giovanni fra Moriate, vedendo
che il prefetto da Vico, con cui era stato ali* aase-
dio di Todi, noi polea sostenere a soldo, avendo
r animo grande alla preda, ai propose d*accogliere
gente d* arme d' ogni parte d* Italia , e fare una
compagnia di pedoni con la quale potesse cavalcare
e predare ogni paese e ogni uomo. E qui cominciò
il maledetto prìncipio delle compagnie, che poi per
Inngo tempo turbarono Italia, e la Provenza, e il
reame di Francia e molti altrì paesi, come leggendo
per li tempi si potrà trovare. Questo fra Moriate in-
contanente co* suoi messaggi e lettere mosse in Italia
gran parte de* soldati eh* erano in Toscana, e in
Romagna e nella Marca senza aoldo a cavallo e a
pie, dicendo, che chi venisse n lui sarebbe prowe-
' Intendi ogni sorta di sporcizia o di lordare.
duto delle spese e di buono soldo ; e per qneslo
ingegno in breve tempo accolse a sé millednqve-
cento barbute e più di duemila masnadieri, aoaùni
vaghi d* avere loro vita alle spese altrui E avendo
messer Malatesta da Rimini assediata per Inngo leat-
po la città di Fermo e condotta agli nltinu eslroMi,
ed essendo per averta in breve tempo; fra Monile,
ricordandosi del servigio che da Ini avea rìcewle
quando 1* assediò nel castello d* Aversa, avendo hm»-
vimenlo da Gentile da Mogliano che lirannegginvi
Fermo, e dal capitano di Forlì ch*en niaaioo di
messer Malatesta, fidandosi alle loro promesse e n*
loro stadichi, del mese di novembre con la sua compa-
gnia entrò nella Marca, e oostrìase messer Malatesta n
levarsi da oste da Fermo, e liberò la città dalT as-
sedio, e rimaseai nel paese. E per lo nome sparlo
di questo primo cominciamenlo la compagnia cr^K
be e fece grandi cose in questo verno, e poi aug-
giorì, come al suo tempo racconteremo, tomaado
prima ali* altre cose che domandano la nostra pewaa.
CAPITOLO XC.
Dice de' leoni nati in Firenze.
E* non pare cosa degna di memoria a raccon-
tare la natività de* leoni ; ma due cagioni oi strin-
gono a non tacere : l* una si è, perchè antichi an-
torì raccontano che in Italia non nascono leoni ;
1* altra, che dicono che i leoni nascono del ventre
della madre morti, e ohe poi sono vivificati dal
moggio della madre e del leone fatto sopra loro :
e noi avemo da coloro che più volte gli vidono na-
scere, che il loro nascimento è come degli altri ca-
telli che nascono vivi Alfaltra parte è risposto per
lo loro nascimento, più e diverse volte aweanlo
nella nostra città \ e in questo anno, del mese di
novembre, ne nacquero in Firenze tre, de* quali Fn-
no si donò al duca di Osterie, che per grazia il do-
mandò al nostro comune \ e il leone padre vedendo-
si tolto Tono de* suoi leoncini, se ne die tanto do-
lore, che quattro dì stette ohe non volle mang:ìare,
e lemetlesi che non morisse. E perch' elli stavano ia
Inogo stretto, ove si batte la moneta del coBsne,
ne furono tratti, e dato loro larghezza di case e di
cortili e di condotti nelle case che il duca d* Alene
avea fatte disfare per incastellarsi, che furono de*
Manieri, dietro il palagio del capitano e deU*esec«-
tore, in su la via da casa i Magalotti, ove stanmo al
largo, e beae.
CAPITOLO XCL
Come i Romani ii dierono alla Chiesa di Eomta.
U popolo romano non sapendosi reggere pm
li suoi tribuni e per li rettori, sentendo il cardìaide
di Spagna a Montafiascone legato del papa, vnloro-
so signore nell*arme e dì grande antorità, trailo ooa
lui d* accomandarsi alla Chiesa di Roma sotto singo-
lare condizione e patto. E ricevuto in prolesione
del legato con quello lieve legame, con cui si con*
DI MATTEO VILLANI
115
Tenne, e con faria lo mosse a fur guerra e dan-
neggiare di gnafto i Viterbesi; della qnal cosa,
cresciata la forza e M numero de^ caTalierì al lega-
to, seguirono poi maggiori cose, come seguendo
nostra materia racconteremo.
CAPITOLO xcn.
Le novità seguite in Pistoia,
Essendo ordine in Pistoia che balia per li fatti
del comune non si potesse dare a* suoi cittadini,
nato da sospetto delle loro sette, trovandosi capita-
nò della guardia per lo comune di Firenze messer
Gherardo de* Bordoni, il quale favoreggiava i Cancel-
lieri e la loro parte, era in que' di fatto un proces-
so per r inquisitore de* paterini contro a certi citta-
dini di Pistoia*, di che tutto il comune si gravava; e,
a riparare a questo, convenne che balia si desse a
certi cittadini. L' industria de* Cancellieri, coli* aiuto
del capitano, fece tanto, che la balla fu data a certi
uomini tutti della parte de* Cancellieri, i quali inte-
iono ad abbattere in comune lo stato de' Panciatichi,
e di presente aggiunsono al numero del consiglio
del comune, che avea quaranta uomini della parte de"*
Cancellieri ; e intendendo di fare pia innanzi, i Pan-
ciatichi per paura, e per non essere criminati dal
capitano se ne vennono a Firenze ; gli altri cittadini,
vedendosi ingannati da quelli della balia, corsono
air arme, e abbarrarono le vie, e catuno s*airorzava
per combattere e per difendere. In questo tempo
de* remori dì Pistoia, messer Ricciardo Cancellieri
fu notificato a Firenze per lo Piovano de* Cancel-
lieri suo consorto, eh* egli volea fare al comune cer-
to tradimento. E chiamato in giudicio a Firenze Tn-
no e r altro, e dato balia per lo comune al capitano
della guardia di Firenze di potere conoscere sopra
la causa, furono messi in prigione, e trovato che
non era colpevole messer Ricciardo, fu liberato, e
ritenuto il Piovano, e mutato in Pistoia nuovo ca-
pitano. Il comune di Firenze mandò in Pistoia amba-
sciadori, e con loro i Panciatichi ; e racquetato lo
scandalo tra i cittadini, si riposarono in pace.
CAPITOLO XCUL
Come r areicescovo richiese di pace i Fenestam.
L* arcivescovo di Milano, avendo sottomesso a
sua signoria la città di Genova e di Savona, e tutta
la Riviera e il loro contado, i cui abitanti erano ni-
mici de* Veneziani, mandò suoi ambasciadori al doge
e al comune di Vinegia, per li quali significò a quello
comune come i Genovesi erano suoi uomini, e le lo-
ro città e contado erano suo distretto ; e tenendosi
amico de* Veneziani, e sapendo che per addietro i
Genovesi erano stati loro nimid, intendea, quando
al doge piacesse e al comune di Vinegia, che per
innanzi fossono fratelli e amid : e intorno a dò u-
aarono belle e suadevoli ragioni. 11 doge e il suo
consiglio, presono tempo d' avere loro consiglio, e
di rispondere la mattina vegnente. E venuto il gior-
no, di gran concordia risposono la mattina dicendo :
che il comune di Vinegia si tenea gravato e offeso
dall* ardvescovo, il quale avea preso ad aiutare i
Genovesi loro capitali nemici, e però non intendeano
di volere pace e concordia con lui né col comune
di Genova ; ma giusta loro podere tratterebbono lui
e i suoi sudditi come loro nemici. E conseguendo al
fatto, incontanente feciono accomiatare e bandeggia-
re di Vinegia, e di Trevigi, e di tutte le loro ter-
re e distretti tutti coloro che fossono sotto la giu-
risdizione dell* arcivescovo di Milano ; e simiglian-
temente fece nelle sue terre V arcivescovo de* Ve-
neziani : e cosi fu manifesta la guerra tra loro, del
mese di novembre del detto anno, per tutta la Lom-
bardia e Toscana.
CAPITOLO XCIV.
Come i Veneziani ordinarono lega contro
al Biscione,
Incontanente che agli altri signori lombardi fu
palese la risposta fatta pe' Veneziani all'arcivesco-
vo, il gran Cane di Verona, e' signori di Padova e
quei di Mantova, e il marchese da Ferrara e i Ve-
neziani, feciono parlamento per loro solenni amba-
sciadori, ove si propose di fare lega insieme, e
taglia di gente d' arme contro ali* arcivescovo di Mi-
lano, il quale parea loro che fosse troppo montato ;
e non fidandosi tutti insieme di potere resistere alla
grande potenza dell* arcivescovo, s* accordarono di
far passare a loro stanza V imperadore in Italia. E
dopo più parlamenti sopra ciò fatti fermarono com-
pagnia e lega tra loro, e taglia di quattromila ca-
valieri, e fecionla pubblicare in Lombardia, e con
grande istanza per loro segreti ambasciadori richie-
sono e pregarono il comune di Firenze che si do-
vesse collegare con loro, prendendo ogni vantaggio
che volesse: ma perocchò il detto comune era in
pace coir ardvescovo, per alcuna preghiera o pro-
messa di vantaggio che fatta fosse, non potò essere
recato che la pace volesse contaminare. I collegati
incontanente mandarono ambasciadori solenni in A-
lamagna air imperadore per in ducerlo a passare in
Lombardia contro ali* arcivescovo di Milano, offeren-
dogli tutta la loro forza, e danari assai in aiuto alle
sue spese, acdocchè meglio potesse tenere la sua
cavalleria ; e per tutto fu divulgata la fama, che in
quest* anno 1* imperadore passerebbe a istanza della
detta lega. Queste cose furono ferme e mosse del
mese di dicembre del detto anno. E stando gli al-
legati in aspetto, non si provvidono di fare la gente
della taglia infine al primo tempo^ né d* avere capi-
tano ; e però lasceremo al presente questa materia,
tanto che ritornerà il suo tempo, e diremo di quelle
che ci occorrono al presente a raccontare.
CAPITOLO XCV.
*Come il conestabile di Francia fu morto»
Era messer Carlo, figliuolo che fu di messer
Alfonso di Spagna, accresciuto dalP infanzia in com-
116
CRONICA
pagnia del re Giovanai di Pivncia, ed era diveDuto
cavaliere di grao coore e ardire, e valoroso in fatti
d^ armi, pieno di virlà e di cortesia, e adomo del
corpo, e di belli costami, ed era fatto conestabile
di Francia; ed il re gli moslrava ain^lare amore, e
ìnnanu agli altri baroni segnitava il consiglio di co-
stai ; e chi volea mal parlare, crìminavano il re di
disordinato amore in questo giovane: e del grande
stato di costai nacque materia di grande invidia,
che gli portavano gli altri maggiori baroni. Avven-
ne che il re Giovanni provvide il re di Navarra sno
congiunto d' una contea in Guascogna, la quale es-
sendo a^ confini delle terre del re. d^ Inghilterra, era
in guerra e in grave spesa per la guardia, più che 1
detto re non avrebbe voluto, e però la rinunziò'; e
il re poi la diede al conestabOe, ch^era franco ba-
rone e di gran cuore in fatti d*arme. Il re di Na-
varra, cbe già avea contro al conestabile conceputo
invidia, mostrò di scoprirla, prendendo sdegno per-
ch* egli avea accettata la sua contea , nonostante
eh* egli r avesse rinunzia ta. Ed easendo genero del
re di Francia, con pih audace baldanaa, in peraona*,
con altri baroni che simigliantemente invidiavano il
suo grande stato, una notte andarono a casa sua, e
trovandolo dormire, in ani letto suo l'nccisono a
ghiado'; della qual cosa il re di Francia ai turbò di
cuore con ismisurato dolore, e più di quattro di
stette senza lasciarsi parlare. La cosa fu notabile e
abbominevole, e molto biasimata per lutto il rea-
me, e fu materia e cagione di gravi acandali die ne
aeguirono, come aeguendo ne* snoi tempi si potrà
trovare. E qneato micidio fu fatto in questo verno
del detto anno 1353.
CAPITOLO XCVI.
Come si cominciò la rócca tu Samgimignano^
e la tia coperta a Prato.
In questo medesimo tempo il comune di Fi-
renxe per volere vivere più sicuro della terra di San-
gimignano, e levare ogni cagione a* terraziani snoi
di male pensare, cominciò a far foro, e senza di-
mettere il lavorio alle sue spese, e compiè una gran-
de e nobile ròcca e forte, la quale pose sopra la
pieve dov* era la chiesa de* frati predicatori, e quella
chiesa fece maggiore e più bella rediflcare dair al-
tra parte della terra, più al basso. E in questo me-
desimo tempo nella terra di Prato fece fare una larga
via coperta, in due alio di grosso muro d*ogni par-
te, con una vòlta aopra la detta via, e un corri-
doio sopra la detta vòlta, largo e apazioso a difen-
' La richiese però pooo appresso per darla a soa mo-
glie; e s'accese di grand' odio contro il eoDestabfle, Te-
dendola a lo! conferita.
' Niuno storico s' accorda col Villani nel dire che Car-
lo li detto il CattiTOy conte di Evrenz, re di Navarra, siasi
condotto in persona ad assassinare U conestabile di Fran-
cia. L'accisione avvenne per sua Instigaaione, non par soa
mano.
' cioè l' acdsero di coltello. Okiado vale fnààù^ e per
un' ardita metonimia anche eoUeltOf sempre però che sia
preecdato dalla preposixione a.
alone; In quale via oraove dal castello di fnlo
fatto anticamente per 1* imperadore, e viene fino sDi
porta, ove si fece creacere e incaeteDare la torre
della porta a modo d* una ròcca ; e in catana parte
tiene il comune continova guardia di suoi caateDaaL
CAPITOLO xcvn.
Del male stato deW isola di Sicilia.
Aasai ne pare cosa più da dolere che da ne-
contare, gli aasalti, gli aguati, f tradimenti, gl*ÌB-
cendii, le rapine, l'uccisioni senza misericordia, che
in queati tempi i Siciliani faceano Ira loro per in-
vidia e setta parziale, le quali maledette cose tra gfi
uomini d*ana medesima patria ebbono tanta fem
di male aopemre neU' isola, eh* abbandonata la col-
tura de* fertili campi, i quali sogUono pascle gfi
strani popoU, de* anoi trasse per fame più di de-
cimila famiglie della detta isola, i quali per boi
morire d* inopia, ai féclono abitatori deiraltnii terre
in Sardegna, e in Calabria, e nel Regno di qua M
foro. E in questa tempeata, certi baroni ddF itoli
oontrari alla setta de* Catalani, che gOTemavano le
sventurato duca che a* attendea a essere re, seatea-
dolo egli e i snoi manifeatamente, trattavano di dire
la maggiore parte delle bnone terre dell* isola al re
Luigi ano avversario, e non ebbe per lungo teaipo
podere d* a tersene^, tanto che venne fatto, eone
nel principio del quarto libro, seguendo, si patri
trovare.
CAPITOLO xcvm.
Come il legato del papa procedette col prefetto.
In questo verno, il oardinale di Spagna legato
del papa, avendo tentalo il prefetto lentamente eoa
poco prosperevole guerra, cereo con più ripresa di
trovare pace con lui ; e fu la cosa tanto innanzi, cke
per tutto acorse la fema che la pace era fatta, li
il prefetto già tiranno aenza fede, vedendoai il de-
stro, sotto la aperanza della pace tolse al latito
due caatella, e rotto il trattato, il cominciò a guarref-
giare : per la quii cosa il legato seguitò il proces-
so fatto contro a lui, e del meae di febbraio del
detto anno pronunziò la sentenza, e per sue lettere
il fece scomunicare come eretico per tutta Italia; e
fatto qneato, oonosoendo che altra BMdidna biso-
gnava a rìducere oostui alla via diritta, che suoao
di campane o fhmo di candele, saviamente e seo-
za dimoatrare sua intenzione innanzi al fatto, ai vea-
ne provvedendo d* avere al tempo gente d*anne, di
poter fare reaecusione oontro a Ini del ano prò-
oeaao. E in queato mezzo, avendo dugento cava-
lieri del comune di Firenze, e alquanti da aè, f^e
al conlinna guerra al tiranno, che poco polca re-
sistere 0 oomparire fhori delle mura. E avendo H
prefetto prtao aoq[»etlo de* Viterbeai e degli Orvie-
tani, che ai doleano perchè la paee non era venali
' aintarsene; maniera antiquati!.
DI MATTfiO VILLANI.
117
a perfeiione, UnDnesoamento volle tentare Taiii-
no de* cittadini di catona citti, e fare cote da te-
nerli in paora. B però aegretamente accoUe fanti di
fuori a pochi infiemoi e miseli in catana terra ne'
suoi palagi, e in un medesimo di fece a certa gente
di coi e^ fi confidò levare il remore contro a iè
in catana città ; al qaale remore alquanti cittadini in
catana terra preaono V arme, e seguitavano il gri-
do. Il tiranno con quattrocento fanti ch^ aveva ar-
mati e apparecchiati in Viterbo, uid fuori e corse
la terra, uccidendo cui egli volle, e condannò e cac-
ciò a^ confini tutti coloro di cui aospettava. B per
timigliante modo fece correre la dttà d* Orvieto al
figliuolo, e uccidere e condannare e mandare a* con-
fini cui egli volle. B cosi gli parve per male inge-
gno aver purgate quelle due città d* ogni sospetto,
e avere più ferma la tua signoria, la quale per lo
contradio, non avendo da sé potenza nò aspettan-
dola d* altrui, per questa mala crudeltà ogni di venne
mancando, come Y opere appresso dimostreranno ma-
nifestamente in fatto.
CAPITOLO XCIX.
Come $i ruhellò Verona al Gran Cane per messer
Frignano.
Chi potrebbe esplicare le seduzioni, gP ingan-
ni eUradimenli che i tiranni, posponendo ogni ca-
rità, parentado e onore, pensano, ordinano, e fan-
no per ambizione di signoria? Certo tanti sono i
modi quanti i loro pensieri; sicché ogni penna ne
verrebbe meno e stanca. Tuttavia per quello ch*ora
ci occorre, cosa strana e notevole, ci sforzeremo
a dimostrare V avviluppata verità di diversi tradimen-
ti e suoi effetti. Narrato avemo poco dinanzi, come
la lega de' Veneziani con gli altri signori Lombardi
era giurata e ferma contro al signore di Milano, ed
essendo il signore di Mantova de' più avvisati tiranni
di Lombardia vicino deli' arcivescovo di Milano, l'ar-
civescovo con industriose suasioni e con grandi pro-
messe il mosse a forlo trattare di tradire messer
Gran Cane signore di Verona e di Vicenza con coi
egli era in lega \ ed egli per accattare la benivolen-
za dell' arcivescovo, dimenticato il beneficio ricevuto
da quelli della Scala, che V aveano fatto signore di
Mantova, diede opera al fatto, e non senza speran-
za d' aoperare per sé, se la fortuna conducesse la
cosa ov' era la sua immaginazione. E però conoscen-
do egli messer Frignano, figliuolo bastardo di mes-
ser Mastino, uomo prò' e ardito d' arme, e di gran-
de animo, accetto nel cospetto del fratello suo si-
gnore, e amato dal popolo di Verona e dì Vicenza,
vago di signoria, trattò con lui di farlo signore di
Verona con suo consiglio, e colla sua forza e del
signore di Milano. Questo sterpone* tornando alla sua
natura, senza fede o fraternale carità, di presente in-
tese al tradimento del fratello, e col signore di Man-
tova ordinarono il modo eh' egli avesse a tenere,
e r aiuto della gente eh' egli avrebbe da luL In que-
sto tempo avvenne che il Gran Cane andò a parla-
mentare col marchese di Brandimborgo suo suocero
per li fatti della lega, e il fratello bastardo era co-
gnato del signore di Castelborgo, eh* era a' confini
del cammino ove il Gran Cane dovea passare. Co-
stui, avvisato da messer Frignano, mise un aguato
per uccidere il Gran Cane ; ma scoperto V agnato,
passò senza impedimento. Come messer Frignano
avea ordinato, a Ve:ona tornarono novelle come il
Gran Cane era stato morto ; ma innanzi che la no-
vella venisse, messer Frignano avea mandati fuori
di Verona tutti i cavalieri soldati, salvo coloro di
cui si era fidato, e che con lui s^ intesero al tradi-
mento. Pubblicata la novella in Verona, come il Gran
Cane loro signore era stato morto, il traditore con
gran pianto fece incontanente, a di 17 di febbraio
del detto anno, raunare il popolo; e a uno giudice,
cui egli avea informato, fece proporre in parlamento
come il loro signore era morto, e che U comune di
Verona rimanea in gran perìcolo senza capo, aven-
do a vicino cosi possente signore, com' era l' arcive-
scovo di Milano; e aggiunse, che a lui parca che
messer Frignano prendesse il loro governamento. lì
traditore eh' era presente, senza attendere eh' altri
si levasse a parlamentare, o ch'altra deliberazione si
facesse, si levò suso, e disso, che cosi prendeva e
accettava la signoria. E montato a cavallo, colie
masnade che v* erano , corse la terra , gridando :
muoiano le gabelle ; e fece ardere i libri e gli atti
della corte, e ruppono le prigioni. E di subito il si-
gnore di Mantova vi mandò messer Foltrìno, e messer
Federigo e messer Guglielmo suoi figliuoli, e messer
Ugolino da Gonzaga tutti de' signorì di Mantova con
trecento cavalieri. Il signor di Ferrara ingannato del
tradimento vi mandò messer Dondacdo con dugento
cavalieri; ma innanzi che tutti v' entrassono, il ca-
pitano colla maggior parte di loro per contraman-
dato si tornarono indietro, scoperto l' inganno. Mes-
ser Frignano, ricevuta questa gente d* arme, e accol-
ti certi cittadini che '1 seguirono, da capo corse la
terra : i cittadini non si mossone, ed egli s' entrò
nel palagio delf abitazione del signore. Messer Az-
ze da Coraggio, ch'era in Verona, se ne usci non con
buona fama. Le guardie furono poste alle porte, e
la terra s'acquetò, e messer Frignano ne fu signo-
re ; la quale signoria il signore di Mantova per in-
gegno, e quello di Milano per ingegno e forza si
credette catuno avere, come seguendo appresso di-
viseremo.
CAPITOLO C.
Come messer BertMÒò con duemila barbute
si credette entrare in Verona.
Il signore di Mantova avendo in Verona quattro
► bastardo, pur simiHtadine dall' accresc. di /««^, che |„ figliuoli e congiunti con trecento cavalieri, pro-
è un rimettiticeio steDtato, ch« ptUlola da ceppata d albero • j. .. l^ «» _^ «ix r^»,*
«eccoo cadato per vecchie»^, o d.resìdao di barba d'ai- «><^^>"^« «*» mettervene anche, per esservi più forte
boro tagliato. I che messer Frignano, a intenzione di tradire lui, e
118
CRONICA
di recare a sé a signoria ; ma non gli potè yeiire
fatto: perocché senti che rarciveacovo di Milano,
che vegghiava a questo effetto, mandaya messer
Bernabò cognato del Gran Cane a Verona con due-
mila cavalieri, temette di sé, e non ebbe ardire di
sfornire Mantova di cavalieri ; e così per la non pen-
sata perdo quello che avea lungamente provveduto.
La novella del gran soccorso che venia di Mila-
no, e deir apparecchiamento di quello di Mantova
sentito a Verona, generò sospetto a messer Frigna-
no e a* cittadini della città ; e però presono V arme,
e rafforzarono le guardie, e stettono in più guar-
dia : onde i signori che v* erano di Mantova non vi-
dono modo di fornire loro corrotta intensione, e
però si stettono, mostrandosi fedeli a messer Fri-
gnano e alla guardia della citte. In questo stante mes-
ser Bernabò con duemila barbute e gran popolo giun-
se a Verona, mostrando volere ricoverare la signo-
ria di Verona al cognato, credendo con questo trarre
a sé r animo de* cittadini, e credendo che quelli
eh* aveano mossa questa novità a stanca dell* arcive-
scovo r atassono entrare nella terra, e però si strìn-
se infino alle porte, e domandava V entrata, la quale
gli fu negata; e non vedendo che dentro alcuno gli
rispondesse, cominciò a combatterla; ma vedendo
il suo assalto tornare invano, e sentendo la torna-
ta di messer Gran Cane d' Alamagna, ai parti del pae-
se, e tomossi a Milano mal contento de^ signori di
Mantova; ed eglino peggio contenti dell'arcivescovo
eh* aveva sconcio il loro tranello per quella caval-
cata, come poco appresso dimostrarono in opera
catana parte, secondo che seguendo dimostreremo.
CAPITOLO CI.
Come mes$er Cfro» Cane racquisiò Verona , e fu
morto messer Frignano.
Quando messer Gran Cane cavalcava al mar-
chese di Brandimborgo avea con seco il fratello, e
sospicando di novità quando senti T agnato del si-
gnore di Castelborgo rimandò il fratello addietro,
il quale venendo nel paese, senti come messer Fri-
gnano avea rubellata Verona, e però se n*andò in
Vicenza. La novella corse a messer Gran Cane, e
vennegli essendo egli col marchese ; e turbato V uno
e r altro, il marchese francamente il confortò, of-
ferendoli tutta la sua possa a racquistare Verona:
ma perchò Tindogio a colali cose conobbe pericolo-
so, di presente il fece montare a cavallo, apparec-
chiandoli di subito cento barbute delle sue, e colla
gente ch'egli aveva da sé, senza soggiorno, caval-
cando il dì e la notte, se ne venne a Vicenza, e là
trovò il fratello, e trovowi messer Manno Donati di
Firenze capitano di dugento cavalieri, che il signore
di Padova avea mandati in suo aiuto, e trovowi del-
la gente del marchese di Ferrara; e sommosso il
popolo di Vicenza a cotanto suo bisogno, gran par-
te ne menò con seco; e la notte medesima, con
seicento barbute e col popolo di Vicenza se ne ven-
ne a Verona, e in sul mattino lasciò la strada, e at-
traversando pe^ campi entrò in Campo Marzio, che
è fuori della città ivi presso, murato intorno^ e ri-
sponde a una piccola porta della città, la quale me-
no eh' altra porta ai aolea guardare. Qnivi ai affer-
mò messer Gran Cane, e mandò innanzi qb Gio-
vanni deir Ischia di Firenze la notte, che procaccias-
se d* entrare in Verona, e facease sentire a* conBdeoti
cittadini di messer Gran Csne com'egli era di fuori
di Campo Marzio; e aocompagnoUo d^uno confideole
tedesco. Costoro, non avendo altra via, si mino-
no a notare co* cavalli per f Adice per venire iaCn
la città ove mancava il muro; e in qneato notare,
il Tedesco, poco destro del servigio dell* acqua, vi
rimase affogato. Giovanni dell* Ischia entrò nella ter-
ra, e andò informando e sommovendo gli amici dì
messer Gran Cane, avvisando come avessono a ve-
nire a quella porta in suo favore; i quali sentando
ivi fuori il loro signore, la mattina vennono con le
scuri alla porta, e spezzaronla. Nondimeno le gnar-
die, ch^ erano sopr' essa, con le pietre e con le bale-
stra da alto francamente la difendevano ; sicché non
vi luciarono entrare alcuno. Intanto il traditore mes-
ser Frignano easendo in sollecita guardia del fratel-
lo, e ancora di messer Bernabò , che il di innanzi
Tavea aasalito co* suoi cavalieri, cavalcava intorno
alla tarra ; e la mattina era montato in certa parie
onde potoa vedere di fuori, e guardava ae measer
Gran Cane venisse, che già non sapeva che foaae
così di presso : e guardando inverso Campo ManìOi,
vide la porta piccola di Verona aperta ; e dicendo
noi siamo /rodtlt, fìrancamento traase con la geato
sna inverso quella porta per difendere Tentrata. Ha
innanzi che vi gingnesse, il Gran Cane s* era trat-
to innanzi alla porta ; e trattaai la barbuta, e fial-
tosi conoscere a coloro che la guardavano, dicendo :
io vedrò chi saranno coloro che mi coniraHrammo
Centrata della mia terra^ e conosoiuto da loro, in-
contanenta gli feciono reverenza, e lasciarono entrare
Ini e la ana gente' senza contrasto. B sopravvenendo
meuer Frignano, il trovò entrato^ nella dita con k
maggior parto della gente ; e avf isatolo, che bene
il conosceva, nella piazza dentro dalla porta, ai di-
rizzò verso lui colla lancia per ferirìo di posta*, e
tentare V ultima fortuna. Ma già era cominciato
r aaaalto tra i cavalieri di catana parto aspro e Cor-
to, sicché vedendo nn cavaliere di quelli di méaaer
Gran Cane mosso messer Frignano colla lancia ab-
bassata verso il suo signore, gli si addirizzò per
traverso', e colla lancia il percosse nella guancia
deir elmo per tale forza, come fortuna volle, che
l'abbatté del cavallo a torta. Messer Giovanni chia-
mato Mezza Scala, vedendo messer Frignano abbat-
tuto dal destriero, scese del suo cavallo, e disse :
che che s^aveegna di Verona^ tu morrai delle mie
mani; e corsegli addosso, e con un coltollo gli se-
gò le vene, e lasdollo morto a torra. Ed in quello
baratto fu morto con lui messer Paolo della Miran-
dola, e messer Bonsignore d* Ibra, grandi coneatobai.
E morti costoro, 1* altra gente ruppe, e assai ve ne
furono morti fuggendo. Le porto della città erano
serrato, e i cittadini sentando il loro signore dentro
* Così rediz. dt. U T. Bicd ha intro,
' di primo tratto.
DI MATTEO VILLANI
119
tolti tennero con la!, e però i forestieri che y^ era-
no fìirono presi e rassegotti a messer Gran Cane,
il qnale per là sua sollecita tornata feKcemente rac-
qnistò Verona e ocdse i traditori. Che se al fatto
avesse meno indugio, non la racquistara in fango
tempo, o per ayventora non mai, sì si venia provve-
dendo^ alla difesa lo sterpone. E questo avvenne il dì
di carnasciale, a dì 25 di febbraio Tanno 1353*.
CAPITOLO cn.
Come messer Gran Cane riformò la ciuà di Verona^
e fece giustizi de^ traditori,
Messer Gran Cane avendo racqutslata Verona
avventarosamente, si fece appresentare i prigioni, e
diligentemente volle investigare la verità, come i cit-
tadini aveano acconsentito al traditore; e odila la sa-
gacità deir inganno, comportò dolcemente Terrore
del popolo. E raddirizzato Tordioe al govemamen-
to della città, fece impiccare in sa la piazza di mez-
zo il mercato^ di Verona il corpo di messer Frigna-
no, e ventiquattro caporali parfefici al tradimento
del firatello, tra* quali fu Giovannino Canovaro di Ve-
rona grande cittadino, con quattro suoi figliuoli, e
Alboino della Scala suo consorto, e messer Alberto
di Monfalcone grande conestabile, e Giannotto fra-
tello di madre di messer Frignano, e due figliuoli
di Tebaldo da Camino, e due medici de* signori del-
la Scala, e il notaio della condotta, e altri ufidali
infino al numero sopraddetto. A prigione ritenne mes-
ser Feltrino da Mantova, e messer Ugolino e mes-
ser Guglielmo suoi figliuoli, e messer Federigo suo
fratello, e Piero Ervai di Firenze, il qua^e era fat-
to podestà di Verona per messer Frignano, il quale
si ricomperò, per non essere impiccato, fiorini dieci-
mila d* oro. Guidetto Guidetti si ricomperò per simile
cagione fiorini dodicimila d*oro. Messer Giovanni da
Sommariva e Tebaldo da Camino vi rimasono prigioni,
e a* cavalieri soldati tolse Tarmi e* cavalli, e fece-
li giurare di non essere mai contro a lui, e lasciolli
andare. A coloro che più singolarmente T aiutarono
in questo fatto, come fu messer Manno Donati, e
que* delT Ischia, e quelli di Boccuccio de' Boeri, tutti
cittadini di Firenze, eh* adoperarono gran cose in
sol fatto, provvide di possessioni de* traditori , e
molti altri ebbono grazia da Ini cittadini e forestie-
ri. E rimase libero sigoore come di prima, aontato
contro al signore di Mantova, avola gente d* arme
dal marchese di Brandimborgo, cavalcò sol Mantova-
no, e roppe la lega; e dissimolava trattato d^alle-
^ Ck>8i legge rediB. di H T. del Ricci : prùweduio.
' Tale aTrenimento fu nel febbraio del 1854, a stare
col Muratori e colla Biographie univenelle ancienne. Can
Grande, uscito salyo dalla congiura di Frignano suo fra-
tello bastardo, per assicurarsi meglio dalle trame de' suoi
nemici si fece in due anni aliare qnel castello fortissimo,
che o^gi è chiamato Castel Vecchio. Ma poco giovò, perchè
i fratelli pensarono di torlo del mondo a tradimento, e Can-
signorio, il più coraggioso degli altri, aspettandolo un dì
che ttsoiya della casa di una sua amica, lo stese a terra
oon molte ferite il li dicembre 1359. Essi aTevan temuto
che volesse diseredarli, passando lo scettro ai figli suoi
illegittimi ; dappoiché da sua moglie Elisabetta, figlinola di
Lodovico il Bavaro imperatore, non aveva avuto prole»
garsi con 1* arcivescovo di Milano, inaino che le cose
si ridossono a concordia per sollecita operazione de'
Veneziani^ come al soo tempo innanzi racconteremo.
CAPITOLO CHI.
Come fu deliberato per la Chiesa P ottenimento
deir imperadore in Italia,
Avendo V eletto imperadore prima vedoto co-
me i comoni dt Toscana V aveano richiesto per far-
lo valicare in Italia, e da loro non s' era rotto ; e
apprèsso era richiesto dalla lega de' Lombardi, e con
loro tenea benevoglienza e trattato; e ancora T ar-
civescovo avea appo Ini continovi ambasciadori che
gli offeriano il loro aioto alla soa coronazione, per
le qoali cose considerò che agevolmente e sen-
za resistenza e* potea valicare per la corona. E pe-
rò sostenendo catana parte in speranza e in amore,
mandò a corte di Roma ad Avignone per avere li-
cenza e la benedizione papale, e i legati el sns-
sidio promesso dalla Chiesa per la soa coronazione.
Gli ambasciadori fàrono graziosamente ricevati dal
papa; e adita la domanda dell'eletto debita e giosta,
tenoti sopra ciò alqoanti consigli e consistori, del
mese di febbraio del detto anno, fa deliberato per
lo papa e per li cardinali eh' egli avesse la licen-
za, e la benedizione, e i legati per la soa corona-
zione ; altro sossidio non gli promisono. E partiti gli
ambasciadori da corte, tra i cardinali ebbe divisione
e tire ' di coloro eh' a wessono la legazione per ve-
nire con lui; e per le dette tire, e perchè l'avveni-
mento non parca presto, si rimase la commessione
de'legati infloo attempo dell'avvenimento soo: on-
de si raffreddarono i procacciatori, non sentendolo
ricco da trarre da lai qoello che la loro avarizia
prima si pensava.
CAPITOLO av.
D'tm gran fuoco eìC apparve nelVaria.
n primo dì di marzo, alle sei ore della notte,
si mosse ono sformato fooco nell' aria, il quale cor-
se per gherbino in verso greco, come aveva fatto
l'altro che prima era venoto col tremooto, ma di
lome e d' infiammagione non fa molto minore. A
qoesto segoitò grande secco, perocché infine al gio-
gno non caddono acqoe che podere avessooo di ba-
gnare la terra ; per la qoal cosa il grano e le biade
cresciate il verno e parte della primavera, e in boo-
na speranza di ricolta, a tanto erano condotte per
Io secco, che se non fosse la manifesta grazia che
Madonna fece alla processione dell' antica tavola del-
la saa effigie di Santa Maria in Pineta, come al soo
tempo si diviserà, erano i popoli di Toscana foori
di speranza di ricogliere grano, o biada o altri frat-
ti in qoest' anno per natricameoto di qoattro mesi ;
e però non ci pare da lasciare in silenzio il caso
' gare, controversie, onde la fìrase fare a tira tira, che
vale non convenire quando ciascuna parte vuol tutti i vantaggi.
120
CRONICA
di questo segno, per ammaestramento de* tempi av-
venire. Segoitò ancora T avvenimento dell*impera-
dore in quest" anno in Italia e la san coronasione,
è avvenimento di grandi terremnotì, come appresso
racconteremo.
CAPITOLO CY.
Dì hremuoii che furono.
In questo medesimo dì primo di nuno foroBO
in Romania grandissimi terremnoti, e nella nobile
città di Costantinopoli abbatterono molti grandi e
nobili dificii, e gran parte delle mora della città,
con grande uccisione d'uomini e di femmine e di
fanciulli. E da Boccadone infino a Costantinopoli, sn
per la marina, non rimase castello né città che non
avesse grandissime rovine delle mura e degli edi-
fici! con grande mortalità de' suoi abitanti; per la
qual cosa avvenne, che i Turchi loro vicini senten-
do i Greci spaventati, e sen&a potersi racchiudere e
salvare nelle forteue, corsone sopra loro, e preson-
ne assai, e menaronli in servaggio; e alcuni cutelli
rifeciono e aflorzarono, e misonvi abitatori e guardie
di loro Turchi ; e appresso accolsono grande esercito
di loro gente, e puosonvi assedio per terra a Co-
stantinopoli, ch'era in divisione e in tremore, ma
contro a^ Turchi s' unirono alla difesa; sicché stativi
alcuno tempo senza potere acquistare la città, cor-
sone le ville, e rubarono le contrade; e sema avere
resistenia fuori delle mura si tornarono in loro paese.
CAPITOLO CVL
De' faiti del monte.
La fede, utile sopra V altre cose, e gran sussi-
dio a' bisogni della repubblica, ci dà materia di non
lasciare in oblifione quello che seguita. 11 nostro
comune, per guerra eh* ebbe co' Pisani per lo fatto
di Lucca, si trovò avere accattati da' suoi cittadini
più di seicento migliaia di fiorini d'oro; e non a-
vendo d* onde renderli, purgò il debito, e tornello
a cinquecentoqnattro migliaia di fiorini d'oro e cen-
tinaia, e fecene un monte, facendo in quattro libri,
catnno quartiere per sé, scrivere i creditori per al-
fabeto ; e ordinò con certe leggi penali, alla came-
ra del papa obbligate, chi per modo diretto o in-
diretto venisse contro a privilegio e immunità
ch*avessono i danari del monte. E ordinò ohe in
perpetuo ogni mese, catuno creditore dovesse ave-
re e avesse per dono d* anno e interesso ano da-
naio per lira, e che i danari del monte ad alcuno
non sì potessono tórre per alcuna cagione, o mali-
ficio, 0 bando, o condannagione che alcuno aves-
se ; e che i detti danari non potessono essere staggiti'
per alcuno debito, né per alcune dote, né fare di
quelli alcuna esecuxione ; e che lecito fosse a catuno
poterli vendere e trasmutare, e così a catuno in cui
' sequestrati, da itaggina che vai quanto Hqu€$tro per
ordine del giudioe*
si trovassono trasmutati que* privilegi, e qoeli'
munita, e quello dono avesse il soGceasora càe 1
principale. B comincialo questo gli anni ài CrìsU
1345, sopravvenendo al comune molte fravì for-
tnne e smisurati bisogni, mai qnesta fede nen naacn-
lò : onde avvenne che sempre a* suoi biaogai per
la lede servata trovava prestanaa da* anoi cHlndiù
sema alcuno ranuMrieamento ; e molto ci ni «ran-
sava sopra il monte, accattandone oontanli cesio;
e facendone finire al monte altri cento, a cerio ter-
aaine n^ assegnava dugento sopra le gabelle del co-
mune ; sicché i cittadini il meno guadagnavaso col
comune a ragione di quindici per centinaio V anno.
Basendo i libri e le ragioni mal guidale per li Bo-
tai che non gli sapeano correggere, e avevanvi
messi molti errori e falsi dati, si rìdusaono in
di scrivani, uomini mercatanti, che gli correfgeaaooo;
e corressono molto chiaramente a salvexaa d^ co-
mune e de* creditori, avendo al continovo «no oe-
taio che facea carta delle trasmutagioni per lioea-
sa del vero creditore, e poi gli scrivani gli accon-
ciavano in su' registri del comune, levando dall^ ano
e ponendo all' altro. Di qneati contratti de* coaape-
ratori ai feciono in Fireme Tanno 1353 e 1354
molte questioni, se la compera era lecita aensa le-
nimento di restituaione o no, eaiandio che il coo-
peratore il facesse a fine d' avere V utile che il co-
mune avea ordimto a* creditori, e comperando i io-
rini cento prestati al comune per Io primo creditore
venticinque fiorini d* oro, e più e meno com* ero fl
corso loro, T opinione de* teologi e de' legisti in naol-
te disputaaioni furono varie : che l' uno teoea che
fttsse illecito e tenuto alla reslilaaione, e T^lro
no ; e i reb'giosi ne predicavano diveraamenle : qne*
dell* ordine di San Domenico diceano che non ai
potea fare lecitamente, e con loro a* aocoataTaoo
de* romitani : i Minori predicavano che ai pelea
fare; e per questo la genie ne stava inteoebnla.
Bra in questi tempi in Firenae copia di maealrì in
teologia, fra i quali de* più eccellenti era
Piero degli Stremi de' Frati Predicatori, e
Francesco da Empoli de' Minori. Maestro Piero di-
eoa che non era lecito eontratto« e predicavalo
u dimostrarne le ragioni chiare; perchè
Francesco de* Minori avendo aopra ciò con grande
diligenm avute molte disputaiioni con altri maealri
in divinità, e con dottori di legge e di decreto^ al
tutto chiarì, e tenne e predicò e scrisse eh' era le-
cito, e sema lenimento di restilmione a chi il ia-
cea, seuM fare contro a sua cosdenaa ; e le regioni
perché scrisse e mandò a lutto le regole, apparec-
chiato a mantenere quello che predicato e acriUo
avea. Nondimeno i prediealori e' loro maestri non
si rimossone della loro opinione, predicando che
non ai potea fare lecitamente e senxa restilmione;
e della loro opinione non mostrarono ragione, e
contro alle scritte per maestro Francesco non oon-
tradissono con alcuna ragione: e per questo a molli
rimase in dubbio il detto contratto, e molli T eb-
bene per chiaro aceoslandoai alle ragioni del mae-
stro Francesco, e senta ripremione di loro oo-
sciema vendevano e comperavano, facendone traffico
DI MATTEO VILLANI.
121
come d* an' altra mercalanua. Se ì contratto ti pò-
tea provare naorarìo, debito era a chì*\ predicava di
riprovare quello che ai provava in contrario, per trar-
rò k gente d'errore; te lecitamente fare si poteva,
considerato che gli nomini sono cupidi a guadagna-
re; male era a recare loro in sospetto, e contami-
mare le eoscienze di quello che lecito era per non
discrete predicaiionL
. CAPITOLO CVU.
Di certe n^oltiwre di tiranni di Lombardia^ e di più
cose per lo tradimento di Verona.
Detto abbiamo poco addietro come il Gran Ca-
ne della Scala si tenea aver perduta Verona per o-
peraxione del signore di Mantova, ed era contro a
lui forte inanimato per lo fallo eh' egli avea fatto.
Basendo con lui nella lega, s'era rotto dalla lega de-
gli altn\ e trattava d* allegarsi coli' arcivescovo di
Milano e col marchese di Brandimborgo per far guer-
ra coir arcivescovo insieme contro a Mantova ; e
r ardveseovo molto vi venia volentieri ; e furono le
cose tanto innanzi, che per tutto corse la voce ch*el-
Tera fatta. Il comune di Vinegia conoscendo che
questa discordia poteva tornare a grande pericolo
del loro comune e degli altri loro collegati lombar-
di^ mandarono di loro assentimento al Gran Cane so-
lenni ambasciadorì, per rivocarlo alla lega e com-
pagaia ch^ aveano insieme, e far fare al signore di
Mantova l'ammenda del suo fallo; e seguendo gli
stmbasciadori solennemente quello che fu loro com-
messo, operarono tanto, che'l signore dì Mantova
lece l'ammenda come messer Gran Cane volle ; e per
la atima del danno ricevuto diede trentamila fiorini
d* oro a measer Gran Cane, i quali promise, e pa-
gò poi per lui il comune di Vinegia ; e il signore di
Mantova ne die loro in guardia tre buone castella:
e per questo modo fu fatta la pace, e lasciati di
prigione que' di Mantova, e messer Gran Cane tornò
alla lega, compera in prima. Essendo raffermata la le-
ga, ne* porti di Mantova si trovò in un dì molta
mercatanzia di Milanesi e d'altri distrettuali dell'ar-
civescovo*; e perocché a stanza dell' arcivescovo il
signore di Mantova s* era mosso a far quello onde
gli era convenuto fare ammenda di fiorini trentamila
d'oro, di fatto fece arrestare tutto, e ripresesi so-
pra i Milanesi e distrettuali dell' arcivescovo di pììì
che non restituì al signore di Verona, la qual cosa
r arcivescovo e' suoi si recarono a grande onta.
CAPITOLO CVIU.
Del ffO€e$to della grande compagnia di fra Moriate
della Marca,
Tornando alla nuòva tempesta di fra Menale
e di sua compagnia, rimasi nella Marca dopo la par-
tita di messer Malatesta dall' assedio di Fermo, co-
minoiarotto a cavalcare il paese e fare in ogni parte
preda ; e vinsono per forza Mondelfoglio e le Fratte
e San Vito, e sei altre castelletta nel paese ; e scor-
sono a Iesi, e rubarono i borghi e predarono il
paese. Appresso combatterono Feltrino e vinsonlo
per forza, e uccisonvi da cinquant' uomini ; e per-
ch' era pieno d' ogni bene da vivere, vi dimorarono
un mese. E in fra questo tempo ebbono Monte di
Pano, e Monte di Fiore ; e più altre castella d' intor-
no per paura feciono i loro comandamenti. Per la
fama delle grandi prede che faceva la compagnia,
molti soldati eh' aveano compiute le loro ferme, sen-
za volere piii soldo traevano a fra Moriate, e assai
in prova si facevano cassare per essere con lui; ed
egli li faceva scrivere, e con ordine dava a catuno
certa parte al bottino, e tutte le ruberie e prede
ch'erano venali facea vendere, e sicurava i compe-
ratori, e fa ce va li scorgere lealmente, por dare cor-
so alla sua mercatanzia. E ordinò camarliogo che
ricevea e pagava, e fece consiglieri e segretari con
cui guidava tutto ; e da tutti i cavalieri e masnadieri
era ubbidito come fosse loro signore, e mantenea
ragione tra loro, la quale faceva spedire sommaria-
mente. E così ordinati cavalcarono, e mutavano pae-
se, e vennono a Montelupone, il quale per paura
s' arrendè loro, e stettonvi venti di ; e rannata ivi
la preda fatta nel paese e la sostanza del castello,
ogni cosa ne trassono senza far male agU uomini,
e cavalcarono alla marina e presono Umana, e com-
batterono Orìvolo, e non l' ebbono; e da Umana
andarono sopra Ancona, e presono la Falconara a
patti, salve le persone. E in que' di ebbono otto ca-
stella che s'arrenderono loro in sull' Anconitano, fug-
gendo le persone, e lasciando le terre e la roba
alla compagnia. Appresso tornarono sopra Iesi, e
per forza ebbono Alberello ed un altro castello, e
tutto recarono in preda, e poi andarono a Castel-
ficardo pieno di molta vittuaglia, e quello combat-
tendo vinsono per forza. E del mese di marzo pre-
sono il castello delle StalToIe pieno di molto vino,
ed il Massaccio e la Penna. E per tutto quel paese
il residuo del verno sparsone la loro irreparabile
tempesta, rubando e uccidendo , e facendo ogni
sconcio male a' paesani, e singolarmente pii^ a' sud-
diti di messer Malatesta, avendo deile sue terre qua-
rantaquattro castella in loro servaggio, e avendo
stadico un figliuolo del capitano di Forlì, e Gentile
da Mogliano, per li soldi che promessi aveano alla
detta compagnia.
CAPITOLO CIX.
Come il legato prese Toscanella.
In quesfanno del mese di marzo, il cardinale
di Spagna legato del papa facendo guerra col pre-
fetto di Vico, per trattato gli tolse Toscanella, e que-
sto fu il primo acquisto che il legato facesse contro
a lui : dappoi seguitarono le cose a maggiori fatti,
come seguendo nostra materia diviseremo. In questi
dì, il marchese di Ferrara, parendogli essere debole
nella nuova signoria, perchè Francesco marchese,
il quale si tenea dovere di ragione essere signore,
gli s'era mbellato, o che trovasjo alcuno trattato
nella città contro a aè, o eh* egli il contraffacesse.
i2a
CRONICA
a dio ai die* più fede, cacciò di Ferrara de" suoi fra-
telli e alquanti de^naggiorì cittadini, confinandoli
Aiorì del ano distretto, e cominciò a atare più Tor-
Dito di gente forestiera, e in maggiore guardia.
CAPITOLO ex.
Come messer Maktiesia si ricomperò
dalla compagnia,
Baaendo la compagnia di fra Mortale cresciuta
dì caTalieri e di masoadieri, e nutricata il yemo
aopra le terre che distruggea^ messer Malatesta da
Rimini, arvisato e prorreduto in fatti di guerra,
considerando la g^nte della compagoia, e la loro
troppa sicurtà presa per non avere avversario, e il
luogo dove erano e il loro reggimento, pensò, che
dove i Gomuui di Toscana lo volessono atare, ch^e-
gli vincerebbe la detta compagnia ; e non parendo-
gli materia . da commettere ad ambasdadorì, in per-
sona venne a Perugia, e poi a Siena, e appreaso a
Firenae, e moatrò a ciaacun comune il pericolo che
potea loro venire di quella compagnia ae contra loro
non si r'parasse, e domandava a catuno comune^
aiuto di gente d*arme ; e dove dato gli foase, con
ottocento barbute di buona gente ch'egli avea da
aè, e col auo popolo e col vantaggio eh* avea in-
tomo a loro delle sue terre, promettea di rompere
e di sbarattare la compagnia in breve tempo; e
queato dimoatrava per vere e manifeate ragioni;
ma catuno comune avendo la tempeata da lungi, ae
ne curava poco. I Perugini che furono prima richie-
sti, dissono, che in ciò seguiterebbono la volontà
de* Fiorentini ; e in questo modo risposono anco i
Sanesi. E venuto messer Malatesta colle lettere
de* detti comnni a Firenze, i Fiorentini udita la aua
domanda gli diedono dogento cavalieri, i quali menò
con aeeo fino a Perugia. 1 Perugini e* Sanesi non
vollono attenere la loro promessa ; e però i cavalieri
de* Fiorentini si tornarono addietro. Messer Mala-
testa vedendoai abbandonato dalP aiuto de* comuni
di Toaoana, e che tempo era ohe la compagnia po-
tea procacdare alfrove, trattò con loro, e venne a
concordia di dare fiorini quarantamila d* oro alla
compagnia, parte contanti e degli altri li sicuro,
dando loro per istadico il figliuolo ; e si partirono
del suo distretto, e promisono di non tornarvi infra
certo tempo. E fatto raccordo, e partita la com-
pagnia, messer Malatesta cassò quasi tutti i auoi
aoldati, i quali di presente s*agginn8ono alla com-
pagnia ; la quale essendo molto cresciuta di baroni,
e di conti e di conestabili, si cominciò a chiamare
la gran compagnia ; e tribolando la Marca, e la Ro-
magna, e il Ducato, innaosi che di là si partissono
rifermaron la loro compagnia per certo tempo, e
lutti la giurarono nelle mani di measer fra Moriate.
E benché fra loro foasono grandi baroni alamanni,
tutti vollono che il titolo della compagnia, e la ca-
pitaneria foaae in messer fra Morìale; ma dieroali
quattro aegrelarì de* cavalieri, che P uno fu il conte
' Il T. Rieci legge: come. Segao U oitata.
di Laudo, e un barone di gran aegnito eh* avea so-
me Fenio di . . . , e il conte Brocoardo di . . . , e
meaaer Amerigo del Canaletto ; e de'Basnadieii qoU-
tro conestabili Italiani In coatoro era la delibera-
lione deir imprese e il segreto consiglio ; e fecìoBO
altri quaranta conaigKeri, e un teaoriere a coi Tenia
tutta 1* entrata delle loro prede, e questi pnguTV e
prestava a* comandamenti del capitano. Dato V or-
dine, il capitano era ubbidito da tutti corno fonie
r imperadore ; e fiicea la notte cavalcare di Imgi
dal campo venticinque o trenta miglia ov* egli co-
mandava, e il dì tornavano con grandi prede, e ogni
coaa fedelmente raaaegnavano al bottino. B peroc-
ché quaai quanti conestabili avea in Italia ni soldo
da'* signori e dei comuni aveano parte di loro nu-
snade nella compagnia, erano al baldaniosi, che di
ninna gente di soldo temeano, e però tutti ì
ni minacciavano se non dessono loro denari, di
aire aopra loro. E mandarono ambudadori ael
Regno, ed ebbono promissione dal re Luigi di qua-
rantamila fiorini d* oro, i quaH non mandò loro ; di
che cari gli feciono poi costare. Ebbono dal capi-
tano di Forlì e da Gentile da Mogliano treitaialla
fiorini d^oro, e da measer Malateata qaamntaafla.
Ed eaaendo richiesti dair nrciveacovo di Milano di
volerli condocere a auo soldo contro alla lega, e
da quelli della lega contro ali* arciveacovo, calano
teneano in aperania e con ninno ai fersaavano ; e an-
che teneano trattato col prefetto di Vico contro al
legato, e però non ai potea sapere cho dovenaono
furo, e molto manteneano bene loro credensa. B n
fine del meae di maggio 1354 sene vennono a Ft-
ligno, e dal vescovo ebbono mercato d* ogni vittoa-
glia abbondevolmente. Lasceremo ora la gran com-
pagnia che n* é assai detto, e non aenaa debita acn-
sa, per la grande e pericolosa novità che ne aegid
in Italia, e diremo dell* altre ooae che prima d oc-
corrono a raccontare.
CAPITOLO CXI.
P* lift fanciullo mostruoso nato in Firewu.
In questo verno del detto anno nacque in Fi-
renze nel popolo di San Piero Maggiore un fancinllo
maschio, figliuolo d*uno dd maggiori popolani di
quello popolo, eh* avea tutte le membra umane dal
collo a* piedi, e il viso suo avea effigie umana ; la
faccia era tutta piana, aenza bocca, e avea nn foro,
per lo quale messo lo seisolo della poppa traem fl
latte, e poppava, e nella auperfide della testa al di-
ritto, sopra dove doveano essere gli occhi, avea due
fori: e*vivette più giorni, e fu batteizato, e sep-
pellito in San Piero Maggiore. E poco appreaso nna
gentile donna moglie d* nn cavaliere avendo fatto un
fanciullo un mese dinanzi, partorì un' altra materia
di carne a modo di un cuore di bue, di peso di lib-
bre qaiodid, con alcuni dimoatramenti, ma non
chiari, d^ effigie umana, aenza distinzione di membri;
e come questo ebbe partorito, incontanente mori te
donna.
DI MATTBO VILLANI.
1)33
CAPITOLO CXU.
Come furono cacciati i guelfi di Rieti e di Spoleto.
•
Del mese d'aprile, del detto aooo 1354, i
guelfi di Rieti aveodo il goveroamento della città, e
podestà e capitano dal re Luigi, montati in su-
perbia, per animo di parte oltraggiatano i ghibellini
di quella terra ; e tanto montarono gli oltraggi ,
eh* e' guelfi mossono romore per cacciar i ghibelli-
ni, e oatuna parte fu sotto V arme, e dì cheto scu-
sa fare altra novità s'acquetarono a quella Tolta;
e nondimeno catuna parte rimase in gran sospetto
e riguardo V uno con V altro , e in questo modo
erano stati lungamente. Avvenne che i guelfi, aven-
do a loro stanza gli officiali della terra, con ordine
fatto, una domenica a di 20 d'aprile subito presono
Tarme e corso no alla piazza, gridando: muoiauo
i ghibellim, I cittadini di quella parte, temendo del
sobito e non pensato romore, francamente si arma^
rono, e corsono alla piazza per difendersi ; e quivi
cominciò aspra e crudele battaglia, e senza alcuno
riguardo uccideva e feriva V uno V altro , e durò
assai, che ninno perdeva di suo terreno : in fine i
ghibellini, disperati di loro salute, ruppono una barra
incatenata che gli dividea da' guelfi, e con grande
empito d' amaro cuore assalirono i guelfi per si fatto
modo, che gli ruppono, e senza ritegno gli segui-
tarono uccidendone quanti giugnere ne poteano. B
in questa rotta fufono morti venticinque cittadini di
nome, e assai ptii degli altri; e molti per campare ai
gittarono nel fiume, e sommersi annegarono in quel-
lo. I ghibellini, seguendo loro avventurato caso, cac-
ciarono i rettori che v'erano per lo re Luigi; e ri-
masi signori della città, riformarono il reggimento
di quella a loro volontà; e per questa novità di Rieti
furono cacciati di Spoleto i caporali guelfi che v* e-
rano, ma non con battaglia né a furore di popolo.
LIBRO QUARTO
CAPITOLO L
• Prologo.
Assai si può alcuna volta comprendere per gK
effetti delle cose mondane, che il senno aggiunto
alla nobiltà dell' animo, all' altezza dello stato, alla
ricchezza e potenza reale, operato con piena prov-
vedenza, fornito e apparecchiato di grandissime for-
ze, non puote pervenire nò acquistare, eziandio con
sommo studio e con lieve resistenza, quelle cose che
con giusta causa l'appetito ha richiesto; le quali ^,
volto il tempo pochi anni, e mutato il prìncipe per
successione, con certo mancamento di tutte le pre-
dette cose, per altre non provvedute vie della va-
riata fortuna, trovasi lievemente vittorioso in quelle.
Onde presumere^ certa confidenza di sé, per senno,
o per virtù, o per potenza, alcuna volta con grave
tarbazione d' animo si trova ingannato ; perocché non
è in potestà degli uomini il consiglio e la volontà
di Dio. E avendoci già condotta la sua^ materia al
cominciamento del quarto libro, alcuno certo e ma-
nifesto esempio alle predette cose in pnma ci s'of-
fre a raccontare.
' Queato relativo U quali riman sofpeso, e, come dire,
in «ria. A rabberciare il periodo se gli dovrebbe sostitaire
un per àUrOf del reeto. Cosi a soggetto del trov<ui in capo
al perìodo s' Intenderebbe chiaramente la parola eenno della
seconda riga.
' Intendi ehi pretume,
* Questo itta è soverebio. La leaione di tatto il prologo
è gaasta, ma ehi vorrebbe por mano a racconciarla, se
Dell' offirircela tatti i Testi e 1 Mas. confrontano tra loro?
CAPITOLO n.
Comparazione dal re Ruberto al re Luigi.
Manifesto fu appresso la morte del re Ruber-
to di Gerusalemme e di Cicilia, il quale uvea re-
gnato trentatre anni e mesi, il cui pari ne' suoi tem-
pi tra' prìncipi de' cristiani non si trovò di sspiensa
e d' intelletto, in virtù e in vita onesta, e in ador-
namento di bellissimi costunu, pieno di Vicchesze,
fornito di grande e nobile cavallerìa di suoi baroni e
sudditi, apparecchiato di navilii sopra gli altrì si-
gnorìa avendo dirìzzato 1' animo con sommo studio
a racquistare V isola di Cicilia, la quale di ragione
s' apparteneva alla sua signorìa come prìncipale mem-
bro del suo reame, con continovi trattati, con spessi
e diversi assalimenti, con generali armate, guidate
dalla sua persona, e dal figliuolo e da altrì, di cen-
toventi e di centosessanta galee, con molto altro na-
vilio per volta e di più e di meno, con duemila e
più cavalieri per armata alcuna volta e popolo sen-
za numero, per molti anni cercato di racquistare la
detta isola, o d^avere alcuna terra o porto in quella
per potere alquanto appagare 1' animo suo, la qual
cosa fatta mai non gli venne coti alcuna perfezione;
e il re Luigi suo nipote, intitolato in quel medesimo
regno da Santa Chiesa, povero d' avere e di con-
siglio, e non ubbidito da' suoi regnicoli, impotente
di gente d* arme, mal destro a potere reggere o
guardare il suo reame, non che avesse potuto cer-
care a racquistare suo reame della Cicilia, non suf-
ficiente d' armare dieci galee, nò di reprìmere no
solo suo barone a quel tempo ; ma le divisioni e
sette crudeli e mortali de' baroni dell* isola. Catala-
ni e Italiani, come già ò detto, aveano a tanto con-
tZi
CRONICA
dotto r ifola, ohe di gran parto fa fttto sigooro,
COBO approMO raocontoroBO.
CAPITOLO in.
Come gran parie delC isola di Cicilia venne
alV ubbidienza del re Luigi,
AfOfldo racoontato addietro molto volto del
malo stato dolf isola di Cidlia, al presento ei oc-
eorro a dire cono per la detta cantone don Luigi
igUaolo di don Pietro, a coi a* appartenea d* esse-
re signore, avea trattato accordo col re Luigi, ed
orano Tonati a concordia che si doresse nominare-
re di Trinacria, e riconoscere la Cicilia dal re Lai-
^ e fargliene omaggio, o dargliene ogni anno cer-
ta somma sopra il censo della Chiesa per sno omag-
gio ; e a questo s* erano accordati, ma non avoano
ancora pobblicata la pace né fatte V obbtigasioni. In
questo stanto, il conto Simone di Chiaramente, capo
della setta degP Italiani, il quale avea in sua fona
molto città e castella deir isola, avendo anche lun-
gamente tenuto trattato col re Luigi acciocché la
concordia del re non ai facesse, pervenne al suo trat-
tato con r opere. Ed essendo allora risola in gran
fame, promise ai suoi soccorso di vittuaglis e for-
te braccio alla loro difesa : i popoli per V inopia gli
assentirono, e il re Luigi si fermò con lui. E fa-
cendo suo isforzo, mandò messer Niccola Acciaiuo-
li grande siniscalco, eh' era stato menatore di que-
sto trattato, con cento cavalieri e con quattrocento
fanti di soldo in su Pisola, con sei galee e due pan-
lani^ 0 tre legni di carico, e trenta barche grosse
cariche di grano e d* altra vittuagUa. Prima fa dato
loro il forte castello di Melaiso, Ofo lasciò cinquanta
cavaliori e conto fanti, o appresso con tutto il na-
vilio 0 col resto della gente delP arme so n' andò a
Palermo, e con gran feata fu ricevata da' Palermita-
nif ohe per fame più non aveano vita, e prese la si-
gnoria della città di Palermo e la guardia del castel-
lo con quella gente eh' egli avea, e delle castella e
del suo distretto. E incontanente le sette degF Ita-
liani fece mbellare a don Luigi e alla parte do' Ca-
talani, e seguirono quelli di Chiaramente, dandosi al
re Luigi la città di Trapani, e quella di Saragozza,
Gtrgenti, la Licata, Mazzara, Marsala,- Cutro Gianni,
e molto altro torre e castella, che in tutto furono
tra dttà e buono terre e castella centododici, alle
quali il detto re Luigi per povertà di gente e di
danari non potè mandare aiuto d* alcuna forza di
gente d* armo oltre a quella eh* era in Palermo e in
Molazzo ; ma tanta era V impossibilità dell altra par-
to, che la cosa riftiuo senza movimento di altra
gente alcuno tempo. Alla parto del re Luigi rispon-
deva la Calabria, portando loro vittuaglia ond* elli
aveano gran bisogno, e questo gli sostonea in fede
col dotto re Luigi. È vero che fu biuimato di non
avere tonato fede a don Luigi del trattato ohe a-
vea fatto eon lui por pace dell' isola ; e la seusa del
re là, dicendo che non gli avea attenuti i patti.
11 vero rimase nel sno luogo, e il fatto segui come
' Bpesia di nave antka da goarra.
narrato abbiamo. Questa novità fa nell* isola a di
17 d'aprilo 1354.
CAPITOLO IV.
Come r arcieescoto eomineiò guerra contro
a* eollegaii di Lombardia.
Vedendo 1' arcivoaeovo di Milano oko il or-
mane di Vinegia avea rannodata o riforma In logn
tra i Lombardi, innanzi che fossono fomiti di gesto
d'arme, essendone egli a destro ^ fece mnovore da
Parma doomila barbute e gran popolo, o scorrerò
inflno a Modena, per tornare addietro o assediare
A®9Po ; e nel Modenese trovarono cavalieri della
lega eh* andavano a Reggio, i quali tutti imaoBo.
E tornati a. Reggio, T assediarono del dotto naese
d'aprile, e all'assedio stettono poi longasMate eoa
più baatite, e quelli della lega por lungo tempo aoa
ebbono podere di levarione ; ma la città sosteasoao
e difesono, sicché non 1' ebbe.
CAPITOLO V.
Come il re iT Ungheria pauò con grande eserdio
contro un re de* Tartarù
In quest' anno e in questo medesimo tempo,
Lodovico re d' Ungheria accolse suo sforzo, e di
quello di Polonia e di quello di Prosclavia suoi uo-
mini, e apparecchiato grande carreggio di viltoa-
glia, con dugento migliaia di cavalieri aftando quin-
dici di per luoghi diserti con grande travaglio, pas-
sò nel reame d' un gran re della gesta' de* TarlarL E
giunto nel reame di colui, essendo per cominciare
a fare danno nel paese, il re di quello paese, ch'eri
assai giovane, mandò pregando quello d' Ungherm
che gli desso licenza che con poca compagnia po-
tesse venire a lui sicuramente; e impetrata la licenza,
venne a lui con cento baroni molto adomi, ricca-
mente apparecchiati ; e fatta la riverenza, domaadò
il re d' Ungheria perchè egli era venuto con forza
d' armo nel suo reame, e quello eh' e' volea da InL
U re gli disse, eh' era venato sopra lui perchè non
era cristiano, e che volea tre cose: la prima, che
divenisse cristiano con la sua gente : la seconda, che
lo riconoscesse per suo maggiore : la terza, che in
segno d' omaggio gli desse ogni anno certo tribale,
ed egli aarebbe suo protettore. E il giovane disse:
Vedi, re d' Ungheria, la mia forza è troppo saaggio-
re della tua, solo del mio reame, senza T ahito de'
miei maggiori; e faccio ti certo, che condotto se' in
parte, che %\o volessi gran vittoria, potrei averla di
te e della tua gente : ma perocch' io ho animo di
divenire cristiano, accetto di voler fam le tue do-
mande, e intendo di farle a tempo col tuo aiuto e
del papa. E rimasi in concordis, fece grande o-
nore al re d' Ungheria , e accompagnollo Rao a'
confini del suo reame. Ma in quello venire, per in-
vidia i grandi baroni d' Ungheria non gli fedone
onom, per impedire che il loro re per V acquisto di
' eflseodone egli ben fornito.
I ' dellA stirpe, della schiatta.
DI MATTEO VILLANI.
125
coBlm non ditenisfe ^ande difopercbio; e fa mt-
terifl di grande tconcfo del boon yolere eh* arerà il
re de' Tartari, e delP inteniione del re d* Ungheria.
CAPITOLO VL
De* ^li €^ abbondarono in Barberia e poi in Cipri,
In qnear anno abbondarono in Barberia, a Tu-
nisi e nelle contrade vicine tanta moltitudine di grilli
che coperaono tatto il paese e rosone e consuma-
rono tutte r erbe vive che trovarono sopra la terra ;
e del puzzo che ascia della loro corruzione si cor-
ruppe tanto Paria del paese, che ne seguitò grande
mortalità negli uomini, e gran fame a tutta la pro-
vincia. B queata medesima pestilenza di grilli nel se-
guente anno occupò V isola di Cipri per si sconcio
nodo, che le strade e i eampi n* erano pieni, alti
da terra un mezzo braccio e più, e guastarono ciò
ohe v* era dì verde. B per cessare la pestilenza della
loro eormzione il re fece per decreto che ogni
uomo grande e popolare, barone e prelato, cittadi-
no e contadino, ne dovesse raasegnare certa mi-
tura agli nficiali eletti sopra ciò per lo re, i quali
feciono fare per campi grandi fosse, ove gli met-
teano e ricoprivano. B per questa legge i villani si
dispuosono a fare loro civanza\ e patteggiarono con
gli nomini ch*aveano a fare il servigio che coman-
dato e imposto gli era, e aveano della misura cer-
to prezzo, e raasegnavanli per nome di colui che
gli avea pagati agli uflciali deputati sopra ciò, i
quali teneano il conto di catone; e dnrò questa ma-
ladizione in quell' isola parecchi anni. Con tutto l'ar-
gomento* che fa ntfliasimo ad alleggiare' i campi e
cessare la corruzione, fu grande noia e confusione
a tutto il paese.
CAPITOLO VIL
BC una notabile maraviglia della reverenda delia
tavola di Santa Maria in Pineta.
Bssendo per influenza di costellazione e di se-
gni avvenuti in cielo in quest' anno oontinovato tre
mesi o pia, nel tempo che le biade hanno maggiore
bisogno delle piove, continovato secco, erano quelle
già in tutta Toacana arìde e in estremi, da sperare ste-
rilità e fame. I Fiorentini temendo di perdere i frutti
della terra rìcorsono ali* aiutorìo divino, facendo
fare orazioni e continove proceasìoni per la città e per
Io contado, e quante più processioni si faceano, più
diventava Ù di e la notte sereno il cielo. I cittadini
vedendo che questo non giovava, con grande divo-
zione e speranza rìcorsono ali* aiuto di Nostra Don-
na, e fedone trarre foorì T antica figura di Nostra
Donna dipinta nella tavola di Santa Maria in Pineta,
• n di 9 di maggio 1854, fatto apparecchiamento
per lo comune di molti doppierì, e mosso il cherì-
' vantaggio, utile, giudmgno.
* prorredimento, mesto.
• alleggerire, «gravare, ristorare.
ceto con tutte le religioni, col braccio di measer San
Filippo apostolo, e con la venerabile testa di San
Zanobi, e con molte altre aante reliquie, quasi tutto
il popolo, uomini e donne e fanciulli, co* prìorì e
con tutte le signorie di Firenze, sonando le campa-
ne del comune e delle chiese a Dio lodiamo, anda-*
reno incontro alla detta tavola infino fuorì della
porta di San Piero Gattolino ; e la detta tavola guar-
davano e conducevano quelli della casa de^ Buon-
delmonti, padroni della detta pieve, reverentemente
con gli uomini del piviere. E giunto il vescovo eoa
la processione e con le reliquie e col popolo alla
santa figura, con grande reverenza e solennità la
condussono fino a San Giovanni, e di là fu condotta
a San Miniato a Monte, e poi riportata^ nel ano an-
tico luogo a Santa Maria in Pineta. Avvenne che in
quella giornata, continovando la processione, il cielo
empiè di nuvoli ; e il secondo di sostenne il nuvo-
late, che per molte volte prìma s* era continovo per
la calura consumato; il terzo di cominciarono a stil-
lare minuto e poco; e il quarto a piovere abbondan-
temente; e consegui 1* uno di appresso V altro set-
te di continovi un^ acqua minuta e cheta che tutta
a* impinguava' nella terra, in aingniare e manifesto
beneficio di quello che bisognava a racquistire le
biade e' fratti : e non fu meno mirabile dono di
grazia per V ordinata e utile piova, che per la pio-
va medesima. Avvenne che dove si stimava steri-
lità grande per la ricolta proasima a venire, eonae-
giri ubertosa di tutti i beni che la terra produce.
CAPITOLO vra.
Come U vicario di Bologna mandò P oste eopra
Modena con due quartieri di Bologna,
Bssendo cominciata la guerra tra V arcivescovo
e la lega de* Lombardi, measer Giovanni da Oleggio,
vicario deir arcivescovo nella città di Bologna, a di
li di maggio del detto anno mandò sopra la città
di Modena ottocento cavalieri di soldo e due quar-
tieri di Bologna, i quali v* andarono aforsatì e di
mala voglia; e di Parma vi mandò 1' arciveaoovo
duemila barbute : e giunti a Modena corsone il pae-
se, ardendo e guastando il contado, e poi si puo-
sono ad assedio alla città molto di presso. Bd es-
sendovi stati fino air uscita di maggio, temendo
della gran compagnia di fra Morìale eh* era in To-
scana, e davano voce d* andare a Bologna, subita-
mente abbandonarono V assedio, e scdnciamente
con alcuno danno tornarono a Bologna e a Parma,
avendo a* Modenesi fatto danno aasai.
CAPITOLO IX.
Come il legato e i Romani guastarono il contado
di Viterbo.
Del detto mese di maggio, del detto anno, ve-
dendo il legato la contomacia e la malizia del pre-
1 Cosi r edis. citata. H T. Ricci : riporta.
^ s'insionava, penetrava nella terra iaiuppandola.
128
CRONICA
stendef f e iopra loro sproYTedntì, s^accolsooo iosieme
a parlamenlo per loro ambasciadorì, il comune di
Firenze e dì Perugia, e quello di Siena, e feciono
e fermarono lega e compagnia contro la detta com-
pagnia, e taglia di tremila caralierì ; e pe rocch^ eirera
più vicina a Perugia, i Fiorentini mandarono la mag-
gior parte de* cavalieri che toccata loro della ta-
glia, e metteano in concio di mandare loro il rima-
nente; e coal aveano fatto i Sanesi, per riparare
eh* ella non entrasse in Toscana. In questo tempo,
del mese di giugno del detto anno, la compagnia fu
a Fnligno, e senza fare danno, ebbono dal vescovo,
che n^era signore, derrata per danaio, e licenza d^n-
trare nella città senz^ arme chi volea panni, o ar-
nese 0 armadure comperare ; e ivi si fornirono d*ar-
madure e di molte altre cose di che aveano gran-
de bisogno. E stando iti, mandarono cautamente per
rompere la lega loro ambasciadorì a Perugia, di-
cendo, che gli aveano per amici; e non intendeano
di volere da loro se non vettuaglia derrata per da-
naio, e il passo per lo loro terreno. I Perugini ve-
dendosi potere levare la compagnia da dosso senza
loro danno, ruppono la fede della lega promessa a*
Fiorentini e a* Sanesi, e senza significare loro alcuna
cosa, 0 rimandare addietro i cavalieri a* detti comuni
eh* aveano della taglia, s* accordarono con la com-
pagnia, e diedono il passo e la vittnaglia abbon-
dantemente. Messer fra Mortale vedendosi avere rotta
la lega de'comuni, baldanzosamente venne verso Mon-
tepulciano con la sua compagnia, e prese la via per
Asciano, ed entrò molto subitamente nel contado di
Siena, predando e pigliando uomini e bestiame. 1
Sanesi vedendo la compagnia sul loro contado, non
attesono alla lega ch^avessono co* Fiorentini, nò a
domandare loro aiuto o consiglio, ma di presente
elessono de* loro cittadini ch^andassono a fra Mo-
dale e agli altri maggiori della compagnia a pren-
dere accordo con loro, i quali di presente promes-
sone a* caporali in segreto per le loro persone fio-
rini tremila d* oro, e in palese per la compagnia ne
promisono tredicimila, e la vittuaglia derrata per da-
naio, e il passo p::rlo loro terreno. Questa ò la fede
che ora e molte altre volte il comune di Firenze ha
trovata nelle leghe o compagnie che ha fatto co* suoi
vicini; che trovando loro vantaggio lo a* hanno preso.
E dolendosene poi il comune di Firenze a Perugia e
a Siena, hanno risposto, che il comune di Firenze
non dee guardare alloro difetti, ma avere senno e
per so e per loro. Siamo contenti di ricordarlo qui
e altrove per esempio di quello che ancora ne po-
trà avvenire. Fornito per lo comune di Siena il pane
che domandarono, e dati de* loro cittadini a condu-
eere la compagnia, presa la via per Monte San Sa-
vino, condussonli in sul coutado d* Arezzo. E non
trovando con gli Aretini modo d* avere danari, s^ac-
cordarono con loro d* avere panno e vestimento, e
calzamenti e vino per li loro danari, perocchò n* a-
veano grande bisogno, e sicnrarono il contado, e
senz* arme entrarono nella terra per le dette cose ;
non risgaardando però le biade de* campi per li loro
cavalli, nò l* altre cose che potessono giugnere,
senza fare gualdane o saccomanno.
CAmOLO XV.
Come fMrocedeiiano i rettori di Firenze in qu§$ta
80prav9enmia tempe$ia della compa^im
di fra Mariale.
In questo tempo si trovò fornito il cornane di
Firenze al priorato d* nomini senza sentimento di
virtù, gelosi e sopra ogni soovenevolezsa corrotti
nel bere, e massimamente de' nove i sei. Costoro
disordinati in aò, non sapeano provvedere al soccor-
so del comune ; tuttavia per gli altri collegi fu prov-
veduto in fretta di fare lega e compagnia co* Pisani,
per prendere riparo contro alla compagnia ; e do-
vea il comune di Firenze avere in taglia miUedo-
gento cavalieri, e i Pisani ottocento. E fatta la lega,
oatuno avea quasi il novero de* suoi cavalieri. La
compagnia essendo ad Arezzo avea in animo d* an-
dare al soldo in Lombardia, e per questa cagione
mandarono alcuno ambasciadore al cornane di Fi-
renze per aver titolo d* essere in accordo col detto
comune ; e lieve cosa che M comune avesse dato
loro, sarebbono stati contenti per seguire loro viag-
gio : i priori indiscreti se ne feciono beffe, e però
non prowilono come nn tanto ^ fatto riohiedea. Ma
i Val&amesi per paura della ricolta, non ostante
che ancora non fosse in perfetta maturità, a*affrel-
tarono di levarla de* campi e riducerla nelle castel-
la ; e la frontiera del Yaldamo fu fornita di cava-
lieri e di fanti assai bene alla guardia. La compagnia
vedendo che i Fiorentini per lieve cosa non si vo-
leano accordare con loro, caml^iarono proponimento ;
e vedendo che il Yaldamo era provveduto contra lo-
ro, si tornarono a Siena. I Sanesi diedono loro da
capo il pane, e il passo e la guida di loro eittadini,
e in calen di luglio del detto anno 1* ebbono con-
dotta ne* borghi di Staggia, e ivi si stesone fino
alla Badia a Isola sopra 1* Elsa. Là si trovarono aet-
temila paghe di cavalieri, chò oinqnemUa o più era-
no in arme cavalcanti, fra i quali avea grande quan-
tità di conestabili e di gentili uomini diventati, di
pedoni bene montati e armati, con più di millecin-
quecento masnadieri italiani; e oltre a costoro più
di ventimila ribaldi e femmine di mala condizione
seguivano la compagnia per fare male, e paaoers
della carogna. E nondimeno per 1* ordine dato loro
per fra Moriale grande ainto e servigio n* avea, prìn-
eipalmente i cavalieri e* masnadieri, e appresao tatto
1* esercito. Le fémmine lavavano i panni e eoeoTa-
no il pane; e avendo catuno le macinello, che Mte
avea loro fare di piccole pietre, cetano fkeea fari-
na : e per questo Toste si manlenea incredtbiUiieBte
in abbondanza di farina e di pane, solo per la prov-
visione e ordine dato per h^ Moriale.
CAPITOLO XVL
Come si prowide a Fken%e eontra la compagnia.
Essendo la compagnia a Staggia, i Pior«ilÌH
richiesono i Pisani della taglia loro per la lega fnlta.
* H T, Rice! : con tanto*
DI MATTEO VILLAM.
129
che doveano essere ottocento oaYalierì, e mandaro-
no un loro cittadino con nn gran gonfalone con me-
no d'ottanta barbute; e richiesti ancora i Perugini
e* Senesi di cavalieri della taglia, o almeno d^ al-
cuna parte d** aiuto, catuno comune rispose ch'erano
d** accordo con la compagnia, e non manderebbono
gente d* arme contro a quella ; e vedendosi il co-
mune da tutti gli amici ingannato, e da non potere
resistere alla compagnia, fece suoi ambasciadorì, e
mandolli a Staggia alla compagnia per accordarsi e
dare loro danari ; ed eglino non entrassono sul con-
tado di Firenze. Giunti gli ambasciadorì a fra Mo-
dale e al suo consiglio, furono ricevuti da loro sen-
za avere risposta; e incontanente a di 4 di luglio
si misono in via, e senza arresto furono ne* borghi
di San Casciano, e correndo le contrade d'attorno,
facendo preda e ardendo ove a loro piacea senza
trovare contrasto; e stettono fino a di 10 del detto
mese senza venire ad accordo. Allora fatti doni a^
caporali di fiorini tremila d^oro, vennono a compo-
sizione di dare alla compagnia venticinquemila fio-
rini d' oro gli ambasciadorì Pisani , innanzi che la
tempesta rompesse sopra loro, e al detto luogo di
San Casciano s^ accordarono con loro di dare fiorini
sedicinula d' oro, e a' caporali feciono doni. E avuta
la condotta da' Fiorentini per la Val di Robbiana,
condotti a Leone ebbono il pagamento deMetti co-
muni ; e fatta la promissione, e le cautele, e il sara-
mento di non tornare in sul contado di Firenze nò
di Pisa infra due anni, se n^ andarono alla Città di
Castello, ove stettono tanto, eh' ebbono quello che
restava a dare loro messer Malatesta da Rimini ca-
pitano di Furll, e Gentile da Mogliano ; e partita tra
loro la moneta, presono la ferma ^ d* essere con la
lega di Lombardia contro al signore di Milano per
centocinquantamila fiorini in quattro mesi. E ri-
fermata e giurata da capo sotto i loro capitani s^'av-
yiarono in Lombardia, e fra Moriate con licenza de-
gli altri caporali, accomandò la compagnia al conte
dì Landò e fecenelo suo vicario ; ed egli se n^ an-
dò a Perugia, per provvedere come alla tornata della
compagnia e^ potesse in Italia maggior male aope-
rare; e da' Perugini fu ricevuto onoratamente, e fat-
to cittadino di Perugia.
CAPITOLO xvn.
Come fkt morio mener LaUo,
Per larga sperienza di molti anni si vide, ohe
messer Lello dell'Aquila, uomo di piccola nazione,
per sua industria prima cacciati gli avversari della
citte, dopo la morte del re Ruberto tenne la signo-
ria della terra come nn domestico popolare e com-
pagnevole tiranno, e seppe si piacevolmente con-
versare coi suoi cittadini, che cetano il desiderava a I
•ignoro, e al tutto aveano dimenticata la signoria
reale ; ma egli saviamente mantenea il titolo del ca-
pitanato^ della terra alla corona, facendovi tenire cui
egli volea, nondimeno ciò che occorreva di grave
nella città tornava a ser Lallo. E non avendo il re
podere nella città più che ser Lallo si volesse, per
molti modi in diversi tempi percò d' abbatterlo, e
non gli venne fatto; e però cercò la via de'beoeficii,
e fecelo conte di Montorio, e diegli terre in Abruz-
zi, ed e' le si prese, e mostrò di volere fare del-
l'Aquila la volontà del re; ma con astuzia e senno
dissimulando col re tenea l'Aquila contioovamente
al suo segno. E stando le cose in questi termini,
messer Filippo di Taranto, fratello del re Luigi, ven-
ne in Abruzzi ; e ricettato nell'Aquila da messer Lallo
con grande onore, dopo alquanti di messer Filippo
ragionò con messer Lallo, ch'egli farebbe rendere
pace a' figliuoli di messer Tedino suoi nimici, i quali
erano sbanditi dell'Aquila, e intendea fermare la pa-
ce con amore e con parentado ; e con grande istan-
za il pregò che li dovesse ricevere nell'Aquila con
buona pace. Messer Lallo sentendosi in grande a-
more co' snoi cittadini, mostrò di poco temere i suoi
avversari, e di volere servire messer Filippo accet-
tando la pace e la loro tornata nell'Aquila. Messer
Filippo semplicemente con alcuni suoi scudieri li
facea venire in Aquila \ ed essendo già presso alla
città, il popolo si levò a remore, e prese V arme
gridando: viva U conte; e oorsono alle porte e ser-
raronle. Messer Filippo sentendo il remore temette
di sé ; ma messer Lallo fu subitamente a lui, con-
fortandolo e scusando so, che questo non era sua
fattura ma del popolo, per tema ch'avea de' figliuoli
di messer Todino se rientrassono in Aquila. Mes-
ser Filippo, turbato di questo baratto, si mise in con-
cio di partire, e la mattina vegnente fu io cammi-
no. Messer Lallo accompagnandolo s'allungò dalla
città tre miglia, offerendosi a messer Filippo e scu-
sandosi del caso avvenuto ; e volendosi tornare al-
l'Aquila, e prendere congio^ da messer Filippo, per
fargli la reverenza all' usanza reale scese del suo
cavallo; e com'era ordinato, parlando messer Fi-
lippo con lui, e usando parole di minacce , uno
scudiere il feri d' uno stocco, e un altro appresso,
e ivi a' pie di messer Filippo fu morto messer Lallo
per troppa confidanza, perdendo il senno e la ma-
lizia tanto tempo usata nel suo reggimento. Messer
Filippo non s' arrestò per tema di quel popolo e
del suo furore, ma senza alcuno soggiorno tornò a
Napoli, e gli Aquilani feciono gran lamento della
morte di messer Lallo ; ma non essendovi il secon-
do, ritornarono senza contrasto alla consueta signo-
ria reale : e questo avvenne di giugno 1354.
CAPITOLO xvni.
Come il re di Spagna^ cacciata la non eera moglie,
coronò la legUUma.
In questo tempo in detto anno, avendo il gio-
vane re di Spagna per moglie la figliuola di messer
Filippo di Borbone della casa di Francia, lasciandosi
* la condotta. Furono fermati per quattro anni a' ser-
vigi della lega lombarda.
ViU4A)a M., Orottìeo. Yol. IL
' capitano, ha U T. Biooi.
' congedo ; voce antiquata.
130
CRONICA
TiDcera e neutre al diiordinato appetilOy avendo-
la gìh tenuta on anno, oomippe il degno sagra-
mento del matrimonio; e seguitando il modo dei
bestiali aaracini con cai conversara, prese per sua
moglie e sposò nn* altra donna coi egli amava, nata
delia casa di Padiglia di Cutella, chiamata Maria, con
la qnale si copnfò con tanta disordinata concnpi-
scenia carnale, che molto dissolate e sconce cose
ne faceva; e la legittima moglie non volea vedere;
la qnale vedendosi a sconcio partito, prese segre-
tamente sue damigelle e alquanti confidenti di sua
famiglia, e sensa saputa del re si tornò in Francia,
richiamandosi al re e al padre e^gN altri baroni
dell* ingiuria ricevuta dal suo marito; e udita in Fran-
cia la sconcia novella, il re e tutti i baroni se ne
sdegnarono forte, e proposono d'andare in Spagna
con forte braccio per gastigare il re della sua follia.
I baroni di Spagna e le comuni, a cui dispiacea que-
sto fatto, sentendo le novelle di Francia, di concor-
dia se n' andarono al re, e rìpresonlo duramente
d* avere per sua sconcia volonti d*ana privata fem-
mina fatta tanta vergogna alla caaa di Francia e alla
loro reina, dicendogli, che se non ammendasse il
suo fallo, che sarebbono in aiuto al re di Francia
per ricoverare il suo onore. Il giovane re riconobbe
il suo fallo, edisposesi di presente a seguire^ il loro
consiglio; e alla non degna moglie, per appagare
la legittima, le feciono tagliare i panni per lungo
infloo alla cintola, a loro costuma, e con vergogna
la mandarono via ; e tornata la moglie, con gran festa
feciono coronare lei e pacifloare col re, e quella not-
te giacque con la reina Bianca sua moglie. Ma, o
che fosse affatturato, o occupato nella mente del trop-
po peccato, la mattina per tempo le si levò da lato,
e senza fare aasapere altrui alcuna cosa cavalcò con
piccola compagnia e andossene alla terra dov'era
dama Maria ài Padiglia, e d'allora innanzi non volle
mai vedere la reina Bianca; e perch'olla non si par-
tisse la fece mettere in Briscia suo forte castello,
e ivi bene guardare: la quale per grave sdegno, o
per dolore, o per malinconia, o per operazione del
re, che ne fh sospetto, o per malizia naturale, in-
nanzi tempo nella sua giovanezza fini sua vita ; della
qnale il re ebbe più piacere che doglia, e vilmen-
te la fece seppellire. Avvenne ancora, che viven-
do la reina e dama Maria, il detto re Pietro, non
senza sentimento della saracinesca consuetudine, in-
namorato d'una giovane donna vedova di Castella,
di grande lignaggio, la si prese a moglie ; e quan-
do con lei ebbe ssziata sua aCrenata libidine, la
cacciò via, e ritennesi alla sua dama Maria, deDa
qnale ebbe un figliuolo maschio e due femmine, e
poi sopra parto si mori poco appresso della reina ;
di cui il re si die grave turbaiione, e il corpo suo
fece imbalsamare, e portare venticinque giornate di
lungi da Sibilia alla sepoltura eh' ella a' avea eletta,
e fl re, e per amore del re i suoi baroni se ne ve-
stirono a nero. Avemo raccolto qui il processo della
moglie e dell'altre feounine del re, per non isten-
dere in più parti del nostro trattato la vile materia.
< Altri Testi: iegmtan»
CAPITOLO XIX.
Cow^ieottegmHdiLowibatéia^condoiialae
wumdanmo M* imperudore.
n comune di Vinegia, e il signore di Vero-
ns, e quello di Padova, e quello di Mantova, e il
marchese di Ferrara, collegati insieme contro r«^
civescovo di Milano, avendo condotta per quattro
mesi la compagnia del conte di Landò, la quale era
cinquemiladugento paghe, ma non avea oltra a
tremilacìnquecento cavalieri bene armati, la qnale
era partita dalla Città di Castello, e cavalcata sai
contado di Bologna facendo danno, se n' andarono
a Modena, dov'erano le baitite del signore di Mi-
lano, le quali non abbono podere di levare; e la-
sciatovi r assedio, cavalcarono in sul Bresciaao. I
collegati vedendosi fomiti di gente da potere cam-
peggiare, mandarono ambasciadori, del meae dì lo-
glio del detto anno, aU' eletto imperadore, eoa cai
avevano fatto accordo per fario valicare in Loai-
bardia contro all'arcivescovo di Milano; e dove ri-
cusasse la venuta, volevano essere liberi delle loro
promesse. In questo tempo V imperadore era in di-
scordia col marchese di Brandimborgo, e catuao a-
veva accolto gente d' arme , e con V eletto era fl
duca d'Osterie e molti cavalieri del re d' Unghern,
e credettesi si conducessero a battaglia : ma la qae-
stione avea lieve cagione di sdegno, sicché lotto
si recò a concordia, e l' eletto imperadore por Pa-
nimo eh' avea di valicare in Italia, fu più abile aDa
pace ; e ferma, catuna gente d' arme si tornò in rao
paese ; e senza sospetto de' fatti d' Alamagna P e-
letto si tornò in Boemia, e deliberò per lo nodo
che a lui piacque di valicare in Lombardia, e con
seco ritenne parte degli ambuciadorì della lega ia-
flno al ano movimento.
CAPITOLO XX.
Come % Bordoni fwnmo caeciaH di Firemme^
e mIhmMH per ribelii.
Era avvenuto del mese di luglio del detto anno
in Firenze, che essendo la compagnia di fra Mortale a
Sancasciano, i Bordoni, de' quali era capo measer Ghe-
rardo di quella caaa, tenendosi essere ingannati éà^
Mangioni e da' Beccanugi loro vicini per lo dicolla-
mento di Bordone loro consorto, e vedendo la città sot-
to l'arme e in gelosia, con loro gente accolta comida-
rono prima con parole e poi con l' arme ad assalire
i Mangioni; e rimettendoli per forza nelle case, ia
quell' assalto la moglie d'Andrea di Lippozio de'
Mangioni ebbe d'una lancia aopra il ciglio, ond^ dk
si mori poco sppresso. A quello remore corse di
ogni parte il popolo armato, e i priori vi maadvo-
no la loro famiglia, e feciono acquetare la EofEi. Pai
partita la compagnia, e ritornata la città al priaio go-
vernamento, parendo al comune il fallo eaaer grave
in cosi fatto tempo contro alla repubblica, fu com-
messo all' esecutore degli ordini della giostiaia che
DI MATTBO VILLANI.
131
ae facesse inqnisinone, e punisse i colpevoli. I Bec-*
eanngi e* Mangtooi andarono dinanzi e sonsaronsi, e
furono prosoiolU e lasciati; e i Bordoni rìmuono
contornaci : e a di 2 d*agosto, nel detto anno, mes*
ser Gherardo con quattro snoi consorti, e con do-
dici loro segnaci furono condannati, per ayere tnr-
bato il buono e pacifico stato del comune di Firen-
se e per V omicidio, tutti neir avere e nelle persone,
e uscironsi di Firenze, e i loro beni furono gua-
sti e messi tra i beni de'rubelli.
CAPITOLO XXL
Come il re d* Araona tenne con grande armata
a racquisiare Sardegna,
n re d'Araona, che V anno dinanzi avea per-
duta tutta la Sardegna, salvo che Castello di Castro,
come addietro fu narrato, fatta sua armata di cen-
tosessanta tra galee e uscieri, cooche e navi ar-
mate, con grande cavalleria di suoi Catalani e molti
mugaverì ' a piede, del mese di loglio del detto anno
arrivò in Calieri, che altro non v'aveva; e lascia-
to ivi il navilio grosso, e messi in terra i cavalieri
e i mugaveri, fece scorrere il paese e predare do-
vunque si stendeva; e con le galee sottili per mare
e i cavalieri per terra s*addirizzò alla Loiera, nella
quale aveva balestrieri genovesi, e masnadieri to-
scani e lombardi, che il vicario dell' arcivescovo
signore di Genova v^avea mandati alla guardia, che
francamente la difendevano e guardavano ; e con-
tinuandovi r assedio , nondimeno per mare con le
galee, e per terra con la gente d'arme, faceano
guerra air altre terre e castella che ubbidivano al
giudice d'Alborea; e il giudice, fornito de' suoi Sardi
e di cavalieri condotti di Toscana, si difendea fran-
camente per modo, che delle sue terre non lascia-
va alcuna acquistare; e aveva in suo aiuto V aria sar-
desca^ e '1 tempo della fervida state, che molto ab-
batteva i Catalani di malattie e di morte : non o-
staote ciò, il re animoso mantenea V assedio stretto
CAPITOLO XXU.
Come i Genovesi feciono arm€Ua contro o'VeneMni
e' Caiaiani,
Avendo sentito i Genovesi V armata de' Cata-*
lani, e che i Veneziani armavano, awegnadiò per
la sconfitta l' anno dinanzi ricevuta alla Loiera mol-
to fossono infievoliti, presono cuore da sdegno per
non dare la baldanza del mare al tutto al loro ni-
mico ; e però con aiuto di moneta che procacciaro-
no dall'arcivescovo loro signore armarono trenta-
tre galee sottili, della migliore gente che rimase
fosse in Genova e neUa riviera, e fecionne ammi-
raglio messer Paganino Dona, il quale altra volta
avea avuto vittoria sopra i Catalani e' Veneziani in
Romania. Costui sentendo che i Veneziani erano u-
sciti del golfo con trentacinque galee armate, man-
dò tre galee pii^ sottili, e bene reggenti e armate
nel golfo di Vinegia, le quali improvviso a' paesani
giunsono a Parezzo, e misono in terra ; e trovan-
do i terrazzani sprovveduti e smarriti per lo subito
assalto, s' entrarono nella terra, e senza trovare con-
trasto rubarono e arsono gran parte della città. Ed
essendo nel porto tre grossi navilii de' Veneziani
carichi di grande avere, gli presono e rubarono ; e
ricolti a galee carichi di preda de' loro nemici, con
grande vergogna de' Veneziani tornarono sani e salvi
alla loro armata; la quale avendo lingua de' Vene-
ziani, prese la via di Romania per abboccarsi con
loro a battaglia, se fortuna il concedesse. L'armate
cavalcano il mare ; e innanzi che insieme si ritro-
vino ci occorrono altre non piccole cose.
CAPITOLO xxm.
Come il tribuno di Roma fece tagUore la testa
a fra Moriate.
Avvegnaché addietro detto sia delle operazioni
di fra Moriale innanzi eh' egli facesse la grande
compagnia, e poi quanto male aoperò con quella, so-
e facea tormentare molto i snoi avversari ; e ben- 1 pravvenendo il termine della sua morte, ci dà ma-
ch' egli sapesse che i Genovesi snoi nimici avesse- teria di raccontare la cagione, com' egli essendo
no armate trentadue galee, non se ne curava, per-
chè sapeva che i Veneziani suoi amici contro a loro
n'aveano armate trentacinque: e ancora gli rendea
molta fidanza la fresca vittoria eh' aveva avuta in 1 pò soldato franco cavaliere , e atto singolarm<
quel luogo co' Veneziani insieme sopra i Genovesi, •- - ^-"■* '^**'*- —« n— »— - -.-.h^ — «:
e però intendea coraggiosamente a fare la suagner-
ra per terra e per mare. Lasceremo ora T intrigata
guerra di Sardegna che il tempo vegna della snn fi-
ne, e seguiremo altre novità che prime ci occor-
rono a raccontare.
* Saldati armati di mugaviri^ che sono una specie di
dardo antico.;
' La Sardegna ai tenea in antioo d' aria malsana e qoaai
venefica.
semplice friere, condusse tanti baroni e conestabili
e cavalieri a collegarai ìotto il ano reggimento in
compagnia di predoni. Costui fu in Italia lungo tem-
men-
te a ogni fatica cavalleresca , e molto avvisa-
to in fatti d'arme; il quale considerò ohe tutte le
terre e' signori d' Italia facevano le loro guerre con
soldati forestieri, e i paesani poco compariano in
arme ; e parve n lui che accogliendosi i conestabili
per via di compagnia, e partecipando con loro che
rimanevano al soldo , che in ninna parte trove-
rebbono contrasto in campo: e avendo questo veri-
simile messo nel capo a molti conestabili, l'nnosmo-
vea r altro, e traevano gente di catnna bandiera che
rimaneva al soldo ; e con qnett' ordine, essendo in
loro libertà, si pensavano sottoporre e fare tributa-
ria tutta Italia, e pensavano, se alcuna buona dttà
I venisse loro presa, che per forza tutte l' altre eon-
IS»
cRoraci
verrebbe cbe gosteaeMono il giofo ; e sotto questo
segreto consiglio tutti i cooestabili delle nasnsde
tedesche, e^ BorgogBoai e altri oltranoottni proni*
sono e giararòoo da capo la conpagnia e obbidien-
sa a messer fra Morìale, e per passare il verno al-
l' altrui spese presoao il soldo della lega de' Lom-
bardi, e nesser fra Moriale ; sotto titolo di mostrare
d'avere a ordinare saoi propri fatti, risaase in Tosoa-
oa: ma nel segreto fu, obe prowederebbe dellnogo
dove dovessoBO tornare al primo tempo. Costni bal-
daiioso con poca compagnia, come detto abbiamo,
se n' andò a Perugia, e di là mandò i fratelli con
certe masnade di snoi cavalieri al trìbnoo, cb' era
di noovo ritornato in Roma, per atarlo. Essendo
stato prima cacciato da' Romani, e tenuto in esilio,
e' fa prigione dell' eletto imperadore longo tempo,
e poi per lo male stato de' Romani, di volontà del
papa e del popolo fa ricbiamato; e rendotagli laai-
gnoria, con più baldanta cbe di prima, non ostante
cbe predetto gli fosse, o per revelasioae di spirito
immondo o per altro modo, che a remore di popo-
lo sarebbe morto, e' faceva rigida e aspra signoria,
e reprimendo la baldansa de' principi di Roma; on-
de fa opinione di molti cbe i Colonnesi s' intendes-
iono contro a lai con fra Moriale per abbatterìo
della signoria del tribanato : ma, come che si fosse,
poco appresso la mandata de' fratelli fra Moriale andò
a Roma, e il tribuno il fece chiamare a sé, ed egli
senza alcuno sospetto andò a lui ; e giuntogli innanu,
senza altro parlamento il tribuno gli mise in mano
un processo di tradimento ohe fare dovea contro a
lui, e come pubblico principe di ladroni, il quale
aveva assalite la città della Marca e di Romagna, e le
città di Firenze, di Siena e d'Arezzo in Toscana, e
fatte arsioni e violenze e ruberìe aenza cagione in
catuna parte , e molte uccisioni d' uomini innocenti ;
delle quali cose disse che di presente si scusasse. E
non avendo scusa contro alla verità del libello, aenza
voler più attendere, a di 29 d'agosto del detto an-
no gli fece levare la testa dall' imbusto ' : e così fini
il malvagio friere, cagione di molto male passato e
di maggiore avvenire per l' aoperazione della mala-
detta compagnia ; per la qual cosa s' aggiugnerebbe
memoria degna di gran lodi al tribuno se per movi-
mento di chiara giustizia l'avesse fatto; ma perocché
egli prese i fratelli, e' beni di fra Moriale e' loro, e
pubbliooUi a sé, parve cbe d' ingratitudine de' servigi
ricevuti e d' avarizia maculasse la sua lima : e ab-
bianne più detto che forse non si conveniva ; ma per
lo malo esempio dato a' soldati, e per la giusta ven-
detta della sua morte, ne crediamo avere alcuna scusa.
CAPITOLO XXIV.
D* una sformcUa gramdmé venuta a Mampelieri^ e
delia icuroiùme del $ole.
A di 1 2 di settembre f 354 cadde sopra Mompe-
lieri e nelle ciroustanse «na grandine sformata di groa-
* V&n ta decapitato ; ma squartato e bruciato, e fhron
Je aae ceneri diapene al vaato.
aeiza di più d'una comune melarancia, e fece a* fratti
e agli uomini gravissimi dsnni, e le bestie che tro-
vò ne' eampi alla scoperta accise, e gasalo Bollo
le copriture delle case. E poi, a di 17 del d^lo
meae, fu scurazione dei sole, e darò a Firenne
terza ora» coperto nella maggiore parte il corpo
lare. Di sua influenza poco potemmo vedere e oona-
prendere, salvo che asdntto e freddo aeguUò lotto
il verno aingolannenle.
CAPITOLO XXV.
Come mori F arcitescovo di Milano.
Messer Giovanni de' Visconti arcivescovo di
Milano, potentissimo tiranno in Italia, avendo dila-
tata la fama della sua potenza in grande altesza, o
vivalo al mondo lungo tempo in dissolata vita ao-
oondo prelato, vedendosi avere vinta sua pugna, o
soperchiata nel temporale la Chiesa di Roma, e ri*
conciliatosi a quella oo' suoi sformati doni, • cho
tutta Italia il temeva, e V eletto imperadore non n-
vea ardire, eziandio sollecitato dalla forza e' danari
della lega di Lombardia, pigliare arme contro a lui,
vaneggiente nel colmo della sus gloria, uno vener-
dì sera, a di 3 d'ottobre 1354, gli apparve nella
fronte sopra il ciglio un piccolo carbonchiello', del
quale poco si curava ; e il sabato sera a dì 4 del
detto mese il fece tsgliare, e come fu taglialo,
oadde morto l'arcivescovo seaza potere fare testa-
mento, 0 alcuna provvisione dell' anima sua o della
successione de' suoi nipoti nella signoria ; i quali
feciono al corpo solenne eseqaie, e senza questiono
con molta concordia si ristrinsono insieme, facendo
grande onore l' uno all' altro ; per la qual cosa i
Milanesi e tutti i loro sudditi stettono in obbedieana
de' nuori signori, tsnto che poi con nuova sugge-
zione di tutti i popoli si feciono dichiarare signori,
come appresso racconteremo, rendendo prima il no-
stro debito alla sprovveduta e violente morte del
tribuno di Roma, e allo strano avvenimento dell' o-
letto imperadore in Italia.
CAPITOLO XXVL
Coma il tribuno di Roma fu morto a furia
di popolo.
H primo tribuno romano dopo la sua cacciala
tornato in Roma con comune assentimento delT in-
costante popolo, e ordinati statuti a franchigia e a
fortificagione del popolo, e certe entrate al comune
per fortificare la aignoria, procacciava di fornirai di
cavalieri e di masnadieri di soldo, per potere me-
glio raffrenare i potenti cittadini, i quali aapea ch'e-
rano contro al suo tribunato ; e come uomo oh' a-
vea grande animo, credeva col favore del feUaeo
popolo fare gran cose : e cominciato avea, ma non
' La puiàida maligna (antraoo maligno)» o fera* n oom
detto earìxme peHileiunaìéf il quale, aeoondo La Chevrie,
Bayle e Devy, può apontaneameate avilsppani aell'iiomo,
aensa il contatto di corpi contagioaL
DI MATTEO VILLANI.
133
bene ; perocché cfacndo in Roma uno ttlente e ea-
YÌo nomo, Pandolfo de' Pandolfnccì antico cittadino,
e di grande anlorìtà nel cospetto del popolo, e te-
mendo il tribuno di lui, solo perchè gli pareva atto
a poter mnorere il popolo per la sua antorità e
per la saa eloqaenxa, tirannescamente e senza col-
pa il fece decapitare; e per questo, e per la morte
di fìra Modale, i principi di Roma| massimamente i
Coloonesi e' Sayelli, temeano forte, e procacciavano
di farlo cacciare o morire. B sparta già 1* infamia
della morte di Pandolfo tra il popolo, fu più leggie-
re a* Colonnesi e a Luca Savelli venire alla loro in-
tenzione; e con lieve movimento alquanti amici
de* Colonnesi e' Savelli della riva del Tevere, a loro
stanza cominciarono a levare remore contro il tribu-
no e corsone all'arme; e con T aiuto de* Colonnesi
e de* Savelli, e di certi Romani offesi per la morte
di Pandolfo, dimenticando la franchigia del popolo,
a di 8 d' ottobre del detto anno in su la nona cor-
sono al Campidoglio, dicendo: muoia il tribuno.
D tribuno, sprovveduto di questo subito e non pen-
sato furore del popolo, francamente provvide co-
me necessità V ammaestrava, e di presente s* armò
e prese il gonfalone del popolo, e con esso in
mano si fece alle finestre ; e trattolo fuori, comin-
ciò a gridare ad alta voce viva il popolo^ pen-
sando che il popolo dovesse trarre al suo aiuto:
ma trovossi ingannato, che il popolo il saettava, e
gridava la sua morte ; e avendo egli sostenuto con
parole e con difesa T assalto fino al vespero, e ve-
dendo il popolo piìk acerbo e più infocato contro
n sé da sozzo che da prìma, e che soccorso da
ninna parte aspettava, pensò di campare per inge-
gno ; e tramutato V abito suo ih abito di ribaldo,
fece aprire le porte del palagio alla sua famiglia al
popolo perché intendesse a rubare, come solea es-
sere loro usanza; e mostrandosi nella ruberia co-
me uno di loro, avea preso un fascio d*una mate-
rassa con altri panni dal letto ; e scendendo la pri-
ma e la seconda scala senza essere conosciuto,
dicea agli altri : iu a rubare^ che e* ha roba assai ;
ed era già quasi al sommo di scampare la morte,
quando uno, eoi egli avea offeso, cosi col fascio in
collo il conobbe, e gridando quesH ò il tribuno, H
ferì; e V uno dopo l'altro trattolo fuori dell* uscio
del palazzo, tutto lo stamparono co* ferri, e taglia-
rongli le mani e sventraronlo, e misongli un cape-
stro al collo e tranaronlo fino a casa i Colonnesi; e
fatto quivi un paio di forche, v' appiccarono lo sven-
turato corpo, ove più di il tennero appeso senza se-
poltura. E questa fu la fine del tribuno, dal quale il
popolo romano sperava potere riprendere sua libertà.
CAPITOLO xxvn.
Come r imperadore Carlo tenne in Lombardia.
Messer Carlo di Luzimborgo, re di Boemia e
re de* Romani, eletto imperadore, avendo accettata
la profferta del comune di Vinegia e del Gran Ca-
ne di Verona e degli altri allegati di Lombardia
contro airarcivesoovo di Milano, considerò che per
la sua non grande facoltà d* avere e di potenza il
fascio di cotanta impresa gli era troppo grave; e av-
visossi con grande discrezione, ohe a volere venire
in Italia per la corona del ferro, e appresso per
r imperiale, che gli convenia per forza vincere i si-
gnori e le città e* popoli d' Italia che gli fosiono
avversi, o con senno o con amore recare a sé gli
animi loro ; ricordandosi die V imperadore Arrigo
suo avolo, avendo seco tutto il favore de* ghi-
bellini, e mosso con più di diecimila cavalieri te-
deschii gente eletta, guidata da grandi baroni e no-
bili cavalieri, credendosi per forza sottomettere par-
te guelfa in Italia, avendo seco tutta la forza de* ghi-
bellini, passò in Italia; e non potuto per sua forza
domare gli avversari né avere la corona, com*è la
costuma, nella basilica di San Pietro, e consumate le
sue forze senza essere ubbidito, rendè a Buonoon-
vento il debito della carne alla terra, e 1* anima a
Dio. Per lo bui esempio ravvisato eletto Carlo im-
peradore, abbandonato ogni pensiero di sna potenza,
e di quella che promesso gli era, fidanza prese nel
suo temperato proponimento ; e non volendo a* col-
legati negare la promessa della sua venuta , né
mostrare che contro a* signori dì Milano si movesse,
veduto il tempo atto al suo proponimento, mosse
d* Alemagna con trecento cavalieri in sua compagnia,
venendo in Aqnilea; e giunto a Udine, a di 14 di
ottobre del detto anno, s* accompagnò il patriarca
suo fratello con poca gente senz* arme ; e cavalcan-
do a buone giornate, giunsono in Padova a di 4 di
novembre, ove fu ricevuto a grande onore ; e fatti
alquanti cavalieri de* signori e di loro prossimani
della casa da Carrara, e lasciati i signori suoi vica-
ri nella signoria della città, a di 7 di novembre prese
suo cammino: e temendosi messer Gran Cane che
non entrasse in Vicenza né in Verona, il fece con
lieve onore conducere per lo contado alla città di
Mantova ; e ivi ricevuto come signore, prese a fare
suo dimoro per trattare se tra i Lombardi potesse
mettere accordo ; e ivi attendea s* e* comuni e* popo-
li e*signori di Toscana gli maodassono ambasciado-
ri, per potersi meglio provvedere alla sna coronazio-
ne. Lasceremo ora alquanto questa materia, tanto
che alcuna cosa degna di memoria occorra di ciò al
nostro proponimento, e diremo dell* altre che prima
addomandano il debito alla nostra penna,
CAPITOLO xxvm.
Come i tre fratelli de" Visconti di Milano furono
fatti signori^ e loro divise»
Tornando a^ fatti de' Visconti di Milano, dopo
la morte dell* arcivescovo messer Maffiolo, e messer
Bernabò, e messer Galeazzo, figliuoli che furono di
messer Stefano nipote dell* arcivescovo, essendo for-
niti di molti cavalieri e masnadieri per difendersi e
abbattere giusto loro podere la forza degli altri Lom-
bardi collegati contro a loro, e da resistere ali* im-
peradore se muover si volesse contro a loro, stare
facevano tutte le loro città e castella in buona guar-
dia e sollécita ; ed essendo tutti e tre in Milano, si
134
CRONICA
feeiOBO eleggere tigiorì iodifferaiiemeiite a di IH
d'ottobre, e approMO si fedono Aire a lotte le città del
loro distretto il aimigliaiite; ed euendo da tatti con-
fermati nella eignerìa, si partirono tra loro il reg-
gimento in questo modo : che Mflano fosse oomone
a tiMy e deir altre dttà feoiono di concordia tre
parti, salTO la città di Genera, che yoUono che ri-
manene cornane in fra loro come Milano ; e gitta-
rono le sorti, per le qnali a messer Maffiolo, ch'era
il maggiore, toccò Parma, Piacensa, Bologna e Lo-
di; a messer Bernabò, Cremona, Brescia e Berga-
mo ; e a messer Galeazzo, Como, NoTara, Vercelli,
Asti, Tortona e Alessandria, con tre altre terre di
Piemonte : e nondimeno a comune ne^ comincia-
menti manteneano la spesa de^ soldati, e molto o-
noran Tubo T altro, e di gran concordia faceano
le loro imprese. A messer MafBlo, perchè era di più
tempo e di nùnor virtà, rendeano onore di metterlo
innanzi ne' titoli e ne' consigli; i fatti della caval-
lerìa e dell* arme erano contenti che goidasse mes-
ser Bernabò, che n'era più sporto; e messer Ga-
leazzo ne prendea aloona volta parte, come a lai
piacea. Essendo qnesti signori di Milano cosi ordi-
nati tra loro, soprawennto T eletto imperadore in
Mantova, stavano apparecchiati in loro, senza fare
altro movimento di guerra centra a' loro avversari ;
e gli allegati anche stavano a vedere che V impera-
dore facesse, senza muovere la loro gente a far
guerra.
CAPITOLO XXIX.
Cerne Timperadùre Oando a Manieta irailata
la pace de* Lombardi,
L' imperadore avendosi avvisatamente condotto
in Lombardia di verno, e sapendo la gran forza di
gente di* aveano i signori di Milano, e la potenza
del loro tesoro e delle loro entrate, fece venire a
sé fai Mantova gli ambasdadori del comune di Vi-
negia e di tutti i signori collegati, e con loro iosie-
me vide che la sua forza e la loro in que' tempi
non era sufllciente a tanto fatto, quanto volevano
imprendere. Ancora considerò, che stando egli a
Mantova ninno signore o comune d' Italia, salvo che
i collegati, era venuto o avea mandato a lui contro
a* signori di Milano ; e però gli parve che le cose
fessone assai bene disposte al suo proponimento,
col quale s'era messo a farsi trattatore di pace, per
accattare da ogni parte benevolenza, e non pren-
dere nimidzia con alcuno : e però cominciò a trat-
tare della pace ; e parendogli che catuno d dispo-
nesse a veleria, acciocché quelli della lega non por-
tassono la gravezza del soldo della gran compagnia,
la fece licenziare a di 8 di novembre e quelli della
compagnia ne furono contenti : ed essendo in sul
Bresciano, parte ne condussono i signori di Milano,
e parte la lega ; e il rimanente d ritenne in com-
pagnia col conte di Landò. L' imperadore seguiva
con solledtudine che la pace si facesse, e in lungo
processo di trattato più volte corse la voce, che la
pace era fatta. Ma nascendo ora dall'una parte, ora
dairdtra cagione di tirare, la pace non veniva n por--
fezione ; e in questo soprastare vennono nccidemti
che non la lasdarono venire a perfezione, i quali
diviseremo nel tempo eh* awennono, secondo Tordi-
ne del nostro trattato.
CAPITOLO XXX.
Come furono preti i legni che andavano a Palenmo,
Del mese d* ottobre del detto anno, il re
sentendo la dttà di Palermo in gran bisogno di
vittuaglia e di gente d*arme per la difesa contro
a* nemid, fece armare tre galee, e uno panfano e
dodid legnetti, e una nave, e tutte le fece carionre
di grano e d* altra vittuaglia, e fece amadraglto il
conte di Bollante Potarzio d'Ischia, e comandogM
chele conducesse in Palermo; ed essendo nel mare
di Calabria si vidono coi|tra galee di Messinesi, che
stavano alla guardia per procacdare di vittuaglia, di
che aveano gran bisogno ; le quali vedendo quelle
del Begno con legni armati, e conoscendo la loro
poca virtù, s' addirizzarono verso loro. 11 conte ve-
dendole venire, come codardo non prese alcuna di-
fesa; ma la sua propria galea abbandonò, perch'avea
del grano in corpo; e montato au un legno arma-
to, innanzi che i nemid s* appreasassono si fu^gi.
Le galee de' Messinesi giugnendo a quelle del Re-
gno, le trovaron senza capitano e senza difeaa ; e
però le si presono col carico e colla gente, e con
gran festa e gazzarra questa utile preda al bisogno
della loro città misono in Messina, ove furono rice-
vuti a grande onore, più per loro bisogno che per
la piccola vittoria.
CAPITOLO XXXL
Come ti cominciò guerra in Puglia tra loro.
Messer Luigi di Durezze, cugino carnale del re
Luigi, vedendo che il detto re avea dato al preaze
di Taranto e a messer Filippo, suoi fratelli carnali,
grandi baronaggi in Puglia e nel Regno, né a Ini,
né a messer Ruberto non avea data nulla cosa, con
giusto sdegno, vedendosi in povero stato, si ten^
del re e ddla reina malcontento ; e il conte di Mi-
nerbino, tenendosi anche male del re e della reina,
s* accostò con messer Luigi, e propuosono di Te-
iere fare guerra nel paese di Puglia. Per questa te-
ma il re e la reina andarono in Paglia cercando ri-
conciliarsi con parole ; e mandaronli pregando che
venissono a loro : e consigliati insieme, ordinarono
che il conte v'andasse, avendo prima per sua d-
curtà per stadichi il vescovo di Bari e messer Gian-
notto ddlo Stendardo in Minerbino ; e cosi fu fatto.
B stando col re e con la reina, non d trovò modo
d' accordo, né che messer Luigi si volesse assicn-
rare di andare a loro. In questo stante, gente d'ar-
me acconcia a far male percossone alla atrada, e
presone settanta muli che tornavano da Barìetta con
poca roba, e menargli via, in vergogna della coro-
na, essendo la persona del re nel paese. B tomnn-
DI IfATTBO VILLANI.
1S5
dosi il re e la reina i Napoli, messer Luigi e il
Paladino preaono ardire di più aperta robellione, e
accolfono gente d'arme, e correano per lo paese.
Ma sentendosi di piccola possanza, entrarono in trat-
tato col conte di Landò, che doTesse condacere la
compagnia nel Regno. Soprastaremo alquanto al pre-
•ente a questa materia, parandocisi innanzi più no-
iefole ayyenimento di grave fortuna.
CAPITOLO xxxn.
Coffie f Genovesi sconfissono i Veneziani
a Porìolungo in Romania,
Avendo la non domata rabbia del comune di
Genova e di quello di Vinegia condotto le loro ar-
mate in Romania, essendo messer Paganino Dona
di trentatre galee genovesi ammiraglio, e messer
Niccolò da ca Pisani ammiraglio di trentacinque ga-
lee de' Veneziani, e tre panfani e uq legno armato,
e venti tra saettie e barche, e cinque navi di carico,
tutte armate e incastellate, e navicando V una ar-
mata e r altra per Io mare di Romania a fine d'ab-
boccarsi insieme, non vi si poterono trovare : Tam-
miragUo de' Veneziani con tutte le galee e gli altri
navilii della sua armata si ridusse nel porto di Sa-
pienza nella Romania bassa, e ivi s'ordinò, avendo
lingua de' suoi nemici ch'erano nel mare di Roma-
nia, in questo modo : che le navi mise nella bocca
del porto incatenate insieme, e con esse venti galee
alla guardia, e molto le feee bene armare e accon-
ciare alla difesa della bocca del porto, e con qae-
ate rimase il loro ammiraglio ; V altre qwndid ga-
lee, co' legni armati e con le saettie, accomandò a
uno da ca Morosini di Vinegia, e misele dentro nel
Portolungo, acciocché stessono più salve, e potes*
sono contrastare a' nemici dinanzi, e l'ammiraglio di
dietro, se caso venisse che l'armata de' Genovesi si
mettesse nel porto. L' ammiraglio de' Genovesi a-
vendo in Romania sentito lingua dell' armata de' Ve-
neziani , e com' erano più galee e assai legni di
carico incastellati più di loro, e che fatto aveano la
via di Portolungo di Sapienza nella Romagna bassa,
come uomo di gran cuore e ardire, avvilendo i suoi
nemici che non aveano cercato d'abboccarsi con
lui, ma piuttosto fatto vista di schifarlo, di presente
s' addirizzò con la sua armata verso il porto di Sa-
pienza per richiedere i Veneziani di battaglia ; e co-
me giunto fu sopra il porto di Sapienza, vide come
i Veneziani co' loro navigli incastellati e incatenati
e con le galee s' erano afforzati alla bocca del porto,
e parvegli segno ohe non volessono combattere;
nondimeno per mostrarsi a' nemici senza paura, non
credendosi venire a battaglia, stando aringati sopra
il porto, mandò a richiedere Y ammiraglio de' Ve-
neziani di battaglia, dicendo, come l' attendea fuori
del porto, per porre fine a' travagli e alle tribola-
zioni che gli altri navicanti e tutto il mare portava
della loro guerra. L' ammiraglio de' Veneziani ri-
spose, eh' era in casa sua, e non intendea combat-
tere a rìohiesta de' suoi neauci, ma quando a Ini
paresse preoderebbe la battaglia. I Genovesi più in-
animati, veggendo ricusavano la battaglia, da capo
la dimandarono, vituperando i loro avversari, so-
nando e risonando trombe e nacchere *, e vedendo
che ninno aegno si facea pe' Veneziani di muoverai
ad alcuno atto, presono un folle ardimento, ae i
Veneziani aveasono aoperato come poteano l'armi ;
perocché Giovanni Dona, nipote dell'ammiraglio, mat-
tamente si mise con una galea ad entrare nel porto,
e appresso di lui il figliuolo dell'ammiraglio con
la sua, entrando aotto la guardia delle navi e delle
galee. I Veneziani vedendoli entrare, follemente li
lasciarono entrare, sperando rinchiuderli nel porto
e averli tutti a man salva ; e così senza contrasto,
per stare 1 giovani che a' erano messi a quello pe-
ricolo, v' entrarono tredici galee di Genovesi, l' una
dopo r altra , senza essere impedite o combattute
dall' ammiraglio o dalla sua armata oh' era alla guar-
dia della bocca del porto; e trovandosi nel porto,
si dirizzarono con ordine e con grande ardimento
a combattere le quindici galee de' Veneziani e' le-
gni armati ch'erano nel porto, le quali aveano le
prode a terra per loro agiamento, ed erano più atte
alla difeaa. 1 Genovesi l' assalirono con aspra bat-
taglia \ ma quale che fosse la cagione, o per sdegno
preso contro all'ammiraglio che non uvea impedito
la loro entrata, e non s'era mosso alla loro di-
fesa, 0 per molta codardia, a quel punto feciono
piccola difesa, e però nel primo assalto furono as-
Sji de' Veneziani feriti e morti : e pignendo i Ge-
novesi, con piccola resistenza de' loro avversari
montarono in sulle galee, e in poca d' ora tutti gli
abbono presi e sbarattati; ne' quali molti più anne-
garono gittandosi in mare per fuggire, che quelli che
morirono di ferro. Avendo questo tredici galee a-
vuta piena vittoria delle quindici del porto, feciono
segno al loro ammiraglio e ali' altre galee ch'erano
fuori del porto, della loro vittoria ; le quali con gran-
de baldanza e ardire si misono innanzi, per volere
combattere le venti galee e le navi ch'erano alla
guardia della bocca del porto ; e le tredici vit-
toriose vennono dall'altra parte, avendo due corpi
di galee veneziane affocato per metterle loro ad-
dosso. Strignendosi d'ogni parte la battaglia, l'am-
miraglio veneziano ingannato per molta viltà del
primo suo avviso, e sbigottito delle quindici galee
perdute, e della battaglia d* ogni parte si vedea ap-
parecchiare, s'arrendè alla misericordia de' Genovesi ;
e da quel punto innanzi più non v'ebbe morto o
ferito alcuno Veneziano : tutti furono prigioni, pe-
rocché in porto e tutto in mare di lungi dalla terra
ferma ninno dell' armata de' Veneziani campò che
non fosse preso o morto ; e i prigioni furono per
novero cinquemilaottooentosettanta, i quali con tutte
le galee, e altri legni e narigli, con grande vitto-
ria quasi senza loro danno menarono a Genova, la-
sciati nel porto e nella marina di Sapienza quattro-
mila 0 più corpi di Veneziani morti e annegati in
quella battaglia, la quale fu a di 8 di novembre
1 354 ^ Della quale vittoria i Genovesi ripresone cuore
* N<m U ntrbò de soldaU^ non U numero éUi Ugni, non
i hm inteii appareeehiaminti di guèrra^ dti quali V urmata
fu gu«rmta^ procacciò ot Qmavtii la viUorìo, ma ci la wrtk
18«
CRONICA
6 ardila di loro flato, e i Vononam nello bo dìkaa-
sarono ; e questo fece la mala prorrideBia del loro
ammiraglio^ ohe avendo gaardata la booea del porto
come pelea, le galee de* GeooTesi bob Y^eatrayano ;
e r entrale le V aToese Tolnte oomballere di dietro
con parte delle ine galee, oeme polera, atrebbe
vinti i Genoveai, come i Genovesi vinsono lai. Ma la
gaerra è di questa natura, che conmesso il fallo se-
guita la penitensa sema rimedio le pia voile.
CAPITOLO xxxra.
Come Gentile da Mogliano diede Fermo al legato,
Innanii che noi procediamo ad altri effètti
della delta sconfitta. Gentile da Mogliano, signore
della città di Fermo nella Marca, ci ritiene alquanto ;
perocché essendo tirannello oppressalo da nesser
Malatesta da Rimini maggiore tiranno, per cui s' era
messo a soldare la compagnia per liberare Fermo
dair assedio, come già è detto, rimase povero d*ave-
re e d* aiuto, conobbesi impotente da difendersi dal
nimico suo, non che dal legato, che per riavere la
Marca occupata a Santa Chiesa s'apparecchiava di
venire a oste alla sua occupata città di Fermo; e
però si pensò di riconciliar col legato e d* abbat-
tere messer Malatesta suo nimico; e andossene in
persona al legato, eh* era a FuUgno, e premiseli di
renderli la città di Fermo, e d' essere fedele al ser-
vigio di Santa Chiesa e del legato. Il legato ebbe
tanto a grado la venuta e T offèrta di Gentile, ohe
di presente il ricevette con grande allegreua; e
per onorarlo e fargli bene, comunicatosi insieme
con lui alla messa, il fece gonfaloniere di Santa
Chiesa, e promisegli qne* danari che volle a certo
termine, dicendogli eh* era conlento tenesse la ròc-
ca di Fermo infino che fosse pagato. Il legato man-
dò della sua gente da cavallo e da pie, e furono ri-
cevuti da'Fermani con grande allegretsa e festa,
pensando che uscivano di pericoloso servaggio; che
Gentile era bisognoso e gravavagli troppo, e non gli
poteva difendere uè aiutare. E il legato pensava
fate in Fermo sua frontiera al primo tempo, peroc-
ché era vicino alle città della Marca occupate per
messer Malatesta ; e avendo fatto contro a lui e con-
tro agli ahri tiranni di Romagna gravi proceHi,
pensava volere fare l'esecnsione con altro ohe col
suono delle campane e con le eandele spente : ma
da* baratti e da' tradimenti de' RomagnuoU e de*Mar-
chigiani non si potè guardare, come innanzi raccon-
teremo.
CAPITOLO xxnv.
Come il re di Araona ebbe la Loiera, e fece
accordo col giudice.
Tornando a' lètti di Sardegna, il re di Araona
con la sua cavalleria e con V armata delle sue ga-
del capitano Pagano Doria^ M qwiU niuM fm in fuA
Uimpo mèglio aimfnautrató ntXC arte rnUUtart, né pie chiaro
di gloria détta gìntrra^ nèpià eolmo d* ogni §orta di eroiche
virtù. Foglietta, Storie di Oenova^ lib. VII.
lee avendo mantenuto assedio aUa Loiera dal logte
al novembre, e fatto conlinova gneira al fndke
d'Alborea con piccole acquisto, essendo la Loiera
a grande stretta, e non vedendo d' essere «•cooraa,
trattavano col re; e sinuìmente il giudico d' Albo-
rea rincreaeendogli la guerra, il re si leBovn éan^
e voleva saaggiorì cose che offerte non gli
In questo stante sopravvenne la soonitla de^ Yi
liani ricevuta da' Genovesi, la novella della qvnleiB
in segreto molto tosto a Vinegia. U doge e 1 con-
siglio, che questo seppono, lennono la coaa odala
per modo, che i loro cittadini non poterono adcaaa
cosa sentire; e di presente armarono un legno net-
tile, e mandarono significando al re d' Araona il
loro fortunoso caso, e avvisandolo che innaant càa
la novella si spargesse sapesse pigliare ano vaslag-
gio, e guardare la sua armata. Il legno portò vo-
lando la saala novella al re d' Araona; ed egli con
maestrevole avviso con molta Conia manifealò in no-
vella per lo contradio, facendo assaporo ni gùdiee
e agli assediati che i Yenesiani aveano nconiitti i
Cknovesi Per questo i Genovesi, oh" erano n gmardin
della Loiera, perderono ogni ardire, e procaooinvano
r accordo ; e il giudice ai dichinò più che CbHd non
avrebbe; e il re moatrandosi di buona arìn piÀ cke
non solca, di presente venne alla concordin della
pace, e fu fatta io questo modo: che il re anreaM
la Loiera andandoaene sani e aalvi i Genovesi e gii
altri foreatieri che la guardavano; e il giudice d^ Ai-
borea riconobbe ritenere tutte le terre dal dello te»
e fèceli il saramento, e promiseli dare ogu anno
certa moneta per F omaggio delle dette terre: o fel-
la la pace, e fornita la Loiera di sua genie d^nnae,
per lo benefioio dell^ affrettata novella e per lo sa-
vio consiglio del re, si tornò in Catalogno eoa
acquisto e con paoe e con onore. Ove ae In no-
vella fosse sentita prima da*anoi avversari, eoa dan-
no e con vergogna, sensa nullo acquiate, gli eoavenìa
partire deH' isola vituperosamente; e però ai verilca
qui r antico proverbio contrario alla vile pigrìua,
che dice: il buono aludio vince ria^ forlnoa.
CAPITOLO XXXV.
Come i Pisami $i deliberarono di mamdare
air imperatore,
Sopraslando reietto imperadore a Mantova per
volere trarre a fine la pace tra^ Lombardi, i Fiaaai,
i quali erano a quel tempo in grande e buono ala-
to eolio il reggimento de^ Gambacorti , eh* erano i
maggiori, e con loro gli Agliati e seguaci e'Ber-
golini, i quali manteneano paoe e onore co*Fiorea-
lini; e non ostante che fessone amici de* guelfi, aea-
tendo il popolo minuto tutto imperiale, per provve-
dersi di conservare loro stalo diliberarono di maa-
dare di loro medesimi ambaaciadori con pieno mandate
del dello comune al dello eletto; e nel loro aegrele
fu, che procacciaaaoBO d* avere premeaaione e fede
dell* eletto, che gli conserverràbe nello alalo aeata
' Altri Tatti leggono mahuaanta: natmia»
DI MATTEO VILLANI.
137
far nella oillà naUzione degli afici, e che non vi
rìmelterebbe gli asciti ribelli, e che manterrebbe al
coBiime di Pisa la signoria di Locca, e non la re-
cherebbe in liberti, nò ad altro stato. Gli ambasciadori
con grande compagnia e molto adomi ginnsono a
Mantova, dov' era V eletto imperadore ; e ricevuti da
lai con grande onore, e fatta la riverenza, spoosono
trambasciata del loro comune, ove liberamente gli
offersono la città e gli uomini di quella alla sua
ubbidienza, pregando divotamente per bene, e per
pace e buono stato del detto comune, che gli do-
vesse piacere di promettere per la sua fede, e ap-
presso deir imperiale corona le sopraddette cose
otiU e necessarie al buono stato di que' cittadini ;
e reletto con grande allegrezza e festa li ricevette,
e promise nella sua fede liberamente ciò che per lo-
ro era domandato. Allora gli ambasciadori gli pro-
misono trentamila Boriai d^ oro in aiuto alla spesa
della sua coronazione, e altri trentamila per lo con-
sentimento della città di Lucca; il quale consenti-
mento, non onorevole alla maestà imperiale, comprese
■otto la ragione del padre suo re Giovanni, quando
la città di Lucca gli fu data. Della quale promessa
i grandi mercanti e gli altri usciti di Lucca, che
si pensavano tornare in libertà per la venuta del-
l'imperadore , si tennono mal contenti. E cosi fu
latta la concordia dall' eletto imperadore a* Pisani,
della quale i cittadini feciono in Pisa per molti giorni
singulare e grande festa, ignoranti del futuro av-
venimento della loro mina.
CAPITOLO XXXVL
Roiiura della pace del re di Francia
e d*Inghilierra.
Essendo per lungo tempo trattato per lo car-
dinale di Bologna e per altri prelati di volem fare
accordo tra il re di Francia e quello d' Inghilterra,
e sotto questa speranza più volte prolungate le trie-
gue tra V uno re e V altro ; e non polendo trarlo
■ fine, prowidono di comune consiglio quelli che
menavano il trattato, che abboccandosi i due re in-
lieme nella presenza del papa, o i loro più confi-
denti, baroni, che pace ne dovesse seguire. E per
leguim questo consiglio il re di Francia vi mandò
il duca di Borbone suo consorto, e il conestabile di
Francia ; e il re d^ Inghilterra vi mandò il duca di
Lancastro suo cugino, e il vescovo di Yervic; e ca-
tuno giunse a corte del mese di dicembre. E ab-
boccatisi insieme per più riprese nella presenza del
papa, tanto volea catuno mantenere Tenore del ti-
tolo del suo signore, che mezzo uon seppono tro-
vare di recarli io pace. Il papa, o per soperchia
arroganza che trovasse in loro, o per poco ardire
eh' avesse di sforzare gli animi de^ signori, non vi
interpose S come avmbbe potuto, la sua autorità,
con la quale poteva cetano sostenere con suo ono-
re, e trovare mezzo di recarli a concordia e pace :
no 'I fece, che fbrse non erano ancora puniti ì pec-
' Il Teato : non vi f* interpote.
ceti de* Franceschi. E però del mese di gennaio del
detto anno, catana parte in discordia, con poco ono-
re del Santo Padre e de'suoi cardinali, si tornò al suo
signore.
CAPITOLO XXXVIL
Come un gatto uccise un fanciullo in Fireme,
Awegnachò assai paia cosa strana e non de»
gna di memoria quello che seguita, perocchò fu in-
audito caso, non V abbiamo saputo tacere. In Fi-
renze era da San Giorgio un laiagnaio con una sua
moglie; aveano un piccolo loro fanciullo di tre me-
si ; e avendolo la madre governato, e rimessolo
nella culla al modo usato, una gatta, accresciuta e
nutricata in quella casa, se n* andò al fanciullo, e
cominciolli a rodere la testa, e trassegli gli occhi
e manicosseli, e poi rodendo la testa se n* andò fi-
no al cervello : e avendo Inngamente pianto il fan-
ciullo, il padre e la madre soccorsono tardi, non
pensando che cotdle caso fosse, e trovarono il fan-
ciullo storpiato, e la gatta sopr* esso ancona vivo,
ma incontanente mori ; e sparata la maladetta gat-
ta, le trovarono gli occhi del fanciullo in corpo.
Questa è quasi cosa incredibile; ma per esperienza
del vero di questo fatto si dee alle donne e alle balie
accrescere sollecitudine e accrescimento di buona
guardia a* piccoli fanciulli. Avvenne questo inopinato
caso a dì 6 di dicembre 1354.
CAPITOLO XXXVUI.
Come r imperadore fé'' fare triegua da' Lombardi
d* signori di Milano,
Avendo fino a qui dimostrato i trattati tenuti
per r eletto imperadore e la sua venata a Manto-
va, al presente ci strigne il tempo a venim dimo-
strando i cominciamenti in fatti delle sue proprie
operazioni. Costui, secoodo il suo supremo titolo,
conoscendo so medesimo e il suo piccolo podere, e
abbattendo nelf animo suo ogni elezione, provvide
che per astata e dissimulata suggezione gli conve-
nia procedere per venire ali* ottato fine della sua
coronazione; e per questo in fatto prese abito, for-
ma e operazione umile, e sommissione incredibile
all'imperiale nome, in fondamento de' suoi prind-
pii : e venuto a Mantova senz* arme, e fattosi trat-
tatore della pace da' signori di Milano allegati lom-
bardi, avendo seguito il fatto dall' entrata di no-
vembre al Natale senza frutto, essendo montata la
superbia dei Genovesi e deloro signori, per la vit-
toria avuta io mare sopra i Veneziani, per la quale
mutando in prima i patti, li voleano più larghi per
loro, in vergogna degli allegati, ed eglino sdegnosi
non acconsentivano; T imperadore, ch'avea Tanimo
più a^suo'fatti propri, si doleva di perdere il tempo
invano : e conoscendo la potenza de' Visconti di
Milano maggiore che della lega, e non vedendosi
da' comuni di Toscana, fuori che da' Pisani, dimo-
stramento d' alcuno favore, comprese che a' colle-
138
CRONICA
gali Doo faceva utile, e a sé faceva impedimento
grande per la coronazione della corona del ferro,
eh* era nella potenza de' tignori di Milano ; e però
non dimoitrando d* abbandonare il trattato, ma di
volerlo condocere a fine di pace, facea fare trìegna
tra* Lombardi fino al maggio prossimo vegnente ; e
fatta la triegna, incontanente trattò per sé accordo
co* signori di Milano, sottomettendo la sua perso-
na, e U ano onore, e la dignità imperiale oltre al
debito modo nell* arbitrio e potenza de* tiranni,
prendendo confidenza di quelli, o da poriti di men-
te, 0 da matto consìglio, non però di certo e di
cbiaro giadido ; e il patto fu, che li darabbono a-
bilità d* avere sotto le loro braccia la corona a
Monda, ed egli senza entrare in Milano gli lasce-
rebbe suoi vicari in tutta la loro giurisdizione ; ed
egli avuta promissione da loro, che alla sua coro-
nazione a Roma gli donerebbono per aiuto alle spe-
se fiorini cinquantamila d* oro, senza alcuna gente
d* arme come privato uomo si sottomise nella loro
signoria, vincendo gli animi fieri e V usata fallacia
tirannesca colla sua persona creduta nelle loro mani
liberamente, ce me appresso diviseremo.
CAPITOLO XXXIX.
Come r imperadùre andò a Moneta per
del ferro.
la corona
L* eletto imperadore avendo fatto la sua con-
cordia co*signori di Milano, più della pace de*Lom-
bardi non si travagliò, ma di presente fatta la festa
della natività di Cristo a Mantova, si mise a cammi-
no verso Milano con meno di trecento cavalieri, i
più senz*arme ; e i signori di Milano ordinarono, che
per tutto loro distretto ali* eletto e alla sua com-
pagnia fosse apparecchiato per loro e per lì loro
cavalli ogni cosa da vivere senza tórre alcuno da-
naio. E giugnendo a Lodi, messer Galeazzo gli
venne incontro con millecinquecento cavalieri ar-
mati ; e giunto a lui, gli fece la reverenza, e accom-
pagnoUo fino dentro alla città di Lodi, e ivi il col-
locò onoratamente nelle case de* signori, facendo
nondimeno serrare le porte della città^ e guardarla
dì e notte eolla gente armata. E albergato in Lodi
una notte, la mattina appresso mosso il re de' Ro-
mani, messer Galeazzo colla sua gente armata Tac-
compagnò, avendo ordinata la desinea' alla grande
badia di Chiaravalle. E appressandosi a Chiaravalle,
messer Bernabò con molti cavalieri armati gli si
fece incontro, e fattagli la reverenza, gli presentò
da parte de* fratelli e cavalli e palafreni covertati di
velluto e dì scarlatto e di drappi di seta, guemiti
di ricchi paramenti di selle e di freni : e fattogli
alla badia nobile desinare, messer Bernabò il ri-
chiese da parie de'sooi fratelli e da sua che gli do-
vesse piacere d* entrare nella città di Milano. L' e-
letlo rispose, che per ninno modo intendea venire
contro a quello che promesso avea loro. Messer
Bernabò gli disse, che questo gli fu domandato, pea-
sando che la gente della lega il dovesse aoooapa-
gnare, ma per la sua persona non era fitlo : e tat-
to il costrinsono ed egli e messer Gdeauo, libe-
randolo per loro e per messer Maffiolo dalla pro-
messa, che con loro n* andò in Milano. E entrato
nella dtlà, fu ricevuto con maggior tusaalto che fe-
sta, non potendo quan vedere altro che cavalierì e
masnadieri armati *, e i suoni delle trombe e trosh
bette e nacchere e cornamuse e tamburi craao
tanti, che non si sarebbono potuti udire grandi tio-
ni : e come fu in Milano, così furono le porte ae^
rate, e così rinchiuso il condussono a'palaza della
loro abitazione ; e assegnateli sale e camere foraite
nobilissimamente di letU e di riechi appareccàii-
menti, messer Maffiolo e gli altri fratelli da capo
andarono a fargli la reverenza, dicendogli eoa beOe
parole come tuttodò che^ fosaedevano rìcoaoeee-
vano avere dal santo imperio, e al suo servigio ii-
tendevano di tenerlo. Il dì appresso fedoao lire
generale mostra di tutu la gente d*arme a eanBo
e a pie eh* aveano accolta in Milano, e oltre a ciò
fedone armare quanti dttadini ebbono che mottire
potessono a cavallo, tutti sforzati* di coverte e d'ai-
tri paramenti e d* avvistale' sopravveste, e fecioao
stare 1* imperadore alle finestre sopra la piam •
vedere : e passando con gran tumulto di stroseab,
feciono intendere aireletto eh* erano seimila oan-
lieri e diedmila pedoni di soldo ; e pusaU la ao-
atra, dissono : Signore nostro^ questi cavalieri e sm-
snadieri^ e le nostre persone^ sono al vostro servi-
gio e a* vostri comandamenti; dicendo che, oltre i
questi aveano fomite tutte le loro città, terre e ca-
stella di cavalieri e di masnadieri per la gaardii è
quelle. E così magnificarono la gran potenu ad
loro stato nell* imperiale presenza, tenendo il Ai
la notte le porte serrate e la gente armata per h
città, non senza sospetto e temenza dell* eletto in*
peradore ; il quale vedendosi in tanta noia dì foi*
lecita guardia, fa ora che innanzi vorrebbe eisera
stato altrove con minore onore ; e in tatto f> u
servaggio Tanimo imperiale alla volontà de* tiraaoi,
e r aquila sottoposta alla vìpera, veriflcaadosi h
pronosticazione detta per previsione d* utrologiii
negli anni Domini 1351, per messer frate Ugo ve-
scovo di , grande astrologo al suo teapOi
il quale predisse il cadimento del prefetto da VieOt
e la suggezione futura deiraquila imperiale in qsttk
versi :
AquUa flava ruét poH parum vipera forti»*
Momia iMntrat Lombardi prima 8ophia§.
Anno qttadrato minori deeimonono.
Aquila tueeimhit prò stupri erùnùu foedo.
Nigra rwolabii stìbUmi eardins Bomam.
Ma egli, come savio, comportò con chiara e allepi
faccia la sua cortese prigione ; e con molta libe-
ralità vinse quello che acquistare non avrebbe potate
* Vocabolo Antico per U dmnare, il pasto che si fa per
solito in sul messo di.
' Qoesto che è omesso da alconl stampati.
* forniU. Molti esempi abbiamo dèlia frase ^/òrssra ^
alcuna cosa, per fornirsene oon ogni sforso e pota^
' belle a vedere, di bella apparenta.
DI MATTEO VILLANI.
139
i
r
■
t
r
4
t
J
[i
J5
t -
l'J
h'.'
■).■
per fona. Dopo alqnftnù dì, come a^ fignorì ti-
ranni piacque, il condasaono con la loro gente ar-
mata a Moncia; e ìtì il di della Santa Epifania, a
di 6 del meae di gennaio di detto anno, fa corona-
to della aeconda corona del ferro, con quella iolen-
nità e festa che i aignori Visconti li vollono fare :
e tornato a Milano iotto continova guardia, fattivi
certi cayalierì, ed egli per tornare in libertà iolle-
citando la sua partita, fa accompagnato di terra in
terra dalle masnade armate de* signori, facendo ser-
rare le città e castella dov* entrava, e il di e la not-
te tenerle in continova guardia: ed egli avacciando'
il ano cammino, non come imperadore, ma come
mercatante che andasse in fretta alla fiera, si fece
condncere fuori del dbtretto de* tiranni ; e ivi rima-
so libero della loro guardia, con quattrocento com-
pagni, i più a ronzini senz* arme si dirizzò alla città
di Pisa per esservi prima che non avea loro pro-
messo ; e così li venne fatto.
CAPITOLO XL.
Come il conte di Landò tenne di Lotnbardia
in Romagna con la gran compagnia.
In questi di air entrata di gennaio, il conte di
Landò, capitano del residuo della gran compagnia,
avendo un dì lungamente parlamentato a solo colPe-
letto imperadore, con duemilacinquecento barbute
ae ne venne a Ravenna, e con lui due fratelli della
bella contessa, che V anno del generale perdono an-
dando a Roma capitò in Ravenna; e ritenuta dal
tiranno per conducerla o per amore o per forza a
consentire alla sua sfrenata libidine, la valente don-
na vedendo non potere mantenere la sua cutità con-
tro alla forza dello scellerato tiranno se non per
via di morte, trovò il modo di finire sua vita in-
nanzi che volesse corrompere la sua castità. Quea^
cavalieri credendosi potere vendicare delF onta della
loro sirocchia contro al tiranno, s* accostarono con
la compagnia, e fprono singolare cagione di menar-
la in sul Ravennese, ove stette lungamente ardendo
e predando, e guastando il paese ; e dopo la detta
stanza e guasto dato, essendosi tenuto alle mura del-
la città il conte, gli domandò trentamila fiorini d*o-
ro ae volea ai partissono di ano terreno, e avendo
il tiranno bargagnato*, s* era recato il conte a do-
dicimila fiorini d* oro. Allora disse il tiranno, che gli
darebbe i detti danari, se *1 conte il volesse sicurare
di non partirai con la compagnia per spazio d* un
anno continovo del contado di Ravenna ; e a* suoi
cittadini fece stimare il danno ricevuto delle loro
possesaioni, tenendoli in speranza di pagare loro la
restituzione del danno : onde il conte e la sua com-
pagnia frustrata del loro intendimento si partì di là,
e andossene nella Marca. Luceremo ora de* fatti
della gran compagnia, e torneremo alle ooae che per
r avvenimento dell* imperadore occorsono in Toscana.
* affrettando, sollecitando; voce antica.
•f * tenuto pratica, praticato, trattato per aver vantaggio.
:>*' In questo significato il Tocabolo è nnovo al Vocabolario.
^, ' Altri Testi leggono erroneamente : barbagnato*
CAPITOLO XU.
Come i Fiorenlini per la tenuta delP imperadore
a Pisa si provtidono.
Sentendo i Fiorentini P avvenimento dell* eletto
imperadore a Pisa, non avendo alcuna cosa provve-
duto dinanzi quando ara a Mantova, ove ciò che a-
veasono voluto da Ini avrebbono di suo buon gra-
do impetrato, stavano in consiglio se dovessono ub-
bidire 0 contradiare ; ed eaaendone la città tutta in
vari e indeterminati oonaigli, presono di fare dodi-
ci uficiali eh* andusono per tutto il contado con or-
dinata balia di fare riducere ^ tutta la vittuaglia nelle
terre murate e nelle castella forti, e ogni altara cosa
di valuta \ e diedono voce di volere prendere difesa,
e non con accettare Timperadore, per non sottomet-
tere la franchigia del comune ad alcuna signoria ;
e quanto che in fatto questa provvigione avesse po-
co effetto, pure fa umilmente provveduto, per non
mostrare viltà o paora, e per dare intendere all*elet-
to imperadore e ah suo consiglio che il comune di
Firenze s* apparecchiava alla sua difesa \ e nondime-
no elessono sei cittadini per mandarli a lai come
fosse riposato in Pisa, per trattare accordo con
lui, se rimanendo in libertà il potessono trovare.
E questo fu ordinato e fatto in Firenze a dì 1 1 di
gennaio del detto anno.
CAPITOLO XLIL
Come il legato prete RecanaH.
In questo mese di gennaio, il legato del papa
avendo la città di Fermo, e seguitando suo proces-
so contro a messer Malateata da Rimini per le cit-
tà eh* egli occupava a Santa Chiesa; nondimeno come
signore avvisato e pratico ne*fatti della guerra, non
stava sola a* processi nò al auono delle campane, an-
zi cercava trattati, e co* snoi cavalieri sollecitava gli
avversari di continova guerra : e in questi dì per
trattato miao la sua cavalleria in Recanati, e rac-
quiatò la città alla Chiesa di Roma ; e in quella,
perch* era povera d* abitanti, miao gente assai a ca-
vallo e a piò per far gaerra a messer Malateata, e
per guardare la città più sicuramente.
CAPITOLO XLIU.
Come il capitano di ForU tenne in Firewse,
Quello che al presente ci muove non ò per Io
fatto della propria peraona degno di memoria, ma
air indiscreto mo? imento de* rettori di Firenze a qoel
tempo non senza ammirazione ci muove a ricor-
dare, come nel noatro contado venne messer Luigi,
marito della reioa Giovanna figliuola del re Ruber-
to, ed egli figlinolo del prenze di Taranto fratello
carnale del detto re Ruberto, stati sempre protettori
del nostro comune, e il detto prenze capitano e con-
' ridurre, raccogliere, ristrìngere.
ÌM
CRONICA
dnoitore deHe noi tre otti, areiido il loro reale Mo-
glie e la vita, nelle persone di meaaer Carlo loro
fratello e di metaer Piero figlinolo del detto re,
aparto nelle nostre guerre, non dimenticata la me-
moria di cotanti serrigi, gli fu vietato non tanto
il renire nella nostra eittà senz'arme e sensa com-
pagnia di gente d'arme, ma lo stare nel nostro con-
tado gli fn vietato; e i fratelli carnali e' cugini tor-
nando di {Prigione d' Ungheria e domandando di vo-
lere fiire loro diritto cammino per la nostra città
e per lo nostro contado a tornare nel Regno, fa
loro vietato e contradetto il passo, ove si doveva
con singnlare festa e onore fargli ricevere e ac-
compagnare ; ma tanto fu il podere d' alquanti cit-
tadini che allora governavano il comune, fortifican-
dosi con non giusti né veri sospetti, che contro al
piacere degli altri cittadini ebbono podere di così
fare. Il capitano di Forlì, antico tiranno, sempre sta-
to nemico di Santa Chiesa e del nostro comune, ca-
porale in Romagna di parte ghibellina, scomunica-
to e dannato da Santa Chiesa, volendo andare a
Pisa ali* imperadore con grande»compagnia di genta
d* arme, fu nella nostra città ricevuto con disordi-
nato e sovra bbondanta onore; e convitato da^ signori
e da altri cittadini, statta in festa alcuni dì di suo
soggiorno: poi volendo essere nella presenza dellV
letto imperadore a Pisa, non gli fu conceduto ezian-
dio entrare in quella città, perch' era in indegoa-
all' altare fece sue orazioni ; • rimontato a cavallo,
con grande allegrezza e festa fn ooadotlo a* aobOi
abituri de* Gambacorti ov' era il femoso gìardiao ; e
apparecchiato da* detti Gambacorti le canore e k
letta di nobilissimi adornamenti, e apparecehìata le
vivande per la cena, e gli oatierì attorno per latla
la sua compagnia, fu con somma letizia coosanuita
la prima giornata, veriflcandoai T antico proTerhio,
che dice : gli stremi dell* allegre%%a ocai^a ii piam-
io^ come seguendo appresso in questo procaaao del-
r imperadore si potrà trovare.
CAPITOLO XLV.
Come r imperadore bmuìì parlamento t» Fisa,
e quello a* aieveime.
Lunedì vegnente, a dì 19 di gennaio, Toleado
r imperadore fare ragunare i cittadini a parlameata
per ricevere ilsaramento della loro nbbidìeasa, men-
dò il bando da sua parte che tutti si raganasaono al
duomo per la detta cagione; ed egli s^ apparecchia
d* andare là. Il popolo mosso per lo bando ni ra-
gunava al duomo. Erano in questo tempo ia Piia
due sette ^: Tona reggea lo stato del oomane, delli
quale i Gambacorti e Cecco Agliati erano caporafi,
e costoro erano chiamati Bergolini : 1* altra ai chia-
mava la setta de* Matraversi, e non erano conidead
zione di Santa Chiesa. Non è V onore alcuna vol> I al reggimento del. comune. Ed essendo venuto £
ta latto al nemico da biasimare; ma molto pare co-
sa detestabile, in luogo del debito onore, a fidatissi-
mi amici imporre sospetto e fare vergogna : alla
matta ignoranza del vario reggimento della nostra
eittà fu lecito di così fare a qaesta volta.
CAPITOLO XLIV.
Come r imperadore Carlo giunse a Pisa.
L* eletto imperadore, diliberato delle mani de'
Lombardia appresso ali* eletto imperadore ano Paf-
fotta della cua de* Conti, il quale era de' caporali
della setta de* llatravers% costai con certi altri di
quella setta disposti a rimuovere il reggimealo del-
la città, il quale 1* eletto imperadore aveva a laa-
tova promesso di conservare e di mantenere^ easoido
egli già mosso per andare al parlamento, e valicato fl
penta alla Spina, cominciato fa con gran romore* per
li Matraversi a dire: m'ea t imperadore e la Uberià^ e
muoia il consertadore. Udendosi nel roaiore k ao-
vita del conaervadore, i grandi e* piccoli conuacàa-
tiranni di Milano, avendo in sua compagnia il fratollo | rono a sospettare per tema, e altri per mala iadn-
naturale patriarca d* Aquilea , giunse alla città di
Pisa domenica a dì 18 di gennaio, gli anni Domini
1354 dalla sua incarnazione in su Fora della nona.
Ed essendo i Pisani provveduti a fargli onore, gli
andarono incontro con la processione del loro arci-
vescovo e di tutto il cherìcato, e con allegra festa i
giovani veatiti a compagnie di nuove aasise andava-
no armeggiando; e i rettori del comune con gli al-
tri pih matari cittadini e co* soldati senz* arme
gli si fedone incontro fuori della tarra facendogli
somma riverenza; a così tutto 1* altro popolo a piò,
pieno d* allegrezza gli si fece incontro : e addeatra-
to da' loro cavalieri, con ricco palio sopra capo, gri-
dando il popolo viva V imperadore^ il oondussono
nella città. L* imperadore vestito molto onestamenta
d* uno paonazzo bruno, senza alcuno ornamento d'o-
ro o d* argento o di pietre prezioae, andava con
molta nmilta salutando i grandi e* piccoli, pigliando
gli animi di molti forestieri, che Terano a vedere, col
ano benigno upetto e umile portamepto: e condotto
alla chiesa cattadrale, reverentementa inginocchiato
stria; cominciò il popolo a correre ali* arme. L* elat-
to sentando questa novità, incontanente diede la vol-
ta ; e avendo seco Franceschino Gambacorti, il qnak
era sindaco del comune a fargli il saramento, e con
lui i soldati del comune, se ne venne al palagio de-
gli anziani, e di là mandò bandi per la terra^ e le-
ce ai cittadini porre giù 1* arme, e raeohelare 1
popolo ; e lasciati i soldati del comune alcana parta
armati in segno di guardia, in quel giorno non à
fece altra novità, e prolungossi il saramento ohe hn
si dovea ali* eletto imperadore.
' Morto il conte Ranieri, signore e capitano g«DeraI«
de' Pisani, la città andò tutto a romore, e dirisaai in eoi
partiti, venne in fona di qneDo dei Bergolini, €h% «Imm
Andrea Gambacorti a capitano e signore del popolo. Ha
venendo il re Carlo IV nel 1865 (non nel 1354) in FSaa,
la fasione opposto pigliò animo e ài propose di oodore la
signoria di Pisa al monarca alemanno; il quale la duputti
poi cedere per panra e ritrarsi a Gennania.
'UT. Ricci legge erroneamente : eommeiafo Jm grm
romore ecc.
I
DI MATTEO VILLAia.
14t
CAPITOLO XLVI.
Cowèe rònperadaré di CostanimopoU racquistò
V imperio.
Del detto mese di gennaio, nn altro giovane
Cafogianni Paleologo, imperadore di Coatantinopoli,
essendo, come addietro è narrato, dal ano suocero
Mega Domestico, balio dell'imperio, per lai cacciato
di quello, ed usurpato a sd la signoria del detto im-
perio, aveva lui lungamente tenuto in esilio nel rea-
me di Salonicco : il quale giovane imperadore aven-
do tenuto lungo trattato con certi de* suoi baroni, i
quali gli dicevano cbe procurasse di comparire a Co-
stantinopoli, ed essendovi V ubbidirebbono ; costui
povero d* avere e di gente, non trovando altro aiu-
to, si fece ad amico un gentile uomo di Genova ch'e-
ra ricco in quel paese, il quale co* suoi danari e con
r indusse della sua persona segretamente il condus-
se in Costantinopoli ; ed essendo nella cittì, fu ma-
nifestato a' baroni con cui era in trattato, i quali di
presente gli feciono braccio forte, e sommossone il
popolo, che il desiderava come loro diritto impera-
dore; e presa Tarme, combattendo il castello della
signoria, Mega Domestico, usurpatore dell' imperio,
male provveduto di questo caio, come Iddio volle,
si fuggi di Costantinopoli : e il giovane, a cui si do-
vea r imperio di ragione, rimase imperadore ; e il
suocero per paura si rendo calogo^^ cioè eremita. E
stando in quello stato da non prender gnardia di
lui, trattava col figliuolo e co' suoi amici d* abbat-
tere r imperadore: e scoperto il trattato si foggi; e
eambiato abito, accolse gente, e cominciò a guer-
reggiare in alcuna parte V imperio, con lieve aiuto
di sbanditi e di ribelli. L* imperadore per rimunerare
il servigio ricevuto dal Genovese, eh*' aveva nome
messer.. ., li diede Pisola di Metelioo, e la sirocchia
per moglie ; ed ebbelo continovo al suo consiglio.
si facesse. L* eletto imperadore vedendo che il mo-
vimento di costoro s' accostava alla sua volontà^
quanto che ciò fosse contro a^ patti promessi, sotto
ombra di volere racqoetare la contensione del co-
mune e levare materia agli scandali già mossi, andò
al palagio degli anziani ; e ivi fatti ragunare i soldati
del comune a cavallo e a 'piò, prese il saramento
da loro, e cominciò a venir meno allo stato ebe reg-
geva della sua promessa, e a dare baldanza a' suoi
avversari : ma per non dimostrare che cosi tosto a-
vesse loro rotti i patti, argomentò, e feceoe capitani
Prancesohino Gambacorti e Cecco Agliati alla sua vo-
lontà. La cosa era già condotta in termini, che dire
non s'osava contro a cosa che facesse, nò ricor-
dare i patti promessi; ma catuno dimostrava esse-
re contento a ciò che facesse per accattare la sua
benivolenza.
CAPITOLO XLVm.
Come procedetiono i fatii in Pi$a.
CAPITOLO XLVn.
Come i Maira^eni di Pisa feciono muovere
rimperadore.
Tornando alla materia de' Pisani, il martedì a
dì 20 di gennaio del detto anno si ragunarono in
Fisa col PaiTetta assai della setta de* Matraversi, e
con loro gran parte d* un' altra nuova setta che si
diceano i Malcontenti ; e in compagnia s* appresenta-
rono dinanzi ali* eletto imperadore, e con grande
istanza il richiesòno e pregarono, che per bene e
contentamento del comune dovesse prendere, a so il
saramento de' loro soldati, chò i cittadini erano mal-
contenti che i sooi soldati fossono all' ubbidienza
di due privati cittadini, dò era Pranceschino Gamba-
corti e Cecco Agliati : e Cecco Agliati per alcuna in-
vidia presa, vedendo che abbisogni i soldati andava-
no più a Prancesohino che a hn, sentendo questo
movimento andò all' imperadore, e disse, che di-
cevano bene, e che per sé era contento che così
* Corruzione di non so qaal voce greca. Forse era da
leggere: /tofax^g.
Avvedendosi i Gambacorti e i loro seguaci che
r eletto assentiva di grado le novità che moveano
i loro avversari, e non vi volea mettere riparo, co-
nobbono che il loro stato si veniva abbattendo, e
non vi poteano riparare con alcuno salutevole con-
siglio. E però vedendosi a mal partito, strignendosi
insieme, per lo meno reo presono di volere essere
motori, innanzi che fatto venisse alla setta contra-
ria a loro di dare la libera signoria del comune al-
l' imperadore, pensando che per li patti egli era lo-
ro obbligato, e per questa libertà sarebbe più ; e
così deliberati furono all' eletto e con belle e ri-
verenti parole dissono, eh' aveano provveduto, per
levare gli scandali della città di Pisa e del suo
contado e distretto, darii la signoris. L' imperadore,
che per via indiretta cercava questo, si mostrò mol-
to contento, e di presente prese la signoria, e le-
vò le guardie dalle porte che v' aveano i -Pisani, e
misevi la sua gente ; e il dì e la notte faceva guar-
dare la terra alla sua cavalleria, tanto che vi fos-
se più forte, e 1' entrate del comune recò a sua
stribuzione; e mandò bando da sua parte, che chi
si sentisse offeso del tempo passato, o per V avve-
nire, andasse per giustizia a lui e alla sua corte,
dicendo che intendea che 1' sgnello pascesse allato
al lupo senza lesione o paura. Tatto questo proces-
so per la fretta delle sette e per la volontà dell' im-
peradore, sotto ombra di voler conservare il co-
mune in pacifico stato, fu aoperato di fatto^ senza
deliberazione di comune consentimento.
CAPITOLO XLDL
Come gU ambatdadori del comune di Firenze
andarono tUf imperadore.
il eomune di Pirenae avendo lungamente pra-
ticato con quello di Siena e di Perugia 'per la co-
mune libertà del reggimento delle dette città, e tro-
vato che i Perugini si poteano diliberare daÓa sug-
142
CRONICA
geiione dell' imperio, sotto titolo di euere uomi*
oi di Santa Chieaa; Bondimeiio di loro coasiglios'a-
niroDO inuene coi Saneai a dovere aeg^tare ano
il e nno no nel cospetto dell* imperadore a mante-
nere loro stato, e la firanchigia de' loro comuni : e
aTcndo presa questa concordia, i Fiorentini, ch'a-
Teano eletti sei cittadini d* autorità a questo ser-
TÌgio, gV informarono della volontà del loro comune
dicendo, che i Sanesi segnirebbono quelle medesimo
secondo la promessa eh' aveano dairordine de' nove,
che governava e reggeva quello comune ; ed aven-
do i capitoli scrìtti della loro commissione, a di
22 di gennaio si partirono di Firense vestili d*una
assisa tutti di doppii vestimenti, Fano di fine scar-
latto, Peltro di fine mescolato di Borsella\ con ric-
chi adornamenti, e con otto famigli a cavallo per
nno, tutti vestiti d' un* assisa ; e nel cammino atte-
sone più giorni gli ambasciadori perugini e' sanasi,
per comparire tutti insieme nella presenza delF im-
peradore, come ordinato era, sperando dovere im-
petrare ogni loro domanda con la benevolenza del
signore, ove i Sanesi lenessono la fede promessa
a' Fiorentini e a' Perugini : la qual cosa venne man-
cata per la corrotta intenzione de'Saneai, come po-
co appreaso racconteremo.
CAPITOLO L.
Di novità stala in Montepulciano,
Mercoledì notte, a di 21 di gennaio, BMSser
Niccola de' Cavalieri uscito di Montepulciano, aven-
do trattato co' suoi amici ch'erano nel castello,
accolti dugento cavalieri e cinquecento fanti, essen-
dogli aperta una porta, entrò nel castello. 1 Sanc-
ii eh' aveano la ròcca e la guardia di Montepulciano,
sentendo messer Niccolò e la sua gente entrali den-
tro, francamente con certi terrazzani che non era-
no nel trattato abbarrarono' la terra, e intendevano
alla difesa ; ma poco sarebbe loro valuto : se non che
per caso avvenne che per altra cagione in Monte-
follonico ivi vicino erano venute masnade di Sanesi,
ì quali sentendo lo stormo di Montepulciano di pre-
sente furono là al soccorso de' loro ; e aiutato aos-
tenere la battaglia e difendere la terra infino al
vespero, vedendo messer Niccolò e i terrazzani chV-
rano con lui che non poteano rompere gli avversa-
ri, e che il giorno declinava verao la notte, temet-
te che nel soprastare maggiore gente de' Saneai non
li sorprendesse, e presono partito di ardere la terra,
e andarsene ; e mettendo prima catuno fuoco nella sua
casB, e appreaao nell' altre, e affocato ogni cosa,
abbandonarono la terra : e intrigati que' d' entro a
riparare al fuoco, non li poterono seguire; e pe-
rò si rìcolsono a salvamento: e per V abbondanza
del fuoco messo in molte parti, senza potersi ri-
parare, arse dalla ròcca del sasso in giù tutta quan-
ta, con gran danno de' terrazaanL
CAPITOLO LL
Come le ielle di Pisa si pacificarono meietne,
A' 23 di gennaio 1354, avendo l' imperadore
recato a aè la guardia e la libera aignoria di Pisa,
e messi i Tedeschi in luogo de' cittadini alla gsar-
dia, e già cominciando a prendere per loro, e va-
lere per loro alberghi le case de' buoni cittadini di
Pisa e le loro muserizie, per paura di peggio ca-
tana setta si ragunò a casa degli anziani : e vedea-
dosi insieme, catuno dicea, che per le loro discor-
die e disordinati movimenti l' imperadore avea pre-
sa la guardia e la signoria di Pisa coatro ai patH,
e senza la deliberazione del comune ; e dimostraro-
no in quello consiglio quanto male poteva seguire
alla patria per le loro discordie: e ivi gli animi
avvelenati da catone parte cominciarono a diasi mn-
lare, e mostrare di volere tra loro concordia ; e gii
anziani di quello stante elessono dodici cittadini ^
catuna parte, i quali ragunati insieme, senza eon-
trasto terminarono che ogni dissensione tornasse a
unità e concordia. E avuto consiglio con molti cit-
tadini, fedone fare pace a coloro eh' aveano briga
inaieme ; e qnelli che discordavano per cagione di
sette si mostrarono a quella volta d' uno volere, e
di concordia elessono ventiquattro, dodici di catana
parte, che riformassono la terra degli uffici e' reg-
gimenti a volontà dell' imperadore : e cosi fenna la
concordia fra loro, andarono insieme all' imperado-
re, il quale avea già cassi i soldati borgognoni a i-
taliani del comune di Pisa, e in loro luogo' con-
dotti de' suoi tedeschi, e fattili giurare a sé. Venati
i Pisani nella presenza dell' imperadore, con belle
e savie parole li fedone intendere la loro pece e
la loro concordia. L' imperadore, nonoatante quello
eh' avea inteso da' dicitori, fece domandare il popolo
se cosi era di loro volere -, e tutti gridando rispo-
aono di al. Allora T imperadore scusò sé, dicendo
che quello ch'avea fatto non era stato di suo movi-
mento né per sua volontà, ma le discordie e i rome-
ri mossi e fatti nel suo cospetto l'aveano fatto temere
del suo onore e del pericolo della città, e però a-
vea presa la guardia ; ora molto allegro della loro
pace e concordia reatituiva la guardia della città al
comune e gli uftd a' cittadini ; e di preaente colla
sua autorità confermò i ventiquattro eletti a riforma-
re la terra, pregando e comandando loro che ht-
ceaaono buona e comune elezione agli ofici de' lo-
ro cittadini, sicché alcuno non ai potesae con ra-
gione rammaricare ; ma le chiavi delle poi te della
dttà non volle però rendere agli ansiam. E chi be-
ne riguarderà qneato processo, troverà per astato ia*
gegno abbattuto lo stato di coloro che reggevano,
e forae darà fede a una fama che corse, che tutto
dò eh' é avvenuto fosse ordinato con 1' imperadore
per lo Paffetta capo de'Matraversi fino in Lonabardia.
' n «MMolAto erm una speeia di panno,, ohe oggi più
eomonemente si direbbe panno mi$tio. Dì Bornlla, di
Bniuelles.
^ r aatorragUarono, Attraversarono Io vie con barre, ser-
ragli, e Impedimenti d'ogni Catta per chindere U passo.
' H T. Ricci sbaglia leggendo : in Uro luoghi eoe.
DI MATTEO VILLANI.
143
CAPITOLO LIL
Carne Gemile da MogUano si ritolse la dita di
Fermo.
Tornando nella fontana do' tradimenti nella Ro-
magna 0 nella Marca, ci occorre Gentile da Moglia-
no, il quale per dare più certa fede de* laoi fatnri
tradimenti, a' era comanicato col cardinale all' alta-
re del corpo di Cristo quando rendè la città di
Fermo a Santa Chiesa, e fa fatto gonfaloniere per
lo detto legato centra i nemici di Santa Chiesa di
Roma, e capitano della gente della Chiesa contro a
messer Malatesta da Rinuni, eh* era ano nemico ca-
pitale; e mandò il legato, com* era in conTf gna con
Gentile, gente d' arme a cavallo e a pie per riceve-
re la tenuta della ròcca e fornirla; e mandò per lo-
ro contanti ftorìni d* oro ottomila per dare a Gen-
tile come gli area promessi quando consegnaise la
ròcca. In questi medesimi dì, innanet che le cose
avessonb il suo effetto, messer Malatesta a* avvisò
non potere resistere contro al legato avendo seco
Gentile da Mogliano e la città di Fermo; e 1 ca-
pitano di Forlì, quanto che fosse nemico di Mala-
teata, s* accorse, che acquistando la Chiesa sopra
messer Malatesta, la piena verrebbe poi sopra lui ;
e però incontanente fece sapere a messer Malate-
sta, che volea dimenticare V ingiurie ricevute, ed
essere suo amico : e senza attendere risposta, con
molta confidanza se n* andò a lui, il quale veggen-
do la liberalità del capitano il ricevette amichevol-
mente ; e ragionando insieme, conobbono il perìco-
lo del loro stato, e che rimedio non avea se non
dalla loro concordia e di Gentile da Mogliano; e
presa fede da messer Malatesta che farebbe pace
con Gentile, e che gli renderebbe il porto di Fermo,
di presente mandò messer Lodovico suo figliuolo, co-
gnato di Gentile, a ordinare che tradisse il legato e
Santa Chiesa. E perocché la natura di que' tiranni è
molto conforme a* tradimenti, con poca fatica recò
Gentfle al fatto ; e udita la promessa di messer Ma-
latesta, e vedendosi acconcio a potere tradire, tutto
V onore ricevuto dal legato, e la speranza di quelli
che gli apparecchiavano, e H saramento prestato nel-
la comunione a Santa Chiesa mise per niente; e fa
tanto sfacciato, eh* essendo già venute in Fermo le
some de* soldati del legato con parte della gente,
fece cercare se i danari vi fossono che il legato man-
dava per la ròcca, e per avventura erano ancora fuori
della terra ; e temendo dei cittadini, che volentieri e-
rano asciti della sua lirannia, mostrando di voler
lare ciò eh* avea promesso, occultamente racchiuse
nella ròeca messer Lodovico con dugento cavalieri,
e del mese di gennaio, essendo molti cittadini fuo-
ri della terra a una certa festa, scesono improvviso
della ròcca nella città gridando: oìea Gentile da Mo^
gliano^ e muoia le parte della Chiesa; e conono a
serrare le porte, e i soldati che dentro v*erano per
la Chiesa mandarono fuori. La gente del legato u-
sdta di Fermo, e V altra che era fuori, temendo per
lo subito e non pensato tradimento, si ricolsono a
Reeanati; e fornito Gentile il suo tradimento, •
fatto pace con messer Malatesta, e riavuto il porto
di Fermo, tutti e tre i tiranni ribelli a Santa Chiesa
si collegarono insieme contro al legato; ma egli con
grande animo «per questo non si smagò ^ ma prese
cuore di abbatterli, come in fine fatto gli venne.
CAPITOLO LHL
Come gli ambasciadori de* Fiorentini e Sanesi
furono ricevuti doli* imperadore.
A di 29 di gennaio detto , gli ambasciadori
del comune di Firenze, in compagnia con gli amba-
sciadori di Siena, entrarono in Pisa, e andarono a
fare la riverenza ali* imperadore, e con loro furo-
no ancora gli ambasciadori del comune d* Arezzo
(quelli del comune di Perugia, perocché si voleano
appresentare come nomini di Santa Chiesa, non vol-
lono andare con loro) : e come giunsono all' impe-
radore, trovarono accolti con lui tutti i suoi ba-
roni; ed entrando gli ambasciadori de' detti comu-
ni, i baroni avvallarono i cappucci, e V imperadore
e* suoi li rioevettono con molta festa e allegrezza :
e volendo baciare i piedi all' imperadore, no *l sof-
ferse ; e ricevuta la riverenza da tutti, con singolare
dimostramento d* amore prese per mano degli am-
basciadori di Firenze, e feceseli tutti sedere allato ;
e tale fu, eh* egli abbracciò e baciò in bocca, per
mostrare che contro a lui non avesse preso sde-
gno, sapendo eh* altra volta tornato a Firehze dalla
Magna avea sparlato contro a Ini: e festeggiando
con tutti allegramente, domandarono giornata per
sporre la loro ambasciata , e fu data loro per lo
seguente giorno.
CAPITOLO LIV.
Come i Sanesi scoprirò la loro corrotta fede contro
a" Fiorentini.
L'altro dì vegnente, a dì 30 di gennaio detto, gli
ambasciadori del comune di Firenze vestiti di scar-
latto foderato di vaio con adomi paramenti, con gli
ambasciadori de* Saneai insieme, che erano de* mag-
giori cittadini di quella città, s* appresentarono alla
presenza dell* imperadore e del suo consiglio : e
avendo voluto i Fiorentini che con loro insieme fos-
sono gli ambasciadori d* Arezzo, i Sanesi eh* ave-
vano la mente corrotta contro a* Fiorentini noi vol-
lono acconsentire, perché i Fiorentini a quel parla-
mento, non avessono chi li seguisse. E cominciando
gli ambasciadori fiorentini a porre 1* ambasciata co-
m*era loro imposto, per dimostrare più franchezza
del loro comune, usarono parole di debita reverenza
alla maestà imperiale, dicendo santa Corona^ e poi
conseguendo seremssimo Principe^ senza ricordarlo
imperadore, o dimostrargli alcuna riverenza di sug-
gezione ; domandando che il comune di Firenze vo-
lea, essendogli ubbidiente^ le cotali e cotali fran-
chigie per mantenere il suo popolo nell* usata libertà :
* si BxrkBrrìf si perdette d'animo; voeabolo antico.
i44
CROMICA
6 avendo latto detto eome fa loro commesso, con-
chiasoao la loro reverensa con poco onoro della
maestà imperiale ; della qoal cosa segoitò poco ono-
re a^ rettori di Firense da cui mosse qaello consi-
glio. Di qnesto nacque tra i baroni e* consiglieri
dell' imperadore , e massimamente tra coloro che
per animo di parte erano contradii al comune di Fi-
renze, sdegno e baldanza di parlare contro al no-
stro comune; e se T imperadore, e il patriarca, e
il yececancelliere non avessono a^uta più temperan-
za che gli altri del consiglio, i fatti con la conse-
guenza de^ Saneai, che in qaello consiglio inganna-
rono il comune di Firenze, andarono a rovescio con
molto sdegno da catuna parte: ma il savio signore
con temperanza conobbe quanto pericolo al suo stato
portava a non rimanere in concordia col comune di
Firenze ; e però sostenne, magnificando quel comu-
ne, e mostrando verso quello volere fare quanto o-
nestaroeote potesse fare, non guardando groppo al-
l'onore imperiale: e ordinò di tornare con più di-
ligenza altra volta a trattare co' detti ambasciadori ;
0 il suo consiglio ripremette d' ogni oltraggioso
parlamento quivi fatto. Dopo questo, gli ambascia-
dori aaneai, eh' aveano altro in cuore che non a-
veano promesso a' Fiorentini, lieti della poca rive-
renza fatta all' imperadore per gli ambasciadori fio-
rentini, parendo loro venuto il tempo che i loro ret-
tori con coperta malavoglienza lungamente aveano
aspettato, credendosi col loro tradimento abbattere
e disfare il comune di Firenze, partendosi da quello
che in fede aveano promesso al nostro comune, co-
minciarono a sporre innanzi all' imperadore , e al
suo consiglio, e agli ambaaciadori del comune di Fi-
renze la loro ambasciata, magnificando con ornato
sermone la serenità della maestà imperiale, chia-
mandolo loro signore; e senza alcuno patto offerso-
no quello comune liberamente alla sua signoria, con
le più magnifiche lode che pronunziare si possono,
e con le più libere offerte , pensando di queato ri-
manere esaltati e grandi, e aver messo in fondo il
comune di Firenze. Onde 1' imperadore grazioaa-
mente e con lieto volto ricevette e accettò l'offerte
di quello comune, e gli ambasciadori commendò
mollo del loro onorevole parlare, in onesta ripren-
sione di coloro che con meno reverenza aveano par-
lato all' imperiale maestà. Ma perocché T intenzione
dell' ordine de' nove di Siena infino a quello punto
era stata occulta a molti grandi cittadini di Siena e
al comune di Firenze, cominciata a palesare ne' fatti,
ebbe ravvolgimenti, e segaironne cose assai notevoli,
come al suo tempo innanzi racconteremo : ricordan-
do qui, che come a Dio piacque, l'ordine de' nove,
che questo tradimento ordinarono, ne fu abbattuto e
disfatto, e il comune di Firenze n' è esaltato in mag-
giore e migliore stafo.
CAPITOLO LV.
De* falli €omme$9Ì per lo comwM di Fireiue,
e degV inganni ricevuti da'* suoi vicini,
Avvegnaché quello che seguita non sfa cosa
nolevole, concedesi a\ noatro trattato per ammae-
stramento delle cose a venire. I rettori del eomime
di Firenze sentendo passato in Italia T imperadore
e coronato a Moncia, per loro non si fé' albina prov-
visione in utilità 0 beneficio del nostro comune ; stan-
do egli lungamente a Mantova nel lieve stato dio
v' era, se il nostro comune v' avesse mandalo a dar-
gli conforto, ciò che avessono volato avrebbono di
grazia impetrato da lui ; ove poi con pericolo e con
gran costo s' accordarono con lui, come segueiido
si potrà trovare. E ancora lasciarono per matta i-
gnoranza a provvedere d' arrecare alla loro volonlà
e disposizione tutte le città e castella e terre vici-
ne, le quali lievemente con alquanta prowedenxa
avrebbono recalo a dire e a fare quello che il coaaa-
ne di Firenze avesse voluto; ove in sul latto oattma
terra e castello, senza richiesta del comune di Firen-
ze, prese suo vantaggio, non senza pericolo del no-
stro comune : la diligenza e la sollecitudine de'no-
stri rettori fu abbandonata al corso della fortana^
come per antico vizio degli ooooini del nostro co-
mune é consueto, perocché non é chi si curi di pa-
trocinare lo stato e la provvedenza del nostro co-
mone ; e i rettori, e' hanno poco a fare air ofido,
intendono più alle loro private cose che a' beneficii
del comune: e però più lo conduce fortuna che prov-
vedimento; ma molto 1* aiuta Iddio, egli ordini datì
alla grande massa del comune per i nostri antichi
maggiori. E in questo tempo per questa cagione av-
venne, che i Sanesi non si curarono di rompere in
sul fatto la fede a' Fiorentini : e i Volterrani, sen-
tendo r offerte fatte pe' Sanesi, anch' eglino si die-
dono liberamente all' imperadore contro al volere
de' Fiorentini ; e i Pistoiesi, contro al volere deTio-
rentini, e senza con loro conferirne, vi mandarono
ambasciadori per darlisi : ma sentendo che il corna-
ne di Firente si turbava contro a loro, si ratten-
nono della libera profferta, e soprastettono più per
paura che per amore ; e' Samminiatesi cominciarono
segretamente, coprendosi a' Fiorentini, di darsi li-
beramente air imperadore: e trovando tra loro con-
cordia, prima V abbono fatta eh' e' Fiorentini vi po-
tessono riparare ; e se non fosse che i rettori di
Arezzo torneano forte de' Tarlati loro usciti e de'ghi-
bellini d' entro, avendosi vedati a stanza de' Senesi
abbandonare da' Fiorentini nella presenza dell' impe-
radore, si sarebbono dati come gli altri, non cu-
randosi del comune di Firenze; ma per loro mede-
simi sostennono la libertà di quello comune, essen-
do forte impugnati da' Tarlati, Pazzi e libertini loro
ribelli, eh' erano con V imperadore : e avvedutisi gli
ambasciadori fiorentini dell'inganno de' Sanesi, e di
quello ch'^ aveano fatto i Samminiatesi e' Volterrani,
cominciarono a parlare per gli Aretini e per i Pi-
stoiesi. L' imperadore per sua industria non li sos-
tenne , ma disse la parola del Vangelo : aeiaiem
habent ipsi^ de se loquantury e non lasciò dar loro
audacia o favore ; e cosi per difetto di mala prov-
vedenza, i Fiorentini de' loro proprii fatti, e di quelli
che s' appartengono alla guardia de' loro vicini, fu-
rono più e più giorni a pericoloso partito, e io gran-
de ripitio degli altri cittadini.
DI MÀTtBO VILLANI.
145
CAPITOLO LVL
Di molti Alamanni venuti alla coronazione
deir imperadore.
Stando 1* imperadore a Pisa ne' trattati colle
dttè e comani di Toicana, come detto è, innanzi
che i iindachi Tossono venuti a fermare le sngge-
sioni, la noTella della sua coronazione da Mencia, e
dell^ aTYenimento da Pisa, era sparta in Alamagna e
nel sno reame di Boemia, e come le città d* Italia
erano senza guerra acconce alla sna ubbidienza : e
per questo V imperatrice si mosse con mille cavalieri
di buona gente d'arme e molti baroni a sua com-
pagnia per venire a Pisa, e per simile modo molti
prelati e grandi signori della Magna di diverse Pro-
vincie si mossone, catuno con grjBnde compagnia, per
venire in Italia per essere alla sna coronazione in
Roma ; e in breve tempo giunsono a Pisa l' impera-
trice e piii di quattromila cavalieri della più bella e
ricca baronia del mondo, bene montati, e con no-
bili paramenti, e molti arnesi, ma con lieve armadu-
ra ; e molti ne vennono per la nostra città, alber-
gandone seicento e settecento per notte, ove con
cortese e buona guardia onorevolmente furono ve-
duti e albergati. L' imperatrice volea di grazia veni-
re per Firenze ; ma perocché ancor» per lo nostro
comune non era presa fermezza d'accordo con l' im-
peradore, temendo che V ignorante indiscreto po-
polo minuto non movesse parole villane coutro a'fo-
restieri essendo l'imperadrice nella città, o contro i
rettori del nostro comune, per lo meno reo e più
sicuro fu diliberato e preso, che con grande compa-
gnia 0 piccola ella non venisse nella città di Firenze.
CAPITOLO LYII.
Di novità della Marca per Recanati»
Messer Halatesta da Rimini, e il capitano di
Porli, e Gentile da Mogliano, collegati insieme con-
tro al legato, sentendo che i signori di Milano a-
veano tregua con gli allegati Lombardi^ e catuno
stava sospeso per cagione dell'imperatore, aveano
cassi ^ cento bandiere di soldati \ e perchè non tor-^
nassono loro addosso per via di compagnie non li
lasciavano partire del loro distretto se non per la
via della Magna: e per questo li ritennono a mani-
care sopra la pelle^ più d' un mese, e molti se ne
tornarono nella Magna, perocch' erano tutti Tedeschi ;
e quando gli abbono assottigliati, concedettono al
resto la via per la Lombardia, i quali senza arresto
improvviso giunsono in Romagna : e arrestati quivi
senza far danno da millecinquecento barbute, i ti-
ranni sopraddetti romagouoli s'accolsono con loro;
e fatto loro alcuno aiuto di loro danari, e promesse
d' una buona terra dove potrebbono vernare ad agio,
li condussono a Recanati, pensando per fon» po-
' con la lega de' Lombardi.
' lioenaiatif levati dal ruolo cento drappelli di soldati.
Bùndiera^ vale appunto qui qael drappèllo di soldati, ohe
stanno sotto una medesima bandiera, e non eran quasi mai
oltr« a cento. ' li ritennono in sulle spese, a grave
spesa del oomone più ecc.
Vilumi M., Oronien* Vol. U.
terla vincere e racquistare. Il legato, ammaestrato
de' fatti della guerra e de' baratti de' suoi avver-
sari, avendo per suo capitano di guerra messer
Ridolfo da Camerino, prò' e valente cavaliere , avea
fatta gnemire di gente d' arme da cavallo e da pie
la città di Recanati : sicohò sopravvenendo i tiranni
con quella cavalleria, e sforzandosi di combatterla, la
trovarono si guarnita alla difesa, che ne perderono
tosto ogni speranza; e non potendovi soprastare,
con vergogna se ne partirono, tornandosi addietro.
CAPITOLO LVDL
Come la gran compagnia del conte di Landò entrò
nel Regno.
Essendo per 1' avvenimento dell' imperadore in
triegua i fatti di Lombardia, la gran compagnia del
conte di Landò era tornata nella Marca: e ricordan-
dosi che Tanno dinanzi il re Luigi non avea man-
dato loro quarantamila fiorini d' oro eh' egli avea
promessi, e sentendo che il duca di Durezze e il
cunte Paladino erano io rubellione della corona, ed
erano contenti ohe la compagnia entrasse nel Regno ;
nondimeno il conte di Landò, perchè il re non si
provvedesse contro a loro, tenea trattato d' accor-
darsi al soldo della Chieaa : ma non gli era bisogno,
che 'I traccurato ' re era stato assai dinanzi avvisato
dall' imperadore e da più altri che si provvedesse,
che di certo la grande compagnia dovea entrare nel
Regno ; e la provvigione che di ciò fatta era, era di .
stare continovo io danzare e in festa colle donne:
e però la detta compagnia facendo la via della ma-
rina d' Abruzzi, senza trovare contrasto o riparo en-
trò nel Regno; e nella prima entrata preaono Pe-
scara e Villafranca e San Fabiano, e trovandoli
pieni di vittuaglia e d' arnesi, si dimorarono in essi
fino al marzo, recando in preda ciò che venne loro
alle mani, scorrendo le contrade d' intorno. E d^ altra
parte il conte Paladino, con trecento cavalieri e molti
masnadieri, in questo medesimo tempo correva pre-
dando le terre di Puglia^ facendo noia e danno assai a'
paesani ; e avvegnaché messer Luigi di Durazzo non
si scoprisse in questi fatti, tutto si riputava che fosse
di suo consentimento e volontà. Il re faceva fortifica-
re le terre alla difesa contro alla compagnia, e con-
fortavali che si guardassono bene per non cadere
nelle mani de' ptdoni: altro aiuto non dava loro,
che non n' era provveduto né fornito di poterlo fare.
CAPITOLO LIX.
Come f imperadore andò a Lucca.
Essendo stato l' imperadore in Piss, e lasciato
fare a' dttadini le novità ohe narrate averao, stiman-
do che quelle divisioni fossono favorevoli alla aua
signoria, e in iscusa a' patti rotti, intra' quali era la
suggezione di Lucca, già immaginandone alcuna co-
sa a sua utilità, volle andare a vedere la città,
e a di 13 di febbraio detto anno si mosse con pic-
cola compagnia di gente d'arme, e stettevi quel di
e l'altro \ e prendendo la riverenza da' cittadini, il
' trascurato, negligente, spensierato.
10
146
CRONICA
pregavano delia loro libertà. 11 savio e avveduto
imperadore, volendo compiacere a' Pisani e mostrare
di volere mantenere i patti, quanto che altro avesse
nell' animO| disse com* e' sapeva che i cittadini di
Lucca erano stati per lungo tempo ribelli air impe-
rio, e però li reputava degni di quello ch^ avevano
ricevuto ; e confortandoli disse, ohe eomportassono
con pazienza quello che sosteneano per penitenza
del peccato commesso, tanto che meritassono la li-
berazione : e neir agosto lasciò que^ medesimi cit-
tadini che i Pisani v* aveano deputati alla guardia, e
non rimosse uficiali nelP ordine di quel reggimento
in alcuna parte, e V altro di se ne tornò a Pisa.
CAPITOLO LX.
Come al Gallwizo nacque un fanciullo mostruoso.
In questo mese di febbraio nacque presso a Fi-
renze, in un luogo che si chiama il Galluzzo, a uno
barbiere, un fanciullo mostruoso e dìminoto : chò U
viso era come di vitello, con gli occhi bovini; e do-
ve doveano essere i bracci, dagli omeri delle spalle^
uscivano due branche quasi come d^unt botta*, da
ogni parte la sua, e avea il corpo e la natura u-
mana senza coscia : ma dove le coscie dalP imbusto
doveano discendere, uscivano due branche, da catu-
no lato una, ravvolte, che non aveano comparazione :
e^ vivette parecchie ore, e appresso morì, lasciando
. ammirazione di so. Ha di questo e degli altri corpi
umani nati mostruosi nella nostra città non potem-
mo comprendere che fosse vestigio o pronosticatori
d'alcuni accidenti, come credeano gli antichi, ma
gli sconci e disonesti peccati spesso sono cagione di
mostruosi nucimenti, e alcuna volta 1' empito delle
costellazioni.
CAPITOLO LXl.
De* fatH di Siena con V imperadore.
Era per lunghi tempi governato il reggimento
della città di Siena per V ordine de^ nove, il quale
era ristretto in meno di novanta cittadini sotto certo
industrioso inganno ; perocchò quando il tempo ve-
niva di fare i loro generali squittini, acciocché ogni
degno cittadino popolare entrasse nell* ordine de^
nove, coloro eh* aveano già usurpati gli ufid si ra-
gunavano segretamente in una chiesa, e ivi dispo-
nevano d'alcuni, cui voleano che rimanessono nel-
r ordine, fermandoli tra loro per saramento, e pro-
metteano tutti dare a^ detti le loro voci co' lupini
neri ; e tutti gli altri eh' andavano allo squittino,
eh' erano molti buoni e degni cittadini, li riprova-
vano co* lupini bianchi; sicché 1* ordine non crescea
più che volessono, né alcuno v'entrava che tra loro
prima non fosse deliberato : per la qual cosa erano
in odio a lutti gli altri popolani, e a gran parte de'
' Per omero qui s'intenda la parte superiore dell'osso
del braccio. E di vero gli anatomici chiamano ommto
quella poralone dell'arto superiore che dalla spalla va sino
al gomito.
' Hettile anfibio Simile al rospo a al ranocohio.
nobili, con cui non a* intendeano. Branvi enti che
manteneano questa setta, e guidavano il comune oo-
m' e^ voleano : costoro furono quelli che con loro
tradimento oredettono abbattere il comune di Firen-
ze, e disfare sua franchigia e reggimento con la
forza dell' imperadore, ed esaltare loro, soltonaelUn-
do la libertà del loro comune alla libera signoria
dell' imperio, come poco addietro abbiamo narralo.
Avvenne, che manifestata in Siena T intensione 4e'
loro rettori , strana ali* intensione de* Fiorellini e
della maggior parte de' loro cittadini grandi e po-
polani, essendo mandato per gli ambasciadorì d
comune di Siena che faeessono il sindaco a Care la
sommissione, la cosa cominciò a intorbidare gli a-
nimi de* cittadini, e a impedirsi il sindacato con grandi
rìpitii^ de* loro rettori e dell'ordine de* nove che
questo aveano fatto; e fu la città in grave sospetto di
ravvolgimento e di remore, e tutte le case de' gran-
di feciono ragunata di gente d' arme. L' imperado-
re in Pisa volea che gli ambasciadorì senesi faees-
sono la sommessione eh' aveano promessa di fare ;
e per questa cagione avea fatto bandire il parlamoB-
to. Allora uno degli ambasciadorì, eh* era della ca-
sa de' Tolomei, disse a* compagni, che non inleadea
senza nuovo sindacato palese a* suoi cittadini fera
quella sommessione ; e per questo traendosene ca-
tnno addietro, la cosa soprastette, e rimandarono a
Siena : di che V imperadore ebbe malinconia e gran
sospetto, e tutti i di di questo aspetto stette rin-
chiuso senza dare alcuna udienaa o moslrarei ad
alcuno. 1 grandi cittadini di Siena conoscendo il gran
perìcolo che occorrere poteva al loro oomone riliel-
landosi della promessa fatta all' imperadore, e aven-
do fatte conoscere ali* ordine de* nove e al popolo,
che senza loro volontà non aveano podera di darsi
all' imperadore, a di 26 di febbraio ragunato il par-
lamento, per volere piacere non meno al minuto po-
polo, oh* era imperiale, che all' ordine e alla setta
de* nove, feciono iiro il sindacato pieno a darsi lil>e-
ramente all' imperadore. Avvenne per questo, che
rimperadora conobbe e seppe che le cue de^ gran-
di di Siena ebbono la signorìa di fare della città a
loro senno, e da loro principalmente conobbe la sng-
gezione di quella ; e venuto il nuovo aindacato agli
ambuciadorì detti, domenica, a di primo di mano
del detto anno, raunato il parìamento, i deUi am-
basciadorì con pieno sindacato del loro cornane, fé-
dono al detto eletto imperadora per sé e pe' suoi
snccessorì rìcevere libera suggesione del misto e
mero dominio di quella dttà e contado, e de* loro
uomini alla signorìa dell' imperìo, non riserbandosi
alcuna franchigia dell'antica libertà di quello co-
mune : e di queato li fedone fare raverenza , e
prestarono il saramento : ed egli l' accettò e rìcevel-
te per sé e pe'snoi suceesiorì in futuro in presenza
di lutto il parlamento, con grande allegrezza e fe-
sta del popolo pisano eh' era presente ; e accecati
dalla coperta invidia che portavano al comune di Fi-
renze, avvisandosi per questo abbattere la libertà
de* Fiorentini mattamente sommisono la loro.
I ' ripetili repliche, richiami.
DI MATTEO VILLANL
147
CAPITOLO LXIL
Di più imbasciate ghibelline itale in presenta
delPimperadore,
Non ci parve da lasciare in silenzio quello che
ti presente seguita. Messer Piero Sacconi^ e il ve-
scoYO d' Arezzo degli libertini, e Neri da Faggiuo-
la, coMoro consorti e co* Pazzi di Valdarno, fecio-
no loro sforzo accattando sopra loro possessioni, e
Tendendone per mettersi a comperare belli cavalli, e
armi orrevoli, e robe e ricchi paramenti, per com-
parire magnifici nella presenza e servigio dell* impe-
radore, credendosi essere esaltati da lui sopra [gli
altri Toscani ; ed, essendo gli ambasciadori d* Arez-
zo per trovare accordo con Timperadore, iloro ca-
porali^ nominati s^appresentarono nell* udienza impe-
riale e in quella addomandarono baldanzosamente
d* essere rimessi nella loro città d' Arezzo, e che a
loro Tossono rendute le terre eie possessioni. Gli am-
basciadori francamente li ripugnavano'. L'imperado-
re, eh* avea V animo a* fatti suoi e non a quelli della
parte ghibellina, li si levò dinanzi, dando loro u-
ditorì' ch^avessono a riferire a lui ; e nella presenza
degli uditori messer Piero montò in tanta arroganza,
che con aspre minacce e villanie domandava di vo-
lere essere restituito nella capitaneria d* Arezzo e
del contado. Gli ambasciadori savi e coraggiosi rim-
proveravano la sua abbominevole tirannia, e il pro-
prio acquisto fatto per violente rapina, e per ma-
nifesta ruberia fatta a* meno possenti sotto il titolo
del capitanato, conchiudendo, ch'egli era degno di
ricevere dair imperio gravi pene, avendo convertita
la capitaneria di quella città in incomportabile ti-
rannia : e che quella città che gli era accomandata
per la santa memoria dell' imperadore Arrigo, egli
per malizia e per somma avarizia V avea sottoposta
e venduta a' Fiorentini per quarantamila fiorini d'o-
ro, in vergogna e detrimento del santo imperio : e
grande vergogna gli era ora con sfrenata baldanza
avere fatto manifesto all' imperiale maestà cotanti
suoi difetti. Ancora il dotto messer Piero avea nella
presenza degli uditori e degli ambasciadori infama-
to Neri da Faggiuola, eh* avea per amistà de' Peru-
gini fatta la terra del Borgo, eh' era per lui acqui-
stata a' ghibellini, venire in parte guelfa : per Neri
gli fu altamente risposto^, mostrando come tutto era
avvenuto per la sua malìzia, e per le sue violenze
quando v' avea stato ; e anche avvenne ohe il vesco-
vo d' Arezzo si lamentò di messer Piero di gravi
ingiurie ; e così Tuno disse improvviso contro all' al-
tro per modo, che tutti impetrarono grazia nel co-
spetto dell' imperadore e del suo consiglio di gra-
vi abbominazioni, senza altro conquisto di frutto: e
d' allora innanzi gli ambudadorì del comune d' A-
* Intendi i principaU de' sopradetti Sacconi , libertini,
Neri, Pasii e coneorti. E questo dico perchè il loro a totta
piima pare al rapporti agli amboiciadorù
^ contrastavano, loro si opponevano.
* Qui e più sotto uditori vale auditori nel significato di
ministri, giudici di tribunale. Se ne faccia una giunta al
Vocabolario.
* Vedi gli AnnaU del Muratori e V Archiffio Diplomatìeo
di
rezzo ebbono graziosa udienza dall' imperadore per
l'accordo di quello comune.
CAPITOLO LXIIL
Come i Volterrani si dierono alF imperadore.
Avvegnaché innanzi sia fatta alcuna narrazione
della sommissione di Volterra e di Samminiato, qui
si torna al termine del fatto. I Volterrani sapen-
do che i Senesi senza patto erano sottomessi ali im-
peradore, avendo poco amore e meno confidanza al
comune di Firenze, perocché si reggevano sotto la
tirannia de' figliuoli di messer Ottaviano de' Belforti
i quali quanto che fossono guelfi di nazione, per la
tirannia dichinavano ad animo ghibellino come met-
tesse loro bene, e non amavano il comune di Fi-
renze né i Fiorentini per la tirannia, eh' era con-
tradia alla libertà del nostro comune ; e però senza
volere seguire il consiglio de' Fiorentini di doman-
dare patti, feciono sindachi i loro ambasciadori con
pieno mandato, e mandarli a Pisa; i quali in pubbli-
co parlamento, a di 4 di marzo del detto anno, si
sottomisono liberamente alla signoria dell' imperatore
e de' suoi successori, e feciono 1' omaggio e la re-
verenza per lo detto comune, e il saramento come i
Senesi aveaoo fatto.
CAPITOLO LXIV.
Come i Samminialesi si dierono ali* imperadore.
I Samminiatesi, che solcano essere più all' ub-
bidienza del comune di Firenze che i Volterrani, a-
vendo vedute le sopraddette città di parte guelfa già
sottomesse all' imperio, e che il comune di Firenze
trattava per sé d* accordarsi con lui, essendo tra
loro divisi per setta per la maggioranza delle due
famiglie Malpigli e Mangiadori, temendo l' una par-
te che r altra non pigliasse vantaggio, s' accosta-
rono insieme dopo l' aspetto di pia giorni \ e celan-
dosi da' Fiorentini perché non movessono alcuna
delle dette case, e veduto loro tempo convenevole,
di concordia feciono loro ambasciadori con pieno
mandato e sindacato del comune a darsi liberamente
all'imperadore ; e mandatili a Pisa, a di 8 di marzo
in parlamento si sottomisono liberamente alla signo-
ria dell' imperadore ; e fatto il saramento, e volendo
fare 1* omaggio e baciare i piedi all' imperadore, li
levò di terra, e ricevetteli ad osculum pacis; cosa
che non avea fatta a' sindachi di ninna altra città :
la cagione si stimò che fosse per l' affezione che Tim-
perio per antico avea a quello castello, ove solca
essere la residenza degl* imperadori e de' loro vicari,
perché é nno mezzo tra le grandi e buone città di
Toscana. Questo fu prima fatto che il comune di Fi-
renze ne sentisse alcuna cosa; e quando il seppono,
più gravò nell'animo de' cittadini di Firenze che la
sommissione di Siena e di Volterra, per la vicinanza
che '1 detto castello ha con la nostra città e con l'al-
tre di Toscana ; ma gran cagione ne fu la poca prov-
vedenia già detta de* rettori del nostro comune.
148
CR(HnCA
CAPITOLO LXV.
Di disusaio tempo staio nel temo.
Non ci pare dt lai dare in silenzio quello che
fa singolare alla memoria de* pia antichi ; la cagione
si credette che venisse da inOaensa di costellaiioni:
il fatto fa, che dai novembre al marzo il tempo fu
di di e di notte il più sereno, cheto e bello che
per addietro si ricordasse, essendo il freddo senza
tenti continoTO e grande ; e le nevi eh' erano cadu-
ta dal principio, si mantennono ghiacciate nel con-
tado di Firenze, e in molte parti bastò nella città piik
di tre mesi : il mare fu tranquillo e dolce a navica-
re oltre alla credenza degli nomini: tutti i gran fiu-
mi stettono serrati di ghiaccio longamante per mo-
do che niuno si poteva navicare; e il nostro fiume
d' Amo, che ò corrente come uno fossato, stette
fermo e serrato di ghiaccio, che lungamente senza
pericolo in ogni parte si poteva sopra il ghiaccio
valicare ; e a di 8 di marzo cominciarono a rompere
le piove dolci e utili a tutte le sementa della terra.
CAPITOLO LXVL
Come il segreto giurato in Firenze fu manifestato
air imperadore.
Seguendo gli ambasciadori di Firenze il tratta-
to della concordia con V imperadore, e avendo il
mandato di profferirgli per lo comune cinquanta mi-
gliaia di fiorini d*oro, avendo da lui i patti privile-
giati che per parte del comune gli si dimandavano,
r imperadore, avvisato e malizioso, della moneta,
dov' f gli avea V animo, non mostrava di curarai, ma
ne' patti si mostrava strano e tenace per vendere più
cara la sua mercatanzia. Avvedendosi di questo gli
ambasciadori, e avendone alcuno segreto accennamen-
to di fuori da lui, due degli ambasciadori per comu-
ne consiglio degli altri tornarono in Firenze per in-
formare a bocca i rettori, e avvisarli di quello che a
loro pareva deirintenzione del signore. Vedendo i ret-
tori che Timperadore s^addurava, e che le terre vicine
s'erano date liberamente alla sua signorìa, aveano ca-
gione di più temere; e tennono più consigli segreti ove
si raccontavano de^falii delP eletto: come manifesto
appariva ohe non avea tenuto fede a'Gambacorti, né allo
sUto di coloro che reggevano la città di Pisa, di-
letUndosi de' romon e della divisione de' cittadini ; e
tenea con loro che più erano pronti a movere le no-
vità della terra per averne più libera signorìa; e
come si mostrava bisognoso e cupido di trarre a sé
moneta : e avendo per più riprese praticato sopra i
fatti dell'imperadore e sopra quelli del nostro comune,
infine d' un a4|imo presono partito per lo meno reo,
che non si guardasse a costo di moneta infine in fiori-
ni centomila d' oro, dandoli all' imperadore, dove la
nostra città di Firenze rimanesse libera in sua giuris-
dizione, con altri singolari patti. E commettendo la
pratica di queste cose ne* detti ambasciadori, avendoli
informati che si tenessono forti a cinquantamila fio-
rini, e che non mostrassono nò paura né viltà in
domandare e sostenere il vantaggio del comune nella
quantità della moneta e negli altri patti ; ma innanzi si
rompessono da lui aveano di darli i detti fiorini cento-
mila d*oro. Questo consiglio fu ristretto ne* priori e
ne* loro collegi con piccolo numero d'arroti, e fu co-
mandata a tutti la credenza, e giurata solennemente :
e rimandati i due ambasciadori a Pisa, essendo coi
rimperadore, e sostenendo francamente quello ch*era
stato loro imposto, l' imperadore cominciò a sorrì-
dere contro a loro, e manifestò ciò eh' era loro com-
messo, e la deliberazione del loro comune, dicendo,
che per scrittura tutto gli era manifesto. Gli amba-
sciadori di presente, senza procedere più innanii, si-
gnificarono all^uficio de'prìori ciò eh' aveano di boc-
ca dell* imperadore della revelazione del loro se-
creto consiglio; che per questa cagione, avvegna-
ché per loro non li fosse acconsentita alcuna cosa,
il trovarono più duro e più turbato che prima, di-
cendo, come non era traditore de* Gambacorti, aè
che non era cupido di moneta più del suo onore,
né si dilettava nella commozione de* cittadini Come
questa novella fu divolgata nella nostra città, Tia-
famia de' signori e de' collegi e degli arroti, ia
cui era la credenza, fu molto grande ; ma però noa
trovò il comune chi alcuna cosa ne facesse allora per
purgare la comune infamia, temendo per la teneres-
za^ dello stato, avendo cosi dipresso rimperadore,
che maggiore pericolo non ne seguisse. Il consiglio
non fu reo, se, rifermato lo stato dpi comune eoa
la pace delT imperadore, se ne fosse fatta debita in-
quisizione e giustizia.
CAPITOLO LXVn.
Come rimperadore mandò aiuto di gente al legato.
Basendo i tiranni di Romagna accozzati insieme,
e accolta gente d*arme assai venuta di Lombardia
per reprimere la forza del legato, ch'era piccola, il le-
gato mandò a richiedere V imperadore d'aiuto. L' im-
peradore immantinente, per mostrarsi zeloso e divo-
to a' servigi di Santa Chiesa, vi mandò di presente
de' suoi Tedeschi cinquecento barbute, e fedone la
via per Siena, veduti e onorati da' Sanasi graziosa-
mente ; e giunti al legato con 1' insegna del loro
signore, rifrenarono la forza e la volontà de* tiranni.
Questo non era per l'andata di cinquecento barbute,
cosa da farne memoria ; ma consentesi al nostro trat-
tato, perchè fu la prima e Tultima die 1* imperadore
facesse in Itdia in fatti d*arme.
CAPITOLO LXVOL
Trattati dall' imperadore a* FiorenUnL
Essendo gli ambasciadori del comune di Firen-
ze quasi ogni di con 1* imperadore per trattare la
concordia, ed egli avendo scoperto un segreto del
' Per la poca stabilità, sicurezza dello stato : per essere
novella, recente, non risodita la oostitozione dello stato.
Vedi io questo significato, anche raggiunta <ea«ro, pag.98,
col. I, oap. XL.
DI MATTEO VILLANI.
149
cornane, e e^enceudogU ogni di fona grandissima
di baroni e di oatalieri della Magna, non gli parea
yolere di meno, e però ai tenea forte a non condiacen-
dere alla volontà de^ Fiorentini ; e nondimeno tem-
perara per non rompersi da loro, con totfo V attiz-
zamento de^eaporali ghibellini d' ItaUa eh' erano ap-
presso di lai, che al continoTO V infestayano, per-
chè si rompesse dal trattato della concordia de* Fio-
rentini, mostrandogli che avendo egli Pisa e Sie-
na, Volterra e Samminiato, e V aiato de* ghibellini
eh' erano ivi a fare i saoi comandamenti, e la gran
forza della saa baronia^ senza dabbio di presente
ne sarebbe signore a cheto, e abbatterebbe la loro
arrogante superbia con grande onore e magnificen-
za deir imperio. Il savio signore conoscen quanto
perìcolo gli fpotea incorrere, potendo con suo o-
nore e vantaggio aver pace, cercare guerra *, e co*
nosceva, che quando il comune di Firenze, eh* era
potentissimo, si facesse capo della guerra contro a
lai, che tosto gli si scoprìrebbono molti nemici ; e
conoireea il servigio che avrebbe dalla gente tedesca
se con larga mano non li provvedesse, e quanto e-
rano fallaci le suggestioni de* ghibellini d* Italia : e
però serbava il consiglio e la diliberazione nel suo
petto, e forte si temea che nascesse cagione per la
quale i Fiorentini si rompessono dal trattato ; e pe-
rò avendo trattato con loro per modo che pareano
assai di presso, Timperadore disse, che faoessono
d* avere il sindacato pieno dal loro comune come la
materia richiedeva: e allora diliberarooo che tre de-
gli ambasciadori toniusono a Firenze a fare che il
findacato si facesse.
CAPITOLO LXIX.
Raccolti falU de* gotematori del comune tu Fife%%e.
Perocché gli antichi moderati e virtudiosi che
solcano reggere e governare lo stato della repub-
blica in grande libertà, e con maturi morimenti e con
diligente prowideaza governavano quella in tempo
di pace e di guerra, e non perdonando i falli che
si faceano contro la patria, nò lasciando senza me-
rito r operazioni che si facevano virtudiose in accre-
scimento e onore del comune, onde al nostro tem-
po è da maravigliare come la cittadinanza si man-
tiene, esseodo strana da quelle virtù e dalla prov-
visione di quel reggimento; e in laogo di quelli
antichi amatori della patria, spregiatori decloro pro-
pri comodi per accrescere quelli del comune, si tro-
vano usurpatori de* reggimenti con indebiti e diso-
nesti procacci e argomenti, uomini avveniticci, senza
senno e senza rirtù, e di ninna autorità nella mag-
gior parte, i quali abbracciato il reggimento del co-
mune intendono a* loro propri vantaggi e de* lo-
ro amici con tanta sollecitudine e fede, che in tutto
dimenticano la provvisione salutevole al nostro co-
mune; e non è chi per lui pensi, nò per la sua
libertà, nò per lo suo esaltamento, nò onore, né
per riparare al pericolo che sopravvenire gli può,
se non nella strema giornata o in sul fatto ; e
per questo spesso occorrono grari casi al nostro!
comune, e niuno prende vergogna, o aspetta, per
avere mal fatto al comune, alcuna pena : e però non
è senza pensiero di grande ammirazione come il
nostro comune non cade* in grandi perìcoli di suo
disfacimento. Ma i discreti del nostro tempo tengo-
no che questo sia singolare grazia e operazione di
Dio, perocché in cosi grande fascio di cittadini e
di religiosi, benché molti ne sieno de* rei, assai v'ha
de* virtaosi e de* buoni, le cui preghiere conser-
vano la città da* molti perìcoli, e alquanto é la gen-
te cattolica e limosiniera, perché Iddio la conserva;
e, oltre a ciò, gli ordini dati alla massa del comu-
ne per li nostrì antichi, e *1 reggimento che ha pre-
so il corso alla comune giustizia per le conservate
leggi, è grande braccio al conservamento del comu-
ne stato. B benché gli usurpatorì del non degno u-
flcio aleno molti, e male disposti al comune bene e
solleciti e provveduti a* loro propri vantaggi, e oc-
cupino la cirile libertà, il tempo di due mesi or-
dinato al reggimento del sommo uftcio del priorato
per li nostri provveduti antichi é sì breve, che fa
grande resistenza alla propria arroganza ; e ancora
la riprieme^ non poco la compagnia di nove priori e
de* loro collegi. Ma non possono ammendare il con-
tinovo fallo deirabbandonata prowedenza: onde av-
viene, che come fortuna guida le cose, infino al pub-
blico destamento del popolo si pena a provvedere,
non il migliore consiglio, che no* 1 concede il trapas-
samento delle debite prowedenze, ma il meno reo.
E questo avviene continovo in tutte grandi e pe-
ricolose cose e accidenti, ovvero imprese che accag-
giono al nostro comune.
CAPITOLO LXX.
Ck)me a Firenze ii fece il sindacato per P accordo
con r imperadore.
Avendo narrato il modo del reggimento del co-
mune di Firenze e de' suoi rettori, si può dire con
verità del fatto, manifestato più volte in pieno con-
siglio per lo bocca dell* imperadore, che avendo
mandati il comune di Firenze a Mantova suoi amba-
sciadori a profferirgli r aiuto del comune, e confor-
tario della aua coronazione, non avrebbono doman-
dati que* patti^ che largamente senza ninna promes-
sa di moneta non avesse liberamente fatti; ma la
proTvedenza era, ed é per lunghi tempi stata, in con-
tumace del nostro comune. E però tornati a Firenze
i tre ambasciadori per far fare il sindacato, speran-
do la concordia con 1* imperadore, a dì 12 di mar-
zo del detto anno, ragunato il consiglio del popolo
secondo 1* ordine del nostro comune, che prima s* ha
a deliberare in quello, poi in quello del comune,
avvenne ohe il notaio delle riformagioni, eh* era na-
tio da , leggendo i patti che 8*iotendeano d'a-
vere con 1' imperadore, per mostrare grande tene-
rezza al popolo della libertà pura del comune, non
ostante che in quelle scritture se ne contenesse
* Baone stampe : cada,
' Lo stesso che npritM^ ahhn$$a»
150
CRONICA
afflai già deliberato pe" signori, e pe* collegi, ai mppo
a piagnere per modo, che la proposta non si potè
leggere ; e gli animi de* consiglieri a quelle lagrime
si commossono dal loro proponimento, e però si ri-
mase il consiglio e fl sindacato per quella giornata ;
e convenne che di nnoTO si rifacessono altri privati
consigli, ne* quali il movimento del notaio non (u
riputato fatto con movimento di ragionevole carità,
ma piuttosto per adulazione per accattare' benevo-
gliensa dal popolo. E pertanto tatti i privati consi-
gli fermarono V intenzione a fare quello s* addoman-
davano dagli ambasciadorì ; e da capo a di 3 del det-
to mese si mossela proposta al consìglio del popo-
lo, e sette volte Tuna dopo Feltra si perde: al-
l' ultimo levati molti cittadini d'autorità a dire, e a
mostrare il beneficio che di questo seguitava al co-
mune, e il pericolo che venia del contrario, si vin-
se, e fu dato la balia di pieno sindacato a tutti e
sei gli ambasdadori del comnne a potere promet-
tere per lo comune ciò ch'era trattato, o di nuovo
si trattasse : e appresso l'altro dì, a di 14 del mese,
con minore fatica si riformò nel consiglio del comune,
e gli ambasciadorì col mandato pieno si tornarono
a Pisa^
CAPITOLO LXXL
Quello si fé* per alcuno cardinale per la corona-
zione deir imperadore.
In questi d) il cardinale d* Ostia, a cui a' ap-
partiene la coronazione dell' imperadore, giunse in
Pisa, ricevuto dall' eletto a grande onore. Bra con-
suetudine di Santa Chiesa di mandare tre cardina-
li alla coronazione degl'imperadori: quello d'Ostia,
che ha l' ufido d'andare a coronare l' imperadore alle
sue spese e alla sua provvisione; gli altri due deb-
bono andare alle spese di Santa Chiesa. Ma a que-
sta volta ^essendone fatto gran procaccio in corte,
e per questo avuta la grazia il cardinale di Pelagor-
ga, e quello di Bologna in su '1 mare, di'erano di
maggiore legnaggio, il papa e gli altri cardinali non
acconsentirono che la Chiesa facesse loro le apese,
dicendo, se voleano andare, eh' aveano la benedisio-
ne, ma altro non aspettassono. I cardinali conside-
rarono la spesa grande, e 1' imperadore povero di
moneta e stretto d' animo, e pc^rò con poco onore
per ^lo procacdo fatto si risMSono di qneUa lega-
zione, e il papa per non accrescere loro vergogna
non ve ne mandò alcuno altro : e di questo non si
turbò r imperadore per non avere a stendere in lo-
ro il suo onore.
CAPITOLO LXXIL
Come ti fermò T accordo e* paiH dalP imperadore
al comune di Firenf^e*
Sentendo 1* imperadore tornati gli ambuda-
dori del comune di Firenze con pieno mandato e
* Male r ediz. del Dragomanni attaccare. La lesione non
può e»Ben del Testo Rlod.
* Neil' AreMvio Diplomatico di Fircn»€ se ne trovano i
documenti autentici.
sindacato da fare l' accordo con lui, e come a'Fio-
rentini era paruto malagevole ; e conosduto ditegli
avea recati gli asdiascitdori a promettergli eento-
flula fiorini d'oro, più per la revelaziono ch'egli •-
vea ftitta loro del segreto del comune, che per altre
piacere; e trovando che i Pisani per mala sugge-
stione già gli aveano domandato die li dovesse li-
berare della franchigia eh' e' Fiorentini aveano in
Pisa per li patti della pace, ed egli sostenea dicen-
do, che il loro movimento non era buono ; e veden-
do che il suo consiglio era insuperbito per la genie
alamanna che crescea al suo servigio tatto di, e per
la forte iniigagione^ che i ghibellini italiani foceeno
loro, temette del suo consiglio; e poi volle gli amba-
sdadori avere in camera seco col patriarca e ool tc-
ceoancelliere soli : e oosundando a chiarire i pniti,
r imperadore vi §' allargò molto più che infino al-
lora non avea fatto, per tema ohe discordia non ri-
nascesse, e per non avere a riferire la sua Tolontà
eoi suo consiglio. Nondimeno quando vennero al sa-
ramento per fermezza ddle cose che si trattavano,
gli asdiudadori al tutto voleano il salvo numifesto
e palese fennato col detto aaramento: l' imperadore
u fermò a non volerio Iure ; bm volea la soiiwa-
none Ubera, e da parte privilegiare i patti, e die
nel aaramento de' sindachi non fosse eoeenone. Gli
asibaBdadori, in questa parte alquanto indiscreti,
potendolo fare a salvezza del comune, lungameite le
tennono sospeso non senza sua tnrbazione; e polii
fedone, e già era sMilto infra la notte. Appresso
vennono a dire, che il aaramento ddla soaunisaio-
ne non voleano che si stendesse a' successori dd-
l' imperio, altro che alla sua corona. A questo dis-
se l' imperadore, che non credea che vi si stendes-
se, perocché questo si dovea fare nominatamente
alla eoa persona ; ma dove a' successori andaase, ia
ninna maniera intendea a derogare le loro ragioni
Appresso domandarono, che tutte le leggi e statuti
fatte e fitti, o che per innanzi si facessono per lo
comune di Firenze, in quanto le comuni leggi no-
minatamente non le repugnassono, le dovesse per
suoi privilegi confermare. Questa gli parve sconve-
nevole domanda, e non la voleva consentire : e pa-
rendo questo agli asdiasdadori dubbioso, tre oreo
più di piena notte tennono la contesa con lui, e
infine V imperadore infellonito gittòla bacdietlaehV
vea in mano per terra, e mostrandosi forte cmo-
dato, giurò in alta voce per più riprese, che te in-
nanzi eh' egli uscisse di quella camera questo non
n consentisse per li sindachi, che con la sua forza
e de' signori di Milano e degli altri ghibellini dU-
talia distruggerebbe la dttà di Firenze, dicendo che
troppa wa l' altezza della superbia d* uno comune
a volere suppeditare* l'imperio. Gli ambasdadori, ve-
dendolo così forte turbato, dissono, che troverebbeac
modo di venire a fare di dò la sua volontà ; e pe-
rocché r ora era fuori di modo tarda, presone li-
cenza per andard a posare: e per questa cagiona
' B T. Ricci : intieagUme,
' Qai pare valga imporre^ a$$egnar$» È voce laHna ohe
propriamente vale «o«imifiMfrar«, dare» Bianca al Yooabo-
lario« Forte era da leggera : soppiantare.
DI MATTEO VHXANL
151
ogni cosa imperfetta in quella notte, e in queir ora
significarono il fetto gli ambasdadori a^ signori di
Firenze, per avere il di vegnente la risposta a buona
ora. L' imperadore sentendo che gli ambasciadori a*
Teano scritto al comune di Firenze significando le
sue parole, temette forte che i Fiorentini non si rom-
pessono dalla concordia ; e però la mattina per tem-
po, non attendendo che gli ambasciadori avessono
risposta, mandò per loro ; e usate molte savie pa-
role intorno al movimento tedioso della notte, con
dimostraraento di grande amore verso il comune di
Firenze, largamente acconsentì ciò che gli ambascia*
doti aveano domandato : e, oltre a ciò, per sua li-
beralità, ove gli ambasciadori gli aveano promesso
d^essergli stadichi per attendere la promessa del co-
mune, poco appresso fatta la concordia, disse, oh*al-
la fede del comune inlendea di stare di questo e
d'ogni gran cosa ; e licenziò gli stadichi, e raffer-
mata tutta la concordia, innanzi che da Firenze ve-
nisse la risposta: nondimeno il comune avea rispo-
sto, che per le dette cose non volea che la con-
cordia rimanesse. B questo fu a di 20 di marzo del
detto anno.
CAPITOLO LXXHL
Come i Fiùrenimi per mah fMrowede$$!M errarono
a loro danno.
Avvegnaché molto sia detto de^ falli del nostro
comune, uno singolare non ci si lascia passare sen-
za fare in questo luogo memoria di lui. Fatta e
ferma la concordia con V imperadore di dargli fio-
rini d* oro centomila per avere fine e remissione da
lui delle condannagioni e pene in che *1 nostro co-
mune era incorso per decreti dell' imperadore Arrigo
e degli altri suoi antecessori, si ritrovò il saramento
fatto per lo detto eletto a papa Clemente sesto e alla
Chiesa di Roma, quando fu promosso per operazio-
ne del detto papa e di Santa Chiesa all*elezione del-
l' imperio, eh' egli libererebbe i comuni di Toscana
d' ogni condannagione fatta per i suoi antecessori, e
d' ogni debito a che si trovassono obbligati per
addietro all' imperio, massimamente il comune di
Firenze, il quale per V imperadore Arrigo era stato
condannato con i suoi cittadini in loro singolarità;
la qual cosa era manifestata a Santa Chiesa. E an-
cora giurò, che i detti comuni non graverebbe, nò
farebbe contro alcuno di quelli muovere guerra, né
sottometterebbe la loro libertà. Grande ignoranza fu
trattare presso a due mesi con V imperadore, e non
avere memoria di cotanto fatto. Io reputo essere stata
degna compensagione, avendo cosi fatta ignoranza
compensata con prezzo di cento migliaia di fiorini
d'oro, i quali il comune pagò per avere con fatica
e con paura quello che aver potea senza costo, per
la benigna prowedenza di Santa Chiesa: e quello
che pagò per debito in piccola parte, potea in luo-
go di servigio e di grazia compensare. Vergognomi
ancora di scrivere la seguente arrota : avendo nella
fama dell' avvenimento in Italia dell' imperadore,
mandato a corte al papa, • a' cardinali per avM'e
aiuto e favore da Santa Chiesa, le lettere furono im-
petrate piene e graziose e favorevoli per lo nostro
comune ali' imperadore, ove il papa e' cardinali gli
ricordavano la promessa fatta sotto il suo saramento ;
le lettere stettono in cancelleria per lapazio di tre
mesi, innanzi che modo si trovasse di pagare i fio-
rini trenta d' oro per le comuni spese della cancel-
leria : e per questo, poco appresso che la sommis-
sione del comune e la promessa della moneta fu
fatta, giunsono le lettere bollate al nostro comune,
con grande rìpitio e vergogna dei nostri rettori.
CAPITOLO LXXIV.
Della statura e continenia deW imperadore.
Secondo che noi comprendiamo da coloro che
conversano intorno all' imperadore, la sua persona
era di mezzana statura, ma piccolo secondo gli A-
lamanni^ gobbetto, premendo il collo e '1 viso in-
nanzi non disordinatamente; di pelo nero, il viso
larghetto, gli occhi grossi, e le gote rilevate in
colmo, la barba nera, e '1 capo calvo dinanzi. Ve-
stiva panni onesti e chiusi continovamente, senza nin-
no adornamento, ma corti presso al ginocchio : poco
spendea, e con molta industria ragunava pecunia, e
non provvedeva bene ehi lo serviva in arme. Suo
costume era eziandio, stando a udienza, di tenere
verghette di salcio in mano e uno coltellioo, e ta-
gliare a suo diletto minutamente ; e oltre al lavorio
delle mani, avendo gli uomini ginocchioni innanzi a
sporre le loro petizioni, movea gli occhi intorno a^
circostanti per modo, ohe a coloro che gli parlavano
parca che non dovesse attendere a loro udienza ; e
nondimeno intendea e udiva nobilemente, e con po-
che parole piene di sustanzia rispondenti alle do-
mande, secondo sua volontà, e senza altra delibe-
razione di tempo o di consiglio, faceva pienamente
savie risposte. E però furono in lui in uno stante
tre atti, senza offendere o variare T intelletto: il va-
rio riguardo degli occhi, il lavorare con le mani, e
con pieno intendimento dare V udienze e fare le
premeditate risposte ; cosa mirabile e assai notevo-
le in uno signore. La sua gente, avendo in un' o-
ra in Pisa più di quattromila cavalieri tedeschi, fa-
ceva mantenere onestamente, eziandio astenere dalle
taverne e dalle disoneste cose per modo, che in-
nanzi alla sua coronazione in Pisa non ebbe zuffa
né riotte^ tra' forestieri e' cittadini d'alcuna cosa, il
suo consiglio ristrigoea con pochi suoi baroni e del
suo patriarca : ma la deliberazione era pih sua, che
del suo consiglio : perocché '1 suo senno con sot-
tile e temperata industria valicava il consiglio de-
gli altri: e molto si guardò di muoversi alla stiga-
zione e conforto de' ghibellini d' Italia, usati d' in-
cendere e d'infocare l'imprese all'appetito parzia-
le, pih che al singolare onore dell' imperiale coro-
na, i cui vizi nobilemente conoscea.
brighe, battoste.
152
CRONICA
CAPITOLO LXXV.
Come si bandi in Firen%e P accordo con
r imperadore.
Sabato mattina, a di 21 di mano del detto
anno, l'ioiperadore protredatanente fece ragooare
tatti i foreatìerì eh" erano io Pisa e" Pisani a par-
lamento nel doomo di Pisa, e con dimostramento di
singolare allegrezsa fece venire dinanzi da sé totti
e sei gli ambasdadorì e sindachi del cornane di Fi-
renze; i quali giunti nel parlamento, furono gnar-
dati da tatti con ammirazione grande, perocché alla
memoria di coloro eh" erano yìtì, né di molto tem-
po innanzi, si troTSTa che il comone di Firenze fosse
stato altro che nemico air imperadore, e ora ve-
deano, che con pace erano dall" imperadore qne' patti
cVaTeano saputi dimandare; e da loro ricevette
I* omaggio e il sarà mento della fede che promise-
ro all' imperadore, sotto la condizione de* patti e
convenienze che ferme aveano con lui per lo co-
mune di Firenze, le quali su brevità^ appresso in so-
stanza diviseremo : e 1* eletto imperadore, come re
de* Romani, ne fece a loro privilegi reali, e promi-
se, ricevuta T imperiale corona, di farli imperiali.
E a di 23 del detto mese, lunedì sera, si pub-
blicò in Firenze la concordia preaa con V impe-
radore, aonando le campane del comune e delle chiese
a Dio laudiamo. Poca gente, a rispetto del nostro co-
mune, si ragunò al parlamento, e senza alcuna vista
d' allegrezza ogni uomo si tornò a casa. Il comu-
ne fece in su le torri e in su i palagi festa e lu-
mineria; ma nella città pe* cittadini non si fece falò
per segno d* alcuna allegrezza, conoscendo quanto
costava caro al comune V ignoranza de' loro citta-
dini governatori per V abbandonata prowedenza.
CAPITOLO LXXVL
/ palli e le conveniente dà* Piorenlini
air imperadore.
Questi furono i patti che measer Carlo re di
Boemia eletto imperadore impromise al comune di
Firenze, e co* suoi reali privilegi confermò. In pri-
ma cassò e annullò ogni sentenza e condannagione,
le quali per addietro fossono fatte contro alla città,
e* cittadini e comune di Firenze e* suoi contadini,
e centra i conti da BatlifoUe, e da Doadola, e da
Mangona, e Nerone d'Alvernia per gP imperadorì
romeni, ovvero re de' Romani suoi antecessori ; e
tutti e calano integrò e restituì ne* suoi onori e giu-
risdizioni e domimi personali e reali. E concedette
che il comune e popolò, e la città e contado e di-
stretto di Firenze si reggesse secondo gli statuti e
le leggi municipali e ordinamenti consueti del detto
comune : e di singolare grazia confermò al detto co-
mune per suoi privilegi quello che più gli parve grave,
cioè, la confermazione delle leggi dette e statuti
fatti, e che per innanzi si facessono, approvandoli
e confermandoli in quanto le comuni leggi nomi-
natamente non le riprovassono, dicendo: la molti-
* brevemente, alla breve. Anche di cose dette iotto brevità.
lodine delle leggi è tanta, ektù se n fiealo
no provveduto, io B*Fiof«Btìu so 1 T»*Mg«.
con, che i priori dell* arti e fl gOBfdoaicre dalla
giustizia, che sono e che per li tampi saraaae al*
l'ofioio del priorato, sieoo irrafoeabìli aoat Heari
tolto il lampo della soa vita. E H delta ìi
re granosamente, avendo alleuoaa a Tolare
tenere fl paciico stalo e tranqoillo ripoao dal
mune di Firenze, acdoeehè per lo suo arri
lo in quella città non naseeaaa Innrallo o
proHuse e coneedetla di grana apetiala di
lare entrare nella diti di Firania né in
terra murata. Isindaehi pradalti a viea a a aoaae lai
comune di aopra detto fociono a Id in piAUioa la
sommessiona e Tobbidiensa, a ginrarono libara-
mente riconoscendolo per varo eletto e firtaro im-
peradore; e la reverenza li feeiono in aagno dai
debito omaggio ; e proauaongU in noma dal c«aMBa
di Firenze per salisfanone intera di dò, che oUi-
gali fossono par lo tempo passalo inlbio ni prenan
te di, a lai e a tolti i suoi anteeaasori, per qnafanqaa
ragione ooagione dire o nonnnara d poleaaa, e amcon
per tutte le terre che*l detto comone tìpme, e ha
tenute in suo contado e in soo distretto, fiorìm
centomfla d*oro in quattro paghe in einqne
finendo per lutto il meae d*agoato del detto
1355 : e per lo tempo avvenire promiaono di dare
ogni anno del mese di marzo al detto imperadore
Carlo, alla sua vita aolamente, fiorini qaattroauia
d* oro per compensagione di censo, in qoanlola dita
di Toscana fossono tenute di ragione all^ imperio ;
e, oltre a dò, per tolte e dogale qoelle coaa le qoafi
il detto comune per sé e per lo soo contado a
distretto dire si potesse eh* ali* imperio foaaono per
alcona cosa obbligati ; e di tolti i detti palli e
venienze, oltre a* privilegi reali, fìi eontenlo 1* ii
peradore futuro che ser Agnolo di ser Andrea £
ser Rinaldo da Barberino, notaio pubblico imperiale,
ne facesse carta e pubblico istromento al dello oa-
mune. Aggiognesi qoi, benché qoeUo cho aegoìiB
avvenisse dopo la soa coronazione, accioocliè inaie-
me si trovi la memoria de* patti a de* privilegi im-
periali, e dell* arrota della graziosa libertà dd dalle
imperadore inverao fl nostro comone. E n di 3 di
maggio 1355 nella dttà di Siena, tornando Tiai-
peradore dalla sua coronazione, lolle le delle oon-
venienze e promesse fatte rinnovò, e comnndò db»
si dessono al nostro comune sotto la fermezza dd
suoi privilegi imperiali, roborati dalle bolle dd-
1* oro. E avendo nel processo del tempo fl detto
imperadore trovato il comune di Firenze in Bolta
fede e dirittura delle sue promesse, non osinole ohe
i Pisani, e*Sanen e gli altri Toscani 1* aveaaono
tradito e messo in grave caso di fortona, eaami-
do ridotto a Pietrasanta per partirsi d* Italia, e
avendogli i Fiorentini con gran pericolo mandalo
là il compimento de* centomila fiorini promem, a-
vendolo egli molto a grado, e commendando TaoM-
re e la fede del comune in vituperio degli altri co-
muni eh* aveano mostralo la libera soggeiione al-
l'imperio, e poi 1* aveano tradito, n'offerse aingo-
larmente a' Fiorentini, e di suo pr<^rio moviakenlo
k
DI MATTEO VILLANI.
153
privilegiò al nostro cornane generalmente ciò che
tenea in ano dìatretto, e mandonne i aaoi privilegi
insperiali bollati d*oro al noatro comune, fatti in Pie-
Iraaanta a dì 8 di giugno 1355. In questo tempo
il cornane di Pirenie tenea in ano distretto la Yal-
dinievole , il Valdarno di aotto , Pistoia , e U ca-
atello di^Serravalle, e tatta la montagna di aotto, e
Colle, e Laterìua, e Montegemmoli, e la terra di
Barge con più castella di Garfagnana, e Castel San
Niccolò col ano eontado, e la montagna fiorentina,
e molte altre terre e castella che qui per brevità
non si nominano, e la nobile terra di Sangimignano
e di Prato, avvegnachò già, come è detto, erano ri-
dotte a contado di Firenze.
CAPITOLO LXXVIl.
Carne fu offesa la Uberto del popolo di Roma
da^ Toscani,
Vedendo i falli commessi per li comnni di To-
acaoB, che liberamente sottomisono la loro libertà
al nnovo imperadore, ci dà materia di ricordare per
esempio del tempo avvenire, come col popolo ro-
mana i comuni d' Italia, e massimamente i Toscani,
aotto il loro principato parteciparono la cittadinan-
sa e la libertà di qnrllo popolo, la cai aatorità crea-
va gr imperadori ; e qneato medesimo popolo, non
da sé, ma la Chiesa per lai, in certo sassidio dei
fedeli cristiani, concedette V elezione degP impera-
dori a sette prìncipi della Magna. Per la qaal cosa è
manifeato^ avvegnaché assai più antiche stono il ma-
nifeatino, che '1 popolo predetto faceva gP impera-
dori, e per la loro reità alcuna volta gli abbattea,
e la libertà del popolo romano non era in alcan
modo sottoposta alla libertà deir imperio, né tribu-
taria come r altre nazioni, le quali erano sottopo-
ste al popolo e al senato e al comune di Roma, e
per lo detto comune al loro imperadore ; e mante-
nendo a' nostri comuni di Toscana V antica libertà
a loro succeduta dalla civiltà del popolo romano, è
assai manifesto, che la maeatà di quel popolo per
la libera aommessione fatta ali* imperadore per lo co-
mune di Pisa e di Siena e di Volterra e di Sam-
miniato fu da loro offesa, e dirogata' la franchigia
de' Toscani vilmente, per V invidia eh* avea Fano co-
mune dell* altro, più che per altra debita cagione.
CAPITOLO LXXVin.
Di quello medesimo.
Seguitiamo ancora a dire le cagioni per le
quali , oltre a ciò eh* è detto nel precedente capito-
Io, a* comuni italiani, senza offesa del sommo imperio,
è loro lecito anzi debito il patteggiare con gì' im-
peradori. L* Italia tutta è divisa mistamente in due
parli : Tona, che seguita ne* fatti del mondo la Santa
Chieaa, secondo il principato che ha da Dio e dal
santo imperio in quello, e questi sono dinominati
' derogata, tolta.
Guelfi^ cioò guardatori di fé* ; e 1* altra parte aegui-
tano 1* imperio, o fedele o infedele che sia delle cose
del mondo a Santa Chiesa, e chiamansi Ghibellini, quasi
guida belli^ cioè guidatori di battaglie ; e seguita-
no il fatto, che per lo titolo imperiale sopra gli al-
tri sono superbi, e motori di lite e di guerra. E pe-
rocché queste due sette sono molto grandi, ciaacu-
na vuole tenere il principato ; ma non potendosi fa -
re, ove aignoreggia 1* una, e ove 1* altra, quanto che
tutti ai solessono reggere in libertà di comuni e
di popoli. Ma accadendo in Italia gì* imperadori
alamanni, hanno più usato favoreggiare i ghibellini
eh* e' guelfi, e per questi hanno lasciato nelle loro
città vicari imperiali con le loro masnade : i quali
continovaDdo la aignoria, e morti gì* imperadori di
cui erano vicari , aono rimasi tiranni, e levata la li-
bertà a'popoli, e fattisi potenti signori, e nemici
della parte fedele a Santa Chieaa e alla loro libertà.
E questa non è piccola cagione a guardarsi di sot-
tomettersi senza patti a^ detti imperadori. Appresso
è da considerare, che la lingua latina, e* costami
e* movimenti della lingua tedesca sono come barba-
ri, e diviaati e strani agi' Italiani, la cai liogua e le cui
leggi e* costumi, e* gravi e moderati movimenti die-
dono ammaestramento a tutto l* univerao, e a loro
la monarchia del mondo. E però venendo gì* impe-
radori della Magna col sapremo titolo, e voleodo col
senno e con la forza della Magna reggere gì* Italia-
ni, non lo sanno e non \<i possono fare ; e per qne-
ato, essendo con pace ricevuti nelle città d* Italia,
generano tumulti e commozioni di popoli, e in quelli
ai dilettano, per essere per controversia quello che
essere non possono nò sanno per virtù, o per ra-
gione d* intendimento di costumi e di vita. E per
queste vive e vere ragioni le città e* popoli che li-
beramente gli ricevono conviene che mutino atato,
0 di venire a tirannia, o di guaatare il loro usato reg-
gimento, in confusione del pacifico e tranquillo stato
di quella città, o di quello popolo che liberamente
li riceve. Onde volendo riparare a* detti pericoli, la
neceasità stringe le città e* popoli, che le loro fran-
chigie e stato vogliono mantenere e coaervare, e non
essere ribelli BgV imperadori alamanni di provvederai
e patteggiarsi con loro : e innanzi rimanere in contu-
macia con gì* imperadori, che senza gran aicurtà non
li mettano nelle loro città. Quello che di ciò abbiamo
qui di sopra fatto memoria, a beneficio e ammae-
atramento della libertà de* comuni d* Italia, ai prova
per gli antichi esempi, chi li vorrà ricercare ; e per
li nuovi, chi li vorrà ricercarci e appreaso, leggere il
noatro trattato.
CAPITOLO LXXIX.
Come la gran compagnia rubò il Guasto in Puglia.
n conte di Landò con la gran compagnia aven-
do soggiornato in Abruzzi infino ali* entrata di mar-
zo, ai mosse da Peacara e da San Fabiaao, e andò
verso il Guasto. Que* della terra male provveduti
da loro, e peggio dal re loro aignore, trattarono
con la compagniai e fidaronai mattamente nelle loro
154
CRONICA
proiMSfe, ohe non li raberebbono, e oho tomereb-
boDO della roba derrata per daDaio, e li misono nella
terra ; naa come furono entrati dentro, i predoni
usarono crudelmente la loro rapina uccidendo e ru-
bando tutta la terra , e appresso con fuoco n* arso-
no gran parte : per lo cui esempio tutte V altre ter-
re di Puglia si disposero a ogni pericolo per difendersi
da loro; e affonaronsi francamente per modo, che
quanto ch^ elli stessono lungamente a campo senu
potere più aequistare città o castella. Appresso valica-
rono a San Siverno in Puglia, ivi s' accamparono e
atettono lungamente, scorrendo e predando e facen-
do danno assai a* paesani \ e dalF altra parte il pa-
ladino, aggiuntosi gente della compagnia, tribolava
la marina della Puglia : ed era palese a' regnicoli che
messer Luigi di Durasio favoreggiava la compagnia.
CAPITOLO LXXX.
Come r mperadore richiese di lega i Fiorentini,
e non C ebbe.
Avendo V imperadore compiuto e fermo 1* ac-
cordo co* Fiorentini, mandò a Firenie suoi ambascia-
dori a richiedere il comune di Firenxe con grande
atanxa, che piacesse loro per bene e stato di tutte
le città di Tosoana, e per levare ogni perìcolo che
venire potesse loro addosso per la fona de* tiranni
e della gran compagnia, per vivere i detti comuni
insieme in unità e in pace, di fare lega insieme, e
quella gente per via di taglia che a' Fiorentini pia-
eease ; e offerendo 1* aiuto suo ove che fosse s ogni
loro bisogno molto largamente, dicendo, che presa
la corona intendea d* andare in Lombardia o nella
Magna, ove il comune di Firense consigliasse. I Fio-
reotiai in pìit consigli privati e palesi praticarono se
qnesta lega fosse da fare o no ; e infine conside-
rato il pericolo deUMmpresa, e temendo di non
correre ad essere indotti a rompere la pace a^ si-
gnori di Milano, e che la gente d* arme rannata sotto
nn capitano dato dell* imperadore non potesse esse-
re cagione di novità centra alla libertà del comune,
al tutto deliberare che la lega per lo nostro co-
mune non si facesse, e con belle e oneste e legit-
time cagioni si deliberarono di quella richiesta. L*im-
peradore essendo in movimento per andare a visi-
tare la città e le terre che gli s* erano date, e an-
dare per la corona, soprastette senui accettare la
acusa, e domandò che il noatro comune apparec-
chiasse dugento cavalieri che V accompagnassono a
Roma : e da Pisa si parti a di 22 di mano e an-
dossene a Yoltem, ove fu ricevuto secondo la loro
possa assai onoratamente ; e albergatovi una notte,
1* altro di venne a Samminiato, e da loro fu ricevuto
come signore ; e a dì 23 di marzo giunse a Siena
la aera, ove fu ricevuto con singoiar festa e onore.
CAPITOLO LXXXL
Come si mutò lo stato de'' nove di Siena.
E' pare degna cosa, che coloro i quali ingan-
nano in comune i loro cittadini, e rompono la fede
a* loro amici, che alcuna volta per quellt medesuia
siano puniti, e portino pena de* peccati eoBsesaL
L* ordine de* nove di Siena, avendo per longo lea-
po ingannati e detratti dagli ufid del comone con
malo ingegno i loro cittadini, come già abbiamo
narrato, e tradito il comune di KrenEe nel eoapeUo
deir imperadore, seguitando la rea intensione della
setta di Giovanni d' Agnolino Rottoni loro caporale,
quando liberamente si dierono all' imperadore, creden-
do per quello essere esaltati, e avere abbattuto lo
stato e la libertà del comune di Firenze ; il comu-
ne di Firenie per la sua costanza e savia provvisio-
ne rimue grande nel cospetto dell* imperadore e
privilegiato da lui, e mantenea, accrescendo suo alato,
la sua libertà e il suo onore. Entrato V imperadore
in Siena il martedì sera, il mercoledì vegnente, il
di dell* Annunziazione di Nostra Donna, gli anm Do-
nani 1355 a di 35 di mano, Tolomei, MnUnrotti,
Piccolomini, Saracini. e alcuno de*Salimbeni, con-
trari a Giovanni d* Agnolino Bottoni loro consorto,
con seguito del minuto popolo levarono fl remora
nella città, dicendo : Vi/ea V imperadore^ e muoiano
i note e le gabelle; e in questa furia furono morti
due cittadini : e coni alle cue del capitano della
guardia, e trovandolo gravemente malato in sul letto,
rubarono tutto 1* ostiere e ciò che aveva la funi-
glia, e 1* arme e* cavalli ; e lasciato il capitano in anlk
paglia in terra, in poche ore appresso mori : e di là
conono al palagio de* nove, e cacciatine in furia i
nove e la loro famiglia, vi misono 1* imperadore, e
feciono mandare per la cassa dov'erano insaccati^ i
cittadini dell* ordine de* nove e gli altri loro nfieiali,
e usando la loro beaseria^, con grande dirisione la
feciono tranare' per la terra, andandola scopando ; e
poi impetrato il comandamento dall* imperadore, l'ar^
sono con gran remora in sul campo, e appreaso lutti
gli atti e ordini de* nove, e lotti gli nfici della città;
e le peraone di coloro eh* avevano avuti gli olci
furono in persecuzione e in pericolo grande nella
cittadinanza, come leggendo ai potrà trovare.
CAPITOLO LXXXIL
Di quello nudesmo.
Avendo veduto T eletto imperadora il romora
e le novità fatte nella città di Siena con dimoalra-
zione d* essere stato contento, con poco onore del-
1* imperiale fama, il seguente di fece ragunare tutti
i cittadini a parlamento ; e quando gU ebbe ragù-
nati, fece separare i grandi dal popolo, e i popolani
maggiori dal minuto popolo, e a catuno per so fece
fare un sindaco con pieno mandato a sottomettersi
da capo liberamente senza alcuno eccetto^ ; e da ca-
po si diedono all' imperadore, sottomettendo ali* im-
periale signoria il comune, il popolo, e la città, e
il contado, e il distretto e la giurisdizione dì Siena,
' dov' era il sacco, la borsa con entrovi i nomi de' oit-
tadini eoo.
' bessaggine, soiocohezze, da he$$Of che toma a actòcce.
' tirare, traacinare, da traino,
* senza alcuna eccezionci nessuno eoeettoato.
DI MATTEa VILLANI.
155
dandogli in tulio il misto e mero imperio di qaella
città, contado e distretto ; e incontanente licenziati
tutti gli uficiali e rettori della terra ne fece suo vi-
cario TarcivescOTO di Praga; e fatta pigliare la te-
nuta e la guardia di tutte le loro terre e castella, per
decreto cassò, o annullò, e vietò in perpetuo Tuficio
e ordine de' nove. Coloro ch^ erano stati di quel-
la ordine, villaneggiati da' cittadini, veggendosi a pe-
ricolo stando nella terra, chi se n* andò in una parte
fl chi in un'altra partendosi della città; ed essendo
dalle loro vidnaoze con giusta infamia guardati co-
me traditori della propria patria e de' loro vicini, con
grande vituperio traevano la loro vita neli' altrui
terre.
CAPITOLO LXXXin.
n modo irovò il comune di Firenze per avere
danari,
E* non sarebbe da fare memoria di quello che
seguita, se il modo col quale il comune di Firen-
se ebbe i danari con agevolezza non ce ne sfor-
zasse, per buono esempio delle cose avvenire. In-
contanente che r imperadore fu riposato in Siena, i
Fiorentini non aspettando il termine della prima paga,
gli mandarono contanti a Siena fiorini trentamila d'oro,
i quali si pagarono a di 27 di marzo 1355 ; della
qual cosa T imperadore si tenne molto contento,
perocché il vennono a gran bisogno, perchè era in
8U r andare da Roma, e avea necessità di provve-
dere a' suoi baroni per aiuto alle spese. Il comune
di Firenze per avere questi danari e gli altri, or-
dinò nella città a' suoi cittadini un estimo che si
chiamò la sega^ che fu posto a' cittadini per casa
certi danari il di: e fatta la sega, si fece paga-
re soldi quindici per ogni danaio, e catuno paga-
va questa piccola somma a colta. Nondimeno, per-
chè i meno possenti parevano troppo gravati a ris-
petto degli altri, il comune elesse d' ogni gonfalone
certi uomini, e commise loro eh* abbattessono il
quarto di quello che montava la loro sega, sgra-
vandone gV impotenti ; e questo si fece subito e co-
munalmente bene : e però appresso la detta paga si
raccolse un' altra volta a soldi trenta il danaio per
modo, che in termine di due mesi, o in meno, eh-
bono contanti i fiorini centomila che si diedono
all' imperadore, senza andare alcuni esattori per
la città, 0 essere alcuno gravato per forza, E
vero che leggi a' ordinarono per lo comune,
che chi non pagasse la sega per sé o altri per
lui, non potesse avere nfioio di comune, né dovesse
essere udito in alcuno nfioio in suo beneficio ; e or-
dinò il comune, che catuno che prestasse danari di
questa sega, fosse in certo tempo assegnato in su
le sue gabelle con provvisione a dieci per centinaio
Tanno: e per questo molti cittadini mobolati paga-
vano per chiunque volea dar loro alcuno vantaggio;
e cosi gì' impotenti per piccola cosa che si cava-
vano di borsa trovavano chi pagavano^ per loro e
' Buone stampe : p€i$<ìva.
prendevano l' assegnamento. Il comune mantenne la
fede di pagare a' termini eh' avea promesso, e però
a molti cittadini era grande guadagno, e agli altri
non era gravezza ; e per questo, quanti danari foi-
sono bisognati al comune avea senza alcuna fatica,
e il merito che pagava tornava nelle mani de' suoi
cittadini, non però senza alcuna invidia. Abbianne
fatta questa memoria per li tempi avvenire, a dimo-
strare quanto è utile al soccorso della repubblica
mantenere il comune la fede a' suoi cittadini, e quan-
to bene seguita al comune l'ordine di restituire le
prestanze : perocché nella nostra ricordanza è di ve-
duta, che il comune soleva fare libbre ed imposto
le quali generavano molte mortali nimicizie tra'cit-
tadini, perocché si facevano disordinatamente scon-
ce; e se pure ventimila fiorini imponeva il comune,
più di cento case se n' abbattevano in Firenze, e
recavansi i beni tra quelli de'rubelli per cessanti
delle fazioni del comune, e i cittadini erano pegno-
rati 0 presi, e molti s' uscivano in bando per le dette
cagioni, e gli esattori e' messi se n' andavano per
loro col quarto dell'imposta, in grave confusione
della cittadinanza.
CAPITOLO LXXXIV.
L' ordine diede P imperadore agU Aretini.
Gli ambasciadori del comune d'Arezzo avendo
sostenuto molte battaglie in giudido da' Tarlati
e dagli libertini nell'udienza dell' imperadore e del
suo consiglio, che domandavano di volere tornare
nella loro città d'Arezzo ; e avendoli gli ambascia-
dori convinti con ragione come non erano degni di
tornare cittadini in quella città, dove avevano per lo-
ro sfrenata potenza osate le tirannie manifeste e
r ingiuste operazioni, per le quali aveano per più ri-
prese fatto manifesto all' imperadore e al suo con-
siglio, che quello comune sosterrebbe innanzi ogni
altro pericolo di fortuna, che coloro consentissono
di rimettere nella città sotto alcun patto. L' impe-
radore avendo assai sostenuto a riceverli in servi-
gio de' Tarlati e degli libertini, vedendo la giusta
costanza degli ambasciadori, diliberò che tutti i dt-
tadini non ribelli di quello comune raccomunassono
gli ufici, e che tanti vi fossono de' ghibellini quanto
de' guelfi ; ma che le due castella della dttà si guar-
dassono solo per i guelfi, com' erano usate di guar-
dare, per più fermezza dello stato della città ; e die
catuno dovesse avere il frutto de' suoi propri beni,
e non potessono domandare altro a quello comune.
Gli ambasciadori col aindacato del loro comune gli
feciono la sommessione di quello comune e l'omag-
gio , promettendoli ogni anno per censo fiorini
quattrocento d' oro del mese di marzo ; e, oltre a
ciò, gli donarono per aiuto alla sua coronazione fio-
rini cinquemila d'oro]; e 1' imperadore futuro per
suoi privilegi reali privilegiò loro tutto il contado : e
questo fu fatto nella dttà di Siena all' usdta del me-
se di marzo 1355.
156
CRONICA
CAPITOLO LXXXV.
Come fu preso Moniepulciano dalla casa
de^ Cavalieri.
Essendo per langa esperìema certificati messer
Niccolò e messer Iacopo de* Cavalieri di Montepal-
ciano, che la loro discordia gli avea abbattati della
signoria, e cacciati in esilio della loro terra e della
dtti di Siena, si ridnssono a pace e a concordia ;
e innanci che il bollore del popolo senese s*acche-
tasse in fermo stato, messer Niccolò di volontà di
messer Iacopo sno consorto tornò in Montepulcia-
no, ricevuto da* terraxEini che dentro v* erano con
allegra faccia, perocché volentieri tornavano al loro
antico reggimento: nondimeno la rócca eh* era in
mano e in guardia de* Senesi non potè avere. La
novella venne a Siena di presente dov*era Timpe-
radore ; e messer Iacopo de* Cavalieri eh* era di dò
avvisato, avendo in sua compagnia alquanti grandi
nomini di Siena, incontanente fu in presenza deirim-
peradore, e informollo pienamente del manifesto
torto che il popolo di Siena avea fatto loro, non
attenendo i patti né le conveniense eh* aveano pro-
messe per la corrotta fede de* nove ; e que* grandi
cittadini eh* erano con lui, feciono chiaro Pimpera-
dore che quello che diceva era in fatto vero : e però
in quello stante, quanto eh' e* s* avesse altro in cuo-
re, disse , eh* era contento che tenessono la terra
di Montepulciano come suoi viearii; e il teno di
appresso, cayalcando 1* eletto verso Roma, volle an-
dare a desinare nella terra. I aignori allegramente
gli apparecchiarono la desinea; e com*ebbe man-
giato, ne menò aeeo a Roma 1* uno e Taltro, e nella
terra mise altra gente alla guardia : ed essendo in
Roma, e sentendo alcuna cosa contro a messer Nic-
colò, 0 che per sospetto si movesse, il fece dtare ;
ed egli, ingelosito per sospetto della sua persona, si
parti di Roma sema comparire e sensa prendere
comiato.
CAPITOLO LXXXVI.
Come il papa riprete in concistoro certi dissoluti
cardinali,
11 cardinale di Pelagorga di Guascogna, baldan-
spso e superbo non meno per la potenui del suo
legnaggio che per lo cappello rosso, oltre a molte
grandi e sconce oose fatte per la sua arroganza,
singolari nella corte di Roma, in questi di del me-
se di marzo, nella santa Quaresima, essendo per lo-
ro bisogne venuti scorte nella dttà d'Avignone al-
quanti cavalieri guasconi, disordinati, della setta sua
e di suo lignaggio , se nz' altra singolare cagione
ne fece uccidere tre, che ninna guardia si pensa-
vano avere a fare, non guardando alla reverenza
de* pastori di Santa Chiesa, né a* santi giorni qua-
redmali. B altri giovani fatti cardinali per papa
Clemente erano stati, e in questi di erano in tanta
disonesta e dissoluta vita, che ninni giovani disso-
luti tiranni gli avanzavano : e intra 1* altre cose (con
vergogna il dico) facevano ndla dtlà n* loro
dieri rapire le giovani donne a* loro mariti mm-
festamente, e senza vergogna le teneano pnlem nel-
le loro livree ; e molte cose violenti usavano ia vi-
tuperio di Santa Chiesa. Onde papa hnoconsk» se-
sto udendo molta infamia nella corte di qnenti etr-
dinali, facendo deH* edima' santa mugolare oonsiitore
per queata cosa, li riprese in pubblico aipranaortOt
dicendo: Voi vi portate si dissolutamente in rito-
perìo di Santa Chiesa, che mi eondncerete a euere
in parte, eh* io farò abbassare la vostra snperbia;
minacciandoli di tornare la corte in Italia : mn poco
ae n*ammendarono; e il tempo non era ancora or-
dinato da Dio di tornare alla sedia apoatoUca di
Roma i suoi pontefici per 1* antico peccato do* pro-
lati italiani, che ancora non si mostravano soper^iati
dagli oltramontani.
CAPITOLO LXXXVn.
Di alcuna lumlà di Pisa per gelosia.
Essendo l*imperadore a Siena, era in Pìm ri-
mase nn suo vicario con seicento oavalierìtodoocU:
i Pisani per le divisioni e per 1* invidia dello loro
sette mormoravano 1* uno contro 1* altro, o eolono
contro ali* imperatore. Il vicario per reprimere In vo-
lontà de* malcontenti, e per nccreseersi favore dd
minuto popolo ch'era tutto imperiale, a dì 29 di
marzo 1355 fece improvviso a* Piaanì dì anbito ar-
mare tutte le sue masnade tedesche, e con loro in-
sieme corse tutta la dttà gridando : etra f impera-
dorè; e il popolo rispondea per tutte le contrade:
etto rimperadore; e senza alcuna altra novità lare
s* acquetarono : e tornati a' loro alberghi puosono
giuso 1* armi ; e a* Pisani delle sette crebbe fl md
volere contro ali* imperadore.
CAPITOLO LXXXVra.
Della gente che i Fiorentini mandarono am
rimperadore,
L* eletto imperadore volendo andare a prendere
la corona a San Piero a Roma, d penaò che, non
ostante la sua copiosa compagnia, grande sicoità
gli sarebbe per tutto ad avere in sua condotta V in-
segna del comune di Firenze, e alla guardìn della
sua persona de* suoi dttadini con parte ddla loro
gente d*arme; e però richiese i Fiorentini che gli
mandassono de* loro cavalieri dugento con l' inse-
gna del comune, e con dcuni cittadini alla sna coab-
pagnia. 0 comune desse di presente due dttadid,
uno grande e uno popolare, ambedue cavalieri, e
dugento barbute di gente eletta molto bene montiti
e armati nobilemente, e bene guemiti di robe e
d*amed, e diedono Tinaegna del popolo, il giglio
e il rastrello, senza alcuna agnglia: e giunti a
Siena, 1* imperadore li ricevette granosamente, e
■ ieUimana, voce antica. E dic«vad anche mfwedtws,
per mercoledì, mezzo della settimana.
DI HATTBO VILLANI.
157
cof litiiilli alla guardia del sao corpo, perocohè gran
eoBfldanza a?ea de^ Fiorentini, e tra tutta saa gente
non avea altrettanti cavaUerì ai bene a cayallo nò si
bene armati : e in sua compagnia andarono, e stet-
iono, e tornarono da Roma in&no alla città di Sie-
na; e in licenziati dall'imperadore si tornarono a Fi-
renze. Abbiamo di questa lieve cosa fatta memoria,
non tanto per lo fatto, quanto che fa cosa disusata
e strana per lunghi tempi passati, yedere l'insegna
del comune di Firenze a guardia dell* imperadore.
CAPITOLO LXXXIX.
Come V mperadore $i patii da Siena.
Avendo Timperadore veduto la subita revo-
Inzione fatta per i cittadini di Siena, d'avere dis-
fatto e abbattuto il loro antico reggimento e T or-
dine de* nove, avendo di presente ad essere a Roma
il di della Pasqua della Santa Resurrezione, a di 5
d' aprile, prese sospetto di lasciarla in libertà ; e
iaiciovvi r arcivescovo di Praga, cui n^avea fatto vi-
cario, prelato di grande autorità e aperto delle co-
se del mondo, e prò* e ardito in fatti d^arme; e in
sua compagnia e per suo consiglio lasciò il signore
di Cortona, e i Tarlati d* Arezzo, e* conti da San-
lafiore, e più altri caporali di parte ghibellina, mo-
strando più confidanza in loro che nelle case guelfe
di Siena, che liberamente gli aveano data la signoria
di quella città : per la qual cosa 1 gentiU nomini di
quella terra e i popolani graasi molto si turbarono
e rimasono malcontenti, benché in apparenza allora
non ne feciono dimostrazione ; e a di 28 di marzo
1355 l'eletto si partì da Siena, e seguitò a gran
giornate il suo viaggio, e infino alla sua tornata i
Senesi vivettono senza niuno loro ordine sotto il vo-
lontario reggimento del vicario.
CAPITOLO XC.
Della gran compagnia eh'* era in Puglia.
In questo tempo, air entrare d* aprile del detto
anno, la compagnia del conte di Landò era cresciu-
ta nel Regno in quattromila barbute, e in molti ma-
snadieri, e in grande popolo di bordaglia; e tenen-
do loro campi sopra Nocera e sopra Foggia, correva-
no la Paglia piana, predando e pigliando uomini e
femmine e bestisme e roba ovunque ne poteano
giugnere ; e strignevano per paura i casali e le vil-
le a portare vittnaglia al campo. Nel paese faceano
danno assai ; ma niuna terra murata poterono acqui-
stare, perocché non aveano argomenti da vincerle
per battaglia, e per la fede eh' aveano rotta a quelli
del Guasto quando si dierono loro, niuna terra si
volea più confidare alle loro promesse, ma tutte adora-
no armate e afforzate alla difesa. Stando la com-
pagnia per questo modo in Puglia, il re Luigi poco
mostrava che si curasse della compagnia, e meno
del danno de* suoi sudditi, con mancamento di suo
onore, perocché né aiuto né consiglio dava loro:
ma in questi di mandò messer Niccola Acciainoli di
Firenze, suo grande siniscalco, al legato, per trattare
pace da lui a messer Malatesta da Rimioi, e amba-
sciadore all' imperadore, e appresso al comune di
Firenze, per avere da catuno aiuto di gente contro
alla compagnia, e per sentire la volontà e *1 pro-
cesso deir imperadore : ma da sé nel Regno niuna
provvisione fece, fuori che festeggiare e danzare con
le donne, in detrimento della sua fama.
CAPITOLO XCL
Come il gran siniscalco cambiò sua fama in Firenze,
Noi avremmo volentieri trapassato quello che
seguita aenza memoria, se senza potere essere in-
colpato d' adulazione per tacere 1' avessimo potato
fare. Il grande siniscalco del re Luigi partitosi dalle
mollizie M suo signore, e invìscato da quelle, ven-
ne al legato in Romagna, e cercato secondo la com-
missione a lui fatta dal re Luigi di tentare la pace
dal legato a messer Malatesta da Rimini, non ebbe
autorità di poterla in alcuno atto disporla. B par-
titosi dal legato, venne a Siena all' imperadore, e
spuosegU la aua ambasciata, dal quale fu ricevuto
graziosamente per amore del re, e ancora della sua
persons, perocch' era cittadino popolare di Firenze,
e vedovalo montato in cotanta dignità ; e a Roma il
menò con seco, e fu alla sua coronazione. E tor-
nato a Siena con \m senza avere impetrata alcuna
cosa di sua domanda, se ne venne a Firenze del
mese d' aprile del detto anno, con grande comitiva
di baroni e di cavalieri napoletani, giovani ornati di
diverse e strane portature, e abiti di loro robe, con
meravigliosi paramenti d' oro e d' argento, e di pie-
tre preziose e di perle ; e in Firenze cominciò a £are
molti conviti, e continovoUi lungamente in città e
in contado, avendo le giovani donne le quali faceva
invitare con grande istanza sera e mattina a' suoi
corredi, e tutto di le tenea in danza e in festa co' auoi
cavalieri; le quali femminili mollizie molto nella
patria indebolirono la sua fama: e considerando i
cittadini il tempo nel quale la compagnia tribolava
il Regno, e le norità dell' imperadore, e le muta-
zioni degli stati delle città e delle terre di Toscana,
e la nuova gravezza e sollecita provvedenza e guar-
dia oh' avea il suo comune di Firenze, facevano ma-
nifesto che allora bisognavano cose virtuose e ririli,
e non disoneste mollezze di donne. Crediamo che il
male esempio del suo signore, e la vanità che '1
movea a accattare benevolenza de' giovani e vani
baroni e cavalieri eh' erano con lui, gli feciono di-
menticare le sue usate virtù, e la fortezza del suo
animo. B per merito di questo, avendo domandato
al ano comune per parte del re alcuno sussidio di
gente d'arme contro alla compagnia, cosa che altra
volta si sarebbe fatta senza domandare, per più ri-
prese gli fu negata ; potendo conoscere che poco o-
nore della sua città riportò al re suo signore centra
i' usato modo : e dove la sua persona era per addie-
tro nominatissima in altezza d' animo e in molte vir-
tù, per la vana mollezza femminile, a questa volta
nella sua patria recò in memoria de' suoi cittadini la
detestabile vita di Sardanapalo.
I6d
CRONICA
nel suo palagio, essendo già assai infra la notte, dis-
se, com* egli col loro aiolo intendea di volere tórre
la signoria di Bologna a messer Maffiolo e agli altri
suoi fratelli signori di Milano, e voleala tenere per
sé, promettendo di trattare benignamente grandi e
popolani, e d^ alleggiare i cittadini dal disordinato
giogo, che a petizione di qae^ tiranni era stato co-
stretto di tenere loro addosso contro a sua volontà;
scusando sé, che come sottoposto al duro coman-
damento avea fatte assai aspre e crudeli cose a qne*
cittadini, facendole contro alla sua natura e air a-
nimo suo per ubbidire a* crudeli tiranni, a cui non
aveva potuto fare resistenza ; ma da quinci innanzi
intendea trattarli come fratelli, e ne daria loro imi
segnale, mettendo il govemamento della cittadinanza
nelle loro mani. 1 cittadini paurosi per T usata ti-
rannia, temendo che U parlare di messer Giovanni
non fosse per tentarli della loro fedeltà, dimostra-
rono e rispuosono di concordia, eh' elli erano ap-
parecchiati a mantenere a lui e a' suoi signori la
fede promessa. Messer Giovanni vedendo la ferma
risposta de^ cittadini, e temendo il pericolo della bre-
vità del tempo, con aspre parole cominciò a minac-
ciare i cittadini, dicendo, che parlava aperto e non
per tentarli, e che poteano bene comprendere che
in questo punto a lui oonvenia prendere o lasciare
la signoria \ ed egli per suo vantaggio, e per trarre
loro del servaggio, volea fare con loro consentimento
quello eh* avea loro proposto e ragionato : ma poi-
ché vedea tanta follia nelle cieche menti di que^
cittadini, disse, che contro a loro e contro agli al-
tri che non v* erano farebbe aspre « dure cose in-
fino alla morte di catuno, e la città arderebbe e la-
scerebbe desolata. B questo dimostrava con tanto
infocamento d* animo, che manifesto fu a tutti eh* e*
parlava daddovero e non per alcuna tentazione. Al-
lora presono tra loro consiglio, e dissono: Signor
nostro, che aiuto vi possiimo noi fare, essendo sen-
z' arme ? Messer Giovanni disse, che volea eh* eglino
il chiamassono signore, e in quella notte farebbe a
catuno rendere Tarmi. Ed eglino il feciono; e Tar-
mi furono rendute in quella notte a chi le volle.
La mattina messer Giovanni mandò per li conesta-
bili de* soldati da cavallo e da piò, e olisse, che vo-
leva il saramento' da loro a so come signore di Bo-
logna ; e chi fare no *1 volesse di presente si partisse
di Bologne, e del contsdo e del suo distretto, a pena
della testa ; giurarono a lui le due parti, e gli altri si
partirono, e di presente uscirono del paese ; e tutti
gli ufioiali ch'egli avea rinchiusi rimutò de* loro ufici,
e misevi de' nuovi che giurarono a lui ; e quelli fece
partire della città. 11 nuovo castellano, eh' avea mes-
so nella rócca della porta verso Modena, avendo
messer Giovanni mandato per lui, non vi era voluto
andare ; ma per mattia n' avea mandato il figliuolo,
il quale messer Giovanni ritenne : e in quella mat-
tina con gran fretta mandò ■ tutti i castellani di
' lo Btea«o che iaeramento. Ma si noti che gli antichi
bone distinguevano l' ano dall' altro i doe vocaboli ; con
BoiromwtUo significando in proprio il giuramento, con ««•
cramento uno de' segni sensibili della grasia santificante
Institoiti da nostro Signore Gesù Cristo.
fuori, che non si doressono rimoorero, aè ricoTore
in loro castella messer Galeazzo de* Pigli per lettere
o per comandamento ch'e* portasse da sua parte; e éi
ciò fu bene ubbidito. 11 castellano della città soprad-
detto, sentendo la ribellione di messer GioTamoi,
non volea rendergli la rócca. Messer Giovanni, dal
venerdì mattina fino alla domenica sera, con saolta
sollecitudine intese a ordinare e a rifermare il reg-
gimento della città e della guardia dentro ; e in qoe-
sto tempo il marchese di Ferrara, cui egli aveva ri-
chiesto d* aiuto, gli mandò dugentocinqnantn cava-
lieri. U lunedi mattina, non volendo il caatellaao
milanese rendere la rócca della porta, messer Gio-
vanni vi mandò gente d'arme per mostrare di vo-
lerla combattere, e per fare impiccare il figlinolo
nel cospetto del padre; la battaglia fu ordinata, e
le forche ritte, e '1 figliuolo menatovi n* pie per im-
piccare, n padre doloroso, vedendosi senza soccorso
da non potere resistere , e *1 figlinolo per essere
impiccato, rendè la tenuta, e fu liberò egli e 'i fi-
gliuolo; e messer Giovanni rimase libero signore
della città di Bologna, levatala dalla signorìa de' si-
gnori di Milano, per cui T avea governata e retta
in cruda tirannia infino a di 20 del mese d* aprile
1355, che ae ne fece signore, ed ebbe la detta ròc-
ca ; e in Bologna prese tutti i Milanesi die t* e-
rano e le loro mercatanzie; de* quali trasse naolti
danari per riscatto delle persone e della mercatan-
zie. E nelle castella di fuori non ebbe podere d^en-
trare messer Galeazzo, salvo che in Luco ; e ìtì si
ritenne, sentendo la ribellione di messer Giovanni,
aspettando la volontà de'snoi signori. Messer Giovu-
ni mettendosi alla fortuna rimase signore ; quegli ^e
segue r. frenandola per senno, ovvero per mattia, ae
perde la vita, come appresso diviseremo.
CAPITOLO xin.
Come il doge di Vinegia fu decapiiaio.
Messer Marino Faliere doge di Vinegia, uomo
di gran virtù e senno, reggendo T nficio di cotanta
dignità, e aenza sospetto e in grazia de'auoi citta-
dini, avendo 1* animo grande §1 contentava male, non
parendogli potere fare a sua volontà com' avrebbe
voluto, strignendolo la loro antica legge di non po-
tere passare la deliberazione del consiglio a lui di-
putato per lo comune; e però avea preso sdegno
contro a*gentili uomini che piìi lo repugnavano pre-
sontuosamente. E intanto avvenne, die certi popo-
lani furono da alquanti de' grandi di parole e di fatti
oltraggiati villanamente; e crescendo lo sdegno del
doge per la disordinata baldanza de' gentili nomini,
prese sicurtà di scoprire agli oltraggiati popolani
1* animo ano eh' avea contro la riverenza de*ge&tfli
uomini, che tutti erano del consiglio ; e di questo
seguitò, che il doge concedette segretamente licen-
za a* popolari ingiuriati che si procacdassono di con-
fidenti smioi, e d' arme e di gente acconcia si ser-
vigio, e una notte ordinata fessone su la pfnita
di San Marco, e sonassono le campane a stomo,
e dessono voce che le galee de* Genoyesi fossono
DI KATTBO VILLANI.
163
nel golfo ; e per usanza in eoUli novità i gentili 1
uomini di consiglio soleano venire al palazzo al do-
ge per provvedere e consigliare quello che fosse
da fare; e in quella venuta i popolani armati li do-
veano uccidere, ovvero radunati in palagio metterli
alle spade; e questo fatto, doveano correre la città
gridando : viva il popolo^ e fare il doge signore, e
annullare V ordine del consiglio e de' gentili uomini,
e fare tutti gli uficiali popolari. Ed essendo con molta
credenza la cosa condotta sino alla sera che la notte
dovea seguire il fatto, come a Dio piacque per lo mi-
nore male, il doge in questa aera mandò per un suo
confidente popolare amico, uomo di grande ricchezza,
a cui rivelò il trattato, e come in quella notte si do-
vea fare il fatto. Costui turbato nella mente, con
savie parole gli biasimò V impresa e impauri il doge,
e non ostante che la cosa fosse recata molto agli stre-
mi del tempo, disse, che là dove piacesse al doge,
che metterebbe subito consiglio che la cosa non pro-
cederebbe, lì doge invilito neir animo al consiglio di
questo suo amico, gli die mattamente parola eh* egli
ordinasse segretamente che il fatto si rimanesse ; e
acciocché dato gli fosse fede, gli dio un suo segreto
suggello. Questi andò di presente ai caporali a cui il
doge il mandò, ch'a veano accolta la loro compagnia,
e disse loro da parte del doge, che si dovessono
ritrarre dall' impresa ; e mostrò loro il segno del
suo suggello. A* popolari ch'erano apparecchiati par-
ve essere traditi, e non ardirono di procedere più
innanzi, sentendo la mutazione del doge. Uno pel-
licciere ch\era degl'invitati, sentendo che la cosa
non procedea, per paura d* essere incolpato se uban-
do a uno gentile uomo di consiglio, e manifestogli
quello che sapea del fatto, che non sapea però tut-
to. Costui menò il pellicciere al doge; il quale,
non sapendo che il doge sentisse di questo fatto,
gli narrò ciò che ne sapea, e nominogli i caporali.
Il doge annullò molto il fatto, dicendo, che per al-
cuno sentimento che n*avea avuto avea fatto spiare,
e trovato avea che la cosa era nulla. Il savio con-
sigliere disse al doge, che volea che questa cosa
sentisse il consiglio ; e contradiandolo il doge, co-
stui perseverò tanto in questo, che il savio doge
divenuto per viltà fuori del senno, promise farlo rau-
nare, commettendo fallo capitale della sua testa ^ ; che
lieve gli era ritenere costoro, e fare eseguire quello
che ordinato era, o strìngerli e giudicarli a suo vo-
lere segretamente. La mattina raunato U consiglio,
e divulgata la novella , furono mandati a prendere
i caporali ; e venuti dinanzi al doge e al consiglio,
il doge H chiamò traditori per dimostrarsi strano
dal trattato, ma vennegli fallato ; perocché in faccia
gli dissono, che ogni cosa che ordinata era s' era
mossa da lui e proceduta dal suo consiglio. 11 do-
ge no *\ seppe negare. Il consiglio incontanente il
fece guardare nel suo palagio per loro medesimi.
In prima impesono quattro dei caporali alle colonne
del palagio del doge, e il di seguente confiscarono
tutti i beni del doge, eh* era grande ricco nomo.
al comune; salvo che per grazia gli eoncedettono
che di duemila fiorini potesse testare a sua volontà ;
e menatolo in sulla scala dov* egli avea fatto il
saramento quando il misono nella signoria, gli fe-
ciono tagliare la testa, e vilissimamente il suo cor-
po messo in una barca fu mandato a seppellire
a' frati; e V amico suo, che sturbò il patricidio
de' grandi cittadini e il rivolgimento dello stato di
quella città, ebbe per merito condannagione grande
pecuniale^, e perpetuo esilio, rilegato nell'isola di
Creti.
CAPITOLO XIV.
Come V imperadore tornò coronato a Siena,
V imperadore Carlo, ricevuta la corona in Ro-
ma, come detto abbiamo, se ne tornò verso Siena;
e soggiornato a Montalcino , e appresso venuto a
Montepulciano, e in catuno luogo lasciali suoi vi-
cari con alcuna gente, domenica a di 19 d'aprile in
sul vespero giunse alla città di Siena ; e innanzi che
entrasse nella città, fattoglisi incontro i cittadini con
gran festa in snlP ora del vespero, in quest' abboc-
camento otto cittadini pomposi e avari per cessare
la debita spesa alla cavalleria, si feciono a lui fare
cavalieri; e appresso entrato nella città glie n'ac-
correano molti senza ordine o provvisione : ed egli
avvisato del vano e lieve movimento di quella gen-
te, commise al patriarca che in suo nome gli facesse.
11 patriarca non potea resistere a farne tanti quanti
nella via glie n" erano appresentati : e vedendone co-
si gran mercato, assai se ne feciono, che innanzi a
quell'ora ninno pensiero aveano avuto a farsi cava-
lieri, né provveduto quello che richiede a volere
ricevere la cavalleria ; ma con lieve movimento si
faceano portare sopra le braccia a coloro eh' erano
intomo al patriarca, e quand' erano % a lui nella via
il levavano alto^, e traevangli il cappuccio usato ; e
ricévuta la guanciata usata in segno di cavalleria, gli
mettevano un cappuccio accattato^ col fregio dell'oro,
e traevanlo della pressa^, ed era fatto cavaliere: e
per questo modo se ne feciono trentaquattro in quel*
la sera, tra grandi e popolari. E condotto i' impera-
dore ai suo ostiere, fu fatto sera, e catuno si tornò
a casa ; e' cavalieri novelli senza ninno apparecchia-
mento 0 spesa con la loro famiglia celebrarono quel-
la nutte la festa della loro cavalleria. Chi considera
con la mente non sottoposta alla vile avarizia l'av-
venimento d'un novello imperadore in cotanto fa-
mosa città, e tanti nobili e ricchi cittadini promossi
alfonore della cavalleria nella patria loro, uomini
di natura pomposi, non avere fatto alcuna solennità
in comune o in diviso a onore della cavalleria, può
giudicare quella gente poco essere degna del rice-
vuto onore.
' tal fkUo che ne aarebbe andata la ana testa* Qui le
parola soverchiano.
' in danaro, in moneta, in pecnnìa.
' cioè qnelU che portavano V aspirante ad eaier f«tto
cavaliere.
' Intendi : levavano in alto il pretendente al cavaliarato.
Chi non vede la eonfnsione di questo racconto?
* comprato, procacciato per questo fine.
I ' dalla calcai dalla folla traevano U nuovo cavaliere.
164
CRONICA
CAPITOLO XV,
Come il legato parlamentò a Siena con Pimperadore,
Metser Gllio cardinale di Spagna, ■ eoi il
papa e^ cardinali ateano commesso il procaccio e la
legazione di riacquistare la Marca, e H Ducato, e la
Romagna occupata per messer Malatesta da Rimini
• per gli altri tiranni Romagnuoli, ayendo molto
premuto e dirotto messer Malatesta, V avea condotto
in parte, ch'ostentava di volere accordarsi col car-
dinale per le mani dell' imperadore, e avea detto
di venire a Siena per questa cagione ali* imperado-
re; e "1 legato per questo fatto, e per visitare T im-
peradore, si mosse della Marca, e a Siena giunse a
di primo di maggio; e ivi, con Takro cardinale
d^ Ostia che avea coronato V imperadore, furono a
parlamentare con lui dei fatti d* Italia eh' appartenea-
no a Santa Chiesa, attendendo messer Malatesta per
pigliare accordo con lui : ma il tiranno mutato con-
siglio , non vi volle andare. In questo attendere,
r imperadore trattò con loro de^ fatti di Perugia, che
a lui aveano proposto eh* erano immediate sotto la
giurisdizione di Santa Chiesa, come del ducato di
Spuleto, per liberarsi da lui, e al legato non rispon-
deano in alcuna ubbidienza per nome di Santa Chie-
sa : e per questa cagione deliberarono tra loro ,
che rimperadore senza offendere Santa Chiesa potea
trattare con loro, come con V altre città d* Italia, e
cosi si pensava V imperadore di fare ; ma sopravve-
nendogli altre novitadi, come noi diviseremo appres-
so, feciono dimenticare i fatti di Perugia, e partire
il legato in animo forte adirato contro a messer
Malatesta, da cui si tenea deluso a questa volta.
CAPITOLO XVL
Come Pimperadore ebbe la seconda paga
da* Fiorentini.
Essendo 1* imperadore in Siena, obbligato a
molti baroni e cavalieri da cui avea ricevuto servi-
gio, mostrandosi povero di moneta, li nutricava di
promesse, e rìmandavali nella Magna mal contenti:
e volendogli i Fiorentini fare la seconda paga, man-
dò a dire a* signori di Firenze, che glie la mandas-
sono segretamente. 1 Fiorentini innanzi al termine
promesso, air uscita d' aprile gli mandarono contanti
trentamila fiorini; e fattogli in segreto sentire come
i danari erano venuti, di presente fece uscire dal-
r ostiere tutta sua famiglia, e rinchiusosi in una ca-
mera, in sua presenza li fece contare al patriarca ;
e trovato che uno di sua famiglia stava a vedere al
buco dell' uscio, il punì gravemente, temendo eh' e*
suoi baroni no '1 sentissono, perocché più amava di
tenersi i danari in borsa, che T amore de' suoi baroni
0 il loro contentamento.
CAPITOLO XVIL
Come il nuovo tiranno di Bologna mandò à Fireme
ambasciadori a richiedere i Fiorentini,
Messer Giovanni da Oleggio avendo novellamente
tolto 0 rubato la città di Bologna a^ suoi signori de*
Visconti, e trovandosi povero d* aiuto a sostmiere il
fascio di quella città e de' potenti avversari, incon-
tanente mandò lettere per suoi messaggi, e appresso
solenni ambasciadori al comune di Firenze, offeren-
do di volere essere singulare amico de* Fiorentini,
e di governare e reggere quella città alla volontà e
piacere del comune di Firenze. E i detti ambasciadori
con molte suasioni^ e larghe promesse da parte di
messer Giovanni pregarono, che almeno in privato,
se non volesse in palese, il nostro comune il do-
vesse consigliare, acciocché potesse quella città Biam-
tenere in amore e in fratellanza, come anticamente
era costumata d' essere oo^ Fiorentini, e difenderla
da* tiranni di Milano, originali* nemici del comune di
Firenze. I Fiorentini conobbono chiaramente, eh* es-
sendo Bologna in loro amistà e lega, sarebbe a nao-
do che forte muro alla difesa del nostro comune con-
tro a ogni potenza tirannesoa di Lombardia ; su per
osservare lealmente la promessa pace a* Visconti si-
gnori di Milano, per niuno vantaggio che conoaces-
sono, 0 per promesse che fatte fossono loro, po-
terono essere recati a fare in segreto o in pale-
se cosa che sospetto potesse essere alla pace pro-
messa a* Visconti. E avendo gli ambasciadori tro-
vata ferma costanza nel comune a mantenere sua fede,
si tornarono mal contenti al loro signore a Bologna
a di 4 del mese di maggio del detto anno; e questo
fu chiaramente manifesto a^ signori di Milano, che
molto r abbono a bene, e offersonsi largamente al
comune di Firenze.
CAPITOLO xvm.
Come fu iConfUto e preso messer Galeotto da Bimmi
dai cavalieri del legato.
Avendo poco addietro narrato come messer Ma-
latesta da Rimini avea cambiato T animo dell' acooido
con messer lo oardinale legato, seguitò, che la sua
gente d*arme, capitanata e guidata per messer Galeot-
to ano fratello, perocché in pochi giorni due volte
avea rotti i cavalieri della Chiesa, avviliva tanto qnella
gente che poco se ne curava. E però avendo per
assedio e per forza preso un castello di Recanati,
con più di seicento barbute e gran popolo a' era poeto
ad assedio a un altro ; e nondimeno per buona prov-
videnza di guerra avea fortificato il campo con on
muro per modo, ch'entrare né uscire per lo piano
non si potea se non per una sola entrata ; e per que-
ato stavano baldanzosi all' assedio con minore guardia,
non temendo per gente che il legato avesse : per la
qual cosa prima abbono addosso la cavalleria del
legato, che di loro si fossono provveduti Messer Ri-
dolfo da Camerino, capitano della gente della Chiesa,
con più d' ottocento cavalieri e con assai buoni au-
snadieri, avendogli condotti al campo dei nemici, gli
fece assalire agramente, e per due volte tolse loro
l'entrata del campo; e quelli di messer Galeotto oom-
battendo virtuosamente, catuna volta lo racquietarono
per forza d'arme. Infine avvedendosi il capitano della
' persuasioni.
' natoralli antichi. Manca alla Crosca.
DI MATTEO VILLANI.
165
Chiesa che un piccolo poggetto si gnardava per lo
popolo d'Ancona, eh' era sopra il campo, mosse i ca-
yalierì e' balestrieri contro a loro, i qnali franca-
mente gli assalirono ; • non potendo avere soccorso
dal campo, eh* erano combattnti dall'altra parte, per
forza furono rotti ; e di qael poggetto senza riparo
di maro cacciando e uccidendo i nemici per forza
entrarono nel campo, e V altra parte di loro presono
r entrata del campo e misonsi dentro. Messer Galeazzo
si ristrinse co* snoi combattendo co' nemici, dinanzi
e di dietro assaliti, molto vigorosamente a modo di
valenti cavalieri, e per più riprese si percosse tra'
nemici, e dae volte preso fu riscosso da* suoi cava-
lieri. Infine vincendo quelli della Chiesa, a messer
Galeotto fu morto il destriere sotto ; e ricoverato un
piccolo cavallo, volendosi salvare, fu ferito di più
ferite, e ritenuto prigione, e tutta sua gente rotta, presa
e sbarrata' e morta; e liberato il castello, messer Ri-
dolfo detto con piena vittoria si tornò al legato : e
questa fu la cagione perchè poi messer Malatesta non
potè fare retta contro al legato^ come appresso si
potrà trovare.
CAPITOLO XIX.
Come la fama della liberiaione di Lucca si sparse.
Avvenne in questi di, air entrante del mese di
maggio del detto anno, essendo Timperadore libero
signore di Pisa, di Lucca, di Siena, di Sangimiguano
e di Volterra, e dell' altre terre loro sottoposte, e
in amore e pace co' Fiorentini e' Perugini, Pistoiesi
e Aretini, senza alcuno avversario in Italia, onde che
la cosa muovesse, una fama corse per tutta Italia che
egli avea fatto accordo con gli usciti di Lucca, i
quali si dicea che gli doveano far dare in Francia
centoventi migliaia di fiorini d'oro, quand'egli libe-
rasse la città di Lucca della signoria de' Pisani; e questo
si dicea eh' avea promesso di fare finito il termine eh' e'
Pisoni aveano promesso di liberarla; e doveala la-
sciare in libertà al reggimento del popolo e rimet-
tervi tutti gli usciti; la quale suggezione de' Pisani
dovea seguire il secondo anno. Il divolgamento di
questa fama non si trovò eh' avesse fondamento da
trattato fatto dall' imperadore; o se fatto fu, altrove
che in Toscana, e per altri che per la persona del-
l' imperadore ebbe movimento'. Trovossi bene, che
grandi ricchi mercatanti usciti di Lucca intendeano a
fare colta di moneta. Ma come che la cosa si fosse
o si spirasse^, a tutti parve che cosi dovesse essere;
e in segno di ciò furono revoluzioni e gravi novità
ch'appresso ne seguitarono, come leggendo nostro
trattato si potrà trovare.
CAPITOLO XX.
Come r imperadore diede Siena al Patriarca.
Nel soggiorno che T imperadore facea a Siena
trattò di volere che il patriarca suo fratello fosse
* BbaraglUtm. Manca alla Crnsca. La citata legge: sba-
TQiiaia. ^ ebbe principio, fa causato.
' 8i iotravedesse, si spiasse, se ne avesse sentore.
libero signore di quella città; e' Sanesi avendosi con-
dotti nel reggimento non però fermo dell' ignorante
popolo vacillante nello stato, per volere accattare la
benivolenza dell' imperadore, consentirono d'avere il
patriarca per loro signore, e di volontà dell' impera-
dore di nuovo feciono la suggezione e '1 saramento
al patriarca, e a lui furono assegnate tutte le terre
e castella della loro giurisdizione, nelle quali con-
fermò suoi castellani e vicari ; cosa strana all' antico
governamento della loro libertà, e di matto consen-
timento : e r imperadore per la sua autorità e pe' suoi
privilegi gli confermò la libera signoria di quella terra,
e del suo eontado e distretto. Il patriarca volendo
confermare la sua signoria s' accostò col minuto po-
polo, e di quelli fece ufioiali ai reggimenti comuni
dentro nella città, e per lo loro consiglio si reggea,
essendosi accorto che per lo favore di quella minuta
gente era venuto alla signoria ; e per questo avea
schiusi gli altri maggiori popolani, e abbattuto in
tutto la setta dell'ordine de' nove per modo che non
ardivano in palese a comparire tra gli altri cittadini.
CAPITOLO XXI.
Come t capi de^ ghibellini d^ Italia si dolsono
dlV imperadore.
In questi medesimi di, all' entrante di maggio,
i caporali di parte ghibellina, eh' erano venuti alla
coronazione dell' imperadore, aspettandone la loro
esaltazione e l'abbassamento di parte guelfa in To-
scana, e vedendo per opera il contradio, si raunaro-
no insieme in una chiesa di Siena, e ivi ricordarono
tm loro tutte le persecuzioni ricevute da' guelfi per
cagione dell' imperio, e le infamazioni de' comuni di
Toscana, e spezialmente del comune di Firenze, per
le resistenze fatte agi' imperadorì ; e avendo raccolta
loro materia da dire, feciono quelle cose pronunziare
nel cospetto dell' imperadore al prefetto di Vicco ; il
quale saviamente in prima raccontò la fede, V amore,
i servigi che i ghibellini d'Italia aveano portato e
fatto per li tempi passati di quanto avere si potea
memoria agi' imperadori alamanni , e in siogularità
all' imperadore Arrigo suo avolo ; e come i guelfi d' I-
talia aveano sempre fatto grave resistenza all' impe-
rio, e tra gli altri comuni più singolarmente e con
maggior forza il comune di Firenze ; e come per o-
perazione di quel comune i' imperadore Arrigo suo
avolo era morto, e le imperiali forze recate al niente;
e' ghibellini sentendo l'avvenimento della sua signoria,
tutti erano venuti in grande speranza, aspettando per
lui essere esaltati, e vedere la strazione ^ de' guelfi,
e singolarmente del comune di Firenze sempre ri-
bello all' imperadore ; e vedendo che per danari egli
s'era acconcio con quel comune, e a' suoi fedeli ghi-
bellini per sua venuta non era seguito vendetta delle
loro oppressioni e de' danni ricevuti, e le loro terre
e castella perdute non erano racquistate, nò per suo
procaccio loro restituite, essendo perdute per volere
mantenere la parte imperialo, si mavigliavano forte ;
distrazione.
166
CRONICA
• molto più conoioendo ohe il tempo ora yemito dio
col loro aiuto, e delle dtlà e caitella di Toicaiit
tornate allMmperìale anggedone, e colla ana grande
potenza, e^ potea eaaere aignore della città e de* da-
nari de' Fiorentini, e per on poco di danari avea
fatto accordo con qnel oomnne, in poco onore della
maeatà imperiale. L* impendore, udite le dette coae,
aensa riatrìgnerai ad altro conaiglio o fareriapon-
ditore alcuno altro, come aignore focondioao dMn-
lendimento e d'eloquenia, coiranimo quieto, parlando
aoayemente, diaae: Noi aappiamo bene l'amore e la
fede eh* avete portata air imperio, e* aerrigi fotti al
nostro arolo per roi non possiamo dimenticare, pe-
rocché scritti aono ne' sooi annali. Appo i nostri re-
gistri troviamo noi, che i mali conaigli de* ghibellini
d* Italia, avendo più rispetto d proprio esaltamento,
e a fare le loro proprie vendette, che ali* onore e
grandezaa dell* imperadore Arrigo mio avolo, il fe-
cìono mal capitare, e non il comune di Firenxe, né
dcuna operadone di qud comune; e però non in-
tendo in ciò seguitare vostro consìglio. B Arnstrati^
della loro corrotta intenzione, md contenti e poco
avanzati^ si tornarono in loro paese.
CAPITOLO xxn.
Come r imperadore si par A da Siena e andò
a Samminiato,
L*imperadore, raccomandata la signorìa e1 rag-
gimento della città di Siena al patriarca, a di 5
di maggio del detto aono ai partt della città, e ven-
neseoe da Staggia e da Poggìbonizzi senza entrare nella
terra ; e fatta ivi di fuori sua lieve desinea, si mise
a cammino, e la aera giunae a Samminiato del Te-
deaco, e da* Samminiateai fu ricevuto a onora come
loro signore. E com* egli prese la via di là per an-
dara a Piaa, molti de* suoi baroni con grande comi-
tiva de* loro cavdierì si partirono da lui, e vennon-
aene a Firenze per seguira loro cammino toraandod
in Alamagna. In Firanze furono ricevuti cortesemente,
rassegnandosi i caporali per nome, e dando il numero
della loro gente al oonservadora: e questo valico' fu
più giorni, avendo il di e la notte da aeicento in otto-
cento 0 più cavalieri tedeschi ad albergare in Firenze;
e però ninno sospetto o movimento d fece o si prese
nella città, salvo che un pennone per gonfalone
guardava la notte senza andara la gente attorao.
CAPITOLO xxm.
Come U cardinale d* Oitia fi$ ricevuto a FirenM.
Il cardintla d* Ostia eh' avea coronato 1* impe-
radore, avendo volontà di venira a Firenze per ve-
dere la dttà e per proeaodare alcuna cosa dd co-
mune, venne a Firanze a di 6 di maggio del detto
anno, ricevuto da* dttadini con grande onore, an-
' delusi: TOOAbolo latino.
' poco TADtaggiftti ; con poco ntile.
' passaggio, piMarOi trapaisamonto.
dandogli incontro In generale proceasione, e amo
sotto un ricco palio d*oro e di aeta, addestrtto^ di'
cavalieri di Firenze e da* maggiori popolari, soaiado
tutte le campane del comune e delle chiese a Dio
laudiamo, mentre eh* e* penò ad ee§trt dbergtto,
con grande riverenza per onora di Santa ChicM fi
collocato nelle case degli Alberti ; e fattogli per lo
comune ricchi preaenti, domandatosi per Ida* priori
cose indiacretamente che non gli poteano fare, delle
quali iscusatisi onestamente, non contento di loro per
la aua ambìdone, n dì 8 di maggio dd detto aoio,
mal contento del noatro comune per suo disonesto ide-
gno se ne ritornò a Pisa, dimenticato 1* onora rice-
vuto per lo corrotto appetito ddla aconcia doauadi.
CAPITOLO XXIV.
Come la gente del legato presono quattro costei
di Malatesta,
Dopo la aconfitta e la presura di raesser OtleoUo
narrata poco addietro, messer Malatestn andò a fisa
ali* imperadore, perchè Taccondasse in pace col legito
e con la Chiesa ; nondimeno avea alle frontiere delh
gente e delle terra della Chiesa tutta la fom deb
sua gente d* arme a cavallo e a piò ragunata qiim,
avvisando che là si faceue la guerra, e così disM-
stravs di volere fora il capitano deUa gente d^
Chiesa ; ma come uomo avvisato* ne* fatU della gnem,
avendo condotto certo trattato per le mani del oob-
tldno da Ghiaggiuolo, il quale era de* Maleteelì, m
nimico di meaaer Malatesta e de* suoi per la aiorte
di ano padra, queati avendo ordinato il suo trattito,
fece col capitano della Chiesa che subito mandò deOi
Marca in Romagna cinquecento cavalieri e dtrettutì
e più masnadieri, i quali fìirono prima in au le porte
di Rimim ch'e* terrazani sprovveduti, senza avara gente
d* arme alia guardia, ae n*awedeasono; e funae li
città in gran pericolo: e per questo subito aTrem-
mento, non eaaendo gente nella terra da potera loc-
corrara di fuori nò riparara al trattato del coatioiao,
preaono e rubellarono a* MalateaU il castello di 8aa-
t* Arcagnolo, e M Yeracchio, e due altra castelli ii-
torao e di presso alla dttà di Rimini, le quali for-
nirono di gente da cavdlo e da piò che faoeano gaent
a Rimini e nel paese, ed erano come bastite càe
teneano assediata la terra. Di questa cosa si coalorbò
tutta la Romagna, e fu cagione di raoara i Hiliteiti
più tosto a renderd alla volontà del legato, ooae il
suo tempo apprasso racconteremo ; e queato fa del
mese di maggio del detto anno.
CAPITOLO XXV.
Come morì U duca di Polonia.
U duca Stefano di Polonia, cugino dell' inpc*
radora, giovane virtudioso odi grande autorità, aveado
vaghezza di venire a Firenze per suo diporto, e li-
sciato Timperadora n Pissi venne con sua eompagan
* fiancheggiato; con alla destra, alla staffo i oavd̫l e^*
' pradente, destro eoe
DI HATTEO yULANL
167
di giorani baroni a Firenze, ore fa riceTuto a grande
onore ; ed essendo il gran siniscalco del Regno messer
I9iocola Acciainoli a Firenze, gK fece compagnia fe-
steggiando per la eittà. B avendo ricevuto onore di
corredi da^ signori e dal gran siniscalco, e compiaciu-
tosi molto co* cavalieri e gentili nomini, e nella citta-
dinanza de* Fiorentini, e a più feste, tornato a Pisa al-
rimperadore, si lodò molto de* Fiorentini, e magnificò il
nome della nostra città in molte cose; e dopo pochi di
cadde malato in Fisa, e d'una continua febbre in sette d)
passò di questa vita. Dissesi ch'avea mangiato in Pisa di
nn' anguilla, e che immantinente ammalò ; ma la con-
tinua, più eh' altro, il trasse a line : della cui morte
fa gran danno, perocch*era barone di grande aspetto.
Della morte di costui molto si dolse V imperadore ;
ma r imperadrice, vedendolo morire cosi brevemente,
impauri molto, e stimolava V imperadore di ritornare
nella Magna ; e molti baroni e cavalieri per la morte
del duca Stefano abbandonarono T imperadore e tor-
naronsi in Alamagna, e lasctaronlo con poca gente.
E *1 sire della Lippa, nno de' maggiori signori di
Boemia, essendo malato a Pisa, si fece conducere a
Firenze ; e giunto nella città, e venuto a notizia de*
aignori, di presente il feciono albergare nel vesco-
vado con tutta sua famiglia, che non v*era il ve-
scovo, e fornironlo di buone letta e di tutto ciò che a
bene stare gli bisognava, e ordinarongli i migliori
medici della città alla provvisione e consiglio della
soa sanità, e oontinovo sera e mattina gli faceano ap-
parecchiare delle loro dilicate vivande e de* loro fini
vinL B tanta fede aggiunta col suo piacere ebbe il
noatro comune, che di lunga malattia e quasi incu-
rabile, non pensando potere campare altrove, come
fii piacere di Dio prese perfetta sanità nella città di
Firenze ; e guarito, fu onorato di dóni e d* altre cose
dal nostro comune. Per le quali cose fu fatto singulare
amico del nostro comune e de* suoi cittadini, sog-
giornò nella città a ano diletto infino alla , tanto
che fu tornato nella sua fortezza : poi ebbe dal co-
mune i danari che i Fiorentini gli aveano promessi
peri* imperadore, come innanzi racconteremo.
CAPITOLO XXVI.
Come fu coronato poeta maestro Zanohi da Strada.
Era in questi di in Pisa il maestro Zanobi, nato
del maestro Giovanni da Strada del contado di Fi-
renze. U padre insegnò grammatica a' giovani di
Firenze e a questo suo figliuolo, il quale fu di tanto
virtuoso ingegno, che, morto il padre e rimaso egli in
età di vent*anni, ritenne in ano capo^ la scuola del pa-
dre : e venne in tanta fecondità di scienza, che aenza
udire altro dottore ammendo e passò in grammatioa
la adenza del padre, e alla sua aggiunse chiara e
speculativa rettorica: e dilettandoai negli autori, ne
venne tanto copioso', che in breve tempo d*anni eser-
citando la sua nobile industria, divenne tanto eccel-
lente in poesia, che, mosso 1* imperadore alla gran
' condoBse egli stesso la scuola ecc.| rimase egli a capo
della scuola ecc., prese sopra di sé la scuola ecc.]
' ne divenne si pieno di concetti e facondo ecc. Se ne
tàccia una buona aggiunta al Vocabolario.
fama della sua virtù, e da messer Niccola Aceiaiuoli
di Firenze, gran siniscalco del reame di Cicilia, alla
cui compagnia il detto maestro Zanobi era venuto,
vedute e intese delle sue magnifiche opere fatte come
grande poeta, volle che alla virtù dell* uomo a* ag-
giugnesse T onore della dignità ; e pubblicandolo in
chiaro poeta in pubblico parlamento, con solenne
festa il coronò delfottato alloro: e fu poeta coro-
nato e approvato dall* imperiale maestà del mese di
maggio del detto anno nella città di Pisa; e cosi
coronato, accompagnato da tutti i baroni dell* impe-
radore e da molti altri della città di Pisa, con gran-
d* onore celebrò la festa della sua coronazione. E
nota, che in questi tempi erano due eccellenti poeti
coronati cittadini di Firenze, amendue di fresca età ;
e Feltro ch*avea nome messer Francesco di serPe-
traccolo, onorevole e antico cittadino di Firenze, il
cui nome e la cui fama coronato nella città di Roma
era di maggiore eccellenza, e maggiori e più alte
materie compose, e più, perocch* e* vivette più lun-
gamente, e cominciò prima : ma le loro cose nella
loro vita a pochi erano note, e quanto eh* elle fos-
sono dilettevoli a udire, le virtù teologhe a* nostri
di le fanno riputare a vili nel cospetto de' savi.
CAPITOLO xxvn.
Come fu morto messer Francesco Castracani
da* figliuoli di Castruccio.
Sentendo i Pisani che messer Francesco Ca-
stracani di Lucca Iacea venire gente delle sue terre
di Garfagnana in favore della setta de* Raspanti di
Pisa per muovere novità nella città, il feciono assapere
air imperadore. L* imperadore gli mandò comandando
che di presente si dovesse partire della città di Pisa. B
sostenuti più comandamenti senza ubbidire, aentendo
che *1 maÙscalco colle masnade s*armavano^ contro
a lui, si parti tenendo la via verso Lacca; e partito
lui, fu comandato il simile a* figliuoli di Castruccio
Castracani, i quali dolendosi di quello ch'avvenne a
loro per messer Francesco, ai partirono cavalcando
per quella medesima via, e la sera si trovarono ad
albergo insieme ; e ivi mostrandosi di buona voglia,
albergarono insieme, e dormirono in uno letto. La mat-
tina seguendo loro viaggio vennono a pno maniero*,
il quale Caatrucdo essendo signore di Lucca avea
fatto edificare e acconciare a suo diletto molto no-
bilemente, e di pochi di innanzi 1* imperadore Tavea
restituito a' figliuoli di Castruccio; e trovandovisi
preaso, pregarono messer Francesco che con loro
insieme andasse a visitare il luogo ; e risposto di farlo
volentieri, uscirono di strada, e andarono ai maniero;
e giunti là, i famigli si dierono attorno per li giar-
dini a loro diletto. Messer Arrigo e messer Valeriano
di Castruccio rimaaono con messer Francesco e col
figliuolo e con nn suo genero, ed entrarono ne* pa-
lagi per vedere 1* edificio, il quale era bello, ma molto
' Intendi : sentendo che il capitan generale e le tue com-
pagnie d'arme s'armavano ecc.
* Forte e nobil casa campestre. Vedi voL I, pag. 158,
col. n, nota 2.
168
CRONICA
guaito, perchè didassetto anni era stato disabitato ;
e sedendo costoro in sulla sala del palagio, messer
Arrigo si accostò al fratello, e dìssegli : Ora abbiamo
tempo ; e andando messer Francesco guardando V e-
dificio, messer' Arrigo, essendogli poco addietro, di
subito trasse la spada ; e non avvedendosene messer
Francesco, gli diede nella gamba un colpo grave e
pericoloso. Messer Francesco sentendosi ferito , vo-
lendosi rivolgere, chiamando traditore messer Arrigo,
non potendosi sostenere cadde; e messere Arrigo
gli die su la testa un altro colpo della spada che
non lo lasciò rilevare : e morto measer Francesco, i
due fratelli corsono addosso al genero, e ivi senia
arresto V uccisono, e 'I figliuolo di messer Francesco
lasciaroDO per morto; e rimontati a cavallo, argui-
rono loro viaggio, e tornaronsi in Lombardia ; e que-
sto fu a di 1 8 di maggio del detto anno : cosa de-
testabile per lo grande tradimento mosso da invi-
dia ; ma per divino giudicio spesso avviene che le
tirannie prendono termine e line per sinuglianti modi.
CAPITOLO xxvra.
Come i FiarenHfU mandarono ire eUiadmi
air imperadore a iua richiesta,
L^imperadore trovando T animo de^ Pisani male
contento per la voce corsa, come detto è, eh* egli
trattava di liberare Lucca ; e avvedendosi delle novità
che cominciavano ad apparire in Pisa e in Siena,
cominciò a sospettare : e avendo fidanui nel comune
di Firenze, il richiese che gli mandasse tre confidenti
suoi cittadini per averli al suo consiglio. U comune
di presente glieli mandò, e da lui furono ricevuti
graaiosamente. Ma poco si* potè intendere o consi-
gliare con loro, tante sfrenste novità occorsono V una
appresso V altra, che voleano più operaxione subita
che consiglio, come seguendo appresso diviseremo.
CAPITOLO XXIX.
Come i Sanesi ebbono novità»
Il popolo minuto di Siena già avea cominciato
a sperare nella signoria, e per T appetito di quella
dall* una parte, e per paura e gelosia dalf altra non
poteva acquetare ; e già impaziente del loro signo-
re, a cui di tanta concordia s* erano sottoposti, a di
18 di maggio del detto anno levarono la città a
romore, e presono V srme, e serrarono le porte
della terra. Il patriarca maravigliandosi di questo
subito movimento , senza muoversi ad altra novità
domandò quello che '1 popolo volea : e risposto gK
fu, che rivoleano le catene usate nella citù a ogni
canto delle vie, eh* erano state levate ali* avve-
nimento deir imperadore. Il patriarca 1* acconsenti
e fecole rendere loro. E appresso domandarono di
volere dodici ufidali sopra il govemamento del co-
mune di due in due mesi, al modo che solcano essere
i nove, e che da loro parte andasse il bando': e
domandarono di volere avere un gonfalone del po-
polo, e che la misura del loro staio si creaceMe.
U patriarca vedendosi male apparecchiato n potere
resistere al popolo commosso e armato, ogni coaa
concedette alla loro volontà. I loro grandi in que-
sto fatto non si armarono, e non si dimostrarono in
favore del minuto popolo, né in contrario : e se questo
movimento ebbe ordine da loro non si ncoper-
se : ma 1 popolo osò di dire che questo movi-
mento avea fatto temendo che l'ordine d^Puficio
de' nove non si rifacesse, che sentivano che per fona
di danari si cercava di rifare. E stato il popolo tra
di armato, e impetrata la loro intenzione si racqnetò;
e poste giù r armi , rimase arrogante e anperbo per
la vittoria del loro primo oominoiamento. E di pre-
sente ebbono fatto i dodici di loro minnti meatieii e
measili nell'uficio, e fatto un gonfdone e datolo a
uno loro vile artefice, con ordine ohe tatti dovea-
sono accompsgnare e aeguire il loro gon&lone. E
questo fa il principio del loro reggimento, del quale
poi seguirono maggiori cose, come seguendo il
pò racconteremo.
CAPITOLO XXX.
Come i Pisani per gelosia furono in arme.
* Le stampe : $ tmdanio métaer Arrigo. La giunta & del
T. Ricci. * La cit. : ei potè intendere e eoneigUare,
' Intendi: che ogni decreto, legge o ordinasione fosse
in nome del popolo.
Essendo venata la novella della morte di
Francesco Castracani a Pisa, la setta de* Raspanti, cni
e* favoreggiava, si cominciarono a dolere fortemente,
e dire che queala era stata operazione della ptrte
de* Gambacorti; ma dò non era vero: nondimeno
r imperadore ae ne fece grande maraviglia, e tol-
ta la città ne preae conturbaaione, e orebbene
r iua delle loro sette. E stsndo la città in questo
bollimento, a di 20 del detto mese di maggio im-
provviso s* apprese fuoco nel palagio del conHine,
ove abitava V imperadore, e senza potervi mellera
rimedio arae tutta la camera dell' arme del cornane
eh* era in quel palagio, ove araono tutte le buone
beleatra, tende, e trabacche e padiglioni, e T^tra
armadure che v*erano, che ninna ne potè campare. E
per questa cagione convenne che V imperadore an-
dasse ad abitare al duomo, e *1 popolo tutto sotto
r arme tra per V una cagione e per l* altra atava in
gelosia e in sospetto, e per questo modo stette ar-
mato il dì e la notte. La mattina vegnente, rassico-
rata la gente, lasciarono V arme quetamente, e calano
intese a* suoi mestieri. E in quella mattina ebbe
r imperadore novelle della novità di Siena, die gtt
dierono assai malinconia e pensiero, e pia perchè si
trovava fortuneggiare in Pisa, e mal fornito di gente
d'arme da potere provvedere e riparara alle for-
tune che si vedea apparecchiare. Allora cominciò a
potere conoscere che T avarizia era nimica drogai
buona provvisione.
CAPITOLO XXXL
Ancora gran novità di Pisa.
Quello che seguita è grande assalto d'avversa
fortuna ; e per esprimera meglio la verità del fatte,
ci conviene alquanto ritornara a dietro la nostra
DI MATTEO VILLANI.
1«9
materia, avvolta ìa diverii e vari Intendimenti, I quali
per longo spazio di tempo cercammo discretamente,
per lasciare di tanto inopinato caso la verità del fatto
nel nostro trattato. Egli è manifesto che i Gambacorti di
Pisa aveano laogamente in grande prosperità governa-
ta e retta la città di Pisa, e quella magoificata con pace
in grandi ricchezze de^saoi cittadini. LMnvidia delle
loro buone operazioni avea creato una setta contro a
loro, chiamati i Raspanti^ e la loro si chiamava dei
Bergolinù I Gambacorti furono coloro che ricevet-
lono in pace 1* imperadore, e che gli diedono la si-
gnoria di Pisa, benché ciò facessono secondo la vo-
lontà del popolo. A costoro promise 1* imperadore di
mantenere e accreacere nella città di Pisa il gover-
namanto del comune e il loro buono stato, e ne* co-
minciamentl appo V imperadore erano i maggiori, e
molto fedelmente si portavano al servigio delf im-
perio. I Rupanti, uomini astuti e vegghianti, per
abbassare i Gambacorti aveano più volte messo no-
vità e romori nella terra; e' Gambacorti con loro
seguito, per riparare con dolcezza alla loro malizia,
aveano acconsentito di raccomunarsi insieme nella
cittadinanza e negli ufici ; e fatta pace con loro, e
acconsentito air imperadore la derogazione de* patti
promessi, stretti dalla necessità più che dalla ferma
fede deir imperadore, il feclono. È vero eh* e* Gam-
bacorti con la loro parte, e i Raspanti e tutti I cit-
tadini di Pisa si doleano d*uno modo della voce
eorsa che Timperadore avesse Tanimo di liberare Luc-
ca ; e questo parlavano pubblicamente. L* imperadore
dicea di non liberarla, e nondimeno avea presa la
guardia del castello deirAgosta con la sua gente, e
trattine I Pisani ; e a* Pisani parca ch*egli attendes-
se il termine che compieva la sommissione di quella
città, che venia il giugno seguente, e nel vero si
sapea eh* e* Lucchesi accoglievano moneta per la det-
ta speranza : e trovammo nel vero che tutti i buo-
ni cittadini di Pisa di catuna setta s* erano consi-
gliati insieme per riparare che Lucca non si libe-
rasse d* uno animo e d*una volontà; e di questo
•* era fatto capo II Paffetta de* conti di Hontescu-
daio, e quelli della Rocca caporali della setta dei
Raspanti ; e a questo comune consiglio acconsentiro-
no i Gambacorti; delle quali cose 'seguitò la loro
morte, come appresso diviseremo.
CAPITOLO xxxn.
Come furono in Pisa presi i Gambacorti,
Dopo la novità dell* arsione sopraddetta e della
morte di messer Francesco Castracani, essendo il po-
polo insolito, e malcontento e sospettoso de* fatti
di Lucca, sopravvenne, che le some degli arnesi e
dell* armadure de* loro cittadini eh* orano stati alla
guardia delFAgosta in Lucca tornavano, avendo ras-
segnata la guardia di quella alla gente dell* impe-
radore. 1 Pisani della setta de* Raspanti, per le cui
contrade le some passavano , facendosene capo il
Paffetta, cominciarono a levare il romore contro al-
V imperadore, e ogni uomo a' andò ad armare ; la
gente dell* imperadore veggendo questa novità s*ar-
marono, e montarono a cavallo in diverse contrade
com* erano albergati, e tutti traevano al duomo do-
V* era il suo^ signore. I cittadini gli lanciavano, e
assalivano e uccidevano per le vie come fossono loro
nemici ; e in questo primo romore in più contrade
furono morti più di centocinquanta cavalieri tedeschi
di quelli delf imperadore. L* imperadore veden-
dosi a questo pericolo, e nal fornito a fare resi-
stenza al furore del commosso popolo, s*era ar-
mato e diliberato di volersi partire con la sua gente
eh' avea raccolta al duomo. De* Gambacorti, ciò era
Francescbino e Lotto, quand*era questo romore si
trovarono in casa dell* imperadore con certi altri cit-
tadini senz* arme : e Bartolommeo e Piero, maravi-
gliandosi di questo subito romore, si racchiusone in
casa il cardinale d* Ostia, legato del papa. 1 grandi
e i buoni cittadini, che non sapeano la cagione del
romore, traevano a casa i Gambacorti ; e nel vero, se
alcuno di loro fosse uscito fuori di casa armato,
non ne dubito, che tanto e tale era il seguito de*buo-
ni cittadini, che la città di Pisa avrebbe preso quel
partito eh* e' Gambacorti avessono voluto; ma la lo-
ro mala provvedenza coperta da semplice ignoran-
za, li condusse alla loro mina, e la sagace ma-
lizia de* loro avversari li fece signori. U conte Paf-
fetta e messer Lodovico della Rocca, eh* erano sta-
ti i movitorì di questo romore , avvedendosi che la
maggior forza de* cittadini traevano a casa i Gam-
bacorti e che quelli della casa per folle consiglio
non comparivano a farsi capo de* cittadini, a*avvisaro-
no d* abbatterli per malizia in quello furore, colPa-
iuto della paura che sentivano eh* avea 1* impere dorè
che cercava di volersi partire : e per fornire loro in-
tendimento, acciocché *1 romore mosso per loro non
tornasse in loro confusione, cambiarono la voce ; e
mostrandosi aiutatori dell* imperadore, con gran com-
pagnia di loro seguito armati s*appresentarono dinanzi
dall* imperadore, e dissono : Signor nostro, voi siete
tradito da* Gambacorti e dalla loro setta, perché
non pare loro essere signori di Pisa, come e* aolie-
no ; e per questa cagione hanno fatto levare questo
romore e uccidere la vostra gente, e alle loro ca-
se hanno raccolto in arme la maggior forza de* cit-
tadini ; dicendoli, che se per lui a questo punto non
si mettesse riparo, egli e sua gente era in grave pe-
rìcolo a campare del loro furore, ed eglino medesi-
mi co* loro seguaci erano in grave perìcolo di mor-
te e d* essere cacciati di Pisa, E detto questo, s* of-
fersono alfimperadore, e dissono : Se voi ci volete
dare Taiuto del vostro maliscalco e parte di vostre
masnade, recheremo tosto a niente la parte de*Gam-
bacorti, e voi faremo libero signore di Pisa. L* Im-
peradore avendo il suo senno intenebrato, e aviato
da sé per la via della paura. Indiscretamente diede
fede alla manifesta iniquità di costoro, e non volle
la cosa ricercare con alcuna ragione o verità del
fatto ; ma in quello stante prese parte, e fecesi nemico
dei suoi fedeli e innocenti amici, e amico di coloro che
gli erano stati avversarì ; e diede le sue masnade e
il suo maliscalco a seguitare messer Paffetta e mes-
ser Lodovico e la loro setta contro a* Gambacorti,
' Cosi il T. Ricci, n Ufro, altra stampo.
170
CRONICA
i quali lenz* anne avea ne* aaoi palagi e in casa i-
gBoraDli di questo fatto; e per ano oomaDdamento
fece ritenere Franeeachìoo e Lotto ch^atea in caaa,
e al legato mandò per gli altri eh* erano là fuggiti,
udendo il romore, aotto le sue braccia ; e fu dì tanta
▼ile oondixione, e di preaente gliele mandò, in gran
disonore e infamia del suo cappello e della libertà
di Santa Chiesa ; e cosi fece di più altri cittadini,
che a lui erano fuggiti per tema del romore.
CAPITOLO XXXUL
Come fur arse le case de* Gambacorii,
Il conte Paffetta e messer Lodovico della Roc-
ca avendo accolto loro seguito, e la gente e V in-
aegna deirimperadore, i quali il dì aveano presegui-
tati e morti, ora per loro sagace industria li trae-
vano alla morte de' loro cittadini, e gridando otva Ttm-
peradorey molta gente di loro seguito ragunata contro
a lui rìvolsono contra a' Gambacorti, e contro a* buoni
cittadini eh* erano tratti senza loro saputa o procaccio
alle loro caae. E venendo a valicare i ponti deir Amo,
trovarono alcuna lieve resistenta di gente ignorante
del fatto, e tra loro non era alcuno de* Gambacorti,
in manifesto segno che quel dì era terminato alla
loro mina ; perocché se alcuno di quella casa fosse
comparito in arme, tanti e tali erano i cittadini tratti
per difenderli, eh* avrebbono ributtati i lom awer-
aari e la gente dell* imperadore al Ponte vecchio e
al Ponte della spina ; ma non apparendo alcuno dei
Gambacorti, il Paffetta e messer Lodovico colla ca-
valleria dell* imperadore furono lasciati passare, e
addirixxaronsi verso casa i Gambacorti, e trovando-
le senza alcuna difesa, le feciono mbare e appres-
so ardere ; e per questo inopinato fumre presi i
non colpevoli Gambacorti con certi altri loro amici,
e arse le case, diedono per quella giornata, a dì
21 di maggio del detto anno, riposo al furore dello
scommosso popolo. I presi furono Franceschino, Lot-
to, Rartolommeo, Piero, e Gherardo de* Gambacorti;
e gli altri cittadini di loro aeguito furono ser Re-
nincaaa Giunterelli notaio della condotta, Cecco Cin-
quini, aer Piero dell'Abate, ser Nieri ' Papa, Nemccio
Mestondine, Neri di Laudo da Faggiuola, Ugo di
Guitto, e Giovanni delle Rrache, messer Guelfo dei
Lanfranchi, e messer Piero Raglia de* Gualandi, mes-
ser Rosso de' Sismondi e Francesco di Rossello. E
avvegnaché tutti questi fossono in questo di presi,
nondimeno non però tutti furono giudicati dall* im-
peradore, come appresso diviseremo nel dì della loro
condannazione.
CAPITOLO XXXIV.
Di novità seguite a Lucca.
In queato avriluppato fàrom della commozione
di Piaa fu di subito la novella a Lucca; e a* Luc-
chesi parendo che fosse venuto il tempo di potere
uscire del grave giogo e servaggio dei Pisani, in-
' n T. Ried Neri^ ma esso pnre^legge Nieri yerso la
fine del cap. XXXVH, pag. 171, col. D.
contanente a dì 23 de! detto maggio aounonfcao
i loro contadini che venissono a liberare ta città At
da loro erano impotenti a ciò fare, perocché erano
pochi e male in arme da potere muovem tanto fitto.
I contadini caporali nemici de* Pisani, per V aniaio
della parte e per le gravi oppresaioni, traaaoao an-
bitamente d* ogni parte alla città, e i cittadini moa-
sono il romom dentro, e presono 1* arme contro afle
guardie delle porta, che di quelli dell* Agoata non te-
meano, perooch*era in mano della gente deU^iaqie-
radore, e non ai travagliavano di difendere In citta
a* Pisani ; e avendo già presa alcuna porta, misono
dentro parta de* loro contadini, e col loro aioto li-
presono tutta le fortezze della citta e tatto le porte,
fborì che quelta del castallo e quella del prato: es-
sendo già liberi signori del corpo delta terra, e po-
tendovi mettare i contadini e fortificarsi nlta difesa
della loro libertà, e poteano avere subito aioCo di
genta d*arme da' loro vicini, e' Plaani non erano in
istato da contradìarli, e 1* imperadom tradito da* Pi-
sani non li avrebbe atali, assai chiaro era tornata
la liberta nelle loro mani, ma forae non covpìnto
ancora il tarmine de* loro peccati : e però aTrenne,
che certi popolani eh* erano meno male trattati età
Pisani, che gli altri, e alquanti degl'Intorminelli, par
tama che la tirannia già passata di Caatniocio non
tornasse loro a male, tradirono i loro cittadini e dis-
aono eh* aveano da* Pisani ogni patto che aape aaono
dimandare, e che con buona pace sarabbono liberi.
II popolo vile, nutricato lungamente in serraggio,
lievementa si lasciò ingannare, e laaciarono nooom-
miatara i contadini e restituire la guardia delle porta
a' Pisani ; i quali per riprendem con più asprcna
la signorìa, fattisi forti nella citta, araono molte caae
de* cittadini, e i più franchi e chi avea alcuno poiao
cacciarono fuori della tarra, e i miseri che deetra
vi lasciarono atrinsono aotto gravi aerraggi detta
loro vita, etolsono loro ogni ferramento d* arine; e
in Pisa tanendo in sospetto 1* imperadore, ai feciono
rendere la guardia dell* Agoata, e voleano che privi-
legiasse loro la signoria di Lucca : di questo li teene
sospesi a questa volta, ed eglino riavendo TAgoata
ai contantarono.
CAPITOLO XXXV.
Come nuoto romore si letò t» Siema*
Bsaendo i cittadini di Siena male disposti tra
loro, avvedendoai che *1 minuto popolo oercsTe la
libera aignorìa, questo spiacea agli altri ; e vedeeéo
che *1 patriarca a dì 22 di maggio del detto nano
avea ricevuto il aaramento di nnovo, e però, noe
ostante eh* egli avesse acconaentito al popolo V n-
fido de* dodici e *1 gonfalone, ai recava in debbio
quello uficio ; nondimeno gli artefici e il nunelo po-
polo esercitavano gli nfici loro aforsatameete, e a-
veano commeassi la guardia della citta a certi
rali, i quali andavano alla cerca con grande
gaia di loro artefici per ta terra, oggi rmo e
mani 1* altro. In queate avrenne, ohe certi fÉatì ès
Caaolo di Volterra, che vernano a petiuone dì
gentili uomini, la guardia degli artefici gli
DI MATTEO VILLANL
171
• di fatto li Toleano fare impiccare. I grandi citta-
dini e'I popolo grasso^ vedendo lo sfrenato furore
del minato pppolo', cominciarono a fare remore con-
tro a loro, e tutta la città fa sotto 1* arme, e V ese-
cnzione de^ presi si rimase. Allora il minato popolo,
che reggea mandò ali* imperadore a Pisa che man-
dasse loro aiate. L' imperadore vedendosi in Pisa in
eotanta briga e tempesta, e conoscendo V incostan-
za del popolo, e vedendo le noove cose che ogni
dì nascevano in Siena, mandò a dire a* Senesi che
gli rimandassono il patriarca sae fratello salvo, e fa-
oessono di quello reggimento come a loro piacesse,
che tra loro non volea prendere parte.
CAPITOLO XXXVI.
Come i Sanesi feciono rinun^iiare la signoria
al patriarca.
Avuti ch'ebbono i dodici nuovi ufiviali di Siena,
a di 26 maggio detto, la risposta dall' imperadore,
feciono loro generale consiglio, nel quale il minuto
popolo e g:li artefici furono per comune, ma non così
gli altri cittadini, e nella loro presenza feciono ve-
nire il patriarca, il quale come loro signore venne
colla bacchetta in mano; ed essendo nel consiglio,
disonestamente gli feciono rendere la bacchetta, e
rinunziare alla singulare signoria che data gli avea-
no a richiesta dell' imperadore, e fecionne trarre pub-
blichi istromenti a più notai. E fatto questo, paren-
do al patriarca essere in vergognoso e non sicuro
partito tra le mani dello scondito^ popolazzo, cui egli
mattamente avea esaltato, domandò di potersene
andare all' imperadore con sicuro condotto ; fogli
risposto, che tanto gli conveniva stare che le loro
castella fessone restituite nella guardia del comune.
Avendo con suo mandato e colle sue lettere mandato
gente a prenderle, nondimeno gli convenne contro
a sua voglia due di attendere : poi a di 27 di mag-
gio del detto anno in fretta si mise a cammino per
ritornarsi all' imperadore. I Hassetani e qnelli di Mon-
tepulciano lasciarono partire la gente dell' impera-
dore, e però non accettarono la signoria de' Sanesi
a quella volta. Per queste rivolture di Pisa e di Sie-
na in cosi pochi giorni dopo la coronazione dell' im-
peradore si può comprendere, come altre volte ab-
biamo contato, che il reggimento della gente tede-
sca è strano agi' italiani, e non si sanno reggere
né provvedere ; e però è poco savio chi si sotto-
mette alla loro suggezione, chò non tengono fede
a mantenere lo stato che trovano, e da loro non
sanno governare i popoU, e però di necessità se-
guitano pericolose rivoluzioni de' liberi comuni; e quel-
lo che seguita, sono manifesti esempi del nostro
consiglio.
' provveduto, abbondante di beni. Fanne una giunta al
VooAbolarìo*
* popolo di bassa condizione, la parte più ignobile del
popolo, plebe.
' non condito, soonsideratO| disordinato, sensa giudizio.
CAPITOLO XXXVII.
Come furono decafntali i Gambacorti,
Avendo l' imperadore presi i Gambacorti e gli
altri nominati cittadini, e fattili contradii alla maestà
imperiale ov' erano fedeli, e mbelli ov' erano amici,
a suggestione del conte Paffetta e di messer Lodo-
vico della Rocca, come detto è, essendo racquetato
il tumulto del popolo, e V imperadore nell' animo
quieto, per coprire il notorio fallo, e perchè dimo-
strare si potesse più certo, volendo giustificare la
sua inconsulta impresa, essendo dal cominciamento
della loro presura ciascuno racchiuso di per sé, senza
sapere l'uno dell'altro, li fece disaminare a un giu-
dice d'Arezzo, acciocché potesse formare l' inquisi-
zione contro a loro per poterli giudicare colpevoli.
E avendoli disaminati senza martorio, e appresso
con tormento, ciascuno disse per forza di tormento
ciò che '1 giudice volle che dicessono, acciocché li
potesse condannare colpevoli, come sapea la vo-
lontà del signore; e nondimeno, pubblicato il pro-
cesso, si trovò, che l'uno non avea detto come l'al-
tro, ma diversamente: V uno, come avea trattato
coi comune di Firenze, e che dovea mandare la sua
cavalleria in Valdarno, e non conchiudea ; e l' altro
nominò che '1 trattato era con tre cittadini di Fi-
renze, e nominolli per nome, e non sapea dire il
modo ; e l' altro si trovò eh' avea detto per nn al-
tro modo : e cosi esaminati tutti, non era nel pro-
cesso convenienza salvo che in una cosa, che tutti,
vedendo che a diritto o a torto convenia loro mo-
rire , per non essere più tormentati, confessarono a
volontà del giudice eh' aveano voluto tradire e uc-
cidere r imperadore e la sua gente. Il furore dei
remore mosso in Pisa era si manifesto che non fu di
loro operazione, che *1 processo noi potea conte-
nere. I tre cittadini di Firenze nominati per Fran-
ceschino erano tali, che ninno sospetto ne cadde nei
cospetto dell' imperatore : nondimeno non lasciò trar-
re del processo i loro nomi, anzi convenne che si
appresentassono in giudicio in Samminiato dei Te-
desco, allora terra libera dell' imperadore, e per sen-
tenza imperiale furono dichiarati non colpevoli e pro-
sciolti. E allora veduto pe' savi tutto il processo, fu
manifesto che i presi per ragione non doveano esser
giudicati colpevoli; ma gli sventurati Gambacorti,
eh' aveano tanto tempo retta la città di Pisa in singulare
buono stato, e onorato l' imperadore sopra gli altri
cittadini, in parlamento fatto a di 26 di maggio pre-
detto furono giudicati traditori dell' imperiale mae-
stà, Francescliino Lotto, e Bartolommeo Gambacorti
firatelli carnali, e Cecco Cinquini e ser Nieri Papa, Ugo
di Guitto e Giovanni delle Brache, tutti grandi po-
polani di Pisa: e armato il maliscalco con cinque-
cento cavalieri tedeschi, furono menati in camicia
cinti di strambe' e di cinghie, e a modo di vilissi-
mi ladroni tirati e tratti da' ragazzi, furono cosi
* di fimi fatte d'erbe intrecciate; come son quelle ohe
si mettono a' piedi delle l>eatìe| e si chiamano più comu-
nemente paitoié.
in
CRONICA
▼ilmente condotti dal daomo di Fifa alla pìazxa degli
anziaoi, scusaDdoai fino alla morte non colpoToli, e
acmando il cooinDe di Firenze e i tre cittadini no-
minati; e ivi, involti nel fastidio' della piazza e nel
sangue Tnno dell* altro, furono decapitati, e gli sven-
turati corpi, maculati dalla bruttura del sangue, per
comandamento delP imperadore stettono tre di in
sulla piazza senza essere coperti o sepolti: la cui
morte, in vituperio del cardinale legato del papa, e in
abbassamento della gloria imperiale, diede ammae-
stramento a' popoli che voleano vivere in libertà e
a* rettori di quelli, di non doversi potere fidare alle
promesse imperiali nello stato delle loro signorie,
né nel grande stato cittadinesco alcuno singulare o-
norato citadino, perocché P invidia spesso per non
provvedute vie è cagion di grandi ruine. Per la morte
di costoro, e per la paura concepnta nel petto del-
l' imperadore, messer PafTetta e messer Lodovico
della Rocca rimasono i maggiori governatori di Pisa ;
ma tosto sentt messer Paffetta la volta della fallace
fortuna, come al suo tempo appresso racconteremo.
CAPITOLO XXXVIIL
Delio stato de* Gambacorti passato.
Avvegnaché quello eh* è narrato de' Gamba-
corti dovesse bastare, tuttavia per dare esempio agli
altri cittadini di temperanza ne* follaci stati del co-
mune ricordiamo, che costoro essendo mercatanti
• antichi cittadini di Pisa, cacciati i Conti e quelli
della Rocca eh* aveano retto un tempo, costoro sen-
za usurpare il reggimento accostati e tratti innanzi
da* buoni cittadini di Pisa, per loro operazioni pa-
cifiche e virtuose divennono i maggiori, e per loro
consiglio ai mantenea giustizia, e a* aumentava la
pace de* loro vicini : e per questo, e per la frequen-
za delle mercatanzie e del loro porto molto accreb-
bono le ricchezze a* cittadini, e '1 comune usci in
piccol tempo di gran debito. Questi firatelli mon|a-
rono in tanta autorità, che poterono fare la pace
dall' arcivescovo di Milano al comune di Firenze e
agli altri comuni di Toscana, e rimanere arbitri tra
le parti : e venendo Timperadore in Italia, e' furo-
no in podere di non riceverlo in Pisa, s' avessono
voluto ; ma per loro consiglio si ricevette, con pro-
missione d* essere da lui conservati nel loro stato.
Costoro r albergarono nelle loro cue, facendoli
grande onore e ricchi doni del loro e di quello del
comune, e portandosi nelle rivoluzioni eh* awenno-
no sempre in fede e in purità verso il signore, e
comportando pazientemente la loro detrazione mos-
sa dalla loro avversaria setta. Ha che vale la trop-
pa ricchezza, e gli onori e '1 magnifico stato della
cittadinanza contro alla rodente invidia de' suoi cit-
tadini ? nella quale si racchiude gli aguati della
fortuna e della mortale inimicizia, alla quale manca
1* umana provvisione, e spesso genera inestimabili
cadimenti e ruine ; e per questo e molti altri esem-
pi assai è più senno vivere civilmente, che pren-
dere il reggimento del comune pia che la ooiuBe
sorte gli dea, e quella innanzi riatrignere e man-
care, che crescere o allargare per ambidose ; pe-
rocché i popoli naturalmente sono ingrati, e tra km»
le virtik e la troppa alterezza come é temuta e rìverUa,
così in occulto é odiata, e 1* invidia concepata ge-
nera pericolosi traboccamenti' ; e la furiosa e matta
baManza più muove e guida il popolo, che vìrift o
giustizia non può sostenere o riparare.
CAPITOLO XXXIX.
Come r imperadore prese tu guardia PietrasamU
e Sereaana
' insozzftti nella fanghìglia e sporcizia della piazza.
Parendo air imperadore non stare sicuro ia Pi-
sa per le novità sopravvenute, domandò a* Pìiani di
volere la libera guardia di Pietrasanta e di Sem-
zana, e* Pisani glie la diedono; e incoatanenle vi
mandò 1* imperadrice con parte della ma gente, e
fece pigliare la tenuta dello terre e la guardia deSa
ròcca di Pietruanta ; e quando ebbe novella che la
castella erano in sua guardia gli parve easere più] al
sicuro, sentendo ch'e'dttadini ai cominciavano a ram-
maricare de* Gambacorti e degli altri cittadini deca-
pitati, e rivoleano i presi. L' imperadore di presente
si sarebbe partito, e abbandonato ogni cosa per gran-
de paura che gli martellava la mente, non senza
gravezza di coscienza delle cose novellamente firt-
te, ma temeva forte del patriarca per le novità mos-
se in Siena, e grande pericolo gli pareva lasciarìovi
addietro : e però attendeva con grande alfeatone, e
ogni dì gli parca del soggiorno un anno aapettaa-
do. A* caporali pisani nuovamente esaltati parca ri-
manere male partendosi 1* imperadore, perocché an-
cora erano troppo grandi i loro avversari : e per
tanto furono ali* imperadore, e domandarongli die
vi lasciasse suo vicario. L*imperadore contento della
loro domanda ordinò suo vicario un valente prela-
to, uomo aperto in arme e di gran consiglio, chia-
mato messer Antorgo Maraialdo vescovo d* Aogusta,
con trecento cavalieri, ma non determinatoli questo
numero né altro per 1' avvenire, con salario della
sua persona e della sua gente di fiorini dodicimila
d'oro il mese; e così prese Tuficio e'I titolo del
Ticariato.
CAPITOLO XL.
Come r imperadore si partì da Pisa.
Avendo 1* imperadore novelle certe che 1 pa-
triarca era in cammino, e libero da* Sanesi e* tor-
navasi a lui, non aspettò che gingnesse in Pisa in-
nanzi la sua partita ; ma avute le novelle in 8oll*ora
del vespro, a dì 27 di maggio del detto anno si
partì di Pisa, e con lui il cardinale d' Ostia, e ca-
valcando forte non si tenne sicuro infinch* e* fa gioito
a Pietrasanta ; e giunto là, si mise di presente con
r imperadrice a stare dentro dalla ròcca : e mentre
' rovine, rovesci di fortuna.
DI MATTEO VILLANI.
173
che vi dimorò, che furono più giorni, oontino-
TO tornò a dormire nella rócca, e in persona anda-
va a fare ferrare le porte, e mettea le guardie, e
portaraiene le chiavi nella sua camera, ch^ era nella
mastra torre di quella ròcca.
CAPITOLO XLL
Come i Scmesi domandarono icario air imperadore
e non P accettarono.
Parendo a^ Senesi avere offeso T imperadore, e
non essendo ancora in istato fermo del loro reggimento,
mandarono air imperadore che mandasse loro suo
vicario. L* imperadore chiamò per suo vicario della
Gittà di Siena messer Agabito della Colonna di Ro-
ma. I Senesi saputo cui egli mandava loro per vi-
cario, uomo animoso in parte ghibellina e di diso-
nesta vita, avvegnaché fosse di grande lignaggio, il
ricusarono, e più non si travagliarono di domanda-
re altro vicario air imperadore, né V imperadore per
sdegno preso di darlo loro.
CAPITOLO XLIL
Come i Sanesi pretono e rubarono Massa,
Rimase la signoria di Siena nelle mani degli
artefici e del minuto popolo, favoreggiato dalle case
de^ grandi, avendo veduto che Massa di Maremma
non avea voluto ricevere la loro signoria, e dimo-
strava di volersi reggere in libertà, di subito sensa
provvisione ali* entrata del mese di giugno del det-
to anno, in furore si mosse il popolo con certi sol-
dati eh* avea, e andaronne a Massa. Grinfelici Mas-
aettani, che stando alle difese per lo disordine di
quel popolo erano vincitori, per più disordinato mo-
do che quello de* Sanesi, baldanzosi uscirono della
città di Massa e affrontaronsi alla battaglia co* Sane-
si, nella quale furono rotti e sconfitti; e fuggendo
alla città, e' Sanesi seguitandoli, con loro insieme
▼* entrarono dentro ; e senza misericordia, come a-
ressono preso una terra di nemici, intesono a ru-
bare e a spogliare la città di tutti i suoi beni, ch'era-
no pochi, e recare in preda gli uomini e le fem-
mine e* fanciulli : e raccolta la gente, misono fuoco
nella città, e menarne a Siena gli uomini e le fem-
mine e* fanciulli e le masserizie e le altre cose,
in gran gloria e gazzarra di quello scondito popolaz-
ao. E nell* empito di questa loro vittoria corsone a
Grosseto, e fedone pruova di volerlo per forza, ma
non abbono podere d** accostarsi alle mura, e con ver-
gogna si tornarono addietro. Ma poi i Grossetani
per fuggire la guerra de' loro vicini a* accordarono
co* Sanesi, e rìcevettono la loro signoria. A Monte-
pulciano non vollono andare, perchè sentirono eh* e*
Montepulcianesi erano provveduti alla loro difesa, non
ostante che per loro si tenesse la rócca del castello,
ma non potea dare I* entrata.
CAPITOLO XLnL
Come r imperadore domandò menda a' Pisani,
Essendo 1* imperadore a Pietrasanta ove gli pa-
reva essere sicuro dal furore del popolo, e pertanto
traendo 1* animo suo alla cupidigia più che alPono-
re imperiale, mandò a Pisa per certi cittadini capo-
rali del nuovo reggimento, e fugli mandato messer
Paffetta con altri cinque cittadini; e avendo costo-
ro a so, disse che voleva dal comune di Pisa 1' am-
menda del danno ricevuto al tempo del remore:
del suo disonore e della morte de* suoi cavalieri non
fece conto. Questi cittadini tenendosi in istato per
lui, e acciocché '1 suo vicario li mantenesse negli
onori, gli terminarono^ per ammenda fiorini tredici-
mila d* oro, ed egli ne fu contento : e tanto attese
che gli furono mandati, e quitò' del danno ricevuto
il comune di Pisa. L* ingiurìa e la vergogna sfogata
nel sangue degl* innocenti, con più gravezza il se-
guitò per lungi tempi iofino nella Magna.
CAPITOLO XLIV.
Come i Sanesi vollono fornire la rócca di Monte--
pulcianoy e non poterono.
Messer Niccolò e messer Iacopo de' Cavalieri di
Montepulciano, che furono tratti della terra quando
Timperadore andò a desinare con esso loro^, ed es-
sendo nel cammino di Roma, come già é detto, quando
sentirono la revoluzione del popolo e del patriarca si
tornarono in Montepulciano ; e avendo accolta gente
d*arme, coll'aiuto de* loro terrazzaoi s'erano afforzati,
e aveano assediati i Sanesi eh* erano nella rócca. U
popolo e gli artefici di Siena, baldanzosi per la pre-
sura di Massa e per l'ubbidienza di Grosseto, accol-
sono la loro potenza a cavallo e a piede, e anda-
rono per fornire la rócca di Montepulciano. I terraz-
zani co* loro signori provveduti di buona gente
d'arme, ordinatamente prenderono loro vantaggio, e
ributtarono i Sanesi addietro con danno e con ver-
gogna : e fatto questo, incontanente quelli della róc-
ca s* arrenderono a* terrazzani, i quali di presente
la disfeciono, e fortificarono le mura della terra, e
d* un animo, per lo tradimento che i Sanesi feciono
a' loro signori, narrato addietro, si disposono e or-
dinarono alla difesa contro a loro.
CAPITOLO XLV.
Come i Veneziani feciono pace co'* Genovesi sema
i Catalani,
Partendoci un poco di Toscana, i Veneziani non
senza ammirazione ci si apparecchiano, né però a
loro cosa nuova, ma forse non troppo onesta. Com-
pagni e collegati erano stati lungamente col re d'A-
raona e co* suoi Catalani contro a* Genovesi, e fatte
' fissarono, assegnarono, stabilirono. Fanne una gionta
al Vocabolario.
^ cessò ogni pretesa che il cornane di Piselo rifitcesse
del danno ricevuto.
' D T. Ricci: con loro.
174
CRONICA
con loro diverse e grari battaglie, nelle quali co-
monemente aveano partecipato lo spargimento del
loro saDgoe, e perdimento di navilii nelle sconfltte,
e r onore e "i navilio, e la preda nelle vittorie ac-
quistate ; e ancora essendo in lega e in 'giuramento
con quel re e con quella gente, stretti dalla paura
de* Genovesi, che poco innanzi gli aveano mal gui-
dati nel porto di Sapienza, e temendo che non si
allegassono contro a loro col re d* Ungheria, a cui
eglino teneano occupata Giadra e gran parte della
Schiavonia, posponendo la vergogna della fede che
rompeano a' Catalani, senza loro consentimento,
air uscita di maggio predetto fermarono pace co*
Genovesi in questa maniera : che la pace dovesse a-
vere tra loro cominciamento a di 28 del mese di
settembre prossimo avvenire, e che fra questo ter-
mine il re d*Araona co* suoi Catalani con eerti patti
potasse venire, a* e' volesse, alla detta pace -, e se
non, rimanesse in guerra co' Genovesi senza i Vene-
ziani: e fu di patto, che infra questo tempo ninno
comune dovesse di nuovo armare ; ma se le galee e'
legni armati di catuuo comune, eh* erano in mare in
diverse parti del mondo, s* abboccassono e facessono
danno 1* uno ali* altro, intendessesi essere fatto per
buona guerra, e ciò che n* avvenisse, e' non avesse
a maculare la detta pace. E* Veneziani promiscuo di
stare tre anni senza andare colle loro galee o altri
navilii alla Tana, ma in questo tampo fare loro porto
e mercato a Gaffa. E promisono i Veneziani a* Geno-
vesi per ammenda, e per riavere i loro prigioni, in
certi tarmini ordinati dugento migliaia di fiorini d* o-
ro \ e* prigioni di catuna parta furono lasciati libera-
menta.
CAPITOLO XLVI.
Come si fé* raccordo dal legato a messer Malatesta
da Rimmi,
Messer Halatasta da Rimini, il quale tanca oc-
cupata a Santa Chiesa Ancona con gran parta del-
la Marca e alquante terre in Romagna, trovandosi
assottigliato del danaro e della rendita perla tempe-
sta della compagnia e per la aconfitta ricevuta dalla
Chiesa» e preso il fratello, e i sudditi tanto gravati
che più non potaano sostenere, e avendo addosso il
legato a cui al continovo accresceva forza, e da nin-
no signore o comune di Toscana contro alla Chiesa
non potea avere aiuto, e col legato non trovava ac-
cordo con patti, avendone lungamente fatto cercare,
conoscendo egli e* suoi essere naturali guelfi, che la
pace piuttosto che la guerra potea mantenere il lo-
ro stato, confortato da* suoi amici e di Santa Chiesa,
che il legato gli sarebbe benivolo e grazioso, s*ar-
rendè liberamenta alla sua misericordia, e liberamen-
te rendo a Santa Chiesa quante terre tenea nella Mar-
ca e in Romagna; il legato ricevuto ogni cosa in
nome di Santa Chiesa, essendo grato deironore ri-
cevuto da* Malatasti, e per compiacere a* guelfi d* I-
talia, avendo promesso e giurato messer Malatasta e*
•noi di stare in ubbidienza, e di mantenere lealtà e
fede a Santa Chiesa, acciocché potessono a onore
mantenere loro stato, diede loro U lìbera givrisdi-
zione e signorìa di cinque città, dò sono: Risaini,
Pesaro, Fano, Fossombrone, e .... . co* loro contadi
per dodici anni avvenire ; le quali riconobbono It
Santa Chiesa, e promisono di darne per censo ogni
anno alla Chiesa certa piccola quantità di pecunia;
e compiuto il termine, farne la volontà di Santa Chiesa.
E rimasi contenti e in pace, messer Malatesta e* fi-
gliuoli e* fratelli cominciarono fedelmente a negnita-
re il legato, e a servire la Santa Chieaa ; ed eaaen-
do singularì amici de' Fiorentini, assai con pia fi-
danza gli adoperava e onorava il legato De* fatti del-
la guerra. E questa pace e accordo fu fatto ali* nncàta
di maggio del detto anno.
CAPITOLO XLViL
Come i Genovesi crostarono TripolL
Avea il comune di Genova, innanzi ta pace
fatta co' Veneziani, armate quindici galee di loro cit-
tadini, e fattone ammiraglio Filippo Dona ; ed era
r intanzione del comune di fare prendere la Loiera
in Sardigna per alcuno trattato, che ai mMiava per
un soldato eh* era alla guardia di queUa; e giusti
in Sardigna, trovarono che il trattato non «bbe e^
fetto. Allora 1* ammiraglio si pensò dì fare maggiora
impreaa, e avea 1* animo a diverse terre per via di
furto : e arrìvati in Cicilia a Trapani, ebbe avviso,
come Tripoli di Barberia era per un vile tiraanello
rnbellato alla corona, ed era male guemito alta di-
fesa d* un subito assalto ; e per questo fece in Tra-
pani fare scale e altri argomenti da potere combat-
tere alle mura, tenendo segreta sua intenaione; a
quando si vide apparecchiato, fece muovere le sue
galee verso la Barberìa. E giunto a Trìpoli, nuK
strando d* andare pacificamente per mercataniie,
trovando due navi del signore carìche di spexiena
che venivano d* Alessandrìa , si mostrarono come
amici, e al signore feciono domandare licenza ^
potere mettere scala in terra per alcuno rinfresca-
mento ; e il signore la concedette. L* ammiraglio
mise in terra alquanti de* suoi piò savi e provveduti,
vestiti vilmente a modo di galeotti, per comperare
alcune cose per rìnfrescamento ; e commise loro che
provvedessono il modo della guardia di quelli Sa-
racini e di loro aspetto, e V altezza delle mora del-
la città, e da qual parte fosse più debole. Il signore,
più per paura che per amore, fece fare onore a* ga-
leotti, e nondimeno guardare la terra. Eglino mo-
strandosi rozzi e grossi, provvidono molto bene queDo
che fu loro imposto; e comperate delle cose, si rì-
tornarono a galea, e avvisarono pienamente il loro
ammiraglio. Il aignore preseotò alle galee due grossi
buoi , e caslroai e vino. 1 Genovesi non Toltone
prendere le cose, ma molto grandi grazie ne fedoao
rapportare al signore ; e incontanenta, senza fsra
a* legni carìchi alcuna novità, suonarono loro troai-
be^ta ; e partandosi di là, si misono in alto mare,
tanto che si dilungarono da ogni vista della dtti,
per assicurare più il signore e la gente delta lem;
i quali sentendo le galee partite, e che a* loro
DI MATTEO VILLANI.
175
legni carichi non aveano fallo nnlla, che li poleano
prendere, presono aicortà, la qaale loslo lomò lo-
ro amara, come appresso diviseremo.
CAPITOLO XLVUl.
Come i Genovesi presono TripoU a inganno.
I Genoresi ch'erano parliti da Trìpoli, come
la nolte fu falla, avendo bonaccia in mare si slrìn-
aono insieme colle loro galee, e ragnnalo al consi-
glio padroni e nocchieri, V ammiraglio manifestò
loro V intensione eh' avea, quando a loro piacesse,
di vincere per ingegno e per forza la città di Trì-
poli, ove latti sarebbono rìcchi di gran tesoro; e
mostrò loro come il signore di quella era un vile
lirannello nato d* nn fabbro Saracino, e disamalo
da latti per la saa tirannia ; e però se fosse assalilo
francamente non potrebbe fare resistenza, e soccorso
non polca avere, perchè non ubbidiva il re di To-
nisi, ma era ano ribello; e awisolli, com^egli avea
fallo provvedere di prendere le mura e la porta a-
govolmente : e però , là dove e' volessono essere
prod' nomini, la grande e la rìcca preda era loro
apparecchiala. Costoro cupidi della roba altrui, a-
vendo odilo il loro ammiraglio, con grande allegrez-
za deliberarono che Timpresa si facesse, e oiTersonsi
lutti a ben fare il auo comandamento, e misonsi dì
presente in concio di loro armi, e balestra, e saet-
lamento; e preso alcuno riposo, in quella nolte, e
innanzi che il giorno venisse, alf aurora tatti armati
e ordinati di quello ch*aveano a fare giunsono nel
porlo di Trìpoli, e di colpo con poca fatica ebbono
presi i due navÙii del signore ; e messe le ciurme in
terra, eMoro soprassaglienti^ colle balestra, portando
le scale a* muri della città vi montarono suso senza
trovare resistenza ; e la parte di loro eh* era rimase
a guardia delle galee e deMegni s* acoostarono alla
terra per dare aiuto e soccorso a* loro compagni ;
e questo fu si tosto e si prestamente fatto, che ap-
pena i cittadini se n* awidono, se non quando i
Genovesi teneano le mura , e già aveano presa la
porla. Levato il remore per la città, il signore ar-
mato colla sua gente, e con parte de' cittadini ch'ab-
bono cuore alla difesa, corsone per volere rìparare
eh' e' nemici non potessono correre la terra, e ab-
boccaronsi con loro. I Genovesi erano già tanti en-
trati dentro e si forti, che per suo assalto non li
potò rìbuttare; e stando loro a petto , i Genovesi
ordinati colle balestra a vicenda li sollecitavano tanto
co' verrettoni, eh' e'Saracini male armati non li po-
leano sostenere. E il signore vedendo che non polca
riparare, vilmente diede la volta, e fuggendosi ab-
bandonò la città e il popolo. I Genovesi, sentendo
partito il tiranno, presono più ardire, e ordinatisi
insieme, si mìsono per la terra, e qualunque si volea
difendere uccidevano, e grande strage feciono quel
di de' Saracini ; e avendo corsa tutta la terra, pre-
sono le porte e serraronle, e misonvi le guardie^ e
furono al tutto signori della terra e degli nomini,
e di tutta la loro aostanza.
CAPITOLO XLIX.
Di quello medesimo.
Presa, come detto è, V antica città di Trìpoli,
e chiuse le porte, i Genovesi diedòno ordine di spo-
gliare le case, e di farsi insegnare i tesori del si-
gnore e r avere de' cittadini, e che ogni cosa perve-
nisse a bottino, aicchè lo spogliamente andasse per
ordine ; e così seguitarono penando più giorni a fare
questa esecuzione, e condussono a bottino in pe-
cunia e in avere sottile ^ e ornamenti d'oro e d'ar-
gento il valere di più di diciannove centinaia di
migliaia di fiorini d' oro, e settemila prigioni tra
uomini, femmine, e fanciulli; e questo fu senza le
segrete ruberie eh' e' galeotti e gli altri maggio-
rì feciono, che non le rassegnarono in comune, e
di ciò non si fece cerca nò inquisizione; e avendo
cosi spogliala la terra, la guardarono, e mandaro-
no una delle loro più aottili galee al comune di Ge-
nova, significando quello eh' aveano fatto, e come te-
neano la città a farne la volontà del comune. I go-
vernatori di quel comune, e appresso i buoni citta-
dini si turbarono forte del tradimento fatto a coloro
che non erano nemici, e non aveano guardia di lo-
ro, non ostante che fessone Saracini, e lemeltono
forte eh' e' cittadiui di Genova, eh' erano in Tunisi e
in Egitto tra' Saracini, e in loro mani colle loro mer-
catanzie, non fessone per questo a furore presi e
morti; e cosi sarebbe avvenuto, se non fosse che
Trìpoli era sotto reggimento di vile tiranno, e non
ubbidia al re di Tunisi; e però egli e gli altri si-
gnori saracini, conlenti del suo male, non se ne cura-
rono. Agli ambasciadori della galea non fu risposto :
i quali vedendo i cittadini mal contenti, senza pren-
dere comiato si tornarono a Tripoli a' loro compagni;
i quali vedendosi smisuratamente ricchi, del cruccio
del loro comune, aapendo che tutti erano corsali,
poco si curarono ; e in Trìpoli si misono a stare, con-
sumando ogni reliquia di quella città, e cercavano
di venderla per averne danarì da chi più ne dease :
e queato fu di giugno del detto anno.
CAPITOLO L.
Come la gente del marchese di Ferrara fu sconfitta
a Spaziano,
1 a i loro c^i, la loro guida. Vedi voi. I, pag. Ii6,
ooL n, nota 3.
In questi medesimi di, il marchese il Ferrara
avea mandato quattrocento cavalierì e millecinque-
cento fanti ad aasediare nn castello eh' avea nome
Spaziano, il quale avea occupato 11 signore di Mila-
no nel Ferrarese; e avendolo tenuto aaaediato alcun
tempo, messer Bernabò vi mandò aubitamente de^auoi
cavalierì al soccorso, e furono tanti, che per forza
li levarono dall'assedio e sconfissone, dando loro dan-
no assai ; e liberato il castello, il fornirono di ciò
eh* avea bisogno, e tornarsene a Milano.
' in cosa e roba minuta.
176
CRONICA
CAPITOLO LL
Come rkf^^adore ebbe V ultima paga da'' Fiorentini
e fé" la fine.
Rettavano i Fiorentini a dare allMmperadore
ventimila fiorini d' oro per Io resto de* centomila, e
sentendolo partito da Pisa, e ch^egli era a Pietra-
santa, s'affrettarono di mandarglieli più tosto; e a di
10 di giugno gli feciono appresentare contanti ven-
timila fiorini a Pietrasanta. LMmperadore, considerato
il suo partimento non d* onore, ma piuttosto d* ab-
bassamento deir imperiale maestà, e vedendo la sol-
lecitudine della fede promessa del comune di Firen-
ze, e il luogo dove gli aveano mandata la pecunia,
fu molto allegro, e commendò magnificamente la
fede e il buono portamento eh* avea trovato ne* cit-
tadini di Firenze, dicendo, come i Pisani cb* erano
camera d* imperio, e* Sanasi che Uberamente s* era-
no dati senza mezzo alla sua signoria, V aveano in-
gannato e tradito, e fattagli gran vergogna per loro
corrotta fede ; e* Fiorentini V aveano atato e consi-
gliato dirittamente, e onorato molto i suoi baroni
e la sua gente, e adempiutogli pienamente ciò ch*a-
veano promesso ; onde molto si tenea per contento
da quello comune: e di proprio movimento li pri-
vilegiò di nuovo ciò che teneano in distretto, e ri-
conobbe diciotto migliaia di fiorini che il comune
diede per lui al aire della Lippa suo alto barone,
• tremila che per suo mandato avea pagati ad altri
baroni ; e di tutta la quantità di centomila fiorini
d*oro eh* aveano promesso, come addietro abbiamo
narrato, fece fine al detto comune per suoi docu-
menti e cautela, per carta fatta per ser Agnolo di
ser Andrea di messer Agnolo da Poggibonizzi no-
taio imperiale, fatta nella detta terra di Pietrasanta
il deUo di.
CAPITOLO LlL
Come il figliuolo di Castruccio fu decapitato.
Avendo veduto messer Aitino figliuolo di Ca-
struccio Castracene già tiranno di Lucca, come Tim-
peradore era uscito di Pisa con sua vergogna per an-
darsene nella Magna, accolti certi masnadieri e con
sua gente entrò in Honteggoli presso a Pietrasanta,
per tenersi la terra. I Pisani sdegnati di presente
vi cavalcarono, e assediarono il castello intorno. Mes-
ser Aitino intendea a difenderlo da* Pisani, e credea
poterlo fare. I Pisani sentendo ivi presso V impera-
dore, mandarono a pregarlo che gli piacesse di ve-
nire nel campo, perocoh* elli erano certi che alla sua
persona messer Aitino non si terrebbe. L'imperadore
V* andò e fece comandare a messer Aitino che si do-
vesse arrendere; U quale incontanente ubbidì a*suoi
comandamenti, e diede la terra a* Pisani, e sé all'im-
peradore. I Pisani di presente arsone e disfeciono
il castello : e richiesto V imperadore da' Pisaui che
desse loro messer Aitino, con poco onore della sua
corona il mandò prigione a Pisa ; e ivi a pochi di,
partito r imperadore da Pietrasanta, i Pisani gli fe-
ciono tagliare la testa.
CAPITOLO Lni.
D*una fanciulla pilosa presentata alTùnperadore.
Mentre che 1* imperadore era a Pietrasanta, per
grande maraviglia, e cosa nuova e slrana, gli fn pre-
sentata una fanciulla femmina d' età di sella ansi,
tutta lanuta come una peoora, di lana rossa mal Unta,
ed era piena per tutta la persona di quella lana in-
aino ali* eatremità delle labbra e degli ocehi. Lia-
peratrioe maravigliatasi di vedere nn corpo «anse
cosi maravigliosamente vestito dalla nalnra, V acco-
mandò a aue damigelle che la nnlriasono a goar-
dassono, e monella nella Magna.
CAPITOLO LIV.
Come r imperadore e Vimperadriee H partirono
per tornare m Alatnagna.
Avendo T imperadore col senno e colla prov-
videnza alamannica presa la corona dell'imperio, a
guidati i fatti degli Italiani come nel nostro trattato è
raccontato, essendosi ridotto a Pietrasanta, rimpara-
drìoe sollecitando che si tornasse nella Magna, a A 1 1
di giugno del detto anno si partt di là con mille dngan-
to cavalieri di sua gente, e tenne la via di Lombar-
dia ; e giugnendo alle terre de* signori di Milano non
potè in alcuna entrare, ma a latte trovò le porta
serrate, e le mura e le torri piene d* uomini arsa-
ti alla guardia colle balestra e col saettamenlo ap-
parecchiato. E giugnendo a Cremona, eh* è groasa
città, volendovi entrare dentro, fu ritenuto alla porla
per spazio di due ore innanzi che vi polesae entra-
re; poi ebbe licenza d*andarvi la sua persona con
alquanta compagnia aenza alcuna gente araiata; a
strìgnendolo la necessità, per non mostrare d* ava-
re dimenticata la pace che la sua persona avea vo-
luto trattare tra* Lombardi, vi si mise ad entrare, a
stettevi la notte e il di seguente, continovo le porli
della dttà serrate, e di di e di notte i aoldati
mati facendo contino va guardia. E ragionando Ti
peradore con certi che v' erano per li signori di Mi
lano di volere trattare della pace tra* Lombardi, gli
fn detto da parte de* signori, che non se ne dovesse
affaticare. E però la mattina vegnente, avendo già
preso di sé alcuno sospetto, s* usd della città a ca-
valcò a Soncino. Ivi fu ricevuto con pochi diaanaalf
e con grandissima guardia : e vedendosi così onorare
ora eh* ora imperadore nella forza de* tiranni di Mi-
lano, molto pieno di sdegno s* affrettò di lomara ia
Alamagoa ; ove tornò colla corona ricevuta senza col-
po di spada, e colla borsa piena ài danari avendola
recata vota, ma con poca gloria delle ano virtuose
operazioni, e con assai vergogna in abbasaamento
dell* imperiale maestà.
al tutto
CAPITOLO LV.
Come il minuto popolo di Siena prese
la signoria di quella.
Del mese di giugno del detto anno, il aùnnto
popolo di Siena avendo fino a qui afoto in certi
DI MATTEO VILLANI.
ITT
nflci in compagnia alqnanli delle grandi cue di Sie-
na, e deaiderando d* arerò in toUo il goTomamonto
di qoeUa città, loro il romore, e lotti i cittadini
lireaoBO V arme ; e atando il popolo armato, dimo-
atrò di volwe che i grandi riannaiaasono agli nflci
del eomnne^ e aentendo i grandi che qaeato mo?ea
dal conaiglio dato al minnto popolo per Giovanni
d* Agaolino Bottoni de^ Salimbeai per acoatfare la
benivolenaa del minato popolo per animo tiranne-
ftco, non vollono per fona d^ arme cercare di brut-
tare i loro cittadini; e acciocché il popolo non ai
tenef ae d' avere lo atato del reggimento da Giovanni
d' Agnoltno, i Tolomei aaoi avversari furono quelli
che prima cominciarono a rinaoziare agli nfici, e vo-
lere che il popolo gli avesse in tatto, e così feciono
gli altri appreaso. E volle il popolo, che laddove lo
staio era creaciato per lo patriarca alla misura lieve,
fosse alla picchiata ^ e coal fu conceduto per tutti. Al-
lora il popolo ordinò d* avere il gran consiglio, e
laadato Tarme, in queato atabili per riformagione la
loro somma signoria, reggendosi per dodici priori di
due in due meai, e ivi li crearono ; e ancora feciono
nn gonfaloniere di popolo, e certi altri oh^ aveaao-
BO a rispondere a lui per teraiere della città : e
ivi da capo rifiutato measer Agapito della Colonna
per loro vicario, come detto è, cominciò in libertà
il reggimento di quelle popolaaio^.
CAPITOLO LVl.
Come la compagnia del conte di Landò cof^alcò
a Nàpoli.
Avvenne ancora del detto meae di giugno, che
la compagnia ch'era lungamente stata in Puglia gui-
data dal conte di Landò, sentendo che il re Luigi
* lotandi : foise aoouo, squassAto, perchè il grano, atte-
Btandoviaì, vi potesse capire in maggiore quantità. Fanne
un' ottima aggiunta al Vocabolario.
' Il popolo minuto mosse ik\ riforma a consenso e in-
Btigaiione dell'imperatore Carlo IV che fu in Siena del
1856 la vigilia della Santa AnnunsiaU. Il di 25 pertanto
tutta la città andò a tumulto. Cacciati di palazao i Nove,
entrò al governo del comune, col titolo di vicario impe-
riale e assistito da una balia di 80 cittadini, l'arcivescovo
di Praga. I Venti di balia, sei giorni dopo, ordinano un
magistrato di dodici, i quali con l'assistensa e il voto di
altri 1 2 buonuomini, nati nobili, dovevano risedere in pa-
lazzo e con piena autorità trattare le cose dello stato. Da
questi buonuomini nacque il collegio appellato de' 12 gen-
tUttominl. Poi al 17 di aprile fu organissato un consiglio
generale di 400 cittadini, de' quali 150 nobili, gU altri po-
polani Non cessarono però le discordie; onde Carlo IV
tornato da Roma, dopo la sua coronasione, vi pose a luogo-
tenente e governatore supremo il patriarca d'Aquileia, suo
congiunto, il quale vi fti riconosciuto poco meno che pa-
drone. Ma il sentimento della libertà prevale su tutti i sen-
timenti deir animo ; onde tre giorni dopo la partenza di
Carlo, il popolo corre air armi, vuol rimettere in palazzo
i Dodici, e non era terminato ancora il mese di maggio,
ohe il patriarca d' Aquileia fa costretto a rinunciare il go-
verno deUa città e territorio Senese. Indarno Carlo poco
dopo, con armi straniere, occupò la città, perchè Grossetto,
Massa, Torre, Montepuldano, Montalcino, Cesoie, ti leva-
rono in capo, e non ftiron più cosa né de'Saneii nò di
Cesare.
Vilumi M., Oreniea, Vol. IL
contro a loro non avea fatta alcuna provvigione a
aua difesa si partirono di Puglia, e vennonaene in
Principato ; e soggiornati alquanti d) nelle contrade
^ Semi, e di Matalona, e d'Argenza, feciono grandi
prede; e non trovando fuori delle terre murate al-
cun contrasto, di là entrarono in Terra di Lavoro, e
vennono infioo presso a Napoli, e cavalcarono il pae-
se d' intomo, e non aentendo chi vietasse loro il
paese, essendo ubbiditi da* casali e da* paesani di
fuori e fomiti di quello che alla loro vita e dei lo-
ro cavalli bisognava, per potere stare più ad agio,
si divisone in piti compagnie, e l'uua stando nelFuna
contrada, e V altra nelP altra, compreaono a modo
di paeaani tutto il paese ; e lasciarono V arme non
sentendo alcuno avversario, e comindarono a pren-
dere diletti d* uccellare e di cacciare ; e i loro ca-
valcatori e* ragaazi viaitavano le ville e* casali, e
recavano ali* ostiere ciò che bisognava largamente
per la loro vita e di loro cavalli ; e quando i aignori
tornavano , trovavano apparecchiato ; e i cattivelli
paesani, che non avevano aiuto dal loro signore, e-
rano consumati in vilissima fama della real corona.
CAPITOLO LVIL
Come Fermo tomo alla Chiesa e si rubellò da Qeniile
da Mogkano,
In queato mese di giugno, quelli della città di
Fermo, i quali per lo tradimento fatto per Gentile
da logliano al legato quando gli rabellò la città col-
la foraa del capitano di Forlì e coli' ordine di mea-
ser Malatesta, easendo contro al loro volere, come
narrato è addietro, tornati contro alla aignoria del
legato, dove a' erano ridotti con loro grande piace-
re, vedendo ora la forza del legato loro di preaao,
e che Gentile era povero di gente, levarono il remo-
re nella città, e rinohiusono Gentile nella ròcca, e
dindono la terra al legato ; il quale la forai di buone
masnade a pie e a cavallo, e presene buona e aolle*
cita guardia.
CAPITOLO LVin.
Come il re di Francia mandò gente in Scoùa
per guerreggiare gP InghUesi.
Trapassando alqaanto agli strani, il re di Fran-
cia vedendo che, passate le triegue, gFIoghileai ca-
valcavano nel reame, e facevano spesso danno alle
sue genti e al paeae, preae conaiglio da* suoi ; e a-
vendo alcuno intendimento da certi baroni di Sco-
zia, mandò in Scozia il sire di Garendone ano barone
con ottocento armadure di ferro ^, a fine di muovere
gli Scotti a fare guerra agF Inghileai per modo, che
quelli ohe guerreggiavano in Francia aveasono ca-
gione di tornare a guerreggiare con gli Scotti. B
giunta questa gente in Scozia, gli Scotti tennero lo-
ro consiglio e deliberarono, che eaaendo il loro re
David prigione del re d* Inghilterra, ae gli Scotti mo-
veaaono guerra agi* Inghileai, tornerebbe in pericolo
' uomini coperti di ferrea annadora.
la
178
CRONICA
• duiiaggio del loro re; e però non vollono die
ad istiBM del re di Francia in Scoaia ai faceste mo-
Tiaeoto di faerra aopra gì' loghileii, e per questo
la feste finaicesca, ch'aera di là passata, si ritornò
addietro. B questo aTrenne del mese di gingno del
detto anno.
CAPITOLO LOL
Come i prigioni éT OsHglia presono il castello.
Di questo mese mia bnona brigata di prigioni,
die messer Gran Cane della Scala area racchinsi in
Ostiglia, seppono tanto fare per loro sottile provre-
dimento che tatto le guardie delle prigioni e dd oa-
ateUo nedsonOy e presono il casteUo, e recaronlo
neUa loro guardia e signoria. D cutello era forte
e in sa iconini dd distretto di Mantova e di Fer-
rara. Sentendo i signori ricini questa rubelUone,
tentarono quelli di Mantova e di Ferrara catuao di
volere dare danari a* prigioni die V aveano preso
per avere quella tenuta, oh' era di piccola guardia,
ed era forte dà non potere essere vinta per batta-
glia, e dava fl passo in catnna parte: i matti prigio-
ni non aeppono prendere il buono partito, e però
s'accostarono d reo; e avendo grandi promesse da
messer Gran Cane, cui eglino aveano cotanto offe-
so, affidandosi solamente alla fede ddle sue promes-
se, che renderebbe loro i proprii beni e farebbe a
catono diri vantaggi, dicendo che non imputereb-
be loro il mislitto, perocché litto Taveano come
prigioni, a cui era ledto di trovare ogni ria di loro
acampo, aicchè dò non era tradimento. I miseri, vinti
dalle vane promesse, renderono la tenuta del forte
eaatdlo dia gente di BMsser Gran Cane : il quale, ri-
presa la fortessa, incontanente attenne la promeasa
amsuazandone una parte colle scuri, e dtri con grari
tormenti fece morire, e trentaad dei residu più vili
fece imprendere per la gola; e per questo modo
aM>rti tutti i prigioni, riebbe la aua forteiM del
eaatdlo d*Ostiglia.
CAPITOLO LX.
Come i Genotesi venderono Tr^olL
I Genoven di* aveano preso Tripoli di Bari»eria,
come addietro abbiamo narrato, e non avendo po-
tuto avere risposta dal loro comune quello die dd-
la dttà d facessono, cercarono di venderla per da-
nari a* baroni saracini che v* erano di presso, e ninno
trovarono che ri volesse intendere. Era a quel tempo
aignore ddi* iaola di Garbi un Saracino ricco e di
gran cuore: costui intese a veleria comperare, e
trattato il mercato, ne die a* Genovesi dnquantaaiila
doble d* oro ; e ricevuto il pagamento e la tenuta
della dttà^ e acdtid de' dttadini uomini e femmine
e fimdulle coi e* vollono, gli altri lasciarono colla
dttà spogliata drogai bene; e raccolti in su le loro
quindid galee piene diamosi e di gran tesoro, par-
tironai dd paese, e lungamente stettono ora in una
parte, ora in un*dtra, tanto che il loro comune fu
> Intendi : il mobile più pradoio ohe era ndla dttà.
rasncurato de* loro dttadini eh* erano in Alessandria
e in Tunisi, die per questa novità di Tripoli non a-
veano ricevuto danno. Allora ribandirono qudli dd-
le galee, i quali aveano sbanditi per lo fdlo oom-
messo, e dierono loro licenxa che potessono tor-
nare a Genova, quando tre med allo loro spese
avessono guerreggiate le marine di Catdogna; i
quali fatto il servigio tornarono a Genova, e riem-
pierono la dttà di achiari e achiave^saracine, e di
molto tesoro acquistato con grave ^ tradimento: sui
per giusto giudido di Dio in breve tempo capitarono
quam tatti nude, rimanendo in povero stato.
CARTOLO LXL
Come gU nseiii di iMcea teniarono di fmr guerra.
Basendo per le norità sopravvenute alTimpe-
radore in Pisa perduta agli usdti di iucca la spe-
rania d'essere liberati dal giogo de* Pisani» secondo
il trattato di ed era acoraa* la fhma; e vedoto co-
me fortuna avea fiitti aignori della dttà le piccde
reliquie de* Lucchesi, eh* erano nella dttà, in nna
giornata, per un poco d^ardire eh* aveano dimostrdo,
ae dà loro mededmi non foasono stati traditi, come
detto è ; trovandosi gli usdti avere ragonatn dcuna
moneta per la detta cagione della sperana dd-
rimperadore, e parendo loro eh* e* Pisani faasono
in dubbioso stato, a* intesone insieme i guelfi oo*ghi-
bdlini; e* figlinoli di Castrucdo, eh* erano in Lom-
bardia, promisono a tutti i caporali delle fhaugye
guelfe usdte di Lucca ndla loro fede, che oontre
alla loro origine e' si farebbono guelfi per trarre di
tanto servaggio hi loro dttà; e trattarono con loro
di fare ogni loro afono con buona pugna per
trare in Lucca : e catuno promise di fomirn di
per loro unto, e di cavalli e à* armi per formire lo-
ro impresa. B aentendo i Pisani qneato appnreechia-
mento, ai provridono soUedtamente al ripero. Le
cose procedettono e segoirono d loro fine come de-
gnamente meritarono, e tosto d verrà il teaspo da
raccontario.
CAPITOLO LXn.
Conia della gran compagnia di iHigiia,
Awedendod quelli ddla compagnia, ok* «ubo
in Terra di Lavoro, che il re né i suoi baroni met-
tevano deano riparo contro a loro, presono nanggìoie
bddansa ; e raccolti insieme, se ne vennero retwo Hn-
poli, e posonsi a campo a Giuliano tra Avene e Na-
poli, presso a Napoli a quattro migUa di piano, e
domandarono al re danari aensa fare guasto. AUora
i Napoletani vedendo che il re non d movea, ù
moaaono da loro, e accolsono de* paesani e de^fb-
reatieri una quantità di cavalieri, e fedone capo fl
conte camarlingo, e *1 conto di San Severino e V aoa-
miraglio di volontà dd re: nondimeno ooaloro non
uscivano di Napoli a riparare le cavdcate deUn coa-
* Altre stampe gnm iradimemio.
' Goal il T. Bicd. Altre stampe ceno.
I
DI MATTEO VILLANL
179
pagaia, e itarbavano V accordo, che ai oeroara di
dare loro danari. Per la qaal cosa i Napoletani
temendo di ricevere il guasto, di che la compagnia
gli minacciava, a di 12 di loglio del detto anno ai
armarono a cavallo e a pie romoreggiando, e minac-
ciando i baroni che non laiciavano fare raccordo
colla compagnia. I baroni erano forti da loro, e
aveano con seco i forestieri armati, dcchò poco ca-
ravano le minacce o le mostre de' Napoletani^; e av-
vedendosene i Napoletani , posono giù V arme , e
se n* acquetarono. Nondimeno il re mostrando di
fare al movimento de^ Napoletani 1* accordo, veden-
dosi r oste di presso addosso, per schifare maggiore
perìcolo trattò di dare loro fiorini centoventimila
in certi termini ; e per questo ai levarono da Giu-
liano, e dilungaronsi da Napoli, paesando^ e vivendo
alle spese de' paesani. L'effetto di questo trattato
ebbe mutamenti con danno de' regnicoli innanzi che
si traesse a fine, come innanzi al suo tempo raccon-
teremo.
CAPITOLO LXUL
Come il gran siniscalco condusse mille barbute
contro alla compagnia^ ond^ ella s'' accrebbe.
Mentre che queste cose si trattavano in Napoli,
il gran siniscalco dei Regno messer Niccola Acda-
iuoli di Firenze essendo stato in Toscana, e in Ro-
magna e nella Marca accogliendo gente d' arme, s*era
con essa messo a cammino : e giunto alla città di
Sulmona con mille barbute di gente tedesca e oltra-
montana, fé' sentire al re la sua venuta. Il re richiese
i baroni per volersi combattere colla compagnia, ve-
nendo contro a' patti promessi; ma la cosa venne
dilatando e prendendo indugio, e nel soprastare il
caldo appetito del re venne raffreddando, e ancora
de' suoi baroni, e il termine delle paghe de' addati
menati per lo gran siniscalco cominciò a venire: e
non essendo il re mobolato da poterK pagare e ri-
conduoere per innanzi, assai se ne partirono dal ser-
vigio del re, e andarsene alla compagnia, e fecionla
inaggiore. .
CAPITOLO LXIV.
Come gli usciti di Lucca s" accolsono senius
far nulla.
Ritornando nostra materia al fatto degli usciti
di Lucca, quei caporali eh' erano a soldo del comune
di Firenze, con le loro bandiere appresentandosi al
tempo ordinato tra loro, cominciò la cosa a pubbli-
carsi in Firenze. Quando il comune senti questo,
incontanente tutti gli cassò dal suo soldo, e coman-
dò loro sotto pena della vita, che ninna ragunata
di gente faoessono nel contado o distretto di Firen-
ze ; e contradisse a tutti i cittadini e contadini sotto
pena dell' avere e della persona, che ninno aiuto o
' o le finte braverie de' NapoletanL
' campeggiando, vivendo alla campagna.
favore si àtub loro, perocché non volea il nostro
comune rompere per ninna cagione la pace eh' avea
coi PisanL Nondimeno i Lucchesi guelfi eh' erano
in Toscana, con loro sforzo s' accolsono in certo
luogo in su quello di Lucca, e ivi si trovarono con
dugento cavalieri e con molti masnadieri che gli
seguitavano per speranza di guadagnare. I conduci-
tori furono Obizzi e Salamoncelli, e attendeano che
dall'altra parte, com'era ordinato, venissono i fi-
gliuoli di Castniccio con gli usciti ghibellini, e col
popolo di Lunigiana e Garfagnana. I Pisani sentendo
che gli usciti di Lucca si cominciavano a ragnnare,
cacciarono di Lucca tutti i cittadini eh' aveano alcuna
apparenza ^ e mandaronvi per comune^ i due quartieri
di Pisa alla guardia, e con grande stadio si fornirono
di gente d'arme alla difesa. I figliuoli di Castruccio
non attennono la promessa al termine ; per la qual
cosa gli uaciti guelfi soprastati al termine^ più di
due di, e non avendo novelle che venissono, si co-
minciarono a sfilare, e senza ordine tornare catu-
no a caaa con poco onore. Abbianne fatto memoria
non per lo fatto, che no '1 meritava, ma perchò in
quel tempo che questo fu, erano quarantadue anni
eh' e' Lucchesi guelfi erano stati fuori della loro ci^
tè, e mai non aveano fatta altrettanta viata per cer-
care di volere tornare in Lucca, come a questa volta.
CAPITOLO LXV.
Come U re di Cicilia racquietò più terre.
In questo tempo don Luigi di Cicilia coli' aiuto
de' Catalani dell'isola e della loro aetta, accolti in-
sieme in arme apio e a cavallo si mossone da Ca-
tania con la persona del loro signore; e cavalcando
aopra le terre ch'ubbidiano l'altra aetta di Chiara-
monti e il re di Puglia, e trovandole mal fornite alk
difesa, a' arrenderono e ubbidirono vedendo la per-
sona di don Luigi, aenza farli resistenza. E appreaso
preso più ardire, del mese di luglio con sei galee
armate e con l' altra gente per terra venne a Pa-
lermo, e posevisi intomo credendolasi riavere ; ma
vedendo eh' e' si difendeano colla gente forestiera
che v' era per lo re Luigi di Puglia, fece danno
assai nelle villate di fuori^, e poi se ne ritornò a
Catania.
CAPITOLO LXVL
iVimfd di Padova.
Essendo messer Iacopino da Carrara signore
di Padova, e avendo lungamente tenuta la signoria
in compagnia di Francesco suo nipote carnale, aven-
doai portato insieme grande onore, non sentendosi
alcuna cagione d'odio o di sospetto tra loro, salvo
che messer Francesco volea pace co' signori di Mi-
lano, e messer Iacopo la volea con loro e voleala
' i dttadini più alteuosii qaelH ohe por davan negli
occhi di volersi levare a remore.
' per pabblico decreto.
' avendo atteso due di oltre al termine stabilito.
* nelle villate d' intomo a Palermo.
180
CRONICA
co' fifnori di Maitora iotieiie, con Mi ertto ooUe»
gati, Bon dorea però per queito essere oegioDe d*o^o
Ira loro, ma pkUoalo qiieUo che non sofferà d'avere
eoBsorto nella signoria Ira gli animi ambisioti di
qnella ; e per questo Franoesoo, eh' era pia giovane
e più atto a guerra, e avea il seguito .della gente
d'arme, una sera, a di 26 del mese di luglio del
detto anno, essendo messer Iacopino nella sua sala
posto a cena, messer Francesco con suoi compagni
armati copertamente venne al palagio, dove non gli
era né di dì né di notte vietata porta; e andato suso,
trovò il zio che cenava, e accogliendo il nipote sensa
alcuno sospetto, fu da lui preso e incamerato e mes-
so in buona guardia, senta essere per lai alcuna
resistenia fatta nel palagio. La nrattina vegnente
messer Francesco cavalcò per la dttà, e senia fare
novità nella terra fa ubbidito in tutto come signore ;
e si scusò al popolo, che questo avea fatto perocché
avea trovato di certo, che poiché messer Iacopino
si vide avere figliuolo, avea cercato di fare avvele-
nare hii : e che ciò fosse vero o no, tanto se ne
dimostrò', che alcuni di ciò furono incolpati e mar-
toriati, tanto che confessarono il malifloio, e per-
deronne le persone.
CAPITOLO LXVn.
Carne i ViteonH UiUarano di raequisiare Bologna.
Dì questo mese di luglio del detto anno mes-
ser Bernabò de' Visconti di Milano avendo tenuto
alcuno trattato in Bologna, credendolasi racquistare,
mandò di subito duemila cavalieri e di molti ma-
snadieri di soldo sopra la dttà di Bologna, e la lo-
ro prima posta fu al Borgo a Panicale, e fedone
^ista d' affonare loro campo presso a Bologna a tre
miglia; poi all'entrata d'agosto si levarono di là e
andarono a Budrio, e trovandovi difetto d'acqua,
si partirono di là, e posono campo a Medidna tra
Bologna e Imola, e là dimorarono attendendo che
novità si movesse in Bologns. Lasceremo ora questa
gente ch'attende di fare suo baratto*, come al tempo
innansi racconteremo.
CAPITOLO LXVm.
Come in Ferente iMcquono quaUro lioni.
A di 3 d' agosto nacquono in Firense quattro
lioni, due maschi e due femsùne : V uno si donò al
duca d' Osterie, che 1 domandò al comune ; l' altro
al signore di Padova.
CAPITOLO LXIX.
Novità fatte per gli usciti di Lucca.
All' entrata del mese d' agosto del detto anno,
messer Arrigo e messer Gallerano, figliuoli di Castruc-
' tanto colore di verità si diede all'teensa; tanta ap*
parenma di vero ebbe l'aoeufi, che eco.
' che aspetta di Ive il ano ingannoi U suo logasnevole
acquieto. Vedi oap. t^ttct
do nsdti di Lucca, con quella gente d'arme ch'a-
vere poterono in Lombardia apparirono in LaoigÌMa,
e ivi e di Garfagnana accolsono fanti a piò; e i
LucchMi gndfi nsdti da capo d rsgunarono e noooa-
xarono co^figUnoli di Castrucdo, e di oonoordia,
trovandosi qnatlroeento cavalieri e duemiladnqne-
cento fanti, n posono ad assedio a Castiglione, chs
u guardava per i Pisani 1 Pisani, avuto rainto da^Sa-
ned con cui erano in lega e cos^Nignia, con set-
tecento cavalieri e seimila pedoni uscirono di Pisa
per andare a soccorrere il castello, e a A 12 d'ago-
sto dd detto anno, trovandod ne^ campi presso a^ne-
mid, fedone loro schiere. Gli nsdti di Lucca, veg-
gendosi il vantaggio del terreno, d fedone ordina-
tamente loro ittoontro da quella parte donde li vidone
venire. I Pisani d mostrarono di volerli assalire d»
quella parte, e oomindaronvi Taasdlo per tenere i
nemid a bada ; e oominciata la bnttaglia, fl loro en-
pitene con qudla gente eh' e' s' avea detta, meaire
che d' ogni parte si mantenea V assdtO| girò il pog-
gio, e montò soprt 1 nemid da quella parte onde ve-
nia la vittusglia agli nsdti che teneano l'assedio, e
fece questo si prestamente, che i Lucchesi, eh' nvea-
no ami di buoni capitani, non vi poterono riparare :
ma veduto eh' ebbene eh' e' nemid aveano tolto loro
la via del pane, non vidono potere mantenere ras-
sedie al camello ; e però d strìnsono indeme, e ar-
sone il campo loro, e rieolsonsi in dcuna parie ivi
presso sema potere essere danneggiati da^nemd;
e raccolti quvi, sema alcuno danno di là d parti-
rono sdvamenle, e valicarono l' alpe, e capitarono
nd Frignano, e di là catuno con acoreedmenlo d'on-
ta, tema al^ danno, perduta la sperania di tornare
in Lneca, eatnno tornò a procacdare sue condotte'
per vivere d soldo, e '1 cutello risuse libero, d-
r ubbidì
de'
CAPITOLO LXX.
Come i Catalam non voUono la pace co" Genaceei
fatta per i Venemani,
D re d'Araona essendo in bpsgna dopo l'ao-
qdsto fatto della Loiera, e dell'accordo preso col
giudice d'Alborea, sentendo che iVeneusni aveano
fitto pace co' Genoved aensa U suo consentimettlo,
contro al giuramento della loro compagnia, fece di
presente armare venti gtlet per sua sicurtà ; e do-
mandaronli i Genovesi la Loiera e dtre terre di Sar-
digna, se con loro volea pace. E questa fu In ca-
gione già scritta addietro, perché il comune di Ge-
nova rìbandl le qdndid galee eh' aveano preso Trì-
poli, le quali fedone per tre mesi gravi danni nella
riviera di Catalogna, speddmente d' ardere e di pro-
fondare loro Mvilii ne' porti. Le venti galee del re
avendo fortificate e fornite le terre di Sardignn, e
reiterala la pace col giudice, d ritornarono in Cnta-
logna sena' dtra novità fare.
' chi lo conducasae, obi lostìpeadiassei chilo
d soldo.
DI HATTEO VILLANL
181
CAPITOLO LXXI.
Come messer Ruberto di Dutmm laido il BoIm.
Di questo mesa d* agosto esseodo stato messer
Roberto di Dorauo stretto da' Provensali nel Balio
per modo, che non avea potuto correre il paeee nò
fere prede com' avea cominciato, benché M castello
potesse tenere lonzamente, parendogli stare con sua
vergogna sansa guadagno, di saa volontà sanaci del
castello, e rilaseiollo a^signorì del Balzo. Alcnni dis-
sono, che'l papa gli die alcnni danari co* quali si
mise in arme^ e andò a servire il re di Francia nel-
le sne guerre ove mori a onore ^, come a suo tempo
raccontereoM).
CAPITOLO LXXIL
Come arse la basHia da Modena,
Basendo lungamente mantenuta per la fona
di messer Bernabò di Milano una grande e forte
bastita sopra la città di Modena con nu>lti cava-
lieri e masnadieri, i quali aveano per stretto mo-
do assediata la città, e recata in grandi stremi,
come piacque a Dio, quello che non avea potuto
fare la gran compagnia nel caso della ribellione di
Bologna, né appresso tutta la foria della lega di
Lombardia, fece subitamente un fuoco che vi s' ap-
prese; ma piuttosto fu faiM eh' un soldato corrotto
dal signore di Bologna il vi mise. Questo fuoco
infiammò per si fatto modo la bastita, che per la
gente dentro non si potè ammortare. I Modenesi
stati a vedere lungamente, e sentendo il remore,
presono V arme, e corsone verso la bastita con
smisurato remore. I cavalieri e' masnadieri, che ve
n* erano assai, impacciati dal fuoco e impauriti del
remore, si ritrassono fuori della bastita con animo
di fermarsi di fuori, ma non abbono potere di far-
lo ; che di presente catane cominciò a fuggire senta
essere cacciati, e abbandonarono la bastita. I Mo-
denesi la presono e spensono il fuoco ; e appresso,
per tema che measar Bernabò non la rifacesse da
capo riporre^, eh* era il luogo molto forte, la fecio-
no riparare e rafforaare, e misonvi gente a guar-
daria lungamente per aieortà della terra.
CAPITOLO LXXIIL
Come fa fallo il castello di Sancassiano,
Tornando alquanto nostra materia al fatto di
Firenze, occorse in questi di, che tornando a me-
moria a' collegi del nostro comune i danni ricevuti
attempi delle persecnnioni latte al nostro comune,
e i parieoli che occorsi erano aUa città ponendosi
i nemici a oste in sol poggio del borgo di Sanoas-
siano in Valdipesa, e questo conosciuto per e-
speriensa dell' imperadore Arrigo di Luzimborgo, e
appresso di Cutruccio tiranno di Lucca, e noveUa-
mente d^Ua gran compagnia di fra Moriate^, che ea-
tnno nimicando il nostro comune tennono campo in
quel luogo con podere, per lo vantaggio del sito,
di potere vantaggiare assai e non potere essere
danneggiati; acciocché questo non potesse più av-
venire, deliberò il comune di farvi un forte e no-
bile caatello di mura, e incontanente del mese d'a-
gosto del detto anno 1355 si cominciarono a fare
i fossi, e all' uscita di settembre del detto anno si
cominciarono a fondare le mura, e tutte- s'allogarono
in somma a buoni maestri con discreti e avvisati
provveditori, dando d'ogni braccio quadro soldi set-
te di piccioli, di lire tre soldi nove il fiorino dd-
TorOy dando il comune a' maestri solo la calcina,
acciocch' e' oMcstri aveasono cagione di fare buone
le mora. Le mura furono larghe nel fondamento
braccia quattro, e fondate braccia uno sotto il piano
del fosso, e sopra terra grosse braccia due, ristri-
gnendosi a modo di barbacane, e sopra terra alte
braccia dodici, con corridoi intomo i beccatelli', e
armate di torri intorno intomo, di lungi braccia cin-
quanta dall* una torre all'altra, alzate braccia dodici
sopra le mura e con due porte mastre, catuna con
due torri più alte che l' altre e bene ordinate alla
guardia. E queato circuito comprese il poggio e il
borgo, e senza arresto^ fu compiuto e perfetto il la-
vorio del mese di settembre seguente 1356^ B ve-
duto il conto del detto edificio, 'costò al comune di
Firenze trantacinque migliaia di fiorini d'oro.
CAPITOLO LXXIV.
Come in Firem^e sbordino la tavola^
delle possessioni.
Di queato mese d'agosto, alquanti cittadini
di Firenze, parendo loro che dovesse essere ntil co-
sa al comune per levare la briga a' creditori di ri-
trovare i beai del debitore, misono innanzi a' si-
gnori che si facesse una tavola, nella quale si seri-
vessono tutti i beni immobili della città e del con-
tado per popolo^ e per coniai, e diedono il modo^
' onoratamento, con onore.
' non la fi^oessa di nuovo ricostruire»
1 Compagnia d' assassini, la quale nel 1854 da Siena
per la via da Poggibonsi penetrata fino a Sant'Andrea in
Perenssina, droa dae miglia di qua di Sancaseiano, non
86 ne ritrassei che dopo aver rioevuto dal eomnne di Fi-
rense Tenti otto mila fiorini d'oro.
' sopra beccatelli, cioè posati sopra peducci o mensole,
che aostengono i capi delle trayi.
' senia interrallo, senza indugio.
* Si dovette quivi in tale occasione oostruire anche ona
ròcca col nome di Cassero. Una provvigione del governo
Fiorentino de' 7 settembre 1856 dice apponto : per/leioter
Oataenm Saneti Otusiani, Vedi Gaye, OarUgpo inedito de-
gli Artiiti, voi, If app. II, dove troverai altresì il nome
di alcnne maestranse elette per eondnrre a termine le for-
tifioasioni del castello di Saaeassiano.
' Libro, 0 registro dove si notano le cose pubbliche,
le possessioni ecc. Tal voce è tolta dall'uso degli antichi
di scrivere sopra tavole di marmo, o di bronao, le cose
delle qoali si voleva che restasse memoria nel pubblico.
* per parrocchie ; dacché popolo dioeal anche quella gente
ohe è sottoposta a una parrocchia.
' diedero il modano, il modello da tenere per tale de-
scrizione de' beni immobilL
183
aonck
a eatiiDO qnartrare della eitH • dd eoBlado p«r iè;
e*0ignori oniaono la petuione, e Tiateiif parendo
a tatti ohe doreffe eiaere atUe ooia. Agli aoaiai
antichi e savii e pratiehi parea la coaa impoifibìle
a potere arere perfeaione ; ma non fa loro oedoto,
le non qnando per pratica ai conobbe. Furono oo-
mandate le recate* a ogni pofseaaore^ sotto gra?e pe-
na ; e nondimeno ch^ e* reggitori de* popoli anche le
dovessono recare, cetano ai provvide di recare e
di fare recare i beni in coi volle^ e coafinavali ae-
condo che trovava V aaatt vicinanxa ; e qnando tali
nelle loro recate mutavano i primi poaaeaaori, e co-
ai d* ogni parte diacordavano i confini ; e oltre a
questa inconvenienza, ve n* accorrevano molto altre
maggiori. Per la qnal cosa dopo la lunga scrittura^,
e la grande spesa cresciuta parecchi anni, in confu-
sione aensa firntto rimase abbandonata^ e la sperìenia
ammaestrò il nostro comune alle sue spese. Avenne^
fatta memoria per esempio di coloro che verranno
appreaao, accioccb* e^ notino quello eh* è detto pro-
vato per opera; e ancora, che moHi recavano una
medesima cosa per mostrare che possedessero i be-
ni : ma quello eh' è più forte, ai è la mutaaione de*
beni, che più occorre nella nostra città che altrove,
perchè più abbonda di mercatanzie e di meatieri e d*ar-
li, che hanno a fare la mutaaione de* beni immobili
CAPnOLO LXXV.
Come U re éf Inghilierra con grande apparecchio
valicò a Calese,
Avendo noi addietro Barrata la morte del co-
nestabile di Francia, della quale il re di Navarra fu
operatore, seguita che d* allora innanzi il re di Na-
varra era in odio del re Giovanni di Francia^ e per
questa cagione tenne trattato col re d* Inghilterra di
ricoTerlo nelle sue terre. Il re d* Inghilterra era di
questo molto contento, e però mise in concio sua
gente e suo naviUo per valicare con forte bracdo*,
e nel soprutare che iacea, per aoUecita operazione
del cardinale di Bologna e d' altri baroni e* fu fatta
la pace tra *1 re di Francia a^ quello di Navaira, e
perdonatoli liberamente 1* offesa della morte del co-
nestabile, e per suo amore a tutti gli altri eh* erano
a ciò stati. Il re d* Inghilterra avendo apparecchiata
la sua gente d' arme, e *1 ano navilio, del mese di
settembre del detto anno valicò a Calese. D re di
Francia avea d* altra parte apparecchiata la sua ba-
ronia, e con quindicimila cavilieri e molti sergenti
\r-
' Foron comaodato le notf/kamcm d^ htm. Nuovo sarà
al Vocabolario questo aignificato deHa parola rfeota, totto-
ohe 8i trovi già registrato recare per OHarivtré oon un e-
•empio di Giovanni Villani. Veggasi più sotto la maniera
Ttear le recate, in luogo di produrle.
' di mettere ì beni in testa od in nome di eoi volle.
Fanne una bellissima gionta al Vocabolario.
' dopo il lungo scrivere e ikr di copie. Oggi barba-
regg^do si direbbe lunga ecritUarationé.
* che rimase abbandonata? L' intavolaaione, al eerto;
ma qui donde recheremo un soggetto al verbo ?
' ooemofie, modo antiquato. Male alcune stampe: anetme,
• Cosi U T. Bied. Alcune stampe: tra *l re di Francia
h ecc
gli si fece incontro in Nonnandia. fl re d*Ingh9to-
ra aentendo la paoe fatta tra* due re, e vedende b
gran forza apparecchiata contro a aè dal te di Finn
da, non si attentò d* nadre a campo, né di aegniro
sua impresa, e data la volta, con aoa vergogna a
ritornò con tutta la sua oste in Inghilterm. 11 re di
Francia aentendo i anoi neadd tornati neU* iaola, ai
ritornò a Parigi ; e dinuistmndo grande amore ai re
di Navarra, gli accomandò il Delfino ano — ggiora
figlinolo, i quali d* allora innanzi m eonginnaono di
fratwnale amore e di grande compagnia.
CAPITOLO LXXVI.
Come il re Luigi s* accordò colia compagnia
del conte di Landò.
Mandad il tempo materia di ritomaro In llafia.
Di questo mese di settembre del detto anno, essendo
la compagnia ritornata preaao a Napoli in Terra di
Lavoro, e il re, per arroto^ al danno per la gente con-
dotta nel Regno alle sue spese, volendo ataro i Na-
poletani che non perdeaaono le loro vendenunie, e
non avendo il podere altro che oon danari, rifoeo la
nuova concordia, e promiae loro eentocinqne migliMa
di fiorini d*oro; le trentaeinque nugliain fontnnti,
e le settanta in due paghe a venire : e aaentce che
le penassono ad avere d doveano slare in Fngiin.
B per fornire la prima paga, il re Luigi gravò di fil-
to i Napoletani, e eerti baroni, e forestieri e mer-
catanti, e le loro mercatanzie, e pagò la compagnia,
e andossene in Puglia alla roba d* ogni nomo, non
senza grande ramnurichio contro alla corona degli
uomini di qud paeae.
CAPITOLO LXXVO.
Come il conte da Doadola fu MConfUlo e morto
dal capitano di Forlì.
Avendo fl legato rivolto tutto ano intcìndiewto
di volere abbattere la tirannia di Franceaoo deisli Or-
ddaffi capitano di Forlì, e guerreggiando la oitli éL
Ceaena, il conte Carlo da Doadola con due figliaoi
dd oontidno da Ghiagginolo de* Maliteati m ndae in
preda* con oento cavalieri e oon aaasi maanndinri, •
corsone insino presso alle mura di Ceaena ; e avoa-
do raccolta una buona preda d* uomini e di beatùiaM,
si raccoglievano per tornare al campo. Avendo q«e-
sto sentito madonna Cia moglie del capitano, n cm
egli avea accomandata la guardia di quella dM, non
come femmina, ma come virtudioso cavaliere naontè
a cavallo coli* arme indoaao, gridando e amoToado i
cavalieri soldati che v* erano, che la doveaaoBO no-
guire contro a*neniid eh* erano di fuori. I cnvitforì
inaninmti, vedendo tanto ardire in una feaunian, éi
preaente la aeguitarono ; e abboocatid co' nendeì per
forza li sconfissone, e fnwi ferito fl nonio Carlo
per modo che poco appreaao mori, e presi i
figliuoli del eoatiduo da Ghiagginolo, e la
* aggiunta, da arrogere,
^ a predarci a oonror predando.
DI HATTBO VnXANL
183
r'
parte de' cataUeri e aaiai maanadiari fàrooo prigiom ;
e riaooiaa la {veda, oon grande OBore ai tornarono
in Ceaena del meae d^ agoato predetto.
CAPITOLO LXXVin.
Come la gei^e del Bkdone prese le
di Bologna e fiirono eaeciaiL
Poeo addietro d rioorda, che noi trattammo
de^ doeaiila caralieri e de' molti maanadieri che mea-
aer Bernabò a?ea mandati aopra Bologna, e le mate
che fatte areano di luogo in laogo; airnltimo, al-
rnseita del meae d'agoato del detto anno, erano tor-
nati al borgo a Panicale fomiti di molte acale, e boi-
doni^ ferrati da coxaare mora della città ; e di qneate
coae il aignore di Bologna non ai prenderà gnardia.
B però una notte ordinata tutta V oate, ae ne venne
alle mora di Bologna dalla parte del prato, dov' era
più solitario, ed ebbono poste le acale alle mura,
e di aobito n montarono snso più di dngento ca-
valieri armati, ch'erano amontati de^ cavalli, e aaaai
masnadieri ; e traboccate le guardie che vi trovaro-
no dalle mura in terra, cominciarono a percuotere
le mura co' boldoni tanto che ^à V aveano forate
e aperte ^ da piò , innansi che 1 signore o i cit-
tadini se n* awedeaaono ; e alquanti per gagliardia
erano secai dentro, e entrati per la piccola rottura ;
e parendo agli aaaalitori avere la forse delle mura
e r entrata, awiaando che dentro fosse dato loro
alenno aiuto per lo loro trattato, cominciarono a
gridare ad alte voci : Kteotto t popolani^ e muoia il
signore. A queato remore il popolo ai cominciò a
aentire, e ogni uomo a prendere V arme, e certe
masnade di fanti a pie toacani con alquanti cittadini
Irassono in quella parte ov' erano i nemici, e quanti
ne trovarono a baaso entrati uedaono ; e ingrossan-
doai alla difesa quelli della terra a cavallo e a piò,
con molti balestrieri cacciarono a terra quelli ch'e-
rano montati au per le mura; e avvedendosi i capi-
tani della gente di measer Bernabò, che per lo fdlo
dell' affrettato remore la città era difeaa, con vergo-
gna sonarono a ricolta e tornarsi al borgo a Pani-
cale; e indi cavalcate le contrade d' intomo, e fatto
aaaai danno d' araione, presono loro cammino e an-
darono a Milano; e il aignore di Bologna, vedendo il
pericolo eh' avea eorso, preae miglior guardia.
CAPITOLO LXXIX.
NovUà siale in Udine.
Di questo medesimo mese d'agosto, o che il
patriarca d' Aquilea facesse fare graveue con op-
pressione al popolo della città d' Udine a lui aog-
getta 0 che Ù vicario ch'era teata lucoheae, chia-
mato meaaer Iacopo Morvello, per aoperchia bal-
dania, chò avea per moglie la figliuola del patriarca,
' bolionii grossa freccio con capocchia in cambio di
pnnU, le qaali li tiravano con balestra grossa chiamata
haUiira a hoUom,
* Qui il T. ^ooi frammette senta bisogno U mura.
faceaae da aò ooae aeonce, a furore di popolo, con
r ainto d' alquanti terrieri del paeae , fu preao nel
palano del comune; e tratto di là, fu racchiuso in
prigione, e poco appreaao aenia prooeaao dicoUato,
in grande vituperio e vergogna del patriarca, eh' era
fratello dell' imperadore.
CAPITOLO LXXX.
Come (Mondarono grUU in Cipri e in Barberia»
In qneato tempo abbondarono nell' isola di Ci-
pri tanti grilli, che riempirono tutti i campi alti da
terra nn quarto di braccio, e conaumarono ciò che
verde trovarono aopra la terra, e guaatarono i la-
vori per modo, che fratto non ae ne potò avere in
queat' anno. E '1 aimigliante avvenne queato medeai-
mo anno 1355 in molte parti della Barbarie, e
massimamente nel reame di Tuniai ; ed essendo man-
cato il pane al minuto popolo di Barberia, metteano
i grilli ne' forni, e cotti alquanto incrosticati li man-
giavano i Saracini, e con qneata brutta viyanda man-
tennero la misera vita, ma grande mortalità segui-*
tò di quel popolo.
CAPITOLO LXXXL
Come messer Maffiolo Visconti fa morto da' fratelli,
Messer Maffiolo de' Visconti di Milano, eaaen-
do il maggiore de' tre fratelli signori di Milano,
perchò era dissoluto nella aua vita e aenza alcuna
^rtù era riputato il minore nel reggimento della
signoria : tuttavia meaaer Bernabò e messer Galeaz-
zo gli rendeano assai onore. Avvenne che per acel-
lerato stemperamento ^ della aua lussuria accolae nel-
la camera sua venti tra donne maritate e fanciulle
e altre femmine, colle quali, avendole fatte apoglia-
re ignudo, ai aollaatava a auo diletto oon loro be-
stialmente ; e ricordandoai in quello aformato e afre-
nato ardore di libidine, d'una bella giovane moglie
d' un buon cittadino di Milano, mandò per lei, e mi-
nacciandolo di farlo moriro ae inmiantinente non
gliela menaase, o mandaaae. Vedendoai queato buo-
no nomo a coal villano partito, come diaperato pian-
gendo ae n' andò a meaaer Bernabò, e contógli il
grave partito a che meaaer Maffiolo 1' avea measo,
dicendo, che innanzi volea morire ch'aaaentire a
cotanta aua vergogna, pregandolo che '1 volesse'
stare. Meaaer Bernabò diaae: Io non ho a gasti--
gare il mio maggiore fratello^ per non mostrare a
colui la aua intenzione ; e di preaente cavalcò al-
l' oatiera di messer Maffiolo , e trovò la scellerata
danza del auo fratello ; e aenza dire alcuna cosa die-
de la volta, e accozzoaai con measer Galeazzo, e
disse: Noi corriamo gran pericolo di noatro stato,
e le aeonce e dissolute cose di messer Maffiolo d
faranno cacciare della signorìa, ae per noi non si ri-
para a cotanto pericolo a che ci conduce. E mani-
featatoli ciò che facea delle donne de' buoni uomini
* eccesso, eccessiva commossione, stemperanza.
' La citata: cAs't dovette. Noi andiam col T. Biooi.
164
catoncA
>
di Kilaiio, e il rìoàiamo cIm b* area atilo, di pM»
•ente •' aeeordaroBO alla Botte tw, eM altro ga-
stìgameBlo bob a?ea luogo ^ B peròeiieBéo Badalo
measer MalSoìo a MoBcn a fare bbb eaecìa, k ae-
ra di Saat' AgBofto di aeUeaibre li fedoBO dare
con qof glie veleno ; e la mattÌBa tegBeale eaaeBdo
nella caccia si cominciò a sentir male nel ventre, e
di presente se ne tornò a Milano ; e visitato la se-
ra da^ fratelli, la mattina si trovò morto in sa *1 let-
to. Alconi dissono, che in qoella viaitasiOBO e' fti
soffocato da loro, e altri teanono che morisse delle
qaaglie : e T ana oagioae e V altra potè eaaere, per
BOB farlo storiare^. Il vero fti, che mori come an
cane, sema cosfessioBe, di vioteata aiorte, e forse
degnamente per la soa dissolata vita^
•
CAPITOLO LXXXIL
Com0 me$$er Bernabò Me la Mòrtmdola.
Dappoiché la bastita da ModoBa per V arsio-
BO fa ripresa da' Modenesi, messer Bernabò Iob-
Bo Belle outella eh* avea acquistate ael Modeaese
gente d* arme per scorrere il paese, e faro coati-
Bova gnerra a Modena : e oltre a dò mise a oampo
tra Reggio e Modeaa milledBqneceBto cavalieri e as-
sai masnadieri, i qnali assediavano il castello della
Mirandola, fl quale era di certi gentili nomiai loro
patrimoBio : e bob eaaeado potoBti a poterlo leaga-
moBte difendere da^ aignorì di Milano, a* aecorda-
roBO eoa loro, e diedooo la guardia del eaateUo a
measer Bernabò, ed egli li rieevette ìb aaùstà, e eoB
prowisioBo li BBLiae Belle sue guerre. B ìb questi di
vedeadosi sMsser Gìovsbbì da Oleggio ia pericolo
della guardia di Bologaa, cercò accordo eoa meaaer
Beraabò \ e measer Beniabò per potorio riaieltere
ìb coafideaia, per BMglio potere veaire atta saa ìb-
toBBioBo, 8* accordò eoa lui; e messer Gìovubbì gli
proBiise di guardare Bologna per lui, e dopo la
sua morie gliela lascerebbe, e riceverebbe Bella città
continuamente un suo potestà. B foco questo mes-
ser GiovsBBÌ da Oleggio seaxa voloatà o eoasiglio
de* cittadiai di Bologna, apersBdo n'oMBore ìb pace
Bella sigBorìa, aella quale rianse ìb cobIìbovì aguati,
come leggeudo per ÌBBaaii sì potrà trovare : e ri-
cevette ÌB prima per potestà di Bologna il signore
della MiraBdola sopraddetto.
CAPITOLO LXXXm.
Come i Perugini pre9ono a difendere
I Ssaed vedeadosi avere perduta iu tutto la si-
gnoria che avere seleaao ìb MoatepalciaBO, trattavaao
della guerra ; ed esseudo cercato se oo* Saaesi si
■ n SiBmondi e! descrìTe M&fflolo, per infami dissola-
tene e crapule snervato, e ridotto a tale, che per rìsn-
scitare ndle vene il vital ftioco, spentovi dal vialo, do-
vea spesso ricorrere a droghe ed a liquori.
' per non farlo patire con ona mcnrte Indugiata e lenta.
• U Slsmondi ed altri storici I^ano la dubbio la ca-
gione della sua morte.
potoa trovare BMdo d' accordo aoBia fargUoio ai-
gBorìS BOB trovandosi, ì aìgwrì che dealro v'erano
ritoraati, rìcordaBdoai che H cobmibo di Siena bob
avea atteauti ì patti promessi loro altra volta sotto
la sicurtà e fede del comuae di Fìrenae e di Peru-
gie, a cui ì Senesi T aveano rotta con inganno as-
sai seoseio e maaìffeslo, al- quale ì delti eonunri bob-
la r arme bob aveaao potalo BMNere rimedio^ e
r arme bob aveano voluto pigliare, per questa ca-
giono BOB ai voHoBO pìh Mare atte correità fede
do* SaBoai ; e vedeBdod impotenti éà dìfeBdetai da'
SaBOsi, 8* aeeordatOBO, e adeoBO di voloBlà del po-
polo la guardia dì MontepolciaBO eoo eeili paltf Bel-
le BMBÌ de^ Perugìai ; e i Perugìui vaghi À creaoe-
re aigaoria, e rieordaBdod dei* iagiuria ricevuta ìb
SÌOBU per questi fatti di Monlepulciano, acoeltaroBO
la guardia, e ìneoBlaBeBle la forairoBO di loro aol-
dali a eavallo e a piò per diféaderla da* SaneaL
Questa cosa oonlurbò molto il comuno di Sieaa ; e
perciò feeoadoai la lega che aeguitò appresso de* To-
seaai, i SaBosi bob vi voUoao eaaere; e altro gravi
cose BO seguiroBO, come ìbbobbì si potrà trovare al
delnlo leaipo.
CAPITOLO LXXXIV.
Carne il re d" Inghilterra temo tu Fronda.
OneUo che segoìta è cosa beae straaa, essoB-
do il re d* laghiltetra, come poco ÌBBaad aveaso
coBlato, ritoraato di stata aeU' isola d^ iBghMtafra
ooB tatto suo osta e col aavìKo, o doveadod secoB-
do Bsaaia ddla guerra, il aavilio e hi geata d*ar-
Bie riposare per la grasia del verao, il detto re di
BMggioro admo e ardire che altro dgaore al suo
tampo, del BMae d* ottobre del detto bbbo, co* I-
glìoolì e cotta moglie e co* baroal, e eoa graode
moltita&e di suoi cavaUerì e areieri, di subito e
improvviso a* FraBceaehi vaUcò a Caleae : e di pro-
seato fece Ire osti, 1' una aeoomandò al conta Lan-
caslro suo eugiao, e queeta maadò ìb BreltagBa)
la seeoada acoomaBdò al suo maggioro igliuolo du-
ca di Guales, e queeta maadò ia Cruaseogaa ; Y al-
tra ritaaae a sé, per vedrò verso Parigi : e a eatuau
eomaadò che dimostrasse sua virtù, metteadosi ìb-
aaad lira le tarre del re di Fraada, ardeado o prò-
daado, e faceado dimostraaia <fi valoron b«roBÌ
coBtro a* loro aemicL
CAPITOLO LXXXV.
Come il re d* inghilierra cavalcò il reame fino
ad Amiem.
Mandato ch'ebbe Uro d*Inghiltarra i detti bu^
roBJ, eetuBO eoa graado oompagda di cavalieri o
d*srderi, ael rfame di Fraacia, egli ia peraoBa d bkm^
so da Calese cotta saa oste, e awiossi verso Parigi,
dov* era il re di Fraada ; e gaastaado le vitto ad pae-
se con fuoooj facendo grandi prede, se ne venne ad
Mi signori di MentepdolanQ,
DI MATTEO VILLANI.
185.
Amieof, e ìyì §* arrestò alquanti dì. Ma Todendo ohe'l
aopraatare gli era pericoloso per la gran oavalle-
rìa che '1 re di Francia apparecchiava contro a lui,
e perchò i passi del suo ritorno erano da potere
essere occupati, sopravTenendo la gente del re di
Francia, a grave suo pericolo, come savio guerriere
raccolse tutta la sua gente e tutta la preda eh' avea
fatta, e sensa contrasto sano « salvo colla sua oste
si tornò a Calese in dieci dì dalla sua mossa. Il
conte di Lancastro entrò colla sua oste io Bretta-
gna e cavalcò il paese, facendo danno assai e gran-
di prede, e stettevi pib tempo ; poi si raccolse colla
sua oste, e con gran preda tornossi a salvamento.
CAPITOLO LXXXVI.
Della materia degP Inghilesi medesima.
Il valente prenxe di Guales colla sua compa-
gnia di tremila cavalieri e quattromila arcieii mosso
da Calese, a gran giornate si mbe in Tolosana ; e
trovando i paesi sprovveduti del suo subito avveni-
mento, fece in Tolosana molte grandi prede, e con
fuoco guastò molto paese ; e senxa arrestarsi in To-
losana cavalcò a Carcascions , e vinse e prese Tan-
tica città di Carcasciona, fuori ohe la rócca della
villa, eh* era un forte cutello ; e recato in preda
ciò che potò fare portare, arse la maggior parte del-
la villa, e cavalcò più innanai in Bideurese, e arse
e fece preda grande sensa contrasto, e della sua gen-
te corso insino presso a Mompellieri a poche leghe,
0 dimostrava di voler venire insino a Sant' Andrea
dirimpetto a Avignone, il Rodano in messo, e for-
te se ne temette nella corte di Roma : ma il papa
gli mandò a dire che non venisse piii innanzi; e
incontanente per ubbidire al Santo Padre si tornò
addietro, essendo stato nuovo flagello di quel pae-
se, chò memoria non v^ avea per i viventi a quel
tempo, eh' altra guerra gli avesse molestati. Il coae-
stabile di Francia, eh' era allora messe? Giacche fi-
gliuolo del duca di Borbone, giovane cavaliere e di
gran cuore, avendo accolta assai gente d' arme, in
compagnia del conte d*Armjgnacca e del conte di
Foci e di più altri baroni del paese, sentendo tor-
nare per quel paese il duca di Guales con tutta la
preda, eh' era più di mille carrette cariche dell* a-
vere de' paesani, e più di cinquemila prigioni, si
volle abboccare con gì* Inghilesi per combattere con
loro per riscuotere la preda. Il conte d* Armignacca
e gli altri baroni non voUono e non acconsentirono
al conestabile, parendo loro avere disavvantaggio
per la bnona compagnia de' franchi guerrìerì ch'e-
rano con il duca di Guales* U giovane e franco ba-
rone ne preso sdegno, e cavalcò a Parigi e rifiutò
r nficio; e allora fu fatto conestabile il duca d' Atene,
coite di Brenna. 11 valente doca di Guales intese
a conducere la sua preda , eh' era oltre a modo
grande ; e sentendo i nemici appresso, come fu alla
selva di Cngnì per maestrìa di guerra vi nascose una
parte di sua gente in aguato ; e i Franceschi vi man-
darono ad imboscare, non sapendo degl' Inghilesi
che v' erano, messer Astorgio di Duraforte con mil-
le cavalieri; i quali entrando nella selva furono di
subito assaliti dagl' Inghilesi che prima v' erano ri-
posti, che poco sosteonono, che furono sconfitti e
sbarattati con loro danno ; e d' allora innanzi non
trovarono gì' Inghilesi contrasto, e ricchi di preda,
sani e salvi si tornarono a Bordello in Guascogna,
del mese di novembre del detto anno.
CAPITOLO LXXXVIL
Come morì il re Lodovico di Cicilia^ e P isola
rimase in male sialo.
Di questo mese di novembre, anno detto, Lo-
dovico di Cicilia, primogenito di don Pietro, si mo-
ri molto giovane ; e poco appresso di lui si mori il
seguente suo fratello, d« tto duca Giovanni, e de* tre
fanciulli rimase Federigo il minore, il quale la setta
de' Catalaoi recarono appo loro, per potere sotto il
titolo d'avere a governare il giovane, a cui s' ap-
partenea il regno, aggiognersi maggiore forza. Ma
per questo 1' altra setta dogi' Italiani si feciono più
strani contro al duca Federigo, e diventarono più a-
nimosi contro alla setta de' CatalanL E per la detta
maledizione di divisione e tempesta tanto intestina
battaglia era noli' isola, che gli abitanti di catuna
terra erano in fatica d' avere del pane per vivere e
consnmavansi d' inopia e di carestia; e di questo
seguitò poi grande novità neh' isola, come al suo
tempo racconteremo.
CAPITOLO LXXXVIIL
Come in Napoli fu romore,
A' Napoletani parendo essere gravati de' da-
nari pagati per la compagnia e d'alcune altre gravezze,
del mese dì novembre del detto anno, per mostrare
la potenza e la franchigia di quella città, tutti di
concordia presono l* arme, e feciono armare tutti i
foreatieri mercatanti e artefici eh* erano nella città,
e levarono il remore, gridando : Viva la reina^ e
muoia il suo consiglio, E di questo tumulto seguitò
solamente, che la misura del sale fu alcuna cosa ' con-
sentita loro migliore mercato' : convenevole prezzo
di cotanto movimento, non volendosi francare del-
l' antica consuetudine della loro natura, che come
sono pieni di furore per ambizioso vento, così po-
co mantengono l' ira, che li riduce a pace.
' alquanto, di alcuna cosa.
' a miglior mercatOi a più basso prtixo.
186
CR(HaCA
LIBRO SESTO
CAPITOLO L
Prologo,
Perocché *1 sesto libro del oostro trsttato nuo-
va 0 non pensala materia di ^erra nel sao prin-
cipio con solito di gran cose in breve tempo ci
apparecchia, ci fe pensare come e quanto lo stato
della tirannesca signorìa ò pieno d* agnati e di ca-
lamitosa vita. Le loro scellerate operasioni sempre
combattono e spesso abbattono le virtù de* buoni ; i
loro diletti sono dissimiglianti a* buoni costumi ;
per loro s^ abbattono le ricchezze de* sudditi ; ni-
micano gli uomini che crescono nella loro giurisdi-
zione in magnanimità e in senno ; assottigliano con
incarichi la sustanza de* popoli ; la loro sfrenatn li-
bidine non prende s»ziamento dal fatto» ma quanto
il piacere della vista richiede, tanto in fatto a' sud-
diti contro air onesto debito conviene sostenere e
patire. Ma perocché in queste e molte altre maligne
operazioni le violenti tirannie si manifestano, non
richieggiono da noi nuovo raccontamento. Ma tra-
endone una parte assai strana nell* apparenza e as-
sai dimestica nel fatto, qual é più maravigliosa vi-
sta, guardando nella tirannesca gloria, a vedere an-
tichi e nobili principi naturali ubbidienti ai tiranne-
schi servigi, e uomini d* alti lignaggi e d* antica
nobiltà usare le mense* di coloro, e prendere le lo-
ro provvisioni ? Ma se guardare vogliamo V uscimen-
to delle cose, quella gloria spesso si converte in
calamitosa miseria. Chi la può disegnare maggiore?
che i tiranni medesimi non sanno né possono in
alcuno riposare la loro fede, ed eglino al continovo
aspettano il cadimento del tiranno, e lievemente si
dispongono e accordano alla loro distruzione, non
ostante le sopraddette cose. E questo non si trova
avvenire nelle reali e naturali signorie, peroech* e*
loro fatti ne' sudditi e nelle loro virtù e cose son
contrarie a* tiranni. Dunque come le tirannie si cri-
ano', com* eHe esaltando ai fortificano e crescono,
così in esse si nutrica e nasconde la materia della
loro confusione e mina. Certo intra I* altre questa é
grandissima miseria de* tiranni ; e perocché al pre-
sente d occorre alcuna cosa di ciò manifestare in
fatto non di lieve morimento, come seguirà appresso
nostro volume, basti narrando qoella avere fatto cw-
ta prova al nostro proponimento.
CAPITOLO II
Come nacque briga da^ Visconti e que* di Pavia
e di Monferrato,
Certa cosa é, che il marchese di Monferrato per
vicinanza e per larghe provvisioni de* tiranni di
Milano, e i signori da Beccheria di Pavia, parenti
' partecipare, sedere alle mense eoo.| frequentare le mense.
' si creano, si costitnisoono.
stretti e dimestichi della loro menaa, per IngU Ims*
pi uniti colla oasa de*Visoonli signori di Mtteo, e
nelle loro guerre stati i principali niitatori, e ia que-
sto tempo valicando Cario d* Osterie re de' RoaMai
in Lombardia, come già è detto, il Bareke06 bob
ostante ohe fosse soggetto all'imperio, vene a Ifi^
lano per dare aiuto e favore a' signori con seioomto
cavalieri di buona gente d' arme, e quo* da Beeckerin
anche vi BMudarono loro sfono. Avvenne che i» A
essendo il marchese in Piacenia in compagnia dì
messer MafRolo Visconti, eh* allora vivea, «■ suo
scudiere andò in cncina al cuoco di messer Mafllo-
lo per un tagliere di vivanda : il cuoco viUannmeBte
gliel contradioea; lo scudiere sdegnoso diede min
gotata al cuoco, e portonne la vivanda ; il oaoco di
presente se n'andò a dolere a messer Mattolo avo
signore. Il tiranno mosso a fàrore non considerò eoe
onore, né quello di tant'aomo qoant^era il marcete, e
senza dirli alcuna cosa, avendolo in sua compagna,
fece prendere lo scudiere, e in queir istante tagliarli
la mano ; della qual cosa il marchese fu osolto turba-
to, ma ritenne con virtù nel petto il grave adeguo.
Questo li rinnovò nella mente certo oltraggio che la
famiglia di messer Galeazzo Visconti per maggio-
ranza avea fatto alla sua gente che vicinavatto eoa
sue terre ; la quale cosa con senno avea Irapaaaala
insino allora. E ancora di nuovo sentiva, come al
continovo per uuovi dispetti la gente di messer Cb-
leazzo oltraggiava i detti sudditi che vicinavano con
loro, e il aignore il sentiva, e vedea Tonore che 1
marchese Iacea alla loro signoria, e per artogaate
maggioranza mostrava d* esseme contento : oade
turbato il marchese, cambiò Tanimo, ed essendo eon
quelli da Beccheria una cosa, s* intesone insienie ; ed
essendo 1* imperatore futuro a Mantova, ancora eoa
lui s* intesone in segreto. E trattando T impera-
dore co* signori di Milano di volere prmidwe b
corona a Monda, sentirono i Visconti, che se non
s* accordavaao con lui, che^ quelli da BeodMria e-
rano acconci di riceverlo in Pavia; onde i aìgaori
concepettono contro a loro^ : per la qual cena po-
terono comprendere, che partito 1* imperadore, a
loro converrebbe mutare stato. E tornando T impe-
radore coronato da Monda in Milano, i signori fe-
done molti cavalieri ; e in questo atante il marche-
se cavalcò subito a Pavia, e menò seco due di
quelli da Beccheria e feceli fare cavali wi aU'iaapeta-
dore; e questo accrebbe 1* izza e la malavoglia a^ li-
ranni. Poi partito 1* impMiidore, il marchese se alan-
do via, e quelli da Beccheria rimasene ia gran sos-
petto de* signori di Milano, e stavanne in più
dia, che non solcano. E dalle sopraddette cene
tarono le ribellioni e le nuove guerre che appresoo
* Questo che parve a talani editori inperflao e ri dia-
der sopra di penna.
' indegnarono contro loro; concepettono odDo tee.
DI MATTEO VILLANI.
187
•egoirono a* fignori di Milano, come aaguondo nostro
tratUto per li tempi raooonteremo.
CAPITOLO in.
Come si rubellarono terre di Piemonte,
Il marchese di Monferrato avendo ordinato co^
aignori di Pavia che ai fortiflcaaaoao di gente e di
bnona guardia, aceiocchò i tiranni vicini non li pò-
leaaono improvviso sorprendere, tornato nelle sae
terre, procacciò aiuto di gente d'arme da certi baroni
tedeschi di sua amistà, e con suoi trattati (chò era
molto amato da quelli del Piemonte e dalla sua gen-
te) trovandosi forte di cavalieri e favoreggiato dal-
l' imperadore, del mese di dicembre, gli anni di
Cristo 1355, fece rubellare nel Piemonte amesser
Galeazzo de' Visconti di Milano Chieri e Carasco ; e
poco appresso, del mese di gennaio, fece rubellare al
detto tiranno la ricca terra d* Asti, e appresso Albi,
Valenza, e Tortona, e più altre terre del Piemonte
e tutti i popoli di quelle d'un animo, con ordine di
mantenere la difesa, feciono loro capitano il detto
marchese. Messer Galeazzo vi mandò incontanente
molta gente d'arme a cavallo e a piò, credendo ri-
coverare delle terre. Il marchese era provveduto di
buona gente, e coli' aiuto de' Piemontesi si fece
loro incontro alle frontiere, e in alcuni abboccamenti
fece vergogna alla gente di messer Galeazzo, e di-
feso bene i Piemontesi. Allora quelli da Beccherìa,
eh' erano confederati nella amistà e compagnia del
marchese, non si poterono più coprire, e però in a-
perto si fortificarono di gente e d' altre cose, a-
spettando V impeto dell' ira e della forza de' tiranni
contro a loro» non dimostrando però di volere es-
sere i movitori della guerra, ma apparecchiati alla
difesa. Lasceremo alquanto questa materia per rac-
contare al suo tempo con più chiarezza le cose che
ne seguitarono, e diremo degli altri fatti che prima
occorrono alla nostra materia.
CAPITOLO IV.
Come i Fiorentini feciono lega contro la compagnia,
E' m'incresce di scrivere quello ch'ora seguita,
perocché '1 nostro comune delle leghe e delle com-
pagnie eh' ha usato di fare co' comuni di Toscana,
al bisogno sempre s' è trovato ingannato; nondi-
meno il fatto narreremo. Sentendosi già per tutta
Italia che '1 conte di Landò colla compagnia eh' a-
veva nel Regno era per venire al primo tempo nella
Marca, e valicare in Toscana, i Fiorentini volendo
riparare eh' ella non facesse ricomperare i comuni
di Toicana, mandarono a Perugia e a Pisa e a Sie-
na, e all' altre minori comuni di Toscana, richieg-
geado i detti comuni, che per beneficio di tutti pa-
rea loro di fare una lega e una taglia di duemila
cavalieri il meno, i quali fossono al tempo apparec-
chiati interi e cavalcanti al servigio della detta le-
ga contro alla compagnia, o a chi venisse a fare
guerra sopra alcuna città di quelle della lega. E a
ciò feciono muovere i detti comuni per loro am-
basciadori, e durò il trattato lungamente sturbandolo
i Saneai per izza eh* aveano presa co' Perugini
per r impresa di Montepulciano. In fine, essendo la
cosa cominciata al principio di gennaio, del mese
di febbraio del detto anno ebbe compimento in que-
sto modo tra' Fiorentini e' Pisani e' Perugini: che
la lega dovesse durare tre anni, e la taglia fosse
di milleottocento cavalieri, ottocento de* Fiorentini,
cinquecentocinquanta de' Pisani, e quattrocentocin-
quanta de' Perugini ; con patto eh' e' Senesi vi po-
tessono entrare colla loro parte della taglia de'cava-
lieri, e che del mese di aprile fossono pagati e ap-
parecchiati, e che l'uno comune dovesse fare ras-
segnare i cavalieri dell' altro. La lega fu ferma e
fatta: l'efietto che ne seguitò fa manifesto quello
che poco innanzi n' avemo detto.
CAPITOLO V.
Come gli Scotti presono Vert>ic,
Essendo tornato il re d' Inghilterra a Calese
dalla cavalcata eh' avea fatta ad Amiens, come po-
co innanzi abbiamo detto, i baroni di Scozia sen-
tendo il re e i figliuoli e' baroni e tutta la forza
del re d' Inghilterra valicati nel reame di Francia, e
cominciatovi grande guerra, non ostante che il loro
re vi fosse in prigione, prestamente accolsono mol-
ta gente d' arme a cavallo e a piò, e improvviso agli
Inghilesi se ne vennono a Vervic, grande e forte
terra degl' Inghilesi, situata agli stremi dei confini
di Scozia : e giugnendo alla città sprovveduta, per
forza v'entrarono dentro e presono la terra ; ma il
castello del re, che v' era forte e bene guernito, non
poterono avere : ma com' ebbono presa la terra, la
lasciarono guarnita di loro gente, e per savia prov-
visione con tutta loro oste si misono innanzi, e pre-
sono una montagna onde il soccorso degli Inghi-
lesi potea venire alla terra, e non d' altra parte, e
ivi s' accamparono per contradiare agi' Inghilesi il
passo. Era in que'di il conte di Lancastro già tor-
nato in Inghilterra, il quale di presente cavalcò nel
paese colla sua gente, ma non ebbe podere di le-
vare gli Scotti dal passo. D re Adoardo sentendo
la novella degli Scotti, incontanente valicò nell'iso-
la con quella gente che subitamente potè muovere,
e senza arresto se n' andò contro a' nemici che te-
neano il passo della montagna ; e aggiuntosi il con-
te di Lancastro colla sua gente, non ostante che
grande fosse il loro disavvantaggio ad avere a com-
battere i nemici all'erta, colla sua persona si mise
innanzi, e diede tanto conforto a' suoi, ricordando
da loro le vittorie avute sopra gli Scotti e la loro
viltà, che con tanto ardore d' animo e con tanto du-
ro assalto d' ogni parte li percossone, che per for-
za li ributtarono della montagna ; e senza avere cuo-
re di rifare testa ^ alla terra ch'aveano presa, l'abban-
donarono in tanta fretta, che la preda eh' aveano
accolta non ne portarono, e assai de' loro Scotti vi
lasciarono morti e presi per ricordanza. E questo
fu del mese di gennaio del detto anno. Allora fece
il re racconciare la terra, e fornire di miglior guardia.
> fermarsi q raccogliersi alla difesa.
190
CRONICA
lana lel segno deQ* Aquario, e alle cinque ore e
mezBO fa tatto scorato, e bene dello spazio d^un^al-
tra ora si penò a liberare. E non sapendo noi per
astrologia di sna inflaenza, considerammo gli ef-
fetti di questo seguente anno, e vedemmo contino-
yamente inino a mezzo aprile serenissimo delo, e
appresso continove acque oltre air usato modo il
rimanente d' aprile e tutto il mese di maggio, e
appresso continori secchi e stemperati caldi insino
a mezzo ottobre. E in questi tempi estivali e au-
tunnali furono generali infezioni, e in molte parti
malattie di febbri e altri stemperamenti' di corpi
umani, e singularmente malattie di ventre e di pon-
di^ con lungo duramento. Ancora avvenne in que-
strenuo un disusato acddente^ agli uomini, e comin-
ciossi in Calavria a Piume Freddo e scorse fino a Gaeta,
e chiamavano questo accidente male arrabbiato. L^ ef-
fetto mostrava mancamento di celebro con cadimenti
di capogirii^ con diversi dibattimenti, e mordeano co-
me cani e perooteansi pericolosamente, e assai se
ne morivano; ma chi era provveduto e atoto gua-
riva. E fu nel detto anno mortolità di bestie do-
mestiche grande. E in quest^anno medesimo furono
in Fiandra, e in Francia e in Itolia molte grandi e
diverse battoglie e noovi movimenti di guerre e di
signorie, come leggendo si potrà trovare. E nel detto
anno fu singulare buona e gran ricolto di pane, e
più vino non si sperava, perchè un freddo d' aprile
l'uve già nate seccò e arse ; e dà capo molte ne
rinacqoono e condussonsi a bene: cosa assai strana.
E da mezzo ottobre a caien di gennaio furono ac-
que continove congrari diluvii, e perdessene il terzo
detto sementa ; ma il gennaio vegnente fu sì bel
tempo, ohe la perduto semento si racquistò. I fìrutti
degli altri dimestichi tutti si perderono in quest'anno.
Non ne avremmo stesa questo memoria se la scura-
zione predetto non vi ci avesse indotto.
CAPITOLO xra.
Come la gran compagnia presono Venosa.
La compagnia del conte di Landò eh' avea a-
vuto to prima paga dal re Luigi, e dovea attende-
re l'altre paghe in Puglia senza far danno a^ pae-
sani vernava di là, e non facea guerra ; ma la fe-
de, vedendosi il destro, non seppe per promessa o
saramento eh* avessono fatto osservare : e però en-
trarono in Rapolla, e presa la terra e spogliarono
d' ogni sustonza e consumarono colle persone e co'
cavalli dò che da vivere vi trovarono ; e appresso,
del mese di febbraio predetto, per aguato di furto
presono la dttà di Venosa, e fedonne il simiglian-
te. E questa è la fede delle compagnie, che ogni
cosa fanno lecito alla corrotto volontà della preda,
e però ò folle chi alle loro promissioni si fida.
' corrasioni, alteramenti.
' dissenterìa, ohiamAto a quel modo volgarmente per
qnel grave peso, ohe talvolta essa fa sentire all'infermo
neir estremità dell* intestino retto.
' apoplessia. * capogiri.
CAPITOLO XIV.
Come il legato bandi la croce comiro al captiamo
di Forlì.
In questo tempo del verno, messer Gillo car-
dinale di Spagna, legato di Santo Chiesa, avesdo
prosperamente racquistato a Santo Chiesa il patri-
monio, la Marca d^ Ancona, e **! ducato di Spoleto,
e la maggior parte della Romagna, restovagli ■ rac-
quistore Forlì e Faenza, e le terre ricine e de** loro
distretti, le quali teneano occupate per loro tìnuiue
Francesco degli Ordilaffi capitano di Forlì, e messer
Giovanni di messer Ricdardo Manfredi ; e non tro-
vando il detto legato concordia con loro, ordinò con-
tro a' detti suo processo, e seguttollo fino alla sen-
tenza perocchò tornare non vollono air ubbidienza.
E pubblicato per Itolia la loro dannazione, e Cattili
scomunicare, avendo dal papa lettere d* indol^ensa
eon piena remissione de* peccati e della pena a ohi
fosse contrito e confesso, fece bandire to croce con-
tro Francesco Ordilaffi tiranno di Forlì, e di For-
limpopoli e di Cesena, e contro a Giovanni e Ri-
nieri de' Manfredi tiranni di Faenza, condannati per
eretichi e ribelli di Santo Chiesa, potendo il cava-
liere e il pedone partecipare in due anni il servigio
d' un anno in arme contro a loro. Ordinati foroao
i predicatori e' collettori delle prorinde e delle città,
e incontonente 1* avarìzia de^cherid cominciò a fare
r aficio suo, e allargarono colla predicazione V in-
dulgenza oltre alla commissione del papa, e coaain-
darono a non rifiatore danaio da ogni maniera di
gente, compensando i peccati e i voti d* ogni ra-
gione con danari assai o pochi come gli poteano
attrarre ; e per non mancare alla loro avarizia, som-
mo vea no nelle dttà e ne' castelli e nelle ville ogni
femminella, ogni povero che non avea danari, a da-
re panni lini e toni, e masserizie, grani e biada ;
ninna cosa rifiutovano, ingannando la gente con al-
largare colle parole quello che non portova la loro
commissione : e così davano la croce, e spogliava-
no le rille e le castolla più che non poteano hn
le dttà; ma nelle città le donne e le femmine va-
licavano tutto l' altra gente, e per questo maniera
davano la croce : e 'l termine delto guerra cooùn-
clava in oalen di maggio gli anni 1356. Delta dttà
di Firenze e del contodo un frate de' Romitoni, ve-
scovo di Nami, trasse grandissimo tesoro, del quale
non potendo il cardinale avere diritto conto ', tango
tompo tenne in prigione il detto vescovo in un suo
castello nella Marca, guardato alle spese del detto
vescovo.
' del quale tesoro non essendo resa al cardinale buona
ragione : del qual tesoro non essendosi il frate gìastìfieate
ecc. Della frase aver buon conto o diritto comto da oIcmro
può farsi una giunta al Vocabolario.
DI MATTEO VILLANI.
191
CAPITOLO XV.
Come il conte Paffeita fu da' Pisani messo
in prigione.
Egli è atsai utile co9a agli aomioi considera-
re contro alla malizia e alla aaperbia de' grandi
cittadini, quando possono far male e abbattere gli
altri, eh' e' medesimi sono sottoposti a quella me-
desima calamità e fortuna; ma provarlo per esperien-
za gli ne fa più certi, e a quelli che hanno a venire
ne rimane migliore esempio. Detto abbiamo come la
malizia di messer Paffetta conte di Montescndaio, cit-
tadino di Pisa, colla perversa operazione fece mo-
rire e cacciare i Gambacorti di Pisa, e sé fece il
maggiore di quella città. Avvenne che gK altri cit-
tadini, cui egli avea rimessi al governamento del co-
mune, parendo loro che messer Paffetta fosse trop-
po grande, si legarono e feciono setta contro a
lui segretamente; e un di, essendo messer Paffetta
andato agli anziani, come ordinato era, gli anziani
mandarono di subito a far pigliare certi cittadini
caporali della sua setta e stretti suoi confidenti, e
altri di suo seguito intomo di cinquanta, e di pre-
sente li mandarono a' confini, facendoli uscire della
città ; e messer Paffetta con alcuno altro mandaro-
no in prigione nelP Agosta a Lucca; e messonlo
in carcere sotto buona guardia, rivocarono i confini
agli altri e fecionli ritornare, senza fare altra no-
vità 0 mutazione di loro stato. Parve a tutti rima-
nere più sicuri, e in migliore essere nella cittadi-
nanza che in prima; e questo fu all' entrata del
mese d* aprile, e ancora non era compiuto V anno
eh' egli avea abbattuti i Gambacorti e gli altri buoni
cittadini di Pisa. Era in Pisa il vicario sostituto del
vicario dell' imperadore, il quale consenti a tutto,
essendoli fatto intendere che messer Paffetta volea
con certo trattato dare Pisa a' signori di Milano :
grande loro amico era; ma altro vero non se ne potò
trovare ; e stato alquanto in prigione, per tema che
r imperadore non lo ne facesse trarre, o i signori
di Milano, di veleno, o d'altra violente morte, co-
latamente lo feciono morire in prigione.
CAPITOLO XVL
Come gli Arelini riposono^ certe forte^^.
Gli Aretini sentendo morto messer Piero Sac-
coni de' Tarlati loro nemico, il quale lungo tempo
gli avea tenuti in guerra e in gran paura, contro
al quale non s' ardivano a muovere vivendo, incon-
tanente dopo la sua morte, del detto mese di feb-
braio, del detto anno, uscirono a oste, e riposono
una tenuta contro al castello di Gaerina', e un'^altra
contro a Bibiena, e una sopra Pietramala, e tanto
stettono a campo, che tutte e tre furono fortifica-
te e fornite, acciocché i Tarlati non potessono cor-
' rifecero, riedificarono, rafforzarono.
* raffonarono nna loro terra. Che tenuta valga presso
gli antichi anche horgata^ terra forte nella campagna, Tab-
biamo dallo stesso Matteo Villani, lib. II, cap. 42 : Faeea
grandi • bMi furti di beetiaméf traendo i 6ttot deUe tenute
murate e guardtUe,
rere sopra loro a loro volontà, oom' erano usati di
fare. E per la baldanza presa per la morte d* un
decrepito vecchio, non avendo avuto ardire di far-
lo a sua vita, ordinarono tra nella città e nel con-
tado tremila uomini a corazze e trecento balestrieri e
centocinquanta barbute, per potere mantenere il lo-
ro contado più sicuro, e guerreggiare i nemici. Ab-
bianne fatta memoria per una cosa assai nuova, con-
siderando che un uomo vecchio tenesse in freno e
in paura cosi antica e gran città, che non pensavano
in fatti di guerra potere resistere alla sua persona.
CAPITOLO xvn.
Di nuow rivolture della grtm compagnia.
Stando la compagnia del conte di Landò a ver-
nare in Puglia con grande abbondanza d' ogni bene
da vivere, aspettando dal re Luigi la moneta pro-
messa, per lo patto eh' avea di doversi partire al
maggio prossimo e uscire del regno, nna parte di
loro con certi conestabili intomo di cinquecento bar-
bute, contentandosi male d' aversi a partire del pae-
ae, senza tenere promessa al re o fede all'altra
compagnia si rubellarono da essa ; e accostati al
conte di Minerbino detto Paladino, se n'andarono
per sua condotta in Terra d' Otranto, ove per lunghi
tempi passati non era sentita guerra; e di presente
presono due castella nel paese, piene di molta vit-
tuaglia, e preda quanta ne poterono guardare di
bestiame grosso e minuto, del quale poterono
avere V uso, ma non danari. Il conte di Landò
si dolse al re Luigi del tradimento fatto per costoro,
e offerse so e V altra compagnia al aervigio del re
contro a qne' ribelli, e contro a tutti i baroni che
non volessono ubbidire alla corona. Il re e il suo
consìglio, e il gran siniscalco, credendosi fare meno
male, accettarono la profferta, e nna parte della com-
pagnia con certa condotta de* suoi uficiali mandò in
Abruzzi per fare ubbidire alquanti comuni e baroni,
i quali cosi rubavano e predavano il paese come se
fessone nel servigio della compagnia e non in quel-
la del re, e tanto più sicuramente, perchò ninno
s' era provveduto contro a loro : e quelli eh' erano
rimasi col conte di Landò volevano pur vivere lar-
go air altrui spese. E cosi nella concordia, come
nella guerra, erano d'ogni parte i regnicoli mal
tratUti.
CAPITOLO XVIII.
Di grandi gravezze fatte dal re di Francia
nel suo reame.
In questo verno, vedendosi il re di Francia la
guerra degl' Inghilesi addosso, e spogliare da' fore-
stieri il reame, come già abbiamo narrato, pensan-
do avere a moltiplicare la spesa, oltre alle colte
de' feudi delle città del reame e de* baroni, e oltre
alle gravezze dell' usate reve^ e del gran danno fatto
' Beva è nna specie di gabella antica usata in Francia
sopra le robe che uscivano dal regno.
192
OROraCA
É* radditi del roane di cambiare le baoae mone-
le d^ oro e d' argento in ree, ooniro ali* nianfa di
qoel regno, ordinò e pose per modo di gabelle,
di' ogni mercalanaia obe ai comperaaie o vendeiie
nel reame dovesae pagare agli ofioiali ordinati aopra
ciò danari oUo per catana lira. La qoal coaa gravò
tanto i mercatanti, cbe abbandonarono in gran parte
il reame e il traiBcare in qaeQo , e quasi totto il
peso rimase a' baroni e a' paesani : deQa qnal gra-
Yeaaa forte si conturbarono inverso il loro signore,
e desideravano il ano male; e alquante città per
questa cagione si recarono a reggere per loro, e
non voleano ricevere gli esecutori e gli nftciali del
re di Francia, come per innanai leggendo si potrà
trovare.
CAPITOLO XIX.
Come i Pisani facetano simulata guerra.
La materia eh* ora seguita non era degna di
memoria per lo fatto, eh' assai fu lieve, ma il mo-
do, che ha poi generate più gravi cose, ci scusa. I
Pisani, innanai a questo tempo di più anni, per lo-
ro maliaiosa industria, avendo buona e leale pace
co' Fiorentini, contro a' patti di quella aveano fatto
fare il castello di Sovrana, il quale il comune di
Firenae tenea per li patti della pace, e fecionlo tór-
re a certi ghibellini usciti di quel paeae ; e il comune
di Pisa sotto nome di costoro si tenea la terra, e
mantenievi aoldati che tribolavano tutto il paeae e
le terre d' intorno del comune di Firenze ; essendo
i Pisani, oltre alla paoe, in siogulare compagnia e
lega col nostro comune, faceano queste coperte * con
grande ambisìone. I Fiorentini lungamente dissi-
mularono mostrando di non se n'awedere; ma mol-
tiplicandosi il male, e scoprendosi ogni dì più Tnno
che 1* altro, il nostro comune prese di gastigarli in
quella contrada con quella malizia eh' eglino avevano
insegnata. B 'del mese di febbraio del detto anno
ordinarono co* Pistoiesi che si baciarono tórre Ca-
Inmao, una fortezza sopra Sovrana, a certi caporali
di buoni masnadieri, i quali con aspra e continova
guerra in breve tempo nccisono tutti i caporali di
Sovrana, e presono masnade eh* e* Pisani mandavano
per guastare la Sambuca, e feciono grande guerra
nel paese. B per questo tutti i ghibellini di Valdi-
nievole erano mal condotti, ch'avendo pace vivevano
in continua guerra per la cominciata malizia pisa-
nesca. Ma aggiugnendo malizia a malizia, per ven-
dicare loro onta sbandirono loro soldati, e mandarono
trecento barbute e gran popolo agli usciti ghibellini
di Valdinievole, i quali cavalcarono infine alla Pieve
a Nievole, e arsone intomo a quella, e feciono quel
danno che poterono; e appresso si diriszarono a
Gas tei vecchio, e ordinatamente il combatterono, ma
no ì vinsono. Il comune di Firenze, sentendo questo,
fece cavalcare i suoi cavalieri in Valdinievole, e ran-
nati i paesani, oercavano d* abboccarsi eo' nemici;
ma eglino non attesone : e non potendo tornare per
> inflnglmenti, simoUsioni, finiiooi.
la via ond' erano andati, per altra via più aspra,
ma a loro più sicura, in fretta si ritornarono a Pisa,
e furono ribanditi.
CAPITOLO XX.
ihme il capitano della Chiesa assediò Cesena,
lì legato del papa, oltre alla gente ch'attendea
de' crociati, avea da sé a soldo duemila barbale ; e
confidandosi de' Malatesti, fece gonfaloniere di Santa
Chiesa e capitano della sua gente d'anno mesaer
Galeotto da Rimini, e con mille cavalieri e con gran
popolo del mese di febbraio del detto anno il SMoidò
a oste sopra la città di Cesena ; il qnale in prima
corse il paeae predando d'intorno, e appreaao ri si
pose ad assedio, e strettosi alla terra, vi alette in-
fino che il conte di Laudo venne del Regno in Ro-
magna, come innanzi al suo tempo raoconleroMO.
CAPITOLO XXL
Come il conte da Battifolle assediò Reggimolo.
Avendo il conle Ruberto da Batlifolie ricevuto
ingiuria nel suo contado di cavalcate e di prede
fatte ^ per Marco figliuolo di messer Piero de* Tarlati,
contro a* patti della pace fetta con gli aderenti de*sì-
gnori di Milano, accolta sua gente e' suoi fedeli in
arme, air entrata del mese d'aprile, anni 1356, es-
sendo per nevi e per venti smisurato freddo, se
n' andò al castello di Reggiuolo, il quale era aUora
del detto Marco, e cinselo d* assedio, e fece n* suoi
fare caie di legname per ripararsi dal freddo, e riz-
zò traboochi e manganelle^ che tribolavano il castello
e coloro che dentro il guardavano, e aggiugnendo
al continovo forza, avea sì stretti gli assediati, che
più non Sì poteano difendere. Vedendo Marco che
il castello non si pelea più tenere, mandò a richie-
dere il comune di Firenze per li patti della pace,
che non lasciassono al conte seguitare 1* impresa. U
conte venne a Firenze, e mostrò al comune cosm
Marco era stato movitore della guerra, e più che bob
avea voluto approvare né ratificare per carta alU
pace secondo i patti. Ma nondimeno il comune £
Firenze, per non potere essere calunniato a diritto
0 a torto d* avere lasciato a* suoi aderenti rompere
la pace, diliberò, cbe *l conte si dovesse partire dal-
l' assedio. Il conte non ostante l' ingiuria ricevuta, e
la spesa fatta, e la ferma speranza d' avere il castello,
per ubbidire al comune di Firenze lasciò rimpreaa,
e a di 18 d'aprile del detto anno si tornò in Ca-
sentino.
CAPITOLO XXIL
Come il contidno da Ghiaggiuolo racquisiò
GfUaggiuolo.
Di questo mese di maggio 1356 il contioiBO
da Ghiaggiuolo con alcuna gente del legalo cavalcò
' Macchine militaH da Uochu* auèì e grosso saettante
d'ogni maniera.
DI MATTEO VILLAML
193
BtUe terre che il capitano di Forlì gli aTea tolte; e
alando nella contrada molto baldanzoso, fece correre '
voce che Porli s^era rendalo al legato, » che il ca-
pitano era preso. E per mostrare la cosa beo certa,
si fece venire nn frate con lettere che contavano le
novelle molto verisimili, e recò V ulivo palese, e fn
ricevuto con grande festa. B incontanente si strinse a
Ghiaggiaolo, e fece vedere le lettere al castellano ;
e poi disse, che se incontanente non li rendesse il
castello, che Ini e^ compagni farebbe morire sansa
ninna misericordia. La cosa avea sembianza di verità ;
e il castellano^ di poco intendimento, e panroso e
vile \ e però gli rendo il castello, eh* era forte e bene
fornito, e andossene colla sua compagnia a salva-
mento con vergogna, e non sema infamia di tra-
dimento.
CAPITOLO xxra.
Carne i VisconH aitedianmo Patio,
Avendo nel principio di questo libro narrato
il sospetto preso, e la discordia tra' signori di Mi-
lano e il marchese di Monferrato e quelli da Bec-
cheria di Pavia, e accresciuta la mala voglia per le
rubellioni fatte in Piemonte, messer Bernabò e mes-
ser Galeazzo Visconti volendosi vendicare sopra i
loro parenti e proasimani vicini*, con grande molti-
tudine di cavalieri e di popolo, del mese di maggio
del detto anno, valicarono il Tesino, e strinsonsi
alla città di Pavia, e vi poson Tassedio d'ogni parte,
con intendimento di non levare V oste se prima non
avessono la città al loro comandamento ; e cosi si
credette per tutta Italia, perocché la città è presso
a Mflano a venti miglia di piano, e la potenza de'
tiranni era sopra modo grande a quella impresa. Ma
perocchò non procede dalla volontà umana la potenza
divina, le cose succedono spesso ad altro fine die gli
nomini non divisano ; e cosi avvenne di queat* asse-
dio, come seguendo nostro trattato dimostreremo.
CAPITOLO XXIV.
Come il re di Francia preie il re di Natarra.
Avendo racconto addietro come il re Giovanni
di Francia avea rondato pace al re di Navarra, e
perdonatagli la morte del conestabile e agli altri
baroni eh' erano stati con lui, e come accomandato
gli avea il Delfino suo figliuolo, seguitò che in
questo tempo, essendo loro commesso dal re la
provvisione della guardia di Guascogna, insieme ca-
yalcavano la provincia, provvedendo a quello ch'era
di bisogno alla difesa del paese, e ancora andava-
no prendendo loro diporto ; ed essendo nella città
di Ruen, il re di Francia il senti, e mossesi da Pa-
rigi quasi sconosciuto con poca compagnia, e ca-
yalcò ad Orliens, e là tenne a battesimo un fan-
ciollo nato di quelli d'Artese, e parente stretto del
eonestabik di Prenda ohe fu morto, a cm il re,
secondo il volgo, avea portato disordinato aBM>re.
Avvenne, o che la ararte del suo diletto amico per
lo fandullo parente li riveniase nella mente, o che
altra cagione il moveaae al presente fatto, ninna
certezza se ne potè avere; ma di subito armato a
modo di cavaliere, con sessanta cavalieri armati di
sua famiglia cavalcò a Buon; e giunto senza arre-
sto alla dttà, mandò un cavaliere innanzi a so, il
quale diceaae in ìsegreto al Delfino suo figliuolo, che
di cosa ch'avvenisse non prendesse tnrbazione né
paura ; e seguendo il re co' suoi cavalieri armati
entrò nel palagio ov' era il re di Navarra e il Del-
fino e il conte di Ricorti con quattro cavalieri
bandereai^ di Normandia, e aveano a desinare con
loro altri baroni e cavalieri del paese. Ed essendo
giunto innanzi il cavaliere, e appena compiuto di
favellare al Delfino, il re di Francia armato colla
barbuta in testa e co' suoi cavalieri fu in sulla aala ;
e trovandoli alla mensa, comandò che alcuno non
si movesse: e avviatosi verso il re di Navarra, il
chiamò traditore della corona, e andógU addosso
con uno stocco ignudo per uodderlo di sue mani.
Ripreso e ritenuto da' snoi, dicendo che a re non
si convenia tanto fallo, il fece prendere e imprigio-
oare ; e detto fu che alquanto il punse dello stocco :
e fece pigliare il conte di Ricorti, e i quattro ca-
valieri normandi, chiamandoli traditori, i quali si scu-
savano dicendo eh' erano diritti e leali ; ma il re,
moaso da furiosa tempesta d' animo, giurò di non
mangiare, prima che di loro avesse fatto, secondo la
sua intenzione, piena giustizia.
CAPITOLO XXV.
Come il re di Francia fece decapitare il sire
di Ricorli e altri quattro cavalieri nomumdL
Avendo preso il re di Navarra, di presente il
mandò a incarcerare a un forte castdio che si chia-
ma Castel Gagliardo ; e in qudlo stante il re di
Francia fece mettere in su una carretta il sire di
Ricorti e i quattro cavalieri normandi per farli de-
capitare innanzi che volesse desinare. E quelli della
dttà, per la subita tempesta' del re vedendo tanta
novità, e non aapendo che vi fosse la persona del
re di Frauda, traevano in piazza per aiutare i ba-
roni presi. U re conoscendo il perìcolo del popolo
commosso, u trasse la barbuta di testa e fecesi
conoscere ; e sparta la voce che ivi era la persona
del re loro signore, cetano stette cheto. Allora il
re, per mostrare al popolo e agli altrì maggiori
che v'erano, che '1 sqo furioso movimento a taoto
fatto non era senza gran cagione, »i trasse dal lato
un brìeve con molti suggelli, nel quale si conte-
nea, come il re di Navarra col sire di Ricorti, e con
quattro cavalieri normandi, e con altrì che in quello
n nominavano, aveano trattato col re d'Inghilterra
' Andiam col T. Bicd. La citata dice: e U cattéUano
era di poco intendimento; ma la aliasi de! nostro Testo è,
quanto mai si può dire, bella ed efficace. Esempi classici,
ne' quali A elida Vaeere dopo l'aoers, ne abbiamo a barelle.
* a qoelli oh'eran loro più vicini.
Vo^LAia M., Oromea. Vol. U.
* Così diiamavansi I cavalieri fregiati di quella banda
che altre volte era segno di cavallerìa.
* ira, fbrora.
18
196
CRONICA
CAPITOLO XXXIY.
Ci»M messer FiUj^ éi Nacarra #• rubeilò
ai re éi Fronda.
Appreifo alla delta rabellione, aentoodo mes-
ser Filippo di Nafarra, firalello del re, ooaiie il re
Giovanni in persona sconciamente area a Rnen vola-
lo ooeidere il re di Na? arra suo firatello, e appresso
r area fillanamenie imprigionato, e come avea mor-
to il conte di Rieorti, disperandosi della salnte del
fratello e della sna, incontanente mbellò tutte le
terre di NaTarra al re di Francia; e cafalcando per
tutte le terre accogliendo a parlamento gli uomini
del reame, si dolca del grande tradimento fatto per
lo re di Frauda al loro signore ; e inanimandoli con-
tro al re di Francia, gli confortò alla difesa del pae-
se, e ordinò e forni tutte le buone ville: e fatto
questo, colla sua persona si mise nel forte e nobi-
le castello posto in sulla manna, cbe si chiama . . . ,
e ivi si fortificò, per poter dare T entrata in Navarra
agringhilesi e a cui volesse, senza poter essere
impedito. B messovi buona e confidente^ guar<tia,
si parti del reame e andossene al re d* Inghilterra,
e fece lega e compagnia con lui. B poi seguitò col-
r aiuto e in compagnia degl'Inghilesi a fare grande
.guerra al re di Francia, come seguendo nostra
materìa si potrà trovare.
CARTOLO XXXV.
Come il popolo di Pania prese le batiUe^
e liberossi dalV assedio.
Essendo con tre grandi e forti bastite assediata
la città di Pavia da* signori di Milano, confidandosi
nelle grandi fortezze, ne trassono de' cavalieri e
de* masnadieri per sovvenire all'altre loro imprese;
e avvedendosene quelli da Beccheria che governavano
la città, procacciarono d'avere segretamente aiuto
dal marchese di Monferrato. Bra in quella stagione
in Pavia un frate Iacopo Bossolaro de' Remitani, in
cui gli uomini e le donne di Pavia aveano grande
divozione: oostui colle sue prediche uvea confor-
tato molto il popolo alla sua franchigia* contro alla
potente tirannia di quelli di Milano; e avendo avu-
ta gente dal marchese^ la quale v' era entrata di not-
te chetamente, essendosi provveduti della bastita
eh' era loro più di presso, che rìspondea a quella
di là dal Tesino, dato il di ordine a' cavalieri e al
popolo, e apparecchiate scale e argomenti di legna-
me da entrare nella bastita, per modo che i loro
nemici non n' ebbono alcuno sentimento, e dato
l'ordine dell' assalto a' caporali, sicché cetano sapea
dò che s'aveva a fare, e da qua! parte avea a for-
nire la sua battaglia, s' andarono la sera a posare :
e nella mezza notte s' armarono e guemirono d'ogni
cosa; e poi, come ordinato era, in su T aurora, a
di 28 di maggio del detto anno, uscirono delia
' fidata, ohe merita confidenza.
^ a francarsi^ a rendersi libero.
dttà, e fl buono Irato laeopo Bessehio eoa Ino.
Cominciarono T assalto d'ogni parte alla Mili; «
fedonlo si contamente \ che li * sprovvedati daitro
del subito usalto perderono ogni beondia di coi-
siglio e d'ainto alla loro difésa; e'eanlitfi todMtài
che dentro v'erano, vodendosi d* ogni puta Mili-
ti, non obbono enore alla difesa, e stavano mirili
a vedere come se foseono eonsensiettti, e oè bm
era vero: ma, per loro natvn, rmdlaBi'noa mbm
combattere né resistere, coaae in aparte tutfs, E
però quelli di Pavia con poca reaistansa aabanao
nella bastita, e presosla, Caceado grande acMiaiB
de* loro nemiei, e la nuggiore parte ne pniaaa;
gli altri che poterono fuggirò non furono pvMgn-
tati, e camparono. Presa la priou bastita, à p-
sente si diriasarono al ponte, e presonlo, e feèma
neU*altm bastita di là dal Tesào. I cspitaai di siìBì.
impauriti della sconfitta de* loro eompagai a idh
perdita della forte bastita, non ebbono suora di mi-
tersi alla difesa, ma alla fuga, dii meglio il Nff«
fare, ma non sì che assn non ne rtmaaasiOBt affli
e presi. B vinta, e messo fuoco alla seoeada hatì^
ai dirìisarono aUa iena eh* ora dall^ altra parte édb
dttà e quella vinsono per siaaif liante bmkIo. B, coae
saviamente per loro era ordinato, adoanle ia^Un
fanti a pia fomiU di seghe e d* nitrì aigoMali k
tagliare e da avegliere paliisati e rompen oM
ffarono mandati per acqua ni naidio di Pìm»
eh* era ramato in Po, e alfsanti cavatterì fff Mn
in loro alato, i quali valoroeaaaente ladanadnr-
vigio : e per fona presoao il BaviMo, e ammi ^
maggiore parte, e alquanto oo litennonoi a ^
che v'erano alla guardia bo aaandaroao isnl^
B cori maraviglioaamente, oome a Dio inac^aa, fd-
la franca gente usediata lungamente daUa fnap^
tenza de' aignorì di Milano, in ano di ae ai iì^
vittoriosamente, dando abbansanaenlo aDa iap«^
potenza de' grandi tirannia
CAPITOLO XXXVI.
// moeìniefilo del re d" Ungheria per etssém
Tre9igù
Sopravvenendo nuova guerra a raecoatan "'
nostra materia, cosi oomincinnao. Avendo iod»^
re d' Ungheria per lungo teaapo aaolte vette ik^
a' Veneziani la dttà di Giara e 1* altre taire,
del suo regno teneano ocellato in ScUafa*^
non trovando modo con loro di riaverle eoa
di qaesto mese di aaaggio del detto anno ei
dalla dttà di Buda in peraoMi oo» trenta
e mised a cammino dirizzandoai in Sohiavoaii
' coBÌ bellamente, acconciamente, prowedatiiDeDM
8Ì bello e sicuro conaiglio. Anche nel lib. X, 59,^
mo: M, Màlate$ta Umghero mio nipoU, «^ptteao^JJ
gna, U rieeviUe la notti «I coniommi$, tk» i i^^
lo »enHroniO.
« U T. Ricci : eh' éUi.
' Ricadde però Pavia ben presto (nell'anno 1^
mano di Galeasio Maria Viieontiy che a coa»^^
trarca vi fondò la Biblioteca pubblica e rUniTffS^
DI MATTEO VULANL
197
dttl di Sagibriti eh* è in DaLnaita, e iimanu ohe
qiiÌTÌ foste gimito fi trovò coi dnqaeceBto catalie-
rì. B giunto in Sagabria, in pochi dì yi vennono
lotti i baroni del reame e del ano diatretto, e catn-
no colla gente d* arme del debito serrigio, la qnale
era tentai che non la comportava il paeae : per la
qnal eoa a fìi eoatretto il re di parlare a nno a ano,
e dir loro la gente eh' e' volea in quel servigio, e
tutti gli altri fece rimandare addietro in Ungheria.
A Sagabria vennono a lai ambasoiadorì del comune
di Yinegia i qnali addomandavano la eoa pace, of-
ferendoli danari quanti più potessono, per rimanere
in concordia con Ini. Il re riapose che non cercava
i loro danari^ perocché n* avea assai ; n» a* eglino
avf ano in mandato dal loro comune di renderli le
sue terre, per questo poteano avere la sua con-
cordia e la aua pace. Gli ambaadadori risposono,
che ciò non aveano in • commissione. Il re disse,
che per altro non si travagliaaa ono : onde gli am-
basciadorì ai tornarono addietro al loro comune. Il
re atando in Sagabria ordinò di fare la sua guerra,
come appresso la diviseremo. La voce che usciva
ai spandea per diversi luoghi; ipiù credeano che
a Giara ai facesse la gran pugna ^, come altra volta
era fatta ; altri nell* latria, altri a Trevigi ; e 1 certo
non si potea sapere : e per questo i Venesiani avea-
no più a pensare, e maggiore spesa a provvedere alle
loro terre in diverse parti : e incontanente, non cu-
rando la spesa, dando grandi e diaordinati aoldi,
fornirono Giara, e V altre terre di Sohiavonia e del-
r Istria, e prowidono e fornirono la città di Trevigi di
gente d*arme a cavallo e a pie con grande spesa.
CAPITOLO XXXVU.
Come per V avvenimento del re d^ Ungheria
si temette in Italia.
Mentendosi per tutta Italia, che il re d' Un-
gheria con grande moltitodine d'Ungherì e d* altri
auoi sudditi infedeli s* apparecchiava per passare
aopra i Venesiani, aggiugnendoai alla novella, «he
r imperadore e M duca d* Oaterio tenea mano con
lui, e che 1* imperadore dovea creare re in Lom-
bardia e re in Toscana, non sensa aospetto atettono
tutti i tiranni d* Italia, e ancora i popoli di ca-
tana parte sospesi, e massimamente i tiranni di
Lombardia. B per questa cagione a* accoatarono a
parlamento insieme, e ordinarono loro leghe, e
di concordir li mandarono ambasdadorì per sapere
la aua intenzione de* Cittì loro; e avuta da lui ami-
chevole Haposta, calano rimaae senxa paura della
aua impresa, aalvo il comune di Vinegia, contro a
cui egli manifestamente a' apparecchiava.
CAPITOLO xxxvni.
Come h cavalleria del re Luigi sconfissono i nemici^
e fwrono vinti.
Di questo mese di maggio, essendo il conte Pa-
ladino in ribellione del re Laigi, e avendo con seco
due grandi conestabili con cinquecento barbute, che
egli avea tratte dalla compagnia contro alla volontà
del conte di Landò, come addietro abbiamo narrato,
e avendone measi quattrocento in sua terra di Pu-
glia che guerreggiavano il paese, il re, avendo con-
cordia col conte di Laudo, mandò in Puglia otto-
cento cavalieri per ristringere quelli del conte nella
terra, e poi coli' aiuto de* paesani assediarlivi den-
tro. Ma gli avvisati * Tedeschi non si vollono rinchiu-
dere tra le mura, e partire non si sarebbono potu-
ti senxa loro gran danno e vergogna. E però, come
uomini di grande ardire, uscirono della terra; e sen-
tendo nel paese la gente del re, vennono loro in-
contro, e nusonsi in aguato; e appressatasi la caval-
lerìa del re per modo che quelli dell* agnato non
n poteano coprire, ai schierarono e ordinarono a
battaglia, e mandarono a rìchiedere i cavalieri del re
di battaglia, eh' erano ivi cinquecento cavalieri bene
aruMli, e montati tutti in buoni cavalli; i quali sen-
tendo la rìchiesta, e avendoli in dispregio, senza
fere altra rìsposta, accoltisi insieme^ e dato il nome^,
s* addirìisarono contro a* nemici, e percossongli per
tale virtù, che al primo assalto gli ruppono e sba-
rattarono ; e cacciandoli per avere in preda, si comin-
darotto a adogliere della loro maasa con mala^ prov-
vedensa, e chi cacdarono qua e chi là. L*ano dei
due coneatabili con pochi de^ suoi si ridusse in al-
cuno vantaggio di terreno^ e fece testa ; e degli al-
tri che fuggivano, vedendo ferma quella bandiera,
per loro acampo si rìduceano ad essa, e iogrossa-
vano la sua forza. La gente del re vittoriosa, aven-
do morti e pren de* loro nemici, vedendo che al-
quanti aveano fatto teata aolto quella bandiera, s*ad-
dirìzzarono a loro con più baldanza, che buon or-
dine. Il conestabile, avvisato di guerra^, conoscen-
do la sciocca venuta de* suoi avversari, confortò i
suoi di ben fare; e stretto co* suoi pochi sì percos-
se tra gli assai male ordinati, e ruppegli più per
maestria di guerra, che per forza eh* egli avesse : e
coloro eh* erano vincitori, per la stolta baldanzosa
lotta'' rimasene vinti in questa parte; e il conesta-
bile, per lo savio accorgimento e buona condotta,
essendo^ prima vinto e fuggito da campo, rimase
vindtore ; e tanti e' prese^ de* suoi avversari, quan-
ti i auoi cavalieri ne poterono menare prigioni,
tra' quali furono certi baroni e alcuni cavalieri di
Napoli e altri Toacani, lutti ricchi prigioni ; e aea-
za arreato, quanto i cavalli di buono andare li pote-
rono menare ai partirono, e condussonli, senza cer-
care più altra fortuna in sul campo, a aalvamento. E
* Qui 6 altroye il T. Rieei legge pim^o.
I iBtnti, scaltrì.
' raocoUiBl, tsaembratiBi, atrettìal insieme.
' e datoli il segno o motto che si uba negli eserciti per
riconoscersi e cominoisre la battaglia ecc.
* tanta e non mala^ legge il T. Ricci Noi andiam colla
citata.
' si ridusse in terreno rantaggioso; si Ttmie a piantare
in loogo Cvrorevole.
* perito, avredato nell'arte militare.
^ traHa^ legge la stampa citata.
* imdo^ legge la citata, e subito appresso dd campo e
non da eampo»
' • tonti prMtf, legge il T. Ricci.
198
(BIONICA
nondimono della loro compagnia ne rimasoiio morti
aasai, e più presi che quelli eh* e' ne menarono in
baona quantità, ma de* loro pooo ii curarono : di
quelli ch^aveano presi eglino ebbono danari assai,
e per mala condotta la bella TÌttoria condussono a
vergognoso fine.
CAPITOLO xxxnc.
tradàgume.
Quello che seguita non è oosa che meriti me-
moria, se non per dimostrare con esempio del fatto
la matta follia degli Oltramontani II conte di Landò
era lungamente stato colla sua compagnia a nimica-
re con operazioni latrocine e infedeli il Regno, e con
lui i sopraddetti due conestabili alamanni. Avrenne,
che fatta la sopraddetta battaglia, il conta di Landò
appellò di tradimento i detti due conestalMli, dicen-
do che contro al loro sara^ento a' erano partiti
della compagaia. B' conestabili dall'altra parte appel-
layano lui per traditore, dicendo, che contro al suo
saramento avea rotti loro i patti ^ L^antica pania oltra-
montana per r usanza del loro appello li recò in giu-
dicio, e commisonsi nel re Luigi ; e appresentandosi
r una parie e V altra in giudizio nella sua corte, non
senza giusto pericolo delle loro persone , essendo
prencìpi di manifesti ladroni senza alcuna fede, non-
dimeno il re guardò alla liberalità eh* e* nemici eb-
bono confidandosi alla sua persona, e fedelmente
commise a disputare la loro questione, facendo loro
assessore il suo gran siniscalco, e d^ogni parte per
lungo piato furono i san ad allegare. Ma in fioe, o
ragione o torto che si fosse, il re, avuta la relazio-
ne dal suo consiglio, liberò il conte, e i due co-
nestabili condannò per traditori, e ritenneli per pri-
gioni alla volontà del conte. B per questo modo for-
se fece in parte la sua vendetta per la capitosa *
follia tedesca.
CAPITOLO XL
Come % Stmen per paura ricorsone a* FiorenHni,
Avvedutosi alquanto fl comune di Siena, che
r essere strano dal comune di Firenze gli potea tor-
nare a pericoloso danno, e massimamente sentendosi
male fomiti, e che la compagnia del regno era già in
Abruzzi per valicare nella Marca e appresso in To-
scana, elesse de* suoi maggiori cittadini grandi e
popolani, e accompagnati da molta famìglia, pom-
posamente alla loro maniera, a di 16 di giugno del
detto anno vennero a Firenze. B fatti adunque i col-
legi e gli altri buoni' cittadini di Firenze, con pa-
role di grande reverenza cominciarono loro sermo-
ne, chiamando padri del loro comune 0 popolo e '1
comune di Firenze, e come figliuoli al padre a loro
si raccomandavano, offerendo il loro comune apparec-
chiato di non partirsi dal reverente consiglio e ub-
bidienza del comune di Firenze^ e di pigliare la
loro tagMa, e di faro qnanto il dello eomuie votot-
se Gosaan^ffe in questo^ e ndl*ritre cose. I gover-
natori della nostra città, non guardando alti soon-
venevoli falli per addietro commessi pe*8aneei con-
tro al nostro oomnne, li ricevettono gramoanmente
in compagnia e in lega, e proantono, dov* agline
volessono Msere uniti e in fedo al nostro eomune,
d* aiutarli e difonderli come cari firatelli aandMvol-
mente.
Capitolo xll
Come r oste si levò da Borgoforfe.
Tornando a nostro conio aU*asfedio di Borgo-
forte in sul Mantovano^ il quale i signori di Milano
molto si sfonarono per acquistare, e*ruppoBae svél-
sono i grandi paliazali che t* erano per difaan del
camello, e per molle battaglie e gravi asiallt tenta-
rono d* averlo ; e sarebbe venuto fallo, se bob foue
il grande e buono aiuto eh* ebbono da MaalOTa e da
Reggio, e per questo si difasono frwcaaieBto. Ve-
dendo i capitani dell' oste che a quella |nigm si per-
dea il tempo senza fruito, e sapendo che Ref^o per
soccorrere Borgoforle era afomito d^a genie d* ar-
me, si levarono subito, e cavalcarono a Reggio ; e
trovaado la città sprovveduta del loro subìlo avve-
nimento, di poco faùl che non entrarono nella lem;
ma quella poca gente che v*era si mise frnneaaMU-
le a guardare le mura e le porle; per la quel oosa
r oste corse danneggiando H contado, e appresso vi
Sì misono ad usedio, e sleflonvi pift ^ ; ed ebbo-
no noveDe, come genie del marchese di Moeferrrta
s*era ingrossata a Pavia; per la qual cosa leaMndo
i signori di ricevere vergogna in sul Ifilnnese, fe-
ciono partire Toate da Reggio, e all'uscita di laglio
del detto anno con poco onore si tornarono n Klano.
capitolo XLH.
Frmc^ delia guerra dà* FiammmgH
a* Brabaoìtom.
Sopravvenendo In questi di aKa iioatm tele-
ria grande e non pensala guerra, e volendone di-
mostrare fa cagione, ci conviene alquanlo loranre
addietro nostra materia. Certa cosa fa, che per »-
lioo la v31a e gli uomini di Mellina in Bmbale e-
rano della chiesa cattedrale di Legge; mn eanemdo
nella provincia di Brabante e tra^Barbànoni, «^no
usali di fare lega col duca di Brabante per eesere
più sicuri e più rìguardNti, e per antica costagan *
con ogni novello duca di Brabante facevano rsenfa
lega e compagnia; e ne* patti tra loro era che^ de-
ca li dovea difendere e aiutare in tutte le loro bri-
ghe ; e la comune di Mellina dovea servire fl deca
in lotte le loro guerre, essendo i primi che tcw-
sono al aervigio e gli ultimi che si partissoBO. Av-
venne che un duca di Brabante ebbe gaerra col
" Andiam colU cit D T. Ricci : apca rotU i loro polii.
tettcrecda, toftardA, oetiniUa.
' MI queHOf l^^no altre buone stampe.
* eostninàiiza. La costuma chiamavan gli anfichl
che noi modo.
DI MATUO VULAML
199
Tei 60Y0 di Leggìi e foca oste sopra le sue terre,
nella %oale due di MeUina furono in arme contro
al loro signore; per la qoal cosa, finita la guerra, il
tescoTO andò a corto di Roma a Avignone a pa-
pa Benedetto sesto, e tanto procacciò, eh' egli eb-
be di licensa dal papa, sotto la sua bolla, eh' ei po-
tesse Tendere Mellina, e convertire i danari in altre
possessioni a nUlità della chiesa di Legge. Il qoale
di presente si mise in cerca, e venne a concordia
segretamente col conte di Fiandra per dogento mi-
gliaia di reali d*oro ; e trovato a ciò il sussidio de'
Flamnungbi, pagò il vescovo innanzi eh' avesse la
possemione della città, pensando, ma non saviamente,
non avere contrasto. Ma incontanente che quelli di
MeUina sentirono il fatto, andando il conte per la
tenuta serrarono le porte, e presono 1' arme alla di-
fesa e non lo vi lasciarono entrare, e misonsi a
procacciare di lare ritrattare la vendita ; e non po-
tendolo fare, ricorsone al duca di Brabante, richieg-
gendolo per li patti della lega e compagnia eh' a-
▼eano con lui, che li dovesse aiutare e difendere :
ed egli U fece, e fecole volentieri, parendoli che la
villa dovesse essere sua, ma non l' avea voluta com-
perare. Per questa ingiuria il conte richiese il re di
Francia, il quale avendo concepulo odio' coniro al
duca di Brabante per li fatti del re d' Inghilterra,
]»ese ad aiutare il conte di Fiandra. E allora fu fatto
grande sonunovimento di Tedeschi e di Franceschi
oentro si duca di Brabante, e il conte di Fiandra
eo' suoi Fiamminghi, per modo che il duca fu reca-
to a grave e pericoloso partito di perdere tutta la
duchea ; e fotte li venia, se non fosse che il conte
di Bari con tutta sua forza il francò a quella volta,
come trovare si può nella Cronica di Giovanni Vil-
lani nostro antecessore. Per questo sdegno preso
per lo duca contro al re di Francia incontanente si
xoUegò col re d' Inghilterra contro al re di Francia,
onde grande male ne seguitò a' FraneeschL Poi mor-
to il duca predetto nella generale mortalità, lasdò
quattro figliuole femmine: che la maggiore fu mo-
glie di messer . . . . , fratello uterino di Carlo di Boe-
mia, eletto re de*Romani \ la seconda fu moglie del conte
di Fiandra ; la terza, del duca di Giulieri ; la quarta, del
duca di Ghelleri. E non essendovi roda maschio, il
ceste domaadò di volere parte della duchea di Bra-
bante per la legittima della moglie; e non poten-
dola avere, perchò si tenne che all' anzianità rima-
nesse la successione del ducato, mosse di rivolere
Mellina, come sua propria terra comperala dal ve-
scovo di Legge, come di sopra ò detto, ed essen-
doli dal nuovo duca dinegata, ne seguirono in bre-
ve tempo gran cose, come appresso racconteremo.
CAPITOLO XLni.
Come il conte di Fiandra andò su quello
di Brabante.
Di questo SMse di giugno 1356 il conte di
Fiandra avendo raddomandato al cognato duca di
' OMiMfo concéputo contro al duca ecc. legge il T. Rieei,
e forse con bella novità da infiorarne il Voc«bolario.
Brabante la villa di Mellina che di ragione era sua,
e non volendogliela rendere, fece bandire per tutta
la contea di Fiandra il torto che il duca di Bra-
bante e' Brabanzoni faceano loro, e che catone s*ap-
pareochiaue d' arme per seguitare la sua persona
contro a' Brabanzoni in Brabante; e in pochi di eb-
be, con apparecchiamento fatto di molta vittuaglia
e di gran carreaggio, centocinquanta migliaia d' uo-
mini armati, quasi tutti a modo di cavalieri, e con
essi ebbe di suo sforzo e di sua amistà seimila ca-
valieri; e con questo grande esercito, e coU'anlmo
acceso di tutti per l' ingiuria dei Brabanzoni, usci-
rono di Fiandra, ed entrarono in Brabante per com-
battersi co* Brabanzoni.
CAPITOLO XLIV.
Come si fece accordo sul campo da* Fiamminghi
a' Brabanfboni.
Il duca di Brabante, eh* era Alamanno, accolse
dall' imperadore e da altri baroni d' Alamagna molti
cavalieri, e apparecchiò in arme I Brabanzoni a pie
e a cavallo per comune; e sentendosi venire ad-
dosso il conte di Fiandra co' Fiamminghi, si fece
loro incontro con diecimila cavalieri, e con cento-
dieci migliaia di Brabanzoni a pie bene armati. Ed
essendo accampati l' uno presso aQ' altro, e cercando
di combattere insieme più per altiera miccianza' che
per guerra che tra* cognati fosse, alquanti baroni di
catuna parte si mossone per trattare tra l' una par-
te e T altra l'accordo, acciocché a si grande e pe-
ricolosa battaglia non si mettessono ; e infine ven-
nero a questa concordia : che catuno eleggesse
quattro buoni uomini di sua parte e nomini d' au-
torità ; e fatta la lezione, fu loro commesso di con-
cordia delle parti che dovessono vedere le ragioni
che '1 conte di Fiandra avea sopra fo villa di Melli-
na e quelle del duca di Brabante; e veduta la verità
del fatto, incontanente obbligati per loro saramento,
ricevuto solennemente in presenza di molti baroni,
che levato via ogni cavillazione o non vere ragioni,
e' giudicherebbono a cui la villa di Mellina dovesse
rimanere per loro sentenza. I baroni e' popoli pro-
misono stare e osservare quello per loro fosse giu-
dicato, e gli arbitri giurarono ancora in fra M ter-
mine loro assegnato avere terminata e renduta la
loro sentenza. E presa fo detta concordia tra le parti,
catuno dolcemente, sena* altro movimento o segno
d' alcuna arroganza,, mansuetamente si ritornarono i
Fiamminghi in Fiandra, e' Brabanzoni in * Brabante,
catuno alle sue ville, del mese di giugno del detto
anno. Lasceremo ora le novità di Fiandra e di Bra-
bante tanto che tomi al tempo ove fu abbattuta la
superbia del Tedesco e fo baldanza de' Brabanzoni,
e torneremo alle italiane novità che prima ci oc-
corrono a divisare.
' meseianza, voce antioa e francese, a cui per altro qni
non risponde la interpretazione del Vocabolario avvertita^
diiovvcntura. V. anche a pag. 159, col. I, n. 1 del vola-
rne I.
200
CBOniCA
CAPITOLO XLV.
dnne la ciiià iT AscoH s*arrendè ai legato,
n Talento cardinale legato del papa, avendo
duemila barboto a aoldo della Chief a, olire ai molti
crociati eh* avea In Romagna, avendo inteso come
la compagnia ch'usciva del Regno volea passare d*A-
bmszi nella Marca d* Ancona inverso la città d* A-
scoK, s' ingrossò di gente d^ arme a pie e a ca-
vallo in quelle contrade. Gli Ascolani temendosi della
compagnia, perchè non erano ancora in accordo col
legato, si disposono di rendersi a Care la volontà
del legato. U cardinale fn loro benigno e mansneto,
facendo assai di quello eh* e^ voleano, e del mese di
giugno del detto anno ricevettono la signoria del le-
gato, e la sua cavalleria nella città, a ubbidienza di
Santa Chiesa. E in questi medesimi giorni prese il
legato accordo col signore di Fabriano, eh* era stato
ribello a Santa Chiesa per animo tirannesco e ghibel-
lino ; e col vescovo di Fnligno, che tonea la terra per
lo detto modo, ogni cosa dissimulava oon molta prov-
visione, secondo ehe M tompo glie la richiedea.
CAPITOLO XLVI.
Cotne il legato procacciò tenere il Tronto
alla compagnia.
Avuto che il legato ebbe la dita d'Ascoli a*
suoi comandamenti, sentendo la compagnia del con-
to di Laudo in Abruzsi a* confini della Marca, e ehe
i danari, che 1 re Luigi dovea dare loro perch* elK
usdssono del Reguo, veniano, tomendo che, valicato
che avesse il Tronto, e' non si stendesse in troppo
danno de' suoi Marchigiani, con grande animo rau-
nò al Tronto, gran parto della sua cavallerìa e il po-
polo del paese, e fece fare in sulla riva del Tronto
fossi di grande lungheua, e fortìflcare con slecca-
li, e faceva continovo di dì e di netto guardare i
passi, acciocché ki compagnia non enlnm sopra
le sue torre ; e nondimeno tonea col conto capitano
della compagnia trattato d'accordarsi eon lui a suo
Tsntoggio.
CAPITOLO XLVn.
Come i Pisani ruppono la franchigia a* Fiorentini.
Awegnadiè già per noi addietro sia narrato,
come la non domato astosia de' Pisani avea fatto
fare a' Fiorentini mbellare Sovrana e Coriglia, e quel-
le faceano guardare e fare guerra a* loro soldati, i
quali diceano essere loro sbanditi, rompendo per
indiretto modo la pace a' Fiorentini, e il comune di
Firense dissimulando l'ingiuria per non tarbare il
tranquillo della pace, ed eglino mulUpIicando in su-
perbia*, confidandosi che per cagione del loro porto
i Fiorentini portassono ogni soms, avendo rivolto lo
stoto e il reggimento della città come addietro è
contoto, volendo manifestomente rompere i patti della
pace ai Fiorentini, e mostrare che dò non fosse, or-
dinarono, che per cagione che la meroatansia venisse
e stosse sieun nel porto e in quel mare, pngaaae 4m
danari per lira di eiò ohe k merealaima valesie, «Ha
slima de' loro ufleiali ordinali iopn dò. B sapoid»
che per i patti ddla pace i FiorÒMini doveano omo-
re liberì e franchi deUe loro mereatanne, e persona
e cose nella loro dllà, e porto e distretto, non gKono
fedone esenti ; ma i priaù a cui staggirono^ e arre-'
storono la merealanua per la delta gabella, teoao i
FiorenlinL II oomune di Firenie sentondo la novità
eh' e' Pisau faceano di tórre, contro a' patti della
pace, la firancliigia a' suoi dlladini, vi mandò aolenni
ambasdadorì, rioUeggeado e pregando quello cotti-
ne che non dovesse tórre la fìrancbigia debito per
gli ordini delta pace a' snot dltadtiL La risposta Al,
eh' elli erano sotto il governo del loro stgnere sMa-
sor r imperadore, e questo era sua fhllara, parvo-
lere ohe 1 porto e 1 mare stesse guardato • aìcvo.
B non poleadou trarre altro da loro, il ooi
mandò all' imperadore in Boosna a
ordine era, e se volea eh' e' Pisani sotto l' iaspetiato
titolo rompeasono loro la pace, togliendo la franehi-
già a' suoi dltadinL L* imperadore udite la novella,
gU dispiacque; e inconteneato riscrìsao al noalro oo-
mune, che dò non era fatto di suo voterò nò
sentimento, e che te sua votentà era eh' e'
Humtonessero a' Fiorentini te loro fraaeliigte e bn^
leale pace; e così riaerisse al eomaaediPisapersttB
lettere, bm poco il enrarono, e però poeo vateo. B
avute la risposta dall' imperadore, più perlinaeasaanto
teanono feraro qudlo oh'aveaao iaeomindato; ene-
umìk fu a' mercatanti fiorentini, a cai era ataggita
la loro mercatentte, di pagare il desio, e rompere te
franchigia, se rivoUono la loro arareatenua. Qvcsto
fu il primo oonuneiameato del aMse di giugno pre-
detto^: come te cose montarono-poi a grande adegio,
e poi a iadtasioae di grave turhaiione di gnem,
appresso ne' tempi come m potrà Irovve , e maaa^
nMBsente nd eomindamento dell' undedmo libro della
nostra eompilauoae.
CAPITOLO XLVm.
Come i Fiorentini deliberarono partirei da Fisa
e ire a Tàlamone.
non
Vedendo i Fiorentini te pertmaete é»* Pisa» in
volersi rimuovere dall' impresa, ooBoaoendo
I
sggrftTtroDO, ieqxiflstnirono.
lerandosi, crescendo in sempre maggior iuperbla.
' Nell'anno 1856. I Pisani ruppero la franchigia a'FSo-
reotinl per te loro dtlà non poro, ma e per il Porto. Cade
i Fiorentini, latto trattato di eomnieroio oo' Sanasi, ei dte-
dero a neare del Porto di Telamone per lo spaccio deQe
lor merci. Pisani e Qenoveei, armate parecchie galere nei
1867, ToUer ehindere qneUa nnova via as^i avrertari, ma
tornò vana te prova. Ed anche allorehà Pisa pentita ri-
mise i* antica franchigia in ùivor de' Fiorentini, questi pur
s'ostinarono a non voUer smettere la vte al Porto di Tela-
mone, tuttoché Innga e dispendiosissima. A nnlla valse loro
lo stesso esempio disperato di Siena, ohe «vendo già-prisaa
volato far di quel luogo un empm^ dovettero tetorrom-
pere V impresa, atteeo l'aria mJnidiale, Onde Dante oorì ne
scrìsse nel Pìm^., Xm, 161-154 : TV gli vedrai fra fmOm
ginté vana Oh» tpera in Talamonéf e pardaragU Pia di spe-
rtamOf eh' a trovar la Diana : Ma jm& vi pardiraam fti
MMiitreiffii*
DI MATTEO VILLANI.
201
manifeetamoiite cbe yeniTano contro a' patti della pace
con dae malisioai lìapetti'; il primo, che non sapea-
no vedere, e non poteano pensare, che per qnella
lieve gravezza i Fiorentini si dovessono sconciare
della comodità ch*aveano del loro porto perle pro-
prie mercatanzie, e per quelle degli altri mercatanti
strani da coi aveano a comperare, trovandole in Fisa a
noa giornata presso alla loro città, e trovando in Pisa
da* Pisani la cìvanza* delle scritte e dèlia loro credenza;
e perocché partendosi di là la spesa e lo sconcio era
sformato, non voleano pensare eh* e* Fiorentini non
a' acconciassono a consentire questo cominciamento : e
quando dò fosse recato in pratica e in usanza, aveano
intenzione di Venire crescendo il dszio a utilità del
loro comune, e a servaggio di quello di Firenze.
L*aUrD peggiore pensiero si era, se per questo i Fio-
rentini si movrssono a guerra, lo stato di coloro che
nuovamente reggeano, il quale era debole per i
molti buoni cittadini cui eglino aveano abbattuti dello
stato, si fortificherebbe per la guerra de* Fiorentini,
e sarebbono seguitati e già ubbiditi dal loro popo-
lo. I Fiorentini conoseendo la loro malizia, non vol-
lono però rompere la pace, ma tennero piik con-
sigli, e trovarono i loro cittadini tutti acconci di por-
tare ogni gravezza, e ogni spesa e interesse che
incorrere potesse air arti e alla mercatanzia, innanzi
che volessono comportare un danaio di dazio o di
gabella da* Pisani contro alfa loro franchigia. B però
di presente ordiniarono per riformagione penale, che
catuno cittadino, o contadino, o distrettnale di Fi-
renze, infra certo tempo giusto dato loro, catone
si venisse spacciando^ e ritraendo per modo, eh* al
tarmine dato catnno si potesse partire da Pisa senza
suo danno : e sopra ciò e sopra trovare modo d*avere
porto altrove, fu fatto un uflcio di dieci buoni cittadini,
dae grandi e otto popolani, oon grande balia, e chia-
maronsi i dieci del mare; della quale provvisione
iegnirono gran cose, eome innanzi al suo tempo
diviseremo.
CAPITOLO XLIX.
Come fu dis/aUa la città di Vena/ri in Terra
di LwDoro.
n re Luigi avendo lungamente avuto addosso
la compagnia e certi de' suoi baroni e ribelli, non
avea potuto resistere a' ladroni, e per questo erano
in ogni parte mnlliplieati i malfattori, e i baroni si
teneano in loro tortezze, e davano più rifugio e
favore abbuoni; e per tanto il paese era nella forza
di chi malo volea fare, per tale, oh* uno conestabile
tedesco, eh* avea nome Currado Codispillo, si ribellò
al re essendo al suo soldo, e oon ottanta barbute e
eento masnadieri era entrato nella città di Venafri,
e tormentava le strade e* cammini e tutto il paese
' par due maliziose oonsiderazloni.
' il vantaggio degH obblighi in iscritto (cedole di cam-
bio) e dalle loro credensiali. Intendi: i Fiorentini avean
tale eredito in Pisa, ch'ogni loro ohbiUgo tcriUo veniva ri-
oonoscfnio e valeva danaro contante.
^ lasciando il porto di Pisa V incomodo era grande.
d*intomo, cavalcando in prede e in ruberie iafino
ad Aversa, e ritomavasi in Venafri ; e per questo
erano assediate le strade e* cammini, eh* e* mercatanti
non poteano andare nò mandare le mercatanzie poir lo
Regno. Sapendo il re che la compagnia era per uscire
del Regno, fece di subito una rannata, e in perso-
na cavalcò a Venafri, e sopragginnti li sprovveduti
ladroni, combatto la terra eh* avea poca difesa, e
vinsela, e* forestieri si fuggirono per la montagna,
e salvaronsi. Il re nel caldo del suo furore, non pen-
sando che la città era sua e antica nel Regno, la
fece ardere e disfare, perchè più non potesse es-
sere ridotto di ladroni suoi ribelli ; e del detto mese
si ritornò a Napoli, cominciando a essere più ub-
bidito e temuto, che non era prima.
CAPITOLO L.
Come P oste del re d' Ungheria cominciò a venire
a TrevigL
Avendo contato poco addietro il movimento
del re d* Ungheria, seguita, che a dì 28 del mese
di giugno del detto anno, messer Currado Lupo, il
conte d*Aqnilizia, libano di Rossina con quattromila
cavalieri tedeschi, frìolani e nngari vennono sopra la
città di Trevigi, la quale era a quel tempo sotto la
guardia e libera signorìa de' Veneziani ; i quali aven-
do poco dinanzi avuta per li loro ambasciadorì, tor-
nati dal detto re, risposta della sua intenzione, avea-
no presa temenza eh* e* non venisse sopra loro a
Trevigi ; e però in fretta intesono a fornire la dttà
di gente d* arme a cavallo e a piò per la difesa, e
d* altre cose necessarie: ma tanto ginnsono tosto i
nemici, che a compimento non lo poterono fare; non-
dimeno, per levare il ridotto a* loro avversari, arao-
no le villate d* intorno, e i borghi del castello di
Meatri. Giunto messer Currado Lupo, incontanente colle
sue masnade tedesche corse il paeae, e cavalcò in-
fino a Marghera presso di Vinegia a tre miglia di
mare in sul canale ch^andava a Trevigi, nel quale tro-
varono più barche cariche di vittuaglia e d' arme
eh* andavano a Trevigi ; le quali prese, gli nomini
fece impiccare, e Ifi roba conducere al campo. Co-
sloro cominciarono a porre Tassodio alla città; e il
re era rimase addietro a Sigillo con più di quaranta
migliaia d* Ungari a cavallo, per venire appresso al
detto assedio.
CAPITOLO U.
De^ parlamenti che per questo si feciono
in Lombardia.
Neil* avvenimento della gente del re d* Unghe-
ria a Trevigi, da capo presono sospetto tutti i si-
gnori lombardi, e quelli di Milano andarono in per-
sona a messer Cane Grande, e con Ini s* accozzaro-
no al lago di Garda a un suo castello, e ivi fer-
marono tra loro lega e compagnia. B alla città di
Rologna si ragnnarono tutti gli altri collegati contro
al signore di Milano, e da capo rifermarono loro
302
CRONICA
lega, e di eomono concordia catana gente per lè
mandò da capo ambasciadorì al re d' Ungheria, a vo-
lere sapere ae egli intendea con tanto grande eser-
cito qaant" egli ayea aeco, fare altra novità in Italia
che contro alla città di Trevigi; e saputo da lui che
non venia per altro che per procacciare le sue terre
dal comune di Yinegia^ rinasono per contenti. B
Ubano di Bossina e messer Currado Lupo andaro-
no al signore di Padova che vicinava col Trivigìa-
no, e da parte del loro ngnore gli offersono ami-
stà e buona pace e sicurtà del suo paese, pregan-
dolo cV allargasse la sua mano di dare ali* oste
del re vittusglia per li loro danari ; la quel cosa fu
promessa con certo ordine a' detti baroni. B tutte
queste cose furono mosse e fatte in pochi dì, airen-
trare del mese di luglio del detto anno.
CAPITOLO Uh
Come il re d* Ungheria ebbe CoUigrano.
CoUigrano è un grande e forte castello in Tre-
vigiana presso a Trevigi a sedici miglia, e in sul
passo del Frìoli. Questo castdlo aveano ben fornito
i Yenetiani di genie d* arme per impedire il passo
al re. In queati di il re venia con grande esercito
verso Trevigi, e giunto a CoUigrano, vedendolo fòrte
o in sul passo, quanto che potesse ben psssare per
forte deDa sua cavalleria, non lo si volle Usciare ad-
dietro ; e però mise in ordine gli Ungheri, ch^erano
più di quarantamila, per fare combattere la terra,
con inteniione di non partirsene eh' e' V avrebbe. I
terraszani vedendo la moltitudine che copriva la
terra intomo intorno pareo :hie miglia, tutti con gli archi
e colle saette, temendo il pericolo della battaglia, a'ar-
renderono alla persona del re innanzi che battaglia
si cominciasse. Ed egli in persona, senza lasciar
fare loro alouno male, v'entrò dentro con quella
gente eh' e' volle, a dì f 2 di luglio del detto anno,
e presa la signoria in nome dell' imperadore, e for-
nitolo di suoi eavalierì e d*uno confidente capitano,
si mise innanzi col suo esercito in verso la dttà di
Trevigi.
CAPITOLO UIL
Come il re i Ungheria venne a oste a Treeigi,
Essendo il detto re in cammino, prese un' al-
tro castello che si chiama Asille, e altre tenute d' in-
tomo aenza arrestarsi ad esse, ed ebbele a' suoi
comandamenti. E cavalcando innanzi, a dì 14 del
detto mese giunse nel campo a Trevigi con più di
quarantamila Ungheri e Schiavi a cavallo^ olire a
quelli che prima erano venuti co* suoi baroni. E con
questo grande esercito prese tutto il paese intorno
a Trevigi, e assediò la città e più altre castella in
Trevigiana ivi d* intordb ; e '1 suo proponimento era
di non partirsi dall' assedio, eh' egli avrebbe la città
al suo comandamento. Ma le cose alcuna volta non
succedono alla volontà umana, e però con tutta la
smisurata potenza non potè adempiem suo proponi-
mento, come leggendo appresso dimostreremo.
CAPITOLO UV.
Come $i reggeano gli Ungheri in oste,
E* pare cosa meravigliosa agl*ItaUaBÌ ne* no-
stri di; a udire la moltitudine de' cavalieri cha le-
gnitano il re d' Ungheria quando cavalca in anse col-
tro i suoi nemicL E però, avvegnaché gli tolicU
fessone di queste cose più sporti, per lo laag o tn-
passamento di quella memoria qd ne rinnoyereno
alcuna cosa, per levare T ammirazione de'modenu.
Gli Ungheri sono grandissimi popoli, e quali tatti
si reggono sotto baronaggi, e le baronie d' Ungherìi
non sono per successione nò a vita, ma tutto si dia-
no e tolgono a volontà del signore; e hiaao per
loro antica consuetudine ordinate quantità di nn-
lierì, de' quali catuno barone, o comune hiaao i
servire il loro re quando va o manda in fatti d'l(B^
sicché il numero e '1 tempo del servigio caUao m
che l'ha a fare. E perocché alla richiesta del sign<h
re subitamente, senza soggiorno^ o intervallo, eoi-
viene che aleno mossi, per questo quel coanaee
quello barone ha dipotato quelli che a quel leni-
gio debbino cootinovo stare apparecchiati di doppi
cavalU, e chi di più, e di loro leggieri armi di of-
fendere, cioè l'arco colle frecce ne'loro turcassi, e mi
spada lunga a difensione di loro persone. Portaao (e-
neralmente farsetti di cordovano, i qoali eontioomo
per loro vestimenta; e com'è bene onte, v'ig-
ginogono il nuovo, e poi l'altro, e appresso filtro,
e per questo modo gli fanno forti e assai difeade-
voli. La testa di rado armano, per non perdere
la destrezza del reggere l' arco, ov' é tutta la loro
speranza. Gli Ungheri hanno le gregge dei ci-
valli grandissime, e sono non grandi, e co'ciyil-
li arano e governano il lavorìo della terra, e tatti
loro aome sono carrette, e tutti gli nudriaooao i
stare stretti insieme, e legati per l' uno de' piedi, Wr
che in catuna parte con uno cavigliuolo* fitto in tem
li possono tenere; e il loro nndrimento è l'erba, fie-
no e strame con poca biada, massimamente qou-
do usano d' andare verso levante, e valicare i lunghi di-
serti. E andando verao qua' paesi, osano selle In-
ghe a modo di barde^ congiunte con nsolieri^i ^
quando aono in que* cammini disabitati e ne' loro
eserciti, l' uomo e '1 cavallo in sul campo a scoper-
to cielo fanno un letto senz' altra tenda, eintea»-
po sereno aprono le bande delle loro selle a no-
do di barda, e fanooaeoe materasse, e sopr* esse do^
mono la notte ; e se '1 tempo è di piova, che &
rado avviene, o dell'una parte o d* ameadne si ba-
no coperta, coloro cavalli usi a ciò noA si ennao
di stare al sereno e alla piova, e non hanno danno 0
que'paesi che di rado vi piove. Altrove non è eo#; b>
pure comportano meglio i disagi : e molti ne ca-
strano, che si mantengono meglio, e sono più 011-
' eenu dimort, seoza hidagio di sorta.
* con un piccolo cavicchio.
* Specie d' armatora di oaoio cotto 0 di (toro, eolia fsak
b' armavano il collo, il petto e le gnq^pe del oavallo.
* con leggacd di cuoio o d'altro.
DI MATTEO VILLANI.
203
foeti. Di loro vÌTanda oon Keye iooarico' sono nei
difoiii ben forniti : e la cagione di ciò e la loro prov-
TÌsione è questa; che in Ungheria cresce grande
Boltitudine di buoi e di vacche, i quali non lavo-
rano la terra, e avendo larga pastura, crescono e in-
grassano tosto ; i quali elli uccidono per avere il cuo-
io, e M grasso che fanno ne fanno grande merca-
lanzia, e la carne fanno cuocere in grandi caldaie; e
com^eirò ben cotta e salata, la f«nno dividere dal-
Fossa, e appresso la fanno seccare ne' forni o in
altro modo, e secca, la fanno polvereszare e reca^
re in sottile polvere, e così la serbano; e quando
vanno pe* deserti con grande esercito, ove non tro-
vano alcuna cosa da vivere, portano painoK e altri
vasi di rame, e catane per sé porta uno sacchetto
di queita polvere per provvistone di guerra : e oltre
a ciò il signore ne fa portare in sulle carrette gran
quantità ; e quando s" abbattono alte fiumane o altre
acque, quivi s* arrestano; e pieni i loro vaselli d'ac-
qua, !a fanno bollire ; e bollita, vi mettono suso di
questa polvere secondo la quantità de* compagni che
s* accostano insieme : la polvere ricresce e gonfia,
e d*nna menala' o di due si h pieno il vasca modo
di farinata, e dà snstanza grande da nutricare, e ren-
de gli nomini forti con poco pane, o per sé mede-
sima senza pane. B però non ò maraviglia perchè
gran moltitudine stieno e passino lungamente per li
diserti senza troyare foraggio ; che i cavalli si nn-
Iricano coir erbe e col fieno, e gli uomini con que-
ata carne martoriata. Ma ne* nostri paesi, ove tro-
vano il pane e 'I vino e la carne fresca, infastidi-
scono il loro cibo, il quale per dolce usano no* de-
serti; e però mutano costume, e non saprebbono
vivere di queir impastata vivanda, e però non potreb-
bono in tanto numero ne* nostri paesi durare, che
le città e le castella sono forti, e i campi stretti, e
le genti provvedute ; e però avviene, che quanti più
in numero di qua ne passano, più tosto per neces-
sità di vita si confondono. La loro guerra non è
in potere mantenere campo, ma di correre e fuggi-
re e cacciare, saettando le loro saette, e di rivol-
gersi e di ritornare alla battaglia^ B molto sono
atti e destri a far preda e lunghe cavalcate, e mol-
to magagnano colle saette gli altrui cavalli e le
genti a piede, e per tanto sono utili ove sia chi possa
tenere campo, perocchò di fare guerra in corso e
tribolare i nemici d* assalto sono maestri, e non si
curano di morìre, e però si mettono a ogni gran
pericolo. B quando le battaglie si commettono, sem-
pre gli Ungherì si tengono per loro, e combattono
partendosi a dieci o quindici insieme, chi a destra e chi
a sinistra, e corrono a ferire dalla lunga con le loro
saette, e appresso in su* loro correnti cavalli si fug-
gono ; e solieno andare senza insegna o alcuna ban-
diera, e senza stromento da battaglia, e a certa per-
cossa di loro turcassi s* accoglievano insieme. Ab-
bianne forse oltre al dovere stesa nostra materia;
ma perchè in questo nostro tempo si sono comindati
* Quasi lo stesso che manata; ed è qn! tutta quella quan-
tità, che può essere ÌDchiosa nella mano, aggavignandola
colle dita.
a stendere nelle italiane guerre, non è male a sa-
pere loro condizione.
CAPITOLO LV.
Come Vaste si tnantenea a Trevigi,
Stando il re d* Ungheria airassedio di Trevigi,
venne a lui messer Gran Cane della Scala con cin-
quecento barbute di fiorita gente d^arme, e ricevuto
dal re graziosamente, stette a parlamentare con lai
in segreto, e tornossi a Verona, lasciati al servigio
del re que' cavalieri che menati avea con seco, av-
vegnaché il re, avendo troppa gente della sua, non
gli avrebbe voluti, ma per cortesia gli ritenne» Messer
Bernabò di Milano gli mandò cinquecento balestrieri,
i quali gli furono assai a grado ; e incontanente il
re fece strignere V oste intorno alla città, e rizzar-
vi da diverse parti da diciotto diflcii, e cominciava a
volere fare cave per abbattere le mura , ma di quel-
lo quelli della città poco si temeano, perocch*el-
r è posta in piano, ed è quel piano si abbondante
d* acqua viva, che non si può cavare braccia due in
profondo, che da catnna parte Tacque surge abbon-
dante e bella. Quelli che dentro varano alla guar-
dia della città per i Veneziani, vedendo Toste stri-
gncrsi alle mnra della città, francamente si mostra-
rono apparecchiati alla difesa, e contro ai trabocchi
aveano fatti terrati* e altri utili ripari. Il re e '1 suo
consiglio avendo provveduto la terra intorno, co-
nobbono che non era cosa possibile a volerla vin-
cere per battaglia, avendo difensori come la sentiva-
no fornita, perocchò le mura erano forti e alte, e
molto bene provvedute e armate, e i fossi larghi e
pieni d*acqua viva. B per tanto non era da potere
sperare vittoria, se non per lungo assedio, e a que-
sto si disponea la volontà reale ; ma la moltitudine
de* snoi Ungherì bestja*i e baldanzosi generava con-
fusione^ che non si potean reggere né tenere ordi-
dine; e però avvenne, non ostante che il re eoi
signore di Padova avesse pace e concordia (per la
quale mandava ogni di grande quantità di pane cotto
all'oste in molte carra, e quattro carrette di vino
per mantenere in dovizia Toste, senza quella vittua-
glia che le singulari persone del suo contado vi
portavano) e in patto era che il suo contado e di-
stretto dovea essere salvo e sicuro da tutto Teser-
cito del re, che, non ostante le dette promesse, gli
Ungherì cavalcavano di loro movimento' in sul Pa-
dovano, uccidendo ardendo e rubando, e faoendo
preda come sopra i nemici ; onde il signore si turbò,
e non mandò più nel campo Tordinata vittnaglia, e*pae-
sani per non essere rubati si rimasono di portar-
vene; per la qual cosa il grande eserdto cominciò
a sentire difetto, e sformata carestia delle cose da
vivere oltre alTusato modo. Lasceremo alquanto que-
sta materìa, per da e ali* altre cose, che occorso-
ne alla fine di questo assedio, il loro debito.
I ripari &tti di terra.
^ di loro arbitrìO| a loro posta.
904
CRONICA
CAPITOLO IVI.
Come la gran compagnia passò nella Marea,
Air ascila del mese di loglio del detto anno,
Il conte di Laodo colla soa compagDÌa asci del Regno
per la via della marina di San Fabiano. La forza del
legato eh* era in sai Tronto non si potè tanto sten-
dere che la compagnia inverso la marina non vali-
casse il flame, e valicati senza contrasto, si dirizzaro-
no verso Fermo, e tra la città d'Ascoli e di Fermo po-
sono loro campo; nel qaale si trovarono duemila cin-
qaecento barbate ben montati e bene in arme, e gran
qaantifà di cavallari e di saccomaoai in ronzini e in so-
mieri, e mille masnadieri, e barattieri, e femmine di
mondo, e bordaglia da carogna ' bene più dì seimila.
Essendosi accampati, sentirono come il legato era
forte di gente d'arme e apparechiato a tenerli strettì
dalle gualdane*, e però cercarono accordo con Ini,
e vennero a' patti : che promisono in dodici dì essere
faori della Marca d' Ancona, senza fare prede o dan-
no al paese, e che prenderebbono derrata per danaio;
e' paesani doveano apparecchiare la vittaaglia al loro
trapasso. Seguirono ì patti, ma non del termine', %
dovunque tenevano campo non poteano fare senza
grave danno de' paesani; e a dì 10 del mese d'ago-
sto fiirono passati in Romagna.
CAPITOLO LYIL
Ve' fata delPisola di Cicilia.
In questi tempi nell'isola di Cicilia avvenne,
ch^ essendo morto Lodovico che si faceva dire re,
e na suo fìratello» ch'erano in guardia della setta
de' Catalani, l'altra parte della setta degP Indiani,
ond' erano capo i conti della casa dì Chiaramonte,
i quali s' erano accostati col re Luigi di Puglia, pre-
sono più ardire, e* Catalani aMoro segnaci n' abbas-
sarono; e per questo avvenne, che messer Niccola
di Casaro con alquanti grandi cittadini di Messina,
i quali erano stati cacciati dì Messina, vi ritornaro-
no ; e questo messer Niccola essendo cacciato della
terra, s'era ridotto di volontà del re Luigi nel ca-
stello di Melazzo, e fatto capitano de' cavalieri del
detto re Luigi per guardare il castello e guerreg-
giare i Messinesi. Costui ritornato in Messina co'suoi
consorti e con altri di suo seguito, molto segreta-
mente si cominciò a intendere co' caporali dì Chia-
ramonte, e all'entrata di luglio del detto anno,
provveduto al suoi segreti^ fece muovere certi di
sua setta, i qtkali cominciarono mischia con quelli
cittadini eh' erano avversari di messer Niccola, e
cbe l'aveano tenuto fuori di Messina. Essendo per
* bordaglia carogna, incarognata; cioè gente vile, en-
cida e aporca d'abito e di costami. Fanne una gianta al
Vocabolario.
* cavalcate, cbe ai fanno sul terreno de' nemici.
' ma non pattuirono il tempo, eh' avrebbon meaao a
nadr della Marca d'Ancona.
* a coloro a' quali aveva confidati i suoi segreti ; a* snoi
confidenti e segretari.
questa novità la terra a romore, come ordinato era
messer Niccola ebbe di subito da Meiazso dogento
cavalieri che v'erano del re Luigi e quattrocento
fanti, i quali mise nella città, e con loro e con suo
seguito di cittadini corse la terra, • cacdonne Inori
diciannove famiglie de' suoi avversari, e tatti gii foce
rubare, e fecesene signore, non per titolo, ma cose
maggiore governava il reggimento <fi queHa. E coM
in tutte le parti dell* isola erano dissensioni e hrl^
ghe per le maledette sette ; ma Tuna calava e f altr»
montava', con continove uccisioni e guastamento del
parse ; e già per terre che '1 re Luigi v' avesse o
per sua forza di gente, che ve ne manteneva poca
per povertà di moneta, lievemente montava* al fetto.
La divisione dei paesani mutava la loro fortuna,
conne seguendo nel loro tempo si potrà Tederò.
CAPITOLO LVia
Come il conte di Lancastro catalcò fino a Parigi,
Del mese di luglio del detto anno. Il conte di
Lancastro con due fratelli del re di Navarra, con
quattromila cavalieri e molti arcieri inghilesi, per
fare maggiore onta al re di Frauda, sentendo s'ap-
parecchiava di molta baronia, si misono a canamo,
scorrendo i paesi inverso la dttà di Parigi, facendo
col fuoco gran danno alle villate dì fuori e pro-
dando in ogni parte; e misonsi tanto innanzi, die
a una giornata s' sppresssrono a Parigi. Sente»-
do che 'I re s' sppareochiava di venire contro a
loro con diecimila cavalieri e grande popolo, die-
dono la volta, girando il paese ; e faeendo oontinoTi
danni e gravi, sì ridussono in Normandia a un et-
stello che si chiamava Rertoglio, innanzi «1 qnde
fermarono loro campo per dìfenderio, avvisando clie
il re di Frsncia il dovesse fsre assediare, perocché
tribolava col ricetto degl' Inghilesi tutta Nomuuidin.
CAPITOLO LDL
Come U re di Francia andò in
n re di Francia infocato di sdegno piii oontro
a messer Filippo di Navarra che gli era venuto ad-
dosso, che contro al duca di Lancastro, tentando
che s'era ridotto nel castello di Bertoglio sotto la
guardia degl' Inghilesi, di presente in persona ai
mosse da Parigi con quella cavallerìa eh' avea accolta,
lasciando d'essere seguito dagli altri, e dìrizzoaaa
in Normandia verso Bertoglio; e trovando» eoa
più dì diecimila cavalieri, e con grande moUìtadine
dì sergenti, sì mise a campo presso a' snoi noaud,
a intenzione di combattere con loro. Il conte di Lsn-
caitro avvisato guerriere, sentendosi il re appresso
con molto maggior forza che la sua, ebbe un suo
avvisato scudiere e ben parlante, il quale mandò al
re di Francia, e faccio richiedere di battaglia* D re
* al sedarsi e posarli dell' tua, l'altra riardeva.
* poco importava.
DI MATTEO VILLANL
205
aUegnunente rioevette il gaggio^ della battaglia, fa-
cendo allo scudiere larghi doni; il quale volendo
dimostrare ch^ avesse amore al re, in sul partire gli
disse, che la venuta del conte alla battaglia sarebbe
innanzi di, dicendogli, cha per tempo si dovesse
apparecchiare. Il re mncciando^ gli dUse, che di ciò
non si corava; venisse quando volesse, pure che
venisse alla battaglia : ma le parole dello scudiere fu-
rono molto piene di mali&ia ; perocché sapendo che *1
eonte la notte si dovea partire, disse questo ac-
ciocché e^ Franceschi, sentendo il movimento, credes-
sono che ciò fosse apparecchio di battaglia e non di
fuga : e cosi avvenne, che '1 conte di Lancastro, e
messer Filippo di Navarra in quella notte, facendo
fare gran vista nel campo e gran romore, cheta-
mente si ricolsono, e partirono colla loro gente,
n re la mattina scoperto il baratto^ degP Inghilesi, si
mise a oste al castello con proponimento di lasciare
gli altri assalti^ degl' Inghilesi, e attendere a racqui-
stare le terre che rubellate gli erano in Normandia.
In questo tempo il duca di Guales faceva alle terre
del re di Francia grandi guerre in Guascogna ; ma
però il re non si volle partire dall' assedio di Ber-
toglie infino a tanto che Tebbe a* suoi comandamen-
ti, arrenduti al re salve le persone, e cosi fu fatto ;
avendo il re vittoria d' avere cacciati con vergogna
i nemici, e vinto il castello.
CAPITOLO LX.
Come il papa e P itnperadore diedono titolo
al re d" Ungheria.
In questi tempi mostravano il papa e' cardinali
grande affesione al re d* Ungheria, o che fosse pro-
caccio^ del detto re, che spesso aveva in corte suoi
ambasdadori, o che motivo fosse della Chiesa per
fargli onore, a di 4 del mese d* agosto del detto
anno, il papa e i cardinali di concordia in consi-
storo il pronunziarono e dichiararono gonfaloniere
di Santa Chiesa contro agP infedeli In questo me-
desimo tempo, essendo il detto re aU* assedio di
Trevigi, T imperadore il fece suo vicario nella guer-
ra de* Veneziani ; ed egli levò nel campo la sua in-
segna, e tutte le terre che per lui s' acquistavano
riceveva in nome delf imperadore.
CAPITOLO LXI.
Come i Fiorentini $* accordarono di fare porto
a Talamone.
Avemo narrato addietro, come il comune di Fi-
renze per lo torto eh' e* Pisani faceano a'snoi cittadini
d' avere levata loro la franchigia contro a* patti della
' offerta e quasi dono. Fanne una giunta, tuttoché il vo-
cabolo sappia di mofia e di straniero.
* U re &cendo8ene beffe, prendendola in celia.
' tramutamento, mutamento di luogo. Scoperto che gli
Inglesi s' erano tramutati altrove, si mise ecc.
* con proponimento di non movere più oltre ad assal-
tare gl'Inglesi.
^ pratica, briga, maneggio.
pace, essendo venuto il termine che i mercatanti
s* erano partiti da Pisa, e ritrattone le mercatanzie
e* danari, del presente mese d' agosto del detto an-
no, avendo i dieci del mare lungamente trattato col
comune di Siena di volere far porto a Talamone, re-
cato r acconciamento del porto e del ridotto in ter-
ra, e della guardia, che da loro parte era a fare,
e del dirizzamento del cammino, e dell'albergherie,
e appresso dì quello che per dazio e gabelle la
mercatanzia de' Fiorentini avesse a pagare, in piena
concordia, per riformagioni de' consigli di catuno
comune, si fermò per dieci anni di fare i Fiorentini
porto là e ridotto ^ a Siena, e i Sanesi di conservare
i patti promessi. È vero, che tra gli altri patti era
promesso di sbandire le strade^ da Siena a Pisa per
divieto d' ogni mercatanzia, ma questo non osserva-
rono i Sanesi, anzi correa il cammino dall' una città
air altra in grande acconcio de' Pisani Avvedendo-
sene i Fiorentini, se ne dolsono ; ma '1 reggimento
del comune di Siena non se ne movea. Vedendo de'
cittadini che voleano s' attenesse la fede al comune
di Firenze, e chei loro rettori non lo faceano, or-
dinarono, che certi sbanditi loro cittadini rompes-
sono e rubassono la strada e la mercatanzia ; e for-
se fu d'assentimento de' rettori per coprirsi^ al co-
mune di Pisa. Costoro feciono volentieri il servigio
per modo che '1 cammino al tutto per terra fu lo-
ro tolto. E i Pisani sopra gli altri Toscani saputi
e maliziosi, a questa volta si trovarono presi nella
loro malizia; perocché incontanente che i Fiorenti-
ni presono porto a Talamone e ridotto a Siena, tutti
gli altri mercatanti d' ogni parte abbandonarono il
porto e la città di Pisa, e votarono la città d' ogni
mercatanzia, e le case dell'abitazioni, e '1 mestiere
delle loro mercerie^, e gli alberghi de' mercatanti e
de' viandanti, e' cammini de Vetturali, e' 1 porto del-
le navi; per modo che in breve tempo s'avvidono
che la loro città era divenuta una terra solitaria ca-
stellana^ ; e nella città n* era contro a' loro rettori
grande repetio. Allora s' accorsone senza suscitamen-
to di guerra quanto guadagno tornava al loro co-
mune per avere rotta la pace o la franchigia a' Fio-
rentini. Allora cominciarono a cercare ogni via e
modo, con ogni vantaggio che volessono i Fioren-
tini, di ritornarli a stare in Pisa ; ma i Fiorentini,
sdegnati della fede rotta pe' Pisani cotante volte al
loro comune, non poterono essere smossi del fermo
proposito di fare col fatto conoscenti i Pisani*, che i
Fiorentini poteano ben fare le mercatanzie per terra
e per mare senza loro, ed eglino male usare il por-
to, e' mercatanti, e la mercatanzia, e V arti, e' me-
stieri autih'tà de' loro cittadini, e l'entrate del loro
* ritrovo, recapito, ricetto di mercL
' porle taor d' uso con pubblico bando o grida, talché
non vi potesse più transitare mercatanzia.
' per trovare pretesto, scusa col comune di Pisa.
* vòtaron le case della gente, che ivi tenevano a so-
praintendere a' loro commerci ; e votarono delle cose mi-
nute attenenti al vestire, agli usi domestici ecc. le botteghe
de' mereiai. Fanne bellissima aggiunta al Vocabolario.
^ simile a castello.
' formo proposito di ftir conoscere col fatto «'Pisani
Iche ecc.
206
OROraOA
tottnne, teoM i FiorentinL B perchè per indietro
Don si poteMOBO alare, ai fece divieto in tutto il
diiiretto di Firenze d*og:ni mercatantia oroba ch'an-
dasse o venisse verso Pisa, senza rompere il cam-
mino ■* viandanti. E di questo seguirono appresso
maggiori cose per mare e per terra', come leggen<-
do innanzi per li tempi si potrà trovare.
CAPITOLO LXIL
Còtne messer Bm%%i cercò di tradire il signore
di Bologna,
Messer Braszi, figlinolo non legittimo che fu
di messer Lncbioo signore di Milano, essendo per
sospetto de* signori di Milano cacciato di quella, e
per sue cattive operazioni stato in ribellione più
tempo, vedendosi messer ÌSiovanni da Oleggio molto
solo di confidenti nella sua signoria, e conoscendo
messer Brezzi prò' e ardito, e bene avvisato in guer-
ra e di gran consiglio, il recò ■ sé, parendogli po-
torsi confidare di lui ; e assegoógli larga provvisione
e facevagU onore, e tutto le maggiori cose di fatti
d* arme li commettoa -, e oltre a ciò in camera Ta-
vea a' suoi segreti consigU, e mostravaglì tanto a-
more, eh' e' Bolognesi temevsno, che se messer Gio-
vanni morisse, costui non rimanesse signore ; ma
r animo tirannesco affrettando T ambizione della si-
gnoria, li gravava d* attendere, e però cercava di
fornirlo piuttosto, e trattò di tórre la signoria a
messer Giovanni; ma non seppe fare il trattato sì
coperto che a messer Giovanni, ch^ era maestro di
buona guardia e di savia investigagione, non li ve-
nisse palese. E tornando messer Bruzzi di fuori con
molta gento d' arme in Bologna con grande poa»pa,
messer Giovanni mandò per lui; e avendolo in ca-
mera, li rammentò Tonore e '1 beneficio che gli a-
vea cominciato ■ fare, e X animo ch^ avea di farlo
graade; e appresso li mostrò il trattato eh* eMenea
per tòrU la signoria di Bologna, sì aperto, ch*e* non
glie lo potè negare ; ma per amore della casa de*
Visconti, dond* era nato, gli disse, che gli perdona-
va la morto ; ma, per vendetta dello sconoscimento
delPonore che gli avea fatto trovandolo traditore, il
fece spogliare in giubbetto, e cacciare a pie fuori di
suo distretto incontanento; e diede congio' a tutta
sua famiglia, e ritenne ì* arme, gli arnesi e i cavalli
CAPITOLO LXm
Come % Yeneiiani cercarono accordo col re
(T Ungheria.
Di questo mese d* agosto del detto anno, ve-
dendo i Veneziani essere recati a mal partito nella
guerra col re d'Ungheria, signore di così gran potenza
e pensando che per lo cominciarne nto della guerra
i loro dttadini erano per le spese loro premuti^ dal
comune infino al sangue, pensarono pV altro scampo
1 dall'almo 1857 al 1861.
* diade congado, accomiatò.
' Bpramutli spillati, 8ttccbiati| spogUatL
non era per loro se non di prc cacciare la aon pnee;
e però elessono parecchi de' maggiori e de' pift salì
cittadini di Vinegia, e mandaronli al re al campo m
Trevigi con pieno mandato, informati dell' intemioBe
e volontà del loro comune. E ginnti al re, da Ini
furono ricevuti onorevolmente; ed esaenda a par-
lamento con lui, gli offersono da parto del eoasne
di Vinegia, come quando potosaono avere da hn boo-
na pace, che '1 comune lascerebbe la dttè di Giurai,
con patto ch'ella dovesae rimanere nel prìaio stalo
in sua libertà, e che renderebbono liberamento cer-
to torre nomato della Schiavonia a tua volontà, e
certo altre voleano ritenere e riconoscere da Ini,
con quello convenevole censo a dare ogn' anno al re
eh' a lui piacesse ; e offerendoli di restituire per tempo
ordinato quella quantità di pecunia per suoi intereesi
e spese che fosse convenevole, e di che egli giosta-
mento si potesse contentare. Al re parve stra-
no eh' e' volessono trarre Giara del ano reame e
mettorla in libertà, oche per patto li conveniaae la-
sciare le sue torre al comune di Vinegia a censo,
e questo riputava in vergogna della sua corona; e
però non volle consentire a queata pace, nò a que-
sto accordo, se liberamento non gli fossono restitsito
le torre. del suo reame. Molti di questo biasimarono
il re, parendo eh' egli dovesse avere preso questo
accordo con suo vantaggio, per quello eh' appresso
ne seguitò di suo poco onore ; ma chi riguarderà al
fine e alla potonza reale, non li darà biasimo della
sua alta risposta.
CAPITOLO LXIV.
Come il signore di Bologna ecojterse un altro
trattato contro a sé.
Measer Bernabò di Milano, avendo sopra al-
l'altre cose onore a' fatti di Bologna, come avea
ordinato l' uno trattato contro al signore di Bolo-
gna, e era scoperto, così avea ricominciato V al-
tro. Apparve cosa maravigliosa, che tolti si scopri-
vano per sé stossi per non pensati né provveduti
modi. Avea in questi dì messer Giovanni da Oleggio
fatto podestà di San Giovanni in Percesena, e da-
tali provvisione in altre terre circustanti, nn Milane-
se, in cui avea grande e antica confidanza. Tanto
aeppe adoperare messer Bernabò, ohe corruppe que-
sto podestà milanese, e corruppe il suo cancelliere,
il quale dovea fare lettore da parto del signore per
certo modo come volea il detto podeatà ; e già ogni
cosa era recata in opera per modo, eh' era mossa
la cavalleria che dovea entrare nelle castella sotto
il titolo delle lettore del signore di Bologna; e man-
dò messer Bernabò un suo fidato messaggere in-
nanzi al podestà di San Giovanni colle sne lettere.
Avvenne che in quel dì, alcune ore innanzi che 1
fanto giugnesse al castello di San Giovanni, il po-
deatà era ito a Bologna ; il fanto gli Unno dietro,
e cominciò infra aè a dubitare delle lettere die por-
tava, perocché sentiva della cagione perch'egU an-
dava ; e giunto a Bologna| trovò che '1 podeatà era
col signore : e allora li montò più il aospetto, im-
maginando che *1 tettato to§i% sooporto; e por eam-
DI MATTEO VILLANI.
207
para tè, Unto fa forte la loa immaginazione, eh' e^
ai miao ad andare al aignoré, e con grande im-
prontitndine fece d'avere udienza da loi; e allora
li manifeatò il fatto ; e per provare la verità li die
le lettere di mesaer Bernabò eh' e' portava al pò-
deatà, per le quali fa manifesto che San Giovanni,
e Nonantola e altre castella, in uno dì doveano ea-
aere date per lo trattato del podestà alla gente di
mesaer Bernabò, il quale era ancora in casa del si-
gnore. Hesser Giovanni, vedute quelle lettere e dis-
aminato il fante, fece ritenere il podestà e il can-
celliere ; e ritrovala con loro la verità del fatto, e
colpevoli, di presente provvide alla guardia delle
terre, e costoro con anche dieci di loro aeguito fece
morire.
CAPITOLO LXV.
Di certa novità che gli Ungheri feciano nel campo
a Tretigù
La diaordinata moltitudine de' cavalieri ungheri,
che a modo di gente barbara non sanno osservare
la disciplina militare, né essere ubbidienti a* loro con-
ducitorì, come detto è poco addietro, aveano scorso
il Padovano, perchè la vittuaglia ohe di là solca
venire non venia, e la carestia montava nel campo.
Per la qual cosa al primo fallo n' arrosono uno mag-
giore, e presono riotta co' cavalieri tedeschi che
v'erano con messer Currado Lupo e con gli altri
citaestabili tedeschi che fedelmente servivano il loro
signore, e per arroganza li villaneggiavano ; e fatto
questo, corsone con furore alla camera dove il re
avea ordinato il fornimento della vittuaglia e del-
Taltre cose per conservare Toste, e rubaronla; e co-
si in pochi <U ebbpno a tanto condotta V oste, scon-
ciando l' ordine che la mantenea, che per necessità
fa costretto il re di partirsi dall' assedio, come ap-
presso diviseremo: veriGcandosi quel detto del G-
losofo, il quale disse, che le sopraggrandi cose reg-
gere non si possono, e quelle che reggere non si
possono, lungamente durare non possono.
CAPITOLO LXVL
Come il re d*Ungheria si letò da oste da Trevigi.
Il re d' Ungheria vedendo Toste sua scon-
cia per la afrenata baldanza della moltitudine de'
tuoi Ungheri, e che i difetti della vittuagUa erano
aenza rimedio, si pente di non avere presa la con-
cordia che potuta avea prendere con suo onore co'
Veneziani; ed essendo naturalmente di subito mo-
vimento, senza deliberare con altro consiglio, im-
provviso a tutti, a di 23 del mese d'agosto del det-
to anno si partì dalT assedio di Trevigi, ov'era con
più di trecento migliaia di cavalieri, e passò la Pia-
ve raccolta tutta sua gente a salvamento; peroc-
ché quelli della città né segno né avviso n' abbono
eh' e^si dovesse partire, e alcuni dì atettono innanzi
che pienamente ai potease credere la loro partita.
A Colligrano fa la loro raccolta^ e in quella terra
lasciò duemila cavalieri ungari alla guardia della terra
per fare guerra a Trevigi ; ed egli con tutto T altro
esercito si tornò in Ungheria con poco onore della
sua impresa a questa volta.
CAPITOLO LXVn.
Raccoglimento di condizioni e motimento del re.
Onesto re d'Ungheria, per quella verità ohe
sapere ne potemmo, è uomo di gran cuore, prò' e
ardito di sua persona, e nelle prosperità di grandi
imprese molto animoso, rigido e fiero in quelle, e
molto si fa temere a' suoi baroni, e vuole avere
presti i loro debiti servigi; è grande impigliatore^
senza debita provvedenza ; e a sua gente in fatti
d' armi è più abbandonato^ e baldanzoso che prov-
veduto, per la aoperchia fidanza che avea in loro
ed eglino in lui, perocché molto è cortese a tutti e
di buona aria; assai volte ha mostrati esempi di subiti
e lievi movimenti nelle grandi cose, e T avverse aa
meglio abbandonare, partendosi da eese^ che stando
con virtù resistere a quelle.
CAPITOLO LXVIIL
Come la gente della lega di Lombardia sconfisse
il Biscione a Castel Lione,
a
Essendo lungamente stato assediato il forte
Castel Lione de' Mantovani dalla forza de' signori di
Milano, e recato a stretto partito, i signori di Man-
tova coli* aiuto del marchese di Ferrara e del si-
gnore di Bologna rannate subitamente, all'uscita d'a-
gosto anno detto, milledugento barbute e grande
popolo per soccorrere il castello, §* avviarono molto
prestamente verso il campo de'nemici ; i quali veden-
dosi venire improvviso addosso i Mantovani, si le-
varono dalTassedio, e ordinarono una grossa schiera
alla loro riscossa e innanzi che la gente de' Mantovani
giugnesse al campo, si ridussonoa uno castello ivi
presso de' loro signori di Milano ; ma la schiera fatta
per la riscossa; fu soppreaaa dalla gente de' Mantovani
e sconfitta, e morti e presi la maggior parte, e '1
castello liberato dall' assedio ; e rifornito di nuova
gente e di molta vittuaglia, con vittoria si tornarono
al loro aignore, avendo vituperata la gente de' si-
gnori di Milano di quella loro lunga impresa.
CAPITOLO LXOL
Trattati de' CicUiani.
Detto abbiamo addietro, come certi potenti
cittadini della città di Messina, nominati que* di Ce-
sare, cacciarono della città altri cittadini loro av-
versari ; e rimasi i maggiori, a' accostarono co' ba-
roni di Chiaramente, i quali teneano col re Luigi
del Regno. Nondimeno perchè a loro parca essere
* Accattabrighe, grand' nomo da intrighi
' affidato, fidaoioflo.
208
CRONICA
nell^ itola i maggiori, eaiandio senza Taiato dol detto
re, e' cercarono di riducere a loro Federigo loro
legittimo aigaore, e trarlo delle mani de^ Catalani, e
conducerlo a Messina e farlo coronare dell' isola. E
per dimostrare che eglino avessono affezione al lo-
ro signore naturale dell* isola, messer Niccola di Ce-
sarò in persona, a cui il re Ltt>gi avea accomandata
la terra di Melazzo» andò là con gente d'arme, e
fece per più di combattere coloro che per lo re guar-
davano la rócca, tanto che V ebbe. Per la quel cosa
i Messinesi presono molta confidanza di messer Nic~
cola, e don Federigo medesimo prese speranza e die-
de intenzione di venire a Messina, e per tutto si di-
volgò che l'accordo di Cicilia era latto. Ma o ohe
questo trattato fosse fatto ad ingegnoi di malizia,
come si credette, o che la setta de' Catalani non si
fidasse, la cosa si ruppe tra' Ciciliaoi, e seguitonne
la chiamata a Messina del re Luigi, come appresso al
suo tempo, conseguendo nostra materia, diviseremo.
CAPITOLO LXX.
Come la compagnia $UUe sopra Ravenna,
Venuta la compagnia del conte di Landò del
Regno in Romagna, il legato per tema de' baratti dì
quella gente senza fede si ritrasse dall' assedio dì
Cesena, e dalla cominciata guerra contro al capita-
no dì Forlì, pensando saviamente i pericoli che oc-
correre li poteano. Il capitano a quella compa-
gnia dava il mercato, e a' capitatfi e a' maggiori co-
nestabili facea doni per avere il loro aiuto: e la
moltitudine di quello esercito si stava in sul contado
di Ravenna facendo danno di prede, e mioactiando
di dargli il guasto, se '1 loro signore messer Ber-
nardino da Polenta non desse loro danari. Ma egli,
essendo molto ricco di moneta, chiamò a consiglio
i cittadini di Ravenna; e con loro ordinò il modo
deir ammenda del guasto, e volle in questo caso,
come valoroso tiranno, innanzi soddisfare il danno
a' suoi cittadini, che sottomettersi al tributo della
compagnia. Onde molto fu commendato da' savi ; pe-
rocché del guasto la compagnia fa danno a sé sen-
za trarne alcun frutto, e il trarre danari da'' signori
• da' comuni ò un accrescere baldanza e favore a
mantenere le compagnie e '1 servaggio de' popoli
CAHIOLO LXXI.
Come i Fioreniini ordinarono di fare baleslrierù
Sentendo i Fiorentini la gran compagnia in
Romagna, e che il termine promesso per quella di
non gravare i Fiorentini compieva, si provvidono d'al-
quanti cavalieri, e mandaronli in Mugello per contra-
dire i passi deir alpe, e feciono eletta nella città e
nel contado di balestrieri; e del mese di luglio del detto
anno feciono mostra di duemilacinqnecento balestrieri
sperti del balestro, tutti armati a corazzine, e man-
daronoe a' passi dell' alpe, e senza arresto ne com-
presono appresso fino in quattromila, tutti con buo-
ne corazzine; della quii cosa le terre vicine gbi-«
belline e guelfe di Toscana, ohe allora viveano in so-
spetto, stavano in gelosia e in guardia, e la compa-
gnia medesima ne cominciò a dottare'. NondimoM
il comune, per savia e segreta provvidenza, man-
dò alcuni cittadini per ambasciadori alla compagnia,
i quali teneano ragionamento di trattato, e passavano
tempo, e tentavano con ispesa di trarre de' caporali
della compsgnia e conducerli a soldo; e per que-
sto modo temporeggiando co' conducitori di quella,
tanto che il grano e i biadi' del nostro contado Cn
fuori de' campi, e '1 comune fortificato di cavalieri e
masnadieri e balestrieri, e presi in tutta V alpe, ove
poteva essere il passo alla compagnia, si rappoao
dal trattato, e tornaroB^si a Firenze. La compagnia,
sentendo il comune di Firenze provveduto contro a aè,
con accrescimento di sdegno perde la speranza d' en-
trare a fare la ricolta tributaria in Toscana, e però
tenne co' Lombardi ano trattato, il quale forni, cobm
innanzi al suo tempo racconteremo.
CAPITOLO LXXn.
V ordine ck* e' FioreMmi presone per mantenera
i baiesirieri»
Piacendo a' Fiorentini molto il nuovo trovalo
de' balestrieri, il fermarono con ordine, e nella citli
n'elessono ottocento, tutti balestrieri provali, par-
tendoli per gonfalone, e a venticinque davano tm
conestabile, e le balestra e le corazzo di cetano mar-
cavano del marco del comune; e per simile modo
n' elessono nel contado, dandone secondo V estiaM
cotanti per cento; e appresso nel distretto no fecio-
no scegliere a catuna comunanza, terra o castello,
quelli che si conveniano, tanto die in tutto n^eb-
bono quattromila; e ordinarono per li loro noldi
balestrieri, non andando al servigio del comune,
certa entrata del comune, e che catono dei delti
balestrieri, non andando al servigio del cornane,
standosi a casa sua, avesse ogni mese soldi venti
di provvisione dal comune, e '1 conestabile soldi qua-
ranta, e dovessono stare appareccbiati a ogni richie-
sta del comune; e quando il comune mandasse o
tenesse in suo servigio, dovessono avere il mese
fiorini tre di soldo, e ogni capo di tre o di quat-
tro mesi erano tenuti a volontà degli oficiali depu-
tati sopra loro, ch'erano due cittadini per catoDO
quartiere, colle loro balestra e eolle corazze marcate
del marco del comune. E oltre a dò, a ogni rasse-
gnamento gli uflciali facevano fare per ogni gonfalo-
ne^ un bello e nobile balestro e tre ricche ghiere^, fl
quale ponevano in premio e in onore di quel balestrie-
re della compagnia del gonfalone, che tre continovi
tratti saettando a berzaglio vinceva gli altri ; e an-
cora così faceano ne^ comuni del contado per eser-
dtare gli uomini, per vaghezza dell' onore, a dive-
nire buoni balestrieri ; e fu cagione di grande eeer^
citamento del balestro, tanto che tra sé nella città
e nel contado ogni di di festa si ragunavano in-
sieme i balestrieri a fame loro giuoco e sollusso
per singulare diporto.
' « temare ; voca antica e atranìara.
' Lo sleaao che le biade.
* per ogni compagnia del gonfalone.
* Spade di dardo o fraoda antica.
DI MATTEO VILLANI.
209
CAPITOLO LXXnL
Come • Trevigiani furono ioppre$i^ dagli Vngheri
con loro graoe danno.
Tornando on poco nostri matork a* faUi di
Trerifi, arando radoto coloro ch'erano par i Vo-
neiiani alla guardia di Trevigi la subita partita del
re d^ Ungheria e del suo grande esercito, eoniincia-
rono a far tornare i laToratori nel contado, e con-
dttcenri il bestiame, e sparti per le contrade. Gli Un-
gheri oh* erano rimasi a Colligrano e per le terre
Ticino, sentendo il paese pieno di preda, mandarono
scorrendo di loro Ungherì fino presso a Treyigi in-
tomo di quattrocento carelli, i quali raunarono di
uomini e di bestiame una grande preda. I cavalieri
e^ balestrieri eh' erano in TreWgi con loro capitani
veneaiani, per rìscootere la preda gagliardamente
uscirono fuori più di cinquecento cayalierì e asaai
masnadieri, i quali di presente a* aggiunsono con gli
Ungherì ; ed eglino si cominciarono a difendere an-
dando Terso i nemici, e voltando e oppresso ritor-
nando; e continovo si ritraevano, ove sapevano
ch'era l'agnato della loro gente, non facendone al-
cuno sembiante: e cosi continoando, e persegui-
tandoli i Trevigiani, gli abbono condotti dov* erano
riposti in sguaio ottocento de' loro Ungherì, i quali
di subito uscirono addosso a' Trevigiani *, e rinchiusi
tra loro, più di dngento n'uccisono in sul campo,
e presoone più di trecento, e menaronsene i pri-
gioni e la preda, avendo più danno fatto a'Veoeaiani
e a quelli del paese in questa giornata, che il re
nell'assedio con tutto il suo esercito ; e questo fu
a di 28 del mese d'sgosto, anno detto.
CAPITOLO LXXIY.
Come U Regno era d* ogni parie in guerra.
Essendo, come detto abbiaoM) poco innanii, u-
scita la compagnia del reame, il re, rìmaso povero
d^ avere e di gente d'arme, non potea rìparare alla
forse de' ladroni che per tutto scorrevano il reame,
ricettati da^ baroni eh' erano scorsi a mal fare, e par-
tivano le rub^e e le prede con loro ; e di verso le
parti di Campagna centocinquanta cavalieri, ch'era-
no rimasi della compagnia, tribolavano tutto il paese
d' intomo, e rabavano e rompevano le strade e' cam-
mini, e cosi gli altri caporali de' ladroni facevano
in Principato e in Terra di Lavoro ; e in Puglia il
paladino col favore dei duca di Duraaso, faceva il
simigUante, e con ottocento barbute avea assediato
Sanseverino, scorrendo e rubando tutto il piano di
Foglia; e per questo il Regno era in maggiore
tempesta che quando v' era la gran compagnia, e
mono cammino v* era rimaso sicuro ; catuna parte
del Regno era corrotta a mal (ara, fuori che le buo-
ne terre, per gran colpa della mala provvedono del
re loro aignore, ^e fuori de' auoi delitti poco d'al-
tro si mostrava di curare.
CAPITOLO LXXV.
Cowm i eoUegoH condmesono la compagnia
al loro eoldo.
La compagnia del conte di Landò stando lon<^
gemente sopra il contado di Ravenna, e premendo
per via d' aiuto gravamento i Forlivesi, conosciuto
che per lo riparo e provvedensa del comune di Fi-
renxe a loro era malagevole e pericoloso entrare in
Toscana, a' accordarono d'andare a servire i col-
legati contro a' signori di Milano in Lombardia; e
condotti per quattro mesi per quelli della lega, pro-
miaono di stare il detto tempo sopra le terre dei
signori di Milano, guerreggiando il paese a loro u-
tilità ; e a <R 18 del mese di settembre anni Domini
1356 si partirono di Romagna, e presono loro cam-
mino in Lombardia, e tra Bologna e Modena atte-
sone l' altra foraa de^ collegati e '1 capitano eh' ap-
presao diviseremo.
CAPITOLO LXXVL
Be'* fata de^ collegati di Lombardia,
Brano in questo tempo collegati contro a' si-
gnori di Milano il signore di Mantova, il marchese
di Ferrara e "1 signore di Bologna, nominati capo-
rali, avvegnachò assai degli altri tacitamente teneano
con loro ; e avendo procacciato d^ avere compagnia al
loro servigio, come detto ò, trattarono coU'impera-
dore d* avere capitano da lui a quali' impresa ; e l' im-
peradore avendo l'anioM) contro a* signori di Milano,
i quali avea trovati molto potenti, avendo in Pisa per
suo vicario messer Astorgio Marcovaldo vescovo
d^ Augusta, uomo valoroso in arme e di grande au-
torità, per non volerai acoprire manifeatamente con-
tro a' tiranni, concedette la libertà al vescovo, e in
segreto l'ordinò suo vicario; e a ciò li concedette
tacitamente auoi privilegi, commettendoli che ciò
non manifestaase se non quando sopra loro si ve-
desse in gran prosperità, sicché con onore dell* im-
perio U potesse fare ; altrimenti no '1 faceaae, ma mo-
strasse da sé fare quell'impresa. Costui chiamato
dalla lega de' Lombardi ù partt da Fiaa e venne a
Pimnae, ove li fu fatto grande onore ; e aenza sog-
giomo se n'andò alla compagnia, e fu fatto loro con-
ducitore, e dell'altra gente de' Lombardi collegati;
il quale valentemente s'ordinò contro a' tiranni, e
fece grandi cose, come appresso narreremo ; ma ri-
chiedendoci innanai alcune cose grandi, conviene che
prima abbiano il debito della nostra penna.
CAPITOLO LXXVn.
Come i BraboMoni ruppono i patii a' FiamminghL
Avendo poco innansi narrato la concordia che
si prese in luogo deU'apparaochiata battaglia tra' Fiam-
minghi e' Brabanioni per lo ietto di Mellina, segui-
ta che gli otto arbitri^ eletti, quattro da oatuna parto,
' soprapprc^, sorpresL
VlLUm M.,
■ n T. leggo qui e più sotto àlMrù
VOL. n.
u
8t0
CRONICA
•oUo la fede del leio MfaBeilò, iTeuio diUgea-
temente Tedote, e difamiiiate le ragioni di eaUma
parte; e trotando dì eMcefdia %M gli arbUri la ra-
gione della Tilla di MelMna eaaere del conte di Pian-
dra, e così eiaere aoconci di aenteniiare per oa-
farfare il loro aaraaiento, fl diica di Bnbmte, rom-
pendo la fede promeaaa, nandò per Iure pigliaro i
quattro anoi BraJhotoni ek* erano arbitrì, acdecehè
non poteaaoBO dare la aentenia ; e dne ne preeono,
e dne ae ne fàggirono. Per qneatn eoaa il conte di
Fiandra, e* FiaBnunghi Ai tennono traditi da*Bra-
banzoni e dal loro doea, e di preaente aioaaono
gierranel paeae. Bdeaaendo alqoanli eamUeri iaai-
■inghi entrati in BralMnte gnerreggiando, i Bra*
banioni ai auaono con BMggiore fona contro a lo-
ro, e mpponll, e neciaono ottanta caralieri, e pie
altri ne imprigionarono. B aggiunto aDa prima in-
giuria il aeeondo danno e rergogna de*Fiamnunglii,
a'inlammarono tetti di tanto adegno, eke per oo-
mane tetti diedono luogo a^ loro aMftieri, e inte-
aono ad apparecchiarai in arme per andare contro
a' Brabanzoni; onde nactrono notabili coae come
appreaao racconteremo.
CAPITOLO LXXVm.
Come il conte di Fiandra andò sopra Brabante.
È da eapere, per meglio intendere quello ohe
aeguita, che non per nuovo accidente, aui per an-
tica virtù, e continovata andiiiione, il popolo fiam-
mingo era più prò* e più aperto e audace in fatti
d*arme cke il popolo brabanione; e i cavalierì bra-
banioni più aparti e pia atti in fatti d*arme cb^ e*cam-
lieri fiamminghi. Ha recando a aò il popolo fiammingo
r ingiuria ' rioemta da^ Brabamoni, nell^ impeto del fu-
rore del ano aniuM, come un uomo, a* aceolaono in-
aieme più di centocinquanta migliaia denomini, tutti ar-
mati a modo di cavalieri, e con loro il conte loro aigno-
re con quattrondla cavalieri ; e raccolto grandiaaimo
carreaggio carico di vivanda e d* araudara, n di 9
^*agoato, «uno detto, preaono loro cammino per en-
trare in Brabante, e a di 12 del detto meae ai tro-
varono aopra la gran città di Boraelln, preaao a
meiia lega, e ivi fcmmrono loro eampo, acorrendo
il paeae d'intorno, e facendo aaaai danno a*paeaanL
CAPITOLO LXXDL
Come il duca di Brabante $i fé* incontro
n duca di Brabante, il quale era Tedeaeo,
fratello uterino di Carlo di Boemia imperadore, a-
vendo in animo di non volere Mellina al conte ren-
dere attendendo la guerra, avea rìcbieato d'aiuto
r imperadore, e molti altri principi della Magna, e
a questo punto si trovò da diecimila o più buoni
cavalieri tedeachi e brabanioni, e tutto il popolo di
Brabante si mise in arme^ e trovoasi il duca a que-
ato bisogno cento migliaia di Brabaunai a pie bene
annati. B vedendosi i neariei all'uado^ a A IT del
detto meae d*agoalo nadrooo a eampo iaori Mi
villa di Borsella, e misonai a eampo a rìafello
de*Fiammiagbi preaao a un memo migfio: ecan-
cìarono a ordinare la loro gente, e diaporla per bil-
taglie a pie e a cavallo; perocché ben conoacMN
che 1* impreaa era tale, che non rieevovn altro tv-
mine chela vittoria ddla battagliaa od Mdiola «m-
eedeaae. in queato onfinare' atolloiio daBa auMìm i
nona ; meisani* non ai poteaao in quaate Citte tn-
metlere per la lede aBra voha iblln po'BrabaaBsri;
aatuna parte s'acconciava di eombalten; etafliam
preaao Tun'oate air altra, ehe battaglia non vi potai
attribuendo a ék qufUa tnglaria ; reputandola a sé Citta.
CAPITOLO ULXX.
Come i Fiamtningki sconfUsono i BrabamoaL
I Fiamminghi, ch'erano infocati per riafisrif
ricevute, vedendosi i nemici cosi di preaao, e ses-
tendo tra loro gran remore, awianndom che per
diacordia ai doveaaono partire, aonia attenderà lèi
veniaaono achierati al campo, vnUeala l'era Mi
nona, ai miaono ad aaaaBrgli. B ooaunciate sa gri-
do tutti inaieme a loro costuma, che trapasssn fl
cielo vincendo ogni tonitruo, e gingnendo a'aeaiJd,
i quali aveano incominciata alcuna diacordm trtl^
dead e' Br^anxoni, gli aaaalirono con grasce «-
dimento ; e cominciata tra loro la battaglia, avresse
per caao, e non per operaaione do' nemici, eberh-
aegna del duca di Brabante ai vide abbattats. Te
dnto queato i Brabansoni a piede fai prima si ni-
aono alla Alga ; e i cavalieri apprenso vobeae b
reni a^nearici- acuta lue alcuna reaiatema, a iata-
sonsi a aalvare nella dite eh' era toro prema; i
Fiamminghi affannati per la corsa al primo asiatto,
e carichi d' arme, non li poterono aegalre; e ptf
queata cagione pochi ne morirono in sai cespo,
ma più n'annegarono, gittandon n passare fi lane
coli' armi indoaao: ma fira tutti i morti in sai om-
po 0 annegati nel fiuto appena aggiunaeoo al so-
mero àà cinquecento, ehe fu di eoal grande €•o^
dto gran maraviglia, e de'Fiammkghi aoa norì
alcuno di ferro, eoaa quari inoredibfle a reoeoita-
re ; ma ooal fu per la grasin di Dio, che noe u-
aentt Ara loro maggiore effimione ài aangoe.
CAPITOLO LXXXL
Come H eonée di Fiandra ebie BorteKe.
H duca di BrabaaHe fuggendo oo'sad oat^
tedeachi entrò n Borsella, e tanta paura ^ ^
neir animo per la fede rotta a^Ffanunfaighi, ebesoe
ebbe cuore di rHenerai in Boradla, ma di proitfU)
acme ordinarla a difbaa o a guardia, se ne ptf^ *
andoasene in Loano. U conte avendo ritterieieaw^
rotti e caedati dd eampo i suqi nemici, vedeadeii»^
Fiamminghi per hi vittoria baldansod e A P**^
volenti n aeguiro innanai, di preaente in qeol ^^^
' neir ordinar questo ; nel dare ordine a qoeite ooM*
' medUtori, pacieri.
J
DI MATTEO VBXANL
211
•6 n' andò a B^m^U, I gntì& nomini a i grandi
borghefi di quella yilla aveano per addietro ordina-
lo, che tatti gli arteici 4e*aieilieri aleifono fuori
della città in grandi borghi cbe t' erano, per novi-
tà che t" erano di loro riotte^ alcnna Tolta atfenute
in perìcolo della villa, e in qoeata rotta non gli a-
veano laaoiati rifoggire dentro. I borgbi erano gran-
di| a maraviglia creaciiiti per li meatieri, ed erano
pieni e fomiti d* ogni bene. Il conte avendo in foga
i anoi nemici, senza contraato a' entrò ne' boigbi
beendo alcnna nccisione ; e comincionne ad affocare
mo, e diaae, che tntti gli arderebbe se la terra non
lacefae i anoi comandamenti. Gli artefici eh* abita-
vano ne' borghi, e aveano di fuori e nella villa di
loro gente, e avendo pk in loro balia Tnna delle
porte, diaaopo a* borgheai,^ che non intendeano ea-
aere diserti* colle loro famiglie per loro, e che ae
di presente non faceasono i comandamenti del con-
te, che per fona il metterebbono' nella villa. Per la qual
cosa vedendosi i borghesi dentro a mal partito, eles-
sono di concordia di volere innanzi essere air ub-
bidienza del conte, che di lasciarsi prendere per
forza da' Fiamninghi e da' loro propri cittadini, e
gnaatare la città di sangue e di ruberìa^; e di pre-
sente elessono ambasciadorì, e mandaronli ne' bor-
ghi al conte, che voleano ubbidire a' suoi comanda-
menti, promettendo salvarli d' nccisione e di ruberìe :
e così fu fatto. E di presente furono aperte le porte,
ed entrowi il conte e chi volle de' Fiamminghi, rì-
cevuti con grande onore da tutta la villa, e appa-
recchiato loro, come ad amia, dò che era di bisogno,
n conte ne prese la signorìa dolcemente, e ordinov-
vi il reggimento e la guardia come a lui parve ; e
rinfrescata la sua gente, il terzo di coli' empito del-
la sua prospera fortuna si mosse da Borsella co'suoi
Fiamminghi e andò a Yillaforte, la quale, come che
molto fosse iorte e difendevole a battaglia, aen-
tendo che Borsella a' era renduta, e che il loro si-
gnore si fuggiva e non facea riparo, per non ten-
tare maggiore fortuna s'arrenda a' comandamenti del
conte, il quale la ricevette benignamente. E la villa
di^Mellina, per cui era stato la cagione della guerra,
aenza attendere che l' oste v* andasse s' arrenderono
al conte, e ricevettonlo per loro signore, e ordina-
ronsi per tatto a fare i auoi comandamenti.
CAPITOLO LXXXn.
Come U cùfUe di Fiandra ebbe iuiio Brabanie
a iuo comandamento*
n duca di Brabante, vilmente abbattuto per
la sua corrotta fede, e poco amato perchè era Te-
deaoo, avendo sentito come Borsella e Yillaforte
aveano fatto i comandamenti del conte, non si fidò
|n Loana nò in alcuna terra di Brabante, ma colla
moglie e colla aua famiglia e co' suoi ameai a* uscì
di lotta la provineia di Brabanie e riduaaeai in Ala-
sMfna, abbandpnando oosl ricco e nobile paeae per
ava codardia. Il conte sentendo parlilo il duca, creb-
be in ardire oo'aiioi Fiamminghi, e dirizaossi verso
Anversa : quelli d' Anveraa faciono vista di volerai
difendere. U conte non volle quivi fare eoa [miova ;
e laedata Anversa, ae n' andò a Loano, affrettandosi
prisM ohe potessono mettere eonsigUo alla loro di-
fesa. Quelli di Loano vedendoai abbandonati dal du-
ca loro signore, e male provveduti alla subila guer-
ra, e che 1* altre boone ville di Brabante a' erano ar-
rendute al conte^ e ohe da lui erano bene trattali,
per non ricevere il guaato né maggiore danno s'ar-
renderono al conte, e con pace il misono nella città
con gran festa ed onore; ed entrato in Loano, in-
contaneote Anversa, e latte le buone rille e caatella
della provincia di Brabante ai misono aU' ubbidienza
del conte e feciono i suoi comandamenti; e così
in pochi giorni del rimanente del mese d' agosto del
detto anno, dopo la sconfitta de' Brabanzoni, fu il
conte di Fiandra measer Lodovico aignore a cheto *
di tutta la ducea di Brabante; e dato ordine a loro
reggimento, e fatti nficiali in tutte le terre, e mea-
aovi quella guardia eh' a lui parve a conservagione
del paese, e fornito Mellina con più sua fermezza e
guardia, perchè era propria villa di suo dominio,
con allegra e piena vittoria, di letizia e non di san-
gue, co'suoi Fiamminghi si tornò in Fiandra, ac-
cresciuto altamente il suo onore e la fama de' suoi
Fiamminghi.
' di loro contate, altercasionii «Ezaflamentì.
* èhe non intandeano aaiar rovinati, mindati lo rov^
na par loro.
* U ftfébbaro entrare, gli aprirebbero il pasao.
* e mattare la dttà a sangue ad a ruba.
CAPITOLO LXXXUL
Perchè sa mo$$e guerra dagU Spa§nmoii
o' Catalani.
Era in questi di il re Petro di Castella, giova-
ne, e più pieno di disaolute volontà che d' oneste
virtù, e molto era atemperato nella concupiscenza
delle femmine ; e dilettandoai con una sopra l' altre,
non baatandogli le grandi camere e' nobili verzieri^
a suo diletto, si mise a diporto con lei in mare in
au un legno armato non di gran difeaa ; e andandoai
sollazzando in alto mare, una galea armata di Ca-
talani passava per quella marina, e vedendo il le-
gno armato, si dirizzò a lui, e domandava di cui
foase il legno e la mercatanzia che au v'era carica.
Il re per iadegno non volea ohe risposta si facesse ;
per la qual coaa i Catalani più ai aforzavano di vo-
lerio sapere, e non polendone avere riapoata, a' ap-
pressarono al legno, e cominciarono a saettare: e
vedendo da preaao che gli uomini erano Spagnuo-
li, aenza mettersi più innanzi si partirono, e segui-
rono loro viaggio. 11 re rimase di questo con gran-
de sdegno; e poco appresso avvenne, che in Sibilia
arrivarono galee armate di Catalani, i quali avevano
guerra co' Genovesi, e trovando nel porto alquanti
mercatanti ài Genova, li presono ; e raddomandandoli
il re di Spagna, non li vollono rendere. E quo-
ta cagione più giusta infiammò più 1' animo del re
' aani'nopo di fon*, per general eonseottmeeto, tran*
qnillamente. * giardini | vooe antiquata.
ais
CBOmCA
per modo, ohe uuMiitiieBlo por naro e por lom
coadnoid a* Catalmi nooTO gaorra ; o inoo&UiiOBto
foco annaro dodici galoo, o maidò soorroodo lo
Barino fiao nel porto di Maiolica, ardendo e metten-
do in fuoco quanti legni di Catalani poterono tro-
rare per totta rifiera di Catalogna. B in qneati di,
le qnindid galee bandeggiate^ di Genora per la pre-»
aora di Trìpoli, afendo per udrò di bando a gner-
reggiare tre meai i Catalni, feciono in Catalogna e
nell'iaola di MaioUca danno asaaL Bl te di Caatel-
la per terra con gran fona di aooi caTalierì Tonnto
alle frontiOTO di Catalogna, improTriao a* Catalani,
fece loro d* araioni e di prede danno grande. Per la
qnal eoaa d' ogni parte a* apparecchiò grande efono
di gente d'arme, e catane rìchieae gli amici per
condncerai a battaglia, come aegnendo appreaao nel
ano tempo racconteremo.
CAPITOLO LXXUV.
^ron frimifo/ì funmé •» Ispagma.
In qneato anno 1356, ali* aacita dei aMae di
settembre, e alquanti dì alP entrata d'ottobre, fa-
rono in lapagna grandiaaimi terreaMoti, i fsafi laNia-
rono in Corderà e in Sibila grandi e gran niao
di molti diicii in qnelle doe grandi città, e nelk
lorocircnatanie, nelle qaaH perirono nomini, e ìm-
nune, e fancinlli in grandiaaimo nnmero, Cieende
aepoltnra delle loro oaae. B qneati medeaimi tremaoti
feciono nella Magna grandi fracaaai\ cbo qoaai tatti
Baaola e nn* altra città feciono rovinare con gran-
de mortalità de* loro abitanti In Toacana n qocili
medeaimi A ai aentirono, ma jnccoli e aeua alcoao
danno.
LIBRO SEniMO
CAPITOLO L
Prologo.
Chi potrebbe con intera mente nel falnro ri-
cordare i falli e gli orribili peccati che ai coaunet-
tono per la afrenata Ucensa de* principi e de' aignori
mondani (lasciando le nùnori e le messane cose
che per loro spesso sema ginatiaia ai fanno), ae la
bretità del tempo dell' umana rita non toglieaae Po-
aperienia che per ginatiaia ai dimoatra nel mondo ?
Si maravigliano esiandio i eavii qaando avvenire veg-
gono traboccamenti di potentiaaimi re e d' altri gran-
di eignori, de* quali avendo memoria de* commeari
mali non ammendati per tempo conceduto dalla di-
vina graaia, ma pinttoato aggravati da qne* medesimi
aignori e da' loro enceeaaori per diaordinata pre-
annaione, non redierebbono i maraviglia quello che
avviene, ma a miaericordievole gutigamento dalla
divina mananetndine e ginatiaia, die per non per-
dere 1* anime eternalmente, temporalmente percnote
e flagella, acdocchè per le loro rovine, e pe*loro
trabocdievoli caai ai riconoscano e correggano e
ammendino. B apparecchiandoai al nostro trattato
n cominciamento del settimo libro, alcuna particella
di quello torneremo addietro, per dimostrare eaem-
pio delle cose qui narrate, per la aucceaaione che
eeguita a raccontare del grave caso occono al re
Filippo di Francia e al auo reame, e appresso al
re Giovanni auo figliuolo.
*mm
' sbandaggiate, espulse, caedata in bando.
CAPITOLO n.
Come il ro di Francia prese la croce per fan
U passaggio.
Non è nucoao in antica memoria a* vivesti del
noatro tempo, che per Y operasioni iniquo e crnd^
nate da invidia e da aoauna avarisia de' reali di Fraa-
eia dello stocco* anticato nella succeasione reale, ca-
de fu il re Filippo dinominato il Bello, coH*aggÌ8B-
ta della afrenata libidine delle loro donne, ohe t
Dio piacque di porre teraune a quello fignsggio*
Rimasene sola la reina d' Inghilterra, madre del va-
loroso re Adoardo di quel!' isola, per la cui suceei-
sione il detto re d' Inghfltcrra fece la guerra eo'
Franoeachi, come per lo nostro anticeaaore nella soa
GrofMca, e appreaao per noi in qneata è in gru parla
raccontato. Essendo venuti meno tutti i reaB, mei-
f«r Fitippo, figliuolo che fu di mcsser Carlo di Va-
iola, detto Cario Sensaterra, prese la aignorìa, e
feceai coronare re di Francia. B trovandoai re di cosi
grande e ricco e potentiasimo reame, e aenaa alca-
na guerra, e trovandosi in grande amore delsoauso
pontefice e de* cardinali di Santa Chiesa, il dottore
Filippo, simulando aingulare affesione di volera iai-
prendere e fare il aanto paesaggio d* oltramara por
acquistare la Terra Santa, di suo movimento prete
con molti baroni di auo reame la croce in pubblico
pariamento, e aommoaae a pigliaria altri re, profili»
duchi e baroni, conti e gran signori, e per eseo-
pio di loro molti altri fedeli cristiani presone la orooe
con aniaao di aeguire il detto re; e per latta h
criatianitài ed esiandio tra* Saracini, ai divulgò li
* (IrmoASsameiitii rovine.
' della sohiatta.
DI MATTEO VILLANI
213
novella di questo paisaggio : a dando vista il detto
re di i^nde apparecchiamento, avvenne, che negli
anni 1334 il detto re di Francia mandò a corte di
Roma a Avignone per snoi ambasciadorì F arcivesco-
vo di Raen con altri grandi baroni a papa Giovanni di
Caorsa vigesimosecondo e a' snoi cardinali, il qnale ar-
civescovo fn poi papa Clemente sesto, e in pub-
blico coneealoro avendo fatto V arcivescovo predetto
un bello e alto sermone sopra la materia dei pas-
saggio, e confortato il sommo pontefice e* prelati
di Santa Chiesa e tutto il popolo cristiano che si
manifestassono a dare consiglio e aiuto al serenissimo
re di Francia, il quale si movea per selo della fede
di Cristo a coal alta impresa, per seguire e fare e
per accrescere la sicurtà a* fedeli cristiani, giurò nel-
Tudif usa di tutti nella maestà difina, al Santo Padre,
e alla Chiesa di Roma, e a tutta la cristianità, nel-
r anima del detto re di Francia, che 1* agosto prossi-
mamente seguente, gK anni 1335, e^ sarebbe uscito
fuori del suo reame in via colla sua poterne, e con
gli altri prìncipi del suo reame crociati per anda-
re oltremare al santo passaggio : e per questo impe-
trò da Santa Chiesa le decime del suo reame per
molti anni, e altre promissioni del tesoro di Santa
Chiesa, e quante altre cose domandò per parte del
detto re al papa, di tutte ebbe da lui piena grazia :
e io scrittore fui presente nel detto consistoro, o
udii fere il saramento, come detto avemo.
CAPITOLO ra.
Le parole éUsse frate Andrea ài Aniieckia al re
di Francia,
Basendo divolgata la novella di questo passag-
gio in Egitto • in Sorìa, i cristiani del paese che
sono sottoposti al giogo de'saracini, ed esiandio i
viandanti mercatanti eh* allora erano in quelli paesi,
rìcevettono gravi oppressioni e diversi tormenti, e
molti ne furono morti da* signori saracini, e tolto il
loro avere sotto false cagioni d* esser trattatori del
passaggio ; per la quel cosa un valente religioao
italiano, il quale era chiamato frate Andrea d'An-
tiochia, in fervore del suo animo dolendosi dell'in-
giuria ohe riceveano gV innocenti criatiani, si mosse
di Sorìa evenne a corte di Roma ■ Avignone; e là
giunae, quando il re Filippo di Francia era tomaio
di pellegrìnaggio da Marsilia a Avignone, paaaato
di lungo il termine della sua promessa, e non essen-
do di ciò uè dal papa nò da* cardinali rìpreso:e già
avea presa la licenza dal Santo Padre, e avea vali-
cato il Rodano, e desinato nel nobile ostiere di San-
t* Andrea, il quale avea fatto edificare messer Napo-
leone degli Orsini di Roma a fine di ricevervi il re
di Francia e gli altri reali, il re en già montato a
cavallo per prendere ano cammino verso a Parigi,
il valoroso frate Andrea, avendo accattato dagli scu-
dieri de* cardinali che Fatassono conducere ^ al freno
* che r «iataisero a condacers!, ad andare. Singolaria-
almo uso non registrato d^ yerbo e^nduoeri, nmìro, per
tmdm'é.
del cavallo del re, com'egli usd dalT ostiere cosili
fa condotto al freno. H religioso avea la barba lun-
ga e canuta, e parca di santo aspetto, e per la re-
verensa di lui il resi sostenne \ e frate Andrea disse:
Se* tu quello Filippo re di Francia, che hai promesso
a Dio e a Santa Chiesa d*andare colla tua potenza a
trarre delle mani de* perfidi aaracini la terra dove
Cristo nostro salvatore volle apandere il suo imma-
colato sangue per la nostra redensione ? Il re rì-
spuose di 9Ì. AUora il venerabile religioso gli disse:
Se tu questo hai mosso, e intendi di seguitare con
pura tnlensione e fede, io prego quel Cristo bene-
detto che per noi volle in quella terra santa riceve-
re passione, che dirizzi i tuoi andamenti al fine di pie-
na vittoria, e inlov prosperità di te e del tuo eser-
cito, e che ti presti in tutte le cose il suo aiuto e
la sua benedizione, e t* accresca ne* beni spirituali
e temporali colla aua grazia, sicché tu sii colui, che
eolia tua vittoria levi 1* obbrobrio del popolo cristia-
no, e abbatti 1* errore dell' iniquo e perfido Maomet-
to, e purghi e mondi il venerabile luogo di tutte Ta-
bominazioni degl* infedeli, in tua per Cristo sempiterna
gloria. Ma ae tu questo hai cominciato e pubblicato,
la qual coaa reaulta in grave tormento e morte dei
cristiani che in quel paeae conversano, e non hai
r animo perfetto con Dio a queata impreaa aeguitare,
e la Santa Cbieaa cattolica da te ò ingannata, sopra
te e sopra la tua casa e i tuoi discendenti e *i tuo
reame venga V ira della divina indegnauone, e dimo-
stri contro a te e' tuoi ancceesori, e in evidenza
de* cristiani, il flagello della divina giustizia, e con-
tro a te gridi a Dio il aangue degl* innocenti cristia-
ni già sparto per la voce di questo passaggio. Il
re turbato nell* animo di questa maledizione disse al
religioso : Venite appreaso di noL E frate Andrea
rispose: Se voi andaste verso la terra di promiaaio-
ne in Levante, io v* anderei davanti ; ma perché vo-
stro viaggio é in Ponente, vi laacerò andare, e io
tonerò a fare penitenza de* miei peccati in quella
terra che voi avete promesso a Dio di trarre delle
mani de* cani saracini
CAPITOLO IV.
lfo//e laide co$e fece il re di Francia.
Da questo tempo innanzi cominciarono le com-
mozioni del re d* Inghilterra già narrate per lo no-
a^ antecessore ; e prima il detto re di Francia ve-
dendo sommuovere gì* Inghilesi contro a aé, con gran-
de armata si mise in arme contro a loro, e di tren-
tadue migliaia d* uomini che reggeano il suo natilio,
perduto il navilio, ventotto migliaia d* uomini di sua
gente furono morti dagl* Inghilesi. E poi appresso
venuto il re d'Inglulterra in Francia oon piccolo nu-
mero di gente, rispetto della moltitudine de* cava-
lieri e di sergenti eh* avea aeco il re di Francia a
seguitarlo, fu sconfitto, come narrato abbiamo ad-
dietro ; e campata la sua persona con pochi per gra-
zia della notte, e tornato a Parigi, avendosi veduto
' 8i fermò, fece sosta.
Zìe
CRONICA
«il fMkio di Dio', BOB rioone alla Tirtù dalT b-
sfltà, bm agfìogBeBdo malo a Biale, per afora
BK^BOta asaai, ìb eoi ora la loa Adaaia, liceBuò* o
aicorò tutti gli osnrai dol foo reasio, daodo loro li-
coBSB di proitaro pobblicameBto, pagaadó alla corto
cioqBO per coBto di qieUo che catOBO era faiiato
dagli BÉciali del re ogoi bbbo. B aggiogooodo alla eoa
afarisia, fece battere buotb oiooeta d'oro o d^argeato
per tatto eoo reaaio di mollo meao Telata che qaella
che prima cfTrea, e aobitameate la fece correre per
bBOBa, e la baoaa fece disfare, ìb grao daBBO o oob-
foBiooo de* 8Boi barooi, e di tatti i paeaaBi e de^mer-
catanti eh* ayeaBO a ricevere méroataBiie eoi eoo
reame; e dopo qaesto, cob ordùio datoa*iaoi bù-
aiatri, per tatto U reame io aaa Botte fece preadere
ìb perfOBa e arrea tare TaTere a tatti gli oaarieri del
reame ; e aggiugoeBdo Biale a Bude, fece gridare per
tutto, ohe chi a?eaae accattato aopra pegBO TaBdae-
se a riscaotere per lo capitale', ataodo del capitale
al eoo aarameato, e cosi dell*aeeattato a caiia^; per
la qua! cosa coloro M avevaoo accattato, per la lar-
ga liceaxa, rioti da aTarìaia, si spergioraroao^ e
pochi fàrooo secoodo la Aioia che stesioao ia fedo;
e tatto ciò che pagavaao di capitale a* appropriò alla
corte, che fa graadissimo tesoro, io diserlagioae* di
moRe famigUe, ch*ogoi cosa s'appropriò alla oorte^,
diceodo, eh' aveano forfatto^ di aTcr meeai più da-
Bsrì a usura che bob doyeaao. Appreaso, dopo la
soa affrettata morie per disordioata lussuria, easea-
do di tempo, e dilettaadosi aella sua giotase e bella
dOBBa, seguitaroBO più gravi persecurioai di guer-
ra Bel SBO reame; la fine il re Giovaaai sao Igliaolo
e UBO de' suoi figliuoli furooo presi aella graade
battaglia ch'appresso raccoateresM) : eoachiadeado,
che come, a fogaaao fu preaa la croce, e promeaso
il saato passaggio per lo re di Fraacia, cosi ael suo
reame fu passato per diriao giudicio da* sooi oeoiici ;
e com* egli volle arricchire il suo reame iadebita-
meate de* beai di Sala Chiesa, degli altri ainmierì
BMrcataati e usurieri del suo reame, cosi giusta ro-
tribnzioae impoverì il re, e il reaaM eoasumato dai
soldi e dalle prede ; e voleadosi per aaiblzioae e-
saltare sopra gli altri afgaori della cristiaaitè, veduti
fnroBO eotrare iu servaggio di prigioae, viali mare-
vigliosamealo da più iaipoteati di loro, seeoado la
fona 0*1 aumero della genie.
' in disgnsU di Dio ; «mendod yedato incorso Dell»
divina condanna.
' ooncedetto lioenas, diede libero e liearo eseroisio.
' Intendi i senaa pagare le naorei e quanto al capitale
sarebbe tenuto vero quello che ai fosse confessato eon
giuramento.
* e cosi di quanto correva obbligo scritto ; dok de' de-
biti diirografidii delle carte di eaoÀio eoe.
^ Alcuni intópretano: al resero apergiuri; peroioccbi
aconfeasavano in parto i loro obblighi, eh' equIvaleTano
tra persone onorato a giuramenti. Ma forae qui tpergiu-
rare vale giurare il falso, aoatenere con giuramento il
Calao, confeaaando un ospitale aasai minore di quello die
avevano in effetto ricevuto.
* in mina, per mina, atormlnlo.
^ a' incamerò, ai confiacò.
" fSdlato, eommeaaa gran colpa.
CAPITOLO V.
Cow^ Ure di Frameia m$^ di Bangi eo» suo ^eno,
e ónda m Nanumdia.
Seguita, loraaadoa aoftra amloria, eheliedi
Fraacia vedeado aaaaliro il suo reaoM ora dal eoate
di Laacaatro eoa quelli di Navarra, ora dal duca di
Gaales coli* aiuto de^Gaasooai, o che per aoperdua
baldaaut aveaao preao aopra lai e aopra la gsBle
fraaoesca; vedeado al presealo il eoale di laaiastis
e BMSser Filippo di Navarra ridotti ia HotBaadia a
Berloglio, come poco iaaaasi abbiaoM» Miralo, si
propose ia aaimo di perseguitarli; e di tatto fl rea-
me rauoò a Parigi i suol banmi e latto il loro daOs
eoa cafaHeria, ed cBiaadio i ricchi horgkeai di Pa-
rigi e dell' altre buoae ville, i quali tatti si
roBO di comparire heae ia «nao per
la persoaa del re; il quale era già ilo ia N4
dia, e fallo (hggire di aotte il eoalo di Laacaaire e
aiesser Filippo di Navarra eh* eraao ia NonuBdiis
Berloglio, e il re, come detto è poco addiotro, atea
viato il castello, e caoeiati i aesùci M paooa
do io Nonaaadla, i baroat e^ cavalieri e*
del reame, che amosai eraao, Iffaevaao drogai parta a
lui; o ali'eatrata del aMso di settembre ù trovò pA
di quiadiciflrila armadare di ferro bea aMariMi e
acconci ai servigi del re, e eoa eaa
di eergeati ia arme. B vedeadosi aver tìbIo fl
stello, e avviliti i bcbùcì, e creaciala la
prese speraaxa di cacciare gì' laghileai al latto ed
suo reaaie iaaaaii che ritoraasao a Pai%i. B aas
tutto questo cavalleria atava alle froaliare éo'aasi
ncBiici per bob lasciarli scoirero per tatto lo aai
terre al modo uaalo, e per preadore aopra toro aai
vaalaggio, stoado apparecchialo alla froarta éo^aaai
aweraari.
CAPITOLO VL
Queilo faceva il pranao di ftiafar.
n^valeale duca di Coraovaglia,
priaMgeailo del re d* laghiUerra, il
parie per guerreggiare IremOa haoai 1
BMolatì, Ira laghileai e Guaaeooi, 0 da
eieri laghileai a eavallo, e sllri
quallroiafla Ira eoa archi e diro
beae capilaoali; aveado aealilo che 1 coaia
castro colla sua parlo di geato d* anao
ceto la Nonaaadia ed oairalo ael roaaso
rigi a aedici leghe, pareadogli avaro
BOB faceaao dalla eoa parte, ai moeae dì
veaaeseae ia Beni ardeado e dhroraado
eoo fBOCO ciò che ioaaasi gli ai parava. B
irtta amisurata preda, peroechè
queceato e di adUe fisoeora', o di pih 0 di
viale, e rubalo e arao aeasa Imvaao
guitando appresso, avea costeggialo 11
a
e
' Areaiamo psr/ìiodU, a qad
aero omort^ esaiponi, jpnUoTQ eoe*
cho^
DI MATTEO VELANL
815
iBfiao ad OrUaiis, a bUole intorno grave danno, pas-
mò a Pittieri ; e trovandoai preaao alla granda oale
del re di Franoia» h costretto di Cannarsi in tra le
dao fiamora ooU' oste e eolla preda ohe raooolta a-
¥eiu ehè di quel luogo, avendo di presso la gente
^el re di Franoia ch'andava contro a Ini, a salva-
naonto non si potea partire né con sno onore.
CANTOLO ViL
Come U re di Framda po$é U campo presso
aè preme.
n re Giovanni di Francia, elicerà presso colla
«ne grande oste^ e baldanaoso per lo dnea di Lan-
cestro cke r aven foggito, e per la vittoria del ca-
sielle, sentendo il daca ristretto tra le due finaiare,
che Tuna tramessava a volere andare a lai, di pre-
eente si mosse con totta la sua gente e appressossi
a' nemici, e pose il campo sno di costa a Barrì; e' ne-
mici erano dall'altra parte, la fiumara in mesxo, e' ponti
erano ipiù rotti, e alcuno ve n*avea rimase in guar-
dia de* Francesdii. Il dnca non potea passare innanzi
a prendere suo vantaggio di terreno; e '1 tornare
addietro di lungo viaggio, per lo stretto de' loro ne-
mici, e avendo chi gli perseguitasse, non se ne
potea pensare alcuna salute, e però la necessità gli
aecrescea in quel luogo V ardire. Il coraggioso duca
di Gnales vedendosi a questo stretto partito, non
dimostrò a* suoi segno d* alcuna paura né viltà; ma
firancamenle provvide il suo campo, e mostrossi a
4atta sua gente, confortandoli che non dovessono
iemere di quella gente cui eglino tante volte aveva-
no falla ricredente', .e ammaestrandoli di buona e sol-
lecita guardia il di e la notte, dicendo, come tosto
avrebboiio in loro aiuto il vdénte conte di Lanoa-
stro con tutta la sua gran fona. 61' Inghileai e* 6ua-
■sconi presono gran conforto della valentria e buo-
«a voglk del loro signore, e inteaono a fortificare
loro campo,, e a lire buona e sollecita guardia il
^ e la notte. E questo fu a di 17 di settembre,
anno detto.
CAPITOLO VIIL
Due conti del re di Francia rimasono presi
da un aguato.
m
Saputo che*! re ebbe la condisione de^snoi
nemici, e. come il loro campo stava, segretamente
con alquanti de* più confidenti baroni prese consi-
glio di valicare alla messa notte, venendo il sa-
bato, per un ponte della riviera, che gli dava più
certo il cammino ad aggiugnersi co* nemici, e più
atto il canunino alla gran gente che 1* aveva a se-
guitare, n duca di Gualca, o che sapesse il segre-
to del re, o che per avviso di guerra avesse che
corà dovesse seguirei la notte medesima venne con
sua gente eletta , e misesi in un bosco presso al
I obs svfan fifitta ricrederà, ohe^aveano sgcrriitiiy rlnta.
•cammino che U re dovea £tfe, e veniagli tatto ^ d'a-
vere il re con buona parte della sua compagnia
per lo presto avviso. II re si mosse con duemila ca-
valieri, e con quelli baroni a cui s* era manifesta-
to : e appressandosi al passo del bosco, mandò in-
nanzi dieci cavalieri aperti e bene montati a prov-
vedere se aguato vi fosse. I detti cavalieri scoper-
sono il guato, e di presente ritornarono al re, il quale
conoscendo il pericolo prese una volta, e dilungossi
da quel passo, e girò verso Pittieri, e valicò a sal-
vamento con tutta sua cavalleria; ma addietro non
mandò all'altra ena gente, che *1 seguiva, ad awi-
aarli di quello aguato : onde avvenne die, aeguitan-
dolo il conte d'Alznrro e quello di Clugni con al-
tri baroni e cavaBeri, avendo sentita la sua subita
partita, non però con tutta V oste, ma colle loro ma-
snade facendo la via che doveva fare il re del bosco,
credendo che per quella fosse andato, gì' Inghileai
maestri di baratti avendo mandali cavalieri deMoro
a ingegno che tomassono la notte per quel cammi-
no, e dimostrandosi essere de'Francdschi che seguis-
sono il re, come se per quel cammino fosse passa-
to ; e scorgendo i conti questi cavalieri, e facendoli
donmndare, risposono in firancesco che eeguivano
monsignor lo re ; e però con più sicurtà si misono
a cammino: ed entrati nell'agnato aensa ordine, es-
sendo d' ogni parte assaliti, non v^ ebbe reaistenxa
altro che del fuggire e del campare chi potea : il
conte d'Ahurro, valente barone, e quello di Clugni
rimasono pren con quattrocento compagni di buo-
na gente ; e menati prigioni nel campo, il dnca e tut-
ta la sua oste ne presono assai conforto : e queato fu
il sabbato a 41 17 di aettembre del detto anno.
CAPITOLO IX.
Puose il re di Francia il campo suo presso
agt IngkUesi.
Valici^ il re di Francia con duemik cavalieri
a Pitderi, e scoperto T aguato degl' Inghileai, come
detto abbiamo, di presente tutta l'altra nate de'Fran-
eeaohi seguirono il loro re per lo sicuro cammino ; e
giunti a lui, ai trovarono più di quattordicimila ca-
vafieri e motti sergenti, e non v' era però tutta In
sua forza, che al coutinovo vi creacea gente a ca-
vallo e a piò, sperando avere degf Inghileai buon
mercato'; e misonsi a campo presso al campo del duca
a meno di due leghe parigine, in parte che gr In-
ghileai non si poteano allargare ; ed erano per ve-
nire in pochi di in gran soffratta di vittuaglia', e an-
cora erano condotti in parte, che '1 conte, di Lau-
castro non li potea venire a soccorrere per lo cam-
po preso per i Franceschi, awegnachò troppo era
* e gli sarebbe incontrato di ecc. ; e avrebbe potato
far prigione il re eoe. À rabberdart il senso così dovrebbe
eorrere il ooetmtto : e veniagli faUo ^ avtre U re eon
hwma parie della compagnia per lo presto awieo; ma il
re «i tnoii$ eon due mila eoe.
' sperando che gì* Inglesi gli avrebbono prestato, for-
nito oopia di viveri
' mancamento, necessità di rit^oagUs.
216
CRONICA
/ iegati cercartmo accordo trà^ due signorL
Cono addietro ayeno namlo, in qnetta gner-
ra k Chiesa di Roma continoTO toDea aiioi legati che
trattaisono la ooacordia e la paco tra* dna re; e al
presente era nella eonpagnia del re 0 cardinale di
Bologna sno confidente, e il cardinale di Pelagorga
confidente del dica e degP Inghilesi, i qnali conti-
novo cercarano di recarli a pace : e vedendo la co-
te a questo stremo condotta e ultimo partito, ac-
docckè tra questi due signori de* maggiori della cri-
stianità non si venisse a mortale battaglia, di concordia
furono con lo rcT di Frauda, mostrandoli quanto erano
vari e non sicuri gli uscimenti* delle battaglie, pregan-
dolo, che dove con auo onore potesse venire a buona
pace, non volesse ricercare, per vantaggio che avere il
paresse, fl dubbioso fine delle battaglie. D re diede u-
diensa al savio consiglio ; e però incontanente il cardi-
nale di Pelagorga cavalcò al duca nel suo campo : e ri-
cevuto da lui grasiosamente, con savie parole gli mo-
strò il pericolo dov^ era egli e tutta la sua oste, e
ricordógU le grandi ingiurie per lo suo padre e
per lo suo rio, e per lui latte alla corona di Frauda ;
e conchiudendo disse, che acdocchè Dio non giu-
dicasse la sua causa per disordinata presunsione e
superbia in cotanto pericolo, quanto egli era di so
e di tutta la sua gente, eh' e* volea eh* e' si dichi-
nasse a volere restituire e rendere al re di Francia il
suo onore e le terre ch^ uvea occupate ddle sue, o
r ammenda del danno che latto gli avea nel suo rea-
me, acdocchò buona e ferma pace si fermasse tra
loro, n giovane duca, conoscendo il forte caso do-
ve la fortuna Tavea condotto, e avendo reverensa
a Santa C^oesa, avvegnaché M suo animo fosse e fer-
mo e ttcuro di grande adegno, acoonsentt iunama di
pigliare concordia, che tentare la pericolosa parte
della battaglia; e data speransa al legato, H face
ritornare al re di Frauda, per ordinare i patti e le
oonvenenie della concordia.
CAPITOLO XI.
/ patti che ti trattarono e quasi conekiuiomo.
Tornato il cardinale al re di Frauda, il ra fe-
ce raunare il suo consiglio, per fSare sssentlre a tutte
r offerte che *I cardinale avea portate al re da parte
del duca per avere buona pace ; e V offerta era,
eh' e* volea restituire si re di Francia tutte le terre
prese per gì' loghilesi e^ Guasconi nel suo reame
ne* tre anni prossimi passati, e die renderebbe li-
beri tutti i prigioni, e che per ammenda de* danni
di lungi a qud paese : per la quel cosa al re di Ph»-] Catti darebbe al re di Francia digento
da pareva avere la vittoria in mano ; e cosi era per nobili, che vulcano dnqueoanlo migUsrfa di torìal
ragione di guerra, ove fortuna o mala provvedenaa d* ero ; e domandava per fbrmeaia di
non avease mutata la condidone del latto, come se- per saoglie In Iglìsola del ro di Framaitn^
gucndo immantinente racconteremo. a In piacesse, e per dote la dnchea dP
faeendou sno uomo^ e a questo non n fiMmmrn, ol»
CAPITOLO X. tre alla volontà del detto re*; e in precUera éo-
mandava, che "1 re di Navarra fòsso lasciato e l'cntitaite
nel suo resAM. A queste eoee il re e fl coswiglie
s^accoadavano assai bene, e conosceano
colo il loro vantaggio. È vero che qncntn
si poteano fenure senas la volontà dd ra Adoarde
d'Inghilterra suo padre; ma il duca iaipronaattoa ia
temóne di pochi di Cargliene attenere e comferanare ;
0 andato e rivenuto pie volte il cardinale
re a fine di buona pace questo tiatlato, e
gni libertà dal duca che domandare ai aeppe, • che
per lui si potea fare, avendo' che la oonooréin ioasa
fiatta, ritornò aire di Frauda; malaeean cbfcn taHe
altro fine che non si forava,
racoonteremo.
CAPITOLO XIL
Come U te$eo90 ài Cotona ilurhò I0
Essendo venuto con pieno mandalo il
al re di Francia, il re avendo veduto por
aa i pericoli detta battaglia, e parendogli vnniro a
convenevole amaaenda deU^ ingiuria rioovaln, ai dia-
ponea alla pace ; o, per darie ooaipiBaente, ièeo la^
nnare i baroni e *1 suo eondgliOh Fra gtt atei, que-
gli in cui il eonaiglio dd re p^ d posarn per pie-
na confidansa, era il vescovo di Cdona ; oooCni n-
dite le oonvenenxe^ e^ patti della pace raeoonlati par
lo cardinale di Pelagorga, e come il re d^Eaghiltsf^
ra gli avea infira certi giorni a eonforaaaro, sligiAo
dd peccato non purgato nò ammendato dn* Franca
echi, d levò in parlamento, 0 aaollo arditaaaanfo dis-
se al re di Frauda: Sire, se ia mi ricordo bene,i
re d'Inghilterra e *l duca ^* ò qui presno suo ir
gliuolo, e 'I conte di Lancastro suo cugino, V hsane
fatto lungamente grande onta e sconvenevole oKrsg-
gio a tutto vostro reame per molte riprese, sooa-
figgendo in campo yosìro padre con perdita tà t9\
e di gran btroni, e in mare hanno tagliato le vostra
forte, e arso e dipopolato il voatrò reaaae in diver-
se parti. Ditemi, nre, che vendetta v* avete voi lat-
tai che CMia vostra onta, e di tutto voatro veaae,
' V esito deOe battaglia.
' Non faemdcii «no marito, coma spiegano alami rt-
esodo tali parole alla flglioola del re, ma ÌDterpreti«iDO
faemidcti «no d^endmte^ §ogff€Uo, rUémdo questo ìaà^
al re di Francia.
' Parole di intrieatiasliDO significato. S m juialo, dii
futmte àOa éoU a al farti dtpendmU, «t rimtUioa laAtf*
al piatire dal re di Frtmeia, Con altre parole : onoAi ri-
tpeUo atta dimanda détta DudUa d^Anghian^ non tifif'
mova, non faeepa a$9$gaammto, pie ehi nom fome>vdtttà
dèi re; a ohe toma a dira oh' egli non poneva l'adidioa*
alla sua inchiesta come patto eaclnsiyo.
' ritenendo, reputando die la concordia eoe
* udite le eonveniionl, gli accordi.
con
del regno dovrabba dirai d para.
DI MATTEO VIUAMl.
217
quella pace ri faccia ? Avendo Yoi fl Yostro òorpo-
nle nemico S con gran parte de' baroni e de^ ca-
vaUerì ioghileri e foafconi che hanno oonira Yoi e
eontro al Toatro reame fotti tutti i grandi mali, e
elb« a quelli eh' io v' ho contati, e ora gli ha Id-
dio ridotti e rìnehioii nelle Toatre mani per modo,
ch'addietro non poasono tornare, nò a deatra né a ri-
Biatra si possono allargare. Da vivere hanno poco, e
aeeeorso non attendono : voi mete rignore jdi fare
altamenle la vostra yendetta, e veggovi trattare di
kaciartt aadare ; ed eriandio per non certa fede o
fermeaia delle loro promeèse, ma piene d*agnati e
d'inganni, come è loro antica usanza, che sotto i
patti di fare confermare la pace al re, intende d'a-
vere subito il suo soccorso e quello del conte di
Lmoastro, eh' è apparecchiato con grande oste, co-
me tutti quanti sapete; e se questo avviene, chi
v' accerta che la vostra vittoria non possa tornare
in mano de' vostri nemici, con vituperoso inganno
della vostra reale maestà ? B però consiglio, che a'
vinti non si dis piik diiasione, e che la vendetta delle
vostro ricevute offese e la piena vittoria che Iddio
T* ha aj^recehiata, non vi scampi per tardamente
de* vostri trattati e de'vostri conrigli. Le parole del-
l' ardito prelato feeioio cambiare la volontà del re
e di tutti i baroni del consiglio, e cetano s'inanimò
alfai battaglia: • al cardinale fu risposto precisamente
riie più non ri travagliasse della concordia ; e de*
liberato fu di strìgnere il duca alla battaglia, la mat-
tina vegneate : e queato consiglio fu preso domeni-
ca a di 18 di settembre, anno detto ; operando for-
tuna, per lo franco eonriglio di quel prelato, la
materia deli' occulto giudido' di Dio contro al detto
r»^ Francia.
CAPITOLO XIII.
Diceria^ che fece ti pretnedi Guales a'stiot.
n cardinale di Pelagorga, avuta la risposta dal
re di Francia e dal suo consiglio oonlradia ri suo
trattato e nHa sua opinione, avendo singulare affe-
rione al giovane duca, in cm avea trovata molta li-
beralità, parendogli sconvenevole se colla sua boc-
ca non gli rispondesse, il ^ mederimo vriicò nel
suo campo : ed essendo^ innanu al duca eh' attendea
la férmeiia della pace, il cardinale glidiMc: Sire, io ho
assri travagliato per poterti recare pace, ma non ho
potuto per alcuna maniera; e però a te conviene
procacciare d* essere valente prenae, e pensare alla
tua difeaa colla spada in mano, perocchò alla bat-
taglia ti conviene venire co' Franceschi, rimoasa o-
gni ritra speranxa d' accordo o di pace. Udendo que-
sta parola il magnanimo duca, non perdo in atto o
in segno sua virtà% anzi disse : Voi d potete esse-
re testimonio, che dalla nostra parte non ò maucala
* eepHale, mortale nemico.
' app«reechiando, per opera delle fortoni, teli filiti ohe
mostraaaero roccolto i^ndlslo di Dio contro il re di Francia.
' diacono, arringa, parlata, parlamento.
* Queato iHtndo è omesso dalla stampa dtata.
' non perdette nà eoi ititto, né all' aspetto la sua virtù.
la concordia, alla quale con pura fede ri recavaaM» :
ora che da' nostri avversari manca, prendiamo fi-
danza che Iddio ria dalla nostra parte. E dato con
reverenza congio al cardinale, di presente ebbe i
suoi.barou e' suoi capitani de' cavalieri e degli ar-
cieri Inghilesi e Guasconi, e suinifeatò loro l'inten-
zione dri re di Francia e del suo consiglio, e come
al mattino attendessono la battaglia, con franche e
signorili parole dicendo, come Iddio e la ragione era
dalla loro parte, e che però catuno prendesse cuore
e ardire, e inanimasse sé e' suoi a ben fare : e ri-
cordandosi come i Franceschi, vinti e sconfitti più
volte da loro, non avrebbono cuore di sostenere la
battaglia. E oltre a ciò disse:' Signori e compagni
non dimenticate il luogo ove fortuna ci ha indiinri,
uri quale se noi vogliamo stare alla difesa, avendo
la fona de' nemici nostri a petto, in breve ci manca
la vittusglia, e di niuna parte ci può venire, perchè
noi e' nostri cavalli verremo meno^ di fame, e sa-
remo viKssima preda a' nostri nemici E nel partire
non si vede salvamento, avendo ri fuggire lungo il
cammino per le terre de'nostri nemici d' ogni parte,
e cosi gran forza qui, e de'nemici alle spalle ; anri
posriamo essere molto certi, che dando loro le reni
d faranno morire a gran tormento ; e però muna
speranza di salute rimane dalla nostra parte, se non
di combattere firancamente, e procurare colla virtù
deli' indurata fortezza delle nostre braccia abbattere
la delicata e apparente pompa de' nostri avversari;
e quanto la loro potenza e numero di cavalieri •
di sergenti ò maggiore, tanto conviene in noi più
accendere 1' animo a dimostrare nostra virtù: e se
fortuna ci pur volesse abbattere^, facciamo ri ch'a' no-
stri nimid rimanga dolorosa vittoria, e a noi eter-
no nome di vriorosa cavalleria. E confortata e in-
animata la sua gente, comandò eh' ri mattino tutta
la preda loro delle cose grosse fosse recata uri
campo e messa fuori tra loro e' nemid, e fattone
tre monti, e che la notte stessono in buona guardia
e confortassono loro e' loro cavrili, sicché al mat-
tino si trovassono forti e acconci alla battaglia.
CAPITOLO XIV.
Come i Franceschi s' apparecchiarono
alla hattaglia.
Avendo al re di Frauda preso per partito nel
consiglio di combattere la mattina vegnente, fece
il di raunare tutti i suoi baroni e' capitani della sua
cavallerìa e dei sergenti, e con allegra faeda ma-
nifeatò loro il consiglio di combattere la mattina
vegnente gì' Inghileai e' Guasconi, i quali erano po-
chi rila loro comparazione; i quali tutti si mostra-
rono allegri, stimando che non li dovessono atten-
dere conoscendo il soperchio, e che ri dovessono
fuggire, come fatto avea poco innanki il conte di Lan-
castro. E diedono ordine alle loro schiere, e la gente
che in catuna dovesse essere, e quale andasse prima ad
I por ci volesse abbattere. B eoa! oonressero ricane
stampe.
218
(mORiCA
«iaalin i nenioi, o qqalo appMtiO, e chi foiM AeBc
«ehioni grofM del re. B erfifato cetiuio capiteso
della sua fante e di qaello eh' al malliiio area a
iafe, IttUi iileaoao per qaello reato della gioraaU a
ffOTYedere le loro araù e' loro cavalli, per eaeere
prealì la matliaa iniaaai il fiorao aUa balUfflia.
CAPITOLO XY.
Le $ekiir0 e gU ùrdimi de Framcesehi.
Venato il laaedl autliM, il autliacaloo ^ di Di-
na^ a coi toecara fl primo aaaalto, fece per tempo
la aaa achiera eo'cavidieri di Spagna e d'altri oir-
eoitanti a quella lingaa^, oh' erano venati e condotti
al aenrigio del re; e a qneata achiera vi a^aggion*
nono nuanadierì italiani e apagnnolif aperti delle
battaglie, e buoni afaahtorL A costoro fu commea-
ao d' aaaalire priaui i nemici, ed eaaendo appareo-
cUaAi in aal campo, e le apianate fatte', appreaao a
lui fa fatta la aohiera del ooneatabile di Francia,
eh* era il daca d* Atene, e in ana achiera ebbe nralti
valenti baccellieri^ di Francia, provemali e Normfli-
di, e qneata a^era dorea peronotere appreaao i
Cadilori. Dopo qaeata U DeUlno di Vienna figlieolo
primogenito del re di Francia, e '1 daca d' Orliena
fratello del re, furono fatti eondncitorì della tena
achiera, ove aveano pie di cinqueaula cavalieri firan-
ceachi e del reame ; e questa dovea ferire ai^reaso
al dnon d' Atene. La quarta e nltiaui achiera era
quella del re di Francia, nella quale avea più di
aeimila cavalieri con molti grandi baroni; e questa
era per CaraMua, e riaeoaaa di tutte f altre. Aven-
do i Franeeachi coal fomite e ordinate le loro achie-
ra, eaaendo lungo apaiio di terreno tra loro e' ni-
mki, innanii che c'aggiungano/ alla battaglia, d
conviene narrare V ordine che prece il daca di 6ua-
laa nella ana gente.
CAPITOLO XVL
V ardine degringhiiesi con le laro tckiere.
Avendo il duca di Gualca fatto, come detto è,
ninnare fuori del campo innanai al ano carreggio,
verso la frontiera de* Franeeachi per buono spazio,
in tre monti tutto il grosso della loro preda, vi
face aggiugnere legname la mattina innanii di e
mettervi entro fuoco, acciocché V avariaia della pre-
da non impedisse V animo a^ suoi, e non fosse spe-
ranaa agli aweraari di racquietarla. B fatti i fuochi
grandi tra loro e' nemici, i fami occuparono la
pianura a modo d* una grossa nebbia, sicché i Fran-
eeachi non poteano scorgere quello che gP bghi-
leai ai doveaaono fare. B in queato tcnqpo il duca
e 'I ano eonaiglio fedone due perii de' loro ardori.
che n' aveano intorno di treaMÌa, o
boachi e in vigne, a deatra e a ainiatra wreno
ve i Franceechi poteaaone venire per aaanBiii»
chéal biaogno d'ogni parte pdaaaonn feora In
te di Francia e^ loro cavetti colle aaette ; e
narono fuori dd loro eanqK» innanri ni
una achiera, che soateneaae il piÌBU>
duca con tutta V altra cavalleria in nn tolto*
armati, e aehierati nel campo dentro al loro
gio, per provvedere il porùaaenlo doMoro
in queeto modo fu apparecchiata Funa o V nttn
di venire alk battaglia.
B 1
CAPITOLO ivn.
La baiiagUm tra il re di Fhmoia
di Guahi.
e U
' U generale, U ei^o delTeserdto.
' * quella nasioiie, a soldaii di quella liagoa.
' ridotto in plano 0 luogo.
* n haeedlisrt era in ami poco meno che earaliere.
' Innaml «ha commettano battaglia, ohe s'abbocchino
a battaglia.
n maliacalco di Diaa eolia ana achioni éo^'io-
ritorii come poco avveduto e aaam baldaasooo, to-
dendo i fuochi che gi'Inghiled fMovano, pemnò che
ardcaaono il campo, e che per paura nomo
aono; e per queala folle bubanna, non
d'avere appreaao la aeconda e tersa aehìein, iorata
un grido, ae ne vanno con matto aindimonfo, o nv-
vacdarono il loro aaadto', e dflnngarond
tanto dall' altre aehiere, che per lo lungo
non poterono eaaere veduti da loro, e con gronda
ardire si misono ad aaaalire la achiera dogi' Inghflnn^
ch^era di Ihori dd cerreggio, e faiìronli per tei TÌtth^
che li fedone rincdare a dietro, e perdere
terreno. U duce e' cuoi, che oonohbono la
dotta che aveano fatta gli SpegnuoH, e eho
veano la riscossa appreaao, aundarono
ffliUednquecento cavalieri de* loro, e inrhinnonW,
combattendoli dinand e di dietro, e abacatlarooli*, fa-
cendone grande ucdaione in poca d' ora. Segooodo
appreaao V altra più groaaa achiera dd duca d* A-
tene, coneatabile di Francia, gli ardati oh* enoo
ripoati^ uacirono d'ogni parte per eoala n aantlaro n
queata achiera; e eoUedtando le loro coatte^ boW
uonùd e cavalli ferirono e aaad n*ucdeono : e 1 éo^
cu di Gudea, vedendo qneeta achiera già impedita
e magagnata dagli ardori, nad loro addoano ooBa
baldansa della prinm vittoria, e dopo non gronde ro-
ristenaa furono tutti nM>rti e preai, innanm ohe 1
re ne sapeaae la novella. Il Odino di Vienna, e ì
duca d' OrUena, che aveano |nà di dnquennln
lieri, e U re appreaao con aeimfla in ana
avendo sentita la rotta delle dee prime achiero, eoano
viliadnù e codardi, avendo ancora dne tanti e pài
di cavalieri e di baroni freecU e ben monlnti, od oe-
sendo i nemid stanchi per le due battaglie^ tenta
paura entrò ne' loro nnimi rimead e vili, eho po-
tendo ricoverare la battaglia^ non abbono eooio da
' in nn attimo, in un subito. Se dieesse mi fette var-
rebbe : con impeto, in Airìa, a alasdo.
' affrettarono il loro assalto.
* li nq>pero, apersero e disordlnarcoo lo loro adteik
* appiattati, naseod, la disparte.
' moltiplieando, spesseggiando.
' rimettere la battaglia, riaaovaila, riafraacaria.
DI MATTEO VILLANI.
21»
ferire a' neima\ bò verg ogia d^ abbandonare il re,
eh* era presso di loro sui campo, nò 1* altra baronia
di Francia, e sensa ritornarsi a dietro a far lesta col
re insieme, e eenza essere cacciati, si fuggirono Jdel
campo, e andaronsene Terso Parigi, abbandonando
Il padre e^fratelli nel pericolo della grave battaglia;
degni non di titoli d'onore, ma di gravi pene, se
giostiiia avesse forza in loro.
CAraOLO XVllL
La MetmfitUi del re di Drtmcia e iua genie.
Avendo il valoroso dnca d! Gnales già sbarat-
tate le dae prioM schiere de' nemici, e veduto che
la tersa schiera, ov'era il figlinolo e '1 fratello del
re con cinipiendla cavalieri, per paura s* erano fug-
giti senza dare o ricevere colpo, prese speranza
deir incredibile vittoria, e con molta baldaioa tutti
in uno drappello fatto $* addirizzarono ad andare a
combattere la grossa schiera del re. 11 quale re, a-
vendosi messe innanzi 1* altre schiere, si pensò, per
ritenere piìk ferma la baronfa, discendere a pie; e
così fece. E vedendosi venire addosso gl'InghUesi e*
Guuconi con gran baldanza, e avendo saputa la fu-
ga dd igliuolo e del firaleUo, non inviH ; ma virtuo-
samente confortando i suoi baroni che gli erano
di preiio, si fece innanzi a^nemici per riceverli atta
battaglia coraggiosamente. Il duca co' suoi franchi
cavaUerì e aperti in arme a qnel tempo più eh VFran-
ceschi, e cresciuti nella speranza della vittoria, si
ferirono aspramente nella schiera del re. Quivi e-
mo'di valorosi bareni e di prò' cavalieri; e senten-
dori la persona del re, faceano forte e aspra re-
sistenza, e mantennono francamente lo stormo^, ab-
battendo, tagliando e uccidendo di loro nemici ; ma
perocché fortuna favoreggiava gringhilesi, molti Fran-
ceschi come poteano ricoverare a cavallo si fuggi-
vano, senz^essere perseguitati ; chò la gente del du-
ca non si snodava, e la schiera del re al continovo
mancava ; e '1 re medesimo conoscendo già la vit-
toria in mano de^ suoi nemici, non volendo per viltà
di fuga vituperare la corona, fieramente s* addnrò
alla battaglia, facendo grandi cose d* arme di sua
persona ; ma sentendosi allato messer Gianni suo pic-
colo figliuolo, comandò che fosse menato ria e trat-
to ddla battaglia ; il quale per comandamento del
re essendo montato a cavallo con alquanti in sua
compagnia, e partito un pezzo, il fanciullo ebbe tanta
onta di lasciare il padre nella battaglia, che ritornò
a hii, e non potendo adoperare Tarme, consideratH
i pericoli del padre, e ipesso gridava : Padre, guar-
dateri a destra o a sinistra o d^ altra parte, come
vedea gli usalitori; ed essendo appresso dei re
messer fiubérto di Durezze della casa reale di Pu-
glia, ch^avea aoperate sue virtù come paladino, e lun-
gamente con altri baroni difesa la battaglia, e morti
e magagnati assai di quelli eh' a loro si strigneane, in
fine abbattuti e morti intomo al re, il re fu intorniato
dagl'lnghilesi e da' Guasconi, e domandato fu che si
dovesse arrendere ; ed egM vedendosi intomeato^ de*
suoi baroni e niarici morti e de' nimici vivi, e fuori
d'ogni speranza di potere più sostenere la battagltn,
s' arrendo per sua voce a' Guasconi, e luciò l'arme
sotto la loro guardia: e '1 suo piccolo figlinolo di
corpo, e grande d' animo, non si voleva tfrendere ;
ma pregato e ricevuto comandamento dal padre che
a' arrendesse, cosi fece: e questo fu il fine della dia*
avventurata battaglia per li Franceschi, e d'alta glo-
ria per gì' Inghilesi.
CAPITOLO XIX.
Raoconia inolii mor/t e preti neila battaglia.
In questa battaglia furono morti'il duca di Bor-
bone della casa di Francia, il duca d* Atene, il ma-
liscalco di Chiaramente, messer Rinaldo di Ponzo,
messer Giairò di Ciarnl, il conte di Galizia, messer
Ruberto di Durezze de* reali del regno di Cicilia,
il sire di Landone, il sire di Crotignacco, messer
Gianni Martello, messer Guglielmo di Montsgnto, mes-
ser Gremente di CambelU, il vescovo di Celena, ea^
gione di queste male, il vescovo d'Alznrre, tutti sili
e gran baroni ; e furono morti in sul campo oltre
a costoro più di miUedugento altri cavalieri a spro-
ni d'oro e banderesi e cavalieri di scudo e ber*
ghem, tutta nobile cavalleria, perocchò non v'erano
quasi soldati: tutti erano famigli di gran signori^
e uomini eh' erano venuti al servigio del loro re. I
presi f^irono messer Giovanni re di Francia, sMiser
Giovanni suo piccolo figliuolo, il malisoaloo da U-
dinam, messer Iacopo di Borbone, il conte di Trin-
ciavilla, il conte ^ Monmartino, il visconte di Yen*
tador, il conte di Salembmcco Alamanno, il sire di
Craone, il sire di Montagnto, il sire di Monfireno,
messer Brucicolto, messer Bremont della volta, mes«
ser Amelio del Balzo, e'I cutellane d'Amposta, meo*
sor Gianni e messer Carlo d' Artese, l' arcivescovo
di Scasa, il vescovo di Lingres, . e molti altri baroni
che qui non si nominano ; e oltre a questi caporali
n rimuoao presi più di duemila cavalieri firaneeschi
tutti uomini di pregio, e grandi e riechi borghesi,
e scudieri e gentili uomitti. Questa battaglia fu fatta
lunedi la mattina, a di 18 di settembre, gli anni
1356, presso a Pittieri a due leghe, in una villa che
si chiama Trecceria, la quale per questo cuo piut-
tosto confermò il suo nome, die altra sMitaiione le
desse.
CAPITOLO XX.
Come U re di Francia n' andò preso in Guascogna*
Seguita, ohe vedendosi il giovane dnca sii alta*-
mente vittorioso, non ne montò in superbia, e non
volle, come potea, metteni più innanzi nel reame, che
lieve gli era a venirsene fino a Parigi ; ma avendo
la persona del re a prigione, e '1 figliuolo, e tanti
baroni e cavalieri, per serio consiglio diliberò di
1 l'impeto, raffoltata, l'aasaUo, la pnntogUa.
' circondato, attorniato.
220
CRONICA
■00 Tolere tentare più ìimtiiii la tua fortuna ; o pe-
rò raccolta la preda e tatta la sua gente, e fatto
Ivo foleone nflcio per li morti, e rondate grazie a
Dìo della ina tittorìa, si parti del paese, e senta
altro arresto se ne tornò in Gnasoogna alla città
di Bordello. E gionto là, léce apparecchiare al re
noliileniento il più bello ostiere, ore largamente te-
nea lai e *1 figlinolo, facendo loro reale onore, e spes-
se Tolto la soa persona il serviva alla mensa. È vero
che lo volle al cominciamento menare in Inghilter-
ra per più soa sicartà; ma i Gaascont, a coi il re s^ era
accomandato, non acconsentirono, e però si rimase
in Gaascogoa alena tompo innanzi che condotto fos-
se in Inghilterra, che si fece con grande ingegno,
come innanzi racconteremo.
CAPITOLO XXI.
/ tm>di teime^Ure i Ifigkilterra Mentendo la novdia
di sì grtm tiitoria.
Corsa la fama deD' incredibfle vittoria in Inghil-
terra, e avendo il re Adoardo di ciò lettere dal fl-
gUaolo che li contevano il pericolo dov*egli con tot^
la la sna osto era stato, e Talta e la grande vitto-
ria che Iddio gli avea dato, il savio re contonento
nella faccia e negli atti, senza mostrare vana alle-
grezza, di presento fece rapnare i suoi baroni e '1
ano consiglio, e con belle e savie parole dimostrò
a tolti che questo non era avvenuto per virtù né ope-
razione di eoa gente, ma per singnlare grazia di Dio,
e comandò a tetti che ninna vana gloria o feste
se ne mostrasse; ma per ano dicroto fece ordina-
re e mandare per tetta V isola, che in catana baona
terra, cutello e villa, otto di continovi si faoeaae
in tatto le Chiese ogni mattina solenne sacrificio per
r anime de' morti nella battaglia, e che si rendesse
a Dio grazia della vittoria ricavata. E fuori di que-
ati eseqni non si adì nò vide alcuna festa in tolta
r isola, strignendo eatono 1' eaempio e il oonmnda-
BMUto del re. La quale mansuetudine fu al re mag-
giore laude, che al figlinolo la non pensata vittoria.
CAPITOLO XXIL
BaUagUà fira due cataHmi^ e perchè.
Fa vwo, avvegnaché non in questi di ma poi,
che due grandi e valorosi cavalieri, V uno Guascone
e 1* altro loghilese, vennero a quistione, perocché
oateno si vantava eh* avea preso il re. E venne tento
mentendo la loro riotta, che s* appellarono per que-
sto a battaglia, la quale con grande pompa e riguar-
do feciono a Calese, e il Guascone fece rioredento
ringhilese. E al Guascone, oh* ebbe la vittoria, fu-
rono Celli gran doni dal re di Francia e dal prenze
di Gualca; ma poco appresso gl'Inghilesi per invi-
dia il feoion morire. Avendo raccontato Toltramonta-
ne fortene, le italiane con solleeitodioe addoman-
dano il debito alla noatra penna.
CAPITOLO XXnL
' Intendi : J modt, che Unne eoo.
Processo fatto contro a* signori diMikmo
vicario dM imperadors.
Narrato abbiamo nd soeìo Mbro, ooom
Marcovaldo vescovo auguslinese, vicario im f ìm per
r imperadore, era fatto capitano della ooanpagaui, e
deir altra osto de' Lombardi che erano colleglli oontra
a* signori di Milano ; ed essendo raunati lotti io Lom-
bardia e acconci d* andare verso MBano, fl toooovo
fece esaltare noli* oato f insegna imperìóle mo* oompi
di Modena, e ivi dichiarò a talli, eom' egli oro vìoafio
deir imperadore; e formò un proeesso sotto fl Itele
del vicariato contro a messer Bernabò e a aBBoanr
Galeazzo signori di Milano, fl quale in eSello oosteoca
come in derisione e in contento della Soolo Ghinee
cadevano rinvestilare ée'beneflcii ecolosinotici o cm
voleeno, togliendoli a cui te Santa Chieon gtt anrae
tnveatiti ; e a' legali dd papa non lasdaTnoo m lotti
loro tirannica giurisdizione fere nfido, o alquanti
n'aveano fatti morire crudelmente; e comò oveooe
trattato con messer Pallelta da Montoacoéoio £ In-
dire r imperadore, e di torgli la dKà di fisa, e eo-
me per loro violenta tirannia nveano occopnlo le citti
e* popoli di Londiardia pertinenti al santo inapono, e
come in vergogna della maestà imperide,
si r imperadore in Alamagna, valicando por
dia, gli fedone serrare te porto delta città e
castella di loro distretto, e guardare le moro eoo
gento d*arme, come da loro neodoo, avendo lilete
di suoi vicari ; e formato fl prooeaso, maadò per
lettere a riohledere i tiranni, ohe a dft 1 1 del
sento mese d^ ottobre dd detto anno eomparionoBO
personalmento dinanzi da lui a scosard dd detto
prooeiso; dirimenti, non ostanto la loro contnoMoe^
contro a loro pronunuerebbe giusta sentenza. E di
quella, colT aiuto di Dio e del Santo imperio e ed
euo potonte eaerdto, testo btendea fhre piena eoe-
eazione.
CAPITOLO XXIV.
Risposta fatta per li signori di MUano ai eècorìe.
* Avendo per dcuni noetn feddi nomala deSe
^ tue euperbe e pezze lettore, eolie quali noi, ooaM
" fanciulli, eoi tuo ventoso intronamento' eredi span-
^ rire, noi, avvegnaché dell' età giovani, molto cose
^ avendo gii veduto, d poatetto fl mormorio ddle
^ mosche non tomismo. Tu immerito^ dd prectaris-
^ Simo nome del santo imperio ti fu vicario, dd qmde
^ noi fedeli vicari ci confessiamo. Contro dunque e
^ te non vicario dell* imperio, me capo de^ladroai,
^ e guida di fuggitivi soldati, in fra ì tonnine che
^ d bei assegnato, acdocché non f affatichi venendo
^ sopra fl milanese, piegentino ovvero parmigiano
^ tenitorio,pe*noetri precursori idonei, nedoeehénoa
I
I
' la loro eesenia !n oontnmada.
* colle Bue rene e rimbombanti parole.
' Immeritamente, senia merito.
DI MATTEO VILLANI.
221
" ti Tanti eh* a Ina tolontà la aoflra pan ona abbi
^ moMa, co' tuoi guai fona ti riipoadaraaio. Noi
^ adnaqaa promattiamo a ta, cha con tafana maoo
* di ladroai a dapopolara* a arderà i notkrì pacifichi
^ oonfini con paiso campo se' mosso, non coma ya-
^ SCOTO, ma coma nomo di sangne, sa la fortuna mi-
^ niatra dalla ginstisia nelle ùostre mani ti conda-
^ cera, non altrimenti che come famoso ladrone e
^ ineendiario ti poniramo,,.
CAPITOLO XXV.
Rispotia fatta per lo vicario alla detta lettera,
* Rallegriamci delle lettere che mandate ci a^-
^ Tata, quali moatrano la superbia della quale voi vi
" gloriate. Della nostra ingiuria intendiamo soprassa-
^ dare, ma dalla bugia scritta nelle vostre lettere
^ non ci possiamo contenere. Scrìveste dunque, che
^ co* vostri precursori, innanii ch'entrassimo nelvo-
^ atro tenitorìo, ci rispondereste minacciandone di
^ battaglia. E ora con la grazia di Dio a col suo a-
^ iato, nel quale solo è la nostra speranaa, non oc-
^ coltamente a modo di predoni, ma palesi, passati
^ Parma, siamo in sul campo presso a cinque mi-
^ glia a Piaoenaa, e col detto divino aintorìo inten-
^ diamo procedere innansi, e co* vostri precursori
^ non ci avete ovviati, in vituperio della vostra vana
* superbia. Data a Ponte Hiro, a di 10 d* ottobre ^.
CAPITOLO XXVL
Come % soldati de' tiranni non bollono venire contro
aW insegna deW ùnperadore.
Era in questo meuo avvenuto, eh' e' signori di
Milano, temendo 1* avvenimento de' sopraddetti loro
avversari, aveano mandato a Parma fl marchese Fran-
cesco con quattromila barbute di gente tedesca e Bor-
gognoni, a ivi raunati altri cavalieri e gran popolo
per uscire a campo, a non lasciare i nemici entra-
re sul terreno de' signori di Milano, e di combattere
con loro. Quando il marchese volle uscire fìaori a
campo, i conestabili de' Tedeschi e de' Borgognoni
lutti di concordia dissono al marchese loro capita-
no, che contro al vicario dell* imperadore e alla sua
insegna non anderebbono, né in campo non farebbo-
no resistensa contro al loro signora. Questo fu il ti-
tolo della acusa; ma più li mosse non volere fare
resistensa alla compagnia, perocehò aveano parte in
quella non {standovi, e il refogio e il soldo qnan-
d' erano cassi in altre parti ; ma dissono, eh' erano
apparecchiati di stare alla guardia delle città e delle
castella lealmente. I signori sentendo T intenzione
de' soldati, ch'acconsentivano d'essere cassi in-
nanzi che uscire contro al vicario dell' imperadore,
pensarono che a cassarti era aggiugnere forza a' loro
nemid, e pericolo di loro stato ; a però dissimula-
rono con loro, a ritrassonli a Milano, lasciando in
Parma e in Piacenza buona guardia per difendere la
mura,
< CmI r edii. dtata. H T. Bioci
legge erroneamente
CAPITOLO xxvn.
Come il vicario puose campo.
11 vescovo d' Augusta, eh* ara prod' uomo in
fatti d* arme a bene avveduto, aentendo eh' e* soldati
de' signori di Milano non erano per uscire in cam-
po coatra a lui, con più ardire valicò Parma, cavala
cando con tutta sua oste presso alla porte, e così Cre-
mona, e rìatette alquanto in sul Piacentino, ove fece
la risposta della lettera sopraddetta. E predando il
paese d'intorno per alcuno dì, ai partì di là, ed en-
trò ani contado di Milano ; e facendo in quello gran-
dissima prede, trovando la gente male provveduta, si
mise a fermare suo campo a una grossa villa che
si chiama Roaano, presso a Milano a quattordici mi-
glia di piano, intomo alla quale a due e a tra e a
quattro miglia sono altre groase villata, raccolte a
modo di casaU, piene di molta vittuaglia e beatiame,
e per V abbondanza V oste vi stette a grande agio;
e indi cavalcarono per tutto il Milanese, facendo danno
grave a' paesani, che per lungo tempo non aveano sen-
tito che guerra si fosse; e con tutta la forza de' aignori di
Milano, ninna resistenza trovarono in camper in molti
giorni : e però lasceremo alquanto questa materia,
tanto che le grandi coae che ne seguirono ab-
biano il tempo loro, non partendoci però dall' ita-
liane tempeste ^ che prima si vogliono raccontare.
CAPiToio xxvra.
Ordine del re d'Ungheria alla guerra
con i Vene%iam.
Tornato fl re in Ungheria, awiaato che la mol-
titudine degù Unghari non ai può mantanera in Ita-
lia come ne' disarti, ebbe suo eensigUo, ed elessa
franta suoi grandi baroni per capitani, dascnao di
dnquendla Unghari a cavallo, con ordina che catn-
no il servisse tre mesi, coma sono tenuti per omag-
gio. E per questo modo deliberò di continovare la
guerra a' Veneziani, succedendo P uno barone all'altro
ài due in due mesi, perocehò '1 terzo aveano per la
venuta e pel ritomo. E a dì 15 di ottobre del detto
anno giunse l' uno de' Baroni a Colligrano con quat-
tromila Ungheri, i quali di presenta si misono a scor-
rere e a predare il paese infino a Trevigb In campo
non trovavano contraato, peroochò come questo si-
gnore era sopra TrevigI, così altri signori erano a
Giara e qella Sdiiavonia sopra le terra de' Veneziani ;
sicché i Veneziani aveano taato a fare a guardare la
mura delle loro terra, che non sapeaao come pur
quello si potessono fornire; sicché gli Ungheri al tutto
signoreggiavano i campi di Trevigiana, a assediava-
no la castella.
CAPITOLO XXDL
V aguato misono gli Ungheri a gente de* Venemani,
n doga di Vinegia col suo consiglio, vedendo
la soperchia baldanza degli Ungheri, per tenerli più a
rivolgimenti civili d'Italia.
M2
CB(HaCA
freno si tfantroiio 41 DondooeM nn gran barone
deHa Magna con aeicento cavalieri tedetchi, per man-
darli a TroTÌgi, e pagaronlo per quattro meai innansl;
e datogli a eompagnia nn gentile nono di Viaegia,
ali* nacita d'ottobre li aundarono a Trerigì, e per
loro la paga per gli altri noldati a carallo e a pie
ab' erano a Trerigi Goatoro con poca proTredensa
de' loro nemici faceano la via per lo Vicentino. Gli
Ungberi da CoUigrano sentirono la via ebe costoro
iiceano ; e di subito eletti miUe Ungberi, li fecio-
■o cardeare la notte contro a^edeacbi; e venne lo-
ro si contamente fatto , cbe innaui cb* e* Tedescbi
avesaono novdk di loro, gli ebbono addosso nel
eammitto ; ed easeodo mito arasati, cbi ai mise a di-
fendere fo morto, gli altri lotti ebbono a prigioni,
e tolti loro i danari, e V arme, e' cavalli, e le robe,
in caoncit gli rimandarono a Vinegia. Per questo i
Yeneiiani perderono molto vigore, e a* nemici bal-
dansa grande ne crebbe, e qoad come paesani si-
enravano i villani, e facevano lavorare le terre per
la Miova aemeata.
CAPITOLO XXX.
Come il Té Luigi traiiò d^mbtre Mtnima tu
Addietro avemo fatta memoria nel quarto libro,
come messer <l<}iccola di Ceaaro rientrò in Messina e
cacdonne i anoi nemici, e xon assentimento del re
Loigi riprese Melazso, e fecesene maggiore ', ma non
tanto di* avesse ardire di acoprìrsi a* Messinesi, se
non si sentisse più forte. E però s* accostò alla setta
di qne* di Cbiaramonte, e fece tornare da Firense
« Measfna certi cavalieri oberano atati cacciati quan-
do fn caociato egli. B vedendo morto colsi cbe do-
vea essere loro re, si mise in trattato col gran ai-
niaeako del re Lnigi di dai^li Meaaina ; e per qnesta
cagiono il re Lmgi, e la mina Giovanna andarono in
Calavria, e Mettono pareccbi bmsì a Reggio, innanzi
che r aooordo avesae il ano effetto. E facendo suo
ofono d* avere galee armate ^ qnealo serrigio, con
gran fatica ve n* erano aette, o dqnanti legai armati
in qneato tempo. Laaceremo a| presente qnesta ma-
teria tanto cbe venga a perfeaione, e aegoiremo quel-
lo ebe priaM ci occorre a raccontare.
CAPITOLO XXXL
Come ti trMò pMce^.fira U eonte di Fiamdta
e i BrabmwmL
I Brabansoni vedendosi sottopósti al conte di
Fiandra e a* Fiaiuningbi, cosa molto strana al loro
costume, non potendo più sostenere il giogo, e non
volendosi rimettere in guerra, cbe n* erano mal ca-
pitati e mal destri, per savio awisamento presono
consiglio tutte le comuni di Brabante, fuori die la
vUla di Mellina cb* appartenea al conte, cbe la dn-
obessa, cb*era cognata carnale del conte* tomaue
in Brabante-, e fattala venio» la rieovettonoinLoano,
afincbè tra lei e U eonte ai trovasse no^srésuB |«
qnesta cagiono, ninna vista o >antime«to snuilmano
di pigliare enne; e 1 conte, santamda fnrmih b
cognata in Brabante, non ne preso tnrbnsiomo
avrebbe fatto dd duca. E di presenta cbe In
sa fu in Brabante, si levarono baroni e nnaici £
tuna parte, a trattare tra loro eoacordin pi
de' Fiammingbi e BrabauEont Per lo qpinlo tmtata,
awegnadiè durasse lungamente, in fino, oonaotroia-
re ai potrà appresso nd suo tempo, venmeit» a Ind
pace e concordia; ma queato prìndpio fii ed mm
d' ottobre del detto anno.
CAPITOLO xxxn.
Come i
ti pmrtirono da Pita, e
m Siena con le mercataoMM.
' fecesene soprìntenclento.
Seguita, per nm laadare in aiknsio 1# adagm
preao po' Fiorentini contro a' Pisani, i gasili, caaM
narrato ò addietro, aveano loro rotta la pnc«^ tog&m-
do a*FiorentÌBÌ la franobigia, della qnnlo npprasm
aeguitò grande materia di guerre, cobm loggemifl
per li tempi si potrà trovsre. I FioroatÌBl nvendfi
ritratta la loro mercatauia e' danari, ia cakn i
novembre, anno detto, tutti i dttadini e distrettsai £
Firense furono partiti di Pisa ; e conao questo h
fatto, e le strade sbandite per dirieto fatto a tatta
le mercatanzìe, arnese e roba, i Genovesi e* Provaa-
sali e* Catalani, e tutti altri .^mercatanti, ao no parti-
rono, e rimaae la dttà di Pisa ne^ luogbi deOn mar-
catanria solitaria ; e allora si cominciarono n awe-
dere i Pisani cbe non aveano fitta buona iaaprasa,
e grande repetlo ebbe nella dttà de' loro anuggiori
nd reggimento, cbe dato avea a intondore, 6k» par
gravesse di* e' Cicessono a' Forentini noa so ao par-
tirebbono ; tanf era V agiamento dd porlo , e la
comodità del cammino edell'dtre coae, o'iKiapoft-
aavano cbe lo sdegno dell* ingiurìa ponderasse con-
tro alla loro comodità. La coaa andò tutto per al-
tro modo. I Fiorentini presono porto a Tdanono, e
pertinacemente si disposono a volere vedere ao tee
potessono la mercatanaia sema i Pisani. Por que-
sto i Pisani, cb* erano amid di Simone Boocanegn
doge di Genova, d aùaono a fare lega con Ivi» e
armare galee,, per impedire ebe la mercalaeain non
ponesse* a Telamone* Onde aeguitarono non piocolee
^fisnsste norità, come leggendo innsnai a loro tempo
d potrà trovare.
CAPITOLO xxxm.
Come il capitano di Forh ti
Basendo la compagnia valicata in LoadMurdìa,
il legato intendeii a riprendere la guerra contro d
capitano di Forlì e il signo/e di Faensa, e appnree-
cbiavasi d'assediare la dttà di ForU. U qapitnno^ cbe
era coraggioso e awiaato, innand cbe Tasaedio gli
venisse addosso, ebbe trecento suoi cavalieri e cinqne-
cento masnadieri, e di subito e improvviso a* Malatesti
' noo £ftoeM6 capo, non pigliassi terra a Talamona
DI MATTEO VILLANI
as3
caraioò eoB qvafla gente a Kiainf, e eccolM una
grand» preda d* iioiììbì, e d' anea i, e di beatiame ;
e data la ToUa, aensa ooalraato con tolta k preda
•ì iomò in Forlì ; e fallo qaealo, fece ardere e dia-
fare talli i caaali e terre da non pelerai bene di-
fendere, e inleae a volare la terra di tolta la gente
dinrtfle aQa guerra, e a fornirai oopiosamento di
irìlliiaflia, tedoccbé più Inngamento poleaae fare
Ma diféia eontro al legalo, eh' era per ferlo èbì^^
diare, eoaie appreaao avrenne, ma più lardi chVnon
B* anrriaaya.
CAPITOLO XXXIV.
Come Pamua l'orrMidè al legaio, e' paiiL
Meaaer GioTanni di measer Ricciardo de^ Man-
iredi aignore di Paensa, cónoacendo Ja ana forza
debole a reaiatere a Santa Chieaa, ai miao a trattare
neeordo col legalo mediante gli ambasciadori del
re d* Unglieria, cIm a atanxa di meaaer Giovanni ae
ne traragUavano ; e in fine del meae di norembre,
anno dello, a dì 10, vennero a qneati palli: obe
al legato ai doveaae rendere liberamente la aignoria
di Paenia, e delle caatella e del contado ; e measer
Giovanni doveaae avere tolto ano patrimonio salvo,
e la terra di Bagaacava|lo. E per attenere i patti
^ede dne anoi figlinoli atadicbi, e mandolli co* dtflti
nrnbaadadori alla guardia del aignore di Padova. E
appreaao, del meae di dicembre vegnente, il legato
alleai d* ogni parto i palli, fece prendere la tenuta
della citta di Faenza e di tolto le caatolla. B innansi
cbe la terra ai deaae al legato, il tiranno fece a'cil-
taénd gravi oppreaaioni, e tolae loro molti danari,
e di quelli cui egli odiava per sospetto fece ucci*
dere. E a queato modo preae flne^ la tirannia di
measer Giovanni aopraddelto, la quale per lo auo
principio fa cagione, come addietro avemo contato,
di molti mali avvenuti in Italia.
CARTOLO XXXV.
Come fece la genie della lega de' I/mbardi
m queslo tempo.
Tornando a^lMIi di Lombardia, eaaendo atato
lungamente il vicario dell' imperadore colla gente
della lega e della compagnia a oate in ani contado
di Hflano aenza avere trovato eonlraato, ai riduaaono
a una viUa chiamata Margotto in ani Teaino, e ivi
ai raaaegnarono Iremilaoìaqaecento cavalieri bene
armali e bene a cavallo, aenia l' altra cavalleria da*
.aacomanno, e aeimila maanadieri : costoro prendeano
molta fldansa, non temendo ch^e^aoldali ledeachi e
borgognoni veniaaono contro a loro. Il marcheae
di Monferrato Iraaae delPoate cinquecento cavalieri
per un trattato ch'egli avea tonato delta città di
Novara, a a di 9 di novembre anno detto entrò nel-
h terra, e preaela, e aaaediò il eaatollo, ch'era
' • questo Diodo ebbe fine eoo. n prmdit (h$ h £raae
notabile.
grande e torto e bene fomtto di geato alla dtfsaa,
e di molta viltoa^ da poterà haigameate attendefo
il aoccorao, e francaaMUto manleneano ta difeaa.
CAPITOLO XXXVI.
Della materia wiedenma.
Avvenne, che preaa Novara per lo marcheae
proaperamente, avendo egli e meaaer Aiio da Cor^
roggio un altro trattato in VercelU, ai afonarono
d'avacdare la cavalcata, e per tema di riparo che
penaavano vi ai metterebbe, per eaempio di Novara;
e per queato measer Asso traase dell'osto anche
aellecento barbuto di buona gento, e andando per
entrare in Vercelli, a di 11 di novembre detto,
quelli che v' erano dentro per lo aignore di Milano
avendo udita la novita di Novara, ripararono alla
guardia di Vercelli ; aiechò la cavalcata fu invano.
Nondimeno penaando il marcheae e meaaer Amo
che da Mitaao non poleaae venire toro aoccorao,
vi ai misono a osto, ove stottono più di; e in que-
sto metto fortana cambiò ta faccia a coloro ehe
troppo si fidavano, come apeaao avviene ia falli di
guerra, che fa, vinti i viacitorì, avere a aehifo il auo
nemico.
CAPITOLO XXXVIL
Come t oste della lega fu rotta dalla geMe
di Milano^
l aignori di Milano, che rioeveano cottolo ol-
traggio per la maKtia de' loro aoUali, eoa ai rap-
pone da loro, ma oareitaronli in vieto e in opere,
e maaaimamento certi coneslabili più eoaidanà; e
tanto aeppono tare, che una parte ne recarono i
loro volonta : e nondimeno per tolte toro città rac-
colaono in arme de' aoldati de' loro audditi e degli
altri Italiani intomo di qoattramik cavalieri, e al-
trettanti n'ebbono de' loro aoldati; e queato fu fatto
per modo, che poco awiaaaMato n'ebbono i toro
nemici. E aentondo tratti dell' oato del vicario adl-
ledugeato barbuto per to latto di Novara e di Ver-
celli, aubitamento fedono capitano BMaaer Loderigo
de' Viaconiì, valeato cavaliere, ma di graade età.
Costui usci subito òon bene aeimila cavalieri e a^lto
gran popolo di Milano, e andatosene verso i nemici,
eh' erano col loro campo a Margotto in ani Teaino,
puoaeai a campo a di 13 di novembre predetto,
pteaao a' nemici a tra miglia, e aiaadò a richie-
dere il veacovo di battaglia; ta quale richieata il
vicario mostrò d* accettare allegramanto, a '1 tormine
fu per la domenica mattina vegnento, a di 18 del
meae. Ma vedendoai il veacovo afemito il campo di
milledugento buoni cavalieri, ai provride la notte di
fare valicare il Teaiao a tolta ta aaa oato, a fiae di
rìduoerai ooa eaaa pronao a Pavia, per avere il aaa-
aidio della dita, chò troppo gli parca avere gran-
de diaavvanlaggio. In queato movimento prigioni ai
fuggirono eh' avvisarono measer Loderigo del fatto :
il quale di aubito la netto nmndò meaaer Vallerano
224
GIONICA
lilenuiieUiy flfiivolo oke fa di Oaitraecio, con tr^
eeilo ottalierì, e^ooMasédglì ohe si fltrìfBetse coglie-
mìci fnuicuieitef ncch^cgli toipediiM la partita lo-
ro, tanto eh* e' gisfoesso coHa tua osto, doUa qaale
ioooDtanoBto ordinò lo battaglio, o togoitò appresso.
Hossor Yallorano fece coraggiosamente il sno ser-
vigio; e inoanii dì assali il eaaqio ora dalT nna par-
to ora d*ir altra, per li quali assalti molto impedì
Il Yalieo del Tesino alla geate del Ticario. Ma sdiia-
lito il giorno, por lo soperchio della gente del Ti-
cario fn preso colla maggiore parte de* suoi cata-
lieri. Nondimeno il oarreag^io del campo, e la saU
moria, e i popolo, e parte do' caralieri falicarano
oontinoramente, e di qm alla riscossa erano rimasi
eoi Ticario deU* imperadore il conte di Landò cnpi-
tano della compagnia, e messer Dondaccio di Par-
BM, e messer Rsmondino Lnpo, e qnasi tutti i mi-
giiorì oonestahili doU'oste con miUecinqoecento bar-
bale e eo'sopraddeHi prigioni. B aTcndosi messa innan-
n lotta Tatoi oste, innansi che potessono condncersi
al passo, messer Loderìgo colla sna caTalleria, lotti
scienti e ordinati alla battaglia, fo loro addosso
la mattina al chiaro dL I caralieri del Ticario, ch*e-
rano nomini di gran TÙrtù in fatti d^arme, Toden-
dosiallo stretto partito, lotti a* annodarono insieme,
e feciono testa, e riceTcttono T assalto de* nemici
firancamente, non lasciandosi di serrare, facendo
d* arme gran coso contro al soperchio eh* aveano
addoaso: e combattendo contiooTamente per spatio
di Ito ore sostennero Tasullo d*ogni parte, dan-
neggiando molto i nemici loro. Infine la fatica e *1
soperchio della moltitodine do* loro avrersarì li rup-
pe. Allora molti, che temctlono più la paura' che la
Torgogna, si misono alla foga e camparono. In sul
campo no rimasono presi seicento o più, tra* qtaaU
là il ToaeoTO già dodo, Ticario dell' imperadore, e
il conto di Landò, o measer Ramondino Lupo, e mes-
ser Dondacdo. fc Toro che*l conte Tenne a mano de*
Todosohi, che *1 celarono e camparono, e duo euTa-
lierì tedeschi camparono* messer Dondaccio, e fug-
gironsi con hn, e fldaronsi alle sue promesse, e per
diversi cammini il condnssono a Pir^nse, e poi in
Lombardia. Tnlla 1* altra oste, che avea valicato Te-
sino, sani e sahri si rìcolsono in Pavia con tutto
il earreaggio e 1* altro arnese. B questa fh la fine
della nnoTa impresa del nnoTO Ticario dell* impera-
dore, ma non de* falli della lega.
CAPITOLO XXXVUL
// comigHù prese' •/ eapiiano di Farli.
Tedoto che Francesco degli Ordelaffi. ebbe,
che Paeosa, e tolta 1' altra Romagna e la Marca e
H Docalo era Tonota ali* ubbidienza di Santa Chiesa,
e che al legato eh* aToa gran polensa di danari e
d* armo, non reslaTa a lire altra goerra che con-
tro a lai, ragnnò a consiglio lotti i booni nomini
' Intendi : ^h$ $mtiroH pia la paura eoo.
* H T. Rlcd ometto: $ du$ eaioàUmi Udéèéhi eati^par<mù.
' Intendi: consiglio che (ù preso d»l cspltitno ecc.
di Porli, e domandò eonnìgKo ém loro di qiA
eh* aTosso a fare^ Costoro consigliali insiasM, i
concordia fodono dire al capitano in qool oonogii, |
ohe la fede e T amore eh' e* PorfiTOoi nTonoosanfa
portalo alla sna cane e a Ini non oro a loro ■»
cala; e come altre Tolte do-* loro proprii benisiAi :
forlone loro gli aToano itali e naaoloaoti, toh |
eh' olii orano ritornati nella signorin, cori intaailii |
di fare qoando fl bisogno ineoRonoe, éi càa Uii {
il guardasse. Nondimeno conoscendo ni prenenti k ,
gran forse della Chiesa contro a lai noUs * ■>>"
soccorso, consiglisTano che col legnlo ai trattmn
accordo il migliore che aTcre si potoono. B di fo-
ste sTTcrrebbe, eh* eglino soci amici bob perderé-
bono i loro beni, e potrebbonlo sottobìto e alvt
Quando egli ebbe odilo il loro coonìglio, ém-
Ora voglio che toI odiate la aun fatrmiinafl h
non intondo fare accordo colla Chieon, no Foil i
1* altre terre eh* io tengo non ari riauiBgOBO, e fail-
le intendo mantenere e difendere ftao alto nmte
B prima Cesena, e le oaaleUa di liaori, o ForliBp»-
poli *, e appresso perdote quelle, le nuvo di Vmà\ «
perdoto le mora, difendere le rie e le penine; i^
r ultimo questo srio palano, e in Eoo V ultima !»•
re di quello, innansi che per suo nanciolimente i^
cuna n* abbandonasse: o però folca oko lotti ss^
sono in palese la sua inteniiono, prognodoli eoa ni-
natciamento di gravi minacce che cnloBO U fosm fe-
dele amico e leale. B di presente mnndò la meflii
e* figliuoli con buona compagnia di gonio d'arw '
cavallo e a piò, e raccomandolle la gonrdia di C«is-
na^; e fornì di vantaggio tulle le castella^ tMFoA
trasse da capo femmine e fonci^Ui, e gonio étftì»
in tempo d* assedio, e soldati auso aoUe cast •
ausseritie di corti cittadini meno conAdonli; e cod
disposto, intondoa a difendersi dal legalo'.
CAPITOLO XXXCL
Messer Niecola prese
per io re Imì^^
Tornando nostra materia a* falli ^ %miaà^
essendo fl re Luigi a Reggio, messer Niccois ^
Cesaro avea procoralo d* avere in sua guardia il ^
stello di Sansalvadore in sulla marina» e aggissiofl
i cavalieri di sua sella, eh* avea latti ritoraaie ^
Pvense, si proTTidn che noin era sisaro sl Uitv^
impresa col je Luigi, s*e*non afopse fl castello^
Msltagrìfone sopra llssains, che era forlisiimo, <
dsTa r entraU e V usciU deUa dttà por la BM)Btigi<i
0 questo procacciò per ingegno, che per fen> >^
■ L'Ordelaffi era divenuto sonore di Foci! ad V^
Fattori introdorre nella dtlà ehioao .in ona bolla, J»^
qaivi gli imlci e Q popolo contro U re Roberto, «MOir
tato il fi^yemo, e eacdati In fine i Calboli » nfl pno v
tatto il dominio. ^
' Cia, mogUe deU'OrdeUO, donna di raro valoie •«
■piriti virili, vestendo l' anoe a arado degli «xb^ ^
di molte prodeise, e langamente foitenne l'aseedio £ ^
sena; la qoal dttà fa poi gnasta dalTarn^ del ^»^
* Abbandonato Ceooo Ordelaffi daUa vmp»^^
conta di Landò, da lai aaaoldata, dovette peidM» »^
Forlì nell'anno 1359.
DI MATTEO VILLANI.
325
m-vea InofO. n omUIUido' non prendea g«ardk de^suoi
€silladiiii ; o' cavalierì tornati da FirenM ermo amid,
« per modo d'andarlo a TÌiìtaro con alquanti loro
femifli, farono eon festa rìee?nti da Ini; e lenen-
dolo in novelle, compara ordinalo, meaier Niecok
sopratrenne eon altri suoi compagni, e non gli fa
contraddetta Fentrata per mala provvisione del oaatel-
lano; e trovandosi dentro forte, cortesemente ne
traaae il castellano, eh* era male provvedalo alla di-
fesa. Fornito questo, messer Piccola vi mise il ca-
stellano e le guardie a suo modo ; e avendo fermo
il trattato eoi re Luigi, Q re del mese di novembre
iri mandò messer Niecola Aociaiuoll da Firenze, ch'avea
flBenato questo trattato, con setto galee e un legno
amnato oariche di grano, e con lui cinquanta cavalieri
e Ireoento masnadieri di Toscana ; e giunti a Mes-*
•ina, fttfono ricevuti da messer Niecola di